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1 - La società dell’asparago

 

Rino e Ilario - tredici anni, quinta elementare, «nessuna assistenza» come dicono i libretti scolastici - uscirono di casa alle cinque del mattino per andare a scuola. Era di marzo e si ritrovarono col primo solicello a bordeggiare le siepi di ficodindia nella campagna di Terrepani, una fetta di terra in un canalone roccioso dimenticata da Dio e dagli uomini.
Le siepi del ficodindia - viste da chi sa guardare - sono nel loro piccolo come l'universo. Giorno dopo giorno vi resta sempre qualcosa da scoprire. A differenza dell'universo danno il frutto per ingrassare il maiale da sacrificare per Ognissanti. Quand'anche le siepi fossero state scoperte del tutto, resta il piacere di vederle mutare e rinnovarsi. Il modo per vederle mutare più rapidamente è quello di incendiarle: resta uno scheletro fuligginoso di pale e di festoni di rovo e di pruno. Lucertole, topi, bisce e rane finiscono arrosto, ma dopo qualche settimana risorgono dalle loro ceneri come l'araba fenice. Forse perché sono animali non commestibili, e il dispettoso Jahvé si diverte a farli proliferare. Le siepi del ficodindia con tutti gli annessi e connessi che vi proliferano aggrovigliati sono indistruttibili. Puoi rasarle con una ruspa e spargerci sopra il sale: alle prime piogge autunnali cominciano a verdeggiare, pollonano i pruni, i rovi, gli asparagi e spuntano i ciuffi delle euforbiacee. Il succo di queste ultime serve a tanti usi: drogare i pesci del ruscello e ingrossare il coso se mai la femmina l'avesse largo.
Rino e Ilario - primavera della mia gente - erano felici in semplicità, come tutti i sottosviluppati, i puri e i manichei. Basta mettersi qui o lì, all'ombra o al sole, dalla parte giusta, secondo che faccia caldo o freddo. I sommi reggitori, Dio e il Diavolo, in fin dei conti sono due pesti: non fanno altro che bisticciare tra di loro coinvolgendo l'uomo - che dal canto suo se ne starebbe volentieri in disparte a farsi i fatti suoi. Per non fare la fine del vaso di coccio tra i due vasi di ferro, l'uomo si è fatto furbo e tiene il piede su due staffe: fa le corna contro il malocchio, bestemmia se salta una ruota al carro, prega e danza se l'annata è siccitosa, si vende l'anima per una fanciulla di primo pelo.
Le centomila sfumature tra il bianco e il nero, proposte e imposte dalla civiltà, complicano e confondono la vista, il gusto, le idee e le azioni e creano prospettive false: chimere, liocorni, fiori di plastica, benessere liofilizzato. Seguendo sempre i bisogni del momento, la mia gente divide il regno della natura in «cose utili» e «cose inutili». Quando si ha fame, animali e piante mangerecci sono utili. Quando la pancia è piena e il sole batte a picco, cardi e lumache sono inutili ed è utile un macchione di lentischio che faccia ombra o un ventaglio di penne di tacchino.
Rino e Ilario, digerita in un baleno la fetta di pane d'uso, insensibili alla poesia dei roveti e dei pruni in fiore, presero a guardare concupiscenti i polloni dell'asparagina.
Un fascio di pertiche di rovo e di pruni trascinato lungo i filari di una vigna in fiore fa tabula rasa - per un anno quella vigna non produrrà neppure un chicco d'uva. E' un rito terapeutico politico-sociale che risolve le nevrosi proletarie e induce il padronato a più miti consigli. Ma chi ha l'animo sereno non si cura delle pertiche del rovo e dei bronchi del pruno: raccoglie asparagi, che sono fiori mangerecci, poesia in prosa.
Quando Rino e Ilario ne ebbero messi insieme un mazzo tanto grosso da non potersi più contenere in una mano, li fasciarono con una foglia di asfodelo chiusa con uno spino. Durante l'ultima guerra, per incarico del podestà, il padre di Ilario raccoglieva le spine del ficodindia - sostituivano egregiamente gli spilli di metallo nelle scartoffie municipali.
Più avanti trovarono legna secca. Si fermarono e accesero un focherello. Si scaldarono alla fiamma, quindi cadute le braci vi misero ad arrostire gli asparagi raccolti.
Satolli e felici, tirarono fuori il pisello e pisciarono contro vento per il gusto di fiutare l'odore aspro dell'aspartato di ammoniaca. Non sapevano spiegarsi la causa del fenomeno, ne prendevano atto e basta - come di altri fenomeni relativi all'apparato in questione. Nonostante fosse un «centro di interesse», la maestrina non ne parlava mai.
La maestrina veniva da fuori ed era di razza diversa: giovane, bionda, bianca, soda e appetitosa. Aveva il viso sorridente, le orecchie sempre rosse e tumide come se qualcuno le avesse pizzicate da poco. Gli scolari privilegiati se la godevano da vicino, seduti nei banchi di prima fila per «diritto di censo» o per «merito distinto». Quelli degli ultimi banchi, «gli sfaticati», dal canto loro non restavano a bocca asciutta: ricevevano continuamente dai primi dettagliate descrizioni, ed erano gli unici a sapere con esattezza quanti nei avesse intorno all'ombelico.
La maestrina era molto istruita. Rispondeva senza esitare, con voce limpida e fluente, a qualsiasi domanda di storia, geografia, scienze; ma si aggrottava e il suo tono di voce si incupiva non appena qualcuno sfiorava il tema delle urine e dell'apparato relativo.
L'apparato relativo, quella mattina, Rino e Ilario se lo tennero in mano per un bel po', stupefatti di vederselo crescere a vista d'occhio. Presero a strapazzarlo per ricondurlo alla ragione. Fatica sprecata: più lo menavano e più cresceva e induriva.
Dopo qualche ora si lasciarono cadere per terra sfiniti, ansimanti con la lingua fuori come cuccioli in rodaggio tra le stoppie di luglio. Rino si spaventò e scoppiò a piangere, al pensiero che quel coso enorme potesse restargli così per tutta la vita.
Ci vollero altre due ore di energiche e ininterrotte manipolazioni per risolvere il preoccupante fenomeno.
Rasserenatisi, cominciarono a riflettere concatenando la straordinaria dirizzatura con gli asparagi mangiati - quegli asparagi pollonati in quella siepe. Si giurarono di non rivelare il segreto ad anima viva. Avrebbero utilizzato per se soli quei prodigiosi frutti. Mostrandone gli effetti ai compagni, li avrebbero fatti crepare d'invidia.
Era pomeriggio, quando decisero di rientrare in paese. Costeggiarono per un lungo tratto la superstrada. Si lasciarono scivolare nella cunetta e rimasero con la faccia a livello dell'asfalto seguendo lo sfrecciare dei bolidi fino a farsi venire il torcicollo. Poi si misero seduti sul ciglio, a un metro dalla striscia gialla e dalle ruote. Avevano in mano un mazzetto di asparagi - si ripromettevano di arrostirli l'indomani nel cortile di scuola all'ora della ricreazione e di farne assaggiare alla maestrina. Essendo sprovvista, chissà dove avrebbe subìto l'effetto - forse nel naso, come Pinocchio.
Una grossa limousine verde pisello con autista si fermò davanti ai due ragazzi. Un signore di mezza età dall'aria distinta abbassò il vetro e fece cenno ai ragazzi di avvicinarsi. Era l'on. Trabuchetti, membro permanente del governo, consigliere delegato di una catena di agenzie funebri. Di lui si sapeva che da venti anni si era votato a una rigorosa castità - precisamente dal giorno della prima candidatura parlamentare.
Disse: «Cos'è quella roba che avete in mano?»
I ragazzi fiutarono l'affare. Si avvicinarono e gli sventolarono sotto il naso le punte verdi squamose. Dissero: «Sono buoni da mangiare in insalata, bolliti e conditi con olio e aceto; soffritti a fuoco lento in padella; arrostiti sulle braci; meglio ancora sbattuti con le uova e messi al forno».
L'on. Trabuchetti prese gli asparagi, li guardò attentamente, li fiutò, guardò interrogativamente la segretaria che sedeva al suo fianco. Lei fece un cenno di assenso. Lui allora sfilò un biglietto da mille nuovo di zecca da una mazzetta, lo getto ai ragazzi e ripartì.
Rino e Ilario restarono per un pezzo a guardare e a palpare il bigliettone. Si sorrisero ammiccando - la prossima volta avrebbero fatto mazzi più piccoli.

Il giorno dopo, Rino e Ilario andarono a scuola mossi da un vero interesse.
La signorina Myriam, la maestrina, non si era neppure accorta della loro assenza. Esclusi i «magnifici sei» col grembiule e il fiocco in prima fila, gli altri erano tutti «malandati» che venivano a spizzichi secondo la luna. D'altro canto, lo spazio del registro riservato alle assenze era molto limitato: ci stavano sì e no sei o sette assenze per ogni scolaro, e tante lei ne annotava alla fine del mese, scegliendo tra i numeri dall'uno al trenta quelli che le riuscivano graficamente meglio - il 16 e il 19, per esempio. Così la pagina delle assenze nel registro diventava un prato con tante farfalle e il direttore didattico le aveva dato l'ottimo per questo.
La maestrina seguiva i metodi moderni - cioè quelli che rispettano la personalità del fanciullo. La società civile abbisogna di cittadini democratici, perciò niente schiaffi se non in caso di estrema necessità e non più di due o tre per volta. Si diventa democratici con «l'autodisciplina», cioè abituarsi da soli a fare silenzio e a stare composti senza alzarsi dal banco, anche quando la maestra si assenta per andare in gabinetto o per scambiare due parole con le colleghe nell'andito. E' anche importantissimo, per la maturazione civile del fanciullo, «l'autogoverno» nello svolgimento del programma ministeriale. La signorina Myriam, appena seduta in cattedra, si preoccupava dell'autogoverno e diceva: «Bene, bambini. Che cosa proponete di fare oggi? Tu, Giorgetto, vai alla lavagna, metti la data e sotto scrivi: «Programma di lavoro; e sotto ancora: Primo, secondo, terzo, quarto e quinto… Cinque cose da fare per oggi bastano, sì?… Dunque, controlliamo i vostri centri di interesse. Che cosa vi urge oggi? Storia, geografia, scienze, religione o aritmetica?»
Di solito rispondevano i «magnifici sei», e così veniva compilata la graduatoria preferenziale delle materie previste dal programma ministeriale.
Quella mattina, la maestrina fu presa in contropiede. Alla domanda di prammatica «Che cosa vi urge», Rino e Ilario scattarono in piedi e con voce stentorea dissero: «Signorina, ci fa la lezione sui modi e sui tempi delle tecniche imprenditoriali in un paese sottosviluppato?»
La signorina Myriam trasecolò: «Ehi, ragazzi, dico, che cosa vi salta in testa? Dove diamine avete orecchiato quell'accidente di domanda, com'era?… tecniche imprenditoriali?»
«Abbiamo letto la storia di Rockfeller, signorina. Vogliamo sapere come ha fatto a diventare ricco sfondato con cinque centesimi trovati per strada. E' una storia che ci piace tanto».
La maestrina si illuminò tutta. Rockfeller benefattore dell'umanità, pagina 175 del sussidiario, occupava uno spazio importante tra san Francesco d'Assisi e Gutemberg. Oltre che nel programma ministeriale rientrava nella campagna INA per il risparmio nazionale. Si assestò in cattedra e disse: «Ottimo centro d'interesse. Adesso vi siete spiegati. Ho capito tutto. Dite: vi sentite emuli, nevvero? Bravi. L'emulazione è un sentimento nobile, la molla che muove l'intelligenza e fa scattare il progresso. Allora, Giorgetto, al numero due scrivi: Storia, i benefattori dell'umanità, Rockfeller».

«C'era una volta un ragazzo povero. Non dico povero come voi degli ultimi banchi, ma molto di più. Non aveva fondo ai pantaloni, non toccava cibo da un mese e vagava randagio come un cucciolo senza padrone per le vie della città alla ricerca di una crosticina di pane raffermo. Dovete sapere che il piccolo Rockfeller era orfanello - come Pinocchio quando i gendarmi arrestarono babbo Geppetto. Non si perdeva d'animo per questo. Egli sapeva di esser cittadino di un paese libero, dove la via del successo è aperta a tutti indistintamente. Bastava perseverare. Vi ricordate? lo diceva anche Galileo, in quarta, l'anno scorso, inventando il cannocchiale: perseverando arrivi. E infatti, arrivò… eccome! Cammina e cammina, sempre pensando con tenacia, il piccolo Rockfeller, stremato dalla fatica e dalla fame, sedette sul marciapiede, tenendo però i piedi raccolti composti per non farseli arrotare dalle carrozze. Ed ecco il fatto che doveva cambiare di punto in bianco la sua vita: gli caddero gli occhi su qualcosa che luccicava ai suoi piedi. Allungò la mano tremante, la prese, la mise sul palmo dell'altra, la guardò attentamente: era una monetina da cinque centesimi, che egli si affrettò a intascare. Di fronte c'erano tanti negozi: panetterie, drogherie, salumerie, Upim e Standa. Avrebbe potuto sperperare la moneta, farsi un panino - aveva tanta fame! - comprarsi un abito nuovo - i suoi calzoncini erano senza fondo e faceva tanto freddo! - e invece no, decise di perseverare, di amministrare oculatamente il piccolo capitale, che in breve tempo crebbe, divenne un colossale patrimonio, un impero economico. Diede così lavoro e benessere a migliaia di disgraziati bisognosi come lo era stato lui da piccolo, e vissero tutti felici e contenti».

Finita la lezione la maestrina ricordò la circolare ministeriale relativa alla morale della storia - ogni episodio deve essere esemplare e stimolare nel fanciullo sani propositi. Disse: «Vi è piaciuta la storia? Sì? E la morale? l'avete capita la morale? Bene. Allora, adesso facciamo il riassuntino scritto sul quaderno. Su quello a righe, naturalmente. Almeno una paginetta, sia ben chiaro, e che nessuno cerchi di sbrigarsela con due righe, altrimenti neppure glielo guardo, gli metto un due e peggio per lui».
Gli scolari che non avevano Rockfeller come «centro d'interesse» abbozzarono e preso il quaderno si buttarono giù a scrivere freschi freschi. Non così Rino e Ilario che avevano concreti motivi per voler approfondire la questione della tecnica - modi e tempi - della moltiplicazione dei centesimi. Dissero: «Signorina, la storia ci è piaciuta molto, non ci stancheremmo mai di sentirla. Vorremmo però sapere come di preciso ha fatto il piccolo Rockfeller ad ammucchiare tutta quella grana cominciando con cinque centesimi».
«Come? non avete capito? E' semplice, l'ho già detto, basta perseverare.»
«E che è questo perseverare?»
«Come, che è? Vuol dire mettersi in testa di fare qualcosa e farla a tutti i costi. Ricordate l'Alfieri, quest'anno, a pagina 204 del sussidiario? Volli, volli, fortissimamente volli. Si fece legare alla sedia davanti al libro di scuola, studiò molto, si istruì e diventò un grande poeta stimato da tutti. Capito?».
Non erano cime dell'intelletto, Rino e Ilario - non avevano capito. Il fatto è che come tutti i sottosviluppati non sapevano uscire dal particolare dei loro bisogni fenomenici per entrare nella sfera del generale coi valori numerici. Per ciò insistettero: «Noi abbiamo una nostra idea per fare soldi, ci manca però l'organizzazione. Come si organizza una società per fare soldi?»
La domanda - si disse la maestrina - non rientrava nei programmi ministeriali; quindi era mossa da un centro di interesse negativo. Inoltre aveva da finire la manica del maglione. Disse: «Adesso fate il riassuntino da bravi, avete due ore di tempo, fate pure con calma, non c'è fretta. Dopo ne riparleremo».

