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La mia gente


Ancora un bando, in paese; un altro processo, in piazza. L'imputazione è grave, stavolta. Adulterio. Anche se non c'è flagranza, il processo si celebra per direttissima. Se c'è stata la flagranza, il processo si fa ugualmente ma a ritroso, dato che la sentenza è già stata emanata e la condanna già eseguita. Sia che un uccello vagabondo venga sorpreso a becchettare nel fico del vicino o sia che un'anima negletta invischi nella trappola un usignolo di primo canto per colmare il vuoto della solitudine con la sinfonia dei suoi gorgheggi, l'adulterio si articola e si consuma secondo schemi e tecniche elementari, così antiche, ripetute e note che le indagini durano poche ore - al massimo un giorno. Il tempo per i banditori di diffondere gli estremi del caso e lasciarne parlare la gente. Il tempo per la guardia di ripulire la piazza dalle immondizie, collocare un tavolo e una sedia nel mezzo, convocare giudice e corte.
La legge della mia gente è elastica nel giudicare furti, ricatti, estorsioni e rapine a mano armata, commessi per lo più da chi non ha soldi per pagare l'avvocato o per farsi la casa. Alcuni di questi reati vengono tollerati purché si effettuino nel rispetto della tradizione e in ogni caso, tutti, usufruiscono delle attenuanti particolari per motivi d'onore. Escluso l'adulterio, per cui è prevista la pena capitale. L'unica scappatoia consentita al colpevole è una pubblica dichiarazione di impotenza. Ma la dichiarazione non basta. La mia gente - che pare assente, seduta sbracata sull'acciottolato - in simili circostanze scruta ed esamina con occhio rotondo. E non di rado vuole metterci mano. Esige almeno una delle due prove di prammatica: o l'assenza del corpo del reato o l'incapacità del corpo stesso a compiere il reato. La seconda prova, come la prima, si fa coram populo, in piazza, sopra un'apposita stuoia di lana di pecora nera.
Non è dato sapere se taluno abbia mai superato tale prova, perché nessuno degli imputati l'ha mai richiesta. I vecchi raccontano di un caso - per altro remoto - verificatosi pare nello stesso anno in cui a causa della siccità i topi sitibondi invasero l'acquedotto e scoppiò un'epidemia di colera. Una prova superata - sotto il punto di vista dell'innocenza congenita - tra fischi e urla. Ma i vecchi ricordano troppe cose e con troppi particolari per essere attendibili. Essi, ricordano il caso, riferiscono che l'imputato, un brigadiere di non si sa quale arma, da allora e per sempre fu evitato dai maschi del paese. A nulla valse che circolasse per le osterie, pagando da bere, spiegando di aver fallito non tanto, come temeva, per la presenza della folla, quanto perché la sgualdrinella teneva gli occhi chiusi. Una donna con gli occhi chiusi gli complessava il coso.
Svolgo la mansione di giudice da alcuni anni. Prima facevo il testimone, ed era meglio. D'altro canto non posso esimermi dall'incarico - come vuole la tradizione; e in fin dei conti la mia funzione è puramente ornamentale. La prima volta ho accettato con fede ed entusiasmo. Nella premessa ai codici si legge: «In ogni uomo ci sono tutti gli uomini del mondo e tutte le stelle del cielo.». E' vero che dai sedici anni in poi, preso gusto ai consumi terreni, le stelle non mi hanno più interessato se non di riflesso, dato che interessano la mia gente che dalla loro lucentezza trae auspici per il raccolto del grano e per la filiazione delle pecore. Quando gli auspici delle stelle sono incerti si organizzano danze propiziatrici e si appendono in giro corni di cervo maschio o anche si porta qualche santo in processione.
Dubito che la frase sopra citata sia una recente interpolazione nella premessa ai codici della mia gente - probabilmente effettuata da un esperto in public relation. E' chiaro che se «in ogni uomo ci sono tutti gli uomini del mondo» il dialogo può ridursi a monologo. Non c'è generale che non si proponga di tradurre in pratica la massima. Non sono pochi a sostenere che non solo la politica ci guadagnerebbe, ma anche il teatro. Ciò che un autore ha da dire lo farebbe dire ad un solo attore, senza scomodare una compagnia. Anzi potrebbe dirlo l'autore stesso, improvvisando sul palcoscenico, davanti alla platea vuota. Dicono che andrà di moda, prima o poi. Chi ha da dire si accomoda in un divano e parla. Non deve neppure badare ai mutamenti di tono, è sufficiente che ogni tanto si alzi e passeggi per sgranchirsi le gambe e la schiena.
Purtroppo, dice la mia gente, la vita non è arte ma è mestiere. Un mestiere da far vomitare l'anima. Qualcuno - confuso dai libri della giornalaia - sostiene che il dramma esistenziale nasce nel fondo della coscienza individuale, come un'erezione. Invece non è così. Il dramma di ognuno nasce fuori. Glielo partoriscono gli altri - su misura, come gli abiti che confeziona Angelino. E' il tuo dramma e te lo tieni, e peggio per te se hai la gobba. E' l'abito di prammatica per vivere in società. Spesso ci si soffoca dentro. A qualcuno è accaduto di creparci. In cambio si godono mille e una comodità: la luce elettrica, il vaso da notte, il reggiseno, il televisore, le supposte.
C'è dramma e dramma. La gente di città vive insieme per modo di dire. Il ragioniere del piano di sopra neppure conosce il professore del piano di sotto. Ma se l'uomo scambia l'appartamento dell'altro, siede a cena e si giace con la signora dell'altro, non si accorge di nulla: stessi muri, stessi cibi, stessi letti, stessi odori, stessi orgasmi. L'uomo di città indossa un dramma fasullo, di nylon. Ha perso irrimediabilmente il gusto del dramma genuino, senza cui la vita è noia - dicono: alienazione. Sbadigli a tavola e sbadigli a letto. Per inerzia si continuano a percepire antichi stimoli e si continuano a fare antichi gesti. Ma il palato è ottuso. Per inerzia qualcuno se ne preoccupa: fa la cura dei tonici e legge Lawrence, ovvero il mito del ritorno alla natura.
La mia gente è ruspante. Chi ruspa lotta per la quotidiana sopravvivenza. Ciò significa avere intorno concorrenti e l'assicurazione di un dramma. La mia gente lo chiede insieme al pane: «Dacci oggi, o Signore, il nostro dramma quotidiano…». E i Signori non gliene fanno mai mancare.
Nel dramma c'è il segreto delle ghiandole che tonificano l'organismo. Uno che porta sulle spalle il proprio dramma - di qualunque natura e livello sia, anche una semplice rottura di scatole - è in grado di gustare i tramonti rosa e i cieli stellati, può piangere e può ridere, crede nei miracoli e sa farne, può ingravidare una femmina quando gli pare.

Lo dico subito e senza aprire parentesi: mi piace divagare. Mi piace ancor più da quando mi sono convinto che divagare è il modo migliore di fare dell'arte. Kant non era poeta, né artista: era un teutone. Ziu Bissenti - il pastore che vive con una trentina di servi e di figli, molti dei quali sono stati partoriti dalle pecore tra i macchioni sul monte Arci - è un vero artista. Divaga sempre. Guarda le stoppie aride e dice: - Governo ladro! - Poi un nugolo di zanzare gli molesta le orecchie; fa per scacciarle e leva il capo, vede il cielo, e bestemmia. Allora parla di Dio e della sua infinita misericordia, e trinca metà zucca. Diventa euforico e canta in ottave l'ineffabile gaudio del paradiso, senza conoscere Dante.
Mi ha insegnato ziu Bissenti, a divagare. Ma ci sono portato per natura. Così mi sono dato all'arte. Molti dicono che ho talento; qualcuno lo ha anche scritto, ed io ho conservato i ritagli - caso mai possano servire. Per il momento non sono serviti.
