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UGO DESSY

SU TEMPUS CHI PASSAT
IL TEMPO CHE PASSA

Volume III

ARTIS E FAINAS
MESTIERI E ATTIVITA'

ALFA EDITRICE - QUARTU SANT’ELENA 1999

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Dedico questa opera
a Luisa Mancosu
che con il suo amore
mi aiuta a vivere

Un affettuoso ringraziamento a quanti hanno contribuito alla realizzazione di questa antologia con il loro lavoro di ricerca, con la loro collaborazione e a quanti mi hanno sostenuto con la loro amicizia in particolare desidero ricordare Valeria Campurra Paoletta Mudu, Betty Pisano, Maria Laura Maggio, Michela Casti, Tonia Vedele, Luisella Massidda, Antonella Mereu, Irene Piras, Manuela Serra, Paola Pias, Daniela Pisano, Betty Pusceddu, Laura Floris Merita Agus, Jovina Pilleri, Gloria Mascia, Barbara Sainas, Manuela Anedda, Simona Lecca, Jen Vacca e Alessandra Dessi.

Seconda pagina di copertina:

La nostalgia del passato appare il motivo dominante che accompagna i brani, momenti e luoghi, di questa raccolta. Ogni testimonianza, anche quella che ricorda o descrive qualcuno dei mestieri più umili e ingrati, è pur sempre intrisa di nostalgia e di rimpianto.
La nostalgia e il rimpianto del passato (…), il desiderio se non anche il bisogno di un futuro diverso (…) sono sintomi diffusi di un profondo malessere che testimoniano il fallimento del sistema di vita attuale, e sono la più dura e pesante condanna di una presunta civiltà - che di civile, nel senso di umano, ha davvero ben poco.
Uno degli aspetti più negativi di questo sistema è che il suo cosiddetto processo di sviluppo avanza come un rullo compressore, appiattendo, schiacciando, massificando, isterilendo tutto ciò che si lascia dietro. Un processo di sviluppo che distrugge il passato utilizzando senza senno il presente, esclusivamente in una prospettiva futura di ulteriore e più scientifico sfruttamento, per foia di potere e di denaro.


Terza pagina di copertina:

Biografia
Le attività di insegnante e di pubblicista, vissute con coerenza e impegno ideologico, vedono Ugo Dessy presente con la gente sarda nella continua lotta per il riscatto civile: nell'Iglesiente, con i minatori, per il Fronte Popolare; in Marmilla, con i contadini, per l'occupazione delle terre incolte; nell'Oristanese, con i pescatori, per la liberalizzazione degli stagni; in Barbagia, con i pastori, contro l'occupazione militare; con i giovani, per la loro crescita sociale e politica, nei Centri di Cultura AILC e MCC e con i gruppi extraparlamentari e libertari del '68; con i radicali per i diritti civili; con gli oppressi di tutto il mondo per la liberazione dell'uomo.

Bibliografia
Ugo Dessy è stato collaboratore e redattore di numerosi giornali e riviste. Tra questi Tempo presente, Sardegna oggi, Il Giornale, Il Punto della settimana, Nord e Sud, L'Astrolabio, Sassari sera, ABC, Mondo giovane, La Nuova Sardegna, A-Rivista Anarchica, Aut, Herodot, Umanità nova, L'Internazionale, Sa Republica sarda, e altri.
Narratore e saggista Ugo Dessy ha pubblicato tra l'altro Il Testimone - Fossataro - Cagliari, 1966; L'Invasione della Sardegna - Feltrinelli - Milano, 1969; Stato di Polizia, Giustizia e Repressione - Feltrinelli - Milano, 1970; Un'Isola per militari - Marsilio - Padova, 1972; Il Diario dello Stregone - Marsilio - Padova, 1973; La Rivolta dei pescatori di Cabras - Marsilio - Padova, 1973; Quali Banditi? - Bertani - Verona, 1977; La Maddalena, morte atomica nel Mediterraneo - Bertani - Verona, 1978; I galli non cantano più - Bertani - Verona, 1978; Segni della cultura popolare - Alfa Editrice - Cagliari, 1984; Informazione antimilitarista (antologia) - Livorno 1984; Un grande amore (antologia) - La Spiga - Milano, 1984. SU TEMPUS CHI PASSAT - Vol.I “S’annu de su messaju”- Vol.II “Sa mexina”. Alfa Ed. 1989. Educazione popolare - Alfa Ed. 1993. In fase di pubblicazione, dell’Antologia di tradizioni popolari SU TEMPUS CHI PASSAT, i volumi “Is ligendas”, “Is contus”, “Usanzias antigas”, “Is festas”, “Sa poesia”, “Piccioccus de crobi”, “Dicius e frastimus”.

AVVERTENZA

Le attività e i mestieri presi in esame in questa raccolta sono stati, per quanto possibile, divisi in gruppi omogenei:

- REGOLLIDORIS - RACCOGLITORI;
- BENDIDORIS - VENDITORI;
- MAISTUS - MAESTRI D’OPERA;
- ARTIS DE SA TERRA - ATTIVITÀ AGRICOLE;
- ARTIS DE S’ALLEVAMENTU - ATTIVITÀ DELL’ALLEVAMENTO;
- ARTIS DE SA PISCA - ATTIVITÀ DELLA PESCA;
- ARTIS DE SA MENA - ATTIVITÀ DELLA MINIERA;
- ARTIS E FAINAS DIVERSAS - MESTIERI E ATTIVITÀ DIVERSE;
- HOMINIS DE MEXINA - GUARITORI;
- FAINAS DE SA MERI DE DOMU - ATTIVITÀ DELLA MASSAIA;
- FAINAS DE IS FEMINAS - ATTIVITÀ DELLE DONNE;
- TRABALLU DE IS PICCIOCHEDDUS - LAVORO MINORILE.

E’ da tenere presente che persone e cose, fatti e avvenimenti che appaiono in questo lavoro sono riferibili alla realtà di alcune aree geografiche e culturali delle province di Cagliari e di Oristano cosi come è stata vissuta e osservata grosso modo fino agli Anni Sessanta.


INTRODUZIONE

In questo libro vengono descritti o più semplicemente presentati mestieri e attività e, in alcuni casi, tecniche e modi di lavorazione, che ormai vanno scomparendo, quando già non siano scomparsi.
La maggior parte di questo lavoro è costituito da testimonianze "dirette", fornite dalle stesse persone che svolgevano o che ancora svolgono il mestiere o l’attività descritti o presentati. Un’altra cospicua parte è frutto di testimonianze "indirette", che io chiamo “memorie”, alcune dell'autore, altre di varie persone, amici, conoscenti o collaboratori, preziosi e indispensabili informatori, che hanno in comune la nostalgia di un passato in cui sono nati e hanno vissuto.
La "nostalgia del passato" appare il motivo dominante che accompagna i brani, momenti e luoghi, di questa raccolta. Ogni testimonianza, anche quella che ricorda o descrive qualcuno dei mestieri più umili e ingrati, è pur sempre intrisa di nostalgia e di rimpianto.
La nostalgia e il rimpianto del passato (per coloro che l’hanno vissuto), il desiderio se non anche il bisogno di un futuro diverso (per coloro che conoscono il passato attraverso le testimonianze) sono sintomi diffusi di un profondo malessere che testimoniano il fallimento del sistema di vita attuale, e sono la più dura e pesante condanna di una presunta civiltà - che di civile, nel senso di umano, ha davvero ben poco.
Uno degli aspetti più negativi di questo sistema è che il suo cosiddetto "processo di sviluppo" avanza come un rullo compressore, appiattendo, schiacciando, massificando, in definitiva isterilendo tutto ciò che si lascia dietro. Un processo di sviluppo che distrugge il passato utilizzando senza senno il presente, esclusivamente in una prospettiva futura di ulteriore e più scientifico sfruttamento, per foia di potere e di denaro.
Ne deriva così una umanità senza radici nel passato: alle nostre spalle non c'è più traccia della storia di chi ci ha preceduto. Mancanza di radici e mancanza di valori. Il vuoto viene sostituito da falsi valori. In questa civiltà, in questo "illuminato inferno", le umane contraddizioni si moltiplicano all'infinito. La miseria è più miserabile e più sofferta che mai. Il raggiungimento di valori quali la libertà, la giustizia, l'uguaglianza appare sempre più lontano, sempre più un miraggio. E sempre più, questi valori, ormai privi di realtà, appaiono come una beffa alle nuove generazioni, spinte così a prendere le scorciatoie del comodo opportunismo, del facile qualunquismo, della redditizia delinquenza.
Argutamente e non senza amarezza, una vecchia pastora, raccontando la propria vita, sostiene che “oggi nessuno vuole più lavorare” «Oggigiorno il mondo è cambiato. Ci sono troppi vizi, con i soldi che corrono. E per che cosa, poi? Fosse almeno più sana e più contenta, la gente. Quando io andavo a lavorare, mi alzavo all’alba e ci andavo a piedi, e non ci arrivavo gialla come cera e slombata - come sono adesso le donne. Perfino le zappatrici, quelle poche che ci sono rimaste, vanno al campo in bicicletta, e arrivano con gli occhi gonfi di sonno, perché si sono alzate dieci minuti prima, quando il sole era già alto. I soldi che sprecano per comprarsi le biciclette dovrebbero conservarli, se no quando si sposano non hanno lenzuola, svergognate, e se le fanno comprare dal fidanzato. Quelle lo scuoiano un uomo. Si fanno belle di fuori e si vestono di lusso anche per andare a lavorare. E quando non basta il marito, fanno le bagasce.
Con tutte le macchine che ci sono, adesso nessuno vuole lavorare a mano. Il pane non ha più lo stesso sapore. La terra è sforzata e riscaldata da quei concimi, da appena ci buttano il seme. Le spighe le gettano dentro le trebbiatrici, invece di lasciarle al sole che fa bene a ogni cosa. E il grano, di nuovo dentro quelle macchine calde e puzzolenti. Per forza, la farina non viene buona! Ne esce calda e puzzolente. E il pane? Invece di lavorarlo a mano, ributtano la farina in un’altra macchina, e ne viene fuori una pasta frolla che non resiste al lievito. Fatto in casa, il pane, ci vogliono almeno tre ore per lievitare, e che sia ben coperto. Adesso, in mezz’ora, non fanno in tempo neppure ad accendere il forno che già la pasta si sta liquefacendo, e nel forno non si gonfia e non ha il suo buon profumo.
La gente è tutta malaticcia. Quando ero piccola, anche se andavo scalza e poco vestita, medicine non ne avevo mai preso. Oggi le ragazze sono tutte a dolori, sempre prendendo medicine. Per ogni fesseria corrono dal dottore. Sarà che hanno soldi da buttare o che hanno voglia di farsi guardare e toccare. Per parte mia non ci sono mai andata e mai ci andrò - va’ che non mi spoglierei davanti a loro, uomini sono, anche se dicono che non guardano: neanche se avessero gli occhi cuciti col giunco!
Quando devono fare un figlio, si cacano addosso per lo sforzo. Già mi aspettavo la levatrice, io! Il secondo l’ho fatto in campagna. Quando mi sono sentita nel momento, ho lasciato la zappa, l’ho fatto, l’ho avvolto nello scialle e me ne sono tornata a piedi in paese. E gli davo da succhiare fino ai due anni, ché latte ne avevo - adesso tirano un giorno o due e latte non ce n’è più, e a quelle povere creature danno di quella roba in polvere: chissà che porcheria è.
Gli animali lo stesso. Su trenta uova gallate, si e no ne escono cinque col pulcino. Sarà quel mangime nuovo che gli danno o sarà l’aria brutta, non lo so... I galli non cantano più. A malapena si alzano di mattina e fanno un pigolio da pulcino, e le galline, neanche le guardano...
Io dico che se lavorassero in casa non se ne andrebbero al cinema. Io già non lo so che gusto ci provano a chiudersi in uno stanzone buio, a respirare quel tanfo. Neanche in chiesa vado, quando è tardi e l’aria è viziata. Tutt’uno è andarci di mattina presto, quando si sente solo profumo di cera! Adesso, poche ne sono rimaste di candele; è tutto a lampadine. E Dio non deve essere molto contento, perché era povero e non aveva bisogno di lampadari di cristallo.
Per cucinare hanno messo il gas. Tanto hanno lo stesso sapore, il brodo fatto a fuoco di legna nel camino e quello fatto su quella fiamma puzzolente! Tutto per non lavorare. E meno lavora e più la gente muore. Chi non muore di malattia muore di disgrazia, con quelle macchine. Perché non se ne staranno in casa, dico io, invece di andarsene in giro a sbagasciare. Belli sono, uomini e donne, gettati insieme dentro le macchine! A me fa schifo solo a vederli. Figuriamoci a entrarci dentro. Appena me ne passa una vicina, il fumo che ne esce mi fa venire la voglia di vomitare. Adesso li portano in macchina perfino in camposanto. Io una cosa vorrei: che non mi ci mettessero dentro neppure da morta. Lo dico sempre a tutti: che facciano un sacrificio e che mi portino a spalla, in camposanto. Se mi ci vogliono portare. Se no, vaffanculo!, che mi lascino lì.…».1
Il mito di un progresso tecnologicamente avanzato, che affida ogni lavoro alle macchine, è stato, purtroppo, preso troppo sul serio. Il sogno dell’uomo, in questa “parodia di civiltà”, è diventato lo starsene tutto il santo giorno in panciolle o andarsene a spasso in auto o a far acquisti nelle varie città-mercato.
Oggi lavorare è da molti ritenuto qualcosa di superato e perfino di degradante o, “tout court”, una stupidaggine riservata ai fessi o agli immigrati di colore; una sorta di riedizione dell’antica “condanna biblica” comminata al progenitore Adamo, perché rifiutò - stupido! - di sottomettersi al volere di Jahvé, colui che comandava allora. Infatti, c’è chi rispolvera il beato stato di ozio in cui stavano i nostri mitici progenitori nel loro improbabile “Paradiso perduto”. Nel loro Eden - si favoleggia - essi avevano tutto ciò che volevano, senza neppure dover muovere un dito per schiacciare un bottone.
Ci pensava Jahvé. Che cosa chiedesse Jahvé in cambio di tanta grazia non viene detto - come minimo, penso, gli davano l’anima gratis. Rotto con Jahvé, gli uomini hanno imparato a venderla al diavolo, l’anima, massimamente per denaro, cioè a dire per vivere senza far nulla - magari sfruttando il prossimo.
La civiltà d’oggi, che soppianta quella in cui è vissuta la nostra testimone, appare oscenamente imbellettata e ammiccante, lasciando credere che con il suo avvento siano finiti i tempi duri del lavoro (quello che iniziava all’alba e finiva al tramonto) e che ora, finalmente, sia giunta l’era dei soldi facili, del facile piacere e del facile vivere. Ma la vecchia pastora non crede negli allettamenti e nei miraggi, non crede nei “paradisi in terra”, da chicchessia promessi. Sa che la vita vale la pena di essere vissuta se ha un proprio ciclo naturale, nel bene e nel male, nella gioia e nel dolore, nella fatica del lavoro e nel riposo pieno e soddisfacente che si ha soltanto dopo aver lavorato; perché lavorare è creare; creare è esistere e realizzarsi.
Sembrerebbe un discorso moralistico, ma non lo è. Perché mai in nessuna civiltà, come in questa che dà la parvenza della libertà più sfrenata e dell’edonismo più totale, l’uomo si è sentito tanto frustrato e impotente, oppresso e represso, schiavizzato e “scientificamente” sfruttato.
Sembrerebbe che l’unico lavoro che vada fatto, nell’attuale sistema, sia quello di consumare. E neppure consumare per il piacere che può venirne, ma consumare per consumare, un bisogno indotto dai “modernissimi” strumenti di condizionamento di massa. Usa e getta, in un ciclo consumistico senza fine. Come ironicamente riprende il Poeta: queste «son dell'umana gente le magnifiche sorti e progressive».2


CAPITOLO PRIMO

IS REGOLLIDORIS
I RACCOGLITORI


Presentazione

L’attività del “raccoglitore” è vecchia quanto l’uomo. I nostri progenitori hanno vissuto cercando e raccogliendo nel loro ambiente tutto ciò che di commestibile o di utile offriva la natura.
Ancora oggi, ma sempre meno, nelle nostre campagne e lungo le coste è possibile “raccogliere” frutti selvatici o animali commestibili, “secondo natura”. Per esempio asparagi, cardi e carciofini, bietole e cicorie, lumache e chiocciole di terra e di mare, e ancora, lungo le coste, ricci, patelle e arselle. Per non parlare delle bacche del mirto, che si mangiano o si usano per ricavarne un aromatico liquore, o delle bacche del corbezzolo, dolci e pastose, di un bel rosso brillante, o anche le deliziose bacche del rovo, sa mura de orru’, la mora del rovo, da non confondersi con sa mura de gessa o mura de matta, la mora del gelso, dolcissima, succosa, delizia dei fanciulli “predatori” delle campagne.
«Col benessere dei nostri tempi - è il commento di un anziano ma attento testimone della zona del Monte Arci - non solo si trascurano o si dimenticano del tutto i vari frutti selvatici, ma a volte si tiene poco conto anche di quelli delle piante coltivate. Questo perché oggi la gente ha la possibilità finanziaria di comprare a scelta al mercato e persino di essere servita a domicilio. Cinquant’anni fa invece i frutti spontanei delle piante selvatiche, ghiande, bacche di lentischio, mirto, corbezzolo e fichi d’India venivano considerati, come gli altri delle piante coltivate, un vero ben di Dio».
Darò più avanti uno spazio, sia pure breve, per ciascuna delle attività che rientrano nel capitolo dei raccoglitori.


SU SINZIGORRAIU
IL RACCOGLITORE DI LUMACHE

Per quel che ne so, il mestiere (se così si può definire) di regollidori de sinzigorrus, è tra quelli rimasti ancora di uso comune. Almeno sinché ci saranno ancora lumache nelle nostre campagne, dopo il loro sterminio con pesticidi e diserbanti.
In autunno è frequente vedere lungo le strade di grande traffico, dopo un abbondante acquazzone, numerose persone, di età diversa, parcheggiata l’auto in una piazzola, percorrere le cunette laterali con buste di plastica, alla ricerca delle chiocciole che numerose escono a pascolare dalle vicine siepi.
Per inciso, va detto che si stanno organizzando “allevamenti razionali” di chiocciole, che vendono nei supermercati il loro prodotto in contenitori di plastica. Il sapore delle chiocciole d’allevamento, rispetto a quelle “ruspanti” o selvatiche, che dir si vogliano, è certamente diverso, assai più scadente comunque le si cucini.
Tra le tante specie di lumache o chiocciole, quasi tutte commestibili, ne citerò soltanto alcune.
Sinzigorru, o gioga, è la chiocciola dal guscio striato bianco o bruno Is sinzigorrus sono le chiocciole più comuni e anche le più usate nella cucina del contadino.
Sinzigorreddu, o giogaminuda, sono dette le lumachine, di cui è ricca la campagna incolta, dove crescono la ferula e il finocchio selvatico, piante basse cespugliose erbacee, alle quali is sinzigorreddus si attaccano a grappoli. Nell’Oristanese, i raccoglitori di mestiere di giogaminudas usano stendere sotto la piantina un fazzolettone su cui fanno cadere le lumachine che poi vengono versate nel sacco. Se ne raccolgono in un sol giorno grandi quantità. Si vendono ai grossisti che le distribuiscono nei mercati. Is sinzigorreddus, le lumachine, si consumano tradizionalmente in occasione di feste e sagre popolari, dove vengono venduti a misurini, già bolliti in acqua aromatizzata con sale e aglio, per stimolare sete di vino.
Mungetta, detta anche tappada quando è in letargo. E’ la lumaca pomatica, di colore marrone uniforme, con il guscio sottile ed elastico. E’ certamente la lumaca più apprezzata, gustosissima e la più costosa nei mercati.
Sinzigorru de coloru, letteralmente chiocciola serpentina: è una varietà comune di chiocciola dal guscio striato somigliante alla pelle della serpe, ritenuta dalla gente non commestibile.
Pertiazzu o boveri o boboitana è detto il lumacone. Si tratta delle grosse chiocciole carnose dal guscio robusto giallastro-marrone, assai apprezzate anche nella cucina internazionale. Fanno il paio con “les escargots”, i lumaconi francesi.
Gingella, in alcuni paesi detta singella, indica la chiocciola in generale e talvolta anche le pomatiche quando sono sigillate.
In margine, si accenna brevemente a su sinzigorru de mari, di cui l’esemplare più comune è su bucconi, il murice. Nei nostri mari, lungo le coste scogliose, esistono centinaia di specie di sinzigorrus, chiocciole, che vanno dalle dimensioni minuscole alle enormi, pesanti oltre il mezzo chilo, come appunto certi murici.
Le chiocciole in generale (escluse is mungettas tappadas, che si trovano sotto terra), si raccolgono dall’autunno fino alla primavera, ogni volta che cade una pioggia abbondante. Si trovano specialmente lungo i muretti di pietra e a lato delle siepi del ficodindia, dove si sono rintanate durante l’estate.
Buca-moddi, sono dette le chiocciole giovani che hanno il guscio ancora tenero, molle all’apertura.
Sazzauga, sinzigorru sene croxu, la lumaca vera e propria, senza il guscio, non è commestibile e viene combattuta come assai nociva per le colture orticole.
Dopo raccolte, le lumache devono essere conservate po mattiri, per purgare, dentro un corbello a intreccio largo, affinché passi l’aria e gli animali respirino. A inantis de ddas coi, deppint essiri mattias; prima di cuocerle devono essere purgate, in modo che abbiano gli intestini puliti, perché non di rado le chiocciole mangiano erbe amarissime. Nel periodo del “purgatorio” non si lasciano completamente digiune, ma sul fondo de su scarteddu, del corbello, come detto, si mette un po’ di poddini, crusca.
In alcuni paesi esistono appositi recipienti per conservare le lumache, per lo più un corbello a intreccio lasco, con coperchio rigido incernierato con una funicella di cuoio o di giunco. Si usa anche il semplice scarteddu che viene chiuso con un pezzo di sacco legato tutto intorno al bordo con uno spago.
Dopo che le lumache sunt mattìas, sono purgate, prima di essere cucinate, vanno trattate con sale e aglio, per togliere loro la bava, e quindi lavate con acqua corrente. Per questa operazione occorre sa saliocca, o biocca, sale grosso, che va sparsa sopra le chiocciole che reagiscono sbavando. Lavate per bene, vanno immerse nell’acqua bollente e lasciate cuocere per circa mezz’ora. Dopo scolate, prima di essere versate nel sugo, le chiocciole vanno “sculacciate”, cioè si taglia la parte terminale del guscio, per favorire la penetrazione della salsa o di altri condimenti all’interno del guscio, e quindi consentire l’aspirazione del mollusco per bocca o l’estrazione mediante stuzzicadenti o forchetta a un solo dente.
Sono tanti i modi di cucinare is sinzigorrus, le chiocciole, sia quelle comuni che le pomatiche e i lumaconi. Ottime arrostite in su farifari, nella cenere calda, o in griglia, o sulla piastra, o sulle braci, o al forno (gratinate), farcite di una pastella ottenuta con pane grattugiato, olio, sale, aglio, prezzemolo e, a chi piace, con una aggiunta di peperoncino. Ottime anche al naturale, arrostite con un pizzico di sale e un goccio di olio d’oliva.
Nell’Oristanese, is pertiazzus, i lumaconi, una volta bolliti vengono soffritti nell’olio d’oliva con aglio e prezzemolo ben tritati e una spolveratina di pane grattugiato. Questo piatto si accompagna sempre al vino nero, denso e gagliardo. In questo stesso modo, oppure in salsa piccante di pomodoro, vengono cucinate is mungettas, le pomatiche, ovviamente dopo la bollitura.
E’ interessante vedere in quanti diversi modi viene indicata in Sardegna la chiocciola. Si può dire che ogni paese usi un proprio termine: sitzigorru, sinzigorru, sinsigorru, zizzigorru, tivigorru, zinzorra, gingella, sunzorra, zonzorra, pivigorru, tabagorra, barbagorra, coccorra, portamincorrus, barragorru, gioga e giogaminuda.
Normalmente, ciascun componente della famiglia o della comunità, secondo la passione e i gusti, si improvvisa “raccoglitore di lumache”, dall’autunno alla primavera, ogni qualvolta cade una pioggia abbondante e le lumache escono a pascolare. Ma vi era, e vi è ancora, chi va a raccogliere lumache per mestiere, per rivenderle al grossista o direttamente nei mercati. E poiché non si può vivere soltanto raccogliendo chiocciole (seppure si vendano a buon prezzo: fino a 30 mila lire al chilo per is mungettas), si raccolgono altri frutti spontanei che la natura offre, come su sparau, gli asparagi, sa tàparra, i capperi, sa murta, il mirto, s’olioni, i corbezzoli, e cosi via.


SU RIZZONERI
IL RACCOGLITORE DI RICCI
E ALTRI FRUTTI DI MARE

Siamo ai primi giorni dell’anno, alle cosiddette “secche di gennaio”. Is rizzoneris indicano questo periodo come il pieno della stagione della pesca dei ricci di mare. La stagione dura fino alla primavera inoltrata. Ogni giorno di bonaccia, specialmente quando spira la brezzolina della tramontana, è una buona occasione di lavoro.
Con s’ancuredda e su saccu, una sorta di ronciglio e un sacco di juta, su rizzoneri parte a s’orbescida, all’alba, se non prima, per essere nella costa scogliosa alle prime luci.
Alcuni tratti di mare, tra banchi rocciosi, pullulano di ricci (echinus esculentus) dagli aculei mobili, iridescenti, dal nero al marrone, dal blu al viola. Sono più saporiti i ricci pescati su fondali ricchi di alghe.
Su rizzoneri raccoglie la preda con s’ancuredda, il ronciglio, o con una conocchia di canna, cannuga, riempiendone il capiente sacco che egli porta con sé, trascinandolo alleggerito dall’acqua.
Più tardi, a mezza mattina, carica il sacco sul portapacchi di una bicicletta, che egli spinge, camminando a piedi di lato, fino al paese più vicino, dove, andando di casa in casa, vende i suoi frutti di mare a un tanto la dozzina.
Più spesso is rizzoneris vendono i loro ricci lungo le strade trafficate, oppure nella piazza del paese, sopra un tavolo che si fanno prestare da un conoscente del luogo. Talvolta, con i ricci, essi vendono anche altri frutti di mare, che vengono pescati nelle stesse coste e insenature: is orziadas, le attinie, is pagellidas, le patelle, talune specie de cocciulas, di arselle, nonché is bucconis, i murici, is resoieddas de mari o gutillonis, i cannolicchi, is sinzigorrus de mari, le chiocciole marine, is cozzas, i mitili o cozze, e su cavuru, i granchi - specialmente le femmine con le uova che bollite e condite con olio, pepe e sale vengono vendute nelle bettole in autunno, nel tempo delle castagne.


SU COCCIULAIU
IL RACCOGLITORE DI ARSELLE

Su cocciulaiu indica sia il raccoglitore che il venditore ambulante di arselle. Come su pizzigaiolu, o pisciaiu, il pescivendolo, era un mestiere assai diffuso non soltanto a Cagliari e nel suo hinterland ma anche nei Campidani d’Arborea, nel basso Oristanese, in tutto l’arco del Golfo di Oristano, il cui entroterra è disseminato di stagni e di lagune un tempo pescosissimi.
Appunto nelle acque basse e calde degli stagni e nello stesso Golfo di Oristano si pescano le arselle, sa cocciula. Oggi è rimasto ben poco da pescare; e quel poco che è rimasto è inquinato. Si è rimediato in parte con gli allevamenti e l’impianto di stabulari per la depurazione.
Non considerando le numerose specie di importazione che vengono allevate e immesse attualmente sui mercati, abbiamo diverse varietà de cocciulas, di arselle.
Sa cocciula bianca, una specie di arsella chiara, con le valve ondulate a ventaglio, talvolta con macchie giallastre, marron e nero, più o meno scure, non molto polposa ma assai saporita, che potrebbe paragonarsi alla vongola.
Sa cocciula cau, una specie di arsella schiacciata, abbastanza grande, non molto carnosa e insipida, poiché vive in acque paludose, poco salate.
Un’altra specie che merita di essere menzionata è sa cocciula pintada, un’arsella di media grandezza, molto carnosa e saporita, certamente la più pregiata.
Vi è anche, simile a sa cocciula pintada, una specie minuta, detta cocciuledda, che un tempo si trovava in grande quantità nel bagnasciuga sabbioso di tutto il golfo oristanese, specialmente a Torre Grande e a Foxi, nel Cirras. I villeggianti dei paesi dell’entroterra, che dopo il raccolto trascorrevano qualche settimana sulle rive di quei mari, portavano con loro dei setacci che lasciavano passare la sabbia e trattenevano sa cocciuledda, le arselline, raccogliendone ingenti quantità che distribuivano, rientrati in paese, a parenti e amici. Scherzosamente, questa cocciuledda, minuta ma saporita, veniva chiamata spisa-spisa, termine che indica l’atto compiuto con gli incisivi per sgusciare i semi di melone e di anguria.


SU LINNAIU
IL LEGNAIOLO

Quella de su linnaiu, del raccoglitore, portatore e venditore di legna, indicava una attività assai diffusa in tutti i paesi dell’Isola. Dove, per altro, chiunque ne avesse la capacità e il mezzo (cioè essere robusto e possedere un carro), provvedeva da sé al fabbisogno della propria famiglia, senza dover ricorrere alle prestazioni di su linnaiu, del legnaiolo, di colui che faceva quel mestiere.
Tra is linnaius, più in basso stavano is fascineris, i venditori di fascine (detti anche, scherzosamente, fascistas, durante il ventennio), per lo più anziani o ragazzini molto poveri, che andavano al monte per provvedersi di legna. I loro attrezzi erano unu marroni, una zappa stretta e robusta, e una funi, una corda. Le ramaglie dei cespugli, tagliate alla base con su marroni, venivano raccolte in fascine dalla circonferenza di 30/40 centimetri, tenute da sa mussorgia, un doppio legaccio consistente in ramoscelli flessibili, per lo più di lentischio. Raccolte tante fascine quante ciascun linnaiu poteva portarne a spalle, tutte insieme venivano legate in un sol fascio dalla fune, lasciando che i due capi della stessa fungessero da bretelle.
Le fascine venivano vendute in paese, normalmente alle famiglie povere che avevano figli ancora piccoli, o solo figlie femmine, o alle vedove; persone cioè che non erano in grado di provvedere in proprio alla raccolta della legna.
Chi possedeva il carro (a buoi, a cavallo o ad asino), sul finire dell’estate dedicava alcuni giorni alla raccolta e al trasporto della legna, sia in fascine (insostituibili per riscaldare il forno e per gli arrosti), sia in cozzina, radici e ceppi per il focolare (principalmente per il riscaldamento e per cucinare).
Numerose le essenze da ardere, diversificate secondo l’uso specifico e la consistenza, po allumingiai, per accendere, po arrostiri, per arrostire i pesci o le carni del capretto, dell’agnello, del porchetto. Ciò - è il caso di dire naturalmente - in rapporto alla qualità e quantità del patrimonio vegetale a disposizione di ciascuna comunità.
Specialmente negli anni di mezzo del secolo scorso, la Sardegna assiste alla coloniale distruzione dei suoi boschi, prevalentemente a opera dei carbonai toscani e piemontesi, preceduti dai fornitori di legname per navigli della marina militare e civile. Tale dissennato disboscamento venne spesso giustificato con il pretesto socio-politico di far piazza pulita dell’“habitat” di pericolosi banditi. Numerose comunità rimasero cosi prive di quella fonte energetica, da millenni usata comunisticamente, anche dopo l’abolizione degli Ademprivi (1859), ossia del “diritto d’uso” del patrimonio naturale. Alcune comunità della Marmilla, come Pauli Arbarei, ancora alla fine degli anni ‘40, erano così povere di legna da dover usare in sua vece gli escrementi di bue essiccati e la paglia delle fave.
Le essenze da ardere più comunemente usate consistevano negli arbusti del sottobosco, che in mancanza di alberi raggiungevano un notevole sviluppo. In prevalenza, moddizzi, murdegu, arrideli, olidoni, murta (lentischio, cisto, fillirea, corbezzolo, mirto), e, inoltre, zinnibiri e ollastu (ginepro e olivastro).
Gli arbusti, recisi alla base, venivano raccolti, conservati o venduti in fascine; da lì a qualche anno, dalle ceppaie ripollonavano nuove ramaglie. In talune zone, sia per diradare, sia per aprire nuove terre ai seminativi, di queste essenze si estraevano anche le ceppaie. Sa cozzina o cozzighina, la ceppaia, forniva un materiale da ardere più ricco di calorie e più costoso delle fascine.
Sempre come combustibile erano molto diffusi, nei Campidani e nelle aree collinose, il mandorlo, e nelle aree montuose, l’olivastro; e, ovunque, la quercia, l’elce e il rovere.
L’uso che ne faceva il popolo non degradava il patrimonio naturale: rispettava i soggetti produttivi o costituenti il bosco e utilizzava le ramaglie secche o da potatura (come i sarmenti della vite) e gli alberi ormai improduttivi o mal ridotti per la vecchiaia.


SU REGOLLIDORI DE SPARAU
IL RACCOGLITORE DI ASPARAGI

I raccoglitori di asparagi sono per la maggior parte ragazzi dagli otto ai quattordici anni, appartenenti ai ceti più poveri della comunità, che evadono dall’obbligo della scuola per guadagnare qualcosa, per sé o per la famiglia.
Vanno alla ricerca degli asparagi preferibilmente in coppia, per essere in compagnia, e raramente in gruppo. Frequentano, ovviamente, le zone di campagna incolta, dove crescono spontanei gli asparagi, che formano dei cespugli più o meno spinosi, alcuni assai robusti e intricati che, in alcune varietà, possono raggiungere anche l’altezza di due metri. Talvolta, i cespugli dell’asparago crescono e si intrecciano con il rovo, nelle siepi del ficodindia, formando un tutto unico spinoso che costituisce una barriera difficilmente valicabile.
In lingua sarda il vocabolo sparau al singolare, (logudorese isparagu), indica non soltanto le piante ma anche i germogli - i turioni o polloni - ancora teneri dell’“asparagus officinalis” e dell’“asparagus acutifolius”, che si raccolgono per essere consumati, crudi e ancor più cotti. Com’è noto sono dotati di proprietà diuretiche e sono medicamentosi nei disturbi della circolazione. Comunicano all’urina un odore particolare, assai acuto.
Nelle comunità campidanesi, genericamente, si identificano principalmente due tra le tante varietà di asparagina: su sparau mascu e su sparau femina. Il primo è una pianta assai robusta che forma cespugli intricati, forniti di acuminati aculei, e dà polloni commestibili più grossi e di sapore amarognolo; il secondo costituisce una piantina più delicata, poco spinosa, che se associata ad altri arbusti diventa rampicante, sviluppandosi lungo tutta l’altezza della pianta cui si consocia, e dà asparagi più piccoli, dolciastri, assai saporiti, che possono essere consumati in insalata anche crudi. Le due varietà di asparago, mascu e femina, unendo i loro due sapori, danno un risultato di grande squisitezza, comunque li si voglia cucinare e consumare.
Qualche semplice ricetta sarda nella cucina degli asparagi:
- bolliti in acqua giustamente salata, quindi scolati e conditi con olio d’oliva e appena appena di aceto o limone;
- soffritti in padella con un po’ di olio e sale;
- soffritti in padella con del burro (io preferisco l’olio d’oliva che ne esalta maggiormente il naturale sapore) e, a fine cottura (non cuocere troppo!), versare l’uovo precedentemente sbattuto con un pizzico di sale;
- si scelgono alcuni polloni tra i più grossi, ma teneri, e si arrostiscono sulla brace spruzzandoli di sale. Il sale che finisce sulle braci scoppietta rallegrando l’operazione culinaria. Mentre si depone con l’indice e il pollice il terzo asparago il primo è già arrostito, si prende, sempre con le stesse dita, e lo si porta alla bocca. Metodo primitivo che, tuttavia, rende gustosissimo l’asparago, seppure si finisca col mangiarlo insieme ad un po’ di cenere. D'altro canto, è provato che il potassio è fondamentale nell’equilibrio delle cellule, ed è utile in molti disturbi, comprese le aritmie cardiache; infatti, si può empiricamente sostenere che è anch’esso (il potassio contenuto nella cenere) un diuretico ed esalta la stessa proprietà dell’asparago.
Una delle zone più ricche di asparago selvatico, della varietà dolce, è quella che lungo l’autostrada Cagliari-Sassari va da Uras fino a Marrubiu, esattamente nella piana e nelle pendici a Occidente del Monte Arci. Così come nelle campagne che, grosso modo, vanno da Assemini-Decimo verso l’Iglesiente è assai diffuso l’asparago che dà luogo a cespugli robusti e intricati, con polloni più grossi ma di gusto amarognolo. In quelle zone, è facile trovare, ai margini delle strade, numerosi fanciulli che vendono agli automobilisti gli asparagi raccolti e ridotti in mazzetti (che con il passare degli anni da grossi che erano si vanno facendo sempre più striminziti e man mano che rimpiccioliscono come quantità aumentano di prezzo).
Alcuni ragazzi sono organizzati con barattoli d’acqua, dove tengono immersi i polloni per evitarne il deterioramento nelle calde giornate primaverili.
Come si è accennato si tratta di ragazzi di età compresa tra gli otto e i quattordici anni, che spinti dal bisogno familiare o comunque, per rendersi almeno in parte economicamente indipendenti, evadono dall'obbligo della frequenza scolastica per dedicarsi a questa attività di “raccoglitori”. In autunno, sono gli stessi ragazzi che ritroviamo, nei medesimi luoghi, stavolta a vendere funghi, per lo più prataioli, o lumache.


SU REGOLLIDORI DE GIUNCU E CARCURI
IL RACCOGLITORE DI GIUNCO E FALASCO

In alcuni periodi dell’anno, nelle zone paludose del Golfo di Oristano, in particolare da Santa Giusta a Riola, gli abitanti delle comunità rivierasche si dedicano alla raccolta delle erbe palustri, che verranno utilizzate nei lavori di intreccio e nella fabbricazione di numerosi utensili. Tra le erbe palustri di più largo uso abbiamo: su giuncu, sa zinniga e su sessini, il giunco, il giunco spinoso, e il cipero, che ritorti o ridotti in listarelle servono per fabbricare su cannabittu, funi e cordicelle di vario spessore, e per l’intreccio di cestini, corbe, canestri e setacci.
Altre erbe palustri raccolte ai margini degli stagni nell’Oristanese sono sa spadua e su carcuri, i falaschi dalle foglie lunghe, larghe, spesse e spugnose, con cui si ottengono ottime stuoie (rinomate quelle di Santa Giusta, Nurachi, Riola), e i famosi fassonis, imbarcazioni lacustri, la cui tecnica di fabbricazione millenaria si è conservata intatta sino a oggi, e che possiamo ancora vedere negli stagni di Cabras.
Is stojas, le stuoie, costituivano un tempo il principale arredamento dell’abitazione del contadino e del pastore, fungendo da sedile, da giaciglio e da letto: ci si sedeva per mangiare o per conversare, ci si sdraiava per riposare o per dormire la notte.


SA REGOLLIDORA DE MENDULA
LA RACCOGLITRICE DI MANDORLE

Il lavoro di raccolta delle mandorle è detto andai a scudiri e arregolliri mendula, andare a bacchiare e raccogliere mandorle.
Il procedimento attraverso il quale si raccolgono le mandorle, così come per le noci nelle Barbagie montuose, e così pure per le ulive, è detto scudiri mendula, bacchiare mandorle.
Il lavoro di raccolta delle mandorle dal terreno, preventivamente ma non sempre rastrellato, è quello più faticoso e viene fatto dalle donne e dai fanciulli, che stanno tutto il giorno carponi, con la schiena piegata.
Per spiccare le drupe dall'albero occorre sa canna po scudiri, una grossa e lunga canna oppure una robusta pertica di olivastro. Bisogna mettere una buona dose di attenzione nel lavoro di bacchiatura, onde evitare che i colpi troppo vigorosi e male assestati recidano i rametti fruttiferi e di conseguenza si contragga la produzione dell’anno che verrà.
Le mandorle si raccolgono solitamente a fine luglio, o ad agosto, a seconda delle zone e del clima. Il tempo ideale per la bacchiatura e la raccolta delle mandorle è quello in cui la drupa ha il mallo, cioè il primo guscio, non del tutto secco, che sta aprendosi, permettendo così alla mandorla vera e propria, l’endocarpo legnoso dentro cui sta il seme, la parte commestibile, di essere sgusciato più facilmente.
Dopo insaccate e portate a casa, le mandorle vanno ripulite dal mallo e poi lasciate in luogo aerato. I malli secchi vengono usati per alimentare il fuoco del caminetto e così pure l’endocarpo, che dà luogo a una brace consistente, ottima per gli arrosti come la carbonella.
Con il seme della mandorla, macinato o a pezzetti o anche intero, si preparano numerose specialità di dolci. Tra gli altri gli amaretti, il torrone, il “gâteau”, i confetti, e i classici dolci sardi, quali is candelaus e is gueffus, a base di pasta di mandorla. Dal seme della mandorla si estraggono essenze e oli per liquori e bibite. Nella preparazione dei dolci di mandorle, è d’uso utilizzare una certa quantità di mandorle amare - che vanno dosate in modo da evitare pericoli per i consumatori.
Infatti, non bisogna dimenticare che le mandarle amare contengono l’“amigdalina”, «sostanza glucoside che si trova nelle foglie di mandorle amare, di pesco, di lauro ceraso e nel seme di mandorla amara, di pesca, di ciliegia, di amarena, ecc.. Sotto l’azione degli acidi diluiti, o di un fermento detto emulsina l’amigdalina si scinde in acido cianidrico, aldeide benzoica e glucosio. E’ l’acido cianidrico che rende velenosi i semi e le foglie sopra accennati. Da una mandorla amara si svolge circa 1 mgr. di acido cianidrico; circa 50 mandorle amare o semi di pesca danno la morte. Attenti all’uso di tali sostanze per fare dolci».3
Ho sentito dire che in alcuni paesi della Marmilla produttori di mandorle, al posto delle tradizionali canne, si userebbero degli speciali correggiati per abbacchiare le drupe. Tali ainas, attrezzi, per spiccare le mandorle sarebbero costituite da una lunga e robusta pertica alla cui estremità sarebbe legato, con una correggia, un bastoncino di circa trenta centimetri.


SA REGOLLIDORA DE OLIA
LA RACCOGLITRICE DI OLIVE

Il lavoro di raccolta delle olive è detto andai a scudiri e regolliri olia, andare a bacchiare e raccogliere olive.
Nei paesi agricoli dei Campidani, anche le donne con i fanciulli partecipano ai lavori delle campagne. Alle donne e ai fanciulli sono riservate normalmente le attività secondarie, di bracciantato alle dipendenze di un maschio: il padrone o un caporale.
Nelle campagne dell’Oristanese è facile vedere gruppi di donne, fornite di una sacca appesa alla cintola (qualcuna utilizza il grembiule), tra le zolle di un campo dissodato, che raccolgono ad una ad una le olive che l’uomo abbacchia con una pertica. Alle donne, e così pure ai piccoli, vengono di norma riservati i lavori di raccolta della frutta, in particolare delle mandorle e delle olive.
Nel mondo barbaricino, invece, le donne con i piccoli, che tengono loro compagnia, curano l’orto, zappano pomodori, piselli e fagioli.
Nel mondo dei Campidani, donne e bambini raccolgono pomodori per le industrie, diradano e raccolgono le barbabietole e partecipano insieme ai maschi alla vendemmia. Inoltre, le donne, le giovani sotto la direzione delle anziane, adempiono ai compiti di conservazione e di trasformazione di alcuni ortaggi, come i funghi e le melanzane, i cetrioli e i peperoni, i pomodori da salare e far seccare o da fare in conserva, e di certa frutta, come l’uva da far passire o da far la sapa, i fichidindia da consumare freschi, da dare agli animali da cortile o da far la marmellata, e, inoltre, i fichi da far seccare.


SU REGOLLIDORI DE LANDIRI
IL RACCOGLITORE DI GHIANDE

«Per i nostri nonni, uno dei lavori più faticosi e non senza qualche rischio era quello di andare a “boddì làndiri” (raccogliere ghiande).
A parte il fatto che dovevano percorrere strade e luoghi accidentati portando a spalla il sacco pieno, correvano pure il rischio di essere sorpresi e rimproverati dai porcari e caprari che tenevano in affitto il ghiandifero ceduto dall’Amministrazione comunale.
Tuttavia stante la vastità della montagna, riuscivano ugualmente in un posto o nell’altro soprattutto dalle piante isolate esistenti fuori dai lotti affittati, a raccogliere un po’ di frutto che, oltre a servire per alimentare “su proceddu” (maialetto d’ingrasso), veniva venduti per procurare “càncu soddixèddu” (qualche soldo).
Nella maggior parte delle famiglie povere, le ghiande tostate con “s’atturradòri” (l’utensile di latta usato per tostare ghiande, ceci e orzo) sostituivano il caffè, per cui nell’ambiente contadino venivano pure denominate “su caffèi de is pòburus” (il caffè dei poveri)».4


SU REGOLLIDORI DE LOSTINCU
IL RACCOGLITORE DI BACCHE DI LENTISCHIO

«I frutti del lentischio, in altri tempi, avevano un’importanza tale che la raccolta di essi veniva disciplinata da ordinanze prefettizie. Infatti solo quando il Sindaco del paese avvertiva “sa cumoidàdi” (la comunità), a mezzo pubblico bando, che la raccolta di tali frutti era resa libera, le donne potevano andare a “frigài” (fregare le fronde delle piante); ciò avveniva generalmente nell’ultima settimana di ottobre.
Il paziente lavoro di raccolta del lentischio si faceva in questo modo: le donne usavano portare “su xibìru” (crivello) legato con un pezzo di spago a tracolla e, avvicinandosi alla pianta, sfregavano le fronde per staccare i frutti. Mentre per i lavori di raccolta erano addette le donne, agli uomini, marito, figlio o fratello che fosse, spettava quello di “cazzigài” (pigiare)
Prima di procedere alla pigiatura, il prodotto veniva “lutzriàu” ossia lavorato in modo da separare i semi maturi da quelli verdi o acerbi; ciò avveniva in questo modo: il prodotto si versava nell’acqua contenuta in un caldaro da cui si toglievano i semi non maturi che rimanevano a galla, mentre quelli che restavano in fondo all’acqua, cioè i maturi, venivano cotti nello stesso recipiente. I semi verdi venivano somministrati alle galline. Dopo una giusta cottura “su lostìncu” andava versato, un po’ alla volta, in un apposito sacchetto e quindi pressato a “prant’ ‘e pei” (a piedi nudi) in una vasca di pietra oppure in un tronco cavo spaccato detto “lacch’ ‘e cazzigài”. Il liquido ottenuto veniva subito “abribìu” ossia lavorato per separare l’olio dalla parte acquosa detta, appunto, “acquàxriu”, ciò veniva fatto mediante l’uso di un sottile mestolo di legno detto “turra de ispillài”.
Dall’olio ricavato, mentre quello destinato ad uso illuminazione si lasciava grezzo, l’altro per uso alimentare veniva accuratamente cotto. Durante la bollitura, al fine di renderlo più amabile e più commestibile, ci mettevano un pugno di fichi secchi e pezzetti di mela cotogna. Bollito in tal modo l’olio diventava così buono da essere adoperato per tutti gli usi di cucina».5


SA REGOLLIDORA DE FIGU MORISCA
LA RACCOGLITRICE DI FICHIDINDIA

«Bella figu morisca / Bel ficodindia
a is spinas de oru / con le spine d’oro
totu sa ruga est trista / tutta la strada è triste
candu no passas, coru / quando non passi, amore».

La raccolta dei fichidindia impegna le donne nel periodo che, approssimativamente, va da Santa Maria l’Assunta (Ferragosto), fino alla metà di ottobre. E’ il periodo che coincide con la maturazione dell’uva, che culmina con la vendemmia, la pigiatura e la vinificazione.
In quei giorni d’autunno è facile vedere quotidianamente donne e bambini uscire dall’abitato, per dirigersi verso le località della campagna dove ci sono vigne o appezzamenti recintati a cresura de figu morisca, con la siepe del ficodindia. Le donne sono fornite di corbule, ceste, tenute in bilico sul capo con su tidili, il cercine, e de cannugas, di robuste canne la cui estremità culmina in una conocchia, atta ad agganciare e a spiccare a distanza gli spinosi frutti del cactus.
Giunte in un punto poco battuto, dove le siepi siano ricche di frutto, le donne depongono i loro recipienti e, dato di piglio alla canna, iniziano a spiccare i fichi che depongono per terra fino a formarne un mucchio, badando sempre di stare a distanza e di non mettersi controvento, per evitare le microscopiche spine.
Raccolta la quantità sufficiente a riempire corbe e ceste (nonché a satollarsi loro e sa piccioccalla, la ragazzaglia, facendo uno spuntino in loco), i frutti vengono accuratamente scovitaus, strofinati con uno scopetto di erbe, per togliere loro le spine.
A casa, scelti i frutti più belli, da consumarsi in famiglia, gli altri vengono dati in pasto al maiale da ingrasso.
Tale faticosa operazione si ripete quotidianamente po totu su tempus de sa figu morisca, per tutto il periodo di maturazione del ficodindia.
Nei paesi agricoli dei Campidani, i terreni coltivati a orto, a frutteto e a vigna, che formavano la prima fascia territoriale intorno all’abitato, erano recintati da siepi di ficodindia, rinforzate e infittite dai cespugli de s’arrù, del rovo.
Il ficodindia, “Opuntia ficus-indica”, della famiglia delle “Cactaceae”, è una pianta grassa originaria dell’America centrale. Ben presto importata in Europa si è diffusa rapidamente in tutta l’area del Mediterraneo, dove cresce spontanea. Nella nostra Isola, così come nell’Italia meridionale, era assai diffusa. Oggi, in seguito a dissennate trasformazioni fondiarie con mezzi pesanti come le ruspe e le scavatrici meccaniche, le “Opuntiae ficus-indica” vanno scomparendo.
Il frutto della nostra Opuntia viene chiamato diversamente da paese a paese: figu morisca, figuzindia, figu India, figucrabia, figu carbina.
A seconda della varietà o del grado di maturazione sa figu morisca (o figu India), può essere birdi, verde, quando è appena matura ma già dolce; birdi-groga, giallo-verde, quando è nella giusta maturazione; groga, gialla, se è troppo matura; e ancora a naseddu in foras o a naseddu a intru, cioè con il nasello in fuori o in dentro, quest’ultima detta anche a naseddu frungiu, nasello rugoso; può essere a mazza perdosa, quando la polpa ha molti semi; cotta a umbra, se il frutto è maturato all’ombra; figu-folla, se il frutto è inglobato nella pala, che si conserva per mesi ed è ottimo di sapore.
Le pale del ficodindia sono dette in sardo folla o anche carri.
Fino a tempi recenti le siepi di ficodindia erano molto diffuse e sostituivano del tutto i muretti e ogni altro genere di recinzione per delimitare un terreno dall’altro. Talvolta, nei Campidani agricoli, anche le canne e l’alloro coltivato a cespuglio venivano usati come siepi di confine, con funzione di frangivento.
Il ficodindia nostrano si riproduce facilmente per talea. Per dar vita a una siepe di questa essenza, si traccia un solco profondo non più di cinquanta centimetri e si appoggiano da ciascun lato le pale spinose che mettono radici, naturalmente, nella parte a contatto col suolo, senza che, per il momento, vengano ricoperte di terra. Negli spazi tra una pala e l’altra si appoggiano le pertiche del rovo che - queste si - vanno ricoperte di terriccio sciolto, affinché mettano radici e germoglino. Soltanto successivamente, quando è possibile vedere che le pale non sono marcite, il solco viene ricolmato, anche per assestare le piante. In pochi anni ne deriva una recinzione fitta, assai spinosa e praticamente invalicabile.
Per poter accedere alla proprietà, chiusa in tutto il suo perimetro da una siepe di ficodindia, di rovo e di pruno selvatico, è necessario tenere aperto un varco, che si chiama giassu, fatto a misura d’uomo, talché in alcuni casi bisogna avanzare carponi per introdursi nel fondo. Su giassu, il varco nella siepe, normalmente viene chiuso con sa tuppa, un groviglio grossolanamente sferico costituito da ramaglie spinose, per lo più pruno e rovo. Per aprire e chiudere su giassu, il contadino reca sempre immancabilmente con sé un arnese bivalente che viene chiamato indifferentemente sa frochitta o su cavunazzu, la forchetta o il roncolaccio. Tale attrezzo è costituito da un bastone di olivastro alle cui estremità sono inseriti unu cavunazzu, una roncola, da una parte, e una frochitta, una forchetta, dall’altra. Oltre che per spostare o rimettere il groviglio spinoso a chiusura del varco della siepe, questo attrezzo serviva per potare la stessa, riconducendola a dimensioni non eccessivamente ingombranti, dato che ficodindia e rovo sono due essenze che crescono assai rigogliose e in modo scomposto.
Il ficodindia è assai prodigo di frutti che costituiscono un elemento importante nell’alimentazione della famiglia contadina e nella dieta del maiale da ingrasso che, tradizionalmente, viene macellato in novembre.
A tarda primavera le pale si riempiono di fiori giallo e arancione e durante tutta l’estate si forma e cresce il frutto, che giunge a piena maturazione a fine agosto, in coincidenza con alcune varietà di uva. Tuttavia la tradizione popolare vuole che il frutto del ficodindia sia commestibile e salutifero soltanto se consumato dopo le prime piogge, che ridanno linfa alle piante dopo la calura estiva. Fanno eccezione naturalmente i frutti delle siepi che recingono gli orti irrigui, i quali non soffrono la siccità e producono esemplari più sviluppati, più succosi, anche se c’è chi sostiene che il frutto delle piante irrigue riempia si l’occhio, sia cioè bello da vedere, ma non soddisfi il palato, in quanto il selvatico è sempre il più saporito.
Il frutto del ficodindia è assai spinoso e spesso è situato in alto o in posizione da non poter essere raggiunto facilmente. Pertanto, è necessario fornirsi di uno specifico, seppure rudimentale, attrezzo: sa cannuga, costituita da una lunga e robusta canna che termina, nella parte più grossa, con una forcella a tre punte, somigliante a una conocchia. Il frutto globuloso viene incastrato con sa cannuga, la canna a conocchia, e facilmente spiccato dalla pala cui è attaccato. Nel compiere tale operazione bisogna stare molto attenti a non mettersi controvento perché, muovendo le pale del fico, si smuovono nugoli di spine quasi invisibili che si infiggono nelle parti più delicate del corpo. La loro puntura è fastidiosissima e assai arduo è l’estrarle, operazione che si fa con le unghie e nella quale, normalmente, tutte le donne che vanno a raccogliere i fichidindia diventano esperte. Quando la spina non è estraibile, perché si è spezzata, alcuni usano passare sulla pelle la lama del coltello, in modo da tagliare la spina più profondamente possibile: il procedimento della lametta quando ci si fa la barba.
Come si è già accennato, i fichidindia raccolti con sa cannuga si ammucchiano sul terreno e si procede all’operazione di “spinatura”, detta in sardo scovittai, scopettare. Si fabbrica con dell’erba, per lo più con i tralci della vite, uno scopetto che, ripetutamente, si passa sui frutti liberandoli dalle spine. Ma, prima di poterli gustare, sorge il problema di come vanno sbucciati, e non è facile farlo se non seguendo una ben precisa tecnica, onde liberare il ficodindia dallo spesso fibroso involucro e, soprattutto, per non ficcarsi in bocca le diaboliche finissime spine, che sempre residuano anche dopo la più attenta scovittadura. Si prende il frutto, meglio se appoggiandolo sopra un piano, e con un coltello ben affilato se ne tagliano le due estremità. Sulla parte centrale restante, con la punta del coltello, si pratica un taglio longitudinale; quindi la buccia può essere facilmente rimossa. L’operazione di sbucciare il fico con tale tecnica è detta crastai figu morisca, letteralmente: castrare fichidindia.
Nei tempi andati, specialmente al tramonto, non era difficile vedere, nei cortili di casa, donne sedute su scanni, davanti a un cesto di fichidindia, intente al lavoro de sa crastadura, della sbucciatura, per dare i succulenti frutti al maiale da ingrasso, il quale, poco distante, nel suo pertugio, grugniva seguendo impaziente l’operazione. Va detto che sa crastadura, l’estrazione totale della buccia, era riservata ai maiali schizzinosi, perché la maggior parte di questi animali domestici mandavano giù tranquillamente il frutto con la buccia, a cui però andava sempre tolto su naseddu, la parte superiore, dura e fibrosa.


SU REGOLLIDORI DE TOMATIGA
IL RACCOGLITORE DI POMODORI

«Il ragazzo ha dentro di sé una voglia immensa di imparare. Sta all’adulto fare in modo che venga coltivata e soddisfatta in lui questa voglia di imparare. Ciò non è da confondersi minimamente con lo sfruttamento del lavoro minorile, che è una cosa abietta
Nella mia famiglia il diritto allo studio era una cosa sacrosanta per tutti noi figli, anzi oserei dire che era considerato più che un diritto un dovere.
I miei genitori si prodigavano per metterci nelle migliori condizioni per fare il nostro dovere di studenti: i compiti prima di tutto, prima del divertimento, senz’altro, ma anche prima di qualsiasi altro lavoro. Voglio dire meglio che se per caso avevo da studiare così tanto da trascorrere tutta la sera sui libri, venivo esonerata persino dall’aiutare la mamma ad apparecchiare.
Nonostante questo, però, ognuno di noi figli doveva imparare a fare di tutto: sia i mestieri di casa, sia il cucito e la maglia, sia i piccoli lavori domestici di manutenzione e anche, man mano che si cresceva, i lavori di campagna, dato che la mia famiglia è di estrazione contadina.
Alla luce di queste cose uno dei regali che mi veniva promesso per la promozione era di poter andare a lavorare (per la durata dell’estate) presso qualche conoscente della mia famiglia che potesse darmi l’opportunità di imparare i primi rudimenti di una qualche attività; a me la scelta dell’attività.
Fu così che all’età di quattordici anni, dopo esser stata due estati da una sarta da donna e una da una sarta da uomo, ottenni finalmente il permesso di andare in campagna a raccogliere pomodori.
I miei genitori presero contatti con il proprietario, il quale, considerando che tutti gli altri lavoratori erano adulti, consigliò i miei di far andare anche mio fratellino: mi sarebbe stato d’aiuto per non restare troppo indietro rispetto agli altri.
La sera prima, venne preparato il pranzo da consumare in campagna. L’indomani all’alba eravamo tutti presenti all’appuntamento, pronti per salire sul rimorchio trainato dal trattore, che ci dava un passaggio fino al terreno dove erano coltivati i pomodori.
Durante il viaggio i grandi fecero subito la nostra conoscenza e si informarono anche su tutta la parentela, per meglio identificare i nuovi arrivati. Trovammo però anche grande disponibilità nel comunicarci i primi teorici rudimenti del nuovo lavoro.
Appena arrivati alla proprietà del sig. Giovanni, il primo compito fu quello di murzai, cioè di fare una piccola colazione a base di pane e formaggio o pane e salsiccia, roba portata da casa, si capisce. Questo perché se uno non mangia non ha forze e non può lavorare.
Poi ci vestimmo in modo adeguato per affrontare la giornata da trascorrere sotto il sole e in mezzo ai pomodori: per difendersi dal sole bisogna avere un cappello, un fazzoletto abbastanza grande da mettere sulla testa e una borraccia di acqua; per difendersi dai pomodori bisogna avere tutte le parti del corpo coperte, perché questi vegetali contengono lungo tutta la pianta una sostanza che al contatto fuoriesce e macchia la pelle prima di un colore giallo poi crea una patina sempre più consistente e di colore scuro - prima regola da imparare: questa patina viene via sfregando le mani con la polpa degli stessi pomodori, che al contatto con questa crea una schiuma giallo verde.
Dalla tettoia degli attrezzi, ognuno prende i paiuoli che serviranno per metter i pomodori raccolti lungo i filari. E ci si avvia a piedi fino al terreno dove sono i pomodori. Ci si dispone uno per ogni filare, tranne io che sto con mio fratello. Lungo la strada, si tratta di una striscia di terra battuta soprattutto per il passaggio di trattori più o meno carichi, sono messe le cassette di legno, che andranno riempite con i paiuoli carichi di pomodori. Ognuno sigla le sue cassette con un simbolo o con le iniziali del proprio nome. Questa operazione era cosa assai importante perché la retribuzione era calcolata un tanto a cassetta, esattamente 150 lire. Per riempire una cassetta a un adulto occorreva circa mezz’ora o anche meno, pertanto in una giornata di otto ore riusciva a riempirne dalle venti alle venticinque.
Io, data l’età e la mancanza totale di esperienza, per riempire una cassetta impiegavo circa un’ora.
Il lavoro era abbastanza faticoso, si trattava di stare chini tutto il giorno a frugare in mezzo alle piantine per togliere i pomodori belli maturi, stando attenti a non spezzare i rami, ormai tutti adagiati sul terreno, perché sulla pianta c’erano ancora tanti pomodori che dovevano finire di crescere e di maturare; trasportare i paiuoli pieni fino alle cassette e lì vuotarli; e, all’arrivo del trattore, aiutare l’autista a caricare le cassette sul rimorchio, anche se quest’ultima parte del lavoro veniva svolta soprattutto dagli uomini.
Nelle prime ore del mattino il tempo volò via molto in fretta: c’era novità in ogni cosa dal lavoro in sé ai rapporti con gli altri, tutto mi incuriosiva e mi affascinava. I grandi erano diversi lì in campagna: ridevano e scherzavano facendosi battute tra loro senza curarsi del fatto che gli altri potessero sentire, anzi sembrava persino che il pubblico fosse uno stimolo al divertimento. Ogni tanto qualcuno si ricordava che c’eravamo anche noi e ci invitava a lavorare con lena e a non prestare ascolto a tutte quelle stupidaggini che venivano dette.
Intorno a mezzogiorno, anche senza guardare l’orologio, qualcuno poi dava a voce alta il seguente avvertimento “Piccioccus... est ora de scappai a prandi” e di colpo tutte quelle schiene ricurve si raddrizzavano. Era arrivato il momento della pausa per il pranzo.
Nell’andar via dal campo si raccolgono dei pomodori che serviranno per il pranzo e altri per la pulizia delle mani.
Poco lontano era stata costruita una tettoia di frasche e di canne per ripararci dal sole e i proprietari avevano messo a disposizione un tavolo bello grande e delle panche per poterci sedere a mangiare. Erano contenti i miei compagni di lavoro per questa comodità e apprezzavano il padrone che era stato sensibile alle loro richieste.
I commensali mettevano sul tavolo tutto ciò che avevano portato da mangiare e tutti erano invitati a servirsi a loro piacimento.
Dopo il pranzo un piccolo riposino, a raccontare altre storie - per inciso in una settimana di lavoro non credo di aver sentito la stessa storia due volte, il loro numero sembrava infinito - e poi di nuovo a lavoro.
Intorno alle 16,00 veniva fatto l’ultimo carico di cassette sul rimorchio, in modo che il trattore potesse fare il trasporto e rientrare in tempo per accompagnarci in paese. Si lavorava ancora per circa un’ora e mezza - il tempo necessario per preparare il primo carico dell’indomani. Dopo di che la solita frase: “Piccioccus est ora de scappai” e tutti, raccolti le proprie cose e i pomodori per la pulizia, ci avviavamo verso la casa e al pozzo, per prepararci e tornare in paese. Al rientro del trattore eravamo tutti pronti.
Il viaggio fino a casa era tutto un canto.
Quella prima volta trovai mia mamma ad aspettarmi alla “fermata del trattore” - voleva assicurarsi che ci fossimo comportati bene. Tutti a una voce le dissero di si, e aggiunsero: “No s’hant mossiau” - non ci hanno morsicato. La prova, appunto, che io e mio fratellino avevamo fatto da bravi.
La mattina dopo tutti puntuali all’appuntamento».6


SU REGOLLIDORI DE CARRAMAZZINAS
IL ROTTAMAIO

Su regollidori de carramazzinas era un mestiere che aveva una sua rilevanza economica, ma si poteva svolgere quasi esclusivamente nelle città e nei grossi paesi. Per certi versi, può considerarsi, ancora oggi, un servizio per i ceti borghesi e benestanti, che periodicamente rinnovano arredi e utensili d’uso o li gettano via quando siano deteriorati perché ingombrano e vanno sostituiti.
Nei nostri villaggi agricoli e pastorali, dove vigeva l’autarchia più ferrea, su regollidori de carramazzinas avrebbe avuto ben poca possibilità di sopravvivenza. Nulla vi era nella casa del nostro contadino, nessun oggetto o attrezzo, che, per deteriorato che fosse, venisse gettato via. Qualunque cosa avesse cessato di adempiere alla sua originaria funzione veniva riutilizzata con una nuova diversa funzione. Tutto continuava a essere conservato e utilizzato per “quel che sarebbe potuto servire in futuro, a chiunque fosse andato in possesso”. Nel frattempo, gli utensili, gli oggetti d’uso, gli arredi, venivano stugiaus in su stauli, in mesu de totu is ateras carramazzinas, conservati sotto la tettoia, fra tutte le varie carabattole.
Una vecchia pentola di ferro smaltato, che avesse perso lo smalto o si fosse bucata sul fondo, serviva egregiamente come fioriera, come vaso di geranio o di basilico, da sistemare in bellavista sul muretto del loggiato di casa. Ricordo, nei paesi della Marmilla e della Trexenta, pentole e tegami di ferro smaltato dai colori vivaci, rosso e bianco, o verde e marrone, o blu e bianco, fare la loro bella figura sui muretti di pietra a secco che segnavano il confine tra i cortili delle case di abitazione.
Tutto poteva essere riciclato: il manico di una zappa che si fosse rotto in due diventava due manichi da martello, o da massetta, o piantatoi per l’orticello dietro casa. E che dire de is odriangus e is lorus, le briglie e le strisce di cuoio per legare i buoi al giogo, che, quando si spezzavano e non si potevano ricucire ancora perché troppo logori in quel punto, venivano utilizzati nelle parti ancora buone per fabbricare zoccoli alle bambine, o singeddus, cinture, per tenere su i calzoni dei ragazzi - i quali, detto per inciso, portavano i calzoni smessi del padre, fino al loro totale disfacimento.
Secondo una sorta di legge naturale applicata all’economia del contadino, “nulla si distruggeva e tutto si riutilizzava”. Anche quando le cose fossero putrefatte o diventate cenere, servivano come concime per dare sostanza alla terra; e da lei, dalla Grande Madre, da dove tutto veniva e dove tutto finiva, cogliere ulteriore sostentamento.
Chi proprio avesse avuto la vocazione del “raccoglitore” - lo spirito vagabondo dell’ambulante - si forniva di un carretto, per lo più tirato a mano o da un asino, e andava in giro per i grossi paesi, o per la città, a cercare reti metalliche e spalliere di letti ormai sgangherati, lavamani in ferro battuto rugginosi e malandati e quant’altro residuato potesse trovare specialmente in ferro - dato che questo metallo, in previsione di una guerra, viene accatastato e conservato nei depositi in cui i rottamai lo vendono per poche lire, per essere rivenduto a caro prezzo, a tempo debito, per “difendere e salvare la patria”.
Una figura di regollidori de carramazzinas assai nota nell’Oristanese era quella di Ziu Celestinu, diventato famoso da vecchio, mi pare nel 1966, per via di Piricu, l’asino che lo aiutava nel lavoro tirando la carretta, che gli venne sequestrato dalle competenti autorità per morosità nel pagamento della imposta sulla casa di abitazione.7


SU TUVARAIU
IL CERCATORE DI TARTUFI

Veniva a casa di frequente un uomo di mezza età con un cestino e un cagnolino che gli stava sempre alle calcagna: era unu tuvaraiu, che cercava i tartufi che poi rivendeva in paese. Mia madre, che era un’acquirente fissa, era la prima a essere visitata e a ricevere l’offerta dei prelibati funghi.
L’uomo entrava e sostava nell’ingresso; e il cagnetto ben educato si accucciava sulla soglia della porta, dal lato esterno. Mia madre arrivava e salutava l’uomo informandosi con parole di cortesia se la giornata fosse stata buona e se avesse fatto una buona raccolta, interessata alla qualità del suo prodotto che cominciava a controllare nel cestino che le veniva offerto.
Mia madre sceglieva uno a uno i tartufi, che deponeva nel piatto grande di porcellana. Prendeva soltanto quelli di media grandezza, il più possibile tondi e lisci, scartando quelli piccoli, i frammenti e quelli grandi, deformi e bitorzoluti, perché avevano fagocitato terra sabbiosa.
Tra le mie zie si faceva un gran parlare di me, allora, quando ero bambino, per una mia frase di insofferenza verso i tartufi; una frase che, raccontava mia madre, avrei pronunciato a tavola schifato di vedermi servire troppo frequentemente una certa pietanza: «Sempiri minestra de tuvara, sempiri minestra de tuvara!...» (Sempre minestra di tartufi, sempre minestra di tartufi!…)
Ne parlavano, le mie zie, come di un benedetto caso di ingenuità, non sapendo e neppure immaginando io di quale rara squisitezza avessi la fortuna di godere, fortuna di cui mi lamentavo.
Può darsi che quel mio non apprezzare una tale prelibatezza derivasse dal fatto che mia madre non fosse riuscita a farmi capire quanto raro e squisito fosse un simile piatto, servendomelo cosi spesso. Ma, forse, ero soltanto un ragazzino viziato e i tartufi non li gradivo cucinati in quel modo, per insaporire la minestra. Mi piacevano, e mi piacciono tutt’ora, nelle più gustose e sapide salsette verdi o in quelle al pomodoro, con cui condire is macarronis, i maccheroni, o is malloreddus, la tradizionale pastasciutta isolana, oppure, ancora meglio, i tartufi cucinati e consumati a sé, al posto di un volgare spezzatino di agnello o di un altrettanto volgare spezzatino di patate.
A quei tempi, negli Anni ‘40, i tartufi erano un prodotto facilmente reperibile e li si vedeva di frequente nelle cucine, e non solo in quelle della gente benestante. Con il passare del tempo, negli Anni ‘50 e ‘60, è stato sempre più difficile trovarli nel mercato, e non so spiegarmene la ragione.
Su tuvaraiu, l’uomo della mia fanciullezza, che passava periodicamente in paese con il suo cestino di tartufi, non era il solo che girasse per le campagne dell’Oristanese, dalla fine dell’autunno all’inverno, alla ricerca del prezioso fungo che nasce e vive sottoterra, specialmente nei terreni sciolti, morbidi e sabbiosi.
Come ogni mestiere, forse anche in misura maggiore, quello di su tuvaraiu necessita di una approfondita conoscenza del terreno, della vegetazione, delle tecniche di ritrovamento e di estrazione.
Per alcune varietà di tartufo, su tuvaraiu ha bisogno di un cane, non importa di quale razza, purché addestrato a riconoscere con l’olfatto il prelibato fungo che, per altro, emana un intenso, caratteristico aroma. Localizzato il fungo, su tuvaraiu usa una bacchetta rigida con una punta simile ad uno spillone, con cui tasta il terreno infilzandolo dolcemente fino a percepire il corpo duro del tartufo. Egli allora scava e raccoglie i frutti che riesce a trovare.


SU CIRCADORI DE ANTIGHIDADIS
IL TOMBAROLO

Alcune zone della Sardegna sono, o forse è meglio dire erano, ricche di reperti archeologici, specie del periodo Neolitico e di quello storico del periodo Punico-romano. Un’area di rilevante interesse che conosco è quella Punico-romana di Tharros, nella Penisola del Sinis, territorio appartenente ai Comuni di Cabras e di Riola, vicini alla città di Oristano. A Oristano e nei paesi della zona - come si apprende anche da illustri studiosi del passato, tra gli altri il Della Marmora - esiste da tempo un’attività, abbastanza redditizia: quella de is circadoris de antichidadis, dei tombaroli, che profanano le tombe della Necropoli punico-romana, per sottrarre monili d’oro e d’argento e pietre preziose, quali scarabei di squisita fattura egiziana, che ornavano le salme che venivano deposte nei sepolcri.


SU REGOLLIDORI DE COSAS ALLENAS: SU FURONI
IL RACCOGLITORE DI COSE D’ALTRI: IL LADRO

Un’arti, un’attività, custa de su furoni, questa del ladro, chi cunsistit, che consiste, in su regolliri e poniri in bucciacca is cosas allenas, nel raccogliere e mettere in tasca (propria) le cose altrui. Un’attività che può diventare pericolosa se non si possiede acuto il senso dell’opportunità, se non si ha la mente sveglia e non si hanno le mani abbastanza veloci. Essendo un’attività vietata, repressa dalla legge e poco tollerata dai benestanti, bisogna stare attenti a eventuali gendarmi e ancor più a certi individui suscettibili, molto attaccati alle loro cose, che reagiscono male se vengono alleggeriti, anche se di poco, della loro proprietà.
Come insegna la scuola napoletana - ma anche nella nostra Isola ci sono veri e propri maestri in s’arti de su regolliri e poniri in bucciacca cosas allenas - tutto ciò che è incustodito o custodito male, cioè tutto, eccettuati i soldi in banca, appartiene al primo che lo vede. Giusto anche l’antico proverbio de sa balentia, del codice d'onore: «Furat chini furt in domu», ruba chi ruba in casa propria, «e furai in domu allena no est furai», e rubare in casa d’altri non è rubare.


IS CASSADORIS
I CACCIATORI

Ho creduto opportuno inserire is cassadoris, i cacciatori, come appendice nel capitolo dei regollidoris, raccoglitori, poiché di raccoglitori pur sempre si tratta, anche se armati e con l’obiettivo di colpire una preda animata, in movimento, che non si lascia prendere, come suol dirsi, con le mani.
Raccoglitori anche perché è arcinoto che quando i cacciatori non trovano selvaggina, o dopo che l’hanno trovata e non hanno più voglia di cercarne altra, rastrellano - spesso anche in terreni recintati e chiusi - tutto ciò che capita loro sotto tiro, stavolta non di doppietta ma di mano: lumache, asparagi, olive e frutta di ogni genere - e qualcuno opina anche qualche agnellino o maialetto che “si è smarrito”.
I cacciatori, di solito appartenenti ai ceti abbienti o a quelli senza un mestiere fisso, sono malvisti dal contadino, per quel loro modo di fare prepotente, per quel loro entrare da padroni nei terreni altrui, spesso danneggiando le colture che sono costate tanti sacrifici. Dure critiche vengono loro fatte anche dagli ambientalisti, per i danni che producono alle specie animali e al loro habitat.
Personalmente ritengo che ciò che va male non è tanto la caccia in sé, ma il modo in cui è organizzata e le speculazioni che ne vengono fatte dalla società dei consumi. Per non parlare dei ricatti da parte delle “competenti” autorità per la concessione del porto d’armi.
Ci sono, in linea di massima, tre tipi di cacciatore: quello solitario, quello che va in coppia e quello appartenente a un clan o congrega.
Il primo è il cacciatore classico, introverso e quasi bisognoso di stare a contatto della natura - sia pure in un rapporto che per certi versi è violento - che si vuole cimentare in primo luogo con se stesso, forse per dimostrarsi ciò che vale, nell’affrontare situazioni difficili se non anche pericolose.
Il secondo è lo sportivo che ama star in compagnia, che necessita di consenso e in particolare crede che in due (anche se due mediocri) si riesca a fare meglio che da soli. E’ di solito, insieme al pescatore per hobby, un classico ballista che ama raccontare le sue fenomenali prodezze di caccia e decanta le sue eccezionali prede.
Il terzo è il cacciatore organizzato, al quale piace sparare senza risparmio, possibilmente con fucili “mitragliatori” e, a parte i cani, con seguito di battitori e portatori di arsenali; che ama le mattanze, sia quelle di anatre e folaghe negli stagni, sia quelle di cinghiali nei boschi o di lepri e quaglie in campagna.
A quest’ultima categoria di cacciatori appartengono i ceti ricchi e benestanti che capeggiano le battute; ma vi si possono trovare pure cacciatori appartenenti alle categorie servili, che nei clan o congreghe hanno la funzione di facitori e portatori: tengono i cani, fanno da battitori e da riporto, trasportano le proviande e, all’occorrenza, accendono il fuoco e cucinano… per lo più la selvaggina portata da casa: anguille e muggini del Mare di Pontis.
La caccia, almeno da noi, è considerata uno sport virile, pertanto è appannaggio degli uomini che, bene o male, si ritengono virili. Soltanto in tempi assai recenti e raramente abbiamo il caso di donne cacciatrici - per lo più “forestiere” o appartenenti ai ceti benestanti - quando non si trattava di amanti di famosi latitanti, che apprendevano l’arte della caccia per uno stato di necessità.
Presso le nostre comunità dell’interno, tali donne, “eccezionali” sotto ogni punto di vista, sono mal giudicate. Per essere più chiari sono considerate “di facili costumi”. E, ironizzando, si dice di esse che “sunt feminas chi andat a cassa de pillonas”, sono femmine che vanno a caccia di uccelli - dove pillonis, al maschile, in lingua sarda, significa “uccelli piumati” e pillonas, al femminile, significa “uccelli d’altro genere”.


SA CASSA
LA CACCIA

«La caccia era un’attività comune nei nostri villaggi, cui i più dotati si dedicavano per vivere; una attività da non confondersi con quella fatta per passatempo, “per sport”, dai benestanti con la guida dei balentes della comunità, i quali, nei giorni estivi o in particolari periodi dell’anno, in comitiva, davano vita a memorabili battute di caccia che duravano anche più giorni. Chi in montagna, per cinghiali o cervi, lepri o pernici; chi in pianura, per conigli, quaglie o tordi; chi negli stagni, per anatre o folaghe.
Con quella del “raccoglitore”, la caccia è l’attività più antica del mondo. I Sardi hanno fama d’essere ottimi cacciatori, fucilieri dalla mira infallibile.
Io sono testimone del mio tempo, che è ormai passato; non dirò, pertanto, dei modernissimi e sofisticati fucili a ripetizione oggi di moda. Io ricordo i cacciatori che possedevano la “preziosissima” doppietta, su fusil’ ‘e cassa, che custodivano e curavano con mille attenzioni, da cui non si separavano mai.
Su cassadori era considerato un signore, in paese, perché nella sua attività non era dipendente da alcun padrone, la sua famiglia mangiava spesso carne e buoni erano i proventi della vendita della selvaggina, che finiva nelle case dei ricchi o nei mercati delle città.
Ogni cacciatore, naturalmente, era maggiormente esperto in un settore particolare, proprio dell’ambiente geografico della sua comunità. Se di montagna o di pianura o di zone paludose, la selvaggina cambiava e cambiavano insieme le tecniche e i modi della caccia».8


SU CASSADORI
IL CACCIATORE

Su cassadori de respectu, il cacciatore di rispetto, a qualunque ceto sociale appartenesse, esibiva sempre unu preziosu fusili, una preziosa doppietta, con una cartuccera ben fornita e una pariga de crapittas accioladas, un paio di scarponi da campagna con doppia fila di chiodi.
Nei tempi andati, la caccia era l’attività produttiva e insieme lo sport più diffuso, praticata esclusivamente dai maschi della comunità, una volta raggiunta la maggior età. Intanto, fin dall’infanzia, la ragazzaglia si addestrava alla caccia con armi rudimentali, quali su tirallasticu, la fionda, ricavata da un ramo biforcuto, due elastici e un pezzetto di pelle rettangolare.
I requisiti di legge richiesti per ottenere il porto d’armi, in special modo la fedina penale pulita, non sempre erano presenti; tuttavia, la cosa non limitava contadini e pastori nell’uso del fucile che, essenziale strumento di difesa e di caccia, era posseduto da tutte le famiglie, anche le più povere.
Per i ceti meno abbienti, il possesso del fucile e il suo uso per la caccia consentiva di rifornire la frugale mensa contadina con carne di selvaggina, per lo più lepri, tordi, quaglie, pernici, folaghe, anatre e cinghiali.
Per i ceti benestanti, la caccia era esclusivamente un hobby, uno sport proprio del loro status sociale e non di rado veniva esercitata nelle riserve padronali, sempre in gruppo, con seguito di fanciulli battitori e portatori e di cani addestrati a puntare, a scovare e a riportare la selvaggina.
Un buon cacciatore partecipava periodicamente a battute di caccia grossa, in particolare al cinghiale di cui si hanno testimonianze letterarie di rilevante interesse etnologico. Tra queste, la testimonianza di Tigellio Contu,9 dove racconta con dovizia di particolari lo svolgersi della caccia grossa.
L’apertura della caccia aveva inizio il 1° maggio, in piena primavera, in un periodo in cui gli abitanti erano liberi da importanti lavori agricoli, quali la semina, la zappatura e la mietitura.
Le battute di caccia fatte in comitiva duravano dall’alba al tramonto e a mezzodì si interrompevano per sa picchettada, il banchetto agreste: veniva acceso un gran fuoco per arrostire, con spiedi di legno, parte della selvaggina che costituiva un ulteriore arricchimento alle provviste portate da casa, in occasione del pranzo.


SA CASSA DE IS TRUDUS
LA CACCIA AI TORDI

«Taccula est unu mazzu de pillonis, chi deppint essiri turdus o meùrras, ni mancu de ottu in dogna mazzu», taccola è un mazzo di uccelli che devono essere tordi o merli, non meno di otto in ogni mazzo. Annota diligentemente Vissentu Porru, il celebre estensore de su "Dizionariu", del "Dizionario", e aggiunge che la “taccola” di Firenze ne contiene sei. Gli uccelli sono tordi o merli.

«Un mestiere, quello di andare a caccia di tordi, ormai quasi scomparso, perché quasi scomparse sono le persone che lo sanno fare o che sono in grado di farlo.
E’ un mestiere ricco di fascino e avvolto da un’atmosfera magica. La montagna era tutta segnata e divisa e ognuno aveva la sua zona. Qualche anno andava così così, ma qualche anno non si faceva quasi a tempo a lavarli, tanti ce n’erano. Dipendeva dal tempo: se l’autunno era caldo e piovoso quanto bastava, in particolare pioggia la notte e sole di giorno, le olive si sviluppavano bene e la loro maturazione cominciava presto. In questa situazione, i tordi, che vengono dalla Spagna, arrivano qui che sono già belli grassi, e saporita è la loro carne, perché in Spagna hanno fatto a tempo a cibarsi di olive e mirto, e arrivano qui pronti per finire in padella.
Il lavoro più importante è quello di preparare la montagna. A casa sono già stati preparati i “lacci” o “lazzus” detti “a campanella” per la forma che assume il legaccio, e, arrivati nel punto dove passano i tordi, i “lacci” vengono disposti tra i rami degli alberi e dietro ogni “laccio” un’esca alimentare che attiri un tordo, facendogli infilare “involontariamente” il collo nel cappio. Questo si chiude e per il tordo è finita.
La preparazione del terreno è importante perché l’uomo deve cancellare ogni traccia, ogni ombra del suo passaggio quando mette i “lacci”, altrimenti i tordi non si fermano. Sono astuti come l’uomo, ma più diffidenti. Questo lavoro si fa tutti i giorni, per i mesi di ottobre e novembre e un poco di dicembre.
I tordi presi vanno puliti, tolte le piume, lavati e messi a cuocere in acqua e sale. Poi, caldi caldi, si avvolgono nel mirto e si lasciano sfreddare. Dopo di che, si confezionano a mazzi di otto tordi, e così si fa sa taccula, infilando un giunco mùlliu, scotolato, nelle teste, trapassando gli occhi. Nel cuocere, quando sono belli grassi, lasciano andare una certa quantità di grasso. Le famiglie povere e numerose usavano questo grasso, lasciato rassodare, come il burro, per condire due spaghetti, ma soprattutto per fare il soffritto per il minestrone».10


S’ARREZZADORI
IL CACCIATORE CON LE RETI

S’arrezzadori, il cacciatore con le reti, o uccellatore, alterna o completa la caccia con i lacci, soprattutto per catturare uccelli, maggiormente trudus e meurras, tordi e merli, ma anche conigli e leprotti. E’ un sistema di caccia usato in montagna, in aree boschive. Le reti vengono sistemate naturalmente nei canaloni o punti di passaggio dei volatili e degli altri animali da catturare, che sbattendovi vi si impigliano, diventando così facile preda de s’arrezzadori.


SU CANARGIU O CANATTERI
IL CONDUTTORE DI CANI DA CACCIA O BATTITORE

Nel “Dizionario” del Porru si legge che canargiu è colui che ha il compito di tenere is canis de sa canatteria, i cani della muta, durante le battute di caccia, mentras su canatteri est su chi guvernat is canis, mentre il canettiere è colui che governa i cani.
Nella caccia al cinghiale, in particolare, su canargiu bada alla muta e, dopo aver stanato la preda, fa da battitore conducendo i cani.


SA CASSA A SU SIRBONI
LA CACCIA GROSSA

«La caccia grossa costituisce lo svago preferito dei bontemponi del paese e di quelli dei paesi vicini, ai quali la natura non ha elargito ricchezza di boschi.
L’apertura della caccia grossa avveniva nei tempi della mia giovinezza il 1° maggio, nella pienezza della primavera, in un periodo cioè in cui tutti erano scevri dalle preoccupazioni della mietitura e dei raccolti.
Allegre comitive di cacciatori si davano convegno in un dato punto di Monte Arci portandosi appresso ogni ben di Dio.
La quantità del bottino per molti non contava, ciò che contava era l’allegria e la spensieratezza.
Le partite di caccia grossa diventavano in quei tempi delle vere sagre campestri che duravano tre ed anche quattro giorni, nelle quali non mancava a rallegrarle il suono delle “launeddas” o della fisarmonica
Il luogo dei bivacchi è sempre scelto in un punto della montagna dove più folto è il bosco e più rigoglioso e fitto il sottobosco e dove non manchi una sorgente d’acqua freschissima, tanto necessaria per tutti i bisogni della comitiva.
Giunti nel punto prestabilito della riunione e sistemate le provviste, le coperte, le armi, i basti dei quadrupedi e i quadrupedi stessi usati per il trasporto delle vettovaglie, si danno da fare per raccogliere verdi frasche per i giacigli e sterpi e rami secchi per il fuoco che deve durare tutta la notte ed oltre.
Quando cala la notte s’intrattengono intorno ad esso per preparare e consumare la cena irrorata da buon vino e rallegrata da spiritose barzellette.
Poi ciascuno prende posto nel comune giaciglio per un sonno tranquillo e ristoratore, sognando forse fantastiche avventure di caccia.
Alle prime luci dell’alba la sveglia li trova temprati e distesi per la incombente gioiosa fatica delle battute.
Ciascuno dopo essersi rinfrescato il viso alla vicina sorgente e tracannato un sorso di caffè o d’acquavite, consuma una frugale colazione con pane, salsiccia e formaggio abbrustolito alle braci sempre vive.
I battitori hanno cura di legare i cani perché, sospinti dallo istinto, non anticipino le loro corse attraverso il bosco e il sottobosco circostanti per scovare la preda.
La brezza mattutina infatti annuncia al loro finissimo fiuto la presenza non troppo lontana della selvaggina.
Indi si avviano per raggiungere nella parte bassa della vallata un punto loro indicato dal capocaccia, dove sostano in silenzio, trattenendo ancora i cani legati, in attesa del segnale per dare inizio alla battuta.
Nello stesso tempo i cacciatori col fucile a tracolla e la cartucciera ben munita seguono in fila indiana il capocaccia verso la parte alta della vallata, in direzione opposta ai battitori, osservando anch’essi un rigoroso silenzio.
E’ buona norma per una felice riuscita della battuta che il capocaccia tenga conto della direzione del vento.
Perciò ha cura di sistemare le poste contro vento in modo che la preda scovata non fiuti la presenza dei cacciatori e possa tornare indietro o deviare dalle piste ad essa consuete.
Man mano che si procede verso la cima della valle il capocaccia distribuisce le poste avendo riguardo di assegnare le migliori ai tiratori più provetti e quelle di secondo e terz’ordine ai novellini.
Ad ognuno, ma specie a questi ultimi, non manca d’indicare le piste che può seguire la selvaggina scovata, avverte di non sparare al solo movimento delle frasche per evitare il pericolo di colpire qualche cane, di non muoversi dalla posta, di non sparare al di là di un tal settore, i cui limiti gli vengono indicati con dettagliata precisione, onde non invadere il campo di tiro riservato di regola ai compagni delle poste vicine; tutte queste ed altre raccomandazioni costituiscono una vera e propria consegna militare, severa e rigorosa, a cui ogni corretto cacciatore deve attenersi.
Finita l’assegnazione delle poste il capocaccia va a prendere posto nell’ultima posta a chiusura della rete delle doppiette.
A questo punto egli con un fischio dà il segnale convenuto per dar inizio alla battuta.
I cani vengono immediatamente liberati dai lacci e sguinzagliati nella foresta in direzione delle poste.
Grida frenetiche dei battitori, spari di mortaretti e di doppiette a salve echeggiano nella valle per intimorire e stanare la selvaggina.
Dall’alto della posta i cacciatori tendono l’orecchio spiando con l’occhio attento nella vallata sottostante il movimento dei cani.
Quando l’abbaiar di questi e le grida più intense e frenetiche dei battitori annunziano che la preda è stata scovata, l’occhio esperto degli anziani scopre e segue la direzione presa dalla selvaggina rilevandola dal movimento e dallo strepito delle frasche pestate e agitate dal passaggio di essa e con la calma consueta dei veterani l’attendono al varco; mentre qualche novellino agitato dal batticuore, presagendo la sicura “padella” della sua doppietta, pensa forse ai lazzi e ai sagaci commenti dei compagni alla fine della battuta.
Ricordo che quando un novellino fortunato aveva l’onore di abbattere un capo, la sua gioia era immensa.
Fatto ritorno al luogo del bivacco veniva applaudito e complimentato lungamente.
Ma poi, quando si accorgeva che qualcuno complottava contro di lui… cercava di mettersi in salvo fuggendo.
Ma veniva inseguito, raggiunto, circondato, sollevato di peso e riportato a spalle sul luogo del bivacco.
Colà veniva scaricato vicino alla sua preda e un gruppo di anziani, fattosi vicino, compiva il rito del “battesimo di sangue” in uso per i novizi che abbattevano il primo capo di selvaggina.
Il malcapitato veniva letteralmente “verniciato” col sangue della preda abbattuta e aveva l’obbligo di rimanere così conciato per tutta la giornata.
Ma il fortunato tiratore non se ne adontava, anzi mostrando il suo viso color mattone, ostentava una certa spavalderia.
Lazzi e risate chiudevano la scena.
A quel punto il festeggiato traeva dalla bisaccia qualche bottiglia affinché tutti brindassero alla sua inaspettata fortuna.
Ma la festa completa aveva luogo al ritorno in paese dopo la partita di caccia.
Intanto gli uomini addetti alla custodia de “su strexiu” (vettovaglie ed equipaggiamento dei cacciatori) ed alla cucina avevano provveduto a preparare il lieto desinare.
La caldaia della pasta bolliva gorgogliando, il maialetto allo spiedo aveva acquistato quel colore dorato girando lentamente al giusto calore del fuoco che la gente di montagna sa ben regolare e distribuire.
Dopo una mezza giornata di battute e di marce su sentieri scoscesi, l’appetito nei cacciatori e nei battitori in ispecie, non manca; perciò il pranzo, per quanto abbondante, non durava a lungo perché, oltre che dallo stimolo dell’appetito, la fretta era consigliata dal desiderio di riprendere quanto prima le nuove battute serotine che, se fortunate, dovrebbero allietare la cena con lo spezzatino delle interiora dei capi abbattuti.
Vige a Morgongiori la consuetudine che ai tiratori fortunati sia riservata come trofeo d’onore la testa dei cinghiali, e, una volta, anche la pelle dei daini e dei caprioli abbattuti.
La carne viene suddivisa in porzioni uguali tra i componenti della comitiva; ai cani è riservata mezza porzione.
D’ordinario è lo stesso capocaccia che adempie l’incarico di spezzettare la carne della selvaggina abbattuta per formarne tante porzioni quanti sono i componenti della comitiva, compresi i cani partecipanti alla battuta.
Preparato un vasto tappeto di frasche le porzioni vi vengono adagiate in modo da formare tante file ordinate.
Fatto ciò il capocaccia si rivolge agli astanti invitandoli a dare un’occhiata alle porzioni esposte per indicargli quelle che, secondo il loro giudizio, possano sembrare scarse rispetto alle altre più abbondanti.
Corrette le eventuali disparità si procede alla distribuzione, che non è fatta a caso.
Il capocaccia segna con una lunga pertica una porzione qualsiasi, quindi chiede a un cacciatore che ha in mano l’elenco di tutti i componenti la comitiva e che dà le spalle alle porzioni esposte, a chi si debba assegnare quella porzione.
L’uomo legge un nome; la persona nominata si appressa a ritirare la porzione indicata, e così via finché l’ultima è distribuita. La battuta ha così termine. Uomini e cani si apprestano a far ritorno in paese.
Una volta l’ingresso in paese, rallegrato dal suono della fisarmonica o delle “launeddas” e dagli spari a salve delle doppiette, sembrava un trionfo!»11


CAPITOLO SECONDO

IS BENDIDORIS
I VENDITORI


Presentazione

Al gruppo di attività raccolte in questo capitolo, is bendidoris, i venditori, appartengono ovviamente tutti is regollidoris, i raccoglitori, del capitolo precedente. In quanto, assai spesso, coloro che svolgono una attività di raccolta lo fanno come mestiere, per ricavarne il sostentamento per sé e per la loro famiglia, e, pertanto, diventano bendidoris - quasi sempre senza negozio fisso, per lo più con una bancarella che sistemano in una zona di traffico, lungo le strade importanti o in una piazza, se i vigili urbani di quel Comune non sono troppo fiscali. Ancora più frequentemente vendono come ambulanti quanto hanno raccolto, andandosene in giro per i paesi con la corbula sul capo o con la cesta a spalle.
A dirla franca, is bendidoris non sono molto ben visti dalla nostra gente. Specialmente is bendidoris strangius, i venditori di fuori, e peggio che mai quelli che sbarcano dal continente, detti dispregiativamente “bendidoris de stoffa a baratu”, venditori di stoffe da cascami, senza particolare riferimento ai magliari napoletani che nelle piazze dei nostri paesi facevano le loro buffonesche sceneggiate del «non ve lo dò per dieci e neppure per nove o per otto, mi voglio rovinare il primo che alza la mano è suo, glielo dò per sette, ma che dico, soltanto per sei, e neppure per cinque, oggi mi rovino, ve lo dò per quattro», e così via fino a darlo «soltanto per una miserabile lira». E la gente, se da un lato ci si divertiva, da un altro entrava nell’ordine di idee che quel bendidori era semplicemente un imbroglione, uno che cercava di far fesso il prossimo.
«Bastat a nai chi est unu buttegheri!», basta dire che è un bottegaio! E’ una frase che si dice dispregiativamente a chi è nel commercio e pertanto non è persona cui fare affidamento. Commercianti e venditori in genere hanno quindi una brutta nomea. Ne consegue che quando is regollidoris si improvvisano bendidoris cominciano a essere visti con una certa diffidenza - poita su bendi est sempiri una cosa mala, perché vendere è sempre un male, cosa ben diversa dal baratto che è scambio di prodotti diversi, dei quali uno ha abbondanza e l’altro penuria. Poi, vendere è male perché sa cosa tua, la cosa tua, devi conservarla; e, gira gira, soldi per comprare il contadino non ne ha, e non è giusto né bello offrirgli qualcosa che magari gli piace, che gli serve ma che non può acquistare.
In effetti, la gente preferisce raccogliere per sé e fare da sé. Infatti, ciò che viene confezionato per essere venduto non è apprezzato e di questo si dice: «Oh, no, custu est factu po bendi», oh, no, questo è fatto per essere venduto, cioè è fatto male, è poco buono - non è “ben fatto” come quello che si fa per sé o per regalarlo ad una persona cara.
Nell’economia delle nostre comunità, le attività commerciali erano spesso basate sul baratto, lo scambio dei prodotti di cui ciascun lavoratore poteva disporre. Fino a tempi recenti, con un revival durante il periodo della seconda guerra mondiale, per ovvi motivi economici, la massaia acquistava zucchero, caffè e tabacco pagandoli con le uova che ricavava dall’allevamento familiare di galline, anatre, oche e tacchini.
In quasi tutti i paesi, nella piazza di chiesa in particolare, vi erano is pangas, le loggette, cioè a dire banchi di vendita in muratura, sotto tettoie che riparavano dalla pioggia, dal sole e dal vento, riservate a is bendidoris. Così si consentiva loro di poter esporre la merce e di venderla in condizioni di maggiore comodità e igiene, pubblicamente, senza dover andare di casa in casa.


SA BUTTEGHERA
LA BOTTEGAIA

Nelle attività mercantili, che non fossero quelle ambulanti, o altre che potevano porre in situazioni di pericolo, le donne erano numericamente prevalenti rispetto agli uomini. Non che nelle rivendite alimentari paesane mancassero is buttegheris, i bottegai, ma questi ultimi erano per lo più uomini giovani e meno giovani di malferma salute o con vocazione alla vita sedentaria o, per dirla con la gente di allora, teniant s’unfracù de predi Poddi, ossia erano degli sfaticati, per i quali la terra era troppo in basso.
Le botteghe di alimentari, come le ricordo nella mia fanciullezza, erano quanto di più francescano si possa immaginare. Vi si vendevano principalmente la pasta, lunga e corta, la farina e la semola, lo zucchero, il sale, l’estratto di pomodoro, il caffè e l’estratto di caffè, le aringhe e le salacche, salate o affumicate, arangara e arangaredda, piccole e grandi, e, infine, dolciumi. A una parti, scovas de arrosu e de prama, saboni, varechina, asulleta e soda caustica po fai su saboni in domu, da una parte, scope di saggina e di palma, sapone, varechina, azzurrite e soda caustica per fare il sapone in casa - e mi pare che basti. Tutti questi prodotti venivano venduti sfusi e si trovavano collocati in is cavannias, negli appositi scaffali o contenitori. La pasta, in quanto a tipo, consisteva in macarronis, maccheroni, natalis, rigatoni, babusnostus, ditaloni rigati, e avemarias, ditalini rigati. I primi, pasta lunga, gli altri, pasta corta, usata per i minestroni. Per le minestre si usava sa freguedda, la pastina. I dolciumi consistevano in una serie di barattoli di vetro, chiusi da un coperchio in latta per evitare che le mosche vi banchettassero, attraverso i quali si vedevano delle vecchie meringhe giallicce e due o tre tipi di caramelle incartate e no, come quelle dette caramellas de latti, caramelle al latte.
D’altro canto, per mettere su una botteguccia, per modesta ed elementare che fosse, ci volevano dei soldi, introvabili tra la gente dei nostri villaggi. Pertanto, molto spesso, la bottega era di proprietà di un benestante che ci metteva a vendere un proprio uomo di fiducia - il più delle volte il proprietario della bottega vi sistemava l’amante che da elemento passivo e parassitario diventava così economicamente attiva.
La bottega di alimentari era, il più delle volte, l’unica fonte di sostentamento per la famiglia che ne era titolare, e tale attività si tramandava di madre in figlia.


SA BIRDURAIA
LA VERDURAIA

Sa birduraia, la verduraia, discendeva necessariamente da s’ortulanu, l’ortolano, che era insieme verduraio e fruttivendolo, poiché con il suo lavoro produceva frutta e verdure, che spesso vendeva nello stesso orto, alla gente che vi si recava: dal produttore al consumatore. Ma, non di rado l’orto o gli orti erano situati fuori paese, talvolta anche distanti, e per dare un servizio più confortevole alla comunità i prodotti dell’orto venivano venduti in casa dello stesso ortolano, dalla moglie o da qualche figlia che diventavano così di fatto birduraias, verduraie.
Questo, al di là del fenomeno, assai generalizzato nei nostri paesi, di mettere in vendita in casa propria, affidando questo compito alle donne, il surplus della propria produzione di qualsivoglia varietà di frutta o di verdura o anche di carne macellata o dei prodotti del latte, specie ricotta.
Accadeva così di vedere lungo la strada, sulle soglie di certe case di abitazione, esposti alla vista dei passanti, i più disparati prodotti della terra: dai ravanelli alle lattughe, dalle bietole alle melanzane, dalle ciliegie ai fichi, dall’uva alle arance. Si trattava di frutti e verdure stagionali che la famiglia che li produceva non era in grado di consumare, e quando non era possibile barattarli con altri prodotti all’interno del parentado o della comunità, era d’uopo venderli, trasformandoli in moneta, utile per l’acquisto di altri generi non prodotti dalla stessa famiglia. Va da sé che, normalmente, gli acquirenti più probabili erano i cosiddetti “signori”, il medico, il farmacista, il daziere, i maestri di scuola e gi impiegati del Comune, i carabinieri e i salariati in genere - seppure spesso questa gente venuta da fuori sposava la figlia di un proprietario terriero diventando così egli stesso fruitore dei prodotti della terra del suocero, prima di diventare egli stesso proprietario di quelle terre.
Nel passato, i prodotti ortofrutticoli più comuni nel negozio delle nostre birduraias, verduraie, erano, per quel che riguarda is birduras, le verdure, cibudda, allu e perdusemini, cipolle, aglio e prezzemolo; lattia, cupetta, indivia, lattuga, romanella, indivia, cauli birdi, cauli de conca, cab’‘e frori e cauli accuppau, verza, rapa, cavolfiore e cavolo cappuccio; reiga e revunellu, ravanelli piccoli tondi e ravanelli lunghi; apiu e fenugu, sedano e finocchio; crocoriga e perdingianu, zucchine e melanzane; tamatiga e cugumini, pomodori e cetrioli; gureu e canciofa, cardi e carciofi; patata sarda e patata durci, patate nostrane e patate dolci - non considero le verdure che crescevano spontanee nelle campagne e che chiunque poteva raccogliere liberamente, come su lau, su martuzzu, s’ambuazza, sa cicoria, s’eda, su gureu de sartu e sa cuguzzula, tanto per citarne qualcuna. Per quanto riguarda la frutta, pira de dognia razza, finzas a su piringinu, meba ‘era, meba de Sant’uanni, meba de apiu, e meba tidongia, ceresia e nespula, maboni e maboni forastiu o srindia, pressuba e piricoccu, aniada o tanada de tanti calidadis, s’in prus durci, arba e arbaruci, figu e axina.. Per non dire anche qui della frutta spontanea di cui era abbondanza nelle nostre campagne prima dell’avvento della società dei consumi e delle disgrazie: de sa figu morisca a sa mura de orrù e sa mura gessa, de sa figu longa a sa figu mattiniedda a sa figu repellina a sa figu perdingiana, finzas a sa figu de monti e figu brascia, e podit abbastai, dai fichidindia alle more del rovo e alle more del gelso, dal fico nero lungo al fico nero rotondo al fico bianco, al fiorone, fino al fico di montagna al fico rossiccio, e può bastare.


SU BENDIDORI DE PILLONIS DE TACCULA
IL VENDITORE DI GRIVE

Is pillonis de taccula, le grive, sono i tordi cucinati in un certo modo che, uniti per la testa, vengono venduti in mazzi di otto. Taccula significa appunto “mazzo”. Per ottenere le grive si dovrebbero sempre usare is trudus, i tordi, ma is bendidoris poco seri utilizzano anche is meurras, i merli, prodotto scadente.
Is bendidoris de pillonis de taccula sono normalmente i familiari dello stesso cacciatore, che conoscono la ricetta e li sanno confezionare.
Il periodo della caccia ai tordi, per ricavarne le prelibatissime e costose grive, è l’autunno tardo, più precisamente il periodo della maturazione delle olive, di cui questi uccelli sono ghiotti. Anzi, in quel periodo, le olive costituiscono il loro unico alimento; ciò fa si che le loro interiora siano belle pronte farcite di saporita e fragrante oliva - da non dimenticare che is pillonis de taccula si mangiano interi, senza sputar via nulla, se non qualche fastidioso ossicino.
C’era anche chi acquistava i tordi freschi direttamente dal cacciatore, li spiumava, cucinava e confezionava da sé, in casa propria, spesso con risultati poco buoni, perché la preparazione delle grive è un’arte che non si può improvvisare.
La ricetta più comune e più semplice è la seguente: si prendono otto tordi che verranno spiumati attentamente, quindi bolliti in acqua sufficientemente salata per circa mezz’ora. Appena tolti dall’acqua, ancora caldi, vanno depositati in un’ampia terrina contenente foglie di mirto fresco, aromatico, appena colto, e ricoperti con altro abbondante mirto. Qualcuno, anziché la terrina, usa un corbello di giunco o di canne o di salcio, a maglie fitte. Si lasciano per un certo tempo in ambiente fresco e ventilato, avvolti nel mirto, affinché si impregnino del suo aroma.
Attualmente is pillonis de taccula si trovano in vendita in alcune vecchie trattorie del rione “La Marina” di Cagliari. Ma si trovano ancora, e sono i migliori, nei paesi dell’Interland cagliaritano, presso le famiglie degli stessi cacciatori che li vendono, su commissione, come un tempo.
Oggi, le grive, in quanto rare, sono considerate un piatto particolarmente prelibato. Hanno il pregio di conservarsi parecchi giorni senza deteriorarsi.


SU BENDIDORI DE CARAPIGNA
IL SORBETTIERE

«L’industria della neve fiorì ad Aritzo nel secolo scorso. La neve in Sardegna - come i sali e i tabacchi - in quel periodo era monopolio di Stato. Gli unici ad avere il privilegio di poter utilizzare la neve dei loro monti erano i cittadini di Aritzo, uno dei paesi più alti della Sardegna, posto a 821 metri sul livello del mare.
Forti di tale privilegio e già esperti nel commercio del castagno - legname grezzo, lavorato, e frutto - gli Aritzesi si organizzarono per la conservazione e il commercio della neve.
Nei mesi di marzo e aprile, estratta da Funtana Cungiada e da Monte Arguentu, la neve veniva conservata in speciali grotte frigorifere appositamente scavate e durante tutta l’estate, volta a volta, secondo le richieste, veniva trasportata nottetempo a dorso di cavallo nelle principali città dell’Isola. I blocchi di neve venivano utilizzati principalmente nei vari mercati per refrigerare le merci alimentari deteriorabili, quali i pesci e le carni.
Liberi da gravami monopolistici, gli Aritzesi sfruttarono questa loro naturale ricchezza anche nella fabbricazione di sos sorbettos, i rinomati sorbetti diffusissimi nei Campidani agricoli dove sono chiamati carapigna, immancabili nelle faste popolari.
Le fabbriche del ghiaccio hanno fatto sparire da tempo la singolare industria della neve ad Aritzo e fatto crollare insieme un assurdo monopolio di Stato. Restano ancora nei bar dei paesi di provincia i deliziosi sorbetti all’aritzese. E resta nel Sardo l’intelligenza e la volontà di fare - quando chi comanda ha la compiacenza di slegargli le mani».12


SA BENDIDORA DE CUGUZZULA
LA VENDITRICE DI CARCIOFINI SELVATICI

Nel mese di giugno, durante il periodo della villeggiatura, nel mio paese natale, di solito nel pomeriggio, bussava alla porta del cortile di casa nostra una donna che portava una corbula sulla testa: era sa bendidora de cuguzzula, la venditrice di carciofini selvatici.
La domestica apriva la porticina e faceva entrare la donna nel cortile. Sa bendidora, che aveva trascorso tutta la mattina nella campagna assolata cercando e raccogliendo gli spinosi frutti de su gureu de sartu, dei cardi selvatici, si metteva in un angolo fresco, mentre la domestica la aiutava a si stuai sa crobi, a togliersi la corbula dalla testa.
Sopraggiungeva mia madre che, salutata la donna, le chiedeva chi fosse, a quale famiglia appartenesse, rivolgendole quindi alcune frasi di circostanza - intanto guardava e valutava il contenuto della corbula posata per terra.
Io ero un bambino curioso; mi piaceva ascoltare i discorsi dei grandi, vedere ciò che facevano. Ero sempre accanto a mia madre quando faceva simili acquisti “a domicilio”. Stavo lì, tutto compreso, con gli occhi attenti a seguire ogni più piccolo movimento, pur senza interloquire. Osservavo is cuguzzulas, i carciofini selvatici, che erano spinosissime, con il gambo tagliato corto. In sa crobi, nella corbula, is cuguzzulas erano accoppiate, con la punta spinosa dell’una conficcata nella punta dell’altra. Diventava così più facile per la venditrice prenderle in coppia, cogliendole con due dita per il piccolo gambo. Si contavano e si vendevano a dozzine. Mia madre era una cliente assidua nell’acquisto di questi e di altri frutti selvatici di cui era golosa, forse perché le ricordavano la sua fanciullezza nel mondo contadino; ed io, che amavo mia madre, la imitavo anche in queste sue debolezze di gola, che mi sono rimaste e me la ricordano.
La venditrice contava veloce is cuguzzulas in coppia, deponendole nella corbuletta che la domestica le tendeva. Quindi, l’aiutava a s’attuai sa crobi in conca, a rimettersi la corbula in testa, mentre io mi premuravo di aprirle la porticina del cortile che dava sul viottolo. E lei, sa bendidora de cuguzzula, salutato e ringraziato, riprendeva il cammino nelle vie del paese, invitando la gente a comprare con il suo familiare grido: «Oh, sa cuguzzula bella! A chini bolit cuguzzula bella!?», «Oh carciofini belli! Chi vuole carciofini belli!?».
Sa cuguzzula è un cibo sano e squisito, si consuma sia crudo che bollito in acqua e sale, condito con olio d’oliva e pepe, o bagnato nel classico pinzimonio.


SA BENDIDORA DE MURTA DURCI
LA VENDITRICE DI MIRTO DOLCE

Passava a Cagliari, per le vie della città vecchia, Castello e Marina, la donna con la corbula sul capo che veniva dai paesi vicini e ripeteva il suo reiterato richiamo: «Oh, murta durci! A chini bolit murta durci! Oh, murta bella e durci!», «Oh, mirto dolce! Chi vuole mirto dolce! Oh, mirto bello e dolce!». Quand’era stanca del suo andare lungo strade e vicoli, la donna si fermava a un crocicchio, si alleggeriva del peso ponendo accanto al muro d’angolo la corbula inclinata per mostrare ai passanti il suo contenuto.
Tra le bacche di mirto vi erano, mezzo sepolti, due misurini, uno piccolo e uno più grande, da cinque a dieci centilitri, talvolta sostituiti da un comune bicchiere da vino, misure con cui si vendeva allora sa murta, il mirto.
La varietà più comune messa in vendita era quella nera-violacea, oblunga, polposa, con pochi semini, e un’altra varietà più rara, biancastra, con un aroma però meno intenso, meno asprigno, un poco più dolce.
Noi ragazzini eravamo golosi delle bacche del mirto e con cinque centesimi ce ne facevamo versare un misurino o due direttamente nella tasca dei pantaloni, anche per evitare alla venditrice la fatica di preparare un cartoccio a cono per contenerli.
Per tutta la tarda mattinata, la donna con la corbula in testa, sempre più leggera, riprendeva il suo cammino, cantilenando «Oh murta durci! A chini bolit murta bella e durci!».
Anche mia madre e le domestiche specialmente, nostalgiche del loro mondo contadino, si affacciavano al balcone e davano una voce di richiamo a sa bendidora. Una domestica scendeva per strada con una ciotola capiente e se ne faceva versare diversi misurini.
A questa ciotola posta sul tavolo di cucina attingevamo un po’ tutti, escluse mie sorelle, le quali, almeno a parole, reputavano di gusti volgari il mangiare “quella roba lì”. Il sapore e l’aroma del mirto ricordavano certamente a mia madre il verdeggiare delle macchie che correvano lungo l’arco nord del Golfo di Oristano e nel dorso della Penisola del Sinis. Mia madre diceva che il mirto fa bene per le malattie della gola, specialmente il decotto che se ne può ricavare, e che con il succo delle bacche si ottiene, con l’aggiunta di alcool e zucchero, un ottimo liquore; un liquore che oggi si produce su scala industriale. Io preferisco ancora bere quello che faccio da me in casa, cogliendo in montagna le aromatiche bacche del mirto.


SA BENDIDORA DE TAPPARA
LA VENDITRICE DI CAPPERI

La stessa venditrice di murta durci, a suo tempo, vendeva sa tappara, i capperi. Con la corba sul capo, girava per le vie della città, offrendo le prelibate bacche, che vendeva a misurini.
Sa tappara, “Capparis spinosa”, è una pianta perenne legnosa e spinosa alla base, cresce cespugliosa con tendenza a ricadere; ha foglie carnose coriacee che cadono in autunno, spesso anche precocemente. Dà fiori graziosi con quattro petali bianchissimi e al centro numerosi stami di un bel colore rosso-viola. Il suo frutto è una bacca ovale obblunga non carnosa. Si utilizzano i boccioli, che si colgono prima che si schiudano, da aprile a luglio.
Nelle campagne dell’hinterland cagliaritano, specie nelle zone collinose e montane, nei terreni pietrosi e argillosi, i capperi allignano e fruttificano spontanei. Talvolta, li si ritrova anche abbarbicati negli interstizi dei vecchi bastioni che un tempo facevano parte delle mura fortificate che difendevano la città capoluogo. Soltanto di recente, qui da noi, è stata introdotta la sua coltivazione, in terreni idonei di campagna o negli orti, per l’accresciuta richiesta sul mercato di questo prodotto.
I capperi vanno acquistati verdi e lasciati per un certo periodo sotto sale prima di essere scotti e conservati in aceto.


SA CARBONERA
LA CARBONAIA

Sa carbonera della mia infanzia aveva bottega in un seminterrato d’angolo, tra via Torino e piazza Martiri. Uno stanzone scuro che prendeva luce dalla porta che dava sulla strada, insufficiente a illuminare il fondo dello stanzone, dove stava un enorme cumulo di carbone di legna che occupava tutta la larghezza del muro di fronte e arrivava quasi al soffitto. Da una trave pendeva, sostenuta da una robusta catena, una bascula a cucchiaione che, ondeggiando, andava a finire sul mucchio di carbone, che, in quantità maggiore o minore, a seconda della spinta, entrava nel piatto.
Sa carbonera vendeva anche altri prodotti che venivano dalla campagna dei paesi vicini, come sa figumorisca, il frutto del ficodindia, sa carruba e sa murta, le carrube ed il mirto.
Nella bottega de sa carbonera c’era un discreto traffico di clienti, per lo più domestiche fornite di sacchetti o di ceste per il carbone, e ragazzini che, diventati fortunosamente padroni di cinque centesimi, se li sperperavano in mirto e carrube.
Nell’infanzia, trascorrevo le vacanze scolastiche in villeggiatura nel nostro paese d’origine e, il più delle volte, si anticipava la partenza in città perché qualcuno di noi figli era stato rimandato. Ci perdevamo così i frutti di fine estate che in paese si trovavano abbondanti, specialmente i fichidindia, che erano così tanti da consentire alla gente di nutrire anche i maiali da ingrasso per la famiglia.
Mia madre era golosa di fichidindia che usava mangiare, a digiuno, la mattina a colazione prima del caffellatte. Anch’io e i miei fratelli mangiavamo volentieri i fichidindia; pochi, però, perché se mangiati a digiuno e con moderazione hanno un effetto leggermente purgativo; mangiati oltre il limite possono dare stipsi o, come si dice in sardo, podint arresciri su carru, possono fermare il carro, un eufemismo per dire che si può produrre una ostruzione anale.
Nei lunghi pomeriggi autunnali, quando le faccende domestiche erano sbrigate, e così pure il nostro lavoro scolastico, mia madre mandava la domestica a comprare venticinque-trenta centesimi di figumorisca, fichidindia.
La domestica ritornava con la conchetta dei fichidindia ricoperti con un tovagliolo, la deponeva sopra il tavolo della cucina e mia madre li scopriva e li osservava con il viso schifato, borbottando: «Pribissius e frungius, grogus e cottus a ressoli e puru ortizzus sunt!», «Sono passiti e rugosi, gialli e maturati con troppo sole e pure inconsistenti!». In verità, erano giallicci e grinzosi, e non promettevano d’essere succosi e zuccherini come quelli che coglievamo nelle siepi della nostra vigna in paese. Bisognava accontentarsi. E mia madre trovava nuovo pretesto per maledire il mondo della città, dove la gente vive ingabbiata, senza grazia di Dio, e per esaltare il proprio mondo di contadina, i pesci dei suoi stagni e del suo golfo, l’uva delle sue vigne, il pane della sua casa... e i fichidindia... fichidindia come quelli di città non li mangiavano neppure i maiali, al suo paese!
Pur brontolando, mia madre finiva per assaggiarli, almeno per sentirne il gusto; poi ne sputava i semi.


SU PIZZIGAIOLU
IL PESCIVENDOLO

Su pizzigaiolu, il pescivendolo ambulante, era un personaggio tipico delle comunità che si affacciano sul Golfo di Oristano o che si trovano ai margini delle lagune di Terralba, Marceddì, Santa Giusta, Cabras e Riola.
Su pizzigaiolu andava in giro per le strade del proprio paese a vendere i pesci acquistati dal pescatore, pesci che teneva in una cesta legata a mo’ di zaino dietro le spalle, appesa alla testa mediante un cappuccio di sacco di juta. Se non riusciva a smerciare tutto il prodotto nella propria comunità, si recava a vendere nei paesi vicini - naturalmente aumentando un tantino il prezzo. Vi erano, però, pizzigaiolus, pescivendoli, che normalmente provvedevano a rifornire di pesce il mercato locale, mentre ve ne erano altri che rifornivano esclusivamente il mercato dei paesi vicini - spostandosi sia a piedi che con elementari mezzi di trasporto, quali la bicicletta, l’asino o il cavallo con o senza carretto.
Talvolta, su pizzigaiolu era lo stesso pescatore che, pescato il prodotto lo vendeva direttamente, senza passare attraverso un intermediario, realizzando così un più alto guadagno.
Quando non aveva con sé una bilancia, ed era il più delle volte, su pizzigaiolu vendeva i pesci “a taglia” o “a misura”. Se erano grossi, come i muggini, i cefali o le carpe, erano valutati uno ad uno; se erano piccoli come sa sparedda, su maccioneddu, s’axibedda, ne valutava la quantità riempiendo un piatto fondo da cucina.
Ancora negli Anni ‘50, specialmente nel paese di Cabras, vi erano pizzigaiolus particolarmente attrezzati. Ve ne erano, infatti, forniti di carriola, elementare ma funzionale mezzo di trasporto per la vendita del pesce di casa in casa, e di stadera, una bilancia che da noi viene comunemente detta sa romana. Si configurava così un singolare mestiere, quello di su pizzigaiolu a carrucciu, il venditore ambulante di pesci con la carriola.


