Copyright 2020 - Custom text here

Indice articoli


Lo specchio

Prima o poi accade. Sapevo già che sarebbe accaduto; o meglio lo sapevo, ma avevo sempre finto di non curarmene mascherando l'assillo con oppiacee nebbie. «Il viso scarno ti dona, ti fa parere più intellettuale.» Come dire ad un morto di fame: «L'aspetto macilento ti spiritualizza.» L'uomo mitizza anche la fame e la lebbra, per salvarsi. Mi ero detto: «I capelli ti si sono spruzzati di bianco sulle tempie: un nuovo elemento di fascino.» E me ne ero compiaciuto, assurdamente, come uno storpio della propria deformità.
Essere diversi è angosciosa presunzione di evitare la legge comune. Mi definivo "spirito ribelle"; amavo veleggiare contro corrente. «Io cerco le tempeste, perché in esse troverò la pace.» Mi solleticava il ruolo del razionalista in un mondo di miti. Rifiutavo ogni mito liberatorio - sono diventato astemio, in odio all'alcool-droga. L'uomo passa dalla fica materna in un utero-labirinto che si apre nell'abisso. Ha pensato: Che fare? Tornare indietro è impossibile; la vita è un mostro che divora se stesso, azzannando, masticando, digerendo e trasformando la realtà nella dimensione di un ricordo. Che cosa ha trovato l'uomo per salvarsi? Ha gettato fili di sogno e di speranza - esili fili di ragno appesi al nulla gettati attraverso la foschia che nasconde l'orrida ampiezza dell'abisso. Rinascere in un'altra dimensione - con un proprio atto di volontà, senza fica e senza utero. La metempsicosi. Che altro è se non l'illusione di poter ritrovare, finalmente al momento giusto, ciò che nella vita è stato appena intravisto, con occhi e bocca pieni di polvere, con mani e piedi legati, trascinati dal corso di una bestia folle? E la "fonte dell'eterna giovinezza", le trombe della resurrezione? Allettamenti per lasciarsi scivolare ad occhi chiusi, sorridendo, nell'abisso… Mi era parso più razionale lasciare "eredità d'affetti", camminare interrando semi esemplari ai margini della strada, covando la speranza d'un loro germogliare e fiorire, e che qualcuno, vedendoli, potesse raccoglierli. Questo mito "razionale" durò fino al momento in cui immaginai di aver bisogno di sperimentarlo. Crollò davanti allo specchio; crollò come un castello di carte, fatto con carte false. Le carte - i semi - le bruciai gettandole in fascio nel camino ardente d'ironia. «Non ti eri assicurato neppure che fossero semi germinabili, né che la terra fosse fertile, né che sarebbero stati favorevoli il sole la pioggia il vento. E sarebbe passato qualcuno, poi, lì, al momento giusto, su quella stessa strada? E fra tutti gli uomini, sarebbe passato quello giusto, con le dita e il cuore sensibili e non quello con le scarpe chiodate?» Spinsi l'ironia fino in fondo: «E che me ne sarebbe venuto, a me, del romantico gesto di uno sconosciuto che fiuta con naso intenerito l'olezzo di un fiore che io ho soltanto seminato?»
Anche l'ironia è un meccanismo liberatorio, una carnevalata. Ti mascheri e danzi sui cocci di vetro - con la musica, coi barbiturici, con l'alcool. La danza di Zorba. Un ritmo che da lento si fa forsennato fino all'orgasmo. Schiatterai lo stesso; con l'eutanasia, ma schiatterai.
Giunta a questo punto la "crisi" mi parve eccessiva. Cercai di analizzarla razionalizzarla dominarla. Forse è la giornata grigia; forse ho dormito male; forse non ho digerito bene. Aprii gli scuri e c'era il sole. Feci memoria: mi ero addormentato sereno e pesante appena alla terza pagina di un libro interessante. Pensai: «Allora, forse, è l'estro di recitare un dramma nuovo. Viene noia, recitare a soggetto; così, qualche volta, si improvvisa. Sei sempre stato un attore. Ora ti è venuta la voglia di recitare il climaterio», sorrisi, lasciandomi tentare dall'ipoteso - la mattina mi ero svegliato eretto, come sempre. «I grumi di un dramma si stemperano nell'ironia.» Cominciai a dubitare e perciò a sperare e a risentirmi normale, quando l'idea assurda di volermi vedere "come io sono veramente" mi riportò davanti allo specchio. Non c'era finzione che trovasse appiglio sulla levigatezza del vetro. Come si può vivere, per tanti anni, senza sapere quante rughe hanno scavato la faccia, quanta tristezza si è annidata negli occhi? Mi ero attribuito un aspetto standard - o meglio mi ero visto come un abito guardato dalla parte interna. «Un abito rivoltato, sembra quasi nuovo», mi dissi con sarcasmo, «prova a rivoltarti, adesso…» Mi accoccolai sopra una poltrona. Pensai: «Così si è accoccolato il progenitore in perizoma prima di scaraventarsi nel vuoto. Ma prima ancora ha gettato un filo di ragno, ha sognato la fonte dell'eterna giovinezza…»
Senza più riflettere gettai anch'io il mio filo. Staccai, ruppi e gettai nella spazzatura tutti gli specchi e li sostituii con una fanciulla di sedici anni.

Avevo spesso sentito di elisir dell'eterna giovinezza, il sogno di rinverdimento dell'uomo che scopre d'aver ingoiato tutto il filo su cui si arrampicava agile godereccio, come se il gioco dello spaghetto fosse dovuto durare sempre. L'elisir più raccomandato era quello usato da un certo principe di Capivanio - uno di quei beati uomini d'altri tempi cui era lecito fare tutto ciò che concordasse con la sua volontà. Costui, seguendo le teorie del dottor Santorio padovano, esperimentò che l'alito di una fanciulla favorisce, come la vitamina E, il ricambio delle cellule esaurite. Andando a letto con fanciulle dall'alito fresco, il principe Capivanio, all'età venerabile di novantasette anni, contribuì - dicono le cronache dell'epoca - ad aumentare l'indice demografico.