Divagare è come autopsicoanalizzarsi. La mia gente non va mai dallo psicoanalista. I soldi preferisce spenderli nelle bettole. Il vino nero va meglio di quello bianco e dell'LSD. Si psicoanalizza e i risultati sono ottimi. Si riesce a confidare a se stessi i segreti più torbidi che brulicano nel sottofondo della coscienza, senza rischi. Un latitante non andrebbe mai a raccontare i fattacci suoi ad uno psicoanalista, anche se vestito in borghese. Il motto del ruspante è "meglio un lombrico oggi che il mangime integrale per tutti i domani". Il ruspante soffre di claustrofobia; ignora le buone maniere - dopo mangiato, solitamente rutta. Non si controlla; se ha voglia di orinare, orina; se vede per terra qualcosa che luccica, si precipita a raccoglierla. Il punto debole del ruspante è la paura; paura della schiavitù, paura di essere inscatolato, paura del buio artificiale. Delle trappole non ha paura; abbocca a tutte le esche, vegetali e carnali. Vi si getta con naturale schiettezza prorompendo in grida di giubilo. Prima agisce, poi riflette. Se cade nella morsa di una trappola gli si stringe il cuore - il che è compreso nel gioco della sua vita; e se deve riflettere è il momento migliore, quando gli si stringono il cuore e il cappio intorno al collo.
La paura della città. I monti e i boschi del mio paese, perfino i cespugli nani in riva al mare, sono popolati di diavoli. Diavoli di ogni categoria, e neppure un angelo. Con tutto ciò mi ci trovo a bell'agio, di giorno e di notte. La città mi fa paura. Il casino delle macchine comprime i testicoli e le luci al vapore del mercurio spengono il pensiero.
In città, ci sono stato una sola volta. Una città grande e lontana… Cinque anni fa approdò nel mio paese una comitiva di uomini bianchi coi polsini delle camicie ugualmente bianchi. La gente - e anch'io - corse a vederli, come fa sempre quando arrivano i rivenditori di stoffe "a barattu". Si autopresentano come "équipe di esperti in allevamenti razionali", in missione. La missione loro era di massificare quanti più ruspanti avessero potuto, con la percentuale sugli utili. Un'attività di alto livello civile e molto remunerativa. Mi trovarono un soggetto interessante, data l'età media e il titolo di studio (dal che ho appreso che età media e titolo di studio delimitano la struttura ruspante). Per assuefarmi - dopo numerosi corsi preliminari graduati - mi trasferirono a Trenken, metropoli industriale, lasciandomi solo con mille denari. A denari finiti - mi dissero - si sarebbero rifatti vivi.
Finsi di non accorgermi che mi pedinavano, mi controllavano, mi fotografavano. Analizzavano e registravano ogni mia reazione, in particolare quelle contestative. Il primo meccanismo contestativo - o di rigetto - lo mise in moto lo stomaco a contatto delle pappe insapori (o meglio, tutte con lo stesso sapore di cervello inerte) che le macchinette del self-service mi sbattevano in mano previa introduzione nelle medesime di denari 1+1 o 2+2. Nei bar più di un cliente-provocatore mi invitò ammiccando a tracannare spumeggianti boccali di birra. Rifiutai sempre la droga a base di estrogeni. Udivo borbottare epiteti razzisti, naturalmente estrogeni. Io abbozzavo, e sogghignando replicavo con parolacce androgene, irripetibili.
Vivevo isolato, cibandomi di scatolette - guardavo prima dell'acquisto la fascetta stampigliata, sceglievo i caratteri arabi.
Le donne mi guardavano dall'alto in basso; e la loro altezza invece mi favoriva, potevo guardarle nel punto giusto con naturalezza. La voglia divenne irrefrenabile allo scadere del quinto giorno. Cercai e trovai alloggio presso una famiglia con numerosa prole femminile. La maggiore aveva un'automobile e l'anima aperta, e la sera stessa mi portò a fare un giretto. Far quella faccenda, lei la chiamava "Spazierfahren" - ma il sugo era lo stesso, tranne che loro senza l'automobile non possono più farla. Pare che si tratti di una questione riguardante i riflessi condizionati. Comunque, rientrando a casa mi sentivo più leggero e attaccai a cantare motteti. Presi a girare in auto dalla mattina alla sera, a turni alternati alle ore lavorative, con tutte le sorelle - le quali erano provocatrici assoldate dalla équipe che mi sperimentava. Al ventesimo giorno dell'abbrivio non davo segno di rallentare; non volevo neppure scendere dall'auto per paura che chiudessero a chiave gli sportelli e ci mettessero di guardia l'arcangelo Gabriele con la sua spada di fuoco. Un'evidente mancanza di autocontrollo - annotarono i miei occulti sperimentatori - e con un banale pretesto mi cacciarono da quella pensione benedetta.
Prima dello scadere del mese avevo commesso altre gravissime dissennatezze. Una mattina, annoiato a morte, mi ero rifugiato in un cantuccio semibuio di una birreria. Bevevo acqua gassata per evitare di mummificarmi al calore secco dei termosifoni. Dovevo averne bevuta in eccesso, mi si ruppe il cosiddetto equilibrio idrico e mi venne voglia di orinare. In tali circostanze, io mi sento portato a seguire l'istinto - la mia gente per definire un uomo felice, dice: «Dove gli viene la voglia si accoccola». La mia gente è felice dovunque, senza distinzione di sesso e di età. In paese usa le cantonate dei muri - meglio se quella del vicino ricco, perché è pietra squadrata e non frana come i mattoni crudi; in casa i cortili, o anche dalle finestre sulla strada, se il davanzale non è eccessivamente alto; in campagna, se si lavora in gruppo misto, il più vicino cespuglio… Io mi alzai e seguii le frecce. L'ultima indicava una porta chiusa sbarrata. «Introdurre dieci centesimi». Trattenni il fiato e cercai la moneta d'ordinanza. Nessuna moneta da dieci centesimi. Tornai indietro con una moneta da venti in mano e i denti stretti. La mostrai al birraio, indicandogli due dita e la brachetta. Fece finta di non capire, il bastardo - anch'egli agente segreto al soldo dell'équipe. Mi parve di cogliere risolini maligni nelle facce degli avventori. Allora me ne tornai al mio tavolo d'angolo e cheto cheto orinai sul pavimento plastificato. Per poco non mi linciavano. Mi mise in salvo la polizia riaccompagnandomi in macchina fino all'albergo.
L'ultimo imperdonabile segno di follia lo diedi in un self-service. Dimenticai di mettere la tazza di carta sotto il beccuccio del caffè caldo. Una macchia orrorosa deturpò la marmorea lucentezza del pavimento. L'indignazione dei presenti proruppe in un sordo minaccioso mormorio. Per fortuna intervenne uno dei miei occulti sorveglianti. Mi prese per un braccio, mi caricò su un'autoambulanza e mi consegnò all'équipe. Quelli dell'équipe erano tutti seduti davanti ad un gran tavolo, e avevano una faccia triste delusa. Non pronunciarono verbo. Mi diedero il biglietto di viaggio e mi rispedirono in paese.

Quando uno rientra da fuori, la mia gente lo guarda con diffidenza. I vecchi dicono «la pecora che esce dal branco si appesta», e chi va fuori si monta la testa. Padri e fratelli ricacciano dentro casa le loro femmine, quando passa per strada una pecora nera. E' accaduto ad Antonio, il capobanda, 35 anni sposato con tre figli. Non sarebbe dovuto uscire dal paese e veder gente diversa dalla sua. Ha finito per confondere il bene con il male, ed ora dovrà rispondere al tribunale, in piazza, del più spregevole dei delitti. Antonio è andato a suonare con la sua banda ad un festival di un paese lontano e poco timorato di Dio. Il festival l'ha vinto Susanna, la figlia del daziere. Merito di Antonio, che l'ha scoperta tra cento concorrenti. Se l'era presa a cuore, l'aveva preparata facendole provare la canzone tutte le sere, nel teatrino del parroco. La ragazza aveva orecchio per la musica, questo bisogna dirlo, ma si stancava presto. E si stancava anche Antonio, che di giorno faceva l'ortolano. Durante le prove riposavano dietro le quinte, sdraiati sul tavolato del palco. Si tenevano per mano, riecheggiando il motivo della canzone, guardando il cielo di carta blu con le stelle di stagnola. Una volta lui udì il batticuore di lei, e le mise una mano sopra il seno per controllarle il battito con l'orologio. Coi battiti sentì che Susanna aveva le mammelle sode, e sospirò. Lei sentì che la mano di Antonio era piacevole, gliela lasciò infilare sotto il vestito, e sospirò. Il tavolato era duro - se ne resero conto dopo qualche giorno - perché ci stesero due cotte disusate e qualche altra sacra vestimenta racimolata nei dintorni. Susanna però prese a lamentarsi perché i merletti e i ricami sacri le turbavano lo spirito e in più si ritrovava sempre qualche costura sotto il nodo della schiena, il che la teneva bloccata sull'orlo dell'orgasmo. Antonio si era innamorato cotto ed era pronto a far tutto per lei; portò il materasso da casa. Il giaciglio era comodo, e vi riposarono piacevolmente, finché il sacrista li scovò e si precipitò a suonare le campane.