Ne riparlarono nel pomeriggio. Rino e Ilario avevano insistito. Il caso si dimostrava didatticamente interessante, anche se mosso da un centro negativo. Non bisognava creare frustrazioni - una recente circolare ministeriale metteva in guardia sui pericoli delle frustrazioni.
La maestrina li fece entrare nel salottino. Sedette in una poltrona e indicò loro il divano. Disse: «Eccomi pronta ad ascoltarvi e ad aiutarvi a risolvere i vostri piccoli problemi. Siate chiari e concisi».
I ragazzi si erano preparati l'incontro attribuendosi le parti della drammatizzazione.
Ilario: «Noi vorremmo fondare una società capitalista, tipo fondazione Rockfeller».
Maestrina: «Non ditemi che avete trovato per strada cinque centesimi!?».
Rino: «Qualcosa di più. Ne abbiamo trovato mille».
Ilario: «Il punto però non è questo…» - gomitata a Rino - «c'è ben altro, sotto».
Maestrina: «Beh, se c'è, tiratelo fuori».
Rino: «A suo tempo».
Ilario: «Intanto le basti sapere che abbiamo scoperto una miniera che può fruttare bigliettoni da diecimila».
Maestrina: «Ma no?! E che avete scoperto, un filone aurifero? un pozzo petrolifero?».
Rino: «L'oro e il petrolio sono capaci di trovarli tutti. Noi abbiamo scoperto una miniera di asparagi».
Maestrina: «Asparagi? Ma se è piena di asparagi, la vostra campagna. E che ci fate, la birra?»
Ilario: «Eh, eh… non sono asparagi comuni, questi, sono speciali, straordinari. Volendo si potrebbero vendere mille lire l'uno e forse di più».
La maestrina sorrise dentro di sé: che fantasia galoppante i fanciulli. Credono nelle favole, fanno il tifo per Cappuccetto rosso sperando che non caschi nelle grinfie del lupo cattivo… Ingenui! non sanno che il mondo è fatto a scale, c'è chi sale e c'è chi scende, ossia chi sta sopra e chi sta sotto. Decise di stare al loro gioco, di prenderli per buoni - l'ultima circolare ministeriale metteva l'accento sul fatto che i piccoli vanno presi per buoni, tanto non ci si perde nulla a lasciarli sfogare. Disse: «D'accordo, non si tratta di asparagi comuni: sono speciali. Ditemi in che cosa consiste questa loro specialità».
Rino e Ilario tacquero imbarazzati. Si vergognavano a dirlo a una donna, anche se di razza forestiera.
La maestrina li incoraggiò: «Su via, non vi mangio mica! Se non sapete dirlo in italiano ditelo in dialetto - comincio a capirlo, sapete…».
«Non è una questione di lingua, ma di… una cosa brutta. Se noi lo diciamo, poi lei ci sospende».
«Una cosa brutta? Via, sciocchini! come può essere una cosa brutta? Non ci possono essere cose brutte negli asparagi».
«Eppure è così».
Una pazienza da Giobbe, con quei marmocchi - pensò la signorina Myriam - ecco perché insegnare è una missione. La pazienza non le faceva difetto, e neppure la curiosità. Disse: «Vi credo. Purtroppo, se voi non parlate io non saprò se gli asparagi da voi scoperti possiedono speciali proprietà. Di conseguenza non potrò aiutarvi a organizzare una società per lo sfruttamento dell'asparago. Capito?».
«Abbiamo capito, sì, ma lei ci fa soggezione».
La maestrina sorrise comprensiva. Disse: «Va bene, facciamo così, se vi vergognate, scrivetelo su un foglietto…»
Un ottimo metodo, sperimentato frequentemente a scuola. «Signorina, Antioco ha detto una parolaccia!»
«Che parolaccia?»
«E' una parolaccia brutta che non si può dire». «Se non si può dire e non me lo dici, come faccio a sapere se è una parolaccia? Per punire Antioco devo sapere qual è la colpa che ha commesso, no? Dunque, vai dietro la lavagna e scrivila su un pezzo di carta». Aveva imparato a quel modo un mucchio di parolacce.
Rino e Ilario assentirono, ponendo una condizione: «Ma dopo, lei ci promette si stracciare il foglio e di non punirci?»
«Ve lo prometto», disse la maestrina, e andò a prendere quaderno e matita. Staccò un foglio e lo porse ai ragazzi. Questi si appartarono in un angolo del salotto, presero a confabulare, quindi attaccarono a scarabocchiare a turno.
Dieci minuti più tardi consegnarono il compito e rimasero in attesa, a rispettosa distanza.
La maestrina diede una occhiata al foglio, impallidì, ebbe un fremito, arrossì, prese ad ansimare, le mancarono le ginocchia e cadde sulla poltrona con un gemito.
Rino e Ilario si spaventarono. Che le fosse venuto un colpo? Corsero nell'andito, aprirono tutte le porte finché trovarono la cucina, riempirono un bicchiere d'acqua, tornarono indietro e lo rovesciarono sulla faccia della signorina maestra.
La maestrina fremette, strabuzzò gli occhi, vide i due «mostri» e cacciò un urlo. Sarebbe svenuta di nuovo se non l'avessero intenerita le facce contrite dei due ragazzi. Pensò che poteva avere avuto una allucinazione e diede un altro sguardo al foglio… No, niente allucinazioni, l'elaborato parlava chiaro, anzi chiarissimo, perché i ragazzi avevano seguito diligentemente le indicazioni metodologiche della circolare ministeriale numero 169/b arricchendo il tema con dovizia di illustrazioni e didascalie. Non poteva esserci dubbio che tutti quei cosi dapprima mosci, poi eretti e infine enormi col trattamento asparagico non fossero appunto dei cosi.
Riprendendosi dallo svenimento, la maestrina cominciò a pensare che se la faccenda degli asparagi fosse stata vera bisognava ammettere che i ragazzi avevano fatto una importante scoperta. Tale da meritare non una, come il Rockfeller, ma due pagine intere di sussidiario, tra i benefattori dell'umanità. Lei non si occupava di politica e pertanto non leggeva i giornali - soltanto lo Specchio di quando in quando - ma sapeva che gli scienziati di tutto il mondo cercavano affannosamente l'elisir della perenne fioritura - altro che siero anticancerogeno! Tutto è caduco, nel mondo, gira e rigira, anche il piacere, che è soltanto un effimero volo di farfalla, uno sbocciare di fiore troppo presto avvizzito, e così via… Oh, se proprio due suoi scolari avessero scoperto l'elisir della perenne fioritura!… Ma via! si stava lasciando influenzare dalle fanfaluche di due marmocchi.
I due marmocchi attendevano visibilmente in apprensione la risoluzione della crisi della signorina maestra. Appena resisi conto che sarebbe sopravvissuta al colpo, si affrettarono a dire: «Si ricordi la promessa: niente sospensione».
«La ricordo», disse lei, «però ho idea che vi stiate burlando di me. I casi sono due: o ciò che dite è falso, e allora siete due piccoli porcaccioni ed è mio dovere impartirvi una salutare punizione; oppure è vero, e allora è tutta un'altra cosa. In questo secondo caso, dovete darmi le prove».
«Certo che possiamo provarlo», dissero i due a una voce.
Rino infilò una mano nella tasca della giacca e aggiunse: «Ne abbiamo qui un mazzo per campione. Ma…»
«Ma?…» ripeté la maestrina scrutando gli asparagi con occhi rotondi.
«Ma… dico, che facciamo? Vuole provarli lei? Lei mica ce l'ha, il coso».
La maestrina stavolta non svenne, si limitò ad arrossire. Arrossiva in modo singolare, ed era uno spettacolo vederla. Cominciava dal viso, dalle tempie giù per le gote fino all'angolo della bocca; quindi il rossore si estendeva al petto: uno striscione dallo sterno-cleido-mastoideo obliquo fino al capezzolo della mammella sinistra. Pensò di essersi sbilanciata troppo, ma ormai era in ballo e avrebbe ballato fino in fondo. Disse: «So bene che io il coso non l'ho, ma voi presumo di sì. Quindi, l'esperimento lo farete voi in mia presenza. E sia ben chiaro: un esperimento scientifico, senza compiacimenti. Intanto giurate che nulla direte ad anima viva dell'esperimento che faremo. Alzatevi in piedi, mettete la mano sulla Bibbia e dite lo giuro».
Rino e Ilario si alzarono ed eseguirono.
«Bene», disse la maestrina prendendo in pugno la situazione, «ora venite con me e procediamo con ordine».
Si trasferirono in cucina, riempirono una pentola d'acqua la misero a bollire sulla fiamma del gas, la condirono con un pizzico di sale, lavarono gli asparagi sotto il rubinetto, li rovesciarono nell'acqua, misero il coperchio e attesero.
La maestrina disse: «Intanto che cuociono, controlliamo i vostri cosi allo stato naturale. Abbassatevi i calzoncini, dunque - io vado a prendere metro, quaderno e penna. Gli esperimenti si devono compiere scientificamente».
Rientrando li ritrovò in piedi, nell'angolo tra la credenza e il muro - insieme ai calzoni tenevano abbassati la testa e il pisello. Li guardò e sorrise materna. Si fermò a mezza stanza, mise il quaderno aperto sopra il tavolo, divise la pagina in due parti con una linea verticale, scrisse da una parte Rino e dall'altra Ilario. Quindi si avvicinò a Rino, gli si inginocchiò davanti, gli sollevò il cosino con due dita, lo misurò attentamente - cinque centimetri e sette millimetri. Tornò al quaderno e annotò. Passò poi a Ilario e ripeté l'operazione - cinque centimetri e quattro millimetri.
Rino abbozzò un sorrisetto di superiorità, subito represso da un'occhiataccia della signorina maestra.
L'acqua della pentola ormai bolliva e l'odore degli asparagi si era diffuso nella cucina. «Tra cinque minuti saranno pronti… E dite: quanto tempo passa prima che si verifichi la reazione?».
Rispose Ilario: «Di preciso non sappiamo: dieci minuti, un quarto d'ora… Ricordiamo un particolare: abbiamo fatto pipì poco prima che accadesse. Appena fatto pipì quel coso è cresciuto, cresciuto e non c'era verso di acquietarlo…»
«Vedremo, vedremo», mormorò la maestrina con voce turbata. Tornò al quaderno e annotò: «Misure relative a stato di erezione normale»; quindi si voltò verso i due ragazzi ancora nell'angolo e disse: «Seconda fase. Adesso menatelo un pochetto - senza compiacimenti, si capisce. Per facilitarvi il compito mi volto dall'altra parte».
Rino guardò Ilario e disse: «Signorina, ci vergognamo, davanti a lei, non ci riusciremo mai. Ci vorrebbe il suo aiuto. Noi terremo gli occhi chiusi».
La maestrina ritenne che la richiesta fosse psicologicamente fondata: i ragazzi, in quella situazione non potevano non essere imbarazzati - sui pericoli del fanciullo in imbarazzo, una recente circolare ministeriale avvertiva i docenti invitandoli a creare un ambiente non conflittuale onde evitare i traumi. In fondo si trattava di manipolare, per un fine scientifico, due creature quasi innocenti: tale e quale il pisello di Gesù Bambino nella Madonna del Cardellino.
Cominciò da Rino. Glielo prese delicatamente e lo depose sulla palma aperta della mano sinistra, poi con l'indice della mano destra gli diede dei colpetti sul capino facendo pst-pst finché lo sentì palpitare, fremere, inturgidirsi, levitare e volare via dalla palma. Corse a prendere il metro e misurò - centimetri nove esatti. Ripeté l'operazione con Ilario - centimetri nove e tre millimetri. Stavolta fu Ilario ad abbozzare un sorrisetto.
La maestrina disse: «Gli asparagi sono ormai cotti. Ragazzi, giù i cosi, le misure sono state prese e trascritte».
Rino prese a lamentarsi: «Che dice mai, signorina? arrivati a questo punto, è un fatto naturale, no? per rimetterli giù è necessario lavorarli».
«Lavorarli? Che volete dire, lavorarli?».
«Lavorarli con la mano, su e giù, come natura comanda».
Alla maestrina sorse il dubbio che quei due mocciosi la sapessero più lunga di quanto non dovessero. Figuriamoci, se la storia degli asparagi portentosi fosse stata tutta una montatura: ci avrebbe fatto una bella figura! Guai a loro se fosse stata una burla: il sei in condotta non glielo avrebbe levato neppure il Padreterno. Mangiò la foglia e disse: «Scommetto che questo lavoro vi vergognate a farvelo da voi. E' così?».
Rino e Ilario assentirono scuotendo la testa in sincronismo.
«E naturalmente, poiché vi vergognate, volete che ve lo faccia io. Ho indovinato?».
Aveva indovinato. Si armò di pazienza, e per non tirare la faccenda per le lunghe li prese ambedue, uno per mano, menandoli più rapidamente che poté. A un certo punto, i due bricconi presero a contorcersi e ad ancheggiare. Lei stava inginocchiata senza potersi tirare indietro. Mugolando le spruzzarono il naso, le guance, il mento; poi le caddero addosso.
Quando lei riuscì a districarsi, Rino e Ilario si afflosciarono sul pavimento.
«Bravi. Statevene buoni buoni.», disse la maestrina andando a lavarsi la faccia nell'acquaio, «intanto vi scodello gli asparagi».
Spense il gas, tolse la pentola dal fornello, ne rovesciò il contenuto nello scolapasta e da lì nell'insalatiera. Condì con olio e aceto e servì in tavola.
Avvicinando due sedie disse: «Ragazzi, siamo giunti alla fase culminante dell'esperimento. Avvicinatevi, sedete e mangiate con appetito. Mi auguro - soprattutto per voi - che il prodigio si compia».
Se l'auguravano anche Rino e Ilario. I preliminari dell'esperimento facevano balenare scorci di paradiso. Si gettarono sulla insalatiera come lupi famelici.
La maestrina li trattenne. «Eh, no, la scienza non ammette improvvisazioni. Metà e metà. Aspettate». Portò due piatti e divise gli asparagi.
Ilario protestò perché la razione del compagno gli sembrava più abbondante. Lei controllò tolse un asparago da una parte e lo mise dall'altra. I due impugnarono la forchetta…
A questo punto, la maestrina rivide negli occhi della mente l'illustrazione di un testo di fisiologia relativa all'organo femminile. In fondo lo hanno anche le femmine, il coso. Piccolino sì, ma lo hanno. Non potevano, quei prodigiosi asparagi, operare l'ingrandimento anche sul cosino delle femmine? E in quale misura? Perché non fare la prova e sciogliere il dubbio? Ci avrebbe guadagnato la scienza; si sarebbe risolto d'un colpo il problema della emancipazione della donna… non solo: si sarebbe potuta togliere alcune soddisfazioni, per esempio inchiappettare l'ispettore scolastico che le stava sullo stomaco. Trattenne i due lupi famelici che stavano per gettarsi sul cibo e disse: «Alt! Rispondete prima a una domanda: quale quantità di asparagi è necessaria perché si produca l'effetto?».
Rispose Ilario: «Noi abbiamo provato con pochi, neppure la metà di questi. C'è però un particolare: erano asparagi arrosto, non bolliti».
«Bene. Gli effetti in relazione al modo di essere cucinati potremo verificarli con esperimenti futuri. Adesso dobbiamo prendere atto che sono bolliti. In relazione alla quantità, voi dite, questi sono più che sufficienti. Ergo, dividiamo in tre parti».
«In tre parti?» esclamò Rino, «e la terza parte a chi vuol darla? Ha forse un gatto maschio in casa.».
«Macché gatto d'Egitto! La terza porzione me la mangio io. Farò l'esperimento anche su di me…»
I ragazzi scoppiarono a ridere. Una risata grossa e allegra da far venire i crampi all'ombelico e i lucciconi agli occhi. Dimenticarono perfino che stavano mancando di rispetto alla signorina maestra. «Oh, oh, oh! lei mangiare asparagi!… e che diavolo si aspetta di vedersi crescere?… la punta del naso?!…».
La signorina Myriam sentì riemergere il vecchio complesso del pube liscio e si adombrò. Disse: «Ma guarda un po' che arie si danno per un pizzico di pisello! Cosa credete, ignoranti! che non l'abbiano anche le donne?».
I ragazzi smisero di ridere, si guardarono con stupore, poi spalancarono la bocca e tesero le orecchie.
«Certo - fate pure quella faccia incredula - è come dico io. L'abbiamo anche noi. Piccolo piccolo, questo è vero, ma l'abbiamo. E' come un campanellino…».
Rino e Ilario si lasciarono sfuggire un «oh» di meraviglia, pur scuotendo la testa increduli.
«Ah sì?» proseguì lei piccata, «fate come San Tommaso, eh? vedere per credere, è così? Ebbene, ve lo faccio vedere e vi metto spalle al muro».
Detto fatto, la maestrina sollevò la gonna e abbassò le mutande.
Rino e Ilario trasecolarono. Producevano saliva e deglutivano, gli occhi puntati sul cespuglio biondo. Se in quel momento fossero stati punti da cento vespe non avrebbero mosso un pelo, tanto erano assorti nella contemplazione di quel centro di interesse.
Lei allargò un tantino la fessura. Disse: «Beh, che fate così impalati? Avvicinatevi, guardate… di sopra. Lo vedete?».
Si avvicinarono e scrutarono attentamente nel cespuglio senza vedere ciò che cercavano.
«Vi ho detto di guardare nell'emisfero nord… Fate conto che sia il mappamondo: è situato al polo nord… ricordate? Oceano glaciale artico… Lo vedete? No?… Aspettate, mi siedo. Forse si vede meglio, se mi siedo».
Seduta in cima alla sedia con le cosce aperte, il panorama era quanto mai affascinante - che bellezza, la signorina maestra! Se l'avessero raccontato, nessuno ci avrebbe mai creduto. Eppure, il campanellino non riuscivano a scoprirlo. Doveva essere davvero molto piccolo, difficilmente individuabile tra tutto quel ben di dio.
La pazienza è la prima virtù di una educatrice - numerose circolari ministeriali si soffermavano sul valore pedagogico della pazienza. La maestrina l'aprì con le dita e la mostrò tale e quale può vedersi in un ottimo testo di fisiologia.
Rino e Ilario non la immaginavano così complicata - avevano sempre pensato a un tubo, anzi uno spezzone di tubo. Pieni di interesse, con le pupille diaframmate a spillo scrutarono e studiarono quel centro di interesse in ogni suo dettaglio.
«Oh, dico: adesso dovreste vederlo. Eccolo qui, ve lo sto indicando col dito. Si affaccia sull'orlo superiore del cerchio… Il cerchio lo abbiamo studiato, no? Diametro per tre e quattordici uguale circonferenza».
Ilario - finalmente - credette di vederlo. Tutto giulivo esclamò: «Eccolo! l'ho visto! lì! eccolo, lì…».
Rino, che ancora non c'era arrivato, borbottò spingendo avanti il naso: «Lì dove?».
«Lì», ripeté Ilario. E nella foga di indicarlo ci mise il dito sopra.
La maestrina sobbalzò. Stava per dire: «Vuoi togliere subito quel ditaccio da lì, brutto screanzato!». Ci ripensò e disse: «Si sente anche al tatto, no? Visto che c'è? Ancora increduli? Toccate, toccate pure. Finirete per ricredervi del tutto. Sì, così, coraggio, ma piano, con dolcezza, è un cosino delicato… e se toccate a dovere, cresce. Lo sentite come cresce?»
Era cresciuto, eccome! Pareva una biglia di un cuscinetto a sfera. A turno presero a palleggiarlo a destra e a manca come un minuscolo punching-ball.
Gli asparagi furono consumati e l'esperimento diede ragione ai ragazzi. Nel quaderno della maestrina venne registrata una terza misurazione: «Rino ventinove virgola sette; Ilario trenta - centimetri, naturalmente. In calce appariva il seguente rapporto: 9,3 sta a 30 come 20 sta a X. Dal che è facile arguire che la maestrina si era posta il problema degli effetti asparagici su di un soggetto adulto fornito di apparato venticentimetrale.