L'elisir che mi portai in casa, in sostituzione degli specchi, era bionda, aveva occhi tra il grigio e il verde, e muoveva le labbra, nel sorriso, nell'ira, nella parola, nel bacio e comunque, con vezzo raro piacevolissimo. Le labbra, in particolare il labbro superiore, erano, come dire, l'asse della sua libido. Aveva la clitoride sulla punta della lingua. Di intelligenza inequivocabilmente media, come lo è l'intelligenza di una qualunque ragazza di sedici anni, la sua natura biologica somigliava molto a quella di un rettile - senza accostamenti di cattivo gusto romantico alla vipera. Non possedeva, cioè, calore proprio. Il calore lo cercava e lo prendeva ovunque le capitasse di trovarlo. Di giorno, si sdraiava al sole; di notte, si accucciava davanti al fuoco del camino. Altro suo particolare di rilievo era il saper piangere. Ci provava gusto, a piangere; qualche volta riusciva perfino a riscaldarsi, piangendo. Piangeva per tutto, purché ne avesse voglia: per un tramonto, per un addio ad una amica, per un vaso caduto per terra, per un fiore reciso, per una carezza. Accettò di buon grado – mi parve - il ruolo di specchio. Sembrava divertita, come un bambino che scopre un gioco nuovo. Io dubitavo che fosse la cornice a piacerle, non la mia faccia. Scacciai il pensiero molesto. Riuscii a scacciarlo soltanto dopo aver passato in rassegna tutte le ottime qualità interiori che io possedevo e che potevo sciorinare. Per economia di tempo, e per non affaticarla in laboriose indagini, credetti opportuno indicargliene alcune io stesso. Lo feci, mi pare il secondo giorno, dopo una notte lunga che mi aveva intenerito le ossa e il cervello. Introdussi l'argomento: «La vita comincia a quarant'anni.» Scrutai nel suo volto una reazione favorevole - non mi vanno le esibizioni smaccate; possono essere controproducenti. Attesi la reazione più banale: «Però, te li porti bene gli anni…» oppure: «Sai, al par tuo un ventenne ci sfigura…» invece, silenzio. Pensai: «E' timida. Magari lo pensa, ma non lo dice. Deve essere orgogliosa, anche.» Pensai così per avere il pretesto di continuare il discorso. Ripresi: «Quando il cuore è giovane gli anni non contano.» Aveva appoggiato la guancia sopra la mia spalla e pareva addormentata. L'accarezzai, per sapere se davvero dormiva. Al contatto della mia mano sull'ombelico ebbe un fremito, aprì uno spiraglio d'occhio e mormorò: «Ti ascolto.» Io proseguii: «Se mi guardi così di fuori posso sembrarti come tanti altri; ma se mi guardi bene di dentro troverai tante cose che gli altro non hanno…» Lei assentì col capo, sbadigliò e disse: «Non sono mica stupida. Hai un'auto che è una cannonata. Mi porti a fare un giretto? Non ho voglia, oggi, di andare a scuola…»
Auto, cielo azzurro e strada asfaltata erano fuori ad attenderci. Partii imballando il motore. Le ruote scavarono due solchi sulla ghiaia del viale. Lei s'attaccò eccitata alla maniglia del cruscotto. Filai come un bolide sul rettifilo della statale, preso dal gusto della corsa. Rischiai non so quante volte di rompermi l'osso del collo. Mi aspettavo che lei mi complimentasse. Dissi: «La mia auto dà prestazioni fuori classe.» E aggiunsi: «Naturalmente non bastano; ci vuole fegato, e l'esperienza del volante.» Non disse nulla; neppure quando, in curva, superai un "Milletre" che si era incocciato mentre sopraggiungeva un camion in senso contrario. Con perfetto tempismo avevo infilato la seconda e schiacciato a fondo l'acceleratore tutt'insieme. L'auto si era avventata con un ruggito nel varco ancora aperto tra i due mezzi antagonisti. Rimessa la presa diretta, mi distesi per smaltire la tensione. Pensai: «A saperglieli chiedere, la seconda mi dà i cento.» Chiesi: «Che ne dici, cara?» Parve cadere dalle nuvole. «Di che?» «Ma di ciò che è successo poco fa… o meglio, di ciò che non è successo.» «E che cosa dovrei dire, se non è successo nulla?» rispose spalancando gli occhi più verdi che grigi. Non mollai la presa. Dissi: «Credi che un altro ce l'avrebbe fatta?» Rispose: «Non lo so. Come faccio a sapere se un altro ce l'avrebbe fatta?» E prese a canticchiare una di quelle orribili canzoni che vincono i festival, «Ritornerò in ginocchio da te…» cantata da lei mi piacque. «Hai una bella voce, lo sai?» Rispose: «Non è vero. Smettila di prendermi in giro.» «Dico sul serio. Ti comprerò il disco; così ti ricorderai di me.» Schioccò un bacetto vezzoso, sussurrò: «Grazie», e mi accarezzò una guancia.
Trascorse così il giorno. La strada s'era fatta buia e il buio mi inteneriva. Perciò dirottai in un viottolo verso il mare. Quel viottolo ce l'avevo stampato chiaro nella memoria. Conduceva ad una spiaggia raccolta ad arco, brevissima, tra rocce e scogli a strapiombo. Vedendola, avevo pensato: «Se fossi innamorato, verrei qui a fare l'amore.» Mi accadeva quand'ero solo e scoprivo un posticino romantico. L'amore al naturale mi dava vertigini di piacere - l'erezione emotiva, breve dirompente. Qualche volta, riflettendoci, l'avevo presa per una forma di claustrofobia affettiva. Avevo fatto il paragone tra la comodità di un letto casereccio e un arenile umido, con la sabbia che s'infila dappertutto. Con tutto ciò la natura non ha rivali. Neppure le ortiche… Me ne ero accorto, una volta, ma dopo, quando mi si erano gonfiate le mani. «Se c'è qualcosa di normale nell'uomo è la fregola di fare l'amore all'aperto.» Avevo infine concluso.