In caso di calamità naturali, di cataclismi, di trafugamenti di santi, ratti di fanciulle - per il ratto di possidenti, silenzio - pubblici scandali e altre simili sciagure, si suonano le campane. Al segnale di pericolo, la gente accorre, e decide i provvedimenti da adottare.

Un processo memorabile. La guardia aveva già indossato la divisa e collocato il tavolo in mezzo alla piazza e la folla attendeva accosciata per terra tutt'intorno, alle sette del mattino. Il processo aveva tre fascicoli distinti. Fascicolo pro Susanna: «Poverina, lei, una bambina, sedotta chissà con quali arti subdole da quel caprone. Si vedeva, e come! che lui era un gran porcaccione. Avete mai fatto caso a come guarda le donne? Se le mette sotto con gli occhi… Uomini come lui andrebbero castrati.». Fascicolo pro moglie di Antonio: «Spudorati, tutti e due. Gliela facevano in faccia, alla martire. Chissà quali pene, chissà quali pianti, la santa. Se non fosse stato per i suoi tre figli, di crepacuore sarebbe già morta. Troppo buona, lei, santa donna, che lo lasciava a fune lunga, il cavallo stallone.». Fascicolo pro Antonio: «In fondo fa pena, povero uomo, rincitrullito dalle moine di quella sgualdrinella. Lei ne faceva quello che voleva, sventolandogli sotto il naso l'orlo della sottana. Povero cornuto.»
Il dibattimento si imperniò subito sull'onore violato. Uno dell'accusa disse: «L’onore violato grida vendetta a Dio!». Susanna fu pregata di salire sopra il tavolo affinché tutti agevolmente potessero udire… Quand'ero giovane i processi - con relativa sentenza eseguita in piazza - mi turbavano fino a togliermi l'appetito. Reputavo uno spettacolo barbarico e incivile l'impiccare o il mozzare mani in pubblico; pensavo che certe cruente ma necessarie punizioni andassero eseguite al chiuso e nel più assoluto segreto. Più tardi, dopo la prima psicoanalisi, ho capito che l'umanitarismo è uno dei nobili travestimenti del super-io per apparire meno bestia. Se è barbaro impiccare e mozzare mani in pubblico il fatto resta barbaro anche se eseguito in privato e nel più assoluto segreto. I tecnici del sistema civile sostengono che la logica e l'ordine costituito vogliono che certe porcherie necessarie restino al coperto. La mia gente al contrario sostiene che la logica è una inutile complicazione, e i panni sporchi si lavano in piazza. Non tollera eccezioni; perdona al bracciante di sbronzarsi il sabato sera nelle pubbliche bettole alla luce del sole e delle lampadine elettriche appese ai pali delle cantonate, ma non perdona al farmacista di riempirsi il ventre di cognac disteso sul divano del salotto con le tapparelle abbassate e di andarsene a vomitare nel suo cesso privato. Qualcuno, credendosi furbo, tenta di amministrarsi le proprie faccende private cheto cheto di soppiatto; ma agli occhi della mia gente non sfugge nulla. Io, che ho capito l'antifona, faccio qualunque porcheria alla luce del sole e nessuno ci fa caso, ed ho la reputazione di un santo. L'importante è darsi un certo contegno.
Eravamo rimasti all'onore di Susanna. L'onore di Susanna, almeno nei suoi aspetti esteriori, era degno di ogni considerazione. Perciò Antonio mi riusciva simpatico, e per aiutarlo proposi l'esame di prova del reato. L'accusa si invelenì; non all'idea dell'esame, ma al fatto che si osasse dubitare della violenza effettuata. Antonio, d'altro canto, si levò anch'egli invelenito: l'esame di prova del reato offendeva la sua virilità. Non aveva rilevato che la prassi giudiziaria vuole che se il dubbio viene accolto l'imputato guadagna tempo - e vita - avendo diritto ad un altro processo in cui dimostrare la propria virilità. Anche l'onore maschile grida vendetta a Dio, quando viene messo in dubbio.
Accusa e difesa furono d'accordo, purtroppo: se un uomo e una donna vengono acchiappati insieme soli se ne deduce con matematica certezza che non stavano a recitare Ave Marie. Che cosa fanno un uomo e una donna soli insieme? Il direttore della scuola non ha forse sempre respinto le classi miste come un'occasione demoniaca di accoppiamento precoce? E il parroco non divide forse il gregge in chiesa su due stalli, da una parte i montoni e dall'altra le pecore? Figuriamoci un uomo e una donna insieme soli. Senza dubbio si violano. O lui viola l'onore di lei, o lei viola l'onore di lui, nel caso lei non ci stia. poiché questa seconda ipotesi non è contemplata nel codice, per via del peccato originale che ha fatto nascere le figlie di Eva con le ginocchia molli, a lei conviene sempre che ci stia. Il terzo caso, l'onore di lui violato da lui medesimo per impotenza è un caso contemplato sì, ma nel mio paese non si è verificato mai.
Il padre di Susanna, uomo prolifico di integerrimi costumi, pronunciò un discorso breve ma intenso. Tutto ciò che è bianco commuove il mito o la nostalgia della purezza, e dai capelli bianchi partì l'accusa. L'onore di una figlia, in questo caso biondo, è connesso all'onore canuto di un padre, come due anelli di una stessa catena. La gente guardava commiserando ora Susanna ora il genitore. La madre se ne stava in disparte: l'onore di una figlia non è connesso all'onore di una madre - seppure l'onore di una madre sia connesso all'onore di un marito-padre e l'onore di questo non sia connesso né a quello della moglie né a quello della figlia. Il vecchio genitore parlando dell'offesa patita tremava e lacrimava. Il sacrista, commosso, di soppiatto gli porse l'arma per farsi giustizia. Il vecchio l'afferrò con un lampo negli occhi, la controllò, la soppesò, la impugnò. A questo punto intervenni per richiamarlo al rispetto della prassi: prima andavano sentiti imputati vittime testimoni, diretti e indiretti: dopo sarebbe stata fatta giustizia. Giustizia lenta ma inesorabile - dissi - quanto più è lenta tanto più è inesorabile. Il che è vero, in fin dei conti, quando non si tratti di quella lentezza in uso nel sistema civile, che arriva di proposito quando l'uccello d'oro è già volato. La mia gente infatti la chiama "la giustizia dell'uccello".
Susanna raccontò i fatti. Si proclamò vittima innocente - dardeggiava su Antonio occhiate da basilico. Come può una fanciulla ignara difendersi dalle arti di un maschio esperto? Una imperdonabile infamia, l'aver utilizzato una nobile vocazione per fini turpi. La faceva gorgheggiare, per distrarla - mentre lui appagava le sue voglie. La prima volta che l'aveva trascinata - precisamente trascinata - dietro le quinte e l'aveva distesa sull'assito, lei aveva creduto trattarsi di una prova di canto orizzontale…
Alcuni giovinastri sghignazzarono e le donne, attente al discorso, impallidirono, scrutando Antonio con occhi rotondi.
Molto importante, a questo punto, appurare il grado del piacere provato, per equa attribuzione della responsabilità. Susanna aveva provato solamente: dolore-schifo-vergogna. La gente applaudì.