Qualche giorno dopo, il trio fondò la «Società dell'Asparago» Spa. La signorina Myriam mise il capitale. Rino e Ilario fornirono la manodopera. I profitti sarebbero stati ripartiti a metà tra capitale e manodopera.
Il capitale era costituito da un vecchio tavolo da cucina, un ombrellone da spiaggia, un secchio di lamiera zincata e un fondo liquido di cinquemila lire.
La manodopera consisteva nella raccolta degli asparagi, nella divisione di questi in mazzetti - ciascuno calibrato sulla circonferenza ottenuta unendo la punta dell'indice e del pollice, nella esposizione dei mazzetti sopra il tavolo ai margini della superstrada, nel piazzare e aprire l'ombrellone nelle giornate di sole, infine nello spruzzare di tanto in tanto acqua dal secchio per evitare il deterioramento del prodotto.
La prima giornata di attività si concluse con un fiasco. Buona parte del prodotto era rimasta invenduta. I ragazzi misero gli asparagi a mollo nell'acqua del secchio e lo nascosero insieme al tavolo e all'ombrellone in un macchione di lentischio. Mogi mogi tornarono in paese.
A casa si fermarono giusto il tempo per farsi una fetta di pane e un pezzo di formaggio. Si ritrovarono in piazza di chiesa, e da qui, senza dare nell'occhio, si recarono a casa della maestrina per fare il resoconto.
Lei non si lasciò scoraggiare dal primo insuccesso. Disse: «Ogni inizio è di per sé difficile. Perseverando si arriva. Tenete sempre a mente l'esempio di Rockfeller. Bando dunque alle recriminazioni e passiamo a esaminare in dettaglio le strutture portanti della nostra società. Punto primo: produzione. Attenzione, mai produrre più di quanto il mercato non possa assorbire. Un eccesso di produzione costringe ad abbassare i prezzi, ovvero svalutazione e infine slump - che detto con parola nostra è il crac… Non sapete cosa è il crac? E' il rumore che fa la sedia che si rompe mandando a gambe levate chi vi stava seduto. Secondo punto: i surplus. Anche se l'ipotesi sulla capacità di assorbimento del mercato è ragionevole, può sempre accadere che una certa quantità di prodotto avanzi. In questo caso è necessario un impianto per la conservazione. Terzo punto: il mercato. I mercati si cercano, si conquistano, si conservano, si coccolano - come le donne, se non le curi ti abbandonano e ti cornificano. Noi il mercato lo abbiamo, e senza concorrenza, almeno per ora. Dobbiamo quindi imporre il prodotto. Come? E' semplice: con la pubblicità. La pubblicità è l'anima del commercio, no? Vi spiego meglio con una parabola.
«C'era una volta un uomo che viveva in un villaggio sui monti, dove le case erano fatte di legno. Si ficcano tanti pali per terra, e questi sono i pilastri; i pali si rivestono di tavole orizzontali, e queste sono i muri. Ora, in questo villaggio, la gente univa le tavole ai pali legandole con lo spago, perché era arretrata. Mentre il nostro uomo - che chiameremo Giovanni - ha già inventato il chiodo, scoprendo che piantato in due distinti pezzi di legno li tiene inchiodati l'uno all'altro indissolubilmente, come marito e moglie in un paese senza divorzio.
A un certo punto, Giovanni - che chiameremo del chiodo - decide di passare dall'intenzione all'azione, mettendo a frutto l'invenzione. Oltre tutto, non essendo brevettata, poteva essergli carpita da uno più furbo di lui, come accadde a Meucci col telefono - ricordate, quest'anno, a pagina 183 del sussidiario - che si fece soffiare l'invenzione da Bell. Si mette quindi all'opera e ne fabbrica un corbello pieno. Di buon mattino se lo mette in testa e se ne esce in giro per le strade del villaggio gridando: Chiodi, chiodi belli appuntiti! Chi vuole chiodi? Una dozzina soltanto dieci lire!
Indovinate che cosa accadde? Alla gente non gliene importava nulla, dei chiodi. Per forza! Non sa che cosa sia il chiodo, né a che cosa serva, né come si pianti e via discorrendo. Perciò non viene ascoltato. Chi dice che è un impostore e chi sostiene che è matto. Qualcuno per curiosità getta un'occhiata nel corbello e qualcun altro arriva anche a prenderne uno tra le dita chiedendosi se non siano stuzzicadenti per cavallo.
Giovanni del chiodo - con questa denominazione passerà alla storia tra i benefattori dell'umanità - non demorde. Si richiude in casa, si siede a tavolino e fa lavorare il cervello. Dopo alcuni giorni di riflessione, capisce che bisogna dare alla gente una dimostrazione pratica e corre difilato ad acquistare un megafono a batteria. Poi fa il giro del paese gridando: Si invita tutta la popolazione per oggi pomeriggio alle ore sedici e trenta ad assistere a una dimostrazione pratica della utilità del chiodo: che nessuno manchi! Al termine verrà sorteggiato tra i presenti un televisore portatile.
Giovannino è astuto. Sa che all'inizio dovrà incentivare l'intrapresa rimettendoci di tasca; ma sa anche che nel prezzo del prodotto ci farà entrare l'ammortamento del capitale, gli interessi semplici e composti, i profitti, le spese di gestione e di manutenzione, il rinnovo degli impianti, le tasse, le public relation, la pubblicità, i regalucci alla segretaria e tutto il resto.
All'ora fissata, Giovanni - d'ora in avanti lo chiameremo semplicemente col nome di battesimo - si presenta davanti alla folla convenuta per dare la dimostrazione pratica. Pianta rapidamente tanti pali per terra finché è pronto lo scheletro della casa, quindi prende una dopo l'altra le tavole e menando gran colpi di martello le inchioda ai pali in un battibaleno.
Conclusa l'opera si volta sorridente alla folla e senza il minimo segno di affaticamento dice: Signore e signori, come tutti hanno potuto vedere coi loro occhi, senza perder tempo, ché il perder tempo a chi più sa più spiace, senza star lì cincischiando a legare con spago, con il mio prodigioso ritrovato chiamato chiodo, debitamente piantato con l'aiuto di un semplicissimo martello, ho fissato le tavole ai pali. Loro diranno: tutta apparenza! E io dico: signore e signori, osservino pure attentamente senza paura, tocchino con mano, si avvicinino, prego: il chiodo è entrato tutto dentro, neppure si vede, soltanto la testa. Coraggio, provino, tirino, strappino senza timore… lei, giovanotto, sì, lei con le spalle forzute: lo sfido a staccare coi suoi possenti muscoli una sola di queste tavole fermate col chiodo… Visto, signore e signori?
A questo punto, la gente comincia a convincersi perché ha visto e toccato. Però è ancora indecisa perché ha paura di fare in modo diverso da come ha sempre fatto - può beccarsi la scomunica del parroco per eresia, la prigione dal maresciallo per sovversione all'ordine costituito, la multa dal sindaco per contravvenzione alle norme edilizie. Giovanni è perspicace: sa tutto questo e anche altro. Si reca quindi dal parroco, dal maresciallo e dal sindaco recando in dono un corbello di chiodi per ciascuno, promettendo altre regalie se li useranno magari nella costruzione della loro casa di villeggiatura.
Il colpo giunge al bersaglio. le autorità cominciano a parlar bene dei chiodi. La moglie del sindaco prende sotto la sua protezione il giovane inventore.
Giovanni si chiude per la terza volta in casa e si mette alacremente a fare chiodi. Ne riempie una stanza intera, poi dorme ininterrottamente un giorno e una notte.
Fresco riposato, la mattina dopo di buon'ora esce con due cartelli appesi al collo - uno davanti e uno di dietro. Davanti ci sta scritto: L'uomo duro usa il chiodo da muro. Ci sono disegnate una casa fatta a spago e una casa fatta a chiodo, ambedue sollecitate dalle raffiche di un tornado. La prima scricchiola e si squarcia come una melagrana di Cabras. La seconda resiste intatta infischiandosene - dentro al sicuro gli inquilini festeggiano il compleanno della figlia diciottenne danzando la trebisonda al suono di una fisarmonica. E di dietro solo scrittura: La società del chiodo, fondata nel 1817, premiata alla fiera di Vooroograad, fornitrice della real casa di Madrid».
Tutto si poteva dire della maestrina - e tutto infatti si diceva - ma non che le mancassero le virtù didattiche. Rino e Ilario capirono tanto bene la morale della parabola che si ripromisero si non smettere fino a quando non fosse stato varato il piano pubblicitario.
Decisero di non raccogliere più asparagi di quanti non fossero sicuri di piazzare sul mercato; di mettere insieme tre bei mazzi avvolti in carta velina legati con fiocchetto per farne dono al direttore delle scuole, al brigadiere e al vice parroco don Antonio; di preparare uno striscione con slogan asparagici per impressionare gli automobilisti e indurli a fermarsi.
L'ultimo punto si mostrò un osso duro. La maestrina dovette preparare un caffè per mantenere alto il tono - un caffè lungo, naturalmente, per non danneggiare il delicato sistema nervoso dei fanciulli, giusta la circolare ministeriale del 7 aprile che aveva per oggetto la salvaguardia delle nuove generazioni dai pericoli della droga.
Nel libretto scolastico, Ilario era qualificato «deficiente» in tutto fuorché nelle arti figurative, valutato «ottimo». Ebbe quindi il compito di elaborare il grafico. Raggiunto in linea di massima l'accordo sul soggetto, Ilario si gettò a scarabocchiare.
Il soggetto consisteva in un «prima e dopo la cura asparagica», e doveva svolgersi in due parti. Nella prima, un omuncolo tutto rachitico, tutto stanco, tutto frocio che sospirava in un fumetto «Oh, me tapino», senza punto esclamativo, a significare la mancanza dell'energia necessaria a esprimere una interiezione. Rappresenta il tipo che la gente ignora e che le donne disprezzano.
Nella seconda parte, lo stesso dopo la cura. Uno scorcio di cielo azzurro illumina un tratto di strada cittadina. Sul marciapiede davanti a una vetrina di gioielleria sta lui, un fustacchione basette alla Robespierre, camicia bianca alla Roberspierre aperta sul petto villoso, bacino magro ossuto, gonfiore asparagico. Convergono su di lui i prototipi delle donne che contano: la bionda languida popputa, la bruna vispa gambe lunghe, la rossa vampira serpentina. Il fumetto relativo al fustacchione recava scritto: «Come l'araba fenice, con l'asparago pollone, sono rinato e son felice».
Sul volume del gonfiore, i ragazzi avrebbero strafatto senza la presenza moderatrice della maestrina, la quale avvertì che il segreto di ogni successo sta nel seguire la via di mezzo - non per nulla il Signore, creando l'uomo gli collocò nel mezzo l'organo addetto alla riproduzione.

La Società dell'Asparago Spa iniziò l'attività vera e propria quindici giorni dopo, di domenica.
Il giorno non fu scelto a caso: la superstrada era più affollata e il traffico più lento. La gente se ne stava sbracata dentro le auto, vogliosa di soste campestri, di pisolini pomeridiani su prode erbose. I bambini frignavano per andare a fare pipì; le fanciulle smaniavano per scendere a raccogliere pratelline - fiori di mandorlo no: si era sparsa la voce di un irascibile villico che aveva scaricato la doppietta a sale e lardo sul sedere di una incauta fanciulla che per farsi un bouquet si era attaccata a un ramo e col ramo aveva tirato giù mezzo albero. C'erano vecchie nostalgiche della natura che supplicavano figli e generi di farle uscire da quella scatola a respirare l'ultima boccata d'aria, e armate di buste di plastica e coltelli si sparpagliavano frugando nei margini incolti alla ricerca di bietole e cicorie - tutta un'altra cosa le verdure selvatiche, che hanno il sapore «sapore», non il sapore di merda di quelle coltivate in serra, impacchettate nel cellofan e conservate negli scomparti frigo dei supermercati.
La vendita degli asparagi andò a meraviglia. Alle quattro del pomeriggio il tavolo era completamente ripulito, ed erano spariti anche i venti mazzi del deposito.
Il cartellone di richiamo aveva funzionato. Dovettero rifarlo, però, perché un vecchio matto con la zazzera lunga - forse un critico d'arte - se n'era incapricciato trovandolo somigliante a un Picasso «in rosa», e se l'era portato via per tre bigliettoni.
Rino e Ilario stavano smontando lo stand, quando arrivò la grossa limousine verde pisello con autista. Si fermò molleggiando davanti al tavolo - una frenata a disco: per un soffio l'utilitaria che le stava dietro, facendosi risucchiare per risparmiare benzina, non andò a spiattellarsi sul suo posteriore.
Le balestre oscillavano ancora e già la portiera si era spalancata e l'onorevole era schizzato fuori.
I ragazzi lo riconobbero. Era lui, il primo acquirente, l'ignaro ispiratore della Società dell'Asparago. Gli dovevano riconoscenza.
L'onorevole si guardò attorno con circospezione. Vide che fra le auto che sfrecciavano nei due sensi non c'erano ficcanaso - questurini, baschi blu, giornalisti - si avvicinò ai ragazzi, li prese a braccetto e saltata la cunetta li condusse sotto un fico.
Disse: «Ragazzi, parliamoci chiaro. Pensateci bene, prima di rispondere. Sono un pezzo grosso governativo - non so se mi spiego. Posso fare la vostra fortuna o farvi sbattere in un riformatorio. Fuori il rospo. Che accidenti di asparagi mi avete venduto l'altro giorno? E' chiaro che non erano comuni. Di questo avviso sono tutti i botanici, i biologi, i chimici che ho consultato…»
Rino e Ilario finsero di cadere dalle nuvole. «Come? non erano comuni? Comunissimi erano… Da noi li mangiano anche i bambini linfatici, gli scorbutici e i vecchi col mal della pietra».
«Non fate gli gnorri! A me hanno fatto uno strano effetto… Ma vi rendete conto che potevano provocare la caduta del governo?».

In verità la crisi di governo c'era stata - negli annali parlamentari è registrata come «la crisi dell'asparago».
L'onorevole Trabuchetti, membro permanente del governo, consigliere delegato di una catena di agenzie funebri, casto da circa venti anni, la sera degli asparagi rientrava nella capitale reduce di una importante riunione di partito. A livello di direzione si era discusso sulla opportunità di mantenere la crisi in sordina o di farla esplodere o di chiudere quella e di aprirne una nuova più stabile.
Viaggiava con lui miss Amalia, segretaria particolare, tutta bionda e tutta latte, di poche parole nonostante conoscesse molte lingue, esperta nel preparare code di gallo e nel fare i nodi alle cravatte.
L'onorevole Trabucchetti se la portava sempre appresso ovunque andasse, perché a stare solo pativa lo spleen. Quando il cielo era grigio e la campagna sfumava nella foschia, guardare fuori del finestrino gli provocava una sensazione inesprimibile che gli si localizzava nelle viscere strizzandogliele. Allora abbassava le tendine, accendeva la plafoniera e rivolgeva l'attenzione all'interno della vettura - più precisamente alle ginocchia di miss Amalia - e sospirava. In quei delicati frangenti, miss Amalia si apriva e stillava latte più del solito; toglieva qualche forcina dalla crocchia ammorbidendola, lasciandone scivolare civettuole ciocche; quindi prendeva a cicalare in francese - una lingua che non ha l'eguale per esprimere sensazioni opposte alla malinconia.
La sera degli asparagi, l'onorevole si fermò appena mezz'ora in casa - una villa con qualche ettaro di giardino fuori dai rumori del traffico. Aveva giusto il tempo per una lettura di prova del discorso che avrebbe fatto al parlamento in seduta notturna. Glielo aveva preparato quella testa d'uovo del dott. Musili - un uomo di qualità, capufficio di gabinetto a soli ventotto anni. Adesso il gabinetto gli andava stretto, si pensava di allargare le strutture direttive del partito istituendo una co-segreteria tecnica. Il dott. Musili sarebbe stato un co-segretario tecnico ideale di un partito proiettato nel futuro. Era ferratissimo in materia socio-economica, possedeva un fiuto politico da fare invidia a un cane da tartufi. Esile palliduccio vocetta chioccia, nessuno l'aveva mai visto muoversi dal suo posto di lavoro, dietro un'enorme scrivania, sepolto dai dati statistici quotidiani aggiornati. I dati statistici erano la sua forza: bastava mettergliene davanti due o tre con un appunto relativo a qualsiasi problema economico-politico, in un battibaleno risolveva il rebus meglio di Giuseppe l'Ebreo.
La seduta notturna si proponeva di salvare la coalizione di governo - una Wahlverwandtschaft tra cristiano-sociali - minacciata dagli attacchi bilaterali della destra e della sinistra. Salvando la coalizione si sarebbero riportate le masse sul piano dell'ordine e della legalità. Già da qualche tempo le masse si agitavano per dei nonnulla: la stabilità monetaria, l'assistenza medica diretta, la liberalizzazione dei profilattici e altri. La destra e la sinistra, con animus diversi, avevano fiutato gli umori della piazza e minacciavano di far cadere il governo sulla scabrosa questione del riassetto delle carriere dei pubblici dipendenti.
L'onorevole Trabuchetti si sentiva profondamente amareggiato. «Ma come?» si chiedeva «Non abbiamo risolto ancora il problema delle convergenze parallele e c'è gente che vuole il riassetto delle carriere. Ma si rende conto?»
Il dott. Musili, capufficio di gabinetto, aveva avuto un sorrisetto - non uno di quei sorrisi sfottenti da superuomo ma un moto vibratorio elettronico agli angoli delle labbra, e aveva buttato giù con una comune penna biro l'ancora di salvezza.
Con quel discorso in mano, l'onorevole Trabucchetti si sentiva un giocatore di poker con quattro assi serviti e un jolly nella manica. Passeggiando sul tappeto del soggiorno ridacchiava, pensando alle facce congiunte della destra e della sinistra quando avrebbe fatto scoppiare la bomba del decreto legge sul riassetto delle carriere, completo di nuove tabelle, nuovi coefficienti, nuove retribuzioni, calcoli già fatti, decorrenze fissate a scadenze semestrali - intanto l'acconto di lire milletrecento lorde.
Prima di uscire aveva fatto una leggera colazione - un consommé di pollo magro ruspante, un ovetto alla coque, due grissini, una fettina di prosciutto crudo, una coppa di fragole sciroppate e due o tre forchettate di asparagi soffritti nel burro. Mezz'ora dopo - più o meno - il presidente, fatto il conteggio dei presenti, aveva dato il via all'oratore.
L'onorevole si era levato in piedi pronunciando l'esordio di prammatica: «Onorevoli colleghi, il paese attraversa un momento estremamente delicato», quand'ecco il coso che egli credeva ormai definitivamente estinto prese ad agitarsi, quasi che suo fosse il discorso e sentisse lui il dovere di ergersi a salvatore della patria.
Mano mano che l'oratore procedeva trasportato dall'enfasi, il coso si gonfiava, cresceva, s'induriva. A mezzo discorso gli era cresciuto tanto che dovette spostarsi indietro di un passo per diminuire la pressione sulla spalliera del banco davanti. Interruppe la lettura per asciugare il sudore che gli colava copioso dalla fronte e bevve un bicchiere d'acqua minerale… Non gli accadeva da venti anni… la sua signora - una torinese di famiglia borghese del ramo tessili - aveva pazientato per una settimana; poi si era arresa al giardiniere, un ragazzo di poche parole, e infine si era stabilizzata con l'autista che l'accompagnava ogni mattina a fare compere. Agiva sempre con molta discrezione e nessuno aveva mai avuto da ridire. D'altro canto, anche gli ultimi nati rassomigliavano all'onorevole. La signora non transigeva su quel tasto: al momento culminante del rapporto concentrava il pensiero sul marito. Ed egli le era grato, di questo.
Pensò di essere vittima di un'allucinazione. Il coso gli si era fatto enorme e premeva con un rovinoso scricchiolio sulla spalliera del ministro dell'interno. La resistenza dell'oratore crollò. Impallidì, strabuzzò gli occhi, il tetto della sala cominciò a ruotargli intorno…
Il presidente fece sospendere la seduta. L'infaticabile onorevole collega di governo - annunciò con accenti commossi - era stato presumibilmente colto da un collasso cardiocircolatorio per l'eccessivo peso delle responsabilità.
Erano accorsi due inservienti, avevano agguantato l'onorevole, lo avevano disincagliato a strattoni e sollevato di peso lo avevano portato al parcheggio e imbarcato nella limousine.
Miss Amalia attendeva accovacciata come sempre nell'angolo a sinistra del sedile posteriore. Aveva la frase di congratulazioni pronta sulle labbra. La voce le si spense in un soffio, quando lo vide abbattersi sul sedile con la faccia congestionata. Intuì che qualcosa doveva essere andato di traverso. L'autista pensò al peggio, innestò la marcia e partì difilato al pronto soccorso.
A mezza strada, nei pressi dei giardini pubblici, l'onorevole chiese aria. Aveva la faccia paonazza e ansimava come un mantice. Miss Amalia aprì il vetro del finestrino. Non bastava. L'autista fermò e aprì tutti e quattro gli sportelli per ventilare l'ambiente.
A un tratto l'onorevole si scosse, con un balzo si precipitò fuori dall'auto dirigendosi di corsa verso un cespuglio di acacie. Miss Amalia gli corse dietro, preoccupata.
L'onorevole sbottonò i calzoni. Non ne poteva più: quel coso enorme pulsava ossessivo. Si avvicinò a un albero e prese a strofinarlo sulla corteccia. Miss Amalia credette che stesse facendo pipì e si voltò pudicamente da un'altra parte. Egli con un gesto imperioso la chiamò a sé. Lei vide e trasecolò: al chiaro di luna le apparve l'obelisco di san Pietro. Egli non le lasciò neppure il tempo di rimettersi dallo stupore; la stese, le strappò le mutande e glielo infilò fin dove poté - circa un terzo - tappandole la bocca con l'avambraccio per soffocare le urla. Non ci fu verso di infilarci i rimanenti terzi. Egli sperava che l'operazione avrebbe ridimensionato l'obelisco e gettò un grido di giubilo quando lo sentì venire torrentizio. Vana fu la speranza: il mostro restava tale e quale.
Fu una notte da tregenda, quella notte in casa dell'onorevole. Trattenne miss Amalia ordinandole di mettersi a bagno - non poteva abbandonarlo in un simile frangente. Entrò in camera della moglie, che dormiva. Le levò di dosso le lenzuola, l'aprì e la penetrò. Riuscì a infilarne due terzi. Lei provò un male del diavolo; sentì vampate incendiarle il viso; udì lo strappo di una lacerazione; capì di essere diventata finalmente donna e ne gioì intimamente. L'onorevole si prodigò ininterrottamente per due ore. Il mostro non diede alcun segno di cedimento.
Si mise a vagare disperato nel parco. Si chiuse nel bagno e stette mezz'ora sotto la doccia fredda, senza alcun risultato. Prese allora una decisione radicale. Si attaccò al campanello, svegliò e riunì famiglia e servitù nel salone. Si scopò singhiozzando la cuoca, la cameriera, la nurse della figlia e il precettore del figlio, la moglie dell'autista e l'autista, il vecchio giardiniere col cappellaccio e Ralf il cane da guardia, la suocera e la prozia coi baffi - chi sulla poltrona, chi sul tappeto e chi alla pecorina. Non ci fu verso di ammansire la belva.
Ritornò da miss Amalia col coso tra le mani disperato piangente. Lei lo guardò con infinita pena. Mormorò: «Sia fatta la sua volontà», e docilmente si stese aprendosi per riceverlo nel migliore dei modi. Dopo sette tremendi spintoni, riuscì a infilarlo tutto quanto. La donna sentì lo stomaco in subbuglio e una pressione sui polmoni da mozzarle il fiato. Spalancò allora la bocca e dalla gola traboccò un fiotto denso…