SU PISCIAIU
IL PESCIVENDOLO

Su pisciaiu è il pescivendolo. Il termine pisciaiu viene usato nel Campidano meridionale di Cagliari, mentre nel Campidano settentrionale, di Oristano, è più usato il termine pizzigaiolu.13
Is pisciaius, o piscadoris, o bendidoris de piscau, i pescivendoli, giravano per la città, la mattina, con il cesto a spalla o il canestro in testa, forniti di bilancia, di solito sa romana, per vendere liberamente il prodotto del loro lavoro, facendo spesso prezzi più bassi di quelli di mercato.
Tra i pesci più venduti su giarretu, su maccioni, s’anguidda, su sperritu, sa cambaredda e su gattucciu marinu po fai sa burrida.
Modo dire cagliaritano, Toccai pisc’ ‘e cadinu, parlare di corda in casa dell’impiccato; detto anche a chi ficca il naso in fatti che non lo riguardano: «No tocchis pisci de cadinu!», «Fatti gli affari tuoi!»


SU BENDIDORI DE PISCI ARRUSTU
IL VENDITORE DI PESCI ARROSTO

I più famosi arrustidoris e bendidoris de pisci arrustu provengono dall’Oristanese, e più precisamente da Terralba, Cabras, Riola, Nurachi e Santa Giusta. Sono, questi, paesi vicini al Golfo di Oristano o situati ai margini di stagni e lagune, acque un tempo pescosissime, ricche soprattutto di grossi e saporiti cefali, di muggini e di anguille di ogni specie. Una specie di anguilla assai apprezzata dai buongustai è quella da noi detta filatrota o anguidda allonada, il capitone, una sorta di anguilla assai grossa e grassa - non sono certo che la definizione di “anguilla femmina” che le viene data sia giusta anche per quel che riguarda la nostra filatrota.
Chi volesse vedere all’opera (ancora oggi) questi famosi arrustidoris e bendidoris de pisci (per lo più muggini e anguille) dovrebbe recarsi in pellegrinaggio, a settembre, senza problemi di dieta, alla sagra della Madonna del Rimedio, che si svolge nell’ampio piazzale adiacente la Basilica, ai margini di Donigala Fenugheddu, all’uscita di Oristano, subito dopo il ponte che attraversa il Tirso.
Alla festa del Rimedio, che inizia il 6 e termina l’8 di settembre, è riservato un vasto piazzale che, qualche giorno prima, viene opportunamente ripulito dalle erbacce cresciute durante l’anno, fornito della illuminazione elettrica, e predisposto per l’insediamento delle bancarelle.
La sagra richiama numerosi venditori ambulanti da tutta la Sardegna, ognuno dei quali ha un proprio posto attribuitogli dagli organizzatori della festa. Disposti in tante righe parallele, come vuole la tradizione centenaria, uno a fianco all’altro, is bendidoris espongono la loro merce. Spesso si tratta di artigiani che offrono il prodotto del loro lavoro. Ci sono is bendidoris de strexus de fenu, i venditori di utensili di intreccio di salcio, di giunco, di asfodelo, di canne, fieno e quant’altro; is bendidoris de strexus de terra, i venditori di utensili di terracotta, pingiadas, tianus, sciveddas, marigas e broquitus; is bendidoris de strexus de ferru mattau, i venditori de utensili di ferro smaltato; e ancora is bendidoris de ramini, i venditori di utensili in rame, craddaxus e pajolus, calderoni e paiuoli; e altri.
Tra is bendidoris, particolare attenzione si riserva a is bendidoris de pisci arrustu, che occupano tutta una fila, la prima, quella che dà sullo “stradone” che va a Torre Grande, a Solanas e a Cabras. Con il carretto si piazzano nel posto loro riservato. Sistemato un tavolo a fianco e preparato il fuoco con carbone vegetale, si preparano ad arrostire i loro pesci, muggini e anguille.
In sa cardiga, nella graticola, sulle braci vive, vengono posti i muggini, scelti a mazzapulia, con le interiora pulite, perché allevati in colture apposite e comunque provenienti da acque sane. Di questo pesce, fra i più rinomati è su pisci de Pontis, che viene dalle peschiere del Mare di Pontis, negli stagni di Cabras. Si può scegliere tra sa birimbua, muggini di piccola taglia, e su pisci de scatta, muggini grandi.
In su schidoni, nello spiedo, vengono infilzate a “S” le anguille, messe anch’esse ad arrostire sulle braci, ravvivate continuamente con puntuti morigadoris de ferru, attizzatoi in ferro.
Detto per inciso, tali pesci non vanno ne lavati né sventrati e tantomeno (per i muggini) scattaus, squamati.
Muggini e anguille, già gustosi di per sé, quando sono arrostiti, diventano una vera leccornia, grazie alla salatura operata durante la cottura e, dopo la cottura, al bagno nella salamoia, un recipiente d’acqua preparata con sale, aglio e altre erbe aromatiche.
A fine cottura i pesci fanno bella mostra sopra i tavoli. Hanno un aspetto ed un profumo appetitosi e chiunque vi passi vicino non può resistere alla tentazione di assaggiarne.
Nella sagra della Madonna del Rimedio (ed in ogni altra sagra paesana che si rispetti, specie se campagnola), oltre a is arrustidoris e bendidoris de pixi sono sempre presenti anche coloro che arrostiscono e vendono il classico porchetto. Su proceddu viene arrostito intero o a metà. Il tempo di cottura del porchetto è assai più lungo di quello del pesce o delle anguille: fuoco lento per circa tre ore. Su proceddu, il porchetto, una volta cotto può essere avvolto e conservato con le foglie del mirto fresco, per essere insaporito; in questo caso è ottimo anche se mangiato freddo.
Il profumo intenso de su pisci e de su proceddu arrustius si spande per tutto il piazzale e lungo la strada che da Oristano porta al mare. Se si passa da lì non si può restare indifferenti. La sosta è d’obbligo. Così pure l’assaggio di un muggine caldo caldo.


SU BENDIDORI DE ARANGIU DE MILIS
IL VENDITORE DI ARANCE DI MILIS

Un vecchio detto diffuso nei paesi dell’Oristanese suona: «Po arangiu a Cabras e po pisci a Milis», «Se vuoi trovare le arance vai a Cabras e se vuoi trovare pesce vai a Milis», rovesciando paradossalmente le peculiari economie produttive che caratterizzano le due comunità: Milis, colto e pingue paese dell’Oristanese, dalle fertili solatie piane, è grande produttore di agrumi; Cabras, nel cui territorio si estende uno degli stagni più vasti del Mediterraneo, con un patrimonio ittico un tempo inestimabile, è rinomato per le sue anguille ed i suoi muggini venduti arrosto in tutte le sagre paesane dell’Isola, e per la sua buttariga, bottarga, uova di cefalo salate, il caviale nostrano.
Negli Anni ‘50, nella piazza principale di Cabras, i venditori di arance di Milis facevano bella mostra della propria merce sotto la tettoia del mercato.
Ancora in tempi recenti, Milis, era il più grande produttore di agrumi della Sardegna. Nella valle fertilissima, denominata La Vega, che si estende ai suoi piedi, ci sono numerosi giardini di agrumi, aranci, limoni, mandarini, cedri e bergamotti, un patrimonio di oltre trecento mila piante fruttifere.
Ogni orto è recintato e protetto dai venti di maestrale da fitte siepi di lauro, nella vasta pianura che può denominarsi la “Conca d’Oro” della Sardegna e che il Valery, un illustre visitatore francese, decantò come il giardino degli Esperidi. Nella stagione della fioritura, per chilometri si diffonde inebriante il profumo delle zagare.


SU BENDIDORI DE SALI
IL VENDITORE DI SALE

Is bendidoris de sali, i venditori di sale, si occupavano esclusivamente di saliocca o saocca, sale grosso, che in casa veniva messo al forno e poi ulteriormente frantumato schiacciandolo con un pesante rullo - per piccole quantità andava bene anche una robusta bottiglia di vetro. Essi attingevano alle saline naturali che in Sardegna abbondavano - numerose di trovavano nel tratto che va da Oristano a San Vero Milis, dagli stagni di Cabras a Putzu Idu. Trasportavano il prodotto con carri e carretti, e più avanti con mezzi meccanici, come motocarri e perfino grossi camion, per venderlo specialmente nei paesi dell’interno. Ho documentato fotograficamente, in un servizio giornalistico per la rivista “Sardegna Oggi” n.19 del 1° febbraio1963, l’arrivo del camion del sale in una piazza di Orgosolo, e l’affaccendarsi delle donne del paese, con corbe e ceste, che venivano riempite con pale dai bendidoris de saocca, di sale grosso, e pesate poi dalle stesse acquirenti con le loro stadere, prima di pagare. Il sale grosso veniva utilizzato dal contadino e dal pastore per la conservazione di alcuni alimenti, quali le olive, le carni insaccate, il formaggio. Per gli usi domestici quotidiani, nella cucina, si trovava nelle botteghe su sali fini, il sale fino, e su sali grussu, il sale grosso, raffinati e chiusi in boettas, in buste di carta, più avanti sostituita dalla platica che li protegge meglio dalla umidità.


SA BENDIDORA DE FASCINAS
LA VENDITRICE DI FASCINE

Sino alla fine degli Anni ‘40 era assai facile incontrare una bendidora de fascinas, venditrice di fascine, prima che la legna venisse soppiantata dal gas in bombole, dapprima nella cucina, per la cottura dei cibi, e quindi, almeno in parte, nel riscaldamento della casa. Solitamente si poteva intravedere sa bendidora de fascinas in cima al carico posto sopra un carretto trainato da un asinello, la maggior parte delle volte con un cagnolino che seguiva all’ombra del carretto.


SU FASCITTAIU
CHI PREPARA E VENDE FASCINE

«I’ fascittaius, i’ fruconaius, is carrolantis - i braccianti agricoli - detti is marronàius, durante l’inverno, in tempo piovoso, detto in gergo locale temporàda, ossia quando non si poteva lavorare nei seminati, salivano in montagna per tagliare legna d’ardere da vendere. La legna destinata alla vendita veniva preparata a fascine, per cui gli operai che facevano tale lavoro si chiamavano fascittàius.
Le fascine, che venivano trasportate con carri a buoi, si vendevano ad Oristano ed in altri paesi del Campidano. I conducenti dei carri addetti a tale trasporto erano chiamati carrolàntis. Il viaggio lento e faticoso che si effettuava in Campidano una volta alla settimana era detto biàxi, viaggio.
Nel mondo agricolo, un contadino che possedeva un solo carro e una sola giunta di buoi e che coltivava un po’ di grano in terre d’affitto veniva chiamato giuàxriu.
Altri braccianti che frequentavano la montagna in modo continuativo si chiamavano montàius. Questi si occupavano del taglio e della lavorazione di pezzi di legname richiesti per la confezione di aratri e per la riparazione di carri; preparavano, inoltre, manici di ogni tipo e grandezza per zappa e per pala, pertiche e frucònis, fruciandoli.
Pure questo materiale, per la maggior parte, veniva venduto nel Campidano. Le grosse partite si trasportavano, come le fascine, con i carri a buoi. Quando si trattava di pochi pezzi, si servivano delle carrette che viaggiavano giornalmente ad Oristano. E così, arrivati sul posto, si portavano in giro per le strade vociando: “E… chi’‘ollidi comporài manigas e frucònis!”, “E… chi vuole comprare manici di zappa e fruciandoli!”».14


SU CASTANGIAIU
IL CASTAGNARO

Su cabesusesu, colui che abita nel Capo di Sopra, cioè nelle Barbagie, indicava nel nostro mondo contadino, specialmente nell’Oristanese, l’uomo pastore vestito di fustagno marron o verde che veniva a cavallo nei villaggi del Campidano per vendere i prodotti della sua terra.
Est su mesi de ladamini, è ottobre, il mese del letame e delle concimazioni. Cominciano le prime arature che precedono la semina del grano o delle leguminose, che nello stesso terreno si alternano annualmente.
Et arribat su cabesusesu a cuaddu, e arriva il barbaricino a cavallo, con le bisacce colme dei frutti della sua montagna, castagne, noci e nocciole; carico de is ainas de nuxi e de castangia, degli utensili di legno, di noce e di castagno, pajas, furconis de forru, turras e talleris, pale, forconi da forno, mestoli e taglieri.
Corrono i fanciulli al richiamo dell’uomo della montagna e si affacciano sulla via spalancando il portale per farlo entrare con il suo cavallo.
Siamo alla fine di ottobre; i prodotti della montagna vengono barattati con quelli della pianura; è l’incontro commerciale del pastore con il contadino, l’incontro di due mondi, di due culture diverse che in Sardegna convivono da sempre.


IS CASTANGIAIUS
I VENDITORI DI CASTAGNE

«Venivano da su Cab’ ‘e Susu, dal Capo di Sopra, la zona interna e montuosa della Sardegna un tempo ricca di boschi, a gruppi di cinque o sei con i cavalli carichi di bisacce piene.
Qui da noi, nella Marmilla, li ospitava un ricco proprietario terriero che dava stalle e nutrimento per i cavalli e stuoie in abbondanza per il riposo degli uomini. Durante il giorno andavano nei paesi vicini, ognuno per conto proprio, e si ritrovavano la sera in paese.
Girando col cavallo carico, su castangiaiu, il venditore di castagne, attirava l’attenzione delle donne col suo richiamo: “Castanza, nughe e nughedda!”, “Castagne, noci e nocciole!”. Le massaie preparavano il grano o i legumi nel loggiato che dava sul cortile e invitavano il venditore a fermarsi. Questi entrava, si avvicinava, tirava giù dal cavallo le bisacce e s’imbudu de suergiu, l’imbuto di sughero, della capacità di tre litri, e si faceva lo scambio: le castagne a cuccuru, a misura colma, e il grano a rasu, rasente l’orlo. I legumi si misuravano come le castagne, a cuccuru. Se in casa c’era anche su meri, il padrone, gli si offriva da bere un bicchiere di vino, una volta concluso il baratto.
Is castangiaius, i venditori di castagne, che non avevano venduto tutto il loro prodotto, si fermavano nel piazzale della chiesa, la domenica mattina; e così qualche donna, stavolta pagando in moneta, comprava una misura di castagne o di noci, facendole versare in su deventaliu, nel grembiule. Se era rimasto qualcosa nelle bisacce, sulla via del ritorno, si fermavano in qualche ovile, lasciando la rimanenza ai pastori delle pianure, prendendo in cambio qualche forma di formaggio».15


SU CABESUSESU, BENDIDORI DE TURRAS E TALLERIS
IL BARBARICINO VENDITORE DI MESTOLI E TAGLIERI

Su cabesusesu è colui che viene dal Capo di Sopra, cioè dalle montagne del Nuorese. Comunemente, noi campidanesi, per Capo di Sopra intendiamo la regione da Paulilatino verso il nord della Sardegna. Però, spesso si identifica su cabesusesu come l’abitante della provincia di Nuoro e, più in particolare, delle Barbagie. Infatti, cabesusesu, del Capo di Sopra, e brabariscinu, barbaricino, sono sinonimi.
Is cabesusesus venivano giù nei Campidani per scambiare i prodotti della montagna a economia pastorale con i nostri prodotti delle pianure a economia contadina. Loro ci portavano nuxi, nuxedda e castangia, noci, nocciole e castagne, insieme ai manufatti di legno: pabias de forru e de argiolas, furconis de forru e de argiolas, turras e talleris, cragallus e discus de pesai casu; cioè attrezzi, stoviglie e recipienti intagliati nel legno di pero, di castagno e di noce.


SA BENDIDORA DE CASTANGIA ARRUSTU
LA VENDITRICE DI CALDARROSTE

Girando per l’Europa mi è accaduto di vederne tanti, venditori e venditrici di caldarroste - cui si aggiungevano, talvolta, come in Ungheria, le venditrici di kukorica, di mais abbrustolito “fiorito”, il “popcorn made in USA”, di rosas, come lo chiamiamo noi Sardi. Li ho ritrovati in metropoli industriali come Milano o Essen, nel cuore della Ruhr, o in città cosmopolite come Parigi, dove le caldarroste e altre piccole leccornie di casa mia hanno reso meno tristi le mie degenze all’ “Hôpital Lariboisiere”.
Si potrebbe parafrasare il detto sulle usanze con “paese che vai, venditrici di caldarroste che trovi”, e perfino ricavarne qualche piccola nota di costume. Per esempio, a Parigi, a differenza che a Napoli e a Milano, non ti rifilano sulla dozzina di castagne che stanno nel cartoccio le due o tre guaste - che, oltretutto, se te le ritrovi in bocca alla fine, te l’amareggiano senza scampo. Ma, si sa, in fatto di disonestà non tutto il mondo è paese: c’è chi truffa di più e chi di meno. Basti pensare alla filosofia dei padri della patria nostrana, per esempio al napoletano Leone, ex presidente della Repubblica, che enunciava il nobilissimo ma suo “proprio” principio morale, per il quale “il governare dà più gusto del fottere” - espresso, ovviamente, in dialetto partenopeo, che rende meglio il concetto… dicono.
Ma, l’immagine più antica e più cara di bendidora de castangia arrustu, venditrice di castagne arrosto, che conservo nei miei ricordi è quella della donnetta seduta davanti al fornello che, con un sommesso quasi affettuoso richiamo, offriva ai passanti le caldarroste nei coni di cartastraccia. Erano gli ultimi Anni ‘3O e dopo la guerra di Spagna e d’Africa si protendeva cupa all’orizzonte la seconda carneficina mondiale. E lei, la vecchia bendidora de castangia arrustu, che d’altro non sapeva e che, con quel lavoro, sa vida sua derremàt, la sua vita spendeva, ogni sera, prendeva posto, con il suo fornello e il suo sacco di castagne, nell’angolo di piazza Martiri, quasi sotto il Bastione San Remy, esattamente dove oggi si trova l’edicola. Nella tenue luce che le mandava un lampione, si dava da fare per mestolare le castagne in cottura, controllare il calore delle braci, incidere con la punta del suo coltellino quelle da cuocere, togliere le caldarroste e riporle nella cesta, dove restavano calde sotto un’apposita copertina. E naturalmente doveva badare ai clienti. Tanti si fermavano, non soltanto ragazzi, per lo più studenti, ma anche adulti, artigiani e professionisti, che nelle sere precocemente buie del brumoso autunno passavano da lì, rientrando a casa. Si fermavano a comprare, per qualche centesimo, un cartoccio con una dozzina di caldarroste - che scaldavano le mani prima ancora della bocca, deliziando il palato.
Assai difficile trovare bendidoras o bendidoris de castangia arrustu, venditrici o venditori di castagne arrosto, presso le nostre comunità più piccole, dove ognuno le caldarroste se le preparava da sé, nel suo luogo d’elezione, nel caminetto, abbrustolite in su fari-fari, nella cenere calda, o nell’apposita sartaina, e oggi, sempre in padella, sulla fiamma del gas o sulla piastra elettrica.16


SA BENDIDORA DE OLIA
LA VENDITRICE DI OLIVE

Già di buon mattino, s’udivano frequenti per le vie della città i richiami della venditrice di olive. Erano donne contadine che facevano is bendidoras, le venditrici, cun sa crobi attuada in conca, con la corbula posta sul capo, tenuta cun su tedili, con il cercine, quel cerchio di stoffa che si ottiene piegando intorno alla mano un fazzoletto.
«Olia bella durci de cunfettai! A chini ‘ndi bolit!?», «Olive belle dolci da conservare! Chi vuole comprarne?!», era il loro comune richiamo, e dalle finestre padrone di casa e domestiche rispondevano, chiedendo di poter vedere le olive e informandosi sul prezzo.
E sa bendidora, la venditrice, si fermava davanti alla porta e si faceva aiutare a si stuai, a togliersi la corbula dalla testa. E se il prodotto ed il prezzo erano buoni, l’affare era fatto. Le olive, come altri simili prodotti della campagna, quali il mirto, i corbezzoli, i capperi e perfino la frutta minuta, ad esempio sa pruna de Sant’ Juanni, le susine di San Giovanni, venivano vendute misurandole con recipienti di lamierino della capacità di un litro, di mezzo litro, o anche di un solo decilitro, che era il misurino usato per i ceci abbrustoliti e le noccioline.
Is bendidoras de olia, le venditrici di olive, erano le stesse donne che, in diverse stagioni, giravano per le vie della città, con la corbula sul capo, per vendere sa murta durci, il mirto dolce, o s’olioni, il corbezzolo, o is taparras, i capperi. Questi ultimi, talvolta, venivano venduti già mischiati al sale, per togliere loro l’amaro ed essere poi conservati sottaceto.
Ho un indelebile ricordo di guerra, legato alla corbula di una di queste venditrici di olive.
Era la mattina del 28 febbraio 1943 a Cagliari, quando, ragazzo, rientravo di corsa a casa durante la sanguinosa incursione aerea americana che fece numerose vittime tra i civili. La prima ondata di bombe mi colse al Mercato, allora tra il Largo Carlo Felice e via Baylle. Una vista terribile, quel bombardamento: crollo di palazzi, creature lacerate, dilaniate dalle schegge, esplosioni terrificanti, vampate di insostenibile calore, boati, urla atroci. Ed io correvo verso casa, sperando di trovarla intatta. Nella mia corsa lungo la via Sicilia, che va verso la Basilica di Santa Eulalia, la patrona del Rione Marina, ecco, in mezzo alla strada, una corbula con una parte delle olive che conteneva rovesciata sull’acciottolato. Sa bendidora, terrorizzata, doveva essersi data alla fuga abbandonando corbula, olive e misura. Per un attimo mi fermai, ragazzo perennemente affamato in quegli anni di guerra, tentato di raccogliere un pugno di olive. Non lo feci. Non so perché. E quel gesto non compiuto forse mi salvò la vita, perché la seconda ondata dell’incursione aerea giunse qualche minuto dopo: avevo appena superato la basilica di Santa Eulalia, quando una bomba la colpì in pieno.


SU BENDIDORI DE OLLU DE OLIA
IL VENDITORE DI OLIO DI OLIVA

Un tempo vi erano numerosi paesi i cui abitanti si distinguevano per la coltivazione dell’ulivo. L’olio diventava così un prodotto tipico ed esuberante di quelle comunità, e non pochi abitanti, con un po’ di intraprendenza, si dedicavano al commercio ambulante, per vendere l’eccedenza nei paesi dove l’olio d’oliva scarseggiava o mancava del tutto.
Vi erano paesi rinomati per la qualità del prodotto e va da sé che is bendidoris di quei paesi erano accolti con maggior favore. Cosicché, quando a casa mia bussava alla porta qualcuno di questi venditori ambulanti, le prime domande erano: «Iscusimi, ita bendit fosteti?», «Mi scusi, cosa vende lei?», e, saputo che vendeva olio (ma la domanda era retorica perché lo si capiva benissimo dal suo armamentario), faceva seguito l’altra domanda di prammatica: «E de innui est fosteti?», «E di dove è lei?», e la risposta era ovviamente il nome di un paese famoso per is olivarius, gli uliveti, e per la bontà del loro prodotto. Ma c’è da scommettere che su bendidori de ollu de olia, da qualunque parte venisse, fosse abbastanza smaliziato da attribuirsi la cittadinanza di “quel” rinomato paese; tanto è vero che i clienti furbi che conoscevano qualcuno di quel paese, per averne prova, facevano domande specifiche del tipo: «E su tali ddu conoscit?», «E il tale lo conosci?».
Is bendidoris de ollu de olia, per quel che mi ricordo, vestivano calzoni e giacca di fustagno verde, forse per essere attonati con il prodotto che commerciavano. Ve ne erano più o meno attrezzati, a piedi o a cavallo, ma la maggior parte con l’asino. L’olio era contenuto in is lattas o bandonis, bidoni manicati di lamiera zincata, simili a decalitri, da un lato concavi e dall’altro convessi per adattarsi ai fianchi del cavallo o dell’asino che li trasportava. Questi recipienti erano nelle tasche di capienti bisacce di orbace sistemate sul basto, in groppa all’animale da soma. Inoltre su bendidori era fornito di diverse misure di capacità, di solito da un litro e da un mezzo e, ovviamente, di un imbuto, anche se questo utensile, normalmente, era reperibile in ogni famiglia.
La padrona di casa, stando nel cortile, portava i bottiglioni da riempire e faceva la provvista dell’olio per un mese, giusto il tempo approssimativo di una nuova visita del venditore.
Ricordo una singolare figura di bendidori de ollu de olia, noto con il soprannome di Su Trenu, il treno, che viveva e lavorava, negli Anni ‘50, in un paese dell’Oristanese. Forse veniva così chiamato dalla gente perché usava come mezzo di trasporto una vecchia bicicletta fornita di portabagagli anteriore e posteriore ed altri accessori per caricare il massimo di bidoni, bidoncini, misure e imbuti, di modo che il singolare mezzo poteva essere paragonato, con molta fantasia, ad un treno merci.
Su Trenu - il suo nome di battesimo era Giovanni - si fermava spesso a chiacchierare a casa e finì così per raccontarmi le sue avventure di partigiano in Grecia, durante la seconda Guerra Mondiale. Fu lì, in Grecia, nella cittadina di Volos, che egli iniziò a fare il lavoro di venditore ambulante di olio di oliva e, una volta rientrato in patria, ormai innamorato di quel lavoro, continuò a farlo.


SU BENDIDORI DE TRIMULIGIONI
IL VENDITORE DI ESCHE VIVE

«Faccio questo mestiere da più di dieci anni. Prima facevo su cocciulaiu, il raccoglitore di arselle. Ce n’erano in abbondanza nello stagno di Santa Gilla: cocciula bianca e cocciula niedda, arselle bianche e arselle nere. Adesso non ce n’è quasi più nulla. Su tre, quattro ore di lavoro se ne possono pescare un chiletto, giusto per mangiare in famiglia.
Che cos’è su trimuliggioni?, E' un’esca per pesci molto ricercata qui da noi. Guardi, è un verme dentro il suo guscio, è un po’ più grosso di una matita ed è lungo sette-otto centimetri. Sa trimuliggia è un verme rossiccio, come questo, ma senza guscio. Come esche si usano anche is resoieddas de mari o guttillonis, i cannolicchi, e qualcuno usa anche i bocconi, i mùrici, ma sa trimuliggia e su trimuliggioni sono il meglio e i pescatori vogliono quelli.
C’è chi li cerca e li raccoglie e c’è chi, come me, li vende. Si trovano nelle acque basse o nel bagnasciuga dello stagno, e ci vuole tempo e fatica per prenderli. Se ne possono trovare anche mille in un giorno.
A venderli costano trecento lire l’uno e, di queste, cento vanno a chi le vende e sono il suo guadagno.
Fai su bendidori de trimuliggioni e de trimuliggia, fare il venditore di esche vive, è un mestiere tipico di Cagliari, Assemini ed Elmas. Ce ne sono ancora molti; la maggior parte di essi ha la bancarella nella zona che va dalla Marina, dalla stazione delle Ferrovie dello Stato, verso La Plaia, fino al ponte della Scafa e a Giorgino, dove prima c’era un villaggio di pescatori.
Noi venditori siamo in numero chiuso: più di tanti non ce ne stanno. Ci sono i “padroncini” che controllano. Io lavoro per uno di loro; cento lire a me e duecento a lui. Lui, naturalmente, deve pagare il pescatore.
Il mio lavoro non è male: arrivo a incassare anche trecento mila, un terzo è mio, ma bisogna stare quasi tutto il giorno qui, sotto questo riparo, anche buona parte della notte, perché i pescatori è di notte che gettano le lenze dai ponti sopra i canali.
In questo periodo, da queste parti, un po’ più avanti, stanno arrivando quelle lì... proprio di fronte a me ce ne sta una ed io senza volere la vedo, messo qui. La prima sera che è arrivata si è fermata un’auto e si sono appartati in quella stradetta lì a destra. Non per farmi gli affari degli altri... ci sono rimasti mezz’ora giusta. Chissà lei quanto ha preso?! Certo guadagna di più che a vendere trimuliggioni... Ogni sera, si apparta anche sette-otto volte.
Veramente io questo lavoro non potrei farlo, perché ho 47 anni e sono invalido, sono epilettico, in attesa di passare la visita medica per il riconoscimento dell’invalidità. Non potrei fare questo lavoro, perché non dovrei stare mai solo: può venirmi una crisi mentre sono qui.
Io a rubare non sono capace, Dio non mi ha dato la capacità di farlo, perciò faccio questo lavoro, che è meglio di niente...
Con su trimuliggioni si può pescare di tutto: anguille, orate e, in questo periodo, specialmente mormore.
Uno dei più famosi bendidoris de trimuliggioni, che ora è morto, si chiamava Arrulareddu, aveva il tavolo in via Baylle, dove ora c’è il fratello, vecchio anche lui, sempre lì, in quel punto.
Lo stagno è tutto rovinato, hanno dragato tutto, non c’è più nulla da pescare. Di arselle ce n’erano tante e si pescavano tutto l’anno; perfino a gennaio si riusciva a pescarne anche dieci chili in un giorno, anche con le mani gelate... Lei lo sa cosa si deve fare quando si hanno le mani gelate? sempre immerse nell’acqua?… Quando pungono come se fossero trafitte da mille aghi?... Lo sa lei che cosa bisogna fare?… No, non bisogna metterle davanti al fuoco, fa peggio... Bisogna pisciarci sopra, bisogna. Proprio così... è l’unico modo...».17

SA BENDIDORA DE ZAFFANAU
LA VENDITRICE DI ZAFFERANO

«Is Santuingesas, le donne di San Gavino, arrivavano nelle tiepide giornate autunnali con le bustine dei filini di zafferano già dosate: da un grammo o da due, al massimo da cinque; le tenevano in su deventaliu, nel grembiule, con gli angoli rimboccati tenuti con una mano; in una tasca interna della larga e lunga gonna avevano un sacchetto legato da un laccio, dove mettevano i soldi. Andavano prima a casa delle ricche proprietarie, vecchie clienti, che le facevano sedere nel loggiato; una volta sedute potevano liberare i lembi del grembiule e far scegliere le bustine. Se non riuscivano a vendere loro tutto lo zafferano bussavano ad altri portoni offrendo la loro pregiata merce. Le contadine modeste ne compravano una di un grammo, che avrebbero fatto durare per un bel po’. A qualche sposa novella, che non se ne intendeva, spiegavano come dovesse usarlo: perché durasse più a lungo doveva conservare i filini in luogo asciutto e all’occorrenza lo doveva tiriai, sbriciolare; bastava far scaldare la paletta del camino, appoggiarvi sopra i filini dentro un foglio di carta oleata e passarci sopra un ferro liscio, andava bene anche il manico della chiave del portone, e così i filini si sbriciolavano ed erano pronti per l’uso. Qualche volta, quando non avevano fretta, facevano loro stesse la preparazione e di solito erano in due».18


SU CILONAIU
IL VENDITORE DI TESSUTI DI ORBACE

Cilonaiu (da ciloni, italiano antico celone, particolare stoffa a righe) indica genericamente il venditore di stoffe e andrebbe unito o aggiunto a su bendidori de stoffa a baratu, il classico e da noi famigerato venditore napoletano di stoffe. Alcuni di questi bendidoris, sbarcati in Sardegna “con le pezze sul sedere”, da ambulanti sono diventati “stanziali”, hanno, come suol dirsi, messo su bottega, finendo per aprire sontuosi negozi nelle zone centrali delle nostre città, facendo un mucchio di soldi.
Su cilonaiu, più propriamente, vendeva tessuti di orbace. Teli per confezionare saccus nieddus, coberibangus, bertulas, cossus e carzonis de arroda, mantelli del pastore, copri-tavoli, bisacce, corpetti e calzoni corti a gonnellina. Più richiesto era l’orbace nero. Ovviamente non c’era un gran mercato del tessuto dell’orbace, perché quasi tutte le case possedevano un telaio, per la tessitura della lana e del lino, e la produzione era sufficiente a soddisfare le esigenze della famiglia.
A Mogoro e altrove, su ciloni indica la coperta pesante di orbace pertiazzu, bianco e nero, finemente lavorato.


SU BENDIDORI DE SCANNUS
IL VENDITORE DI SEGGIOLE

Benìat cun sa carret’‘e mobenti, de Riora a Orestainu, e giràt tottus is biddas de su logu, de Santajusta finzas a Mibis.
Veniva con un carretto d’asino, da Riola a Oristano, e visitava tutti i paesi della zona, da Santa Giusta fino a Milis.
Portàt sa carretta prena prena de scannus e scannixeddus, calincuna appiccada a sis lingius a sa parti de foras.
Aveva la carretta piena ben stivata di seggiole e seggioline, alcune appese all’esterno, infilate con la spalliera alle sponde.
Portàt scannus e scannixeddus de ‘ognia mesura, po pippius, po piccioccheddus e po genti manna, e puru de cussus prus comudus po is beccius chi bolint accozzai beni sa schina.
Aveva seggiole e seggioline di ogni misura, per bimbi, per ragazzi e per adulti, e anche più comode per anziani che devono tenere la schiena ben appoggiata.
‘Ndi teniat comunus de linna bianca, appena sgrussada, sene tentura o giustu una manu de ollu de linu, cun su fundu de palla comuna grogancia; e ‘ndi teniat aterus de linna bona de castangia tottu traballadas a ferru abrigau, beni rifinius e cun su fundu de palla colorada.
Ne aveva di semplici in legno bianco, appena sgrossato, al naturale o con appena una mano di olio di lino, con impagliatura comune gialliccia; e ne aveva altre di legno di castagno lavorate con incisioni fatte a ferro caldo, ben rifinite e con il fondo di paglia colorata.
Ddus bendiat a pagu pretziu is iscannus e, a bortas, po chini no teniat dinai, faiant a iscambiu cun trigu, fa’, cixiri, gentilla e aterus lorixeddus.
Li vendeva per poco prezzo gli scanni e, a volte, per chi non aveva denari, li cedeva in cambio di grano, fave, ceci, lenticchie e altri legumi.
A mericeddu, a iscurigadroxu, candu fiat ora de torrai a bidda sua, a domu sua, in pratza chi fessit o in sa ruga, bendendi, bendiat ancora prus a baratu po si ‘ndi scarrigai.
Di sera, all’imbrunire, quand’era giunta l’ora di rientrare nel suo paese, nella sua casa, vendeva a prezzi ancora più bassi, pur di scaricarsi.
A urtimu, su bendidori de iscannus torràt a pinnigai tottu sa roba chi fiat atturada sene bendi, s’attuàt su strexu suu - comenti si usat a nai - e si ‘n d’andàt.
Alla fine, il venditore di scanni rimetteva a posto nel carretto tutta la merce rimasta invenduta, si caricava a spalla le sue cose - come si suole dire - e se ne andava.


SU BENDIDORI DE TURRONIS O TURRONAIU
IL VENDITORE DI TORRONE

Su turroni, il torrone, è da noi un dolce tipico di Tonara (e di altri paesi della Barbagia di Belvì, come Desulo e altri) ma è noto e diffuso in tutta la Sardegna. Tuttavia, anche nei Campidani, per esempio a Guspini, appresa l’arte, vi sono famiglie che preparano squisiti torroni, che poco o nulla hanno da invidiare a quelli tradizionali che vengono dalla montagna.
Gli ingredienti principali sono il miele, il bianco d’uovo e le mandorle. Vi sono però torronai che utilizzano le noci o le nocciole al posto delle mandorle.
Su turroni è parente stretto de su gattò, il mandorlato fatto con lo zucchero caramellato.
Assai spesso, ma non necessariamente, is bendidoris de turronis, i venditori di torrone, sono anche turronaius, facitori di torroni. E’ immancabile la loro presenza in occasione di feste o sagre paesane, anche le più modeste. Essi presentano e vendono il loro prodotto sopra uno o più tavoli che, ai lati della strada, dove si svolge la festa, si affiancano uno all’altro, costituendo le tradizionali paradas, una sorta di popolare esposizione delle offerte del mercato isolano di ogni genere di prodotto, dagli utensili da lavoro per il contadino o per il pastore, a quelli della cucina per la massaia, ai giocattoli per i fanciulli, fino alle cibarie e ai dolciumi.
Anticamente, su turroni consisteva in un blocco di qualche chilo e si vendeva a pezzi da uno a più etti, che su turronaiu tagliava magistralmente con un coltellaccio pesante come un “machete” detto gorteddu de mesa, coltello da tavola.
Una volta pesato, veniva avvolto in carta spessa, oleosa, su cui il dolce non si attacca - o si attacca di meno, a mia infantile esperienza.
Su turronaiu, come dovrebbero essere tutti is bendidoris che vogliono vendere, era di modi assai gentili e, a richiesta dell’acquirente, se il pezzo di torrone andava mangiato lì per lì, a passeggio lungo is paradas de sa festa, con rapidità e maestria, dando dei piccoli colpetti con la punta della sua pesante e affilatissima lama, lo sminuzzava, riducendolo in tanti pezzetti, bocconcini dolci e croccanti, da mettere in bocca uno dopo l’altro.


SU BENDIDORI DE CIXIRI E FA' ARRUSTU
IL VENDITORE DI CECI E FAVE ARROSTO

Non soltanto in occasione di feste, ma ogni domenica, su bendidori de cixiri e de fa’ arrustu, il venditore di ceci e di fave abbrustoliti, arrivava nella piazza del paese con il suo tavolo a spalla e lo sistemava in un angolo discreto, ma ben visibile e accessibile ai suoi affezionati clienti - non proprio a fianco del portale della chiesa, ché il parroco non amava confondere il sacro con il profano, e lì, per fede e per tradizione, dovevano stare i mendicanti, specie quelli handicappati, che generano nella gente sentimenti buoni, quali la pietà e la generosità.
Su bendidori recava con sé su scannu po si pausai factu factu e is sacchittus cun su cixiri e sa fa’ arruistius, la seggiolina per riposare ogni tanto e i sacchetti contenenti i ceci e le fave abbrustoliti. E se era bendidori ben fornito, allargava la vendita dei suoi “passatempi” a su pisu de crocoriga, sa nuxedda e a su cacau, ai semi di zucca, alle nocciole e agli arachidi - tutti debitamente abbrustoliti, per la gioia dei paesani di ogni età, “aficionados” di tali “passatempi”.
Sistemata sopra il tavolo la sua mercanzia, su bendidori de sa dominiga, il venditore della domenica, iniziava la sua giornata lavorativa.
Cixiri, nuxedda, fa’ e pis’‘e crocoriga, ceci, nocciole, fave e semi di zucca, si vendevano a misurini, che su bendidori versava direttamente nella tasca del compratore - per risparmiare tempo e denaro non faceva quasi mai il cartoccio: alle ragazze, quei “passatempi” venivano versati con il misurino in un fazzoletto da naso - pulito, si capisce - di cui le fanciulle erano sempre fornite e che tenevano, civettuole, infilato nella manica del corpetto o della camicia, lasciando un lembo fuori per poterlo estrarre con grazia ed eleganza.
Su bendidori de cixiri no est gasi mai strangiu, il venditore di ceci non è straniero, non viene da fuori, come altri venditori, ma è una figura tipica della comunità, che la domenica, o in occasione di festività, fa quel mestiere; mentre negli altri giorni ne fa un altro - ma sempre legato al commercio. Intanto, deve dedicare almeno un giorno della settimana alla torrefazione dei ceci, delle fave e, se la sua attività si allarga, delle nocciole, degli arachidi e di altri simili prodotti, che ha comprato all’ingrosso nei paesi produttori. Di solito, alla torrefazione sovrintendono la moglie, le figlie o le zie; insomma, le donne della sua famiglia o del suo “clan”, in quanto più esperte degli uomini nelle faccende relative al forno.


SA BENDIDORA DE PIRICHITTUS
LA VENDITRICE DI PIRICHITTUS

Se richiamo alla mia memoria una bendidora de pirichittus, fra le tante che ho visto e osservato con la mia infantile curiosità di sempre, appare ai miei occhi zia Luigina, una donnetta anziana, minuta, della quale si vedevano appena le mani e una fetta di viso con naso bocca mento, tanto era chiusa, infagottata nei suoi pesanti abiti alla sarda e ricoperta nell’ampio scialle nero.
Era solita sedersi in piazza della Torre, a Oristano, an de su bar de Ibba, davanti al bar di Ibba, punto centrale e assai affollato della cittadina, frequentato da vitelloni e sfaticati e, naturalmente, dai soliti intellettuali che andavano a discutere di politica. Se era una bella giornata, sedeva sull’orlo del marciapiede, tutta raccolta sotto la gonna e lo scialle, con la sua vetrinetta davanti, dove facevano mostra i suoi pirichittus, mustazzolus, pistoccus moddis, dolci tradizionali della nostra terra, comuni in tutta l’Isola, i cui nomi non sono, per quanto ne so, traducibili. Oltre a questi dolci, talvolta, vendeva anche quelli fatti con le mandorle e ancora, a novembre, durante la Festa dei Morti, i dolci fatti con uva passa e sapa.
Non usava richiamare in alcun modo la gente che passava numerosa davanti a lei. Attendeva muta, immobile che qualcuno si fermasse, e, senza neppure chiedere, le facesse un cenno con il dito per indicarle, dentro la vetrinetta, il dolce desiderato. Allora, zia Luigina, apriva il lato incernierato, quello dalla sua parte, socchiudeva la vetrinetta e, avvolgendolo alla buona, con un foglietto di carta velina, porgeva all’acquirente il dolce richiesto.
Quando il tempo si raffreddava, si spostava e sedeva raccolta sulla soglia di una casa, sempre lì vicino, e attendeva così, immobile, in silenzio, i compratori.


IS BENDIDORAS DE DURCIS
LE VENDITRICI DI DOLCI

A Oristano erano assai note e celebrate le sorelle Cruccas, specialiste nell’arte della pasticceria, che avevano una offelleria familiare in piazza Manno, quella dove stavano, uno davanti all’altro, il carcere ed il ginnasio.
Mia madre, di origine dorgalese ma nata a Santa Giusta, delle sorelle Cruccas era amica, nonché affezionata cliente, e già da ragazzo mi recavo nella loro bottega in sua compagnia per fare compere.
Facevano, queste sorelle pasticcere, squisitissimi dolci sardi, che esponevano nelle loro scaffalature a vetrine. Tanti erano i dolci di loro produzione che è difficile per me ricordarli tutti con il solo ausilio della memoria.
La maggior parte erano fatti di mandorle, intere, tritate o in pasta, come is guefus e is amarettus; poi, c’erano quelli fatti con l’uva passita e/o con la sapa, come is pabassinus, su pani de saba; e, infine, i dolci fatti con la pasta di farina lavorata in modo speciale, con o senza uova, lasciata fermentare più o meno a lungo, come is pirichittus, is mustazzolus e is pistocus moddis. In particolare, ricordo le mandorle zuccherate, che compravo per la ragazza di cui mi ero innamorato, per offrirgliele durante i nostri incontri segreti nella marina dell’Oristanese. Quelle mandorle - si diceva - erano afrodisiache e, solo per questo, erano complici attive di ogni incontro galante.


SU PANETTERI
IL PANETTIERE

E’ un mestiere antichissimo. La figura de su panetteri - si dice - è sempre esistita. Dovremmo dire, de sa panettera, della panettiera, perché fare il pane è un’arte propria delle donne, un’arte in cui esse sono specialiste, come nel settore dolciario che è affine, seppure la produzione del pane, a livelli industriali, è quasi del tutto in mano agli uomini.
Fino a tempi recenti, is panetteris, i panettieri, e is panetterias, le panetterie, si trovavano esclusivamente nelle città, dove la maggior parte dei residenti era impiegata nell’industria, negli uffici e nella burocrazia; in genere, tutta gente che, non avendo la possibilità di farselo in casa propria, doveva necessariamente acquistare il pane già confezionato. Al contrario, nei paesi e nei villaggi, non esistevano panetteris e panetterias, poiché ogni famiglia, anche la più povera, possedeva un forno a legna ed era attrezzata per fare il pane. Non vi era famiglia che non rimediasse, in un modo o nell’altro, qualche pugno di grano per farsi un po’ di pane, con qualche prestazione d’opera, o, anche, ricorrendo a prestiti o ad anticipi sul lavoro in via di svolgimento presso il padrone.
Va ricordato che il grano era la moneta corrente e, allo stesso tempo, l’alimento quotidiano. Il bracciante, per il suo lavoro in campagna, veniva pagato dal proprietario terriero con starelli di grano. Così pure i servi e le domestiche. Il grano veniva usato come moneta di scambio nell’acquisto del bestiame, come moneta corrente per pagare gli affitti dei terreni, il sarto, il barbiere e altri artigiani e perfino per acquistare, nei negozi e nelle botteghe, stoffe o commestibili, come il caffè e lo zucchero, che il contadino non poteva produrre - seppure spesso usava i surrogati, per esempio i ceci e l’orzo per il caffè, o il miele e, più comunemente, la sapa per lo zucchero.
Residuano nella memoria di molti nostri paesi diversi modi di fare il pane per conto terzi, dietro compenso:
- fare il pane per i soldi, vendendolo a peso, dopo sfornato, con un prezzo, di solito in grano, che variava secondo la pezzatura e secondo il tipo di ingrediente adoperato per farlo: di semola, di farina, integrale, condito, e così via;
- fare il pane in cambio del grano: un chilo di pane per un chilo di grano. Il guadagno per la famiglia che faceva il pane consisteva nel 20% circa di aumento del peso del pane, rispetto al peso del grano. Inoltre, alla famiglia restava la crusca, assai utile per alimentare gli animali da cortile, specie is puddas, is anadis, is coccas e is pioncus, le galline, le anatre, le oche e i tacchini.
- Fare il pane in cambio della farina: un chilo di pane per un chilo di farina. Anche qui, il guadagno consisteva nella crescita data dall’aumento di peso del pane, rispetto alla farina, aumento del 20% circa.


SU PRANGAXU O CRANNAZZERI
IL MACELLAIO

I termini prangaxu e crannazzeri indicano colui che vende al dettaglio le carni macellate. Pezza de sa panga, carne di macelleria, è la carne venduta da su prangaxu, dal macellaio. Sa panga era solitamente la loggetta, in un lato della piazza, riservata alla vendita delle carni macellate. Anticamente, non esistendo i macelli comunali, gli animali venivano uccisi, scuoiati e squartati nei cortili di casa o nei bugigattoli dietro sa panga, nel retrobottega della macelleria.
Ancora negli Anni Sessanta, nei nostri paesi, la macellazione degli animali, buoi compresi, avveniva pubblicamente, con metodi e tecniche assai primitive e, talvolta, anche avventurose.
In un grosso centro della provincia di Oristano, il venerdì mattina di ogni settimana, i tifosi di tauromachia si ritrovavano in una piazzetta del centro.
Dalle otto alle nove, cominciava l’arrivo dei camion con le bestie: cinque o sei bovini, secondo il periodo. Gli intenditori, già da un esame sommario, tiravano i pronostici sull’andamento della “corrida”. La competizione aveva inizio nel costringere i buoi a scendere dal mezzo; questi, fiutato il pericolo, puntavano gli zoccoli e volgevano minacciosi le corna. Frastornati dal viaggio, con funi e con pungoli venivano, infine, scaraventati sull’asfalto.
A quei tempi, il signor P.C., spettatore abituale, rilasciò questa testimonianza.
«La macellazione avviene nello stanzino attiguo al banco di vendita. Spesso, i buoi vengono ammazzati per strada o sull’uscio, perché la bestia sente l’odore del sangue e non vuole entrare. Lo ammazzano lì e lo trascinano dentro, poi».
Uccidere un bue in tale precaria situazione non era compito facile. Sovente, si improvvisavano vere e proprie “corride”, cui assisteva numerosa folla, che aveva per teatro le strade del centro. Talvolta, prima di soccombere, la bestia si difendeva egregiamente, mandando qualcuno a medicarsi ed a ricucirsi.
Tra gli spettatori più assidui, i ragazzini. Ecco quel che scrisse nel suo compito in classe una bambina.
«A me non impressiona quando uccidono i buoi, temo soltanto che qualcuno possa scappare e poi prendere a cornate i macellai… Li uccidono con una pistola muta sparando al cervello… il bue cade a terra e poi esce il sangue… il padrone prende il coltello affilato e gli taglia il collo per fargli uscire il sangue e poi con il piede lo pompa…».
La piccola testimone descrisse molto bene l’avvenimento, con una variante: il macellaio - “toreador” che “mata” il toro non usa la pistola, per altro già diffusa altrove, a quei tempi, ma lo stiletto, proprio alla maniera del “matador”.
Il metodo di dissanguare l’animale “pompandolo”, cioè premendo con i piedi sul suo corpo, era quanto mai semplice ed efficace. D’altro canto, era assai arduo tenere il bue sgozzato appeso al soffitto.
L’ultima fase, quella dello scuoiamento, veniva riservata agli aiutanti de su crannazzeri, del macellaio, che sapevano staccare con maestria la pelliccia dalla carne.
Nulla veniva perso dell’animale macellato: la carne, con o senza ossi, veniva tagliata e selezionata da su segadori, l’addetto al taglio ed alla selezione, per essere poi venduta in sa panga, nella loggia. Così pure la corata, mentre le budella, non facilmente utilizzabili quelle dei bovini, venivano gettate nei letamai, dove sfamavano animali randagi quali cani, gatti e topi. Le corna potevano essere utilizzate in diversi modi: lasciate nel cranio, una volta essiccato, diventavano il bucranio, un potentissimo amuleto che infitto in un palo proteggeva orti ovili e cortili di abitazione dai demoni del male.
Dalle corna di bue tagliate, lavorate con apposite sgubbie o incise con il pirografo (anticamente si usava una punta di ferro incandescente) si ottenevano recipienti di uso comune. In particolare, il classico corno per la polvere da sparo, quando ancora si usavano i fucili a bacchetta, e le ugualmente famose tabacchiere, di ogni foggia e stile, talvolta istoriate con preziose incisioni.

Una utilizzazione assai singolare delle corna del bue appena macellato era quella che ne facevano i fanciulli dei paesi dell’Oristanese, prospicenti stagni e paludi: tagliati e gettati sul fondo delle acque basse, melmose, diventavano rifugio di grasse anguille, che, dopo aver piluccato i grumi di sangue e di midollo, vi si rifugiavano appisolandosi. A quel punto, i ragazzi, che tenevano il corno legato ad una funicella, lo estraevano accortamente dall’acqua, guadagnandosi un lauto pranzetto.


SU SEGADORI
L’ADDETTO AL TAGLIO DELLE CARNI IN MACELLERIA

Era detto su segadori l’addetto al taglio ed alla selezione delle carni macellate. Un compito che attualmente è tornato in auge, specie nei supermercati, dove le carni vengono suddivise in molteplici parti, e poi confezionate in quantità standard, ciascuna con un proprio prezzo.


SU CAVALLANTI19
IL CAVALLANTE

«(Fino alla metà di questo secolo) le vie campestri, sorte per i bisogni dell’agricoltura erano tortuose e tanto malagevoli che a malapena consentivano il transito dei carri a buoi per il trasporto della legna da ardere per la provvista dell’inverno, dei covoni al tempo della mietitura e del letame in autunno per fertilizzare i campi. Ma non consentivano il passaggio del calesse e delle carrette, veicoli, d’altronde, allora ancora sconosciuti agli abitanti del paese.
Il carro a buoi poteva tutt’al più servire per il trasporto delle merci da un paese all’altro ma non quello delle persone sia per gli scossoni, sia per la lentezza.
In quelle condizioni ambientali il cavallo rimaneva l’unico mezzo di trasporto e di comunicazione comodo e celere con gli altri centri abitati.
Non c’era proprietario che non ne possedesse uno, non perché servisse per i lavori dei campi, perché per questo bastava l’opera dei buoi, ma per gli altri molteplici bisogni della famiglia e per i rapporti intercorrenti con gli abitanti degli altri paesi.
Il bisogno di possedere un cavallo era vivamente sentito anche dagli altri ceti meno abbienti della popolazione, dai mezzadri ai giornalieri, per i quali il possesso di un cavallo significava la liberazione dalla schiavitù della zappa e dei trasporti a prestito.
Quelli che possedevano qualche campicello avevano ora modo di coltivarlo più agevolmente con l’opera del cavallo e potevano provvedere con mezzi propri al trasporto dei raccolti.
Chi non aveva terreni da coltivare aveva modo di dedicarsi ai piccoli commerci.
Questi piccoli commercianti prendevano il nome di cavallantis.
Molti si dedicavano alla raccolta e al commercio delle ghiande, altri a quello del carbone di radica di scoparia per approvvigionare le fucine dei fabbri del paese e dei paesi vicini e lontani, perché quel carbone ricco di potere calorifero sostituiva in tutto e per tutto il carbon fossile d’altronde sconosciuto ai fabbri dei nostri villaggi; altri davano l’assalto ai tronchi di elci e di quercia caduti per vecchiaia, abbattuti dal fulmine o dalla furia del vento nei vicini boschi di Monte Arci, riducendoli, a colpi di scure e coi cunei in schegge e trasportando i carichi per venderli nei paesi vicini, nei quali difettava la legna per i bisogni dell’inverno; altri più scaltri impiegavano i loro sudati risparmi per l’acquisto del grano a basso prezzo nel periodo del raccolto, per trasportarlo e rivenderlo a caro prezzo nei paesi in cui il raccolto era stato scarso.
Ogni trasporto era di due starelli e mezzo.
Sul basto, un’apposita sella da trasporto rozza e senza staffe, veniva caricato un lungo sacco di grano piegato in due a guisa di bisaccia contenente uno starello e mezzo di grano, saccu de tres quarras, coi due capi pendenti dai lati opposti della sella; l’altro sacco contenente uno starello, saccu de moi, ben ricolmo e perciò rigido, veniva adagiato sul primo ed entrambi legati solidamente al basto con due robuste corregge di pelle di cui esso era fornito.
Sulla groppa del cavallo prendeva posto il cavallante con le gambe penzoloni e coi gomiti appoggiati sul carico mentre con le mani teneva le redini e la frusta.
Il viaggio, spesso lungo, non era molto comodo, ma il commercio era redditizio ed il pensiero di cospicui guadagni faceva dimenticare quasi per incanto il disagio patito durante il viaggio.
Quel commercio cominciava alla fine dell’autunno e si protraeva per tutto l’inverno fino a primavera inoltrata e chi vi si dedicava riusciva a racimolare gruzzoli non indifferenti da consentire l’acquisto di terreni sufficienti a formare piccole e grandi proprietà e a raggiungere posizioni doviziose.
Altri cavallanti si dedicavano al commercio dei pesci recandosi settimanalmente alle peschiere di Pontis, di Sassu e di Marceddì per acquistarvi i muggini a buon prezzo e rivenderli poi alla popolazione del paese e di quelli vicini.
Spesso essi ottenevano i muggini in cambio dei prodotti della terra, specialmente di legumi.
Anche i pescivendoli usavano bardare i cavalli con la speciale sella da carico dalla quale facevano pendere lateralmente (una per parte) cestelle di forma speciale, goffisceddas, intessute di verghe e di canne, dove venivano riposti i pesci, riservando quale posto di viaggio per loro le groppe del cavallo.
In quei tempi il ghiaccio era sconosciuto nei nostri paesi, perciò i pescivendoli compivano il viaggio di andata e ritorno durante le ore notturne.
Partivano al crepuscolo per arrivare nelle peschiere nelle prime ore della notte e fatto il carico, dopo un breve riposo, ripartivano nottetempo per raggiungere il paese alle prime luci dell’alba con i pesci ancora saltellanti.
Altri cavallanti traevano il tanto da vivere trasportando settimanalmente la biancheria da ricambio e qualche pane casereccio a quelli che lavoravano nella miniera di Monte Vecchio e di Ingurtosu e riportavano alle famiglie la biancheria sporca, qualche provvistina di coloniali e soprattutto le rimesse settimanali di denaro per i bisogni della famiglia.
Era questo un incarico di fiducia per questi umili lavoratori, di cui essi andavano giustamente orgogliosi, anche se la mercede ricevuta dalle famiglie per il loro duro e delicato lavoro, non era molto remunerativa.
Per tutto il loro lungo servizio non si sentì mai un lamento nei loro confronti. Fu questo un tacito riconoscimento della loro provata onestà.»20


SU STANGHERI
IL TABACCAIO

Stangheri è colui che gestisce su stangu, il tabacchino, dove un tempo, qui in Sardegna, si vendeva tabacco e chinino; a differenza del Continente dove con i tabacchi si vendeva il sale, anche questo monopolio di Stato.
La gestione de su stangu, del tabacchino, costituiva una sorta di sussidio che le autorità statali concedevano alle vedove di guerra, per lo più di sottufficiali dei carabinieri o della finanza, morti in quello che viene chiamato “l’adempimento del proprio dovere”. Da parte dello Stato, per altro scialacquatore, era un modo di risparmiare sulle pensioni dei suoi più umili servitori.


SU ZILLERI
L’OSTE

Zilleri indica, nella parlata settentrionale e logudorese, la bettola, la taverna; mentre l’oste, o il padrone della taverna, è detto zillerarzu o zilleraju.
Poco usato nella parlata campidanese (di comune uso magasineri) il termine zilleri, che indica sia la bettola che il bettolaio. In alcuni paesi, tra questi Guspini, indica soltanto il barista, colui che mesce e serve al banco o ai tavoli il vino o i liquori, sia che tale attività sia svolta in una buttega de binu o butteghinu, in una bettola, o in un bar, bar, o in unu magasinu, una cantina privata, aperto stagionalmente al pubblico.21


SA MAGASINERA
LA BETTOLAIA

Sa magasinera fiat sa chi bendiat binu in su magasinu, casi sempiri in domu propria. La bettolaia era colei che vendeva vino in uno stanzone, quasi sempre in casa propria. Il vino che si vendeva era in gran parte vino di produzione familiare. Un modo spiccio e diretto per vendere la quantità di vino eccedente il fabbisogno della famiglia.
Altre volte sa magasinera vendeva il vino nella bettola vera e propria, cioè la rivendita pubblica autorizzata, detta in sardo butteghinu (buttega de binu), o anche magasinu.
Is magasinus o butteghinus, le bettole o rivendite di vino, pubblici o privati che fossero, in molti nostri paesi erano segnalati con un ramo di palma o di olivo o anche, come nell’Oristanese, con su pinnoni, uno straccio (bianco o nero secondo il vino venduto), pinzato ad un pezzo di canna, infilato negli interstizi del muro in mattoni crudi. Tali segnali di richiamo per i bevitori del paese (o po is istrangius, o per i forestieri) venivano applicati a lato della porta d’ingresso.
All’interno de su magasinu, il più delle volte in sa cambara manna, nel salone d’ingresso, vi si trovavano gli arredi essenziali della bettola: a lato, d’angolo, vicino alla porta d’ingresso, onde avere il controllo di chi entrava e usciva (per la verità in paese tutti si conoscono e l’onestà è un fatto anche di pubblico controllo). Sopra il tavolo, i litri e i mezzi litri, i bicchieri, un secchio d’acqua per lavarli dopo l’uso, e la damigiana del vino corrente, quando si era in su magasinu privato, dove si vendeva di volta in volta soltanto una varietà di vino di cui il proprietario aveva abbondanza; mentre nel locale pubblico vi erano, di solito, diverse varietà di vino, come minimo il bianco e il nero. Dietro il tavolo sedeva sa magasinera, la bettolaia, che aveva a portata di mano gli strumenti del suo lavoro e un cassetto del tavolo dove riponeva i soldi degli avventori.
Nel locale non vi erano tavolini e i clienti sedevano sulle tradizionali panche di legno o su scanni bassi o, alla peggio, su tavoloni appoggiati sopra blocchetti di cemento e quando avevano finito di bere si alzavano, all’inizio saldi, poi sempre più traballanti, e andavano al tavolo della ostessa-dispensatrice di vino, per farsi riempire ancora una volta il bicchiere. Nel bel tempo, specie durante l’estate, l’osteria si spostava dal chiuso all’aperto, nel cortile acciottolato della stessa casa o in quella di una vicina.


SU MAGASINERI
IL BETTOLAIO

Su magasineri, il bettolaio, è colui che gestisce su magasinu, la bettola, o che vi lavora mescendo e servendo da bere agli avventori, sia al banco, sia ai tavoli situati all’interno o all’esterno del locale - nel cortile, nel marciapiede della strada o del piazzale prospicente.
Nell’accezione più larga e più attuale, su magasineri è il mescitore di vino e liquori, quello che oggi vien chiamato barista. Un mestiere un tempo assai ambito per chi era di salute malferma o che comunque voleva risparmiarsi il duro lavoro dei campi, in balia delle intemperie.


SU MAGASINERI
IL MAGAZZINIERE

Magasineri, magazziniere, è anche detto colui che controlla o gestisce unu magasinu, un magazzino - inteso nel senso di locale dove confluiscono granaglie, magasinu de trigu, o altro (pomodori, cocomeri, mangimi, ecc.) o dove vengono conservati all’ingrosso derrate alimentari o capi di vestiario.


SU CANTINERI
IL CANTINIERE

Non interessa qui su cantineri, custodiu de sa cantina (come lo definisce il Porru nel suo Dizionariu), dove cantina è intesa nell’uguale senso italiano di “luogo dove si conserva il vino”, o di dispensa. Cantineri era anche chiamato il gestore de sa cantina, lo spaccio che, nelle miniere, veniva affidato dalla direzione ai loro accoliti o lacchè, che più si erano distinti nello sfruttamento degli operai, in qualità di caporalis - com’erano detti gli odiatissimi sorveglianti - quasi tutti reclutati nel Continente.
“Con le cantine, le amministrazioni si riprendono interamente i salari di fame dati ai lavoratori, e inoltre li costringono a indebitarsi, legandoli mani e piedi allo sfruttamento. Le cantine sono gli unici negozi di alimentari e di merci varie esistenti nelle zone minerarie; e in queste soltanto i lavoratori possono acquistare ciò che occorre per vivere. Le amministrazioni delle miniere le organizzano e le fanno funzionare direttamente o attraverso loro fiduciari. «La cantina è il primo filone di guadagno dei padroni della miniera», dirà un operaio alla Commissione (d’inchiesta parlamentare sulla situazione dei minatori sardi). Non solo i generi alimentari e le merci delle cantine sono scadenti; non solo i prezzi sono maggiorati; ma vi si pratica il truk system (mi piace tradurlo “sistema a trucco”!), cioè il pagamento in natura del salario. I padroni consegnano, al posto del salario in moneta o come parte di esso, dei buoni utili per l’acquisto nelle loro cantine. Era considerata «mancanza gravissima» quella del minatore che non acquistasse nello spaccio padronale, e veniva di conseguenza licenziato. Le cantine davano anche a credito. La somma relativa alla merce acquistata a credito veniva registrata come debito e maggiorata con un forte interesse. Le cantine concedevano anche piccole somme di denaro in prestito, che venivano poi sottratte dalla paga quindicinale. La stessa Commissione rileva che il prestito a usura arrivava all’interesse del 700 per cento! Una volta afferrato nell’ingranaggio del truk system, l’operaio non ne usciva più: poteva salvarsi soltanto con la fuga, dandosi alla latitanza sui monti della Barbagia o emigrando in Africa”.22


SU FORTUNELLU
IL FORTUNELLO, CHI DA’ L’OROSCOPO

Quando io ero ragazzo, il termine fortunellu indicava il venditore e la venditrice dei biglietti della fortuna, una sorta di oroscopi stampati, dove ciascuno poteva leggere cosa gli serbava il futuro sul piano economico e sentimentale.
Su fortunellu era costituito per lo più da una coppia di girovaghi che venivano non si sapeva da dove; solitamente, lui era un cieco che portava sul petto, trattenuta da bretelle, una gabbia, con un pappagallino, ai cui lati vi erano dei cassetti con biglietti di diverso colore, e lei era una donna giovane che suonava la fisarmonica, cantava e attirava i passanti, invitandoli a farsi dare dal pappagallino il “fortunello”, il biglietto della fortuna. Tali biglietti stampati erano separati e di colore diverso a seconda del sesso e dell’età del richiedente.
La donna invitava il pappagallino a scegliere, per esempio, nella cassetta: femmina, giovane; e questo, acchiappando con il becco un foglietto, lo porgeva alla donna che, a sua volta, lo consegnava alla fanciulla richiedente.
Non ricordo quanti centesimi costasse un “fortunello”; certamente pochi: ricordo che i clienti più assidui erano fanciulle, le quali, ogni volta che i girovaghi entravano in paese, si precipitavano in strada desiderose di conoscere il loro futuro, specie quello sentimentale.


SU BENDIDORI DE CANZONIS E GERAVALLIUS
IL CANTASTORIE E VENDITORE DI ALMANACCHI

Is bendidoris de canzonis e de geravallius, i cantastorie e venditori di canzoni e di almanacchi, erano ambulantis, ossia girovaghi, che, sempre in coppia, andavano e venivano da un paese all’altro dell’Isola, trasportati da un carro trainato da un cavallo.
Quasi sempre si trattava di una coppia di coniugi o conviventi. Approdati nella prima piazza di paese, lui, cieco, seduto in una panchetta, suonava la fisarmonica e cantava o narrava i fatti descritti nelle canzoni; lei cantava con lui, o a lui si alternava nel canto o nella narrazione, e vendeva alla gente, che si raccoglieva intorno a loro, le canzoni scritte e illustrate e is geravallius, sorta di almanacchi o lunari, con notizie utili al contadino sulle lunazioni e i tempi per la semina, per la cura e per il raccolto e la buona conservazione di ogni vegetale. (Assai diffuso da noi l’Almanacco di Barbanera, detto semplicemente su geravalliu)
La coppia viveva praticamente nel carro da viaggio, chiuso all’esterno con un incannucciata di forma cilindrica, ricoperto di tela impermeabile, e arredato con stuoie e panchette nel suo interno. La gente non era malevola nei loro confronti, tuttavia, certamente influenzata dal moralismo cattolico, che vedeva in codesti girovaghi un pericoloso amore per la libertà, giudicava la donna girovaga come una poco di buono che, per arrotondare le misere entrate della vendita delle canzoni, si dava nottetempo ai maschi del paese - tanto “il marito, o amante che fosse, in quanto cieco, non ci vedeva e, per il resto, faceva finta di non sentire”.


S’AMBULANTI
L’AMBULANTE

Ziu Licu e zia Lica erano una coppia di girovaghi, la cui attività era quella di bendidoris de canzonis e de geravallius, di cantastorie e di venditori di almanacchi. Lui suonava l’armonica e cantava, lei vendeva le canzoni. Erano tutti e due anziani - almeno lo erano per me ragazzino. Lui era asciutto, dal portamento eretto, vestiva di fustagno marrone, con la camicia bianca senza colletto, come usavano i contadini dell’epoca, il “gilet”, la giacca e i calzoni un poco svasati alla caviglia, con gli spacchetti laterali. Lei era una donna bassa e robusta, agile e forte. Ziu Licu era cieco e zia Lica lo accudiva - per quel che non poteva fare, non vedendo.
Abitavano in una casetta vicino alla mia e in quei pochi giorni che vi si trattenevano, mi recavo da loro, curioso di conoscere le storie che ambedue sapevano raccontare. Ziu Licu narrava di fatti straordinari che accadevano nel nostro mondo - che era poi il mondo dei Sardi, contadini e pastori. Zia Lica raccontava più volentieri le loro avventure di viaggio. Le storie dell’uno e dell’altra si intrecciavano e si confondevano spesso, come quando descrivevano, durante uno dei loro misteriosi viaggi, lo scenario cupo e tragico di un temporale, con il cielo solcato da vividi lampi, con lo scrosciare della pioggia torrenziale, rotto a tratti dal fragoroso rimbombo dei tuoni, e, proprio in quel particolare momento, la coppia si imbatteva in un famoso latitante, che finiva per commuoversi lasciando loro una moneta d’argento, in cambio di un pane.
Nella memoria, ho immagini chiare di ziu Licu e zia Lica. Di lui, seduto nel cortiletto, all’ombra del muro di casa, su uno scanno basso, in maniche di camicia, mentre toglie dal taschino del corpetto un grosso orologio e, con lo sguardo fisso davanti a sé, con dita agili e sicure, lo apre, sfiora le lancette con il polpastrello di un dito e mi dice l’ora. Ovviamente, il suo orologio non aveva il vetro. Ogni volta che potevo, con una scusa o con l’altra, gli chiedevo l’ora. Se ero appena arrivato o se mi trattenevo a lungo: «Per favore, che ore sono?», e ziu Licu, paziente, infilava la mano nel taschino, ne estraeva il suo Rosckoff, lo apriva e lievemente con i polpastrelli individuava le lancette e mi dava l’ora. Ed io, che vedevo, mi stupivo che lui, non vedente, fosse così bravo da non sbagliare mai di un solo minuto.
Quando arrivavo, zia Lica portava da casa uno scanno, lo metteva in cortile, vicino a quello in cui stava seduto ziu Licu, e mi faceva accomodare. Quando non aveva faccende da sbrigare - sempre poche, per quel che ricordo - si sedeva anche lei con noi, tirandosi sotto la gonna ampia per ammorbidire i sassi ruvidi dell’acciottolato.
Qualche volta ziu Licu suonava la fisarmonica e cantava. Lo faceva per tenersi in esercizio e forse anche per concedermi qualche immagine del suo spettacolo. Per me era festa grande, allora. E zia Lica mi faceva vedere i fogli con le canzoni illustrate, che lei vendeva al pubblico che si raccoglieva intorno al loro carro nelle piazze. Talvolta mi chiedeva di leggere. Lei era analfabeta, ciononostante riconosceva una canzone dall’altra e le sapeva ripetere tutte per filo e per segno. Non ho mai capito come facesse. Ogni canzone era stampata a caratteri belli chiari su un foglio colorato grande come un quotidiano di allora. Nel margine superiore c’erano delle tavole disegnate - le immagini erano ricorrenti: la facciata di una chiesa con gli sposi novelli e, poi, una donna, vestita da popolana, con un bimbo in braccio e una pistola puntata sullo sposo. Sotto le tavole, su due o tre colonne, c’era la canzone in versi, che raccontava la storia di una fanciulla sedotta e abbandonata da un perfido amante, che da questa veniva ucciso mentre si sposava con un’altra.
Il cortile dei due cantastorie ambulanti era piccolo: ci stava a malapena un fico, che con i suoi rami copriva anche buona parte del tetto della casetta. Eppure loro due, con il suono dell’armonica e con il canto, riuscivano a farlo diventare, ai miei occhi, il teatro più grande del mondo, dove si rappresentava uno spettacolo tutto per me, uno spettacolo cui mai più ho potuto assistere.
Zia Lica e ziu Licu non si trattenevano mai più di una settimana nella loro dimora in paese. In breve facevano i preparativi e si rimettevano in viaggio. Stavano fuori anche per mesi.
Quand’era estate partivano al tramonto e d’inverno all’alba, con il loro carro chiuso a botte dal telone grigio, fermato su tre semicerchi di ferro, fissati alle sponde, uno al centro e gli altri due ai margini. Di dietro, il telone aveva la forma circolare ed era completamente chiuso, mentre sul davanti si apriva al centro come una tenda a due teli, e da lì si accedeva all’interno dell’abitazione che, a me ragazzo, appariva piena di fascino.
Il giorno prima della partenza, zia Lica riponeva ordinatamente nel fondo del carro la biancheria e il vestiario, la stuoia e le coperte che servivano da giaciglio e, infine, le cibarie, per lo più grandi pani, formaggio e carne affumicata. Il cavallo veniva accudito con maggiore premura, servito di buona biada e perfino di ceci. Il cagnolino, un volpino bianco a macchie nere, veniva fornito di un collarino con i sonagli: doveva sentire la partenza imminente ed era irrequieto, correva di tanto in tanto sotto il carro, dove per lungo tempo, legato con una funicella all’asse, avrebbe viaggiato, o riposato, al riparo dalla pioggia o dai dardi del sole.
Per quel loro partire all’alba o al tramonto, nessuno in paese si accorgeva della sparizione dei due ambulanti, se non passando davanti alla loro casa che mostrava le imposte serrate.
Appresi allora, da fanciullo, che tante sono le attività che può svolgere l’uomo e che questa di ziu Licu e zia Lica era una delle più antiche e delle più nobili: viaggiare, conoscere e comunicare, facendo coincidere il vivere con il lavorare.


SU BENDIDORI DE SABONI, VARECHINA E ASULLETA
IL VENDITORE DI SAPONE, VARECCHINA E AZZURRITE

«Periodicamente, diciamo ogni quindici giorni circa, passava in paese un carretto trainato da un cavallo, sostituito, più avanti nel tempo, da s’apixedda, il motofurgoncino APE, o da un camioncino. Si fermava in ogni rione per rifornire le massaie dei materiali detersivi necessari alla pulizia della casa, della roba e della persona: saboni, varechina e asulleta, sapone, varecchina e azzurrite.
Nel circondario di Cagliari, era rinomata la ditta Masnata che fabbricava detersivi, che distribuiva alle rivendite con enormi carri trainati da cavalli normanni, e riforniva, ovviamente, is bendidoris de varechina, saboni e asulleta, i venditori di detersivi in genere. Nei paesi dell’interno, erano solitamente questi bendidoris a rifornire le massaie, affrontando viaggi lunghi e faticosi per raggiungere le comunità delle zone più impervie.
Era un momento di festa per le strade, per i rioni, per tutto il villaggio, quando arrivava con il suo carretto su bendidori de varechina. Le donne uscivano dalle case e dai cortili e si avvicinavano al mezzo con i più disparati contenitori: vecchie damigiane, bottiglioni, fiaschi.
I prodotti detersivi e igienici che comunemente venivano offerti in quel mercatino ambulante erano il sapone di Marsiglia, a panetti quadrati di dieci centimetri, l’uno attaccato all’altro fino a formare una stecca della lunghezza di circa mezzo metro; varecchina sfusa, concentrata, venduta a litri; asulleta, azzurrite, una polvere azzurra che, sciolta nell’acqua, serviva, nell’ultimo risciacquo della biancheria, a dare un bianco più brillante e, soprattutto, eliminava il colore giallognolo lasciato dalla varecchina. Su bendidori offriva, inoltre, pinzette per i panni, saponette per l’igiene personale, soda caustica per la lisciva o per fare il sapone casereccio e, infine, recipienti vari, anticamente in ferro zincato e in ferro smaltato, successivamente in plastica, come bacinelle, secchi e lavamani. Is bendidoris più forniti vendevano anche strofinacci vari, da cucina e per lavare per terra.
Sul carretto o sul camioncino erano collocati dei grossi recipienti da cui uscivano dei tubi di gomma flessibili che terminavano con un rubinetto. Da lì usciva la varecchina che veniva versata nei recipienti.
Il sapone costava un tanto al pezzo e la polvere azzurra, s’asulleta, veniva venduta a etti.
Le donne di paese amavano molto acquistare dall’ambulante, in primo luogo perché i prezzi erano più bassi rispetto a quelli della bottega, e poi per il piacere della novità. L’ambulante era unu strangiu, uno che veniva da fuori, e quindi di poca confidenza, anche se, allo stesso tempo, era possibile creare con lui un rapporto confidenziale, parlare di tutto senza problemi, perché così com’era venuto se ne sarebbe andato. Infine, era una fonte di notizie che permetteva di conoscere ciò che accadeva al di fuori del proprio paese.
Per l’occasione non mancavano neppure le diatribe, perché le donne tendevano a lamentarsi continuamente sia del prezzo alto, che della qualità scadente della merce: la varecchina era meno di un litro o era troppo annacquata; s’asulleta era vecchia e quindi non si scioglieva bene; il sapone era sempre più scadente perché non faceva la schiuma di un tempo...»23


SU BENDIDORI DE STOFFA A BARATU
IL MAGLIARO NAPOLETANO

La gente dei nostri villaggi non ha molta stima del cosiddetto bendidori de stoffa a baratu, che letteralmente significa “venditore di stoffa a vil prezzo” e che si traduce meglio con magliaro napoletano; sinonimo di commerciante poco serio che vende prodotti scadenti o merce deteriorata.
Sono per lo più venditori ambulanti che lavorano sempre con qualche complice. Attirano la gente nelle piazze con qualche buffonata, con qualche gioco di prestigio, o raccontando barzellette. Quindi, presentano la loro merce esaltandone la pregiatissima qualità e, poi, passano al prezzo, altissimo, di tale preziosissima merce. Infine, non mille e non cinquecento e neppure cento, ma appena dieci, ma che dico dieci, la voglio regalare, la do per cinque, non basta, mi voglio rovinare, non la do neppure per quattro, neppure per tre, e neppure per due... a voi la do per una miserabile lira! E qui il complice si affretta a tendere la lira e a ritirare il bidone, nel tentativo di influenzare la gente che ci casca, bisogna dire, sempre meno, almeno con is bendidoris de stoffa a baratu. Ma sono ancora molti quelli che ci cascano con is bendidoris de politiga, e nimancu a baratu…, i venditori di politica, e neanche a vil prezzo….


SU BENDIDORI DE MOLENTIS
IL VENDITORE DI ASINI

Il venditore di asini era detto anche molentargiu, come il custode degli asini, l’asinaio, ma più correttamente era chiamato su bendidori de molentis.
In un determinato giorno del mese, in sa pratza de bidda, nella piazza del paese, arrivava su bendidori de molentis, a piedi o in carretta, seguito da una cerda de bestiolus, un branco di bestiole, ciascuna trattenuta da una fune. Quel giorno, quanti nella comunità avevano bisogno di un asino si recavano in piazza per sceglierne e contrattarne uno. Vi erano asini di tutte le taglie e di tutte le età: i più piccoli adatti a girare la macina; i più grandi per essere cavalcati o per tirare il carretto.
In tempi recenti, ancora negli Anni ‘80, a Seui, come in altri paesi della Barbagia di Seulo, ho assistito ad un curioso mercato di asini.
Nelle prime ore del giorno, nella piazzetta di fronte alla chiesa, un gruppo di persone era già in attesa. Il venditore arrivava con il suo camioncino maleodorante carico d’asini. Tra gli acquirenti c’erano molti curiosi e c’era, accompagnata dalla figlia, una anziana signora, forse vedova, come si poteva dedurre dall’abbigliamento scuro e dal viso atteggiato a severità e riserbo.
Di quella vendita pubblica di molentis ricordo alcune simpatiche sequenze. La vedova (dò per scontato che lo fosse) desiderava acquistare un asino tuttofare: trasporto della legna da ardere, lavoro nell’orticello, e così via.
Su molentargiu, il venditore, tentava di rifilarle un asinello malandato, vantandone inesistenti doti e capacità lavorative, perfino un buon carattere mansueto, ubbidiente e servizievole. La vedova, di rimando, rifiutava l’offerta, negando che in quella specie di rudere ci potesse essere alcun pregio, ironizzando sul fatto che unu molenti come quello non sarebbe stato capace neppure di... La recita tra le risate dei presenti.
Dopo un apparente bisticcio, che era poi una usuale tecnica di contrattazione, la vedova chiese un certo tipo di asinello, entrando nei particolari: maschio, di taglia piccola, non più vecchio di due anni, vispo, laborioso e intelligente. Lo avrebbe atteso per la settimana seguente.

L’asino domestico tuttofare

Un tempo tutto il lavoro era svolto dalle braccia dell’uomo con l’aiuto, determinante, degli animali domestici: buoi, cavalli e asini.
Si lavorava tutti come bestie, si direbbe oggi; si lavorava persino per costruire gli attrezzi da lavoro, almeno per quanto era possibile, risparmiando la prestazione d’opera degli artigiani specialisti: fabbro, falegname, carraio, sellaio, ecc.. Il contadino, in particolare, la cui organizzazione economica era strettamente autarchica, sapeva fare di tutto: preparare un manico nuovo alla zappa, riparare l’aratro, ricucire le redini, rattoppare il basto e perfino risuolare le proprie scarpe e quelle dei pochi familiari che le portavano.
Il lavoro non spaventava nessuno, allora. Sembrava, anzi, che mettesse allegria, perché tutti erano di buon umore, pronti a sorridere e a cantare, con il cuore sempre aperto alla festa.
Un grande aiuto al lavoro dell’uomo lo davano gli animali ed in particolare l’asino, il “tuttofare” della famiglia.
Tanti erano i nomi che indicavano questo animale: su bestiolu, la bestiola, per quel suo essere docile e sapersi adattare alla vita della famiglia, sopportando anche i piccoli che lo molestavano o volevano cavalcarlo, coinvolgendolo nei loro giochi; s’ainu, che è il suo nome storico, di origine latina; così come su molenti, dal latino “molens”, che macina, participio presente di “molere”, perché a lui era demandato il compito quotidiano di macinare la quantità di grano necessaria per il pane e la pasta, per l’alimentazione della famiglia; su burricu, nome ripreso dai dominatori spagnoli, che dà all’animale un tocco di grazia se pronunciato affettuosamente; sa lambretta, come veniva scherzosamente chiamato negli Anni Cinquanta, quando veniva usato come cavalcatura per gli spostamenti rapidi e lo si teneva “parcheggiato” accanto all’uscio di casa - come mostrano anche alcune foto d’epoca.
L’asino era un instancabile trasportatore di legna: dal monte portava enormi cataste di fascine, sia con il basto che con il carretto.
Oltre alla macinatura del grano, l’asino era addetto al trasporto del latte, negli appositi contenitori detti tollas o bandonis, dall’ovile in montagna alla casa in paese, dove veniva consumato e lavorato per ottenerne ricotta, formaggio e siero per gli animali da cortile. Non dimentichiamo che, molto spesso, specie nei paesi agricoli dei Campidani, l’asino tirava una carretta, costruita a misura della sua taglia, detta su carrettu de molenti, il carretto da asino, per distinguerlo da sa carretta de cuaddu, il carro da cavallo, e da su carru a bois, il carro a buoi.
La ragazzaglia in compagnia dell’asino trova anche sufficiente spazio per giocare. Quando, nelle ore morte del pomeriggio, Piriccu (nome proprio d’asino, diffusissimo nell’Oristanese) viene accompagnato nel chiuso alla periferia del paese, dove pascolando si ritempra dalle fatiche quotidiane, i ragazzini, poco comprensivi delle esigenze dell’animale, ne approfittano per dare luogo a cavalcate selvagge, anche se, dal canto suo, Piriccu, il paziente asinello, conosce mille malizie per disarcionare gli improvvisati “cow boys”: il suo metodo più sottile e maligno è quello di costeggiare muretti ruvidi o, meglio, siepi di ficodindia, costringendo l’intruso a saltare alla svelta dalla groppa.


CAPITOLO TERZO

IS MAISTUS, IS ARTIS
I MAESTRI D’OPERA, I MESTIERI

Presentazione

Il termine sardo maistu deriva dal latino “magister”, con il significato di maestro, colui che possiede in sommo grado della conoscenza e della capacità, in un settore delle umane attività, tanto da poter insegnare e trasmettere ad altri la propria arte, il proprio mestiere, o qualunque genere di conoscenza utile a risolvere i problemi della vita. In particolare, maestro è colui che insegna a vivere nel migliore dei modi.
Letterariamente, mi pare corretta la definizione che ne dà il Dizionario Devoto-Oli: «Persona che, in virtù delle cognizioni e delle esperienze acquisite, risulta all’altezza di contribuire in tutto o in parte all’altrui preparazione o formazione».
Specificatamente nelle arti e nei mestieri, maistu indica comunemente la persona più anziana (che si ritiene la più preparata, la più esperta, la più capace) del laboratorio, bottega, o squadra di lavoro; maistu è colui che, per diritto acquisito, ha l’autorità di “comandare” nel senso di dirigere l’attività.
Abbiamo tanti maistus quanti sono i mestieri e le arti. In alcuni casi, nello stesso titolo è iscritto il termine di maistu, come nel caso di su maistu de linna, il falegname, su maistu de crapittas, il calzolaio, su maistu de muru, il muratore, e così via; mentre in altri casi non si dice su maistu de braba, ma braberi, barbiere; o anche , non si dice su maistu de scannu, ma scannaiu, il facitore di sedie. Tuttavia, quando ci si rivolge a unu braberi o a unu scannaiu l’usanza vuole che, per rispetto, vengano chiamati con l’appellativo di maistu.
A proposito di maistu, per uno che gode fama di grande puttaniere, si dice burlescamente che è unu maistu de cunnu, dal latino “cunnus”, conno o vulva.
L’appellativo di maestro è un titolo onorifico e lo si usa rivolgendo la parola ad un artigiano famoso per il suo lavoro. Se rivolto a persona anziana e saggia, assume il significato di “maestro di vita”. Va ricordato che lo stesso Gesù viene chiamato “maestro” dai suoi seguaci, che, pertanto, si definiscono “discepoli”.
Nelle nostre comunità, il maestro per antonomasia è su maistu de scola, l’insegnante. O almeno dovrebbe esserlo, quand’egli scenda dalla cattedra e dimostri, nella pratica, di essere un maestro di vita.
Appartengono al gruppo di questo capitolo anche i mestieri e le attività di uomini e donne che creano, con le loro mani, oggetti d’uso personale e familiare. Vi sono compresi, quindi, gli artigiani veri e propri, gli artisti, coloro che lavorano all’intreccio di corbule e cestini, di funi e cordicelle, impagliatori di scanni e facitori di stuoie. E, ancora, tanti piccoli facitori che citarli tutti è quasi impossibile.


SU MAISTU DE SCOLA
IL MAESTRO DI SCUOLA

“Gli scolari fiutano la svogliatezza del maestro. «Andiamo a passeggio, oggi?» Propongono.
Il sole di aprile scaccia l’ultimo freddo annidatosi nelle giunture delle ossa e acuisce il lezzo di letame nelle vicine stalle di don Peppe.
«D’accordo. Ma dove?»
Gli asfodeli hanno coperto i pascoli, nella valle. Annata buona di grano, quest’anno! - I nuovi asparagi hanno pollonato tra i rovi e i sassi dei recinti e delle siepi.
«Saliamo all’ovile di don Peppe?»
Fra i dirupi, le capre saziano l’antica fame coi teneri mentastri.
«No. Scendiamo al boschetto di don Peppe.»
I pioppi abbrividiscono alla brezza; le foglie d’argento tinniscono.
«C’è anche il fiume, lì.»
Siamo tutti d’accordo: al boschetto di don Peppe.
«Per favore, niente disordine e grida, in paese. Altrimenti...»
Attraversiamo il paese in ordine e in silenzio. Il calzolaio si affaccia sull’uscio col suo lungo grembiule di pelle sporco di grasso e di pece. «Bella giornata, oggi. Buona passeggiata!» Dice, agitando una scarpa.
Le rondini hanno ritrovato sotto le gronde e le tettoie i vecchi nidi e li rabberciano andando e venendo sotto lo sguardo indifferente dei buoi.
Il bosco di don Peppe è soltanto una breve radura erbosa con sette pioppi esili e radi. Il fiume è soltanto un rivolo d’acqua.
«Ed ora, correte e gridate pure! Ma attenti...»
Corrono scatenati. Anime vestite di stracci colorati, ansiose di libertà, di corsa, di vento, di sole, di gioco. Qualcuno cade, nella corsa, subito rialzandosi, senza nemmeno passarsi la mano insalivata sul ginocchio sbucciato, per riprendere la fuga a balzelloni, capriolando sull’erba, cantando a squarciagola motivetti di chiesa, stonati e acuti.
Le bambine si stancano per prime. Si siedono, facendomi cerchio intorno. I bambini giocano ora a lanciar sassi nel ruscello. «Non c’è pericolo di annegarci dentro.» Penso. «Che giochino pure e comincino a rammollire la crosta di sudicio accumulata d’inverno, quando l’acqua del mattino fa paura, divenuta nel secchio vetro tagliente.»
Bisticciano per starmi vicino. Mi dispiace; non vorrei scontentare nessuno. Poi penso che sono un punto, come loro, di una circonferenza. Qui, su questa radura, senza banchi e senza muri, è più facile essere tutti uguali...
«Maestro, vogliamo un racconto!»
Sono un maestro. Il maestro è un testimone che vede e interpreta un mondo. Si beve la cicuta, si penzola da una croce, per essere un maestro. Niente al mondo è meglio dell’essere un maestro, quando i bambini bisticciano per stargli più vicino, quando siedono per terra, in cerchio, con le mani giunte sul grembo, con l’anima aperta nel viso.
Attendono ch’egli colmi abissi di mistero. Sperano ch’egli attinga con mani sacre alla fonte della verità e ne sparga la meravigliosa grazia sul loro capo. Attendono parole che non l’orecchio dovrà intendere. Vogliono ch’egli sia la vita, perché essi possano vederla e comprenderla sul suo volto e sulle sue mani; vogliono sapere che cosa siano il loro piangere e il loro ridere... Ma io, anche io, sono come loro. Perfino ziu Antiogu, il vecchio saggio che vive da quasi un secolo nel silenzio dei monti, ride e piange ancora, senza lacrime e senza denti, senza sapere perché. Io urlerei di paura e di dolore, come loro bambini, se venissi appeso a una croce. «Padre mio, non abbandonarmi! Madre, dove sei, madre?»
Consacrano l’autorità con doni. Spesso se ne vergognano, perché è vergogna dar meno di quanto non sia grande il cuore. Arrivano a scuola prima di me, per questo. Oppure corrono a deporre il dono sul tavolo quando io non posso vederli: un bottone, un limone, un pennino, un uovo, una fionda, cinque lire, un’immaginetta.
«E allora, questo racconto ce lo dice?»
«Un racconto?... Si, si, adesso. Ecco, adesso comincio...»
«C’era una volta... un ragazzo, in un paese piccolo come il vostro, un ragazzo, figlio di contadini, come voi, che andava, come voi, ogni mattina a far legna al monte e poi di sera a zappare il grano e le fave. Aveva fratelli e sorelle e la minestra era poca e poco calda era la stuoia nella cucina davanti al breve fuoco di sterpi. Suo padre pareva sempre stanco: se ne stava a guardare la cenere nel camino e a rimuginare, mentre sua madre passava gli stracci lavati, ad uno ad uno, per rammendarli, ammucchiati nel cesto. Eppure il ragazzo era felice quando il sole di marzo faceva fiorire di rosa i mandorli sui colli e rinverdire i grani nella valle…»
Mi guardano, attendono la fine, a bocca spalancata. Ma la fine io non la so. I racconti veri hanno tutti la stessa fine, ma nessuno può raccontarla dopo che l’ha vissuta.
Mi sembrano delusi.
«Ma questo non era un racconto.» Osserva una.
«Ma era bello lo stesso.» Dice un’altra, per compiacenza.
«Zitte!» Interviene un’altra ancora. «Era bello, si... però, adesso… vogliamo Cappuccetto Rosso!»
Alcuni bambini hanno raccolto i grossi deformi funghi che crescono fra i pioppi e ne hanno riempito i berretti. Altri hanno cercato asparagi, li hanno legati stretti in fascio con nastri di asfodelo fermati con spini di pruno. Altri ancora hanno riempito le borse di lumache brune dalla bava biancastra iridescente. Ora dividono fra tutti, facendomi la parte migliore. La cena sarà più abbondante, stanotte”.24


SU MAISTU DE PANNU
IL SARTO

«Ziu Antoni era il sarto più bravo del paese, anche se in pratica era l’unico, perché tutti gli altri, che avevano appreso da lui l’arte del taglio e del cucito, era come se non ci fossero, facevano anche i contadini ed era quello il lavoro che sapevano fare meglio.
Ziu Antoni, a quarant’anni, bruno, ben fatto, di giusta statura, nonostante i capelli brizzolati, aveva un aspetto molto giovanile, ne dimostrava al massimo trenta. Morta la prima moglie, si era risposato con zia Maria, la più bella donna del paese e dell’intero circondario - si diceva. E lui la teneva sul palmo della mano, stravedeva per lei e non la perdeva d’occhio neppure per un attimo. Lei vestiva da signora e se ne stava sempre in ghingheri, ad agucchiare e a far ricamo, sdraiata nel divano grande del salotto, che comunicava con il retro bottega, dove lui, di tanto in tanto, la raggiungeva. La contemplava, lui, estatico, perdendo perfino il senso della realtà, supplicando mutamente da lei una mossa che, spostando gli orli della vestaglia voluttuosamente socchiusa, mostrasse al suo mai appagato desiderio un tantino di più del candore di quelle carni bianche sode lussuriose.
In bottega, sotto la luce delle due lampade sempre accese che pendevano dal soffitto, d’inverno e d’estate, lavorava da mattina a sera, e spesso anche di notte, quando aveva consegne urgenti, specialmente in caso di matrimonio, con la sola interruzione di un’ora, tra mezzogiorno e l’una, per mandar giù qualcosa.
Vestiva sempre allo stesso modo: calzoni, camicia e, sopra questa, un corpetto con una fibbia di metallo dietro, come si usava allora, un metro di tela cerata gialla appeso ad una spalla ed un gessetto grigio che gli sporgeva dal taschino.
Quando si andava da lui per ordinare un abito nuovo era un onore venir misurati dalle sue mani e non da quelle di un qualunque suo scienti, apprendista. Prima di prendere le misure, ziu Antoni ascoltava ciò che il cliente desiderava. Si informava bene di ogni cosa, l’uso che si intendeva fare di quell’abito e perfino l’occasione in cui doveva essere indossato. A tutto il resto pensava lui, al tipo di stoffa, al colore. Sciorinava si il vasto campionario che possedeva, e mostrava si gli albi dei cartoni con la raccolta dei figurini (compresi quelli di Londra, che facevano sempre effetto) e ci teneva a vedere quali erano i gusti e le preferenze del cliente, perché egli era di spirito democratico, ma aveva già deciso per il meglio, e alla fine era lui che sceglieva tessuto, colore e taglio. Diceva che avrebbe ordinato subito alla ditta del Continente - Zegna, Lane Rossi e Marzotto erano tra i suoi fornitori. Ma c’è da scommettere che il più delle volte la stoffa per confezionare l’abito richiesto fosse già nel suo retrobottega, nello scaffale dove teneva il suo piccolo deposito.
Qualche volta capitavano in bottega donne venute da fuori, per lo più maestrine, che desideravano farsi un tailleur di taglio maschile, e saputo che era bravo e che avrebbero speso meno che in città, andavano da lui. In questo caso, le misure le prendeva zia Maria, la quale dopo averle rilevate, leggeva il metro a nastro e dettava a lui che scriveva uno dietro l’altro i numeri secondo un ordine prestabilito… spalle, vita, manica, eccetera.
Ziu Antoni era uomo di poche parole e religiosissimo. Dicevano che lo fosse anche con zia Maria, la bella moglie che tutti gli invidiavano, con la quale preferiva comunicare in altri modi, religiosamente. Ma quando la domenica mattina, dopo la Santa Messa, si fermava nel bar di Firmino per prendere un marsalino con un bignè, gli si scioglieva la lingua e raccontava come riuscì a sopravvivere in tempo di guerra, quando non c’erano stoffe da far abiti, era tornato di gran moda l’orbace, si usavano le coperte per far cappotti, ma il suo più frequente, e maledetto, lavoro era stato quello di voltare e rivoltare gli abiti usati.
Per fortuna, durante la guerra, aveva potuto contare su una piccola riserva di stoffe, che aveva venduto e confezionato in cambio di prodotti alimentari. E ancora sui suoi vigneti, che in quegli anni di poco lavoro come sarto, aveva lavorato lui di persona, con i suoi scientis, aiutanti.25


SU SCIENTI DE SU MAISTU DE PANNU
L’APPRENDISTA SARTO

Ogni sarto aveva più di unu scienti, un apprendista, ma di questi ve n’era uno privilegiato, che godeva della simpatia e del ben volere del principale, e si imponeva sugli altri scientis, apprendisti, per maggiore attitudine o capacità nel lavoro del taglia e cuci.
Di norma su maistu de pannu, il sarto, era un maschio che vestiva i maschi e si distingueva da sa maista de tallu, la sarta, che si occupava di vestire le donne, tutt’al più i bambini. Il motivo principale di questa divisione di compiti tra il sarto e la sarta appare abbastanza chiaro: era dovuto al fatto che la vestizione comportava misurazioni corporali sul nudo o su indumenti intimi e, forti delle leggi morali che condannavano l’omosessualità, si presumeva (spesso a torto) che un maschio non potesse concupire un maschio, e una donna un’altra donna. Insomma, veniva applicata incautamente all’uomo la legge del magnetismo secondo la quale gli opposti si attraggono e gli uguali si respingono.
Pertanto, così come i maestri, anche gli allievi erano maschi. Tuttavia, ricordo eccezioni e non poche. Infatti, le ragazze che volevano diventare sarte spesso andavano ad apprendere il mestiere da un sarto, poiché erano sempre molto più quotati professionalmente is maistus de pannu che is maistas de tallu, e questo non soltanto per una questione di maschilismo, ma perché qualche sarto aveva frequentato la scuola di taglio in Continente e si era perfino diplomato.
In verità, sarti o sarte ce l’avevano tutti un diplomino, e lo tenevano incorniciato bene in vista nella bottega dove si cuciva, ma era stato ottenuto per corrispondenza, e non aveva il valore del diploma ricevuto dopo la frequenza in un corso di studi in una qualunque delle “sartotecniche” di Milano o di Torino.
Infatti, fra is scientis, gli aiutanti, di ziu Antoni vi erano anche due ragazze, Luigina e Filomena, che si sedevano sempre vicine, sotto la finestra che dava sulla strada, ad una certa distanza dal posto dove sedevano i tre scientis maschi. Erano venute insieme, Luigina e Filomena, accompagnate dalle rispettive madri, ed erano state ricevute prima da zia Maria, la moglie del sarto, e dopo da questo. Zia Maria si era impegnata lei, per conto del marito, da donna a donne, e, data l’età ed il ruolo che ricopriva, si era permessa di fare alcune avvertenze di carattere morale alle due scientis, riguardanti il lavoro, il rispetto degli orari, l’impegno e la dedizione totale, e il comportamento che, in una fanciulla, deve essere improntato sulla più rigida riservatezza; inoltre, l’abbigliamento castigato, i capelli raccolti, niente sfrontatezza e, soprattutto, attenzione ai ragazzi scientis, ché - si sa - il maschio è cacciatore, anche se ancora ragazzino.
Luigina, una prosperosa fanciulla bruna dai capelli corvini, dopo tre anni di apprendistato da ziu Antoni si mise in proprio facendo sa maista de tallu, la sarta. All’inizio fu dura, ma con gli anni riuscì ad imporsi ed ebbe a sua volta come apprendiste ragazze che impararono l’arte del taglio alla maschile, più raffinato di quello elementare usato dalle sarte di scuola femminile.
Su scienti prediletto di ziu Antoni si chiamava Angelinu. Che era sì più bravo degli altri, ma lo era - dicevano le male lingue degli altri scientis - perché era nipote di zia Maria, che lo aveva imposto al marito, e lui, plagiato dalle sue grazie, faceva tutto ciò che lei voleva. Ma, in ogni caso - concludevano le buone lingue - è giusto che tra parenti ci si dia una mano d’aiuto.
Angelinu e Filomena, l’altra scienti femmina, una biondina assai romantica e sensibile, nonostante i severi ammonimenti e la rigida sorveglianza, spinti da incontenibile passione, riuscivano a sgattaiolare fuori dalla bottega e ad incontrarsi nel cortiletto dietro casa, dove, senza frapporre indugi, si congiungevano, disperatamente innamorati. Come si dice da noi argutamente e con un pizzico di malignità, i due giovani faiant cosìngiu e arrepuntu, facevano prima il cucito e poi… passavano alla macchina. E arrepunta arrepunta, e dai oggi e dai domani, i due giovani persero “lo ben dello intelletto”. Finché non si scoprì che lei, Filomena, era incinta; e dopo una baruffa fra i genitori dell’una e dell’altro, decisero di comune accordo di farli sposare. Lui continuò a fare l’apprendista sarto, lei dovette smettere per badare al bambino che le nacque, ed a quelli che ebbe appresso, anno dopo anno.
Se a qualcuno, oggi, dovesse apparire una cretinata fare tanti figli, c’è da dire, a discarico di Filomena, che a quei tempi non c’erano gli immigrati extracomunitari a riempire i vuoti anagrafici e a compiere le attività più umili e gravose.


SU MAISTU DE COSSUS
IL FACITORE DI CORSETTI E BUSTI

Su maistu de cossus, il facitore di corsetti, è un parente stretto de su bestipeddaiu, del facitore di mastruche, ma di questo più raffinato e fine facitore, poiché su cossu, che è soprattutto un indumento del costume femminile, è un corsetto in broccato o velluto, assai elegante e ben rifinito.
Su cossu da donna è detto anche imbustu, si indossa sopra la camicia ed ha la funzione di snellire la vita e di sostenere e mettere in evidenza il seno. Su cossu maschile, in pelle o in orbace, si potrebbe chiamare alla latina mastrucula, ossia mastruchetta, giacchetta di pelle senza maniche.

Su cropettu de s’homini sarrabesu

«Il gilè, “su cropettu”, confezionato tra orbace nero e tela grezza, cioè le spalle di tela e il davanti di orbace, ornato da due risvolti, piuttosto ampi alla sommità, per finire a punta a metà petto, fatti combaciare nella bottoniera, che variava dal doppio petto ad un solo petto, ornato da una o due file di bottoni, in numero di quattro, i quali distinguevano per la loro qualità il censo della persona, quindi d’oro se era persona facoltosa, d’argento se benestante, di metallo (vile - ndr) se povera.
Questi bottoni, lavorati in filigrana, erano del formato di una minuscola coppa con sovrastante coperchietto, al cui centro, in forma di corolla, era incastrata una pietra colorata, verde o rossa ed alla base fissata una catenella di alcuni centimetri di lunghezza, che finiva con una sbarretta, la quale, infilata nella stoffa del gilè e fermata al rovescio, consentiva che la catenella pendesse col bottone, che, fatto passare nell’occhiello della parte opposta formava la chiusura mettendo in mostra catenella e bottone, ornamento indispensabile del costume».

Su cossu de da femina sarrabesa

«Il corsetto, “su cossu”, era una specie di reggiseno di broccato o di seta che rivestiva completamente le spalle, lungo oltre la vita, con ampio scollo sotto le ascelle, per finire con una striscia sul davanti che arrivava appena sotto i seni ed era munito di bretelle “is coddittus” ed allacciato sotto il petto da una sorta di fermatura d’argento filigranata, con delle pietre colorate, detta “prancia de pitturras”, consistente in due strisce alte cinque centimetri, che venivano fermate col filo alle due estremità del corsetto, “su cossu”, una delle quali era munita di gancio e l’altra di occhiello rettangolare, consentendo l’allacciamento di esso in modo attillatissimo sotto il petto, mettendo in mostra i ricami della camicia, che doveva restare scoperta. Le spalle erano ornate da una trina al centro “sa trina de cossu”, quasi sempre di lamé dorato o argentato, che doveva segnare la spina dorsale, partendo dal basso in duplice stesura fino all’altezza delle scapole, dove si biforcava, arrivando ciascuna delle parti alla sommità della spalla, su cui veniva fermata con l’applicazione di un grosso rosone di nastro di colore vivace, contrastante col broccato o la seta.»26


SU MAISTU DE BERRITAS
IL BERRETTAIO

Su berritaiu è anch’egli un artigiano, facitore stavolta de berritas, di berretti.
Sa berrita dei Sardi, chiamata da taluno “berretto frigio”, come quello usato dai popolani francesi, quasi come un emblema, durante la rivoluzione dell’89, è certamente singolare essendosi conservata per millenni fino ai nostri giorni. Oggi la si rivede ancora indossata insieme al costume tradizionale, nelle solenni sfilate in occasione di feste e sagre popolari.
Centu concas e centu berritas, cento teste e cento berretti, è un antico proverbio che si interpreta troppo sbrigativamente con significato negativo: quando ci sono troppe teste a voler decidere si finisce per star tutti divisi e per non far nulla. In effetti c’è una interpretazione positiva del proverbio: cento teste e cento berretti diversi, esprimono insieme la diversità delle idee tra gli uomini e la loro uguaglianza e dignità nell’avere tutti una testa e tutti un “proprio” berretto; cioè a dire teste uguali con diverso contenuto.


SU BESTIPEDDAIU
IL FACITORE DI INDUMENTI DI PELLE

Bestipeddaiu si podit tradusiri puru cun “pellicciaio”, essendi su chi arriccìat de su crientulu is peddis conciadas de su conciadori, chi cument’‘e su maistu de tallu tallàt e cossìàt is peddis po ‘ndi fai bestiris; bestipeddaiu si può tradurre anche con “pellicciaio”, poiché era colui che riceveva dal cliente le pelli conciate dal conciatore che, come il sarto, tagliava e cuciva per farne abiti.)
Qualcuno traduce bestipeddaiu o bistepeddaiu con facitore di mastruche, poiché erano queste i capi di abbigliamento più richiesti e che quindi più di ogni altro questi artigiani facevano.
Sa mastruca fiat sa besti classica de is Sardus, sa besti prus nomenada e prus antiga chi issus portànt dognia dì; la mastruca era la veste classica dei Sardi, la veste più famosa e più antica che essi indossavano quotidianamente. Consisteva in una semplice e rustica veste di pelle di pecora, per lo più nera, lunga al ginocchio, senza maniche, a doppio uso, pelliccia di fuori e pelle conciata all’interno o viceversa.
Le pelli prevalentemente usate per ricavarne abiti erano di pecora, montone, agnellone, agnello e capretto. Si ottenevano coperte e mantelli per il pastore, giacche e giubbe, corpetti maschili e femminili, e calzoni.
Bestis, vesti, fatte con la pelle o con pelliccia, oltre sa bistepeddi o bestipeddi, (la mastruca detta anche berbeghina, baciaccia, montonina) erano pure su cossu de peddi o cropettu, is carzonis de peddi, is grembialis, grembiuloni usati specialmente da artigiani come su frau o ferreri, il fabbro, su maistu de crapittas o sabateri, il calzolaio, e non di rado indossati anche dal pastore quando fa il formaggio.
Si usavano pure pelli di margiani, volpe, e di conillu, coniglio, utilizzati nella confezione di giubbetti e colletti, specie per bambine.
Con le pelli di cinghiale si ottenevano, oltre ai tradizionali tappeti, robusti gambales, gambali, per proteggere stinchi e polpacci e rafforzare la tomaia degli scarponi da pastore.27


SU MAISTU DE CRAPITTAS
IL CALZOLAIO

Su maistu de crapittas, che noi sardi, alla maniera spagnola, chiamiamo anche sabateri (in italiano ciabattino e più modernamente calzolaio), era una figura presente in tutte le comunità, anche nei più piccoli villaggi.
Sa buttega de su maistu de crapittas, la bottega del calzolaio, consisteva, di solito, in uno stanzino con la porta aperta sulla strada, per cui i passanti vedevano nel riquadro l’artigiano seduto davanti al deschetto e costui poteva seguire il via vai della gente. Spesso deschetto e panchetto venivano spostati sulla strada, al solicello tiepido dell’inverno e all’ombra fresca dell’estate, poiché, come tutti gli artigiani, su sabateri amava lavorare in compagnia e conversare esaminando le questioni ed i problemi della comunità. Così si manteneva sempre aggiornato per essere a sua volta fonte di informazione. Si potrebbe dire che su sabateri (come il falegname, il fabbro, il barbiere) assolveva alla funzione di giornalista opinionista “ante litteram”.
Nelle ore pomeridiane, quando la gente faceva la siesta, se il ciabattino aveva molto lavoro da sbrigare e la stagione lo permetteva, si sedeva sul suo sgabello in un angolo del cortile di casa, talvolta anche senza deschetto. Indossato il grembiule di pelle, prendeva una sagoma di legno o di ferro che posata sopra le ginocchia gli consentiva di portare avanti il lavoro.


SU SABATERI
IL CIABATTINO

«Un bravo calzolaio doveva saper confezionare due tipi di scarpe: quelle da lavoro, po is diis de factu, per i giorni feriali, e quelle buone, po is diis de festa, per i giorni di festa. Le scarpe da lavoro le confezionava con pelle robusta per la tomaia, che non andava lucidata, ma unta col sego; la suola poi era particolarmente dura e resistente e veniva rifinita con is bullettas o acciolus, le bullette o chiodi, per rinforzarla e farla durare nel tempo. Queste ultime scarpe si chiamavano crapittas accioladas, scarpe bullettate. Le scarpe eleganti erano di vacchetta morbida e sempre tinte di nero.
Il suo giorno di riposo, come per su braberi, il barbiere, cadeva di lunedì, perché il sabato notte i clienti contadini gli portavano le scarpe da risuolare, affinché fossero pronte per il lunedì, per cui su maist’‘e crapittas, il calzolaio, doveva alzarsi all’alba, la domenica, e lavorare tutta la mattina (e qualche volta anche il pomeriggio) per poter portare a termine il lavoro.
Come il barbiere, anche il calzolaio veniva pagato dai clienti contadini dopo il raccolto, con grano e legumi, e dai pastori con formaggio e, in occasione della Pasqua, con un agnello.
Su maist’‘e crapittas, il calzolaio, preparava le scarpe per le donne anche senza prendere loro la misura, ne faceva diverse paia e poi le allineava in su parastaggiu, nello scaffale a muro che di solito stava alle sue spalle. Se invece doveva preparare le polacchine per una sposa, allora prendeva le misure e vi si dedicava con più cura. Per molte donne is crapittas de is sposas, le scarpe nuziali, erano l’unico paio e duravano tutta la vita».28


SU CONCIADORI
IL CONCIATORE

Su conciadori, il conciatore, delle nostre comunità di un tempo conciava prevalentemente pelli di pecora, agnello e capretto. Il prodotto del suo lavoro passava poi nelle mani di su bestipeddaio, l’artigiano che tagliava e cuciva le pelli conciate per ricavarne indumenti.
Assai diffuso tra i ceti benestanti l’uso della pelle di pecora conciata, che veniva regalata agli sposi, da usarsi durante l’inverno sotto le lenzuola, per tenere caldo. Veniva pure usata per evitare che la pipì dei bambini più piccoli, che ancora erano in allattamento e dormivano con i genitori, potesse penetrare nel materasso, di crine o di lana, rovinandolo. Ciò che, in tempi moderni, si fa con il telo cerato che, tuttavia, è meno adatto a trattenere il calore corporeo.
La pelle conciata dell’agnello, per lo più di colore bianco, ma taluna anche graziosamente incespiada, maculata di nero o di marrone, veniva spesso usata come scendiletto o come tappeto, utile scaldapiedi sotto il tavolo da lavoro dell’artigiano o di chiunque soffrisse il freddo ai piedi.
Le pelli più belle, con il vello più elegante, erano destinate ad essere tagliate e cucite per ottenere dei capi di abbigliamento non soltanto all’interno della comunità - che ne ricava cossus, corpetti, bestis, vesti, e altro - ma anche per is sennoris, i benestanti, che ne ottenevano eleganti pellicce, anche per vestire le fanciulle. Assai apprezzate le pellicce di capretto.
Oltre alle pelli degli ovini, sia pure in misura assai più limitata, vi erano le pelli dei bovini, da cui si ottenevano tomaie e suole per le scarpe, nonché finimenti e briglie. Per esempio, is ordinagus o odriangus po is bois, po su giù, i finimenti per i buoi, per il giogo, is tirantis, le briglie, is tirellas, is lorus e is lorittas, altri finimenti per gli animali da tiro e da lavoro, is singellas, le cinture, e quant’altro di manufatto in pelle vi era nella utensileria di uso domestico, comprese le cerniere di rustiche cassapanche che si ottenevano con pezzi rettangolari di cuoio inchiodati con bullettas, chiodi da sellaio con la testa semisferica, sia nella cassa che nel coperchio.
Sa peddi, la pelle, a seconda dell’uso che se ne fa, indica sia lo scendiletto che la pelliccia che si stende sotto le lenzuola per tener caldo o a protezione del materasso.
Sa besti, letteralmente: la veste. E’ detta besti una sorta di giacca lunga a mezza coscia, senza maniche, fatta di solito con pelli nere (ma potevano essere anche pelli bianche di pecora), conciate e cucite tra loro. Solitamente ne occorrevano tre, per ricavare una besti. Si potevano far preparare da su conciadori o da su bestipeddaiu, colui che tagliava e cuciva la pelle confezionando indumenti.
Su cossu o corpettu biancu, il corsetto bianco, era fatto di pelli di agnello, che il pastore usava quasi tutto l’anno. Era un indumento sbracciato e aperto sul davanti, poco più lungo della vita, delicato, leggero ed elegante, serviva soprattutto a proteggere il torace e specialmente i polmoni dagli sbalzi di temperatura cui erano soggetti i pastori, che stavano notte e giorno tra cielo e terra, esposti a tutte le intemperie.

Conciadoris de Bosa

«Sulla sponda sinistra del fiume si vedono alcune casupole che servono ai conciatori che sono numerosi, e forniscono le pelli conciate ad una gran parte dell’isola (Ne fanno anche uno smercio grande in Cagliari ai legatori di libri - ndA): prima essi preparavano le pelli colla foglia del mirto, attualmente però adottano il metodo praticato dai conciatori del continente».29
E’ alquanto strano che il Della Marmora mostri tanta superficialità parlando dell’industria per la concia delle pelli che in quel periodo era a Bosa ancora assai florida e famosa in tutto il Continente, anche a livello europeo. Vi si conciava, in specie, il vitello per pelletterie di lusso e pelli di pregio per la rilegatura dei libri, un tempo in uso. Intanto, residuano ancora oggi imponenti caseggiati lungo la sponda del Temo, sorta di cameroni a schiera, dove si svolgevano i vari passaggi della lavorazione delle pelli.
Tale industria, anche se non più tanto florida, ha continuato la sua attività fino a tempi recenti (Anni Sessanta), raccogliendo le pelli prodotte negli allevamenti di bovini, dal Sassarese al Marghine all’Ozierese.
Le concerie trovavano sulle sponde del fiume l’ubicazione ideale per lo smaltimento delle sostanze usate per la lavorazione delle pelli, tuttavia, le sostanze di lavorazione erano inquinanti e soprattutto maleodoranti, determinando nell’aria un mefitico odore che in tedesco forbito viene detto “Landluft”, ossia odore di campagna, e in sardo volgare frag’‘e merda, puzza di cacca. Per cui, Bosa stessa, negli spiriti salaci dei paesi antagonisti, viene definita sa bidda chi fragat de merda, il paese che puzza di cacca.
Annotazione. Gli abitanti di Bosa passano per essere di intelligenza oltremodo acuta. Infatti è un detto comune rispondere a qualcuno che è incerto sul da farsi per una faccenda del tutto ovvia: “Fai cumenti faint a Bosa: candu proit lassant proiri…”, “Fai come fanno a Bosa: quando piove lasciano piovere…”.


SU SEDDERI
IL SELLAIO

Su sedderi era l’artigiano che lavorava la pelle, da cui ricavava selle e basti, briglie e finimenti, per cavalli, buoi e asini. Su sedderi quando era anche esperto facitore di frenus, briglie, veniva appellato maistu de frenus, brigliaio.
Nel suo Dizionariu, il Porru fornisce una elencazione assai ricca delle varie parti che compongono sa sedda e is fronimentus, la sella ed i finimenti relativi. Qui di seguito, se ne citano alcuni elementi.
Sedda, sella. Cingra, cinghia. Cingroni, cinghione, che va sopra la sella. Prittali, pettorale. Retranga, posoliera. Groppera, groppiera. Staffa, staffa. Staffali, staffile. Conca de sa sedda, pomo della sella. Gualdrappa, coperta. Tranzilleris, legaccioli. Sedda sene arcioni, barda, bardella. Sedda de carrigu, basto. Sedda po domai purdeddus, sella per domare puledri. Sedda de linna, specie da asino, basto. Seddoni, sella per far cavalcare le donne. Seddita, sellino, in uso po su cuaddu de ferru, per la bicicletta, o po su cuaddu de fogu, per la motocicletta.
Fraseologia: Pigai sa sedda de su cuaddu, togliere la sella, dissellare. Poniri sa sedda, mettere la sella, sellare.
Modi di dire: No baliai sedda, non tollerare offese. Chini no si dda podit pigai cun su cuaddu, si dda pigat cun sa sedda. Chi non se la può prendere con il cavallo se la prende con la sella. Donai seddas o seddadas, dare balzi. Cuaddu friau sa sedda ddi pitziat, cavallo scottato, la sella gli brucia.


SU CACCIGADORI
IL FOLLATORE

Era colui che anticamente esercitava la professione di follatore, pestando con i piedi il tessuto grezzo di lana immerso nell’acqua tiepida di una vasca. Con la follatura si otteneva un panno compatto, uniforme e morbido.
Con la lana di pecora nera, che non veniva mai venduta, dopo averla filata, si tesseva su saccu nieddu, il mantello-coperta del pastore, una sorta di sacco a pelo aperto da due lati. Non sempre però la lana era in quantità sufficiente e in mancanza di questa si usava la lana bianca. Era quindi necessario procedere, dopo la tessitura, alla tintura. Di questa operazione si occupava su caccigadori, il follatore, il quale faceva anche il tinteggiatore, oltre a compiere il suo lavoro specifico che era quello di follare, ammorbidire e rendere fitto il tessuto grezzo pestandolo con i piedi nell’acqua tiepida.
Su caccigadori, il follatore, si recava presso la famiglia che aveva necessità della sua prestazione d’opera. Gli strumenti necessari, che egli portava con sé, erano: su laccu de linna, la vasca di legno, ben rifinita all’interno, cioè bella liscia, larga un metro e lunga da un metro e mezzo a due metri, alta quaranta, cinquanta centimetri; le essenze necessarie a preparare sa tinta, il colore: tirioba, lua, scabecciu, truiscu e tanada (non traducibile, euforbia, campeggio, torvisco o pepe montano e melagrana). Su scabecciu si comprava in bottega, mentre le altre essenze si trovavano in campagna.
Per prima cosa venivano messe a bollire le essenze in un recipiente e, contemporaneamente, si riscaldava dell’acqua in un craddaxu, paiuolo, al fuoco del caminetto. Una volta pronta, la tinta veniva colata e versata in su lacu, nella vasca, con l’aggiunta di acqua calda… mai troppo calda, perché avrebbe danneggiato la lana, e anche perché i piedi scalzi de su caccigadori dovevano poterla resistere (si potrebbe dire che i suoi piedi fungevano da termometro).
Sul fondo de su lacu veniva steso su saccu nieddu, il mantello, piegato in due, e quindi pigiato ben bene, affinché assorbisse tutta la tinta. Cominciava allora il lavoro più pesante per su caccigatori, che prende il nome proprio da questa parte dell’operazione: egli doveva caccigai, pestare, pigiando con i piedi in lungo ed in largo, incessantemente, il tessuto di orbace, aggiungendo acqua calda e togliendone fredda, per tenerla sempre alla stessa temperatura. Il lavoro di aggiungere e togliere acqua veniva fatto da qualcuno della famiglia o dalla stessa padrona di casa, che aveva così anche modo di controllare l’opera. Spesso però tale compito era svolto da un ragazzino, per lo più il figliolo del lavorante, che accompagnava su caccigadori e che faceva l’apprendista.
Il lavoro durava tutto il giorno e qualche volta anche di più, fino a notte tarda. La durata dipendeva dalla tessitura: se questa era stata perfetta, cioè il meno lasca possibile, occorreva meno tempo per rendere il tessuto fitto fitto e per fagocitare tutti i peli della lana che spuntavano dal tessuto.
Su caccigadori riceveva la colazione, il pranzo e la cena se terminava a tarda notte. Inoltre aveva diritto ad un compenso in denaro.
Su saccu nieddu così trattato diventava tanto fitto da diventare impermeabile alla pioggia. Era un indumento indispensabile per il pastore per proteggersi dalle intemperie, prima di tutto per ripararsi dalle piogge e poi per coprirsi nel sonno, durante la notte. Di saccus nieddus, mantelli, ne possedeva due: uno di circa due metri, che indossava come un lungo cappuccio quando andava a piedi dietro le pecore al pascolo, e uno di circa tre metri e mezzo, o anche quattro, per quando andava a cavallo o per dormire.