Fu la volta di Antonio. Disse che non ci pensava minimamente. L'espressione della sua faccia, atteggiata a quella di un idiota, si sforzava di dimostrarlo. Potevano dirlo tutti, amici e conoscenti, come lui non ci pensasse mai. Padre di tre figli, non aveva mai fatto mancare loro il necessario; e neppure a sua moglie, poteva confermarlo lei stessa - sempre si addormentava soddisfatta e si svegliava sempre di buon mattino, canterina. Mai si era occupato di politica; mai aveva criticato l'opera di chi comanda. Sempre aveva fatto le elemosine e rispettato i vecchi e i deficienti. Mai aveva attentato alle virtù delle fanciulle per bene - nei momenti di necessità o di sconforto si rifugiava da Rosina, la bagascia pubblica, poteva confermarlo lei stessa. (Rosina, dal fondo, si levò per confermare. Fu messo a verbale: Assiduo frequentatore.)
Il parroco gli fece notare come da qualche tempo non si fosse più accostato ai Sacramenti. Antonio arrossì e farfugliò. Era vittima di una fattura che si manifestava con sintomi di claustrofobia. Era stato anche da Francesco, il fattucchiere, per farsi leggere i Vangeli. (Francesco, il fattucchiere, seduto in prima fila, confermò sollevando una mano). Era religioso - contro ogni apparenza. Devoto, in particolare, al suo santo protettore, sant'Antonio l'eremita…
Fece colpo sulla gente. Il parroco si soffiò il naso e brontolò commosso: «Tanto meglio per lui; eviterà la dannazione eterna.»
Come s'erano svolti i fatti? Antonio storse la bocca e fece con la mano un gesto evasivo. Una cosa stupida, sbrigativa, due tre secondi al massimo. Una specie di raptus. Né gusto, né sugo. Un attimo di smarrimento. Un capogiro. Forse il caldo, forse l'isolamento del luogo, forse la penombra. Soprattutto il modo di vestire di Susanna… Il tasto era azzeccato. I vecchi annuirono, scuotendo la testa. Le ragazze d'oggi indossano gonne troppo corte e bluse troppo scollate. Le brutte, è vero, ci guadagnano in rispetto; ma le belle sono un attentato alla morale pubblica. La difesa ricordò che il sindaco aveva emesso una ordinanza proibitiva, sulla materia. Quale rispetto aveva portato la ragazza all'ordinanza dell'autorità costituita? Il pericolo era da lei previsto, anzi calcolato. Antonio portò ad esempio santi famosi in tutto il mondo, caduti in tentazione. Tra questi il suo santo protettore, perseguitato da perfide sgualdrinelle, ridottosi a fare l'eremita in un deserto per evitarle. Ci aveva anche pensato, lui - ma era colpa sua se ai tempi d'oggi non ci sono più deserti? Prendiamo il Sahara, ridotto ad una foresta di tralicci, popolato di troupes petrolifere…
L'accusa lo interruppe, non trovando pertinente sant'Antonio l'eremita, e il Sahara; e per turare la breccia aperta nel pubblico maschile chiamò al tavolo la madre. La madre di Susanna era corpulenta frolla sfatta. Difficile trovare una rassomiglianza con la figlia. Difficile perfino immaginare che quella donna potesse essere stata giovane - o che Susanna col passare degli anni potesse diventare come lei. L'osservazione era ricca di implicazioni divagazionali. Interruppi il processo e ordinai il massimo silenzio - minacciando di far sgombrare la piazza al minimo mormorio. Mi lasciai andare a piacevoli riflessioni sulla caducità dell'umana bellezza. La quale, essendo un concetto correlativo alla provvisorietà dell'umana gloria, mi procura non lieve diletto spirituale pensando ai successi letterari dei miei contemporanei. Il bocciolo di rosa, che diventa rosa. I giorni-piacere sfogliano uno ad uno i petali della rosa. I petali se li porta via il vento-nulla. Come le foglie dell'alloro, i peli di una fica. Bellezza e gloria. Che misero, che vano il fasto umano! Soltanto la foglia di fico, resiste. La foglia di fico porta all'eternità. La purezza-paradiso. Bisogna sudarselo, il paradiso. La mia gente manca di spirito di sacrificio. Dice: «Meglio un uovo oggi che una gallina domani.». Antonio si è giocato la gallina eterna per l'uovo effimero. La madre dell'uovo - che nel mio filosofare era apparsa un fiore senza petali, anzi una melagrana fradicia aperta - ridivenne testimone e le ridiedi il via. Riprese l'atteggiamento iniziale: la Madonna dei sette dolori. Non parlò, pianse. Che altro può fare una mamma ferita? Susanna corse a gettarsi tra le sue braccia, singhiozzando: «Mamma, mamma!». Antonio si fece piccolo piccolo. Un sordo brontolio serpeggiò tra la folla. L'arma riapparve, balenò tra le mani del vecchio genitore. La folla ammutolì, presagendo l'epilogo. Io intervenni di nuovo: «Buon uomo, ve lo ripeto, la legge è legge, e va rispettata. La sentenza non pronunciata non può essere eseguita. Un po' di pazienza, buon uomo.»
Il professore di filosofia levò la sua voce chioccia da mezzo alle gonne delle Figlie di Maria. Lo individuai e lo chiamai a deporre. Barbugliò impacciato e si capì che ce l'aveva con le lungaggini burocratiche. Lo incoraggiai con un sorriso benevolo. Accennò alle elefantiasi dell'apparato burocratico del mondo civile che già si comincia a far sentire nelle istanze della base autoctona. Lungaggini non tollerabili, in un caso come quello in esame: una povera madre ferita esige una pronta ed esemplare punizione. Parlando, guardava Antonio con odio viscerale. Domandai alla guardia se il professore avesse qualche rapporto di parentela con la ragazza. Nessuna parentela, era soltanto frocio. Dissi: «Va bene, cittadino: libertà per tutti. Enunci con chiarezza e brevità non filosofiche la sua opinione.» Il professore inghiottì saliva, guardò verso il parroco e prese coraggio. Parlò con il collo torto, accarezzandosi le mano l'una con l'altra - come fanno i chierici celibatari, per una abitudine al rapporto carnale con se stessi, senza peccato. Parlò a lungo del bene e del male secondo la patristica comparata alla scolastica ed aggiornata all'encicliche. Dimostrò logicamente l'efficacia della punizione quando segue immediata all'azione riprovevole - a questo punto stavo per chiedergli come mai il padre eterno attendesse il giudizio universale prima di scaraventare i reprobi nell'inferno; ma lasciai perdere perché la mia gente non ama i discorsi astratti e se si insiste se la prende a male, si sente provocata e reagisce passando a vie di fatto. Una volta un contadino accoltellò e ridusse in fin di vita un signore di grande cultura che dissertava su "la civiltà agricola aborigena", perché non capendo nulla del discorso vi aveva ravvisato gli estremi di una provocazione grave; e fu assolto con formula piena… Tornando al professore, si intuì a quale punizione puntasse. La giustizia - almeno quella della mia gente - non ama i mezzi termini. Dice pane al pane e vino al vino. Chiesi esplicita conferma. Sussurrò: «Castrazione».
Meglio non contraddire i filosofi. Antonio prese a tremare; avanzò e disse: «Meglio la morte». La madre aveva smesso di piangere. Gli occhi del vecchio genitore brillarono di una luce diabolica. Susanna, sciolto l'abbraccio, s'era raccolta ai loro piedi - tutti insieme formavano un gruppo scultoreo di intenso effetto. Risposi ad Antonio: «Questo è da vedersi». Ma gli strizzai un occhio, come a dirgli: «Uomini di mondo siamo». E nel contempo rivolsi uno sguardo cordiale - panoramico - alla folla, per cattivarmene la simpatia e attingerne autorità.
I giudici, tra la mia gente, godono dell'immunità. Così pure gli impiegati del comune, il brigadiere e il parroco - esclusi alcuni momenti torbidi in cui la mia gente non guarda in faccia a nessuno. Le donne specialmente hanno fiducia nei giudici. Un giudice conosce le leggi, compresa quella dei giorni infecondi. Anche i giudici come i preti possono sbagliare. Se sbagliano, trovano sempre qualcuno disposto a pagare per loro, giusto il dettato evangelico "beati gli umili perché saranno esaltati". Un giudice non può essere giudicato che da un altro giudice, e da Dio, naturalmente. Anche gli avvocati godono della immunità. Gliela garantiscono i latitanti e i loro parenti. Gli avvocati formano una categoria economicamente privilegiata; ad essi spetta la metà dei proventi delle rapine, estorsioni e abigeati. La percentuale sale, quando l'imputato ricorre in appello. Talvolta i parenti validi del recluso turano i buchi legali in famiglia con altre rapine, altre estorsioni, altri abigeati.