Rifugiatosi all'ombra del fico, l'onorevole disse: «Ragazzi, non ve ne faccio una colpa, il fatto è fatto, sono pronto a dimenticare a patto che mi diciate…».
Rino e Ilario stavano in allarme - che fosse un funzionario della sezione narcotici della questura? Si diedero di gomito e presero a recitare la commedia attingendo dai racconti del libro di lettura e dai caroselli della tivù, condendo il tutto con un pizzico di verità.
«Vossignoria ci perdoni, siamo due poveri fanciulli costretti da un triste destino - che in termini socio-economici sarebbe una situazione di sottosviluppo - a vagare per la campagna alla ricerca di cibo. Nostro padre l'anno scorso si è buscato l'artrite diventando inabile al lavoro per il settantacinque per cento; per il rimanente venticinque è disoccupato cronico. Attualmente è in attesa della pensione - don Gesuino il parroco si sta occupando di mandare avanti la pratica, il ricavato metà e metà. La nostra madre, poverina, è ricoverata da tempo in ospedale per una specie di meningite senza speranza. Il medico ha detto che è tutta colpa delle preoccupazioni, e il parroco aveva ragione a dire che non bisogna preoccuparsi perché c'è la provvidenza. Però ci vuole la fede, diversamente la provvidenza non provvede. fede in casa non ce n'è. Per questo dobbiamo provvedere noi che siamo i figli più grandi. Con il ricavato della vendita dei prodotti della campagna - asparagi, lumache, more, funghi - compriamo il latte per i nostri fratellini».
L'onorevole Trabuchetti era uomo di cuore oltre che di governo. Capì che nonostante la buona volontà del potere legislativo restavano ancora tanti problemi sul tappeto. Si ripropose di presentare, con procedura urgente, una proposta di legge per la nomina di una commissione d'inchiesta sulle condizioni dell'infanzia abbandonata nelle aree sottosviluppate. Ciò che adesso gli premeva era di rimettere le mani su un mazzetto di quei prodigiosi asparagi. No, non per lasciarsi travolgere dal vizio - il paese aveva bisogno di lui, di uomini morigerati, votati alla rinuncia, casti per dovere, che dedicassero ogni loro energia al pilotaggio della navicella dello stato, perennemente veleggiante tra le onde infide e perigliosi scogli. Gli opposti estremismi non avrebbero mai prevalso, finché uomini come lui votati al sacrificio della gestione del potere fossero rimasti al timone, col vessillo dei valori inalberato. No, non sarebbe mai venuto meno agli impegni assunti davanti al paese. Sarebbe stato un sacrilegio tradire le aspettative popolari: quando non c'è un popolo in aspettativa, la democrazia si spegne. Il guaio grosso è il problema del ricambio: il potere logora. Non c'è Sustanon che basti. Per esempio, un ministro dell'interno impegnato a difendere e a conservare l'ordine costituito consuma quasi mezzo etto di materia grigia al giorno, e anche di più in periodi torbidi. Chi potrà mai comprendere il dramma esistenziale di un ministro votato al sacrificio? Purtroppo le mogli non perdonano certe defaillances, non afferrano il meccanismo della sublimazione - creature istintive. L'uomo politico governativo appartiene alla schiera degli eletti: sublima. Un contadino è diverso: segue gli istinti e basta. In fondo, che lavoro fa? muove la zappa su e giù all'aria aperta, rassoda i muscoli, fortifica l'organismo, senza alcuna preoccupazione; poi rientra a casa fischiettando, si stende la moglie e se la scopa… Qui, per associazione d'idee, l'onorevole rivide le immagini della notte dell'asparago; ritrovò il detto latino semel in anno licet insanire e ne comprese tutta la saggezza: la necessaria valvola di sfogo per poter riprendere con più lena il lavoro. Forse pochino semel in anno. Un professore di lettere suo amico opinava che in verità il detto originario suonasse semel in mense. Niente di male neppure licere una volta la settimana - non sta forse scritto nei testi sacri: santificherai la domenica astenendoti dal lavoro?
«Insomma», concluse le sue elucubrazioni l'onorevole fissando i due ragazzi con occhi lustri - «i vostri asparagi erano gustosi, il sapore genuino della natura, capito? Sono piaciuti tanto anche alla mia segretaria. Sono disposto a pagarveli il doppio dell'altra volta. Contenti?».
I ragazzi non rispondevano, e l'onorevole credette che volessero tirare sul prezzo. Mise mano al portafogli e sfilò da una mazzetta un bigliettone da diecimila.
Rino e Ilario sgranarono gli occhi e deglutirono. Maledizione! Avevano venduto tutto il prodotto senza preoccuparsi di eventuali richieste straordinarie.
L'onorevole ormai trascinato dall'onda dei ricordi che lo facevano vibrare fin nei più intimi precordi rimise mano al portafogli. Stavolta tirò fuori una mazzetta più larga quella dei cinquantamila, e agitandola davanti alla faccia sbalordita dei ragazzi proruppe con voce rotta dall'emozione: «Sentite, voglio fare la vostra fortuna… ecco, questi soldoni sono tutti vostri se mi date un mazzetto di asparagi della specie dell'altra sera…». Temette di essersi sbilanciato troppo e aggiunse: «Non pensate a chissà cosa. Il fatto è che soffro di una fastidiosa ulcera gastrica e i vostri asparagi, forse non ci crederete, mi hanno giovato come la mano di Dio…»
Rino e Ilario capirono che potevano fidarsi - ormai quel gran signore era preso nell'ingranaggio dell'asparago, avrebbe venduto la madre per poterne avere un mazzetto. L'affare si mostrava redditizio. Dissero: «Ci dispiace veramente. Vossignoria deve sapere che abbiamo smerciato tutta la mercanzia: c'è grande richiesta sul mercato e la produzione scarseggia. Abbia la pazienza di aspettare fino a domani: i primi mazzi della produzione saranno suoi. Per stanotte si metta il cuore in pace, reciti un'Ave Maria e si addormenti buono buono. Intanto ci lasci una caparra, e l'affare è fatto. Sa, non è per sfiducia… dobbiamo far fronte a tante spese, i sigari per il vecchio babbo, il latte per i bambini, vossignoria capisce…».
L'onorevole assentì. Lasciò un cinquantamila di caparra, strinse forte la mano ai ragazzi, salì nella limousine verde pisello e fece cenno all'autista di partire - pensando che il Signore si può santificare anche di lunedì, se la domenica non è pronto il santo da portare in processione.

Qualche giorno dopo, al calar del sole, Rino e Ilario si recarono in missione da Assuntina.
Avevano discusso a lungo con la maestrina l'opportunità della visita. Era giunto il momento di allargare il giro di affari, sfruttando la congiuntura favorevole: quando nell'aia il vento soffia vispo, allora va ventolato il grano.
Assuntina abitava fuori paese, a una certa distanza dalle altre case per evitare contaminazioni. Non si stupì di sentir bussare a quell'ora tarda e aprì. Ma quando vide i due mocciosi fece per richiudere, ringhiando: «Andatevene a succhiare le poppe di vostra madre, maleducati senza rispetto!».
Rino infilò la testa nello spiraglio col rischio di farsi ghigliottinare, affrettandosi a dire: «Ma che poppare! Siamo qui per altro, messaggeri di un grosso affare».
La donna si lasciò convincere e li fece entrare. A ogni buon conto lasciò la porta socchiusa - ci sarebbe mancata anche l'accusa di corruzione di minorenni! Disse in tono sbrigativo: «Fuori il rospo alla svelta e filate via subito».
«Calma, calma, Assuntina», scandì Ilario, al quale il successo nel commercio aveva dato la sicumera del commendatore, «prima ci mettiamo comodi. Non si può parlare d'affari stando in piedi, specialmente affari come questi…». E con un gesto da nababbo appena sbarcato nella Costa Smeralda cavò di tasca una mazzetta di verdoni sventolandoli sotto il naso di Assuntina.
«Santa Rita mia bella!» farfugliò la donna sentendosi venire meno. Non ne aveva mai visto uno neppure da lontano, di quei verdoni. «Dove li avete rubati? Vuoi scommettere che avete i carabinieri dietro e volete inguaiare me?».
Parlò Rino: «Non dire sciocchezze. Fai presto a perdere la testa, tu, per qualche spicciolo. Si vede che sei una morta di fame, una sottosviluppata. Noi non siamo ladri bensì produttori. Siamo diventati capitalisti, come Rockfeller. Capisci? Abbiamo scoperto un prodotto che si vende bene nel mercato…».
«Mercato? E quale mercato? Dove diavolo l'avete trovato, voi, un mercato, qui, in questo paese di merda? Se non riesco a vendere la mia cosa per nichelino, qui…».
«Non qui, stupida, sulla superstrada. Ci passa un mare di gente danarosa. Basta trovare il modo di fermarla, e compra. Soldi a carrettate. Capisci?».
«E voi, che merce vendete? Pidocchi?».
«Questo è un segreto. Te lo diremo se concluderemo l'affare. Abbiamo pensato di allargare le vendite ad altri prodotti. Capisci? Ci sono prodotti che si associano benissimo ad altri. Per esempio, i cavoli con l'aceto, il pane col formaggio…».
«E il maschio con la femmina», concluse Ilario.
«Ho capito, sì. Non sono mica deficiente. Se lo capite voi che siete due mocciosi, posso capirlo anch'io, no? Però, che diavolo c'entro io, in tutto questo?»
«Altro che, se c'entri!». Riprese Rino «Veniamo al dunque. Noi vendiamo un prodotto che fa diventare il coso degli uomini grande, grosso ed energico. Dimmi tu con che cosa lo assoceresti quel coso?».
Assuntina pensò che i due bricconcelli stessero menando per il naso, e si inalberò: «All'accidente di vostra madre! che il diavolo vi porti».
I ragazzi non raccolsero la provocazione.
«Appunto», disse Ilario alzandosi e mettendosi a passeggiare per la stanza. Si fermò, estrasse dal taschino della giacca un pacchetto di estere lunghe triplo filtro, offrì, accese con un accendino d'oro Johnson e sbuffò una nuvola di fumo aromatico. «Appunto», riprese a dire, «ma le madri, almeno per il momento, non entrano nella faccenda. C'entri tu, adesso. Non sei ancora da mandare in pensione. Con qualche ritocco, vista in penombra… Comincerai da sola. Più avanti vedremo. Altre seguiranno il tuo esempio, quando ti vedranno piena di soldi, girare in carrozza tutta in ghingheri. Faremo soldi a carrettate. Abbiamo già studiato e programmato tutto. Ti apposterai da domani sera poco dopo la grande curva, ai margini del boschetto di lecci, vicino al cimitero. Ti consigliamo di portarti una coperta - il terreno è un po' ruvido - e qualcosa da mangiare. Il cinquanta per cento degli incassi li verserai alla Società per le spese di gestione e il rimanente cinquanta per cento lo divideremo in parti uguali fra tutti noi. Ma sia ben chiaro: se cerchi di fregarci ti togliamo la rappresentanza. Operatrici del tuo settore se ne trovano quante se ne vogliono».
Rino ritenne che per finire di convincere la donna fosse giunto il momento della incentivazione. Porgendole una decina di verdoni, disse: «Prendi, questo è un acconto. Ti servirà per far fronte alle prime necessità. Qualche abituccio, rossetti, neretti, ombretti, profumi e preservativi».
Assuntina non riusciva a capacitarsi. Prese i verdoni e li ripose nel cassetto del comò. Poi si diede un pizzicotto sotto la coscia per convincersi che non stava sognando. Aprì la vetrina della credenza e offrì agli ospiti un bicchierino di rosolio. In vena di confidenze, disse «Però, un pensierino sulla superstrada l'avevo fatto anch'io, ragazzi… Ci sono anche stata, una sera. Mi ero detta: mi metto in mostra e qualche automobilista mi vedrà e si fermerà. Aspetta e spera che quelli si fermino! Correvano tutti come matti, neppure i paracarri vedevano. Finalmente, uno si è fermato, è sceso, ha aperto il davanti della macchina e si è messo a frugare dentro, bestemmiando come un turco. Mi sono avvicinata con passo molleggiato e gli ho detto: "Che te la faresti una doppietta, bel biondino?". E lui: "Ma va a battere da un'altra parte! Capiti proprio giusta! Per colpa di questo stramaledetto motore, domani non farò in tempo a imbarcarmi volontario per il Vietnam". Dopo quella brutta esperienza, ho rinunciato».
I ragazzi ebbero un sorrisetto di compiacimento. «Ti mancava il piano di programmazione. Si vede che non conosci le teorie di sviluppo dei popoli arretrati. Adesso tutto diventerà facile, con l'organizzazione capitalistica alle spalle. Il pane non ti mancherà e neppure il companatico. Intanto, vedi se ci sono vocazioni in giro. Al reclutamento pensiamo noi. Tu da sola non potrai reggere tutto il peso degli affari che ti verranno addosso».
«A proposito del daffare», intervenne Rino, «per metterti alla prova, ti verremo addosso noi. Distenditi e rilassati. Intanto accendiamo il fuoco».
Assuntina obbedì senza capire le intenzioni dei ragazzi - stava sotto l'imperioso dominio dei verdoni che gonfiavano le loro tasche - e qualunque ordine le avessero impartito lo avrebbe eseguito ciecamente.
Rino e Ilario accesero un focherello nel camino. Presero un mazzo di asparagi e li misero ad arrostire sulle braci. Li mangiarono man mano che indoravano.
La donna seguiva la scena esterrefatta: «Ehi, dico, che fate? Vi mettete ad arrostire e a mangiare asparagi qui, a quest'ora? Io dico che siete un po' tocchi, voi due».
«Chiudi il becco, femmina. Tra poco te lo faremo vedere noi, l'asparago. E levati di dosso quello straccio di gonna…» si voltò a dire Rino.
«Ohi, ohi! Non vi sarete messi grilli in testa, voi due?!». Ridacchiò vedendoli aprirsi i calzoni, e stava per aggiungere: «Ma l'avete il pisello?» quando vide apparire due cosi enormi molleggianti. Trasecolò, si segnò, esclamò: «Gesù Giuseppe Maria! Di tutti i colori credevo di averne visto, ma due cosi così, neppure in sogno…».
Si prodigò come una mamma per calmare i due insoliti pargoli. E non fu fatica da poco. Albeggiava, quando distesa, sfinita, coi due lupacchiotti attaccati al seno, si commosse e provò un grande bisogno di aprirsi anche nell'animo.
Rino e Ilario annotarono scrupolosamente le confidenze di Assuntina per conto della maestrina, che si era messa in testa di costituire un fascicolo personale riservato per ciascun membro della Società dell'Asparago Spa.