SU MAISTU DE FRENUS
IL BRIGLIAIO

Su maistu de frenus, il brigliaio, lavorava con arte sopraffina pelle e cuoio con splendenti ribattini, borchie, fibbie e altre preziosità, per ricavarne odriangus, lorus, tascas, murralis, briglie, sottopance, gualdrappe, tiranti, e quant’altro serviva per aggiogare i buoi al carro o per legare il cavallo alla carretta. Sia i finimenti comuni, da usare quotidianamente per il lavoro, sia quelli eleganti e lussuosi, riservati per le feste e per le occasioni speciali, quali il matrimonio.


SU MAISTU DE MURU
IL MURATORE

Molti dei lavori di manutenzione della casa venivano svolti dagli stessi proprietari. Nel periodo precedente la Pasqua si dava una ripulita generale, si rappezzavano gli intonachi e si dava una mano o due di latte di calce ai muri, mentre i pavimenti, quando ancora erano per lo più di terra battuta, venivano rifatti con un impasto di argilla e paglia. In diversi paesi della Marmilla al posto della paglia si usava lo sterco di bue.
I lavori di ristrutturazione annuale dei pavimenti e degli intonachi venivano svolti dalle donne con l’aiuto delle fanciulle, mentre ai maschi era affidato il compito di edificare i muri nuovi, in pietra o in mattoni crudi, o di aggiustare quelli vecchi.
Vi erano però interventi straordinari, come quando si rendeva necessario il rifacimento del tetto non più impermeabile. Bisognava allora parlare con uno o più muratori per mettersi d’accordo sui costi del materiale della manodopera e sulla data di esecuzione dell’opera. Era un fatto normale nei nostri paesi che la gente di casa, ed in particolare i maschi validi, servissero da manovalanza generica in aiuto al muratore salariato. Intanto, in virtù della legge del risparmio, il materiale necessario alla realizzazione del lavoro, dietro elencazione del muratore, veniva acquistato e trasportato a piè d’opera dagli stessi componenti della famiglia, i quali, la mattina presto, si facevano trovare pronti all’arrivo del muratore per mettersi a sua disposizione. Le donne si rendevano utili svolgendo mansioni che erano loro proprie: preparare un caffè o uno spuntino, distribuire al momento opportuno bicchieri di vinello e così via.
Il rifacimento de sa cobertura, del tetto di casa, almeno in parte, avveniva periodicamente, dopo un certo numero di anni. Il più delle volte l’intelaiatura de is bigas, dei travi, costituita da pali di ginepro che duravano un’eternità, oppure di castagno, non aveva bisogno di essere sostituita, al contrario de sa cannizzada, dell’incannucciata, che poggiava sull’intelaiatura di listelli, a loro volta legati o inchiodati ai travi, sull’incannucciamento. Infine, venivano rimesse a posto is teulas, le tegole tradizionali a coppo, di terracotta, cementate con malta di calce.
La fine dei lavori si festeggiava con una scialla, cena collettiva a base di maccarronis e pezza arrustia, maccheroni e carne arrosto.


SU MAISTU DE SCRAFFEDDU O PICCAPERDERI
LO SCALPELLINO

Un mestiere questo de su maistu de scraffeddu, dello scalpellino, affine a quello de su maistu de muru, del muratore. Un mestiere abbastanza raro nei villaggi contadini, dove le case si edificavano con il mattone di fango crudo e pietre da lavorare con lo scalpello non ce n’erano, ma assai comune nei paesi, e non sono pochi, dove le pietre abbondano, perfino dove non dovrebbero stare, tanto che bisogna toglierle dai campi per poterli coltivare a grano.
Vi erano tuttavia le chiese e i santuari, nel centro degli abitati o nei luoghi più ameni della campagna, dove venivano allogati i santi, che non gradivano abitare entro muri di fango, preferendo la muratura in pietra ben lavorata e squadrata, come nella basilica di Santa Maria di Saccargia.
Così pure i padroni ricchi, quelli forestieri e, per imitazione, anche quelli indigeni, come i santi, preferivano le abitazioni costruite in pietra. E quando non ce n’erano vicine se le facevano portare da lontano con carovane di carri a buoi.
Così, ogni qualvolta c’era da costruire una chiesa o una abitazione padronale, is maistus de scraffeddu, ovvero gli scalpellini, saltavano fuori per lavorare la pietra, squadrarla e fare perfino il muro bugnato.
Vi erano paesi come Sardara dove è di casa il basalto, una pietra nera compatta, ottima - dicono - per murature a bella vista, cioè muri di pietra senza intonaco. E lì a Sardara, insieme al basalto, vi era il fior fiore dei muratori e degli scalpellini, che conoscevano alla perfezione l’arte di tagliare con due tre tracce di scalpello qualunque pietra, studiandone prima le venature.
Vi sono i paesi dell’interno montuoso, quelli che abitano le Barbagie e che sono detti Barbaricini, dove i muratori sono tutti, chi più e chi meno, maistus de scraffeddu. Perché ci sono molte pietre, anche enormi, da farci tanti nuraghi e rocce, specialmente di granito, che non si sa dove metterle.
Gli antichi Romani avevano trovato loro il posto, anzi diversi posti dove metterle. Con le pietre di basalto, debitamente squadrate da coorti di maistus de scraffeddu indigeni, facevano costruire strade, o aggiustare le vecchie, come a Tharros, facendo sovrapporre il basalto alle pietre di arenaria usate dai Punici. O costruivano ponti per attraversare torrenti e fiumi; strade e ponti che durano un’eternità, che ancora resistono e funzionano - meglio di quelli costruiti sotto controllo del genio civile in regime democristiano. Inoltre, i Romani prendevano (o, meglio, facevano prendere) le pietre di granito, le trasportavano (o, meglio, le facevano trasportare) fino ai porti di mare, e utilizzavano queste nostre pietre in sovrappiù, costruendo (o, meglio, facendo costruire), a casa loro, magnifici edifici, pubblici e privati, e templi per tutti gli dei.
Ciò che, d’altro canto, fanno ancora oggi gli industriali del Continente, con metodi più moderni e tecniche più sofisticate, che vengono in Sardegna, scelgono i più bei massi di granito, di quello bello compatto, lo tagliano (anche senza maistus de scraffeddu), caricano i lastroni sulle navi e li vendono in tutta l’Europa per farne rivestimenti di muri, interni ed esterni, battiscopa, pavimenti, caminetti, e tutto il resto.
A onor del vero, qualcosa di tutte queste pietre lavorate resta anche in Sardegna. Le ville della Costa Smeralda, per esempio, contengono granito da tutte le parti. Peccato che non siano proprietà dei Sardi.


S’ARENERI
IL RENAIOLO, CAVATORE E TRASPORTATORE DI SABBIA

Prima che si diffondessero i mezzi meccanici, il lavoro de is areneris, dei cavatori di sabbia, si faceva con le mani e una pala. I paesi che avevano la fortuna di avere un fiume vicino, lo utilizzavano per estrarne la quantità - modica direi - necessaria agli impasti di calce e cemento per l’edificazione delle case di abitazione.
Va detto che i paesi della pianura edificavano per lo più con i mattoni crudi, che sono fatti di fango argilloso misto a paglia, come tremila anni fa in Egitto, in Mesopotamia, e in buona parte dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo. I mattoni crudi si cementano tra loro con malta di argilla. Poco bisogno avevano, dunque, questi paesi della sabbia, se non per ottenere gli impasti cementizi, di calce, o di malta bastarda, necessari per murare le pietre. Tuttavia, nei muri di recinzione e anche in alcune costruzioni rustiche in campagna, si costruisce “a secco”, senza alcuna malta, disponendo le pietre l’una con l’altra, segundu s’assettiu insoru, facendole combaciare secondo la loro forma. Le costruzioni megalitiche, quali i nuraghi, si costruivano appunto a secco.
Degli altri paesi, i più, utilizzavano cave di sabbia naturali, talvolta anche assai lontane dal luogo dove il materiale estratto doveva essere utilizzato. Per il trasporto si servivano dei carri a trazione animale, per lo più carrettoni trainati dai cavalli, che erano assai più capienti e veloci dei carri a buoi, in pianura. I carri a buoi andavano meglio in montagna, considerate le strade disagevoli, le ripide pendenze, nonché il notevole peso della sabbia in rapporto al suo volume, specie se umida. Lo stesso discorso vale per le pietre da costruzione che si trasportavano dalla cava a piè d’opera con il carrettone o con il carro a buoi secondo la zona e la viabilità.
Con l’avvento della motorizzazione, e specialmente da quando, negli Anni 50, i mattoni crudi sono stati sostituiti, quasi dappertutto, dai blocchetti di cemento, c’è stata una grande richiesta di sabbia per le costruzioni. E così s’areneri si è meccanizzato e motorizzato: sono state impiantate pale meccaniche alla foce di alcuni fiumi o all’interno delle cave, per l’estrazione, e sono entrati in funzione, al posto dei carri, camion e motofurgoni di ogni genere, per il trasporto.


SU MAISTU DE LINNA O FUSTERI
IL FALEGNAME

«In tutto il paese, ziu Germanu era conosciuto come su maist’‘e linna, falegname; molti non sapevano nemmeno il cognome, ma se veniva qualcuno dei paesi vicini cercando il falegname era logico che si riferisse a lui. Aveva la falegnameria alla periferia del paese, con un capannone nel quale erano ben allineate tavole di tutte le grandezze e di vari tipi di legno.
Eseguiva i lavori solo per ordinazione e se qualche fidanzata aveva fretta di sposarsi doveva prenotarsi per tempo. Di solito il primo mobile che le giovani ordinavano, anche se non erano fidanzate, era il guardaroba dove avrebbero cominciato a conservare i capi del corredo, man mano che lo preparavano.
Ziu Germanu faceva solo tre tipi di guardaroba: il più semplice, di legno meno pregiato, lo compravano le domestiche o is gerrunaderas; nella via di mezzo, con qualche rifinitura, lo ordinavano is fillas de domu, le ragazze casalinghe; e, infine, quello più rifinito, di legno migliore, lo acquistavano is riccas, le benestanti. Qualche volta succedeva che una giovane, pur essendo povera, volesse quello di seconda categoria, e allora se ne parlava in tutto il paese, comenti de una cosa chi no desciàt, come di una cosa che non stava bene.
Ziu Germanu preparava solo i mobili da rifinire bene: comò, credenze, comodini, tavoli per la stanza da pranzo, testate per il letto; mentre gli apprendisti preparavano i mobili per le contadine: sa mesa manna, la tavola per fare il pane, su scannu de tabas, il tavolo quadrato, che doveva essere ben robusto, perché serviva per appoggiare sa scivedda manna, la conca grande, dove si impastava e si metteva a lievitare la pasta per il pane. Inoltre, preparavano su scedazzadori, l’abburattatore per appoggiare e far scorrere il setaccio quando si abburattava la farina; su parastaggiu, una specie di scaffale da appendere alla parete della cucina, e sa mesixedda, il tavolo rettangolare piccolo per la cucina.
A parte la confezione dei mobili, ziu Germanu era ricercato anche per le serrature delle case nuove e accadeva che avesse come clienti i futuri sposi e che venisse anche invitato alle loro nozze».30


SU MAISTU DE CARRUS
IL CARPENTIERE

Su maistu de carrus, il carpentiere, costruiva prevalentemente carri da lavoro e da trasporto, carrus e carrettas, carrozzas e carrozzinus, carri a buoi, carri e carrette, carrozze e calessi.
Tre erano i veicoli che venivano loro commissionati dai contadini: su carru a bois, il carro da buoi; sa carretta a cuaddu, la carretta da cavallo; sa carretedda a molenti, il carrettino da asino. Di questi tre, il più diffuso era il carro a buoi: un carro di fattura singolare, semplice, robusto e funzionale. Lo descrive Delia Mameli, appassionata cultrice di tradizioni popolari, nella sua interessante ricerca “Vita, usi e costumi del Sarrabus” edita a Cagliari nel 1965:
«Il carro sardo “su carru sardu”, mezzo di locomozione fra i più antichi, adibito in tutti i lavori attinenti alla agricoltura (tutt’ora in uso nel Sarrabus) è composto da un telaio di legno a forma di triangolo, il cui vertice è detto “punta de scala de su carru”; la base, parte posteriore “sa coa de sa scala”.
Il vertice è rivestito da due placche di ferro dette “sa braba” e “s’asuta de sa braba”; in quest’ultima vanno fissate due prominenze di ferro, dove si incassa l’arco del giogo, “s’aioni”.
Dove incomincia l’apertura del vertice del triangolo, stanno due assi di ferro detto “is maisteddas”; in una mediante un anello di ferro si infila “sa stantarizza”, bastone di legno che poggia per terra consentendo al carro fermo di stare sul piano orizzontale, nell’altra si infilano i bastoni “fustis de costa de su carru”.
Il triangolo formante l’intelaiatura del carro, rivestito al centro da tavole, è detto “su lettu de su carru”.
Ai due lati esterni di esso si infilano le ruote mediante una asse “s’axia” di ferro, collocata sotto il letto del carro.
Nell’asse penetrano i mozzi “is buttus” rivestiti da un tubo metallico detto “bronzina”, dai mozzi sporge l’asse dove è praticato un taglio in cui penetra la chiave “sa crai”.
Dai mozzi si dipartono i raggi “is arraggius” i quali si suddividono in quattro parti detti “grivellus” che formano la ruota “s’arroda”, rivestita da un cerchio di ferro, “lamoni”.
Dietro le ruote sta un’asse di legno, munita all’estremità di due tacchi che servono da freno “sa meccanica”.
Il freno funziona mediante l’uso di un bastone attaccato ad una catena; alla sinistra di esso un altro bastone detto “balantinu” bilanciere, che serve a far stare in bilancia il carro fermo.
Al di sopra delle ruote, fissate sul letto del carro, sono le sponde; quelle piccole dette “cubas”, le più alte “cubalis”.
Fanno parte del carro “is cedras” (le veggie, per allargarne la capienza - ndr); le redini “is ordinagus” ed il pungolo “su strumbulu”, bacchetta munita di una spina di ferro e di correggia; il giogo “s’uali” un asse di legno con al centro infisso un semicerchio di ferro “s’aioni”, fissato alla parte superiore da viti dette “gallettus”. Ai lati del giogo tre prominenze in ferro dette “ossiedus” dove si incrociano le corregge che attaccano i buoi al carro».
Sulla ricerca del legname più idoneo da tagliare nei boschi per la costruzione sia del carro a buoi che di altri carri e sul relativo commercio che si faceva dai paesi montani ricchi di boschi, Alto Oristanese e Barbagie, ai paesi dei Campidani poveri di alberi, Tigellio Contu, nella sua Opera più volte citata, scrive:
«…In quei tempi il bosco forniva anche un altro cespite di guadagno, almeno ai più furbi e audaci, col taglio clandestino di appositi rami di leccio. In essi l’occhio esperto del raccoglitore ravvisava nella loro naturale forma il legname adatto per trarne le varie parti di cui era formato il carro a buoi e l’aratro di legno, allora esclusivamente in uso presso gli arcaici contadini sardi, cui era ancora sconosciuto l’aratro di ferro. Ricordo ancora che tali pezzi venivano, nelle ore notturne, nascostamente, trasportati a spalla in paese, per essere sotterrati nelle concimaie, sotto uno spesso strato di stallatico; per un motivo di sicurezza in primo luogo e anche perché il letame, coi suoi acidi, costituiva una specie di concia che faceva perdere ai pezzi la corteccia e facendoli seccare rapidamente evitava loro possibili spaccature. Tali pezzi erano molto ricercati, specie dai contadini nei paesi del Campidano, che venivano nottetempo a prelevarli con i carri a buoi e, opportunamente occultati sotto sacchi di paglia o altro, erano, con grande cautela, e sempre nelle ore notturne, trasportati al luogo di destinazione. Tale commercio, un vero e proprio contrabbando, era pericoloso ma molto remunerativo».
Rinomati nei paesi da Cagliari a Oristano erano i carri dei Ruggeri, maistus de carrus di Guspini


SU MAISTU DE CUBAS O CARRADERI
IL BOTTAIO

Su maistu de cubas, su chi faiat o arrangiat is carradas, il bottaio, colui che costruiva o riparava le botti, lavorava in un ampio cortile acciottolato, con un comodo e largo loggiato sul fondo, aperto sulla strada da un largo portale che consentiva ai clienti di entrare comodamente con il carro per scaricarvi botti e tini da sistemare.
Ai primi di autunno, in vista dei lavori della vendemmia e della vinificazione, sa cortilla de su maistu de cubas, il cortile del bottaio, si andava sempre più riempiendo di recipienti di ogni dimensione e affollando di clienti che avevano tutti una gran premura.
Talvolta, alcune cobidinas, tini, non trovando posto all’interno, dovevano restare per strada, con grande gioia dei bambini del vicinato che ci giocavano dentro.
Invece, is carradas, le botti, più delicate e più meritevoli di attenzione, trovavano comunque posto all’interno, anche messe l’una sopra l’altra, nel fondo, con il nome del proprietario scritto con un pezzo di gesso.
Le botti e i tini da revisionare andavano smontati. Si toglievano loro i cerchi e le doghe venivano ripulite e levigate per rifarle come nuove. Quindi, venivano rimesse al loro posto e fermate con i rispettivi cerchi, preventivamente scaldati in una apposita fornace. Raffreddandosi chiudevano l’insieme delle doghe, tenendole strette l’un l’altra come in una morsa.
Is iscientis de su carraderi, gli aiutanti del bottaio, prendevano acqua dal pozzo e la versavano nelle botti e nei tini appena revisionati, o di nuova fattura, per verificarne la tenuta stagna.
Su maistu de cubas è detto anche carraderi o buttaiu.


SU MAISTU DE BIRDIUS
IL VETRAIO

Un mestiere questo de su maistu de birdius o virdius, del vetraio, che si riduceva a poniri is virdius in is ventanas, a mettere i vetri alle finestre, candu si fessint arrogaus, quando si rompevano - poiché, qui da noi, non c’erano is fabricas de birdis, le vetrerie, come a Murano o in Boemia; infatti, in tempi anche recenti, era già molto se ai telai delle imposte c’erano i vetri.


SU MAISTU DE CADIRAS E DE SCANNUS
IL SEGGIOLAIO

Scannaiu, o maistu de scannus è colui che fa is cadiras e is scannus, le sedie e le seggiole.
Su scannu è una sedia bassa, comoda, da usarsi davanti al camino, assai comune nell’abitazione del contadino.
Nel mondo del pastore su scannu è spesso sostituito con sa mesichedda o su panchittu, il panchetto di legno o di tronchetti di ferula e sughero...
Sa cadira è la sedia, comunissimo mobile nell’arredamento di ogni casa, anche la più povera. Ve ne erano di dozzinali, fatte in Continente su scala industriale, che, sbarcate in Sardegna, finivano per lo più nelle città e nelle case paesane dei benestanti. La gente comune dei nostri villaggi usava cadiras e scannus, sedie e seggiole, più rustiche ma anche più resistenti all’usura e che costavano meno, prodotte dal lavoro artigianale de is scannaius, dei facitori di seggiole.


SU MAISTU DE OPERAS GRUSSAS
CHI PULISCE LE LATRINE

Su maistu de operas grussas, un titolone altisonante, in pratica, indicava una attività assai modesta, quella de su basseri (da bassa, cesso) o limpiabassas, del pulitore di latrine.
Una attività che si svolgeva soprattutto nella città, dove la gente viveva ammassata e non riusciva a trovare spazi sufficienti a smaltire i propri rifiuti in modo naturale. Come invece accadeva nei paesi e nei villaggi dove, fino a pochi anni fa, non c’erano fogne né pozzi neri, e gli escrementi umani e animali, insieme a ogni altro genere di rifiuti, finivano nell’immondezzaio, presente in ogni cortile domestico, che annualmente, già in fase di decomposizione, veniva rimosso, portato in campagna e sparso come letame nei terreni da coltivare.
Tuttavia, nelle case dei benestanti vi erano elementari pozzi neri, che necessitavano ovviamente di periodici svuotamenti. Ci pensavano is maistus de operas grussas, is limpias bassas, appunto gli addetti alla pulizia delle latrine.


SU MAISTU DE RODEDDAS
IL GIRELLAIO

Con su maistu de rodeddas, su chi faiat rodeddas de talliora, il girellaio, entriamo in un settore alquanto specialistico dell’artigianato. Vediamolo nel dettaglio.
Sa rodedda, la girella, è una parte de sa talliora, della carrucola. Più precisamente, sa rodedda viene così definita nel Vocabolario di E. Atzeni31:
«Specie di ruota o disco di legno duro, del diametro di uno o due palmi, il cui asse è imperniato nella cassa della carrucola, e sulla cui grossezza intorno intorno è incavata la gola o canale da mettervi la corda per attingere l’acqua con la secchia. Alla girella di legno è sostituita una di ferro quando invece della corda si adopera una catena».
Sa talliora, la carrucola, viene così definita nello stesso Vocabolario:
«Arnese composto di una girella imperniata fra le due branche di una staffa di ferro, le quali in alto si riuniscono, e terminano in uncino, col quale si appende ai legnami del tettuccio de pozzo».
Sa rodedda de sa talliora è dunque la girella della carrucola.
Sa rodedda, detta più propriamente sa serreta, nella parlata dell’Oristanese, indica anche la taglierina, consistente in una rotellina dentata girevole, incastrata in un manico, con cui si taglia la pasta, frastagliandola, o si sfrangiano gli orli di altre paste, come is culirgionis, gli agnolotti. C’è da presumere che l’artigiano facitore di serretas, dette appunto anche rodeddas, fosse anch’egli unu maistu de rodeddas. Mia madre - per quel che ricordo - si faceva fare is serretas o rodeddas, le taglierine per sfrangiare la pasta sfoglia, dal falegname di famiglia, dandogli una monetina che, da lui stesso o da un fabbro, veniva dentellata pazientemente con la lima, quindi bucata al centro e infilata in un manico con un pernetto che le consentiva di girare.


SU MAISTU DE BERRINAS
IL SUCCHIELLINAIO

Sa berrina, il succhiello, è un attrezzo proprio de su maistu de linna, del falegname. Esiste però un artigiano esperto nell’uso de sa berrina, detto appunto maistu de berrinas, che si traduce in italiano con succhiellinaio o succhiellaio.
Importante il suo lavoro nelle botti per spillarne, a tempo debito, il vino. I fori venivano poi chiusi da appositi tuppas e tupponis, zipoli e zeppe, di forma conica, che venivano inchiodati con un martello di legno.
Succhiellinajo, nel dizionario del Cantù, non era l’artigiano che usava il succhiello, ma colui che faceva o vendeva i succhielli. Altri dizionari preferiscono la voce succhiellajo. Nuovi dizionari come il Treccani ignorano del tutto questi vocaboli. Segno di pressappochismo dilagante, anche in opere che passano per essere “il non plus ultra”, dove puoi trovare “okay”, per piaggeria, ugualmente dilagante oggidì, nei confronti del padrone yankee. Vocabolari della lingua italiana, dove non trovi vocaboli italiani che fanno parte del nostro patrimonio culturale, anche se disusati.
Su maistu de berrinas, il succhiellajo o succhiellinajo, così come il suo attrezzo, è stato soppiantato dal trapano.


SU MAISTU DE BARRILOTTAS
IL BARLETTAIO

Su maistu de barrilottas era in pratica unu maistu de cubas, de carradas e de cobidinas, cioè un bottaio, che faceva botticelle in miniatura, tanto piccole da poter essere appese al collo.
Conosco minuscole barrilottas, botticelle, per lo più di funzione ornamentale, ottenute lavorando il corno del bue, provenienti da un artigiano di Buddusò, Dino Zidda. Per la creazione di recipienti in corno di bue, lavorato con la sgubbia o con il pirografo, ricordo, ad Oristano, una bottega artigiana denominata La Tanit, di Peppinetto Atzori.
Oggi si direbbe maistu de barrilettus, ovvero facitore di bariletti: fiaschette, specie da viaggio, usate per contenere vino o liquore, che si appendevano al collo mediante una cordicella.
Classica l’immagine del cane San Bernardo cun su barrilettu, con il bariletto, contenente cognac appeso al collo, per ristorare i viaggiatori dispersi tra i monti innevati.32


SU MAISTU DE CABBIAS
IL FACITORE DI GABBIE

Per esperienza vissuta di persona, posso dire che gli artigiani di un tempo erano detti maestri a buona ragione, poiché essi erano non soltanto i detentori della conoscenza delle tecniche di un lavoro, ma avevano anche la capacità didattica di saper insegnare ciò che sapevano fare ed il rispetto della tradizione comunitaria, che imponeva a tutti di contribuire alla crescita della comunità.
Nel mio paese di origine, a Terralba, dove trascorrevo le estati della mia adolescenza, vi erano alcuni anziani artigiani - che poi svolgevano anche altre attività, come quella di custodire colture ortofrutticole o di lavorarci come ortolani - che erano bravissimi maistus de cabbias, esperti facitori di gabbie. Essi lavoravano all’aperto, nel cortile o sotto il loggiato davanti alla loro casa, aperto sempre a chiunque volesse entrare. Erano costantemente circondati da ragazzi che osservavano il loro modo di lavorare e che, a richiesta, davano una mano, passando, all’artigiano che stava seduto su uno scanno davanti ad un tavolo, il materiale o un attrezzo occorrenti. Io, tra questi ragazzi, ero uno dei più assidui.
Il nostro maestro facitore di gabbie si chiamava ziu Anselmu, era anziano ma agile come un ragazzino, e faceva questo lavoro soltanto di pomeriggio, all’ombra di un fico enorme, che dava frutti neri lunghi una volta a fine giugno e un’altra a settembre.
Con alcuni dei ragazzi suoi allievi, e sotto la sua direzione, cominciai a costruire le gabbie per uccelli utilizzando le bacchette del rovo, che fungevano da regoletti, per il telaio, e i giunchi che formavano le gretole, le piccole sbarre dorate della prigione. Più che l’uso che di queste gabbiole avrei potuto farne - ho sempre amato tanto la libertà da soffrire per la clausura di un animale - mi appassionavano la ricerca, la preparazione del materiale e la costruzione, semplice ma impegnativa, delle stesse.
Uscivamo a cercare lungo le siepi del ficodindia le bacchette sarmentose del rovo; e se l’estate era inoltrata, facevamo scorpacciate di more, che la natura provvidenziale faceva maturare prima dell’uva. I miei compagni mostravano competenza e abilità che io cittadino non possedevo, e seppure fossero rozzi e parlassero in sardo io ero con loro un allievo umile e attento.
In s’arruargiu, il roveto, bisognava saper distinguere tra s’orrù mascu, il rovo maschio, a sezione circolare, e s’orrù femina, il rovo femmina, a sezione esagonale. Andava scelta e colta, per ottenere i regoletti, soltanto quest’ultima varietà e che fosse robusta e diritta. Quindi, si tagliavano alla misura voluta le bacchette e si lasciavano a essiccare, ma non troppo, prima di usarle.
La ricerca dei giunchi per le gretole ci costringeva a più lungo e periglioso viaggio fino ai margini paludosi degli stagni, verso il mare. Anche qui, i miei compagni distinguevano due varietà di giunco: quella che aveva in cima una infiorescenza, che chiamavano propriamente giuncu, e l’altra, terminante con una punta acuminata, detta zinniga. Quest’ultima varietà era quella che occorreva alla fabbricazione delle gabbie, in quanto, dopo essiccata diventava rigida e si infilava con la sua naturale punta acuminata nel morbido legno dei regoletti di rovo.
Costruivamo due tipi di gabbia: un tipo semplice, sa cabbia de cardanera, per tenerci le coppie dei cardellini, che si appendeva nel loggiato; un altro doppio, sa cabbia paradora, con cui si prendevano altri cardellini. Sa cabbia paradora consisteva in una gabbia divisa in due scomparti; in quello in basso stava la cardellina da richiamo; mentre in quello in alto era situata una trappola: la parete superiore si apriva in due portellini trattenuti in bilico da due stecchi; entrandovi la preda, il portellino si richiudeva per caduta.


SU MAISTU DE LEPPAS E GORTEDDUS
IL COLTELLINAIO O FACITORE
DI COLTELLI A SERRAMANICO

Sono famosi in tutta la Sardegna is maistus de leppas, i facitori di coltelli a serramanico di Pattada, paese del sassarese, e famose sono le loro leppas. Is leppas de Pattada, i coltellini a serramanico di Pattada, sono di un acciaio particolarmente temperato e resistente e hanno la lama di forma larga, a foglia, a differenza di altre leppas che hanno forma allungata, più o meno sottile. L’impugnatura è sempre di corno; anche quella dei coltelli fatti ad uso dei macellai.
Sono tanti i paesi, per lo più nel Nuorese, dove si trovano bravi maistus de leppas. Tuttavia, ci sono altrettanto esperti forgiatori anche in provincia di Cagliari, per esempio a Guspini, dove, per accettare una ordinazione di leppas o di spadinus, sorta di machete, mi hanno richiesto (e hanno gradito il mio dono) alcune balestre d’auto, di quelle che si usavano un tempo, di acciaio speciale, che loro utilizzano per ricavarne leppas, gorteddus e spadinus, coltelli a serramanico, coltelli e coltellacci.
E’ da dire che sa leppa, il coltello a serramanico, è uno strumento di lavoro e d’uso indispensabile nella vita quotidiana del pastore e del contadino, che la tengono, immancabilmente, nella tasca della giacca o del corpetto, o nella bisaccia insieme al pane, al formaggio o alla salsiccia ed al vinello; appunto, per tagliare il pane e il formaggio, per tagliare un rametto per fare un innesto, e così via.
Nei ricorrenti periodi di caccia alle streghe del banditismo sardo, che rientra nel sistema dell’emergenza che la consorteria al potere instaura nel nostro paese, periodicamente e in modo sempre più frequente, fino a renderlo stabile, sa leppa è stata il pretesto più usato e abusato da parte della polizia per trarre in arresto ed eliminare i nostri pastori, per dare un esempio, con una condanna per “detenzione abusiva di leppa”, equivalente, per la giustizia del sistema, ad un’arma da guerra.


SU MAISTU DE PITTAIOLUS E SONALIUS
IL FACITORE DI CAMPANACCI E SONAGLI

Famosi i facitori di campanacci di Tonara, paese montano delle Barbagie, noto anche per i suoi prodotti artigianali confezionati in legno di castagno e noce. Spesso, is pittaiolus o sonalius, i campanacci o sonagli, vengono venduti dagli ambulanti in occasione di feste e sagre paesane. Alcune di queste sono frequentate non soltanto per devozione al Santo che viene onorato in quella ricorrenza, ma per fare acquisti di ogni genere, utili all’economia della propria attività lavorativa.
Il pastore che acquista is pittaiolus li sceglie uno ad uno secondo la nota musicale espressa scuotendo il sonaglio, di modo che siano tutti diversi, ma formino, nel loro insieme, un suono corale che sia proprio, caratteristico del “suo” gregge; cosicché, quando a quel “coro” manchi qualche suono, cioè qualche pecora, il pastore avverte il furto e corre ai ripari.


SU MAISTU DE FUNTANAS
IL FACITORE DI POZZI

Funtana (ma anche putzu e più raramente, nel Cagliaritano, se usato per irrigazione, molinu) in sardo campidanese si traduce con pozzo. «Bai e pesa una carcida de aqua de sa funtana», significa «Va’ e attingi un secchio d’acqua dal pozzo».
Funtaneri, o meglio maistu de funtanas, indica, pertanto, colui che fa i pozzi, scavando e mettendo i tubi o edificando i muretti di contenimento e quelli esterni di protezione.
Su maistu de funtanas, il facitore di pozzi, che si avvale della collaborazione di uno o più manoberas, aiutanti manovali, fa anche di mestiere il rabdomante, su chi circat s’aqua asuta de terra, colui che cerca le vene d’acqua con la classica forcella di salcio, che egli impugna per i corni con ambedue le mani, tenendone l’altra estremità, il piede della “ypsilon”, rivolta al terreno.
Ho assistito più volte alla ricerca di falde freatiche da parte di questi rabdomanti, che dicono di possedere una speciale sensibilità, quella di sentire l’acqua mediante la loro bacchetta di salcio. Non so dire se esistano o meno certe proprietà. Penso che un fondo di verità ci sia, e lo dico per esperienza diretta.
In un paese dell’Oristanese, a Cabras, dove avevo deciso di farmi costruire la casa di abitazione, utilizzando operai e materiali del luogo e seguendo le loro tecniche tradizionali, cominciai con il farmi edificare il pozzo, nel terreno su cui sarebbe sorta la casa.
Convocati a casa i muratori, questi mi suggerirono di chiamare unu maistu de funtanas, un facitore di pozzi, che era pure rabdomante. Assistei così all’operazione di ricerca della falda acquifera mediante bacchetta fresca di salcio (o d’altra pianta amante dell’acqua - come mi fu spiegato). Quando la falda d’acqua era piccola anche la sollecitazione, la scossa o attrazione, che riceveva l’uomo era di piccola entità; diventava forte quando la massa d’acqua percepita era rilevante. Dopo aver girovagato per tutto il terreno, su maistu stabilì quello che era il punto migliore in cui scavare per trovare una buona e ricca sorgente.
Il giorno appresso, all’alba, arrivò nel terreno con l’aiutante, con un mucchio di grosse funi, piccone, badile, qualche trave ed un verricello. Si mise in mutande e canottiera, e, sputatosi sui palmi delle mani, attaccò a picconare, esattamente nel punto che aveva segnato. Trovò l’acqua a poco più di quattro metri di profondità, scavò ancora finché poté, quasi sommerso dall’acqua che affluiva abbondante… e - a sua detta - perfino buona da bere.
Con l’acqua del pozzo iniziarono il loro lavoro is ladraius, i facitori di mattoni crudi: tracciarono un quadrato di qualche metro, scavarono fino a trovare lo strato argilloso, ci buttarono dentro a secchiate un bel po' d’acqua, impastarono il fango con una certa quantità di fango, e, ripulito e spianato un altro pezzo di terreno, di lato, vi piazzarono i telai in legno con cui sfornare i mattoni, che restarono lì ad asciugare. «E speriamo che non piova», si augurarono is ladraius. Non piovve, in quei giorni. D’altro canto, con la loro esperienza, sapevano che quello era un periodo di secca.
Man mano che seccavano, i mattoni crudi venivano accatastati all’interno delle fondamenta delle case, quindi, ricoperti con un telone o con un fitto strato di paglia, per non essere erosi dalle eventuali piogge, in modo da essere pronti per “tirar sù” i muri, sia quelli maestri, sia quelli divisori.
La pietra ed il cemento furono usati soltanto per le fondazioni e per costruire un metro di base di tutti i muri. (Nel mio caso, un muretto di pietra di un metro come base era più che un lusso: sarebbe bastato un palmo da terra per isolare i mattoni crudi dall’umido del terreno) Il resto venne edificato con i mattoni crudi cementati con fango e intonacati con malta bastarda (cioè calce e cemento più sabbia), sia all’interno che all’esterno. I muri in mattoni crudi tengono fresca la casa d’estate e d’inverno la mantengono calda. Muri che durano un’eternità, se bene intonacati.33


SU FRAU O FERRERI
IL FABBRO FERRAIO

Su frau o ferreri era certamente l’artigiano più importante nelle nostre arcaiche comunità, specialmente a economia contadina e, seppure in misura minore, in quelle pastorali. Al di là della possibilità di acquistare una volta all’anno in occasione della festa principale del proprio paese, o di quello vicino, gli attrezzi necessari al proprio lavoro, giorno per giorno, era su frau che forniva questi strumenti, forgiandoli nuovi o riparando i vecchi.
E’ pur vero che il nostro contadino, per il sistema di radicale autarchia di cui faceva parte, doveva ingegnarsi a costruire da sé grandissima parte degli utensili indispensabili non soltanto al suo lavoro, ma perfino alla vita domestica (coadiuvato, in gran parte, dalle donne di casa e dai vecchi, spesso abilissimi facitori di ogni genere di manufatto); inoltre, doveva saper riparare o rinnovare quanto, con l’usura del tempo, poteva essersi rotto o consumato. Ma era anche vero che, con tutta la sua buona volontà, il contadino non poteva riforgiare una zappa o riparare il cerchione di una ruota che si fossero rotti, e non tanto perché non lo sapesse fare, quanto perché non aveva gli strumenti idonei allo scopo. Il contadino ha sempre a mente il detto «sunt is ainas chi faint is fainas», sono gli attrezzi che fanno il lavoro, intendendo che con gli attrezzi idonei si può far tutto, compresi gli stessi attrezzi.
Se c’è amicizia e se lo si lascia fare, il contadino va nella bottega del fabbro e ripara egli stesso il proprio arnese rotto, usando, spesso con sufficiente capacità, ma pur sempre sotto il controllo e la guida de su maistu ferreri, l’impianto e l’attrezzatura dell’artigiano.
Il fabbro dei nostri paesi era spesso anche su maniscali, il maniscalco, e si preoccupava quindi anche di ferrare gli zoccoli degli animali da trasporto, in particolare i cavalli.


SU MANISCALI
IL MANISCALCO

Maniscali e maniscalcu, il maniscalco, è detto anche ferradori, su chi curat e ferrat is cuaddus, colui che cura e ferra i cavalli. Maniscalcu, maniscalco, che esercita la mascalgia, la cura dei cavalli. Spesso questa attività viene svolta dallo stesso fabbro ferraio, specie nei piccoli paesi. Su maniscali può dirsi, infatti, un fabbro specialista nell’arte della ferratura degli animali da tiro.
C’è da fare una distinzione tra su maniscali de cuaddus, il maniscalco che ferra i cavalli, chi ferrat puru molentis e mulus, che ferra pure asini e muli, e su maniscali de bois, il maniscalco che ferra i buoi, il quale usat po poderai e susteniri sa bestia sa machina o trobaxu de ferrai, usa una sorta di robusto telaio, munito di due cinghie che sostengono l’animale passando davanti alle zampe posteriori e dietro quelle anteriori.
E’ arcinota la forma del ferro da cavallo, usato come portafortuna in mille piccole forme di metallo pregiato come ciondolo o spilla, ma anche nella versione originale, quella autentica, specie se si tratta di ferro smesso, meglio ancora se perso dall’animale e trovato per strada. Diversa è la forma del ferro da bue. Essendo bisulco, lo zoccolo di questo animale necessita di due ferri a piastra. C’è chi usa ferrare solo l’unghione esterno.


SU SCOVAIU
IL FACITORE DI SCOPE

Nell’area mediterranea, e in particolare in alcuni tratti della costa sarda, vegeta la palma nana. E’ certamente la regina della macchia, le cui foglie si prestano a mille usi.
Da tempi immemori sino a qualche decina di anni fa, la palma nana forniva la materia prima del crine per materassi.
Fino alla metà degli Anni Cinquanta, a Torre Grande di Oristano, sorgeva una rinomata e redditizia industria del crine - superata e cancellata dall’avvento del lattice di gomma e dalla più scadente gomma piuma.
Svariati erano i modi di utilizzazione delle foglie della palma nana. Se ne ottenevano delle funicelle per impagliare scanni e sedie; ma a tale scopo venivano usate anche altre fibre vegetali.
Diffusissime, e non solo in Sardegna, erano le scovas de prama, scope di palma nana, con il manico di canna o di leonargiu, oleandro. La scopa “civile” di saggina di riso, detta scova de arrosu, era poco apprezzata dalle massaie in quanto troppo pesante, manicata con legno di faggio.


S’ACCONCIACOSSIUS
IL RIPARATORE DI TERRECOTTE

Acconciacossius si traduce letteralmente con aggiusta terrecotte. Era così detto l’artigiano girovago che, di paese in paese, andava a riparare cossius e burnias, orci e giare, sciveddas, conche, marigas e broccas, brocche.
Su girabarchinu è uno strumento di lavoro proprio de s’acconciacossius. Si tratta di un elementare trapano a spago, la cui punta gira con lo stesso elementare sistema del bastoncino usato presso certi popoli primitivi per accendere il fuoco. S’acconciacossius lo usava per forare anfore e conche, brugnas e sciveddas, utensili di terracotta.
Questo artigiano “girovago” assai spesso riparava pure is peracus, gli ombrelli cerati, per lo più di colore verde, del pastore e del contadino.


S’ACCONCIAPARAQUAS
CHI RIPARA PARAPIOGGIA

Deriva da paraqua, parapioggia, detto volgarmente anche paraculu o peracu. Questa attività, di solito, era svolta anche e specialmente da s’acconciacossius, colui che riparava giare, conche, brocche e altri recipienti di coccio, specie di notevoli dimensioni.34


SU CHI FAIT STREXUS DE FENU
IL FACITORE DI UTENSILI A INTRECCIO

Le campagne di alcuni nostri paesi abbondano di piante fibrose che, per la maggior parte, sono erbe palustri, come su carcuri, sa spadua, su giuncu, su sessini, sa zinniga, o di alberi i cui rami sono flessibili, quali su salixi, s’olimu, i salici, i pioppi, o ancora di essenze proprie delle zone aride e pietrose, come su cadrilloni, l’asfodelo.
Proprio in questi paesi, fin dalla notte dei tempi, nasce, e si sviluppa fin quasi ai nostri giorni, l’attività di intreccio per la creazione di utensili d’uso comune familiare.
I paesi ed i villaggi che sorgono nell’entroterra del Golfo di Oristano e di Cagliari, ma un po’ dovunque lungo tutte le coste della Sardegna, nelle zone basse paludose, ai margini di stagni, utilizzavano da sempre la vegetazione che la natura provvida forniva loro per costruirsi ogni utensile da lavoro e di uso comune.
Mi risulta che a Riola, Nurachi e Cabras, fino agli Anni ’40, si usassero ancora ami vegetali, utilizzando una sorta di spina ricurva che si prestava ad essere ricoperta dall’esca ed a trattenerla. In quei paesi, aggiungendovi Santa Giusta, vi erano numerosi artigiani abilissimi nell’intreccio de su juncu, del giunco, da cui ricavavano corde e cordicelle per ogni uso. Così pure nella manifattura di stuoie, che ottenevano con sa spadua, il falasco, da cui ricavavano perfino baracche (is barracas de cruccuri), freschissime d’estate e calde d’inverno, un tempo tipica abitazione dei pastori di Su Siccu, di Torre Grande e di San Giovanni del Sinis, una penisola in parte bagnata dal mare ed in parte dagli stagni - oggi malauguratamente distrutti dall’avanzata “progressista” del cemento e di cui, meno male, si conservano alcune immagini fotografiche.
Tantissime erano le utilizzazioni che si ottenevano dall’intreccio delle erbe fibrose e dalla lavorazione dei virgulti duttili di numerose piante. Si confezionavano recipienti per il trasporto della frutta, ceste, cestini, corbe e corbelli di varia forma e capienza, canestri, crivelli e setacci per la lavorazione della farina, cestelli per contenere dolci; perfino ceste oblunghe, ad intreccio lasco, con apposita chiusura a tappo per contenervi le lumache colte nei periodi piovosi, spargendovi un po’ di crusca per conservarle più a lungo.


S’ACCONCIACROBIS
CHI RIPARA CORBE E CANESTRI

Sa crobi, la corba, è un recipiente di dimensione diversa, ottenuta con l’intreccio di giunco e paglia, recipiente di uso assai comune e vario nella vita familiare. Ciascuna di esse, però, viene usata per un solo specifico compito, e non può contenere ora grano, farina, pane e dopo frutta, verdura e poi, ancora, panni da rammendare o da stirare. Vi si mette il grano da portare alla macina, poi, il macinato stesso, per essere abburattato, e il pane cotto. In apposite corbe vanno la frutta e le verdure che si raccolgono in campagna, quali uva, meloni, pomodori, zucche, melanzane, e così via. Fino alle corbulette per riporvi il cucito.
Spesso l’intera parete di una stanza era tappezzata da crobis e crobixeddas, corbe e canestrelli, appese con nastri colorati - per lo più di colore verde per tenere lontano il malocchio.
Quando una crobi si deteriorava con l’uso, spagliandosi in qualche parte, specie nei bordi, il più delle volte, veniva riparata dalla stessa massaia che usava rattoppare con del nastro colorato, rendendo così l’oggetto riparato perfino più grazioso di prima.
Vi erano, tuttavia, is acconciacrobis, gli aggiustacorbe, uomini o donne, specialisti in quest’arte riparatoria. Ad essi si rivolgeva la massaia che non sapeva far da sé, che non aveva tempo, o che era benestante e poteva permettersi il lusso di pagare, dando così lavoro ai bisognosi.


SU SCARTEDDAIU
IL CESTINAIO

«Mio nonno Pietro era figlio di contadini senza terra. Al rientro dalla Grande Guerra, per mantenere la famiglia si era dovuto adattare a fare diversi mestieri, dall’ortolano a mezzadria al bovaro, dal falegname al bracciante. Ma il lavoro che preferiva era quello de fai scarteddus, di fare cestini, la sua specializzazione.
Rimasto vedovo, si dedicò esclusivamente a questa attività. E lavoro non gliene mancava mai. In paese, chiunque avesse una sedia da impagliare, un cestino da fare, o una damigiana da rivestire, si rivolgeva a nonno Pietro.
Ogni lunedì all’alba si recava in campagna, dove c’erano corsi d’acqua, per tagliare le bacchette del salice e dell’olmo e, fattone un bel fascio, se lo caricava a spalla e rientrava in paese. Le pertiche di salcio venivano messe in piedi dentro un recipiente d’acqua, perché non si seccassero e conservassero la loro elasticità. La prima operazione consisteva nella scortecciatura: prendeva un bastoncino di legno secco, flessibile, piegato a V; vi inseriva la pertica da scortecciare nell’angolo del bastoncino piegato a V e, stringendo le due estremità di questo, lo faceva scorrere strofinando lungo la pertica cosicché la corteccia si staccava a listarelle.
Le pertiche scortecciate venivano messe nuovamente in una bacinella d’acqua, in modo da restare sempre fresche ed elastiche. Le più grosse venivano usate per rivestire damigiane di vetro, mentre le sottili per fare cestini.
Noi bambini desideravamo aiutarlo nel suo lavoro, ma nonno Pietro non ci consentiva di fare altro se non scortecciare e avvicinargli le pertiche che lui, di volta in volta, ci indicava. Ma, nonostante il nostro lavoro di aiutanti fosse in pratica soprattutto quello di guardare le opere che nascevano, crescevano e si compivano tra le sue abili mani, egli aveva piacere di averci sempre intorno, per fargli compagnia e per farci raccontare i fatti nostri e del paese. Noi piccoli eravamo sempre lì, gli stavamo addosso come mosche al miele. Ma, per la verità, la compagnia non gli mancava, perché venivano gli acquirenti, sia per ordinare che per ritirare qualche lavoro, cestino, cesto, o altro che fosse.
Subito dopo la colazione non faceva la siesta, come tanti altri; trascorreva un’oretta a leggere i suoi testi preferiti, che erano la Bibbia, la Divina Commedia e la vita dei Santi, in particolare quella di San Giuseppe, il falegname di Nazaret; poi, si avvicinava al loggiato che si affacciava al cortile prospiciente la strada, apriva il portale e lo teneva spalancato per tutto il tempo che restava lì a lavorare. In questo modo era come affacciato alla strada, dove il via vai della gente segnava il ritmo della vita della comunità di cui faceva parte.
A una certa ora del pomeriggio cominciavano le visite, per lo più di vecchi pensionati. Il primo ad arrivare era zio Felicino, vedovo anche lui, che abitava nella casa a fianco. Si annoiava a starsene tutto solo, e così si sedeva in un angolo del loggiato, seguiva il muoversi delle mani nell’abile intreccio di salci e giunchi e, ogni tanto, faceva qualche commento. Era un ottimo psicologo zio Felicino: per parlare sceglieva il momento più adatto, meno impegnativo, o una pausa nel lavoro, e, se la risposta di nonno Pietro tardava a giungere, attendeva con pazienza, perché le sue mani erano impegnate in una operazione difficile. Il vecchio pensionato zio Felicino, per la verità, a casa sua non ci stava mai, se non per mangiare e dormire (pranzo e cena glieli portavano a turno le figlie o le nuore, e per la colazione si adattava con i rimasugli della cena e mezzo bicchiere di vinello); per il resto era sempre da nonno Pietro, e spesso lo seguiva anche in campagna, per portare un fascio di pertiche in più, quando il lavoro era tanto.
Pian piano arrivava quasi tutto il vicinato. Gli uomini, per lo più anziani, in forzata pensione, a chiacchierare, ad aggiungere qualche attrezzo, o a fare qualche pezzo di cannoittu, fune di giunco. Le donne a rammendare o a pulire le verdure per il minestrone. Era un chiacchierio ininterrotto: chi raccontava le cose sentite in paese la sera prima, in bottega; chi parlava dell’annata che non andava mai bene, diluviava quando doveva far sereno ed era siccitoso quando sarebbe dovuto piovere; e c’era chi raccontava la vita trascorsa al fronte, in guerra, e la fame che c’era e chi ricordava i passati splendori della comunità, quando la terra produceva più di trenta quintali di grano a ettaro. E tutti, inter dicius e sentenzias, tra massime e proverbi, contribuivano all’educazione morale e sociale di noi piccoli, fondata specialmente sul rispetto e la venerazione dei vecchi, per quel che sapevano fare e per quel che c’era da imparare da loro».35


SU CADINAIU
IL CESTAIO

Cadinaiu era detto l’artigiano abile nel lavoro di intreccio che fabbricava cadinus e scarteddus, cesti e cestini. Un’attività, questa, simile, per non dire uguale, a quella de su scarteddaiu, del cestinaio.36
La materia prima per fare cadinus e scarteddus, ceste e cestini, consisteva in is pertias, le flessibili e robuste pertiche di varie essenze, quali su moddizzi, il lentischio, s’ollastu, l’olivastro, su lumu, l’olmo, s’arpa o zrappa, il salice; e simile al precedente su pittixi, il vetrice o salice generico. Con is pertias, le pertiche, si otteneva lo scheletro. Con is tirellas o tirias de canna, strisce di canna opportunamente spaccata, si faceva l’intreccio sullo scheletro e si otteneva così il contenitore. Su cadinu, la cesta, (detta anche coffa o cavannia, se grande fino a circa un metro di altezza e ottanta centimetri di diametro), veniva usato per contenere la paglia mista a leguminose, per alimentare buoi e cavalli, o anche per il trasporto d’uva durante la vendemmia, o per il pane (per quest’ultimo compito più usate is crobis, le corbe, ottenute con l’intreccio del giunco e del fieno).
Su fundu de su cadinu e de su scarteddu, la base della cesta e del cestino, si otteneva con un intreccio circolare di pertiche flessibili, mentre is costas, le pareti, si ottenevano cun tirias de canna sperrada, con strisce di canne spaccate, naturalmente collegate alla base con altre pertiche disposte verticalmente.
Normalmente, is cadinus, le ceste, erano forniti di duas manigas, due manici, opposte, situate ai bordi; mentre is scarteddus, i cestini, avevano unu manigu, un manico, robusto, situato sul bordo, ad arco, comodo da portare sull’avambraccio, o da appendere, con una funicella o con un gancio, sui travi della copertura dei solai, per conservarvi proviande diverse, quali frutta.


SU FUNAIU
IL FUNAIO

Il mestiere di su funaiu, il funaio, rientra nell’attività dell’intreccio. Oltre alle funi propriamente dette, questo artigiano faceva funicelle diverse, dette cannabittus o cannoittus. La materia prima che usava era il giunco.
Qualunque contadino dei nostri paesi agricoli, specialmente nelle regioni paludose o umide, dove vegetava la materia prima, era in grado di fare su funaiu, di fabbricare cioè funi e funicelle per uso domestico. Tuttavia, vi erano uomini, e anche donne, che si specializzavano in quest’arte e a loro si rivolgevano gli abitanti quando avevano bisogno di grandi quantità di prodotto e che fosse fatto ad arte.
Come si è accennato funis e cannabittus, funi e funicelle, si ottenevano dal giunco. Primo lavoro de su funaiu era quello di raccogliere il giunco, che veniva disteso per terra e lasciato essiccare. Quindi, si sezionava longitudinalmente in quattro o più listelli, che venivano ben ripuliti dal midollo, conservando in pratica soltanto la nervatura pulita. Questi listelli, della lunghezza di circa un metro, venivano immersi nell’acqua e lasciati a mollo. Dopo, umidi e duttili, venivano sfibrati e finiti di ripulire, facendoli scorrere in una sorta di pinza, ottenuta con un ramo piegato a V. A questo punto le listarelle di giunco erano pronte per essere intrecciate.
Si ottenevano così cannabittus, funicelle, fini ma resistenti, e con questi, a loro volta intrecciate, si ottenevano funicelle più grandi e robuste.
Gli usi che si facevano di queste funi e funicelle, erano molteplici. Va detto che già lo stesso giunco, “al naturale”, una volta sfibrato - in sardo si dice mulliu - era di per sé un legaccio, un pezzo di spago, e come tale veniva usato.
L’uso della funicella di giunco negli altri lavori d’artigianato era di importanza fondamentale. Per esempio nella fabbricazione delle stuoie di falasco, diffusissime nell’Oristanese, dove venivano fatte, e in tutto il mondo contadino.
I fasci del falasco (un’erba palustre assai spessa e spugnosa), con cui si approntava la stuoia, erano legati stretti l’uno all’altro mediante cannabittu, cordicella di giunco. Ma anche buona parte dei finimenti di asini e buoi consistevano in funicelle e funi di giunco; così pure, nella fabbricazione de is cerdas, le vegge, i graticci o gli incannucciati che si adattano alle sponde del carro per aumentare il volume del carico. E, infine, venivano usate per ottenere su fundu de is scannus, il fondo delle seggiole.


S’ARREGIOLAIU
IL FABBRICANTE DI PIANELLE

In tempi relativamente recenti, negli Anni ‘50, sorsero numerose attività artigianali. Tra queste, piccole fabbriche a conduzione familiare di regiolas, pianelle di cemento smaltate e, più avanti, di piastrelle di cemento, impastato con ciottoli, e levigate, nonché di marmette di cemento impastato con frammenti di marmo, anche queste levigate e lucidate.
In quasi tutti i paesi nacquero così, improvvisamente, talvolta perfino nel cortile di casa, queste nuove attività di piccola industria. Prime fra tutte is fabricas de regiolas (o arregiolas), pianelle che, da noi, soppiantavano il vecchio ammattonau, l’impiantito di mattoni, e sa blocchiera, la fabbrica di blocchetti di cemento, che andavano sostituendo i vecchi muri de ladrini, (o ladiri, come li chiama il Porru) mattoni di fango argilloso impastato con paglia, di millenaria memoria. Mattoni crudi che assolvevano il loro compito di proteggere la casa dall’umido invernale e dalla calura estiva assai meglio del nuovo ritrovato in cemento.


SU STREXAIU O PINGIADAIU
IL PENTOLAIO

«Ziu David era mogorese di origine: era andato come mietitore a Pabillonis, aveva conosciuto una vedova ancora giovane, che faceva sa pingiadaia, la pentolaia, vi si era fermato e l’aveva sposata, anche perché lei possedeva una casetta già arredata.
I suoi compaesani lo sbeffeggiavano perché avrebbe mangiato terra rossa, ma lui imparò ugualmente a fare le pentole, e non tornò mai più nel suo paese, né per la festa principale e neppure quando la moglie vi si recava per vendere i frutti del suo lavoro, col carretto tirato dall’asinello. Per l’occasione la faceva andare con gli altri pingiadaius, anche se non guadagnava tanto quanto invece riuscivano a raggranellare nelle feste degli altri paesi, dove andavano a vendere insieme.
Aveva imparato dalla moglie a modellare con l’argilla le pentole e i tegami, anzi la superava nel confezionare i tegamini che sembravano giocattoli. Con l’avanzo dell’impasto preparava brocchettine e vasi, nel tempo libero che gli restava, dopo aver fatto la provvista della legna per il forno, dove cuoceva le pentole. Aveva imparato a conoscere la temperatura giusta affinché i recipienti venissero perfetti, e nel rifinirli, verniciandoli, vi metteva un segno particolare, per dare un’impronta personale alle sue opere. Così capitava che qualche sposa dei paesi vicini chiedesse a lui di prepararle tutta la serie de is strexus de terra, degli utensili di terracotta, da portare col corredo; e per l’occasione veniva anche invitato con la moglie al pranzo di nozze, procurandosi così anche prossime clienti tra le fidanzate parenti della sposa».37


SU CONGIOBAIU
IL FIGULO

Affine a su strexaiu o pingiadaiu, il figulo facitore di pentole e tegami di terracotta, era il figulo detto congiobaiu. Otteneva i suoi utensili con l’argilla impastata e ben lavorata, argilla che, spesso, lo stesso artigiano andava a cercare di persona nelle apposite cave, che poi continuava a modellare con un rudimentale tornio a pedale, infine, cuoceva al forno, talvolta previa verniciatura, che con la cottura dava smalto e resistenza nell’uso dell’oggetto.
Tra gli utensili più comuni creati da su congiobaiu ci sono is burnias o cossius, recipienti già in uso presso gli antichi romani, da noi adoperati per contenere olio, olive in salamoia, verdure sottaceto, o pomodori secchi, aromatizzati con le foglie dell’alloro. Ancora, erano i facitori delle utilissime e usatissime sciveddas, conche, anche enormi, per impastare e lavorare la farina per fare su pani spongiau, e scivedditas, conchette, ben rifinite e vetrificate all’interno, che si usavano anche come lavamani. Realizzavano anche recipienti diversi, per contenere l’acqua o il vino, quali is frascus e fraschitus e is broquitus, piccoli, della capacità di un litro o due, che il contadino recava con sé in campagna per dissetarsi; oppure grandi, quali is marigas o broccas, della capacità di dieci litri e oltre, per attingere l’acqua potabile dalle fontanelle e rifornire la casa. Infine, creavano piccoli recipienti d’uso comune o semplicemente ornamentali, come pratus, tassas, ciccaras, pratillius, tutti oggetti che, per altro, anche un bravo strexaiu o pingiadaiu, pentolaio, era in grado di fare, aiutato dalla fantasia o estro artistico che di si voglia.


SU LADRAIU
IL FACITORE DI MATTONI CRUDI

Su ladraiu è il facitore di ladrinis, mattoni crudi, ossia mattoni di terra argillosa, cui viene mischiata paglia di grano, che, seccati al sole, vengono usati per la costruzione dei muri perimetrali e divisori delle case e dei muri di confine. Questi ultimi, per evitare l’erosione delle piogge, vanno sempre ricoperti di una o due file di tegole di coccio.
Gli strumenti per fabbricare su ladrini o ladri consistono in cascittas, forme o telai in legno, doppie o singole, di solito manicate, le cui misure interne sono, ovviamente, uguali alla dimensione del mattone crudo che si vuol ottenere. Di forme o telai ve ne sono semplici, ad un solo stampo, o duplici, a due stampi. Le dimensioni più comuni di su ladrini, il mattone crudo, sono di cm 35 x cm 20 x cm 10 (Cabras) o di cm 40 x cm 2O x cm 10 (Terralba).
Scelta una zona con terra argillosa idonea, possibilmente vicina ad una sorgente d’acqua, e chiesta l’autorizzazione al proprietario al quale spetta un indennizzo, su ladraiu scava un fosso iniziale di circa un metro quadrato, dopo aver tolto la cotica, cioè lo strato superficiale. All’interno dello stesso fosso, la terra smossa viene impastata e messa a palate nelle formelle. Man mano che si riempiono e si pareggiano con la cazzuola le formelle, queste vengono spostate per essere ulteriormente riempite. Il fosso iniziale viene, successivamente, allargato a tanti metri quadrati a seconda della quantità di mattoni da ricavarne. La profondità dello scasso va non oltre lo strato di argilla dura, che si spacca asciugando al sole e non va bene nella confezione de su ladrini.


SU MAISTU DE TEULAS
IL TEGOLAIO

Is maistus de teulas, i facitori di tegole, pur essendo artigiani di grandissima importanza sociale, ché l’interno della casa è riparato dalle tegole del tetto, erano considerati dei figuli mancati, artisti falliti, perché utilizzavano, è vero, la stessa materia prima, sa terra angiana, l’argilla, con cui si possono creare mille e irripetibili forme di utensili, ma la usavano di qualità scadente e in modo grezzo, per fare is teulas. Sa teula si fa con uno stampo, in serie, senza estro né fantasia, l’una uguale all’altra.
E si puru a sa cottura sa teula fessit bessia unu pagheddu scannia, pagu mali, si bendit e si ponit in pari cun is ateras a cobertura. E seppure alla cottura la tegola dovesse venire un tantino filata, poco male, si vende e si mette insieme alle altre a fare il tetto.
Is maistus de teulas, i tegolai, fabbricavano anche is mattonis per fare su mattonau, la pavimentazione in mattoni cotti, un tempo assai comune in molte case sarde. In particolare, i mattoni cotti venivano usati per pavimentare le stanze ed i vani di passaggio e di maggior traffico, come gli ingressi, gli anditi, le cucine e alcuni magazzini collettivi, come i “Monti granatici”, dove venivano versate dai contadini le quote delle sementi del loro raccolto, sementi utili per la prossima semina che vi venivano conservate. Inoltre, i mattoni pieni, cotti, erano indispensabili per costruire su foghili, il fochile, e sa ziminera, il caminetto e su pamentu de su forru, il pavimento del forno, e il forno stesso, quando non era costruito in mattoni crudi.
A Oristano, ad Assemini, a Guspini e a Pabillonis, che potevano disporre di cave non lontane, ricche di terra rossa argillosa, vi erano, oltre ai classici pingiadaius, congiobaius sciveddaius e strexaius, facitori di pentole, giare, conche, brocche e terrecotte, anche famosi maistus de teulas e de mattonis, facitori di tegole e di mattoni, che con il passare degli anni hanno dato vita a industrie di laterizi.


SU CIBIRAIU
CHI CONFEZIONA CRIVELLI

Cibiraiu è detto l’artigiano che confeziona cibirus o ciulirus, vagli o crivelli. Si hanno diversi ciulirus, crivelli, secondo l’uso che se ne vuole fare.
Is ciulirus o cibirus de fenu, i crivelli di fieno, di forma circolare, sono fatti intrecciando il giunco e la paglia, per le sponde, e hanno il fondo di regoletti di giunco. Servono per la cernitura del grano, ma sono anche detti ciulirus de scudi, crivelli da abburattare, quando vengono usati per fare la farina.
Poi, ci sono is ciulirus o cibirus de ferru, ugualmente circolari, che hanno la sponda in legno, il cui fondo è costituito da una sorta di ragnatela di fil di ferro, una serie di cerchi concentrici uniti da quattro diametri; questi ultimi servono per la cernitura delle fave, dei ceci, di altri legumi o di mandorle.


SU SEDAZZAIU
CHI CONFEZIONA SETACCI

Sedazzaiu è colui che confeziona setacci, di seta o di crine.
«Sedazzu = staccio, e meno comune setaccio, è un arnese domestico, formato di un cerchio di asse sottile, piuttosto alto, nel mezzo del quale è disteso per traverso un tessuto più o meno rado, di crini di cavallo, che si adopera per cernere la farina dalla crusca o il fine dal grosso di altre sostanze in polvere o più o meno dense. Sedazzu fini, grussu = Staccio fine, grosso - Passai in sedazzu = passar per istaccio».38


SU CHI FAIT FASSONIS
IL FACITORE DI IMBARCAZIONI PALUSTRI

Tra le erbe palustri utili per l’intreccio, raccolte ai margini degli stagni nell’Oristanese, vi sono sa spadua e su carcuri, falaschi dalle foglie lunghe, larghe, spesse e spugnose, con cui si ottengono ottime stoias, stuoie, (rinomate quelle di Santa Giusta, Nurachi, Riola), e i famosi fassonis, imbarcazioni palustri la cui tecnica di fabbricazione millenaria si è conservata intatta sino a oggi. Possiamo ancora vedere alcuni esemplari di questi primordiali natanti negli stagni di Cabras, nell’entroterra del Golfo di Oristano.
I maestri facitori di fassonis più rinomati si trovano naturalmente a Riola, Cabras, Nurachi e Santa Giusta, paesi ubicati ai margini degli stagni. Su fassoni, imbarcazione antichissima di falasco, pianta erbacea con foglie lunghe fino a due metri, spugnose e fibrose, essenza propria delle zone palustri. Tale imbarcazione, probabilmente risalente al neolitico, l’età della pietra lavorata, è costituita da fasci di falasco secco che vanno rastremandosi, tanto da formare, un fascio dopo l’altro, una imbarcazione piatta, con la prua a punta e con la poppa a coda mozza.
In tempi recenti, si conoscevano simili imbarcazioni di falasco, ma di forma circolare, in Egitto, nelle acque del Nilo.
Nella scuola dell’obbligo, alcuni scolari di Cabras, diretti dall’insegnante Gianni Atzori, di Oristano, con l’aiuto di artigiani facitori del ramo avevano appreso l’arte di far fassonis e, ricostruendo nella pratica la storia della loro comunità, svolgevano l’interessante lavoro di ricerca dapprima raccogliendo nelle rive degli stagni su carcuri e sa spadua, la materia prima vegetale, poi facendola essiccare e, infine, costruendo le primitive imbarcazioni su scala ridotta.
In quella scuola, onorata dalla presenza attiva e intelligente di un maestro come Gianni Atzori, e allora mal diretta da direttori e ispettori burocrati e ignoranti di pedagogia, facevano bella mostra i modellini di fassonis, a due o a quattro remi.


SU CHI FAIT STOIAS DE SPADUA
IL FACITORE DI STUOIE DI FALASCO

Fino agli anni cinquanta, ancora dopo la fine della seconda carneficina mondiale, sa stoia de spadua, la stuoia di falasco, era di primaria importanza nell’arredamento delle abitazioni dei contadini e dei pescatori nell’Oristanese, a Santa Giusta, a Riola, a Cabras e a Nurachi.
Is stoias venivano tessute con un apposito telaio verticale, assai rudimentale, che si appendeva a un muretto del cortile, dietro la casa di abitazione, o al muro sotto la tettoia. Semplicemente, si trattava di una sorta di trave, o listellone, da cui pendevano tante cordicelle a seconda della larghezza della stuoia da fare. Si prendevano dei mannelli di falasco secco, che si legavano, attorcigliandovi attorno le cordicelle predisposte come una specie di ordito, uno dopo l’altro, fino a raggiungere la base del muro, per lo più una lunghezza di un metro e ottanta centimetri, fino a due metri, corrispondente alla misura di un letto, dove un adulto potesse riposare disteso.
Un tempo, is stoias, le stuoie, costituivano il principale arredamento dell’abitazione del contadino e del pastore, fungendo da sedile, da giaciglio e da letto: ci si sedeva per cucinare davanti al focolare, per mangiare o per conversare, ci si sdraiava per riposare o per dormire la notte.
Così Enrico Costa nel suo romanzo “La bella di Cabras”, scritto nel 1887, descrivendo la casa tipo dell’Oristanese, parla di queste essenziali suppellettili:
«Dalla sala si entra in cucina, dove ci colpiscono due cose: sa forredda, scavo fatto in terra per accendervi il fuoco, e l’asinello paziente, che gira intorno alla macina, incaricato di provvedere la farina, perché ogni sabato si possa fare il pane. Qua e là sul pavimento, sono distese tre o quattro stuoie della fabbrica di Santa Giusta, sulle quali d’ordinario i membri della famiglia siedono, o per filare, o per riscaldarsi al fuoco, o per mangiare. Qualche volta il solo capo di famiglia, il padrone, pranza alla piccola tavola (sa mesedda) e gli altri stanno alle stuoie».
Per la verità, e io stesso ho potuto constatarlo con i miei occhi, fino a qualche decina d’anni fa, nelle famiglie modeste del Campidano di Oristano, le stuoie fungevano anche da letto - sia d’inverno, perché situate davanti al caminetto si stava più caldi (e non va dimenticato che i pavimenti, e di regola quello della cucina, erano di terra battuta e pertanto niente affatto freddi come i pianellati e i mattonati), sia d’estate, il più delle volte sistemate nei loggiati ventilati, se non del tutto all’aperto, al fresco.
“Torrai de lettu a stoia”, ridursi da ricco a povero, era un modo di dire assai diffuso, ovviamente nel tempo in cui l’uso delle stoias era comune. Io che da giovane ho dormito in sa stoia sonni profondi, comodi e piacevoli, anche in dolce compagnia, non ho mai rimpianto i pur molleggiati letti della “società civile”.


SU CARDAXAIU
IL CALDERAIO

Sono famosi per bravura is cardaxaius di Isili, che sono apprezzati e ricercati in tutto il Campidano. Artigiani cesellatori del rame battuto o martellato, confezionano cardaxus e sartainas, utensili indispensabili sia alla padrona di casa che al pastore. Tutti e due questi utensili, all’interno, vengono rivestiti di stagno, in modo che il rame non sia nocivo sia che vengano usati per versare, conservare o cuocere alimenti, sia per lavare la roba.
Un accorgimento importante è quello di non mettere mai questi recipienti sul fuoco senza acqua o senza alimenti affinché non venga danneggiata o persa la stagnatura.
Un altro utensile importante è sa cupa, il braciere, che in ogni casa, anche povera, durante l’inverno, raccoglie le braci del caminetto per riscaldare altri ambienti. Le sue posizioni strategiche sono sotto il tavolo da pranzo e in camera da letto. Sa cupa, il braciere, ha il contenitore di base per le braci in rame martellato ed il bordo scanalato lungo tutta la circonferenza, compresi i manici, in ottone lucente come l’oro. Orgoglio delle padrone di casa conservarlo così, sempre nuovo e lucente, sfregato con il limone quando ancora non c’era il “Sidol”. Sa cupa si appoggia, incastrandovisi, in una pedana circolare in legno, che fa esattamente da corona al braciere, per tenere lontana dal pavimento la base rovente e per consentire di appoggiare i piedi.
Is cardaxaius frequentavano le feste più importanti, come quelle di Sant’Agostino a Pauli Arbarei, Santa Maria Aquas a Sardara, Nostra Signora del Rimedio a Oristano, Santa Vitalia di Serrenti, e altre, dove c’era maggiore possibilità di piazzare il prodotto.
I calderai di Isili, e anche quelli di altri paesi, oltre che frequentare feste e fiere, andavano nei paesi passando di casa in casa. Una volta arrivati in un paese, su bandidori, il banditore, del luogo dava sa grida, la notizia, di modo che le famiglie interessate si preparassero a ricevere la loro visita. Essi usavano ritirare il vecchio per il nuovo, pezzo contro pezzo, cioè calderone con calderone, paiolo con paiolo. Toglievano il cerchio di ferro che bordava il recipiente e a cui erano attaccati i manici, e pesavano il rame. Qualche volta, se il nuovo era più piccolo, andavano pari nello scambio; altrimenti l’acquirente doveva aggiungere del denaro.


SU LATTARRANERI
LO STAGNINO E CHI LAVORA LA LATTA

Tanti sono i nomi con cui, in sardo, viene chiamato questo paziente artigiano, facitore di utensili d’uso domestico: stangiaiu, che lavora su stangiu, lo stagno, propriamente stagnaro o stagnino; lattarraneri, che lavora sa latta, termine uguale all’italiano, il lamierino di ferro zincato; liauneri, che lavora sa liauna, altro tipo di lamierino; così pure bandoneri, che lavora su bandoni, lamierino più spesso.
Nel passato, quando buona parte degli utensili d’uso familiare veniva prodotto in paese dagli artigiani, su lattarraneri si occupava di una vastissima gamma di prodotti manufatti. Creava, con le sue abili e pazienti mani, tutta una gamma di caffettiere e scodelle; le misure di capacità, dalle più piccole come su decilitru e su mesu quartu a su litru, a s’imbudu, a sa quarra, a su moi. Ancora, dava forma ai recipienti per versare il vino o l’olio d’oliva o per trasportare l’acqua potabile dalla fonte, come is decalitrus, contenitori capienti circa dieci litri, o per contenere il latte (is bandonis, i bidoni) da trasportare in paese ogni mattina dall’ovile. Inoltre, operava sa stangiadura de su ramini, l’operazione di rivestire con un sottile strato di stagno gli utensili in rame. Come si sa, i recipienti in rame, come is craddaxus e is sartàinas, paiuoli e padelle, per poter essere utilizzati per cucinarvi i cibi, vanno preventivamente stangiaus, rivestiti di un sottile strato di stagno.
Il nostro artigiano, tagliando, sagomando e saldando lamierine di ferro zincato o di latta, costruiva anche grondaie e tubi di scarico per l’acqua piovana. E quando qualcosa di ciò che aveva fatto si guastava per l’usura, per far risparmiare il cliente, la riparava rattoppandola e saldandola con lo stagno.


S’ACCUZZAFERRI
L’ARROTINO

S’accuzzaferri, l’arrotino, è una figura tradizionale, tipica non soltanto della nostra regione; fa parte di quel settore di artigiani ambulanti (girovaghi) che fornivano la loro prestazione d’opera a domicilio. La loro caratteristica consisteva, e ancora consiste, in una singolare bicicletta fornita di un doppio pignone, e, quindi, di una seconda catena che trasmette il movimento dei pedali ad una mola, o smeriglio, che gira intorno ad un’asse immersa parzialmente in un recipiente d’acqua. E’ sulla mola rotante che vengono affilati coltelli, forbici, lame e altri utensili.
S’accuzzaferri è un artigiano ambulante che ancora resiste all’incalzare delle innovazioni tecnologiche. Se è facile trovare, all’interno dei market, i box dove si riparano le scarpe, si affilano le lame e si duplicano le chiavi, è anche vero che nelle nostre comunità giungono ancora periodicamente i vecchi arrotini con la loro caratteristica bicicletta. Arrivato in paese, l’arrotino lancia il suo richiamo per avvisare la gente, e se non basta bussa di porta in porta.
Le ruote smeriglio che vengono usate sono di diversa grana, secondo l’utensile che si deve affilare. Per affilare i trincetti del calzolaio si adopera una mola di pietra bianca speciale; oggi si usa poco, perché costa molto e si consuma più in fretta dell’acciaio.
Tra gli utensili che vengono affilati da s’accuzzaferri ci sono le falci da erba, che, tuttavia, vengono anche curate dallo stesso contadino che tiene nella bisaccia la cote. Non vengono invece affilate le falci da grano, poiché, avendo il filo seghettato, vengono rese taglienti con una lima apposita.


S’ARMERI
L’ARMAIOLO

Ziu Mrazzai faceva s’armeri, l’armaiolo. Non aveva negozio, perché le armi non le vendeva ma le riparava: un percussore un po’ ottuso che con qualche cartuccia faceva cilecca, o un cane non molto sensibile al comando del grilletto e bisognava modificare la molla.
Lavorava in una stanzetta in fondo alla casa di abitazione, con una finestra che dava sul cortile. Là davanti, alla luce, aveva il suo tavolo da lavoro, con due piani e un mucchio di cassettini.
In quel suo laboratorio non poteva entrare nessuno, se non sua moglie, una volta o due al mese, per farvi le pulizie, ma soltanto in sua presenza. Teneva chiusa la porta con una serratura di sicurezza, cui aveva aggiunto un grosso lucchetto.
Ziu Mrazzai, piccoletto, tosto e di poche parole, era considerato un uomo “tutto d’un pezzo”. Aveva la fiducia e la stima dei suoi clienti e ci teneva a conservarla. Il suo era un mestiere dove ci voleva la massima discrezione. Perché bisogna sapere che una buona metà delle armi che gli venivano consegnate, per essere riparate o soltanto revisionate, non erano denunciate e, di queste, parecchie non avevano neppure un proprietario ufficiale. Gliele portava unu mediadori, un mediatore, che si guardava bene dal dire chi lo aveva mandato. Così, erano finite nelle sue mani perfino armi preziose appartenenti a famosi latitanti. Certo, la gente parlava e circolavano un mucchio di voci anche per ogni loffa d’asino; ma ziu Mrazzai non dava ascolto alle voci, che definiva “tout court” “curruxinus de molenti”, ragli d’asino.
Da giovane aveva fatto il fabbro, dopo aver lavorato come apprendista per dieci anni, dai dodici ai ventidue. Aveva cominciato allora, da fabbro, a riparare qualche arma, per lo più doppiette, is fusilis de cassa comunus, i comuni fucili da caccia, e aveva finito per appassionarsi a quel mestiere, diventando in breve un bravo artigiano armeri, fino ad acquistare fama nei paesi del circondario e anche oltre. Ziu Mrazzai, s’armeri, aveva due figli maschi, ma nessuno dei due aveva ereditato il suo talento. Ci aveva provato il piccolo, ma si era presto stancato di starsene lì a quel tavolo, a maneggiare limette, pinzette e mollette fino ad annebbiarsi la vista.


SU TREBUZZAIU
IL FACITORE DI RASTRELLI

Su trebuzzaiu, è colui che fa su trebuzzu, che traduco con rastrello ma che è più propriamente un forcone a tre punte. Il suo uso è molteplice: oltre che per rastrellare, usato in un certo modo, con le punte che grattano la terra, si usa anche a mo’ di pala, per raccogliere paglia, concime, fogliame o altro.
Su trebuzzaiu, per costruire questo attrezzo, necessita di un ramo che sia almeno biforcuto, poiché, nella maggior parte dei casi, il terzo ramo puntuto del tridente lo incastrava lui stesso.
Il contadino era sempre molto attento a osservare le biforcazioni dei rami di alcuni alberi, quali l’olivastro, idonei alla costruzione di attrezzi da lavoro, furconis e trebuzzus. Trovato il ramo adatto, lo tagliava, lo lasciava stagionare, secondo l’usanza (il taglio in rapporto alle fasi lunari e la stagionatura previa sepoltura nello stallatico), e poi, se non era capace di utilizzarlo da sé, lo affidava a su trebuzzaiu o a su furconaiu perché, dietro ricompensa, ne ricavasse il debito attrezzo.


SU FURCONAIU
IL FACITORE DI FORCONI E PALE

Su furconaiu, il facitore di forconi, non si discosta molto come attività da quella de su trebuzzaiu, dal facitore di rastrelli.
Va precisato che, oltre a is furconaius propius de ‘ognia bidda, i facitori propri di ogni paese, vi erano is cabesusesus chi calànt a cuaddu po bendi, in pari cun is furconi, turras, talleris e palias, s’in prus de linna de castangia, i barbaricini che scendevano (dai monti) a cavallo per vendere, insieme ai forconi, cucchiaioni, taglieri e pale, per lo più in legno di castagno.

SU PICCADORI DE MOLAS
LO SCALPELLINO DELLE MACINE

Erano detti piccadoris de mola, scalpellini delle macine, gli artigiani della pietra che scolpivano le macine per il grano, consistenti in una base concava nel cui interno ruotava una pietra circolare.
Periodicamente, la macina andava scalpellinata, per affilarla, renderla cioè ruvida come una grattugia.
A queste periodiche revisioni badavano gli stessi o altri piccadoris de mola, i quali visitavano saltuariamente i paesi, girando per le strade con il loro richiamo: «A chini tenit molas de piccai?!», «Chi ha macine da revisionare?!»
Spesso, is piccadoris de mola girovaghi si portavano appresso diversi asini, per venderli alle famiglie che ne avevano bisogno, principalmente per essere usati come molentis per girare la mola, per la macinatura del grano necessario per fare il pane. Talvolta, ne risultava che i mestieri di piccadori de molas e bendidori de molentis, scalpellino delle macine e venditore di asini, venissero esercitati insieme dallo stesso artigiano che, nel fornire la macina, da lui stesso scolpita, forniva anche il motore per farla funzionare.


SU PINTORI
IL PITTORE

Su pintori, il pittore, indica sia l’artista che dipinge, su tela o su altro, immagini della realtà o il frutto della propria fantasia, sia l’artigiano, più propriamente l’imbianchino, al seguito del muratore, che dipinge i muri esterni e interni delle case.
Su pintori, il pittore, l’artista, più che un mestiere è una vocazione, e bisogna dire che, nel ramo, molti sono i chiamati ma pochi, sempre meno, sono gli eletti. I soggetti dei nostri più rinomati pittori sono di carattere religioso o paesaggistico; le nature morte, poche scene di comune vita sociale, e, assai raramente, i nudi femminili - forse per mancanza di modelle.
Nelle case di nuova costruzione, su pintori, l’imbianchino, si occupa di dare il colore ai muri intonacati di fresco, dopo le tradizionali mani di latte di calce.
Con il latte di calce, con cui si otteneva il bianco, il colore più diffuso e comune, tipico delle facciate delle nostre case, si usavano colori naturali, le terre: il rosso minio, il verde rame, il giallo ocra e l’azzurro indaco, che, opportunamente dosati e miscelati, davano luogo a una grande varietà di colorazioni, dalla più tenue alla più accesa. All’interno, i muri delle case venivano tinteggiati con colori decisamente più tenui - ma non sempre. I più usati erano il celeste, il rosa e il giallo, oltre al bianco di calce. In quasi tutte le case, si usava tinteggiare una striscia di mezzo metro (battiscopa) di colore più scuro e in alto, a un palmo dal soffitto, quasi sempre bianco, un filetto di colore contrastante. Talvolta, sulle pareti delle stanze venivano dipinte roselline o altri fiori, usando il semplice metodo dello stampo su cartoncino.
Con l’uso, la casa, e in specie la cucina, aveva bisogno di una tinteggiatura annuale. Normalmente, senza scomodare is pintoris (che andavano pagati), le massaie contadine facevano questo lavoro da sé, con l’aiuto delle fanciulle e dei ragazzi, e ogni anno, per Pasqua, dato di piglio agli attrezzi e al materiale - cardarellas e gavettas e paiolus, cazzarolas e fratassas, cofane, gavette e paioli, cazzuole e frattazzi, nonché terra angiana, argilla, e is caoris de terra, i colori in polvere, (che si acquistavano a peso in dognia buttega, in qualsiasi negozio) - rinfrescavano la casa, rinnovavano i pavimenti in terra battuta, ritinteggiavano gli intonachi dei muri e dei soffitti.


SU PINTORI DE MURALIS
IL PITTORE DI “MURALES”

Su pintori de muralis, ovvero colui che dipinge sui muri esterni delle case scene di vita comunitaria, svolge un’attività che, seppure non remunerativa, è diventata di gran moda e, come si diceva nella sinistra, “impegnata ideologicamente”.
Is pintoris de muralis - così come, per esempio, li intendevano i compagni anarchici feltrinelliani del “Teatro studio”, alla fine degli Anni ’60, a Mamoiada e ad Orgosolo, erano dei politici impegnati nell’area della lotta contro l’imperialismo USA ed il colonialismo capitalista italiano e straniero, che denunciavano, con i loro dipinti sui muri, la violenza, l’oppressione e la repressione subita dalle masse popolari che, sempre nelle intenzioni di quei “muralisti”, attraverso queste immagini, prendevano coscienza del proprio stato di sfruttati e, una volta maturi, si mettevano a dipingere muralis in proprio, sia nel loro paese che fuori. Da quegli anni è fiorita in Sardegna, specialmente in alcune comunità particolarmente ricettive, o interessate, l’arte dei “murales”, in cui si possono ammirare bellissime scene di vita popolare. E così, sotto gli auspici del potere costituito, la rivoluzione è diventata un fatto folcloristico, che attira e alimenta perfino il turismo “borghese”, imperialista e colonialista.


S’ORERI
L’OREFICE

Nel settore dell’oreficeria, della lavorazione dei metalli preziosi, oro e argento, delle pietre dure, corniole e ossidiane, e dei coralli, rosso, rosa, bianco e nero, la Sardegna ha conservato e perpetuato antichissime tecniche che risalgono agli inimitabili gioiellieri, orafi e argentieri, ed agli abilissimi incisori egizi e fenici.
La gioielleria tradizionale sarda è soprattutto legata al costume tradizionale di cui è il principale caratteristico ornamento.

Oreficeria sarda: is buttonis de filigrana de oru e de prata; is pendentis e is ispillas de coraddu arrubiu, rosau, biancu e nieddu, chi est raru meda; is pungas, is sabeggias e is pinnadeddus; is rosarius e is crocifissus; e i est de ammentai su spuligandentis de prata; i bottoni e i gemelli in filigrana d’oro e d’argento; le collane e le spille in corallo rosso, rosa, bianco e nero, che è assai raro; gli amuleti e le pietre contro il malocchio; i rosari e i crocefissi; ed è da ricordare lo spuligadentis, sorta di prezioso monile in argento, da appendersi al collo o da tenere nel taschino del “gilet”, fornito di due appendici, una a punta per la pulizia dei denti ed una a spatola per la pulizia delle unghie.
Si può dire che, in Sardegna, i monili più antichi e più diffusi dell’oreficeria sono gli amuleti e i talismani, che non avevano e non hanno tanto un valore ornamentale, ma vengono indossati per ottenere protezione dagli spiriti del male, dagli influssi negativi, o come portafortuna, propiziatori di benessere fisico ed economico, eccetera.

«Probabilmente i monili più antichi in Sardegna sono gli amuleti, i quali - come si è detto - non erano originariamente oggetti ornamentali, ma piuttosto segni da indossare per ottenere protezione dal male e dai pericoli (nel groviglio di superstizioni infantili e di pregiudizi ambientali) e per invocare una prospera fortuna. La gente si premuniva contro il fascino, la magia, il malocchio, gli spiriti nefasti, i filtri diabolici, gli incantesimi e le fatture maligne, così come si dotava di speciali talismani per invocare la salute, la ricchezza, la forza e la fecondità. Gli amuleti più ricercati erano costituiti da sferette di pietre dure, da conchiglie vulvari, da campanellini fissati a catenelle, da palline di corallo, di vetro e di porcellana, da frammenti di oggetti domestici, come le anse e i tappi di ampolline, i fondi di tazze di cristallo, i cornetti di corallo e i denti e le ossa di animali: il tutto con supporti e sostegni in filigrana d’argento con un gusto popolare non privo di sensibilità artistica.
Quando nasceva il bambino, i genitori appendevano alla culla del neonato il suo primo talismano portafortuna che era una sfera di pietra scura, nera, o blu o rossa o verde, agganciata ad una elegante incastellatura d’argento. Questo amuleto era detto alla spagnola sa sabèggia (ma anche sabea, sabecia, sabeze), oppure su pinnadellu (ma anche pinnadeddu, pinnazzeddu), oppure sa giancaredda o su strichiliau o su Babbu Nostru de s’ogu o su coraddeddu de s’ogu e anche su pendulèu o su cocco: termini diversi, a seconda delle località, ma che significano sempre “sferetta di giaietto o di giavazzo” di agata, diaspro, calcare, considerato il simbolo del globo oculare, in sostanza un occhio buono che si contrappone all’occhio cattivo. Questo talismano, divenuto in epoca recente gioiello femminile, era uno dei simboli più tipici dell’enografia sarda. Non si acquistava, ma si riceveva in regalo o si rubava o si dava come dono di battesimo dei padrini o si procurava misteriosamente per non far estinguere la famiglia. Si tramandava di generazione in generazione e si conservava con particolare attenzione, dopo che aveva protetto, appeso ad una fettuccia verde o al corsetto del bimbo o alla culla, la buona sorte del maschietto. Alcuni di questi monili sono semplici, con una sferetta litica sostenuta da due calottine d’argento e da una sottile catenella; altri però sono arricchiti da elaborazioni artistiche e resi molto preziosi.
Il talismano della bambina era invece costituito da una conchiglia porcellanata ricavata dalla ciprea (Cyprea Venus), chiamata dai Sardi porceddana de mari, ossia porcellina del mare, che con la sua forma caratteristica è quasi il simbolo sessuale femminile, segno quindi di prosperità, di fecondità, di abbondanza, di una vitalità che rigermoglia. Questo mollusco veniva importato dal Mar Rosso, mentre attualmente è presente anche nel Mediterraneo. Come portafortuna veniva fissato a sostegni d’argento filigranato, inciso e decorato con anelli, da appendere alla culla, al letto o alle vesti della bimba. C’erano però altri amuleti di pietre dure, di meteoriti, di corallo, di ossidiana o di onice, sostenuti da un supporto d’argento e da una catenina da appendere al collo. Quelli di colore bianco-chiaro erano chiamati perda de latti, ossia pietra di latte; quelli rossi perda de sanguni, cioè pietra di sangue; quelli neri perda de fogu, cioè pietra di fuoco e quelli giallini perda de meli, ossia pietra di miele: ciascuno possedeva un significato specifico che si riferiva a funzioni, a doti, a qualità fisiche e morali...».39

Is oreris più celebrati nell’Isola sono a Quartu Sant’Elena, Sinnai, Iglesias, Oristano, Bosa, Alghero, Sassari, Tempio, Nuoro, Dorgali, Oliena, Gavoi, Fonni, Ittiri e Cagliari. In questa città, l’attuale via Mazzini, che da piazza Martiri porta al Bastione San Remy, veniva chiamata sa ruga de is prateris, la via degli argentieri, poiché era sede delle botteghe di artigiani oreris, specialisti nella lavorazione dell’argento.
In un censimento che risale al 1836, a Cagliari lavoravano 20 maestri oreris, con 30 garzoni e 18 scientis, apprendisti.

Lavorazione della filigrana.

E’ una lavorazione antichissima che alcuni studiosi fanno risalire al 3° millennio a.C. nel Medio Oriente.
In Sardegna, la filigrana in oro e argento è, in oreficeria, il sistema di lavorazione maggiormente usato per la fabbricazione dei gioielli che adornano il costume tradizionale, quali i bottoni, i fermagli, e is cannacas, cadenas e cadenellas, is rosarius, is orecchinus. Di solito, gli oggetti in filigrana recano al loro centro o al loro apice una pietra dura rossa, come il granato, o un corallo.
«La filigrana è una successione di grani o perline ottenute da un filo o da una lamina d’oro o d’argento con apposito utensile, che può essere una matrice con un punzone di profilo adatto, a scopo decorativo... Come dice la parola composta di fili e grana il lavoro consiste nell’impiego di una treccia di due fili metallici torti e poi schiacciati in modo da limitare ai due lati il caratteristico andamento primitivo dei due fili a filetto di vite; questo disegno ha l’aspetto di una granitura, di una grana donde il nome... Ottenuto il filo esso viene impiegato per riempire opportunamente una ossatura, un telaio che costituisce il disegno dell’oggetto: un cuore, una farfalla, una ragnatela, una croce, una mano... Il riempimento della scafatura (cioè del disegno o telaio - ndr) viene fatto completamente a mano. Allo scopo il filigranato viene piegato variamente o avvolto intorno a se stesso in modo da disegnare un ovale, un riccio, un panetto, un circolo; con un numero sufficiente di questi elementi uguali o diversi si riempie la scafatura in modo che l’insieme rimane a posto da sé, solo per pressione mutua fino a consentire la saldatura che è l’operazione immediatamente seguente. La riempitura si fa su lastre di ghisa o di mattonelle mediante l’impiego di una pinza adatta. La saldatura si fa con lega di argento…».40
A Dorgali vi sono oreris famosi nella lavorazione dell’argento, specie in filigrana.


SU CHI TRABALLAT SU CORADDU
IL CORALLAIO

Lavorazione. Una prima e delicatissima fase di lavorazione del corallo è il taglio. Si riporta dal manuale Hoepli la descrizione accurata del vecchio metodo di taglio:
«…il corallo, più che tagliato veniva stroncato su un apposito banco ad uno o più posti, detto appunto banco per tagliare. Arnesi indispensabili erano: la spada, le tenaglie e la lima. Il banco per tagliare era un comune tavolo dal quale sporgeva di taglio un asse di legno nel quale era praticata una cavità dove si collocava il corallo. La spada era un lungo e largo coltello simmetrico di circa 85 cm. con i due tagli a sega con piccoli denti. L’operaio, dopo aver praticato al punto giusto un solco più o meno profondo con la spada, avvicinava al corallo le grosse lunghe pesanti tenaglie che sosteneva sulle gambe. Stringendo i lunghi bracci il corallo veniva stroncato. Le tenaglie erano lunghe circa quanto la spada. L’operaio manteneva il corallo con la sinistra e maneggiava con la destra la spada e le tenaglie, raccogliendo anche con la sinistra la parte di corallo stroncata. La superficie di rottura non era piana; per ciò l’operaio adoperava per ultimo la lima triangolare, a taglio grosso e lunga circa 65 cm., pesante».
Anticamente, oltre a questo metodo si usava pure un disco rotante, abrasivo, che, nel tempo, è stato sostituito da motori elettrici e da molatrici elettriche, che hanno ridotto la manodopera e la durata d’impiego della stessa. Attualmente, nella lavorazione del corallo grezzo si usa, come per le pietre dure, il taglio al diamante.
A questa prima fase di lavorazione seguono la foratura, la sagomatura, la levigatura e la lucidatura.
S’oreri, l’orefice, vende il corallo lavorato a peso d’oro.

Antipate o corallo nero. “Corallium nigrum”. Si trova anche nei nostri mari, ma è particolarmente diffuso nel Mar Rosso; cresce come gli altri coralli a forma arborescente e lo scheletro nerastro viene sfruttato nella fabbricazione di oggetti ornamentali, in particolare di amuleti. Viene, infatti, attribuito all’antipate un forte potere protettivo contro il malocchio. Sa sabeggia, un classico amuleto sardo, consistente in una sfera infibulata e ornata di filigrana d’oro o d’argento, può essere costituita non soltanto da pietre dure, tradizionalmente nere, come l’ossidiana, che è la più usata, ma anche da corallo nero. Tecniche di pesca e di lavorazione dell’antipate sono le stesse usate per gli altri coralli.
In Sardegna, le più importanti botteghe, ovvero centri di lavorazione, si trovano ad Alghero, a Bosa, a Oristano e a Cagliari.
I manufatti di corallo sono per lo più collane, bracciali, spille, orecchini, anelli, rosari, nonché statuine. Assai diffusi gli amuleti tradizionali in corallo come is sabeggias, le manufiche, gli itifalli, i cornetti, i pendenti di vario genere e, infine, is perdas de sanguni, lastrine di corallo incorniciate d’argento, usate come pendenti scaramantici.


SU CARBONAIU
IL CARBONAIO

Su carbonaiu, su chi fait su carboni e su chi ddu bendit; il carbonaio, colui che fa il carbone e colui che lo vende.
Il carbone vegetale è un combustibile conosciuto fin dall’età del ferro e veniva usato, appunto, per la fusione e la lavorazione dei metalli. Successivamente, viene adoperato quasi esclusivamente per uso domestico: riscaldamento e cucina. Anche se alcuni nostri fabbri continuano ad usarlo nella forgia per la lavorazione del ferro a caldo, utilizzando allo scopo il carbone di erica, che sviluppa più calorie, come vedremo più avanti.
Attualmente i metodi di produzione del carbone vegetale sono due: quello mediante distillazione secca e quello mediante carbonaia. Qui interessa il secondo metodo.

La carbonaia.

Innanzitutto, si procede al taglio della legna, evitando di danneggiare il bosco, utilizzando ramaglie e ceppaie. La legna viene appezzata, separando la ramaglia minuta ed il frascame dai tronchetti, che si avrà cura di tagliare della lunghezza di circa un metro e del diametro massimo di sei-otto centimetri.
Si spiana un pezzo di bosco e si ottiene una piazzuola circolare, dove si costruisce la carbonaia. Per prima cosa si lascia al centro una sorta di camino delimitato da pali ben fitti, legati l’uno all’altro, dalla base fino alla cima della carbonaia. Tutt’intorno si accatasta la legna, formando una cupola. Gli interstizi vengono ricoperti di frascame e legna minuta. Quindi il tutto viene ricoperto con terriccio e foglie secche e, alla base, si dispone un cerchio di pietre, quasi un muretto.
Il carbonaio dà fuoco alla carbonaia gettando nella bocca del camino ramaglie accese, alimentandola continuamente secondo il bisogno. Quando il fuoco brucia bene si chiude la bocca del camino; e ogni due o tre ore viene riaperta, alimentata nuovamente e richiusa, finché tutto il fumaiolo non è pieno di braci. Dopo di che si chiude definitivamente la bocca del camino e incomincia la cottura della legna, ossia il processo di carbonizzazione.
Praticando nelle pareti della legnaia diversi buchi, che sono prese d’aria, partendo dall’alto verso il basso, il carbonaio dirige il fuoco verso il basso. Chiudendo le vecchie prese d’aria o aprendone di nuove il carbonaio guida la direzione della cottura, fino a far arrivare il fuoco alla base. La carbonaia smette di fumare e la legna è cotta, cioè trasformata in carbone.
Durante la cottura della legna, o processo di carbonizzazione, il volume della carbonaia si riduce di un terzo. Fonti relative alle carbonaie nell’Isola d’Elba, danno, approssimativamente, 80 quintali di legna per 15 quintali di carbone, mentre quelle relative a carbonaie in Sardegna, nel Parteolla, danno 50 quintali di legna per 20 quintali di carbone. Non so dire se la differenza sia data da una maggiore consistenza della legna del bosco sardo rispetto a quella del bosco continentale.
Raffreddata la carbonaia, si procede al recupero del carbone, che viene imballato dentro sacchi di juta contenenti circa un quintale.
Le essenze maggiormente usate sono s’ilixi, il leccio, e s’arrideli, la filidea - per uso domestico; e sa tuvara, l’erica, che, sviluppando una temperatura di 6.000 kcal per chilogrammo, viene usata dai fabbri nella forgia, per la lavorazione del ferro a caldo.
Il carbone di legna si distingue in forte e dolce. Il forte è ottenuto dal legname duro, quali l’erica e l’ilice, e il dolce dal legname tenero. In rapporto alla carbonizzazione si ha il carbone nero, per uso domestico, e rosso usato in fonderia. Nel mercato troviamo il carbone da spacco, ottenuto con legna grossa spaccata; il carbone cannello, ottenuto da rami di non oltre sette, otto centimetri di diametro; il carbone ciocco, ottenuto da radici e parti nodose; il carbone ramagli, ottenuto dalle ramaglie e, infine, la carbonella, sbriciolature e polvere di carbone.
A proposito di carbonella, che residua sempre nel fondo del recipiente che contiene il carbone, viene usata in famiglia depositandone una certa quantità nel fondo de sa cupa, del braciere, prima di deporvi le braci vive, che, poi, vengono sepolte nella cenere, per tenere caldi gli ambienti d’inverno e specialmente per scaldarsi i piedi.
Il carbone di legna veniva prevalentemente usato in città e nei paesi soltanto da su frau o ferreri, il fabbro ferraio. Nei nostri paesi la gente, per il riscaldamento e per la cucina, usava esclusivamente la legna, sia negli antichi tradizionali foghilis, o forreddas, i focolari, sia nelle più moderne zimineras, caminetti, fornite di canna fumaria.
Nel mondo contadino, il carbone vegetale nell’uso domestico, è stato comunque soppiantato quasi del tutto dall’avvento delle cucine alimentate dal gas in bombole. Nonna Rosa commentava: «Pari paris est sa cosa de pappai cotta cun fogu de linna o cotta cun cussa pampa pudexa chi ‘ndi ‘essit de su gas».(Vuoi mettere la differenza tra le pietanze cucinate con il fuoco di legna e quelle cucinate con la fiamma puzzolente del gas)


CAPITOLO QUARTO

IS ARTIS DE SA TERRA
LE ATTIVITÀ AGRICOLE

Presentazione

Sotto questo titolo sono stati raccolti alcuni mestieri e attività inerenti il lavoro della terra, o che, genericamente, si attribuiscono al contadino.
Il più delle volte, sono stati descritti, come testimonianza diretta, da chi quel lavoro svolgeva o ancora svolge.
Ve ne sono alcuni che il tempo avaro non mi ha concesso di ricercare e di descrivere qui, in questo saggio. Mi farò il dovere (ma sappia chi mi legge che portare avanti questa antologia di tradizioni popolari più che un dovere è per me una grande gioia e soddisfazione), di riprendere ognuna delle parti di questo libro per renderlo il più completo possibile.
Su saltu, latino “saltus”, detto in sardo anche sartu o sattu, indica, genericamente, la campagna circostante l’abitato. Un tempo definiva l’insieme delle terre incolte, cespugliate e a bosco, appartenenti in parte al villaggio (comunale) e in parte allo Stato (demaniale). Nel passato, su tutti i terreni del saltus gli abitanti del villaggio esercitavano i diritti d’uso, detti “ademprivi”. Tali diritti consistevano nella raccolta di frutti spontanei, in particolare ghiande, castagne, noci, bacche del corbezzolo, del lentischio, per ricavarne l’olio; di legname per la lavorazione, in particolare ginepro, castagno, noce, olivastro; nella raccolta della palma nana per la fabbricazione delle scope e del crine da riempire materassi; di giunchi, asfodeli ecc., per l’intreccio di molti utensili quali cesti e corbe; infine, il diritto di pascolo e di fonte. Tutti questi diritti erano essenziali per la sopravvivenza dei membri della comunità, in particolare per i nullatenenti.
Questo sistema di possesso collettivo della terra e di utilizzazione comunitaria del patrimonio naturale fu abolito dal dominatore sabaudo, con una serie di riforme, che hanno inizio nel 182O con l’editto delle Chiudende e culminano con l’abolizione dei diritti di ademprivio nel 1865.
Le rivolte dei pastori e dei contadini, che si oppongono a queste infauste leggi imposte dal dominatore, vengono soffocate nel sangue. I moti de su connotu, costituiscono il momento storico più rilevante della rivolta popolare di quel periodo. Torrare a su connotu, il motto di quella rivolta, significa “tornare al conosciuto”, al passato, cioè all’uso comune della terra, al godimento degli antichi e “conosciuti” diritti dell’uso collettivo del patrimonio naturale.
L’editto delle Chiudende, perfezionato con le leggi che aboliscono gli ademprivi, introduce la proprietà privata, sconvolgendo una forma di organizzazione socio-economica funzionale, restaurando con la miseria e i delitti la dicotomia conflittuale tra contadini e pastori.
In alcuni paesi dell’Isola, tuttavia, il sistema comunitario a rotazione del vidazzone e del paberile, nonché alcuni diritti di ademprivio, sono rimasti in vigore fino alla seconda guerra mondiale.


SU MESSAJU
IL CONTADINO

Su messaju indica genericamente il contadino, colui che lavora le proprie terre.
In Trexenta, in Marmilla e senza molte differenze nei Campidani, coloro che coltivano la terra vengono chiamati messajus mannus e messajeddus.
Is messajus mannus, i contadini benestanti, sono i proprietari di una grossa azienda agricola che hanno anche rapporti di lavoro, per la necessità di manodopera, con altre categorie come i braccianti giornalieri, gli affittuari, i mezzadri e altri, con i quali stabiliscono contratti annuali, di due o più anni, stagionali e giornalieri.
Is messajeddus, i contadini poveri, si dividono a loro volta in due categorie, is messajeddus, contadini veri e propri, che possiedono terreni e attrezzi sufficienti per costituire una piccola azienda agricola a conduzione familiare, e is messajeddus a giù ‘e carru che non possiedono terra, o ne possiedono pochissima e insufficiente per la sussistenza familiare, ma che dispongono di alcuni attrezzi ed in particolare o del cavallo e della carretta o del carro a buoi.
Anche questi ultimi possono lavorare in contratto con su messaju mannu, il proprietario, oppure lavorare a giornata con qualunque agricoltore che abbia bisogno dei loro servizi.
Questa è la biografia di un contadino povero, che si potrebbe definire messajeddu, da lui medesimo scritta, su richiesta dell’autore di questa raccolta di mestieri, all’inizio degli Anni 60, ed è apparsa in “L’invasione della Sardegna”, nel racconto “I quattro viandanti”.41
«Mi chiamo Orrù Gavino, di quarantacinque anni, con moglie e sei figli. Mio padre contadino nullatenente, con sacrificio di molti anni, facendo il salariato fisso, riuscì a farsi la casa. Venuta la Grande Guerra lasciò moglie e un bambino. Fu ardito della Brigata Sassari, con pugnale e bombe a mano, benvoluto dai capi. Visse lungo tempo attendente di ufficiali, tra i quali un cappellano, uno di quei preti un poco onesti che gli incominciò a illuminare il mondo di una luce che lui non conosceva. Allora capì che la guerra era una truffa, e quando ritornò in paese scese in piazza in divisa di ardito per fare giustizia, con pugnale e bombe a mano. In molti lo seguirono, per fare giustizia; e in molti lo seguirono in prigione, perché il picchetto armato aveva circondato e arrestato metà della gente. Dopo un anno ritornò a fare il salariato fisso, fino a quando si procurò l’indipendenza. Il 14 aprile mia madre mi partorì e mi chiamarono Gavino in onore del santo patrono. Venuto all’età di sei anni cominciai ad andare a scuola. Di carattere espansivo e sorridente, mio padre mi amava sempre di più per simpatia che gli rassomigliavo in tutto. Quando non si faceva scuola, il giovedì e la domenica, andavo in campagna a pascolare le due capre. Completate le scuole, le capre divennero quattro. Nel 1933 col solo latte si guadagnava lire quindici al giorno. La serietà in famiglia era di lavorare tutti per una sola cassa. Quando mancavano i soldi in tasca portavo fasci di legna. Scherzando mi chiamavano “fascista”, ma pagavano tre soldi il fascio e mi ricordo che il defunto padre diceva: “se lavoriamo tutti insieme ingrandiremo la casa”. Il 1937 venne il riselciamento di alcune strade del paese e non volli più pascolare le capre. Ancora non avevo compiuto il sedicesimo anno quando andai a domandare all’impresa se mi occupava a disselciare. Difatti mi fecero il libretto di lavoro che conservo col numero tre. Altro che andare in campagna a pascolare, con una paga sicura… La sera mi dilettavo leggendo romanzi, Tristano e Isotta e i Cavalieri della Tavola Rotonda… A diciassette anni domandai a mia madre se potevo andare a scuola di musica. Lei mi rispose: “Perché non vai da don Luca che suona l’armonium in chiesa?”. Era la musica che desideravo imparare, in quel momento… Dopo quindici giorni sapevo tutta la teoria, e in sei mesi ero secondo clarino. Una vita piena di sacrificio ma bella. Si camminava ogni domenica a piedi con la banda, da un paese all’altro, e tutta la settimana a lavorare. Un giorno che non dimenticherò mai fu quel 7 di dicembre del 1939. L’acqua si portò via il grano e insieme la terra. Tutta la gente correva, con le case allagate… Poi, il 1940, avevamo trebbiato paglia, nelle aie. Lo stesso anno mio fratello partì richiamato alle armi, e dovetti abbracciare la croce di tutto il lavoro dei campi. In novembre chiamarono anche me a fare la guerra… Una cosa mi ha sempre salvato: l’ordine della famiglia, come il padre ci educò. Tutto il guadagno, di qualsiasi natura, doveva essere corrisposto alla madre, quale ottima amministratrice, che fino a ottantasei anni usciva ogni sera a raccogliere una fascina per la cena. Alle sei di tutte le stagioni, che corrisponde all’imbrunire, il campanone suonava. Avevamo dieci minuti di tempo per rincasare, il tempo di riscaldare la minestra e mettere i piatti sul tavolo. Dopo si mangiava. Chi di noi figli non era rincasato non mangiava. Di mattina presto lei sempre alzata, con il caffè d’orzo pronto per chi doveva uscire a dar la paglia ai buoi. Un’ora prima di far luce riscaldava la minestra e preparava la bisaccia col pane e la zucca del vinello. Mia madre era donna di poche parole, e quando parlava non le piaceva ripetere. Ricordo la sera di Sant’Isidoro, il 17 settembre del 1936. Eravamo andati tutti a sentire la gara poetica in piazza, e qualcuno che ci voleva male aveva appiccato il fuoco alla legnaia. Il pericolo era grande, ma lei ci spingeva avanti gridando: “Forza, vigliacchi! non vedete che brucia la casa? Forza coi secchi!”. Nel 1945, tornato dalla guerra, presi moglie in casa, e la madre allora mi diede il pezzo di terra che mi spettava… Non so, forse stavo meglio salariato fisso - anche se il lavoro nostro è di cento giorni soli per un anno. La terra è una catena che non si può rompere, se non si vuol perdere quel poco pane che dà. Finito di zappare il mio poco, andavo bracciante con l’uno e con l’altro. Il mio lavoro si sa: arare, zappare, sarchiare, diserbare grano… Tutti i giorni così, da quando fa luce a quando fa buio. A casa, nemmeno la forza di spogliarsi per mettersi a letto. Uno si butta sopra la stuoia e si addormenta come una pietra, senza neanche sentire le parole di tribolazione della sua donna che ha addosso la fame di tutti i figli… Tante volte ho pensato: “Eh, se avessi qualche anno di meno! già non me ne resterei qui, a puzzare…”. Ma dove posso andare io a sbattere la testa, io che altro non so fare se non tenere la zappa in mano? Ma quando la fame è da tagliare a fette, quando l’acqua ti arriva alle costole, allora ti muovi, si… Vado a Cagliari, per espatriare. Mi hanno detto che in terra straniera prendono anche contadini, se hanno braccia buone…»


SU MERI
IL PADRONE, IL PROPRIETARIO TERRIERO

Su meri est unu messaju prus mannu de su messaju mannu, il padrone è un contadino più grande del contadino benestante; cioè a dire che possiede così tante terre da potersi definire un latifondista, se non fosse che in Sardegna, per quelle che sono qui le origini e la storia della proprietà privata, non esiste il latifondo vero e proprio, come in altre regioni del Continente. In zone come la Marmilla, tra le più fertili dell’Isola, dove le terre da grano duro sono considerate “buone” con una resa che va da 30 a 40 volte la quantità seminata (terras aundi unu moi de trigu, seminau ind’ unu moi de terra, donat de is trinta a is cuaranta mois) è considerato un ricco proprietario terriero chi possiede sui 500 starelli (ossia intorno ai 200 ettari).
In Marmilla - zona fertile, come dicevo - c’erano ben poche famiglie che possedevano una azienda agricola con più di 500 starelli. Ricordo proprietà di una certa superficie a Lunamatrona, Pauli Arbarei e Siddi, paesi della Marmilla sistemati a trebini, ai tre spigoli di un triangolo.
Ho insegnato in quella regione e ho avuto modo di conoscere diversi meris o messajus mannus, e devo dire che, nonostante potessero vivere da signori, senza andare a lavorare direttamente la terra, con la zappa o con l’aratro, seguivano di persona le attività della campagna e facevano una vita dura, di sacrifici, insieme ai lavoranti. Non di rado, non soltanto nell’abbigliamento ma anche nel parlare e nel comportamento, non si distinguevano granché dai più umili messajus e messajeddus loro dipendenti.
Ma ci sono anche nuove generazioni de meris, che oggi si chiamano agricoltori e non più contadini.
Ricordo il figlio di uno di questi che, svolgendo con gli altri compagni di classe il tema: “Il mestiere di mio padre”, così scrisse: «Mio padre è agricoltore, lui a lavorare la terra non ci va…» E infatti, lui, della nuova generazione de meris, a lavorare la terra mandava i servi e a pascolarla i pastori, mentre lui se ne stava tutto il santo giorno a giocare a carte nel bar, con gli altri sfaccendati del paese. A uno di questi appartiene la testimonianza che segue.
«Quando noi figli eravamo piccoli, mio padre lavorava da operaio all’Ansaldo di Genova. Era partito per fare fortuna, ma dopo qualche tempo è tornato, senza un soldo. Così io ho cominciato dal niente; anche se adesso qualcosa di mio ce l’ho… Non è vero che l’agricoltore non può vivere. Se è furbo ci sta dentro bene, e ogni tanto può comprarsi qualche altro pezzo di terra. Certo non è onesto fare così… ma se il mondo è pieno di ladri, bisogna rubare per vivere. Peggio per i fessi che fanno gli onesti… Non ci sono stati Garibaldi e Mazzini? Loro erano santi… Ma che cosa hanno fatto? Niente, hanno fatto! Le cose come prima, anche peggio, hanno lasciato… Ci hanno guadagnato che li hanno messi nella storia… Bisogna calpestarsi l’uno con l’altro? E io calpesto. Lo so bene che il lavoro di un bracciante vale almeno duemila lire. Ma se il prodotto mi frutta mille, io gli do al massimo ottocento, perché almeno duecento li devo guadagnare io. E se no, il capitale che cosa ce lo metto a fare?»42


SU SOZZU
IL SOCIO

Nel sistema agro-pastorale abbiamo diverse figure di sozzu, socio.
Su sozzu de sa sozzeria, il socio della forma associativa tra proprietario e hominis de accordiu, dove questa figura risulta essere il capo della gerarchia servile. Questi, insieme al padrone dirige il buon andamento dell’azienda agricola, sorvegliando e disponendo le diverse attività lavorative. E’ un esperto agricoltore e pertanto se il proprietario non se ne intende, ha lui l’autorità decisionale nelle iniziative da prendere ai fini di ottenere la miglior produzione. Su sozzu di questo sistema di conduzione agricola risponde del suo operato soltanto a su meri, al padrone.
Sozzu de soccida è un’altra cosa. Vediamo innanzi tutto cos’è sa soccida.
Sa soccida è anche detta cumoni, comune, sia nel senso di comunione di persone che di comunione di beni, e specialmente (si veda il Porru) di aggregazione di animali: Fai cumoni o poniri in cumoni significa mettere in comune, mettere insieme, aggregare, un insieme di beni di proprietari diversi, ciascuno dei quali è sozzu, socio, de su cumoni. Cumoni de brebeis, cumoni de baccas, cumoni de porcus, cumoni de bestiamini grussu, vanno tradotti con comunione di pecore, di vacche, di maiali, di armenti. Donai bestiamini a cumoni a mesu guadangiu e a mesu perdita, viene tradotto dallo stesso Porru con “dare a soccio, in soccio, a soccita, o accomandata, associare”.
Il documento che segue43 illustra una delle tante forme di soccida, che si differenziano l’una dall’altra in qualche dettaglio, mantenendo sostanzialmente la stessa struttura.
«Sa soccida è una forma di contratto a due, sozzu majori e sozzu minori, che avviene esclusivamente tra pastori ricchi che hanno molto bestiame e pastori poveri che ne hanno poco o non ne hanno per nulla. O che avviene anche tra contadini proprietari di bestiame (vacche, pecore, maiali) e pastori poveri.
Il socio principale, in genere il pastore o il contadino più ricco, che ha anche altre proprietà e beni cui badare, mette nella società anche soltanto una parte del proprio bestiame, solitamente da 50 a 100 capi, se si tratta di pecore, meno se si tratta di vacche, massimo una ventina, e si impegna a pagare la metà di tutte le spese: fitto dei pascoli, tasse, cavallo, e varie.
Il socio minore si impegna a custodire, allevare e sfruttare il bestiame, prestando in pratica tutta la manodopera necessaria, ma paga anche lui la metà delle spese, compreso il fitto dei pascoli.
Il contratto dura da uno a cinque anni, secondo ciò che stabiliscono i due contraenti.
Alla fine del contratto, il socio principale si riprende esattamente il numero di capi di bestiame che ha messo nella soccida, nella società. I nuovi capi di bestiame che si sono aggiunti, vengono divisi in parte uguale, metà per socio. Così come era stato già diviso in parti uguali il ricavato dell’attività di allevamento».


SU BASTANTI
IL FATTORE, O UOMO DI FIDUCIA DEL PADRONE

Su bastanti è l’aiutante de su sozzu, del capo della gerarchia della forma associativa detta sa sozzeria. E’ la seconda persona per importanza nella gerarchia dei servi e sostituisce su sozzu in sua assenza o su sua esplicita richiesta. La sua paga annua è leggermente inferiore a quella de su sozzu.
Mentre di sozzu ce ne deve essere uno solo, a capo di tutti, di bastantis ce ne possono essere diversi. Così pure di bastanteddus, aiutanti di su bastanti, e di boinargius, bovari, che devono accudire principalmente ai buoi da lavoro.


S’HABITANTI
IL SOVRINTENDENTE

S’habitanti, il sovrintendente, che rappresenta il potere del feudatario, è al vertice della gerarchia nella struttura piramidale squisitamente medievale, presente negli stagni di Cabras fino a qualche anno fa (Anni 70). Egli era il potentissimo uomo di fiducia dei padroni che avevano la proprietà esclusiva di pesca in quelle acque, per volontà di Filippo IV re di Spagna, e governava il feudo con una decina di zaraccus de pischera, accompagnati e protetti da guardie armate.


SU SOZZU DE SU MES’‘E PARI
IL MEZZADRO

Su mesu de pari indica un’altra forma di contratto agro-pastorale, che abbiamo già visto alla voce su sozzu. I due contraenti si chiamano entrambi sozzu, ma uno è il padrone e l’altro il mezzadro. In questo caso, il proprietario del terreno dato a mes’‘e pari a su sozzu, a mezzadria, doveva provvedere al grano per la semina, ad altro cereale, o leguminosa da coltivare. Si dice che, po usanzia, su meri ponit terra e semini, mentras su sozzu ponit su traballu, per tradizione, il padrone mette la terra e il grano, mentre il mezzadro mette il lavoro, cioè tutta la manodopera dalla semina al raccolto. Le spese per l’aratura e la concimazione sono a metà tra i due sozzus, e così pure, ovviamente, il prodotto ricavato. Resta a beneficio del padrone del terreno sa stua, la stoppia, che viene data a pascolo estivo ai pastori.
In una variante di mezzadria (mes’‘e pari), detta su cumbèniu, ciò che si è convenuto, il proprietario del terreno poniat terra, semini e giù, mette terra, sementi e giogo dei buoi. Tutto il resto è invariato.
Va detto che tutte queste forme di contratto, nella definizione dei termini, erano nella loro stragrande maggioranza non scritte: alla luce de su connottu, dell’uso comune, faceva fede la parola data anche senza la stretta di mano. Se proprio qualcuno voleva mettere nero su bianco, ci si rivolgeva a su scrivonellu, lo scrivano, o per lui il parroco, o altro “acculturato”.


S’ARRENDADORI
L’AFFITTUARIO

S’arrendadori, l’affittuario, est su chi pigat terras in arrendu, è colui che prende terre in affitto.
Il contratto ad affitto iniziava e finiva il 2 settembre, e durava tradizionalmente per una intera rotazione agraria (due anni: un anno a grano e l’anno successivo o a fave o incolto, lasciato a pascolo). Il contratto veniva stipulato tra unu messaju mannu e unu messajeddu a giù e carru, cioè tra un proprietario terriero e un contadino senza terra ma fornito di carro e giogo di buoi.
Si hanno diverse forme di arrendu de terras, di sistema d’affitto dei terreni agricoli, di cui si danno alcuni esempi:
- terras po preni o seminai, terreni non incolti da seminare un anno a fave, o altre leguminose, ed il secondo a grano, in base alla prescritta rotazione agraria. Il canone di affitto per unu moi de terra, 4.000 metri quadrati, pari a 40 are, era di duus mois de fà, due starelli di fave, pari a 80 litri, o ad uguale quantità di grano il secondo anno.
- Terras cruas de scorturai o brabattai44, terreni incolti da dissodare e poi coltivare con colture previste in contratto, che durava sei anni, pari a tre rotazioni agrarie. Per i primi tre anni s’arrendadori, l’affittuario, era esonerato dal pagare il canone d’affitto, perché impiegava il proprio lavoro per migliorare il terreno e prepararlo per le future coltivazioni. Nei successivi tre anni, seguiva le regole del contratto d’affitto de is terras po preni, delle terre da semina.
- Terras po pasci, terreni dati in affitto per il pascolo, per lo più di pecore. Erano solitamente terre incolte e poco adatte alla coltivazione. La durata del contratto d’affitto, di solito tra un proprietario terriero e un pastore di pecore, durava minimo un anno, ma veniva tacitamente rinnovato di anno in anno. Il canone d’affitto dipendeva da diversi elementi quali la distanza del terreno dal paese, la classe dello stesso terreno, se era aperto o chiuso, se vi era l’acqua, se vi erano delle costruzioni che potevano servire da riparo per il bestiame. La maggior parte delle volte, il pastore, che era assai tirchio, se si trattava di terreni abbandonati aperti e di poco conto, pagava per ogni moi de terra, per ogni starello (40 are), una formella di formaggio, di circa un chilo; c’era l’agnello per il Natale o per la Pasqua, quando il terreno era più grande e vi cresceva pagu murdegu, poco cisto.
- Terras a stua de trigu o de fà, si trattava di terreni già coltivati a grano o a fave dove residuavano le stoppie. Venivano dati in affitto solitamente a pastori, po ddui fai pasci is brebeis finzas a tempus de arai, per farci pascolare le pecore fino al tempo dell’aratura, per circa tre mesi, dalla mietitura, a luglio, fino a settembre, ottobre.