Quella sera, infilando il viottolo marino, pensavo: «Non può esserci creatura sessuata che resista al fascino di una spiaggetta tra gli scogli, in una notte serena e per di più illuminata dalla luna.» Era piovuto di recente e dove la stradicciola diventava pista, tra asfodeli e rocce affioranti, le ruote slittarono dentro larghe pozzanghere melmose. Lei si allarmò. Disse: «Ma lo sai almeno dove stiamo andando?» Non la degnai di uno sguardo. «Perché? Ti sembro forse uno di quelli che non sa quello che fa?» E accelerai, improvvisando una ginkana per evitare sassi, cespugli e pozzanghere. Lei disse: «Sarà. Però non vorrei restare impantanata.» «Se non è che per questo… Sarebbe piacevole, noi due in auto, tutta la notte.» L'idea mi sorrideva, ma intanto stavo attento a non finire nel molle e in particolare ad evitare le rocce affioranti. «Ci mancherebbe, spaccare la coppa dell'olio o il differenziale.» Lei disse: «Non è per ciò che tu dici… anche se restare una notte in auto, a gelare, a me proprio non sorride… è che mi dà fastidio pensare di farmi trovare qui dalla gente.» Assentii. «Hai ragione. Me l'immagino, ciò che direbbe la gente. A me, più che a te. La gente ha in odio, per ragioni di morale, gli uomini di quaranta che stanno con donne di sedici. Li giudica bricconi. Lo sai tu perché?» Rispose: «Mah! Non lo so. Credo per morale. Ti è scappato detto anche a te. Io non ci ho mai pensato. Ma lo sai che tu fai domande astruse?» «Perché astruse? O forse mi giudichi anche tu un briccone, e non vuoi dirlo?» Mi guardò attentamente, poi sorrise, scosse la testa, e disse: «Ma va, tu, un briccone! Piantala con queste storie», cambiò discorso. «Sai, ieri, la mia compagna di banco mi ha insegnato il bacetto rimbalzato.» Pensai: «Al diavolo le metafisiche.» E con affettato interesse le chiesi: «Racconta.»
Dopo un tratto di salita, giunti sulla cresta di collina, apparve d'improvviso sotto di noi la piccola insenatura. Lasciai scivolare l'auto con il muso in giù sulla sabbia e le ruote posteriori sul duro. Aprii il vetro, mi distesi sul sedile spalancando le braccia, allargando il petto per farci entrare una grossa boccata d'aria marina. Il mare era grigiastro con riflessi argentei, appena increspato dalla maretta. Avrei voluto sussurrarle: «Guarda dove ti ho portata. Che meraviglia! Non ti commuove l'immensità dell'oceano sotto il cielo stellato? Non ti intenerisce il fruscio lieve della risacca sulla sabbia? Non ti esalta la maestosità degli strapiombi neri? E non ti parla d'amore il silenzio della terra addormentata alle nostre spalle?» Ma lei - intanto che pensavo le parole per metterle giuste in fila l'una dietro l'altra - aveva brontolato: «E' pieno di zanzare questo posto!» dandosi una manata sul polpaccio.
C'era un pretesto per accarezzarla, e lo feci. Mi sembrò anche che ci fosse una buona ragione per chiederle: «Dimmi, cara, com'è il bacetto rimbalzato? Dev'essere meraviglioso, fatto con le tue labbra.»
Si rianimò, dimenticò le zanzare, accostò il suo viso al mio, e accese la luce per farmi vedere meglio. Pensai: «Adesso non ha più paura di essere vista dalla gente.» Lei spiegò: «E' un doppio pussi pussi. Si fa a distanza ravvicinata, ma senza contatto. Così…» Atteggiò le labbra al bacio congiungendole due volte con due schiocchetti. Esclamai: «Delizioso!» E pensavo davvero a ciò che dicevo. Lei volle che mi cimentassi anch'io. Il gioco finì per destarmi un desiderio di qualcosa di più concreto. Chiesi: «Scusa, cara, ma perché senza contatto? Mi pare sprecato, così…» Fece una smorfia di disgusto. Disse: «Rovineresti tutto. E' bello proprio perché è diverso dal solito. Mi chiedo se tu sei tanto intelligente quanto sembri dalle tue idee di rivoluzionario.» Incassai il colpo. Con tono da mea culpa mormorai: «Scusami. Su certe cose sono rimasto uno sporco reazionario. L'amore mi piace fatto secondo natura. E' proprio una colpa? Ma credimi, sono aperto alle teorie più moderne, purché sia tu ad insegnarmele, e purché non siano eccessivamente rinunciatarie.»
Non accettò. Disse: «Tu sei irrecuperabile, alla tua età.» Pensai: «E' solo sincera, non vuole offendermi.» Accoccolandosi con le ginocchia tra le braccia, mormorò: «Non senti freddo, tu? Ce ne andiamo?» Pensai: «Venti chilometri di pista scassata con il rischio di impantanarmi, per niente.» Non mi deludeva lei, mi deludevano il mare, la spiaggia, gli scogli, la luna che non riuscivano a destare l'anima "romantica" di una sedicenne. Ero fermamente convinto che tutti abbiamo, fra le tante, un'anima "romantica". Pensai ancora: «Forse è distratta. Forse si vergogna a tirar fuori la sua anima romantica, così, davanti a me, per non sembrare della stessa pasta frolla delle sue - come dice lei - antenate.» Ma non pensai affatto che potessi essere io la remora; io con la mia età, con la mia faccia, con il mio modo di fare, con le mie idee - tutto già programmato e razionalizzato, perfino le reazioni emotive in una spiaggetta fra gli scogli. Ci pensai solo più tardi. In quel momento, invece, feci la faccia scandalizzata ed esclamai: «Come?! Tu vuoi andar via da questo incantevole luogo senza neppure degnarlo di uno sguardo? Ma che cosa hai tu al posto del cuore?» E con gesto melodrammatico aprii lo sportello, balzai fuori dall'auto e presi a camminare sulla sabbia verso il mare, improvvisando e declamando: «Talàtta, talàtta! Oh, mare, mare, mare! Quante cose fai pensare…»
Lei, che mi aveva seguito svogliata, strascicando i mocassini sulla rena, accentuando stanchezza e brividi di freddo, trovò lo spazio per mordere - ne immaginai la smorfia, alle mie spalle - disse: «Guarda, caro, che mare fa pure rima con amare…»
Non c'era posto alcuno per i ripicchi, nella mia tenerezza. Mi sdraiai supino, con le mani sotto la testa per non riempirmela di sabbia. Bastava la sua presenza a rendermi felice. Mi si era accucciata accanto - a schiena curva, le mani infilate sotto il maglione, mi guardava con gli occhi spalancati, più grigi che verdi. Dissi: «Non si deve ironizzare sulla fonte di ogni vita…» Era un contrattacco: riequilibrare le posizioni con una esibizione dottrinaria. Già stavo per enunciare le teorie di Oparin, con la storia dei coacervi, per puntare su Darwin, arrivare alla scimmia attraverso la branchie dei pesci e l'apparato respiratorio degli anfibi… Lei mi interruppe: «Risparmiati. Proprio avantieri questa predica ce l'ha fatta il professore di scienze… e poi, adesso ho freddo; se no, sai, mi piace sentire la tua voce.» Pensò che ci fossi rimasto male, e mi accarezzò. Facendo una moina, disse: «Non ti adirare, ti prego.» E mi schioccò un bacetto rimbalzato che mi rasserenò del tutto. Allora, levandosi, disse: «Vogliamo andare, adesso?» E mi tese la mano.