«Nella mia vita c'è molto da piangere e poco da ridere. Forse pensate che sia nata così. Invece no. Non si nasce bagascia, lo si diventa. Si può nascere ricchi o poveri, questo sì. Io sono nata povera. Sono stata ragazzina come voi e anche io ho cominciato a lavorare presto, per sfamarmi e coprirmi. A diciassette anni mi hanno sposata a un vecchio che aveva quindici anni di miniera e - dicevano - aveva messo da parte un bel gruzzolo. Altro che soldi! in miniera aveva preso la malattia dei polmoni e dopo un anno rimasi vedova.
Essere vedova aveva i suoi lati buoni. Potevo uscire da sola, scambiare qualche parola con gli uomini, perfino entrare nella bettola a bere una gassosa. Una vedova non ha più onore proprio da conservare e non ha onore di marito da rispettare. Perciò nessuno trovava da ridire vedendomi rincasare dopo il tramonto o se qualche volta mi lasciavo tentare per arrotondare la pensioncina e per rompere la solitudine. Chi la vuole una vedova? Soltanto un altro vedovo che abbia figli piccoli la sposa per avere una serva in casa. Eppure non ero e non sono da buttare via, a trent'anni passati. Non sono sformata dai figli - il destino non me ne ha mandato - ho ancora il ventre piatto come una ragazzina. Da quel lato, mio marito buonanima mi toccava una volta la settimana, quando tornava dalla miniera. Rientrava il sabato sera, si cambiava e usciva per incontrarsi coi compagni nelle osterie. Rincasava ogni volta all'alba, e cantava perché aveva il vino buono. Si svegliava la domenica a mezzogiorno, mi chiamava e faceva il suo dovere in quattro e quattr'otto. Si alzava e sedeva a mangiare. Quindi prendeva il tascapane, montava in bicicletta e fatto il giro di saluto alle bettole e ai compagni ripartiva in miniera. La disgrazia della malattia è venuta dopo un anno di questa vita. Avevo diciotto anni, ma con la casa intestata a nome mio ho tirato avanti senza dovermi inginocchiare a nessuno.
Mi piace vivere libera, vedere gente, leggere romanzi e andare al cinema. Ci vado tutte le domeniche, al cinema, sul tardi, quando esce l'infornata dei ragazzini. Mi siedo sempre nell'ultima fila, per vedere tutta la gente senza essere vista. Mi pulisco, mi vesto e mi porto bene come una signora, e le sedie di fianco alle mie non restano mai vuote. Gli uomini dicono: gallina vecchia brodo saporito. Io invece preferisco i giovani, anche se sono timidi. Quando qualche ragazzo mi si siede vicino per incoraggiarlo gli offro una mentina.
Qualche volta mi accompagna Marta, una mia cugina maritata di fresco. Passo a casa sua e vedo di che umore è. Se è allegra si mette a friggere pasta frolla zuccherata; se è nervosa veste lo scialle e se ne va in chiesa; se è triste viene con me al cinema. Ha marito per modo di dire, perché è emigrato in terra straniera a scavare carbone. Le manda trentamila lire al mese, tutto ciò che risparmia. Quindici per la vita e quindici da mettere in un libretto per fare la casa. Lei stringe sulla vita e altre cinque le conserva in un altro libretto. E' partito una settimana dopo i rosoli. Figli non ne possono fare - e come potrebbero, lontani l'uno dall'altra? E se anche potessero, dove li metterebbero senza casa? Se tutto va bene dove lui lavora, in sei o sette anni mettono su casa e possono cominciare a fare figli. Sono fortunati, perché hanno già il pezzo di terreno da fabbricare, appena fuori dal paese, dalla parte dell'oliveto di don Ernesto. E' un posto buono, lontano dalle paludi, ci arrivano poche zanzare e quando soffia il ponente la puzza delle carogne quasi non si sente. In più, ci abita gente povera ma onesta che all'occorrenza dà una mano al vicino - non è come certa altra gente che se vede un disgraziato rotolarsi per terra con le coliche neppure si ferma.
L'altra domenica, al cinema davano una bella storia d'amore. A un certo punto, Marta si è messa a piangere. Anche io sento un nodo alla gola quando lui parte e lascia lei sola, poverina, e si salutano e si baciano senza potersi staccare; ma non pensavo che Marta si commuovesse fino a quel punto. Mi sono detta: il pensiero del suo uomo lontano... si sarà immaginata con lui nella settimana trascorsa da sposina prima della separazione. So che fa bene vuotare il sacco e le ho detto: "Piangi pure e sfogati con me, che sono donna anch'io". Lei si è messa a piangere più forte. "Dimmi sinceramente la tua pena; non sarà che hai desiderio del tuo uomo? Eh sì, ti capisco: quando si è provato non è facile farne a meno". Marta mi ha guardato scandalizzata: "Cosa credi? Io non ho provato proprio nulla, sai; sono ancora vergine".
Dovevo sospettarlo. I nostri uomini sono smaliziati nelle faccende di cuore. Rischi non ne vogliono correre con la loro donna. Immaginai le riflessioni dell'uomo di Marta, la notte dei rosoli: fra una settimana io partirò e lei resterà sola e indifesa, chissà per quanto tempo, in mezzo ai pericoli. Se lei l'assaggia, dopo non saprà più trattenersene e non ci sarò io vicino per soddisfarla. L'uomo è cacciatore e la donna ha ginocchia deboli. Io la rispetto e resta vergine. Così starò tranquillo sul conto suo: al mio rientro avrò una base sicura di controllo. Per me non mi preoccupo; troverò sfogo nel posto dove andrò; lì le donne sono tutte bagasce, e per un uomo non è disonore, figli a casa non ne porta.
Era andata precisamente come avevo immaginato. Marta all'uscita del cinema, passeggiando lemme lemme mi raccontò tutto. La prima notte di nozze l'aveva spogliata fino alla camicia. Le aveva tirato fuori le mammelle, l'aveva abbracciata e se l'era fatto da solo. Prima di tirarselo fuori aveva spento la luce, perché lei non vedesse com'era fatto e non si mettesse grilli in testa. Voleva partire disteso e rinfrancato, per ciò aveva goduto a quel modo due volte al giorno per tutta la settimana.
Per consolarla, dissi: "Devi essere orgogliosa di avere un uomo che sa il fatto suo. Hai appena sedici anni, ne hai di tempo per farti ingravidare". Marta si era scandalizzata di nuovo: "Cosa credi? Neppure ci penso, io, a quelle cose, non sono di testa leggera. Figurati. Mi sono commossa senza un motivo preciso". Visto che era così senza malizia, ho lasciato cadere il discorso.
Da ragazzina ne ho viste di tutti i colori. Eppure non ci sono cascata mai, perché il dovere di una donna è di conservarsi intatta per l'uomo che la sposerà. Adesso per me è diverso, sono vedova e non devo badare all'onore di nessuno. Sono libera, eppure provo un certo rimpianto di quando ero ragazza, con l'orgoglio di avere una cosa importante da difendere dalle centomila astuzie dei diavoli che entrano in corpo ai maschi. Se ci ripenso mi viene da ridere. Un riso con lacrime, però. Ripenso spesso al signorino Raimondo, il figlio dei signori dove sono stata a servire. La sua vita era come la vita di certi poeti che ho letto: piangono sulla loro giovinezza passata a studiare e a fantasticare... Il signorino Raimondo era di famiglia nobile. Si fece prete e a quest'ora dev'essere almeno vescovo... Se ripenso alla sua storia mi viene da piangere...
Si era fatto tardi. Rino e Ilario dovevano correre a scuola. Erano quasi le nove. All'ora della ricreazione avrebbero riferito alla maestrina l'esito della missione.
Rino disse: «Se tutti i poeti che hai letto avessero avuto un mazzetto dei nostri asparagi di tanto in tanto, non se ne sarebbero rimasti a rimpiangere la giovinezza…»
E Ilario concluse: «La storia del signorino Raimondo ce la racconterai la prossima volta. Adesso dobbiamo proprio andare. Il tempo è denaro - come diceva il nostro maestro Rockfeller. Battendo l'autostrada vedrai che te ne capiteranno tante che avrai da raccontarne diffilate per un anno. E chissà che un giorno o l'altro non ti capiti di incontrare il tuo vecchio padroncino, magari vestito da vescovo. Potrebbe anche tornare utile alla nostra Società…»

Il consiglio degli anziani si riunì nella bettola di ziu Crisantemu per esaminare la situazione che si era venuta a creare in paese con la Società dell'Asparago. Fatto strano, da un po' di tempo circolavano più soldi ed erano apparsi per la prima volta alcuni verdoni, senza che nessuno sapesse dire da dove fossero piovuti. Il brigadiere Foschi ronzava per le bettole e per i vicoli fiutando come un cane da lepre.
Nulla sfugge alla gente, e chi sa ha il dovere di riferire al consiglio degli anziani. Dunque, erano due mocciosi i diffusori di verdoni. Si erano dati al commercio degli asparagi e avevano fatto soldi.
Ziu Anselmu disse: «Secondo me sono matti quei forestieri che passano nella superstrada, comprare quella roba che non vale nulla. Comprassero agnelli e capretti…»
«Io dico che non sono scemi. Se li pagano bene vuol dire che ci trovano qualche utile. Può anche essere che servano come medicina. La buonanima di mio nonno guariva ogni genere di malattia con impiastri di foglia di cavolo cappuccio…» disse ziu Girolamu, di idee socialiste e grande ammiratore delle gesta di Garibaldi in Gallura. E aggiunse: «Però, che teste fini, quei ragazzini. Con un commercio ben avviato sulla superstrada si potrebbero risolvere i nostri problemi».
Ziu Bissenti fece il punto della situazione. Disse che Rino e Ilario facevano onore al paese - bisognava ammetterlo. Il paese non mancava di santi taumaturghi, i quali seppure di origine forestiera erano ormai di casa; ma non aveva dato alla luce nessun cittadino illustre. Circolava la voce che Rino e Ilario si fossero dati alla bella vita, insidiando la castità delle fanciulle. E questo non deponeva a loro favore. Comunque la faccenda andava vagliata attentamente. Il principio della moralità delle femmine era fuori discussione, però i soldi sono sempre soldi. A conti fati, il consiglio degli anziani poteva esprimere un giudizio positivo e sostenere moralmente l'iniziativa dell'asparago.
Ziu Luiginu scosse il capo: «Io dico attenzione! Ci stiamo lasciando trascinare dal demonio. Poveri sì ma onorati. Non potranno certo andare in giro chiamandoci eretici, quegli eretici dei paesi vicini! La tradizione è sacra. La via dove siamo sempre passati l'abbiamo conosciuta dai nostri vecchi ed è quella su cui dobbiamo continuare a passare. E non dimentichiamo la legge del brigadiere, che ci siamo impegnati a non ostacolare perché è più forte di noi…»
Il richiamo al rispetto delle tradizioni strinse a coorte gli anziani della destra, che presero a borbottare e assentire col capo.
Da sinistra si levò ancora la voce di ziu Girolamu: «Un conto è la legge che viene da fuori, fatta da gente ricca che teme la concorrenza dei poveri; un altro conto è il giudizio nostro e della nostra gente. Guardiamo i fatti e lasciamo da parte le belle parole».
Dall'affare dell'asparago - non c'era dubbio - il paese aveva tratto non pochi benefici. Era aumentata la produzione del pane; durante la settimana erano state macellate tre pecore in più delle normali cinque; la vendita dei sigari e del trinciato era aumentata vertiginosamente. La gente mangiava di più e i vecchi fumavano di più. Circolava più denaro. Più ne circolava e più facile era acchiapparne.
Il dibattito stava prendendo una piega riservata. Ziu Bissenti, il presidente di turno, propose l'allontanamento del parroco. Con diplomatica cortesia, come vuole il rispetto per Santa Madre Chiesa, disse: «Reverendo, a Cesare quel che è di Cesare e ai preti quel che è dei preti. La faccenda che abbiamo tra le mani comincia a puzzare? Pazienza per noi, ci siamo abituati, più di quanto siamo sporchi non possiamo sporcarci. Per lei, reverendo, è diverso. Le sue mani sono pulite, sante e benedette. Ascolti il nostro filiale suggerimento: se ne vada in chiesa e si tolga dalle palle. Ne abbiamo tanto bisogno per dipanare secondo giustizia l'ingarbugliata matassa».
Il parroco capì che il consiglio aveva intenzione di tramare chissà quale machiavello fuori del raggio di vista del buon Dio. Doveva rispettare le tradizioni, e fece buon viso a cattivo gioco - avrebbe mandato il chierichetto a spiare e a tempo debito sarebbe intervenuto. Disse: «Parole sante, Bissenti: lo Spirito Santo vi illumini!».
Uscito il parroco il consiglio votò approvando all'unanimità la mozione che respingeva la proposta di collaborazione con il brigadiere. Che lui facesse le sue indagini e applicasse le sue leggi - era pagato per quello. Loro avrebbero giudicato dal punto di vista dell'interesse del paese.
«Guardiamo i fatti», disse ziu Girolamu estraendo dalla tasca un mazzo di sigari che distribuì ai presenti. Si tenne l'ultimo per sé, l'accese con gesto solenne, ne succhiò completamente l'aroma, quindi rivolto all'assemblea disse: «Ecco, questo è un fatto. Vediamo gli altri fatti e che ce ne viene in tasca. Dopo daremo il giudizio».
Ziu Kalloneddu chiese la parola. Disse: «Il grado di parentela non c'entra, sapete che sono nonno materno di Ilario, la giustizia è giustizia, non guarda in faccia nessuno. Devo dire comunque che il ragazzo si comporta bene in famiglia, educato e rispettoso. Quando ha un soldo in tasca non lo sperpera in caramelle e figurine come fanno altri ragazzi. Un sigaro ogni tanto me lo regala - non lo poso negare. E quando c'è da pulire il mondezzaio del cortile è sempre pronto.
L'altra sera ho fato i novantasette anni. Io neppure me ne ricordavo ma lui sì. Me ne è arrivato di sera tutto dolce e mi ha detto: «Nonno bello, ho una sorpresa per te, un regalo che neanche te lo sogni». Io ho pensato a un paio di scarpe nuove, sono trent'anni e più che me lo sto sognando. Ho detto: «Eh, nipote bello, vediamo questa sorpresa… purché non sia qualcuna delle tue burle. Già ti conosco, briccone!» E lui mi dice: «Ma no, nonno bello, cosa pensi mai. Vieni con me e vedrai».
Mi sono messo lo scialle di lana pesante sulle spalle del cappotto, ché la notte era umida, e l'ho seguito nell'oliveto di don Ernesto, fino ai margini della superstrada - che il diavolo se lo porti! C'era un fuoco acceso e gente forestiera seduta intorno arrostendo asparagi. Mi sono detto che dovevano essere scappati da un manicomio, mettersi a merendare asparagi a quell'ora. Ho detto a Ilario: «Che ti possa rincorrere il Bogino! dove demonio mi hai portato? non ti sarai messo su una cattiva strada? Non saranno banditi forestieri preparando qualche brutta rapina? Portami via subito da qui, altrimenti ti spolvero le idee matte dalla testa col mio olivastro!» Lui si è messo a ridere come un matto: «Ma no, nonno bello, questa è tutta gente perbene, avvocati, professori, ingegneri, dottori, onorevoli. Cosa vai a pensare?! Mangia anche tu un paio di asparagi, bisogna stare in compagnia, altrimenti si offendono. Mangia, che dopo ti faccio il regalo». Il dovere dell'ospitalità è sacro; anche se svogliato ho mangiato anche io sette otto asparagi.
Stavo aspettando come un babbeo, ascoltando le chiacchiere di quei signori forestieri, quando ho sentito nelle brache una cosa che frusciava. Già non mi sarà entrata una biscia nei calzoni? - ho pensato. Quando succede, già lo sapete, bisogna acchiapparla prontamente al collo e stringere per soffocarla prima che possa mordere. Così ho fatto. La tenevo ferma, gridando: «Ilario! Nipote mio bello! Corri, che ce l'ho stretta al collo, abbassami i calzoni - maledetta biscia!» E lui, ridendo a crepapelle: «Aspetta, nonno bello, aspetta che adesso ti mando subito aiuto!» E' corso via tornando subito dopo con Assuntina la bagascia. Neppure la riconoscevo, tutta vestita di organdi pizzi e fiocchi come una cavalletta per la festa di sant'Isidoro…
Tutta la notte combattendo con quella biscia… Dal millenovecentotrentasette ero… che non ricordavo più di averla. Eh, nipote mio benedetto! Chi poteva immaginarsi un regalo così?! Che Dio gliene renda merito nell'altra vita».
Il consiglio degli anziani aveva ascoltato la testimonianza di ziu Kalloneddu con religiosa attenzione. Molti avevano gli occhi lucidi di commozione.
Ziu Bisenti, presidente di turno, ruppe il silenzio. Disse: «Io sono come San Tommaso: vedere e toccare per credere. se siamo d'accordo, questa sera sul tardi, quattro o cinque di noi andiamo e facciamo un sopraluogo nell'oliveto per appurare la verità. Chi vuole venire alzi la mano».
Alzarono la mano tutti, anche ziu Battista, paralitico dalla guerra di Libia, che si faceva portare sulla sedia a rotelle dalla nipote Bonarina.