SU SCARADERI
IL COTTIMISTA

Su scaraderi est su chi pigat su traballu a scarada, il cottimista è colui che prende il lavoro a cottimo. Traballai a scarada, lavorare a cottimo.
Sa scarada era una forma di contratto di lavoro usato da is messajus, i contadini, soprattutto po sa messa, per la mietitura. Infatti, non essendo sufficiente la forza lavoro, is serbidoris e is giorronaderis, i servi e i braccianti, impiegata durante i lavori agricoli, si doveva ricorrere a nuova manodopera per fare fronte all’emergenza della mietitura, che andava fatta in “quel” dato momento e il più rapidamente possibile - a scapito di gravi danni al raccolto.
Is messadoris, i mietitori, venivano ingaggiati con un contratto a scarada, a cottimo, e pertanto venivano anche detti scaraderis, cioè cottimisti. Essi dovevano provvedere ai propri attrezzi da lavoro, principalmente le falci da grano. In cambio del lavoro avevano diritto a tanto grano quanto ne era stato seminato in ogni terreno da essi mietuto, vitto e alloggio - o in campagna o in casa del proprietario datore di lavoro. Ciascun messadori, mietitore, aveva diritto a portar con sé una spigadrixi, spigolatrice. Tutti e due, messadori e spigadrixi, dovevano prestare la loro manodopera sia in s’argiola, nell’aia, per la trebbiatura e ventolatura, sia per s’incungia, la conservazione del raccolto.
Se il rapporto di lavoro era stato soddisfacente per tutti e due i contraenti, (scaraderi-messadori, più spigadrixi e messaju-meri, mietitore, più spigolatrice e contadino-proprietario), accadeva che anche per gli anni successivi rinnovassero tacitamente il loro contratto.
Sa scarada, il cottimo, lo ritroviamo in tante altre attività, anche non agricole. In particolare, ovunque ci fosse bisogno e necessità di fare un lavoro in quel dato periodo di tempo ed il più celermente possibile, come la costruzione della casa ed in particolare l’edificazione del tetto, la raccolta delle mandorle, la vendemmia, la raccolta dei pomodori, ecc..
Messadori a scarada, mietitore a cottimo. Quando non c’erano le macchine si mieteva con le falci a mano e allora si stabiliva un tanto secondo la quantità dei cereali da mietere e la loro qualità; se erano folti si stabiliva un tanto, e così via, e quello era un cottimo. Per ogni starello di terra (mq 4.OOO) prendevano all’incirca da due a tre moggi di grano (1 moggio o starello di grano = circa kg 40)
Su trigu de sa scarada. Per regolare la vita agricola, in Sardegna, non esistevano leggi scritte, ma c’erano quelle consuetudinarie, le tradizioni locali, che, tramandate di generazione in generazione dai lontani secoli, avevano per tutti forza di legge ed erano rispettate.
Così era il grano del cottimo, po su trigu de sa scarada. I cottimisti, o iscaraderis, dovevano avere, dal padrone, il grano direttamente nell’aia, pulitissimo e direttamente dalla massa. Così era per tutti i servi agricoli, e per il grano che si doveva al Monte Granatico.
Il grano residuato in su fundal’’e sa massa, nel fondo della massa, a contatto con la terra, e perciò un po’ terroso, non si dava mai po sa scarada, ma, dopo averlo pulito ben bene, e factu a ciliru e cilireddu, se lo prendeva il padrone, senza mischiarlo con l’altro più pulito.
S’aggiudu torrau è ancora un tipo di contratto di lavoro, più di altri non scritto. In agricoltura, questo avveniva tra su messajeddu, il piccolo contadino con animali da lavoro, e is giorronaderis, i braccianti giornalieri, che possedevano terre ma non animali da lavoro.
Is giorronaderis offrivano giornate di lavoro bracciantile, la semina, la zappatura, lavori nell’aia, raccolta di legna, solitamente in numero di 3 giornate, in cambio di una giornata di lavoro nelle proprie terre con l’impiego di animali (buoi o cavallo, per aratura, trebbiatura, trasporto del raccolto o di legna) da parte de su messajeddu, del piccolo contadino.
Questa forma di contratto si estende in tutti i settori produttivi agro-pastorali e anche nei rapporti sociali, intercomunitari. Lo troviamo tra contadini e artigiani: il contadino esegue dei lavori con i propri mezzi agricoli nelle terre dell’artigiano e questo, po aggiudu torrau, in restituzione dell’aiuto ricevuto: se è fabbro, gli sistema l’aratro, le falci, le zappe; se è falegname, gli ripara il carro, una finestra di casa, un manico di forcone; se è muratore, gli aggiusta la casa, il tetto, un muro; se è sarto, gli confeziona qualche capo di abbigliamento per la famiglia; se è barbiere, gli fa barba e capelli (quando in questo caso su braberi, il barbiere, non avendo terra si fa pagare in grano), e così via.
Lo stesso avviene tra contadini e pastori e tra questi e artigiani.
Io insegnante, in virtù di questi sistemi di contratto, per le mie lezioni a ragazzi di un contadino, venivo pagato con prodotti stagionali della terra; per cui a periodi abbondavano i pomodori e i peperoni e in altri le patate e le fave.
Ma s’aggiudu torrau, che è una vera e propria istituzione di grande rilievo e valore economico, sociale e morale in ogni comunità degna di questo nome, lo ritroviamo in tanti momenti della vita quotidiana della nostra gente. Si configura in questa istituzione quasi “un pretesto” per stare insieme, per creare socialità, mutualismo e quindi fratellanza e affettività, per creare forti e veri legami tra i membri della stessa comunità.
Anche tra contadini e contadini ci si scambia gli uni con gli altri, all’occorrenza, specie in stato di necessità, giornate di lavoro, attrezzi, o animali da lavoro. Scambio di manodopera tra una famiglia e l’altra avveniva in molti casi, per la vendemmia, per la raccolta delle olive, per la macellazione e la lavorazione del maiale domestico, per la riparazione di un muro di casa, per la lavorazione del pane - per non parlare dei matrimoni, dei battesimi e anche dei funerali, per l’assistenza che i vicini della comunità devono alla famiglia colpita dal lutto.
Nella istituzione de s’aggiudu torrau, rientrava pure il prestito di attrezzi da lavoro, sementi, il pane, il sale, il lardo e altri generi alimentari di prima necessità, inoltre la legna, che non potevano essere negati se chiesti in prestito. Ma era altrettanto doveroso - un imperativo categorico - restituire s’aggiudu, che fosse lavoro, che fossero oggetti, o alimenti. Si può concludere che nella vita delle nostre comunità in una età che non esito a definire felice e armoniosa, per dirla alla Fourier, in qualunque momento di lavoro importante e impegnativo, in situazioni di emergenza, di lutto, o di gioia, c’era la presenza attiva, la solidarietà e l’aiuto di tutti.


SU SERBIDORI DE SU MESSAJU
IL SERVO DEL CONTADINO

«Mi chiamo Loi Giuseppe e da ragazzo facevo il servo-pastore. Portavo le pecore al pascolo e mentre sorvegliavo che non entrassero nei campi arati, suonavo un flauto che io stesso mi ero preparato con una canna. I miei coetanei, che zappavano nei campi vicini, mi prendevano in giro dicendomi che ero poltrone, che avevo inghiottito unu palanchinu45, e un po’ mi vergognavo di trovarmi lì solo, con le mani in mano.
Mia madre mi consigliò di imparare anche a fare il mestiere del contadino, perché se mettevo su famiglia dovevo avere il grano per il pane. E così lasciai le pecore e andai al servizio di un agricoltore.
Su meri mannu46 era un po’ burbero, ma sa meri47 era una donna molto gentile. Dal primo giorno mi fece vedere dove era la stuoia per dormire e come la dovevo mettere vicino al caminetto della cucina vecchia, e dove dovevo appendere la mia bisaccia.
Ogni giorno sa meri mi svegliava all’alba per andare a su cungiaeddu48 a riportare a casa il cavallo del padrone, perché egli potesse andare in campagna. La sera prima, il cavallo bisognava condurlo al pascolo.
La mattina presto, quando io tornavo col cavallo, il padrone me lo faceva sellare, vi saliva sopra, mi raccomandava di andare a lavorare con is giornaderis49 e se ne andava a controllare i suoi campi.
Io andavo a piedi con gli altri braccianti e lavoravo tutto il giorno, perché dovevo dare il buon esempio essendo il servo famiglio. E la sera, tornati in paese, se il padrone non aveva mandato ancora nessuno a portare il cavallo al pascolo, mandava me. Al rientro cenavo insieme alla padrona e alla serva e una volta alla settimana c’era anche s’accostanti50, venuta per fare il pane. Il padrone cenava da solo nella cucina nuova, oppure con qualche parente o compare.
Ogni giorno c’era da fare: nei campi del grano, delle fave, nella vigna, secondo il periodo. Solo nelle giornate troppo piovose, stavo a casa, nella cucina vecchia, a preparare trobeis51 per il cavallo, che ne logorava parecchie, cercando di saltare la siepe che limitava su cungiaeddu52, dove veniva portato al pascolo.
Nell’arco dell’anno avevo imparato a fare di tutto: dalla semina al raccolto; avevo imparato anche a lavorare la pasta; quando le donne preparavano il pane, godevo dei loro elogi e scherzavo, così sentivo meno la stanchezza e non pensavo alla fatica della giornata.
Dopo il raccolto, portavo a mia madre il grano che mi era dovuto per il mio lavoro di tutto un anno e mi riposavo per ben due settimane...».53


SU GIORNADERI
IL BRACCIANTE AGRICOLO

Su giornaderi, il bracciante, è il vero contadino, nel senso che è lui, con le sue braccia, che lavora la terra: la ara, la concima, la semina, la zappa e la fa fruttificare. Egli svolge praticamente tutte le attività agricole, giorno dopo giorno, mese dopo mese, stagione dopo stagione, dal mesi de ladamini, ottobre, fino al mesi de argiolas, luglio. Poco tempo gli resta per riposare, giusto austu, agosto, il mese più caldo dell’anno, che trascorre approntando is ainas, gli attrezzi, da lavoro po sa laurera noba, per il nuovo anno agricolo che sta per riaprirsi.
Su giornaderi, dunque, senza essere lo specialista (che svolge prevalentemente una sola attività, quella in cui eccelle), è di volta in volta aratore, seminatore, potatore (di vigna o di frutteti), innestatore, carrettiere, stalliere, mietitore, trebbiatore, e così via.
Ancora giovane, talvolta fin da ragazzo, è servitore fisso di un solo proprietario terriero e allora abita, mangia e dorme in casa del padrone; oppure fa il servo-bracciante per qualunque contadino che lo chiami e lo ingaggi per uno, due, o più giorni di lavoro in campagna, a seminare, a zappare, o a mietere, dall’alba al tramonto.

Sa filla de su giornaderi.

«Nel mio paese, a quei tempi, c’erano solo le prime tre classi della scuola elementare e, per avere la licenza di quinta, bisognava andare nel paese vicino. Le bambine, secondo l’uso di allora, non venivano mandate perché si riteneva che non ne avessero bisogno. Solo ai maschietti poteva servire la licenza elementare, così almeno avrebbero potuto fare i carabinieri.
Avevo appena finito la terza, quando mia madre mi fece mettere il vestito della domenica e gli zoccoletti nuovi, che mi piacevano molto perché facevano un bel rumore, e mi portò a casa di Donna Federica. Un cancello di ferro era spalancato su un enorme cortile selciato con tanti vasi di fiori ai lati. Sul fondo, una gradinata - in realtà erano solo cinque, ma a me sembravano tanti - con un vasto loggiato, su cui davano tre porte, con molte sedie.
Ci sedemmo. Dopo un po’, Donna Federica uscì dalla porta centrale: era davvero una bella donna, dall’aspetto severo e con i baffetti, proprio come la descriveva mio babbo. Si accordarono con mia mamma perché io andassi ogni giorno a fare le commissioni e ad aiutare sa serbidora manna, la domestica grande. E così andai a lavorare nella famiglia dove mio babbo era su gerrunaderi, il lavoratore giornaliero.
Ogni giorno per lui c’era da fare ed era contento così, perché essendo pagato a fine raccolto gli sarebbe sembrato brutto non lavorare ogni giorno. Quando c’era qualche alluvione e gli altri non potevano andare, che so, a zappare, lui doveva lavorare il doppio per aiutare su serbidori, il servo, a scorai s’aqua, a far scorrere l’acqua, scavando fossi e canaletti, perché la pioggia abbondante non allagasse i campi ma potesse scorrere. Unica differenza col servo era che poteva dormire tranquillo a casa, con la mamma; ma all’alba usciva e tornava quando era già buio, stanco morto.
Il padrone gli aveva affidato un pezzo di terra da lavorare a mes’ ‘e pari, a mezzadria, ma ci doveva lavorare fuori dalle giornate lavorative, cioè di domenica, e andava ad aiutarlo sempre mia madre. Così, pure mia madre veniva a casa di Donna Federica, per aiutare la serva e s’accostanti, la donna che aiutava nei lavori pesanti, nelle faccende di stagione, per ripagare il prestito dei buoi usati da mio babbo per arare, trebbiare e incungiai, raccogliere, il grano che produceva in proprio, nelle terre in affitto. Solo dopo il raccolto si riposava un paio di giorni, se l’annata era stata buona era anche contento e si riprometteva di comprare, un giorno o l’altro, un pezzetto di terra, così il raccolto sarebbe stato tutto suo, anziché doverne dare metà al padrone che non si ricordava più neanche dove era situato il campo che gli dava in affitto e da cui riceveva metà del raccolto».54


S’ARADORI
L’ARATORE

S’aradori est su messaiu chi arat sa terra, l’aratore è il contadino che ara la terra.
Dal giorno prima s’aradori avrà cura di preparare su carrru a bois, il carro a buoi, con sopra s’arau, l’aratro, is orbadas, i vomeri, sa sporta de sessini, la cesta di vimini, e su trigu po preni, e il grano per seminare.
Circa un’ora prima di partire si alza e appallat su giù, dà da mangiare ai buoi, un misto di paglia e fave macinate in precedenza, messe in sa palladroxa o cadinu de appallai, nella mangiatoia. Po pappai, per mangiare, questa quantità di cibo i buoi impiegano circa dieci minuti, ma su murzu, il ruminare, dura circa un’ora.
L’ora di partenza è in rapporto alla distanza delle terre dal paese. Qualche volta si impiegano anche due ore e mezzo. Bisogna tenere presente che l’usanza vuole che a s’orbescida, all’alba, quando spunta il sole, s’aradori, l’aratore, abbia già fatto due, tre giri de aringiu, di aratura.
Appena si arriva al campo, si fa il lavoro di ingainai, cioè si staccano i buoi dal carro e si aggiogano all’aratro.
Si ara per tutto il giorno. Sette, otto e anche nove ore di lavoro senza interruzione. Per lo meno, è questa l’usanza qui da noi, nel Parte Olla. Non si interrompe neanche per mangiare, né l’uomo, né le bestie.
Finita l’aratura della giornata si fa il lavoro contrario, cioè si staccano i buoi dall’aratro e si attaccano al carro, sul quale vengono caricati l’aratro e gli altri attrezzi da lavoro, e si rientra in paese.
Arrivati a casa si staccano i buoi dal carro e li si lascia riposare per circa un’ora. Intanto mangia l’aratore. Poi è suo dovere accudire le bestie, dando loro da mangiare e da bere.
Per il lavoro che fanno in comune, c’è una sorta di sodalizio, cioè di comunicazione e intesa, anche di simpatia, tra l’uomo e i suoi buoi; una intesa ed una simpatia che comincia fin da quando l’uomo sceglie e forma la coppia da aggiogare al carro e all’aratro.
Ai buoi si danno nomi apparentemente strampalati; in effetti un nome con l’altro completano ed esprimono una frase, una battuta, un motto, o due espressioni simili o contrastanti. Per esempio, ecco alcuni nomi dati a ciascun bue dello stesso giogo: Sennori - No ddu ses (Signore - Non lo sei); Poita pretendis - Fora de motivu (Perché pretendi - Senza ragione); No mi scaresciat - Su chi happu factu (Non mi dimentichi - Quello che ho fatto); Non tengas pressi - Ancora c’est tempus (Non aver fretta - C’è ancora tempo); Bella ti fais - Chen’ ‘e ddu essi (Ti credi bella - Senza esserlo); Pagu ti circu - Lassamì stai (Non ti do fastidio - Lasciami in pace).
A conclusione, bisogna dire che l’aratura è diversa a seconda di come è la situazione della terra. Se la terra è a cottura, cioè incolta, si fa la prima aratura nel mese di marzo, e si dice manisciai sa terra, poi la si lascia riposare fino al periodo di giugno-luglio, quando si dà la seconda aratura, detta torrai manu, e la si lascia ancora riposare fino all’autunno.
Dopo le prime piogge, nel mese di ottobre, o anche ai primi di novembre, si dà la terza aratura, detta a passai e preni, cioè si ara, si fanno i solchi, si semina e poi si ripassa con l’aratro per chiudere i solchi e coprire i semi.
Se la terra invece è a stula de fà, cioè dove vi sono stoppie di fave, si dà la prima aratura nel mese di agosto e si ara durante la notte, perché è più fresco e la terra è meno arida. Poi la si lascia riposare.
Dopo le prime piogge, nel mese di ottobre, o ai primi di novembre, si dà la seconda aratura, quella appunto detta a passai e preni.


SU SEMINADORI
IL SEMINATORE

Su seminadori, il seminatore, è colui che getta il grano e il concime, normalmente a spaglio, nei solchi della terra arata. Il contadino si rivolge a unu seminadori di fiducia, perché è un momento assai importante e delicato de sa laurera ed è un lavoro che va fatto a regola d’arte se si vuole ottenere del buon grano (lo si vede dalla semina). Di concerto con su seminadori lavora s’aradori, l’aratore, che conduce il giogo dei buoi.
Un giogo di buoi ara circa 4.000 metri quadrati, cioè un moggio di terra al giorno; un bravo seminatore ne semina circa 16.000, cioè più di un ettaro e mezzo, circa il quadruplo della quantità che può arare un giogo. Ne consegue che, dove la superficie del campo è vasta, appresso ad un seminatore vanno quattro gioghi di buoi. In altre parole, unu bravu seminadori, un bravo seminatore, lanciando il grano a spaglio copre quattro solchi.
Dai dati rilevati da altre fonti tra il lavoro de su seminadori e quello de s’aradori si hanno i seguenti rapporti: aratura al giorno da 3 a 4 mila metri quadri; semina al giorno da 15 a 16 mila metri quadri.


SA MARRADRIXI
LA ZAPPATRICE

«Parlo di quando facevo sa marradrixi, cioè andare a zappare, per i proprietari, terre coltivate a grano e a fave. I miei genitori erano anziani e anche io non ero più tanto giovane, ormai sulla soglia dei trenta. Babbo era servo-pastore fin da bambino e in tutta la sua vita non era riuscito a racimolare che quattro soldi, per aggiustare la vecchia casa paterna, e comprare due palmi di terra vicino al paese, da coltivare ad orticello nel poco tempo libero della domenica. Mamma era malaticcia, si era rotta le reni lavando roba altrui nel ruscello. Si erano sposati già anziani, aspettando di avere i soldi per mettere su casa, e l’unica figlia ero io.
Da ragazzina ero in casa della padrona di mio padre per fare le commissioni, e mi piaceva. Poi, mia madre si ammalò e dovetti stare in casa per accudirla; allora strappavo qualche giornata nei lavori stagionali, in modo da farmi due soldi per comprarmi un minimo di vestiario.
In primavera le giornate sono più lunghe ed alzandomi presto facevo in tempo a cucinare un piatto di minestra per mia madre; poi scappavo a casa di una comare ed insieme ci avviavamo verso i campi, incontrando altre zappatrici.
Venivamo raggiunte dal proprietario che, bontà sua, portava le zappe nella carrozza, almeno quelle, perché zappatrici non ne poteva caricare per non stancare il cavallo: così gli ordinava la moglie. Giunte al campo veniva affidato a ciascuna il proprio pezzo da zappare, con la raccomandazione di usare le mani per estirpare le erbe attorno alla piantina del grano.
Io mi buttavo nel lavoro senza malizia, zappavo bene e alla svelta, facendomi spesso richiamare alla calma, perché non finissimo troppo presto e ce ne restasse da fare anche l’indomani.
A mezzogiorno interrompevamo e ci sedevamo in cerchio, sotto un albero, per mangiare. Io qualche volta dimenticavo, per la fretta, il fagottino del pane a casa, e allora le altre me ne offrivano del loro; io raccoglievo alla svelta le erbe mangerecce e ne davo alle comari per ringraziare. Ci chiamavamo comare l’un l’altra perché avevamo fatto la cerimonia de su Sant’‘Uanni de floris, di San Giovanni dei fiori, in mancanza di uno scambio battesimale, per creare tra noi uno stretto legame di solidarietà e amicizia.
Finito il pasto, riprendevamo il lavoro e si udiva, col tonfo ritmico delle zappe, anche il coro delle voci che cantavano is muttettus, i mottetti d’amore:

«A pizz’‘e cussu monti / «In cima a quel monte
mi pongu a fai randa... / mi siedo a ricamare...
notesta o cras a nocti / stanotte o domani notte
abettu sa domanda». / aspetto la dichiarazione».

Al tramonto passava il padrone per dirci che il giorno seguente saremmo dovute andare in un altro campo e dove, oppure che non aveva più bisogno di noi. In questo caso io mi raccomandavo alle comari di trovare lavoro anche per me, perché non sarei potuta uscire a cercarlo io dopo il rientro a casa, dovendo tenere compagnia a mia mamma malata».55


SU MESSADORI
IL MIETITORE

Is messadoris, i mietitori, erano uomini giovani e gagliardi, specialisti nel loro difficile e duro lavoro, godevano di prestigio nelle comunità che li ospitava e spesso anche dei favori de is ispigadrixis, delle spigolatrici, che dipendevano da loro.
In Sardegna si coltivava e si coltiva quasi esclusivamente grano duro; soltanto di recente si è introdotta la coltivazione di grani teneri, trigu carantinu e altri. E’ risaputo che il pane migliore si ottiene con la semola del grano duro; così pure, con lo stesso grano, si ottengono le paste, corte o lunghe, e le minestre di ogni tipo, che quotidianamente si usano nell’alimentazione, specialmente nei paesi dell’area del Mediterraneo.
La mietitura ha inizio nel momento in cui il grano è giunto ad una certa fase di maturazione: naturalmente prima che i chicchi comincino a cadere sul terreno, quando cioè le spighe si colorano di giallo oro e le reste diventano scure, quasi nere, mentre is cannas, i culmi, hanno ancora i nodi verdi che, in quella fase, sono detti canna de mebi, canna di miele.
Certamente è la Marmilla la regione contadina dove più abbondante è la produzione del grano duro e dove si trovano i migliori mietitori dell’Isola. Infatti, è lì, che, da ogni altra parte, i proprietari terrieri li vanno a cercare per ingaggiarli, durante il periodo della mietitura.
La meccanizzazione della mietitura è da noi assai recente, dato che fino agli Anni ‘60 si è mietuto il grano con la tradizionale fraci de trigu, la falce messoria, leggera, seghettata e bene equilibrata con un manico dalla anatomica impugnatura.
La tenuta da lavoro de su messadori, del mietitore, è scomoda ma funzionale: anzitutto un cappello di paglia o d’altro, a larghe tese, per riparare la testa dal sole. Da sotto il cappello, dietro, ricade un fazzoletto che ombreggia la nuca. Un fazzolettone di cotone, messo intorno al collo, assorbe il sudore ed evita che le reste feriscano la pelle. Indossa un grembiulone di pelle, o anche di panno robusto, assai ampio, idoneo a proteggere il corpo dal collo agli stinchi. Ancora, veste due manicotti, ugualmente di pelle o di panno, per proteggere le braccia e le mani, senza coprire le dita che devono restare libere (quella della destra per impugnare la falce e quelle della sinistra per afferrare il mazzetto di culmi di grano da tagliare). Un accorgimento particolare viene usato per proteggere il mignolo della mano sinistra, (quella che afferra il fascio del grano), il dito che corre il rischio di essere ferito dalla falce che lo sfiora: viene inguainato da un astuccio di cuoio o all’occorrenza anche di canna.
Il lavoro della mietitura si svolge di mattina assai presto, appena fa luce, per ovvie ragioni di opportunità. In primo luogo, si traballat mellus a friscu, si lavora meglio quando fa fresco, prima che il solleone avvampi e fiacchi le membra. In secondo luogo, i culmi del grano, dopo la rugiada della notte, sono meno aridi, più umidi e freschi e si falciano meglio. Durante le ore più calde, is messadoris riposano all’ombra di qualche albero o di improvvisati ripari - spesso all’ombra dei loro ombrelloni verdi, quelli stessi che pastori e contadini usano per ripararsi, d’inverno, dalla pioggia.
Is messadoris, entrando nel campo, per prima cosa si fanno il segno della croce. Quindi, muovono nel loro lavoro dalla parte opposta alla piegatura delle spighe, ciò per evitare che le reste feriscano i loro occhi; agguantano con la sinistra un mannello di grano all’altezza di circa mezzo metro da terra e lo recidono con una taglio rotatorio della falce, ovviamente un po’ più sotto della mano, a circa quaranta centimetri. Ses mannugus faint una maniga, sei mannelli formano un covone. Is manigas, i covoni, vengono deposte con le spighe rivolte al cielo lungo il campo. Più tardi, all’arrivo de is carradoris, dei carrettieri, i covoni di grano vengono caricati sui carri e trasportati in s’argiola, nell’aia, dove verranno trebbiati.
Come detto in altra parte di questo lavoro, is messadoris, i mietitori, sono accuditi da is spigadoras, le spigolatrici, al loro seguito, che raccolgono nel loro grembialone a sacco le spighe non recise o cadute sul terreno. Esse provvedono ad ogni loro bisogno, specie il servir loro da bere, ogni volta che hanno sete. Hanno anche il compito di conservare l’acqua fresca nelle brocche tenute all’ombra di cespugli. Messadoris e spigadoras usano fettine di limone con il sale per combattere la sete.


SA ZARACA E SU MESSADORI
LA DOMESTICA E IL MIETITORE

«Ero domestica in casa del dottore ed ero contenta del mio lavoro; mi ero stancata di andare in campagna, alla giornata, con l’uno o l’altro contadino, e anche se dovevo lavorare pure di notte, perché in casa del dottore non andavano a letto con le galline, mi alzavo presto ugualmente prima degli altri.
Il dottore era anche proprietario terriero e quell’anno il mezzadro gli aveva detto che aveva contrattato con i mietitori che venivano da Morgongiori e non avevano con loro spigolatrici. La padrona si ricordò che io venivo dalla campagna e mi propose di andare a spigolare, anche se non c’era sul contratto. Siccome anche lei doveva sacrificarsi durante la mia assenza, avremmo diviso il grano a metà, come usavano le altre. Cercai di rifiutare, ma non ci riuscii perché anche mia madre, chiamata all’occorrenza, mi disse che non si poteva dire di no ai padroni. E così cercai le gonne e le bluse vecchie e andai con i mietitori e con le altre spigolatrici a su dominariu, alla proprietà.
Il mezzadro mi fece conoscere Antonio, il mietitore che dovevo seguire e... servire.
Aveva una certa età, ma la barba ancora nera, ed era molto gentile: quasi si vergognava di chiedermi le cose, come se io fossi stata la padrona, anche se sapeva che ero la serva di casa.
Mieteva svelto e quando gli sembrava di essere più veloce degli altri, ed io non riuscivo a stargli dietro a raccogliere le spighe, si fermava e mi aiutava a legare su mannugu, il mazzo delle spighe col gambo lungo.
Quando interrompevano per bere gli portavo l’acqua, come facevano le altre, che mi prendevano in giro perché lui, invece di darmi una pacca sul sedere, mi chiamava gomai, comare, e mi diceva grazie.
Quando, finita la mietitura di un podere, passavamo ad un altro, lui mi aiutava a portare le bisacce con le provviste, ed ancora una volta le altre sghignazzavano, ma qualcuno dei mietitori le zittiva, ricordando loro che finita la mietitura io dovevo tornare dalla padrona e il mio grano lo avrebbe fatto trebbiare il mezzadro.
Gli uomini interrompevano di mietere quando il fusto era troppo arido e non si poteva legare, i mannelli si riaprivano; allora andavano a riporli all’ombra e noi continuavamo a raccogliere le spighe.
Noi donne smettevamo per il pasto pomeridiano e riprendevamo il lavoro finché c’era luce, perché c’era fresco.
Alla fine della mietitura anche il padrone e la moglie vennero per il pranzo; i mietitori di Morgongiori se ne andarono, mentre gli altri del posto con le spigolatrici si preparavano a trebbiare.
Antonio mi chiese se sarei andata a spigolare anche l’anno appresso; per me rispose la padrona dicendogli che dipendeva dalla quantità di grano che avevo saputo raccogliere.
Una volta tanto non tornai a casa a piedi ma nella carrozza, quasi fossi una sennorica, una signorina».56


SA SPIGADRIXI
LA SPIGOLATRICE

Nel mese di giugno avevano inizio i lavori di raccolta dei legumi: prima le fave e i piselli, poi le lenticchie e i ceci. Già dalla primavera le spigolatrici si erano accordadas, messe d’accordo, con il mietitore e con il proprietario per avere il permesso di spigolare nei campi di loro pertinenza.
Le spigolatrici avevano cura di scegliere un mietitore esperto e stimato, che avesse contratti per un lungo periodo, o di scegliere un proprietario che avesse molte terre seminate a grano - cosicché la raccolta delle spighe residue fosse più abbondante. Nell’accordo era previsto per la spigolatrice un suo contributo di lavoro, non retribuito, nel raccolto dei legumi; per consuetudine ne riceveva un po’ dal proprietario per cucinarseli. Inoltre, durante la mietitura del grano, la spigolatrice aveva il compito di servire il mietitore, portandogli la fiasca dell’acqua quando egli avesse bisogno di bere, e dando una mano alla padrona, o alla domestica, quando arrivava con il pranzo per rifocillare gli uomini.
Durante la trebbiatura doveva ugualmente collaborare - in cambio le veniva trebbiato il grano che aveva raccolto spigolando. L’ultima incombenza della spigolatrice era quella di aiutare per s’incungiadura, per il trasporto e l’immagazzinaggio del grano.
Una solerte spigolatrice raccoglieva una media di otto o dieci moggi di grano, dai tre ai quattro quintali a stagione.


IS FAINAS DE S’ARGIOLA
LE ATTIVITA’ DELL’AIA

«Il trasporto dei covoni nell’aia viene eseguito col carro a buoi o a dorso di cavallo.
Non vi è povero che non riponga nell’aia dei proprietari il suo piccolo mucchio di covoni.
Tutte le aie, zeppe di biche, dalla caratteristica forma di “tukul”, viste da lontano, assumono l’aspetto di tanti piccoli villaggi africani, in mezzo ai quali svetta, come una reggia, la superba bica padronale.
La trebbiatura viene eseguita in prevalenza col paziente e lento giro dei buoi sui covoni sparsi sull’aia, in forma circolare, o con quello più veloce dei cavalli (Solo recentemente ha fatto il suo timido ingresso nelle aie del paese una trebbiatrice meccanica, di modello antiquato, a dire il vero, a imporre la sua voce metallica al patetico brusio del lavoro tradizionale).
Gli uomini si alternano nella guida dei buoi con turni, “mudas”, che durano un’ora e li seguono con un monotono fischiettio riproducente arie campestri, danze popolari o patetiche nenie, che, mescolandosi e confondendosi tra loro, formano un magico concerto di tante cicale impazzite, mentre altri aizzano i cavalli con grida e strepiti di latte vuote, per renderli più veloci.
Quando tutti i covoni sono ridotti in paglia finissima e le spighe maciullate, il tutto viene raccolto in un unico mucchio di forma prismatica con la base triangolare, ma con una faccia posata sul terreno in senso orizzontale, al quale si sale con una scaletta per dar inizio alla ventilazione.
Questo lavoro viene eseguito ordinariamente di sera, quando il vento di ponente comincia ad acquistar forza.
Le spigolatrici sono le assidue coadiutrici degli uomini in questo lavoro. Man mano che i chicchi scendono dai ventilabri separati dalla paglia, che il vento ha portato lontano, esse hanno il compito di ripulire con apposite scope di asparago i chicchi stessi da qualche eventuale pagliuzza più pesante, che il vento non ha potuto asportare.
Ultimato questo lavoro il grano viene passato in un apposito crivello e raccolto in un unico mucchio di forma conica, sulla superficie del quale il mezzadro traccia con una pala un disegno di tanti archi incrociati, di greche e di arabeschi.
Esso, oltre a rappresentare un ornamento ha anche l’ufficio di premunire il padrone del grano da eventuali manomissioni di “persone estranee”, durante la notte.
Poi, dopo aver fissato sul mucchio due tridenti e due pale in croce e ornato il vertice con un ramoscello d’ulivo, uomini e donne si riuniscono alla fresca brezzolina pomeridiana, in un angolo dell’aia, per consumare una parca merenda a base di pane fresco e di formaggio e a bere un bicchiere di vino alla salute del padrone.
All’indomani, i carri cigolanti e scricchiolanti sotto il peso dei sacchi ricolmi, trasporteranno l’auspicato raccolto dell’annata a riempire il capace solaio del padrone e la festa diventerà pili completa. Perché è consuetudine che gli uomini, per ogni trasporto, dopo aver svuotato i sacchi nel solaio, siedano a mensa per rifocillarsi e brindare ancora alla salute di tutti».57


SU PISTADORI
IL BATTITORE

Su pistadori, il battitore, è colui che pesta con il mangano le spighe del grano o le teghe di una essenza leguminosa al fine di trebbiarle.
Le piccole quantità di grano o di altri cereali, come l’orzo, e di fave, o di altre leguminose, come i ceci, le lenticchie, i piselli, vengono trebbiate con is mallus, i manfani, bastoni con cui si battono spighe o teghe per separarne i semi dalla paglia. Nelle grandi quantità tale compito è riservato agli animali da lavoro, buoi, cavalli, che con il loro continuo trapestio sminuzzano il raccolto, trebbiandolo.
Is pistadoris, gli addetti alla trebbiatura mediante mallus, manfani, sono per lo più fanciulle e ragazzi che hanno spigolato al seguito dei mietitori, e compiono questo lavoro di piccola trebbiatura ai margini delle aie o anche, come ho visto spesso fare in diversi paesi della Marmilla e della Trexenta, nel cortile di casa, dove i semi vengono poi separati dalla paglia sia con il sistema della cernita con setacci e polinas, crivelli di giunco, sia con la ventolazione, lanciando in aria semi e paglia che ricadranno formando due mucchi separati, per via del loro diverso peso specifico.
Non ho mai visto e non ho notizia, in Sardegna, di correggiati, cioè di manfani snodati, costituiti da due bastoni, uno più lungo, che si impugna, e un altro legato alla sua estremità mediante una correggia di pelle o anche con un anello di ferro, che batte sulle spighe.


SU CERRIDORI
L’ADDETTO ALLA CERNITA DEL GRANO

Su cerridori era un esperto nell’uso del crivello per cernere grano o altre sementi, cerealicole o leguminose, specialmente da dedicare alla semina. Ma su cerriri, l’operazione del cernere, era comune in ogni casa contadina e poteva essere compiuto da chiunque, spesso anche da bimbi, quando c’era da preparare il minestrone di orzo, di ceci o di lenticchie - che andavano preventivamente passati al vaglio, con apposito ciuliru, per liberare il grano o il legume dalle impurità, e, successivamente, passato in un altro ciuliru, per lo più di fieno e giunco, per essere liberati da semini o sassolini della stessa grandezza, ossia po essi prugaus.
L’attività de cerriri su trigu era anche legata alla trebbiatura casalinga di piccole quantità di grano raccolto con la spigolatura, compito proprio delle fanciulle e dei ragazzi, al seguito dei mietitori.58


IS FAINAS DE SA TREULA
LE ATTIVITA’ DELLA TREBBIATURA

Sa treula a quaddus, a bois, a eguas / La trebbiatura con i cavalli, con i buoi, con le cavalle.
«Numerosissimi motivi di folklore sardo trexentese, in gran parte ancora sconosciuti, li troviamo nella trebbiatura del grano, come si faceva ancora in un recente passato. Seguiremo a passo a passo quest’importante e caratteristica operazione nella rustica vita dei campi.
La trebbiatura del grano con le cavalle selvatiche «eguas arestis» è ora scomparsa e quasi non se ne serba più neppure il ricordo nelle giovani generazioni.
Vogliamo ricordare qui, questa usanza, per le genti presenti e per quelle generazioni che verranno, e che apparterranno, certamente, al mondo della meccanica.
Spraxi sa maniga / Maniera di collocare le spighe dei covoni nell’aia per la trebbia.
Scelto nell’ala il posto dove si doveva «sterri» spargere le spighe del grano per essere trebbiate, si scopava ben bene quel tratto, «si mundada». Come scopa si prendevano dei gambi di prugno selvatico e pungitopo, «prunighisti» e si legavano assieme, in fascio, con dei giunchi bagnati nell’acqua.
Scopata «mundada» l’aia, «si sterriada sa maniga», si distendevano i covoni slegati, dopo aver tolto ad essi i legacci «is aliongius» dallo spagnolo «liga».
Le spighe si dovevano disporre in ordine ed in circolo con le spighe «sa cabizza» in dentro, in maniera che i chicchi calpestati e rimossi dalla spiga, risultassero dentro la circonferenza, e gli steli, che formavano la paglia, al di fuori. Formato così il mucchio di ciò che si doveva trebbiare a calpestio, mucchio detto «sa zrega», poteva incominciare l’opera o il lavoro del bestiame «treulai a bois o a quaddus».
Se il grano da trebbiare era relativamente poco; vi si faceva trottare sopra qualche cavallo domato, oppure dei buoi aggiogati, che, di solito, trascinavano un pietrone pesantissimo, chiamato «su tragu». Questo «tragu» aiutava molto il lavoro di schiacciatura delle spighe già indurite dal sole, «arridas», Spesso si attaccava al giogo dei buoi anche il carro agricolo sardo, ma vuoto, e lo si faceva girare in tondo entro la circonferenza dell’ala, per affrettare la trebbiatura o «sa treula», il «trillar» degli spagnoli, o «triladura-trillar el trigo» trebbiare il grano: «Treulai su trigu».

Treula a eguas arestis / Trebbiatura con le cavalle selvatiche.
La maniera più caratteristica, nelle zone più granifere della Sardegna, come la granifera Trexenta, era quella della trebbiatura con le cavalle selvatiche.
Questa forma di trebbiatura ricordava usanze cananee, la vita biblica dei Patriarchi, ed era tutta una fioritura di splendido folklore, che solo la Sardegna aveva saputo conservare quasi con gelosa cura.
Le cavalle «arestis» arrivavano ai Campidani, alla Marmilla, alla Trexenta, al Parte Olla, dalle montagne di Sinnai, di Sant’Andrea Frius, da Santu Basil’e Monti, ed anche dalle Giare. Ogni torma di queste cavalline poteva essere di venti, trenta ed anche cinquanta bestie. L’uomo incaricato di questi animali, non contadino, né pastore, si chiamava «su basonì».

Rocu de argiola, postubariu, postabaderi.
Nell’aia da trebbiare si formava una catena costituita da una fune lunga, con «bonezzus» di pelo di cavallo. Le cavalline selvatiche venivano legate l’una all’altra per il collo, ed alla distanza di una settantina di centimetri.
Proprio nel mezzo dell’aia era piantato un grosso palo di legno, con una salda capocchia (o anello) di ferro in testa, che veniva conficcato profondamente nel terreno. Questo palo, secondo i luoghi, veniva chiamato «roccu de argiola» dal latino «broccus», mentre nella Trexenta si chiamava «postubariu» e l’uomo che conosceva ed era conosciuto dalle cavalline, ed assisteva vicino al palo «po su scappamentu de is eguas», per la corsa delle cavalle, si chiamava «postabaderi».

Sa cadena de asgrioba / La catena dell’aia.
Intorno alla testa del palo o «postubariu» si gettava il cappio d’una corda detta «cadena de asgrioba» catena dell’ala, mentre un altro cappio finiva in un piuolo di legno detto «capia», legato con la catena.
Il cappio del palo dicesi «inghizzu» e lo sciogliere questo cappio voleva dire ultimare il lavoro o terminare la giornata della trebbiatura.

C’erano tre mute di cavalle «tres mudas» ed in ogni muta erano tre toccatori «tres toccaderis» o conduttori delle cavalline. La muta «sa muda» era di sei turni di cavalle «sesi scappadas di eguas» e «sa scappada de is eguas» comprendeva tre giri completi dell’aia. La muta era di sei riposi o soste per le cavalle, insomma di sei turni, ed il riposo avveniva ogni tre tiri dell’aia. Poi c’era la muta completa ogni «dexiottu girus», diciotto giri dell’aia.

Is eguas no lesteras a is alas / Le cavalle meno leste alle ali.
Le cavalline più deboli, delicate e meno leste nella corsa o nel galoppo, ma meglio addestrate in questo faticosissimo lavoro della trebbiatura «si mettevano alle ali della lunga catena per non imbrogliarla, e si chiamavano «is eguas de is alas» le cavalle delle ali. La cavalla dell’interno della catena si chiamava «s’egua de intru» e quella di fuori «s’egua de foras» o «de aforas».59


SU TREULADORI
IL TREBBIATORE

Su treuladori, il trebbiatore, è colui che procede alla battitura del raccolto, sia esso di leguminose o di cereali, per separare i semi dall’involucro fibroso, dalla paglia.
Nelle zone in cui la produzione agricola è poca o chi produce, a livello di orto, legumi per il fabbisogno familiare, procede nel lavoro della battitura in un breve spiazzo di terra battuta pianeggiante, mediante l’uso di attrezzi quali is mallus e is fustis, i manfani e le pertiche, con cui rompono l’involucro del seme liberandolo.
Nelle zone dove invece le colture sono estese e la produzione è notevole, prima dell’arrivo delle trebbiatrici meccaniche, il lavoro de su treuladori consisteva nel guidare gli animali, buoi o cavalli, in sa treula, cioè nello spiazzo dell’aia dove viene ammucchiato e poi sparso, a forma di ciambella, il cereale o il legume da pestare e trebbiare.
Su treuladori può trebbiare sia con i cavalli che con i buoi. Il lavoro di far camminare in tondo gli animali è assai pesante e difficilmente si può reggere per più di due ore. Per cui, entro quei limiti di tempo, egli viene sostituito con un altro treuladori riposato.
Su treuladori che trebbia con i buoi è detto anche toccadori; mentre colui che trebbia con i cavalli è anche detto trubadori, che definisce, in particolare, l’uomo che accompagna e sorveglia gli animali, specie cavalli, da una località a un’altra.


SU BENTULADORI
IL VENTOLATORE

Su bentulai era un lavoro che si svolgeva nell’aia; era un momento della trebbiatura, quando i semi venivano ulteriormente liberati dal loro guscio e dalla paglia sbriciolata con il trapestio degli animali.
Su bentuladori era colui che, alle prime brezze, imbracciata sa paja, la pala di legno, lanciava in aria, al venticello, semi e paglia insieme, onde separare quelli da questa. I semi, più pesanti, ricadevano vicini a su bentuladori, mentre la paglia, più leggera, volava e si ammucchiava più lontano.


S’INCUNGIADORI
L’ADDETTO ALL’IMMAGAZZINAGGIO DEL RACCOLTO

Di solito era un uomo di fiducia, unu bastanti, che, in mancanza del proprietario, sorvegliava i lavori della conservazione del raccolto. Genericamente, era detto incungiadori qualunque contadino, nel periodo del raccolto, che svolgesse il lavoro di incungiai, di raccogliere per conservare negli appositi magazzini o nei solai di casa.

S’incungia de su trigu / La raccolta del grano

I sacchi di grano riempiti nell’aia si caricavano sui carri a buoi per essere trasportati nelle case dei proprietari.
Al seguito dei carri, festanti, procedenti quasi a passo di danza, suonando e cantando, andavano tutti coloro che avevano sudato per produrre quel grano, prestando amorevolmente la loro opera: braccianti e servi, mietitori e spigolatrici. E anche i pacifici buoi veniva ornati con qualche fiocco appeso al giogo ed alle corna, per dare un senso ancor più gioioso al trasporto.
Che il raccolto fosse molto o poco certo aveva la sua importanza, perché ad esso, per un verso o per l’altro, tutta la comunità attingeva, come alla fonte stessa della vita. Ma poco o molto avesse dato l’annata, tutti ringraziavano la Grande Madre Terra, Colei che vede e provvede, Colei che non lascia morire di fame i propri figli, per ciò che aveva voluto dare anche quell’anno. Gli uomini, i figli, devono chinare la fronte davanti alla volontà della Grande Madre.
Nelle case spaziose de is meris, dei proprietari terrieri, e nelle più modeste de is messajus, dei contadini, nella ricorrenza de sa incungia, del raccolto, si facevano grandi feste. Sa meri manna, la padrona di casa, la massaia, con l’aiuto de sa bastanti, della collaboratrice domestica, delle donne del vicinato e delle stesse fanciulle di casa, prepara una abbondante cena, che ha come piatto forte is maccarronis, i maccheroni, conditi con salsa di pomodoro insaporita con salsiccia. E, immancabilmente, sono serviti arrosti di pecora e di agnello, ancora infilzati allo spiedo, che gli anziani della comitiva, usando abilmente i loro affilati coltelli a serramanico, sfileranno e taglieranno in abbondanti porzioni - ai vecchi, alle fanciulle e ai bimbi le parti più tenere: ai primi per rispetto, alle seconde per galanteria, agli ultimi per amore.
Tutti, padroni e servi, dal più ricco al più povero, siedono ai lunghi tavoli approntati per la ricorrenza. Si conversa animatamente… del più e del meno, e naturalmente del raccolto, augurando al padrone e a se stessi “Aterus annus mellus cun saludi”, che il prossimo raccolto sia ancora più cospicuo, e che ci sia la salute… Si conversa e si mangia. In questa occasione, nel momento magico del raccolto, si gusta il cibo come non mai così saporito - saporito come lo è soltanto dopo che lo si è lavorato e sudato per un anno intero.
Una parte della festa, e dei complimenti, la si dedica a su meri, al padrone, che per tradizione siede a capotavola e viene servito e coccolato dalla moglie e dalle domestiche.
Si mangia, si beve e a tratti si canta - quando il vino comincia a riscaldare gli animi. E’ festa: la festa più bella dell’anno: s’incungia., si dà la stura ai ricordi… Si è cominciato quasi un anno fa; con trepidazione si sono attese le prime piogge per arare la terra e, finalmente, al sole d’autunno, nei solchi aperti nella terra scura, le mani amorevoli hanno lanciato a spaglio la semente, che l’aratro ha prontamente ricoperto; con animosità, allo spuntare del tenero delicato verde, si è auspicato e pregato perché venisse la giusta alternanza di sole e di pioggia, affinché il verde rado diventasse grano, steli robusti e forti, spighe pesanti e bionde, con reste dure e nere. Fino all’ultimo giorno, si è trepidato e pregato: per la mietitura e per la trebbiatura - tutti ricordano (e come possono dimenticarlo?) quell’anno che i mucchi grandi del grano già trebbiato nell’aia attendevano i carri per essere trasportati in paese, quand’ecco, d’improvviso dal cielo cupo cattivo, senza un cenno di avvertimento, cadere una valanga d’acqua, che nel giro di pochi minuti si era portato via a torrenti tutto il raccolto. Bisogna avere pazienza - ammoniscono i vecchi ai giovani, i quali credono d’essere coraggiosi lanciando invettive blasfeme - Deus donat e Deus liat: sa voluntadi sua siat facta., Dio dà e Dio toglie: sia fatta la sua volontà.
Niente tristezze, oggi. Si mangia, si beve e si canta. Si finisce con is muttettus improvvisati, che i giovani rivolgono alle fanciulle, le quali se ne compiacciono: sono vere e proprie dichiarazioni e profferte d’amore.

S’incungia de sa palla / La raccolta della paglia

Ultimati i lavori de sa treuladura, della trebbiatura, e de s’incungia de su lori, e del raccolto del grano, nelle aie restano i mucchi di paglia dorata del grano. Costituirà, durante l’inverno, insieme alle fave macinate e ad altre leguminose, l’alimento base per gli animali da allevamento, da ingrasso e specie da lavoro, buoi, cavalli, asini.
Nell’aia si sono ormai spente le febbrili attività della trebbiatura e restano qua e là grandi mucchi di paglia. Arrivano is carrus e is carrettas, carri e carrette, i primi trainati dai buoi aggiogati e gli altri dai cavalli, tutti provvisti di cerdas de palla, apposite vegge per il trasporto della paglia, alte fino a due metri, una sorta di stuoie di un intreccio ottenuto con listelli di canna e bacchette di cadumbulu, una comune pianta cespugliosa dai fiori gialli.
Questi carri appositamente attrezzati contengono una enorme quantità di leggerissima ma voluminosa paglia, che viene trasportata in paese, dove viene stivata in apposite stanze all’uopo riservate, o anche in vecchie abitazioni disabitate, adibite a “domus de palla”, case per la paglia, ovvero pagliai.
Già l’estate sta per finire e si approssima l’autunno, ed è questo il periodo de s’incungia de sa palla, della raccolta e conservazione della paglia, l’ultimo atto, quasi malinconico, che si compie in sordina, de sa laurera, dell’anno agrario.
In quei giorni c’è in paese un via vai incessante di carri dalle vegge stracolme di paglia, che il traballare dei carri e il più lieve alito di vento sommuovono, facendone volare scintille dorate che cospargono e pavimentano le strade acciottolate, indorandole.
E i ragazzini, a stuolo, prima nell’aia e poi all’arrivo dei carri, in is domus de palla, nei pagliai di casa, si gettano a capofitto sui morbidi mucchi di paglia, giocando a far giravolte.


S’APPREZZIADORI
L’ESPERTO CHE VALUTA I DANNI NELLE CAMPAGNE

S’apprezziadori est su chi apprezziat su dannu, cioè colui che valuta il danno causato alle colture da persone o animali. Più che un mestiere vero e proprio è un incarico che viene affidato dal Comune, su segnalazione della compagnia barracellare, a persona capace, responsabile e di lunga e vasta esperienza del lavoro in campagna, dell’agricoltura. La persona prescelta riceve dalla amministrazione la nomina di apprezziadori comunali, con uno stipendio, anche se poco, (ma non so dire se viene pagato dalla Compagnia barracellare o dal Comune). L’incarico dura normalmente un anno, rinnovato se lo stesso apprezziadori è disponibile e se la gente del paese è rimasta soddisfatta della sua opera.
Il proprietario che subisce un danno nella propria terra, a una coltura o ad altro, si rivolge a s’apprezziadori e lo invita sul posto per valutare l’entità del danno che ha subito da parte di persone note o ignote - il compito di individuare il colpevole spetta alla compagnia barracellare, così pure il risarcimento del danno; a su apprezziadori spetta semplicemente valutare il danno in lire.
S’apprezziadori, dunque, pervenutagli la segnalazione, ha l’obbligo di recarsi a fare il sopralluogo, purché naturalmente la località rientri nell’ambito territoriale del Comune. Si reca sul posto con il proprietario danneggiato, o anche da solo, e visti i danni li valuta; quindi riferisce al proprietario e alla Compagnia barracellare.
Per il sopralluogo s’apprezziadori riceve dal proprietario danneggiato un compenso a tariffa fissa, sempre uguale indipendentemente dall’entità del danno, dalla distanza del terreno e dalla situazione economica dello stesso danneggiato. Tale tariffa varia da paese a paese, e va dalle 5.000 alle 12.000 lire.
Se il danno subito a una coltura avrà ripercussione nel tempo, su apprezzadori apprezza il danno “con riserva”, e a distanza di tempo torna in loco per fare la valutazione definitiva. Abbiamo quindi un primo risarcimento e un altro successivo, a conclusione, nell’ipotesi di danno ulteriore.
Se il proprietario danneggiato non è soddisfatto della valutazione di s’apprezziadori, si rivolge in seconda istanza a un perito agrario, considerato evidentemente una autorità superiore. Anche se in pratica non ci si rivolge quasi mai al perito agrario, in quanto ha tariffe molto alte e in definitiva non conviene - a parte il fatto che delle campagne non se ne intende abbastanza. Dice la gente: “Hat a essiri puru istudiau ma de su sartu no s’in di sapit”, avrà pure i suoi studi ma di campagna non ne capisce.60


SU CONCILIADORI
IL CONCIALIATORE O GIUDICE DI PACE

Un tempo era presente in tutti i comuni e si occupava di dirimere le controversie per ragioni d’interesse, per lo più di carattere economico, tra i membri della comunità. Nello stabile del Municipio era previsto un ufficio o comunque uno spazio a lui riservato. Inoltre aveva a sua disposizione un segretario - il quale fungeva da scrivonellu, scrivano, per poter mettere nero su bianco le sentenze de su conciliadori, il quale se doveva essere un uomo saggio ed equo non necessariamente doveva essere un “letterato”.
Da notare che nelle controversie relative alle questioni dell’agricoltura, su conciliadori era una autorità superiore a su apprezziadori, tuttavia quest’ultimo era tenuto in considerazione tale da non essere quasi mai contraddetto.


S’INFERTADORI O NESTADORI
L’INNESTATORE

Spesso più che di un mestiere si tratta di un’attività propria di quel momento e di quella coltura. Vorrei dire meglio che un contadino, ossia chi lavora la terra e cioè fa l’agricoltore, alla bisogna impara a fare tutti i lavori necessari, dall’aratura alla semina, dalla sarchiatura alla potatura, dalla raccolta alla conservazione dei frutti.
Capita però che alcuni lavori, o per maggiore attitudine o per maggiore esperienza, si riesce a farli meglio e si finisce per essere più bravi degli altri, tanto da essere “nominaus”, famosi, in tutti il paese e talvolta anche nel circondario, ed essere pertanto chiamati a fare quello specifico lavoro per conto terzi. Oppure, quando si è veramente bravi, si viene chiamati per svolgere un compito particolarmente delicato, quale l’innesto di una piantina pregiata o il rifacimento del manico in corno di una vecchia preziosa lama di un coltello appartenuto al nonno.
Su infertadori svolge una di queste specialistiche attività. Innestare è un lavoro delicato, bisogna essere esperti, conoscere le piante, quella pianta, la zona, il tempo in generale. In particolare, studiare il soggetto, ovvero la pianta portainnesto, e scegliere la varietà più adatta da innestare, conoscere la pianta da cui si ricava l’innesto stesso, scegliere la marza più sana e vitale, ossia la pertica o la gemma da innestare. Il suo è come il lavoro del chirurgo: se sbaglia il taglio o gli trema la mano o ricuce troppo in fretta, la riuscita della operazione non è garantita.
Solitamente chi sa innestare a gemma sa anche innestare a legno, a corona, a zufolo, a spacco, eccetera.
Is nestadoris narant chi, gli innestatori dicono, che l’arancio e il melograno sono le piante che presentano maggiori difficoltà per l’innesto. Infatti, si dice che un infertadori che sa fare gli innesti al melograno e all’arancio ha raggiunto il massimo livello di specializzazione, è assai bravo.
La retribuzione all’innestatore è a giornata, che attualmente61 va dalle 70 alle 80 mila lire. Nell’innestare la vite, se viene pagato a giornata, deve fare almeno 250 innesti, deve cioè sistemare almeno 250 gemme. Ci sono infertadoris molto bravi che arrivano a farne anche 400 in un solo giorno. E in questo caso, si fanno pagare a numero di innesti, e possono guadagnare fino a 120-130 mila lire. Considerando che normalmente ogni innesto a gemma costa sulle 300 lire, che si ricavano dividendo 75 mila lire per 250, cioè il numero minimo di innesti da farsi in un giorno.
Per l’innesto delle piante la retribuzione è soltanto a giornata. Viene pagato naturalmente prima ancora di sapere quale sarà la riuscita della operazione - ma questo vale anche per i chirurghi che operano i pazienti: se il paziente muore non è colpa loro. Così pure se l’innesto abortisce.
Quella de s’infertadori, dell’innestatore, è una attività che va scomparendo. Ormai le piante si comprano già innestate. Qualche bello spirito di contadino sostiene che quelli di fuori gli innesti ormai li fanno “a macchina”.
Non teniamo conto che gli innesti ci consentono di salvare alcune varietà proprie della nostra terra - vedi certe susine (pruna de coru, pruna de mebi, pruna de Sant’ ‘Uanni) e certe mele (meba ‘era, meba de appiu, meba de ollu). A Guspini (e speriamo anche altrove) c’è un cultore di tali varietà di frutti nostrani, dei quali - egli dice - si è perso perfino la memoria, non solo il sapore.
Gli innesti sui soggetti selvatici locali sono più forti, più resistenti alle malattie, alle intemperie. Si pensi che vi sono varietà di alberi da frutto nostrani, quali ciliegi, susini e meli, che non hanno bisogno di medicamenti e trattamenti antiparassitari - senza i quali ormai quasi tutte le essenze fruttifere non danno più frutto: perfino alcune varietà di fico, quale sa figu perdingiana, che anticamente vegetavano allo stato selvatico.
D’accordo, la frutta forestiera, d’importazione, che vediamo bene incassettata e perfino cellofanata nei moderni supermercati, è così bella e così grande da riempire l’occhio prima ancora dello stomaco, seppure messa in bocca non ha un gran bel sapore… Ma perché - dice la gente - non lasciare spazio anche alla nostra frutta, e non permettere che venga sostituita del tutto? Forse gli ecologisti non hanno capito che per salvare la natura bisogna salvare l’uomo con la sua cultura, le sue tradizioni, i suoi gusti, e… la sua frutta?
Mi piace qui ricordare il vecchio ziu Camboni, di Settimo San Pietro, che ho conosciuto negli Anni 80. Avevo acquistato un pezzetto di terra, a Terra Bianca, il costone di un colle prospicente alla pineta di Sinnai, che cominciai ad alberare, mettendoci di tutto un po’: acacie per fare ombra, cipressi per frangere il vento, fichi e altre piante da frutto rustiche, quali il cotogno. Proprio nella parte più alta del terreno c’erano due peri, uno dei quali, il più vecchio, abbastanza malandato. Da sempre desideravo avere un’arburi de piringinu, un albero di peruzzo, una speciale varietà di “Pirus Piraster”… e ora mi si presentava l’occasione, rinnovando così il vecchio soggetto. Era però necessario trovare una o più marze de piringinu, di peruzzo, e per questo mi rivolsi al sig. Ariardo Serpi, “cultore di piante antiche” di Guspini, e inoltre bisognava trovare un bravo nestadori che non sprecasse la preziosa marza. Mi mandarono da ziu Camboni, di Settimo, che volentieri accettò di svolgere il compito. Come compenso chiese una delle tre marze di piringinu che mi erano state fornite a Guspini, dal sig. Erardo. Due le innestò nella corona di un ramo ancora vegeto del vecchio soggetto. L’operazione riuscì in pieno - purtroppo non possiedo più quel terreno e il nuovo proprietario, che ha una rivendita di verdura al mercato, lo ha comprato per farne un orto, e per fare posto a lattughe, sedani e ravanelli ha distrutto tutti gli alberi. Mi auguro che sia cresciuto e sia bello grande almeno su piringinu, il peruzzo, della marza-compenso di ziu Camboni.


SU PUDADORI
IL POTATORE

Pudadori è colui che pota, e ogni contadino ha elementari conoscenze di potatura, in relazione alla vigna e agli alberi da frutto o a qualche raro albero ornamentale, piantato nel cortile davanti alla casa. E’ da notare che, nella organizzazione della vita del contadino, la funzionalità e l’utilità prevalgono sull’estetica; e pertanto nel poco spazio del cortile di casa si pianta un fico, che ombreggia e dà frutto, e non invece una robinia che ombreggia si, e più del fico, ma frutti non ne dà.
Vi sono, comunque, in ogni paese, pudadoris de arti, potatori di professione, che lavorano negli orti curandone le essenze fruttifere, e specialmente nelle vigne, dove una buona potatura è essenziale per avere una fruttificazione costante e regolare.
Un principio assai comune nell’arte della potatura est de fai sa matta beni arrodiada, di arrotondare la pianta di modo che sul tronco pulito, alla impalcatura voluta (di solito sui due metri), la chioma si allarghi rotonda per far si che prenda aria e luce dappertutto.
Po su traballu suu, su pudadori usat is ferrus de pudai, per il suo lavoro, il potatore usa le forbici da potare, di tipo e dimensioni diverse a seconda dello spessore dei rami da tagliare; usa inoltre su serraccu e is arresoias de pudai, il segaccio e i coltelli da potatura
Devo a un umile pudadori di un villaggio di contadini il concetto libertario di autorità.
Quand’ero ai primi anni della mia esperienza di maestro, la sera mi piaceva uscire con i braccianti, che erano spesso i genitori dei miei scolari, mi piaceva stare ad ascoltarli, parlare e bere qualche bicchiere di vino con loro. Una di queste sere, sul tardi, quasi sulla via del ritorno, uno di loro mi guarda con una espressione di paterna ironia e mi dice: «Ma cumenti mai, fusteti, su maistu, un homini studiau, si ponit cun nosus, genti ignoranti che brebeis?». (Ma come mai, lei, il maestro, se ne sta con noi, gente ignorante come pecore?). E io, dopo un attimo di titubanza, lasciandomi portare dall’estro: «Deu nau chi totus teneus calincuna cosa de imparai de is aterus... Nerimì, fusteti, ita fait in sa vida, fusteti?» (Io dico che tutti abbiamo qualcosa da imparare dagli altri… Mi dica, lei, che lavoro fa, lei?). Ed egli, senza capire ancora dove sarebbe andato a parare il colpo, risponde: «Deu seu pudadori…» (Io sono potatore…). E io di rimando: «E a mei, fusteti, m’hiat a imparai a pudai?» (E a me, lei potrebbe insegnarmi a potare?). Al che lui, ergendosi, petto in fuori e occhietti vispi, esclama: «E cumenti no!? Castit, su maistu, deu po pudai seu professori!» (E come no!? Vede, maestro, io per potare sono professore!).
Ecco, quel semplice bracciante agricolo, analfabeta, che si definiva “ignorante come una pecora”, mi aveva insegnato un principio di grande valore: che all’interno di una comunità, piccola o grande che sia, ciascuno di noi, piccolo o grande che sia, in un dato momento e per un dato problema, è una autorità, perché meglio di qualunque altro sa fare un lavoro, sa risolvere meglio un problema - senza alcuna sacra unzione, senza patenti o qualifiche abilitanti, senza marche e senza timbri.


SU BINGIATERI
IL VIGNAIOLO

Comunemente, anche il più modesto contadino ha un pezzetto di terra coltivata a vigna. Avrà così la possibilità di fare la provvista del vino per riempire tutti i giorni sa croccoriga, la zucca, da portare in campagna, la sapa per fare i dolci della festa e un paio di grappoli d’uva per allietare la mensa. E così, il contadino dedicherà alla vigna tutte quelle giornate in cui è libero dagli altri lavori agricoli - compresa qualche domenica mattina rubata al Signore, di nascosto dal parroco.
Ma ci sono anche contadini che dedicano la maggior parte della loro attività di coltivatori alle vigne, poiché possiedono terreni adatti più a questa coltura che a quella dei cereali e delle leguminose o di altre.
Le tecniche di impianto e di lavorazione della vigna variano da zona a zona. Va premesso che fino a venti, trent’anni fa, quasi tutte le vigne venivano coltivate a sa sarda, senza spalliera. A parte su barrali, il pergolato, che si faceva nel cortile di casa, insieme al fico, per ombreggiare.
Questo qualche esempio di sistema di impianto.
Nella zona di Dolianova, sa bingia parada a pitroxa, cioè a ogni ceppo veniva affiancato un paletto piantato in profondità, robusto abbastanza da sostenere il peso dei tralci e dei frutti.
Nella zona di Cabras, Riola, Solarussa, nell’Alto Oristanese, a ogni ceppo si accompagnano tre canne robuste, infilate nel terreno a treppiede, con le punte convergenti legate tra loro, che costituiscono il sostegno dei tralci e dei frutti.
Nella zona del Terralbese i ceppi non vengono affiancati da alcun tutore, e i tralci crescono liberi e spesso ricadono posandosi sul terreno insieme ai grappoli, senza che vengano danneggiati; poiché in questa zona i terreni sono sabbiosi e non mantengono l’umidità in superficie.
Attualmente, un po’ dappertutto, nella coltura della vite, si è diffuso l’impianto a spalliera. Che può essere:
Parada a unu filu de ferru - spalliera con un solo fil di ferro teso da un palo all’altro.
Parada a dus o tres filus de ferru - spalliera a palmeto, con due o tre fili di ferro tesi da un palo all’altro.
In sa bingia a sa sarda, nella vigna tradizionale sarda, nello stesso filare, la distanza tra un ceppo e l’altro era di un metro. La distanza tra un filare e l’altro era invece di un metro e mezzo, un metro e settanta. Allora, l’aratura veniva fatta con il cavallo, in certe zone, e altrove, soprattutto nelle zone collinose, con i buoi.
Attualmente, la distanza tra un ceppo e l’altro è aumentata a un metro e quindici, un metro e venti; così pure la distanza tra un filare e l’altro, che è passata a due metri. Ciò per consentire l’aratura della vigna con i trattori.
Purtroppo, con l’attuale sistema di coltivazione, le vigne hanno perso le siepi del ficodindia che le recingevano, con tutto ciò che di negativo comporta per l’economia del contadino e della comunità.

Lavorazione della vigna.

«La lavorazione della vigna inizia a novembre con la prima aratura detta a scostai, cioè togliere la terra dai ceppi. Questa aratura viene detta anche arai a sruccai, ararare a solchi, lavoro consistente nel tracciare sei solchi, quattru sruccus de arai ferru e dus de arai a stallai.
Di questa prima fase di lavorazione fa parte anche il lavoro de scrazzai, cioè finire di togliere la terra dal piede dei ceppi con sa marra, la zappa. Un lavoro ancora più perfetto di sistemazione del terreno intorno ai ceppi si ha con su scrazzai cun arregata dognia tres fundus, cioè si fa un cordone di terra ogni tre ceppi, in modo che l’acqua piovana con vada via ma sia trattenuta e penetri in profondità. Inoltre, questo accorgimento evita che la pioggia si disperda in rigagnoli, slavando il terreno. E’ chiaro che questi accorgimenti sono particolarmente utili nei terreni collinosi o scoscesi, dove trattenere l’acqua significa costringerla a penetrare in profondità.
Nel mese di gennaio inizia su pudai, la potatura, che deve terminare al massimo il diciannove marzo, San Giuseppe. Qualcuno inizia anche dal mese di novembre, ma sempre dopo l’aratura. Anche se il periodo ideale è gennaio o febbraio. Nella potatura, per prima cosa si tolgono i rami che hanno dato frutto, is carriadroxas, e i sarmenti tolti si ammucchiano un filare si e uno no. Questi sarmenti verranno poi raccolti, legati a fascine e portati in paese con i carri per essere usati come combustibile nei caminetti, sia per avviare il fuoco o per arrostire pesci (le carni abbisognano di legna più consistente). Dopo di che, si procede alla potatura vera e propria, lasciando is pudoni a linna e is pudoni a fruttu, cioè i rami con le gemme a legna e i rami con le gemme a frutto. Questi ultimi, daranno is carriadroxas, i tralci con i grappoli.
Secondo la varietà dell’uva, varia la potatura. Sa monica si pota a grillitonis, cioè si lasciano da due a quattro rametti con due gemme tutti e quattro a frutto. Sarà la pianta a scegliere quelle destinate a legno. Su nuragus, invece si pota lasciando dus pudonis, due rametti a legno e uno a frutto.
La potatura varia anche secondo la quantità di uva che si vuole ottenere dal ceppo. Mediante la potatura si può ottenere uno sfruttamento intensivo della vigna, che però la invecchia precocemente,
Dopo la potatura si lega sa carriadroxa, il ramo con le gemme a frutto - a sa pittroxa, al tutore.
A questo punto si può concimare la vigna. Dopo di che si procede alla seconda aratura, detta arai a setti surcus, per ricoprire di terra i ceppi che sono stati precedentemente scalzati. Questa operazione è detta a torrai terra.
A fine aprile si smamat, cioè si tolgono i succhioni, i tralci inutili, in sovrappiù. Quasi subito o anche un po’ più avanti, si spizzat sa carriadroxa, si spuntano i tralci a frutto, onde riservare le sostanze nutritive esclusivamente al frutto.
Poi si torrat a scostai, cioè si procede a una terza aratura per togliere la terra dai ceppi e la si zappa per smuovere maggiormente il terreno, rendendolo permeabile all’aria e all’acqua.
A fine maggio, circa quindici venti giorni dopo la terza aratura, quella po scostai, si procede a farne una quarta po torrai terra, per ricoprire ancora una volta i ceppi.
Quindi si legano i sarmenti, ceppo per ceppo, con la rafia, al fil di ferro teso tra i pali, lungo i filari. Oppure legati a sa pittroxa, al paletto, se i tralci sino sorretti da tutori. Questa operazione si può fare prima o dopo la quarta aratura, quella po torrai terra.
A fine agosto si pranat, si spiana, cioè si livella il terreno sotto i ceppi e tra un filare e l’altro, per facilitare il passaggio dei vendemmiatori a suo tempo.
Nel mese di giugno si donat su zurfuru cioè si cura la vigna contro la peronospora e la butrite, mediante lo zolfo in polvere.
Nello stesso mese si donat su liquidu cioè si cura la vigna sempre contro la peronospora e la butrite, con la poltiglia bordolese, a base di solfato di rame e zolfo, cioè polvere cafaro o aspor diluiti nell’acqua.
Da una quindicina di anni è comparsa un’altra malattia, la tignoletta, e tra luglio e agosto bisogna dare anche contro questo male l’apposita medicina diluita nell’acqua».62


SU LIAI IMBIDI
IL LAVORO DI LEGARE I TRALCI DELLA VITE

Su liai imbidi è un lavoro di ordinaria manutenzione delle vigne coltivate secondo tecniche antiquate, ancora in uso in alcune parti dell’Isola, come già detto, in specie nell’Oristanese e nell’Iglesiente. Dove appunto si piantano nel terreno intorno al ceppo tre canne robuste che sostengono i tralci pesanti del loro frutto.
Precede il lavoro de su liai imbidi, della legatura dei tralci, su limpiai canna, la pulitura delle canne. Tagliate alla base quando hanno raggiunto il loro completo sviluppo, la completa lignificazione, le canne vengono conservate e stagionate in cataste poste in posizione verticale, fino al momento del loro uso. Su limpiai canna è un lavoro che viene svolto di solito dagli anziani o dai ragazzi: consiste nel defoliare sfregando rapidamente la lama di un apposito coltello sui nodi della canna, partendo dalla cima giù verso il piede.
Il lavoro de liai imbidi, di legare i tralci della vite, è affidato per lo più alle donne e ai bambini, seguiti da un adulto, uomo di fiducia del padrone, spesso unu bingiateri, un vignaiolo. Questo, dotato di maggior forza, conficca nel terreno le canne debitamente appuntite prima del nodo; mentre quelli legano con la rafia i pampini alle canne.


SU BINNENNADORI
IL VENDEMMIATORE

Nei centri del Terralbese, dove i vigneti si estendono per ettari, nel periodo della vendemmia, quando i mezzi meccanici di lavorazione dell’uva non erano ancora diffusi, molti giovani venivano assunti come binnennadoris e caccigadoris dai proprietari di vigne sia po binnenai chi po caccigai, per vendemmiare che per pigiare l’uva.
Essi venivano trattati come is giorronnaderis, i braccianti giornalieri, e come questi pagati a giornata con denaro.
Il reclutamento di squadre di binnennadoris è di uso comune tra i proprietari di vigne - nell’Hinterland cagliaritano, nel Parteolla e nel Selargino in specie. Tali squadre sono costituite prevalentemente da studenti e giovani disoccupati, maschi e femmine, che lavorano con una paga a giornata per tutto il periodo della vendemmia, una decina di giorni in tutto. Un lavoro faticoso - dicono i giovani che l’hanno fatto. E qualcuno rinuncia dopo il primo o il secondo giorno.
C’è da rilevare che, in passato, questi lavori, e anche altre attività della campagna, erano lavori di gruppo. Cioè si passava voce, ci si metteva d’accordo, e si andàt totus a una cambarada, mannus e piticus, si andava tutti insieme, grandi e piccoli. Oggi a vendemmiare la mia vigna e domani la tua. Oggi a pigiare la mia uva e domani la tua. A turno, fino a vendemmiare tutte le vigne della comunità, fino a pigiare l’uva di tutta al comunità, fino a sistemare su binu e is carradas in su magasinu in dognia domu, il vino e le botti nella cantina, in ogni casa.
Attualmente, dove più dove meno, ognuno fa per sé, convinto dal proverbio forestiero che “chi fa da sé fa per tre” e che il progresso tecnologico, sbandierato con lo slogan che “ti fa risparmiare tempo”, aiuti veramente l’uomo a faticare meno e a stare meglio. A dir la verità, molti giovani d’oggi, il vino vanno a prenderlo nelle enoteche e non sanno nemmeno come si produce e come si ottiene.
Al contrario, il mestiere di binnennadori è rimasto, anzi si è diffuso, non essendoci mezzi meccanici per la raccolta dell’uva,- se non in fase sperimentale per certe vigne coltivate a tendone, una sorta di pergolato.
Infatti, ancora oggi, nell’hinterland cagliaritano, i grossi vignaioli assumono stuoli di giovani studenti a un tanto al giorno come binnennadoris, vendemmiatori, per far fronte all’emergenza vendemmia, ogni anno, all’inizio dell’autunno.


SU CACCIGADORI DE AXINA
IL PIGIATORE D’UVA

L’attività de su caccigadori, del pigiatore d’uva, (un tempo strettamente legato a quello de su binnennadori, del vendemmiatore) è ormai quasi del tutto scomparsa. Perché quasi tutti i produttori attuali conferiscono le loro uve alle cantine sociali, e di quel poco d’uva che trattengono per sé, per uso familiare, si occupano loro stessi, con i propri mezzi, del processo di vinificazione. In questo modo i vignaioli risparmiano fatica anche nella commercializzazione del prodotto. Cioè in pratica essi si impegnano soltanto nella produzione dell’uva, curando la vigna. Vendono il prodotto alle cantine sociali o ai grossi produttori di vino. In definitiva, fanno is bingiateris e basta.
Inoltre, il lavoro de su caccigadori è stato sostituito dalle macine. Perfino le famiglie, anche quelle che hanno una vigna piccola, e perciò una quantità modesta di uva, usa la macina, magari in prestito da un parente o da un vicino di casa.
C’è da rilevare - testimonia un contadino di Sardara - che anni addietro la macina c’era già certamente in commercio, forse nel mio paese non erano ancora arrivate in grande quantità o forse costavano ancora molto o forse non c’era interesse a farle arrivare, e quindi la maggior parte delle famiglie non l’avevano. A differenza di oggi che si trova nei cortili delle case di tutti is bingiateris.


S’ORTULANU
L’ORTOLANO

«Ziu Rafieli aveva un pezzetto di terra coltivata a orto, appena fuori del paese. Quando era giovane non aveva tempo da dedicare a quella sua terra, impegnato come era in campagna a coltivare grano e fave. E la dava in affitto a un lavoratore che aveva più tempo di lui.
Ma ziu Rafieli non era contento di come il suo affittuario lavorava l’orto; gli pareva che non ci mettesse il cuore, che facesse il lavoro tanto per farlo. E questo lo faceva soffrire.
Con il passare degli anni, la famiglia crebbe, i figli gli davano un valido aiuto e lui poté finalmente dedicarsi al suo orticello. Dapprima gli dedicava qualche ora al giorno, e poi finì per essere lì a tempo pieno.
Cominciò con il dividere il terreno a settori, a seminare e piantare di tutto. Non grosse quantità perché si accontentava di poco, ma voleva che nel suo orto ci fosse ogni varietà di frutta e di verdura. Tutto era bene ordinato e curato, dalla lattuga al prezzemolo, dai pomodori ai peperoni, e a ogni altro genere di ortaggio. Per non parlare degli alberi da frutto, che sotto le sue cure ringiovanirono, ridivennero rigogliosi e si caricarono di tanti frutti splendidi e profumati. E l’orto divenne un giardino.
Persino la siepe di ficodindia, che recingeva tutto l’orto, era diventata famosa in tutto il paese per la bontà dei suoi frutti zuccherini, grandi e con pochi semi, totu birdigroga.
Ogni giorno all’alba, messi nella bisaccia il pane, il companatico e la zucca del vino, inforcava su quaddu de ferru, la bicicletta, e scendeva all’orto.
Quando spuntava il sole, l’acqua della sorgente che attraversava il terreno nella sua lunghezza era già stata dirottata e incanalata per irrigare le verdure. Finito il giro di tutti i canaletti, l’acqua veniva lasciata libera di proseguire il suo cammino in direzione dell’orto situato a fianco. A quel punto, ziu Rafiele aveva già tagliato le verdure, alcune le aveva legate a mazzi con il giunco o la rafia, per il fabbisogno giornaliero della famiglia e un’altra parte per venderle; quindi le caricava nel portabagagli della bicicletta, dove aveva sistemato una cesta, e rientrava in paese, dove le scaricava in casa e nella rivendita.
Subito dopo ritornava all’orto. Strada facendo trovava sempre qualche massaia sua conoscente che gli chiedeva se poteva mandare qualcuno al suo orto per acquistare questa o quella verdura, questa o quella frutta. E ziu Rafieli prendeva le ordinazioni da tutte. Così pure faceva per le richieste che gli venivano dalla bottega della verduraia.
Nell’orto c’era sempre da fare, sempre qualcosa da rinnovare, da seminare, da trapiantare, una potatura a un ramo, un altro ramo troppo carico da sorreggere con un paletto biforcuto, un alberello da innestare, e nei momenti di pausa curare i fiori: non mancavano mai le dalie e le rose, specie quelle bianche profumate.
Il pomeriggio era un via via di amici e parenti che andavano a fargli visita, a complimentarsi con lui per il bel giardino e a portargli qualche dolce di cui lui era goloso. E lui aveva sempre per tutti qualcosa da regalare.
Non gradiva su andai a traversu de is piccioccheddus in s’ortu, il girovagare dei ragazzi nell’orto. E non accettava aiuto da nessuno nel suo lavoro. Si offendeva, se qualcuno accennava a rimboccarsi le maniche o a prendere una zappa. E non voleva essere aiutato da nessuno, neppure nella raccolta dei frutti. Era come violare la sua persona: lui e l’orto erano una cosa sola.
E beniat calincuna borta zia Antioga puru, cun sa scusa de su fundixeddu de s’apiu, a ddi fai unu pagheddu de cumpangia. (Meda no, chi issu fiat imbeccendi e sa cosa ddi podiat fai dannu, e issa puru teniat fainas de fai in domu sua.) E veniva qualche volta anche zia Antioca, con il pretesto di una piantina di sedano, a fargli un pochetto di compagnia. (Non troppa, però, ché lui stava invecchiando e la cosa poteva fargli male, e lei pure aveva faccende da sbrigare a casa sua).63


SU CASTIADORI
IL GUARDIANO

Nelle nostre campagne appare, a tratti, una baracca di pali con il tettuccio di paglia, costruita su palafitta nelle superfici pianeggianti o posta in cima a un colle, affinché domini il paesaggio circostante. Si tratta del riparo o guardiola de su castiadori, del guardiano, assunto dai proprietari agricoli per vigilare sulla proprietà, in special modo nel periodo in cui i frutti sono pendenti.
Fai su castiadori, fare il guardiano, è un’attività agricola stagionale abbastanza comune nei Campidani. Nel periodo della maturazione di alcune specie di frutta, come l’uva, i meloni, le susine e le albicocche, per lo più frutta coltivata negli orti o nelle vigne, i proprietari, assumevano unu castiadori, un guardiano, per difendere i raccolti dalle scorrerie dei ladruncoli, giovani e meno giovani, che soffrono d’insonnia.
Su castiadori di solito è una persona anziana di fiducia e, se non possiede una doppietta, gliene viene fornita una, tradizionalmente caricata a sale e lardo. Perché rubare, specialmente la frutta, nei terreni coltivati, è un reato che va punito, ma non certo con la pena di morte. Da ricordare che il furto di frutta spontanea o comunque maturata su terreni non coltivati, è consentito - residuo di un uso comune dei beni.
I frutteti e i vigneti sorvegliati da su castiadori sono situati per lo più vicino al paese, nella prima fascia de su sartu, della campagna, zona più esposta alle scorrerie della ragazzaglia.


SU CASTIADORI DE ORTUS
IL GUARDIANO DI ORTI

Di solito lo stesso ortulanu,.si trasferiva nell’orto, dove si costruiva una baracca e spesso ci viveva.
Gli orti del paese erano situati nella prima fascia de su sartu, della campagna, appena dopo l’abitato, zone per lo più fertili, ben concimate,fornite di pozzo per l’irrigazione, bene esposte al sole. La vicinanza degli orti all’abitato, consentiva di arrivarci in breve tempo, ed era più facilmente controllabile. Il controllo avveniva mediante unu castiadori, che era spesso uno degli ortolani, che a giru, a turno, si alternavano per badare alla custodia, specie notturna, degli orti.


IS COOBERADORIS, IS CHI TRABALLANT IN COOBERATIVA
I COOPERATORI, COLORO CHE LAVORANO IN COOPERATIVA

«Ci eravamo riuniti in casa di M. alla periferia del paese, quella notte del 1° di aprile del 1950, tutti braccianti della cooperativa A. Gramsci. Avevamo deciso di occupare le terre delle paludi che per legge dovevano esserci assegnate dalla Commissione di Cagliari e che i tribunali con gli avvocati dei proprietari ci rifiutavano sempre» - Testimonia R., un vecchio bracciante che ha partecipato nel movimento cooperativistico alla occupazione delle terre a Pauli Arbarei - «Eravamo almeno trenta, quella notte, riuniti nella cucina di M.. Parlavamo a bassa voce, per non svegliare i bambini che dormivano nel solaio e anche perché le parole nostre non arrivassero alle orecchie di qualche spia. Sapevamo ormai, per esperienza nostra e di altri braccianti, che i padroni mandavano camion di carabinieri per scacciarci dalle terre e che qualche volta era accaduto che per sbaglio fossero state esplose delle fucilate. Perciò bisognava preparare il piano con cura e con cautela. Se si riusciva a dissodare e a seminare il campo prima dell’arrivo della forza pubblica, si era automaticamente proprietari del raccolto, in base alle leggi di allora».
«Quella sera del 2 aprile 1950 - prosegue C., un altro bracciante - erano arrivati due camions di carabinieri, e ne avevano arrestati quattordici. Io ero uno di quelli. Tre notti a Buoncamino, ho fatto, io, che povero si, ma il disonore della prigione non lo avevo mai avuto! In quel tempo, nella cooperativa, avevamo 80 ettari di terra ed eravamo 55 soci, tutti con famiglia: quasi la metà del paese. E tra un sacrificio e un altro, tra un tribunale e una prigione, abbiamo tirato avanti abbastanza bene. Poi è venuta la crisi dell’agricoltura. Il costo della vita è aumentato, raddoppiato, triplicato. Le terre si sono viziate col concime, e se non ne hanno, grano non ne danno. E noi ci troviamo con un amo ben conficcato in gola, perché il prezzo del prodotto è sempre lo stesso. Non abbiamo neppure potuto salvarci con colture nuove e più redditizie, magari con il vigneto, perché i padroni delle terre che la cooperativa ha in affitto non permette nessuna trasformazione nel loro fondo, e noi, senza la loro autorizzazione, non possiamo fare niente. Stanno aspettando che noi le lasciamo per riprendersele loro, le terre. E ci sono ormai quasi riusciti: ci siamo ridotti a soli 16 soci, tutti vecchi e malandati».
«Dei 60 ettari che ha attualmente la cooperativa, 28 sono di proprietà della Chiesa - testimonia N. C., consigliere dell’”Antonio Gramsci” - Una sera don Sideri, il parroco, mi manda a chiamare e mi dice che il segretario di Sua Eccellenza il Vescovo vuole parlare a tutti quelli della cooperativa. Io ho risposto: “Non è obbligo, ma dovere nostro venire”. E ci siamo andati. Il segretario di Sua Eccellenza ha cominciato col chiederci come si chiamasse la cooperativa. “Antonio Gramsci”, abbiamo risposto. Lui ha fatto la faccia storta: “Antionio Gramsci? Eh, eh!”, ha detto, “Eh, ma non lo sapete che nome è Antonio Gramsci?… Era un sardo, questo si, ed era anche delle vostre parti, ma un poco di buono era, senza timore di Dio; un vagabondo era; uno che andava in giro a imbrogliare il prossimo ignorante come voi. E se voi foste in grado di capire da soli, spalanchereste la porta e lo buttereste fuori, questo nome!”. Ha detto tutto adirato. Noi allora gli abbiamo chiesto: “E che nome dovevamo dare, allora, alla nostra cooperativa?”, “Come, che nome?”, ha detto lui, “Perché non Sant’Isidoro, che è anche il vostro Santo protettore?…”. Il suo scopo, e quello del parroco, lo abbimo capito subito: era quello di farci sciogliere la cooperativa e di farci aderire alla Coltivatori Diretti di Bonomi. In quella riunione eravamo 21. Soltanto due erano pencolanti, e c’erano cascati alla fine: “Facciamo come dice il segretario di Sua Eccellenza”, avevano detto, “ognuno prende il suo pezzo di terra per conto proprio ed entriamo nella Coltivatori Diretti senza perdere nulla, né assegno familiare né altro”. Io ero diventato verde. Mi sono alzato in piedi, allora, e ho sputato in sardo tutto il fiele che ci avevo dentro, ché se non lo sputavo, scoppiavo: “Noi siamo arrivati a quel poco dove siamo arrivati con lotta e sacrifico”, ho detto. “Quando noi eravamo a guerreggiare nelle paludi quel due di aprile, e ci avevano legati e presi come delinquenti, lei don Sideri, si godeva lo spettacolo dal campanile guardando coi binoccoli. Se lo ricordi, che noi abbiamo fatto pane dal 1945 ad oggi, per noi e per quelli di fuori, e anche per lei e per il vescovo. L’abbiamo fatto con sudore, sacrificio e prigione, per colpa di quelli che non vogliono che noi tiriamo la testa fuori dal sacco.
«Lei è un ministro di Dio: aveva il dovere di aiutare noi, i poveri, e non i ricchi.
«Il nome di Antonio Gramsci non le piace? Che cos’è un nome? Un nome non può mai far del male a nessuno. Ma non è Antonio Gramsci che non le piace: sono i 55 soci della cooperativa che non le piacciono!”».64

La cooperativa “Antonio Gramsci” di Pauli Arbarei, costituita nell’immediato dopoguerra, ha dimostrato la validità di una lotta unitaria di una comunità agricola per l’amministrazione comunale della terra. Dalla amministrazione della terra, i Paulesi sono passati all’amministrazione del Comune; hanno tentato poi con successo la costituzione di una cooperativa di consumo, scavalcando i profitti del rivenditore. Si sono trovati davanti ostacoli immensi, superiori alle loro forze. Innanzi tutto, una situazione culturale disastrosa…
Poi, funzionari di ogni calibro anche nella stessa Commissione per le terre incolte, che avevano, a loro tempo, sostenuto nei tribunali, nonostante le messi alte e rigogliose, che le terre occupate dai cooperatori erano improduttive e andavano rese ai proprietari. Ancora, i padroni delle terre, in particolare la parrocchia e per essa il vescovo di Ales, proibendo qualunque trasformazione fondiaria, qualunque impianto di colture più redditizie, quale la vite.
E infine, il menefreghismo, il cinismo o la incapacità delle autorità regionali e nazionali con le loro leggi demagogiche che favoriscono soltanto chi già possiede e con il fiscalismo più gretto e con gli interventi paternalistici, quando non di sperpero e di corruzione. Come insegna l’ETFAS, che stimola nel nostro contadino non la coscienza cooperativistica e comunitaria, ma il peggior senso - quasi ce ne fosse bisogno! - del possesso e dell’individualismo più deteriore, come fa quando divulga nei pulpiti, nelle scuole e nei campi questa preghiera dell’assegnatario: «Gesù mio, ti ringrazio per avermi dato questo pezzo di terra, che ora è mio e solamente mio».


SU BARRACELLU
LA GUARDIA CAMPESTRE

«Le Compagnie Barracellari esistevano in Sardegna fin dai tempi della Dominazione Spagnola.
Esse furono istituite col compito di preservare la campagna dai danni o dai furti d’ogni specie ed anche per assicurare una indennità ai proprietari che li subivano.
Il barracellato era perciò una Compagnia Armata di assicurazione.
Ogni privato pagava alla compagnia una somma annua proporzionata alla sua proprietà.
Tale istituzione era molto utile perché in Sardegna la distanza del territorio coltivato e dei pascoli dal villaggio non permetteva ai proprietari di aver costantemente sott’occhio i loro beni; e campi e bestiame venivano abbandonati al caso.
I componenti della compagnia barracellare venivano scelti fra le persone oneste del paese, ordinariamente appartenenti alle famiglie dei proprietari che, possedendo beni, fossero in grado di sopportare le spese per il rimborso agli assicurati dei danneggiamenti subiti, qualora le entrate della compagnia barracellare non fossero bastate per risarcire i danni.
Raramente i pastori venivano chiamati a far parte delle Compagnie barracellari perché questi erano considerati il nemico numero uno della Compagnia stessa dediti com’erano al reato del pascolo abusivo.
Il servizio delle Compagnie barracellari incominciava il 1° agosto e durava un anno agrario.
Ogni comune dell’Isola aveva la sua Compagnia barracellare e il servizio di essa era limitato al territorio del Comune.
Il numero dei barracelli era proporzionato ai bisogni della popolazione. I barracelli non indossavano una divisa speciale ma durante il servizio avevano un distintivo sulla giacca e avevano diritto a portare le armi.
Il loro servizio consisteva nel fare speciale servizio di ronda nell’abitato e in campagna nelle ore e nei modi stabiliti dal Capitano.
Il comando della Compagnia era affidato a un Capitano scelto dal Consiglio comunale su una terna, e da un Tenente scelto dal Capitano su una persona di sua fiducia.
La compagnia intera, riunita nominava un Attuario che era una specie di Segretario cui veniva affidato il disbrigo di tutti gli atti amministrativi e contabili della Compagnia, al quale veniva assegnata una mercede proporzionata al suo lavoro.
Essa nominava pure un Cassiere o Depositario.
Il Capitano in testa a tutta la Compagnia prestava giuramento nelle mani dell’autorità comunale locale. Prestato il giuramento il Capitano dava ordini per mezzo di un pubblico bando a tutti i cittadini del paese, nessuno escluso, di dichiarare per iscritto l’entità di beni immobili e semoventi da ciascuno posseduti. Tali dichiarazioni venivano poi rigorosamente esaminate e vagliate dalla Compagnia riunita in assemblea per evitare possibili inesattezze od evasioni. Ogni proprietario era tenuto a pagare alla cassa della compagnia una somma in ragione degli averi denunciati.
La Compagnia barracellare era solidamente responsabile dei danneggiamenti arrecati alle vigne ed ai campi sia che fossero seminati o tenuti a pascolo. I furti di oggetti nei cortili delle case e degli attrezzi agricoli lasciati abbandonati in campagna non rientravano sotto la responsabilità della Compagnia.
Al termine dell’annata il Capitano riuniva la Compagnia per la resa dei conti nell’ufficio dell’Attuario e con la presenza del Cassiere. Venivano prima prelevate le somme per il pagamento degli stipendi al Capitano ed al Tenente, all’Attuario ed al Cassiere; indi l’Attuario procedeva a sistemare i conti coi singoli assicurati risarcendo a ciascuno l’ammontare dei danni subiti o riscuotendo da essi la differenza dovuta alla Compagnia.
La somma eccedente in cassa veniva ripartita fra i barracelli.
La chiusura dell’esercizio barracellare, quando le cose andavano bene ed il margine era tale da compensare le fatiche e i sacrifici dei barracelli, veniva spesso festeggiata con un sontuoso pranzo all’aperto o con un cenone, seguito da abbondanti libagioni, e spesso da suoni e da canti».65

Prima del 1836 il servizio dei barracelli fu riunito a quello dei miliziani, ma ne fu poi nuovamente separato e le compagnie riacquistarono il loro vecchio ordinamento e la loro autonomia per assolvere il compito di protezione per il quale erano sorte, sebbene per lungo tempo ancora un quarto dei componenti le compagnie dei barracelli venne preso dalle milizie ausiliarie. In proposito, vedi A. Della Marmora - “Viaggio in Sardegna” - Vol. I, pag. 285.
Sa scolca, la guardia. Il termine scolca deriva dal latino “sculca” o “exculcae” ed ha il significato di guardia. Il corrispettivo italiano è scolta, sentinella, guardia.
Sa scolca indica anche una istituzione rurale con propri ordinamenti, i cui compiti erano principalmente di sorveglianza e la difesa del territorio e del patrimonio comunitario.
In pratica, tutti gli abitanti di sesso maschile del villaggio in età adulta, sotto il comando del Majore de scolca, Signore delle guardie, erano guardie giurate e militavano in difesa del territorio.
Vi è chi fa risalire l’istituto della scolca intorno all’Anno Mille, coincidente con l’affermarsi della organizzazione giudicale, di cui sarebbe espressione. Ma vi è anche chi sostiene - e mi sembra anche fondatamente - che tale istituto, sia pure in forme diverse, esistesse già in periodo precristiano, con il compito di svolgere ricognizioni intorno al pagus, villaggio, e ai suoi confini territoriali: una sorta di guardie di frontiera a cavallo, in assidua perlustrazione in difesa del territorio e dei beni comunitari (frutti, bestiame) da possibili aggressioni da parte degli abitanti di altri pagus.
L’istituto della scolca come organizzazione rurale di vigilanza del territorio, ha probabilmente dato origine al barracellato, altro più recente istituto di guardie armate per la vigilanza del territorio agricolo, conservatosi in diversi paesi sino ai giorni nostri.


SU CAMPARIU
LA GUARDIA CAMPESTRE

Su campariu la guardia campestre, appartiene a uno speciale corpo di agenti, organizzati e dipendenti dal comune, con il compito di vigilare sulla pubblica sicurezza sia delle proprietà rurali private che del patrimonio rurale comunale.


SU STUDADORI
LO SPEGNITORE DI INCENDI

Gli incendi involontari o dolosi o appiccati per vendetta sono sempre stati un fenomeno negativo per la comunità. Un tempo non si avevano come oggi, insieme all’istituzione dei vigili del fuoco, tanti uomini e tanti mezzi, anche assai sofisticati ed efficaci, per combattere gli incendi che minacciavano i nostri boschi. Tuttavia c’era una maggior sensibilità, una maggiore attenzione, quasi un culto, per il patrimonio naturale, specie per il bosco, fonte di sostentamento, per i frutti che dispensava, e di sopravvivenza, per la legna da ardere per cucinare e per il riscaldamento delle abitazioni nei mesi freddi.
Va ricordato che con il “diritto di legnatico”, di cui godeva ciascun membro della comunità, il bosco diventava ed era praticamente proprietà comune, per cui tutti erano interessati alla conservazione di quel patrimonio al quale si poteva liberamente accedere. La difesa contro gli incendi, sia come prevenzione che come intervento immediato, era compito di tutti i membri della comunità, piccoli e grandi, uomini e donne, ciascuno secondo le proprie capacità e i propri mezzi.
Vi erano comunque incaricati e addetti sia alla segnalazione che allo spegnimento degli incendi nelle campagne. Su studadori, lo spegnitore, era uno di tali addetti, la cui presenza era assai importante anche come prevenzione oltre che come intervento immediato per soffocare sul nascere un incendio che avrebbe potuto più tardi provocare ingenti danni.
In realtà si trattava, allora come oggi, di accorgimenti dettati dall’esperienza dei fatti, e c’è da rallegrarsi nel vedere qualche volta, in cima a colline o monti da cui si domina il paesaggio circostante, specie se boscoso, scolte di uomini - per lo più agenti della forestale - che durante i mesi “caldi”, al riparo di tettoie di frasche o di più moderne tende da campo, sorvegliano il territorio, pronti a intervenire, e se è il caso a chiamare rinforzi e mezzi adeguati, appena si scorge all’orizzonte il malaugurato “fil di fumo”. Essi sono i più autentici discendenti degli antichi studadoris, spegnitori d’incendi.


CAPITOLO QUINTO

IS ARTIS DE S’ALLEVAMENTU
LE ATTIVITÀ DELL’ALLEVAMENTO

Presentazione

Certamente l’argomento di questo capitolo non è stato trattato in modo sufficiente. E ciò per diversi motivi. In primo luogo perché io faccio parte della cultura contadina dei Campidani, un’area geografica ed economica (dove is artis de su messaju prevalgono su is artis de su pastori) di cui possiedo pertanto una conoscenza più diretta e più approfondita. Insufficienza inoltre causata dalla vastità della materia e dal tempo avaro e fuggitivo, che non si concede a lungo all’uomo e meno ancora a chi è di salute cagionevole. Ciò ovviamente non giustifica un limite. Che c’è, e che mi riprometto di colmare soffermando ancor più in futuro la mia attenzione di ricercatore al mondo pastorale, al mitico mondo delle Barbagie, cui tanto spesso facciamo riferimento, noi intellettuali, ogni volta che andiamo a rivisitare la nostra storia, e specialmente quando vogliamo trovare una nostra identità nazionale e una nostra dignità di popolo che vuole ottenere la propria indipendenza, che vuole essere libero da ogni oppressione - non soltanto straniera.

Sa paradura, la ricostituzione del gregge perduto. Lo Spano66, alla voce “Paradura”, scrive: «Dial. Com. paratura. In Log. propriamente è l’uso dei pastori allorché per disgrazia hanno perduto la greggia, di dimandare un capo dai compagni per formarla di nuovo».67
Sa paradura è un antichissimo istituto mutualistico dove ciascun pastore della comunità dava un capo del proprio gregge a chi come lui pastore avesse patito la perdita del gregge a causa di calamità naturale, in caso di moria, per furto, per sequestro da parte del fisco, per detenzione del pastore che se lo era dovuto vendere per pagare l’ avvocato.


SU MERI DE BESTIAMINI
L’ALLEVATORE

Su meri de bestiamini est unu meri, e candu unu est meri est meri puru de is terra e de totu sa ‘idda cun sa genti a intru, il proprietario di bestiame è un padrone, e in quanto padrone possiede anche la terra e tutto il paese, compresa la gente che ci vive.
C’è sempre stata una tendenza da parte del proprietario terriero, meri de una sienda, padrone di una azienda, di avere di rincalzo anche del bestiame, non soltanto per il lavoro ma anche per l’allevamento.
Così come il grosso proprietario di bestiame finiva per diventare anche proprietario di terre. Oltre tutto per una questione economica: il suo bestiame aveva bisogno di terre dove pascolare e prenderle in affitto non conveniva.
«I proprietari de sienda, di azienda agricola, come quelli di azienda armentizia che nel passato avevano dei salari fissi (“tzaraccu pastori, tzaraccu massaiu e tzaracca ‘e domu”) - testimonia A. Garau nella sua inchiesta già citata - usavano fare un contratto di lavoro verbale ossia a parole. Comunque, pur non esistendo un contratto legale per iscritto, quanto veniva stabilito restava sempre scrupolosamente rispettato da entrambe le parti. Per i servi agricoli e la domestica l’anno di lavoro (“s’annu de accodriu”) aveva inizio il due settembre; per i pastori invece iniziava il 24 giugno, ricorrenza della festività in onore di S. Giovanni. Due settimane prima delle date appena accennate dovevano decidere o di rimanere nella stessa azienda (“furriai annu”) oppure di trasferirsi presso un altro datore di lavoro (“cambiai meri”). E così alla scadenza del 24 giugno per i pastori e del 2 settembre per i dipendenti agricoli, si era già provveduto al rinnovo del contratto o all’assunzione di altro personale.»


SU PASTORI DE BREBEIS
IL PASTORE DI PECORE

Prima di tutto va detto che con il termine di pastori si intende esattamente il pastore di pecore. Per gli altri animali di allevamento invece il termine con cui si indica la persona che li accudisce e li porta al pascolo cambia :
angionaiu = il ragazzo che pascola gli agnelli;
crabaxu o cabraxu = colui che pascola le capre. I capretti non vanno al pascolo e quindi non hanno bisogno di un ragazzo che ci badi;
braccaxu o baccargiu = vaccaro che si occupa solo delle vacche;
boinaxu o boinargiu = il ragazzo che pascola i bovini maschi;
procaxu o porcaxu = colui che pascola i maiali. Un mestiere che non esiste più perché i maiali non possono essere a pascolo brado ma solo nelle porcilaie;
molentargiu o molentaxu = colui che pascola gli asini.
Il lavoro del pastore di pecore consiste nel procurare i terreni per il pascolo, condurre il gregge al pascolo, badare al gregge, costruire il riparo per le pecore, inoltre deve mungere e lavorare il latte se non lo versa nei caseifici, tosare le pecore, macellare gli agnelli, oltre che occuparsi dell’acquisto e della vendita delle pecore e dei prodotti come lana, latte, formaggio, carne.
Così come non esiste pastore senza pecore non esiste pastore senza mazzocca. Sa mazzocca è un bastone di olivastro ben stagionato grosso circa tre quattro centimetri, lungo circa un metro e mezzo massimo due e terminante da una parte con una capocchia più o meno grossa e più o meno lavorata a seconda della fantasia e della bravura dell’artigiano. Si trovavano facilmente da comprare nelle feste, così come la maggior parte degli utensili necessari per ogni arte o mestiere; anche se assai spesso è lo stesso pastore a costruirsela a suo piacimento. Per inciso, i pastori sono bravi intagliatori e incisori del legno. Le funzioni de sa mazzocca sono quelle di sostenere e indicare il cammino del pastore - lo sostiene in quanto gli permette di appoggiarsi e glielo indica, soprattutto lungo gli spostamenti notturni, facendogli capire se ci sono sassi, acqua o qualsiasi ostacolo - di guidare il gregge, se non si hanno abbastanza cani; infatti, se le pecore stanno andando in una direzione sbagliata, il pastore lancia sa mazzocca sulle pecore che sono fuori strada, e queste si spostano immediatamente; qualche volta è vero azzoppa una pecora ma… la severità, quando ci vuole ci vuole. Inoltre sa mazzoca serve per difesa personale e contro la volpe.
Il cane è il vero amico e compagno del pastore e si può dire che appaiati alle pecore ci sono i cani. I cani da pastore sardi sono tra i migliori. Sono, questi, i mastini sardi, una razza che ancora oggi è possibile trovare a Fonni e in alcuni altri centri delle Barbagie. Sono animali intelligenti, fedeli, attenti e vigili guardiani delle pecore e abili lottatori.
Una breve parentesi. L’origine storica di questi mastini, divenuti cani-pastore, è quanto mai singolare. Essi sono i discendenti di quei mastini romani che i vari colonizzatori dello stampo di Tito Manlio usavano nella caccia al barbaricino, durante le loro spedizioni punitive contro le popolazioni ribelli dell’interno dell’Isola. Da quei mastini, rimasti nell’Isola e che qui si sono riprodotti, ambientati, “integrati” e che con l’antico nemico sono diventati amici fedeli e preziosi. Essi hanno costituito una nemesi storica, poiché durante il periodo cosiddetto “caldo” del banditismo sardo, fenomeno volutamente dilatato e drammatizzato per consentire a uno stato di polizia di sperimentare nuove tecniche antiguerriglia e sistemi nuovi di repressione e militarizzazione del territorio, i discendenti di quei cani “colonizzatori”, integrati nella economia del pastore barbaricino, costituirono una valida difesa contro i cani-lupo largamente usati dai baschi blu e dalla polizia di Stato nel Nuorese, e contro gli stessi uomini armati che venivano segnalati dal loro fiuto, durante le azioni di rastrellamento.
Il pastore veste in modo funzionale al suo lavoro e al suo ambiente naturale. Calza scarponi di cuoio robusto, un tempo fatti dal calzolaio in cambio di qualche forma di formaggio. Nelle zone impervie di Su Cabesusu usa anche i gambales, ma nei Campidani non sono necessari poiché il terreno non è così impervio né fa tanto freddo. Veste pantaloni solitamente di fustagno, camicia e corpetto di tessuto di cotone robusto o di pelle. Nelle giornate fredde e ventose, ma senza pioggia, indossa anche sa besti niedda, la mastruca. Quando piove usa ripararsi con su saccu nieddu, una sorta di mantello, un doppio telo cucito a elle, che mette sulla testa e lascia ricadere fino ai piedi. Su saccu nieddu, che somiglia a un sacco a pelo aperto da due lati, è di orbace, un tessuto di lana così fitto da essere impermeabile. L’abbigliamento del pastore era lo stesso, sia che andasse a piedi sia che montasse a cavallo. L’unica differenza consisteva nel fatto che a cavallo portava un saccu nieddu più lungo, tanto da ricoprirgli i piedi con i fianchi dell’animale.

La lavorazione del latte.

Per raccogliere il latte della mungitura viene usata sa tolla de mulliri, un secchio basso e largo, di lamiera zincata, dalla capienza di circa 18-20 litri. Dev’essere un recipiente basso e largo per una maggiore stabilità, affinché non si rovesci e inoltre, essendo la pecora di bassa statura, consente al pastore di compiere i movimenti necessari per la mungitura.
Sa tolla de portai su latti, il recipiente per il trasporto del latte dall’ovile al paese, a dorso di cavallo o di asino, consiste in un bidone di lamiera zincata dalla capacità minima di litri 25 massima di litri 50, formato da un tozzo cilindro a base ovale, leggermente schiacciato da una parte68; si restringeva in cima a tronco di cono, terminando con un secondo cilindro dal diametro di cm 10, molto più piccolo di quello sottostante, entro cui si inseriva un robusto tappo di sughero rivestito di tela per una chiusura ermetica. Era fornito di manichi larghi e di anelli, per essere facilmente legato al basto con funi, una volta sistemato uno su un fianco e uno sull’altro dell’animale da soma. Is tollas de portai latti o più semplicemente is tollas venivano pure usate per il trasporto del latte al caseificio e de su soru, del siero che veniva dato loro dal caseificio per l’allevamento dei maiali.
Is tollas, i bidoni da latte fatti in lamiera zincata presentavano all’interno una parete non perfettamente liscia e quindi difficile da pulire. E come tutti sanno la pulizia dei recipienti da latte andava fatta in modo perfetto, perché i residui lattici fermentavano guastando così tutto il latte che vi si versava. In tempi recenti sono state sostituite da is tollas in alluminio e successivamente da quelle in acciaio inossidabile. Ultimamente anche queste sono state superate perché per il ritiro del latte passano i camion cisterna.
I recipienti del latte, sia quelli per la mungitura che quelli per il trasporto, is tollas de mulliri e is tollas de portai su latti, venivano fatte dallo stagnino, de su lattarraneri o liauneri, detto anche stangiaiu perché nel suo lavoro usava lo stagno.
Il latte non portato al caseificio veniva lavorato direttamente dal pastore con i servi nell’ovile o in casa dalla moglie, con l’aiuto delle figlie.
Per lavorare il latte occorrevano:
-    su cardaxu, il calderone, dalla capacità da 50 a 100 litri;
-    sa discua (detta anche casiddu) de pesai casu e sa discua po arrescottu, la ciottola, o meglio, il recipiente a tronco di cono in legno forato, più grande per il formaggio, sostituite poi da quelle in alluminio per il formaggio e in vimini o plastica per la ricotta. Sa discua era in legno di castagno o di pero - ed era preferibile il pero perché legno bianco che a differenza del castagno non macchia. Usando sa discua de castangia, la ciottola di castagno, specie se nuova, le forme del cacio venivano macchiate di marroncino e così la ricotta, che prendeva pure un sapore strano;
- sa frocidda de ollastu, un bidente in olivastro che andava appoggiato sugli orli de su cardaxu, mentre sopra sa frocidda si appoggiava sa discua (o casiddu);
- sa cubidina de amurgiai su casu, un tino in legno utilizzato esclusivamente po sa murgia, per la salamoia. Detto tino riempito di acqua salata riceveva le forme del formaggio appena fatto per restarvi a bagno dalle 24 alle 48 ore, secondo la grandezza;
- is teus de linu, i teli di lino che servivano per colare il latte e ricoprire su cardaxu e sa cubidina per proteggerli dagli insetti;
- is taulas, le mensole in legno in zona ventilata per porvi il formaggio tolto dalla salamoia e farlo stagionare;
- sa ziminera o sa forredda, il caminetto dove accendere frequentemente il fuoco, possibilmente che faccia fumo, per essiccare e affumicare al meglio il formaggio.


SU ZARACU PASTORI
IL SERVO PASTORE

Su zaracu pastori, il servo pastore è colui che accudisce un gregge di cui non è padrone.
Spesso il padrone di bestiame è anche unu possidenti, un proprietario terriero che ha da badare alla coltivazione e, ancora, che svolge attività di carattere commerciale nel settore della vendita dei prodotti agricoli o degli animali da allevare o delle carni macellate. Allora tra la sua servitù sceglie quello più idoneo e più fidato e gli affida un gregge.
Solitamente il proprietario delle pecore, cercava un servo pastore che possedesse già alcuni capi; ne erano consentite da 15 a 25 pecore da aggiungere al gregge di 120/150 capi che gli sarebbe stato affidato. Ciò perché il servo pastore avrebbe curato meglio il gregge in quanto composto in parte anche da capi di sua proprietà. La durata del contratto era pari all’anno agrario69. Il servo pastore riceveva, in cambio del lavoro, da 8 a 10 pecore filiate, con l’agnello, che sceglieva lui stesso e dopo il parto, in modo da sceglieva le migliori: quelle che avevano gli agnelli più belli e che davano più latte. Tanto che alla fine dell’anno, il bestiame del servo pastore aveva sempre una resa molto più alta di quella del gregge che aveva custodito. E’ evidente che tali regole favorivano colui che iniziava la professione, in diversi modi incentivandolo. Riceveva inoltre: il vitto al completo per tutto l’anno; due paia di scarpe di cuoio, da lavoro; due camicie; due carri di legna. Secondo che il servo pastore avesse nel gregge, che aveva in custodia, più o meno pecore di sua proprietà, riceveva altresì un compenso in denaro, se era scapolo, o in grano, se aveva famiglia. Aveva anche diritto a un giorno di riposo ogni quindici giorni - non erano però 24 ore complete, in quanto non poteva lasciare il gregge se non dopo la mungitura e la lavorazione del latte (tant’è che arrivava in paese, a casa, per il riposo quindicinale, con la ricotta fresca). In taluni contratti, ma “una tantum”, era previsto per lui, a spese del proprietario, unu saccu nieddu, un mantello di orbace, o sa besti, la mastruca, un cappotto di pelliccia di pecora smanicato.
In virtù di un regio decreto, le pecore, e il bestiame in genere, devono portare un sonaglio, un campanaccio. Ancora oggi, a scanso di pagare multe salate, in un gregge o in una mandria, ci devono essere almeno un sonaglio ogni dieci capi - meglio se la percentuale e maggiore, fino al cento per cento, come previsto dal detto regio decreto.


SU PASCIDORI
L’ADDETTO AL PASCOLO

In mancanza del pastore - pecoraio, capraro, vaccaro o bovaro che fosse - gli animali da allevamento andavano accuditi da un suo sostituto, che poteva essere un membro de sa zarachia, della servitù, facente parte della famiglia del padrone, o un salariato esterno,il quale doveva in primo luogo portarli al pascolo. Questi era detto su pascidori, ossia l’addetto al pascolo, e veniva tenuto per il periodo di assenza del pastore e pagato per i giorni lavorati.
Era anche detto pascidori il ragazzo che anche saltuariamente portava gli animali al pascolo. Costui, spesso, era da considerarsi un apprendista pastore. Si trattava assai spesso del figlio del pastore che aveva raggiunto i dieci anni, età ritenuta nei nostri paesi “giusta” per svolgere alcuni lavori servili come quella appunto de andai a pasci brebeis o de andai a marrai trigu; di andare a pascolar pecore o di andare a zappare grano.


S’ANGIONARGIU
IL PASTORE DI AGNELLI

Talvolta gli agnelli, naturalmente dopo lo svezzamento, venivano separati dalle loro madri e dal gregge e affidati alle cure di unu angionargiu, un custode di agnelli, per lo più un fanciullo di tredici, quattordici anni, che li accompagnava quotidianamente nel pascolo. Per il suo lavoro, s’angionargiu riceveva oltre a una piccola somma di denaro, alcune agnelle. Che con gli anni queste diventavano il nucleo che avrebbe formato il suo gregge, promuovendolo a pastore di pecore.
Nei nostri paesi agricoli vigeva l’usanza dell’agnello di famiglia, che si acquistava alla fine dell’autunno e veniva sacrificato per la Pasqua - arrostito al forno, secondo l’antica tradizione. Spesso, gli agnelli “pasquali” di un vicinato o di un parentado veniva riuniti a formare un piccolo gregge che veniva dato in custodia a un giovane angionargiu. Il quale li conduceva in campagna, facendoli pascolare nei terreni incolti di proprietà degli stessi padroni degli agnelli. Per il suo lavoro, questo angionargiu riceveva una mercede in denaro.

Lo svezzamento degli agnelli.

La pecora normalmente filia una sola volta all’anno, dopo una gestazione di quattro mesi e tre settimane, può anche avere parti gemellari, e allatta soltanto il proprio figlio. Infatti, quando muore un agnello e la pecora non può allattare, si cerca di darle un agnello di un parto gemellare o figlio di madre gracile, per poter utilizzare il suo latte. Farglielo accettare però è assai difficile, per cui si ricorre a uno stratagemma: si mette sull’agnello che si vuol fare adottare la pelle dell’agnello morto.
Lo svezzamento avviene naturalmente allontanando l’agnello dalla pecora madre. Ma non basta. Gli agnelli da svezzare vengono scambiati con quelli di un altro pastore, di un altro gregge. Dopo circa un mesetto, quando lo svezzamento è compiuto, si ritirano e si riportano nel gregge di appartenenza. Questo, ovviamente, quando non si ha possibilità di avere unu angionargiu, un ragazzo ch si prenda cura degli agnelli e li custodisca e li porti al pascolo tutti insieme.
Si dice “seberai”, l’operazione che il pastore fa a fine anno quando seleziona gli agnelli da latte, da macellare dagli altri che resteranno nel gregge, soprattutto femmine.


SU CRABAXU
IL CAPRARO

Is crabas, le capre, hanno una brutta fama. Per il contadino, per le sue colture, sono un pericolo, assai più grave di quello costituito dalle pecore e dagli animali da allevamento in genere. Probabilmente non per caso, nella lingua contadina, craba, capra, è sinonimo di ragazza o donna disordinata sozza e poco seria. Se poi a craba si aggiunge l’aggettivo maca, matta, allora l’epiteto è davvero negativo, perché sa craba maca - o media - indica una femmina poco seria in tutti i sensi, compreso quello morale. Non so di preciso se tale appellativo appartenga soltanto al mondo contadino, in odio verso il mondo pastorale, e precisamente in odio alle capre che se non vengono custodite da su crabaxu, dal capraio, possono seriamente danneggiare i mandorleti e i vigneti che nei Campidani sono per la maggior parte non recintati.
Ho assistito io stesso, in diverse occasioni, alla devastazione di mandorleti da parte di un gregge di capre. Dopo aver invaso il terreno, il capro in avanscoperta si avvicinava a una pianta e drizzandosi sulle zampe posteriori raggiungeva le cime dei rami intermedi, le addentava tirandoli giù e trattenendoli per consentire alle capre di mangiarsi le foglie e le parti tenere delle ramaglie.
Durante il fascismo fu emanata una legge sui pascoli assai restrittiva per le capre e qualcuno, in Sardegna, si indignò contro il propositore di quella legge, Arnaldo Mussolini, accusato di essere ignorante della realtà della nostra Isola e delle sue esigenze.
Aldilà dei pregiudizi del contadino (e perfino del legislatore) nei confronti del pastore di pecore e in particolare del capraio, c’è da dire che in talune regioni impervie della Sardegna, dove i pascoli sono radi e stenti, per mancanza di terre fertili e per la siccità cronica, le capre erano e sono l’unica fonte di sostentamento dove l’economia si basa sulla pastorizia, con il pascolo brado. Ciò non vuol dire che insieme non possano anche costituirsi forme di allevamento più moderne - dove sia possibile e non comporti la distruzione premeditata del sistema produttivo esistente e della sua cultura.

Lo svezzamento dei capretti.