La madre, immobile, in attesa di riprendere la testimonianza, accennò un segno di stanchezza. E' buon metodo non trattare i testimoni con eccessivi riguardi. Se si lasciano mettere a loro agio mentono senza batter ciglio. La Santa Inquisizione, usando la dovuta severità, riusciva sempre a far dire la verità. Dissi alla donna: «Continui». La madre reclinò il capo. Le labbra presero a tremarle. Gli occhi le si empirono di lacrime. Scoppiò in singhiozzi. E tra i singhiozzi, con voce rotta, gridò: «Susanna, fiore mio bello sventurato!»
La folla rumoreggiò. Le donne balzarono in piedi agitando le braccia… «Niente tumulti!» gridai, severo.
I generali e i maestri di scuola fanno e rifanno la storia a guerre. La mia gente fa la storia a tumulti. Ha il tumulto nel sangue. "Malattia sociale: infantilismo politico", dicono i civilizzati. Accumula tutte le sozzerie che le fanno ingoiare - senza il conforto di un vomitatoio pubblico. Al primo singhiozzo di commozione lo stomaco le si rivolta. E allora sono guai grossi per le autorità costituite. Vomita materia infiammabile. Quand'ero giovane, la mia gente tumultuava più spesso; si commuoveva di più. Durante l'ultima guerra della serie aveva patito fame e pidocchi per anni, senza un lamento. L'inflazione sovvertiva ogni valore ma non l'ordine. Il valore di una fica era calato a mezza pagnotta rafferma; e i processi per motivi d'onore furono temporaneamente sospesi. Tuttavia, il più assoluto silenzio doveva garantire a chiunque di salvare la faccia, dato che l'onore restava, almeno nelle cerimonie religiose e nei discorsi politici, il valore di base. La gente sapeva che la famiglia di don Roberto mangiava a quattro palmenti - il vecchio don Rodolfo si faceva vedere sfacciatamente sull'uscio di marmo ruttare sazio con lo stecchino tra i denti - ma sapeva che il Re era stato offeso da un Re straniero ed era doveroso difendere il suo onore, dato che per tradizione l'onore di un Re è connesso all'onore di tutti i suoi sudditi, come l'onore della bandiera. Però, quando don Giuliano, il figlio maggiore di don Roberto si permise di dare del cornuto in piazza al marito di Adelina - vantandosi d'essersela portata a letto per un etto di zucchero - scoppiò un tumulto. Don Giuliano finì appuntato al muro con una coltellata, e furono saccheggiati e devastati i magazzeni delle famiglie notabili e le botteghe di alimentari.. La gente si sfamò, salvando l'onore. Spesso basta meno di un paio di corna gettate in piazza. Ci fu un tumulto perché il parroco voleva mettere i cavalli prima del santo in processione. Cacciarono il parroco legato sull'asino e sfasciarono la chiesa. Linciarono il vescovo, che, poverino, era accorso per rimettere pace. Si disputarono fino all'ultima scheggia i santi rotti e gli arredi sacri lacerati, per farsene amuleti contro il malocchio, la siccità, le cavallette, il colera, gli amministratori e altre pesti.
Anche stavolta, commossa dal pianto di una madre, la mia gente avrebbe scatenato un tumulto. Alla fine si sarebbero ritrovati il municipio devastato con tutto il consiglio appeso per il collo agli architravi e la banca svaligiata e incendiata. Un fenomeno che Freud non ha studiato: la questione del conscio travestito da inconscio; una questione nota alla mia gente. Infatti dice: «Si dà matto per non pagare l'osteria». Sa che in galera tutti non ci stanno; perciò dice: «Voce di popolo voce di Dio». Toccare Dio è sacrilegio; toccare il popolo è sacrilegio pericoloso.
Avevo detto: «Niente tumulti!» e aggiunsi, per scoprire il gioco: «Nel Municipio non c'è nessuno, a quest'ora; e la cassaforte della banca oggi è vuota». La commozione rientrò nei suoi giusti limiti. Le donne si riaccosciarono sul selciato, riasciugandosi gli occhi con le cocche dei fazzolettoni. In quello stesso momento il sole uscì da un ammasso di nubi, illuminando la piazza. «Dio è con noi!» esclamò il parroco, segnandosi. Io risposi: «Deo Gratias!». E interruppi il processo per la seconda volta.

Mi sgranchii le gambe passeggiando attorno al tavolo; mentre Nicodemo l'ortolano con la carriola passava in giro mazzi di lattughe e di ravanelli, io rimuginavo il «Deo Gratias». Ogni merito del bene che l'uomo fa, spetta al Signore Iddio, che lo ha imbeccato. Quando un poveraccio raggiunge un traguardo periglioso, sfiancandosi, è Dio che gli ha dato la Grazia. E se un poveraccio con dodici figli sulle spalle - più una moglie attaccata alle palle - senza arte né parte, riesce a sfamarli tutti e tredici facendo salti mortali, è la Provvidenza di Dio che lo ha baciato in fronte. Ma se allo stesso poveraccio va storta e crolla a mezza strada, è l'istinto della delinquenza che lo ha traviato - Dio non c'entra più, e lo pigliano a calci in faccia. Chi sbaglia, paga. Il primo dovere del buon cittadino è quello di denunciare pubblicamente gli sbagli altrui. La mia gente sente profondamente tale dovere. Ha occhi rotondi all'infuori e diaframma socchiuso sfocato all'interno. E' lo schema di una gerarchia tutelare: Dio tutela gli uomini, gli uomini tutelano le donne e le donne tutelano i bambini. Ma si tratta di uno schema semplificato; ci sono infinite tutele intermedie. Per esempio: Giorgetto è cresciuto storto; scassina e ruba. Ha venduto la gonna delle feste di sua madre e il berretto nuovo di suo padre, per comprarsi la serie completa delle figurine in monopezzo. E' il terrore degli asini attaccati al carretto: ci va sopra, frusta a sangue la bestiola e la manda dritta nel burrone dove usano gettarsi le fanciulle che non possono dire con chi hanno perso l'onore. La gente dice: «Colpa della madre. Le è piaciuto farlo, ma non lo sa tenere a freno. Che può farci quel pover'uomo di suo padre, tutto il santo giorno buttato in campagna?». La madre dice al padre, appena costui rientra con la zappa a spalla, moscio slombato: «Ave Maria! Figlio tuo è senza timore di Dio, e sì che di botte gliene do. Ma tu, perché non fai qualcosa per raddrizzare la malapianta? Oggi, il figlio tuo si è venduto due sedie della camera bella…». Il padre ha due o tre scatti d'ira, si incupisce, e si chiude in camera da letto - si cambia d'abito e bestemmia in silenzio. Poi rientra in cucina e carica di botte il figlio e la moglie che ha detto «Basta, così è troppo», e si prende il "di troppo". Allora, esce di casa e si intrattiene qualche ora nell'osteria. Dopo si ferma in piazza, allarga le gambe, leva la faccia al cielo e bestemmia a voce alta - se passa l'appuntato finge di abbottonarsi i calzoni e attacca un motteto. Non potendo assumersi direttamente la responsabilità, Dio provvede spesso indirettamente. Nel caso di Giorgetto gli viene scoperta la vocazione, viene mandato in seminario, e la chiesa si allarga di sette ettari e di un buon prete. I piccoli della mia gente - finché restano piccoli - sono creature libere. Vagano selvatici per strade e per campi, per fiumi e per boschi. Spigolano dappertutto, come i passeri. E dei passeri sono infaticabili ed esperti cacciatori. Giocano anche, coi passeri. Li baciano sul becco, pompando li gonfiano come palloncini di gomma finché scoppiano. I palloncini veri se li possono permettere una sola volta all'anno, per la festa del santo patrono. Essi conoscono ogni specie di erba commestibile, quelle irrigue ai margini del ruscello e quelle asciutte tra le siepi e nell'incolto. Sono refrattari ai veleni e ai microbi - eccettuati il colera, il tifo, la menengite, il tracoma e pochi altri. I danni che i piccoli fanno alle colture sono rilevanti, pari ai danni assommati della siccità, delle cavallette, del malocchio e delle ventate che soffiano ora gelide da ponente ed ora torride da levante. La gente non può far nulla contro di loro, perché sono cristiani - prega o bestemmia, a seconda del caso. Ai piccoli è severamente vietato assistere ai processi in piazza. La legge dice: "Non sta bene che le creature innocenti sappiano le faccende dei