A un mese di distanza dall'entrata di Assuntina nel giro dell'asparago, il registratore di cassa installato dalla maestrina cominciò a segnare incassi favolosi. Stipata e sprangata la credenza, dovettero sgombrare la cassapanca dell'ingresso e fornirla di chiavistello.
I membri della Società dell'asparago si riunirono in seduta straordinaria dopo il telegiornale della sera.
Per giustificare l'assiduità dei loro incontri, la maestrina aveva deciso di scoprire nei suoi due scolari una straordinaria attitudine allo studio delle matematiche. Aveva mandato a chiamare a scuola i genitori e aveva dato loro la buona notizia. Era necessario far proseguire gli studi ai due meritevoli figlioli: sarebbero diventati due ottimi ragionieri. Certo, mancavano di basi: ci avrebbe pensato lei, un'oretta ogni sera. Gratis, naturalmente. Un sacrificio che lei faceva volentieri per aiutare due ragazzi poveri. I genitori trasecolarono, guardandosi l'un l'altro, senza potersi capacitare d'aver generato due futuri ragionieri. Alla parola «gratis» si erano rinfrancati e avevano benedetto quell'angelo di maestrina - l'importante era levarsi dai piedi due mangiapane a tradimento; se oltre le lezioni private la maestrina avesse dato loro anche la cena tanto di guadagnato.
Più difficile giustificare la presenza di Assuntina. Una bagascia - anche se la comunità le riconosce una funzione di pubblica utilità - è una pecora nera da tenere fuori del gregge. Soltanto Madre Chiesa, forte della esperienza della Maddalena, poteva avvicinarla senza contaminarsi, al fine di sciogliere lo sporco, candeggiarla e reintegrarla nella comunità. La maestrina puntò sulla carta della redenzione. Faceva parte della Associazione delle Dame di Carità, di cui era segretario il vice parroco don Antonio, un prete giovane moderno, aperto alle ventate di rinnovamento - fumava, beveva, parlava di politica. Alla prima riunione la maestrina portò il caso di Assuntina. Negli scopi statuari della Associazione rientrava anche la redenzione delle peccatrici. Se si fossero prodigate, con l'aiuto di Maria Ausiliatrice, Assuntina sarebbe stata tratta a salvamento. Le dame avevano arricciato il naso. Erano dell'avviso che la vecchia bagascia fosse irrecuperabile - un conto era la Maddalena, peccatrice ancora fanciulla, per non parlare delle capacità redentive del Divino maestro neppure lontanamente equiparabili a quelle in loro possesso. Il vice parroco don Antonio si schierò dalla parte della signorina Myriam, elogiandone lo zelo apostolico. Spiegò che sulla questione delle capacità di redimere una pecorella smarrita, chi redime riceve una speciale grazia e diventa in pratica un tramite dello stesso Divino Redentore. Citò due o tre massime in latino che finirono per convincere l'assemblea, che demandò alla maestrina il compito. Don Antonio si impegnò a visitare redentrice e redimenda almeno due volte la settimana.
Alle nove di sera, dunque, ebbe inizio in tutta tranquillità la seduta straordinaria. Al primo punto nell'ordine del giorno figurava la relazione di Assuntina.
Era ringiovanita di dieci anni. La pelle le si era tesa e rinnovata sulle ossa, rimpolpate dalle bistecche di manzo; le mammelle le si erano rassodate; si pavoneggiava inguainata in un abito di velluto cremisi ampiamente scollato e olezzava come gli aranceti in fiore dei giardini di Milis.
Disse che gli affari andavano a gonfie vele. Allettati dal prodigioso asparago, gli uccelli calavano a stormi invadendo l'oliveto alla ricerca di nidi: una vera e propria crisi degli alloggi. Lei si faceva in quattro, coadiuvata da Rita, Silvia e Donatella - tre studentesse pendolari che frequentavano le superiori in città: sul tardi avevano lezioni di attività pratiche e con ciò buoni motivi per assentarsi senza destare sospetti. Una fatica improba, alloggiare la crescente e pressante marea di volatili. Urgeva provvedere.
La maestrina aveva studiato le teorie relative allo sviluppo economico nelle società capitalistiche, e le teneva a mente. Avvertì che si stava scivolando sulla china dell'inflazione. Propose di diminuire la produzione per alleggerire il mercato. Per non diminuire i profitti avrebbero aumentato i prezzi.
Rino e Ilario, pur non avendo studiato, avevano una esperienza pratica di commercio. Sostennero che aumentare i prezzi sarebbe stato pericoloso. Avrebbero creato un mercato d'élite. Soltanto pochi privilegiati avrebbero potuto accedere all'asparago. Non si opponevano soltanto per una ragione di carattere ideologico: contraendo eccessivamente le vendite si sarebbe finito per diminuire i profitti. Il ferro andava battuto finché era caldo: piangeva loro il cuore di interrompere il flusso di verdoni che riempiva la cassapanca. Proposero di portare a due i posti di vendita - avrebbero reperito un altro tavolo da cucina e loro due si sarebbero divisi per dirigere ciascuno un mercato. Infine, si sarebbe dovuto aumentare il numero delle prestatrici d'opera che avrebbero lavorato sotto la direzione di Assuntina.
Assuntina si associò a Rino e Ilario. Disse: «Non ci sono soltanto studentesse, che, d'altro canto, forniscono una manodopera occasionale. Occorrono lavoranti fisse, che conoscano il mestiere. Tra le Figlie di Maria qualche vocazione ci sarebbe, ma bisogna attendere che maturino. Ci sarebbe di pronto una mia cara e vecchia amica di gioventù, Sandrina, che esercita nel paese vicino…»
Rino e Ilario avrebbero preferito non assumere manodopera fuori paese - i benefici della Società dovevano ricadere in loco. Un principio su cui non intendevano transigere.
La maestrina comprese ma non approvò l'amor patrio dei ragazzi. Disse che i popoli capitalisti, in quanto ricchi non lavorano ma fanno lavorare gli altri popoli, attingendo appunto nei serbatoi dei morti di fame che si disseminano un po' dappertutto.
Restò deciso che Assuntina si sarebbe recata il giorno dopo con la prima corriera da Sandrina per ingaggiarla come salariata fissa, senza percentuale sugli utili.
Prima di dichiarare chiusa la seduta, la signorina Myriam chiese informazioni di carattere confidenziale su Sandrina - più che mai fissata nell'idea di creare uno schedario tipo scolastico con i «fascicoli personali riservati».
Assuntina che aveva un debole per le confidenze, prese la parola e la tenne fino a notte tarda.

«Sandrina aveva un anno più di me, ma meno giudizio. Gambe slanciate da puledra, soda di fianchi e di poppe, sorrideva con le fossette alle guance. Gli uomini le ronzavano attorno come api al miele. Lei si era montata la testa - una testa piena di quella segatura dove fanno nido i grilli. Io glielo dicevo spesso: «Non farti incantare dalle belle parole dei maschi, sono tutti uguali, se non guardi dove metti i piedi, inciampa oggi inciampa domani, finirai per rompere la brocca». Si era messa a fare l'amore con Girolamo, uno che aveva la licenza dell'Avviamento, si classificava intellettuale e perciò non lavorava.
Girolamo se ne stava in piazza tutto il santo giorno, da un bar all'altro, come un gran signore. In attesa di partire per il servizio militare succhiava la pensioncina della madre vedova di guerra. Mica tonto, lui, andare a zappare grano o a pascolare pecore! Partito che fosse, l'avrebbero rivisto col cannocchiale in paese! Sarebbe tornato, sì, ma soltanto a bordo di una spyder rossa, col grado di ufficiale dei paracadutisti.
Sandrina si era lasciata incantare da quelle fanfaluche. «Tu sei diversa, non sei di razza tonta, ti voglio bene e appena sistemato tornerò a prenderti. Ti porterò in città, ti farò vivere in un palazzo dieci volte più grande del municipio, diventerai una gran dama piena di braccialetti e collane...»
Per fare le sue chiacchiere, Girolamo portava Sandrina dietro il muro del cortile. Lei aveva perso il lume della ragione, sognando il paradiso. Quando tutti dormivano, si alzava in silenzio, metteva uno scialle sulla camicia da notte, saltava la finestra del cortile e lo raggiungeva dietro il muretto.
Girolamo parlava parlava fin quando lei stanca frastornata socchiudeva gli occhi. Allora lui le infilava una mano sotto, la faceva avanzare lemme lemme e tentava di acchiappargliela.
Sandrina, che del tutto rimbecillita non era, gli fermava la mano e gliela rimetteva a posto, dicendo: «Continua a parlare della città, del nostro palazzo, della bella vita che mi farai fare, dei vestiti che indosserò, delle pietanze che mangeremo... mi piace tanto sentirtene parlare. Le mani, però, tienitele in tasca». E sospirava, riaccucciandosi sonnacchiosa con la schiena appoggiata al muretto.
A quel punto Girolamo si risentiva. «Ma come!? questo è il bene che mi vuoi? questa è la riconoscenza per tutto ciò che ho in mente di fare per te? No, tu non mi vuoi bene e non hai fiducia in me». E Sandrina replicava: «Certo che ti voglio bene, ma fiducia non ne ho perché non bisogna averne. Una cosa è l'amore e un'altra è la fiducia». Girolamo si innervosiva e faceva lo scandalizzato: «Ehi, dico! che malignità vai pensando? Io ti rispetto, sai, come una santa. All'altare di mattina, col velo bianco e davanti a tutta la gente, ti voglio portare!» E Sandrina: «Appunto per questo devi tenere le mani a posto». Girolamo borbottava: «Ma guarda tu che sospettosa! Io non desidero fare altro se non ciò che è lecito. Basta fermarsi in tempo. Capisci?» E la riabbracciava: «Vedi, noi stiamo abbracciati così, buoni buoni; che male c'è?»
Riprendeva allora a dipingerle il paradiso e a stringere e a palpare, strofinandosi come un gatto in fregola. Si faceva venire brividi, sussulti e stridore di denti come chi è preso da un attacco di febbre quartana. Sandrina se ne preoccupava e allentava le difese: «Cos'hai, bello mio? cosa ti succede? eh, ma tu stai male davvero!» E lui, con voce flebile: «Niente, non è niente... solo un male passeggero. C'è che la voglia naturale è troppa, ma preferirei morire che mancarti di rispetto. Per questo mi viene la crisi. Tu non puoi capire».
Quell'anima candida di Sandrina se lo prendeva allora tra le braccia e se lo coccolava e carezzava come una mamma: «Perché non ti fai visitare dal dottore? Tu devi averci una brutta malattia nervosa, bello mio». E il bellimbusto: «Ma no, è un fenomeno di natura, non capisci?». Sandrina non capiva, allora lui spiegava: «Bisogna giocare la natura, per darle sfogo», quindi lo tirava fuori e glielo strofinava tutt'intorno - dentro no, quando mai?! All'altare col velo bianco e i fiori d'arancio l'avrebbe portata...».
E gioca la natura oggi e giocala domani, Sandrina se l'era ritrovato dentro restando con la fune al collo. Girolamo a quest'ora avrà pure i gradi di generale, che la vocazione dello sfaticato c'era, ma in paese non è più tornato.


Don Antonio era uomo di parola. Un prete raro, da quel punto di vista. Si poteva dire anzi che nelle faccende che gli stavano a cuore manteneva più di quanto non promettesse. Per seguire da vicino il processo redentivo moltiplicò le visite alla maestrina. Nacque così tra loro una tenera amicizia.
La signorina Myriam e don Antonio trascorrevano insieme le ore morte del pomeriggio, quelle normalmente dedicate alla siesta. Il caffè coi biscottini dava il via alla conversazione; il marsala coi crostini imburrati la chiudeva.
Due anime espansive, bisognose di affetto - così si definivano - precipitati in un piccolo mondo sperduto e povero di spiritualità - così definivano il paese. Li accomunava lo stesso ideale missionario; il maestro è un po' sacerdote e viceversa - lo sosteneva anche l'articolo sette della Costituzione.
Don Antonio poteva considerarsi un prete rivoluzionario, pur senza trovarsi in contrasto con la storia, l'ideologia, la gerarchia, la prassi e i dettami di Santa Madre Chiesa, in quanto egli concepiva la rivoluzione come la crescita di un tenero germoglio nel robusto ceppo originario. Da tenero ideale germoglio sarebbero pollonati innumerevoli rami che avrebbero costituito il fronzuto albero della nuova chiesa. Di quale specie e varietà dovesse essere il germoglio da innestare, don Antonio non sapeva ancora con precisione - ci stava pensando.
Di questo interiore travaglio fece parte alla maestrina. Uno degli attributi del rivoluzionario germoglio era la gioventù. Per uscire fuori dai simboli, era necessaria la presenza della chiesa tra i giovani. Per esempio: oggi, i giovani fanno politica. Ergo, la chiesa deve fare politica con i giovani. se li si lasciasse soli a fare politica, chissà dove andrebbero a finire. Ma come arrivare ai giovani, divenuti scettici materialisti? Come fare per accattivarsi la loro simpatia e la loro fiducia? A queste domande, don Antonio aveva risposte ben precise e un programma di aggancio.
«Le nuove generazioni sono quelle che contano», assentiva la maestrina, forte della esperienza che si era fatta con l’attenta lettura delle Circolari ministeriali, «perché i giovani sono gli adulti di domani».
«Sì, ma che cosa vogliono i giovani?» chiedeva il vice parroco inzuppando il biscotto nel caffè. E si rispondeva: «Vogliono prima di tutto lavorare, farsi una posizione. Dopo lavorato, divertirsi santamente… lo sport, la musica, la radio, la tivù, gli scacchi - ha visto quanta passione per gli scacchi da qualche tempo? - e specialmente il teatro…»
Il pilastro portante della programmazione d'aggancio era il teatro. Con il teatro si potevano fare un mucchio di cose: tenere unito un gruppo, lanciare messaggi e ammonimenti morali e sociali senza fare politica, creare un dialogo con la comunità e infine raccogliere quattrini con la vendita dei biglietti. Il teatro era per don Antonio come quei motorini tedeschi «tuttofare», con base combinabile a centomila accessori, che di volta in volta diventano trapano, macinacaffè, sega, spruzzatore, lucidatrice, frullatore e così via.
In paese mancava un teatro - per la verità mancavano anche le fognature, l'ambulatorio e un servizio per la raccolta delle immondezze. La sala parrocchiale era quanto mai angusta, non si prestava alle scenografie moderne e poteva contenere si e no un centinaio di spettatori. Per edificare un teatro decente occorrevano molti milioni - quarantasette, secondo un calcolo approssimativo - che si sarebbero potuti raggranellare con l'aiuto di qualche buona anima del parlamento.

Nel giro di qualche settimana don Antonio si era accorto che la maestrina era al centro di un misterioso traffico e che nell'aria di casa stagnava olezzo di verdoni. L'intuito femminile aveva convinto la signorina Myriam della utilità di aprirsi al vice parroco: la Società dell'Asparago avrebbe potuto avere un prezioso collaboratore, forse anche un nuovo socio.
La maestrina si consultò con gli affiliati in una riunione straordinaria intorno al tavolo di cucina appena sparecchiato.
Rino e Ilario si mostrarono decisamente contrari all'idea di mettere a parte del loro segreto un prete - figuriamoci poi farlo entrare nella Società! D'accordo, si trattava di un prete rivoluzionario, niente affatto barbogio, che non obbligava i ragazzi a frequentare le lezioni di catechismo… ma sempre prete era.
Assuntina si schierò con la maestrina. Disse: «Amici della consorteria!» - avrebbe voluto usare il termine soccida, ma già un paio di volte la maestrina l'aveva corretta, perché tale sostantivo andava bene per allevatori di bestiame non per capitalisti - «Non è tutto oro quel che luccica, ovvero due più due non sempre fa quattro. Nessuno meglio di una come me può dire che cosa è un prete. Vi parlo per esperienza. Ho avuto occasione, più volte, di raccogliere le confidenze di don Antonio. Ci sono momenti nella vita di ciascuno in cui tristezza e sconforto macerano la coscienza, e allora cerchiamo disperatamente conforto in un contatto umano. In quei momenti, non rari, sono molti gli uomini che vengono a bussare alla mia porta. Liberato il corpo dalle sue esigenze, anche lo spirito è pronto a vuotarsi… Oh, se sapeste come io so le tristi vicissitudini di don Antonio!… All'età di tre anni, poverino, perse la mamma che adorava e venne chiuso in un orfanotrofio…»
Rino e Ilario capirono che Assuntina non avrebbe esitato a raccontare la vita romanzata del prete, per convincerli. Cascavano dal sonno, la giornata era stata faticosa; non desideravano altro che andarsene a casa e stendersi al calduccio sulla stuoia davanti al camino. A conti fatti, la mente direttiva era la maestrina. Se lei aveva proposto l'inserimento del prete nella Società, doveva certamente sapere quel che faceva. A parte ciò, arrivavano a comprendere anche da soli che la presenza dell'autorità religiosa rendeva sacra l'organizzazione - era come un parapioggia aperto che li avrebbe riparati da eventuali precipitazioni.
Parlò Ilario dopo essersi velocemente consultato con Rino. Disse: «Siamo disposti a ritirare il nostro veto. A patto che don Antonio venga coinvolto in modo diretto nel giro».
La signorina Myriam non afferrò il concetto della clausola. Disse: «Coinvolto come? Una volta che accetta di fare parte della Società come azionista è automaticamente coinvolto, no?»
Intervenne Rino: «Non basta. Deve fare il battesimo dell'asparago. Una prova da farsi davanti al consiglio. Dopo potrà considerarsi veramente un socio. Siamo anche disposti a esaminare favorevolmente l'idea del finanziamento per la costruzione del Teatro Stabile, con la compartecipazione agli utili, naturalmente».
La signorina Myriam si impegnò a rispettare le condizioni poste dai ragazzi. Assuntina si assunse l'onere relativo alla iniziazione. Avrebbero organizzato una festicciola serotina a base di asparagi; per tutto il resto si sarebbero rimesse nelle mani del Signore.