S’accamu indica un bastoncino di legno, grosso quanto un dito e lungo circa dieci centimetri che similmente a un morso viene messo ai capretti tra mascella e mandibola, in fondo tra i denti, e legato con una funicella alle corna. Ciò per impedire loro, già grandicelli, di succhiare il latte materno ma non di iniziare a brucare l’erba. Nel loro primo periodo di vita, i capretti vengono ricoverati in s’aili un riparo di frasche appositamente costruito.70

Mi piace, qui, in memoria del passato scomparso, riportare dalla sua Opera su Morgongiori, un brano di T. Contu che suona quasi come una commossa orazione funebre per la scomparsa de su crabaxu.
«I caprari che svolsero la loro attività nel comunale di Morgongiori erano moltissimi. I loro greggi raggiunsero il numero di oltre settecentocinquanta capre. La vita dei caprari è fatta di solitudine, di sacrifici e di rinunce, ma il loro amore per quelle bestie era così forte che non esitavano a tramandare di padre in figlio quella atavica occupazione.
Nella montagna non c’era un’altura soleggiata dove non sorgesse un ovile; esso rappresentava un punto di riferimento per il viandante bisognoso di riparo e di ristoro. L’ospitalità dei caprari era proverbiale. Se un ospite di riguardo capitava al loro ovile, alla rustica mensa non mancava mai il capretto arrosto. Come era consuetudine che nello steccato dell’ovile non mancasse mai appeso ad un alto palo “su casiddu” di sughero ricolmo di siero e di zolle di formaggio fresco, a disposizione del viandante bisognoso di essere rifocillato.
Si racconta che un vecchio capraro, “ziu Piricu” era stato una volta invitato a partecipare ad una partita di caccia grossa coi suoi cani. La battuta ebbe esito sfortunato. I componenti la comitiva, quasi tutti di fuori, si apprestavano, demoralizzati, a rientrare ai loro paesi. Il buon capraro li invitò a passare nel suo ovile, e dopo aver sgozzato tanti capretti, ne distribuì uno a ciascuno.
Si dirà che erano altri tempi e che i tempi sono cambiati. E’ vero. Ma io aggiungerei che più che il tempo è cambiato il cuore degli uomini. I poveri caprari furono sempre presi di mira e accusati quali incendiari dei boschi e del sottobosco in specie, per ottenere virgulti novelli. Furono istituiti vincoli forestali e restrizioni di zone pascolative; i caprari furono oberati di contravvenzioni e di tasse e l’allevamento caprino cominciò a decadere. Sopraggiunse la legge fascista sui caprini che sanzionò definitivamente il divieto del pascolo alle capre nelle zone boschive e nel sottobosco. Fu la fine. I poveri caprari trovatisi di punto in bianco senza pascoli per il loro bestiame furono costretti a svenderlo, a patir la fame, a sparire! Dei loro nomi (o soprannomi) oggi è rimasto un pallido ricordo dove i loro ovili fiorirono».71


SU PROCAXU
IL PORCARO

Porcaxu, procaxu, è il porcaro, colui che cura questi animali e li porta quotidianamente al pascolo.
Unu procaxu de respectu, un porcaro che si rispetti tiene con sé unu tallu de a su mancu binti procus, un branco di almeno venti porci, per la maggior parte scrofe, con un verro, a parte la figliolanza.
Di preferenza i maiali vengono allevati nei paesi di montagna, ricchi di boschi di querce, dove questi animali trovano un pascolo più ricco e più affine alla loro natura. Tuttavia tale allevamento era diffuso in tutti i paesi sardi - a parte quel particolare allevamento detto “de su porcu de domu”, del maiale di casa, che veniva tradizionalmente macellato dopo “Dogniasantu”, dal primo novembre a dicembre.
Un branco di maiali necessita di un riparo stabile per la notte e per il giorno, quando il tempo è tempestoso. Su procaxu possedeva in campagna una baracca per sé e una costruzione idonea al riparo degli animali. A questo stabile rifugio rientrava ogni sera dopo il quotidiano pascolo nei boschi.
In tempi più recenti, negli anni 70, l’allevamento dei maiali era diventato un affare, con poche spese di investimento si ricavava un buon profitto, gli animali ingrassavano nelle porcilaie alimentati con i mangimi che offriva il mercato, e non allevati con il pascolo brado - aumentando la quantità a scapito certamente della qualità delle carni. Questo “moderno” sistema di allevamento si era di molto sviluppato dando luogo alla creazione nelle nostre campagne di una miriade di porcilaie, spesso ad opera di giovani, da un lato spinti dalla disoccupazione e dall’altro attratti dalla speranza di facili guadagni, che però abbandonavano l’impresa alle prime difficoltà.
Assai spesso nei nostri paesi si vedevano piccoli branchi di sette od otto maiali, messi insieme da alcune famiglie imparentate tra loro o dello stesso vicinato e affidati alle cure di un ragazzino, promosso al rango di procaxu, seppure il suo vero ruolo fosse quello di pascidori de procus, un addetto a portare al pascolo i maiali, che alla fine della giornata venivano riportati ciascuno a casa propria.


SU BOINARGIU
IL BOVARO

Su boinargiu è l’addetto alla cura e al pascolo di una mandria di soli bovini maschi adulti non domi, siano questi vitelloni, mallorus, manzi, mallorus mallaus, buoi, bois, o tori, mallorus de fedu. Su malloru, il vitellone, è il maschio giovane che viene allevato per il consumo di carne, destinato alla macellazione. Il manzo è il vitellone castrato, che viene ugualmente allevato per la macellazione. Su boi, Il bue, è il soggetto che verrà prima mallau, scotolato, cioè evirato mediante scotolamento, e poi domato e aggiogato, per il trasporto e per il lavoro dei campi. I tori vengono allevati, beati loro, per l’accoppiamento, in funzione della riproduzione.
«Nella zona del Parteolla, il contratto di lavoro tra il proprietario del bestiame e su boinargiu viene stipulato il giorno di san Michele, o comunque nei primi giorni di settembre, e dura per tutto l’anno agricolo. In cambio delle sue prestazioni di tutto un anno, su boinargiu ha diritto a ricevere dal proprietario: due carri di legna; due paia di scarpe da campagna; unu saccu nieddu (mantello di orbace nero) tessuto con lana di capra; uno staio di terra (4 mila mq.) seminato a grano, uno staio a orzo, uno staio ad avena e uno a fave - il padrone mette il terreno, la semente e l’aratura; mentre il lavoro per le colture è a carico del bovaro; il raccolto comunque vada va al bovaro; il proprietario del bestiame si riprende la terra. Il vaccaro ha diritto gratuito del lavoro del barbiere: la barba ogni settimana e il taglio di capelli all’occorrenza. La ricompensa d’uso per questa prestazione del barbiere consiste in: o due stai di grano (circa 80 chili) oppure un carro di legna da ardere, ovviamente a carico del proprietario del bestiame. Il bovaro ha ancora diritto a una quarra, uno staiello, di grano, pari a circa 20 chili, ogni settimana, per il pane familiare. Se il bovaro dà ai buoi su murzu, la colazione, ossia il primo pasto della giornata, ha diritto a ricevere anch’egli unu murzu, una colazione, da parte del padrone; se dà ai buoi la cena, ossia l’ultimo pasto, anch’egli ha diritto a ricevere una cena.
Guai a segai s’annu!… Guai a interrompere un contratto prima della fine dell’anno agrario. Neanche per grave provocazione. Interrompere un contratto significa dimostrare poca affidabilità e per tanto si corre il rischio di restare senza lavoro per parecchi anni».72

«Mi chiamo Antoneddu Melis, classe 1920, senza padre, di mestiere boinargiu. Appena finita la terza elementare, mia madre mi accompagnò all’ovile di don Lino, dove c’era il servo-pastore suo compare, e a lui mi affidò perché mi insegnasse a badare agli agnelli e a diventare angionaiu.
Quel brav’uomo mi guardò con commiserazione, ché ero magrolino, scalzo e lacero. Prese un paio di scarpe ferrate vecchie, ma abbastanza morbide, e me le fece indossare: io ci caddi dentro fin quasi alle ginocchia, ma mi avrebbero difeso dalle spine. Poi mi mise addosso una besti de brebei, una pelliccia di pecora senza maniche, e mi condusse al campo recintato. Fece uscire gli agnelli facendomeli contare uno ad uno, dicendomi di tenerli nel campo vicino e di stare molto attento che non andassero a pascolare nei campi circostanti seminati.
Mi diede un pezzo di pane e su frascu, il brocchetto dell’acqua, e mi disse di stare lì tutto il giorno, mentre lui avrebbe portato le pecore al pascolo più lontano.
La sera, richiuso il gregge in s’accorrazzu, nel recinto, accendemmo il fuoco in sa forredda, nel focolare, dove abbrustolimmo belle fette di pane e di formaggio fresco. Dopo, il servo-pastore mi fece vedere come dovevo prepararmi su cuebi, il giaciglio, con fasci di paglia. Per coperta mi diede su saccu nieddu, un telo di orbace che nero non era più, ma faceva ancora caldo. Quello fu il mio primo giorno di lavoro. Passò qualche anno ed io crescevo bene, sano e robusto. Quando portavo gli agnelli al pascolo, guardavo con ammirazione i vitelli che pascolavano nel campo vicino e invidiavo su boinargiu, il bovaro, che li custodiva.
Un bel giorno passò lì don Lino che, benevolo, mi avvicinò e mi chiese se fossi contento del lavoro. Io presi il coraggio a due mani e gli dissi che il mio più grande desiderio era quello di poter far pascolare i vitelli. Il padrone disse che un giorno mi avrebbe dato quell’incarico e, più tardi, convinto anche dalle parole del servo-pastore che mi voleva bene come un padre, mi promise che, quando il bovaro fosse partito per fare il soldato, il posto sarebbe stato mio.
E così sono diventato bovaro. Ero molto contento quando, da giovane, portavo i vitelli al pascolo, li sorvegliavo e, se necessario, usavo il frustino che io stesso mi ero preparato o, in casi estremi, su strumbu, la lunga pertica di olivastro che finisce con un chiodo, per farli allontanare dai campi seminati, per non far danni al contadino. Nei pomeriggi afosi e tranquilli, seduto all’ombra di un cespuglio di moddizzi, di lentischio, suonavo su pipaiolu, un semplice flauto di canna fatto da me, oppure intagliavo qualche pezzo di legno per farne mestoli o taglieri. La sera, richiusi i vitelli nel recinto, riempivo le vasche dell’acqua per farli abbeverare e is frascus, i brocchetti, per me e per su bracaxu, il vaccaro, e acceso il fuoco mi riposavo».73


SU VACCARGIU
IL VACCARO

Su vaccargiu o braccaxu, il vaccaro, est su chi pascit una cedda de baccas, è colui che accudisce e porta al pascolo una mandria di vacche. L’insieme degli appezzamenti di terra entro i quali la mandria pascola si chiama carrera o cussorgia. A Guspini, zona Montangia, cioè la fascia collinosa che va da Monte Linas a Monte Arcuentu, è area di floridi allevamenti bovini. Gli allevamenti bovini in questa zona sono a pascolo brado di carattere stanziale.
Su vaccargiu si occupa di tutto ciò di cui ha bisogno la mandria: segue l’allattamento facendo si che i vitelli seguano le fattrici, provvede alla mungitura delle lattifere, deve provvedere il foraggio e l’acqua da bere nei periodi in cui i pascoli sono poveri e le sorgenti in secca, deve controllare affinché il bestiame non sconfini e pascolando abusivamente produca danni all’agricoltura.
Nella mandria affidata al vaccaro sono presenti vacche fattrici, in massima parte, e vitelli fino al loro svezzamento. Le vacche da latte stanno solitamente nelle stalle, raramente vengono portate e lasciate a pascolo brado (se non quando mostrino di averne bisogno, quasi una terapia, come il mandarle in “villeggiatura”).
Dopo lo svezzamento, i bovini maschi vengono separati dalle femmine e affidati a su boinargiu, il bovaro.
Nella zona del Parteolla, come per il bovaro, anche per il vaccaro, il contratto inizia i primi di settembre, all’inizio dell’anno agrario e dura dodici mesi. Il vaccaro in cambio del suo lavoro, riceve dal proprietario dei bovini due vacche che abbiano appena filiato, più i loro due vitelli; due carri di legna da ardere; un paio di scarpe da lavoro; una mantella di orbace tessuto con lana di capra (che è più caldo e impermeabile della lana di pecora); uno staio di terra seminata a grano74; uno staiello settimanale di grano per il pane familiare; e infine ha diritto ai pasti quotidiani, prima colazione, pranzo e cena.


SU PALAFRENERI
IL PALAFRENIERE

Su palafreneri è l’addetto alla cura dei cavalli. Compito che comunemente viene assolto dallo stesso contadino, proprietario di uno o al massimo di due cavalli. Soltanto nel caso di ricchi allevatori, questi stipendiavano palafreneris, che si occupavano della cura dei cavalli a loro affidati.

SU MEDIADORI DE ANIMALIS PO MUNTAI
IL MEDIATORE DI ANIMALI DA MONTA

«Alfonsino faceva il mediatore.75 Mediava maschi da monta per la riproduzione del patrimonio zootecnico. Pecorai e bovari si rivolgevano ad Alfonsino, che garantiva i risultati dell’operazione. Se si verificavano casi di nullità, la colpa era sempre della femmina. Alfonsino esercitava scrupolosamente il suo mestiere, e quando il montone, o toro che fosse, si rivelava freddo o maldestro, “Può accadere a tutti, no? Come i cristiani anche loro sono soggetti all’emozione...”, non si faceva scrupoli di allungare una mano, o tutte e due, per agevolare l’operazione. Alfonsino usciva ogni giorno all’alba. Stazionava in piazza, sull’uscio della bettola, in attesa di clienti. Sorseggiava vernaccia e guardava la gente, taciturno. A mezzogiorno in punto - con o senza affari conclusi - rientrava a casa, pranzava, si metteva a letto e dormiva fino al tramonto. Al tocco dell’Ave Maria si levava, prendeva una chicchera di caffè e usciva, stavolta per svago».76


SU STALLONERI
L’ADDETTO ALLA MONTA DEI CAVALLI

La monta dei cavalli vien data in appalto dall’I.I.E. (Istituto Incremento Equino) e i possessori di cavalle per la riproduzione devono rivolgersi a su stalloneri, l’addetto alla monta, titolare della Stazione di monta, che, per altro, non c’è nei paesi piccoli. Ogni Stazione ha stalloni di diversa razza, a secondo delle esigenze della zona in cui è situata e opera. Un tempo, quando su stalloneri era assente o impedito per qualsivoglia motivo, di norma doveva occuparsene la moglie, che aveva il compito di vice. Ancora oggi, la monta è regolata dall’I.I.E.
Tuttavia, un tempo, quando certe incombenze non erano ancora burocratizzate, i proprietari di stalloni e di cavalle da ingravidare si accordavano tra loro per accoppiare i loro animali nel miglior modo possibile, traendone ciascuno il proprio tornaconto. Di solito lo stallone (cioè il padrone e su stalloneri) riceveva una certa somma in denaro, soltanto quando la cavalla fosse rimasta gravida. Non di rado i proprietari non se la sentivano di dirigere certe operazioni, da taluno pudico e chiesastico ritenute perfino sconce, e così si rivolgevano all’esperto del paese, detto per l’appunto su stalloneri. Quando non ci fosse di mezzo anche su mediadori che era un intenditore di animali in genere e quindi sapeva valutare se un accoppiamento fosse giusto e desse buoni frutti - su stalloneri si occupava dell’operazione, e se, a suo giudizio, non fosse andata per il giusto verso, si preoccupava di farla ripetere, ovviamente con il consenso dei due interessati.
La monta avveniva di solito in unu cungiau, un campo recintato, dove i due si accoppiavano sotto la diretta sorveglianza de su stalloneri. Il quale doveva stare attento che i due animali nella foga non si facessero male, lei scalciando e lui ingroppando, e suo compito principale, per evitare spinte a vuoto, era di afferrare al volo e dirigere con maestria l’estremità del membro eretto e oscillante nella fessura, introducendovelo... Il resto veniva da sé e non restava altro da fare che stare a guardare.
A proposito dello “stare a guardare”, tra i ricordi della mia fanciullezza vi sono immagini di monta di cavalli di valenza fortemente erotica. Ci si passava la voce in paese, tra ragazzi, quando c’era una di tali accoppiate - e c’erano pure stallonis nomenaus famosi per la loro virilità, come lo erano certi asini, quali su molenti de Marchini a Mogoro - e all’ora stabilita gli habituès c’erano tutti, e non tutti ragazzi, sistemati in posizioni discrete onde non disturbare e soprattutto per evitare d’essere cacciati da su stalloneri o dai proprietari dei due animali, quando c’erano e volevano assistere alla cerimonia nuziale.
Sotto il profilo tecnico, come previsto dal regolamento ufficiale, lo stallone non deve fare più di due monte al giorno, perché l’accoppiamento sia positivo. Pertanto l’attività di uno stallone è di 12 monte alla settimana, tutti i giorni esclusa la domenica (evidentemente, anche in questo caso, riservata al Signore). La monta deve essere ripetuta finché la cavalla non è ingravidata. C’è però un limite: la monta non può essere ripetuta per più di cinque volte. La si ripete comunque o dopo 38 ore oppure ogni 19 giorni (alla ovulazione successiva). La cavalla può restare gravida anche dopo la prima monta. Viene comunque ripetuta una seconda volta: se la cavalla si rifiuta, può significare che è pregna oppure che non c’è simpatia per quel cavallo. Si ripete ancora una terza volta, e se anche stavolta la cavalla si rifiuta, significa che è ingravidata. Da notare che ci sono cavalle che pure essendo gravide accettano ugualmente la monta, perché le “porcaccione” evidentemente ne traggono diletto.
Attualmente,77 una monta andata a buon fine costa 380 mila lire, se non si vuole la documentazione burocratica relativa che fa salire il prezzo a lire 900 mila circa. Da notare che la prima soluzione è fuorilegge, come un acquisto senza la ricevuta fiscale.
E’ certamente singolare la figura dello stallone ruffiano, presente soprattutto quando nella stazione ci sono stalloni di gran pregio, detti i PSI (che non sono socialisti ma Puro-Sangue Inglesi), la cui prestazione e il cui seme vanno risparmiati al massimo. Anche per una questione di quattrini, perché l'ingroppata viene a costare da dieci a quindici milioni78 e quindi non è conveniente spendere questi soldi a vuoto, se non è strettamente necessario. Lo stallone ruffiano ha il compito di fare la controfigura, sostituire lo stallone purosangue avvicinando la cavalla da ingravidare e annusandola accorgersi se è ancora in calore; poiché se la cavalla non fosse rimasta pregna, essendo necessaria una nuova monta, si allontana lo stallone cosiddetto ruffiano e allora si porta colui che è stato eletto a fare da genitore. Qualche Stazione di monta si fornisce di cavallini di razza piccola, come quelli della Giara o Pony, che assolvono benissimo il compito di verificare lo stato della cavalla, ma non ci arrivano a ingropparla, e quindi più facilmente vendono allontanati e sostituiti da chi di dovere. Accadono talvolta degli incidenti, e cioè che lo stalloniere, seppure coadiuvato dagli aiutanti, non riesca a evitare che lo stallone ruffiano, una volta “gasato” si ingroppi di prepotenza la cavalla.
Per la cronaca: I tempi di gestazione per la cavalla: 11 mesi; i parti gemellari sono rari. Per l’asina: 12 mesi più tanti giorni quanti sono gli anni dell’animale; i parti gemellari sono rari. Per la mucca: 9 mesi; i parti gemellari sono frequenti. La scrofa: 3 mesi e 3 settimane. I parti gemellari, da 5 fino a 15, sono normali. La pecora e la capra: 4 mesi e 3 settimane.


SU CRASTADORI
IL CASTRATORE

Nell’economia contadina, nel settore dell’allevamento, vi sono animali che vengono castrati, sia quando servono per l’alimentazione, sia quando servono per il lavoro. Per fare qualche facile esempio, il maiale viene solitamente castrato per l’ingrasso, mentre per la riproduzione, ovviamente, si sceglie il miglior esemplare di verro, conservandone intatta la virilità.
Cavalli, buoi e talvolta anche asini, vengono castrati per domarli e abituarli a tirare il carro o l’aratro. Da notare che i buoi venivano castrati mediante la scotolatura, sa malladura, cioè con lo schiacciamento dei testicoli, non con l’esportazione.
Vengono castrati anche i galletti e non soltanto perché diventino dei floridi capponi, ma anche per non disturbare “su caboni de fedu”, il gallo da riproduzione, nell’esercizio delle sue funzioni.
Per la castrazione ci si rivolge normalmente a su castradori, un esperto eviratore; mentre per la castrazione di animali di piccola taglia, come i galletti o il gatto, (quest’ultimo affinché non scappi di casa), provvedono direttamente le massaie, le donne di casa, alcune delle quali compiono tali operazioni anche per soddisfare le esigenze di tutto il vicinato.
Nella testimonianza che segue si delinea quello che può definirsi un mestiere vero e proprio, anzi un’arte: s’arti de crastai, l’arte del castrare. Con lo scontro inevitabile tra la tradizione, il vecchio, ovvero l’esperienza acquisita dalla pratica, e il nuovo, scientifico, ma talvolta con la sola presunzione di scientificità.


SU MALLADORI
CHI EVIRA I VITELLI

Era detto malladori colui che evirava i vitelli destinati al lavoro, al traino del carro e dell’aratro. L’evirazione dei vitelli avveniva in un modo crudele, mediante scotolatura, cioè le coglia dell’animale venivano con su mallu, il mangano. L’operazione de sa malladura, della evirazione, avveniva comunemente in campagna a opera di un boinargiu, bovaro, che ne avesse la capacità, e veniva detta “a mallu de figu” perché si usava un mangano di legno di fico: i testicoli dell’animale venivano appoggiati a una pietra e pestati con detto attrezzo.
Se invece la stessa operazione avveniva in paese, veniva compiuta da su malladori - che poteva essere o un addetto, o su maniscai79, il maniscalco, o su frau80, il fabbro ferraio o, infine, dove c’era, su veterinariu, il veterinaio, il quale usava un metodo considerato leggermente più “umano”, e cioè un paio di apposite tenaglie piatte, che schiacciavano i testicoli del bovino. Attualmente, è stato messo a punto un attrezzo, una sorta di forcipe che infila un robusto elastico alla attaccatura delle coglia, atrofizzandole. (Non so dire per quanto tempo l’animale soggetto alle “cure” dell’uomo deve tenere “l’elastico” atrofizzante).81


SU DOMADORI DE BESTIAMINI
IL DOMATORE DI BESTIAME

Abbiamo visto che is mallorus, i tori, vengono mallaus, evirati mediante scotolatura, per poi essere domati e aggiogati, sia per tirare il carro che l’aratro. Su domadori de bois est su chi ddus domat, è colui che li doma. Per boi, bue, si intende unu malloru mallau, cioè un toro smaschiato, evirato mediante scotolatura.
Sulla doma de is bois, dei buoi, testimonia un anziano domadori della Trexenta:
“Il capo da domare viene preso al laccio e isolato dal branco. Lo si lascia quindi per circa due giorni cun sa funi tira tira, con la fune a strascico. Passati i due giorni, gli si impone il giogo, legandoglielo per le corna cun is lorus, con le corregge; quindi gli si applica s’ordinagu, (odriangu), la briglia, una funicella, legandogliela a un corno e poi facendogliela passare attorno a un’orecchia. Anche questa funicella, gliela si lascia pendente, tira tira, cioè a strascico, in modo che calpestandola ne senta lo strappo, e così si abitui a sopportarla finché l’orecchio non si adatti. Quando il domatore lo ritiene opportuno, comincia a manovrare l’animale mediante s’ordinagu, la briglia. In un secondo momento, si procede ad attaccare i due buoi al giogo, e quindi a fissare questo all’estremità del timone del carro, tendo presente che bisogna legare al giogo per primo “su boi chi bincit”, letteralmente “il bue che vince”, il bue più forte, che domina - ciò per evitare che questo risentito cerchi una rivalsa dando cornate al bue più debole, il quale se venisse legato al giogo per primo non potrebbe neppure difendersi.”
Per domare un cavallo, il metodo non si differenzia molto, anche se è più faticoso, e ci vogliono metodi più drastici, essendo il cavallo assai più indocile e più ribelle del bue. - a parte il fatto che non sempre viene castrato.
Il cavallo da domare viene legato ad un albero con una fune lunga circa due metri,82 detta funi accappia cuaddus, e l’altra estremità viene fissata ad un particolare morso applicato alla bocca dell’animale.

Domatura dei buoi.

I vitelli anche dopo svezzati vengono lasciati nel branco insieme alle vacche fino all’età di due anni; quindi i torelli vengono allontanati: una parte di essi verrà lasciata per la monta delle vacche; una per la produzione di carne e l’altra per la doma. I torelli destinati sia alla produzione di carne sia alla domatura vengono castrati. La castratura serve sia per avere una crescita maggiore come altezza e come mole sia per renderli più docili e più facilmente domabili.
Sa sanadura o malladura, la castratura, si effettua applicando una tenaglia alla base della borsa che contiene i testicoli recidendo così il condotto testicolare. Anche se il sistema più usato è quello de sa malladura che consiste nello schiacciare i testicoli dell’animale con un maglio cioè su mallu; qualcuno usa a parer suo un sistema un po’ meno cruento: si fanno scendere i testicoli spingendoli in fondo allo scroto e legando quest’ultimo con un elastico.
La domatura dei buoi ha il principale scopo di renderli docili per poterli aggiogare e quindi utililizzarli nel lavoro o per il traino del carro o per il traino dell’aratro.
La prima fase consiste nel parlare e nell’accarezzare i buoi in modo da vincere la loro diffidenza; poi li si lega a un albero con una fune non molto lunga in modo da non lasciare molta possibilità di movimento così pian piano i buoi si abituano a non poter fare sempre quello che vogliono; intanto che sono legati gli si dà anche poco da magiare in modo da indebolirli e far si che abbiano meno forze e oppongano minore resistenza.
La seconda fase consiste nel legare un orecchio dell’animale con una cordicella su ordinagu e lasciargliela penzoloni mentre è al pascolo: si otterrà così che il bue pian piano si abitua a questo contatto fondamentale per ricevere i comandi. A questo punto i buoi possono già essere aggiogati. Viene prima, come si è detto anche in altre parti, legato al giogo il bue più forte e sempre dalla stessa parte: infatti l’orecchio abituato a essere legato è uno solo, poi l’altro e imparano a ricevere i comandi del conducente attraverso is ordinagus che risultano legati a nodo scorsoio alle orecchie che sono all’interno della copia. Qualcuno usa legare allo stesso giogo un bue già domato con uno ancora da domare, ma questo sistema non sempre dà buoni risultati.
Un momento molto adatto per cominciare a domare una copia di buoi era la trebbiatura: anche se era un lavoro ripetitivo permetteva di fare in modo che le due bestie stessero molto tempo insieme e rispondessero insieme ognuna per la propria parte. Un altro elemento come si diceva prima: il parlare. Più che di parole, almeno per i comandi, sono dei suoni per esempio: accosta (a su carru) avvicinati, aia via, aiaia più in fretta, boh! fermati, torra torna indietro.
Un fenomeno singolare, e anche interessante per l’aspetto poetico, sono i nomi dati ai buoi che stanno sotto lo stesso giogo e si può dire legati allo stesso destino. Si tratta di nomi complementari formati da due quinari. Di seguito alcuni esempi:
Affacciadì / Mira ca passu = Affacciati / Guarda che passo
Tropp’è s’affettu / No mi ‘ndi stau = Troppo è l’affetto /Non riesco a farne a meno
Troppu batallas / Pagu ‘ndi sumu = Troppo tu parli / Poco ti credo
Preparadì / Mira ch’è tempus = Preparati / Guarda che è tempo
Lassamì stai / Pagu ti circu = Lasciami stare / Poco ti cerco
Caru s’onori / Poderadiddu = Caro l’onore / Tienitelo

Domatura del cavallo

Intorno ai due anni o al più tardi a due anni e mezzo il cavallo viene domato sia che venga adibito al traino dell’aratro per la lavorazione della terra, al traino della carretta o del calesse o della carrozza come mezzo di trasporto, o sia che venga sellato e cavalcato. Non sempre la castratura è associata alla doma.
In Sardegna, il cavallo è poco usato per lavorare la terra, si preferiscono i buoi, molto più resistenti, mentre per il trasporto il cavallo essendo assai più veloce viene maggiormente utilizzato.
La doma deve essere eseguita dall’inizio alla fine sempre dalla stessa persona, con polso duro e fermo in modo che l’animale impari più rapidamente possibile ad accettare i comandi e a ubbidire. Assogau, preso al laccio, il cavallo tolto dal branco viene legato a un albero o un palo appositamente piantato all’interno di un recinto. Lo si lascia pian piano a fune sempre più corta, perché abbia poca libertà di movimento; senza mangiare e soprattutto senza bere per due giorni, in modo da indebolirlo e fiaccarne la riottosità.
Dopo di che gli si mette su murrali, il morso specifico per la doma, con le briglie, e si inizia la doma vera e propria. Tutto questo avviene né più né meno come si vede in tante scene di film western, dove il cavallo, tenuto alla fune, gira intorno al recinto al comando verbale, di frusta e di polso del domatore. Quindi, viene sellato e cavalcato, se è destinato a questo uso. Diversamente, la fine della domatura avviene con l’attaccare l’animale al calesse o all’aratro e insegnargli quel lavoro.
Anche i cavalli, quando sia necessario, come pure i vitelli che non servono per la riproduzione, vengono castrati sia con il sistema de sa malladura, o scotolatura, oppure con l’apertura della sacca scrotale, asportandone i testicoli.


S’ADEREZZADORI DE CORRUS
IL RADDRIZZATORE DI CORNA

Questa attività è certamente da annoverarsi tra le più singolari non soltanto della nostra Isola ma di tutto il mondo. S’arti de aderezzai is corrus de is bois, l’arte di raddrizzare le corna dei buoi era praticata quando si voleva modificare una malformazione che non consentiva l’aggiogamento dell’animale con il compagno, o anche nel caso di corna “a bandera”, molto aperte, che rendevano difficile l’accesso all’animale aggiogato in taluni varchi o portali o strettoie, o anche per una questione semplicemente estetica. Per esempio, la coppia di buoi selezionata per tirare il cocchio del santo Patrono doveva avere anche le corna eleganti e in regola, e venivano pertanto sottoposti a una rigorosa cura di bellezza.
Riporto testualmente la testimonianza di A. Garau da”Trad. popolari nella zona del Monte Arci” - 1987.
«Su boi corritrottu (Bue con malformazione alle corna). I contadini di un tempo che esercitavano tale mestiere per tradizione, si sentivano orgogliosi quando possedevano dei bovini “bellus po traballai” (pieni di brio nel lavoro) ed ancora belli di presenza, ossia di mantello rosso senza chiazze, di bella andatura, ben conformati di testa, di corna e di coda. Fra i difetti che l’animale può presentare sulle citate qualità, l’uomo è in grado di correggerne soltanto uno, ossia la malformazione delle corna. Ecco l’operazione da eseguire: si introduce la bestia nella “macchin’ ‘e ferrai bois” (travaglio) e la si lega bene in modo da immobilizzarla; poi s’infila, sul corno storto “un civraxiu buddiu appena bogau de su forru” (un grosso pane appena sfornato). Dopo un po’, bastano un paio d minuti, si toglie “su civraxiu” e si raddrizza il corno reso molle dal calore trasmesso dal pane caldo. Un agricoltore di questa zona che nel passato si occupava di operazioni del genere, aveva ideato un congegno che sostituiva “su civraxiu”: si trattava di un pezzo di tubo di metallo flessibile che, scaldato un po’, si infilava nel corno da raddrizzare e si toglieva dopo pochi minuti ad operazione compiuta.»
Questo singolare mestiere era un tempo assai diffuso nei paesi dei Campidani. Era svolto talvolta anche dal fabbro o meglio dal maniscalco, che usavano un apposito tubo di ferro debitamente riscaldato. Tuttavia si trattava di una operazione assai delicata e pertanto spesso ci si rivolgeva allo specialista, appunto su aderezzadori de corrus. Chi faceva questo mestiere provvedeva anche alla bisogna di “spuntai is corrus”, arrotondare le corna eccessivamente appuntite e pertanto pericolose. Quest’ultima operazione veniva fatta oltre che sui buoi anche sui montoni.
Gli artigiani che lavorano il corno per ottenerne piccoli recipienti, tra cui un tempo usatissime le tabacchiere, sanno bene che riscaldandolo il corno del bue può assumere la forma desiderata. In questo caso, per ammorbidire il corno, si usa l’acqua calda dove viene immesso per il tempo necessario a renderlo malleabile.83


SU BASONI
IL BUTTERO84

«A Morgongiori i cavallini selvatici rappresentavano, oltre che una pittoresca caratteristica locale, una preziosa fonte di guadagno.
I puledri venivano tutti gli anni presentati dai singoli proprietari alla Fiera di Santa Croce in Oristano e venduti a coppiette ai mercanti siciliani che a loro volta li spedivano in America dov’erano molto ricercati.
Su basoni era una figura tipica di Morgongiori e di qualche paese della Giara. Era una specie di cow boy del quale doveva possedere tutte le qualità fondamentali e prima fra tutte quella di saper stare sicuro in sella e saper tirare il laccio, conoscere il modo di afferrare un puledro per buttarlo a terra con sveltezza e col minimo sforzo, saper immobilizzare un cavallo riottoso preso al laccio.
L’opera del basoni era assolutamente necessaria al tempo delle messi.
Verso la metà di giugno, infatti, i proprietari, accompagnati dai loro basonis, montati in sella e armati di laccio, soga, si recavano in montagna per raccogliere i singoli branchi in un’unica mandria e convogliarli in paese.
Una fatica non indifferente da veri cow boy e non scevra di pericoli.
Occorrevano corse sfrenate in sentieri scoscesi che spesso rasentavano precipizi, salti di macchie e di fossi, inseguimenti e agguati, per prendere al laccio qualche cavallo impazzito che veniva poi legato alla cavalcatura del basoni e trascinato ricalcitrante fino alla mandria.
Raccolti tutti i cavalli in un’unica mandria, venivano condotti in paese e rinchiusi in un apposito steccato o cortile.
Dopo aver provveduto alla marchiatura a fuoco dei piccoli, gli adulti venivano, uno per volta, presi al laccio, buttati a terra e dopo aver stretto in un unico nodo le quattro zampe, venivano forniti di ferri. La fornitura di ferri era un’operazione molto necessaria per la protezione degli zoccoli delle bestie durante la trebbiatura.
Indi venivano avviati nei paesi del Campidano dove più necessaria era la loro opera per l’abbondanza delle messi, perché la trebbiatrice non aveva fatto ancora, in quei tempi, la sua comparsa in Sardegna.
Compito del basoni era quello di accompagnarli ogni sera, dopo una giornata di lavoro, al pascolo notturno, per ricondurli la mattina di buon’ora in paese, per la consueta fatica.
Rinchiusi in un cortile venivano, ad uno ad uno presi al laccio, legati ad una lunga fune detta catena in modo da formare una specie di cordata.
Indi venivano avviati nell’aia per la trebbiatura.
La catena (o cordata) era costituita da una grossa fune fatta di crini di cavallo, come lo era il laccio.
Ad essa venivano legati per tutta la sua lunghezza, a distanza di un metro una dall’altra, speciali funicelle (anche queste di crini di cavallo) chiamate barenzus, quanti erano i cavalli che dovevano essere legati alla cordata.
Su barenzu aveva la lunghezza e la grossezza di una comune serpe; anzi le rassomigliava, in quanto la testa era rappresentata da un occhiello che la funicella aveva a un capo e la coda dall’altro capo più sottile.
La funicella faceva un giro intorno al collo del cavallo, indi infilata l’estremità di essa sull’occhiello apposito, veniva assicurato alla cordata con un nodo speciale a fiocco semplice di facile scioglimento.
Questa precauzione era necessaria perché quei cavallini, bassi e di piccola mole, costretti a girare in uno spesso strato di covoni, specialmente nei primi giorni, potevano affondarvi, inciampare e cadere; e, trascinati dalla foga degli altri, correre il rischio di morir soffocati.
Altro compito del basoni, sempre presente nell’aia, era quello di vigilare il movimento dei cavalli per essere pronto ad accorrere, in caso di emergenza, e con un semplice strappo sciogliere il nodo e liberare la bestia dalla stretta.
Ordinariamente anche i proprietari dei cavallini si recavano nei paesi del Campidano a fare le mansioni di “cow boy” perché, non essendo dediti ad altro lavoro manuale pesante o a quello dei campi, era questa una occupazione gradita, dignitosa, signorile e, starei per dire, spavalda, e costituiva per loro uno sport molto ricercato».85


S’ASSOGADORI
CHI PRENDE ANIMALI ALLO STATO BRADO CON IL LAZO

Sa soga indica specificamente il lazo, mentre su lazzu indica genericamente un laccio, in particolare la trappola di fil di ferro a nodo scorsoio per prendere uccelli, lepri e altri animali. S’assogadori è il mandriano che acchiappa un capo di bestiame, in specie un bovino, cun sa soga, con il lazo.
Sa soga, il lazo, consiste in una fune di canapa particolare, che deve essere al tempo stesso rigida e duttile. Quando sa soga viene lanciata deve avere la consistenza giusta per vibrare bene nell’aria e la duttilità necessaria per chiudersi intorno a quella precisa parte dell’animale da catturare.
Sa soga è ancor più esattamente il cerchio che si forma a una estremità della corda.
Due elementi caratterizzano la bravura de su assogadori, del lanciatore di lazo. Il primo: deve saper fare una soga abbastanza larga da abbracciare ambedue le corna dell’animale, lasciando fuori le orecchie, perché nel cadere deve andare a collocarsi esattamente tra corna e le orecchie e stringersi immediatamente in modo da afferrare saldamente la testa, per poi far cadere la bestia con uno strattone. Il secondo, è quello di riuscire ad assogai, ad acchiappare la bestia al primo lancio - tenendo conto che s’assogadori è a piedi, alla stessa altezza delle bestie, (a differenza dei cow-boys americani o dei butteri della Maremma - ma c’è pure da noi qualche balenti, che assogat, prende al lazo stando a cavallo, all’americana), e che la bestia è in mezzo al branco, che sa assogadura non è una esercitazione e neppure una esibizione di bravura, ma è una necessità di lavoro, cioè c’è bisogno di catturare in quel dato momento quella data bestia. Pertanto s’assogadori deve essere uomo svelto e astuto, conoscitore dei comportamenti, delle reazioni dei bovini indomiti, difficilmente avvicinabili. La tecnica del lancio de sa soga: non è semplice: la fune viene lanciata in senso antiorario nel momento in cui la bestia sta camminando in senso orario e, praticamente, s’assogadori sta al centro dell’immaginario orologio.
Più che un lavoro s’assogai può dirsi un’arte, che viene esercitata sia dai vaccari che dai bovari che ci sono portati e ci si esercitano; ed è una attività necessaria perché è l’unico modo per catturare alla bisogna un dato capo di bestiame in mezzo a una mandria indomita e difficilmente avvicinabile.


SU TOCCADORI O TRUBADORI
CHI GUIDA IL BESTIAME DA UN PAESE ALL’ALTRO

Su toccadori o trubadori è il conduttore, l’accompagnatore, a piedi o a cavallo, di bestiame - mandrie, greggi, branchi - per trasportarlo da una località ad un’altra. Questo mestiere, nei Campidani è detto trubadori, mentre nel Guspinese e in Montangia viene detto toccadori. Da notare che nella Trexenta trubadori è detto anche colui che nell’aia, durante i lavori della trebbiatura, guida dall’esterno del cerchio i cavalli che trottano trebbiando il grano
Un tempo, quando non c’erano mezzi di trasporto adatti, un contadino che comprava un giogo di buoi e doveva spostarlo dal paese d’acquisto a quello della propria residenza, affidava l’incombenza a su toccadori, il quale, a cavallo o a piedi, “passo passo”, accompagnava i buoi portandoli a destinazione.
Spesso i proprietari di bestiame grosso, cioè buoi e cavalli in specie, per esempio, allevatori di Gonnosfanadiga, spostavano i loro capi dai terreni vicini al paese a quelli di Padru Atzei, nei pressi di Nabui, e in questo caso si rivolgevano a is toccadoris, i quali accompagnavano le mandrie da spostare. Si trattava spesso anche di centinaia di capi. E noi ragazzi andavamo a vederli passare in sa ‘ia de is gonnesus; che è il percorso più breve e diretto tra Gonnosfanadiga e Padru Atzei, e questa strada ancora oggi è detta “sa bia de is gonnesus”, la strada dei gonnesi.
Su toccadori deve essere ovviamente un conoscitore sia del bestiame che ha il compito di condurre, che del territorio, in quanto spesso deve percorrere decine di chilometri di campagna, talvolta siti impervi, tal’altra terreni coltivati o alberati, specie oliveti e mandorleti, di proprietà privata, che possono attraversare chiedendo l’autorizzazione ai padroni e senza fare danni. Inoltre il bestiame durante il tragitto deve poter fare le debite soste per riposare, mangiare e bere. Su toccadori deve quindi sapere in quali punti ci sono sorgenti d’acqua e pascoli liberi.
A differenza dei pastori di pecora, di maiali o di capre, is toccadoris e is baccargius sono più corretti, nel senso che arrecano meno danni alle colture e attraversano le proprietà altrui più in fretta. Qui si potrebbe dire che, anche contro la volontà dei pastori che le conducono, le capre passando in un mandorleto lo danneggiano perché strappano avidamente i germogli giovani e teneri - quando non si arrampicano sull’albero e lo devastano…
Nonno Floris (pur essendo lui stesso pastore) si preoccupava quando i pastori di pecore del Capo di Sopra scendevano nei Campidani a valle per svernare. Arrivati al periodo, già due o tre giorni prima che arrivassero, si metteva all’erta e piantonava i suoi terreni che si trovavano sulla linea di pericolo, che sarebbero stati attraversati dalle greggi transumanti dei barbaricini, per evitare che vi si fermassero, a bivaccare. I pastori di pecora, a differenza dei pastori di buoi, si fermano a lungo nei terreni che attraversano, lo pascolano per bene, lo radono a zero, prima di proseguire per il loro lungo e lento cammino, verso una meta che spesso non esiste, perché vagano girando in tondo per tornare in effetti al punto da cui sono partiti - intanto, furbi furbi, hanno svernato “gratis”… Come li vedeva arrivare, nonno Floris, che era molto ospitale, preparava il banchetto, li accoglieva con tutti gli onori e allo stesso tempo li stava già rimettendo in sella per farli ripartire.86


SU TUNDIDORI
IL TOSATORE

«E’ detto su tundidori, il tosatore, colui che ha la mansione di tosare le pecore. Le pecore si tosano tutti gli anni e il periodo varia a seconda dell’andamento meteorologico, ma nei Campidani non inizia prima del 5 maggio e non finisce dopo il 25 maggio. Sa tundidura, l’operazione della tosatura, dura circa 15-20 giorni.
Così come altri momenti del lavoro col bestiame, come può essere la marchiatura o la segnatura (a is brebeis si fait unu signu in is origas, po ddas distingui de una cedda a un’atera - alle pecore si fa un segno nelle orecchie per distinguere quelle di un gregge da un altro), è necessario svolgere il lavoro nel più breve tempo possibile, per non creare disagi al bestiame. Pertanto si riuniscono diverse greggi con i rispettivi pastori, e chiamati is tundidoris, i tosatori, tutti insieme sbrigano il lavoro.
In altre parole, durante questo periodo, i tosatori (che sono spesso anche pastori di professione) si spostano da una zona all’altra.
Il pastore si accorge che è giunto il momento della tosatura, oltre che dal tempo che fa, dal fatto che le pecore quando sono raggruppate fitte tirano fuori la testa dal mucchio per cercare più aria da respirare, hanno cioè bisogno di fresco.
Ci sono tosatori che lavorano tutti gli anni solamente con un pastore di molte pecore, e ci sono tosatori che tosano diverse greggi e lavorano per tutto il periodo della tosatura.
La tosatura è una grande festa nel mondo pastorale e alla fine si fa un gran festino, a base di arrosto, in ogni ovile.
Il numero di giornate impiegate nella tosatura, in una stagione, per un tosatore, sono circa 20. Un buon tosatore riesce a tosare fino a 15 pecore in un’ora».87


SU BOCCIDORI DE PROCUS
L’UCCISORE DI MAIALI

Era colui, non necessariamente un macellaio, abile nello sgozzare animali da carne, in particolare il maiale che si allevava in ogni famiglia, anche la più povera del paese.
Sa festa de su procu, la macellazione e il lavoro di conservazione del maiale familiare, inizia dopo Dognasantu, Tutti i Santi, e dai primi di novembre si protrae fino a mesi de idas, a dicembre. Comincia una famiglia, poi seguono tutte le altre della comunità, secondo un ordine stabilito dalla disponibilità di tempo de su boccidori, del macellatore o sovrintendente alla conservazione delle carni, dalla fase lunare, dal vento che spira, dal ciclo mestruale della padrona di casa, e infine dalle esigenze proprie di ciascuna famiglia.
Nel giorno stabilito, già dall’alba, tutti i componenti la famiglia, grandi e piccoli, sono in piedi in fermento. Il cortile viene riordinato e approntato: ramazzato l’acciottolato; arrimadas is carramazinas, rimessi gli oggetti in disuso e le carabattole; il tavolo della cucina, stretto e lungo, viene sistemato in un lato. Sono già pronti gli utensili d’uso: i coltelli per affettare carni e lardo; sciveddas, scivedditas, pingiadas e prattus mannus, conche, conchette, pentole e piatti da portata, per raccogliere il sangue, le frattaglie, il fegato in particolare, e is fazzas, le animelle e le ghiandole, su cerbeddu, il cervello, e altre parti che vengono distinte in recipienti diversi, e talune cucinate subito. E ancora, su codru, gli intestini, che ben puliti con acqua tiepida, aceto e foglie di limone, diverranno il contenitore di su sartizzu, delle salsicce; a questo si aggiungono is mannadas: budella di vacca, acquistate tempo prima, per insaccare su sartizzu ‘russu, il salame.
E’ pronta anche la legna per abbruschinai su procu, abbruciacchiare le setole del maiale: quelle del dorso verranno rasate prima, conservate o vendute per ricavarne spazzole e pennelli, oppure regalate a su maistu de crapittas, al ciabattino, che le userà per infilare lo spago impeciato. Sono d’uso per l’abbrustolimento le fascine di ciorixina, un arbusto nano arido, filiforme, che brucia consumandosi in una vampata. L’animale intero, appena dissanguato, viene completamente avvolto con fascine di ciorixina, cui si dà fuoco contemporaneamente da più parti.
Il maiale resta digiuno dal giorno innanzi, per ovvi motivi igienici, ma nei giorni precedenti è stato alimentato da signore, a base di cereali e legumi. Nelle sue ultime ore di vita, l’animale, cui le donne e i piccoli si sono affezionati, riceve particolari attenzioni e coccole: su procu si ddu pensat chi est accanta de s’accabai, il maiale è presago dell’imminente fine.
La piccola folla di uomini e donne che dovranno occuparsi de fai sa festa a su procu, di far la festa al maiale, si assiepa nel cortile: ciascuno è pronto a svolgere un proprio compito. Ed ecco finalmente arrivare su boccidori, l’uccisore, l’esperto nella macellazione del maiale. Reca con sé un solo arnese, su gorteddu de pungi, il coltello puntuto, che avvolto in un pannolino depone sopra il tavolo. Viene accolto con un buon bicchiere di vino bianco e si scambiano con lui poche parole d’occasione. Quindi si fa silenzio. L’esecuzione ha inizio.
I bambini, ai margini, seguono lo spettacolo con occhi rotondi: curiosità e angoscia davanti alla morte.
Alcuni uomini, anche quattro o cinque secondo la mole dell’animale, tengono ben ferma la vittima sull’acciottolato, mentre su boccidori lo sgozza. Immediatamente il maiale viene issato sopra il tavolo inclinato, con la testa e il collo penzoloni, affinché tutto il suo sangue fluisca dentro la conca, che due donne si sono affrettate a porgere; e mentre una tiene fermo il recipiente, l’altra immerge una mano nel sangue e lo rimesta perché non si raggrumi. Quindi, prontamente il sangue viene trasferito nella cucina dove, nella stessa conca, viene insaporito con zucchero, cannella, anice, noce moscata, uva passa e mandorle o noci tritate.88 Più tardi, a sera, le donne insaccheranno il sangue in buddas, budella di vitella, a mo’ di salami corti, che verranno infine bolliti e conservati tra rametti di finocchio selvatico per essere mangiati nei giorni di festa. Il sangue così confezionato viene chiamato buddedda, sanguinaccio.


SU CASTIADORI DE MOLENTIS
IL GUARDIANO DI ASINI

Era detto molentargiu , asinaio, colui che custodiva gli asini, un mestiere come il bovaro o il capraro.
Presso le comunità sarde, l’asino svolgeva numerose attività lavorative, concorrenti alla risoluzione dei problemi economici della famiglia: trasporto di legna, di grano, di frutta; arature superficiali negli orti, dove la terra è morbida, e irrigazione con il sistema arcaico della noria; traino del carretto o cavalcatura; per non parlare di quel suo paziente prestarsi ai giochi dei ragazzini. Ma l’attività primaria dell’asino, presso le nostre comunità, era quella di macinare il grano. Attività certamente antichissima del nostro animale tuttofare che gli è valsa il nome di molens, cioè molenti, come lo chiamavano gli antichi Romani e ancora oggi i Sardi.
Se si considera che in ogni famiglia anche modesta non mancava mai nella cucina la mola per macinare il grano e l’asino che la faceva girare, se ne deduce che in ogni comunità gli asini fossero parecchi. Su molentargiu era appunto colui che badava agli asini della comunità ed era un mestiere di molta utilità, tenuto in grande considerazione.
Ogni sera all’imbrunire, finito il quotidiano lavoro, l’asino veniva liberato dalla mola e se ne usciva per strada. Su molentargiu li richiamava a sé con una trombetta formando un branco, e tutti insieme andavano in campagna, in un chiuso non molto lontano dal paese, dove appunto is molentis trascorrevano la notte. Questo campo recintato, dove gli asini da mola della comunità pascolavano liberamente, era chiamato molentargiu.
La mattina dopo, compito de su molentargiu, del custode degli asini, era quello di aprire il chiuso e di accompagnare gli animali ciascuno a casa propria per riprendere il quotidiano lavoro: macinare.
Va detto per inciso che il compito de su molentargiu si riduceva in pratica a tenere d’occhio i soggetti più turbolenti che approfittavano di ogni occasione favorevole per combinarne qualcuna delle loro; di solito gli asini erano assai disciplinati e, sia la sera, in libera uscita verso la campagna, che il mattino, rientrando in paese, si comportavano correttamente - in senso asinino, si capisce.
Propongo ai lettori la descrizione che di questa singolare attività ci fa Giuseppe Dessì nel suo arguto libretto Contus de forredda.89 La traduzione del brano dal sardo è del redattore.
«A quei tempi gli asini, is molentis, stavano tutto il giorno attaccati alla macina, con la testa coperta da una maschera, su faccili, per evitare lo stordimento di quel continuo girare e per non distrarsi; all’imbrunire si lasciavano liberi. A quell’ora passava l’asinaio, su molentraxiu, strada per strada, suonava la tromba, e gli asini, a quel segnale ormai noto, da soli, per abitudine uscivano di casa e seguivano l’asinaio, che li guidava e accompagnava nel prato comune degli asini, pardu o arei, situato vicino al paese, dove pascolavano e riposavano liberamente e in piena armonia fino alla mattina del giorno dopo, all’ora in cui l’asinaio suonava la tromba dell’adunata per riaccompagnarli in paese, distribuirli ciascuno in casa del proprio padrone (cosa per altro che essi sapevano fare a memoria dato che non erano teste d’asino, come si dice oggi di molti studenti). Questa operazione si ripeteva tutti i giorni, fatta eccezione per la domenica, festa comandata e per le altre feste importanti».
Perché da noi, - commenta il redattore - anche gli asini hanno il diritto di santificare le feste, non lavorando.


SU MOLENTARGIU
L’ASINARO

«Mezzo secolo fa, Morgongiori contava oltre duecento famiglie. Ogni famiglia panificava a casa perché non c’era un forno pubblico.
Mancava anche un mulino pubblico, per cui era d’uopo che ogni famiglia disponesse di una macina familiare per la macinazione del grano settimanale.
E’ superfluo dire che in simili condizioni ambientali il numero delle macine era stragrande e più grande ancora era il numero degli asinelli che dovevano trainarle, per il semplice motivo che nelle famiglie con prole e servitù numerose, di pane se ne consumava assai, per cui l’opera di un solo asinello, tenuto conto della sua resistenza fisica, non era sufficiente a macinare tutta la quantità di grano occorrente per il fabbisogno settimanale.
Si rendeva perciò necessaria l’opera di uno o più asinelli che lo sostituissero con turni di lavoro ragionevoli.
Stando così le cose era chiaro che il numero degli asinelli superasse di gran lunga quello delle macine.
E se si considera che nelle famiglie poco numerose gli asinelli godevano di svariati giorni di riposo, se ne deduce che era sentito da tutti impellente il bisogno di sistemare il numero rilevante degli asinelli in vacanza facendoli condurre al libero pascolo, perché era opportuno che essi non gravassero molto sul bilancio familiare.
Da qui la necessità dell’opera di un pastore speciale, chiamato appunto su molentargiu, ossia l’asinaro.
Come si può arguire non era una carica molto ambita né troppo onorifica, per quanto remunerativa.
Era l’occupazione più umile del paese, disprezzata da tutti, perciò veniva ricoperta dalle persone più misere, perché come insegna un proverbio popolare la fame non ha occhi e chi ha bisogno di un pane per la famiglia non guarda troppo per il sottile, l’importante è di sopravvivere.
L’uomo che si sobbarcava a fare quel mestiere era per lo più un rassegnato o un… filosofo!
Egli stesso, pur conscio dell’umiltà della sua occupazione, non se ne adontava, anzi ci scherzava sopra chiamando le sue bestie le mie pecorelle...
Ogni famiglia pagava per la custodia dell’asinello unu quartu di grano all’anno.
Sembrerebbe poco, ma se pensate che gli asinelli da custodire superavano il centinaio e che l’anno conta cinquantadue settimane, potete capire che il pane per il fabbisogno settimanale era più che sufficiente.
Perciò tutte le mattine si recava di buon grado, canterellando a sa truma, una specie di recinto comunale dove venivano raccolti tutti gli asinelli nei giorni di riposo.
Appena giunto, dall’alto di una roccia sopraelevata, dava fiato al suo corno che teneva sempre a tracolla come uno scettro.
Era, si può dire, l’arma o l’arnese del suo mestiere, o meglio, dei suoi mestieri; perché con esso dava il segnale dell’ora per far condurre gli asinelli allo steccato donde venivano accompagnati al pascolo, e al pomeriggio, quello del rientro allo steccato per essere prelevati e ricondotti a casa.
E con lo stesso strumento avvisava la popolazione per impartire ad essa, con bandi, gli ordini dell’Autorità Comunale.
Non bisogna dimenticare che all’impiego privato di asinaro, nei piccoli villaggi, se ne aggiungeva un altro: quello di banditore, e spesso, un altro ancora: quello di becchino.
Come tale era considerato un impiegato comunale a tutti gli effetti, perché dal Comune percepiva un congruo stipendietto che serviva ad arrotondare la mercede ottenuta dalle famiglie per il suo servizio di asinaro.
Ma non gli mancavano altri proventi dall’una o dall’altra occupazione.
C’erano le strenne da parte delle famiglie, quando nasceva un asinello, e le regalie per le feste solenni.
C’era la mercede per qualche bando privato ordinato dal pescivendolo o dal macellaio, per il quale ci scappava anche il pranzetto di pesci, la mezza testa di bue per il brodo, due zampe per la gelatina e la coratella pecorina per la fricassea.
E tutto faceva comodo!»90


S’ALLEVADORI DE STRUZZUS
L’ALLEVATORE DI STRUZZI

Non di rado la categoria dei maestri elementari svolge nella comunità un ruolo progressista, al di là del compito strettamente professionale dell’alfabetizzazione. Su maistu de scola, il maestro di scuola, quando non miri a integrarsi nella borghesia compradora, è testimone e interprete delle vicende e delle istanze della sua gente. E proprio perché proviene dai ceti medi e poveri, e non ha acquistato una mentalità padronale, con un corso di studi classici, in continuo contatto con i fanciulli che sono l’espressione più genuina e immediata dei problemi e delle esigenze della comunità, il maestro acquista capacità innovatrici e assume un ruolo di leader.
Tra i mille esempi di maistus de scola divenuti leaders di qualcosa, si ricorda il Cavalier Giuseppe Meloni, di Tortolì - lasciamo ai posteri un giudizio sul maestro Lucio Abis di Villaurbana, che diverrà Ministro della Repubblica Italiana.
Il maestro Meloni mise in piedi, nel 1910, un allevamento di struzzi. Una singolarissima impresa, per la Sardegna, che lo rese noto in tutta Europa. Iniziò con 9 esemplari, su una estensione di quattro ettari opportunamente sistemati, con viali alberati e appositi recinti.
Lo Struthio camelus è considerato il più grosso uccello vivente. Raggiunge l’altezza di m 2,50 e la lunghezza di oltre m 2. Il peso è sui kg 70 e oltre. Con una falcata di quattro metri raggiunge la velocità di km 60 orari e si dice che tenga testa a un buon cavallo. Vive allo stato brado in Africa e in Arabia. La femmina depone le uova, lunghe circa cm 20 e pesanti kg 2, in buche scavate nel terreno, al ritmo di un uovo ogni due giorni fino a una ventina.
La fattoria del Meloni era anche fornita di incubatrice, perché soltanto nel periodo più caldo, dopo il mese di giugno, era possibile lasciare le uova nel terreno alle cure dei maschi e delle femmine che, insieme, le covavano.
In soli cinque anni l’allevamento contava 175 struzzi. Era l’unico in Sardegna e in Italia, e uno dei pochi e dei più razionali d’Europa.
Non si sa fino a qual punto l’attività del maestro Meloni fosse redditizia. Il prezzo delle piume, allora, oscillava dalle 600 alle 1000 lire al chilogrammo. Una sola coppia di struzzi valeva, a due anni di età, dalle 1600 alle 2000 lire.
In Sardegna questi volatili venivano usati anche come cavalcatura. La possibilità d’essere cavalcati è certamente dovuta, oltre che alla potente muscolatura di cui gli struzzi sono dotati, anche alla piccola corporatura del Sardo, il cui peso era ideale per fare il fantino. Non è difficile, a Tortolì, la cittadina che si affaccia sul Golfo di Orosei, trovare tra le vecchie fotografie le immagini di inservienti della fattoria a cavallo di struzzi bardati di tutto punto, ripresi durante veloci scorribande all’interno dei recinti.
Ricorda ziu Tomasicu: «Si era nel 1915, subito dopo l’entrata in guerra dell’Italia. In quel periodo scarseggiava il carbone, e così mi ero occupato in una impresa del Continente che faceva il taglio della legna nei boschi in agro di Tortolì. Durante il mio lavoro, ebbi spesso l’occasione di vedere nella zona gli struzzi dell’allevamento del Cavalier Meloni. Era uno spettacolo per noi inusitato che ci incuriosiva molto».91
In tempi più recenti, altri imprenditori di paesi più avanzati tecnologicamente tentarono di lanciare la corsa degli struzzi come sport, usandoli negli ippodromi come trottatori trainanti agili calessini.
La brillante intrapresa del Meloni era, purtroppo, legata al capriccio della moda femminile. Fallì quando le signore decisero che il “boa” - quel lungo aereo sciarpone rimasto nelle “vedettes” dell’avanspettacolo, il simbolo degli “anni ruggenti” del proibizionismo in USA e del “charleston” - era da considerarsi un ornamento “demodé”.
D’altro canto, il sorgere di allevamenti monopolistici e governativi di altre specie di struzzi, dovette essere una formidabile concorrenza, tale da spazzare via letteralmente i modesti avversari pennuti del Cavalier Meloni - il cui stomaco, pur vorace, non riusciva a competere con quello di divoratori di strade asfaltate, palazzi in cemento armato e aeroporti con piste laminate.
Anche per altri versi, lo struzzo si accomuna al politico. Per i governanti che temono di affrontare i problemi sul tappeto, la gente dice: «Faint cument’ is istruzzus de Tortolì, cuant sa conca asutta ‘e is paperis», fanno come gli struzzi di Tortolì, nascondono la testa sotto le scartoffie.92


SU BALENTI
L’ABIGEO

L’abigeo est chi furat bestiamini, è chi ruba bestiame. Non esiste eguale voce in lingua sarda. L’ho tradotto con balenti, uno che vale, chi tenit biscottu in bertula, che sa il fatto suo, secondo la morale del codice barbaricino.
In tempi passati, floridi allevamenti di bestiame popolavano la Sardegna, dai Campidani di Cagliari agli Altipiani di Sassari, per non dire dei monti del Nuorese che erano ricoperti più che di boschi di pecore e di capre. A ricordo di quei tempi, di ingiuste distribuzioni del patrimonio e del diritto dell’escluso alla rivalsa, nella tradizione popolare è rimasta la leggendaria figura di balentes-abigei. Uno di questi, ziu Cappeddu, morto in vecchiaia una ventina d’anni fa - precisamente l’anno che arrivò la luce elettrica in paese - è ricordato nei contus de forredda, racconti del focolare, e immancabilmente in occasione di sa festa ‘e su procu, la festa del maiale, che nei Campidani si tiene nel mese di Dognasantu, novembre.
Si narra della sua diabolica abilità notturna nel fare sparire qualunque grassa giovenca si fosse trovata nel raggio di molti chilometri, senza lasciare traccia alcuna - ed è che una giovenca non è facile da caricarsi sulle spalle.
Assogadori, lanciatore di lazo, infallibile al buio, alla luce del sole non gli riusciva con il lazo di assogare, di accalappiare, un manzo alla distanza di tre metri. Usava un metodo ingegnosissimo, non brevettato, per catturare una pecora stando in sella al cavallo: munito di una robusta e flessibile pertica di spinoso rovo, tenendolo ben impugnato lo attorcigliava al vello, tirandosi la preda sin sopra la sella.
Conosceva l’arte di catturare un vitello, senza che un solo muggito si levasse per la campagna - con un semplice pezzo di spago legato alla lingua forata dell’animale, egli ne diveniva sicuro padrone, portandoselo appresso docile come un cagnolino. Pavido e schivo durante le ore diurne, si racconta che egli rifiutasse di avvicinarsi, sia pure protetto dal guardiano, a una qualunque scrofa di recente sgravata. «Sa giustizia dda currat!... Gei no hat a mussiai a mei, no?!…». «La giustizia la rincorra!... Non morderà me, no?!...». Ma, calate le tenebre, si animava, trasformandosi in astutissimo predatore di maialetti, che egli sapeva rapire e insaccare alla presenza della più selvaggia e zannuta mardini, o troja, come si dice in lingua civile.
Divenuto con gli anni tardo e stanco, seppe adattare la difficile arte dell’abigeo alla sua età, senza demordere. Adottò il sistema di far morire de puntori, di accidente,93 una prospera giovenca con il semplice ausilio di un berretto. Gli bastava applicarglielo per un certo tempo sul muso, non prima di aver avuto l’accortezza di ficcarle le corna rovesciate per terra. Più tardi, indisturbato, si impadroniva della vittima, che l’allevatore (tratto in inganno dall’apparente morti mala, “antrace”, malattia epidemica che colpisce il bestiame), aveva lasciato abbandonata in campagna alla “mercé” di cani, corvi e di ziu Capeddu.
Il suo declino giunse rapido e inesorabile quando in paese arrivò la luce elettrica. Destino volle che proprio davanti alla porta d’ingresso di casa sua gli piantassero il palo con la lampadina in cima.
«A che punto siamo arrivati, oggi, se un pover’uomo deve far vedere agli altri quel che entra in casa propria!» . Si dice che egli esclamasse, addolorato e offeso.
Ziu Cappeddu era ormai vecchio e il suo cuore non seppe resistere a una civiltà che faceva luce anche di notte.94


IS CIRCADORIS E IS MEDIADORIS
I CERCATORI E I MEDIATORI

Rilevante è il fenomeno dell’abigeato, che all’osservatore superficiale o slegato dalla realtà sarda appare tout court la piaga che pregiudica lo sviluppo in senso moderno dell’economia basata sull’allevamento zootecnico... Non si può non riconoscere che gli effetti dell’abigeato possono risultare funesti per il pastore che ha investito tutto il proprio patrimonio e ipotecato il lavoro di anni a venire per edificarsi un ovile moderno per garantirsi stabilmente pascoli e foraggio. Si creano certamente in lui complessi di frustrazione che alimentano assenteismo e vittimismo, quando non lo portano a scegliere la via dell’emigrazione, quando non lo obbligano a cambiare mestiere, quando non lo conducono a scegliere la soluzione radicale del diventare egli stesso abigeo e fuorilegge.
Eppure, per altri versi, in questa economia pastorale, il fenomeno dell’abigeato ha una sua validità, una sua riconosciuta funzione che rientra nei rigidi schemi della sua organizzazione sociale. In sostanza, il mestiere dell’abigeo è un mestiere come un altro.
«Bella arti t’has pigau!», «Bel mestiere hai scelto!». Si rivolgeva scherzosamente un pastore ad un amico notoriamente abigeo. E questo, di rimando: «S’arti gei est bella, si dda lassessint fai!», «Il mestiere non è male, se lo lasciassero fare!». Tutto, evidentemente, sta nel pericolo che il mestiere comporta; ma, sostanzialmente, nell’etica comunitaria pastorale, non risulta indecoroso o addirittura vile come quello del contadino e, meno che mai, criminale come quello de s’ispioni, dello spione, per il quale è previsto l’ostracismo o l’eliminazione fisica.
Al di fuori della legge che il maresciallo dei carabinieri e il pretore vorrebbero imporre, ne esiste un’altra, più antica e più forte, più sentita e più rispettata, che stabilisce norme di comportamento cui tutti si assoggettano. Tale ordinamento prevede, ad esempio, attività di rilievo sociale legate al fenomeno dell’abigeato. Queste attività vengono svolte dal chircadore, cercatore, e dal mediadore, mediatore, che la comunità ritiene di grande utilità e sono rispettati e onorati. Sos chircadores, i cercatori, sono uomini di prestigio, conoscitori della gente e delle loro vicende e sono tenuti in grande considerazione per la loro serietà e onorabilità. La loro opera viene richiesta sia dai grandi che dai piccoli allevatori di bestiame, quando subiscono un furto di una certa entità. Essi, i chircadores, entrano in contatto con i mediadores, i quali a loro volta si mettono in contatto con il mondo degli abigei e dei latitanti che sanno sempre tutto. Si arriva così a fissare - i primi per il proprietario e i secondi per l’abigeo - la taglia che deve essere pagata per la restituzione del bestiame sottratto. Ovviamente, da questa taglia essi defalcano l’onorario a se stessi dovuto.
Sempre, da quanto può rilevarsi dalle testimonianze, i chircadores e i mediadores risparmiano all’allevatore guai maggiori, e questo è ben lieto di cavarsela con una tassazione, talvolta neppure onerosa.
Il chircadore, d’altro canto, con la sua autorità e con il suo prestigio può giungere ad influenzare la volontà dell’abigeo, può limitarne l’esosità delle richieste, può perfino indurlo a rendere il mal tolto senza nulla chiedere in cambio - se l’abigeato è in quel caso ritenuto ingiusto o contrario alle leggi delle comunità, quando il derubato sia indigente.
Egli, su chircadore, lascia comunque sempre l’immunità all’abigeo usando il mediatore, cioè una interposta persona, che garantisce così l’anonimato. Se si riflette, si tratta di un anonimato soltanto apparente, ma l’immunità è rigidamente mantenuta.
Raramente l’opera del chircadore fallisce, se egli accetta l’incarico. Il suo compito è protetto dal più rigoroso silenzio e dalla più assoluta discrezione. Così come sacra e inviolabile è la persona del mediatore che ha il compito di avvicinare e contattare l’abigeo.
Il fenomeno dell’abigeato non può definirsi semplicisticamente, almeno in tali comunità, un comune reato. Il fenomeno - di cui è difficilissimo documentare la prassi e la vastità per l’ovvio riserbo della gente - obbedisce a leggi non scritte che hanno la forza che deriva dal loro millenario uso: violarle significa venire meno alle leggi dell’onore che costituiscono le basi dell’aggregazione della comunità.95


CAPITOLO SESTO

S’ARTI DE SU PISCADORI
IL MESTIERE DEL PESCATORE

Presentazione.

In questo capitolo, dedicato alla pesca in Sardegna, vengono prese in considerazione le attività in uso nel recente passato, più precisamente riferite alla realtà socio-economica del Secondo Dopoguerra, dagli Anni ‘40 agli Anni ‘60.

I Sardi e la pesca.
I Sardi, a differenza di altri Popoli, non hanno mai avuto vocazioni colonialiste e hanno preferito restare nell’ambito dei propri confini anziché andarsene avventurosamente in casa d’altri, a massacrare, rapinare e ridurre in schiavitù il loro prossimo. Con il pretesto di portarvi la loro “propria” civiltà, gli Spagnoli sono sbarcati nelle Americhe, e gli Inglesi nelle Indie, distruggendo civiltà millenarie, sterminando popoli pacifici, che rifuggivano dalla violenza, che avevano sviluppato una scienza e una tecnologia avanzatissime nel campo civile, ma non in quello militare.
Sta di fatto che per ragioni storiche, geografiche e culturali, i Sardi non si sono mai spinti oltre le acque basse dei mari che circondano il loro territorio.


La pesca in Sardegna ai primi Anni ‘60
La soluzione del problema della pesca è certamente fondamentale per l’avvenire economico della Sardegna. Eppure, quello della pesca è il settore dove maggiormente si notano l’assenza e l’incompetenza dei nostri governanti, dove il poco che si è fatto è stato fatto a sproposito, in modo disordinato, aggravando talvolta la già precaria situazione. Lo stesso sistema delle provvidenze a favore della categoria si è dimostrato un intervento inutile, poiché non esistono ancora la mentalità e la capacità professionali. E’ inutile rinvangare la vecchia storia del sardo che ha “paura del mare”. E’ inutile rilevare ancora una volta la rudimentalità delle tecniche e degli strumenti usati per la pesca, o il fatto che l’80% circa della categoria si assoggetti alla estemporanea, spesso miserevole attività nelle acque interne, palustri, anziché industriarsi nella ben più redditizia pesca d’alto mare, quella che richiede una specializzazione e che vengono a fare nei nostri mari i pescatori di altri paesi.
Accanto ad aspetti di natura politica, il problema presenta aspetti di ordine tecnico, i quali consistono nella capacità professionale e negli strumenti di lavoro. Ed è compito della Stato, attraverso i suoi organi, educare professionalmente, stimolare il settore con apposite incentivazioni e provvidenze, predisporre idonei programmi di sviluppo.
E a proposito di interventi dello Stato, si intende che tali interventi siano attuati alla luce di un organico piano di programmazione regionale: interventi che non avviliscano o limitino menomamente la “libera individuale iniziativa”, ma che proprio l’iniziativa privata stimolino, sostengano e, se è il caso, condizionino.
Del resto, si tratta di fare in definitiva ciò che gli altri già fanno: nel caso nostro, attrezzarci per la pesca, nei nostri stessi mari. E sarà opportuno sgombrare subito il terreno da ogni preoccupazione di dissipazione o di sperpero: non vi è economista che non sia del parere che, nel settore della pesca, a parità di danaro investito, corrisponde un sicuro e alto reddito.

Il litorale sardo si sviluppa lungo 1849 chilometri, di cui il 20% circa formato da spiagge accessibilissime. La superficie di pesca - tenendo conto di una fascia larga Km 5 - è di Kmq 9.235; i comuni interessati sono 56, con una popolazione globale di circa 500 mila unità (Cagliari compresa): una densità, cioè, di 30 abitanti per Kmq. E’ una densità, a detta di tutti gli esperti, di gran lunga inferiore alle possibilità offerte dalle risorse del patrimonio ittico a disposizione, anche considerati i rilievi sul processo di depauperamento nel Mediterraneo. Ma c’è di più: di quei 500 mila abitanti, soltanto un’esigua percentuale, circa 4 mila unità lavorative (non più del 3% della popolazione, anche considerando coloro che alternano con la pesca altre professioni), risulta presente nel settore. E qui è interessante notare che, in percentuale, risultano quasi il doppio coloro che commerciano il prodotto ittico. Tale percentuale si triplica, se prendiamo in esame la zona dell’Oristanese, sull’arco del golfo centro-occidentale (assolutamente assente è il sardo dalla pesca d’alto mare, mentre assai sfruttata, con tecniche per altro primitive e artigianali, è, come si accennava, la pesca nelle acque interne e lagunari, il cui patrimonio attualmente è quasi nullo). I 4 mila pescatori sardi rappresentano circa il 4% della categoria nazionale; eppure le coste sarde sono il 21% dello sviluppo costiero dell’intera nazione.
Dividendo il prodotto ittico in 1) pesci, 2) molluschi, 3) crostacei, si hanno rispettivamente: Q 69.689, Q 18.960, Q 2.658, rilevati nell’intero anno 1958 (per avere un utile termine di paragone ricorderemo che la Sicilia, con una superficie di pesca interiore, nello stesso anno produsse: pesci: Q 316.465, molluschi: Q 28.346, crostacei: Q 15.540).
Negli ultimi anni, la pesca del tonno è scesa a quote bassissime; attualmente si nota una certa ripresa. Alcuni spiegano il fenomeno dell’assenza dei tonni nei nostri mari con l’inquinamento delle acque ad opera delle miniere; altri ritengono che le efficienti strutture delle tonnare spagnole, dislocate nell’Atlantico, lascino ben poche possibilità al Mediterraneo.
Nonostante la sua attuale vitalità, la pesca del corallo, con i suoi 89 quintali di prodotto (al 1958) ed i suoi 125 pescherecci, è ancora ben lontana dall’avere raggiunto il suo optimum. Per inciso va detto che mancano sondaggi scientifici che evitino le ricerche “a lume di naso”, e mancano gli attrezzi idonei che permettano la raccolta senza danneggiare il prodotto. D’altra parte, la maggior quantità e la migliore qualità del prodotto garantirebbero la diffusione e l’affermazione dell’artigianato del corallo. Disastrosa è la situazione delle attrezzature e degli impianti: sempre nel 1958 si avevano 875 tra motobarche e motopescherecci (821 le prime, di cui la maggioranza a fondo piatto con fuoribordo “Mosconi” da 1,5 HP! e i secondi appena 54, di cui la metà in disarmo o con oltre 16 anni di servizio), mentre il numero delle barche a vela e a remi era di circa 1.500 unità, adatte al massimo alla pesca nei bassi fondali, con il palamito o le tradizionali sciabiche, a maglia di cotone.
Riesce quindi oscuro il senso del paragrafo 22.92 del Piano di Rinascita per la Sardegna (testo approvato dal Consiglio regionale nell’aprile del 1963) quando in materia di pesca costiera sostiene che “non si tratta di moltiplicare il numero delle unità da pesca, già numerose rispetto alla pescosità dei mari intorno alla Sardegna, ma di aumentare la capacità produttiva attraverso l’ammodernamento tecnico” di quelle già esistenti. La verità è che si possono contare sulle dita di una mano le barche che possono essere ammodernate; le più servono ormai solo a portare in gita lungo le spiagge delle località balneari i turisti stranieri: fanno molto “primitivo” alla sensibilità romantica dei tedeschi e molti pescatori dilettanti non si lasciano scappare la “barcheggiata” per duemila lire in cambio di un’avventura di pesca.
Abbiamo accennato alla pesca nelle acque interne e lagunari che si effettua con tecniche rimaste immutate - negli attrezzi e nella organizzazione del lavoro - dal tempo dei viceré spagnoli, se non dal periodo nuragico. La pesca nei fiumi viene praticata col succo dell’euforbia o con sbarramenti rudimentali, alla maniera di certi popoli dell’Oceania. Nelle lagune di Cabras, esistono96 ancora “feudatari” che mantengono privilegi medioevali su investiture che risalgono a Filippo IV di Spagna. Nelle stesse lagune sono ancora presenti le baracche di fieno dove alloggiano i pescatori, che si avvalgono ancora dei “fassoni”, imbarcazioni ricavate da fasci di erbe palustri; fino a pochi anni fa, si adoperava l’amo “vegetale”, ricavato da uno spino di una pianta che cresce nel luogo.
Non fa meraviglia, pertanto, che l’irrazionalità dello sfruttamento del patrimonio ittico nelle acque interne, e la mancanza di qualunque efficace regolamentazione dell’esercizio di tale attività, abbiano portato all’attuale impoverimento (che, peraltro, ha arricchito famiglie di baroni e di concessionari, i quali si sono ben guardati dal creare impianti per il ripopolamento e per la salvaguardia degli avannotti). Né fa meraviglia che i dati sulla pesca nelle acque dei laghi e dei fiumi (esclusi gli stagni) registrino, per il 1957, soltanto 300 quintali.

Il mito del “sardo che ha paura del mare” è un mito di comodo. Forse valido ai tempi delle invasioni barbaresche, oggi il mito del mare “grande nemico”, può benissimo trasformarsi nel mito del “grande amico”, nella misura in cui la Regione con un’intelligente legislatura e con una programmazione realistica, aprirà scuole professionali, fornirà tecnici e attrezzature, incentiverà l’iniziativa privata e più ancora potenzierà le molte cooperative che già esistono e che male funzionano.
Una vera “fobia per il mare” sembrano, invece, dimostrarla proprio i governanti regionali: l’hanno in particolare dimostrata nella stesura del Piano di Rinascita. Nel testo approvato nell’aprile 1963, edito sotto gli auspici della Regione Autonoma, col titolo: Schema Generale di Sviluppo e Piano Straordinario, il settore della pesca è liquidato in due pagine e mezza (in un contesto di 230 pagine).
Chi ha seguito i convegni, o ha preso atto dei documenti sul Piano di Rinascita, non può non chiedersi perché, fra gli interventi dei politici, dei tecnici, degli operatori, dei sindacalisti non ve ne sia stato alcuno che si sia occupato del settore della pesca. L’unica voce levatasi è quella di un professore di latino e di greco, il sindaco di Terralba, Emilio Cuccu:
«…Un settore poi che è di particolare importanza, nella zona dalla quale io provengo, è quello che riguarda la pesca nelle acque interne e costiere della Sardegna. E’ un settore, nel rapporto conclusivo, pressoché ignorato, mentre questo settore rappresenta uno degli elementi, nell’attività economica isolana, dei più interessanti, non soltanto per motivi di economia interna (si tratta di 15 mila ettari di acque interne e lagunari che danno un reddito già in atto di circa 1 miliardo di lire annue), ma perché rappresenta la vivificazione delle coste della Sardegna. La Sardegna è un’isola che ha oltre 1.800 Km di sviluppo costiero, contiene soltanto 16 Comuni marittimi, ed è spopolata in maniera desolante lungo le coste. Uno dei problemi fondamentali della Rinascita economica e sociale della Sardegna è il ripopolamento delle coste, è la vivificazione dell’economia dei comuni costieri».
Ancora, nel I° Convegno Interregionale per il Piano di Rinascita, tenutosi a Genova il 25-26 giugno 1959, è uno degli stessi convenuti (e precisamente un continentale, il dottor Ubaldo Grimaldi) a stupirsi, notando «che nessuno degli interventi - fatta eccezione per quello del dottor Benefei (il quale, aggiungiamo noi, si era limitato a documentare un certo flusso di pesce dalla Sardegna al mercato ligure e ne aveva rilevato la discontinuità) - ha fatto cenno al settore della pesca». «Eppure- proseguiva nel suo intervento il Grimaldi - tale settore, al quale si dedicano circa seimila marittimi, se potenziato, potrebbe rivestire non trascurabile importanza nell’economia della Sardegna e potrebbe perciò contribuire all’auspicata rinascita dell’Isola.
La situazione della pesca in Sardegna purtroppo non è in linea con il progresso raggiunto ai nostri giorni. Il naviglio da pesca si compone di 2360 unità circa, delle quali ben 1500 circa sono natanti removelici, ossia piccole barchette dedite alla pesca lungo le coste, 800 circa sono motobarche e solo 45 sono motopescherecci, intesi, questi, in senso tecnico, quali natanti in cui la forza del motore viene utilizzata per la cattura del pesce, oltre che per la propulsione della nave. Di questi ultimi, solo 17, mi sembra, sono muniti di motori con potenza superiore ai 100 HP. Le attrezzature da pesca e per la conservazione e lavorazione del pescato sono assolutamente insufficienti o mancano del tutto: non vi è un solo natante col frigorifero a bordo, pochi, circa 20, posseggono ghiacciaie a bordo, uno solo è fornito di scandaglio elettrico e quattro o cinque di radio-telefoni. La pesca si svolge, per la quasi totalità, nella fascia costiera. La pesca dell’Isola ha bisogno perciò di essere potenziata: occorre migliorare e ammodernare natanti e attrezzature a terra e a bordo. D’altra parte, se esiste tale esigenza, non può dirsi che non siano state predisposte provvidenze per la pesca”. Fatte poi alcune elencazioni delle provvidenze predisposte dallo Stato, la relazione di Grimaldi proseguiva, concludendo: “Malgrado tali provvidenze, ben pochi pescatori della Sardegna hanno chiesto l’ammissione ai benefici da esse previsti e ciò non può non indurre a pensare che le provvidenze stesse siano ignorate o non siano valutate nella loro esatta portata. Ritengo pertanto che per il potenziamento del settore della pesca in Sardegna, che, ripeto, può dare notevole contributo alla Rinascita dell’Isola, sia necessario provvedere a divulgare e diffondere in ogni modo le provvidenze disposte per il settore, di guisa che le stesse vengano portate a conoscenza anche dei più umili pescatori, purtroppo spesso analfabeti, operanti in zone lontane dai centri».

Una deprecabile abitudine di casa nostra è il mancato approfondimento e la strumentalizzazione dei problemi. Gli ultimi due Convegni Regionali sulla pesca in Sardegna, per esempio, si sono ridotti ad una diatriba paesana fra esponenti politici di terz’ordine, davanti ad una pubblico di sprovveduti pescatori, raccolti qua e là con l’evidente intenzione di far opera di “proselitismo” mediante il sistema bettolaio del “chi la spara più grossa” e del “chi grida di più”. In particolare, nell’ultimo Convegno, tenutosi il 12 luglio del 1964, in una assemblea che avrebbe dovuto rappresentare un quadro concreto ed obiettivo della pesca in Sardegna, non si è sentita pronunciare una sola cifra, un solo dato statistico. Nessuno, escluso il pescatore Sechi, s’era preso la briga di presentare una relazione scritta. Nessuno s’era preso neppure il disturbo d’informarsi su quanto pesce si produca, su quanto presumibilmente se ne potrebbe produrre, utilizzando questi o quegli strumenti, pescando in questo o in quel litorale, a questa o a quella profondità. Tutti fecondi e brillanti improvvisatori, in un settore dove l’improvvisazione si è dimostrata, da secoli, assai dannosa. Si sono tout court affrontati e risolti problemi tecnici che altrove impegnano coorti di ittiologi e di specialisti. Eppure, la Regione sarda un “esperto” se l’è fatto e lo paga caro. Perché non l’ha mandato?
I pescatori convenuti non hanno avuto certo modo di chiarire le loro idee né da un punto di vista professionale, né sotto il profilo politico: niente hanno appreso in fatto di tecniche nuove e di nuove soluzioni ai loro antichi problemi. Hanno solo appreso - ma lo sapevano già benissimo - che esistono dei parassiti i quali sfruttano il loro lavoro, e che costoro sono da un lato i feudatari e i concessionari delle acque pubbliche, e dall’altro i commercianti grossisti.
Ma i veri protagonisti, nonostante tutto, sono proprio loro, i pescatori. In un suo intervento al Convegno, Attilio Sechi, presidente di una cooperativa dell’Oristanese, ha tracciato un quadro della situazione della pesca nelle acque interne dell’isola, alla luce delle vigenti leggi che dovrebbero regolamentarla: «la Legge 39 dice che sono estinti tutti i diritti esclusivi di pesca a qualunque titolo posseduti... I pescatori di Cabras, tra gli altri, hanno creduto a questa legge; e nonostante forze politiche potenti appoggiassero i titolari dello stagno, essi, i pescatori, sono riusciti in questi anni a far avanzare la propria causa e quella della Regione. Già dal 1961, infatti», ha proseguito il Sechi, «le acque dello stagno di Cabras sono state dichiarate demaniali dal Ministero della Marina mercantile». Queste acque, come è ormai notissimo, sono detenute da alcune notabili famiglie oristanesi che ne vantano la proprietà risalendo ad un mutuo concesso nel secolo XVII alla Corona di Spagna. I cavilli giuridici che codeste famiglie hanno accampato allo scopo di rendere inoperante la legge regionale che sopprime i loro privilegi, dovrebbero cadere non appena l’apposita Commissione incaricata di “delimitare la superficie dichiarata demaniale” terminerà i suoi lavori. Finalmente, dopo tre anni di inenarrabili stenti” le “frastagliatissime coste” degli stagni di Cabras sono state “delimitate”. Questa notizia è stata “ufficialmente” portata al Convegno dall’assessore regionale Abis, su mandato del Presidente della Regione. Staremo a vedere quanti anni trascorreranno prima che il Demanio marittimo si sostituisca ai feudatari nell’esercizio di un diritto che inequivocabilmente gli compete. Intanto, i pescatori continuano ad essere arrestati e incarcerati con l’imputazione di “furto aggravato e continuato di pesce di proprietà privata”, senza che ad anni di distanza dal loro arresto si sia trovato un Tribunale disposto a giudicarli sulla base di tale imputazione.

A conclusione di quanto si è detto, possiamo così schematicamente delineare la situazione nel settore della pesca in Sardegna:
1) l’elemento umano, per motivi storico-politici, è vissuto lontano dal mare;
2) là dove l’elemento umano è presente, esso risulta scarsamente o primitivamente organizzato;
3) il permanere di tale situazione è principalmente dovuto alla presenza di feudatari e di “concessionari” in possesso di incivili privilegi;
4) si registra una quasi totale mancanza dei sardi nella pesca d’alto mare (in quella oceanica non è presente neppure l’Italia, patria di “navigatori”);
5) di un depauperamento delle acque rivierasche, specie in Sardegna, perché intensivamente e irrazionalmente sfruttate;
6) nelle acque interne, mancano opere di bonifica, di ripopolamento, di allevamento, di salvaguardia del patrimonio ittico; vi è una carenza legislativa per la regolamentazione della pesca in tali acque; si pratica il sistema delle concessioni a speculatori privati che operano uno sfruttamento integrale, e per quanto riguarda gli stagni, esistono residui feudali nell’organizzazione socio-economica delle comunità dedite alla pesca in tali acque;
7) vi sono dei monopolizzatori del commercio del prodotto ittico, i quali approfittano delle apparecchiature in loro mani per la conservazione di un prodotto facilmente deteriorabile, della disorganizzazione della categoria dei pescatori, tra l’altro non sufficientemente protetti e tutelati, e della loro precaria situazione economica;
8) manca uno spirito cooperativistico tra i pescatori e tra gli stessi piccoli e medi commercianti del prodotto, molti dei quali provenienti dalla stessa categoria dei pescatori;
9) non esistono in Sardegna impianti industriali per la conservazione del prodotto e per la stessa fabbricazione degli attrezzi di lavoro;
10) si registra una carenza dello Stato nella definizione della demanialità delle acque interne e lagunari e nella concessione a privati di superfici marine (la legge regionale 39 andrebbe resa operante o riveduta);
11) non può considerarsi idonea, né sufficiente al bisogno la flotta peschereccia attuale, seppure raggiunge l’entità di 2500 unità.

Da questa situazione, ne consegue che sarebbero necessari i seguenti interventi:
1) il ripopolamento delle coste e la vivificazione dell’economia delle comunità presenti nelle zone costiere;
2) creazione di scuole professionali che soddisfino almeno le esigenze delle nuove generazioni di pescatori;
3) allestimento - con capitale misto, statale e privato - di una flotta moderna per la pesca d’alto mare, e specializzazione degli equipaggi;
4) incentivazioni per stimolare l’iniziativa privata, particolarmente nella pesca d’alto mare;
5) regolamentazione e controllo efficace dell’uso degli attrezzi da pesca, per evitare il depauperamento del patrimonio;
6) smantellamento delle vecchie strutture economiche di tipo feudale che permangono nello sfruttamento delle acque lagunari;
7) salvaguardia del patrimonio ittico nelle acque interne, lacustri e fluviali, con le necessarie opera di bonifica, impianti fissi e opere per il ripopolamento e l’allevamento ittico;
8) promozione e diffusione dei valori mutualistici e cooperativistici fra i membri della categoria, ciò in particolare per la difesa dei loro interessi nei rapporti con il commerciante grossista;
9) incentivazioni per stimolare il sorgere di industrie per la conservazione del prodotto, con particolare riguardo alle iniziative cooperativistiche.

Meriterebbero un approfondimento particolare le situazioni della pesca del tonno e del corallo: la prima strettamente legata ad un’industria conserviera, la seconda ad una diffusa attività artigiana.
Comunque, i traffici marittimi andrebbero intensificati con l’aumento dei mezzi di trasporto che legano l’isola al continente, affinché, cessando la Sardegna di essere un’isola, con tutti gli effetti storici, culturali e psicologici che il fenomeno comporta, cessi anche la “grande paura” del sardo per il mare.97


PISCADORIS DE MARI, DE STAINU E DE FLUMINI
PESCATORI DI MARE, DI STAGNO E DI FIUME

Alcune notizie sulla pesca - tecniche e strumenti.

Nei Paesi marittimi l’attività della pesca è naturalmente di primaria importanza e occupa un posto di grande rilevanza economica e sociale. In primo luogo, si distingue la pesca “professionale” da quella “sportiva” o per “hobby”.
Lungo le coste della Sardegna, da tempi immemori pascolano greggi di pecore. I pastori costruivano nei pressi delle marine is aprigus, semplici tettoie per ombreggiare, e le loro baracche di falasco e di canne, e nelle lunghe monotone giornate hanno certamente preso dimestichezza con il mare e con i suoi abitatori, improvvisandosi pescatori - per avere cibo fresco e per arrotondare le entrate del loro mestiere. Così pure è accaduto per i contadini che lavoravano terreni in prossimità delle coste. Ne consegue logicamente che molte attività di pesca siano nate come passatempo o, per dirla con un termine attuale, come hobby; e che con le esperienze, con l’apprendimento delle tecniche e con esiti positivi o lusinghieri, per il pastore o il contadino la pesca sia diventata con il passare del tempo l’attività precipua.

L’attività professionale della pesca, per i Paesi che si affacciano nel Mediterraneo, si classifica in
a) piccola pesca, che si svolge lungo le coste in acque basse;
b) pesca di altura, che si svolge entro i limiti delle acque territoriali;
c) pesca oceanica, che si svolge oltre lo stretto Gibilterra e il Canale di Suez.

Gli abitanti delle coste (ancora oggi per l’incapacità o l’inerzia o forse il rispetto della storia dei governi regionali) operano soprattutto nel campo della piccola pesca. Mai vista dai Sardi la pesca oceanica; e soltanto in tempi recenti è sorta una timida industria per la pesca d’altura, che nel Mar di Sardegna viene prevalentemente fatta da imbarcazioni di pescatori di altre regioni o di altre nazioni meglio attrezzate.
In questa breve esposizione, mi occuperò quasi esclusivamente del passato. Sta di fatto che fino a tempi recenti, ancora nella metà di questo secolo, gli abitanti dei paesi rivieraschi centro-occidentali dell’Isola usavano ami vegetali e imbarcazioni di erbe palustri, e pescavano quasi esclusivamente in acque basse, marine e palustri, lagunari e fluviali. Facevano eccezione gli abitanti di Alghero e di Carloforte, colonie di Catalani e di Genovesi, portatori di una cultura diversa, vicina a quella dei “Conquistadores” missionari e “portatori di civiltà”.


La piccola pesca.

Pesca da riva. Sono così dette tutte le attività in cui il pescatore lavora senza barca, dalla riva o tutt’al più con il corpo a mollo, fino alla cintola. Gli attrezzi più usati sono le lenze con diversi ami ed esche secondo i pesci che si vogliono catturare, i palamiti, funicelle con una serie di ami, lunghe qualche decina di metri, e piccole reti.

Pesca in mare, costiera o litorale. Tale pesca si effettua con apposite imbarcazioni, a remi, a vela o a motore di piccola o media stazza, a fondo piatto o chigliate. Viene esercitata in forma artigianale e familiare dai pescatori dei paesi rivieraschi. La pesca si svolge a poca distanza dalla riva e al massimo non oltre i limiti di tre miglia dalla costa. Limite oltre i quali si effettua la pesca d’altura.

Pesca nelle lagune costiere, in acque dolci e salmastre. Si effettua sia da riva che con imbarcazioni, mediante la posa di reti (sciabica, poligio), e attrezzi (palamite)

La nostra Isola è siccitosa e ha scarsità di corsi d’acqua e di invasi naturali o artificiali. Ciò è certamente dovuto in parte alla mancanza di opere di ingegneria idraulica e in più larga misura alla dissennata utilizzazione, che può definirsi rapina, del suo patrimonio boschivo da parte dei suoi dominatori. Tra questi, meritano una nota di infamia i Piemontesi, i quali distrussero e permisero ad altri, in particolare ai Toscani, di distruggere alberi e boschi, sia per ricavarne legname per costruire navigli, sia per le costruzioni in genere, sia per trasformare la legna in carbone da vendere a mezza Europa. Il ministro Cavour, cui si attribuisce nei testi scolastici l’appellativo di padre della patria, fu egli stesso uno dei responsabili dello scempio di boschi fatto in Sardegna - per esempio, il taglio dei secolari alberi di Corongiu, che pare abbia fruttato milioni al suo parentado, presente privilegiato negli appalti governativi. Nei sequestri di persona a opera di bande di Sardi emigrati a danno di possidenti del Continente, specie del Nord Italia, si potrebbe adombrare una sorta di nemesi storica - una sorta di legge dantesca del contrappasso - per le opere banditesche di rapina subite dai Sardi ad opera di Toscani e Piemontesi in specie. E chi sa quanti sequestri dovrebbero ancora farsi, per pareggiare storicamente i conti!

C’è scarsità di fiumi e laghi. Tirso, Flumendosa e Coghinas, che hanno permesso la realizzazione di tre invasi artificiali che, per altro, versano nel più completo abbandono. C’è un quarto invaso nuovo, quello sul fiume Taloro, affluente del Tirso, e speriamo che la gente del luogo sappia utilizzare il bacino per un redditizio allevamento ittico e che lo sappia difendere dalle rapaci unghie de is istrangius e dagli interventi demagogici e funesti dei politici asserviti agli interessi del capitale.

Ci sono ancora paludi e stagni. Un tempo pescosissimi e che, se protetti dall’inquinamento e dallo sfruttamento irrazionale, avrebbero potuto costituire, insieme all’allevamento degli ovini e al turismo, una delle più remunerative aree economiche di investimento. Se è vero che paludi e acque stagnanti sono state fin dal remoto passato il regno della malaria, è pur anche certo che tali acque rivestono grande importanza ecologica. E il fascismo, si dice oggi, faceva male a bonificare le paludi invece di inventare il DDT e ammazzare l’anopheles, senza privare l’uomo e le altre creature viventi dei benefici correlati a un habitat naturale umido.


Il mare come patrimonio nella industria turistica.
In Sardegna non manca certamente il mare, che poteva essere la nostra fortuna se lo avessimo saputo valorizzare con adeguate strutture turistiche. Un mare con spiagge bellissime che avremmo potuto vendere a mezzo mondo e che ci avrebbe consentito di vivere agiatamente, con il piacere di ospitare e di conoscere gente di culture diverse. Ma il Sardo ha sempre avuto paura del mare - perché da lì sono venuti tutti i suoi nemici e tutte le sue disgrazie. Pochi sono sbarcati con animo buono, da amici. E così i pesci del nostro mare se li sono pescati is istrangius, che venivano con le loro grandi barche non solo a pescare nel mare, ma perfino nei nostri villaggi costieri e sui nostri monti, razziando e rapinando. Intanto, is istrangius, insieme ai pesci, si sono impadroniti anche delle spiagge e delle coste. E noi Sardi ci siamo accontentati di pescare sparedda e maccioneddu, sparlotti e piccoli ghiozzi, vicino alla riva del mare, con i calzoni rimboccati, usando ami vegetali attaccati a funicelle di giunco, o di pescare anguidda e mugheddu, anguille e muggini, negli stagni ai margini dei villaggi, o di pescare un po’ di tutto cun sa lua, con la droga dell’euforbia, lungo le anse e i tratti in secca dei ruscelli.98
A parte quella del mare inquinato, che ha colore e sapore di petrolio, di acqua in Sardegna non ce n’è rimasta quasi più. E niente acqua (pulita), niente pesci. L’ultimo colpo, che per scaramanzia non vorrei chiamare “mortale”, è venuto dalla civiltà dei consumi. Con un dispiegamento di tecnologia in mezzi e strumenti, è stato effettuato uno sfruttamento intensivo delle risorse ittiche che in breve tempo ha depauperato il patrimonio naturale. Mentre le industrie altamente inquinanti come le petrolchimiche e di lavorazione dei suoi sottoprodotti e consimili hanno compiuto il resto, finendo di distruggere ciò che si era salvato dalla sconsiderata rapina del patrimonio naturale e dall’inquinamento minerario di vaste superfici costiere del nostro mare. Ora, in estremis, si sta tentando di porre rimedio a tale dissennata utilizzazione del patrimonio ittico con gli impianti di allevamento.

IS PISCADORIS DE MARI BIU
I PESCATORI DI MARE VIVO

Piscadori de mari biu è colui che pesca in mare aperto. I suoi attrezzi di lavoro tradizionali, i più elementari, ancora in uso ai giorni nostri, sono una barca a fondo piatto, se si lavora in acque basse e tranquille, o con la chiglia, se si lavora in acque più alte e mosse, fornita di remi o di vela, di reti,99 di fiocine.
Quelle che seguono sono alcune attività singolari di pesca in acque marine, un tempo assai comuni.


SU PALAMITAIU
IL PESCATORE CON LA PALAMITE

Su palamitaiu, il pescatore con la palamite, lavora sia in acque marine, lungo le coste basse, che in acque lagunari.
Il lavoro de su palamitaiu è duro, impegna notte e giorno; ma è da uomini liberi, senza padrone. Si esercita in acque basse, golfo o stagno, con barchini a fondo piatto in legno o con su fassoni, barchino di erbe palustri - ma di questi natanti se si è molto poveri se ne fa a meno. Indispensabile è la palamite.
La palamite consiste in una cordicella di cotone ritorto lunga qualche centinaio di metri, cui sono fissati, a distanza di circa trenta centimetri l’uno dall’altro, dei brevi fili di nylon con gli ami.
La mattina, su palamitaiu sistema la funicella a cerchi concentrici dentro una apposita corbula di canna e vimini con il bordo di sughero, dove gli ami vengono ordinatamente appuntati uno appresso all’altro tanto da formare un cerchio metallico. La prima fase della preparazione della palamite è conclusa.
Il pomeriggio bisogna cercare l’esca. Di solito vengono usati i gamberetti o i lombrichi, secondo i pesci che si vogliono catturare: con i primi sparedda, sparli, e altri pesci di golfo; con i secondi anguille di palude. Quando non ci sono i soldi per acquistare l’esca - cioè quasi sempre - su palamitaiu rastrella i bassi fondali alla ricerca di gamberetti, o zappetta per ore e ore nel vicino entroterra per scovare i lombrichi. Si tratta di fornire l’esca a parecchie centinaia di ami, attività detta de su escai, del mettere le esche agli ami, che richiede abilità e pazienza.
Ho visto, ancora negli Anni Sessanta, vecchi dalla vista quasi spenta fare questo lavoro, su escai, alla luce dell’acetilene fino a tarda notte, seduti sull’arenile, davanti alle baracche di falasco di Su Siccu del Golfo di Oristano.
Siamo alla terza fase, il momento di affidare alle acque la palamite. Si scelgono i fondali bassi e ricchi di vegetazione. Si lega un capo della lunga funicella a una canna infissa in un galleggiante di sughero; quindi si lascia filare nell’acqua la funicella, lentamente, con precauzione affinché non si imbrogli. Poi, riposo fino all’alba.
I più poveri compiono questo lavoro senza barchino, con l’acqua gelata alle reni. Qualcuno si costruisce su fassoni, il primordiale galleggiante di falasco, con fasci d’erba palustre spugnosa detta spadua. Coloro che possiedono il barchino lavorano in coppia, uno ai remi e l’altro alla palamite - e in questo caso è possibile usare una cordicella più lunga con maggiori possibilità di guadagno.
Talvolta è ancora buio, quando su palamitaiu esce dalla baracca per sarpai, salpare, recuperare l’attrezzo. E’ l’ultima fase, la più delicata, dove speranza e mestiere si sostengono a vicenda. Bisogna fare attenzione a non perdere il pesce grosso che ha abboccato; risparmiare gli ami estraendoli abilmente dalle fauci dei pesci; non farsi pungere dagli aculei velenosi di alcune specie quali lo scorfano; non ingarbugliare la funicella e che non si spezzi; la remata che sia dolce e che segua i movimenti e la posizione della palamite; fermare a tempo l’imbarcazione se l’attrezzo si è incagliato sul fondo.
Quanto si guadagna? Lavorando senza barchino, con palamite necessariamente corta, si può ricavare nel migliore dei casi il pranzo per la famiglia. Lavorando in due, con il barchino, si possono guadagnare fino a cinquemila lire, dai dieci ai venti chili di pesce di basso costo, in prevalenza sparedda, sparli. Talvolta il pescato supera di poco il costo dell’esca.
In un anno, il tempo permette si e no cento giorni di pesca. Infatti, la maggior parte dei palamitaius arrotonda le entrate con altre attività occasionali: il bracciantato agricolo, la raccolta delle lumache e più spesso la pesca di frodo negli stagni padronali - dato che la loro vocazione è pescare.100


SU BOMBAIU
IL BOMBAROLO

Non era difficile negli Anni 50 e 60 vedere nei paesi che si affacciano nel Golfo di Oristano uomini ancora giovani mutilati delle mani e ciechi, passare per le strade accompagnati e guidati dai loro bambini. Erano bombaius, bombaroli, ai quali era esplosa tra le mani la bomba che stavano lanciando in mare per pescare.
S’arti de su bombaiu, il mestiere del bombarolo, è certamente tra i più pericolosi. Sa pisca cun is bombas è considerata pesca di frodo e dunque tale attività è fuorilegge. Tuttavia, specie durante la seconda guerra mondiale e negli anni successivi, forse per la facilità con cui si reperivano gli esplosivi. Lungo la penisola del Sinis, nel mare limpido e pescoso che lo lambisce, erano numerosi i pescatori che al posto delle reti usavano le bombe. Lavoravano quasi sempre in coppia, o anche in tre o quattro, lanciavano le loro bombe dall’alto dagli scogli e quindi si tuffavano per raccogliere il pesce ucciso dall’esplosione e venuto a galla. Le prede più ambite erano i grossi cefali e muggini.
Le bombe da pesca si costruiscono con materiali diversi, dalla dinamite in uso nelle miniere, all’esplosivo contenuto nelle mine marine e nelle bombe che lanciavano gli aerei. Non pochi bombaroli, improvvisatisi artificieri, sono saltati per aria cercando di disinnescare bombe, allo scopo di ricavarne esplosivo per questo genere di pesca.
Una delle bombe meno costose, più rudimentali ma di non facile uso, è quella ottenuta con il carburo dentro una bottiglia di vetro a chiusura automatica. Nella bottiglia contenente dell’acqua in giusta quantità si mette una pietruzza di carburo, quindi si chiude velocemente il recipiente e lo si lancia in mare. A contatto con l’acqua, all’interno della bottiglia, il carburo sviluppa i gas di acetilene che provocavano lo scoppio.
Mi piace qui ricordare il bel libro di Franco Solinas, “Squarciò”,101 che racconta la storia umana e tragica di un bombarolo maddalenino. Nel romanzo, da cui è stato tratto un bel film, viene descritta l’attività de su bombaiu, le sue tecniche di pesca e i suoi accorgimenti per sfuggire ai finanzieri, che specialmente a quei pescatori di frodo danno una caccia spietata.


SA PISCA A LAMPARA
LA PESCA CON LA LAMPARA

Sa pisca a lampara, la pesca con la lampara, consiste in una grossa lampada a gas, per lo più ad acetilene, applicata alla prua della barca, la cui luce si riflette nell’acqua e attira i pesci in una apposita rete o per essere fiocinati. Si usa ovviamente la notte, quando il tempo è sereno e il mare calmo, in acque poco profonde, non lontane dalla riva.


SA PISCA A NASSA
LA PESCA CON LE NASSE

Sa pisca a nassa, la pesca con le nasse, è da noi assai diffusa in special modo per catturare le aragoste. Con le nasse si catturano crostacei e molluschi (murici, gamberi, calamari, seppie). Tale genere di pesca consiste in uno o più cesti di vimini e giunco, di forma allungata, con l’imboccatura a cono rovesciato, di modo che il pesce che vi entra non può più uscirne. Naturalmente l’imboccatura della nassa deve essere messa nel senso della corrente, specie se si usa nelle acque d’un fiume. Una lunga fila di nasse viene messa a mare e ripresa a bordo dopo un certo tempo. Oppure le nasse vengono trascinate dall’imbarcazione in movimento.
Per pescare in acque basse, quali insenature marine, stagni e paludi, spesso, oltre alle nasse si aggiungono strumenti assai semplici e rudimentali, come i barattoli vuoti o altri contenitori dove si annidano anguille, murene, polpi, murici e altri molluschi.


IS PISCADORIS DE S’ISTAINU DE CRABAS
I PESCATORI DELLO STAGNO DI CABRAS

Lo stagno di Cabras, il più esteso e un tempo il più pescoso della Sardegna, è diviso in due grandi bacini: il primo quasi circolare con un diametro di tre chilometri e l’altro ellittico largo tre chilometri e lungo nove chilometri circa. Ha una superficie di oltre duemila ettari, escluso lo stagnetto di Sa Mardini, le peschiere e le paludi. E’ popolato di muggini, cefali, anguille e altre specie meno pregiate, carpe e tinche.
Ha una storia intessuta di lacrime e di sangue, che ha origine oltre trecento anni fa.
Nell’anno del Signore 1660, il re cattolico di Spagna Filippo IV è inguaiato fino al collo nella guerra di Catalogna. “C’est l’argent qui fait la guerre”102 e Filippo non ha il becco di un quattrino. Chiede allora un prestito al banchiere genovese Girolamo Vivaldi, e l’ottiene. A garanzia del mutuo, il monarca cede al banchiere i diritti esclusivi di pesca negli stagni di Cabras, che appartengono alla Corona di Spagna.
Quasi duecento anni dopo, nel 1853, gli eredi del Vivaldi cedono il pegno a un certo don Salvatore Carta, nobile di Oristano. I suoi eredi detengono ancora tale privilegio feudale. La fetta più cospicua del feudo lagunare, che è diviso in trentasei parti, appartiene a don Efisio Carta. Un altro feudatario è Alfredo Corrias, già presidente della regione e senatore democristiano.
Le strutture socio-economiche degli stagni sono rimaste immutate nei secoli. L’organizzazione delle categorie ammesse dai feudatari a lavorare nelle loro acque è rigidamente piramidale.
Alla base della piramide stanno is palamitaius e is fruxineris, i palamitai e i fiocinieri, che pescano qualche mese all’anno pagando un indennizzo ai padroni, una somma spesso superiore al ricavato della pesca. A queste due infime categorie è fatto tassativo divieto di usare altro attrezzo che non sia la palamite e la fiocina, e come imbarcazione possono usare soltanto su fassoni, un natante primordiale consistente in un fascio di erbe palustri.
Un gradino più alto stanno is bogheris, i vogatori. Come i primi possono pescare soltanto entro brevi limiti di tempo,103 ma possono usare il barchino a fondo piatto e una piccola rete, di tipo prestabilito. Non pagano indennizzo, ma devono versare la metà del prodotto ittico al padrone. Essi sono in numero di 72 secondo una divisione in colleghe.104
Ancora più in alto stanno is poigeris105 in numero di venti; quindi vengono is isciaigoteris,106 che sono in cinque. Ambedue queste categorie pescano tutto l’anno a mezzadria.
Vi sono infine i cosiddetti zaraccus de pischera,107 una decina circa, uomini di fiducia dei feudatari, specie di valvassori, che hanno il compito di amministrare le peschiere e di controllare il buon andamento del complesso sistema. Anche tra loro vi è una rigida gerarchia, culminante nel ruolo di pesraxu, pesatore. La carica di servo di peschiera è ambita: essi godono di grande prestigio nella comunità, ma sono odiati come nessun altro. Accanto a loro is guardias, le guardie armate, una decina, con stipendio mensile, regalie e proventi dei sequestri ai pescatori di frodo.
Al vertice della piramide è s’abitanti, il sovrintendente, che rappresenta il potere del feudatario.
Non è facile conoscere con esattezza il reddito annuo degli stagni di Cabras. Calcoli fatti da fonti diverse davano nel 1960 un reddito di oltre un miliardo di lire. Gli stagni sono ricchissimi di muggini e anguille, che mantengono un prezzo alto nel mercato. Assai redditizia è la produzione delle buttarighe, uova di muggine salate ed essiccate, il cui prezzo oscilla dalle quindici alle ventimila lire al chilo.
Da oltre cento anni - come rilevo dalla lettura di Enrico Costa, romanziere, testimone a Cabras nel 1860/70 - era consuetudine distribuire alla povera gente del paese una certa quantità di pesce in sovrabbondanza nelle peschiere - pesce che diversamente sarebbe morto per soffocamento. Tale regalia si è venuta modificando in questi ultimi tempi, diventando “vendita di favore”: si immetteva un certo numero di quintali di pesce al cosiddetto “prezzo di costo” e la gente del paese, in fila, munita di buoni distribuiti dai servi di peschiera, poteva acquistare un quantitativo limitato a pochi chili.
Da qualche anno,108 da quando cioè la popolazione ha iniziato a sostenere i pescatori del Golfo nella lotta antifeudale, il pesce in sovrabbondanza viene bruciato. Nel 1960, i padroni degli stagni ne hanno bruciato in una sola volta ottanta quintali, un valore commerciale di un milione, per non abbassare i prezzi di mercato.109


Piscadoris cun corrus de boi e bottus de liauna
Pescatori con corna di bue e barattoli di latta

“Qualche giorno fa, a Camogli, sulla Riviera Ligure, sono stati affondati alcuni cassoni per favorire in essi l’insediamento di pesci e molluschi, nel tentativo di ricostituire un patrimonio ittico dissennatamente sperperato e distrutto. Altrove - pare - sono state utilizzate allo stesso scopo carcasse di auto (patrimonio abbondante in questa civiltà), con risultati non del tutto soddisfacenti. La stessa fonte informa che a Camogli, in occasione dell’affondamento dei cassoni ecologici, è stato commemorato l’ideatore del sistema, un ingegnere del luogo del quale, ovviamente, mi sfugge il nome.
Il fatto di cronaca - che potrebbe a prima vista apparire uno dei tanti ingredienti folcloristici di cui sono infarciti stampa e telegiornali quando manca la cronaca nera - mi ha riportato indietro nel tempo, ai miei primi anni di insegnamento nelle scuole di Cabras, ai miei primi contatti con il mondo e con la cultura dei pescatori degli stagni. Alle lezioni astratte che io davo ai miei scolari sul buon uso di una lingua per loro straniera o su fatti storici che avulsi dalla loro realtà avevano il sapore di favola, si alternavano le lezioni pratiche che i miei scolari mi davano sulle tecniche di pesca nelle loro lagune.
Una di queste tecniche, fra le più rudimentali usate dai fanciulli, era l’immersione di barattoli o di altri oggetti cavi che andavano a depositarsi sul fondo melmoso, diventando in breve tempo dimora di pesci e di molluschi. A tempo debito, barattoli e simili venivano rimossi e, il più delle volte, vi si trovava rintanata qualche preda, che arrotondava il magro pasto familiare. Entrando nei particolari, i miei scolari-docenti mi riferivano che per prendere le anguille con quel metodo, e in tempi più brevi, andava benissimo un corno di bue, possibilmente fresco: ve n’era abbondanza nelle rive degli stagni, in quanto lì, da decenni o da secoli, venivano buttati i residui di macellazione.
Ora mi chiedo - e la domanda è veramente rettorica - se l’ingegnere di cui mi sfugge il nome abbia anche brevettato il popolare sistema del barattolo, verniciandolo di quella «scientificità» necessaria a dare lustro e denaro allo scopritore, necessaria alla utilizzazione del «ritrovato» su larga scala, necessaria infine a rendere lauti profitti all’imprenditore che vi investirà i capitali.
La «scientificità» di tradurre l’essere in avere, cioè di mercificare e capitalizzare non soltanto i ritrovati dell’ingegno umano ma le esigenze e i sentimenti che ne costituiscono l’essenza, è una «scientificità» di cui il popolo è assolutamente privo - secondo lo stesso giudizio dei ceti «colti». Al contrario, il popolo ha una propria scientificità. Senza teorizzarla, vivendola nella pratica, intende «scienza» come conoscenza di sé e della realtà del mondo in cui vive, e utilizza la tecnica per la sopravvivenza e la realizzazione dell’essere”.110


IS PISCADORIS DE FLUMINI
I PESCATORI DI FIUME O D’ACQUA DOLCE

Is piscadoris de flumini, i pescatori d’acqua dolce, non sono considerati professionisti ma dilettanti o hobbisti, e i loro attrezzi consistono prevalentemente in lenze con ami di diverso tipo a seconda del pesce che si vuole catturare, in fiocine e oggi molto raramente nel succo dell’euforbia, dopo che si è creato un rudimentale sbarramento di pietre e ramaglie nelle anse strette e dove l’acque scorre lenta. Le specie di pesci che più comunemente vivono nei nostri fiumi sono l’anguilla, la tinca, la carpa e di recente introduzione il persico e la trota che viene coltivata in appositi allevamenti.


SU PISCADORI A LENZA
IL PESCATORE CON LA LENZA

Con la lenza ed esche appropriate, non pochi appassionati di questo sport pescano in ogni dove: nei canali che uniscono le acque del mare agli stagni, dove si trovano anche specie pregiate come le orate e le spigole; nei canali di irrigazione ad Arborea, dove vivono per lo più specie di qualità infima quali tinche e carpe; nei fiumi dell’interno; a Cagliari, in particolare dal ponte della Scafa, dove oggi è sorto il porto canale, e ovunque ci sia l’opportunità di catturare un pesce.


S’ALLUADORI
L’EUFORBIATORE

Il termine lua indica una particolare specie della numerosa famiglia delle euforbie, precisamente la varietà, assai diffusa nelle campagne, tradizionalmente usata per la pesca nei fiumi.
Sa lua, l’euforbia da pesca, è una pianticella erbacea con apparato radicale robusto, profondo e legnoso, alta venti-trenta centimetri nelle zone aride pietrose, può raggiungere il metro in ambiente fertile. Contiene un lattice bianco con proprietà soporifere e pare anche allucinogene.
Alluai, letteralmente euforbiare, significa pescare con il succo dell’euforbia. Alluadori, letteralmente euforbiatore, è colui che pesca con tale mezzo. «Parit unu pisci alluau» è un modo di dire assai diffuso per indicare persona sbalordita oltre misura: «Sembra un pesce euforbiato», drogato con euforbia.
S’alluadori, l’euforbiatore, sradica un fascio di piantine, tante in rapporto alla quantità di acqua da alluai, da drogare; e la quantità non deve eccedere per conservare la commestibilità del prodotto ittico. Egli utilizza in particolare le radici, il cui lattice è più concentrato, radici che pesta sfibrandole tra due sassi. Così macerate, le radici vengono gettate nell’acqua, intossicando i pesci che vi si trovano, entro un certo raggio. Su pisci alluau, il pesce drogato, viene a galla, è come istupidito e viene facilmente preso anche con le mani, se non si possiede una rete.
«Pigau a imburradura che pisci alluau», è altro modo di dire per chi viene acchiappato come uno stupido, di solito riferito a chi ruba o commette reato e vien colto con le mani nel sacco dalla polizia o dal padrone: «Preso attingendo con una secchia», facilmente, come pesce euforbiato.
Tale antichissimo metodo di pesca, oggi meno diffuso anche per mancanza d’acqua e di pesci, viene effettuato nei tratti di fiume dove l’acqua ristagna, come nelle anse, o dove manca la pendenza ed è possibile fermare il corso d’acqua con un provvisorio sbarramento di sassi, o anche nei garroppus, brevi e profondi specchi d’acqua lungo torrenti e fiumi in secca.
Su alluai è una attività antichissima, mai disusata nonostante il divieto della legge. E’ praticata dalla povera gente che non sa come sbarcare il lunario e vive a livello preistorico, raccogliendo e cacciando per le campagne, per i monti e in riva al mare, tutto ciò che di commestibile gli offre la natura.
Per ormai millenaria esperienza, è provato che su pisci alluau, pescato con l’euforbia , non è dannoso per chi lo mangia.
L’effetto del succo dell’euforbia sull’organismo umano non è stato studiato scientificamente - a quanto risulta. La gente gli attribuisce proprietà allucinogene. Nella cultura popolare, sa lua ricorre, talvolta, in termini scherzosi, come medicina indicata per chi, sempliciotto, voglia ingrossare il pene. In effetti, il lattice dell’euforbia unto nelle parti delicate del corpo, quali le labbra o il glande, provoca notevole ma fastidioso gonfiore - così come il lattice che stilla dal fico. Insomma, uno stimolante assolutamente sconsigliabile.

Orazione funebre in morte di Giuseppe Catalano, alluadori.