Seguii affascinato il suo morbido elastico incedere. Pensai: «Pare nata apposta per passeggiare di notte su una spiaggia deserta fra gli scogli.»

Prima che rompessi gli specchi - parecchio tempo prima - mi ero spesso compiaciuto per certe espressioni intelligenti che apparivano nel sorriso e in particolare nello sguardo, per un vezzo del sopracciglio sinistro più alto e più arcuato del destro. Riservavo agli occhi la dose maggiore di fiducia e di stima, per il loro ruolo di primo piano nelle intraprese sentimentali. Uno sguardo ben coltivato e ben diretto, è più esplicito e persuasivo di qualunque argomentazione - l'ipotesi partiva da un convincimento astratto, ma poggiava su dati di fatto. Viaggiando in treno, da studente, mi accadeva di sedere di fronte a una ragazza. Era l'occasione buona per sperimentare l'ipotesi. Una bruna - lei, dapprima, tentò di sfuggire lo sguardo; poi pian piano il suo viso si fece attento, come quello di chi si accinge ad ascoltare una storia interessante; infine soggiacque, docile turbata, all'imperiosa carezza visiva. Era arrossita, e ne fui felice e lusingato. Avrei voluto indagare sulle cause del suo rossore, ma c'era gente vicina ed ero molto timido, allora. Fra gli insuccessi, una ragazza rossa, lentigginosa, che masticava gomma. Prima ancora che mettessi a fuoco lo sguardo, mi disse che non le andava a genio d'essere guardata così come una bestia rara; cacciò fuori un palmo di lingua e cambiò posto. Quella volta divenni rosso io, ma l'eccezione mi confermò la regola - d'altro canto c'è idiosincrasia per le rosse, ancora oggi. In breve tempo ottenni dagli occhi rilevanti prestazioni sentimentali; riuscivo a far dire loro tutto ciò che volevo. Anche il luogo e il momento - notai - avevano la loro importanza. "La dialettica dello sguardo", come la chiamavo allora, in omaggio alle dottrine politiche progressiste, era da usarsi preferibilmente in treno, dove si verificavano diversi fattori notevoli: il dondolio, le vibrazioni, lo scorrere intermittente dei pali telegrafici ed il brontolio ritmico delle ruote sui binari. Sapevo di impotenti che portavano l'uccello in treno per sentirlo starnazzare.
Da una notte gelida era venuta una giornata grigia nuvolosa. Accendemmo il fuoco nel camino del soggiorno. Lei si era appollaiata sopra una poltrona, con un libro aperto sulle ginocchia e una pila di dischi che andava mettendo uno dietro l'altro nel giradischi. Io attizzavo il fuoco, ascoltavo la musica, guardavo lei, e mi lasciavo portare beato da pensieri leggeri. Pensavo: «Avrei voluto incontrarla e conoscerla allora, in treno.» Mi finsi la scena… Certi pomeriggi avevamo ginnastica, e dovevo trattenermi in città fino al treno delle diciotto. Gettavo la borsa nella rete del primo scompartimento che mi capitava d'infilare, poi facevo un giro di perlustrazione nei corridoi. La caccia alle ragazze era il relax dopo le fatiche scolastiche. Eravamo tanti da riempire il treno noi soli. La gente non ci poteva soffrire, perché non lasciavamo posti liberi da sedere, perché non stavamo mai fermi e quieti, perché discutevamo a voce alta. «Invece d'imparare l'educazione a scuola imparate diavolerie», mugugnava la gente, e ci odiava, specialmente perché eravamo, «come cani, sempre col naso dietro le femmine.»
Girovagando da un vagone all'altro l'avrei incontrata, così com'è, coi capelli biondi lisci lunghi che le coprono mezza faccia, col suo cappottino liso un po' stretto e le scarpe basse di camoscio scalcagnate. Sarebbe stata sola, appoggiata al vetro del finestrino, intenta a guardare le ombre della campagna. Io mi sarei avvicinato; mi sarei messo al suo fianco e avrei richiamato con lo sguardo la sua attenzione. Avrebbe finito per darmi il viso, gli occhi, la bocca… ed io le avrei sorriso. Avrebbe detto: «Ciao», e poi avrebbe chiesto, per fare amicizia: «Di dove sei?» «Ginnasiale, di…» avrei risposto. «E tu?» «Magistralina, di…» «Hai occhi rari, lo sai? Verde e grigio…» Lei sarebbe arrossita e avrebbe mormorato: «Ti prego, non guardarmi così…»
Interruppi il fantasticare e dissi: «Cara, come trovi i miei occhi?» Levò la faccia dal libro e rispose: «Sono marrone scuro, mi pare.»
«Sì, lo so di che colore sono… ma tu come li trovi?»
«Sono belli. Un po' sciupati…»
«Sì, erano belli, un tempo… Aspetta, ti faccio vedere», mi alzai e presi l'album delle foto. Ne indicai una.
«Sei tutt'altra cosa, adesso», mormorò guardando alternativamente me e la foto.
«Avevo la tua età», dissi. E con rammarico aggiunsi, «perché non ti ho conosciuto allora?»
Sorrise. «Non credevo che alla tua età si facessero pensieri così campati in aria», disse, ma il suo sguardo era dolce.
«Ti piace viaggiare in treno?» chiesi, seguendo una mia idea.
«Non molto.»
«Mi piacerebbe incontrarti in treno, così per caso. Conoscerti e fare amicizia in viaggio, e arrivare a scendere insieme di notte in una piccola stazione di campagna…»
Lei mi guardò stupita. «Ma che bisogno c'è di conoscermi in treno, se mi conosci già?»
«Se te lo dicessi, forse non capiresti.»
«Perché non, capirei? pensi che sia cretina?»
«No, non dico questo… Ascolta: credi tu che io possa dirti guardandoti quanto ti amo?»
«Non so… aspetta… fammi leggere nei tuoi occhi», avvicinò il suo viso al mio. I suoi lineamenti sfumarono quando mi fu troppo vicino, e dovetti stringere gli occhi. Notò subito il difetto. Disse: «Sintomi di presbiopia. Proprio la lezione di oggi.» Sfogliò il libro e lesse: «Difetto della vista dovuto alla perdita di elasticità del cristallino, si verifica specialmente nei vecchi…»
Pensai: «Ecco perché mi stanca leggere, perché tengo il giornale a un metro dalla faccia», tornai vicino al camino. Borbottai: «Ma che diavolo vi fanno studiare adesso a scuola, la fisica… Ai miei tempi era una cosa seria, l'ottica.»