grandi". Ma i piccoli - curiosi e impertinenti - orecchiano nascosti dietro i muri fessi, sopra i tetti, sotto i carretti in sosta. Una volta la guardia ne scovò un gruppetto proprio sotto il tavolo su cui sfilano imputati e testimoni. Si dice che non capiscano un'acca; ma in proposito io ho sempre nutrito forti dubbi. Curioso di scienza pedagogica, tempo fa, dopo un processo, avvicinai una masnada di piccoli per sentire il loro parere. Era stato trattato il caso di un servo-pastore che aveva spaccato il cuore alla propria moglie - era accaduto che mentre lui, il servo-pastore, portava le pecore del padrone-pastore a meriggiare, il padrone-pastore meriggiava con la moglie di lui, del servo-pastore. I piccoli non ci trovavano nulla di male. Provai a tastare il senso morale. Chiesi: «Ma vi sembra bello che vostro padre vada a letto con una donna che non sia vostra madre?». Ed essi risposero che se due sono stanchi o sentono freddo nello stesso momento è giusto che vadano a letto insieme. Allibii. Ancora di più quando uno di loro mi disse che poteva essere un gioco. Seppi così che loro fanno spesso quel "gioco". Con accento severo, e turbato, esclamai: «E voi fate questo gioco senza rimorsi, senza paura dell'inferno?». L'immoralità dei fanciulli è sconcertante. Risposero che il gioco essendo piacevole lo facevano e lo rifacevano… Col tempo sono diventato più comprensivo, sui punti di vista dei fanciulli. Comprensione relativa ad un periodo di crisi - il periodo più felice della mia vita. Mi ero innamorato di una ragazzina. Un uomo in età - diciamo oltre i trenta - che si innamori di una donna minore degli anni ventuno ha il dovere morale di seppellire l'insana passione e di metterci una pietra sopra. La mia gente è severissima su questo tasto. Soffrivo il supplizio di Tantalo; l'avevo continuamente sotto mano e non potevo toccarla. Fantasticavo sulle meravigliose situazioni che avrei potuto vivere - ovviamente spingendo gli annessi e i connessi secondo modi e tempi predeterminati - se anche io fossi stato minore degli anni ventuno. Preferivo rimpicciolire me che ingrandire lei - ingrandendo lei, la mia fantasia si rinsecchiva. Mi tinsi i capelli e i baffi, vestii calzoni attillati, previa ginnastica dimagrante, e magliette di cotone scarabocchiate di slogan contestatari sul davanti e sul di dietro. Cominciai a trovare estremamente interessanti le nuove generazioni, le loro proteste e le loro canzoni, specie se cantate in minigonna. Imparai a protestare anche io. Studiai le teorie contestative occidentali ed orientali; da san Francesco spostai le analisi a Marcuse. In Rousseau trovai la base filosofica del ritorno alle origini. Nel fanciullo c'è l'analisi genuina della natura. Aderii entusiasticamente alle teorie del Lawrence e predicai il gran tuffo a due - maschio e femmina - nella natura - che immaginavo come un gran mare di fave in fiore in cui farci l'amore in un eterno meriggio fino a totale sfinimento. Covavo l'idea di scatenare la rivoluzione dei giovani per scalzare dal potere gli adulti, che mi erano venuti a schifo con il loro autoritarismo moralistico. Fondai un club segreto per gettare le basi strutturali della rivoluzione sociale e morale permanente. Sperperai interamente il patrimonio degli avi. Liberatomi al fine da ogni scrupolo da adulto andai a letto con la fanciulla vagheggiata. La delusione fu atroce. Lei era giovane solo apparentemente; in sostanza era più vecchia di me. Io ero ringiovanito troppo; ero ridiventato bambino. Un bambino singolare, con i pensieri e gli umori di un bambino e con il corpo e le voglie di un adulto: sgranocchiavo dolcetti, facevo le bizze per mangiare la minestra e di nascosto palpavo il sedere della domestica.

Dunque, il processo. Sono interessato anch'io all'epilogo - seppure io lo conosca già. Ma fatta l'ipotesi che io non sappia come andrà a finire, saprei figurarmi il vero con sufficiente approssimazione. Il verdetto lo esprime la mia gente. E' rispettosissima delle tradizioni. Non sono ammesse eccezioni; alla prima crollerebbe tutto il paese col campanile. Bisogna dire però che le tradizioni non hanno niente a che vedere con la giustizia. Non ci crede, nella giustizia, la mia gente. Quando ha in odio qualcuno e gli fa un malaugurio gli dice: «Che ti possa rincorrere la giustizia!». In aritmetica, giustizia + cittadino = cittadino fottuto. Meglio non averci a che fare. Antioco il pastore aveva fama d'essere un uomo aperto. Dopo aver seguito un comizio dell'onorevole Crò, sul tema "La Giustizia al servizio del cittadino", si era convinto in merito allo "spirito di collaborazione", e corse subito a denunciare alla Giustizia il furto di tredici agnelli, appena patito. Fu incriminato per simulazione di reato, fece tre anni e mezzo di carcere preventivo in attesa di giudizio, si ebbe due anni e tre mesi in giudizio, ridotti a due anni e due mesi in appello e riconfermati in due anni e tre mesi in cassazione. La gente gli rise alle spalle e gli amici gli tolsero il saluto. Antioco sarebbe rimasto lo zimbello del paese, se un giorno non fosse tornato dall'onorevole Crò per un altro comizio - non lo lasciò nemmeno finire di parlare: gli ruppe l'occipite destro con un proietto da fionda. Dopo, anziché rimettersi fiducioso nelle mani della giustizia, si diede alla macchia. Il paese lo riprese in considerazione - i vecchi gli portavano pane e tabacco e Isabella, la figlia maggiore di don Gesumino, andava ogni tanto ad alleviargli la solitudine.
La giustizia se l'aspetta sotto terra, la mia gente - quando gli angeli del Signore suoneranno le trombe della resurrezione. L'attende pazientemente, senza fretta; sa che prima devono nascere e morire tutte le creature terrestri. La giustizia della mia gente non è giustizia nel senso dei filosofi giuristi, ma semplicemente "una cosa giusta"; ed è giusto, quindi, prendere da chi ne ha. Altrove, nei paesi civili, i cittadini si dividono in buoni e cattivi - che pare sia un superamento della divisione classica in belli e in brutti, operato dal cristianesimo. Purtroppo, in quei paesi, permangono le cosiddette stratificazioni da abitudine, per cui i buoni risultano essere anche i belli, e i cattivi anche i brutti. Inoltre, il buono, oltre che bello, è ricco e nobile, intelligente, forte; mentre il cattivo, oltre che brutto, è povero, volgare, stupido e debole. Fra la mia gente il fenomeno è semplificato; vige la classificazione in puniti ed impuniti. Se un punito va a pescare un chilo di carpe nelle paludi padronali finisce in galera per furto. Se un punito da piccolo ha il ghiribizzo di andare a scuola, appena apre bocca rutta idiozie e viene cacciato via a pedate. Giunto in età lavorativa - il punito è di razza lavorativa precoce - dovunque arrivi e appena arriva trova ad attenderlo badili zappe picconi e masse da spaccar pietre. Cascano dentro la prima trappola che incontrano, con tutti e due i piedi e talvolta anche con il collo. Pagano le tasse. Alla prima rata scaduta, l'ufficiale giudiziario arriva in forze ed effettua il pignoramento. Nascono sfaticati e di poca intelligenza: non arrivano mai a fare i presidenti di governo o i capitani d'industria. Se ne conoscono solo rarissime eccezioni: Rockfeller e Ford, che hanno cominciato da straccioni con un quarto di dollaro trovato per strada. (C'è però chi sostiene che tali eccezioni siano storielle edificanti propalate dagli impuniti). La maggior parte dei puniti vanno dietro le pecore, e per ingannare il tempo progettano favolose rapine che non mandano mai a compimento. Chi le manda a compimento sono gli impuniti. E la polizia, appunto, non li prende mai, o se li prende è uno sbaglio e li rilascia con tante scuse. La polizia, per mettersi a posto con la coscienza e coi capi, infila nel sacco una decina di puniti e li getta a marcire in galera. Gli impuniti applaudono, sventolano bandiere e appuntano medaglie al valore.