“Giuseppe Catalano è morto. Dicono di malasorte. Miserrimo pescatore di Cabras è affogato nelle acque del Tirso, nel tentativo di sfuggire ai rigori che la giustizia riserva ai pescatori di frodo. Era un alluadori. E’ stato un infortunio - dicono.
Giuseppe Catalano, grande invalido della grande guerra, ricompensato dalla patria con una pensione di poche lire, a malapena tenuto diritto da un artigianale busto ortopedico, è costretto dal bisogno a trascinare il corpo spezzato alla ricerca di cibo.
Cabras è rinomato per i suoi vasti e pescosì stagni. Non c’è festa in Sardegna dove negli spazi aperti non fumino odori di arrosti di pesce del Mare di Pontis, cefali e muggini e anguille. Ma tutto quel mare e tutti quei pesci appartengono a su meri mannu, al feudatario, che ne è padrone assoluto per volontà di un re di Spagna del milleseicento. Alla povera gente è proibito pescarvi, per mangiare: su meri mannu, il padrone dei padroni, ha leggi e uomini armati e galere che custodiscono e difendono il suo feudo. Alla povera gente esclusa da quella fonte di vita, se vuole restare onesta e libera, non rimane altra via che quella di strappare, con primordiali sistemi, qualche briciola del suo patrimonio naturale che pochi privilegiati possiedono e sfruttano per la propria inesauribile ingordigia.
La mattina del 4 novembre, mentre in piazza i notabili celebravano la guerra vittoriosa, Giuseppe Catalano, il grande invalido che di quella vittoria era stato artefice, era uscito dal paese per cercarsi la cena. Non barca, non reti, non fiocina: soltanto le mani e il bisogno egli portava con sé, quel giorno. Il succo dell’euforbia macerata nelle acque del fiume avrebbe intontito i pesci, li avrebbe resi facile preda anche per le mani di un invalido.
Ed ecco solerte, stavolta come non mai, arriva la giustizia. Quella giustizia che il povero cerca sempre senza trovare mai è un’altra giustizia; è quella che gli fa dire implorando: «Mellus chi manchit su pani chi sa justizia...», tanto è desiderata , ché alla sua mancanza è più tollerabile la fame. Arriva questa giustizia, solerte con il povero, implacabile con il debole, violenta con l’inerme.
Per sfuggire ai rigori di questa giustizia, che lo rincorreva armata tra le giuncaie e i falaschi, si è gettato in acqua fidando nella buona sorte. Ma le acque del fiume, traditrici, lo hanno ghermito, travolto, ingoiato. A nulla è valso il disperato coraggio del fratello, che ha rischiato egli stesso di affogare nel tentativo di trarlo in salvo.
Giuseppe Catalano, grande invalido della prima guerra mondiale, è morto cercando di sfamarsi il 4 novembre, giorno della vittoria. Ora, per recuperare il suo corpo senza vita, carabinieri e pompieri e finanzieri e sommozzatori frugano palmo a palmo tra i canneti e nel fondo melmoso del fiume. Tali ricerche costano una somma ingente - dice la gente. Una somma che se fosse stata spesa prima avrebbe assicurato all’infelice la vita cui aveva diritto”.111


ARTIS DE SA TUNNARIA
ATTIVITA’ DELLA TONNARA

Is artis de sa tunnaria, le attività della tonnara, sono numerose e complesse. Sa tunnaria, la tonnara, indica il luogo dove si svolge la pesca del tonno, e più precisamente è localizzata lungo le coste a lato delle quali passano i tonni nei loro spostamenti migratori annuali per la riproduzione della specie. Entrano dall’Atlantico nel Mediterraneo attraverso lo Stretto di Gibilterra, quindi si spostano a lato delle coste probabilmente perché trovano in queste acque una minore densità salina.
Il tonnarotto, l’addetto alla pesca del tonno, è detto in lingua sarda piscadori de tunnu o de tunina.112
Il tonno è detto in lingua sarda tunnu o tuninu o tunninu. E’ un pesce che raggiunge i quattro metri e mezzo di lunghezza e il peso di sei quintali. E’ agilissimo e si sposta raggiungendo la velocità di oltre venti chilometri all’ora. La sua carne è di ottima qualità, assai richiesta, sia fresca che conservata. Dal fegato del tonno si estrae un olio pregiato, con proprietà ricostituenti, simile a quello del merluzzo. Inoltre le uova della femmina vengono essiccate e danno luogo a una bottarga, per altro dal gusto meno delicato della bottarga di muggine (in sardo detta buttariga) e ancor meno di quella del lompo e dello storione, detta caviale.
Attualmente, in Italia, le tonnare sono disposte lungo le coste della Sardegna della Sicilia e della Calabria, dal Mar Tirreno al Mare Jonio. Queste tonnare catturano sia i “tonni di arrivo”, quando in primavera entrano nel Mediterraneo dall’Oceano Atlantico, sia i “tonni di ritorno”, quando a fine estate, dal Mediterraneo si dirigono nell’Atlantico. Ci sono quindi alcune tonnare dove i tonni passano due volte, in arrivo e in ritorno e di conseguenza vi si effettuano due stagioni di pesca.
I tonni vivono in acque marine profonde, distanti dalle coste; ogni anno, in primavera, abbandonano i mari profondi, salgono in superficie in grossi branchi e si dirigono verso le coste dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Giunti nei pressi delle coste e raggiunta la maturità sessuale, durante l’estate le femmine depongono le uova. Compiuta tale missione, ritornano verso i mari profondi. Per inciso, va detto che i tonni prediligono le acque limpide, da qui la chiusura di alcune tonnare sarde per l’inquinamento delle acque causato dalle laverie delle miniere - cui si accennerà più avanti.
Sa tunnaria, la tonnara, non indica - come detto all’inizio - soltanto il luogo dove si pescano i tonni, ma anche il complesso di reti, di barconi e attrezzi necessari a catturarli, creando una sorta di labirinto, i cui corridoi conducono alla camera della morte, dove avviene la cosiddetta “mattanza”.
«Quando i tonnarotti dalle barche in sosta sopra la porta segnalano un sufficiente addensamento di tonni, il rais ordina la mattanza, mollando la grande porta della camera della morte e successivamente facendone sollevare la rete orizzontale di fondo, detta letto o leva. La ciurma che si trova su vascello lungo 20 m. chiamato maona solleva velocemente la rete a sacco e si avvicina alla testa di levante, dove si trova un secondo vascello detto caporais, al quale si dispone parallelo e dove si assicura il secondo lembo del sacco. Infine, sul lato di terra sono disposte altre piccole maone dette rimorchi, in modo che viene a essere stabilito un quadrilatero con un lato aperto. Questo viene chiuso dal caporais in un secondo tempo. Sollevando il letto, al grido leva, i tonni vengono sospinti in superficie nel quadrilatero chiuso dalle maone i cui equipaggi li arpionano e li traggono, uno a uno, a bordo».113

Fin dall’inizio del secolo, la tonnara di Flumentorgiu, a mattanza compiuta, diventava una località balneare ad uso degli abitanti dei paesi sopra citati, i quali prendevano alloggio nei vasti cameroni che in precedenza avevano ospitato i tonnarotti. Già dagli Anni ‘40 la tonnara di Porto Palma,114 dove già esisteva e funzionava anche uno stabilimento per la lavorazione e conservazione del prodotto ittico, ha cessato la sua attività perché i tonni non passano più per l’inquinamento provocato in quelle acque dalle vicine miniere di Ingurtosu e Montevecchio. Oggi è rimasto soltanto un villaggio balneare, i cameroni sono stati ristrutturati, e a nord, lungo le coste, avanza la speculazione edilizia deturpando il paesaggio.

Le tonnare in Sardegna

Per tutto il secolo XIX le tonnare costituiscono una delle più importanti e redditizie attività economiche del capitalismo in Sardegna, che, insieme alla Sicilia, è fra le maggiori produttrici in Europa. Così come le industrie estrattive, le tonnare sono in mano a capitalisti del Continente, i quali, ottenute dallo stato le concessioni, esercitano la pesca e il commercio esclusivamente in funzione del profitto.
La storia delle tonnare sarde - che oggi non esistono più, o quasi - è un altro capitolo del disegno di sfruttamento portato avanti senza interruzioni dal colonialismo. Si distingue in due periodi. Il primo, precedente, grosso modo, al 1860, è quello dello sfruttamento artigianale del prodotto. I tonni nel loro naturale esodo, attraversano il Mediterraneo secondo una linea che costeggia la Sardegna dal Nord verso Sud. Partendo dalle coste, nei punti più idonei, venivano tese delle robuste reti lunghe fino a 800 e 1.000 metri verso il mare aperto. Su queste reti si imbattevano i tonni, che venivano quindi dirottati verso altri sbarramenti mobili, fino alla «camera della morte», una chiusa di barconi, dove avveniva la «mattanza». In questo primo periodo, le tonnare non potevano utilizzare tutto il prodotto, che doveva necessariamente vendersi fresco o malamente conservato in barili per breve tempo. Non si avevano mezzi abbastanza veloci per trasportare il prodotto nei vari mercati del Continente ed esteri.
Il secondo periodo è quello in cui le tonnare diventavano più propriamente una industria. La tecnica ha inventato mezzi di trasporto più veloci, una rete ferroviaria che consente anche ai prodotti più deteriorabili di raggiungere i mercati delle grandi città in buono stato di conservazione del prodotto elaborato in scatole sottovuoto. Ciò, ovviamente, consentiva ai produttori di piazzare il surplus in qualunque periodo dell’anno.
Da allora, le tonnare diventano un lucroso affare e vengono potenziate. Dal 1875 al 1885 sono in prodigioso sviluppo.
«Dal 1885 - annota il Pais - la pesca andò sempre declinando in modo spaventevole, tanto che nel decennio anteriore, per esempio a Portopaglia, il complesso della pesca fu di 40.461 (tonni), nel decennio susseguente si ebbe un risultato di 17.475 tonni, mentre per il passato non fu mai inferiore a 35.000 (annui)».115
Lo stesso Pais, nella sua inchiesta, cerca di spiegare la causa del declino delle tonnare.
«Non fu solo la diminuzione della pesca che turbò il progressivo sviluppo di questa importante industria, ma anche la concorrenza iberica e lusitana, senza tener conto della Tunisia. Varie sono le ragioni per cui nella lotta (la Sardegna) non si trovò in posizione favorevole. Basti accennare che l’industria della confezione dei tonni in Spagna è al coperto dalla dispendiosa, pericolosa e incerta industria della pesca; per cui acquistandosi colà il pesce fresco, non vi sono i rischi che i tonnaroli italiani debbono correre; mentre poi a rendere anche più favorevole la condizione della industria iberica, concorre la maggiore produttività di quelle tonnare le quali, oltre la pesca di andata hanno anche il beneficio di quella di ritorno. E’ noto come a preservare l’industria nazionale della iattura che le arrecava l’industria estera, fosse proposto ed oppugnato un aumento del dazio di introduzione del tono confezionato da 10 a 30 lire, che solo nel 1892 potè essere applicato» .116
Più precisamente, il declino e infine lo smantellamento delle tonnare sarde sono dovuti a una precisa scelta del capitalismo e del governo italiano. Con il ritrovato della conservazione del prodotto, ai fini del profitto ciò che conta è acquistare lo stesso prodotto dove costa meno. Mentre nelle coste sarde i tonni passano una sola volta, al ritorno, in quelle iberiche passano due volte, nello stesso anno. A parità di impianti, quindi, e con un piccolo ulteriore dispendio di manodopera, il prodotto iberico veniva a costare poco più della metà del prodotto sardo, e quello, a differenza di questo, era incentivato dallo stato. Gli stessi capitalisti italiani ed europei che detengono le concessioni delle tonnare sarde, investono i loro capitali nelle tonnare spagnole. Si fanno cioè la concorrenza da se stessi; ed è perfettamente inutile l’introduzione di un dazio di entrata del prodotto estero confezionato, in quanto i concessionari delle tonnare estere trasportano il prodotto appena pescato e lo confezionano in Italia.
Ma c’è di più. La diminuzione fino alla scomparsa del prodotto della pesca del tonno è dovuta agli inquinamenti prodotti dagli scarichi delle miniere in tutto il versante sud-occidentale delle coste - precisamente le coste sfiorate dai tonni nel loro esodo. I capitalisti, che in combutta rapinano l’Isola, devono operare delle scelte, quando due tipi di rapina non possono coesistere. Alla sopravvivenza delle tonnare, in base alla legge del maggiore profitto, si preferisce la sopravvivenza delle miniere.
Forse si sarebbe potuto salvare capra e cavoli, evitando che le miniere inquinassero il mare; ma ciò avrebbe significato un dispendio di capitale e una contrazione del profitto, per convogliare le scorie minerali e le acque inquinate delle laverie al di fuori degli alvei naturali sfocianti a mare, con appositi impianti di depurazione. Da qui la scelta e la decisione del capitale di mandare al diavolo la pesca del tonno e di ogni altra specie ittica lungo quelle coste, distruggendo un immenso patrimonio naturale, dando un colpo mortale al settore della pesca e quindi alla economia isolana.
Oggi che è venuta di moda la questione ecologica, si lamenta che lungo le coste della Sardegna il mare è inquinato e non ci sono più pesci. Parlerò più avanti degli insediamenti petrolchimici, degli effetti degradanti che hanno provocato e provocano in ciò che è rimasto del patrimonio naturale, dei pericoli che incombono oggi sulle popolazioni. Sulle criminose responsabilità del capitalismo nella distruzione del patrimonio naturale, riporto lo stesso Pais, deputato della borghesia compradora del secolo scorso.
«…la minor pesca che si è andata verificando in Sardegna dal 1885 in poi, non è dovuta a cause naturali soltanto, ma probabilmente al fatto che si è permesso alle laverie dei minerali presso le spiagge di immettere nel mare le acque scolatizie inquinate che hanno servito per il trattamento del minerale medesimo».117
E’ comprensibile la cautela del Pais nell’accusare gli imprenditori delle miniere: si accenna a “cause naturali” senza che si specifichi di che si tratta (i tonni continuano a passare, ma a distanza dalle coste), e si pone con quel “probabilmente” il dubbio che la causa sia l’inquinamento delle laverie. L’unica vera causa accertata della fuga dei tonni è proprio l’inquinamento prodotto dalle miniere. Pur con ovvie reticenze ci arriva anche il Pais.
«Dopo che in modo inspiegabile la pesca diminuì, furono fatti seri studi per indagare la ragione di tanto male. Con grave dispendio annuale si impegnò un palombaro per verificare se le cause potessero provenire dalla rottura della rete, dalle correnti avverse, ecc.; ma di nulla si venne a capo; eppure più di una volta si ebbero a constatare numerosi sciami di tonni raccolti al di là delle reti.
Con la diminuzione o quasi cessazione della pesca del tono, scomparve anche, nel golfo di Portopaglia la pesca del pesce minuto, in guisa che i pescatori abbandonavano quelle acque; e furono proprio questi pescatori118 i primi che dettero l’indizio donde proveniva il danno. Essi ebbero a verificare che gli attrezzi pescherecci erano estratti dal mare anneriti per una quantità di materie non mai viste nel passato, e con questa scorta si proseguì in indagini più serie e precise, si percorse la costa a Nord donde provengono (specialmente a Portopaglia) i tonni, e arrivati nelle vicinanze di Buggerru si constatò che una estesissima zona di mare appariva di un colore scuro, e l’acqua era torbida per effetto di forti colonne d’acqua fangosa che derivavano da terra. Si riscontrò che si buttavano a mare tonnellate di terriccio, ed in misura che la spiaggia porgeva evidenti segni che essa era già ampliata di ben 70 metri verso il mare, e che il flusso e il riflusso delle ondate burrascose traeva nei fondi del mare enormi quantità di fango, che viepiù concorrevano ad accrescere l’inquinamento. Questa zona di acqua torbida si vedeva giungere a diverse miglia da terra.
Ora, se si tiene conto che, come pur l’ammette la stessa Relazione della Commissione Reale sulla pesca del tonno (1889), il tonno costeggia terra terra da Nord a Sud, che è pauroso ed evita le acque torbide; se si tiene conto che le tonnare, attaccate a terra con una rete che si prolunga in mare a soli 800 e 1.000 metri, e che è necessario che il pesce passi dentro un tale limite per essere preso nelle reti, si deduce l’inevitabile conseguenza, che quando il tonno arriva (prima di giungere alla tonnara) al punto delle colonne di acque fangose, in modo da non scorgervi un oggetto bianco appena immerso in esse, devia per recarsi in acque pure, come l’istinto lo guida».119


SU PISCADORI DE CORADDU
IL PESCATORE DI CORALLO

Notizie scientifiche. Dal greco “korállion”. In latino “corallium rubrum”, comunemente detto corallo rosso o nobile. Pur sembrando un minerale che si presenta in una forma arborea, il corallo è, in realtà, un animale, per la precisione un “celenterato antozoo” provvisto di scheletro calcareo, come molti altri animali. I coralli vivono in colonie soprattutto entro una vasta fascia marina che si estende a nord e a sud dell’Equatore fino al 30° parallelo, in particolare negli Oceani Pacifico e Indiano, dove costruiscono con i loro scheletri calcarei potenti e pericolose scogliere coralline. Sono però presenti anche nel Mediterraneo, specie nelle coste del Nord Africa. Vivono al di sopra dei 40 metri di profondità in acque pure e limpide, non stagnanti, sufficientemente salate, bene ossigenate e calde; difficilmente al di sotto dei 18°C. I coralli assumono diverse colorazioni, dal rosso intenso, al rossastro, dal rosa pallido al bianco, dallo screziato al nero.

Notizie storiche. Il corallo era conosciuto e adoperato fin dalla preistoria. Veniva lavorato e usato, sia come ornamento, sia come amuleto o talismano, come protezione contro i demoni del male o come porta fortuna. Con la stessa funzione magica, il corallo è stato usato fino a tempi attuali. E’ a noi noto che già i Fenici e i Greci, gli Etruschi e i Romani si dedicarono alla pesca e alla lavorazione del corallo, per ottenerne gioielli e amuleti, specie con la varietà rossa. Il corallo sardo è di un rosso intenso, ed è assai pregiato anche per la grossezza dei suoi rami che consentono, nella sua lavorazione, di ottenere oltre alle classiche collane, dei manufatti più grandi ed elaborati, quali statuine ornamentali o votive, soprammobili o quant’altro.
«La sua pesca è d’origine araba da quando tutta la costa nordafricana cadde sotto dominazione musulmana nel 698.
I primi in Italia furono i Genovesi che nel 1153 avevano stipulato accordi con i Tunisini per la pesca, seguiti quattro anni dopo dai Pisani. In Africa per la pesca i Genovesi fondarono colonie a Nona, Ceuta, Marsa, Carez e Tabarca. Si distinse anche Livorno sia per la pesca che per la lavorazione tanto da superare Genova, Marsiglia e Trapani.
I Livornesi sulle loro piccole coralline120 si spingevano fino alle coste africane; a Livorno la lavorazione fu importata da Ebrei provenienti dalla Spagna.
Dagli antichi fu sempre ritenuto una pianta marina dotata della singolare proprietà di pietrificarsi appena tolta dall’acqua; questo effetto veniva attribuito all’aria. Nel 17OO si ritenne perfino di aver scoperto i fiori di questa pianta, di colore bianco.
Quando si cominciò a parlare di animaletti coralligeni molti non osarono pronunciarsi, altri rimasero scettici, altri accolsero la notizia come facezia. Soltanto nella seconda metà dell’8OO si assodò l’origine animale e non vegetale del corallo».121
Ancora oggi la lavorazione del corallo è assai diffusa. Le formazioni più importanti e maggiormente sfruttate si trovano lungo le coste dell’Algeria, della Tunisia e dei Paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo: Italia, Francia e Spagna. Importanti anche i banchi corallini del Giappone, soprattutto di Osaka. In Italia, il maggior centro di lavorazione è Torre del Greco.
Il pregio del corallo è dato dalle dimensioni (più è minuto, più è vile), e dal colore che varia dal bianco al rosa (tra i rosa, la pelle d’angelo, è la più pregiata), dal rosso al rosso scuro, o moro, fino al nero, l’antipate.

Pesca del corallo.

Il corallo viene pescato con speciali attrezzi come l’ingegno e la cucchiaia, manovrati a bordo di apposite barche dette coralline oppure utilizzati da sommozzatori specializzati in tale attività.
La cucchiaia da corallo consiste in una sorta di boa che si manovra sott’acqua per mezzo di corde, è armata di un cerchio di ferro per rompere il corallo ed è fornita di una rete a sacco per raccogliere i rami.
L’ingegno consiste in una croce di legno o di ferro che, trainata da una corallina, si impiglia e spezza le ramificazioni coralline che vengono raccolte dalle reti che seguono l’attrezzo. Il capo-barca si rende conto di avere incontrato un banco corallino quando la fune che regge l’attrezzo riceve degli strattoni, corda che egli tiene appoggiata a una coscia protetta da una gambiera di cuoio; a quel punto si mette in moto l’argano ed il congegno viene tirato sulla barca con il pescato. Ogni barca “corallina” ha un equipaggio di dieci, dodici uomini più il capitano.
Attualmente il corallo viene anche estratto direttamente da sommozzatori, provvisti di bombole d’ossigeno, che scendono in profondità. Si tratta di una attività assai pericolosa.
Il progresso tecnologico ha modificato la pesca del corallo, non si usa più la cucchiaia ed è rimasto solo l’ingegno. Tuttavia, non esiste più la corallina a remi, sostituita da un bastimento a motore, la corda è d’acciaio e nylon e l’argano non è più a mano, ma mosso da un motore, così come il gambale di cuoio è stato sostituito dalla mano poggiata sulla corda per percepirne la tensione e mettere in moto l’argano.
Le coste dell’Africa settentrionale, Marocco, Algeria, Tunisia, a sud della Sardegna e della Sicilia, sono ricchissime di coralli, ma in questi mari, per motivi ecologici, ne è vietata la pesca.


IS SALINERIS, IS CHI TIRANT SALI
I SALINERI, COLORO CHE ESTRAEVANO IL SALE

Si chiamano salinieri, o salinai, gli addetti alle saline, sia alla immissione delle acque marine, sia al controllo dei bacini o delle vasche che alla raccolta del sale. In sardo, i salinieri, vengono comunemente indicato come “is chi tirant sali”, coloro che raccolgono il sale.
C’è da dire che le saline della Sardegna erano note e in uso già nell’antichità, a opera dei dominatori cartaginesi e romani - ai quali, per quel che riguarda lo specifico interesse per le nostre saline, seguirono gli aragonesi e i genovesi e pisani. Tali dominatori facevano obbligo agli abitanti dei paesi del circondario di servire nelle saline. Una noterella meritano gli aragonesi, che concessero - bontà loro! - ai cagliaritani di usufruire gratuitamente del “loro” sale, purché non ne facessero commercio. Inoltre, gli stessi aragonesi, con Alfonso IV, concessero l’impunità ai delinquenti che avessero accettato di lavorare nelle saline.
Su traballu de tirai sali, il lavoro di estrarre il sale era considerata una attività assai gravosa e insalubre, e augurare a qualcuno di far quel lavoro costituiva una pesante invettiva. Come risulta dall’uso popolare che se ne fa, e celebrata da un poeta cieco che, subìto un ingiusto pignoramento, si rivolge a su pignoradori, all’ufficiale giudiziario, con questi (e altri) versi maleauguranti: “Su dinai miu ti serbat po unghentu: gravis maladias e foras a ‘n di curai! E ti fazzu meri de unu stabilimentu: a Santu Bartumeu, sali po tirai!” (I miei soldi ti servano per medicamento: per gravi malattie e che siano incurabili! Ti faccio dono di uno stabilimento: a San Bartolomeo condannato a estrarre sale!)
Lo stabilimento di San Bartolomeo è una delle saline impiantate nella marina di Cagliari, che si trova(va)no dalla località La Palma, verso il Poetto, fino a Quartu Sant’Elena, al Margine Rosso.


CAPITOLO SETTIMO

IS ARTIS DE SA MENA
I MESTIERI DELLA MINIERA

Presentazione

Quando entriamo nel mondo della miniera sentiamo di trovarci in una dimensione diversa, ci stiamo affacciando nell’illuminato inferno - come il grande D. H. Lawrence ha definito il mondo “nuovo” delle macchine che segna il passaggio dell’umanità dall’era del naturale, del genuino, all’era dell’artificiale, del disumano, dell’inquinato.
Nella miniera, come nella fabbrica, non troviamo più un ambiente fatto a misura d’uomo, dove l’uomo è protagonista in ogni momento. Troviamo invece un mondo allucinante e alienante, ostile e oppressivo - che comprime e annulla sentimenti, che ottunde ogni volontà fino a togliere il gusto e la voglia di vivere.
Ciò si evince dalle testimonianze che riporto in questa raccolta, sia in quelle relative alla fine del secolo scorso che in quelle della prima metà di questo secolo.

«Erano monti recenti su monti antichi - i più nudi, i più desolati. Cumuli di ghiaie squamose ostruivano le vallate. Radi lentischi sopravvivevano su brevi terrapieni, al riparo di casupole di schisto, isolate senza sentieri.
La corriera aveva attraversato cantieri, baraccamenti, laverie, sottopassaggi - agglomerati deserti, senza campagne e senza frutti. Un mondo dove la gente vive sottoterra.
Un uomo sul ciglio della strada aveva fatto un cenno con la mano. Il mezzo si era fermato ed egli era salito, sedendosi senza badare dove. Un uomo amaro e schivo - come tutti gli uomini che scavano pietre nere, come chi deve guardare dentro di sé per trovare sole e prati, stelle e boschi.
La corriera aveva costeggiato una laveria abbandonata. I carrelli pendevano immobili imprigionati dalla ruggine nel cavo della teleferica. Travi rotte scheggiate infisse nei detriti squamosi; enormi braccia di macchine semisepolte sul costone della discarica; frantoi e vasche di cemento senza pietre da frantumare, senza turbini d’acqua da sceverare: un corpo di gigante smembrato, sparso in un deserto senza sole e senza vermi.
Partiva un viottolo dalla laveria abbandonata fino al mare. Serpeggiava in fondo a una gola, fra montagne di pietrisco - le interiora velenose che appestavano e corrompevano ogni forma di vita. Parallelo al viottolo, di poco più basso, come un serpente grigio dalle reni spezzate, giaceva un fiume di limo denso immoto. Una polvere assurda che nessuna corrente d’acqua riusciva a trascinare, che usciva dall’alveo come nebbia - col vento - ricoprendo di una morte lenta inesorabile alberi e cervelli ed erbe. Alla fine del loro corso le acque grevi stagnavano formando una macchia larga cupa - una ferita mostruosa - nel verde limpido del mare.
Non volavano uccelli su quel mondo. Non stormivano fronde, né belavano pecore, né voci sussurravano… Il minatore aveva rivisto i sedici anni biondi, perduti lungo il viottolo dalla laveria al mare… Portava la giacca della domenica e un fagotto sulla spalla - portava fame e speranza, nostalgia di mandorli in fiore e di verdi siepi. Era il più giovane della squadra. I compagni lo tenevano indietro, nei cunicoli senza armatura - così nessuno aveva mai veduto le sue lacrime».122

La miniera era da considerarsi, in un passato non lontano, nel nostro mondo contadino, un esempio di miraggio di facile ricchezza. Non sono pochi i contadini senza terra che, allettati dalle offerte ingannevoli dei ruffiani dei padroni delle miniere, partono con la speranza di far soldi in poco tempo, qualcuno pensando di affrancarsi dal lavoro della terra, non importa se assoggettandosi a un lavoro da schiavi, quello dei “damnati ad effodienda metalla”.
La miniera non manterrà nulla di quanto promette. I minatori rientreranno al loro villaggio poveri come quando sono partiti, e riprenderanno precocemente invecchiati e profondamente delusi e frustrati a zappare la terra. E molti di loro non ritorneranno, morti negli scoppi del grisou o nelle frane o negli ospedali, consunti dalla tisi che segue la silicosi.
«Nella manifattura e nell’artigianato, - scrive Marx - l’operaio si serve del suo strumento, mentre nella fabbrica è lui che serve alla macchina. In un caso il movimento dei mezzi di lavoro dipende da lui, nell’altro egli non può che seguirlo. Nel lavoro manuale gli operai costituiscono le membra di un meccanismo vivente; nella fabbrica esiste, indipendentemente da essi, un organismo morto nel quale essi sono incorporati come accessori viventi. Il lavoro meccanico, mentre sovreccita all’esterno il sistema nervoso, impedisce la molteplice attività dei muscoli, ostacola qualsiasi libera attività del corpo e dello spirito».123

Scrive G. F. Ferrari, con intensa partecipazione:
«Già al buio, nella cabina di un ascensore che scende troppo in fretta. La gabbia si arresta con un rumore secco.
Le leve dei comandi ad aria compressa mandano degli schiocchi di frusta. Uscito dalla gabbia muovi i primi passi incerto, non riesci ad orientarti, non sai dove dirigerti.
Ti incammini guidato dalla voce di un accompagnatore invisibile. La galleria, chilometri di gallerie che si diramano in ogni direzione. Avanzi cauto, preceduto dal raggio della lampada Edison fissata sul casco.
Un rullio lontano, come l’eco di un temporale.
Un tuono si avvicina.
E’ un rumore ben distinto, assordante, lo sferragliare dei vagoncini carichi di minerale, trainati da un piccolo locomotore che passa nella notte della miniera.
Tutti i rumori ti arrivano così, amplificati, fragorosi, taglienti nelle orecchie.
Il sibilo degli aspiratori, il pulsare dei perforatori, il ruggito delle autopale e degli autovagoni.
E’ la macchina che prevale; ti senti aggredire, nell’angustia dello spazio, dalle sue forme e dalla sua voce metallica.
Dietro la macchina l’uomo che la manovra.
Si presenta così la miniera oggi.
Mentre cammini provi un improvviso malessere.
Sei afferrato da una sensazione che deprime, che sgomenta.
E’ il momento in cui ti senti sopra di te tutto lo spessore che ti separa dal mondo esterno.
Ti appare immenso, insopportabile. Centinaia di metri di terra e di roccia. Solo tenebre, isolamento. Tutto è così lontano, perduto.
Sembra impossibile che esista ancora.
In fondo alla miniera muoiono i pensieri, le abitudini, i ricordi. Si è immersi nell’eclisse.
E’ cominciata la reazione fisiologica all’ambiente estraneo.
Rientri momentaneamente nella fase infantile delle sensazioni incomplete, ti manca la percezione del mondo.
I sensi devono abituarsi a vivere in questa nuova dimensione.
Solo se superi quegli istanti di smarrimento, se vinci il desiderio di tornare alla gabbia, di risalire, hai vinto il sottosuolo.
La seconda fase emozionale si prova quando, percorse le gallerie, si arriva al punto vivo del cantiere, dove si abbatte il minerale.
Comincia qui, in questo buio, in questa aria umida soffocante e calda, qui dove è difficile muoversi e respirare, il progresso dell’uomo.
Hanno inizio qui tutte quelle cose che noi vediamo complete, perfette, lucide e colorate muoversi alla luce del sole.
Quelle cose che usiamo con disinvoltura, indifferenza o gioia.
Qui l’origine remota di ciò che serve per la pace e per la guerra, in questi frammenti pesanti e opachi, in questo minerale frammisto a roccia.
Blenda, galena, pirite... questa è la materia prima. Da qui parte tutto».124


SU MINADORI
IL MINATORE

«Sono Floris Efisio, di 36 anni, minatore da venti anni… Io ero il settimo di dieci figli. A cinque anni andavo a portare la minestra a mio padre, quando non c’era orbace tessuto di fresco e il grano della campagna aveva bisogno di zappa. Egli mi dava mazzi di asparagi e cappellate di lumache da portare a casa… La campagna del mio paese è meravigliosa. I mandorli e il biancospino e il pruno fioriscono a febbraio, appena il cielo si fa azzurro tiepido. E a scuola non ci andavo volentieri, pensando ai nidi sugli alberi, alle lucertole tra i sassi, alle more delle siepi. Non mi piaceva e il maestro, con una scusa o con un’altra, mi dava ogni giorno una lezione di bacchetta. Forse aveva ragione lui, allora. Io non stavo mai attento. Così non ho mai imparato a leggere e a scrivere. Mi facevo picchiare subito appena arrivato, per essere lasciato tranquillo dopo. Appena entrato andavo difilato in cattedra. “Mi picchi - dicevo - anche oggi non ho fatto i compiti”. E niente compiti facevo in classe. Solo pensare che le uova nel nido della tortora forse si erano schiuse. Mi piaceva, qualche volta, ascoltare la storia, perché parlava di guerra. La guerra mi piaceva. Pensavo: “Da grande faccio la guerra”. E non sapevo che già la stavo facendo tutti i giorni, la guerra contro la fame… Ma questo l’ho capito anni dopo, una sera che mia madre piangeva e mio padre mi chiamò e mi disse: “Efisio, tu lo vedi, ché sei già cresciuto. I figli sono molti e il pane è poco. Ti sei fatto grande, figlio mio, e devi badare a te stesso, ché io sangue da darti non ce n’ho più. Se resti qui, la croce già la conosci: zappare grano o pascolare pecore per tutta la vita. Se parti c’è la miniera. In dieci anni di sacrificio puoi mettere soldi da parte, come altri hanno fatto, e aprire una bottega o comprarti un mezzo…” A sedici anni sono entrato in miniera… un mondo dove l’uomo non ha occhi per vedere, né orecchie per sentire, né bocca per parlare. Non c’è sole, né stelle, né vento, né pioggia in quel mondo. Non c’è verde di prati, né olezzo di fiori, né siepi di biancospino… L’uomo non è più uomo se non è nel suo mondo. Il minatore è un verme che scava buchi sottoterra… Quando suona la campana sulla torre del pozzo, la gabbia scende e la terra si richiude sulla tua testa come una tomba. Hai paura di aprire la bocca perché non si riempia di terra. Tu sai che sei vivo. La senti che pulsa, la vita. Ma sai anche che non sei più un uomo. Sono otto ore giuste, sotto terra, ogni giorno. Quando la gabbia ti riporta su, le prime volte provi il gusto della vita che ritrovi, che riprende… il gusto di rivedere, di risentire, di riparlare. Poi, ogni giorno che passa, è sempre più difficile riprovare quel gusto. Quando non senti più il gusto della vita, né il desiderio di provare quel gusto, allora sei diventato minatore… Dopo venti anni c’è stata un’inchiesta sanitaria, nella mia miniera. Avevo i polmoni bruciati, e non lo sapevo. Ricovero d’urgenza. Tutto finito. Ogni sei mesi, una settimana di visita in famiglia. Stavo rientrando in sanatorio. Così ci siamo incontrati, voi ed io…».125


Artis e fainas de sa mena
Attività della miniera

Addetti a portare i ferri dall’esterno (foresteria) fino al posto di lavoro nella galleria - mansione affidata prevalentemente alle donne e ai fanciulli; una legge prevedeva che il minatore fosse esonerato da tale incombenza e che i suoi ferri da lavoro dovessero essere trasportati da altri.
Addetti ai frantoi - Manovravano i frantoi, ne controllavano il buon funzionamento e convogliavano il materiale alla cernita.
Addetti ai magazzini - Si occupavano della collocazione, custodia e distribuzione del materiale e degli attrezzi d'uso.
Addetti al mantice - Il compito di azionare i mantici nelle officine dei fabbri era affidato esclusivamente a fanciulli.
Addetti al trasporto del ferro a giornata - Si occupavano del trasporto di ferro dai posti di stoccaggio alle officine o altrove tale materiale necessitasse.
Addetti alla cernita e raccolta del minerale - Normalmente svolto da ragazzi, nonché da donne e fanciulle.
Aiuto arganista - Aiuta l'arganista nelle sue mansioni.
Aiuto armatore - Aiuta nelle sue mansioni l’armatore
Arganista - Comanda l’argano per la discesa e la salita lungo il pozzo della gabbia o ascensore che porta i minatori nel sottosuolo.
Armatore - carpentiere specializzato nel fare le armature nelle gallerie e nei gradini degli avanzamenti. Le armature sono dei sostegni di legno o ferro che impediscono il crollo del materiale dalle pareti o dalla volta (corona) delle gallerie.
Autopalista - conduce l’autopala; sgombra il materiale abbattuto e lo scarica nei fornelli di getto.
Bottaio - Addetto a fabbricare e riparare bottame relativo alla miniera.
Cantiniere o gestore di cantina - Le cantine sono gestite da soli continentali ruffiani dei padroni e di solito ex caporali o loro parenti - Le cantine non sono libere perché l’amministrazione non permette che se ne aprano altre, ce n’è una sola, quella dell’amministrazione
Capo compagnia o caporale maggiore - I caporali venivano scelti tra i Continentali; da questa mansione erano esclusi i Sardi. - I caporali erano in pratica gli scagnozzi del padrone, e per la loro durezza e severità, venivano definiti dai minatori “peggiori degli ingegneri”.
Capo minatore - Dirigeva una squadra di minatori comprendente anche manovali di miniera.
Capo-sciolta - Capo degli operai che formano un turno di lavoro.
Caporale di laveria. - Sorvegliante nella laveria
Caporale, detto anche Capo-posto - Ogni squadra deve avere il proprio caporale. Così un minatore denuncia le angherie dei caporali: “Il caporale, se uno non è andato a lavorare un giorno, dice: «Avete fatto ieri festa per conto vostro, fate bene una festa oggi per conto mio!» In sostanza se un operaio si assentava perché malato gli venivano tolte due giornate di lavoro, una perché assente per malattia e una per rappresaglia.
Caposervizio - Tecnico specializzato in lavori minerari; programma i lavori del cantiere, li fa eseguire e ne controlla l’andamento.
Caposquadra - Dirige una squadra di operai che segue nei lavori della miniera e controlla che il lavoro proceda sicuro.
Carichino - Con il compito di prendere in consegna l’esplosivo ed i detonatori elettrici dalla polveriera. Prepara l’esplosivo per ciascuna mina e consegna i candelotti al minatore.
Carrettiere - Guida un carro a buoi o carretta trainata da un cavallo, utilizzati per il trasporto del minerale, lavorando 12 ore dalle 6 del mattino alle 6 di sera.
Carrettiere di miniera (Carradori de mena) - Trasportatore del minerale dalla miniera alla fonderia o al punto di imbarco dei traghetti per il Continente, usavano esclusivamente il carro a buoi e il viaggio di andata e ritorno per Cagliari durava giorni.
Cavallante di miniera (Cavallanti de mena) - Venditori ambulanti di miniera, che usavano il cavallo, appositamente bardato, come mezzo di trasporto. Questi non sempre erano bene accetti dai dirigenti perché facevano concorrenza alle cantini, spacci gestiti e controllati della stessa società mineraria.
Cernitrice - Addetta ai setacci - Addetta alla cernita e raccolta del minerale, mansione affidata a donne, ragazze e fanciulli.
Dipendente d’azienda - Impiegato negli uffici
Fabbro aggiustatore -
Fabbro di miniera -
Fabbro ferraio -
Facchine di laveria - Le mansioni servili, di facchinaggio, erano affidate specialmente a donne e ragazze
Falegname -
Fornaciaio - Addetto alle fornaci: provvede all'accensione e regolazione dei fuochi per la cottura del materiale caricato.
Fuochista - Addetto al funzionamento di caldaie o forni, sia di mezzi di locomozione a vapore che di altre apparecchiature termiche in uso nelle miniere
Guardia giurata. Un testimone dichiara di svolgere due attività: dalle 8 del mattino alle 16 del pomeriggio lavora 8 ore in galleria; poi, dalle 16 alla mezzanotte, per altre 8 ore, lavoro all’esterno come guardia giurata, e riceve una paga maggiorata di un quarto, per un totale di L. 2,35 al giorno.
Imprese minerarie - Sono imprese che lavorano per conto della miniera. Ogni impresario aveva normalmente 10 o più operai che lavorano come giornalieri cottimisti
Ingabbiatore - Dirige i movimenti della gabbia per mezzo di una campana elettrica; fa entrare gli operai nella gabbia e dà il segnale all’arganista per farla muovere, dopo essersi assicurato che il cancello sia chiuso. Ingabbia e sgabbia materiali vari.
Lattonieri - Artigiano che lavorava la lamiera per fabbricare o riparare utensili per vari usi.
Levadora de mena - Levatrice della miniera, stipendiata dalla direzione della miniera o dal Comune nel sui territorio si trova la miniera
Locomotorista: Guida il locomotore che traina i carrelli per il trasporto del minerale lungo le gallerie.
Maista de mena - L'insegnante che faceva scuola ai bambini dei minatori o scuola serale agli adulti.
Manovale - Operaio generico, addetto ad attività di manovalanza all'esterno o all'interno della miniera. Poteva essere manovale dipendente o manovale a giornata, secondo che fosse salariato o pagato a giornata. Prestava la sua opera ovunque ce ne fosse bisogno, per cui vi erano manovali per alimentare i frantoi, per i trasporti… e altro.
Minatore - Addetto allo scavo, veniva pagato in rapporto all'avanzamento, che ogni quindici giorni veniva misurato, cioè in rapporto al lavoro fatto in galleria seguendo il filone di minerale; da 5 a 6 metri di avanzamento era la produzione minima del lavoratore; in quindici giorni si potevano fare anche da 9 a 10 metri di media giornaliera, e il compenso in questo caso saliva a 2,40 al giorno. Questo lavoro era una sorta di cottimo giornaliero pagato ogni quindici giorni - salario variante da 2 a 2,60 lire.126
Minatore - L'operaio che mette le mine, ossia la dinamite nel foro ottenuto nel punto giusto della roccia, seguendo il filone di minerale.
Minatore addetto alla perforatrice - Lavora con l’utensile, a motore elettrico o pneumatico, assai pesante e faticoso, utile a perforare la roccia per ricavarne il minerale. Contemporaneamente si usavano pure i picconi e i palanchini. Ha anche il compito di far brillare le mine.
Minatore capo-sciolta - Incaricato di distribuire le polveri.
Minatore manovale di galleria - E' in una posizione intermedia, tra il minatore e il manovale: presta aiuto al minatore e svolge mansioni da manovale.
Muratore - Arma i fornelli con blocchi di granito. I fornelli sono i fori attraverso i quali viene scaricato il minerale dal gradino ai carrelli, ai vagoncini.
Operaio generico - E' in pratica un manovale che lavora a giornata per 8 ore.
Pompista - E' l’addetto alle pompe: controlla che le stesse siano in perfetto stato per l’eduzione delle acque sotterranee.
Ragazzo di scuderia - Gli animali da traino utilizzati per il trasporto del minerale all'interno e all'esterno della miniera erano per lo più cavalli, asini e buoi. Una parte di tali animali, specie cavalli, appartenevano alla stessa miniera ed erano curati e accuditi per lo più da ragazzi.
Sorvegliante - Figura di collegamento tra il caposervizio e i capisquadra;
Sterratore - Addetto allo sterramento e manutenzione di strade e camminiere.
Stradino - Addetto a piazzare i binari lungo le gallerie e a curarne la manutenzione.
Trasporto minerale all’esterno - mansioni prevalentemente affidate a donne, fanciulle e fanciulli.
Trasporto minerale all’interno - mansioni affidate specialmente a donne, fanciulle e fanciulli.
Vagonista - Colui che curava il cavallo che trainava i vagoni - di solito pagato da un impresario che prendeva tale lavoro a cottimo.
Vagonista caricatore - Addetto a caricare il minerale nei vagoni.
Vagonista esterno - Manovale esterno, addetto a spingere i vagoni con il minerale. Tale trasporto viene effettuato o con teleferica o con le corbule sulla testa, anche da donne e fanciulli.
Vagonista interno - Addetto a spostare i vagoncini per trasportare il minerale all’esterno della miniera. Minimo dovevano essere 10 i vagoni da controllare, se trainati da cavallo o da buoi.127


CAPITOLO OTTAVO

ARTIS E FAINAS DIVERSAS
MESTIERI E ATTIVITA’ DIVERSE

Presentazione

Sono stati raccolti in questo capitolo mestieri diversi. Alcune attività sono strettamente correlate all’economia contadina, al lavoro della terra; altre sono di carattere burocratico o amministrativo; altre appartengono alla Chiesa e al culto; altre ancora possono dirsi attività ludiche o comunque legate a festività e a momenti ricreativi.
Alcune attività qui comprese si sarebbero potute inserire o raggruppare in capitoli specifici, ma così come è questa prima stesura mi pare ben fatta. Semmai è mia intenzione completare, in un prossimo futuro, per quanto possibile, questa raccolta, evitando una elencazione arida, una sorta di nomenclatura, con pochi elementi descrittivi, per privilegiare le testimonianze, la descrizione di ciascun mestiere, possibilmente riferita dalla stessa voce di chi lo ha praticato per tutta una vita.


SU GIARRERI
LO STRADINO ADDETTO A SPARGERE LA GHIAIA

«Prima che venissero bitumate le strade, annualmente, in autunno, l’Amministrazione provinciale provvedeva - tramite imprese che si aggiudicavano l’appalto - alla fornitura della ghiaia necessaria per la riparazione del fondo stradale. Alcune imprese fornivano la ghiaia preparata da un frantoio (“sconcassòri”), altre invece assumevano del personale, generalmente donne e ragazzi, per raccogliere i ciottoli sparsi sui campi adiacenti alle strade bianche. La ghiaia, in gergo locale, veniva chiamata “giàrra” mentre i raccoglitori prendevano il nome di “giarrèris”.
Per il lavoro di raccolta e di trasporto sul posto “i’ giarràius o giarrèris”, adoperavano delle piccole ceste dette “scattèddas”. Scaricata la cesta colma di ciottoli sul ciglio della strada in cui veniva formato il mucchio, l’operaio od operaia che fosse riceveva da un caposquadra addetto ai lavori un pezzetto di lamina punzonata detto “marchetta”, il cui valore era di 25 Cmi (“mesu-pezza”).
Il lavoro in argomento poteva dirsi duro e, talvolta, mal compensato. Infatti le donne che durante la giornata usavano cantare e stornellare, a volte improvvisavano mottetti di questo tenore:

    “Oi fazzu manéra             Oggi avrò occasione
    de mi biri s’amanti.            d’incontrarmi col mio fidanzato.
    Oi fazzu MANERA:            Oggi avrò occasione
    sa pèdra gi-e’ pesanti            Le pietre sono pesanti
    ma sa paga e’ LIGGERA”.            Ma la paga è leggera

Con tale espressione la lavoratrice intendeva dire che il compenso non era adeguato alla portata del lavoro.
Il pagamento avveniva a fine mese. “I’ giarrèris” consegnando all’ufficio pagatore le “marchette” ottenute durante il periodo di lavoro, riscuotevano così il corrispondente valore in moneta legale».128


SU STRADONERI
LO STRADINO

Era l’uomo addetto alla manutenzione delle strade importanti, che noi chiamavamo stradonis (accrescitivo di strada), perché in rapporto alle altre erano più larghe.
Su stradoneri, che apparteneva al mondo contadino, conservava la mentalità e le abitudini de su massaju, appunto, del contadino. All’alba, messo nella bisaccia su pani e su ingaungiu, pane e companatico129 e, presi gli attrezzi da lavoro, la pala, la zappa larga, il falcetto e la cote, la pietra per affilare la lama, si recava al lavoro. E al tramonto, come il contadino, egli smetteva il lavoro e rientrava in paese.
Il compito de su stradoneri in primo luogo era quello di controllare la ghiaia che periodicamente veniva scaricata dai carri ai margini della strada, quando non c’era l’apposita piazzola. Abile nell’uso della pala, egli modellava perfette piramidi di ghiaia. Quotidianamente, per un lungo tratto, verificava che i mucchi di ghiaia non fossero stati manomessi dai ladri.
Usava la ghiaia per riparare il fondo stradale colmando le buche e con la zappa larga puliva le cunette laterali per farvi scorrere bene l’acqua piovana onde evitare allagamenti.
A primavera, con il suo falcetto dal lungo manico, falciava l’erba che si era fatta alta ai margini e all’interno delle cunette, e potava le siepi del ficodindia o le recinzioni dei terreni privati confinanti, quando pale e ramaglie invadevano il fossato. A tratti si vedeva su stradoneri sedere sul ciglio del fossato, tergersi il sudore dalla fronte, dalla nuca e dal collo, e riposare - quindi passava lieve lieve la cote sulla lama del falcetto per rinnovarne il filo.
Quando arrivava l’estate su stradoneri si metteva in maniche di camicia e sotto il berretto sistemava un fazzoletto di cotone che lasciava ricadere dietro sulla nuca, onde proteggersi dai dardi cocenti del sole e dalle fastidiose punture degli insetti.
A contatto della natura, in una campagna prodiga di frutti, egli svolgeva, insieme all’attività propria de su stradoneri quella del raccoglitore. In autunno raccoglieva funghi e racimoli d’uva, tra le foglie rossicce della vite, scampati ai vendemmiatori. D’inverno le lumache e in primavera gli asparagi. E tutt’intorno nei campi non mancava mai la frutta di stagione. I perastri ai margini della strada eran di tutti; ed egli li innestava e li curava e insieme ai viandanti abituali ne raccoglieva il frutto.


SU CANTONERI
IL CANTONIERE

Su cantoneri è l’addetto alla manutenzione e al controllo delle strade e dei mezzi di locomozione che vi circolano.
Abbiamo quindi cantoneris statali, provinciali e comunali. Nelle strade statali e provinciali, date le distanze, c’erano lungo il percorso le case cantoniere con l’abitazione per l’addetto e la sua famiglia e un altro caseggiato per riporre gli attrezzi da lavoro.
In Sardegna, dove per storia e cultura la campagna non era abitata, raramente il cantoniere viveva nella cantoniera, perché la sua famiglia preferiva starsene nel paese e non in solitudine, in d’unu logu sperdiu, in una località sperduta.
Per su cantoneri che aveva famiglia, ottenere l’incarico era una manna piovuta dal cielo, poter godere di uno stipendio fisso e sicuro, e tutta la famiglia che dava una mano nel lavoro di manutenzione - comunque, da lui dipendevano anche uno o più stradoneris, stradini. Se si era sposini, e lei accettava di fare la vita dell’eremita - ma erano rare quelle donne coraggiose - andavano a vivere in una singolare dimensione di vita, fuori dal proprio paese, lontano dalla propria comunità, dalla gente del vicinato, dalla gente del parentado, con cui si aveva un forte rapporto affettivo e sociale.
Usavano il caseggiato adiacente alla palazzina d’abitazione come magazzino e ripostiglio. Accanto alla casa cantoniera c’era un bel pezzo di terra, di solito con il pozzo da cui con una pompa premente aspirante a mano si riforniva d’acqua corrente l’abitazione e l’acqua per l’irrigazione. La terra poteva essere coltivata a orto e a frutteto. Inoltre, a portata di mano c’erano le campagne con le colture - di cui il cantoniere e la sua famiglia erano insieme custodi e usufruttuari - i proprietari dovevano fare buon viso a cattiva sorte, se volevano mantenersi buoni i “potenti” vicini.
Su cantoneri comunali, oltre al quotidiano lavoro di manutenzione delle strade e delle cunette e siepi e spargimento di ghiaia e riparazione delle buche, aveva anche il compito di far rispettare i regolamenti stradali agli utenti della strada e in caso di infrazioni aveva il dovere di multare i contravventori (dovere “piacevole” perché aveva una percentuale sulle multe che appioppava alla gente sui mezzi di locomozione)
Aveva dunque il compito di controllare che i mezzi che transitavano fossero in regola con le targhe e i bolli e che avesse e funzionasse il lampione per la notte. E che il bestiame avesse il bollettino di accompagnamento che ne indicasse la proprietà.
A proposito di multe, quella d’uso alle biciclette che venivano fermate senza bollo o senza fanalino si chiamava “dexi e dexi” ,cioè “dieci e dieci”, perché era dieci lire la multa e dieci centesimi il bollo; e si doveva pagare al cantoniere che contestava l’infrazione, la somma prevista dalla legge di lire dieci e centesimi dieci, pena il sequestro del mezzo. Stessa regola per i carri o le carrette che circolavano, specie di notte.
Una notizia curiosa: erano esenti anche di notte dal portare il lampione i carri che trasportavano paglia. E ciò perché la presenza del lampione (che normalmente funzionava con il petrolio) costituiva un pericolo di incendio al carico e al carro.
Un aneddoto sui cantonieri dalla multa facile: Un contadino seddoresu, sanlurese, rientra in bicicletta da San Gavino al proprio paese. Viene fermato dal cantoniere, che gli intima il “dexi e dexi”, (dieci e dieci.) Su seddoresu, facendo orecchie da mercante, risponde: “Andat beni. Bolit nai chi a is undixi seu a Seddori!”, “Va bene. Vuol dire che alle undici sarò a Sanluri”.


SU CANNEGGIADORI
IL CANNEGGIATORE, AIUTANTE DEL GEOMETRA

Su canneggiadori est s’oberaiu chi aggiudat su giometru. Il canneggiatore è l’operaio ausiliario del geometra. Con il quale va a misurare i terreni agrari. Sa canna, la canna metrica, equivale a una palina da tre metri. Il mestiere del canneggiatore evoca nella mia memoria immagini dell’infanzia, di quando la mattina alle prime luci mio padre che faceva il geometra partiva in calesse verso la campagna di Arborea seguito da due o tre canneggiatori in bicicletta, che recavano a spalla o legati alla canna gli strumenti d’uso, le paline o canne metriche e il treppiede su cui inserire il prezioso teodolite o tacheometro,130 detto volgarmente livello, per le rilevazioni topografiche, cioè i dislivelli e le distanze del terreno. Va da sé che il teodolite lo tenesse mio padre in calesse, ben protetto nella sua custodia. Talvolta, insieme ai canneggiatori, al seguito del calesse di mio padre, c’era anche qualche geometra neo-diplomato in bicicletta, il quale apprendeva il mestiere recando anch’egli a spalla le paline.


SU CANTADORI
IL POETA ESTEMPORANEO

In occasione della festa del patrono, durante le manifestazioni della sera, si esibivano is cantadoris, i poeti estemporanei. In un lato della piazza veniva eretto un rustico palco su cui is poetas davano spettacolo, in coppia o da soli, dissertando o dialogando intorno ad un tema che veniva loro proposto dalla giuria o dallo stesso pubblico.
Is cantadoris - che possiamo paragonare agli aedi, ai cantori del Periodo omerico - avevano una discreta cultura storico-mitologica e una buona memoria, di modo che su un tema per lo più scelto dal pubblico o relativo all’oggetto della festa, essi sapevano improvvisare un discorso in versi, metricamente corretti e rimati, comunemente ottave in endecasillabi, inserendo frequenti citazioni colte.
Una vera e propria professione artistica quella de su cantadori, di grande prestigio sociale ed economicamente redditizia.
Così scrive l’Angius nel Dizionario del Casalis del 1853:
«Improvvisatori. Sono frequentissimi in Sardegna, massime nelle regioni pastorali, quelli che ebbero dalla natura il meraviglioso e giocondissimo ingegno della improvvisazione.
Né come ragionevolmente può da ogni uomo intendersi sono le femmine sarde sfornite di spirito poetico, il quale in altri tempi più che nella presente età si faceva ammirare in certe occasioni, e massimamente nel lutto de’ maggiori funerali, quando erano chiamate agli estremi onori per una persona notevole.
Un improvvisatore delle regioni campestri non usa cantare senza l’accompagnamento delle canne, uno delle regioni montane senza il concerto di tre voci, basso, soprano, contralto.
Essi soglion rallegrare con le loro poesie le festevoli brigate invitate in occasione di qualche allegrezza. Ma la principal palestra dove spiegano la loro potenza, è nelle feste rurali. Ivi gli improvvisatori di diversi luoghi e i più famosi vengono a prove d’ingegno tra loro, e cantando sopra un tema dato da qualcuno degli astanti continuano per lunghe ore, applauditi spesso dalla moltitudine che fa corona intorno ad essi ed ascolta in un quieto silenzio».


SU SONADORI
IL SUONATORE

Sonadori est su chi sonat unu strumentu musicali: ghitarra o fisarmonica o sonettu a bucca o launeddas o ateru, e accumpangiat sempiri unu o prus cantadoris. Suonatore è colui che suona uno strumento musicale: chitarra o fisarmonica o armonica a bocca o launeddas o altro, e accompagna sempre uno o più suonatori.
Is sonadoris impari cun is cantadoris, i suonatori insieme ai cantanti, venivano invitati a tutte le feste. Erano sempre presenti ai matrimoni, ai battesimi e alle feste ricorrenti, pubbliche o private; così pure in occasione di sagre o scampagnate, o alla fine di lavori agricoli,131 alla scialla, il banchetto di prammatica, ultimata la costruzione di una casa d’abitazione; ai balli di carnevale o in occasione delle festività religiose in onore dei vari Santi venerati dalla comunità.

Gli strumenti più usati:
Is launeddas è così detto un antichissimo strumento musicale risalente al protonuragico. E’ ancora diffuso, particolarmente nel mondo contadino. E’ considerato lo strumento nazionale dei Sardi. Is launeddas sono un caratteristico strumento che consiste in un flauto a tre calami, di diversa misura e tonalità, di canna comune, con dei fori per la modulazione dei suoni. Gli effetti sonori somigliano a quelli della cornamusa,132 in quanto si suona a continua emissione di fiato: tuttavia, mentre nella cornamusa la continuità del suono è data da un otre di pelle che funge da camera d’aria, nelle launeddas lo stesso effetto è ottenuto con il cavo orale (che deve quindi emettere aria in continuazione). Ciò rende abbastanza difficile l’uso di questo antichissimo strumento musicale. Secondo alcuni studiosi “le zampogne dei sardi pastori pare che non differiscano da quelle di cui parla Virgilio: Pan primus calamos cera conjungere plures instituit; e che lo stesso Virgilio chiamasse tale strumento Fistula disparibus compacta arundinibus”.133
Is launas mannas,134 è detto così l’organo a mantici, con le canne, che un tempo si trovava in alcune chiese, anche di paesi minori, con parroci amanti di tale strumento. Il suo possesso era motivo di vanto per la comunità, e veniva suonato in chiesa, durante le solenni funzioni religiose, dal sacerdote o dal sacrestano o da un qualunque membro della comunità che avesse talento musicale, e naturalmente il tempo libero per apprenderne la tecnica - spesso is sonadoris de launas mannas, i suonatori di organo, erano sarti o altri maestri artigiani che lavorano in fino, o come si soleva dire “avevano mani da signori”, come i barbieri, gli orologiai, is maistus de rodeddas, ai quali restava tempo da dedicare a tale hobby artistico e chiesastico. I chierichetti a turno azionavano il mantice, mandando su e giù la leva della ventola, situata a fianco dell’organo: ed era un privilegio per i fanciulli essere chiamati a ricoprire questo incarico.
Sa ghitarra e su mandolinu, la chitarra e il mandolino, si trovavano specialmente nelle botteghe artigiane. Barbieri e sarti erano di solito appassionati ed eccellenti suonatori. Sa ghitarra accompagnava il canto del mandolino o la voce dei cantanti. Vi sono bellissime e singolari composizioni musicali cantate da tenores accompagnati da una o più chitarre. Ne ricordo qui due: Sa viudedda, una tipica aria dal ritmo assai veloce che accompagnava un indiavolato ballu tundu (o anche le terapie contro il morso della tarantola, nella rituale danza collettiva) e Su mi e la composizione assai vivace sempre sul ritmo del classico ballo sardo.
Is sonadoris de tamburru e de pipaiolu, i suonatori di tamburino e di piffero, aprivano tradizionalmente le processioni, e il loro suono dava un tono solenne ieratico all’incedere della confraternita, dei sacerdoti, dei portatori del santo e della folla di fedeli al seguito.
S’armonica, la fisarmonica, era ed è tutt’ora uno strumento musicale assai diffuso, usato spesso per accompagnare i balli popolari.
S’organettu, l’armonica a bocca, è invece usata principalmente dai ragazzi, come un passatempo.
Su pipaiolu, il piffero, che si ottiene con un pezzo di canna, come vuole il folclore, è suonato dai pastorelli che conoscono pure l’arte di fabbricarli. Suonando il piffero di canna, i fanciulli ingannano le lunghe ore del pascolo, evitando in parte la commissione di atti impuri.
Dai miei anni ancora verdi, sorge l’immagine di Papum, Barrada, Ciocci - nomignoli, e insieme nomi d’arte di tre allegri e bravi musici: Papum e Barrada erano due tenores, cantanti dalla potente voce tenorile, e Ciocci accompagnava magistralmente il loro canto con la chitarra. Sa corsicana e sa disisperada, due melodie popolari sarde, erano i loro cavalli da battaglia. Ingaggiati dal comune di Guspini per partecipare alla manifestazione canora “Il Nuraghe d’argento”, promossa dalla Rai negli Anni 60, contribuirono alla vittoria della loro squadra.


SU GIOGHISTU
IL GIOCOLIERE, L’ACROBATA

Nelle nostre comunità, è sempre stato grande l’interesse per gli acrobati dei circhi, che periodicamente visitavano anche i nostri più sperduti villaggi, in occasione delle tradizionali feste.
Affinché il circo potesse fare il suo spettacolo, era necessario trovare alla periferia del paese un vasto piazzale - che costasse poco o meglio ancora che fosse concesso gratis “et amore Dei” dal proprietario, il quale otteneva il diritto per sé e per la famiglia ad assistere agli spettacoli, anch’egli gratis et amore Dei. Ciò che invece doveva esserci e che bisognava per forza pagare era la corrente elettrica. Tuttavia ho ricordi della mia fanciullezza di qualche circo “alla buona” che, per illuminare il proprio interno, usava le lampade a gas o acetilene.
Il circo montava le sue tende nel paese più grosso e gli abitanti di tutti i paesi del circondario si spostavano, anche a piedi, per godersi lo spettacolo. In particolare, assai richiesti e seguiti gli spettacoli di bravura, l’esibizione de su gioghistu e de sa gioghista, al trapezio. Molto attesa dai maschi della comunità (funestati da una morale clericale sessuo-repressiva) l’esibizione de sa gioghista, della acrobata, la quale, in tuta attillata, mostrava le proprie grazie in tutto il loro splendore, durante gli esercizi acrobatici.
Su giogu indica il trapezio, e su gioghistu è il trapezista, l’equilibrista, chi fa giochi di acrobazia. Tuttavia, in lingua sarda, con il termine su giogu (indicando la parte per il tutto) ci si riferisce comunemente allo spettacolo del circo. Andai a biri su giogu, vuol dire andare al circo, andare a vedere lo spettacolo del circo. Mentre la frase fai su giogu significa esibirsi al trapezio. E su gioghistu è l’acrobata.
Il pagliaccio, solitamente, viene chiamato con il suo nome d’arte. Armando, era un “clown” che faceva furore nei nostri paesi negli Anni 50.


S’ARRODERI
L’ARTIFICIERE

Tra le manifestazioni tradizionali che celebrano le feste religiose nei nostri paesi vi sono i fuochi d’artificio, che noi chiamiamo comunemente sa roda (isparatoriu) che letteralmente si traduce con “la ruota”. Forse, i fuochi pirotecnici sono così chiamati perché tradizionalmente, qui da noi, cominciano con una ruota, il cui asse è inchiodato a un robusto palo. Una volta accesa la miccia, la ruota inizia a girare ora in un senso ora in un altro, mandando faville multicolori, talvolta fermandosi apparentemente spenta per illuminarsi d’un colpo e riprendere a girare lentamente e via via sempre più veloce, per ricominciare poi da capo.
Lo spettacolo pirotecnico ha dunque inizio di solito con sa roda, la ruota che gira a lungo nei due sensi, illuminandosi, spegnendosi e lanciando faville. Quindi prosegue con su cumbattimentu, una sorta di pandemonio di squettus, razzi, tric-trac, mortaretti che lo fanno somigliare a una trincea di guerra da cui parte un fuoco di sbarramento infernale. Per finire, il lancio sempre più veloce e fitto di granate che scoppiano senza interruzione, riempiendo il cielo di abbaglianti e multicolori infiorescenze. La conclusione, come l’inizio, è scandita da una granata che parte sibilando e altissima scoppia secca e forte. Nel silenzio che succede, si ode la frase augurale che s’arroderi grida alla folla: «Aterus annus mellus cun saludi!» Ad altri e migliori anni con salute!
Se ogni festa che si rispetti si apre con la solenne processione del mattino, non può chiudersi senza sa roda. della notte. Dopo cena, sul tardi, in un piazzale ai margini dell’abitato, possibilmente senza vegetazione e in posizione elevata, si fanno i fuochi d’artificio. L’inizio di sa roda viene annunciato con lo scoppio secco, fortissimo di una singola granata che disegna nel cielo un solo punto rosso, con mezz’ora di anticipo in modo da consentire agli abitanti di ogni parte del paese di finire la cena, prepararsi, uscire e raggiungere il luogo della manifestazione pirotecnica. La granata che esplode forte, cupa, secca, per annunciare lo spettacolo, è detta s’avisu de sa roda.
S’arroderi, il facitore dei fuochi pirotecnici, più che artigiano artista, era ancora a metà di questo secolo un’attività di grande prestigio, e pochi erano coloro che potevano accedervi considerata anche e specialmente la grande pericolosità connessa alla manipolazione di sostanze esplosive.
Tra i più famosi arroderis dell’Isola erano gli Oliva di Terralba, pirotecnici di origine napoletana, come d’altro canto la maggioranza dei maestri del settore. Gli Oliva, che costituivano più che una famiglia una scuola, operavano in tutto il Campidano, lasciando allievi di grande talento.
Nella Marmilla, a Pauli Arbarei, negli Anni Quaranta e Cinquanta, ricordo due abilissimi e simpatici arroderis, i quali nello spettacolo tradizionale de s’isparatoriu inserivano un nuovo elemento: davano vita a un fantoccio, accendendolo di luci multicolori a effetto. I due arroderis paulesi, mi pare nel 1950, in occasione della festa di Sant’Agostino, il patrono del paese, avevano preparato un bell’asinello di carta pesta tenuto bene in alto su un traliccio. Accesa la miccia, su molenti prendeva fuoco e appariva come vivo muovendo la testa, scalciando e alla fine mostrando eccitato il suo cospicuo patrimonio sessuale. Alla gente quello spettacolo piacque molto; ma non a tutti, particolarmente al prete e ai carabinieri del paese vicino, che erano lì per badare al cosiddetto ordine pubblico. I due arguti e bravi artificieri vennero così denunciati per atti osceni; e per difendersi sostennero ovviamente che loro avevano fatto semplicemente dell’“arte”, cosa che con la morale non ha niente a che vedere.
Il mestiere de s’arroderi, dell’artificiere, è certamente redditizio ma assai pericoloso. Non di rado si ha notizia di incidenti anche gravi in cui si hanno morti e feriti.
I fuochi d’artificio, specialmente le granate che riempivano il cielo di luci multicolori, pur essendo quasi un simbolo della festa a cui gli abitanti non avrebbero mai rinunciato, costituivano d’altro canto pericolo di incendi.
Nell’antistante cortile delle case, di solito sulla destra del portale d’ingresso, vi era situata la legnaia, composta prevalentemente da fascine di lentischio, cisto, corbezzolo, poggiante su palafitta sovrastante il letamaio, che si arricchiva appunto del fogliame secco che vi ricadeva.
Non di rado durante l’esplosione delle granate, piovevano dal cielo scintille che potevano infiammare le ramaglie delle legnaie nei cortili. E così, ogni anno, un membro della famiglia, naturalmente di sesso maschile, a meno che non fosse la nonna, doveva sacrificarsi e restare in casa per spegnere eventuali focolai d’incendio. Per la bisogna il guardiano d’eccezione veniva fornito di uno o più secchi d’acqua da gettare tempestivamente nel punto caldo.
Il familiare sacrificato perdeva, ovviamente, tutta quella parte dello spettacolo pirotecnico che si svolgeva a livello di terra, ma poteva godersi ugualmente lo spettacolo delle granate che esplodevano alte nel cielo.


SU BANDIDORI
IL BANDITORE

Bandidori o grideri o gridadori, banditore, era detto l’uomo incaricato dal comune di rendere pubbliche le deliberazioni e le ordinanze dell’autorità. Più spesso, alle disposizioni del sindaco seguivano informazioni utili alla comunità sulla vendita di prodotti della terra o anche della presenza in paese di commercianti che esponevano la loro merce nella piazza.
Su bandidori era fornito di una trombetta di ottone - si può dire il ferro del mestiere - e naturalmente di una voce squillante. Raccolte nel municipio le disposizioni, comprese le notizie che i privati intendevano portare a conoscenza della popolazione, il banditore iniziava il giro del paese. In ogni cantonata, dato di piglio alla trombetta per richiamare l’attenzione della gente, egli iniziava, a voce stentorea, a dare il bando, seguendo sempre, più o meno, la stessa formula: «Si ghettat custu bandu a totu sa populazioni po ordini de su podestadi (o de su sindigu) ca cras a merì in territoriu de Su Nuraci ci sunt de fai is cumandadas… S’avvertit puru totu sa populazioni chi oi in prazz’ ‘e cresia unu rioresu bendit tres porceddus a bonu pretziu… Chi in domu de Assuntina Lixi si bendit arreiga bella a cincu soddus su mazzu…», «Si dà questo bando a tutta la popolazione per ordine del podestà (o del sindaco) perché domani sera, in territorio di Su Nuraci ci sono da fare i lavori di interesse civico… Si avverte pure tutta la popolazione che nella piazza della chiesa un riolese135 vende tre porcelli a un prezzo conveniente… Che in casa di Assuntina Lixi si vendono buoni ravanelli a cinque soldi il mazzo…»
Su bandidori, oltre a comunicare le disposizioni di norma delle autorità municipali, faceva la pubblicità a pagamento ai commercianti del luogo o di fuori o a chiunque in paese avesse necessità di vendere un prodotto in eccedenza; soprattutto ortaggi, come fave, lattughe, cipolle, aglio, ravanelli e frutta come fichi, susine, pere e uva.


SU GRIDERI O GRIDADORI
IL BANDITORE

«Ziu Antonicu su gridadori aveva un’età indefinibile dai quaranta ai sessant’anni, nessuno conosceva il suo cognome e pochi anche il nome; era il solo banditore in tutto il paese e pochi sapevano dove abitava, ma per trovarlo bastava andare la mattina presto nella bettola dirimpetto a is loggettas, le loggette, dove due macellai e due pescivendoli esponevano la loro merce: egli doveva rinfrescarsi la gola cun una tassa de binu, con un bicchiere di vino, per avere la voce più sonora quando iniziava il giro del paese. Teneva a tracolla la sua trombetta che aveva un suono caratteristico, riconoscibile a distanza.
In ogni strada aveva il posto fisso per dare il bando. Se c’era una curva si fermava per dare il bando dalla parte larga, per dominare tutto il campo. Un primo suono di trombetta annunciava la sua presenza. Come d’incanto in tutta la strada si faceva silenzio: le comari smettevano di chiacchierare da una finestra all’altra, i bambini che giocavano nei cortili zittivano e anche il carro a buoi, che transitava rumoroso sul selciato, veniva fermato. Tre squilli di trombetta annunciavano po ordini de su podestadi a totu sa populazioni, le disposizioni del potestà alla comunità, oppure due squilli per annunciare le varie vendite: carne e ventrame, se per caso qualche cavallo o bue si spezzava una gamba e si aveva una macellazione straordinaria, o anche pesci, frutta e verdura fuori dall’ordinario.
Per ogni merce si ripetevano due squilli della trombetta. Un ultimo squillo rendeva noto che aveva finito. I rumori riprendevano; qualche ragazzino burlone ripeteva strocendu, scimmiottando, il banditore, le comari commentavano le notizie e si accordavano per correre a is loggettas per trovare ancora qualcosa della merce in vendita.
Accadeva che quando il banditore passava nelle ultime strade del percorso, anche perché ogni tanto doveva fermarsi nella bettola di transito per schiarirsi la voce gratis, i pesci erano già tutti venduti».136


SU POSTERI
IL POSTINO

Con il termine posteri veniva indicato il postino, colui che equipaggiato con gli scarponi e la tradizionale borsa di pelle a scomparti della amministrazione postale, distribuisce in paese, sotto il sole cocente o sotto la pioggia gelida, pacchi e missive in arrivo e raccogliendo - in passato - pacchi e missive in partenza previo esborso in moneta contante della debita affrancatura.
Con lo stesso termine di posteri venivano altresì indicati gli impiegati postali, compreso il capufficio.
Un tempo, gli uffici postali si trovavano soltanto nei capoluoghi di Mandamento, e lì pertanto is posteris dei paesi che ne facevano parte ritiravano la posta, e se non avevano cavallo o bicicletta dovevano percorrere diversi chilometri a piedi, con il loro borsone carico a tracolla, per distribuire diligentemente tutta la posta.137


S’INTERRAMORTUS
IL BECCHINO

S’interramortus aveva il compito di scavare, nel recinto cimiteriale, la fossa d’uso per il seppellimento del defunto. E non, come si potrebbe credere, quello di curare e adornare le tombe, compito che spettava ai parenti.
Nei nostri paesi di un migliaio di abitanti, i morti erano (non so oggi) due o tre all’anno, e stavano benissimo anche in mezzo all’erba che cresceva verde e rigogliosa. E qui interveniva l’opera de s’interramortus che vi metteva a pascolare qualche asinello di famiglia o ci pensava lui a falciare l’erba che dava ai conigli di casa.
Gli attrezzi de s’interramortus erano su piccu e sa palia, il piccone e la pala. Egli conosceva ogni componente della comunità ed era quindi in grado di dare alla fossa la giusta dimensione. Si noti che anticamente, nella maggioranza dei casi, i morti venivano interrati senza la bara, avvolti in un lenzuolo. La bara era appannaggio dei paesani ricchi o eccellenti.
La cerimonia di seppellimento e i riti funebri ad esso correlati erano gestiti dalla Chiesa, dalla famiglia e dal parentado del defunto.
S’interramortus era un esecutore di ordini e, per ogni morto, riceveva is istrinas, una mancia più o meno cospicua secondo lo stato economico del defunto.
Normalmente il becchino era un dipendente “tuttofare” del comune e durante l’anno era chiamato a svolgere diverse mansioni; tra queste quella di su bandidori o grideri, colui che informava oralmente la comunità delle disposizioni date dalle autorità o che dava notizie di interesse commerciale ed economico.


S’ACCIAPPACANI
L’ACCALAPPIACANI

Un tempo, fino agli anni sessanta, in tutti i paesi, esisteva un dipendente comunale addetto ad acchiappare i cani. Perché in quei tempi vi erano numerosi cani randagi che costituivano un pericolo sia per la gente che per il bestiame, e in particolare facevano razzia di animali da cortile, galline, conigli….
S’acciappacani era munito di una frusta rigida, a laccio, che serviva per serrare il collo dell’animale e poterlo trascinare via in un apposito recinto. Una volta acchiappati i cani e costretti nel canile municipale, (una sorta di cortiletto recintato), il comune dava un pubblico avviso mediante sa grida, il bando, con il banditore - perché magari aveva acchiappato qualche cane che randagio non era ma domestico, scappato di casa, e il proprietario poteva andare a riprenderselo. Se non si presentava nessuno a reclamarli, i cani venivano ammazzati. Si dice che qualche padrone che voleva disfarsi del proprio cane lo lasciasse apposta fuori dal portone per farlo portare via da su acciappacani e risparmiarsi la fatica di farlo fuori lui.
S’acciappacani doveva essere svelto di mano e di riflessi, perché non era facile acchiappare certi cagnetti furbi e veloci. Inoltre is acciappacanis avevano da vedersela con i ragazzini del paese che assistevano alla scena e facevano tifo per il cane braccato - talvolta anche aiutando spudoratamente l’animale, ostacolando in ogni modo il cacciatore, arrivando perfino a sgambettarlo - con grande spasso degli adulti oziosi, dei cosiddetti “oreris”, che se ne stavano a zonzo per il paese “facendo orario”, prima di rientrare a casa per il pranzo. Non era comunque un lavoro ambito e neppure ben visto dalla gente comune, quello de s’acciappacani.
Ho un ricordo d’infanzia, con immagini orride, incancellabili, di violenza di cui non riuscivo - e non riesco tutt’ora - a rendermi ragione; l’esecuzione da parte dell’accalappiacani dei poveri randagi presi per strada. Il luogo della esecuzione era il parapetto del ponte sul ruscello che attraversava la strada che da Terralba portava a Marrubiu - non so se il Rio Mogoro o una deviazione di esso. Uno per volta, i cani randagi venivano trascinati con il cappio al collo in quel luogo di morte e ivi lapidati. Taluno, se di piccola taglia, veniva dal boia afferrato alle zampe posteriori e sbattuto con la testa sulla muraglia, fino a farne schizzar fuori il cervello.
Non so come mi sia trovato ad assistere, bambino, a questa infame scena di violenza - non avrei mai avuto né il coraggio né la forza di andarci volontariamente o di accettare di assistervi. Certamente, tra tutte le immagini di violenza, dopo quelle dei bombardamenti americani su Cagliari del 26 e del 28 febbraio 1943, cui ho involontariamente assistito e subìto, è quella che più mi ha scosso, che non riesco a cancellare dalla mia mente.


SU SCOVADORI
LO SCOPINO

Una figura popolare assai caratteristica era a Cagliari su scovadori.138
Su scovadori era un mestiere considerato vile, quasi come quello de su limpiabassas, dell’addetto alla pulizia dei cessi, o come l’altro de su scarrigadori de portu, scaricatore di porto, facchino portuale.
Una figura che riporta la mente alla macchietta di Charlot, dimostrando così quanto validi e universali siano i personaggi apparentemente “macchiette” presentati dal grande regista e attore.
Su scovadori non va confuso con s’aligaiu,139 il netturbino, l’addetto al ritiro della mondezza nelle case di abitazione
Non so bene per quale connessione, da ragazzi si cantava una allegra canzoncina che aveva per protagonista sa filla de su scovarori. Ricordo le prime due strofette che facevano “Ohi, ‘ta dolori sa fill’’e su scovarori, / ohi, ‘ta dolori, ohi, ‘ta dolori!…” che si cantavano sulle note del celebre motivo della Carmen di Bizet, “Oh, toreador ritorna vincitor…”
Ovviamente la figura de su scovarori era assente nei nostri paesi, dove ciascun abitante si improvvisava scopino, impegnandosi a pulire il tratto di strada davanti alla propria abitazione. Era infatti una scena abituale, specialmente d’estate e nelle belle giornate, vedere la padrona di casa o una delle sue figlie, armata di un secchio d’acqua e di una scopa di palma o di eriche, spruzzare prima l’acqua e poi ramazzare la strada davanti alla propria abitazione.
Un segno questo di buona educazione civica, di personale impegno all’ordine comunitario in mancanza di un servizio pubblico - che mi ricorda l’usanza tedesca, che ho riscontrato a Essen, nella Ruhr, che faceva carico a ogni famiglia lo spargimento mattutino del sale davanti alla propria abitazione, per scongelare quel tratto di marciapiede, onde evitare che il “glatteis”, il giaccio sdrucciolevole, arrecasse danni alle persone che vi transitavano.
Affine all’attività de su scovarori era quella dell’uomo fornito di un secchio con sabbia, scopino e paletta, addetto a versare la sabbia sulle rotaie del tram nei punti in pendenza per evitare lo slittamento del mezzo. La sabbia che finiva per spargersi ai lati o all’interno delle rotaie, veniva pazientemente raccolta dallo stesso uomo con una apposita paletta e rimessa nel secchio, per essere subito dopo riutilizzata.


S’ALIGAIU
IL NETTURBINO

Aligaiu, che si traduce con netturbino, era ed è ancora l’operaio municipale incaricato del ritiro dei rifiuti solidi nelle case di abitazione. La sua figura e il suo lavoro si sono modificati con l’avvento della tecnologia.
Un tempo, e fino agli anni del secondo dopoguerra, s’aligaiu era a diretto contatto con l’immondezza e la sua professione, certamente utilissima sotto ogni aspetto era considerata vile.
Is aligaius vestivano su una sorta di divisa, una mantella scura cerata con cappuccio, e portavano a spalla un saccone pure cerato la cui imboccatura veniva chiusa da una fune che passava dentro occhielli di metallo.
Passavano lungo le strade della città, avvertivano gli inquilini con il loro sonorissimo caratteristico fischietto di cui erano dotati, e se non bastava dal loro sonante richiamo: “Aliga!” (Immondezza!), si fermavano davanti al portone di ciascun palazzo, attendevano che ciascuna famiglia scendesse dai piani alti con la propria pattumiera, che essi prendevano e versavano nel loro saccone. Vi erano anche padrone di casa che dai piani alti mandavano giù la pattumiera dal balcone o dalla finestra con una fune, recuperandolo dopo tirando su la stessa fune.
Quando il saccone era colmo, veniva sistemato con gli altri nel carro al seguito. E così di palazzo in palazzo, di casa in casa, is aligaius accudivano alla nettezza urbana, la mattina di ogni giorno, esclusa la domenica.


SU OBISPU O MUNSIGNORI
IL VESCOVO O MONSIGNORE

S’obispu, il vescovo, appartiene al grado più elevato del sacerdozio, pari al terzo grado del Sacramento dell’Ordine - al secondo c’è il sacerdote e al primo il diacono.
Tra i vescovi che si sono maggiormente distinti, naturalmente nelle cosiddette “opere pie” o “opere sante” o “opere di bene”, il Papa sceglie e nomina i cardinali, i quali tutti insieme, come è noto, scelgono il Papa. Mentre il prete non va mai in pensione per quella che è la sua attività nella parrocchia, i vescovi e i cardinali, arrivati a 75 anni di età, devono dare le dimissioni al Papa e, messi a riposo, vengono sostituiti con altri vescovi e cardinali di nuova nomina. Non ho mai sentito in sardo il termine cardinale - sarà perché non siamo abituati a vedere tali pezzi grossi della Chiesa, non essendoci nella nostra Isola una sede cardinalizia.
Non è certo un mestiere o una attività comune nei nostri paesi o villaggi, sia in quelli agricoli che pastorali o dediti alla pesca. Ho inserito su obispu, il vescovo, perché è una figura che assai spesso ricorre, anche nei più umili villaggi, in alcuni momenti di vita comunitaria, seppure eccezionali, come le annuali cresime o l’insediamento di un nuovo sacerdote.
Vi sono pure dei vescovi che in qualche modo danno la loro impronta nella vita politica e sociale facendo sentire la loro autorità attraverso i sacerdoti parroci della loro diocesi. Alcuni di questi obispus sono diventati popolari, come Monsignor Cabitza, della diocesi di Oristano, popolarmente detto Cabitzeddu, coinvolto suo malgrado nella rivolta anticlericale di Cabras del 1944, e Monsignor Tedde, della diocesi di Ales, uomo politico, grande elettore dello Scudo crociato e anticomunista viscerale - il che sarebbe anche potuto rientrare in un condivisibile diritto di opinione, se non avesse avuto il nobile e gravoso compito di pastore di anime e quindi di pascolare tutte le pecore del gregge a lui affidato, indipendentemente dal colore della lana di ciascuna di esse.

De su obispu, del vescovo, monsignor Cabitzeddu, come ho accennato, parlano le cronache relative alla rivolta popolare anticlericale del 1944 a Cabras.
Il fattaccio accadde per una controversia sorta tra il comitato promotore della festa di Sant’Antonio, cioè il paese, e il parroco.
Testimonia uno dei protagonisti: «(Il parroco) voleva mettere la confraternita dietro il santo, invece di metterla davanti come è costumanza. Per questo è incominciato lo sciopero. Il prete è andato da monsignor Cabizzeddu, come lo chiamavamo noi di soprannome, e lo ha imbottito bene di calunnie contro il paese. Allora il vescovo è arrivato, è salito sulla trona [pulpito] e ci rimproverava che non eravamo buoni figli di Dio, che eravamo scostumati e altre offese così. Allora quelli che erano in fondo avevano gridato: “Boigaincheddu, bogaincheddu!” [buttatelo fuori!] e avevano cominciato a tirare sassi. Volavano come mitraglia, i sassi dentro la chiesa! Già è sceso si, correndo! Il prete, che c’era anche lui, si è messo a parlare, ma è stato peggio. Monsignore è salito sull’altare: era bianco come le candele che ci aveva vicino… Ha alzato la mano per dare la scomunica a tutto il popolo, ma non l’hanno lasciato finire, perché una cosa come quella non doveva farla: si sono slanciati tutti insieme contro l’altare. Monsignore e il prete sono scappati in sacrestia e poi nella strada. Io e altri ce l’aspettavamo, abbiamo fatto il giro da fuori e li abbiamo rincorsi. Il primo sasso che ho visto per terra, l’ho raccolto. Era grande così, era. Gli è andato in mezzo alle gambe… Se lo colpiva sulle spalle, si fermava si! Quando mai scomunicare un paese per colpa di un prete eretico…».140

De su obispu, monsignor Tedde, si parla nelle cronache dei braccianti della Marmilla, in particolare di Pauli, alla fine degli Anni 40, quando occuparono le terre incolte e successivamente costituirono la prima cooperativa agricola, sfamando decine di famiglie di contadini senza terra. Coerente alla sua ideologia politica, il vescovo fu un coerente e pervicace oppositore della occupazione delle terre, che menomava la sacralità della proprietà padronale, e ancora della costituzione di cooperative agricole - specialmente se associate alla Lega rossa e non all’Unione bianca. Io che sono stato uno degli animatori della cooperativa agricola “Antonio Gramsci” di Pauli, ricordo la relazione del presidente della stessa cooperativa tornato in paese da una visita “d’obbligo” al Vescovo di Ales. Il quale, tra le altre valutazioni negative sulla nascita (non autorizzata e inopportuna) della cooperativa paulese, espresse rammarico per il nome: “Perché Antonio Gramsci, che era uno scomunicato senza Dio e non per esempio Sant’Isidoro, che tra l’altro è il patrono di voi contadini?” Questo, riportato a memoria, un brano del racconto del presidente al suo rientro a la visita a su obispu de Ales. Che Antonio Gramsci non fosse meglio di sant’Isidoro, almeno per i contadini, considerati dispregiativamente dall’ideologo del comunismo “sottoproletariato” e, in quanto sardi, “anarcoidi”, posso anche essere d’accordo; ma pensavo anche, e lo penso tutt’ora che la gente deve essere libera di ragionare e di fare scelte usando la propria testa e non quella de s’arrettori o de s’obispu - almeno per quel che non concerne la religione.


S’ARRETTORI
IL PARROCO RETTORE

S’arrettori è il parroco, che un tempo veniva anche chiamato rettore, nel senso di colui che regge la parrocchia. In sardo, quindi, permane il vecchio termine. Un tempo, s’arrettori, il parroco, era un sacerdote anziano, poiché per accedere a tale carica bisognava avere una certa esperienza di vita parrocchiale. Oggi, invece, siccome preti ce ne sono pochi e le vocazioni stentano a manifestarsi, può accadere che anche un prete giovane, di poca esperienza, venga chiamato a ricoprire tale incarico.
Essi vivono di offerte, donazioni, questue, elemosine, in pratica sulle spalle dei fedeli che più o meno sono tutta la comunità. La Curia interviene a integrare, in caso di necessità, o anche a mungere se la parrocchia è florida.
Il Concordato tra Stato e Chiesa, istituito col fascismo e non abrogato con la caduta del fascismo, anzi perfezionato a favore del clero dai cattocomunisti, assicura al clero un vitalizio pagato dallo Stato, cioè dai contribuenti.
Da ricordare Gabriele Pepe che si dimise dal PCI quando questo votò nella Costituente l’articolo 7 della Costituzione che conserva i Patti Lateranensi e che definisce la Chiesa cattolica “religione di Stato”
Ogni parroco che si rispetti ha la sua perpetua, una specie di istituzione che ha una ben precisa funzione sociale e affettiva in un uomo che per scelta prima e per legge poi non può prendere moglie. La perpetua è in pratica la compagna del prete. Amministra la sua vita e i suoi averi. Tiene in ordine la canonica, la casa del parroco che solitamente sorge accanto alla chiesa. Cura la sua persona, il suo abbigliamento. Cucina per lui e lo serve. Se poi tra la perpetua e il parroco nascesse un rapporto affettivo meno platonico la faccenda non suscitava scandalo nella comunità, dove la gente sosteneva con ragionevolezza e magnanimità che anche i preti sono uomini.
Oltre alla perpetua, la domestica tuttofare che si occupava della canonica, la casa del parroco, e della sua persona, unu arrettori che si rispettasse avevo presso di sé una netta, una nipote, di solito celebrata per la sua bellezza e sensualità (essendo, da buona chiesastica, cresciuta in ombra, e quindi “brundiciola”, ovvero tutta latte e miele)
Sa netta de s’arrettori, nella novellistica popolare, è una creatura di sogno desiderata dai maschi del paese, giovani e meno giovani. Sono diffusissimi is canzonis, is contus e pofinzas is ligendas, i componimenti poetici, i racconti e perfino le leggende, che cantano le nascoste virtù de is nettas de is arrettoris, di queste leggiadre, concupite fanciulle, facili ai verginali rossori, fatte di ghiaccio infiammabile.141
Si può infine ricordare che tra le benemerenze dei nostri parroci di provincia vi sono is contramazzinas, le contro-fatture, e is vangeus, la lettura dei vangeli, atti rituali di magia bianca per contrastare l’azione nefasta de is mazzinas, le fatture, operate dai bruxus, fattucchieri, con la magia nera, e la lettura dei vangeli o di altri testi sacri per guarire in specie bambini, fanciulli e fanciulle colpiti da malocchi e altre malie e fascinazioni, ad opera di creature demoniache.


SU VICARIU
IL PARROCO VICARIO

Su vicariu, per la gente comune non si distingue da s’arrettori, seppure su vicariu, il parroco vicario, indica il sacerdote anziano che in assenza del titolare della parrocchia, fa le sue funzioni.


SU CANONIGU
IL CANONICO

Canonigu, canonico, è un titolo onorifico che si dà a un sacerdote che si è distinto per le sue opere di bene, e talvolta anche per meriti culturali - come è accaduto ai nostri due massimi studiosi di lingua sarda, Vissenti Porru e Johanne Ispanu, il primo benefiziau e il secondo canonigau, tra l’altro autori dei due classici vocabolari della lingua sarda, rispettivamente del 1832 e del 1851.
Il canonico ha diritto a farsi chiamare monsignore e a vestire di rosso, pur non essendo vescovo.
Alcuni arrettoris vengono insigniti di questo titolo per anzianità, e non mancano di fregiarsi della porpora nei bottoni, nel colletto, nelle stringhe delle scarpe e nello zucchetto a spicchi.


SU PREDI O PREIDI
IL PRETE

Su predi o preidi, raramente saçerdotu,142 il prete o sacerdote, viene da un settennato di studi severi, nelle apposite scuole religiose dette seminari. Esercita la sua attività religiosa nelle parrocchie, compiendo il suo apprendistato, alle dipendenze del parroco.
Quali attività svolgono e di che cosa vivono i preti? All’interno della parrocchia i sacerdoti, specie se giovani e intraprendenti, svolgono principalmente una attività che si potrebbe definire di “public relation”. Intrattengono e guidano i ragazzi dell’Azione Cattolica, organizzando attività sportive e ricreative. I sacerdoti più anziani si occupano degli adulti, specie di sesso femminile, organizzando gite, riunioni, meditazioni, e viaggi a Lourdes o simili. Non pochi sacerdoti insegnano religione (ovviamente la loro) nelle scuole di Stato - giusti i Patti Lateranensi che consegnano la scuola di Stato legata mani e piedi alla Chiesa cattolica - dato che nelle scuole pubbliche non vi può essere insegnata altra religione. Nelle scuole private gestite da religiosi, gli insegnanti di tutte le materie sono per lo più sacerdoti. Come nelle scuole salesiane, dei gesuiti, camaldolesi, eccetera. Senza dire delle scuole materne, gli asili infantili, quasi totalmente in mano ai religiosi, preti e suore. Va ricordata anche la presenza dei preti con la funzione di cappellani nell’esercito, negli ospedali. Insomma, i preti li si ritrova un po’ dappertutto come il prezzemolo o se si preferisce come la gramigna…
Nelle nostre comunità, su predi era e lo è ancora per certi versi, insieme a su para, al frate, e a su messaiu, al contadino, uno dei principali protagonisti della novellistica popolare. Dove rappresenta il lascivo tentatore di floride, libidinose e mal governate mogli, e di caste ma pruriginose fanciulle non sempre difese e salvate da messaius, contadini, gelosi e vendicativi, i quali talvolta nella loro foga di giustizieri giungono con originali stratagemmi financo a tagliar le palle ai chiercuti seduttori.


SU PARA
IL FRATE

Con il termine para si indica genericamente il frate, sia esso conventuale o questuante, a qualunque ordine appartenga - a meno che non lo si voglia distinguere, facendo seguire il nome dell’ordine o del convento di appartenenza. Per esempio: para de fra’ Ignaziu, frate del convento di frate Ignazio, oggi Santo Ignazio da Laconi; para de santu Franziscu, frate francescano, para dominiganu, frate domenicano, e così via. Su para è protagonista molto spesso di racconti popolari boccacceschi, egli è ritenuto come l’asino virilmente dotato e amatore instancabile, che se la fa con le pruriginose contadinotte e attenta alla virtù di caste mogli; ma deve quasi sempre vedersela con mariti gelosi, per lo più contadini, che danno filo da torcere al “briccone” perennemente “ingrillito” - per adoperare una espressione gergale oggi in uso tra i giovani, dal significato facilmente intuibile. C’è tutta una letteratura popolare di storie di frati, taluna anche tragica, come quella che dà vita a una leggenda da noi assai nota, sa ligenda de su para e sa mongia marmuraus, la leggenda del frate e della suora pietrificati. Che riporto brevemente qui di seguito per il lettore curioso.
«A Sant’Antioco, situati nella parte dove i monti degradano verso il mare, sorgono due singolari monoliti o come le chiamiamo noi, perdasfittas, che gli studiosi fanno risalire al periodo megalitico o nuragico. Come in altre parti del mondo, anche in Sardegna, questi strani giganti di pietra sono circondati da un alone di mistero e la fantasia popolare, sempre ricchissima d’immaginazione, ha creato una leggenda per la quale queste due pietrefitte sono i corpi pietrificati di un prete e di una suora che peccarono per amore terreno.
In quell’anno, a settembre, si festeggiava Sant’Anselmo e, durante una processione di questo Santo, il frate e la suora si videro e provarono una forte attrazione l’uno per l’altra.
Da quel momento, per loro, tutto cambiò. La notte non dormivano più, ossessionati dal desiderio di incontrarsi e di congiungersi.
D’altro canto, ciò non era possibile, perché le loro sacre vesti lo proibivano.
Come d’uso in quegli anni, lei era stata educata fin da bambina a servire Dio e da giovinetta era stata mandata in convento, pur senza vocazione, per consumare la sua vita nella preghiera.
Ed egli, secondogenito di una numerosa famiglia, per alleviare i genitori da una bocca da sfamare, appena tredicenne dovette andarsene a servire in un monastero e a vent’anni si fece frate senza aver conosciuto nulla del mondo.
Il frate e la suora, innamorati, si vedevano in chiesa comunicando con gli sguardi e durante le feste, dove si scambiavano bigliettini con frasi amorose. Il desiderio di esternare la loro passione era tanto forte che lui utilizzò come messaggeri i piccioni del monastero. Ma tutto ciò non era sufficiente ad acquietare la loro brama, perciò decisero di fuggire insieme e tutto fu programmato minuziosamente.
All’alba, quando tutti dormivano, sgattaiolarono furtivamente dalle rispettive abitazioni e si incontrarono al punto stabilito. Da lì, felici, tenendosi per mano, corsero verso la libertà e l’amore.
Corsero e corsero, leggeri e veloci, con il cuore colmo di gioia, e soltanto quando furono sulla costa, in vista del mare, si fermarono per abbracciarsi, finalmente. Ma Dio si adirò molto con loro, perché stavano per tradire il voto di castità; non diede loro neppure il tempo di consumare la loro colpa: con una saetta li colpì, pietrificandoli.
Così si concluse la romantica fuga dei due sventurati amanti».143


SU PARA DE CUNVENTU
IL FRATE CONVENTUALE

Il monaco non ha un termine corrispettivo nella lingua sarda parlata144 e viene tradotto comunemente con para de cunventu, frate conventuale.
In calincunu gunventu ci sunt puru paras nomenaus fragellantis, in alcuni conventi vi sono i cosìddetti frati flagellanti, i quali si sottopongono a vigorose nerbate sulla schiena, che essi stessi si somministrano, per mortificare la carne. Ciò essi fanno sia come regola, quotidianamente, sia nei momenti in cui la loro carne si risveglia mettendo la loro anima in tentazione.


SU PARA CIRCANTI
IL FRATE QUESTUANTE

La gente sarda ha sempre avuto un profondo rispetto per colui che, povero, è costretto a fare il mendicante, su pedidori, a vivere chiedendo l’elemosina, appellandosi a su bonu coru, al buon cuore, dei più abbienti.
Nei tempi andati, su para circanti arrivava periodicamente in paese e andava a elemosinare di strada in strada, di casa in casa, di porta in porta.
Solitamente a dare l’elemosina erano le donne. Raramente gli uomini, occupati nei lavori della campagna. Indipendentemente da tale assenza, l’elemosina fatta dalle donne pare che fosse meno umiliante per chi la riceveva. C’è chi sostiene che la donna, ricoprendo un ruolo subalterno, priva di alterigia e di autorità, fosse più vicina alle condizioni del mendico.
Per quella stima e quel rispetto in cui erano tenute allora le donne, nel mondo della mia fanciullezza, io sono propenso a credere che la donna, simboleggiando la creatura angelica o come nel “Dolce Stil Novo” la “creatura tramite del divino con l’umano”, sacralizzasse, per così dire, l’atto “volgare” del chiedere e del dare.
L’offerta non veniva mai fatta con malgarbo o con sussiego, ma con molta cortesia e discrezione. Sia che si trattasse di soldi (raramente), di cibarie (pane, grano, legumi, olive), o di quant’altro forniva l’economia e il buon cuore del contadino, ciò che veniva offerto in dono a su para circanti, al frate questuante, veniva deposto con discrezione, e direi con amore, nel fondo del cappuccio, de su cuguddu.
Il frate questuante, ricevuta l’offerta, si allontanava e soltanto quando l’offerente era rientrata in casa egli, senza essere visto, prendeva dal cappuccio i doni offertigli e li riponeva nel sacco che portava a spalla.

Il termine circanti, cercante, deriva dal verbo circai, cercare. Il sostantivo circa significa non soltanto questua, nel senso di elemosina, ma anche raccolta di soldi o di altro tra i membri della comunità, per beneficenza o per organizzare feste.
«No ‘ndi ‘ollu, no ‘ndi ‘ollu,
 ghettaminceddu a su cuguddu.»
«Non ne voglio, non ne voglio,
 mettimelo nel cappuccio».
E’ una strofetta che si recita a persona alla quale viene offerto qualcosa e rifiuta complimentosa.


SU PARA SCIDADORI
IL FRATE DESTATORE

Ogni convento di rispetto aveva un frate addetto a dare la sveglia mattutina ai confratelli. Il frate addetto a tale compito era chiamato su para scidadori. Nei monasteri ovviamente c’era sa scidadora, non un frate ma una monaca, addetta a dare la sveglia alle consorelle. Tutto ciò probabilmente quando ancora non esistevano le sveglie e i galli non erano forse abbastanza mattinieri.


SU CUNFRARA - SA CUNFRARIA
IL CONFRATELLO - LA CONFRATERNITA

Su cunfrara, il confratello, è il membro de sa cunfraria, della confraternita. E’ colui che è disponibile per tutte le esigenze della chiesa; compresa la cura del patrimonio de sa cunfraria, della confraternita cui appartiene, che consiste spesso in lasciti di terreni o di immobili che vanno coltivati o curati. Sovrintendono agli addobbi delle cappelle e degli altari delle chiese; organizzano le processioni e le funzioni religiose, Mese Mariano, Quaresima, Domenica delle Palme, Settimana Santa, preparano il pane del santo da dare in offerta o da regalare ai fedeli, ai pellegrini e ai mendicanti.
Sa cunfraria, la confraternita, è una associazione religiosa che svolge anche una propria attività sociale, per esempio di assistenza ai malati, di accompagnamento ai funerali e di sostegno ai familiari del morto, affiancano pure is gremius o società che organizzano manifestazioni pubbliche, in particolare le feste del patrono o di santi venerati dalla comunità.


SU GREMIU
LA CORPORAZIONE

Su gremiu, la corporazione, è detto anche, in diversi paesi (per esempio Guspini), su oberaiu, o sociedadi de is oberaius. Oberaiu o obreri indica anche il membro de su gremiu, della corporazione.
Comunemente, così come ogni santo che si rispetti ha la propria sede che lo alloga e dove viene venerato dai fedeli, così pure ogni chiesa ha il suo gremiu, la propria corporazione, o altrimenti detta su oberaiu o sa sociedadi de is obreris. Abbiamo quindi su gremiu o oberaiu de Santu Isidoru, o de Santa Maria, o de Santu Giuseppi. In taluni paesi is obreris de su gremiu de Santu Giuseppi sono falegnami o comunque artigiani, essendo quel santo il loro patrono; così i membri della corporazione di Sant’Isidoro sono contadini, essendo quel Santo il loro patrono. Ma tale divisione in molti paesi non esiste, poiché is obreris, i membri, di uno stesso gremiu, corporazione, sono cittadini di diversa estrazione sociale ed economica, di diversa professione o che comunque svolgono attività lavorative diverse.
Il loro compito più comune e pratico è quello di organizzare la festa ricorrente del “loro” Santo. Fatto il programma dei festeggiamenti - che non manchino mai: sa brufessioni, la processione, secondo l’antica costumanza; sa roda, i fuochi d’artificio, che devono essere il più rumorosi possibile; is cantadoris, gara poetica in lingua sarda che in taluni paesi viene soppiantata da orchestrine e cantanti “civili”. E infine, non ultimo per importanza, era loro il compito di fare la questua, passando di casa in casa, per raccogliere soldi o grano o formaggio o altro in natura da cui si potessero ricavare i quattrini per finanziare il tutto, lasciando in cambio una candela, una immagine benedetta o anche presentando l’effigie del Santo venerabile da baciare.
Da precisare che con il ricavato per prima cosa veniva pagato il prete, per lo svolgimento delle funzioni religiose di sua competenza. E come ultima quota, il finanziamento della cena po is obreris de gremiu, per i membri della corporazione.


SU CERAIU
IL CERAIO

C’erano una volta in Sardegna ceraius famosi, artigiani abilissimi nella lavorazione della cera. La plasmavano animandola con il calore stesso delle loro dita, per confezionare gli ex voto dedicati ai Santi taumaturghi: mani o piedi, teste o ginocchia, braccia o qualunque altra parte del corpo fosse stata afflitta da un malanno e poi miracolata e guarita per grazia divina.
Le pareti interne dei santuari consacrati ai Santi guaritori erano tappezzate de regordus, di ex voto, modellati con la cera. Il malato che invocato un Santo avesse ricevuto la grazia, per sciogliere il voto si recava in pellegrinaggio nel santuario per portarvi il proprio ex voto come testimonianza.
Prima doveva andare da su ceraiu. Per tempo, però, ché le richieste erano tante. Talvolta su ceraiu apriva la sua bottega nei pressi della chiesa consacrata a un Santo che aveva fama di operare miracoli. Il miracolato raccontava il proprio caso e l’artigiano approntava quanto richiesto aggiungendovi di solito un fiocchetto che fungeva da cappio per essere appeso alla parete del tempio.
Alla esposizione degli ex voto e alla eventuale rimozione di quelli in sovrabbondanza o che avevano fatto ormai il loro tempo pensava il sacrista, che li riceveva, uno a uno, dai fedeli, pronunciando la formula di rito: «Po onori et gloria de Santu...» con il nome del Santo, baciando devotamente la cerea testimonianza del miracolo compiuto.
Dimenticavo di dire che in tempi recenti (tempi di tecnologia avanzata) gli ex voto si possono acquistare belli e pronti nella sacrestia dello stesso santuario, in occasione dell’annuale ricorrenza festiva. E’ come entrare in un negozio dove si sceglie e si compra ciò che confà al proprio caso e al proprio portafogli.


SU SPIBILLADORI
LO SMOCCOLATORE

Su spibillai, lo smoccolare, è una attività chiesastica che normalmente viene eseguita da su sagrestanu, il sacrista, e consiste nell’accendere di buon mattino le numerose candele che illuminano e adornano la chiesa, per poi spegnerle la sera dopo l’ultima funzione, prima di chiudere il tempio.
Is ainas, gli strumenti di lavoro, de su spibilladori, dello smoccolatore, consistevano in un lungo bastone sormontato da un particolare congegno di ferro a due braccia: in un braccio un cono, per spegnere il moccolo e a destra un porta-stoppino che una volta acceso si utilizzava per comunicare la fiamma alle candele.
Di mattina si usava dalla parte dello stoppino, e alla sera dalla parte dello spegnitoio.
Non di rado su spibilladori, lo smoccolatore, era un assistente del sacrista, per lo più un vecchio che non aveva nulla da fare e se ne stava tutto - è proprio il caso di dire - il santo giorno in chiesa, da una cappella all’altra.
Nella chiesa della mia fanciullezza, su spibilladori era tanto vecchio da avere ormai perso quasi del tutto la vista; tuttavia svolgeva la sua mansione di smoccolatore con una professionalità tale da destare la mia ammirazione.
Troppo povero per aspirare a fare il prete e ormai troppo vecchio per poter fare il sacrista, egli soddisfaceva - io suppongo - la sua vocazione religiosa e chiesastica nell’assolvere con dedizione e amore al compito di accendere e spegnere le luci della chiesa che, oggi, con l’elettrificazione, si accendono e si spengono tutte assieme con una lieve ditata su un interruttore.


SU SAGRESTANU
IL SACRESTANO

«Quando lui nacque, la madre morì. Crebbe macilento e rachitico (non superò neanche l’esame di leva!) ed ebbe cura di lui la sorella maggiore, che se lo portò in casa e ve lo tenne anche quando si sposò.
Battista aveva una carattere mite ed essendo piccolo e magro non giocava con i suoi coetanei, né poteva andare con loro a portare dalla campagna gravi fasci di legna. La sorella lo accompagnò dal parroco che lo prese sotto la sua protezione e gli insegnò sa dottrina, il catechismo, per poter fare il chierichetto, e intanto aiutava il sacrestano nelle sue mansioni.
Quando il vecchio sacrista morì, Battista prese il suo posto. Ormai era grande e aveva imparato il mestiere: all’alba, la prima cosa da fare era suonare le campane per l’Angelus mattutino; aprire la chiesa, scopare, spolverare, mettere in ordine, accendere le candele; e se non c’erano chierichetti, servire le messe. Durante gli intervalli riceveva le commissioni per i preti; se moriva qualcuno in paese (ma questo a qualsiasi ora) doveva sonai su dispidimentu, suonare a morto. Finite le messe riordinava e, quando la chiesa era deserta, chiudeva.
Si doveva tenere sempre pronto per accompagnare il prete a portare l’Olio Santo per qualche moribondo; così pure quando c’erano funerali. A mezzogiorno doveva suonare le campane e così pure all’imbrunire, l’Ave Maria dei vivi e, un’ora dopo il tramonto, l’Ave Maria dei morti. Questo era il suo ultimo impegno quotidiano.
Maggior lavoro c’era naturalmente la domenica e i giorni comandati, così pure quando c’erano le riunioni delle confraternite e delle figlie di Maria. La sorella gli diceva sempre di sceglierne una per prenderla in moglie, ma Battista aveva paura che le donne lo avrebbero “comandato a bacchetta”, come già facevano in chiesa, e preferiva continuare a pagare sa taccia de bagadiu, la tassa che allora si pagava se si era scapoli.
Era contento quando c’erano matrimoni e battesimi, perché la sua presenza era ricompensata; qualche volta lo invitavano anche a casa, insieme al prete che aveva celebrato la funzione, e prima di andar via gli davano dolci da portare a casa, anche per la sorella».145


S’ARREPICADORI
IL CAMPANARO

Arrepicadori o repicadori, campanaro, è termine che viene da arrepicai o repicai, suonare le campane. E’ un compito che svolge uno specifico addetto, conoscitore di campane, che può non essere il sacrista.
Di solito egli era coadiuvato nel compito di arrepiacai da uno stuolo di ragazzini, entusiasti di far questa attività, aiutanti suoi e del sacrista, figli di nessuno o con precoce vocazione sacerdotale, che all’occasione facevano anche il chierichetto e, a detta dei compagni, la spia a scuola.
S’arrepicadori aveva un compito importante nei nostri paesi e villaggi: comunicare con tutta la gente della comunità che poteva essere raggiunta dai rintocchi, informandola sugli orari delle funzioni da rispettare, su fatti importanti quali la morte o un grave incidente, un incendio, un crollo. Ogni tipo di comunicazione veniva data con un particolare arrepicu, rintocco di campana.
Che tale compito necessitasse di un esperto arrepicadori veniva dimostrato dal fatto che, in sua assenza, quando il suo posto veniva preso da un “supplente” ne capitavano di tutti i colori, poiché i messaggi non erano chiari e si prendevano fischi per fiaschi.
S’Ave Maria, l’Ave Maria, veniva suonata all’alba con due campane, e dava la sveglia e insieme il buon giorno alla popolazione lavorativa - chi non aveva obblighi di lavoro (ben pochi, in verità, a quei tempi) si girava nel letto dall’altra parte, e riprendeva a dormire.
Sa missa de prima o missa baxa, la prima messa o messa bassa, veniva suonata più tardi, alle sette, con la campana piccola, sa campana de cresia, per chiamare in chiesa la gente per quella funzione.
Sa campana de scola, la campana della scuola, veniva suonata con la campana grande, alle otto, per ricordare ai bambini che era ora di avviarsi.
Su mesudì, il mezzogiorno, veniva dato cun repicus allirgus, con rintocchi allegri, per avvertire i lavoratori de s’ora de scappai, cioè di interrompere il lavoro per la pausa del pranzo.
Su Rosariu, il Rosario, veniva annunciato con la campana piccola di pomeriggio, alle quattro d’inverno e alle sei d’estate, per richiamare la gente alle orazioni serali.
S’orazioni, l’Angelus, veniva suonato a scurigadroxu, al tramonto, nell’ora in cui i contadini rientravano in paese dal lavoro della campagna.
Su prugadoriu, il purgatoriu, era così detto l’ultimo rintocco di campane suonato per scandire il ritmo del tempo quotidiano che invitava le famiglie nell’intimità delle loro case a rivolgere una preghiera ai defunti, prima di chiudere la giornata andando a dormire.
Le campane, come ho accennato più sopra, venivano suonate in occasione di avvenimenti straordinari, incidenti, disgrazie, morti. Ognuno di questi accadimenti era comunicato con un particolare rintocco a una o a due campane diverse, sa majori e sa minori, la grande e la piccola.
Po sa Missa Manna, per la messa cantata della domenica, suonava una sola campana, la maggiore: era uno scampanio lungo e festoso che infondeva gioia nei cuori.
La gente era attenta ad alcuni particolari rintocchi, desiderando di non sentirli o di sentirli il più tardi possibile, come quelli che annunciavano che il sacerdote si stava recando a portare s’Ollu Santu, il viatico, oppure i rintocchi funebri, lenti e cadenzati, detti a doppiu, de su dispidimentu, del commiato, della morte. Altri rintocchi funebri accompagnavano la salma e il corteo lungo il tragitto dal paese al cimitero. Ma se muore un bimbo di pochi anni, è un angelo che è volato in Paradiso e allora le campane rintoccano a festa, cun d’unu arrepicu de alligria.
Uno scampanio concitato, veloce, dava l’allarme alla comunità per una stato di pericolo, ad esempio fogu fuiu, in su sartu o in bidda, incendio in paese o in campagna, o calincunu arrori, qualche disgrazia, come incidenti sul lavoro.
Le campane suonavano su toccu a gloria, rintocchi a festa il Sabato Santo per la Resurrezione del Cristo, e su toccu de xentu, la Notte di Natale per la Nascita di Gesù.


SU MOBINAIU
IL MUGNAIO

Su mobinaiu, il molinaio, è colui che possiede una moba, una mola, e con questa lavora, siat chi molit trigu, sia che macini grano, siat chi molit olia, sia che macini olive, o ateru, o altro.
Tuttavia, il termine mobinaiu, molinaio, usato a se stante, indica sempre il mugnaio, colui che macina il grano. Mentre lo stesso termine seguito dalla specificazione di ciò che viene macinato, per esempio mobinaiu de olia, indica colui che macina le olive; e così per su mobinaiu de fa, colui che macina fave, e così via.
Per mobinaiu, molinaio o mugnaio, si intende esclusivamente colui che macina il grano; mentre chi macina le olive è detto: su chi molit olia; o anche su chi tenit sa moba de s’olia, colui che macina olive, o anche colui che possiede la macina per le olive. Su mobinaiu, il mugnaio, lavora tutto l’anno; mentre gli altri lavorano soltanto in certe stagioni (per le olive) oppure occasionalmente (per le fave).
Fueddu de mobinaiu, parola di mugnaio, si dice a chi non mantiene la parola data. Con i mugnai sono ritenuti poco affidabili, in fatto di parola e di promesse, il calzolaio e il marinaio. I politici, si sa, sono fuori discussione, perché loro sono del tutto inaffidabili.

«Il primo mulino a elettricità risparmiò una grande fatica e perdita di tempo alle massaie, costrette prima a portare a macinare il grano al mulino ad acqua, assai distante dal paese, con la carretta perché a piedi e con il sacco in testa non ce l’avrebbero fatta; altre ricorrevano a sa moba de su burrincu, alla macina di pietra con l’asino, ma ci voleva mezza giornata per macinare unu moi, un moggio,146 di grano.
E così il mulino in paese era sempre affollato. Ziu Ungegnu, zio Eugenio, andava ad aprire il mulino all’alba, e ben presto i sacchi di grano si allineavano e le contadine stavano ben attente a non sbagliare l’ordine per non perdere il turno.
Qualche vicina di casa portava il grano direttamente nella corbula, e così si faceva prima. Tutte ci tenevano ad essere tra le prime affinché nella mola non ci fossero depositi e poi perché quando era avviata da molte ore la farina era bollente e quindi meno genuina - diceva qualcuno.
Il locale era vastissimo, polveroso e rumoroso: al frastuono del mulino si aggiungevano le voci e le risate sonore delle giovani. Le padrone non sarebbero mai andate e mandavano le domestiche che si divertivano alle battute grasse, ed anche alle manate sul sedere del mugnaio, famoso per le sue porcaccionate. Se qualcuna mostrava di scandalizzarsi, era peggio!
C’era anche la macina delle fave per gli animali da lavoro, ma veniva azionata solo se c’era l’aiutante, perché il mugnaio non si poteva spostare dalla macina da grano, per controllare che tutte le clienti prendessero soltanto la farina e la crusca che spettava loro, senza sbattere il cassettone, affinché ne restasse nel fondo per le galline che starnazzavano nel vasto cortile prospiciente.
Le più timide non osavano protestare, ma qualcuna ardita gli diceva anche qualche parolaccia senza arrossire, ma lui rimbeccava pronto.
Durante la guerra furono tempi duri: bisognava macinare solo la quantità consentita dalla legge e così anche al mugnaio restavano pochi fondi; qualche vicina andava all’alba per evitare il razionamento e così, facendo a metà col mugnaio, si poteva avere un po’ di farina in più, in barba alle guardie che vigilavano durante il giorno».147


SU CARRADORI
IL CONDUCENTE DI CARRO

Era detto genericamentecarradori o carrolanti chi faceva il conducente di carri. Vi erano però nomi più precisi per indicare questi lavoratori del settore dei trasporti, sostituiti oggi con i camionisti, secondo il mezzo da essi guidato. Carretteri era detto il conducente de sa carretta; mentre quello che guidava su carrettoni, il carrettone, era detto carrettoneri. Questi ultimi specialmente erano i mezzi adibiti al trasporto di derrate alimentari o anche di persone.
Come ho detto in altra parte di questo lavoro, il traino con cavallo era assai più spedito di quello con i buoi; tuttavia assai maggiore era la forza di questi, sempre appaiati, rispetto a quella di un cavallo. Inoltre, nelle strade tortuose e aspre della montagna i buoi con il loro stabilissimo carro funzionavano assai meglio del carro trainato dal cavallo, che poteva rovesciarsi più facilmente in strade simili.
Il materiale di piombo e zinco estratto dalle miniere della Pertusola,148 normalmente, veniva trasportato (prima della costruzione delle ferrovie, che in Sardegna sono state introdotte assai presto su pressioni del capitalismo minerario straniero) da carri a buoi che facevano la spola tra le laverie delle miniere e il porto di Cagliari, dove il minerale prendeva il volo per altri lidi. Ricoprivano questi carri una distanza di circa 80 chilometri in circa 16 ore più le pause e il riposo necessario a su carradori e ai suoi animali prima di riprendere la vita del ritorno. In pratica ogni viaggio di andata e ritorno durava due giorni.
Is carrettoneris erano allora, in pratica, i lavoratori del settore dei trasporti, sostituiti oggi dai camionisti con i loro mezzi a motore. Usavano ampi carrettoni e cavalli robusti idonei al tiro e sufficientemente veloci, coperti da un telone impermeabile fissato ad archi di ferro fissati alle sponde laterali. D’estate il telone veniva sostituito da un incannucciato che si chiamava “lossia”che ombreggiava lasciando filtrare l’aria, mantenendo fresco e ventilato l’interno del carro. Se era adibito al trasporto di persone, a lato delle due sponde, si fissavano dei sedili a spalliera imbottiti, che consentiva ai passeggeri di star seduti comodi una fila di fronte all’altra, per lo più una decina di persone in tutto.


SU BRABERI
IL BARBIERE

«Adesso sono in pensione, ma posso parlare di quando facevo quel mestiere.
Durante la settimana avevo pochi clienti, perché solo is sennoris, i signori, potevano trovare tempo libero nei giorni feriali. I contadini venivano a farsi radere la barba o a farsi tagliare i capelli di solito il sabato sera o la domenica mattina… ed ecco spiegato perché noi barbieri riposiamo il lunedì.
D’inverno saltavano anche più di una settimana, i contadini, e si facevano tagliare i capelli ogni due o tre mesi.
Per questi servigi, pagavano dopo il raccolto una quantità di grano precedentemente stabilita.
Quando il cliente era malato o troppo vecchio per potersi muovere, io andavo a casa sua, il giorno in cui avevo tempo libero. Così pure a tutti i clienti andavo a fargli la barba a casa, dopo che erano morti; e per quell’occasione, per tradizione, veniva regalato a su braberi l’asciugamano nuovo che le donne di casa gli avevano preparato per usarlo per l’ultima rasatura.
Come mai facevo questo mestiere? Da piccolo ero un po’ malaticcio e il lavoro del contadino mi veniva pesante. Dopo che mio padre mi aveva portato un paio di volte con lui a zappare, se ne era accorto subito che io non ce la facevo, che mi sudavo tutto per la debolezza e, quasi quasi, doveva portarmi in braccio lui per tornare in paese.
Allora, per fortuna, babbo era molto amico di ziu Attiliu, che faceva il barbiere, e gli aveva parlato di me, di prendermi come scienti, apprendista, anche senza paga fino ad imparare il mestiere. Era il mio sogno, fare un lavoro civile come quello, senza dovermi rompere le ossa zappando dalla mattina alla sera, sotto il sole o sotto la pioggia.
E così fu che andai a lavorare nella bottega di ziu Attiliu: Scopavo il pavimento ogni volta che veniva un cliente a farsi i capelli e prima di chiudere la bottega lavavo anche per terra con il secchio dell’acqua e con lo straccio.
Le prime esperienze di barbiere le ho fatte sulla persona dello stesso maestro: piano piano, sotto la sua guida, con qualche urlo e ceffone ho imparato a fare la barba senza sgranare e poi a tagliare i capelli con pettine e forbice e a fare la sfumatura con la macchinetta. Per più di un anno sono rimasto senza paga, prendevo solo le mance, qualche soldo che mi lasciavano i clienti.
Dopo fatto il militare, con i risparmi, mi sono messo bottega da solo e mi sono sposato».149


SU RELOGERI
L’OROLOGIAIO

L’artigiano orologiaio, nei nostri paesi, succede ovviamente all’avvento de su relogiu, dell’orologio, uno strumento che dapprima posseduto da pochissimi benestanti, con il progresso tecnologico, diventa prodotto comune e di basso costo e si diffonde anche tra i ceti economicamente meno abbienti. Sono memorabili is relogius de bucciacca de corpettu, firmaus cun sa cadena, gli orologi da tasca con la catena, che facevano bella mostra di sé nel panciotto o corpetto che dir si voglia. Erano questi relogius i famosi “Roskoff” e i “Ville Frères” detti ironicamente cibuddas, cipolle, che, disusato l’orologio solare, ogni nostro contadino acquistava da su relogiaiu de bidda, l’orologiaio del paese, il quale, oltre che ripararli, gli orologi li vendeva.
Un orologiaio di cui ho un buon ricordo viveva, e sicuramente vive ancora, a Cabras e si chiamava Ciocci. Naturalmente Ciocci era il suo soprannome, ma in questo caso, come in molti altri paesi dell’Oristanese, la gente è conosciuta con su nomingiu o paranomini. Infatti, se si chiede del tale o del tal’altro appellandolo con il suo nome e cognome anagrafico, nessuno sa dire chi sia.
Ciocci faceva l’orologiaio e aveva una botteguccia nella piazzetta della chiesa dello Spirito Santo. E aveva una vetrinetta dove qualche orologio non mancava mai - che funzionasse o no. Naturalmente erano in mostra anche alcuni modelli di cinghiette, bracciali e catenelle.
Il mercato degli orologi non è che fosse molto florido e neppure numerose erano le riparazioni: il “Roskoff”, su relogiu de su messaju, l’orologio del contadino, non si fermava mai, neppure a sbatterlo su una pietra. E così il nostro artigiano negoziante aveva un mucchio di tempo da dedicare al suo hobby, che era quello di suonare la chitarra e di esercitarsi nell’arte del canto di canzonis sarde classiche.
Voce ugualmente nomenada, in paese e dintorni, avevano altri due paesani, Papum, che faceva il bidello, e Barrada, che faceva non ricordo che cosa. Naturalmente erano amici e insieme formavano un trio canoro, che diventò famoso, diciamo in tutta l’Isola, partecipando al “Nuraghe d’argento”, una trasmissione radiofonica che pure vinsero.
Non ho notizie di questo simpatico terzetto, mentre scrivo - mi auguro che goda ottima salute.
Per concludere, riporto dallo studioso Vissentu Porru la nomenclatura in sardo de su relogiu:
«Sa cascia, la cassa. Su quadranti, mostra,… quadrante. Su ponti, ponte, castello. Su spiragliu, lo spiraglio. Is turnus, le viti. Is ascias, i perni. Sa verga, la verga. Palitta de sa verga, paletta. Su fusu, piramide. Su tamburru, tamburo. S’ascia de su tamburru, chiavistello. Su barrilettu, chi contenit sa molla maista, bariletto del tamburo. Sa molla, molla, fascia. Sa corda, corda. Donai corda, caricare. Su cristallu, vetro. Sa fleccia, lancetta. Su balanzinu, bilanciere. Is rodas, le ruote. Sa roda de incontru, ruota dei riscontri. Sa aletta de custa roda, paletta. Rocchettu, rocchetto. Ala de su rocchettu, ala del rocchetto. Sa crai, chiave. Cadena a duus o tres filus, catena a due o tre fili. Pumu de seda guerniu in oru, cordone di seta guarnito in oro. Relogiu streccau, orologio schiacciato. Relogiu a sabonetta, a doppiu quadranti, orologio a savonetta, a doppia mostra. Relogiu cun isvegliarinu, orologio colla sveglia. Relogiu cun contornu de giargonis, o siant diamantis grogus, orologio con contorno di giargoni, o siano diamanti gialli. Relogiu a aqua, clessidra, oriuolo ad acqua. Relogiu de soli, orologio solare. Su spigoni de ferru, chi signalat is oras, stilo. Relogiu di arena, orologio a polvere».150


SU SINDIGU
IL SINDACO

Su sindigu est su chi cumandat su comunu, il sindaco è il capo del comune.
La carica e la funzione di sindaco può farsi risalire all’antica Grecia, dove tale figura, eletta di volta in volta dalla comunità, rappresentava la stessa davanti alla autorità giudiziaria. Più avanti negli anni, il sindaco diventò una sorta di moderno pubblico ufficiale in pianta stabile, avente funzioni di vigilanza e controllo, nonché di tutela della economia
Con la legislazione giustinianea, l’istituzione del sindaco, con diversi nomi e titoli e funzioni, variabili da città a città nei particolari, entrò nell’ordinamento amministrativo di tutti gli Stati dell’Occidente, Americhe comprese.
In Italia, fino al 1926 su sindigu, il sindaco, è a capo del comune. Con l’avvento del fascismo, viene sostituito dal podestà. Alla caduta del fascismo, con un giro di valzer, al podestà subentra di nuovo il sindaco.
Attualmente quella di sindaco è una carica elettiva che dura quattro anni. Nelle grandi città è di solito il cadreghino di lancio per la carriera politica di aspiranti alla classe dirigente, ovvero aspiranti a far parte della consorteria al potere.