Messo a parte della prodigiosa scoperta, delle solide strutture capitalistiche che andavano sorgendo e delle prospettive di sviluppo della Società asparagica, il giovane prete rimase sbalordito.
Assuntina dovette correre a preparare un caffè ristretto e la maestrina ne approfittò per indossare la vestaglia da camera.
Le perplessità di don Antonio erano alimentate in particolare dalla recente Enciclica. In «quegli» asparagi, egli non escludeva lo zampino di Satana. L'Enciclica «Imanentia Diabuli Urbis et Orbis» metteva in guardia appunto sui pericoli derivanti dalla presenza del Maligno sulla terra. Non era da credere - come qualche teologo lassista sosteneva - che il Diavolo, superato dal progresso tecnologico che rendeva risibili e stregoneschi i suoi poteri, avesse deciso amareggiato di ritirarsi a vita privata. No, Satana non demordeva: si era evoluto trasformandosi appunto in progresso tecnologico - come già in passato si era camuffato da socialista, citando perfino il Vangelo.
La maestrina non aveva argomenti teologici da contrapporre; accavallò le gambe scoprendole un po' più su delle ginocchia e sorrise umettandosi le labbra con la punta della lingua. Disse che aveva fiducia nella Grazia che il Signore concede a ogni creatura e sostenne tout court la «Imanentia Dei». Infatti coi proventi di «quegli» asparagi si sarebbe potuto edificare il Teatro Stabile - l'innesto di quel germoglio che sarebbe diventato il fronzuto albero della nuova chiesa.
Don Antonio chiese di potersi raccogliere in meditazione per una decina di minuti. Diede una scorsa alla Dottrina per trovarvi conforto ideologico nel caso avesse deciso a favore della «Imanentia Dei». sant'Anselmo gli fu di grande aiuto, e ancor più il Sommo Teorizzatore del libero arbitrio. Le vie del Signore, come quelle attraverso cui passa il progresso di una comunità sottosviluppata, sono infinite e imperscrutabili agli occhi dei mortali - eccettuati il dott. Mansholt del Progetto 80 e il dott. Karrus del Piano di Rinascita.
Quella stessa notte si tennero i festeggiamenti in onore di don Antonio, nuovo membro della Società dell'Asparago. Assuntina e Sandrina con Rita, Silvia e Donatella, le tre studentesse pendolari, si prodigarono per rendere meno gravoso il compito della padrona di casa.

Tre mesi dopo venne inaugurato il Teatro Stabile completo di tutte le attrezzature, attori compresi.
Di buon mattino, una marea di gente sostava nei pressi del raccordo con la superstrada, ansiosa di vedere Monsignore col suo corteo.
Il macchione nero spuntò all'orizzonte d'asfalto a mezzogiorno in punto. Il vescovo ordinò all'autista di rallentare e di mettersi al passo - la strada comunale era bianca e quei gommoni levavano un polverone del diavolo togliendolo alla vista dei fedeli che si erano assiepati ai due lati per ricevere la benedizione. A un tratto, tra gli evviva della folla, si levò alto un grido di donna: «Signorino Raimondo!» Era Assuntina che nella mano ingioiellata benedicente aveva riconosciuto quella del padroncino.
Il Teatro Stabile di don Antonio fu inaugurato alle sette del pomeriggio, quando Monsignore e le altre Autorità convenute fecero ingresso nel salone e sedettero in prima fila. Sul palco addobbato di garofani bianchi raccolti dalle Dame di Carità nei cortili del paese, si avvicendarono i bambini dell'asilo e i ragazzini delle elementari, che recitarono a turno poesie scritte da Mimmino il sacrista, e le fanciulle del coro parrocchiale, belline in organdi rosa, calzine e scarpette bianche - tutte con le tettine in boccio, eccettuata Bonarina la figlia della guardia, tracagnotta popputa. Anche Monsignore ammise che stonava veramente in quel consesso di aeree libellule.
Fu quella la prima volta che le Autorità citarono ufficialmente la Società dell'Asparago, definendola «intrapresa economica e sociale avente per scopo la redenzione della comunità». Il vescovo ebbe parole di paterno elogio per l'impegno e l'abnegazione mostrati dalle dilette pecorelle; e altre parole di compiacimento ebbe per i frutti che cominciavano a maturare e a raccogliersi, lodando il rispetto dello «Jus primitiae» alla Chiesa, riconosciutole col dono del Teatro Stabile.
L'onorevole Trabuchetti, in rappresentanza del governo, cominciò col fare una analisi delle comunità sottosviluppate; passò quindi a illustrare le teorie governative di sviluppo delle stesse, sottolineando che in pratica è dalla base che deve partire la spinta di rinnovamento economico, e che dove tali spinte esistono - aiutati che il governo ti aiuta - egli avrebbe studiato appropriate incentivazioni. Concluse ricordando che il governo anche quando sembra distratto e assente non perde mai d'occhio i propri figli, neppure i più disgraziati. Essi, in qualunque tragico frangente si trovino, non devono mai disperare ma attendere con serena fiducia.

Alla prima riunione del consiglio di amministrazione parteciparono don Antonio e Sandrina.
Nella sua qualità di presidentessa, la maestrina dichiarò aperta la seduta. Disse: «Un'era di prosperità si schiude per la nostra Società e per la comunità tutta. La fondazione del Teatro Stabile appartiene ormai al passato. Seguiranno presto altre opere che nel breve volgere degli anni trasformeranno questo lurido villaggio di beduini in una ridente cittadina, forti anche dei lumi di Santa Madre Chiesa qui rappresentata dal nostro beneamato don Antonio. Sono contraria alla accumulazione passiva di capitale e favorevole agli investimenti immediati - non si sa mai col fluttuare della lira, l'inflazione, voi mi capite, meglio non correre rischi»
Don Antonio chiese a quanto ammontasse il capitale della cassapanca.
«Trecentoventisette miliardi e quindici milioni arrotondati», rispose la maestrina. E vista la faccia incredula del prete scrisse sul quaderno la somma in cifre e in lettere.
«Con tale somma potremmo edificare il tempio più maestoso che mai abbia glorificato il Signore!» esclamò estatico. Quindi, con un lampo rothschildiano aggiunse: «Potremmo perfino prestare soldi ai paesi depressi, contribuire alla salvezza delle istituzioni in pericolo…»
Rino lo interruppe: «Eh, no, basta coi doni al Signore. In virtù dello Jus Primitiae dovuto alla Chiesa, la prima mano se l'è beccata lei - e speriamo che l'investimento sia stato redditizio, si dia da fare, reverendo, con la sua filodrammatica e con la vendita dei biglietti. La nostra è una società capitalistica, caro reverendo, non una pia opera di beneficenza - come il governo che dà i quattrini a fondo perduto». Il ragazzo scrutò il viso della maestrina, ne colse l'assenso e proseguì: «Non ci scambi per radicali, qui vale la legge del profitto. L'abbiamo imparata dalla maestra e in particolare da Rockfeller, grande benefattore dell'umanità. Pertanto propongo la costruzione di un ponte in cemento armato che attraversi l'autostrada, unendo il paese alla campagna circostante. Voi sapete quanto sia problematico per contadini e pastori attraversare quel fiume di macchine. Non c'è giorno senza che qualcuno ci lasci una mano, un piede o tutta intera la pelle. Un ponte bello largo, che consenta agevolmente il transito a chi va e a chi viene, con greggi, armenti, branchi, carri e attrezzi. Sarebbe utile sotto tutti i punti di vista».
«Utile sì, lo riconosco. Ma a noi come Società che cosa ne entrerebbe?» disse don Antonio.
«E' semplice», rispose Ilario. «Faremo pagare il pedaggio differenziato a seconda delle categorie sociali, delle specie animali e del tipo di veicolo. Mi spiego: se si tratta di veicoli, valuteremo il pedaggio in rapporto al loro costo sul listino dell'usato; se si tratta di animali, a seconda del loro valore sul mercato; se si tratta di cristiani, pagheranno in rapporto al volume del portafoglio. Faremo sconti per comitive turistiche. Sappiamo che anche nelle autostrade si fa così. Per rifarsi dei soldi spesi per costruirle, i capitalisti fanno pagare l'uso per trent'anni prorogabili, dopo diventerà pubblica. La stessa cosa faremo noi col ponte. Sulla questione dei trent'anni, io e Rino abbiamo ancora qualche dubbio. Dovremmo far meglio i conti, moltiplicare la quota media dei pedaggi per il numero medio dei transiti giornalieri, poi moltiplicare per tutti i giorni compresi in trent'anni; quindi sottrarre il costo del ponte più le spese di manutenzione e di esercizio. Se trent'anni sono pochi, li porteremo a cinquanta».
La maestrina guardò con ammirazione i suoi due scolari: si sentiva orgogliosa dei progressi che andavano facendo sotto la sua guida.
L'idea fu giudicata buona da tutti i membri e approvata. Avrebbero bandito il concorso per l'appalto entro il mese.
Sandrina chiese la parola per proporre l'acquisto del bosco ai margini della superstrada, dove lei, Assuntina e le tre studentesse pendolari erano costrette a lavorare in posizione veramente scomoda, data la natura pietrosa del terreno. Acquistata l'area, vi si sarebbero potute costruire una ventina di villette con riscaldamento - meglio abbondare in vista degli sviluppi. Non sarebbe stato male anche un ristorante, dove recarsi a consumare i pasti, considerando che una donna che esercita una professione non ha il tempo per fare la casalinga.
Rino intervenne: «Capisco i vostri problemi donneschi e solidarizzo con voi. Tanto più se le vostre aspirazioni coincidono con un aumento dei profitti. Però, - come diceva Rockfeller - è bene non rincorrere due lepri insieme. Appena ultimato il ponte, il primo buco da turare sarà il vostro: compreremo il bosco e costruiremo le villette. Intanto, per occupare venti villette occorrono sette inquiline per venti, cioè centoquaranta professioniste in pianta stabile, più - direi - una trentina di supplenti. Datevi da fare per stimolare le vocazioni, aumentare le reclute e addestrarle al compito».
La maestrina stava per dichiarare chiusa la seduta, quando Assuntina alzò stancamente la mano per significare che aveva una comunicazione da fare. Disse: «Cari amici della consorteria. Vi siete accorti certamente che durante tutta l'ora sono stata zitta e che nessun contributo ho potuto dare ai lavori di programmazione degli investimenti. Il fatto è che ho un problema personale che mi assilla. Ho nel cuore il signorino Raimondo. Voi non potete immaginare quale gaudio per me averlo rivisto Monsignore dopo tanti anni, con l'anello piscatorio, l'infula, il pastorale, la mitra e tutto il resto…»
«Ti comprendiamo», disse la signorina Myriam. «Esamineremo il tuo caso. Oltre tutto, sgombri da assilli personali diventiamo più efficienti. Vedremo di darti una mano, abbiamo con noi don Antonio, non sarà difficile farti avere un abboccamento con il tuo ex padroncino. Intanto che ti accingi a vuotare il sacco, Sandrina vai in cucina e porta il caffè: ti ascolteremo più attentamente».

«Se ripenso al signorino Raimondo mi viene un languore nelle viscere:non so bene se nostalgia o altro. Il signorino Raimondo, prima di farsi prete, era un poeta, una di quelle creature macilente che non sorridono mai e piangono sempre. Piangono sulla loro giovinezza che credono di avere persa quando sono ancora giovani. Quando la giovinezza è perduta davvero, vorrebbero essere ancora giovani ma non ce la fanno più, e allora da capo a piangere. E stavolta a ragione. Perciò si danno alla politica, e diventano magari onorevoli o monsignori.
Non si deve meravigliare che io conosca per filo e per segno la vita di tanti poeti, senza essere mai andata a scuola. Mi ha insegnato il signorino Raimondo, che mi ha fatto leggere tanti libri. Romanzi sentimentali di ogni genere e specialmente poesie. Ho una grande simpatia per i poeti, poverini, mi fanno tanta pena con la loro tristezza. Per esempio Leopardi, quando dice «che pensieri soavi, che speranze, che cori o Silvia mia», che è esattamente quello che io sento ripensando al mio padroncino. Io credo che gira e rigira sono uomini che non riescono a trovare uno sfogo naturale.
Conobbi il signorino Raimondo la prima volta che andai a servire. Avevo quattordici anni, non sapevo neppure dov'ero messa. Mi aveva accompagnato mia madre, di sera dopo cena per non sembrare morti di fame che chiedono da mangiare prima di aver lavorato. Mi aveva lasciato lì, in casa di quei signori, dicendomi: «Cerca di lavorare e di essere ubbidiente in tutto, e ricordati che alla prima lamentela dei tuoi padroni vengo qui e ti taglio il collo». Io non ce la facevo a lasciare casa mia. Avevo il cuore a pezzi e lo stomaco chiuso, ed ero senza lo sfogo del pianto, ché da quel lato sono sempre stata una disgraziata: le lacrime non mi vengono fuori. In famiglia pativo fame e freddo e bastonate, ma ci stavo bene, coi fratellini e con le sorelline, e ogni mattina all'alba cantavo scopando l'acciottolato del cortile e dando la crusca alle galline.
Il signorino Raimondo stava sempre chiuso in camera sua, rintanato dietro il tavolo pieno di libri e di carte. Leggeva, studiava, scriveva poesie e non faceva altro. Io pensavo: ma perché non se ne esce in campagna a prendersi il sole e a respirare aria pura - ma non osavo dirlo. I genitori e tutto il parentado lo portavano a esempio, dicevano che era un genio, Leopardi redivivo. A diciassette anni aveva già scritto tante poesie che non ci stavano più dentro l'armadio. Ne scrisse una anche per me, dove dice che i miei occhi brillano come stelle... La conservo chiusa nello scapolare che porto appeso, insieme alla reliquia di santa Rita.
Era bello, bianco di carnagione come una femmina ma con due occhi neri mascolini che mi facevano svenire appena mi guardavano. Anche i capelli aveva neri e ricci. Quando sorrideva muoveva le labbra come in una smorfia di dolore - questo lo faceva diventare ancora più bello. Mi chiamava qualche volta per portagli da bere: acqua, limone e un pezzetto di ghiaccio. Prendeva il bicchiere senza distogliere lo sguardo dal suo lavoro e se lo poggiava sulla guancia - ma la sua mano tremava, prendendo dalla mia mano il bicchiere. E non capivo perché, allora. Restavo a guardarlo, aspettando che bevesse. Beveva a piccoli sorsi, per placare l'arsura delle labbra. Aveva le labbra rosse tumide.
Una volta presi il coraggio a due mani e gli chiesi che cosa stesse scrivendo. Sorrise e disse: «Tu non puoi capire perché sei ignorante». Era una risposta cattiva e si pentì, perché aggiunse: «Però hai una espressione intelligente. Potrei insegnarti a leggere e a scrivere. Ti piacerebbe? » Mi sembrò di toccare il cielo con un dito. Dissi subito di sì. Lui cambiò espressione: «Però non sarà facile. I miei non lo permetteranno. Tu sei una serva e non sta bene che io mi metta con te. Se ne parlassi io a mia madre, chissà cosa penserebbe. Capisci? » Scossi la testa per dirgli che non capivo. Riprese: «Ho capito io. Se vuoi che ti insegni a leggere e a scrivere dovrai essere tu a chiederlo a mia madre. Potrò farti un'oretta di lezione dopo cena, quando avrai finito di sparecchiare e di riordinare... Potrai così leggere e forse anche capire ciò che scrivo». Avvicinai la faccia al foglio su cui stava scrivendo: mi pareva di cominciare già a decifrare quei misteriosi segni che mi avrebbero svelato le meraviglie del paradiso.
Il signorino Raimondo aveva concluso: «Se ne parli con la signora e lei dice di sì potremo iniziare stasera stessa». Io annuii senza parlare, tutta contenta e piena di riconoscenza sentendo la sua mano che mi andava su e giù dolcemente per il fianco. Aspettavo immobile che dicesse altre parole o che smettesse di accarezzarmi o che mi mandasse via. Invece aveva riabbassato la faccia sulle carte, senza leggere o scrivere, tenendo sempre la sua mano sul mio fianco. La muoveva leggera tremante, e quel contatto mi faceva venire i brividi. La sua mano non saliva e non scendeva oltre i limiti. Mi palpava con delicatezza, quasi con rispetto - non alla arraffa arraffa, come usano fare certi ragazzi d'oggi - e ne ero lusingata. A un certo punto, la sua mano si fermò sulla mammella sinistra, la strinse e cominciò a gemere e ad agitarsi come per un attacco di epilessia. Lo guardai. Aveva la testa tesa all'indietro, la bocca socchiusa e ansimava. Mi fece spavento, perché allora non sapevo nulla della vita. Dissi: «Signorino, lei si sente male, beva un po' d'acqua che le passa». Non sembrò gradire le mie attenzioni. Si ricompose, divenne cupo e mi disse di andarmene, che aveva da scrivere e voleva essere lasciato in pace.
Imparai a leggere e a scrivere con la sua pazienza. Le prime parole che scrissi furono parole d'amore. Le sue poesie furono il mio sillabario. Era un giovane strano. Alcuni dicevano che era "toccato dal martello di sant'Amadio". Aveva la testa piene di idee che sembravano un sogno di farfalle. Quando i suoi genitori lo rimproveravano per qualcosa, restava freddo impassibile. Altero e sdegnoso, socchiudeva le labbra in un sorriso ironico, e non replicava mai, neppure quando aveva ragione. Se ne tornava in camera sua, si rincantucciava dietro il tavolo e scriveva. Più era triste e più scriveva. Era triste di natura, il signorino Raimondo: ogni volta che finiva di farmi lezione, mi metteva la mano sul fianco e sospirava.
Quando gli restava del tempo, mi leggeva le sue poesie. Non capivo molto bene il concetto, ma erano molto belle da ascoltare: aveva una voce calda, un po' roca. Leggendo si commuoveva, e allora la sua mano mi carezzava più forte. Non andava mai però oltre il lecito, soltanto carezze con la mano. Eccettuata una volta, la prima e l'ultima.
Successe di pomeriggio - un pomeriggio d'estate. Il levante afoso mozzava il respiro e toglieva la forza anche di pensare. I padroni si erano messi a letto a riposare, per alzarsi col frescolino della sera. Finito il mio lavoro, entrai in camera del signorino con la scusa di riordinare. Il signorino Raimondo riposava leggendo. Dovette udirmi entrare, ma non si mosse, chino sopra un librone con le mani tra i capelli scarruffati. Ero molto curiosa di tutto, e così mi avvicinai per sbirciare nel librone. C'era una figura che occupava tutta la pagina: due giovani, maschio e femmina, abbracciati nudi, che sembrava volassero trascinati in un turbine di vento, e tutti e due avevano una ferita sanguinosa nel petto. «Chi sono? » chiesi sottovoce, impietosita e turbata. Levò appena la testa. Disse: «Sono Paolo e Francesca. Due che si amavano e che non dovevano amarsi. Lo facevano di nascosto. Il marito di lei, che era il fratello di lui, li trovò insieme e insieme li uccise. Insieme, abbracciati, precipitarono nell'inferno». «Poveretti» esclamai con i lucciconi. Il signorino si drizzò sulla sedia, mi puntò l'indice sul petto e con un tono di voce strano mi disse: «Se i miei ci trovassero me e te, facendo ciò che facevano Paolo e Francesca, ci ucciderebbero così e insieme andremmo all'inferno... » Aggrottò la fronte e mi appoggiò la mano tra le mammelle: «La spada bucherebbe qui... » Io inghiottii saliva e rabbrividii. «Sarebbe doloroso e tragico, il tuo seno bianco macchiato di sangue... » Si era trasfigurato, parlando: gli si erano inturgidite e imporporate le labbra e le guance, e gli occhi gli si erano accesi. Metteva soggezione a vederlo così. Sentii le ginocchia piegarmisi, quando mi aprì la camicetta, mi scoprì e mi toccò le mammelle. Pensai che volesse vederne il biancore, e lo lasciai fare. E poi, a dire la verità, mi piaceva farmi toccare.
D'un tratto si levò in piedi, mi prese e mi abbracciò sospirando. Nessuno mi aveva mai abbracciato prima di lui, neppure mia madre. La testa cominciò a girarmi. Sarei caduta per terra svenuta, se lui non mi avesse sorretto e se non ci fosse stato alle mie spalle il letto. Sdraiata, con gli occhi chiusi, aspettavo che mi abbracciasse ancora.
Dopo un bel po' che aspettavo, riaprii gli occhi. Lo vidi davanti al letto con una ciottola d'acqua e una pezzuola nelle mani. Voleva farmi gli impacchi freddi sulla fronte per farmi rinvenire. Che bambini eravamo tutti e due, Signore benedetto! Dissi: «Non è niente, non si preoccupi, è stato un momento di debolezza, forse il levante». Si rinfrancò. Sedette sulla sponda del letto e mi prese una mano chiedendomi perdono per aver fatto cose brutte. «Cose brutte? » dissi, «che dice mai, signorino? A me sembrano tanto belle... » A quelle parole sorrise e ricominciò ad accarezzarmi. Stavolta lo fece meglio. Si sdraiò al mio fianco, mi carezzò, mi baciò e succhiò i capezzoli. Finito che ebbe di succhiare, sollevò la gonna e mi aprì le cosce. Spostò le mutande e me la frugò tutta. Io cominciai a gemere e a contorcermi tutta e lo abbracciai forte. Si abbassò i calzoni e anche lui mi abbracciò forte. Eravamo proprio come Paolo e Francesca...
Fu in quel preciso istante che entrò la signora. Gettò un urlo, mi prese per i capelli, mi strappò dal letto e mi trascinò sul pavimento fino alla cucina. «Corri subito a fare fagotto», disse. Io non pensavo tanto a me, in quel momento, quanto al signorino. Avrei dato la vita, per risparmiargli anche un solo rimprovero. Lo ricordo ancora, poverino, accoccolato nel letto, paralizzato dal terrore.
Non l'avevo più visto, da quella volta. Ora l'ho rivisto, finalmente. Ed era anche più bello, in pompa magna, in mezzo a due ali di folla inginocchiata... Anche io mi sono inginocchiata e ho allungato una mano per sfiorarlo con le dita, Monsignore... Come sono passati quei giorni! Avevo un modo pulito di vedere, allora. Col tempo mi sono fatta la pelle dura e gli occhi mi si sono incupiti... Una cosa sola vorrei, rivederlo prima di morire, parlargli del nostro tempo, leggere insieme qualche poesia... mi rattrista pensare che forse l'altro giorno il signorino Raimondo non mi ha neppure riconosciuta, che forse neppure si ricorda di me».