«Ma non stavi parlando di un viaggio in treno?» chiese.
Me n'era passata la voglia. però, per cortesia, dissi: «Se ti fa piacere ci andiamo anche subito, o quando vuoi tu.»
«Per me, figurati! Non mi fa né freddo né caldo. Preferisco l'auto, lo sai. E' più comodo, più personale…»
Mi sentivo deluso irritato. Me la presi con l'auto. Dissi: «L'auto… povera umanità inscatolata!» Già altre volte mi era accaduto di dare la colpa all'auto per ogni acciacco. Dieci gradini bastavano a farmi venire il fiatone; una passeggiata di cento metri mi appesantiva la milza. Tutta colpa dell'auto. Dissi: «Ti piace l'auto. Perché ti piace?»
Lei levò ancora la faccia dal libro. Rispose: «Che domanda?! Te l'ho già detto, no? Mi piace se è bella e se corre.»
La risposta mi intenerì. Pensai: «La mia auto è bella e corre.» E mi riappacificai con la macchina. Dissi: «Ti amo. Andiamo in auto?»
Si prese il mento tra le mani e stette a guardarmi con un sorrisetto ironico.
«Ti prego», insistei.
«D'accordo», disse alzandosi. Ritornò subito dopo, con il mio soprabito sul braccio e le chiavi dell'auto in mano.

La parte dello specchio finì per annoiarla. Un giorno che io volevo, come al solito, vedermi in lei, storse la bocca, e disse: «Mi sono stancata, sai, di questo gioco.»
Dapprima mi irritai come si irrita un padrone quando uno schiavo sottomesso gli si ribella. Gridai: «I patti sono patti. E poi, chi ha detto che è un gioco?»
Forse non trovava parole da dire, perciò si commosse e strizzò alcune lacrime. Lasciandomi commuovere anch'io, domandai: «Sei triste?» Pensai: «Tristezza e lacrime fanno venir voglia di fare l'amore.» Ripetei: «Sei triste? Che cosa ti fa triste? A chi dirlo se non a chi ti ama» La feci sedere sulle ginocchia, per creare un clima più intimo. Le accarezzai i capelli con dita leggere, finché finì per sciogliersi. Sussurrò: «Mi sono innamorata.» Pensai con tristezza: «Non certo di me.» Ma non provai alcuna gelosia. Mi apparteneva tutta, dalla punta dei piedi alla cima dei capelli. Mi dissi: «Perché dovrei proibirle di innamorarsi e di sognare? Non sanno fare altro che sognare, alla sua età. Si innamorano come pere del primo cretino che rassomiglia al fusto di moda. Si accontentano di farsi stringere e palpare, guardandolo imbambolate. Tutt'al più gli mandano qualche bacetto rimbalzato.» Le dissi con benevolenza: «E' naturale, alla tua età. Puoi dirmi tutto. Se c'è uno che può capirti…» Stava col viso basso, giocando con le unghie. «Allora?» Ripresi a dire, «Cosa c'entra il fatto che ti sei innamorata? Non eri forse innamorata di un tuo compagno di scuola quando ti ho chiesto di venire? Non penserai che io non mi sia accorto che ti sei innamorata altre tre volte in due mesi? Una volta, la sera che ti ho portata a ballare… una seconda volta, quel paio di giorni che sei stata fuori al tuo paese… e una terza volta col nuovo professore di filosofia, il quale, tra parentesi è brutto, sposato, e puzza di finocchio… E dunque, di che ti crucci adesso?»
Fece un viso patetico. Strizzò ancora qualche lacrima. Sospirò e disse: «Adesso è un'altra cosa. Sento che è una cosa seria, adesso…»
Sbottai in una risata. «Una cosa seria!» esclamai, esagerando l'ilarità, «tu! via, non farmi ridere… Ho avuto anch'io sedici anni. So bene quel che succede a sedici anni.»
Si imbronciò. La sentii irrigidirsi, tra le mie braccia. Pensai: «Ho toccato il tasto sbagliato. Meglio assecondarla.» Dissi: «Scusa, cara… può darsi che stavolta sia una cosa seria. Se me ne parli, capirò se è una cosa seria.»
Si rasserenò. Mi guardò con occhi umidi. Mormorò: «Non ridere, ti prego, se ti dirò tutto… mi fai soggezione, tu, qualche volta.» Io fui contento di farle soggezione "qualche volta", perché spesso era lei a farne a me. Le accarezzai un ginocchio borbottando: «Via, non sono un orco.» Mi stampò un rumoroso bacio tra guancia e collo. «Tu sei molto paziente, con me…» mi sussurrò all'orecchio, vezzosa, accarezzandomi i capelli sulla nuca. L'abbracciai eccitato. Attirò la mia testa sul suo seno e ve la tenne a lungo, senza parlare più. Ricordai com'era dolce materna, dopo l'amplesso. Risentivo la stretta delle sue braccia che mi avvinghiavano il collo e le spalle. Lasciavo il lume da notte acceso, per vedere offuscarsi i suoi occhi verde-grigio e le sue labbra inturgidirsi quando gemeva nel piacere… Era dolce materna, dopo l'amplesso. Mi tratteneva a lungo su di lei, mi accarezzava, quasi con riconoscenza, e qualche volta piangeva… «Ora finge», pensai. Mi parve di capire che cercava di farmi ingoiare un boccone amaro cospargendolo di zucchero vanigliato. Allora mollai le redini, per vedere dove andasse il suo corso. Dissi: «Continua. Ti ascolto.»
«Vedi, quando mi sono innamorata di Cleo l'ho presa alla leggera. Poi, ricordi? sono stata a ballare, domenica scorsa, e ho incontrato Toni, quello che mi fa una corte spietata. Attraversava un brutto momento, poveretto… una disgrazia in famiglia. Gli ho sempre risposto picche, non è il mio tipo; ma quella sera, mi faceva una gran pena…»
La interruppi, ironico: «E allora, tu, per tirarlo su gli hai detto si…»
«Già. Proprio così. Vedo che mi capisci», proseguì lei - non cogliendo o facendo finta di non cogliere l'ironia - «E siccome sono una ragazza sincera, il giorno dopo ho detto a Cleo: "Scusa, Cleo, mi sono sbagliata, con te… Ho conosciuto un altro e credo di volergli bene." Lui, Cleo, è rimasto a guardarmi a bocca spalancata, sai, tra parentesi, è il tipo che va a dire in giro: "Non è nata ancora la ragazza che mi pianterà." Non poteva crederci. Soffriva da morire, ma non dava a vederlo. Ha detto: "Bene. Se le cose stanno così… Addio…"»
La interruppi di nuovo: «Scusa, cara, io non ho capito bene. Chi è importante, Toni o Cleo?»