SU SECRETARIU
IL SEGRETARIO

Nella parlata paesana, con l’appellativo di Su secretariu si indica comunemente il segretario comunale. Ossia il funzionario dello Stato, responsabile dei servizi amministrativi di un comune o di un consorzio di piccoli comuni.
Su segretariu dipende dal sindaco, che è il capo del comune.


S’APPLICAU COMUNALI
L’IMPIEGATO COMUNALE

Era detto anche scrivanu, scrivano, poiché prevalentemente aveva compiti di copiare o trascrivere a mano sui registri e gli atti pubblici. Nella gerarchia degli impiegati comunali c’erano diversi funzionari con compiti più o meno importanti e più o meno ambiti e redditizi. Per esempio s’applicau de s’abigeau, l’applicato che rilasciava i bollettini d’accompagnamento del bestiame, che in pratica viveva delle regalie dei proprietari di bestiame che necessitavano di risolvere pratiche di sua competenza.


SU SCRIVONELLU
LO SCRIVANO

Scrivonellu, scrivanello o scrivano pubblico, era colui che ad uso della comunità si prestava a scrivere lettere per parenti lontani, specie a fidanzati e a figli che si trovavano in Continente per servizio militare; oppure a fidanzate e a figlie, anch’esse in Continente per prestare servizio domestico in casa di famiglie benestanti.
Su scrivonellu, lo scrivano, veniva richiesto anche da is meris, i padroni, quando volevano redigere contratti scritti, raramente di lavoro, quasi sempre relativi a vendite e acquisti, a donazioni, lasciti o altro.
In quei periodi di diffusissimo analfabetismo, che non risparmiava neppure i ceti abbienti, su scrivonellu, era una figura rara eppur necessaria alla comunità nelle circostanze in cui c’era bisogno di leggere o di scrivere. Quando qualche “singolare” ed “eccentrico” membro della comunità aveva fortunosamente appreso l’arte del leggere scrivere e far di conto, sia che fosse stato in seminario per qualche tempo, sia che avesse appreso da militare, sia che fosse stato un chierichetto “volenteroso” preso in simpatia dal prete, poteva campare facendo quel mestiere, da signore, senza sporcarsi le mani - come dicevano con una punta di invidia i loro compaesani.
Il compito di scrivonellu era di solito svolto anche da su preidi, su secretariu e su maistu de scola, dal prete, dal segretario comunale e dall’insegnante.
Scrivonellu, come l’italiano scrivanello, indica anche, dispregiativamente, uno scrivano o in generale un impiegato di poco conto.


SU FUNTANERI
L’ADDETTO ALLA DISTRIBUZIONE DELL’ACQUA

Su funtaneri è attualmente l’addetto comunale alla rete idrica e in particolare alla distribuzione dell’acqua, alla apertura e chiusura della rete, secondo quantità e bisogni. Quando non c’era rete idrica, su funtaneri indicava - come vuole l’etimologia del termine - l’addetto alle fontane pubbliche, ovvero ai pozzi, cui attingeva la gente del paese. Suo compito era di vigilare sull’uso corretto, di manutenzione dei pozzi e di costruirne di nuovi se necessario.


SA GUARDIA COMUNALI
LA GUARDIA CIVICA

Vi erano diverse guardias: sa guardia municipali (o semplicemente sa guardia), che svolgeva il compito di vigilanza nel centro abitato; e sa guardia campestri o campariu che invece svolgeva lo stesso compito in su sartu comunali, ossia nei terreni del demanio comunale.
In tempi abbastanza recenti, diciamo fino alla seconda carneficina mondiale, “conditio sine qua non” per fare su campariu era il possesso di un cavallo da sella - poiché per poter svolgere il suo compito di vigilanza in campagna necessitava di tale mezzo di locomozione.
Non sempre ben visti dalla gente, perché affibbiatori di multe, spesso ingiuste, delle quali godevano la percentuale, is guardias, nei tempi andati avevano vita breve. Attualmente la gente si è ormai abituata a ricevere ogni genere di angheria, è diventata abulica, fatalista e non reagisce più come un tempo. A proposito di mestieri un tempo assai pericolosi.


SU DAZIERI
IL DAZIERE

L’importanza del daziere in una comunità per quanto riguarda il suo lavoro di riscossione delle imposte (il dazio) si desume anche dal fatto che perfino nella macellazione del maiale di famiglia (che veniva conservato per essere consumato durante l’inverno) bisognava preventivamente avvisare non solo il veterinario (quando c’era) ma soprattutto il daziere (che c’era sempre), e bisognava pagare sa taccia, la tassa, l’imposta relativa. Se si considera che ogni famiglia aveva almeno un maiale da macellare per le provviste invernali, se ne desume che il salasso era notevole.
Il daziere era una longa manu del fisco, arrivava dappertutto, qualunque cosa facessi arrivava per riscuotere il balzello. In definitiva su dazieri riscuoteva oltre la tassa in quattrini anche le regalie o i pizzi cui la gente doveva sottostare per tenerselo buono. A questo proposito, nei periodi festivi, quali il Natale o la Pasqua, si dice di dazieri che abbiano rivenduto nelle macellerie di città gran quantità di agnelli e capretti e maialetti, ricevuti in regalo…
Tale professione era di solito svolta dai ceti notabili, che godevano la fiducia del padronato e della consorteria al potere, ed erano considerati doppiamente sfruttatori della povera gente.


S’UFFIZIALI GIUDIZIARIU
L’UFFICIALE GIUDIZIARIO

S’uffiziali giudiziariu, era ed è un funzionario di livello esecutivo del tribunale, di stanza negli uffici del comune, che notifica ai contribuenti tasse da pagare, avvisi di mora, contravvenzioni, atti giudiziari e altri luttuosi e nefasti eventi, quando non anche esegue atti di pignoramento giudiziario per pagamenti mancati, in tal caso spesso accompagnato dalla cosiddetta “forza pubblica” che risulta essere “forza del potere” che è sempre “privata” in quanto non appartiene al popolo ma ai privilegiati che detengono il potere. La gente comune definisce s’uffiziali giudiziariu un vero e proprio “uccello del malaugurio”.
In lingua sarda s’uffiziali giudiziariu è tutt’uno con su pignoradori, su chi leat in prenda, colui che in nome della legge e con la forza sottrae al cittadino i propri averi, per non aver pagato una gabella, o per altri motivi addotti dalla autorità giudiziaria.
Imprendamentu o pignoramentu o anche leai in prenda hanno il significato di pignoramento.
Diversi cronisti parlano della difficile vita degli ufficiali giudiziari del secolo scorso i quali, per conto degli esattori delle imposte, erano costretti per vivere a recarsi fin nei più sperduti ovili di campagna per notificare taccias, gabelle, o po leai in prenda, per pignorare, povere suppellettili, e più spesso capi di bestiame. Gli anni a cui si è precedentemente accennato, erano quelli successivi agli Editti delle Chiudende151 di infausta memoria, che aveva sancito nell’Isola la proprietà privata della terra, arricchendo un pugno di profittatori e riducendo in miseria intere popolazioni. Accadeva che, lungo i viottoli campestri in cui si avventurava, s’uffiziali giudiziariu venisse fulminato dalla impietosa doppietta di iracondi pastori o contadini, esacerbati per l’eccessivo fiscalismo dello Stato italiano.152


SU GIUGI
IL GIUDICE

Su giugi è il giudice, colui che si arroga, in virtù di una laurea e di un concorso, il diritto di giudicare, condannare o assolvere, i propri simili.
Su giugi e sa giugessa, il giudice e la giudichessa, sono termini riferibili al periodo storico dei Giudicati, di cui si dà qui un breve cenno.
Il Giudicato - una originale organizzazione sociale sviluppatasi in Sardegna in pieno Medio Evo - è da ritenersi una risultante storica dell’antichissima città-stato, che può farsi risalire alla organizzazione nuragica, e che ritroviamo nell’Isola nel periodo pre-cristiano secondo un modello comune ai Greci e ai Fenici.
I Giudicati si costituiscono e si sviluppano dal VII secolo (cessata la dominazione bizantina) al X secolo, durante il periodo dei reiterati tentativi di conquista da parte dell’Islam. Dopo il 1015 l’interferenza politico-militare di Pisa e di Genova ha influenzato e certamente modificato negativamente l’originale forma di organizzazione del Giudicato.
Ritroviamo nel Giudicato ordinamenti e istituti presenti nel passato, quali appunto il Giudice (detto Sufeto dai Fenici e Arconte dai Greci) e i Majorales o maggiorenti, gli anziani della casta aristocratica che costituiscono un Senato, e le Assemblee popolari, con poteri che appaiono non esclusivamente consultivi.
Il Giudicato può così definirsi una organizzazione sociale di tipo patriarcale evolutasi autonomamente e originalmente in Sardegna durante il Medio Evo, su fondamenta di istituti e tradizioni del passato.
La comunità, costituita da contadini e pastori e da artigiani, è retta da una aristocrazia, i Majorales, e tra questi uno assume l’alta funzione di Giudice. Periodicamente vengono indette le Assemblee, cui partecipa il popolo e il clero, quando si tratta di prendere decisioni di fondamentale importanza per la collettività.
Il Giudice è il supremo reggitore del Giudicato. Erroneamente viene chiamato “re”: giustamente è stato scritto non senza ironia che in Sardegna non sono mai esistiti i “troni”. E’ certo che nei primi tempi, che possiamo definire “democratici”, qualunque Majorale, o cittadino notabile, poteva assumere la carica di Giudice; e che soltanto più tardi, dopo la pesante interferenza Pisana, c’è una tendenza del Giudicato a diventare Signoria, e quindi a fare del Giudice una carica ereditaria. Pare anche certo che la durata della carica di Giudice fosse limitata inizialmente a un anno (come nelle città-stato dove l’Arconte governava per un anno), poi a cinque anni, poi anche a dieci anni e infine a vita.
Il Giudice governa con i Majorales (o Majores) che sono di rango pari al suo. Spesso, anzi, le funzioni del Giudice sono delegate, nell’amministrare e nel giudicare, ad altri Majorales, indicati nei documenti ufficiali come “Frades”, fratelli, o Donnikellos, signorotti.153
La moglie del Giudice è detta Donna de Logu, signora del luogo (per Logu si intende il territorio del Giudicato) o anche Donna de Arborea (o de Gallura), dal nome di “quel” Giudicato. La madre del Giudice è invece chiamata Donna Manna, testualmente donna grande. Tali titoli onorifici riservati alle donne dell’aristocrazia giudicale, secondo alcuni studiosi con i quali concordo, sarebbero residui di un passato regime matriarcale, riaffiorante con la presenza, in tale sistema patriarcale, di figure femminili di grande rilievo storico, come la Giudichessa Eleonora d’Arborea.
I Majorales o Majores costituiscono, come detto, una sorta di Senato che governa insieme al Giudice, e sono la casta dominante, l’Aristocrazia. Altro ceto, il più numeroso, è quello dei Liverus o Liurus (liberi): contadini, pastori, commercianti artigiani, militari e clero. Quindi vengono i Servi.


SU PRETORI
IL PRETORE

Importante membro della consorteria al potere, presente per fortuna soltanto nei grossi centri, rappresenta la giustizia dello Stato nei nostri paesi.
Il modo di amministrare giustizia è molto semplice e sbrigativo: i carabinieri rappresentano l’accusa e compiono le indagini a loro necessarie per dimostrare la colpevolezza dell’imputato, il quale viene arrestato e processato dal pretore. L’imputato, di solito un poveraccio (perché i notabili sono immuni dal commettere reati e di solito sono amici sia del maresciallo che del pretore e quindi “al di sopra di ogni sospetto”) non ha alcuna possibilità di difendersi. Anche perché non può mai pagarsi un avvocato, e quello che pro forma gli affibbia la “giustizia” si rimette sempre “alla clemenza della Corte”.


SU CANCELLERI
IL CANCELLIERE

Il segretario del pretore - compito talvolta affidato al segretario del comune dove ha sede la pretura.


SU MARESCIALLU
IL MARESCIALLO

Il termine Maresciallu indica sempre il maresciallo dei carabinieri, che è di norma il comandante della caserma; mentre per indicare il maresciallo di finanza, si aggiunge a maresciallu l’esplicativo de finanza, maresciallo di finanza.
Il compito de su maresciallu è quello di far rispettare la legge dello Stato, che assai poco coincide con quella della comunità, e in particolare con gli interessi della gente. Su maresciallu, che è una autorità “armata” e rappresenta insieme a su giugi, “sa forza”, ossia il potere costituito, o anche “sa giustizia”, giustizia in senso dispregiativo. “In ci fiat totu sa giustizia parada”, che si traduce letteralmente: "c'era tutta la giustizia schierata", è una diffusa espressione popolare per indicare dispregiativamente una radunata di autorità varie, civili e militari, in “pompa magna”.
I marescialli, i comandanti militari in genere, per l’autorità che rappresentano e il potere che detengono, configurando un tacito ricatto, sfruttano la popolazione ricevendo, anche non richiesti, regalie e favori. La gente, per tenerseli buoni, li unge in continuazione, temendo, ciascuno e tutti, di essere pizzicati da un momento all’altro, per essere incappati in qualche maglia di quella complicata legge che a bell’apposta non ammette ignoranza…


SU BRIGADERI
IL BRIGADIERE

Nei piccoli centri, in logu de unu maresciallu, est unu brigaderi chi cumandat sa caserma de is carabineris, al posto di un maresciallo è un brigadiere che comanda la stazione dei carabinieri.
Comunemente il termine brigaderi indica il brigadiere dell’arma dei carabinieri, che è spesso anche comandante della caserma, se è ubicata in un piccolo comune.
Di solito, alle proprie dipendenze, su brigaderi tenit unu appuntau e unu o prus carabineris, il brigadiere ha un appuntato e uno o più carabinieri.


SU CARABINERI
IL CARABINIERE

Su carabineri rappresenta una tipologia sociale caratterizzata, dal punto di vista caratteriale e del comportamento, dagli attributi della balentia, nel senso di ardimento sfrontato, qualcosa di simile al significato che i popolani di Napoli, e in specie le donne dei bassi, danno al termine “guapperia”.
E’ risaputo che lo Stato, (nella fattispecie dei membri della consorteria al potere) attinge nell’immenso serbatoio della disoccupazione e della povertà i giovani che utilizza nelle istituzioni repressive, carabinieri, polizia, finanza e guardie carcerarie, i quali hanno la nobile funzione di difendere l’ordine pubblico, funzione che certe ideologie definiscono da cani da guardia dei privilegi e degli interessi delle classi al potere: magistrati e politici, generali e tecnocrati, boiardi e alto clero, quelli che un tempo, da quelle stesse ideologie, prevalentemente comuniste, venivano definiti il padronato con i suoi satelliti.
Is carabineris, come i suoi affini poliziotti, finanzieri e guardie carcerarie, rappresentano la “crema” dei diseredati pescati nel cosiddetto “serbatoio di morti di fame”, - c’è da presumere che di proposito venga creato, conservato e alimentato dal sistema, appunto per assolvere allo scopo di rifornire manodopera alla base del potere esecutivo, la “forza pubblica”. Essi, gli addetti alla repressione statalista, vengono scelti innanzi tutto tra le famiglie che non abbiano conti aperti con la giustizia del sistema, si vuole cioè che appartengano a famiglie timorate di Dio e della Legge, fedeli servitori del potere costituito, o in via di costituzione, ma che allo stesso tempo abbiano prestanza fisica e carattere aggressivo, appunto “balentia”, nel senso sopra specificato di guapperia - caratteri che vengono anche sostenuti e rafforzati durante i corsi di addestramento nelle apposite scuole. Tristemente famose le scuole dell’ardimento, che mitizzano il principio della obbedienza cieca e assoluta al comando, alla consegna ricevuta, del coraggio, del sacrificio, della dedizione totale alla causa, e dell’uso della violenza più becera e cieca contro i riottosi, contro gli oppositori, contro chiunque sia additato dal potere come nemico, come un pericolo per certi fumosi valori, quali “l’ordine costituito o in via di costituzione” o “la difesa dei sacri confini della patria”.
Sta di fatto che ancora oggi, l’arruolamento da parte dello Stato di manodopera da utilizzare nelle istituzioni repressive, quali le forze armate e la polizia, configurano una forma di vero e proprio colonialismo interno, similare all’arruolamento degli ascari, le truppe di colore, nei paesi colonizzati.
Infatti, non si è mai dato che un giovane di una famiglia ricca e potente, che so, un Agnelli o un Berlusconi, sia stato arruolato come semplice carabiniere o poliziotto. Se mai, i rampolli di tanta schiatta, se si ritrovano la vocazione militare, dopo il liceo classico e la laurea in giurisprudenza, e l’accademia, si ritrovano in breve tempo a fare il comandante di legione, con il grado di tenente colonnello. Attività non contemplata in questa raccolta di mestieri perché del tutto improbabile nella nostra Isola, che non ha la fortuna di aver dato i natali a un Agnelli o ad un Berlusconi, ma soltanto a un Segni o ad un Cossiga.


SU FINANZERI
IL FINANZIERE

Arruolarsi nella Guardia di finanza è prestigioso per i giovani, forse più che nell’arma dei carabinieri o nella polizia o nella sorveglianza nelle patrie galere. Ciò, forse, perché su finanzeri controlla il traffico delle merci per reprimere il contrabbando, avendo quindi la possibilità di cavarne degli utili per esempio in cioccolata e sigarette. A livelli più elevati, gli utili possono essere più cospicui, ossia in mazzette, quando si chiudono gli occhi su certi oneri fiscali inevasi. Inoltre si viaggia molto, specie se si svolge servizio nelle frontiere - che, per quel che riguarda l'Italia, si trovano tutte a Nord, lungo l'arco alpino, essendo le coste, come il mare, sconfinate, e quindi liberamente aperte a ogni genere di traffico.


SU COMESSARIU
IL COMMISSARIO DI PUBBLICA SICUREZZA

Su comessariu indica il commissario di pubblica sicurezza, il comandante della caserma di polizia, detta in sardo quarteri,154 nelle accezioni di “fabbricato adibito all’alloggio di truppe” e di “base di operazioni militari”. Su quarteri, la caserma di polizia, o meglio il commissariato di PS, è presente soltanto nei grandi centri abitati, bastando e avanzando nei piccoli la presenza e l’opera dei carabinieri.


SU GRASSADORI
IL RAPINATORE

Grassadori, dall’italiano grassatore, colui che compie grassazioni, rapine a mano armata. Ieri si diceva anche brigante da strada, oggi si dice rapinatore, vedi rapinadori. Il termine grassadori è voce dotta derivata dal latino “grassatus”, pp. di “grassari”, andare avanti con impeto, assaltare alla strada.155
La poesia che segue è un documento di rilevante interesse sociale, trattandosi della composizione di un certo Loi, di mestiere fabbro ferraio, accusato della rapina all’ufficio postale di Cabras, grosso paese dell’Oristanese, avvenuta il 19 gennaio del 1900.
Il Loi viene accusato di questo reato e trattenuto in carcere, in cella di isolamento, in attesa di giudizio.
Il presunto grassatore, durante gli interrogatori della polizia e durante il processo, si dichiara innocente. Così pure nella sua poesia-testimonianza, egli ribadisce la propria innocenza. Sconta quindici mesi di carcere, poi un tribunale - dalla canzoni del Loi si direbbe d’appello - lo assolve e viene rilasciato senza scuse.


Canzoni
posta po sa grassazioni a s’offiziu postali de Crabas
su degannoi de grannaxu de su millinoighentus.
Canzone
composta per una grassazione all’ufficio postale di Cabras
il diciannove di gennaio del millenovecento

M’ ad’ arregodai su Millenoighentus
de Grannaxiu fiad sa dì degannoi,
in Crabas de chizzi s’intendint lamentus:
a sa Posta anti fattu una grassazioni.
Furau anti sa summa de francus dughentus.
Contras a mei fiad s’imputazioni;
arrestau e potau a su dibattimentu
e cundennau puru a s’arrecrusioni.
… una notti disastrada,
s’aria fiad ammantada, su bentu fiad forti:
cussa fuid sa notti chi anti fattu s’arrori.
(Mi ricorderò il millenovecento / era il giorno 19 di gennaio, / all’alba a Cabras si odono grida: / hanno fatto una rapina alla posta. / Hanno rubato la somma di duecento lire. / L’imputazione era rivolta contro di me; / mi hanno arrestato e portato al processo / e anche condannato alla reclusione. /… (Era) una notte orrorosa, / il cielo era coperto, il vento era forte : / in quella notte fecero il danno.)
A su mengianu m’anti avvisau a Quarteri,
a mei poberitu m’est toccau a ddu andai.
Innia appu incontrau a su brigaderi
e i m’ad fattu sezzi e i m’ad fattu istentai.
In cuss’ora est intrau su cancelleri
cun su pretori, po m’interrogai.
Mi narad: - Ses tui, o Loi su ferreri? -
- Deu, sissignori - dd’apu deppiu nai.
Insara’ ‘n d’est bessiu unu carabineri;
m’ammostad un ‘otteddu, un cumpassu e una crai.
- Deu: sissignori - dd’appu deppiu nai.
Funti arroba mia, no ddu pozzu negai. -
- Insara’ gei ses tui cuddu chi oberi’
pottas e fentanas, po intrai a furai.
Si tui non torras su ‘inai a su posteri,
is ossus in presoni ti fazzu scallai! -
(Di mattina m’hanno avvisato in caserma, / e io poveretto ci son dovuto andare. / Lì, ho trovato il brigadiere / e mi ha fatto sedere e mi ha trattenuto. / Subito dopo è entrato il cancelliere / con il pretore, per interrogarmi. / Mi chiede: - Sei tu, Loi il fabbro? / - Io, sissignore - Ho dovuto rispondergli. / Allora è entrato un carabiniere; / mi mostra un coltello, un compasso e una chiave. / Io: sissignore - ho dovuto dirgli / Sono roba mia, non posso negarlo. /- Allora sei tu, quello che apre / porte e finestre, per entrare a rubare. / Se tu non rendi i soldi all’ufficiale postale, / ti faccio marcire le ossa in prigione! -).

A questo punto il poeta estemporaneo descrive l’interrogatorio. Con ritmo acceso e rapido egli denuncia le percosse con cui si cercava di strappargli una confessione.
Unu mi boffettada,
s’atturu mi narada: - Torraddu su ‘inai
ca ti ‘n ci lassu andai, e su processu non sigu. -
- Si tenis atturu amigu, naraddu liberali… -
Unu mi boffettada,
s’atturu mi narada: - Torraddu su ‘inai
ca ti ‘n ci lassu andai, e no sigu su verbali.
Mira ca t’est pru’ mali! -
Uno mi boffettada,
s’atturu mi narada: - Torraddu su ‘inai
ca ti ‘n ci lassu andai... Tanti dd’as fattu tui ! -
O fessid de arrui,
toccàda a mei sa funi. Toccàda ‘e dda pigai.
(Uno mi schiaffeggiava, / l’altro mi diceva: - Rendili i soldi / che ti lascio libero e interrompo il processo -/- Se hai un complice, dillo liberamente… - / Uno mi schiaffeggiava, / l’altro mi diceva: - Rendili i soldi / che ti lascio libero e non continuo il verbale. / Guarda che è peggio per te! / Uno mi schiaffeggiava, / l’altro mi diceva: - Rendili i soldi /che ti lascio libero... Tanto sei stato tu. / Forse era destino, / toccava a me esser preso al collo. Dovevo prendermela, la fune.)

I versi che seguono non abbisognano di commento: è un costume ancora attuale, purtroppo, quello di maltrattare la povera gente, che è la sola a essere sospettata e incriminata…
Appena chi fiad s’interrògu accabau
in d’una cella a solu m’anti collocau.
Ni lettu e ni nudda po pigai arriposu.
Appena su merì i m’est iscurigau
su logu i s’est fattu meda friorosu.
Domand’una manta e non mi ‘nd’anti giau.
Mi lassanta in terra po essi prus penosu.
Una tassa ‘e aqua chi appu domandau
benint e mi ‘onant corpus de punnigosu.
(Appena finito l’interrogatorio / mi hanno chiuso in una cella di isolamento. / Né letto né altro per riposare. / Appena la sera s’è fatta buia / la cella è diventata molto fredda. / Ho chiesto una coperta e non me l’hanno data. / Mi lasciano per terra perché soffra di più. / Per un bicchier d’acqua che avevo chiesto / son venuti e mi hanno picchiato).

E il Loi, dichiaratosi innocente, dopo aver descritto l’istruttoria, il processo, il carcere e la liberazione, conclude :
A quindixi mesis de arrecrusioni
a sa fini de is contus m’anti castigau.
Immoi ca de su tottu seu liberau
dogniunu mi mirad cun tradizïoni;
immoi prus de prima seu odiau
de dognia brutta villana personi.
(A quindici mesi di reclusione / M’hanno condannato, alla fine dei conti. / Adesso che sono del tutto libero / ognuno mi guarda con malanimo; / adesso sono odiato più di prima / da ogni indegna, villana persona.156


SU GRASSADORI
L’INGRASSATORE

Grassadori, ingrassatore, era detto anche colui che raccoglieva grasso animale, specie delle pelli da conciare, per poi rivenderlo all’industria della fabbricazione del sapone.
Grassadori è infine l’addetto all’ingrassaggio delle macchine articolate o snodate, da lavoro o da trasporto, quali le falciatrici e le trebbiatrici, i treni e le carrozze.


SU PEDIDORI
IL MENDICANTE

Su pedidori, letteralmente “colui che domanda”, da pediri, chiedere per ottenere, è il mendico, colui che vive chiedendo l’elemosina. Nella nostra tradizione il mendicante è una figura sacra.
Indipendentemente da ogni sua possibile deformazione fisica o disturbo mentale, qualunque sia il suo aspetto, il mendicante non può essere oltraggiato né deriso e tutti i membri della comunità, compresi i bambini, devono portargli rispetto e aiutarlo in caso di necessità.
Ogni paese ha i propri mendicanti, maschi per lo più, per ovvie ragioni morali, in quanto le mendicanti, se giovani, possono venire offese dalla turpitudine di possibili depravati o di strangius, stranieri ed estranei alla cultura della comunità. Tuttavia, superata una certa età, abbiamo una quasi parità di sesso tra is pedidoris, i mendicanti.
A is pedidoris propri del paese si aggiungono quelli di altre comunità, per lo più giovani, che vagabondano spostandosi di paese in paese, spesso in modo regolare. E’ anche regolare, abitudinario direi, che ciascun pedidori, visiti periodicamente alcune famiglie di una o più comunità, dove è stato trattato benevolmente, e dove spera di ritrovare uguale generoso trattamento.
Possiamo così dire che sa pedidoria, la questua, costituisce da noi una sorta di istituzione, quella appunto dell’elemosina, che regola il modo di farla e il modo di essere chiesta. Oltrecciò risolve anche il problema dei diversi (disturbati mentali, sordo-muti, non vedenti, handicappati) i quali in pratica vengono affidati alla responsabilità di tutti i componenti della comunità, senza emarginamenti.
Essi cioè fanno parte a pieno titolo della società comunitaria in cui sono nati, che assegna loro doveri e dà loro diritti.
Pur trovando il portale del cortile o la porta di casa socchiusi, non era lecito a su pedidori aprire ed entrare senza il permesso della padrona di casa. Da notare che, nei nostri paesi, portali e porte d’accesso ai cortili o alle case, durante il giorno erano socchiusi, e parenti, amici e gente del vicinato, potevano entrare in casa dando una voce perché la padrona poteva essere in cucina o nel cortiletto sul retro.
Anche se in casa c’era la padrona, su pedidori doveva attendere sui gradini o sulla soglia dell’uscio di casa e talvolta saper attendere pazientemente seduto sugli stessi gradini o sulla stessa soglia. Non di rado però sa meri, la padrona, se su pedidori o sa pedidora erano di età avanzata o visibilmente affaticati, li invitava a entrare e avvicinata una sedia sull’uscio di casa li faceva sedere. Ciò si verificava anche se c’era pioggia, freddo o maltempo.
Normalmente l’elemosina, monete o cibarie, veniva messa direttamente nel sacco del mendicante. Talvolta, se il mendicante mostrava di gradirlo, veniva servita una pietanza calda, minestrone, minestra o pastasciutta, che su pedidori consumava tenendo il piatto sulle ginocchia.
Al di là delle personali curiosità della padrona di casa che si informava sullo stato di salute e sugli spostamenti che il questuante operava da paese a paese, il dialogo tra l’elemosiniera e il mendico seguiva un certo rituale.
Di domanda: «A su bonu coru… In nomini de su Babbu… Po amori de Deus.» («Al buon cuore... In nome del Padre... Per amore di Dio»)
Di ringraziamento: «Deus si ddu paghit… Deus si ddu torrit a prus et prus». («Dio glielo ripaghi... Dio glielo renda moltiplicato»)
Di commiato da parte della padrona: «Bai cun su Babbu (o cun sa Mama)… Bai in bon’ora… Bai cun saludi.», oppure: «Andit cun Deus!» («Vai con il Babbo - o con la Mama... Vai in buon’ora... Vai con salute...», oppure: «Vada con Dio!»)
Di commiato da parte del mendico: «Atturit cun su Babbu ( o cun sa Mama)… Atturit cun saludi» .(«Resti con il Babbo - o con la Mamma... Resti con salute».)
Tra le altre consuetudini, quella di metter da parte, durante il raccolto, una certa quantità di grano e di legumi da distribuire a is pedidoris nell’arco dell’anno agricolo, e ancora quella di metter da parte una certa quantità di pane, il giorno dell’infornata, da distribuire ugualmente ai mendicanti.


IS PEDIDORIS DE DOMU MIA
I MENDICANTI DI CASA MIA

Non so dire bene perché ma, durante la mia infanzia e specialmente nel tempo trascorso in paese, i fatti che mi accadevano, anche i più comuni, i più consueti, avevano una rilevanza straordinaria. Immagini e sensazioni di quel periodo sono rimasti incisi indelebilmente nella mia memoria e ne porto ancora con me il ricordo vivo, che molto spesso si tramuta in nostalgia.
La mia casa era visitata periodicamente da diversi pedidoris, mendicanti. Alcuni erano sconosciuti, altri invece, i più abituali, erano sempre gli stessi che con una periodicità fissa bussavano alla nostra porta per chiedere l’elemosina. Questi mendicanti abituali erano is pedidoris de domu mia. Erano di età e di sesso diversi, così come diversi erano nella costituzione fisica e nell’abbigliamento; ma per la maggior parte erano anziani o invalidi, gente alla quale non si poteva dire: «Ma perché non vai a lavorare?»
Ne ricordo alcuni in particolare: zia Clara, una donna di mezza età, piccola, rotondetta e con un viso paffuto dove a tratti lampeggiavano due occhi neri da spiritata. Dicevano che fosse matta, infatti la gente del mio paese la chiamava Crara sa maca. E poi ricordo Licu, scarno, alto, asciutto. Anche di lui dicevano che fosse matto, toccau de su marteddu de Santu Amadu, toccato dal martello di Santo Amato, perché gli venivano delle crisi epilettiche e talvolta ciò gli accadeva anche per strada. La gente, in paese, lo aveva soprannominato Gesù Cristu Aresti, Gesù Cristo Selvatico.
Is pedidoris de domu mia, i mendicanti abituali di casa mia, si davano tra loro convegno e arrivavano tutti insieme un certo giorno della settimana, il giovedì mi pare, una sola volta al mese. Le domestiche avevano l’ordine di farli entrare nel cortile dietro casa, cui si accedeva da una stradina privata. Venivano sistemati degli scanni uno accanto all’altro dove is pedidoris si sedevano, riposandosi dalla fatica del loro camminare. Ciascuno di loro recava con sé una bertula, bisaccia, o un sacco dove riponeva quanto gli veniva offerto. La mamma disponeva che a ciascuno venisse dato in parti uguali del denaro, del pane, del grano, dei cereali, del vestiario e infine faceva versare loro in una scodella una buona minestra che era stata preparata la notte prima in previsione della loro visita. La mamma si tratteneva un po’ con loro prima di congedarli; chiedeva del loro stato di salute e li faceva parlare, e li ascoltava; e io assistevo curioso alla scena e pareva a me che is pedidoris de domu mia fossero persone normali, gente che si comportava con dignità e naturalezza, niente affatto tristi o affamati o macilenti. Quando essi si congedavano, io apprendevo il rituale dei ringraziamenti e degli auguri che si devono scambiare tra colui che offre e colui che riceve.
Dicevano essi alla mamma, rivolgendole sguardi di riconoscenza: «Deus si ddu paghit.». E la mamma, augurando loro un buon viaggio, diceva: Bendit cun su Babbu.», cui faceva eco la risposta: «Atturit cun sa Mama.»
Ricordando is pedidoris, i mendicanti del mio paese, ho ritrovato l’immagine di uno di questi seduto ai margini della strada in ombra, intento a consumare il suo spuntino con le gambe allungate in avanti per riscaldarsi i piedi nudi al sole. Il suo viso è sereno e pacato; non esprime né infelicità, né disagio, né tristezza; egli si sente perfettamente sistemato: il capo e parte del corpo all’ombra e le gambe e i piedi al sole; accanto a sé mezza bottiglia di vino, un cartoccio con del pane e del formaggio. Egli ha la salute e non gli manca il necessario per vivere. Guardando in questa foto l’immagine del mendicante ho fatto alcune riflessioni. Noi viviamo in una società dove il superfluo è necessario. Ma allora siamo veramente liberi oggi? Sicuramente posso affermare che quel mendicante era libero. Libero nel vero senso della parola. I suoi ritmi biologici non erano segnati dal lavoro, dalla famiglia, dagli orari da rispettare, ma erano regolati da orari naturali, dall’armonia della vita con il fluire del tempo. Si svegliava e si alzava quando non aveva più sonno; si coricava e si addormentava quando aveva sonno; camminava quando era in forze, quando aveva bisogno di muoversi o voleva recarsi da qualche parte; si sedeva quando era stanco e voleva riposare; faceva tutto ciò che poteva fare quando ne sentiva la necessità o quando ne aveva l’opportunità; mangiava quando aveva appetito, dove e quando voleva, perché sapeva accontentarsi di ciò che possedeva o che gli veniva offerto.
In sardo, quando si vuole indicare una persona felice, senza pensieri, si dice: «Innui ddi scurigat si corcat », che tradotto significa: «Dove gli si fa buio si corica» o se si preferisce «Dove gli vien sonno si addormenta».
L’occupazione del mendicante è girovagare per i paesi, senza una meta precisa, vivendo della generosità del prossimo. Se libertà vuol dire essere felice, e se essere felice vuol dire essere libero, allora si può dire che su pedidori è un uomo libero e felice.
Il mendicante è una figura di grande rilievo nella nostra comunità. Come lo era nel mondo greco fin dai tempi antichi, addirittura mille anni prima dell’avvento di Cristo. Quando Ulisse rientra a Itaca, dopo vent’anni di lontananza, si presenta alla propria corte sotto le vesti di un mendicante, e come tale viene accolto con benevolenza e rispetto. Nei tempi passati, in tutti i paesi, i mendicanti sono sempre stati oggetto di particolari attenzioni e di particolare rispetto. Anche, e in specie, nelle comunità di fede cristiana, dove il mendicante rappresenta Gesù stesso, la Divinità, e nei Sacri Testi sta scritto che chiunque sarà stato misericordioso con uno di essi verrà premiato. Uno dei ringraziamenti rituali del mendicante che ha ricevuto l’elemosina è: «Deus si ddu torrit a prus e prus », cioè «Dio glielo restituisca moltiplicando ciò che è stato dato».
La presenza di un mendicante in occasione di una solennità, nascita o matrimonio, è sempre stata considerata di buon auspicio. Era assolutamente vietato trattarli male, burlarsi e perfino essere scortesi con loro. Un famoso psichiatra tesse l’elogio dei mendicanti scrivendo che essi sono ciò che l’uomo era in origine: privo di qualunque contaminazione della civiltà, libero e asociale. Nell’antica Grecia, chi era misericordioso con un mendicante si ingraziava gli Dei. Anche con il Cristianesimo i mendicanti venivano invitati alle feste della natività, perché era ritenuto che essi portassero fortuna al nascituro. Ai matrimoni, per propiziare salute e benessere alla nuova famiglia. Alle cerimonie funebri, alle lamentazioni e alle inumazioni per la salvezza dell’anima del defunto.
In Sardegna anche in tempi recenti is pedidoris, i mendicanti, erano sempre presenti in occasione delle tre più importanti ricorrenze della vita di ogni creatura umana: nascita, matrimonio, morte. Tanto più numeroso era lo stuolo dei mendicanti che partecipavano alla cerimonia, tanto più ricchi e prestigiosi erano i festeggiati. In particolare, in occasione dei banchetti matrimoniali, is pedidoris, i mendicanti, stavano nei gradini della porta d’ingresso della casa o sulla soglia della sala del banchetto con il piatto sulle ginocchia che veniva riempito di ogni ben di Dio personalmente dalla padrona di casa , la quale, a cerimonia ultimata, offriva loro del denaro.
Is pedidoris non si fermavano per lungo tempo nello stesso paese, ma si spostavano di paese in paese secondo un loro calendario per mantenere costante il livello della questua, cioè per ricavare quel minimo che era loro necessario per sopravvivere. Inoltre, così facendo non pesavano troppo sui loro donatori che, per lo più, erano sempre gli stessi in ogni paese. Nel loro giro di questua avevano però i loro paesi preferiti, dove si recavano più spesso e certamente anche più volentieri, in quanto la popolazione era più generosa. Ci sono diversi detti in sardo che lodano i paesi generosi e inveiscono contro quelli avari. Un esempio: «An chi ti scurighit a Bosa!», che tradotto significa: “Che ti venga la notte quando sei a Bosa!», una frase che si dice quando si vuole augurare del male a qualcuno, ritenendo evidentemente che gli abitanti di quella cittadina siano parecchio inospitali.
Sembrerebbe che il mendicante abbia nelle comunità il ruolo di stimolare la bontà della gente. Si dice che su pedidori consente a ciascun membro della comunità di mostrare la propria generosità. In altre parole egli sarebbe lo strumento necessario perché la generosità si manifesti. E’ messo lì dal Signore - si dice - per misurare la nostra bontà, e Gesù stesso ha detto che chi farà l’elemosina a uno di essi sarà come se l’avesse fatta a lui.
Quindi per un cristiano credente è un dovere morale altissimo da parte degli abbienti aiutare i poveri.
I poveri si conoscevano tutti l’un l’altro e spesso tra loro si creavano rivalità e gelosie, se avevano ricevuto uno più dell’altro. Si creava anche tra loro una gerarchia, e quindi aveva maggior prestigio chi riceveva l’elemosina da famiglie molto ricche (perché si supponeva fossero più generose; anche se in effetti i più ricchi talvolta sono quelli che danno di meno).
Io e i miei familiari conoscevamo uno per uno, anche per nome, i nostri pedidoris e sapevamo anche in quale giorno della settimana o del mese sarebbero venuti a farci visita, e li aspettavamo. E quando qualcuno di loro non si era fatto vivo il giorno previsto ci preoccupavamo perché si pensava che gli fosse accaduto qualcosa. Infatti, tra una visita e l’altra, qualcuno passava a miglior vita e prima che lo venissimo a sapere trascorreva un bel po’ di tempo perché allora le comunicazioni erano lente.


SU PABONIMPU
IL PARANINFO

Pabonimpu, paraninfo, è colui che si occupa per conto dell’uomo di indagare presso la famiglia della donna desiderata per concordare il fidanzamento.
Nel paese di Gonnosfanadiga, per antica usanza, in cambio di questa “prestazione d’opera”, su pabonimpu riceveva una gallina.
“Cadira de pabonimpu” era detta la sedia che veniva data a su pabonimpu, il paraninfo, in occasione della sua visita di sondaggio. Sedia che era sgangherata perché ci stesse scomodo e andasse via al più presto. Quando si andava a fare una visita di cortesia e si riceveva anche involontariamente una sedia un tantino scomoda, sanzia sanzia, sgangherata, si diceva: «Nara tui, ita m’has donau, sa cadira de su pabonimpu?», «Di' tu, mi hai forse dato la sedia del paraninfo?».

Ziu Fideli su pabonimpu

«Ziu Fideli era anziano, piccolino, vestiva sempre allo stesso modo in qualsiasi stagione: giacca e pantaloni a righine grigi, un po’ stinti, e berretto a visiera, pure grigio, pure stinto. Era vedovo ed abitava da solo in una casetta alla periferia del paese, con un grande orto, unico oggetto delle sue fatiche quotidiane. All’imbrunire andava ogni giorno alla piazza della chiesa e chiunque avesse bisogno di lui sapeva di poterlo trovare lì.
Tutti lo conoscevano e lo apprezzavano per la sua discrezione: ricevuto l’incarico si avviava a passo veloce e furtivo a fare l’ambasciata, facendo bene attenzione che non lo si vedesse entrare nella casa delle giovani, perché sarebbe stato vergognoso, se la risposta fosse stata negativa, che in paese si sapesse chi a ziu Fideli dd’hiant torrau crocoriga, che a zio Fedele gli avevano detto di no.
La padrona di casa lo accoglieva compiaciuta della sua visita e gli offriva un bicchierino; egli tesseva gli elogi del mandante, elencava i suoi beni e, infine, quale fosse la figlia richiesta. Toltasi quella curiosità che la teneva in ansia, sa meri, la padrona, chiamava la prescelta - le altre sorelle spiavano dalla porta socchiusa col rischio di far sentire le loro risatine… e meno male che il Cupido era un po’ sordo! Ziu Fideli non chiedeva una risposta immediata: sarebbe tornato dopo una settimana per avere conferma - lui sperava.
E di solito l’esito era positivo. Andava allora velocemente, non in piazza a bere, ma a casa del mandatario, e stavolta sarebbe stato ben felice di essere visto nel dare la risposta positiva, su si, il si, all’interessato. E così si procurava un invito ad un matrimonio ed una lauta ricompensa.157


SU MERI DE SU DINAI
IL BANCHIERE, IL PADRONE DEL DENARO

Nei nostri pesi, purtroppo o per fortuna, (dipende dai punti di vista) non c’erano, tuttavia se ne parlava assai spesso e si raccontavano di loro tante storie da mille e una notte... Erano tutti avari, ebreus, dediti all’accumulo dei soldi, non sapevano nemmeno godersi la vita, erano per lo più froci e le loro donne se le godevano gli stallieri e i cambereris - altro mestiere, quello dei camerieri, come l’altro dei maggiordomi, al vertice della gerarchia servile, che in Sardegna non esisteva. Figura, questa de su meri de su dinai, del banchiere, che abbiamo imparato a conoscere da “Disney”, con “Paperon dei Paperoni”, che faceva il bagno nelle piscine piene di monete d’oro. Da noi, ancora, in molti paesi, dove pure c’è il televisore, la caserma dei carabinieri e l’esattore delle imposte, non ci sono ancora neppure le vasche per fare il bagno, né i bidet per pulirsi sotto, e spesso neppure il rubinetto dell’acqua.


S’EBREU
L’USURAIO

Come altre volte detto in questa raccolta di mestieri, le attività mercantili erano svolte da strangius, forestieri, gente di fuori che vendeva per danaro e più avanti prestava denaro a usura a contadini e pastori indebitati, in particolare per mancato pagamento di tasse o multe comminate dallo Stato - che favoriva appunto lo strozzinaggio con il suo fiscalismo. Nessuno era più odiato dell’esattore delle imposte, dal contadino e dal pastore poveri: illustri storiografi del secolo scorso raccontano della fine che facevano codesti funesti messaggeri dello stato che venivano abbattuti a colpi di doppietta, mentre tentavano di entrare nei villaggi per notificare qualcuna delle loro sciagurate “taccias”, ovvero bollette di pagamento delle imposte.
Is istrangius dediti ad attività commerciali erano detti mercantis ed erano malvisti e disprezzati pur essendo ricchi (o forse proprio perché ricchi) e indicati con gli appellativi di ebreu, giudeu, usuriu, cadranca e simili. Sottolineando il loro attaccamento al denaro accumulato sfruttando il lavoro della povera gente.
Molto spesso is ebreus di mestiere, gli usurai, stavano nelle città o nei grossi paesi, dove ci si recava appunto in caso di estrema necessità... Talvolta però per imitazione, vi era qualche furbo proprietario terriero che possedendo qualche risparmio si improvvisava banchiere, dando denaro a usura. Diventava così per la morale comunitaria unu ebreu, uno strozzino, una creatura spregevole seppure spesso necessaria per risolvere drammatiche situazioni economiche.


SU MARTINICHERI
CHI FA' IL MERCATO NERO

Martinicheri era detto colui che in tempo di guerra operava nel settore del mercato nero o clandestino. In particolare durante gli anni del secondo conflitto mondiale e in quelli successivi, diciamo dal ‘40 al ‘48, vi era gran penuria di alcuni prodotti, alimentari e tessuti in specie, quando non mancavano del tutto, o quasi, come il caffè, lo zucchero, il burro. Tali prodotti di prima necessità, come il pane, la pasta, lo zucchero erano razionati, ma difficilmente li si trovava in commercio anche ad aver la tessera annonnaria. Più facile trovare questi generi alimentari o tessuti per l’abbigliamento nel mercato nero, dove ovviamente i prezzi erano assai più alti. Certamente il mercato nero era organizzato da potenti lobbies economiche che trassero dalla guerra, anche in questo settore, lauti guadagni sul bisogno della povera gente. Alcuni profittatori, dapprima facendo incetta e poi rifornendo il mercato nero, acquistarono ingenti ricchezze che più tardi, a guerra finita, investirono nel settore della ricostruzione. Il mercato nero spicciolo, ossia gli spacciatori - una attività che comportava il rischio della galera - era gestito dai martinicheris, persone astute e avide ma talvolta anche brava gente caritatevole, che aiutava famiglie in serie difficoltà economiche o malati che necessitavano di farmaci, introvabili nel mercato ufficiale.
Una figura di martinicheri che ho ancora vivissima nel ricordo è ziu Chichinu, diminutivo campidanese di Francesco, nome di battesimo comunissimo a Cagliari. E appunto cagliaritano era ziu Chichinu, un ometto bruno magro vestito con calzoni-gilet e giacca di colore scuro, che non cambiava mai: gestire vivace, viso intelligente, occhi neri acuti, parlata sciolta, attento e ricettivo.
Lo conobbi a Mogoro nella primavera del 1943, l’anno dei bombardamenti americani su Cagliari, che desertificarono la città, spingendo i suoi abitanti a “sfollare”, a rifugiarsi nei paesi dell’interno, dove si presumeva, e si sperava, che le bombe dei “liberatori yankee” non sarebbero arrivate. Ziu Chichinu era uno dei tanti sfollati, capitato in questo grosso centro dell’alta Marmilla. Per sopravvivere, e penso anche per non morire d’inedia, dopo aver studiato la situazione socio-economica della zona, il nostro uomo organizzò un piccolo ma efficiente mercato nero utilizzando sia i prodotti che ancora erano reperibili nella città pressoché deserta, a Cagliari, sia quelli di cui disponeva il circondario agro-pastorale di Mogoro.
La città forniva, a lui e ad alcuni suoi fidatissimi collaboratori, prodotti della tecnologia: filo elettrico, lampadine, interruttori e altro materiale elettrico assai richiesto, pellame, cuoio, abiti e scarpe anche usati; teleria, consistente per lo più in lenzuola, tovaglie e coperte, buone anche per ricavarne camicie, abiti e cappotti con l’operosità e l’estro propri delle donne contadine, che erano le principali destinatarie. Tutto questo materiale, e altro, si acquistava da un mercato ovviamente clandestino, sorto ai margini della città, rifornito da sciacalli dediti al saccheggio - c’è da ritenere con la complicità di almeno una parte corrotta delle autorità militari e di polizia preposte all’ordine pubblico nella martoriata città. Bande organizzate di sciacalli rovistavano e depredavano le case bombardate e che spesso penetravano con scasso e rubavano anche in quelle rimaste intatte e disabitate - la fucilazione sul posto era la pena prevista ma mai eseguita in quel periodo per il reato di sciacallaggio in flagranza.
Mogoro e i paesi dell’interno offrivano generi alimentari: grano, farina, pasta, pane e legumi; carni di bestiame macellato di nascosto, nottetempo; uova e animali da cortile, specie pollame e conigli.
Tra parentesi: la frutta e la verdura tendevano a diventare di uso comune: chi le voleva andava in campagna e se le raccoglieva. Tuttavia, penetrando furtivamente nei terreni coltivati a frutteto o ad orto, c’era il pericolo di incappare nel legittimo proprietario, il quale, vendicativo, reagiva con cattiveria esplodendo sui deretani di quei “comunisti per bisogno”, doppiette caricate con sale grosso misto a lardo rancido.
C’è da precisare che ziu Chichinu, a suo merito, per i suoi commerci non usava moneta corrente ma l’antico e onesto metodo del baratto, ossia lo scambio merce: tu dai una cosa a me e io do una cosa a te. Una percentuale spettava a lui, che organizzava il traffico commerciale: lo scambio reale avveniva ovviamente tra i possessori delle diverse merci che venivano barattate, che passavano così da una mano all’altra. Ziu Chichinu sovrintendeva. Ed era ricercato e stimato, considerato galantuomo, uomo di parola. Chiunque avesse necessità di un alimento, di una lampadina, di un vestituccio, di un paio di scarpe, o di un utensile familiare, un paio di forbici, o aghi o filo da cucire, o un attrezzo da lavoro, un paio di tenaglie, dei chiodi, una striscia di cuoio o qualche cos’altro, cercava ziu Chichinu, che di solito stazionava in qualcuna delle piazze del paese, e chiedeva a lui. Ed egli, sempre, si dava da fare e trovava quanto gli veniva richiesto, facendolo pagare onestamente tanto quanto aveva faticato per trovarlo, cioè attribuendo all’oggetto il valore in rapporto alla sua rarità. Il pagamento - come detto - avveniva sempre con scambio merce: il richiedente pagava con prodotti in suo possesso: se era contadino con grano o legumi; se era pastore con carne d’agnello o formaggio. A ziu Chichinu, come mercede per il lavoro fatto, giustamente restava un arrosto d’agnello o una buona fetta di pecorino; oppure della farina da trasformare in malloreddus, gnocchetti, o ceci di buona cottura, non concimati, da ricavarne un gustoso minestrone con bietole selvatiche e ciccioli di maiale.158


SU TRAMPERI O TRASSERI
L’IMBROGLIONE

Questa attività e quelle che seguono, a chiusura di capitolo, non sono propriamente nobili e neppure produttive; tuttavia tendono a diffondersi con l’avvento di questa civiltà mercantile, che esalta l’avere e deprime l’essere, che assopisce la coscienza comunitaria e stimola l’egoismo individuale.
Oltre a is trasseris, i maneggioni autorizzati dalla legge a imbrogliare la gente semplice o sprovveduta, e a parte gli ingegnosi matrancheris, truffatori dalla fervida fantasia, maestri del vivere a sbafo, che le inventano tutte per sbarcare il lunario lavorando e stancandosi il meno possibile, ci sono is tramperis, gli imbroglioni veri e propri, che si inseriscono per lo più nelle attività commerciali.
Ai margini di alcune attività mercantili - che nonostante l’antica diffidenza si sono guadagnate almeno in parte una certa dignità sociale e morale - ci sono quelle attività che la legge tollera quando non tutela, nonostante siano chiaramente truffaldine. Si tratta quasi sempre di attività che hanno lo scopo di vendere prodotti di scarso o di nessun valore, attribuendo loro qualità eccellenti per farli pagare a prezzi esorbitanti, o anche di vendere favori, grazie, felicità, guarigioni, divinazioni, miracoli ed altre simili facezie usando la furbizia, l’inganno, il raggiro, cogliendo la buona fede e la credulità e, spesso, sfruttando perfino il dolore, l’angoscia, la disperazione, la morte, per rifilare il vero e proprio “bidone”.
Oggi, i nuovi imbroglioni computerizzati, i truffatori del video e della carta stampata, con i loro nuovi strumenti di comunicazione, si sono moltiplicati e i loro metodi per carpire la buona fede e il consenso della gente sono diventati gioielli di perfezione tecnica. Davanti a questi sofisticatissimi sistemi di truffa impallidiscono i vecchi e rozzi sistemi di truffa, che tuttavia avevano almeno il pregio di possedere un certo contenuto di fantasia e di umanità. Che cosa c’è di “intelligente” nella truffa del “gratta e vinci” o nella vendita di biglietti di lotterie i cui soldi al 9O per cento vengono trubaus, fregati, dallo Stato? E’ una forma di tassa che si basa sul sogno del poveraccio di diventar ricco. Lotterie alle quali non hanno mai giocato e vinto gli Agnelli, i Cuccia, i De Benedetti, i Berlusconi - e per quanto risulta nemmeno i Rothschild e i Rockefeller.

Questo un breve elenco di imbroglioni:
- su tramperi est su chi fait trampas;
- su trasseri est su chi fait trassas;
- s’imboddicheri est su chi fait imboddicus;
- su pinniccheri est su chi fait pinnicas;
- su matrancheri est su chi fait matrancas;
- su trubadori est su chi fait trubas.

Nel linguaggio comune, su tramperi, su trasseri, s’imboddicheri, su pinnicheri, su matrancheri, su trubadori, sono sinonimi: indicano sì diverse genie di imbroglioni o truffatori, ma la gente non sta a fare sottili distinzioni, e quando vuol dare dell’imbroglione o del truffatore a qualcuno, prende e usa il primo di questi termini che gli capita a mente.
Tuttavia, a essere linguisticamente pignoli, si può fare una certa distinzione tra loro, a seconda del genere di truffa o di imbroglio che si commette.
Per trampa si intende un raggiro; per trassa, un inganno bene ordito; per imboddicu, che vuol dire involto, un pasticcio fatto ad arte; per pinnica, che significa piega, una falsità, un gioco sporco; per matranca, che significa un aggeggio complicato dall’uso incerto, un raggiro machiavellico; per truba, una vigliaccata, una fottuta, dato che trubai significa fottere.


SU BRANTAXERI
IL MILLANTATORE

Su brantaxeri, il millantatore, assai spesso cerca credito spacciandosi per s’amigu de su meri mannu o de s’onorevoli, l’amico del padrone o dell’onorevole.
Vi sono sempre, in ogni comunità, individui che hanno il ruolo di divertire il prossimo, che sapevano raccontare spacciandole per vere le storie più fantasiose e improbabili - oggi si direbbe che sanno raccontare le barzellette. Costoro, che possedevano oltre alla capacità di raccontare quella dell’ironia, erano assai contesi nelle compagnie. E va da sé che mangiavano e bevevano gratis. Quella che segue è la bozza di una figura di buontempone, un reduce ormai disabituato a zappare la terra o ad allevare le pecore, che trascorre il suo tempo nelle bettole a raccontare le sue avventure di guerra.

Su reduci amigu de su rei / Il reduce amico del re

Prima c’erano più guerre. Ogni volta ne partivano quindici o venti. I due o tre che ritornavano si provavano a descrivere le stranezze che avevano visto, ma ci rinunciavano presto per non passare da svitati. Zio Gesuino, reduce brigadista, ha accettato il ruolo di svitato e vive raccontando le sue memorie di guerra. E’ rimasto otto anni fuori - neppure lui sa precisamente dove. Appostato in un canalone a sparare sui nemici che gli passavano a tiro - dice. Al rientro non aveva più i calli della zappa; l’odore delle pecore gli dava svenimenti e l’aria dei campi coltivati gli gonfiava la milza.
Ziu Gesuinu il brigatista se ne sta tutto il giorno in giro per le bettole in cerca di uditorio. Appena l’ha trovato, comincia: «Un giorno ero di sentinella e sai chi ti vedo? Il re in persona, venuto a ispezionare insieme ai generali. Mi vede e subito mi riconosce. Si avvicina. Mi mette una mano sulla spalla e mi dice: “E che cos’hai tutto triste e nero, o Gesuinu?”. Io gli dico: “Eh, già non lo saprai tu, Vittoriu, otto lunghi anni fuori di casa!”. E Vittoriu, allora: “Ci hai ragione, Gesuinu, bravo! Domani si va in licenza.”».
Se l’uditorio è prodigo, prosegue: «Piano piano siamo entrati in confidenza. Una domenica - mi venga un colpo se non era la Domenica delle Palme! - Vittoriu è venuto a prendermi in macchina per andare a pranzo insieme. Mi ha portato in una reggia che ci aveva da quelle parti in mezzo a un boschetto. C’era ogni ben di dio. Le mogli dei generali avevano preparato tutto loro, insieme alle serve. Vittoriu si era puntato subito sulle serve - tutta roba fresca. Si sfregava le mani dalla contentezza. Dice: “Forza paris, Gesuinu! Dobbiamo fare onore all’esercito”.
C’era una tavolata grande come la piazza di una chiesa; da bere avevano portato diverse botti di malvasia, nieddera e vernaccia; da mangiare, un gregge di pecore arrosto con tutti gli intestini fatti a treccia in padella, con le frattaglie e i piselli. Alla fine, gli attendenti hanno portato anche la frutta. E non ti portano le ciliegie? Non ci crederete: una cesta da vendemmia piena, ne hanno portato, ricoperta di foglie di finocchio. Dapprima mangiavo tutto alla pari; ma quando la pancia mi si è tesa come un tamburo ho cominciato a sputare i noccioli. Gli altri commensali erano tutti seri composti svogliati: una ciliegia se la mangiavano in cinque morsi. Io allora per rallegrare la compagnia ho preso a lanciare noccioli, così, strizzandoli tra due dita… Uno è andato dritto sul naso della regina. Quando ha visto che ero stato io, mi ha guardato ridendo e muovendo un dito mi ha detto: “Eh, Gesuinu, birbaccione!”. Ed è entrata in gioco pure lei, lanciando noccioli sulla pelata dei generali… Vittoriu rideva come un matto….
Eravamo diventati come fratelli, con Vittoriu. Non fa a crederlo, gli scherzi che ci facevamo l’uno con l’altro! Io ho sempre pensato che fosse della nostra razza: piccoletto, figlio di buona mamma e col naso sempre in tiraggio....


S’ORERI, SU MANDRONI CHI CONTAT IS ORAS
IL POLTRONE CHE CONTA LE ORE

De no cunfundiri cun s’omonimu oreri, su chi traballat s’oru e sa prata, da non confondere con l’omonimo orefice, colui che lavora l’oro e l’argento, descritto in altra parte di questo libro. Come detto nel titolo, s’oreri indica popolarmente il poltrone a tutto tondo, il quale vive senza far nulla, perennemente stravaccato ovunque vi sia la possibilità di stendersi, stuoia, divano o terra soffice, a contare le ore che passano, che ci siano o non ci siano mosche che gli ronzano attorno o formiche che gli passano sulle gambe.


FAI S’ARTI DE SU MOLENTI CHI MOLLIT
FARE IL LAVORO DELL’ASINO CHE MACINA

Fai s’arti de su molenti chi molit, ossia fare il lavoro dell’asino che macina, significa fare un lavoro che non comporta alcuna responsabilità, un lavoro utile quanto si vuole ma vile.
Ricordo l’uso frequente di tale modo di dire, che diventava una vera e propria accusa ideologico-politica, che mia madre rivolgeva nei confronti degli intellettuali, del lavoro impiegatizio e degli operai delle industrie, che si danno l’aria di essere loro a portare avanti il mondo, che disprezzano il lavoro manuale, il lavoro del contadino, il lavoro di chi crea con le proprie mani, il lavoro delle donne casalinghe, ritenendosi loro soli produttivi, nel senso di “guadagnare e portar soldi” a casa, arrogandosi con ciò il diritto a comandare.
Per mia madre il lavoro principale, il più utile e il più nobile, era quello del contadino e del pastore in quanto produttori degli alimenti necessari alla sopravvivenza dell’umanità. Nel lavoro del contadino e del pastore non erano escluse le attività della mente e della fantasia, delle scienze naturali e dell’arte. Tutte le altre attività, che possono definirsi burocratico-cartacee, di natura astratta, erano da lei considerate pari a s’arti de su molenti chi molit, al lavoro dell’asino che gira la mola.


CAPITOLO NONO

IS HOMINIS DE MEXINA
I GUARITORI

Presentazione

Sotto questo titolo ho raccolto alcune tra le più comuni e note attività medicali, terapeutiche, esorcizzanti presenti nelle nostre comunità, con il compito specifico di sovrintendere alla salute fisica e all’equilibrio psichico della gente.
La scienza medica moderna, (che pure ha fatto passi da gigante nello sviluppo della ricerca, nella diagnostica e nella terapia, specie chirurgica) “asservita al potere e snaturata da questo legame corruttore”, ha perso agli occhi della gente, in particolar modo sul piano dell’assistenza, molta parte della sua credibilità; e anche per questo, si verifica oggi un ritorno ad antiche formule magiche e insieme scientifiche, certamente più vicine alla natura umana e alle sue esigenze di equilibrio. Un ritorno e contemporaneamente, una ricerca di valori persi, della fede in primo luogo, che è principalmente fiducia in se stessi, nelle forze positive, benefiche del taumaturgo e della natura che ha in sé, quando sia autentica e non artefatta, ogni possibile rimedio per ogni “umano” malessere.
Is hominis de mexina, gli operatori della medicina, ancora presenti nei nostri villaggi, appartengono quasi sempre ai ceti contadini poveri e a quella età che si potrebbe definire del pensionato - con le debite eccezioni, soprattutto per coloro che appartengono al sesso femminile, dove si riscontrano guaritrici anche giovani.
In rapporto allo stato civile, nei maschi prevalgono nettamente i celibi, che mostrano spiccate vocazioni sacerdotali, con una visione mistica della realtà.
Nelle femmine, nubili e coniugate si equivalgono numericamente, predominano le vedove. A seconda dello stato civile di appartenenza si rivelano differenze nei diversi settori di intervento. In rapporto al sesso vi è una notevole prevalenza delle donne. Ciò credo che sia dovuto anche al ruolo sociale che esse hanno nella comunità, di minore responsabilità nella produzione, e di conservatrici e diffonditrici dei valori tradizionali.
I guaritori e le guaritrici non vengono mai nominati dalla loro gente con gli epiteti che abbondano nel linguaggio popolare, quali bruxu per indovino, stria per strega, mazina, per fattucchiera, spiridada, per invasata, oghiadori per iettatore; ma vengono chiamati con il loro nome e cognome, cui sempre si premette ziu o zia in segno di rispetto; talvolta viene usato anche l’appellativo di homini santu o femina santa.
Pur essendo tutti, ciascuno nel proprio settore, considerati guaritori (secondo il principio che le malattie sono originate da spiriti o essenze cattivi), colui o colei che ha la capacità (o, come si dice, sa forza) di guarire comandando agli spiriti maligni, così pure essi possono ammalare, comandando gli stessi spiriti a intervenire. In poche parole: chi ha il potere di sciogliere ha anche quello di legare; pertanto chi pratica la magia bianca può anche usare la magia nera.
Tali operatori, secondo la credenza popolare, sono dotati di poteri sovrannaturali, per concessione di Dio o del Diavolo, su intercessione di santi o di diavoli minori, pur essendo all’apparenza persone comuni. Una delle caratteristiche che viene loro attribuita è quella di possedere una particolare “energia fluidica”, positiva o negativa, che essi possono comunicare anche a distanza, ma che da essi si sprigiona con maggior efficacia attraverso i sensi della vista e del tatto. Da qui l’usanza di far toccare da chi ha fama di essere oghiadori, iettatore, la persona o l’animale che siano stati involontariamente guardati e ammaliati. Da qui anche deriva la tecnica terapeutica della imposizione delle mani, la pranoterapia, che è pratica assai diffusa riservata specialmente ai guaritori che possiedono un particolare fascino magnetico, chiamato umbra de caloru, che si potrebbe tradurre con “fascino di serpente”.
E’ propria del sacerdote l’imposizione della mano in segno di benedire, conferire un crisma, liberare o preservare dal male: un gesto rituale comune tra i “potenti”.


S’HOMINI SANTU
IL GUARITORE

Nelle comunità dei Campidani, per indicare un guaritore che cura con arti magico-religiose non si usano mai i termini bruxu o mazina, indovino o fattucchiera, che operano con le arti demoniache della magia nera, sia nel divinare che nel legare o nello sciogliere mediante fatture e controfatture (mazinas e contramazinas), ma viene generalmente chiamato con rispetto homini santu.
La medicina, che nasce come magia, rimane ancora oggi correlata alla religione. Il “sovrannaturale” regge e governa il “naturale”, mentre questo evidenzia e concretizza quello. Medicina e religione traggono la loro sostanza dalla magia. Cosicché il sacerdote e il medico sono praticamente due guaritori. Uno cura il corpo e l’altro l’anima; e così come i confini tra la sfera del fisico e dello psichico si confondono, così pure tendono a confondersi le competenze dei due guaritori, sacerdote e medico.
Gli strumenti dell’attività terapeutica da essi svolta sono principalmente l’acqua e i numerosi riti ad essa correlati (aqua licornia, aqua abrebada, aqua patena, aqua santa), quindi gli amuleti e i talismani (pinnadeddus, sabegias, pungas, scriptus, ecc.) e ancora s’affumentu, il suffumigio magico.
Nelle antiche credenze popolari si riteneva che le malattie, il malessere, provenissero da spiriti cattivi e la salute, il benessere, da spiriti buoni. Ne consegue che medici e guaritori avrebbero la capacità di comunicare con gli spiriti, conoscerebbero l’arte di dominarli o di convincerli con la forza o con l’intelligenza ad intervenire per raggiungere i loro scopi.
E’ da tenere presente che chi possiede l’arte di “guarire” possiede pure quella di “ammalare”; perciò medici e guaritori da un lato sono ricercati e apprezzati, ma da un altro lato sono temuti.


SA BRUXA
LA FATTUCCHIERA

Is bruxas, le fattucchiere, rientrano anch’esse nel novero delle attività magico-terapeutiche, poiché in definitiva si occupano di risolvere problemi inerenti la salute fisica o psichica che possono affliggere i componenti della comunità. Lo scopo ultimo di ogni attività è l’armonia generale, il benessere di tutti e di ciascuno. Pertanto vanno sanati tutti questi squilibri, anche del singolo, che si riflettono negativamente sulla comunità, con interventi che potrebbero persino sembrare punitivi e dannosi come le fatture.
Il termine bruxa (bruxu al maschile) può sostituirsi con quello di mazina (senza maschile); mentre i riti che esse compiono si chiamano bruxerias o mazinas, che sono appunto sinonimi di fatture (ligamentus) e di controfatture (sciollimentus).
Bruxas e mazinas sono quindi propriamente fattucchiere. La loro attività consiste nell’aiutare chi, nell’amore o nell’odio, ha un problema che non riesce a risolvere da solo e ha bisogno di ricorrere alle arti magiche. Per esempio un innamorato tradito che vuole vendicarsi. Ci sono numerosissime fatture (ligamentus): per dare o togliere vigore sessuale; per ammalare o guarire; po cugurrai, neologismo per iellare; e così via.


SA COGA
L’INDOVINA

Il termine coga (cogu al maschile) indica comunemente colei che indovina. Chiunque, in un dato momento può essere cogu o coga, può indovinare alcunché in virtù di un sogno o di una celeste rivelazione o semplicemente per una propria ignota virtù.
Ma coga è ritenuta veramente colei che mostri di possedere in modo cospicuo la virtù di indovinare; per cui a lei si rivolge chi nella comunità è assillato da un dubbio e vuole avere una certezza. Parenti e amici lontani dei quali non si ha notizia da tempo e si vuol sapere che fine hanno fatto. Innamorati che ardono dal desiderio di sapere se il loro sentimento è corrisposto. Spose che desiderano sapere se avranno dei figli e quanti, o se il parto sarà felice o se il nascituro sarà maschio. Animali pregiati o oggetti preziosi, smarriti o rubati, per i quali si vuole sciogliere il dubbio su quella che è la loro sorte. A tutti questi interrogativi e a ogni altro sa coga (o su cogu) sa dare una risposta restituendo pace e serenità a un’anima in pena.


SU SCONGIURADORI
L’ESORCISTA

La cronaca giornalistica registra negli Anni 70 le vicende boccaccesche di un sacerdote esorcista, il quale si spostava periodicamente nei paesi della sua zona per operare guarigioni. Si era specializzato in vergini isteriche - quei soggetti cui allo sfogo dei tradizionali brufoletti si aggiungeva irrequietezza psichica, sfociante in crisi mistiche. Ma dato che il nostro prete prediligeva compagnie particolari, egli curava soltanto le fanciulle invasate che avessero fratelli piacenti.
Nell’agiografia del sant’uomo, si narra che egli sia stato chiamato in un certo paese per un caso urgente. Una diciassettenne veniva perseguitata da un demonio concupiscente che non le dava requie. Durante la notte, il demone aveva la sfacciataggine di trasformarsi in un marcantonio e di infilarsi sotto le sue lenzuola. La poveretta doveva soggiacere contro voglia alle turpitudini del demone, e questo la prostrava tanto da toglierle ogni forza per accudire durante il giorno alle faccende domestiche. Un fenomeno che, oltre ad essere immorale, era negativo per l’economia familiare.
Il sacerdote - si narra ancora - giunse nel tardo pomeriggio, accolto con tutti gli onori dalla famiglia. Egli si accinse subito all’opera visitando uno per uno i componenti. A esame effettuato, disse: «Qui, miei cari, il demonio non ha invasato il corpo della ragazza, ma del suo fratello. E’ lui che bisogna esorcizzare. Sarà una faccenda difficile e lunga. Ma con l’aiuto del Signore e dei Santi Apostoli Pietro e Paolo ce la faremo. Intanto lasciatemi solo con il ragazzo, prevedo una storia lunga, in camera sua, non prima di averla fornita delle cibarie occorrenti, dato che il mio compito potrebbe prolungarsi per diversi giorni».
Così fu fatto. Per cinque lunghi giorni il guaritore lottò contro il demone lascivo che si era impadronito del contadinotto, e alla fine riuscì a sfiancarlo. Di quanto dura dovette essere la tenzone ne faceva testimonianza il volto sofferto del sacerdote, dagli occhi fondi cerchiati. Il ragazzo appariva completamente vuotato e ripulito da ogni demoniaca possessione. E per un mese buono la fanciulla dormì sogni tranquilli.
Il demone concupiscente - si narra infine - riprese a molestare la fanciulla allo scadere del mese. Nuova chiamata al celebre guaritore. Nuovo esorcismo e nuova severa punizione al demone del ragazzo.


S’HOMINI DE SU CONTRAVELENU
L’UOMO DELL’ANTIDOTO

Il contadino M. possiede alcuni ettari di terra da grano, cavallo e carretta. Abita una casupola di mattoni crudi in una stradetta buia e fangosa di periferia - appena prima di uno dei tanti letamai pubblici che circondano l’abitato di questo paese dell’Oristanese. L’uomo è piccolo, mingherlino, con occhi grigi a spillo in un viso furbo. Siede davanti al camino acceso, in compagnia delle due sue figliole, approssimativamente di sedici e vent’anni. E’ vedovo da alcuni anni e, avendo due figlie femmine che badano alla casa e a lui , non si è risposato.
M. cura con su contravelenu, l’antidoto, le punture o i morsi di animali velenosi o ritenuti tali dalla credenza popolare. Su contravelenu consiste in un sacchetto di pelle, simile a certi scapolari che contengono reliquie di santi o scritti magici di antico uso per preservare dai malanni o dalle palle dei carabinieri. Nel caso di su contravelenu, il sacchetto contiene resti di insetti e di rettili mummificati. Il guaritore lo tiene appeso al collo e non lo lascia mai: specialmente in campagna qualcuno può averne urgente bisogno.
Dice: «Io l’ho conosciuto da mio padre. Da quando lui è morto vengono da me a cercarlo. Chiunque può farlo e può usarlo, purché ne abbia sa voluntadi, la volontà. Si deve preparare in tempo di luna giusta, quando sta per finire. Si va in campagna e si cerca e si prende una testa di vipera, de rana pabeddosa, di rospo, una testa de pistilloni, di geco, e una pettapudiga, una blatta... Unu de cussus zerpius nieddus chi tenint fragu malu, uno di quegli animaletti neri che hanno brutto odore. Poi si lasciano seccare queste teste con la lingua fuori e si chiudono nel sacchetto. Qualunque animale velenoso che faccia male ad anima bia, (anima viva, nel linguaggio comune significa persona vivente e si contrappone a anima morta, l’anima del defunto - per lo più dannato - che vaga sulla terra - ndA), questa viene guarita mediante su contravelenu. Si impone strofinandolo per tre volte in segno di croce, prima sulla terra e poi nella mano o nella faccia o in qualunque altra parte del corpo dove abbia morso l’animale velenoso. Se ci viene molta gente? Altro che, se ne vengono! Io non lo nego a nessuno...»


S’OGHIADORI
LO IETTATORE

Il dare malocchio, su liai ogu, più che una attività potrebbe definirsi una attitudine: una capacità extrasensoriale come quella del telepate che comunica con la mente.
S’oghiadori, lo iettatore, è colui il quale, anche inconsapevolmente, produce danni alle persone, agli animali o alle cose che sono cadute sotto il suo sguardo.
Come in tutti i mestieri - ma qui in modo molto più marcato - le capacità professionali ci sono veramente se gli altri le riconoscono. Non si può essere un eccellente oghiadori se la gente della comunità non crede nelle sue capacità di “porta-sfiga” e non si premura, la stessa gente, di “passare parola”, riferendo sui molti e significativi casi in cui si è manifestata potente la malia.
“La Patente” del Pirandello è la storia di uno iettatore che si batte per ottenere, da parte delle autorità costituite, il riconoscimento ufficiale a esercitare la professione. Con tutti i benefici economici e sociali che da questa derivano. Un riconoscimento da riproporre in non pochi casi di oghiadoris, in alcun nostre comunità.


SA SPIRIDADA
L’INDEMONIATA

Is ispiridadas, le invasate da spiriti, costituivano una categoria influente nel campo della medicina popolare, dato anche il loro numero limitato. Esse avevano la funzione di svelare le cause di mali oscuri per lo più causati da fatture, mali che i comuni guaritori non erano riusciti a risolvere. Ma assai più spesso le consultazioni a is ispiridadas, che possiamo definire di tipo oracolare, avevano lo scopo di conoscere trame esistenziali segrete, amori corrisposti o non, esiti di viaggi o di investimenti patrimoniali, nonché notizie su oggetti di valore smarriti o rubati o su persone care lontane o scomparse. Specialmente predizioni sul futuro.
La funzione e l’attività delle spiridadas in Sardegna ricorda quelle delle famose sacerdotesse del dio Apollo, quali la Pitia di Delphi o la Sibilla di Cuma. Pur senza eguagliare la fama degli oracoli greci e romani dell’antichità, in tempi moderni, in Sardegna, operava sa spiridada de Masuddas, la divinatrice di Masullas. Ancora qualche decennio fa, i supplici, con i loro cestini colmi di regalie, facevano la fila per sentire l’oracolo.
Come è noto, nell’antichità, un sistema di consultazione oracolare era quello della incubazione (incubatio sacra), consistente nella pratica di stendersi a dormire e attendere la risposta della divinità mediante il sogno. Sa spiridada de Masuddas, dal canto suo, usava rispondere ai postulati mettendosi a letto a dormire, e nel sonno parlavano per bocca sua gli spiriti che aveva in corpo, rispondendo alle domande dei questuanti.
Sempre in tempi recenti, era nota anche una spiridada, una divinatrice, che operava nella città di Oristano.


S’IMBODDICCHERI
IL TRUFFATORE

«Un volantino - che circola insieme ad altri illustranti l’attuale difficile congiuntura economica, le benevolenze della Dante Alighieri, l’efficacia del vaccino Sabin - avverte che «Dopo un lungo giro in Italia, si è stabilito con successo a Marrubiu il “fenomeno”, il più grande sapiente Cavaliere dell’Accademia di San Giorgio di Antiochia, direttore generale dell’Accademia dell’Alta Cultura... studioso di Scienze Occulte e Psicologia Applicata; Apostolo dello spirito, premiato con Medaglia d’Oro per Alti Meriti Scientifici.»
Il “fenomeno” si è stabilito a Marrubiu per mettere a disposizione di tutti la sua “Scienza Occulta” e la sua “Psicologia Applicata”, in cambio di sole cinquecento lire a seduta.
Quali problemi e quali drammi sia in grado di risolvere e di appianare, si apprende leggendo il manifesto: «Spiega scientificamente qualsiasi notizia di parenti vicini e lontani, matrimoni, affari di commercio. Dà tutte le spiegazioni del vostro passato, presente e futuro, malattie, prigionieri, ecc.. Vi spiegherà quale dovrà essere il compagno della vostra vita per evitare vedovanze o separazioni, vi dirà quali sono i mesi propizi per non sbagliare i vostri affari; quale sia il vostro destino nella vita terrena, l’anno propizio per i vostri studi, se sarete promossi. Anche senza essere presente la persona, spiega il suo destino e i mali che lo affliggono.»
Non c’è poi troppo da meravigliarsi di tanta capacità divinatoria in un “Direttore” sia pure “Regionale” dell’Accademia dell’Alta Cultura, eccetera eccetera. La meraviglia è che costui, il “fenomeno”, sia regolarmente autorizzato dalla Questura. Questa “regolare” autorizzazione può significare soltanto due cose: o che alla Questura si autorizzano le truffe organizzate ai danni della gente sprovveduta; oppure che nello stesso luogo si crede, come può credere l’ultima delle pinzochere, alle fenomenali capacità del «Direttore Regionale dell’Accademia dell’Alta Cultura».159


S’ACCONCIAOSSUS
L’AGGIUSTAOSSA

S’acconciaossus, letteralmente l’aggiustaossa, era un’attività terapeutica specialistica, quasi esclusivamente praticata dalle donne, assai diffusa nelle nostre comunità, il cui scopo era quello di guarire lussazioni, distorsioni, slogature e anche fratture semplici. Attività medicale oggi di competenza dell’ortopedico.
Is accoanciaossus erano principalmente donne di mezza età, che mostravano una grande conoscenza del corpo umano, in quanto capaci di riportare allo stato normale ogni distorsione o slogatura. E ciò che più stupisce è che alla loro abilità terapeutica aggiungevano una sensibilità e levità nelle mani tali da non provocare quei dolori lancinanti che solitamente si provano quando si rimette in sesto un’articolazione.
S’acconciaossus in realtà era una antesignana dell’attuale fisioterapista, con le capacità del traumatologo e dell’ortopedico. Un sistema molto usato per ottenere una leggera ingessatura intorno all’articolazione di un malleolo, appena riassestato, era quello di spalmare abbondantemente la pelle con una emulsione di albume d’uovo ricoperto di stoppa di lino a sua volta fasciata stretta da una benda di cotone. Asciugandosi, l’albume diventava una crosta che immobilizzava piede e caviglia, una sorta di ingessatura.
Sempre, nell’acconciaossus, vi era la conoscenza della fitoterapia e veniva spesso richiesta dalla gente la sua opera medicale sui centomila malanni che affliggono l’umanità, che lei curava con decotti e impiastri di erbe. Trovavano così rimedio le orticarie e le stipsi, le anemie e le ipertensioni, le emorroidi e i raffreddori, le impotenze e le febbri.
Per quel che riguardava i disturbi provocati da malocchi o fatture, come gli spaventi, il mal di testa, l’anoressia e le artrosi, anche gravi, ci si rivolgeva a una categoria di guaritori del settore magico.


SU FRABOTU
IL FLEBOTOMO

“Fino all’inizio del secolo scorso, al tempo del re Carlo Felice, i malati venivano curati dal flebotomo, che era un praticone, senza studi, abilitato per far salassi, enteroclismi, cavare denti, preparare e frizionare unguenti, preparare decotti o suffumigi, applicare cataplasmi, sparadrappi e vescicanti, estirpare calli, eccetera. Era un’arte quasi sempre ereditaria, come dice il proverbio: «Figlio di gatto acchiappa topi». Era sempre accoppiato all’arte del barbiere e, all’occorrenza, alla funzione del paraninfo.
Quando poi venne fondata “l’Università degli Studi grandi” e vennero fuori i dottori in medicina, laureati, il flebotomo venne detronizzato, umiliato e ridotto a far da tirapiede (assistente, infermiere, esecutore di ordini) al “dottore” e non poteva fare quasi più nulla di testa propria.
Anche allora, il malato che non riusciva a campare... moriva!

Il flebotomo, a causa della sua arte, era di carattere gioviale, scherzoso, ma rispettoso e complimentoso, confidenziale, faceva coraggio al malato, narrando raccontini allegri, del tipo dei contus de forredda160 di buona memoria, e si portava bene con tutti, affabile, con abbondanti saluti, allegro, cordiale, sempre beneaugurando salute...
Per la sua opera, il flebotomo veniva compensato con un salario posticipato, all’epoca del raccolto, cun su nuzzu161 in natura, in grano o in vino, e con regalie occasionali, gli extra per prestazioni d’opera straordinarie, doni sempre graditi, desiderati, attesi...
Il flebotomo si portava bene con tutte le famiglie benestanti, che lo tenevano in grande considerazione e lo chiamavano con maggior frequenza, anche per cosette di poco conto e a volte soltanto per conoscere le novità. Egli si prestava, in caso di bisogna, ad andare fin nelle ore più tarde della notte, sempre pronto, volenteroso, per prestare la sua opera indispensabile, prodigiosa, umanitaria... Deus si ddu paghit! - Dio gliene renda merito!
Ci furono flebotomi rimasti famosi per la loro straordinaria abilità dimostrata, che il popolo ricorda ancora quasi con un senso di venerazione e rispetto.
Il flebotomo del paese - Signò Sperandiu Trattagasu - viene chiamato d’urgenza dalla testa più grossa - il sindaco, Bissenti Luisu Marrangoni - per una piccola indisposizione allo stomaco. Il flebotomo corre premuroso, con gli attrezzi del mestiere, per prestare la sua opera. Era un giorno di festa - il primo dell’anno - quindi un giorno di auguri di precetto e di... invito a bere.
Il flebotomo capisce subito qual è la causa del malessere e provvede di conseguenza. Prepara il clistere a pompa, da mezzo litro, con acqua tiepida e sapone ben sciolto, e quando il malato è messo nella giusta posizione, Signò Sperandiu Trattagasu, con le maniche della camicia rimboccate e con tutto rispetto, gli infila su stricaoru, la cannula, accompagnando l’operazione sanitaria con l’augurio di prammatica, solenne e fervido, in lingua forestiera: «E con questo, Signò Sindico, gli auguro Buon Capo d’Anno!»
Come si può facilmente comprendere, non si poteva trovare momento più indovinato per infilare l’augurio tradizionale; tanto più che si trattava di complimento ricambiato da pari a pari, vale a dire tra la prima Autorità del paese e il primo Guaritore, ossia, come si diceva a quei tempi: «Tra noi graduati...!!!»”.162


SA SRANGADORA
LA SALASSATRICE

Sa srangadora, alla lettera la salassatrice,163 è una meiga, una medichessa, che alla bisogna salassa un paziente per scopi terapeutici, secondo una moda assai diffusa nel passato anche recente.
Sa srangadora - versione femminile del flebotomo, il cerusico-barbiere-tuttofare - operava il salasso con l’applicazione di un certo numero di sanguineras, sanguisughe, in certe parti del corpo.
Is sanguineras, che vivono nell’acqua, si trovavano facilmente anche negli abbeveratoi all’uscita o all’ingresso del paese, dove si dissetavano gli animali da lavoro, o da allevamento, buoi, cavalli o pecore. Per prenderle era sufficiente immergere i piedi nei vasconi e attendere che vi si attaccassero.
Dopo adempiuto il loro compito sul paziente da salassare, is sanguineras, le sanguisughe, venivano staccate e messe nella cenere per essere vuotate dal sangue.
A causa della presenza di questi animali si raccomandava sempre di non bere acqua dai fossati “a boixeddu”, chinandosi a bere come gli animali, ma raccogliendo l’acqua in una pala concava di ficodindia debitamente ripulita dalle spine, oppure più semplicemente nel cavo della mano.


SU MEIGU E SU MEIGADORI
IL MEDICO E IL GUARITORE

Su meigu è il medico in senso generico, colui che cura le malattie, e indica non tanto su dottori, colui che ha il titolo e l’autorizzazione da parte delle autorità costituite a esercitare l’attività, ma specialmente il medico del popolo, colui che avendo la fiducia della gente cura diversi disturbi che, tra l’altro, non rientrano tra le malattie previste nella medicina ufficiale… Meigu e meiga sono pertanto i guaritori e le guaritrici, i cosiddetti hominis o feminas de mexina, hominis sanctus o feminas sanctas, esperti in arti magico-terapeutiche che operano al di fuori della ufficialità, ma che hanno un grande seguito nelle comunità in cui operano - a dimostrazione che assai spesso la terapia non strettamente legata alla fede (e fiducia) del malato nel terapeuta, nella terapia e nella guarigione non sortisce alcun effetto positivo, mentre sprigiona i suoi effetti negativi, i cosiddetti “effetti collaterali”, che sono molto spesso prodotti chimici venefici per l’organismo umano.


SU DOTTORI
IL MEDICO

Su dottori est su meigu de su Comunu, a disposizioni de totu sa Comunidadi, chi hiat a deppiri curai sa genti sene dinai, il dottore è il medico del Comune, a disposizione di tutta la Comunità, che dovrebbe curare la gente gratuitamente. Dipende dall’ufficio del medico provinciale che attribuisce nomine e incarichi nei diversi comuni, o consorzi di piccoli comuni, all’interno della propria giurisdizione. Viene detto medico condotto e ufficiale sanitario.


SU POTECARIU
IL FARMACISTA

Su potecariu, è il farmacista, l'esperto in farmacopea, colui che gestisce sa potecaria, la farmacia, ovvero il laboratorio dove si preparano (e si vendono) i farmaci su indicazione scritta de su dottori, del medico condotto o ufficiale sanitario, il quale ha il titolo ed è autorizzato a fare la diagnosi della malattia e a prescrivere la terapia che egli, in “scienza e coscienza”, ritiene valida - se la terapia non risultasse valida e il malato dovesse defungere, il medico non porta pena: ci mancherebbe altro!
In passato su potecariu, il farmacista, era anche detto speziale, poiché nella sua bottega si manipolavano e si vendevano anche le spezie, alle quali si attribuivano proprietà terapeutiche, in specie stimolanti o sedative.
Attualmente, su potecariu, il farmacista, ha quasi esclusivamente il ruolo di rivenditore specializzato di farmaci già confezionati, prodotti dalle industrie farmaceutiche, vere e proprie “multinazionali”, che hanno il monopolio del controllo (della gestione e dello sfruttamento) della salute o meglio delle malattie - che lo stesso sistema di potere contribuisce a produrre, alimentare e diffondere. Per poter curare, appunto. Il monopolio dei farmaci è un business di migliaia di miliardi basato sulla speculazione, sullo sfruttamento delle disgrazie e del dolore in seno all’umanità; bollando così di barbarie e di infamia questa civiltà del denaro, che non conosce valori di fratellanza, pietà, solidarietà, disinteresse: in definitiva incapace di amare.


SU VETERINARIU
IL VETERINARIO

Su veterinariu est su meigu o dottori de is animalis, il veterinario è il medico degli animali, e cura prevalentemente gli animali da lavoro, buoi, cavalli, asini; quelli da cortile, maiali, conigli, galline, tacchini, anatre; da allevamento, pecore, capre. Fino a qualche anno fa il veterinario aveva vita difficile, dato che il pastore o il contadino si rivolgevano a un guaritore per prevenire e curare le malattie degli animali da lavoro, da allevamento e da cortile.


S’ACABADORA
COLEI CHE PRATICA L’EUTANASIA

Il diritto al morir bene

Eutanasia (dal greco èu = bene + thànatos = morte) significa “morir bene”, e, per estensione, “morire dolcemente” o anche “morire a tempo debito”. Nell’antichità, quando la natura non provvedeva a dare al moribondo “una morte rapida e dolce”, oppure non provvedeva a eliminare il vecchio o il nascituro “gravemente impediti” e socialmente inutili con “una morte a tempo debito”, interveniva la comunità, per mano di familiari o parenti o più frequentemente di addetti alla bisogna. Nel primo caso si configurava una “eutanasia agonica”, nel secondo una “eutanasia eugenica”.
Il Pettazzoni, in “Revue d’ethnographie et de sociologie”,164 scrive: «Sappiamo che presso i Sardi i vecchi che avevano oltrepassato i settanta erano sacrificati a Kronos dai loro stessi figli, i quali armati di verghe e di bastoni, a forza di percosse spingendoli sull’orlo di fosse profonde come baratri, barbaramente li uccidevano; e la crudele operazione accompagnavano con risa inumane».
Nel brano citato, il Pettazzoni dà così notizia dell’uso della “eutanasia eugenica” praticata in Sardegna in periodo precristiano. Il fenomeno non ha nulla di eccezionale. Ciò che appare frutto di fantasia, non disgiunto da “animus” razzistico, è la descrizione di come i vecchi improduttivi e “inutili” venivano soppressi - in modo barbaro e inumano.
E’ noto che l’“eutanasia eugenica” era diffusa nel mondo antico: costituiva una istituzione legale, moralmente lodevole, praticata non solo a Sparta e a Roma (città che avevano il culto della efficienza bellica), e apprezzata non soltanto da Platone: «Coloro che non sono sani di corpo li si lascerà morire». Anche in tempi recenti, tale pratica viene conservata presso popoli definiti “primitivi” - come tra gli Indiani d’America dove gli anziani (che pure avevano goduto di grande prestigio e di privilegi sociali nella loro tarda età), giunti all’estremo limite della loro vita, si lasciano morire d’inedia in solitudine.
Nel mondo definito “civile”, l’”eutanasia eugenica” è scomparsa come istituzione dopo l’avvento del Cristianesimo ed è moralmente riprovata e condannata dalle leggi. Tuttavia, in altre forme, più “scientificamente” barbare e incivili, è ancora diffusa in tutto il mondo. Basti pensare al genocidio degli Ebrei durante la seconda guerra mondiale, dei Palestinesi e altri popoli dell’America e dell’Africa, attualmente. Si vuol dire che contrariamente alle affermazioni di principio, cristiane e umanitarie, nelle società cosiddette “civili” i vecchi vengono spesso abbandonati a se stessi, lasciati a morire d’inedia e in solitudine. Frequenti i casi, riportati nelle cronache dei giornali, di “pensionati” trovati morti nelle loro squallide e deserte abitazioni, senza che nessuno abbia assistito alla loro impietosa morte - neppure per aiutarli pietosamente a “morir bene”.

Ancora sul tema della “eutanasia eugenica” in Sardegna, nell’opinione della gente, la grande differenza quantitativa di bambini handicappati tra il passato e il presente ( e ancora oggi tra la città e i paesi dell’interno) sarebbe dovuta anche al fatto di essersi in parte conservata la pratica della “eutanasia eugenica”. Alcune donne riferiscono, come propria esperienza o per sentito dire, che is levadoras (o maistas de partu), come venivano chiamate le anziane dei nostri villaggi che aiutavano le donne a partorire, quando la creatura che veniva alla luce presentava gravi malformazioni, “la aiutavano a morire” - senza che alcuno, tanto meno la madre, ne venisse informato. In tali pietosi casi, sa maista de partu, l’ostetrica, annunciava che la creatura era nascia morta, nata morta, e rientrava nella casistica de is istrumingius, degli aborti.
Pare che tra i Sardi fosse anche praticata, fino a tempi relativamente recenti, l’“eutanasia agonica”, per evitare al moribondo le sofferenze di una lunga agonia. Il mistero che circonda tale pratica, e quindi la mancanza di notizie precise, è comprensibile: sia perché la pratica era condannata dalle leggi, sia per la discrezione dovuta in un compito di tanta gravosa “pietas”.
Alla questione accennano molti storici. Tra questi padre Vittorio Angius165 nel “Dizionario” del Casalis166: «In qualche luogo della Diocesi cagliaritana - egli scrive - non sono talmente perdute certe superstizioni - che una inumana pietà non sa stimare empie - volte ad abbreviare le agonie di un infelice. Levansi via via dalla stanza croci e simulacri e immagini e viene egli spogliato, quando abbiano, degli scapolari sacri di qualche ordine religioso e delle scatolette che abbiano qualche reliquia. Tanto perché? Perché si crede che esse valgano ad impedire l’anima nella partenza e prolungare le sue sofferenze. Ove poi in breve tempo non estinguasi il loro carissimo, si giunge al rimedio che stimano, per efficacia, supremo: sottopongono e adattano alla di lui cervice il giogo di un aratro o di un carro».
Esauriti i tentativi di ordine magico-religioso (privando il moribondo di ogni sostegno vitale di natura trascendentale), per facilitarne il trapasso entra in scena s’acabadori o s’acabadora: colui o colei che nella comunità aveva il compito di praticare l’“eutanasia agonica”.
Più esplicito è il Domenech167: «Dopo aver curato i malati con tutta la devozione possibile, i Sardi non potevano vedere rassegnati il prolungarsi delle torture dell’agonia e, per farla cessare prima, ricorrevano all’ausilio delle acabadoras (ucciditrici), che finivano gli agonizzanti soffocandoli».
Per indicare le persone addette a facilitare il trapasso ai moribondi si conoscono in lingua sarda due termini: il logudorese accabbadoras168 esclusivamente al femminile plurale, e il campidanese acabadori/a, chiaramente ripreso dallo spagnolo “acabar” = finire, estinguersi, morire.


CAPITOLO DECIMO

SA MERI DE DOMU
LA PADRONA DI CASA

Presentazione

Uno spazio a sé, nelle attività proprie dell’economia contadina, merita quella di sa meri de domu, che meglio e più appropriatamente non riesco a tradurre se non con “la padrona di casa”. L’attuale termine casalinga non rende affatto la figura della donna di un tempo, della madre di famiglia, sulla quale gravava l’onere, la responsabilità e la fatica di organizzare la casa, di educare i figli e di amministrare saggiamente il patrimonio familiare, cospicuo o misero che fosse.


IS FAINAS DE SA MERI DE DOMU
LE ATTIVITÀ DELLA PADRONA DI CASA

Tanti e tanti erano i compiti e le mansioni de sa meri de domu che a elencarli e a descriverli tutti occorrerebbe un volume a sé. Una valutazione che voglio esprimere qui, subito, chiaro e tondo, è che le donne d’oggi, sono si libere da una così grande responsabilità, da una siffatta mole di lavoro, da un così gran numero di impegni, ma non possiedono certo tanta autorità e dignità sociale e morale, e anche l’acquisizione di capacità di realizzare e di realizzarsi. Oggi, mi pare, la donna tende a realizzarsi (il termine da usare sarebbe “gratificarsi”) nel consumismo - acquistando ciò che il mercato del superfluo offre con l’adescamento più abietto.

Sa meri de domu sapeva già da bambina che sarebbe diventata sposa e madre. Era il suo sogno, la sua vocazione, la sua ambizione. Il matrimonio, non tanto come sacramento, ma come unione di coppia, era una cosa seria; e la dedizione, la fedeltà e l’amore allo sposo erano valori che davano uno scopo alla sua vita.
Così l’amore per i figli, i sacrifici per farli nascere, per allevarli ed educarli per farli crescere buoni e sani e con buoni e sani principi.
Una parte del tempo de sa meri de domu è dedicato al marito, sia in casa che al lavoro, in campagna, e ai suoi figli, siano ancora pochi o siano già tanti. Per lo sposo ella si fa bella, piacente e amante, per dargli gioia e piacere. Dopo la fatica del giorno, prima del riposo della notte, c’è un momento di intimità, di parole dolci, di piacere per entrambi gli sposi.
Per i figli ella si affatica instancabile tutto il giorno e spesso restando sveglia la notte, per dar loro cibo e vestiti e badare ogni momento a ciò che fanno, e per curarli quando stanno male.
Ella tiene in ordine la casa e la roba, stira e cuce. Cucina la cena e gli prepara su pappai, il mangiare, che porterà in campagna per il pasto di mezzogiorno. Ella si leva di buon’ora, prima che il suo uomo esca, all’alba, per andare a lavorare. E mentre egli appalat su giù, dà la paglia al giogo di buoi, lei mette la caffettiera sul fuoco per fargli bere qualcosa di caldo e gli prepara la bisaccia con il pane e su ingaungiu, il companatico (di solito formaggio o salsiccia) con la zucca del vinello.
Subito dopo s’orbescida, l’alba, appena comincia a far luce, sveglia i figli più grandicelli affinché le diano una mano nel lavoro domestico. Essi devono aiutare nell’accudire i più piccoli e collaborare nel compito di mundai sa cortilla, spazzare il cortile.
Quindi prepara il pasto per gli animali, la crusca impastata con l’acqua, quando non c’è il siero, l’orzo e le granaglie di scarto.
Un tempo, gli animali che si allevavano in casa erano tanti. Principalmente galline e conigli, ma anche anatre, oche e tacchini - per non dire del maiale che aveva bisogno di maggiori cure e di un’alimentazione particolare. Gli animali da lavoro, di solito un giogo di buoi e un cavallo, durante il giorno non erano sotto la loro tettoia ma nei campi ad arare.
Dietro la casa di abitazione vi era l’orticello, un fazzoletto di terra largo una quindicina di metri e profondo sette od otto. Di solito vi crescevano un fico e un limone, e vi erano coltivati le verdure e i condimenti utili alla alimentazione familiare. Tra le verdure: le bietole, la cicoria, i cavoli, le lattughe; e tra i condimenti: l’aglio, la cipolla, il prezzemolo, il basilico, nonché l’origano, il timo e il rosmarino. La cura di questo orticello era affidata alle donne. Tutt’al più il padrone di casa preparava su pranteri, il semenzaio.
Nell’economia autarchica della famiglia contadina circolavano pochissimi quattrini. Pertanto era da evitare l’uso di prodotti che si acquistavano in bottega. Tuttavia vi erano oggetti della utensileria da cucina, pentole, stoviglie e altro, e così pure il vestiario, che non potevano essere fatti del tutto in casa e quindi si era costretti ad acquistarli in negozio, pagando con i soldi. Se non c’erano soldi, si pagava con prodotti di scambio, come il grano o le uova o la frutta. I prodotti acquistati dovevano durare possibilmente tutta la vita.
Si comprende così la cura che sa meri de domu riservava alla biancheria e al vestiario. Un paio di calzoncini di uno dei ragazzini e un vestitino di una delle bambine che si fossero strappati accidentalmente o che si fossero bucati perché divenuti lisi a furia di usarli, venivano rammendati e rattoppati più volte, anche con un panno di diverso colore, se non ce n’era di uguale. E quando diventavano stretti, passavano al fratellino o alla sorellina più piccoli. Devo dire - ricordando i miei scolari - che un abitino così aggiustato appariva gaio come il costume di un Arlecchino.
In particolare nelle ore morte del pomeriggio e in ogni altro momento di pausa, sa meri de domu si dedicava al cucito, sedendo nell’angolo più illuminato della cucina.
Tra le attività ricorrenti c’era quella detta de iscudi, di spolverare. Veniva detta sa Cida de Iscudi, la Settimana Santa, letteralmente “la settimana dello spolverare”. La definizione trae origine dal lavoro di “scuotimento” (l’azione dello spolverare) che la massaia fa in casa nel periodo che precede sa Pasca Manna, la Pasqua di Resurrezione, in occasione delle grandi pulizie dopo l’inverno - lavoro di pulizia molto particolareggiato specialmente nella cucina, dove ai quattro muri sono appesi gli utensili più disparati, dalle pentole agli spiedi, dalle corbe ai crivelli e la polvere più facilmente si annida.
Turrai e molliri cixiri e orgiu po fai su gaffei, tostare e macinare ceci e orzo per fare il caffè, erano attività quotidiane de sa meri de domu.
Cixiri e orgiu beni purgaus, ben ripuliti dalle impurità, venivano messi separatamente in su turradori, nel tostatore, per essere brustoliti. Su turradori consisteva in un cilindro di lamierino cui era fissato un lungo manico, con uno sportellino per mettervi dentro i semi da tostare.
Prugai e molliri sa fa po su giù, pulire e macinare le fave per il giogo dei buoi, era un altro dei tanti compiti spettanti alla padrona di casa e alle figlie grandette. Non dimentichiamo che su meri de domu, il padrone di casa, durante il giorno lavorava in campagna, lontano dal paese, e spesso portava con sé i maschietti più grandi, in grado di reggere la zappa.
In ogni cortile di casa contadina, appesa al muro sotto la tettoia, stava sa caxitta po molliri sa fà, l’attrezzo per macinare le fave, che le frantumava senza polverizzarle, facilitandone la masticazione agli animali, specie ai buoi che hanno una dentatura particolare.
Le fave spezzettate venivano di solito mischiate alla paglia costituendo una alimentazione nutriente e corroborante.
Il compito di girare la ruota del volano di questa sorta di macina era riservato ai bimbi di ambedue i sessi, che ben volentieri e a gara vi si applicavano. Ma era pur sempre la mamma che sovrintendeva e vegliava affinché il lavoro non degenerasse in un gioco che poteva compromettere il prezioso alimento per gli animali da lavoro.
Era un fatto abbastanza comune per il contadino, anche nei Campidani, possedere un piccolo gregge, anche di una decina di pecore soltanto. Quando non poteva accudirle da sé, e questo era il caso più frequente, le affidava in custodia a un parente o a un amico che svolgessero l’attività di pastore, e costui gliele accudiva mettendole insieme alle altre pecore del gregge.
Tale pur piccola proprietà significava un grosso risparmio: avere l’agnellino da arrostire per Paschiscedda, per Natale, e una morbida pelliccia da usare come scaldino sotto il lenzuolo o come scendiletto; avere il latte per i bambini durante l’inverno e il latte da ricavarci qualche formella di cacio e di ricotta, per il companatico e per fare i tradizionali agnolotti; e infine avere la lana, che lavata e carminata, veniva filata e tessuta nel telaio di casa, e quella di scarto usata per riempire cuscini e guanciali.
Sa meri de domu era esperta in ognuna di queste attività - tale bagaglio di conoscenze e di pratica e di abilità rientrava nel ruolo proprio della donna che diventava sposa e madre. Sapeva anche quagliare il latte, tenendo il paiuolo nel focolare alla giusta temperatura, per ottenere il formaggio e la ricotta, nonostante fossero queste attività proprie dell’uomo, e pastore, per giunta.
Nella mia vita di insegnante, nei molti anni che ho vissuto nei paesi della Trexenta, della Marmilla e dell’Oristanese, ho visto spesso le donne di casa, le giovani sotto la guida delle anziane, far questo lavoro con grande maestria. Mi sovviene ora l’immagine di una giovane sposa del villaggio di Siris, tra Mogoro e Morgongiori, alla fine degli Anni Quaranta, madre di due splendidi bimbi, che sapeva fare benissimo il formaggio e la ricotta, aiutata dall’anziana suocera. E io che insegnavo ai fanciulli del loro paese la presunzione di una cultura straniera, cui loro tenevano tanto per diventare “migliori”, io imparavo da loro, umili paesani, il mestiere della vita, che coincide con l’amore per la vita, amore di sé e del prossimo.
Ma le attività più squisitamente donnesche erano su fai sa cunserva, de tomatiga o de frutta, e su fai sa saba de su mustu - fare le conserve di pomodoro o di frutta e far la sapa con il mosto.
Sa pilarda de frutta o marmellata di frutta si faceva prevalentemente con pere, susine e più abbondantemente con il frutto zuccherino del ficodindia - ottima marmellata, quest’ultima, sia da spalmare sul pane brustolito, sia da usare come dolcificante. Altra pilarda, nel senso di conserva di frutta secca, assai diffusa nei Campidani, era quella di susine e di albicocche, che si avevano in abbondanza all’inizio dell’estate, piccole ma dolcissime, che si vendevano a litrus e a imbudus misure di capacità di uno e di tre litri.
Sa pilarda de tomatigas, la conserva di pomodoro, consiste in una sorta di concentrato di pomodoro assai compatto, ridotto in forma di pani, salato e di molto condimento. Si otteneva facendo bollire e raffinare i pomodori ben maturi, precedentemente colati per eliminare bucce e semi.
Inoltre, erano detti pilarda anche i pomodori secchi, ugualmente usatissimi per condire e colorare i minestroni di ceci, di lenticchie e di fagioli e i bolliti di carne o di pesce. Sa pilarda de tamatigas, i pomodori secchi, si ottengono a fine estate dividendo longitudinalmente in due metà i pomodori scelti, carnosi, salandoli e mettendoli quindi su tavole a seccare al sole sopra i tetti dei loggiati.
Come i pomodori, stesso procedimento per fare sa figu siccada, i fichi secchi, bianchi o neri o perdingianus, brogiotti, de segunda, della seconda stagione, che maturano in agosto e settembre.
Ovviamente, con i fichi il sale non ha nulla a che vedere. Se mai c’entra lo zucchero. Infatti, sa meri de domu, quando i fichi sunt siccaus ma no assicorraus, sono secchi ma non aridi e duri, vengono raccolti e dopo essere staus inforraus, messi al forno, affinché non mettano vermi, vengono conservati con semi e rametti di finocchio per aromatizzarli nei canestri di asfodelo, e qui, alla fine, spolverati di zucchero a velo. Una operazione, quest’ultima, possibile soltanto nelle famiglie contadine piuttosto agiate.
Nei paesi di montagna si faceva anche sa pilarda de pira, le pere secche. Le pere sono un frutto che abbonda in quelle contrade, dove spesso gli alberi costeggiano strade e viottoli, e possono essere colti da chiunque.
Su fai sa saba, l’operazione del fare la sapa, era ugualmente compito de sa meri de domu, che si fa aiutare, come sempre, dalle figlie più grandicelle e se sono intraprendenti, e non hanno la puzza al naso “maschilista”, anche dai maschietti.
Sa saba, la sapa, si fa bollire e ridurre a fuoco lento durante la notte, dopo la pigiatura dell’uva per la vinificazione, che ha visto impegnato su meri de domu, il padrone di casa, e i figli maschi della famiglia. Si conservano alcuni decalitri di mosto, tanti in rapporto alla sapa che si vuole ottenere. Il mosto si versa in su paiolu o cardaxu stangiau, nel paiuolo o calderone di rame stagnato, e si fa bollire nel camino a fuoco lento, rimestando continuamente con un mestolone affinché il contenuto condensandosi non si attacchi al fondo e non si aggrumi. Si aggiunge lentamente il mosto, lasciando infine che il tutto si riduca fino a raggiungere la densità voluta - normalmente è fluida abbastanza da poterla versare in barattoli e bottiglie.
Durante tutto l’inverno sa saba viene usata per dolcificare (come il miele) al posto dello zucchero, che è un prodotto che “si acquista” in bottega e per ciò da evitare. Si dolcificano il caffè e il latte e con la sapa si confeziona il tipico pani de saba, pane di sapa, e anche su pane durche, il pane dolce, d’uso tradizionale nella Festa de sos mortos, il 2 novembre, specialmente a Orune.
“Is festas sunt pestas”, è un detto diffusissimo tra is meris de domu. “Le feste sono pesti”. Cioè a dire, è la donna che deve sgobbare come una schiava perché la famiglia possa degnamente festeggiare le fauste ricorrenze che periodicamente cadono durante l’anno. In primo luogo la festività del Santo Patrono del paese che ha uguale se non maggiore importanza e solennità del Natale, della Pasqua, del Carnevale, del Giorno dei Morti. Compleanni e onomastici dei componenti la famiglia non vengono celebrati: sono celebrazioni da signori. Per i piccoli, si celebrava la caduta del dentino di latte, in cambio del quale su topi, “il topolino”, portava una monetina, che il bimbo trovava al posto del dente da lui stesso nascosto, sotto lo sguardo sornione del babbo, in una fenditura del muro del cortile.
Dunque, oltre l’impegno di dover cucinare per le feste pietanze più elaborate, sa meri de domu aveva l’onere di preparare i tradizionali dolci, di cui darò appresso qualche cenno.
A Paschixedda, a Natale, per la nascita di Gesù si elaborano prevalentemente dolci con la frutta secca, specialmente mandorle, comuni nei Campidani, e noci e nocciole, comuni nelle Barbagie montuose. Nel nord dell’Isola erano di prammatica le sebadas, una sorta di grosso agnolotto di pasta farcita di formaggio fresco, fritto e spalmato di miele che, attualmente diffusissimo, viene servito nei pranzi in ristorante dopo la frutta. Dolce comune è su gattò, che non ha nulla da vedere con il “gatteau” francese, fatto con mandorle o nocciole turradas, tostate, impastate a caldo nello zucchero caramellato, a cui si danno forme diverse, oltre la classica tavoletta. E chi è davvero brava fa pure is turronis, il torrone, confezionato ugualmente con mandorle o nocciole, ma impastate con il miele. E poi i fichi secchi mandorlati, che si accompagnano al vinello dolce frizzante fatto in casa, che non ha nulla da invidiare all’attuale spumante fatto “a macchina”, non si sa con che cosa, di certo non con succo d’uva.
Dopo Paschixedda, alla fine dell’inverno, arriva Carrasciali, Carnevale - festa in cui gli uomini mettono sa bisera, la maschera, per potersi togliere semel in anno la maschera di tutti i giorni. E per l’occasione, anche da noi, ogni scherzo vale. .Est sa festa de totus in pari, è la festa collettiva, che si fa impazzendo per le strade. Ma in casa le donne preparano i dolci d’uso, in primo luogo is zippulas, la frittura tipica di pasta aromatizzata e lievitata, lavorata nella conca di terracotta.
Is meris de domu chi pèccant in su fai is zippulas, le padrone di casa che non sono brave a preparare le fritture, chiedono aiuto alla vicina di casa più esperta; e ricambiano magari aiutando la stessa vicina a friggere is culirgionis de bentu, is faulas, le meraviglie o chiacchiere, ritagli di pasta sfoglia grassa e dolce che nello strutto bollente si gonfiano cuocendo croccanti. E nel fare is culirgionis durcis, i ravioli dolci, qualcuno viene riempito di pasta di mandorla, ottenendo così is culirgionis de mazza de mendula, i ravioli ripieni di pasta di mandorle.
E arriva Pasca Manna, la Pasqua di Resurrezione. Sa meri de domu, stavolta, deve risistemare tutta la casa. Fare l’intonaco nuovo, dare una mano di calce ai muri, rifare i pavimenti di terra battuta, che ancora negli Anni Quaranta erano i più comuni nei paesi agricoli di quasi tutta la Sardegna, specie meridionale. Può sembrare strano, ma questo compito gravoso era riservato alle donne, che erano vere maestre nel rattoppare intonachi, tinteggiare pareti e dare uno strato nuovo di terra argilla, mischiata a paglia o a sterco di bue, al pavimento battuto, facendolo piano e liscio.
A Pasca Manna si fait su pani coccoi, si fa il pane di semola con le uova. Si ottiene lavorando la semola, ciuerta, gramolata a mano in sa mesa de fai pani, nell’apposito tavolo.
Is coccois de Pasca, i pani pasquali, hanno dimensioni e forme diverse, e sono lasciati alla bravura e alla fantasia delle panatteras de domu, panettiere di casa, che tagliano e decorano la pasta in punta di forbici e di arresoiedda, coltellino a serramanico, che la brava padrona di casa tiene sempre con sé nella tasca de sa gunnedda, della gonna. Forme più comuni de su pani coccoi sono le coroncine e le gallinelle. Ogni pane, secondo la grandezza, porta un uovo o due o anche tre conficcati sul dorso prima della cottura. C’è anche chi colora le uova - solitamente di gallina, ma anche de anadi o de coca, d’anatra o d’oca, ma con tinte naturali commestibili, perché pane e uova vengono consumate dai fanciulli che ne ricevono uno a testa, durante il giorno della festa.
Quando su pani coccoi è particolarmente elaborato e decorativo, tanto più se è stato ricevuto in dono, viene conservato nel salotto, esposto sopra il tavolo e resta lì come ornamento, così che tutti i visitatori possano ammirarlo. La padrona di casa ne racconterà allora la storia agli ospiti, tessendo le lodi della brava panettera che l’ha creato. Forse era una di quelle donne, per altro rimaste anonime, che facevano parlare di sé nei giornali del Continente, per aver offerto a sua maestà la regina d’Italia un canestro di tali elaboratissimi panis de Pasca.
A Pasca Manna in casa del contadino non può mancare una piscedda de casu friscu, una forma di cacio fresco. Una parte si usa grattugiarlo o tagliarlo a pezzetti per metterlo nel brodo bollente, che per tradizione apre il pranzo pasquale. Ma la maggior parte di questo formaggio viene utilizzata per fare is pardulas, le formaggelle - dolci che in altre occasioni, anche frequentemente, si fanno di ricotta, perché costano meno e sono ugualmente saporiti.
Per fare is pardulas, le formaggelle, il formaggio viene grattugiato e impastato con un po’ di farina, buccia d’arancia, tuorlo d’uovo, zafferano, zucchero e aromi diversi. Quindi si prepara una sfoglia di pasta di semola ben lavorata senza lievito né condimenti e con sa resetta, la taglierina a rotella, si ottengono tanti cerchi entro cui si pone un cucchiaio circa di impasto. Fatto ciò gli orli del cerchio di pasta vengono presi con l’indice e il pollice e saldati a pizzichi tutt’intorno, in modo da formare una scodellina alta un dito con gli orli smerlati. Di più squisita fattura le vecchie pardulas che si facevano con strisce di pasta ugualmente riempite dell’impasto descritto, che formavano delle U o coroncine, se chiuse.
Is pardulas a questo punto si mettono al forno e a cottura raggiunta vengono tolte, unte con il miele e decorate con sa traggera, i diavoletti, quei minuscoli pallini di tanti colori che attirano la curiosità dei bimbi - i quali, ai miei tempi, usavano mettere l’indice in bocca per inumidirlo, poi lo posavano sui “pallini” che restavano attaccati al polpastrello e infine se lo rimettevano in bocca... Lo scappellotto della mamma era allora d’obbligo, ma rientrava nei rischi del mestiere di bimbo goloso.