Gli impuniti sono di razza longeva; dopo i venti anni si chiamano vitelloni e continuano a giocare. Ogni peggiore birbonata da essi compiuta non è che una innocente birichinata. I vitelloni del mio paese - età media trent'anni - tempo fa furono redarguiti cortesemente dal brigadiere perché pretendevano di ascoltare la santa messa standosene tra le anche delle figlie di Maria. Per dispetto, sfasciarono croci e cappelle e orinarono nell'ampolla della transustanziazione. Non furono giudicati in piazza. Gli impuniti non possono subire l'onta di un processo. Furono assolti in via istruttoria: una ragazzata senza intenzioni blasfeme; euforia giovanile. Tale stato euforico risultò una attenuante, perché causato da liquori, non da vino nero. L'euforia da vino nero invelenisce i puniti, ed è sempre un'aggravante…
Un grido nella folla mi richiamò al presente: «Prepariamo la forca!». La forca è fuori moda da circa un secolo, ma è rimasta nel linguaggio. La fine riservata agli adulteri è sempre la stessa; è cambiato lo strumento, ora più sbrigativo e meno costoso. Quando la mia gente esprime a voce alta la propria opinione, io non me ne infastidisco, come fanno certi venuti di fuori, che a metà proiezione di un film escono dalla sala borbottando «zoticoni screanzati» perché non sentivano il parlato. Costoro capiscono ben poco di arte, se non apprezzano le recite estemporanee: è gente civilizzata, a soggetto fisso. Per esempio: Lui e Lei sono sposati. Lui è attempato ricco sfondato capitano d'industria e trascura Lei - sopra un certo aspetto. Lei, povera ma bella, ha sposato Lui ignara dell'importanza di quel certo aspetto - convinta che i soldi bastino per essere felice. Una sera - ad un ricevimento mondano - Lei incontra l'alter-Lui aspirante capitano d'industria laureato in economia e commercio volitivo vestito in Liber virile reni magre ossute in slip. Lei se ne invaghisce; lo aiuta a far carriera carezzando la pappagorgia a Lui. All'alter-Lui riserva moine più impegnative, su quel certo aspetto - finalmente ha scoperto l'orgasmo e lo racconta alle amiche. Nel contempo, Lei - infaticabile - organizza la secessione andando a letto con i consiglieri delegati, uno dietro l'altro - gli ultimi due assieme, per affrettare i tempi. Il consiglio si riunisce e mette in minoranza Lui. L'alter-Lui viene eletto direttore generale. Indossa un doppio petto in Liber e sorride con una chiostra di denti così perfetti da sembrare falsi. A Lui viene il solito colpo apoplettico. Lei veste di nero - il nero le dona, perché è bionda. Trascorsi quaranta giorni, lei sposa l'alter-Lui - che diventa Lui nella sequenza finale subito dopo la benedizione del santo Zio… La mia gente non apprezza i films a soggetto fisso, e li disapprova a voce alta. Durante la proiezione, si sgola a dar suggerimenti ai protagonisti. A Lui rimprovera di essere un imbecille, per aver sposato una puledra, alla sua età. Gli suggeriscono, fatto lo sbaglio, di correre ai ripari - un bastone di olivastro per calmare i bollori. Ma Lui non ci sente, si lascia infinocchiare; e allora la gente urla, perché fa rabbia un cornuto così; e sghignazza, poi, quando Lei, vezzosa, dice a Lui che le è venuta l'emicrania e desidera uscire in auto. «Tonto, te la fa sotto il naso!» e Lui, premuroso, le dice di uscire, sì, di svagarsi, anzi, per svagarsi meglio che si faccia accompagnare dall'alter-Lui, persona a modo distinta… «A modo quello? Se ha la faccia da puttaniere… Ma che razza di uomini c'è a questo mondo? Beh, contento Lui…»

Una voce ripeté più forte: «Prepariamo la forca!» e altre voci fecero eco. In gergo significava: «Finiamola con le lungaggini e chiudiamo i conti.» La mia gente non tollera rinvii di processo. Prima del cadere del sole il verdetto deve essere pronunciato e la sentenza eseguita. Innocente o colpevole. Non sono ammesse assoluzioni per insufficienza di prove. La prova c'è o non c'è. Vita o morte. Nel caso di adulterio nessun imputato è mai stato dichiarato innocente. La mancanza di prove disonora l'imputato. Anche gli impotenti preferiscono la morte al disonore, e si dichiarano colpevoli a testa alta. Di norma la sentenza viene eseguita dalla persona che ha patito maggiore offesa nell'onore. Essendo Susanna nubile e non avendo fratelli, né cugini, né cognati, tutto il peso dell'onta ricadeva sull'onore del vecchio genitore, che acquistava il diritto pieno ed esclusivo di giustiziere. Certo del verdetto di colpevolezza, il vecchio genitore guatava Antonio armeggiando la Colt mod. West bottino di guerra del '17. L'arma era stata usata per eseguire diverse sentenze e si era dimostrata efficace. La teneva in custodia il sacrista; egli aveva il dovere di tirarla fuori ogni volta che, scoperto un adulterio, correva a suonare le campane.
La voce si levò ancora, per la terza volta, seguita da un coro di urla e di fischi. Il parroco pensò che mi fossi appisolato e mi scosse una spalla. Mi voltai. Egli guardò l'orologio e disse: «Tra mezz'ora inizia la novena.» Risposi piccato: «Finché il sole illuminerà la piazza non verrà la morte.» Il parroco fece spallucce. Per calmare le acque ordinai alla voce di farsi avanti. Testimoniare ad un processo in piazza è più che un dovere un grande onore, per la mia gente - ai tribunali civili non ci va neanche a pagarla a peso d'oro. La voce si fece strada in mezzo alla folla e salì abbastanza agilmente sopra il tavolo, data la sua età. Chiesi: «Tu sei la moglie legittima di Alfonsino il mediatore?» La donna rispose: «Sì, signore», pavoneggiandosi, sommovendo la lunga gonna a pieghe marron-giallo. Di proposito avevo detto "legittima". Era stata moglie "illegittima" di almeno tre generazioni di maschi. Ora, venuta in età tale da non esserle più dignitoso né sostenibile, l'antico ruolo, si era data alle opere pie. Presiedeva le dame di carità e cercava vocazioni claustrali tra le figlie di Maria. Cercavo di prendere tempo. Non me la sentivo di dichiarare chiuso il dibattimento - c'è chi non fa mai il callo dell'insensibilità professionale al dramma altrui - mi ripugnava di ordinare l'esecuzione. Chiunque, al posto di Antonio avrebbe potuto "sbagliare". Anche io. Oggi non sbaglio più - non posso sbagliare. Ancora oltre i cinquanta anni, quando si è dotati, dicono, di maggiore equilibrio, sbagliai, e più di una volta. Mi vennero i rimorsi. Invidiavo gli uomini che vanno a letto per dormire, che dormono, che si svegliano una sola volta la settimana con la loro legittima compagna, che fanno il loro dovere rapidi composti con un unico esile gemito finale, e si riaddormentano…
Chiesi alla donna: «Come sta Alfonsino, tuo legittimo marito?» Rispose che stava bene e che a quell'ora dormiva, il sant'uomo.