Scoppiò a piangere. Fra i singhiozzi, volgendomi uno sguardo desolato, disse: «Come? Non l'hai capito? E' Cleo che amo… dopo, l'ho capito; quando l'ho lasciato, l'ho capito…» Continuò a piangere, fregandosi i pugni negli occhi, come fanno i bambini. «Sono nei pasticci, adesso… Proprio non so cosa fare, adesso… Tu che sei esperto, dimmi, cosa faresti?»
Io pensai: «Se ha bisogno del mio aiuto non l'ho persa ancora.» E ne fui felice. Con l'enfasi di un nume tutelare esclamai: «Benedetta ragazza! Tutte così… si mettono in testa idee più grandi di loro e poi non riescono a cavarne i piedi. Per fortuna, tu…» Stavo per dire: «Per fortuna, tu, hai un uomo come me che ti risolve i problemi.» Saltai, passando subito alla soluzione: «E' facile. Digli che lui nonostante tutto è rimasto per te un caro amico. Digli che ti fa piacere la sua compagnia… Se davvero ti vuol bene, accetterà anche il ruolo dell'amico, per non perderti.»
Mi ero messo nei panni di Cleo. Mi pentii subito del suggerimento che le avevo dato. Le avevo messo in mano una buona arma che avrebbe ferito soltanto me. Fui tentato di fare marcia indietro. Ma lei non me ne lasciò il tempo. Disse: «Hai ragione; farò proprio così. Sei davvero un tesoro, in fatto di consigli.» E scivolò dalle mie ginocchia.
Riapparve per un attimo sulla soglia, finendo d'infilarsi il cappotto. Disse: «Ciao. Io esco. So dove trovarlo.»

Rientrò a notte tarda. La sentii rovistare in cucina. «Deve aver fame», pensai. Dopo la udii salire le scale, con passo felpato. «Crede che io dorma», pensai.
Entrò, vide la luce da notte accesa e disse: «Ciao. Non dormi ancora?» Si spogliò frettolosa, lasciando cadere tutt'intorno la sua roba. Tenne le mutandine e infilò la giacca del pigiama. «Dev'essere scocciata», pensai. Si infilò sotto le lenzuola e si accoccolò per dormire.
L'avevo attesa per un tempo che mi era parso interminabile, con fremiti d'ansia da far battere i denti. Temevo che non sarebbe più tornata. Ci avevo pensato con terrore. «La mia è un'impossibile sfida al tempo - mi ero detto - quale uomo può, guardandosi allo specchio, ritrovare i suoi sedici anni? Io possedevo questo magnifico specchio, ed ora l'ho perso.» Invece, lo specchio dei miei sedici anni era tornato. Era qui, vicino, ora, accanto a me. Aguzzai lo sguardo nella penombra. Teneva gli occhi chiusi. Era uno specchio senza riflesso d'immagine, con gli occhi chiusi. Implorai: «Amore, apri gli occhi, ti prego e guardami… Ho l'anima triste come la morte, stanotte.»
Si mosse appena, infastidita. La scossi su una spalla con la mano. Mi agghiacciava il terrore di restare solo con me stesso. «Egoista e ingrata», sussurrai con rammarico.
«Lasciami dormire», rispose, senza aprire gli occhi, «sono stanca morta… oggi proprio non me la sento. Ma lo sai che ore sono?»
Pensai: «Ha fatto pace con Cleo. E' stata con lui - per questo non se la sente.» La gelosia mi lacerava le viscere con unghiate feroci. Ma più dolorosa era la paura di perderla. Dissi: «Scusami, capisco che tu sia stanca. Trova almeno una briciola di tenerezza per me. Non posso dormire. Sono triste. Ho bisogno di un po' di tenerezza…»
«Ho capito», disse con gelida condiscendenza. «Ho capito. Hai bisogno della danza, per rilassarti.» E si dispose supina. «Ma spicciati, a danzare… ho sonno.»
Mi ferì. Ma pensai: «Non posso permettermi il lusso dell'orgoglio, non voglio perderla.» E mi sentii pronto a strisciare come un verme, per non perderla. Pensai ancora: «La danza può essere tante cose… un pezzo di musica, due tre compresse di barbiturici, una corsa in auto… ma ora è parlare, parlare e rivoltarmi come una tasca.» Dissi: «Scusa, mi hai frainteso. Non questa danza desidero adesso, e comunque non così…»
Lei mi interruppe, ricomponendosi, più seccata che delusa. Con sarcasmo disse: «Vuoi forse che danzi io, per te, in pigiama?»
«Voglio solo parlare… con te. Guardarti. Stiamo vicini e parliamo. Vuoi?» Sussurrai, passandole un braccio sotto la testa. Desideravo sentire il peso della sua testa, la carezza dei suoi capelli, della sua guancia sul mio petto. Dissi: «No, stai ferma, stai pure così, non mi pesi.»
Lei capì, forse, di non avere scampo. Cercò di affrettare il ritmo della danza, per finirla presto. Finì per rattristarmi. Disse: «So già bene ciò che vuoi dirmi. Non ne vale la pena, credimi… ma è bene che tu sappia che per me è finita.»
Mi sentii raggelare. Con la bocca arida, balbettai: «Perché finita? Puoi capire tu la parola fine? E perché? Perché non ne vale la pena? Che cosa, non vale la pena? La mia vita…»
«No», rispose, «sono io che non vale la pena… io, credimi.»
«Ritrovare la giovinezza… e tu dici: non vale la pena. Ma tu sai, puoi capire, tu, che cosa sia la giovinezza…»
«Giovinezza giovinezza, primavera di bellezza!» prese a canticchiare, beffarda.
Morsi le labbra, per non urlare. Con voce soffocata, dissi: «Non hai cuore… Tutto posso permetterti, ma questo no, non posso. E' troppo, questo…» Poi, senza più ombra di rimprovero, aggiunsi: «Cara, non scherzare più, ti supplico. E' una cosa seria.»