Contu de una filla de domu
Confidenze di una brava ragazza

«Ero figlia unica e finite le scuole elementari, mia madre non volle che andassi a lavorare in campagna, anche se non eravamo ricchi, per poter imparare meglio tutte le faccende di casa: “se la gente” sapeva che ero una brava massaia e che non ero sempre buttata in campagna, che ero fill’‘e domu, figlia di casa, (cioè una brava ragazza) avrei potuto sposare anche un proprietario, anziché un povero contadino come era mio padre.
C’era da sgobbare dall’alba al tramonto col solo aiuto de s’accostanti della domestica a giornata, per fare il pane e il bucato. E così crescendo e seguendo gli insegnamenti di mia madre, volentieri o meno, imparai a fare tutto, perfino a tessere, cosa che non sapevano fare tutte le massaie. Mi presi anche qualche schiaffo quando non facevo le cose bene. Le più difficili erano nella preparazione del pane: poni su fromentu, preparare la pasta col lievito, e infornare il pane, sapendo riconoscere la temperatura giusta del forno. Molte ragazze si sposavano senza saperlo fare ed era vergognoso farlo fare a s’accostanti!
Imparai a scegliere i legumi per la semina, a conservarli come provviste dopo il raccolto, dando alle galline solo lo scarto; imparai perfino a traballai su procu, a conservare le carni del maiale macellato in novembre.
Mia madre mi promise che mi avrebbe comprato sa roba, tutto il necessario per arredare la casa.
Avevo solo sedici anni quando andammo dal falegname ad ordinare il guardaroba di prima categoria con grande stupore ed anche invidia delle contadine più grandi di me, che non erano riuscite a racimolare i soldi, pur ammazzandosi di lavoro, per comprare il primo mobile.
Era l’inizio; piano piano vi misi dentro le lenzuola comuni, il lenzuolo buono ricamato, con le federe e i copricuscini, sa vanuga bella, il copriletto, il servizio di tovaglioli e la tovaglia damascata, su cui avevo ricamato le iniziali a punto pieno. Quando avevo finito di tessere i tovaglioli di cotone e lino e gli asciugamani de pann’ ‘e carri, tessuto liscio, vi ricamai le iniziali a punto croce; imparai a tessere su scaccu bellu e su scacchisceddu, tessuto a disegni complicati e semplici, e gli asciugamani con le frange e vi aggiunsi anche quelli: due servizi da dodici! Mia madre mi aiutò a tessere su cilloni, la coperta di lana, is sacchitteddus pertiazzus, i sacchi di cotone e lana per mettervi il grano, is coberibangus, i tappeti, sa mesa manna, il tavolo grande, che si usava per fare il pane. I ripiani dell’armadio erano quasi pieni.
Per la festa di S. Maria, quando avevo diciotto anni, con mamma andammo a comprare su strexu de fenu, gli utensili di intreccio: due canestri grandi, due medi e due piccoli; tre corbule de quarra, da venti litri, tre de quartu, da dieci litri, e tre de imbudu, da tre litri. Il venditore ce ne regalò alcune piccoline. Avendo saputo che compravo queste cose, su pingiadaiu ci portò lui stesso a casa tutti i recipienti, su strexu de terra, gli utensili di terracotta: sciveddas grandi e piccole, pentole e tegami di varie grandezze. Quando sentimmo passare is cabesusesus che vendevano turras e talleris e pabias de forru, mestoloni e taglieri e pale per il forno, li facemmo entrare e comprammo anche quelle. Meno male che la stanza per il pane era grande, altrimenti tutta quella roba non ci sarebbe stata. Per la festa di S. Maria, a vent’anni, ultimammo gli acquisti principali: s’arramini, i recipienti di rame: duus caddasciusu, due paiuoli, duas sartainas, due padelle, sa cuppa o braxeri, il braciere, e su ferru mattau, gli utensili in ferro smaltato, che avrebbero riempito su parastaggiu, lo scaffale, anche se fosse stato più grande, tra pentole, tegami e coperchi di varia misura.
O che ci avessero visto fare tutte queste compere o che se ne fosse sentito parlare, una sera venne a casa su pabonimpu, il paraninfo, per farci sapere che il figlio maggiore di don Sebastiano mi voleva in moglie, che aveva già la casa pronta, giu’ e carru, giogo di buoi e carro, cavallo e carrozza. Sarebbe tornato dopo una settimana per avere una risposta. Io dissi che lo conoscevo solo di vista e che mi era più simpatico il fratello più giovane, ma mia madre disse che don Sebastiano non andava contraddetto e così mi fidanzai col fratello maggiore. Avendo quasi tutto pronto decidemmo di sposarci presto. Mia madre finì di comprare tutto ciò che ancora serviva come qualsiasi altra sposa non contadina; i mobili furono portati direttamente alla casa dello sposo. Tutto il mio corredo e l’utensileria fu caricata sui carri addobbati a festa (e ne occorsero molti) e portati come in processione. Io rimasi a casa, perché si usava così, e solo dopo le nozze provai il compiacimento di vedere le stanze arredate: sa dom’ e farra, la stanza riservata alla burattatura, con su strexu de fenu, gli utensili di intreccio, appeso alle pareti, ancora infiocchettato; s’ omu ‘e su forru, il locale dove c’era il forno, con le pale appoggiate al muro e tutte le conche di terracotta appese; is ischidonis, is cardigas et is trebinis, gli spiedi, le graticole e i treppiedi, che il fabbro aveva portato all’ultimo momento belli lucidi, pronti per gli arrosti in sa brasci de su forru, nella brace del forno.
Nella grande cucina luccicavano i recipienti di ferrosmalto appesi, e sui mattoni del grande camino c’erano is pingiadas, le pentole di terracotta. Le altre stanze non avevano niente di particolare che dicessero che io ero moglie di un agricoltore.
Non ebbi la necessità di lavorare tanto quanto aveva dovuto mia madre, ma seppi sempre insegnare alla servitù come andavano fatte tutte le faccende della casa di un contadino.169


STREXUS PO FAI SA FARRA
UTENSILI PER ABBURATTARE


SU CIULIRU DE PRUGAI
IL CRIVELLO PER SCEVERARE

E’ un attrezzo cilindrico dal diametro di 40/50 centimetri con il bordo alto 8 centimetri. La base circolare è costituita da un graticcio lasco fatto di gretole di giunco non lavorato, disposte l’una a fianco all’altra fino a ricoprire l’intera superficie. Le gretole del giunco sono grosse 2 o 3 millimetri e sono legate tra loro con una cordicella di giunco più sottile.
La parete del cilindro è formata da un cordulo (diversi steli rivestiti di altro giunco sezionato in due metà) che gira tutt’intorno andando a poggiarsi sul cordulo del giro precedente, fino a raggiungere l’altezza di centimetri 8 circa. Il cordulo ha la grossezza di un dito mignolo all’incirca.
Il punto di unione tra la base e la parete viene rifinito e abbellito da una trecciolina di giunco finemente lavorata.
Quest’attrezzo per mondare e vagliare il grano prima di macinarlo, viene detto anche ciuliru de cerri, cioè vaglio.


SU CIULIRU DE FAI SA FARRA
IL CRIVELLO DA ABBURATTARE

E’ un utensile simile a su ciuliru de prugai, almeno a prima vista. La differenza consiste nelle gretole di giunco che sono sottilissime, sezionate a metà con la parte convessa verso l’interno e disposte fitte fitte, intrecciate con listarelle di giunco ugualmente sottili.
La parete del cilindro, così pure il bordo della base, è rivestito di tela bianca, in modo che l’intreccio dell’utensile non si rovini nell’uso e non rovini le mani della lavoratrice.
Una brava padrona di casa avrà premura e accortezza di tenere in casa, sempre, più di uno di questi attrezzi da lavoro.

Is ciulirus e is sedazzus, i crivelli e i setacci, venivano venduti dagli ambulanti che giravano con i loro carri da un paese all’altro. Si dice che questi girovaghi venditori di ciulirus, sedazzus, polinas, fossero grandi conoscitori del tempo meteorologico, perché quando essi arrivavano significava che stava per piovere. Si crede che il loro fosse uno stratagemma: arrivare con la pioggia, per essere certi di trovare in casa i possibili acquirenti.


SU STREXU DE FENU
I RECIPIENTI DI FIENO

Con questo termine si intendono tutti i recipienti che la padrona di casa porta in dote nuziale e che utilizzerà per tutto l’arco di una vita, e che concernono il trasporto, la conservazione e la lavorazione del raccolto agricolo. In particolare il grano e le leguminose.
Gli utensili de su strexu de fenu sono confezionati intrecciando mazzetti di fieno di grano con giunco secco non lavorato, cioè no mulliu, non scotolato, non snervato.
A secondo della grandezza e della forma, l’utensile prende un nome diverso:
1) Sa canistedda, la canestra, è come un grande piano del diametro di circa 15/20 centimetri
2) Sa polìna, la canestrina, simile alla precedente ma più piccola, con un diametro di base di circa un metro e un bordo di 15 centimetri. Ce ne sono anche di più piccole dette is polineddas.
3) Sa crobi, la corba, ha la forma di una conca, con una capacità che arriva fino a una quarra de trigu, uno starello di grano, pari a 20 litri, cioè a circa 20/22 chili di grano.
Su strexu de fenu, recipienti ottenuti dall’intreccio di paglia e giunco, cioè ciulirus, sedazzus e polinas, insieme all’utensileria necessaria all’economia familiare del contadino, si potevano acquistare anche in occasione di feste religiose e sagre dove concorrevano i venditori di tutti i prodotti indigeni, dai tessuti all’utensileria.


SU SEDAZZU
IL SETACCIO

E’ un cilindro formato da un foglio di legno dello spessore di 3/4 millimetri e punzonato nei punti di unione. Ha un diametro di circa 4O centimetri ed è alto circa 30/35 centimetri. A metà dell’altezza, cioè nel punto di unione dei due cilindri (uno dei quali alto la metà dell’altro dentro cui si incastra), è inserita una rete di metallo fermata dall’unione dei due cilindri.
Secondo il tipo di rete, a maglie più o meno fitte, cambia il nome de su sedazzu, del setaccio, e cambia l’uso che se ne deve fare. Abbiamo così:
1) Su sedazzu a tramas lascas, il setaccio a trame larghe;
2) Su sedazzu a tramas strintas, il setaccio a trame fitte;
3) Su sedazzu fini, il setaccio di seta (ovvero su sedazzu de seda).

Esiste poi un altro attrezzo detto ciuliru de ferru, cioè setaccio di ferro, che è fatto come il setaccio di cui si è parlato, ma anziché avere come fondo una rete fitta ha tanti cerchi concentrici di fil di ferro acciaiato, tenuti da raggi ugualmente in fil di ferro di circa due millimetri di spessore. Su ciuliru de ferru viene usato per vagliare le leguminose, fave, piselli, ceci e altre, che contengono spesso pagliuzze e semini. Dopo la vagliatura queste leguminose vengono purgadas in su ciuliru de fenu di cui abbiamo già parlato.


SA TURRA DE LINNA
IL MESTOLO DI LEGNO

Si tratta di un cucchiaione appena concavo, con un piccolo manico. Si ricava intagliando il legno di pero o di castagno. Impugnandolo si rileva che il bordo sinistro è più sottile per un suo uso più funzionale.


SU SCEDEZZADORI
IL CERNITOIO

E’ un binario formato da due listelli di legno su ponticelli, su cui scorre il setaccio. La corsa del setaccio è limitata da due listellini trasversali posti alle estremità del binario.
La forma, le rifiniture de su scedezzadori sono lasciate all’estro dell’artigiano. Per costruirlo solitamente viene usato un legno duro onde evitare il deterioramento, poiché il setaccio nel suo vai e vieni consuma i listelli su cui scorre. E’ possibile vedere dal consumo dei listelli quanto uso si è fatto dell’utensile.
Su scedezzadori viene sostituito più volte nell’arco della vita de sa meri de domu, della padrona di casa.


SU PANI: DE SU MOBINU A SU FORRU
IL PANE: DALLA MACINA AL FORNO


PRUGAI SU TRIGU
PULIRE IL GRANO

Il grano necessario al sostentamento della famiglia, veniva messo in su sobariu, nel solaio, nei locali al piano di sopra che avevano il pavimento in legno - questa era una cosa importante, perché dal pavimento in cemento o con le pianelle, o con i mattoni saliva umidità che danneggiava il grano. Lo stesso si dica per i muri, che una certa umidità la davano sempre. Infatti il mucchio di cereali veniva messo al centro della stanza o quanto meno in modo che solamente i bordi della base del mucchio toccassero il muro.
Per la panificazione, la prima operazione era la preparazione del grano, detta prugai su trigu po ddu portai a mobi, pulire il grano per portarlo a macinare. Va detto che rispetto alla precedente c’è una differenza nella operazione di prugai su trigu po arai, pulire il grano per ararlo, in cui si usava il grano selezionato che veniva ripulito dai semini estranei e dai grani spezzati che non germogliano. S’arrestu de sa prugadura, il residuo della pulitura, si dava ai volatili da cortile, stando però attenti a non dar loro su pisu de caoru, una varietà di piselli selvatici, perché poteva far male: restava loro nel gozzo gonfiandolo e la massaia doveva intervenire chirurgicamente vuotandolo con un taglietto che poi ricuciva con ago e filo.
Purgai su trigu po ddu portai a mobi, fiat unu traballu stentosu, pulire il grano per portarlo a macinare, era un lavoro lungo e noioso. Infatti, bisognava pulire il grano con un crivello, su ciuliru de cerri e de purgai, per vagliarlo e per togliere con le dita le pietruzze, i pezzetti di terra, le pagliuzze e i semi estranei. Tra su purgai e su cerriri c’è differenza: con su cerriri, la cernitura, cadono dal vaglio gli elementi più piccoli, separandosi così dal grano; mentre cun su prugai, con il purgare, si pulisce il grano facendolo scorrere sul piano per evidenziarne gli elementi estranei, quali pietruzze e altri semi che vengono presi e tolti uno ad uno con le dita.
Una volta pulito, il grano veniva rovesciato in sa canistedda, nella canestra larga, fino a raggiungere la quantità necessaria a fare il pane settimanale per la famiglia. Diciamo che la resa o rapporto è di un chilo di grano uguale a un chilo di pane; per orientarsi sulla quantità di grano necessaria alla panificazione, si calcolava un chilo di pane al giorno in media, per ogni componente della famiglia. Quindi, raggiunta la quantità stabilita, il grano tenuto ancora in sa canistedda, nella canestra, veniva lasciato così fino al giorno dopo in modo che si ammorbidisse e la macinatura fosse omogenea e fine, e non invece frantumata a scaglie. Inoltre, il grano troppo arido veniva surriscaldato con la macinatura e di conseguenza la farina andava male nelle successive lavorazioni. Infatti, se il macinato fosse stato surriscaldato, nell’impastarlo ne avrebbe risentito in “tenuta” - in sardo, per la pasta, si dice: arrei corria, cioè reggere in coesione.
Il giorno dopo il grano si portava con capienti corbule (crobis de quarra, corbe da circa venti chili) al mulino. I mulini antichi erano ad acqua e i più sofisticati a motore elettrico e a nafta. In questi ultimi si poteva chiedere al mugnaio che la macchina facesse anche il lavoro di umidificare il grano, e dopo la macinatura di separare le varie parti (crusca, semola e farina) del macinato, ma questo lo facevano fare le persone poltrone o che non sapevano lavorare.


FAI SA FARRA
L’ABBURATTATURA

Riportato a casa il grano macinato, iniziava la seconda fase della panificazione: su fai sa farra, cioè abburattare (da buratto, setaccio). In parole semplici si trattava di dividere il macinato nelle sue diverse componenti, e vedremo che ognuna di queste operazioni ha un nome proprio e specifici attrezzi, così come ogni parte del macinato ha una utilizzazione e una destinazione specifiche, sia nella cucina in generale per la preparazione di pietanze, che nella panificazione.
La buona riuscita del pane incomincia con questa fase: più diligentemente viene lavorato il macinato e migliore sarà il risultato che si otterrà nell’uso delle singole parti. In altre parole si avranno farina zero zero, pura (scetti), semola, semolino, più omogenei (simbula grussa e simbula fini) e, ugualmente per la crusca e il cruschello (poddini grussu e poddini fini).

Prima fase: su crangiai, il togliere la crusca.
Si procede a separare la crusca, cioè a crangiai sa farra, a ‘ndi bogai su poddini grussu, a togliere la crusca grossa. Questo lavoro si fa con su sedazzu lascu o a tramas lascas, cioè con il setaccio a trame larghe. Si mette sul pavimento sa canistedda, una canestra larga, ricoperta da un telo di lino candido. Dentro si mette sa pobina, una canestra piccola, ricoperta da un telo. Dentro quest’ultimo si appoggia su scedezzadori, binario di legno su quattro piedi su cui si poggia su sedazzu, dentro il quale si mettono due o tre mestolate di macinato. Per versare il macinato si usa un mestolo di legno detto turra de linna.
La donna addetta a questo lavoro assume diverse posizioni che consistono in: scedezzai cun su sedazzu, setacciare con il setaccio che, preso per il bordo alto, viene fatto scorrere lungo il binario de su scedezzadori da un fermo all’altro, e in questo modo il macinato si muove dentro il setaccio che ogni tanto viene sollevato da una parte e dall’altra sbattendo sopra le assi di legno per liberare gli interstizi. Solitamente per completare questa operazione basta setacciare il macinato una sola volta.
La crusca che resta nel setaccio viene raccolta, conservata in un sacchetto e utilizzata per l’alimentazione degli animali da cortile. Oggi, con la moda delle diete, la si usa per sgrassare gli intestini degli obesi.
C’erano molte famiglie che per ragioni diverse - vedi povertà, vedi necessità di panificare, vedi impossibilità di fare gli altri passaggi o perché gente più semplice o più rustica - usavano fare il pane così come si presentava dopo tolta la crusca; e si diceva fai su pani a sa crangiada, cioè fare una sorta di pane integrale certamente assai nutriente e che conteneva farina, semola e cruschello insieme. Si dice che Mussolini, in tempo di guerra, avesse dato disposizioni affinché il pane venisse fatto in questo modo.
Su poddini grussu, la crusca, si ottiene, dunque,dalla prima fase dell’operazione de fai sa farra, dell’abburattare, mediante l’uso de su sedazzu lascu, del setaccio a maglie larghe. Tutto il macinato cade dal vaglio che trattiene soltanto su poddini grussu, la crusca.
Su poddini grussu veniva utilizzato esclusivamente per l’alimentazione degli animali da cortile, in particolare per i volatili: puddas, anadis, coccas e pioncus; galline, anatre, oche e tacchi.

Seconda fase: su civraxeddu, il cruschello.
Si prende un setaccio a maglie medie, su sedazzu a tramas strintas, e si passa nuovamente, con lo stesso procedimento, tutto il macinato rimasto dalla prima fase. In tal modo, ogni volta, resta dentro il setaccio su poddini fini o civraxeddu, la crusca fine o cruschello. Anche questo cruschello si avrà cura di metterlo in un apposito sacchetto. Verrà usato per fare il pane per i cani, oppure per unirlo alla crusca da impastare per gli animali da cortile o, infine, come accade più spesso, per unirlo a su scetti, la farina, per fare il pane semi-integrale, da noi detto pani de su mannu.
Su poddini fini, il cruschello, si ottiene dalla seconda fase dell’operazione de fai sa farra, dell’abburattare, mediante l’uso de su sedazzu a tramas strintas, un setaccio a maglie più fitte rispetto al precedente. Con su poddini fini più una certa quantità di scetti, farina, si confeziona un pane semi-integrale detto pani de su mannu.


Terza fase: su scetti, la farina.
Questa è l’ultima fase del lavoro col setaccio, dopo di che si passa alla lavorazione del macinato mediante su ciuliru o cibiru che dir si voglia. In questa terza fase, sempre con gli stessi movimenti, si usa il setaccio a maglie così strette che sembra non vi siano interstizi. Tale setaccio è detto sedazzu fini.
E’ la fase più lunga e più tediosa e non sempre basta setacciare il resto del macinato una sola volta per separare su scetti de sa simbula, la farina dalla semola.
E’ un momento molto importante perché dalla riuscita di questa operazione incomincia ad esserci un salto di qualità che si evidenzierà nella successiva confezione del pane. Nelle nostre comunità, l’operato della gente, il lavoro, l’impegno che ciascuno metteva nel fare una cosa aveva un immenso valore morale e sociale. Le persone, donne o uomini, venivano per le loro capacità portate ad esempio, citate e lodate da tutta la comunità. E accadeva che nelle grandi occasioni come il matrimonio, venivano invitate per far parte delle lavoranti, quelle donne famose per la loro bravura, sia nell’abburattatura, che nella panificazione o nel fare i dolci. Nelle stesse occasioni il lavoro della preparazione del pane si commissionava alle zias o a is sorris, alle zie o alle sorelle, di solito anziane, esperte, appunto, ma gelose della loro arte, che preferivano lavorare per terzi, ma nella propria casa. Tuttavia, di solito, si preferiva avere in casa tali esperte lavoranti perché fungevano anche da maestre per le giovani che partecipavano al lavoro.
Su scetti, la farina, si ottiene dalla terza fase dell’operazione de fai sa farra, dell’abburattare, mediante l’uso de su sedazzu fini, del setaccio a maglie fitte, che trattiene la semola e lascia colare la farina.
Con questa farina finissima unita a su poddini fini, al cruschello, si confeziona un pane semi-integrale detto ugualmente pani de su mannu, come già detto sopra.
Quando si fa su pani de su mannu, di solito a pezzature grandi, is civraxus, si confezionano anche civraxas, focacce, che, appena cotte, in parte vengono divise a metà in senso longitudinale, rimesse nel forno e biscottate. Tale pane biscottato viene consumato col caffè nella colazione del mattino o anche inzuppato nel brodo caldo e condito con formaggio grattugiato.

Quarta fase: sa simbula, la semola.
Durante questa fase la semola viene divisa per grandezza e per colore. La durata dell’operazione, cioè il numero delle volte che viene passata, dipende dall’uso che della semola si deve fare, dalle necessità e dalle situazioni. Se si deve fare il pane per tutti i giorni e non serve semola per fare la pasta da cucinare o non serve semola grossa, sempre per cucinare (simbula fritta, fregula, etc.), allora la si passa una sola volta, altrimenti la si passa tre o quattro volte; e se si deve fare il pane per le grandi feste o per gli sposi, allora anche sette o otto volte. La semola per il pane degli sposi viene lavorata anche tre o quattro settimane prima della panificazione. In questo caso viene ripassata settimanalmente affinché non si formino grumi.
Nella lavorazione della semola si usa su ciuliru, il crivello, al quale si dà un movimento rotatorio in senso orario, e contemporaneamente un saltello tenendolo obliquo, con il bordo inferiore appoggiato sopra sa pobina, la canestrina, formandosi così, al centro del macinato, uno strato di semola più grossa e più scura. Questa semola viene raccolta con sa turra de linna, il mestolo di legno. La prima semola raccolta viene anche usata per fare su cadroxu, il pane scuro, che contiene ancora un po’ di cruschello.
Su scetti, la farina, e sa simbula, la semola, grussa e fini, grossa e fine, vengono conservate separatamente dentro sacchetti di tela o di lino candido a maglia fitta.


FAI SU PANI
LA PANIFICAZIONE

Un’‘orta facta sa farra, ultimata l’abburattatura, si può procedere alla panificazione.
La prima cosa da fare è la preparazione de su fromentu, del lievito.
Su fromentu è costituito da un pezzo di pasta lievitata, lasciata dall’impasto usato la volta precedente, che viene conservato in su scetti, nella farina, dentro un sacchetto di tela bianca o dentro una ciottola col coperchio, tenuto in luogo asciutto, in modo che non metta la muffa. Se il lievito si guasta, bisogna chiederne un nuovo pezzo ai vicini di casa, perché, senza questo non si può panificare. Va detto, per inciso, che su fromentu, come gli altri beni di prima necessità, non si può rifiutare mai: rientra in quelle usanze mutualistiche di vicendevole aiuto e cortesia.
Il giorno prima di fare il pane, su fromentu viene sciolto con un po’ d’acqua tiepida e gli si aggiunge circa un chilo di semola. La quantità è ovviamente relativa al pane che si vuole fare. Lo si impasta bene e lo si lascia lievitare, tenendolo ben coperto al caldo, vicino al caminetto. Questo lavoro viene fatto nel tardo pomeriggio.
Verso mezzanotte o l’una, secondo la quantità di pane da fare e del numero delle lavoranti che dovranno partecipare, ha inizio la panificazione.
In sa scivedda de fai su pani, nella conca per fare il pane, si impasta la semola con acqua tiepida dove si è sciolto il sale - cento grammi di sale per dieci chilogrammi di semola. Questa operazione si chiama cumossai sa farra, cioè impastare la farina.
Dopo aver impastato la semola, in modo che questa sia ben intrisa ma asciutta al tatto, il lavoro prosegue sopra sa mesa de fai su pani, il tavolo dove si lavora l’impasto.
Prende avvio così l’operazione detta ciuexiri, cioè gramolare, rimenare la pasta, che viene divisa in pezzi di circa due o tre chili, e ogni persona ne prende e ne lavora un pezzo. Così, le lavoranti si mettono attorno al tavolo a ciuexiri, a gramolare: si stende la pasta, la si preme con la parte callosa della mano e la si raccoglie in continuazione, fino a renderla morbida, omogenea e bianca. Le lavoratrici si passano i pezzi di pasta l’una con l’altra, in modo che tutto l’impasto abbia la stessa consistenza e lo stesso grado di lavorazione.
Dopo di che si divide su fromentu, il lievito, e ognuna ne prende un pezzetto che deve amalgamare con l’impasto, riprendendo da capo il lavoro di ciuexiri sopra il tavolo, compreso il passamano della pasta.
Una volta ciuerta beni, gramolata per bene la pasta, si comincia ad aggiungere acqua tiepida, lentamente, finzas a dda mattiri, fino a smaltirla, per poi aggiungerne ancora dell’altra.
A questo punto è necessario fare una precisazione: la quantità di acqua da aggiungere alla pasta che si sta gramolando dipende dal tipo di pane che si vuole confezionare:
1) Se si vuole fare su pani spongiau ci vuole molta acqua e se la semola è buona, tenit manisciu bellu e de aqua ‘ndi mantenit meda, mantiene molta acqua, se si lavora nella conca con i pugni, si si spongiat in sa scivedda. Con questo impasto si faranno su civraxu (pani rotondi da due, tre chili), su moddixinu o moddizzosu (circa mezzo chilo) e sa civraxa ,detta anche costedda, lada, follita e, in città, triangolo.
2) Se si vuole fare su pani coccoi ci vuole pochissima acqua e l’impasto va continuato a lavorare all’asciutto, ciuertu, gramolato sul tavolo. E’ un lavoro assai faticoso lavorare la pasta per su pani coccoi. In questa lavorazione, a differenza di quella precedente, le forme dei pani si fanno subito e poi vengono lasciate lievitare, mentre per su pani spongiau, il pane lavorato coi pugni dentro la conca, viene messo a lievitare tutto l’impasto e, soltanto dopo due ore circa di lievitazione, vengono fatte le forme.
Quando la pasta per su pani spongiau è troppo molle per poterla continuare a lavorare sopra il tavolo, la si mette tutta dentro la conca e la si lavora ancora, sempre con i pugni, con l’aggiunta di un po’ d’acqua. Dopo di che, le si fa il segno della croce, la si copre e la si mette al caldo a lievitare per circa tre ore.
Si arriva così all’alba. Dopo circa due ore di lievitazione, la pasta spongiada viene divisa in forme a seconda del tipo di pane che si vuole ottenere (civraxus, moddizzosus o ladas). Questa operazione è detta a ‘ndi pesai su pani. Sa mesa po fai su pani, il tavolo per fare il pane, si cosparge di scetti, farina, ci si bagna le mani nell’acqua calda e si prendono pezzi di pasta, più o meno grandi, dando a ciascuno la propria forma. Su civraxu è un pezzo di circa due chili; su moddixini o moddizzosu, un pezzo di circa sette, ottocento grammi, che dopo cotto peserà circa un chilo; infine, sa civraxa, la spianata o focaccia, a forma di rombo, con un taglio al centro per la lunghezza, con la pasta spessa circa un dito, di circa due, trecento grammi.
Una volta fatte le forme e messe in sa pobina, nella canastra larga, sopra un telo, ben separate l’una dall’altra, si ricoprono e al caldo si lasciano lievitare per un’altra ora.


FAI SU FORRU
PREPARARE IL FORNO

A questo punto è ora di preparare il forno. Il giorno prima si è provveduto ad andare in campagna a portare fasci e rami teneri di arbusti (lentischio, cisto, e altri) po fai is scovas de forru, per fare le scope per mondare il forno. La legna per riscaldare il forno, di solito fascine di cespugli legnosi ben secchi, è già in casa nel cortile e anche per questa si è già provveduto a portarla giù de sa biga de sa linna, dalla legnaia.
Il forno impiega circa un’ora per essere pronto. La giusta temperatura si riconosce dal colore quasi bianco dell’interno e da come si riducono le scope quando viene mondato. Per riscaldarlo si usano fascine di ogni tipo che bruciano su tutta la superficie di base e cun is furconis, con i forconi, si spargono uniformemente affinché il pavimento sia caldo dappertutto. Si continua a metter legna da bruciare finché il forno diventa prima rosso e poi bianco.
Dopo di che con una zappa larga, dal manico molto lungo, si rastrella la brace verso la bocca, la si toglie con una pala larga e la si mette nel camino. Quindi con la scopa si pulisce in modo che non resti né brace né cenere. A questo punto si depone il pane.
C’è da dire che le scope sono costituite da mazzetti di rami terminali teneri di cisto e lentischio o anche da erbe consistenti, legate alla punta de su fruconi, del bastone, con il giunco; e, prima di usarle si bagnano immergendole in un secchio d’acqua.
Il pane viene introdotto nel forno con una pala di legno, da cui scivola bene, e la pala non brucia perché la pasta è fredda. Il pane cotto viene tolto invece con una pala più piccola di lamiera, perché il pane è caldissimo e la pala di legno si brucerebbe.
Il forno è circolare e il pane si dispone: quello più grande nella circonferenza e quello più piccolo al centro. Se il pane è molto, si mettono prima is civraxas, le focacce, perché cuociono in fretta, e poi il pane grande; appena cotte, is civraxas le focacce, si tolgono e si mette al centro il pane piccolo.
Il pane impiega un’ora e un quarto a cuocere. Dopo aver infornato, sulla bocca del forno si fa bruciare un po’ di legnetta e, in questo modo, il pane diventa liscio, no ‘ndi ddu lassat scrafangiai, non lo si lascia screpolare. Si chiude il portello di metallo perché il pane venga dorato. Il portello antico era costituito da una pietra rotonda.
Quando il pane è cotto si toglie dal forno con l'apposita pala e si mette in sa pobina, nella canestra larga, con un telo di cotone che lo copre sotto e sopra, affinché si mantenga caldo e fragrante.


SU PANI COCCOI
LA PASTA DURA

Come si è appena detto, su pani fattu in domu, il pane casereccio, viene lavorato a mano e cotto in su forru de domu, nel forno familiare a legna. Le varietà do pane più comuni sono: su pani coccoi, la pasta dura di semola di grano duro, che è il pane delle feste; su civraxu o civarzu, o anche chivarzu170, è il pane di tutti i giorni di grande formato, di due o più chili, ve ne è di più bianco o di più scuro secondo la quantità di cruschello che contiene - tipico è su civraxu de seddori, il pane di Sanluri. Poi, abbiamo su moddizzosu, pane di semola di piccolo taglio, circa mezzo chilo, dalla crosta spessa e croccante; sa lada o costedda, la spianata di farina (in certi paesi con un foro centrale), pane morbido spugnoso, che si consuma di solito in giornata.
Tra i pani speciali, abbiamo: su pani de saba, il pane impastato con la sapa, che si confeziona per il giorno dei Morti, ma anche in occasione della festa di alcuni Santi. In questo caso, su pani de saba, il pane di sapa, diventa su pani de su Santu, il pane del Santo, e viene venduto nel santuario per beneficenza. Su pani de gerdas, il pane confezionato con i ciccioli del maiale, un pane gagliardo che si mangia d’inverno appena sfornato o abbrustolito sulle braci del camino.
Un cenno a parte merita su pani carasau, il pane tipico delle Barbagie, di millenaria origine e di elementare fattura, che consiste in una sfogliata di pasta al forno. Sa carta de musica, letteralmente carta da musica, si ottiene da su pani carasau: quando questo al calore del forno si gonfia, viene estratto e rapidamente diviso con un coltellone in due dischi sottili e rimesso a cuocere a forno tiepido, fino a diventare una sfoglia croccante. E’ il pane del pastore, che dura mesi, e si mangia rammorbidito con acqua o con latte.


USANZIASDE SU PANI
RITUALI SUL PANE

Il giorno che si fa il pane si usa mangiare sa civraxa, la spianata; l’altro pane si inizia il giorno dopo. D’altro canto, il pane grande detto civraxu si affetta meglio se lasciato almeno un giorno, perché diventa compatto e non si sbriciola.

Dopo che il pane è infornato, la farina che resta sul telo, sopra la canestra, viene spolverata sulla bocca del forno e mai gettata per terra. Porta bene e bisogna far sempre così.

All’accensione del forno devono prendere parte tutte le donne che hanno partecipato alla lavorazione del pane, anche mettendo nel forno una sola fascina o addirittura un rametto.

Prima di chiudere il forno con il portello di lamiera, si fa il segno della croce sulla bocca del forno e si pronuncia questa strofetta scaramantica: «Su chi no t’happu factu deu, ti ddu fetzat Deus», «Tutto ciò che non ho potuto farti io, te lo faccia Dio».

Il pane va tagliato a fette, in modo che i buchi delle bolle d’aria risultino oblunghi, di sbieco. Più il pane è bucato, meglio è riuscito, perché leggero, soffice e spugnoso, cioè ben lavorato.

Il pane non va mai buttato via. Sarebbe un sacrilegio. Se dovesse restar pane e fosse immangiabile, si ammorbidisce nell’acqua bollente e si fanno is zuppas, su mazzamurru., una sorta di pasticcio a base pane, condito con salsa di pomodoro o anche con solo formaggio grattugiato. Nella peggiore delle ipotesi il pane raffermo si dà ai cani, o alle galline o si brucia.

Il pane non dev’essere mai appoggiato sul tavolo al rovescio: la sua parte superiore deve essere sempre visibile. Porta male e soprattutto provoca dolore alle spalle di chi lo ha lavorato.

Il pane ha una crescita di circa mesu liba, duecento grammi, per ogni chilo di semola. C’erano famiglie povere che facevano il pane per altre famiglie più benestanti. Si facevano dare la farina pesata e rendevano lo stesso peso in pane. Come ricompensa tenevano per loro la crescita, circa il venti per cento, come detto. Tale usanza veniva detta: «Fai su pani po sa crescida.».

In genere il pane si faceva il sabato. Gli uomini tornavano dalla campagna il sabato sera e al rientro trovavano il pane fresco. Inoltre era pronto per la domenica sera, quando ripartivano in campagna, per lavorare in terre lontane dal paese, dove bisognava trattenersi più giorni.

Per la quantità di farina da panificare, si considerava il consumo medio di un uomo, un chilo e mezzo di pane al giorno. Si faceva quindi il calcolo del pane settimanale in base al numero delle persone.

Il sabato era anche il giorno dell’elemosina. Passavano i poveri a fare la questua e trovavano il pane fresco. Una certa quantità di pane era riservata ai poveri per tradizione.


CAPITOLO UNDICESIMO

IS FAINAS DE IS FEMINAS
LE ATTIVITÀ DELLE DONNE

Presentazione

Is fainas de is feminas, le attività proprie delle donne, sono numerosissime e qui appresso se ne elencano soltanto alcune, quelle più comuni e più frequenti.
Per antica tradizione, i ruoli dell’uomo e della donna, anche nel settore del lavoro, sono rigidamente divisi. Se all’uomo, aiutato dai figli maschi che crescono, è affidato il lavoro produttivo, nell’agricoltura, nella pastorizia, nell’artigianato, in quei settori che vanno sotto il nome di terziario e nel pubblico impiego, alla donna è affidato il compito dell’allevamento della prole, il lavoro di manutenzione della casa, esclusa la muratura pesante ossia l’edificazione, ma spesso la vediamo fare il manovale a impastar calce e sabbia, la conservazione e il buon uso del corredo, biancheria, vestiario, suppellettili e quant’altro arreda la casa, mobili, sedie, stuoie, tappeti.
Pur chiusa nel suo piccolo mondo domestico, la donna dei nostri villaggi, ha una infinità di compiti quotidiani da svolgere. In questi, per la verità, coadiuvata dalle figlie, le quali man mano che crescono sostituiscono sempre più la loro madre, alleviandone almeno in parte il sacrificio. Sollievo che la donna-madre riceve per un tempo troppo breve, in quanto le figlie si sposano giovanissime e dovranno badare alla loro nuova famiglia, in una nuova casa.
Is fainas de sa meri de domu, meri e sclava in paris, i lavori della padrona di casa, padrona e schiava insieme, di “ordinaria e quotidiana routine” sono:

- La cura dei piccoli che bisogna lavare, vestire, nutrire e badare tutto il giorno che giochino in pace, non si facciano male, e non scappino per strada (almeno finché non hanno compiuto i sei anni, che coincide con l’età scolare).
- Pulizia e riordino quotidiano della casa, rifare i letti dopo aver fatto prendere aria a lenzuola e coperte, nonché alle camere; scopare e lavare i pavimenti, non sempre pianellati ma spesso ruvidi di cemento o di mattoni.
- Dar da mangiare e da bere e curare gli animali da cortile e i loro alloggi; ritirare le uova o assistere la chioccia nei periodi di covata e in specie quando nascono i pulcini, tenendoli separati e protetti e alimentandoli con granaglie sminuzzate, almeno per un primo periodo.
- Curare, zappare e innaffiare l’orticello di famiglia, di solito disposto dietro la casa di abitazione, da cui la famiglia ricava le verdure (insalate, indivia, ravanelli, cicoria, lattuga) e i condimenti per il mangiare (aglio, prezzemolo, cipolle in specie).
- Pulire e portare settimanalmente il grano alla macina, poi fai sa farra, burattare la farina, fai su pani, panificare, impastare e lavorare la pasta, lasciarla fermentare, appezzarla e cuocerla al forno.
- Preparare la lana, filare, tessere.
- Lavare stirare rammendare i panni in genere, la biancheria e il vestiario della famiglia.
- Lavorare a maglia, tagliare e cucire abitini per i bambini, spesso tagliare e cucire la biancheria del marito, mutande e camicie,


SA MAISTA DE PARTUS
LA LEVATRICE

«Nel mio paese, quando ero giovane, non tutte le future madri ricorrevano alla levatrice patentata, poiché bisognava pagarla regolarmente in denaro, ma si accontentavano dell’anziana vicina di casa nota per la sua bravura nell’assistere le partorienti. Questa donna, il cui mestiere era fondato sul proverbio: «Balit prus sa pratiga chi sa grammatica», «Val più la pratica della grammatica», per la comunità era una maista de partus, una ostetrica.
Nelle famiglie benestanti, e anche in quelle più modeste, per il primo figlio almeno, per paura di eventuali complicazioni, veniva chiamata la levatrice comunale. La futura madre si faceva visitare nell’ultimo periodo della gravidanza e la levatrice si segnava la data approssimativa della nascita.
Quando era il momento veniva chiamata. Controllava se tutto era regolare e faceva preparare il necessario: acqua calda, panni e vestiario. Se le doglie erano regolari e frequenti, mancava poco tempo e allora si tratteneva, altrimenti andava via e tornava dopo un paio d’ore. Poteva anche accadere che nel frattempo ricevesse un’altra chiamata e allora doveva correre dalla donna meno urgente a quella più prossima a partorire.
Quando il bambino stava per nascere, guidava la partoriente; una volta nato provvedeva veloce alla pulizia della donna e poi a quella del neonato. Tornava ogni mattina per fare il bagno al bambino e le pulizie alla puerpera, che di regola doveva stare a letto almeno tre giorni.
Quando la madre era già alzata, il compito de sa maista de partu, della levatrice, era finito e tornava solo il giorno del Battesimo, per accompagnare la madre po s’incresiu, per compiere il rito della purificazione».171


SA MAISTA DE TALLU
LA SARTA

«Nel mio paese, che si trova nella Marmilla, non molto distante da Sanluri, il mestiere de sa maista de tallu, della sarta, era distinto e anche abbastanza redditizio, seppure le donne già da piccole cercassero di imparare l’arte del cucito, almeno per le necessità loro e della famiglia, per risparmiare un po’ di soldi, che erano sempre pochi.
Sa maista de tallu aveva sempre molto lavoro e se un abito serviva per una data precisa bisognava prenotarsi in tempo utile.
Quando la cliente portava la stoffa, le faceva scegliere il modello che desiderava, dandole anche dei suggerimenti, poi le prendeva le misure (altezza - seno - vita - fianchi), annotandole sul suo quaderno, se era una nuova cliente. Con le misure, preparava il modello su carta e poi tagliava.
Se l’abito commissionato non era importante (da indossare per la festa del Patrono o per una cerimonia solenne), sa maista de tallu affidava l’incarico a sa prima scienti, all’apprendista più brava, spiegandole come dovesse cucire. Se invece era, per esempio, un abito da sposa, oltre naturalmente a tagliare, preparava lei stessa la prima imbastitura.
La cliente veniva per la prima misura. Se l’abito le andava giusto la cliente non doveva più tornare; ma se c’erano difetti, dovuti per lo più a imperfezioni fisiche, bisognava misurarlo anche due volte.
A questo punto sa maista de tallu, la sarta, poteva cucirlo a macchina e poi tutte le rifiniture venivano fatte, sempre sotto la sua sorveglianza, dalle apprendiste. Se era un tessuto delicato erano le più brave a doversene occupare».172


SA SCIENTI DE SA MAISTA DE TALLU
L’APPRENDISTA DELLA SARTA

Alcune maistas de tallu, sarte, note per la loro bravura nel confezionare abiti da sposa e da cerimonia chiedevano una ricompensa per assumere un’apprendista, che avrebbe imparato bene il mestiere, considerando la perdita di tempo per insegnarle le tecniche (non per niente le chiamavano “maestre”). Altre, invece, più alla mano, le assumevano gratis.
Mia madre, essendo povera (ma anche parsimoniosa!), mi accompagnò, finite le scuole elementari, dalla signora Anita, che non voleva ricompense, perché imparassi almeno a cucire le camicie per gli uomini di casa e le mie bluse; per le gonne provvedeva mia madre stessa.
Sa maista de tallu ci accolse con benevolenza mentre io, rossa come un peperone, mi sentivo osservata dalle altre apprendiste che ammiccavano tra loro con risatine soffocate, forse a causa del mio vestiario antiquato, per non dire malandato.
Imparai presto a capire soprattutto le regole della sartoria: l’ultima arrivata doveva lavorare sotto la guida della penultima, che a sua volta prendeva ordini dall’apprendista più anziana, alla quale sa maista de tallu spiegava il modo di cucire questo o quell’abito secondo il modello scelto dalla cliente.
La stanza adibita a sartoria aveva una finestra che dava sulla strada, e due erano i posti privilegiati e intoccabili: quelli vicini alla finestra da cui si vedeva e si sentiva ciò che accadeva fuori, per strada. Uno dei due posti, con una sedia un po’ alta, era riservato alla capo apprendista, l’altro apparteneva alla seconda in ordine di anzianità di lavoro; soltanto se una di queste due era assente, il posto poteva essere occupato da qualche altra. Ma avendo buone orecchie, dal resoconto delle privilegiate che stavano vicino alla finestra e potevano osservare e commentare, tutte potevano sapere chi stesse passando e come fosse vestita: nessuna si scampava la critica feroce!
Io imparai non solo a cucire, ma anche a vestirmi, sia pure modestamente, senza provocare l’ilarità delle colleghe. Imparai a scegliere il filo e i bottoni quando venivo mandata alla merceria e, qualche volta, potei osservare la cliente che misurava l’abito ed aiutare la sarta ad appuntare gli spilli.
Ma il privilegio più grande era quello di poter accompagnare la capo apprendista a consegnare l’abito finito alla cliente, anche perché ci scappavano is strinas, una piccola mancia.173


ANDAI A PORTAI AQUA
ANDARE AD ATTINGERE L’ACQUA

«Quand’ero bambina nessuno nel mio paese aveva l’acqua in casa, ma ognuno provvedeva attingendola dalla più vicina fontana pubblica. Il mio rione, composto da una trentina di famiglie, era privo di rete idrica. Una sola famiglia possedeva un pozzo, sa funtana, situato nel cortile anteriore. Era grande, tutto pavimentato con ciottoli della stessa misura. Quasi al centro, vi era il pozzo circolare, con il parapetto in granito, sormontato da un robusto semicerchio di ferro battuto, da cui pendeva la carrucola. Nella carrucola scorreva una fune bella robusta alla cui estremità era legato un secchio di ferro zincato, sa carcida, che portava agganciato col filo di ferro, al lato del manico, un grosso ferro di cavallo, di modo che il secchio non restasse a galla una volta toccata l’acqua, ma si rovesciasse lasciandola penetrare, riempendosi.
Tirato su il secchio, sa carcida, veniva vuotato nel recipiente, mariga o decalitru, brocca o decalitro, fino a riempirlo.
Andavamo ad attingere l’acqua seguendo un certo ordine, dando a tutti il tempo di fare la provvista quotidiana necessaria - e nessuno sprecava l’acqua: sarebbe stato oltretutto uno sgarbo alla cortese padrona del pozzo. L’ordine con cui ci si avvicendava era dato dalle abitudini proprie o di ciascuna famiglia. C’era zia Adele, molto mattiniera, che si recava al pozzo appena dopo l’alba. Zia Felicina, invece, molto religiosa, andava in chiesa di mattina presto a sentir messa e poi, assieme a Marietta, la domestica degli Scanu, attingeva l’acqua a mezza mattina. Zia Felicina, che aveva avuto modo di sentire il “gazzettino” di casa Scanu, poteva ragguagliare le portatrici d’acqua delle ultime notizie di cronaca paesana.
Noi ragazzine avevamo i turni più scomodi: riempivamo nei ritagli di tempo. Quando le donne si accorgevano che c’era qualcuna di noi, dovevano necessariamente interrompere le loro chiacchiere per non farci sentire e, allora, ci aiutavano a riempire il nostro recipiente, di solito un secchio o un decalitro, per farci sloggiare al più presto.
Quest’acqua di pozzo, pur essendo indispensabile, non andava bene per tutti gli usi. Era si potabile, ma non veniva usata né per bere né per cucinare. Ed essendo molto calcarea, non andava bene nemmeno per lavare i piatti o la biancheria, perché non scioglieva il sapone. Serviva principalmente per pulire i pavimenti, innaffiare i fiori e l’orticello di casa e per dissetare gli animali domestici, da cortile.
Per lavare i panni, invece, si andava ad attingere l’acqua a su grifoni, alla fontanella pubblica, situato grosso modo al centro di due o tre rioni. Quest’acqua la si usava anche per bere.
Andavamo anche noi ragazzine, però accompagnate da qualcuna più grande della nostra famiglia o del vicinato: primo perché ci si allontanava un bel po’ da casa; secondo perché non era raro che scoppiassero delle liti tra le portatrici d’acqua. Per quest’acqua si usavano quasi sempre i decalitri e le brocche.
La cosa più bella per noi piccole era l’andare a sa mizza, la sorgente, dove prendevamo la migliore acqua da bere. Solitamente, nel mio paese, vi si andava dopo cena, totus a una cambarada in combriccola, come quando si va a una festa, cantando e scherzando. Le grandi riuscivano a portare anche tre brocche d’acqua: una in testa, posata sopra su tedili, il cercine; una al fianco, tenuta dal braccio che passa intorno alla brocca infilandosi in un manico; e, la terza, appesa all’altra mano. La brocca sopra la testa restava in equilibrio e la bravura delle portatrici d’acqua stava nell’andatura, che era veloce e aggraziata, accompagnata da canti e scherzi e da un procace sommovimento delle anche. Come già mi pare di aver detto, erano soltanto le donne, grandi e piccole, e soltanto loro, che andavano ad attingere l’acqua. Raramente si vedeva qualche bambino, ma soltanto nelle famiglie dove non c’erano figlie femmine. Uomini mai. In caso di impedimento grave, come una malattia o un parto, ci pensavano le vicine, oppure s’accostanti, una sorta di domestica che veniva a casa a ore per aiutare a sbrigare il daffare.
La brocca è stata uno dei primi regali che ho ricevuto, piccola come me, che avevo si e no sei anni. E tutti gli anni facevo in tempo a romperne tre o quattro, un po’ per distrazione, un po’ per presunzione, cercando di imitare le donne grandi che portavano la brocca sulla testa con su tedili, il cercine, senza tenerla con le mani, camminando con fare spavaldo, ancheggiando. E non appena avevo la brocca nuova e tornavo ad attingere l’acqua, il mio pensiero, sempre lo stesso, diventava un sogno ad occhi aperti: “Ah, se fosse possibile, come sarebbe bello che le strade fossero soffici soffici, in modo che la brocca, cadendo a terra, non si rompesse”».174


SA SCIAQUADRIXI
LA LAVANDAIA

Sciaquadrixi, lavandaia, a rigore di termine è qualunque donna che lava i panni sporchi per sé, per la propria famiglia, ma più precisamente sa sciaquadrixi, la lavandaia, è colei che fa questo lavoro per conto terzi, a pagamento.
Una delle attività domestiche di maggior impegno, che la donna doveva periodicamente affrontare, era la pulizia della roba, in particolare della biancheria d’uso comune: camicie, mutande, sottovesti, gonne, lenzuola, federe, asciugamani, tovaglie e tovaglioli. Tale compito, su sciaquai sa roba, era riservato alle donne, in particolare alle giovani, trattandosi di lavoro pesante.
Se si considera che fino agli anni successivi alla seconda carneficina mondiale, nella maggior parte delle case, non esisteva l’acqua corrente, e che in molti paesi non c’era neppure l’acquedotto e si attingeva l’acqua dai pozzi, può comprendersi come la questione della lavatura dei panni fosse un grosso problema.
In paesi nelle cui campagne scorrevano fiumi o torrenti, almeno per le stagioni piovose il problema era risolto. Una o più volte alla settimana, in gruppo per farsi compagnia e aiutarsi vicendevolmente, is isciaquadrixis, le lavandaie, con bacinelle di ferro zincato sulla testa si recavano al fiume per lavare i panni sporchi. Al fiume si lavava su sassi larghi levigati, mentre chi aveva la fortuna di avere un pozzo o di poter trasportare l’acqua dalla fontanella pubblica con i decalitri, in cortile, possedeva una vasca di cemento, fornita di un piano ondulato, per insaponare e strigliare i panni più ruvidi. Per i capi più delicati si usava sovrapporvi una tavola di legno che, talvolta, veniva usata anche nei lavatoi pubblici, nelle cui vasche la base era in cemento. Superata la tradizionale liscivia, con la cenere setacciata e aromatizzata, subentra il sapone di Marsiglia, il detersivo maggiormente usato in quegli anni. Si trattava di un sapone a panetti, duro, sodico, perfettamente bianco, prodotto soltanto con olio d’oliva e con la soda caustica tra gli ingredienti di base.
Per ovviare questo stato di disagio, nei paesi dove già c’era l’acquedotto o stava per essere impiantato, negli anni dell’Era fascista, vennero costruiti dei lavatoi pubblici (is isciaquadroxus o, italianizzando, is lavatorius). Per lo più, la struttura interna, coperta, illuminata e areata, consisteva in una serie di vasche comunicanti, dove l’acqua scorreva continua dall’una all’altra. Questo servizio fu assai apprezzato dalle donne delle nostre comunità, poiché risparmiavano così tempo e fatica.
Di questi edifici pochissimi si sono salvati dalla mania distruttrice che ha pervaso l’Italia dopo la caduta del fascismo. Da segnalare a loro onore gli amministratori del comune di Riola, i quali hanno conservato il loro antico sciaquadroxu pubblico, adattandolo a biblioteca comunale.


SA LISSIERA
COLEI CHE FA IL BUCATO A PAGAMENTO

Sa lissiera, colei che faceva il bucato con la liscivia, era in pratica una lavandaia a pagamento che prestava la sua opera in casa altrui, specie di scapoli che non erano capaci di tenere pulita e in ordine la propria biancheria.
Già da tempi remoti, per pulire e disinfettare i panni o le stoviglie, si usava sa lissia, la liscivia o ranno. Per ottenerla si setacciava la brace del forno o del camino con su ciuliru de ferru, il crivello di ferro. La cenere ripulita dalle impurità veniva messa a bollire nell’acqua dentro un catino e successivamente versata sopra i panni appena lavati con il sapone. Per separare il liquido dalla cenere, sopra i panni veniva steso un sacco di juta, in modo tale da evitare che i panni stessi venissero macchiati dalla cenere. Il tutto veniva lasciato così per qualche tempo; quindi i panni venivano risciacquati con l’acqua corrente del ruscello e stesi. Risultato: panni bianchissimi e profumatissimi.
L’uso della lissia, liscivia, cade sempre più in disuso, non come crede taluno per la diffusione del sapone, di cui era invece complementare nella periodica lavatura e disinfezione della biancheria, ma per l’introduzione di detersivi chimici liquidi che hanno invaso il mercato inquinando tutto il mondo.
Il sapone di Marsiglia175 - famoso anche quello di Genova - ha origine alla fine del 1600 ed è un detersivo solido, prodotto con l’olio di oliva e con la soda caustica, che è uno tra gli ingredienti di base.
Vi sono donne che sostengono che sa lissia, la liscivia, fosse un ottimo shampoo e che, periodicamente, ci si lavava i capelli con l’acqua e la cenere, cui si aggiungevano, nella ebollizione, erbe aromatiche quali su spigu e is iscovas de Santa Maria, la lavanda e il timo. I capelli lavati con questa speciale lissia diventavano lucenti, vaporosi e docili al pettine.

Sempre in relazione a questa lissia, si cita la preparazione di un’acqua prodigiosa che le donne, giovani e meno giovani, usavano per ammorbidire la pelle del viso e abbellirlo. Tale “acqua di bellezza” veniva preparata la notte di San Giovanni: si versava dell’acqua di fonte in un lavamano e si aggiungevano petali di rosa e di altri fiori, foglie di menta e di limoncella e ramoscelli di essenze aromatiche; il tutto veniva lasciato in cortile a su serenu, all’addiaccio, e ci si lavava il viso la mattina seguente a chizzi, di buon’ora.

Vi sono poi sa lissia po s’axina de fai a pabassa, la liscivia per l’uva da fare passita, che si otteneva immergendo appunto il grappolo in una soluzione calda di acqua e cenere; e sa lissia buddendi po indurciri s’olia birdi, troppu marigosa, e la liscivia bollente dentro cui si immergono le olive verdi, amare, per addolcirle velocemente, prima di metterle in salamoia.


SA DIDA
LA BALIA, LA GOVERNANTE

Sa dida, la balia, era una presenza necessaria nel caso in cui la madre naturale del neonato non avesse latte o per qualunque motivo non potesse allattare. In altri casi, sa dida, presso rare famiglie di signori benestanti, sostituiva la madre naturale nell’allattamento del piccolo. In tutti i casi, sa dida, balia o nutrice, era considerata madre acquisita e di questa conservava alcuni privilegi, anche quando il suo “figlio di latte” era cresciuto ed era diventato adulto. Vi erano didas di umile estrazione sociale, che si onoravano e traevano vanto dall’essere state le nutrici di un uomo nobile e ricco - del quale ricevevano spesso benevolenze.
Annota il Porru, nel suo Dizionariu, con la solita diligenza: “Su maridu de sa dida, balio. Donai a dida unu pippiu, dare a balia un bambino. Paga chi si donat a sa dida, baliatico.”
Il baliatico, ossia il salario per le prestazioni della nutrice, è detto in lingua sarda su didaticu.


SA ZARACA
LA SERVA

Le ragazze che approdavano in città de is biddas, dai paesi, per fare le domestiche erano considerate privilegiate sotto il profilo economico e sociale. Il loro tenore di vita migliorava notevolmente: prelevate dal loro stato di miseria, portate nelle famiglie borghesi delle città, vestite con la roba smessa dei padroni e sfamate tre volte al giorno con pasti sostanziosi. Di denaro, sa zaraca, la domestica, ne vedeva ben poco: il salario mensile veniva conservato per i genitori della ragazza, i quali o venivano a ritirarlo loro stessi ogni mese, oppure lo ricevevano in paese quando la figlia andava a trovarli. Sa zaraca aveva diritto a trattenersi per sé soltanto is strinas, le mance, che poteva spendere a proprio piacimento.
L’andare a servire consentiva inoltre alle fanciulle di farsi il corredo non soltanto con i salari che ritirava la madre ma anche con i regali della padrona. E’ da notare che ancora a quei tempi, negli anni precedenti la seconda guerra mondiale, le fanciulle si sposavano molto presto, dai sedici ai vent’anni, con uomini talvolta molto più anziani che però avevano una casa di proprietà e il mestiere avviato. La padrona, a ogni cambio di stagione, con l’arrivo del freddo o del caldo, rinnovando il guardaroba, metteva da parte la biancheria, le scarpe e gli abiti smessi, che di solito venivano dati alle famiglie delle domestiche. Is zaracas, secondo l’uso di allora, venivano vestite dalla padrona, la quale, di solito, sostituiva il costume sardo (il cui uso era consentito soltanto la domenica e nei giorni di festa) con uno più semplice e più adatto alle attività domestiche, costituito di una sottoveste, una gonna e una blusa, più o meno pesanti a seconda della stagione. In casa, era anche d’uso indossare su tale vestito il grembiule bianco con pettina, bretelle, e crestina.


SA SERBIDORA
LA DOMESTICA

«Per la festa di Santa Maria, il 15 agosto, come si usava in paese, avevo preso l’accordo di andare a servire per tutto l’anno in casa di zia Peppanna.
Le amiche sincere mi avevano detto che mi aspettava un compito arduo; le meno sincere sghignazzavano, perché la precedente domestica era stata cacciata via perché era incinta. Zia Peppanna era vedova e aveva tre figli bagadius, scapoli, e in più due giorronaderis, giornalieri, che lavoravano in campagna, ma di notte dormivano in casa.
Parlando con la padrona, che mi mostrava tutte le difficoltà, assicurai che ce l’avrei fatta.
Mi mostrai da subito volenterosa e rispettosa con la padrona e con s’accostanti, la governante, che aveva più grinta e potere della stessa padrona nelle decisioni e nei programmi di lavoro, e così fui presa in simpatia.
Dall’alba al tramonto c’era da fare: scopare il cortile, dare da mangiare alle galline e al maiale, ritirare le stuoie dalla cucina dove dormivano i servitori, rifare i letti de is merixeddus, i padroncini, (finché erano scapoli, anche se quarantenni, venivano chiamati così), e poi aiutare s’accostanti che veniva quasi tutti i giorni a fai sa farra, a preparare la farina per fare il pane; dovevo farle trovare pronti i canestri e i setacci, e setacciare con lei, salvo interrompere se la padrona mi doveva mandare per le commissioni.
Quando, invece, c’era da fare il bucato, all’alba, dovevo accendere il fuoco sotto su craddaxu, il grande recipiente in rame, riempire le bacinelle enormi con l’acqua del pozzo e mettere a bagno la biancheria separata da sa roba de cabori, la roba colorata.
Eravamo fortunate ad avere il pozzo in casa, altrimenti saremmo dovute andare al fiume, come facevano la maggior parte delle altre.
Quando giungeva s’accostanti, la governante, dovevo lavare la roba insieme a lei, interrompendomi ogni tanto per attizzare il fuoco, preparare la cenere che andava colata e chiusa dentro un tovagliolo prima di immergerla e scioglierla in un craddaxu.
Messa la biancheria nella lisciva, s’accostanti andava via, e io dovevo sciacquare i capi colorati e stenderli, poi preparare l’acqua per la biancheria che doveva stare a mollo un paio d’ore. Nel frattempo aiutavo la padrona a cucinare e a riordinare.
Il giorno che si preparava il pane, fin dal pomeriggio, dovevo poni su frumentu, impastare il lievito con la farina, e preparare la pentola dell’acqua calda. Con s’accostanti lavoravo la pasta e, siccome pane ne serviva molto, questa era abbondante e occorreva tutta la notte po dda ciuergiri, per gramolarla, e po dda spongiai, per impastarla, lavorando in sa scivedda, nella conca. La mattina, mentre il pane lievitava, dovevo preparare le fascine di legna per il forno, allui su forru, accenderlo, e scaldarlo al punto giusto, sotto il controllo della padrona. Una volta cotto il pane occorreva tutta la serata per rimettere a posto i recipienti e ripulire su stanti de su forru, il locale del forno.
Ordinariamente la sera aiutavo la padrona a preparare la cena per quando tornavano gli uomini dalla campagna, poi riordinavo in modo che is giorronaderis, i braccianti, potessero stendere le stuoie in cucina per dormire, e finalmente potevo ritirarmi nella mia stanzetta, nel solaio, chiudendo bene la porta a chiave.
E così, da un giorno all’altro, passò l’anno senza che venissi molestata e rinnovai l’accordo per un altro anno ancora.
I padroncini e i domestici mi avevano appioppato il soprannome di murru mannu, musona, perché sembravo sempre immusonita, ma era questo un mio comportamento difensivo per tenere lontani i maschi di casa ed evitare certi guai».176


S’ACCOSTANTI
LA DONNA D’AIUTO

E’ intraducibile. Veniva chiamata così una donna, per lo più del vicinato, che si prestava ad aiutare una famiglia in caso di necessità, in cambio di denaro e più spesso di generi alimentari o di vestiario.
S’accostanti era di solito una vedova ancora giovane e valida, oppure una zitella, che si prestava a giornata, dando il suo contributo di lavoro presso una famiglia del vicinato, sia per la pulizia della casa o per sa lissia, il bucato pesante (lenzuola, tovaglie e biancheria in genere), o il periodico rifacimento dei materassi con la carminatura della lana o del crine della imbottitura e, infine, per fare il pane - caso abbastanza frequente.
S’accostanti era una donna di fiducia, grande lavoratrice, che in pratica dirigeva i lavori di casa, nel giorno in cui veniva chiamata a prestare la sua opera.


SA MATALAFERA
LA MATERASSAIA

«Matalafu è il materasso e matalafera è colei che fa i materassi nuovi o che rinnova i vecchi.
Nei paesi dell’interno i materassi nuovi venivano fabbricati in casa sotto la direzione de sa matalafera, della materassaia, così pure, periodicamente, i vecchi materassi venivano rinnovati.
Diversamente nella città, su matalaferi, il materassaio, era un artigiano che aveva una propria bottega in cui si fabbricavano i materassi, dove si portavano i materassi usati da rinnovare. Nella città, la bottega de su matalaferi era riconoscibile da alcuni segni distintivi appesi al riquadro della porta: un materassino in miniatura e più frequentemente una treccia di crine di palma.
Prima della rivoluzione industriale, che ha invaso il mercato di sottoprodotti del petrolio, i materassi che addolcivano le reti metalliche o le doghe dei nostri letti erano confezionati con prodotti naturali. Senza parlare dei sacconi riempiti di paglia o delle stojas de spadua, stuoie di falasco, diremo che i tipi di matalafu erano principalmente tre. Per dirla con il Porru: «Su matalafu plenu de crinu; su matalafu plenu de lana; su matalafu plenu de pinna», cioè materasso di crine, di lana, di piume. Quest’ultimo più che materasso poteva chiamarsi piumone o coltrice.
Ancora negli Anni ‘50 erano in uso i materassi di crine e di lana. Si usavano o gli uni o gli altri secondo la zona, nel senso di Campidani o Barbagie, e anche in base al ceto sociale ed economico. Fossero di crine o di lana, i materassi dovevano essere periodicamente vuotati e rinnovati sia per l’usura che per l’igiene.
La padrona di casa predisponeva il lavoro per tempo, in quanto l’operazione occupava alcuni giorni e impegnava diverse persone. Era un lavoro comunque riservato alle donne.
Se il materasso era riempito di lana, questa veniva tolta dalla fodera, lavata, fatta asciugare e carminata. Le parti di lana molto sporche o rovinate venivano eliminate e rimpiazzate con l’aggiunta di lana nuova, acquistata per tempo dai pastori o dai commercianti di quel prodotto. Dopo di che si riempiva nuovamente la fodera e si rimodellava il materasso.
Il crine che un tempo si utilizzava in grandi quantità come riempitivo dei materassi, si otteneva dalle fibre delle foglie della palma nana. Fino a tempi recenti era in funzione a Torre Grande di Oristano una fabbrica di crine, data la notevole presenza di palme nane lungo la vicina Penisola del Sinis. Il crine intrecciato in grandi matasse veniva venduto nelle drogherie o in altre apposite botteghe.
Il crine era certamente il riempitivo più fresco e igienicamente il più salubre, ma poiché soggetto a maggiore usura, necessitava di essere rinnovato spesso, se non altro perché si infeltriva e presto diventava duro, soprattutto se il letto, anziché la rete metallica, aveva le tavole.
La padrona di casa chiamava sa matalafera, la donna esperta in materassi, che si intendeva della quantità di crine da sostituire, della carminatura, della rimodellatura del materasso e, inoltre, possedeva is ainas, i ferri del mestiere: diversi aghi, differenti l’un l’altro a seconda del loro uso, per fare i cordoni laterali e per la cucitura degli stessi, per la trapuntatura del corpo del materasso, e così via.
Se la padrona di casa disponeva di un locale, tettoia o altro nel cortile, era preferibile fare il lavoro lì fuori, per evitare che la polvere e il pulviscolo del crine invadessero la casa d’abitazione, provocando irritazioni alle vie respiratorie. Altrimenti si faceva il lavoro in una camera che veniva vuotata per l’occorrenza.
Il materasso veniva messo sopra un tavolo, scucito e sventrato. Dopo di che si procedeva alla lavatura della fodera. Eventuali parti logore o bucate venivano rinforzate con delle toppe; oppure la fodera veniva sostituita interamente.
Il crine, eliminate le parti sporche o sbriciolate, veniva carminato. Le donne si coprivano con vestaglie che proteggevano completamente il loro corpo. In testa mettevano un fazzoletto per riparare i capelli e con le cocche coprivano anche la bocca e il naso per evitare di respirare il pulviscolo. Una buona parte del crine andava persa anche con la carminatura, perché si sbriciolava e veniva quindi sostituita con altro nuovo.
Finita l’operazione della carminatura, si procedeva al rifacimento del materasso. Era questo il momento più importante nel lavoro de sa matalafera. La sua bravura consisteva nella capacità di riempire questo grande sacco nella giusta quantità e in modo uniforme, dandogli la forma non del pallone ma del parallelepipedo, pur mantenendo il tutto soffice. Era compito suo riempire e compito delle altre donne porgerle il crine. Poi il materasso veniva chiuso, lasciando aperto solo un tratto in un lato piccolo.
Iniziava allora l’operazione per fare i corduli laterali lungo tutto il perimetro, uno per ognuna delle due facce, superiore e inferiore. Questo lavoro si faceva con l’ago uncinato per prendere assieme al tessuto una certa quantità di crine e con l’ago grosso, di media lunghezza, per cucire il cordulo.
Ultimata quest’altra fase, si procedeva a trapuntare il corpo centrale del materasso. Questo era necessario per formare un piano perfettamente orizzontale. Per fermare il punto si usavano dei rettangolini di robusto tessuto di cotone, e con un ago detto de matalafu, lungo circa 25 centimetri, si trapassava il sacco da parte a parte con uno spago che veniva teso e annodato nel rettangolino di stoffa, uno per parte. Di questi punti se ne mettevano almeno tre file per tutta la lunghezza del materasso, ottenendo così la trapunta».177


SA LUDAIA
COLEI CHE RIPARA INTONACHI E PAVIMENTI

Ludaia178 era colei che impastava una sorta di malta composta di argilla e paglia, e in taluni paesi anche sterco di bue, per intonacare i muri e fare i pavimenti. Con il tempo tutte le donne contadine apprendevano s’arti de sa ludaia, e se non diventavano abbastanza brave da lavorare in proprio accudivano almeno ad aiutare sa ludaia che prestava la sua opera.
Ogni anno, per Pasqua, durante la Settimana Santa, detta in sardo “sa cida de iscudi”, (lett. “la settimana dello scuotere”, cioè dello spolverare, del pulire) is ludaias restauravano muri e pavimenti interni della casa, in particolare della cucina. Tra queste donne ve ne erano di abilissime nell’attività di rinnovamento della casa.
Nel vicino loggiato, al coperto ma all’aria aperta, is ludaias preparavano l’impasto della malta necessaria alla loro opera. Cun sa terra angiana, con la terra argillosa, mischiata allo sterco del bue, in alcuni paesi o con la sola paglia in altri, provvedevano a rifare gli intonachi dei muri che durante l’anno, per l’usura o la cattiva manutenzione, si erano scrostati e talvolta perfino sbrecciati.
Una volta asciutti - si provvedeva in quel giorno a lasciare aperte porte e finestre in modo da “far corrente d’aria” - le stesse donne preparata la tinta nei secchi, davano il colore ai muri. Usavano per lo più il bianco che si otteneva con il latte di calce, e is terras per i colori: terra arrubia, terra groga, il rosso, il giallo, o diverse gradazioni di azuletu, di azzurrite, dal celestino chiaro all’indaco. Con sa terra arrubia, si ottenevano diverse gradazioni, dal rosa pallido al rosso mattone; con sa terra groga, i gialli dal limone all’ocra, dal tenue al forte. Dato il colore all’intonaco, facevano lo zoccolo, più scuro o contrastante, di solito alto circa un metro, staccato da un filetto ancora più scuro, marrone, blu o anche nero.
Nella Marmilla e nella Trexenta, come ho potuto osservare di persona, a Mogoro, a Lunamatrona e in tanti altri paesi, per ottenere la malta con cui intonacare i muri interni e i pavimenti delle case, si usava sterco bovino impastato con terra argillosa. Il lavoro di rifacimento degli intonachi interni e dei pavimenti in terra battuta si faceva tradizionalmente ogni anno, nei giorni che precedono la Pasqua di Resurrezione. Tale lavoro era esclusivo delle donne, a parte l’estrazione e il trasporto de sa terra angiana, dell’argilla, necessaria all’opera, che venivano fatti dagli uomini con i badili e con il carro.
Lo stesso impasto degli intonachi veniva usato poi per fare il pavimento, che, come quelli, si otteneva lisciato con la mano al posto della cazzuola e della spatola. Il pavimento di terra battuta, specie se nell’impasto si metteva lo sterco di bue, era ritenuto più caldo de su mattonau, del mattonato e ancor più de su regiolau, del pianellato.


SA ZIPULERA
COLEI CHE FA LE ZIPULAS

Tutte le massaie sarde, chi più e chi meno, sono zipuleras, conoscono s’arti de fai is zipulas, sanno fare questa frittura tipica della nostra Isola, probabilmente una variante della frittura araba, come sostengono studiosi della materia. Dal canto mio, ho rilevato una certa somiglianza, ma non nel gusto, tra is zipulas, la frittura di pasta dolce sarda, e la frittura di pasta dolce araba, come viene fatta dagli algerini e tunisini immigrati, a Parigi.
Gli ingredienti d’obbligo nella ricetta sarda de is zipulas sono: fior di farina (da alcune massaie indicata come “farina zero-zero”), rosso d’uovo, latte, buccia d’arancia grattugiata, essenza di fiori d’arancio, zucchero (poco, e meglio se spolverato sul fritto, dopo la cottura), il lievito, (qualcuna “moderna”, usa il bicarbonato), e acqua quanta ne occorre per impastare e lavorare l’impasto. Taluna usa aggiungere un bicchierino di fil’‘e ferru, acquavite, per aromatizzare la frittura.
Sa vera zipulera, sa zipulera a s’antiga, faiat is veras zipulas sardas sceti a imbudu, longas longas prus de unu metru… La vera zipolaia, la zipolaia all’antica, faceva le zipulas veraci soltanto con l’imbuto, lunghe oltre un metro… Quelle d’adesso, a forma di ciambella o di “fatto fritto”, sono zipulas modernas, zipulas moderne, chi no ‘ndi balint nudda, a mazza crua, che non dicono nulla, con la pasta cruda all’interno, fattas a posta a imbrolliu po pesai de prus, fatte apposta così affinché pesino di più, chi friint is zipuleras de is offellerias, che friggono le zipolaie delle pasticcerie


SA POSTERA
LA POSTINA

«C’era la guerra e tutti gli uomini abili al servizio militare erano stati richiamati e le donne dovevano supplirli in tutti i lavori. Nessuna si sarebbe mai sognata di andare a distribuire le lettere, e invece, per quella missione, fu dato l’incarico a Lisetta, la sorella del postino richiamato al fronte.
Per fortuna conosceva bene il paese, e se anche l’indirizzo non era esatto, trovava la persona giusta a cui dare la lettera. Eravamo in molte ad aspettare notizie: mamme, mogli e fidanzate degli uomini al fronte. Lisetta mi capiva e scuoteva il capo quando non aveva neppure una cartolina; invece mi chiamava a gran voce quando doveva darmi una lettera. L’avrei abbracciata, se non avesse avuto tanta fretta.
Usciva dall’ufficio postale col borsone carico sulle spalle e un’altra borsa in mano. D’inverno portava un ombrello enorme per salvare la posta dalla pioggia, e indossava un paio di scarponi ferrati di cui io avevo imparato a conoscere lo scalpiccio. D’estate si riparava dal sole con un ombrello più leggero.
Il paese era grande e ci impiegava quasi una giornata a percorrerlo tutto. Qualche volta, quando non avevo da fare, la accompagnavo, se doveva portare posta alle casette della periferia e anche all’oliveto di don Pepe, fuori paese, dove abitava la famiglia del vecchio guardiano.
Finita la guerra il mio fidanzato tornò; ci sposammo presto e invitai sa postera al mio matrimonio».179


SA COMMISSIONERA
LA PORTATRICE

«Con tale nome erano chiamate quelle donnette che, rimaste vedove ancora in giovane età e con teneri figlioli da allevare, trovavano in quell’occupazione dura e faticosa un ripiego per sopravvivere.
Si trattava di far la spola per un paio di giorni della settimana fra Morgongiori e i due capoluoghi di mandamento più vicini: Ales e Mogoro.
La loro prestazione era molto sentita da tutte le massaie del paese specie dalle più povere, quando si pensi che mezzo secolo fa non esistevano i mezzi di comunicazione rapidi di oggi e il paesello, tagliato fuori dal consorzio umano, privato di strade, di negozi, di farmacia, di medico, di levatrice, languiva nel più triste abbandono.
Quelle che più risentivano di tale isolamento erano le massaie le quali più che gli uomini vivevano a contatto con le pareti domestiche e con la famiglia; e della casa e della famiglia conoscevano tutte le necessità.
Per ovviare ai molteplici bisogni di essa era d’uopo ricorrere all’opera delle portatrici per rifornirsi dai paesi di fuori, specie da quelli più importanti e per il loro ruolo di mandamento più ricchi di negozi, di piccole industrie, di commerci e di uffici.
A Morgongiori allora mancava tutto, perfino il sapone. Si può anzi dire, senza tema di errore, che la mancanza di esso era quella maggiormente sentita dalle massaie. (In mancanza del sapone le massaie facevano allora il bucato con la cenere).
Le portatrici sopperivano a queste, come a tutte le altre necessità familiari, provvedendo regolarmente a tutte le richieste, e le richieste erano molte.
Le cose più impensate venivano ordinate a quelle povere donne che immancabilmente nei giorni stabiliti, con la loro corbula vuota facevano il giro delle famiglie clienti per raccogliere le ordinazioni.
Le portatrici erano parecchie e ognuna serviva un gruppo di famiglie. Una sola portatrice non sarebbe bastata a servire tutte le massaie del paese. Da ciò la necessità della clientela.
La fornitura del sapone costituiva per le portatrici una specie di piccolo commercio perché esse ottenevano dalle massaie in cambio del sapone un certo numero di uova che vendevano al negoziante fornitore ad un prezzo maggiorato, con un certo margine di guadagno.
Le uova costituivano la moneta corrente più a portata di mano per tutte le massaie perché nelle famiglie contadine la moneta sonante ha sempre scarseggiato.
Il pollaio, grande o piccolo che fosse, costituiva la zecca di tutte le famiglie contadine.
Con le uova pagavano oltre al sapone anche le altre ordinazioni e le ordinazioni, come ho già detto, erano infinite; qualche palmo di tela, qualche rocchetto di filo, una bustina di aghi, uno, due, tre pani di sapone, un quarto di petrolio, due steariche, un purgante per il bimbo ghiottone, la medicina per qualche malato grave, tre oncie di caffè, una mezza libbra di zucchero e perfino tres realis prezzìus.
Questa ordinazione, speciale per la forma e per la quantità della merce richiesta, era la più frequente da parte delle famiglie più povere, che erano numerosissime.
Si trattava dell’acquisto di una quantità di merce, zucchero e caffè, commisurata al valore di cinque centesimi tres realis diviso per metà.
Persino noi bambini che frequentavamo le scuole del paese volevamo che le mamme ordinassero a quelle donnette la cancelleria necessaria, specialmente i quaderni dalle robuste copertine a colori nelle quali si potevano ammirare i bersaglieri e le camicie rosse, i Cairoli, i Bandiera e gli episodi più salienti del nostro Risorgimento.
In altri quaderni facevano bella mostra di sé tutti gli animale dello zoo, con i quali facemmo le prime conoscenze.
Come facessero quelle povere donne analfabete a ricordare tutte le molteplici e svariate ordinazioni e come potessero render conto a ciascuna massaia del suo dare e del suo avere ogni ordinazione ricevuta, io non saprei.
Ma è proprio vero che il bisogno aguzza l’ingegno.
Quanti nomi di cose diverse si affollavano in quelle povere menti! Io penso che per tutti gli otto chilometri di strada per raggiungere l’uno o l’altro mandamento, esse non facessero altro che ripetere mentalmente quell’estenuante elenco di cose e di persone. Povere donnette! Io le chiamerei benefattrici della povera gente, custodi della salute altrui, e benemerite della pubblica istruzione! Tanto erano utili!».180


S’OAIA
LA COMMERCIANTE DI UOVA

«In altri tempi, ed ancora sino agli anni cinquanta, nei paesi esistevano delle donne (pure qualche uomo) che facevano commercio ambulante di uova e crusca (“ous e po’ddi”).
Queste donne, dette “oàias”, nell’ambiente contadino andavano di casa in casa per acquistare la merce direttamente dai produttori; si presentavano alle massaie e chiedevano: “ous tènidi gomai”, (ha delle uova da vendere comare?).
Sessant’anni fa il costo delle uova si aggirava sui 15 o 20 cent/mi l’uno (“noi’-arriabis - du soddus”). Durante gli anni trenta poi aumentavano a 25, 50 e 75 cent/mi (“Mesupezza - cincu soddus e setti soddus.”).
Quando le “oàias” completavano la partita che consisteva generalmente in un centinaio di uova e due starelli di crusca, si recavano ad Oristano per rivendere la merce a negozianti che ne facevano preventiva richiesta».181


SA MONGIA
LA SUORA

Mia madre riteneva che per una donna il fare la suora fosse una scelta contro natura, codarda e improduttiva - il rifiuto di far figli, la paura di assumersi responsabilità e una vita vissuta per nulla, senza soddisfazioni: soltanto una vita comoda e per dirla con una sua frase “una vida che procu a pei segau”, ossia la vita del beato porco. Da questo drastico giudizio morale si salvavano appena is mongias de is asilius, le suore degli asili nido, che badano ai figli delle altre, e almeno danno alle madri una mano nell’allevamento dei loro piccoli; e ancora is mongias de is ospedalis, le suore degli ospedali, che assistono i malati - ma per far ciò ci dovrebbero essere is infermeras, le infermiere
Mongia de crausura, è detta la suora di clausura. In alcuni monasteri vigeva - non so dire se anche al presente - la regola di mortificare la carne con l’uso del cilicio, una sorta di cintura ruvida, quando non fornita addirittura di aculei. Oltre all’uso più maschile, proprio dei santi monaci, dell’autoflagellazione - anche questo ai fini di mortificare la carne ed evitare quindi i peccati di lussuria.


SA INFERMERA
LA INFERMIERA

Sa infermera, in campidanese, e infirmera in Logudorese, è l’infermiera, colei che assiste i malati.


SA BAGASSA
LA PROSTITUTA

Gnazina sa bagassa abitava in una casa alla periferia del paese, nella parte che dava sugli orti. Non per emarginazione da parte della comunità, che anzi le riconosceva un importante ruolo sociale e morale, ma per discrezione, per il rispetto di una attività che deve svolgersi nella più rigorosa privatezza.
Gnazina provvedeva a garantire al paese uno stato di equilibrio affettivo e umorale in specie, salvaguardando spesso la verginità delle fanciulle perbene e sovrintendendo alla armonia familiare, appianando incomprensioni e ritrosie muliebri. Per questo, pur non essendo lodata e apprezzata pubblicamente, tutti in cuor loro le riconoscevano tali meriti e perlomeno la rispettavano. Tant’è che mai - parlo delle donne - mostravano in pubblico di disprezzarla o la evitavano nei casi, abbastanza frequenti, di incontri, come accadeva ogni domenica mattina in Chiesa per la santa Messa. Anzi, assai spesso, la donna che entrando nel tempio la precedeva le porgeva le dita stillanti l’acqua benedetta affinché bagnassero le dita di lei, di Ignazia sa bagassa. La quale, per altro, vestita modestamente ma non senza grazia e femminilità, non si distingueva per nulla da una onesta madre di famiglia o da una chiesastica zitella sui trentacinque anni.
Bisogna poi ammettere che santa Madre Chiesa con la figura della Maddalena di evangelica memoria, sa bagassa pentia, la meretrice pentita e perfino apprezzata dal Cristo Nostro Signore per avere ella tanto amato, peccando, non era molto severa con Ignazia. Il parroco, in occasione di qualcuna delle omelie, specie quelle sulla Settimana Santa, raccontava la storia della bellissima bagassa dai capelli lunghi biondi e dalle carni bianche morbide e sode la quale, con grande scandalo degli apostoli, servì lavò profumò con amore il corpo del Redentore, profetizzandone così la prossima morte sulla croce. Era una storia che piaceva molto ai paesani, non soltanto ai maschi, che si bevevano rapiti le parole del parroco. E la loro mente correva facilmente a Ignazia, che avendo capelli biondi lunghi e una carnagione di latte e per di più occhi celesti, si inorgogliva al pensiero che una sua antenata avesse avuto intimità con Gesù e che da Gesù fosse stata perdonata e apprezzata.
Ma le male lingue - quelle femminili - asserivano che tra i visitatori, meno male occasionali, della Ignazia-Maddalena ci fosse pure don Anselmo s’arretori, ovvero il parroco - forse - lo difendevano is santicas, le sue fedeli - per motivi religiosi, in veste di apostolo della redenzione.
La sua - di Ignazia - era una casetta da favola, piccola, sempre ordinata e pulitissima - compreso il letto matrimoniale dove esercitava la professione. Per i suoi visitatori non c’era pericolo di buscarsi malattie o parassiti, semmai era lei, Ignazia, a dover temere specie quando riceveva reduci dal servizio militare che andando con bagassas istrangias de Continenti, bagasce continentali, potevano essersi preso qualche malanno...
Riceveva le visite dei maschi dopo il tramonto, come voleva la tradizione. E dopo la mezzanotte, d’inverno, e massimo alle due di notte d'estate, porta chiusa per tutti.
Appunto per la tradizione, durante il giorno, alla luce del sole, pubblicamente, davanti agli occhi di tutti, si compiono o devono compiersi soltanto opere buone, oneste e meritorie e al contrario durante la notte, quando c’è buio e “quasi” non ci si vede l’uno con l’altro, o perlomeno non ci si riconosce, non si dovrebbero compiere ma si compiono “cose” (opere non le si può chiamare) cattive, disoneste e nefande. Tra queste cose, oltre naturalmente il rubare, c’è il fornicare.
Ignazia non faceva distinzioni, poveri o ricchi, di destra o di sinistra che fossero, si prodigava nello stesso modo con tutti e a ciascuno dava ciò che gli era necessario per sgravarsi dal desiderio della carne. Purché pagasse la tariffa, che era uguale per tutti. E che, di tanto in tanto, con l’aumentare del costo della vita, Ignazia giustamente ritoccava - giusta la legge del carovita allora in vigore.
Eppure ciascuno dei suoi serotini visitatori era convinto - e lei glielo lasciava credere - d’essere se non il favorito almeno fra i primi nella graduatoria nel cuore e nell’anima di lei. Ignazia sapeva che nel suo mestiere non ci si deve innamorare e neppure affezionare a qualcuno in particolare. Perciò si sforzava di accettarli e di usare lo stesso trattamento a tutti e fingeva, quando fingeva si capisce, di provare con ognuno di essi un grande piacere. E non mancava mai di complimentarsi con ciascuno delle “favolose” prestazioni da lui ricevute, senza ovviamente far paragoni, anche quando richiesti, con le prestazioni altrui. Eppure, bisogna dirlo, Gnazina ce l’aveva, un prediletto… Era Licu, un pastore giovane, bello e forte in tutti i sensi. Le faceva visita di lunedì, il giorno della settimana meno trafficato, e con lui si sentiva sciogliere quando l’amava, dopo averlo aiutato a togliersi gli indumenti, in piedi davanti al letto, dopo aver ammirato la sua bruna nudità eccitata, dopo averlo invitato con un gesto dolce della mano a giacersi su di lei.
I suoi visitatori, dal punto di vista umano, erano in fondo dei gran bambinoni bisognosi di tenerezza e di coccole. Questo Gnazina l’aveva capito ben presto, già agli inizi della sua arte, e maternamente burrosa e zuccherina come nessuna, ella dispensava ai suoi ospiti di ogni età quel tanto di affetto che madri e spose non avevano saputo dare a quei rudi e virili omaccioni - con teneri bacetti, paroline dolci, grattatine e giochini vari.


S’ATTITADORA
LA PREFICA

“Prefica. Donna che per mestiere esegue il piano rituale nelle cerimonie funebri. L’uso del lamento funebre compiuto da donne estranee alla cerchia familiare del defunto, corrente nell’antichità classica (Etruria, Grecia, Roma, Sardegna) si è mantenuto nel folclore di varie regioni europee: in particolare in Italia esso esiste ancora in Lucania, Calabria e Sardegna. Le prefiche possono essere in alcuni casi componenti del gruppo sociale del morto, ma esiste ancora la figura della prefica prezzolata, che ha a sua disposizione un repertorio di lamenti funebri in versi per le varie occasioni e tutta un’arte di esprimere il dolore in forme ritualizzate. Le prefiche prendono il nome di attitadoras in Sardegna, di reputatrici in Calabia, di voceratrici in Corsica”.182
Is attitus o attitidus indicano le lamentazioni funebri.
Così dunque la cultura ufficiale, che per voler generalizzare e sintetizzare, commette qualche grossolano errore: in Sardegna s’attitadora non è mai prezzolata, seppure certamente e generosamente compensata dal consenso, dalla considerazione e dal rispetto che la comunità le tributa. Ci sono mestieri e attività che non sono necessariamente legati al mercimonio, al denaro, che li renderebbe vili - al contrario di ciò che avviene nella “civiltà” di questo “illuminato inferno” dove non si fa nulla senza pretendere in cambio denaro.
Talvolta s’attitadora è la madre o la sorella del morto, o una parente - ma in ogni caso fa parte della stessa comunità ed è pertanto emotivamente coinvolta per la perdita di un suo membro, tanto più se la morte è ingiusta perché immatura o perché stroncata da una vendetta o peggio, al colmo della ingiustizia, dalla violenza armata dello Stato.
S’attitadora - quando non sia la madre, la sorella, l’amica o una parente del morto - è una donna che esercita un mestiere certamente nobile, anzi un’arte, proprio dell’artista al quale la gente riconosce un dono di natura, come su cantadori, il poeta cantore, che improvvisa i suoi versi davanti al folto pubblico di estimatori, che accorre per ascoltarlo e valutarlo, in occasione delle sagre paesane. Ed è a mio parere estremamente sconfortante (e umiliante per la cultura e le tradizioni del nostro popolo) che amministratori locali, e associazioni come le “Pro-loco”, per un malinteso concetto di modernismo invitino i soliti giovani e meno giovani presuntuosi, imitatori dei cantautori nazionali, che strillano, microfono in bocca a tutto volume, qualcuna di quelle sciocchezze di moda, che piacciono tanto ai ragazzini masticatori di ciulinga, gomma da masticare. Chiamassero a cantare almeno Fabrizio De Andrè! Che, non solo apprezza l’arte musicale della nostra terra, ma che ha voluto persino riprenderla e valorizzarla in alcuni dei suoi migliori brani degli Anni 80.
Is attitus, le improvvisate lamentazioni funebri delle attitadoras, costituiscono spesso vere e proprie opere d’arte. Da Grazia Deledda a Sebastiano Satta (che ne ha scritto una “piangendo” la morte della antica e nobile e fiera Sardegna) fino a Cherenti e a Cabiddu e a chi scrive, sono tanti gli studiosi, figli di questa Terra misconosciuta e maltrattata, che hanno raccolto attitus, lamentazioni funebri. Ne presenterò una raccolta in un capitolo del volume V di “SU TEMPUS CHI PASSAT” intitolato “Usanzias antigas”. Per il momento, nel poco spazio che ancora mi è consentito in questa pur vasta opera sui mestieri, inserisco qualche brano, che a me sembra esemplare, di attitus, di lamentazioni funebri.

Vecchie usanze di Gabriele Cherenti

“Fizu s’ultimu adiu! / Non t’happo pius biu / E invanu ognunu a tie giamma, / Ca fusti fizu ‘onu, / Custu est s’ultimu donu, / S’ultimu ‘asu chi a tie da(t) mamma. / Ahi, ‘asu de dolore! / Ahi, crudele morte! Ite terrore! / A su mancu, Segnore, / Happat custu favore: / Siat in logu ‘onu collocadu; / Totu su patimentu / L’happat como in cuntentu.”
(Figlio l’ultimo addio! / Non ti ho più vivo / E invano ognuno ti chiama / Che fosti figlio buono. / Questo è l’ultimo dono, / L’ultimo bacio ch ti dà mamma. / Ahi, bacio di dolore! / Ahi, crudele morte! Che terrore! / Almeno, Signore, / Abbia questo favore: / Sia in luogo buono ospitato; / Tutta la sofferenza / L’abbia adesso in gioia.)
Il canto lugubre cessa per poco. Fra le donne accovacciate nella penombra, s’alza la madre: “Fizu, finia l’hat sa penitenzia! “. (Figlio, finita l’hai la penitenza!)
Sta per incominciare s’attitidu, il pianto funebre della prèfica: s’attitadora.
Tutt’avvolta in un lungo mantello nero che ricopre il suo antico costume abbrunato, la donna s’avanza lenta, altèra, con ostentata indifferenza, sino al letto di morte. Ora si sofferma, leva in alto una mano, poi un grido disperato rompe l’incantesimo del momento. Col grido della prèfica, inizia il dramma .
 “Mancadu est su zigante, / su forte valenteri / de sa capitanìa. / Frade meu ! Frade meu !” (Mancato è il gigante, / il forte valente / della comunità. / Fratello mio! Fratello mio!)
Le gambe incrociate all’uso arabo, le donne siedono per terra e formano intorno al letto di morte un cerchio, detto s’inghìriu, il giro. Gli uomini sono di là, nella cucina fumosa in disparte.
La prèfica continua il suo lamento:
“Ite t’happo a donare / prima de t’avviare! / inue dana a tie reposu! / Ahi! frade meu istimadu!” (Che cosa ti donerò / prima di avviarti / dove ti daranno riposo! / Ahi! Fratello mio stimato!)
Un fazzoletto nero le cinge la testa e ricopre la fronte: il viso, sbiancato, è impietrito, l’occhio senza sguardo. Il suo lamento ha una cadenza ritmica che si uniforma con la battuta delle mani sulle ginocchia: le parole scorrono impetuose, con accenti aspri, talvolta macabri e persino ironici. Le immagini si rincorrono: immagini di avvenimenti che s’erano scoloriti nel lento scorrere della vita, ed ora, d’un colpo, tornano vive, lucide, a rievocare un passato che par così lontano: l’eco nostalgica rimbalza su di un presente dolorante sino allo spasimo.
Il tramonto scende sulla bara, scende sul ciglio di una sepoltura. L’ultimo grido della prèfica si perde fra il tremolio dei ceri. Ed il mesto corteo si compone, e s’avvìa.
Il suono lento della campana si annunziava, sino a non molti anni fa, conforme al grado sociale della famiglia in lutto. A. Mores, in Logudoro, il rintocco funebre per la morte di un ricco era detto imperale, per un povero su toccu; per un fanciullo: toccu de allegria.
A Sarùle, per la morte di un povero era d’uso il suono della campana di Santa Croce, con tre tocchi ben distinti; per la morte di un ricco l’annuncio era dato da tutte le campane del paese, a brevi intervalli, la morte di un bimbo era annunciata da sa boghe d’anghelu.
A Silanus, per la morte di un bimbo suona sa campana manna. A Irgoli, Orosei, Loculi e Onifai, il rintocco funebre è detto s’agonia; a Bolotana, sa regula.
Usanze e tradizioni resistono all’avanzata travolgente del progresso; intanto, però, s’attitadora, la prèfica, non accompagna più la salma nel calvario sino al camposanto, chiamando vendetta con urli disperati e imprecazioni gridate sin sull’orlo del sepolcro.
Già negli Statuti di Sassari, del 1294, si legge: “Ordiniamo che nessuna donna di Sassari, né fuori, alla Chiesa di Santa Maria de’ Frati Minori, dietro nessun morto, né dalla Chiesa al Cimitero, né dalla Chiesa dove verrà sotterrato il morto si debba radunare. E se qualcuno farà diversamente, pagherà al Comune soldi venti. Del quale bando, o multa, la metà sia del Comune e l’altra dell’accusatore, e sia mantenuto il segreto. E a ciascuno del consiglio sia creduto nel giuramento.”
La prèfica dell’anatema è scomparsa; la tradizione resiste per i sopravvissuti di un mondo sorpassato.
Ancora oggi in molti paesi dell’Isola il colore che indica il lutto è giallo. Nell’uso antico, dove vige su curruttu, al lutto segue il digiuno.
Nella Gallura e nel Nuorese le vedove tenevano la stessa camicia per tutto il tempo del lutto che in genere durava per tutto il resto dell’esistenza. Gli uomini lasciano, ancora, incolti la barba e i capelli.
Oggi, pur non dimesso il pesante orbace, si “rompe” il lutto e si torna alla terra senz’attendere che sia trascorso il tempo del ritiro prescritto. Anche le donne, il viso oscurato dalla funebre gonna rialzata sul capo, tornano al campo.
La prèfica dell’anatema è scomparsa ma la tradizione resiste. Il 2 novembre, forse più che altrove, in Sardegna si celebra il giorno dei morti. Nei paeselli dell’interno, appena lento incomincia il rintocco, ogni lavoro è sospeso, né si deve mondar la casa, o pettinarsi. Lampade a lume d’olio s’accendono nelle anguste dimore e adornano i sepolcri.183
A Sarule e Orotelli, al vespro dei morti, le famiglie in lutto vanno in Chiesa precedute di pochi passi da una bambina che porta dodici candele sistemate in un vassoio, nero alla base. La sera della vigilia i bambini, di casa in casa, chiedono su mortu mortu e ricevono in dono frutta secca e pabassinas. Ad Iglesias questa carità in nome dei defunti è detta “su beni po s ‘anima.”
La tradizione ha conservato anche l’usanza della cena dei morti, ancora diffusa in quasi tutta l’Isola. S’imbandisce la mensa con maccheroni, formaggio, pane e vino. Un posto a tavola resta vuoto, come nell’attesa di qualcuno che non può tardare.184
Vecchie usanze di Sardegna. Il progresso avanza, l’Isola procede sicura sulla via dell’ascesa, ma la tradizione resiste, nel ricordo dei padri».185


SA RICAMADORA
LA RICAMATRICE

Le ragazze dei nostri paese, fino a tempi recenti, occupavano il tempo libero dalle faccende domestiche dedicandosi al ricamo e al cucito.
Comunque, non era soltanto lo svolgimento di una attività necessaria nell’economia familiare, ma era anche un momento di incontro sociale, di riunione di gruppo e di comunicazione. Infatti, oggi in casa dell’una, domani in casa dell’altra, le giovani ogni sera si riunivano, preferibilmente nell’ingresso che nelle antiche abitazioni era assai ampio, facendo semicerchio davanti alla finestra o alla porta aperta sulla strada; cosìcché potessero vedere la gente che vi passava. Non di rado, il gruppo si sedeva nel cortile se non addirittura ai margini della strada sulla soglia dei portali d’ingresso.
E dunque, tra una gugliata e l’altra si tessevano e si ricamavano lini e merletti insieme agli avvenimenti della comunità.
Se in italiano esiste il modo di dire “cucire i panni addosso a qualcuno”, che in pratica significa spettegolare su qualcuno dandogli quel che si merita, se se lo merita, in lingua sarda si potrebbe usare il termine “tessere o ricamare sui fatti di qualcuno”. Per la verità bisogna dire (ma questa forse è soltanto una mia impressione) che i pettegolezzi nei crocchi di fanciulle non dovevano essere davvero cattivi o maligni, ma più che altro si riducevano a soddisfare naturali curiosità su questioni tabù quali quelle dei rapporti con l’altro sesso.
Si comprende così come l’argomento principale della conversazione delle giovani fosse imperniato su fatti riguardanti qualche uomo che era considerato un buon partito, o intrecci sentimentali o anche delusioni amorose di cui qualcuna fosse rimasta vittima.
All’interno del gruppo c’era sempre una donna anziana esperta nel cucito e nel ricamo. Anch’ella del vicinato, spesso parente di una delle giovani, aveva il compito di insegnare alle fanciulle poco esperte le tecniche più elementari di cucito e a quelle già avviate lavori più complessi. Non solo, ella vigilava sul buon comportamento delle ragazze, richiamandole a pensieri e linguaggio perbenisti e nel contempo le proteggeva da complimenti indiscreti di eventuali bellimbusti di passaggio in quella strada.


SA COSINGIANA
LA CUCITRICE

Sa cosingiana o cosingera è la cucitrice, colei che fa lavoro di cucito a pagamento, in particolare di rammendo. Quando si parla di lavoro di rammendo non è tanto il rammendare il buco di una calza, cosa che qualunque massaia sa fare, ma per esempio rammendare strappi ai pantaloni o a una giacca o rifarne parti consumate o rattoppare capi di vestiario che la povera gente non è in grado di ricomprarsi nuova. In tali casi appunto ci si rivolge alla cosingiana - bravissime le suore che facevano lezioni di rammendo alle fanciulle del paese - la quale si adopera con la sua esperienza di cucito a rammendare e a rattoppare.


SA FIBADORA O FIBONGIANA
LA FILATRICE

«Zia Grazia abitava in una casetta bassa ad un solo piano; sulla strada c’era un cancelletto di legno stinto e consumato dal tempo e dalle intemperie, spalancato su un cortile selciato di un paio di metri quadri, su cui davano tre gradini di granito che sembravano levigati tanto erano consumati; ai lati c’erano dei recipienti di coccio e di ferro smalto, pentole vecchie, fondi di brocche, conchette filate e sbrecciate dove crescevano rigogliose piantine de fabicas, di basilico, di menta e di Maria-Luisa, di cedrina, e gerani di ogni varietà.
Anche la porta della stanza d’ingresso era sempre spalancata: da una parte vi era il caminetto e dall’altra sa mesa manna, un grande tavolo che un tempo era stato usato per fare il pane: ora era coperto da su coberibancu, dal tappeto, un tempo a colori smaglianti, ma ora stinto e sfilacciato. Sul tavolo, un canestro, dove c’era la lana carminata, ricoperto da un panno bianco. Attorno alle pareti, allineati, c’erano is scannus, seggioline, di tutte le misure. Appeso alla parete su parastaggiu, lo scaffale, dove erano esposti piatti colorati di varia grandezza. D’angolo, incastrato nel muro, s’accajolu, l’armadietto all’altezza dello scaffale. Il pavimento era di mattoni rossi con molti buchi, consumati dal tempo.
Zia Grazia sedeva vicino al caminetto e sul gradino di esso teneva una brocchetta d’acqua che le portavano da sa mizza, dalla sorgente, perché doveva bere acqua buona per farsi in bocca la saliva speciale che le permetteva di filare. Tutto era ordinato e pulito, perché il filato doveva essere intaccabile dalle tarme.
Tutte dicevano che fibadora bella come zia Grazia non ce n’era altra, perché ci stava molto attenta. Era una vecchietta piccolina, tutta vestita di nero perché era vedova, solo le mani erano bianche e affusolate da fare invidia a una contessa; dopo averne insalivato la punta, muoveva con sveltezza le dita attorcigliando la lana e sollevava in alto la conocchia, quindi avvolgeva il filo al fuso e ricominciava. Una volta che il fuso era pieno lo appoggiava sul tavolo e ne prendeva un altro.
Abitava con lei anche la figlia Rosica, vedova anche lei, anche lei vestita di nero, sembravano sorelle! Rosica faceva tutti i lavori di casa ed aiutava la madre in ogni necessità perché non smettesse di filare: quando il fuso era pieno lo dipanava sull’arcolaio perché asciugasse; quando la conocchia era vuota la ripreparava avendo cura di mettere la lana in perfetto ordine, così come la doveva tenere ordinata e ben soffice nel canestro. Quando aveva finito queste incombenze, prendeva anche lei fuso e conocchia e filava: ma quello della madre, liscio, uniforme e sottile, serviva per l’ordito. Ed era questa la specialità di zia Grazia che spesso rinunciava a mangiare cose ben condite pur di avere la saliva pura e inodora».186


SA TESSIDORA
LA TESSITRICE

«Nei tempi passati al lavoro della tessitura si dedicavano da madre in figlia, tutte le donne del paese. Nelle famiglie abbienti, dove le faccende domestiche erano molteplici e la servitù numerosa, la domestica più anziana veniva adibita esclusivamente al lavoro della tessitura per tutti i dodici mesi dell’anno. La sua merce annuale era di dodici scudi oltre il vitto e l’alloggio e qualche capo di vestiario per “zrega”. Era una mercede molto ambita per quei tempi in cui il valore di acquisto della lira era altissimo.
La tessitrice era una donna speciale, idonea a trarre dall’opera del telaio ogni qualità di tessuto necessario per tutti gli usi familiari del tempo. Dall’orbace ruvido e pesante per “is saccus de coberri” per gli uomini di campagna a quello finissimo per l’abbigliamento femminile e maschile richiesto dal costume allora in voga. Dai tessuti finissimi di lino, “pannu de carri”, per la biancheria personale e da letto, a quelli più ruvidi e pesanti “pisantinu” per le braghe usate dagli uomini sotto il gonnellino di orbace nero, per tovagliato e saccheria. Ma le creazioni più belle erano i tappeti “coberibangus” di “aramu” e di “lauru” e le coperte da letto “cillonis” e “fanigas” di “briali” e “a pibionis”.
La perizia di quelle fate del telaio, allevate alla scuola della più spontanea tradizione arcaica, ha dato in tutti i tempi lustro e risonanza al piccolo centro montano di Morgongiori per la bellezza dei tappeti. Essi, veri capolavori d’arte, per la loro originalità, per sobrietà e tono di colori hanno sempre destato l’ammirazione di tutti e degli esperti in ispecie».187


SU TELARGIU
IL TELAIO.

Nella economia autarchica del contadino, su telargiu, il telaio, è un utensile di prima necessità. Con il telaio, le donne, fin dalla prima fanciullezza, provvedevano alla tessitura delle tele necessarie al corredo familiare. La lana delle pecore forniva la materia prima per la tessitura dell’orbace, un panno robusto con cui si confezionavano capi di abbigliamento e inoltre coperte, tappeti, arazzi, copri-tavolo e sacchi per i cereali. La campagna dava il lino, con cui si confezionavano i capi di abbigliamento intimo, lenzuola, asciugamani, e tovagliati, e inoltre sacchi e bisacce. Con l’uso misto della lana e del lino si ottenevano prodotti più resistenti e pregiati.
Venivano importati soltanto i filati di cotone - materia prima mancante nella economia dell’Isola, talvolta usato come ordito nella tessitura sia della lana che del lino.
Tutte le fasi della lavorazione della lana e del lino avveniva a livello familiare, ed era un compito riservato esclusivamente alle donne. La fase più delicata e più lunga era quella della filatura. Nella tessitura, la fase più delicata era quella della preparazione dell’ordito - non di rado, per tale operazione, si ricorreva a una esperta del vicinato.
Il declino del telaio inizia con l’impianto delle filande nel Continente e la conseguente invasione dei prodotti tessili di tipo industriale che raggiunsero anche i mercati dell’Isola. Tuttavia, nel mondo contadino, il telaio ha resistito fino agli Anni Cinquanta, con un incremento del suo uso durante la prima e la seconda guerra mondiale, per sopperire alle carenze del mercato. E’ rimasta, seppure su scala ridotta, la tessitura dei tappeti e degli arazzi.
Va detto che l’attuale “revival” del telaio - in particolare per la produzione di tappeti e arazzi sardi su scala industriale - è stato incentivato dal “Progetto Sardegna” dell’OECE/AEP e dall’I.S.O.L.A. (Istituto Sardo Organizzazione Lavoro Artigiano), ente vigilato dalla Regione. Per diffondere tale prodotto nei mercati del Continente, purtroppo ne è stato falsificato l’originario valore culturale e artistico - a parte l’introduzione di nuovi telai di tipo meccanico che, pur aumentando i profitti, modificano degradandola l’autenticità, la bellezza di un classico prodotto dell’arte popolare.
Il telaio veniva sempre, almeno nei paesi del Campidano oristanese, sistemato nella camera d’ingresso, sotto la finestra che dava sulla strada. In talune case più ricche vi era una apposita stanza riservata al telaio e al suo uso, stanza che aveva una finestra luminosa che dava sul cortile interno.

Nomenclatura essenziale del telaio

Su telargiu o trobaxu indica sia il telaio nel suo insieme, sia le due fiancate portanti verticali, fissate al pavimento o con obbilus, chiavarde, o con perdas, blocchi di pietra.
Is surbius, i subbi, sono i due bastoni cilindrici scanalati, incastrati in appositi fori nelle due fiancate: uno all’inizio per avvolgervi la tela già tessuta, l’altro alla fine per avvolgervi l’ordito da tessere.
Is pertias, le bacchette, grosse un dito, si inseriscono nella scanalatura dei surbius, subbi, e fermano, una il capo della tela già tessuta, l’altra il capo dell’ordito da tessere.
Is serradorius, i pioli, sono i due fermi dei surbius, subbi. Quello anteriore comanda l’avvolgimento della tela; quello posteriore consente lo svolgimento dell’ordito pur tenendolo teso.
Is pertieddas, le pertiche, più sottili delle pertias, bacchette, sono quattro: una serve a dividere e tenere distanziata la tela già tessuta e arrotolata al suo subbio dall’ultima parte che si sta ancora tessendo; la seconda serve a separare l’ordito arrotolato al suo subbio da quello che avanza man mano che si procede nella tessitura. Le altre due, dette pertieddas a gruxi, pertiche a croce, servono per l’intreccio delle trame.
Is cascias, o cascia, la cassa, è formata da due listelli, uno superiore e l’altro inferiore, scanalati, dove trova posto su pettini, il pettine. La cassa è appesa alla fiancata del telaio, poggiando sulla parte superiore delle stesse, dentellata, mediante due stecche di legno, e avanza, dente dopo dente, man mano che si procede nel lavoro.
Is puncionis, i punzoni, sono le due stecche di legno che sostengono la cassa appesa alle fiancate, e hanno anche la funzione di fermo con la dentellatura.
Su pettini, il pettine, lungo quanto l’ordito, è fatto con due bacchette di legno tra le quali sono incastrati i denti, fatti di listelli di canna, legati insieme ben stretti con filo di cotone robusto. Tra un dente e l’altro del pettine passa un filo dell’ordito.
Su lizzu, il liccio, è costituito da due canne lunghe quanto l’ordito, legate tra loro con filo di cotone, sovrapposte e distanziate, che formano una sorta di pettine, i cui denti sono ottenuti con le cordicelle dello stesso cotone. Il numero dei denti de su lizzu devono corrispondere a quelli de su pettini. Il numero di is lizzus, licci, varia a seconda del disegno che si vuole realizzare. Il più semplice ne richiede quattro. Anche su lizzu , come su pettini, è appeso alle fiancate.
Is calculas o pibias, le calcole, consistono in funicelle di giunco, tante quanti sono is lizzus e vengono governate con i piedi. Servono ad abbassare o sollevare is lizzus ai quali sono legate, per la realizzazione del disegno.
Sa spola, la spola, a forma di canoa, lunga circa venti centimetri, munita nel suo interno di un perno longitudinale detto su fustigu o sticcu, lo spoletto, intorno al quale ruota su canneddu, il cannello del ripieno. Con la spola si passa la trama tra i fili dell’ordito.
Su canneddu, il cannello del ripieno, è la canna che contiene avvolta una certa quantità di stame. Come detto si inserisce in su fustigu, all’interno della spola.
Su umpidoriu o faicanneddus, fuso di ferro che serve per avvolgere lo stame intorno a su canneddu, il cannello.
Su pindu, la penerata, è l’ultima parte dell’ordito che non è possibile tessere, e resta come frangia.
Su stamini, lo stame, è il filato di lana, lino o cotone, necessario alla tessitura.
Su ordiu o orriu, l’ordito: il complesso dei fili distesi in senso longitudinale sul telaio.
Sa trama, la trama: è il complesso di fili che si intrecciano all’ordito, in senso opposto.


SA LANA
LA LANA


Dalla tosatura alla filatura

«Un secolo fa la pastorizia era, dopo l’agricoltura, l’occupazione preferita dalla popolazione del paese. L’allevamento del bestiame costituiva una necessità anche per le famiglie contadine perché la loro economia trovava in essa complemento, sostegno e salvezza nelle annate fallimentari dell’agricoltura. Specialmente l’allevamento delle pecore era una necessità imperiosa per tutte, perché non c’era famiglia che non attingesse a prodotti della pastorizia per i molteplici bisogni materiali. Si pensi che il latte, il formaggio, la carne costituivano le basi dell’alimentazione; la lana e le pelli la materia prima indispensabile per la fattura degli indumenti maschili e femminili allora in uso.
Le pecore erano tenute con molta cura. Per quanto allo stato brado, ad esse erano riservati i migliori pascoli in su poberiu nell’inverno. Nei periodi più tempestosi della stagione invernale e durante le nevicate in specie, trovavano riparo nei ricoveri naturali della campagna e in tettoie di frasche, imbragus, costruiti presso gli ovili o venivano addirittura ricondotte in paese dove trovavano rifugio sotto i vasti loggiati, istalis, delle case contadine, per l’occasione adibiti a stalle. Ivi venivano nutrite con sostanziosi pasti di fave, ghiande e fieno.
D’estate trovavano abbondanti pascoli nelle stoppie, stuas, e ristoro dalla calura all’ombra di un albero frondoso o sotto una tettoia di frasche, meriagu, appositamente allestita. Nel mese di maggio, prima dell’inizio dei calori estivi, le pecore venivano alleggerite dal mantello con l’opera delle cesoie, ferrus de tundi.
La tosatura è un’operazione cui ancora oggi si dà grande rilievo, ma nell’antichità costituiva una delle più belle sagre pastorali, forse per l’importanza che le arcaiche popolazioni sarde davano alla produzione della lana che costituiva, come ho detto, la materia prima essenziale per i loro indumenti.
Molteplici erano le operazioni ch si susseguivano nella lavorazione della lana. In primo luogo, doveva essere fatta una rigorosa cernita di quella destinata alla tessitura, che doveva possedere necessariamente le migliori qualità di candore, morbidezza e lunghezza di pelo. Perciò veniva scelta quella di pecore adulte, mentre quella ricavata dalle agnelle serviva per l’imbottitura di materassi e guanciali.
La lana veniva accuratamente lavata con acqua tiepida e dopo essere stata lasciata asciugare, veniva pazientemente districata a mano, accramiada, poi carcata, ossia passata su due pettini di ferro, passada in pettinis, per separare il fior di lana dal cascame, cuapetti».188

La lavorazione della lana

«Subito dopo la tosatura delle pecore, che viene fatta nel mese di maggio, prima che inizi il grande caldo, la lana viene in parte venduta a is cavallantis e in parte utilizzata per il fabbisogno della famiglia; la lana nera essendo poca viene lasciata per la famiglia.
E’ necessario procedere al più presto alla sua lavorazione. E’ questo un compito riservato alle donne. Si preparano calderoni di lissia, lisciva, che consiste nel far bollire acqua non di pozzo con cinisu e laureu, cenere e alloro, per circa quindici minuti, dopo di che viene colata e lasciata raffreddare. A questo punto si può procedere alla lavatura della lana.
Ci si deve assicurare che la lisciva sia tiepida e la temperatura sia costante, in modo che la lana resti bianca e morbida. Si avrà cura di immergere e di smuovere con attenzione la lana dentro l’acqua perché i ciuffi non vadano scarmigliati.
La lana viene poi messa all’aria, mai al sole, e lasciata asciugare bene girandola diverse volte.
Successivamente viene pettinata e carminata per separare quella lunga e quella corta. La lana lunga verrà filata separatamente e darà luogo ad un filato più robusto e resistente utilizzato per l’ordito, su stamini, e la lana corta, dopo filata, verrà utilizzata come trama.
La lana nera viene lavata e lavorata separatamente da quella bianca. Se la quantità è sufficiente, su saccu nieddu, il sacco nero, si tesse direttamente con questa, altrimenti viene usata per la tessitura di altri manufatti quali is cillonis, coperte a scacchi bianchi e neri, is saccus pettiazzus, i sacchi a strisce bianche e nere usati per il trasporto del raccolto; in tempi non molto lontani si confezionavano anche indumenti personali come cappotti, giacche, corpetti e maglioni».189


SU LINU
IL LINO

Dalla semina alla filatura

«Nell’economia contadina aveva una notevole importanza anche la coltivazione del lino, necessaria per la confezione del corredo della sposa: tovagliato, lenzuola, tendaggi, sacchi per la raccolta del grano e talvolta anche per l’abbigliamento. Nell’uso familiare, il lino veniva integrato con il cotone, che veniva acquistato, dalla lana, fornita dalle pecore e lavorata in casa. (Si potrebbe aggiungere sa lanetta, la lana morbida “merinos” che si comprava nei negozi.)
Nel mese di novembre, si procede alla semina del lino. Il terreno, di solito piccoli appezzamenti, viene lavorato come qualsiasi altra semina: arato, fresato e poi sbriciolate le zolle e livellato con un rastrello. Il lino viene seminato fitto fitto, di modo che non cresca neanche un filo d’erba, e ricoperto con uno strato sottile di terra. A differenza del grano, dell’avena o delle leguminose, il lino non necessita di altro lavoro.
La pianta del lino è costituita da uno stelo alto da 70 centimetri a un metro, sulla cui cima sboccia una fioritura a mazzetto di colore celeste che porta a maturazione un frutto a forma di cece contenente sette-otto semi. Per inciso, va detto che la coltura del lino impoverisce parecchio il terreno.
Nel mese di maggio, lo stelo diventa dorato e il frutto è ormai maturo. Il lino si raccoglie poco prima del periodo delle fave.
La raccolta è una fase delicata, perché la pianta viene strappata a mano, conservando le radici e perciò stando molto attenti a non spezzare lo stelo. E’ un lavoro lento e faticoso, e spesso le donne portano con sé unu scannixeddu, una seggiolina, per stare sedute durante il lavoro di estirpazione. Si prendono e si sradicano a manigas, a mazzetti, di quattro o cinque steli per volta o, dove ciò non sia possibile, si estirpano anche uno a uno; quindi si formano dei mazzi grossi quanto le mani possono contenerne, mettendo gli steli tutti nello stesso senso, da una parte le radici e dall’altra il frutto.
Poi, i mazzi con le radici per terra vengono messi in piedi, a gruppi di tre, a forme di piramide, ad asciugare, per circa quindici giorni.
Portato in paese, si procede alla battitura o pestatura o potatura cun su mallu, con il manfano, per ricavarne i semi, che vengono conservati in marigheddas, brocchette di terracotta.
Successivamente, dopo Ferragosto, il lino ancora legato a mazzetti, viene portato al fiume, viene messo nell’acqua e lasciato lì a macerare, nelle anse dove il fondale è basso e l’acqua ristagna. Il lino viene ricoperto di fanghiglia e tenuto fermo con sassi, anche grossi, affinché il fiume non se lo porti via. Viene lasciato così per circa otto giorni.
Dopo la macerazione, il lino viene riportato in paese e messo ad asciugare. Quando è asciutto viene messo dentro il forno ancora caldo (per averci cotto il pane la mattina), po ddu arridai, per brustolirlo, dall’imbrunire fino alla mezzanotte o all’una. A questo punto il lino è pronto per la lavorazione. Ora bisogna separare la fibra dalla parte legnosa detta ossu. Questa operazione si chiama orgunai su linu, scotolare il lino, e si fa con un attrezzo detto s’orgunu.
S’orgunu è un attrezzo che solitamente viene costruito dal falegname, completamente in legno de ollastu, di olivastro, o de pira, di pero, ed è sostenuto da due cavalletti alti circa ottanta centimetri, uniti da un listello. Sui cavalletti sono fissate tre tavolette a coltello, fatte proprio come coltelli nel senso che verso l’alto le tavolette presentano una sorta di taglio, e sono equamente distanti. Tra l’una e l’altra, fissate al cavalletto, vanno a inserirsi altre due tavolette uguali alle precedenti, ma sistemate a specchio, nel senso che il taglio della lama è rivolto verso il basso. Dall’altra parte queste due tavolette hanno un’impugnatura.
Per la lavorazione del lino vengono sollevate con l’impugnatura le due lame, i mazzetti di lino vengono aperti e appoggiati sulle tavolette fisse e quindi battuti, cioè scotolati, abbassando ripetutamente le due tavolette mobili. Il fascio di lino viene spostato in continuazione in modo che tutte le parti siano così ben scotolate.
Questo lavoro si esegue stando in piedi e la massaia che testimonia ricorda: “Quando ero stanca, per riposarmi avvicinavo una sedia e piegando una gamba vi appoggiavo ora un ginocchio ora l’altro, perché qualche volta facevo questo lavoro tutto il giorno”.
Una volta ultimata tale operazione, ogni mazzetto di lino viene attorcigliato su se stesso, formando così una matassa a forma di treccia, detta malladroxa.
Is malladroxas vengono poi gramolate, cioè battute per ammorbidirle con su mallu de pistai linu, il manfano da lino. Dopo di che vengono riaperte e pettinate con su pettini de ferru, il pettine di ferro, che assomiglia più a una spazzola che a un pettine. Con la pettinatura abbiamo così la divisione tra le fibre che verranno usate nella filatura: una per la confezione de su stamini, dello stame o ordito, e l’altra fibra, scadente, sa stuppa, la stoppa, costituirà la trama nella stessa tessitura».190


CAPITOLO DODICESIMO

SU TRABALLA DE IS PICCIOCCHEDDUS
IL LAVORO MINORILE

Presentazione

Il lavoro minorile - tipico prodotto della miseria - cerca giustificazioni pseudo-morali e pseudo-pedagogiche in una mitica “santità” del lavoro propalata nei secoli dai padroni a esclusivo uso e consumo del popolo. E così la povera gente è portata a idealizzare il proprio miserevole stato di bestia da soma.
Si dice che il lavoro «fa bene allo sviluppo del fanciullo e ne tempra il carattere», che “nobilità”; e se non basta si tira fuori “l’espiazione” per il peccato originale, la maledizione biblica ad Adamo: «La terra sarà maledetta per cagion tua... Tu mangerai il pane col sudore del tuo volto...». Si ammonisce infine che «L’ozio è il padre di ogni vizio».
Bisogna però specificare che c’è lavoro e lavoro: quello a cui viene assoggettato l’uomo, e il fanciullo in particolare, è sfruttamento, non libera estrinsecazione di sé.
I venditori di fumo del sistema, per dimostrare una volontà democratica del potere politico, hanno a lungo cianciato di progresso raggiunto anche nelle più arretrate comunità sarde: la motorizzazione, le trasformazioni fondiarie, l’impianto di colture nuove, gli insediamenti petrolchimici, la diffusione di beni di consumo, quali motorette, radioline e stoviglie di plastica. tutto questo “progresso” non ha eliminato la piaga del lavoro minorile. Al contrario, a causa dell’ondata di forzata emigrazione, che ha spopolato i paesi a economia agro-pastorale, e a causa dell’aumentato squilibrio tra i bassi redditi del lavoro e l’inflazione di adescatrici offerte da parte del mercato dei consumi, la presenza del bracciantato minorile è aumentata. E’ aumentato in genere tutto il lavoro minorile, in particolare quello nero e ancor più le attività fuori legge, spesso criminali, che vanno dal piccolo contrabbando di sigarette o da altri illeciti commerci, alla mendi