Alfonsino faceva il mediatore. Mediava maschi da monta per la riproduzione del patrimonio zootecnico. Pecorai e bovari si rivolgevano ad Alfonsino, che garantiva i risultati dell'operazione. Se si verificavano casi di nullità, la colpa era sempre della femmina. Alfonsino esercitava scrupolosamente il suo mestiere, e quando il montone, o toro che fosse, si rivelava freddo o maldestro: «Può accadere a tutti, no? come i cristiani anche loro sono, soggetti all'emozione…» non si faceva scrupolo di allungare una mano o tutte e due per agevolare l'operazione. Alfonsino usciva ogni giorno all'alba. Stazionava in piazza, sull'uscio della bettola, in attesa di clienti. Sorseggiava vernaccia e guardava la gente, taciturno. A mezzogiorno in punto - con o senza affari conclusi - rientrava a casa, pranzava, si metteva a letto e dormiva fino al tramonto. Al tocco dell'Ave Maria si levava, prendeva una chicchera di caffè e usciva, stavolta per svago.
La moglie di Alfonsino concluse la testimonianza facendo voti affinché il colpevole fosse giustiziato al più presto, perché lei non poteva fare a meno di trovarsi a casa quando suo marito si fosse svegliato… La sorte di Antonio cominciava a dolermi. Avevo chiamato a testimoniare la moglie di Alfonsino - gran bagascia - con uno scopo ben preciso. Lo scopo di Pilato: Gesù o Barabba. Ovvero il trucco del capro espiatorio. Purtroppo la mia gente non afferrò la sottigliezza. Per sua natura non si lascia mai sfuggire l'uovo oggi per la gallina di ieri o di domani. Tiene in vita la gallina finché fa le uova; quando entra in menopausa, le torce il collo. Dice: «Gallina vecchia brodo saporito.» Pensai allora che Antonio sarebbe potuto sfuggire alla sua sorte nel caso che il giustiziere avesse sbagliato il bersaglio o che l'arma si fosse inceppata. Alcune regole dell'antica norma forcaiola restano sempre valide. Per esempio: se la fune si rompe… se il cappio non si stringe… se il trave si spezza… Accidenti che non si erano verificati mai, perciò il loro ipotetico verificarsi appariva interventola mano divina in favore del condannato. Il vecchio genitore avrebbe potuto mancare il bersaglio con una Beretta d'ordinanza, non con una Colt mod. West. La Colt mod. West ha la precisione di una spingarda, e non si inceppa mai… Il vecchio genitore avrebbe potuto sbagliare se esasperato. Bisognava esasperarlo. Lo richiamai e gli dissi: «Prima della sentenza, nel rispetto della tradizione, faremo la prova del tuo onore.» Il vecchio genitore impallidì, digrignò i denti. Non poteva tirarsi indietro. Si accoccolò a un lato del tavolo visibilmente agitato. L'arma cominciò a tremargli nella mano.
La prova dell'onore di un uomo non si esegue sull'uomo stesso ma sulle sue donne: moglie, figlie, sorelle e domestiche (in passato il controllo era esteso alle cugine di primo e di secondo grado, alle cognate, alle nuore e alle nipoti consanguinee). E' una prova che viene richiesta raramente, oggi giorno; di solito bastano o il convincimento del maschio disonorato o la dichiarazione della fanciulla violata o un testimone anche fugace per la prova della colpevolezza. Un antico codice - non ancora abrogato - consente anche l'uso della prova dell'onore, se il giudice o la gente ne fa esplicita richiesta. Il modo di condurre la prova è semplice. L'onore dell'uomo poggia i suoi pilastri sulla moralità delle sue donne, moralità che si nasconde nel fondo di impenetrabili meandri. Per portarla in superficie viene usato uno speciale beveraggio, ricavato con il succo di varie erbe colte nel plenilunio di maggio e stemperato nel latte di vergine. Se il latte non è quello giusto gli effetti sono catastrofici. Se la ricetta è indovinata - ottima quella preparata da ziu Chiccheddu - si ottiene un siero della verità: l'onorabilità presa in esame si esterna rivelandosi in ogni più scabroso particolare. Ogni volta che si è usato il siero della verità è accaduto un macello. Speravo che usandolo, quella volta ne sarebbe venuto del bene per qualcuno, forse per Antonio. Nasturzio, il sacrista, custode del siero fu mandato di corsa. Intanto erano salite sul tavolo le donne del vecchio genitore, moglie, figlia e domestica. La gente, che già si stava annoiando, si rianimò. Il parroco dimostrava la sua disapprovazione scuotendo il capo. Gli dissi: «Dio ama la verità.» Non mi parve convinto. Il vecchio genitore scuoteva anch'egli il capo canuto; le mani, ora, gli tremavano convulse e battevano i denti come preso da febbre quartana. Le sue donne stavano invece in piedi sopra il tavolo senza tradire turbamento. Le donne non credono agli effetti del siero perché non possono udire la voce della loro onorabilità; la sentono soltanto gli uomini, mediante la sensibilità del loro onore. L'onorabilità della donna, stimolata dall'infuso, racconta tutto di sé; ma è discreta, non fa mai nomi. Non di rado si esprime in versi.
L'onorabilità della moglie cominciò: «Nel millenovecentodiciannove…» e finì «…sull'orlo del campo fiorì il rosolaccio.» Il vecchio genitore digrignò i denti. La folla trattenne il fiato. I cantastorie prendevano rapidi appunti per le loro canzoni. La più interessante l'avrebbero scritta sulla onorabilità della domestica: «…sotto il cielo stellato nel cortile selciato, la terza notte il sole fiorì a mezzanotte e gli angeli del Signore suonarono la tromba.» L'onorabilità di Susanna fu ascoltata senza interesse; i fatti erano già noti.
Il padre della domestica piombò davanti al tavolo e sporse querela contro ignoto, riservandosi di seguire gli sviluppi del caso; indi, senza proferire verbo tirò giù dal tavolo sua figlia e le affibbiò due sonorissimi ceffoni. Il vecchio genitore piangeva e gemeva; il suo onore sanguinava da più parti.
Dichiarai chiuso il processo. La sentenza doveva eseguirsi all'istante. Antonio si inginocchiò e chinò il capo. Il parroco gli si accostò, gli mise una mano sulla spalla e lo benedisse. Antonio si segnò. Anche la mia gente si segnò. Il vecchio genitore tese la mano tremante e sparò. Cadde il parroco, che non aveva fatto in tempo ad allontanarsi. La folla gettò un urlo. Il medico tastò il polso del poveretto e mi rivolse un muto cenno di assenso. Esclamai: «Giustizia è fatta!» Ognuno poteva tornarsene a casa. Antonio, secondo la tradizione, era condannato all'esilio perpetuo e alla confisca dei beni. Il padre della domestica si rifece avanti, disse che avendo seguito gli sviluppi del caso ritirava la denuncia. Ma la gente non si muoveva; restava immobile accosciata presagendo altro dramma. Il vecchio genitore stringeva ancora nella mano la Colt mod. West. Ora la mano gli tremava meno. Non aveva più alcun diritto su Antonio, ma ne aveva sulle sue donne. Nella Colt mod. West c'erano cinque proiettili che egli poteva distribuire a piacimento per tutelare il proprio onore. Sparò e ruppe il cranio alla moglie - tra i denti sibilò una frase intelligibile. Susanna ebbe fortuna: il proiettile a lei diretto raggiunse e fracassò la spina dorsale della guardia che si era mossa intersecando la linea di tiro. La folla applaudì a lungo: correva voce che la guardia, dal millenovecentodiciannove… A questo punto, il padre della domestica, che aveva riflettuto seguendo gli sviluppi del caso, con un balzo felino si gettò sul vecchio genitore e gli strappò di mano l'arma fumante. La folla ammutolì. La responsabilità dell'onorabilità della domestica ricadeva sul vecchio genitore: doveva starci attento lui. Gli sparò in faccia, a bruciapelo, portandogli via di netto il mento e la mascella; poi rivolta contro di sé l'arma lasciò partire il colpo spappolandosi il cuore. La Colt mod. West cadde rotolando ai piedi di Susanna. La folla gridò al miracolo. Era un segno del volere di Dio e Susanna raccolse l'arma. Aveva un solo proiettile e due obiettivi legittimi: o se stessa o Antonio. Scelse Antonio. Antonio cadde in ginocchio e stramazzò con una breccia aperta sulla tempia. La gente si levò per andarsene: la pistola era scarica e la tradizione vuole che non si possa ricaricare due volte per un solo processo.
Non mi aspettavo un epilogo così movimentato - ricordo che a cena mangiai pochissimo, quella sera…

 

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