«Credo bene che è una cosa seria, per te, se non ti lascia dormire… Però, lascia che te lo dica, è stupido lo stesso non dormire, anche se è per una cosa seria.»
Tentai di riportarla nel ritmo della danza. Dissi: «La giovinezza è ciò che potevi essere e non sei stato.»
Lei sorrise. Rispose: «Belle parole. Da ciò che mi risulta, tu hai sempre fatto e avuto tutto ciò che hai voluto. Perché allora vuoi dare corpo ai fantasmi.»
«Sei un fantasma, tu? Tu non sei un fantasma. Tu, sei la mia giovinezza, in carne e in spirito.» La strinsi al petto, nell'impossibile anelito di farla penetrare dentro di me. Quando allentai la stretta, lei gettò il fiato, mi sgranò gli occhi addosso, sollevò la testa, esclamò: «Ma tu sei pazzo da legare…»
Non mi dispiacque la frase, perché mi permise di riabbracciarla e di sussurrarle: «Sì, pazzo di te, amore.»
Rise e disse: «Giulietto e Romea!» E capii che avevo detto parole che fanno ridere i sedici anni. Allora pensai a voce alta: «Se avessi ancora i miei sedici anni…»
Rise ancora. Rise finché non vide apparire sul mio volto l'ira. Scusandosi, disse: «Rido, sai, pensandoti a sedici anni…»
«Ero un bel ragazzo, allora… Chissà come sarebbe stato bello con te, allora…»
«Ma va, non crucciarti per nulla. Avresti fatto schifo, a sedici anni. Come fanno schifo tutti i ragazzi di sedici anni. Hanno sapore di latte.»
Un filo di speranza. Pensai: «Subisce il fascino dell'uomo maturo. No, non l'ho ancora persa…» Dissi: «Hai ragione, ed io sono un vecchio stupido. Ciò che conta è l'esperienza, no? Forse l'ideale sarebbe l'avere il cuore di sedici e l'esperienza dei quaranta… non è così, cara?»
«Sei complicato come al solito. Ma ti immagini? Io, di conseguenza, dovrei avere l'esperienza dei sedici e il cuore di quaranta… sarebbe buffo, anzi cretino. Ma perché non hai fatto il professore di filosofia? Chissà quante ragazze ti saresti portato a letto, con il fascino delle tue idee straordinarie.»
«Non scherzare, ti ho detto. Sono cose serie…»
«D'accordo», finse lei, e con tono da predicatore disse: «Cose serie sono, cose da grandi…» mutò ancora espressione e tono e aggiunse: «Le parole mi stancano, se mi fanno pensare. Concludi, perché ho sonno.»
Pensai: «Parlare è una danza - la danza di Zorba - come dormire. Ma no può farsi con l'orologio davanti, come una conferenza. Se il sangue è molto triste bisogna danzare a lungo prima di trovare il nirvana… C'è chi si aiuta con l'alcool… L'alcool affretta gli effetti della danza. perché non provare?» Dissi: «Tu vuoi dormire, no? Anch'io lo voglio…»
«Disse: «Finalmente l'hai capito.»
«Sì, ma devi avere ancora un po' di pazienza. C'è del liquore, giù. Vuoi andare a prenderlo? Sì? Porta qualcosa di forte…»
«Bah… Chi ti capisce è bravo», borbottò lei, levandosi dal letto con lo stesso umore di chi sta andando a farsi operare di emorroidi. «Così si sveglia», pensai, vedendola rabbrividire.
Il primo bicchiere mi bruciò la gola. Il secondo mi stordì. Il terzo mi commosse fin dentro le budella. Trovai dentro - chissà dove nascoste - un mucchio di parole da tirare fuori. E con le parole vennero fuori tante lacrime da bagnarmici tutto. Mi stupii che ne avessi tante, di parole e di lacrime, da tirare fuori prima di sentirmi placato vuoto come un sacco rivoltato. Lei disse: «Dovresti farlo più spesso, bere. Sei straordinario, quando bevi. Se avessi i tuoi soldi proverei con l'oppio. Come droga, dicono che sia una cannonata.»
Ci addormentammo storditi, cullati dal flusso delle mie parole.

Era un nuovo giorno, ed io me ne accorsi. Non percepivo più gli stimoli della vita. Supplicai: «Fammi vivere ancora. Trascorrerò il tempo che mi darai a guardarti.»
Non rispose. Si mordicchiava le labbra.
Insistei: «So che ti costa. Non ha prezzo ciò che tu puoi darmi.»
Disse: «Ho detto basta. Ho già detto che il gioco è finito.»
«Un gioco?… non dire così. Neppure per te può essere stato un gioco soltanto.»
«Sì, invece. Parlo seriamente. Sii ragionevole. Non poteva essere niente altro che un gioco. Un gioco e basta. E neppure piacevole, per me.» Disse, e scandì bene le ultime parole.
Sentii una fitta atroce nell'orgoglio - nel punto più vulnerabile e più doloroso. Portai le mani alla faccia, manifestando nel gesto un po' della mia pena. Speravo di impietosirla. Balbettai: «Come… Spiacevole?… Ti facevo ribrezzo, io? E allora, le parole dolci che mi dicevi? i gemiti di piacere… i baci, le carezze, i sorrisi?» Era un soffrire lancinante, acutissimo e lucido. E più soffrivo e più scavavo nel dolore con unghiate feroci. Finii per entrare in un clima da incubo. Mi pareva di assistere ad un dramma altrui. Pensai, per salvarmi: «Reciti bene. Reciti fino in fondo la tua parte. Poi lo spettacolo finirà - tutto sparirà dietro i pesanti drappeggi del sipario.» Ma non avevo coscienza alcuna dei limiti tra la realtà e l'incubo. Lei non aveva risposto, allora insistei: «Era tutto falso, dunque?»
Non esitò. Rispose: «Sì, era tutto falso.»
«Allora, tu, hai sopportato… è stata una tortura…» Pensai: «No, non può essere. E' un incubo. Ora finisce, e lei mi sorride…» Levai gli occhi colmi di lacrime. La vidi. Mi stava davanti, in piedi, con le braccia conserte. Non tradiva emozione; soltanto gli occhi, mi parve, tradivano irritazione e disprezzo.
Quasi senza muovere le labbra, disse: «Non ho mai goduto, con te… è stata una tortura.»
Provai un impeto di rabbia - il desiderio di distruggerla. Gettai un urlo senza voce.
Lei non udì e non capì. Disse: «Sei un attore sputato. Hai la vocazione del melodramma. Ma stai attento: la parte che reciti può farti soffrire davvero.»
Non risposi. Il mio silenzio e il mio pianto la irritarono. Disse: «Smettila! Ascolta o balla la danza di Zorba. Oppure bevi, ubriacati; fuma la marjuana o vattene a puttane… L'hai sempre detto, tu, che la gente si fa i miti di liberazione per non schiattare. Tu hai i nervi tesi… scaricali. Sei o non sei un teorico dello scaricamento razionale dei nervi?»
La udivo come da lontano. S'era messo in moto un meccanismo che non riuscivo a controllare, che minacciava di sgretolarmi. I denti dell'ingranaggio già strappavano i primi brani di carne, ed io ne subivo lo strazio, impotente affascinato atterrito. Pensai: «Sporco masochista! Sii uomo. Danza la danza di Zorba fino a che crollerai esausto, e poi dormi.» Ma il dramma mi avvinceva con artigli d'acciaio, sentivo che a recitarlo tutto fino in fondo, il dolore si intorpidiva e scioglieva. Dissi, gemendo: «Tutta finzione! Tu! Ti diverte, distruggere un uomo.»
Rispose: «Non mi diverte affatto. Anzi, non mi hai mai divertito, tu.»
Pensai: «Che altro dire, ancora? Sono davanti all'abisso. Ora posso vederlo chiaro e distinto. Ogni strada finisce lì. Che fare? Lasciarmici cadere?» Provai nausea. Cercai una scappatoia. «E' tutta una finzione. Non l'ha detto anche lei che sei un attore sputato?» Dissi: «Va bene, sono un attore… Ma questo non ti autorizza a decidere tu della recita. Tu prendi in mano la fune e decidi di calare il sipario. Ma io - che ne sai tu? - io ho forse finito di recitare?»
«E chi te lo proibisce?» rispose lei sarcastica. «Continua pure, ma da solo. Rimetti gli specchi al loro posto e guardati in faccia.»
«No, non posso…» gemetti, e sapevo che le parole non erano in un copione, «dammi ancora qualche giorno. Lascia che io trovi e che io dica l'ultima battuta…»
«No. Non la troveresti mai tu, in questo caso, un finale di mio gusto. Credo di conoscerti.»
Era l'unico appiglio; mi ci aggrappai disperatamente: «Ancora qualche giorno. Non voglio morire così, angosciato… Lo vedi anche tu… non sono pronto, adesso. Dammi ancora un po' di tempo. Due giorni. Va bene, due giorni?»
Lei sembrò riflettere. Un silenzio troppo lungo per la mia ansia. Implorai: «Allora? Sì? Due giorni? Sì?… Soltanto due giorni. Che cosa sono due giorni, per te? Hai finto per tanto… fingi ancora per altri due giorni. Io fingerò di non sapere che tu fingi.»
Scosse il capo, fece una smorfia di disgusto, disse: «Va bene. Altri due giorni… poi, crepa.»
I due giorni erano soltanto la bombola di ossigeno per prolungare l'agonia - inutile vigliaccheria. Con lucidità capivo, senza vergognarmene. L'unica cosa che conta - quando si sta crepando - è il tempo. Ogni secondo appare prezioso, contiene l'illusione dell'eterno. Mi trovavo sull'orlo dell'abisso, e cercavo dentro di me, disperatamente, un filo da gettare nella foschia dell'assurdo, una bava di ragno sospesa nel nulla, a cui aggrapparmi. Ma era come star seduto con le gambe penzoloni nel vuoto sperando di vedermi spuntare le ali.
Lei mi concedeva tutto il suo tempo, tutta la sua tenerezza. Fingeva, con lo stesso animo di chi dà il colpo di grazia all'agonia del giustiziato. Non soffrivo quasi più, ora, sprofondato in un torpore dolciastro assurdo. Trascorrevo le ore sdraiato in una poltrona, davanti a lei.
Alla fine, forse capì. «Vuoi un caffè?» chiedeva premurosa. E appena colto un cenno di assenso si precipitava a portarmelo, con lo zucchero già mescolato. Mi porgeva la tazza, chinandosi su di me, scuotendo indietro i capelli che le erano scivolati sul viso, poi mi si inginocchiava davanti e restava a guardarmi con dolcezza. Oppure sedeva sul bracciolo, mi prendeva una mano tra le sue, mi sorrideva. «Posso fare qualcosa per te?» chiedeva. «Vuoi ancora tranquillanti?» «Vuoi che metta musica?» «Vuoi che balli per te?»
Pensai: «Che cosa prova lei, adesso, per me? Pietà?» Dissi: «Non sei mai stata così affettuosa, così cara come ora, con me. Perché?»
Rispose: «Non so come dire… Mi viene più facile, ora, esserlo. Forse perché è la fine…»
«Allora mi vuoi un po' bene, ora…»
«Credo di sì. Credo proprio di sì, adesso…»
«Allora non fingi del tutto, ora…»
«No, credo proprio di no. Non fingo, adesso…»
Mi parve di sentire tra le dita l'esile profondità di un filo. M'illuminai di speranza. Con agitazione mormorai: «Ma allora un valico c'è, una speranza…»
Lei spezzo subito il filo. Disse: «No, non ce n'è. Soffriresti di più. Sii un uomo.»
Pensai: «Non ci sono più strade…»
Lei mi lesse dentro. Disse: «Non ci posso far niente. Mi dispiace, credimi… posso solo conservare di te un buon ricordo.»
Mi ritornò alla mente il "filo" cretino della "eredità di affetti". Pensai: «E che mi giova? Che ne verrà a me, se io non sarò con lei?» Ricordai il "filo" hegeliano: «Io sono il centro dell'universo… morto io, muore tutto l'universo.» Pensai: «Anche lei?» Storsi la bocca con amarezza. Lei sarebbe rimasta. Ripresi l'idea di restare nel suo ricordo. Il vuoto che io ero non poteva rifiutarlo. Pensai: «Ora bisogna dire, bene, l'ultima battuta.» Dissi: «Non mi dimenticherai mai? davvero? Dimmi, davvero?»
Sfiorò la mia fronte con dita lievi. Mi guardò e capì che erano queste le ultime parole. Gli occhi le si velarono di pianto. China sopra di me, scandendo le sillabe, disse: «Non ti dimenticherò mai.»
Chiusi gli occhi, per non vederla andar via, per non vedere il vuoto entro cui precipitavo.

 

Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner acconsenti all’uso dei cookie.