La signorina Myriam abbracciò commossa Assuntina, le carezzò i capelli grigi e disse: «Via, non disperare, comprendo il tuo stato d'animo. Ti siamo vicini tutti - vero don Antonio?»
Anche i ragazzi erano commossi. Rino disse: «Accidenti che scalogna! poteva entrare dieci minuti più tardi quella strega! Dev'essere stata una bella frustrazione, per tutti e due. Comunque, su con la vita! Dio provvederà, e se non provvede lui provvederà don Antonio».
Il vice parroco si era commosso soltanto dal lato umano. Dall'altro lato disse: «Piano, ragazzo, non bestemmiare. La Chiesa riconosce sì l'amore, anzi col matrimonio lo santifica, ma non ammette il rapporto carnale - voi mi capite - in quanto esuberanza dei sensi eccetera. Dico, scherziamo? farmi fare il ruffiano, favorire un incontro tra una peccatrice e un Vescovo! Se si trattasse di favorire un incontro platonico , non dico di no…»
Rino esplose: «Eh, no, caro reverendo, lei predica bene e razzola male. Quando le fa comodo, le va a cercare lei le peccatrici. E il battesimo dell'asparago? Altro che rapporti platonici…»
Don Antonio stava per replicare, quando la maestrina credette giunto il momento di fare ricorso alla dolcezza. Disse: «Don Antonio, via, non essere severo con Assuntina. Ricorda il Vangelo, molto ti sarà perdonato perché molto hai amato… Alla Maddalena fu concesso un incontro con il Divino Maestro. Diamo anche ad Assuntina questa occasione. Ciò che accadrà apparterrà alle loro coscienze. E' vero, la nostra è una società fondata sul profitto, ma almeno tra noi soci aiutiamoci… Don Antonio, trattieniti un pochino stasera, appianeremo insieme i nostri dubbi».
Ilario, che nel frattempo si era consultato con Rino, disse: «Da ciò che abbiamo capito, il desiderio di Assuntina è di incontrarsi con il signorino Raimondo, ora Monsignore, per rievocare insieme i tempi passati. Visto che Don Antonio si è convinto a darti una mano, domani stesso si recherà in Curia per ottenere una udienza. Ciò fatto, nel giorno stabilito, tu Assuntina ti presenterai e per il resto farai tu. L'esperienza adesso non ti manca. Io e Rino siamo dell'avviso che per mandare in porto l'operazione evitando frustrazioni sia bene che ti porti un bel mazzo di asparagi. Chiederai a Monsignore la grazia di cucinarglieli e di servirglieli a tavola tu stessa».
A sei mesi di distanza si ebbero le prime ripercussioni in Parlamento. La polemica dell'asparago divampò spaccando in due il paese. Nacque la corrente dissidente nella sinistra governativa, all'interno del partito di maggioranza. Gli scissionisti capeggiati dall'onorevole Trabuchetti minacciavano un'alleanza extra-governativa con la sinistra dell'opposizione, se il governo avesse disatteso ancora le istanze popolari. La crisi di governo, che con gli anni si era stabilizzata, entrò in una fase di virulenta instabilità e minacciò di far franare l'ordine costituito, per cui si rendeva necessario l'inasprimento fiscale, la contrazione dei salari e la riconversione delle industrie. Una situazione ideale per la destra che soffiava sul fuoco, rispolverando i mitici tempi in cui l'uomo non aveva bisogno dell'asparago per menare il manganello.
La polemica divampò furiosa bruciando ogni altra preoccupazione, compresa quella della ricorrente epidemia di colera. I giornali andavano a ruba. Nelle bettole e nei bar la vendita degli aperitivi alcoolici salì a cifre mai prima raggiunte. Si polemizzava da tutte le parti. La gente negli stadi anziché seguire le partite di calcio si azzuffava pro e contro l'asparago. Il referendum abrogativo sulla pillola venne rinviato a furor di popolo per essere sostituito dal referendum sull'asparago.
A seguito di indagini effettuate personalmente dal ministro di giustizia, apparve un documentato servizio sulla terza pagina del «Corriere del Popolo», l'organo ufficiale della borghesia nazionalista.
«La scienza non ha dubbi!» - vi si leggeva - «L'asparago e i suoi derivati rappresentano un terrificante pericolo per l'equilibrio biologico umano e per la ecologia morale e sociale. Alcuni dei fenomeni di degradazione umana che si vanno sempre più diffondendo (omosessualità, obiezione di coscienza, svalutazione della verginità, furti di auto e accessori, bolscevismo, rapine e sequestri di possidenti, divorzi) sono una conseguenza accertata dell'uso della droga asparagica».
Alle grida di allarme del «Corriere del Popolo» ne seguirono subito altre. Una importante Casa distillatrice di alcool sintetico, un noto Istituto farmaceutico produttore del testosterone biscarpionato e una Società assistenziale a responsabilità illimitata promossero una campagna radio-tivù con una serie di caroselli che concludevano facendo il punto sulla questione: «Gli effetti dell'Asparagus officinalis sull'organismo umano sono spaventosi: l'intelligenza ne esce spappolata, l'equilibrio psichico dissestato, il fisico distrutto. Rimuove e scatena gli istinti primordiali, favorisce le spinte criminogene (quest'ultima frase, si seppe tardi, era stata coniata dal senatore Plafundi - nda), e favorisce l'insorgere di alcune turpi malattie: il tracoma, la lebbra, la tabe, la sifilide, la tbc, le emorroidi e il tricomas purulento».
Alcuni deputati di destra si riunirono in seduta urgente per presentare un progetto di legge tendente a conservare gli articoli del codice relativi alla difesa della integrità della Razza.
«L'Unione Sera», quotidiano della opposizione, si schierò cautamente dall'altra parte della barricata.
«La rivoluzione proletaria» - si leggeva nell'editoriale - «raggiunge ormai anche le zone depresse. Al rapporto di lavoro schiavista col latifondista che vorrebbe mandarli a zappare per duemila lire, i giovani preferiscono emigrare per diventare così veri proletari, e quelli che restano si organizzano in proprio, promuovendo imprese economiche, pianificando su schemi marxisti che aboliscono il profitto a vantaggio della comunità.
Appena raggiunta l'età dei dodici anni, corrono a frotte sui monti, tagliano legna riducendola in fascine per rivenderle la sera a duecento lire l'una. I più intraprendenti - fanciulli nati con lo stakanovismo nel sangue - ne portano a spalla fino a sei: duecento per sei fanno milleduecento. Più redditizi sono i funghi, che sul mercato hanno raggiunto la quota di lire mille al chilo. Si vendono bene nelle stazioni ferroviarie ai lavoratori pendolari che non hanno il tempo di andare a fare la spesa al mercato. Se fossero incentivati dallo Stato, i nostri ragazzi coltiverebbero e venderebbero funghi tutto l'anno, contribuendo a contenere il rialzo dei prezzi. Purtroppo sono lasciati in balia di se stessi, senza cantine e senza micelio: e al naturale - si sa - i funghi spuntano soltanto dopo le piogge autunnali.
Ecco dunque come sono disattese dal governo le legittime aspirazioni di progresso delle nuove generazioni! Eppure, questi nostri ragazzi proletari hanno fede nella Scienza e nella Tecnica. Diciamolo pure: la scuola borghese è in crisi, slegata dagli interessi reali della comunità. Alla scuola i ragazzi preferiscono la campagna, il sano lavoro all'aperto, dove sognano l'edificazione di fabbriche per la lavorazione e la conservazione dei prodotti.
L'avvicendarsi delle stagioni segna il ritmo della produzione naturale - questo si sa.
D'estate, i nostri ragazzi raccolgono cipolline e carciofini, molto apprezzati nei mercati stranieri, conservati in olio e aceto.
In autunno prevalgono i funghi. Ma non vanno dimenticate le lumache, che alle prime piogge escono da sotto i muretti a secco e dalle sterpaglie per pascolare. Una menzione meritano i fichidindia, che costituiscono non solo la base dell'alimentazione del maiale familiare, ma trovano sistemazione nei grandi mercati della città tra le frutta esotiche.
In inverno rosseggiano i corbezzoli e nereggiano i mirti ancora poco diffusi perché ritenuti indigesti: con una spruzzata di limone e una spolverata di zucchero sono più saporiti delle fragole e certamente più nutrienti.
In primavera gli asparagi, divenuti oggi famosi in virtù delle sostanze energiche che contengono. I ragazzi li raccolgono tra le siepi e ai margini dei muretti. Ne fanno tanti mazzi equamente calibrati e li vedono a cinquecento lire l'uno. Sostano ai margini della superstrada e agitano il loro prodotto davanti alle auto che passano. Questi ragazzi sono l'avanguardia sottoproletaria dell'intelligenza imprenditoriale del proletariato. Hanno scoperto, senza analisi di laboratorio, con la semplice osservazione diretta, le proprietà corroboranti dell'asparagina. Si dica quel che si vuole: l'esperienza ha provato che l'uso metodico dell'asparago - specie se soffritto in grasso di montone - rimuove i blocchi prodotti dalla civiltà repressiva capitalistica.
E' di questi giorni la notizia di un convegno promosso dal vice parroco don Antonio cui hanno partecipato oltre ottanta sacerdoti del dissenso, dove si auspica l'avvento di un sistema sociale che santifichi nell'uomo il Sommo Creatore. Un sistema sociale - aggiungiamo noi - che se da un lato aliena, reprime e rilassa, per altri versi agita e rende convulsi. Rompe cioè l'equilibrio del cittadino. se tende i nervi, si usa il carciofo - altro prodotto proletario che si è già diffuso nel mercato. Se li rilassa, si usa l'asparago. E' la stessa natura proletaria, quindi, che provvede a superare le contraddizioni del sistema. E l'applicazione pratica di tali prodotti non è altro che prassi della dialettica marxista della natura».
Esattamente due giorni dopo la crisi di governo - come si è detto - i dissidenti della maggioranza, capeggiati dall'onorevole Trabuchetti, si riunirono a Villa Doria e diedero vita alla corrente della sinistra governativa.
La sinistra della opposizione gongolava. «Avete visto? La nostra politica del dialogo comincia a dare i suoi frutti. Il nemico si sgretola sotto la spinta delle sue stesse contraddizioni che noi, col dialogo, abbiamo evidenziato».
Il partito governativo della maggioranza assorbì prontamente il colpo. La segreteria nazionale si riunì d'urgenza, decretò lo scioglimento del governo antiasparagico di centro-destra varando seduta stante un governo asparagico di centro-sinistra. L'onorevole Trabuchetti fu eletto presidente del consiglio.
In occasione della seduta parlamentare per la votazione di fiducia, il nuovo governo mostrò subito il suo impegno progressista. I ministri, pur essendo gli stessi del precedente governo, sedettero spostati di un bel po' a sinistra, comprimendo la sinistra dell'opposizione all'estrema destra. Inoltre, dimesso il doppio-petto grigio con cravatta, indossavano blue-jeans e maglioni a collo alto di taglio radicale.
L'onorevole Trabuchetti tenne il discorso di prammatica sulle opposizioni ideologiche e sul programma.
«Onorevoli colleghi, fonti male informate o forse tendenziose hanno diffuso nel paese notizie circa una nostra presunta collusione con la sinistra dell'opposizione, che è e deve restare in quarantena fino a quando non avrà assimilato i valori democratici. Per noi, sinistra significa progresso democratico programmato e ordinato secondo modi e tempi da definirsi nel rispetto delle Istituzioni».
Dopo aver dissertato sulla teoria degli opposti estremisti, l'onorevole Trabuchetti attaccò col programma. Esaminando la questione delle aree sottosviluppate - pupilla dell'occhio governativo - disse che «è ormai tempo di rispondere al grido di dolore che da secoli si leva da quelle infelici lande. Noi risponderemo con una serie articolata di investimenti, incentivando l'iniziativa privata, rafforzando e rendendo più funzionali gli Istituti pubblici esistenti, uffici delle imposte e caserme».
Soffermandosi sulle incentivazioni alle imprese locali, citò la Società dell'Asparago, «una iniziativa esemplare, meritevole di tutta la nostra attenzione per i risvolti anche economici che si rilevano».
Al momento della fiducia, la destra votò contro. La sinistra dell'opposizione si astenne per non compromettere il dialogo.

Nella serie dei decreti legge varati dal nuovo governo, il primo riguardava le incentivazioni alle Società per azioni operanti nelle aree sottosviluppate.
La sera precedente, l'onorevole Trabuchetti si era recato con miss Amalia in visita privata nella villa della signorina Myriam, portando in anticipo la lieta novella.
L'incontro, cui parteciparono tutti i membri della Società in abito da sera, si tenne nel Salone degli Specchi - un vasto ambiente arredato alla turca dove periodicamente venivano controllati gli effetti dell'asparago nel tempo e in rapporto al variare delle stagioni.
In un clima di cordialità miss Amalia rievocò la notte dell'asparago mettendo l'accento sui meriti che andavano ai due giovanissimi imprenditori Rino e Ilario nei rafforzati legami familiari dell'onorevole. A suo nome lei esprimeva riconoscenza, e proponeva l'ingresso nella Società di tanto sensibile e importante uomo.
Rino e Ilario accolsero la proposta con entusiasmo - valutato anche l'apporto che miss Amalia avrebbe potuto dare nei periodici esperimenti.
Dopo lunghe laboriose trattative, si arrivò a una ristrutturazione della Società. Un notaio, giunto appositamente dalla capitale, stese lo statuto e raccolse le firme. Ci fu anche un rimpasto nelle cariche sociali. Fu eletto presidente l'onorevole Trabuchetti, don Antonio vice presidente e la maestrina segretaria.
Prima di chiudere la laboriosa seduta, si parlò della inaugurazione del ponte sulla superstrada, i cui lavori erano ormai ultimati. Nella Buick nuova di rappresentanza, Rino e Ilario con l'onorevole: avrebbero aperto il corteo tagliando il simbolico nastro all'ingresso del ponte. Dell'acquisto del nastro si sarebbe occupata Sandrina, che avrebbe anche scelto il colore, preferibilmente verde o bianco - da evitarsi nel modo più assoluto il nero e il rosso per rispetto al principio governativo di chiusura agli opposti estremismi.
La discussione stava per degenerare sulla questione della seconda macchina. Alla fine si votò per l'auto di Monsignore, a fianco del quale avrebbe trovato posto Assuntina, che aveva superato le frustrazioni.
La terza auto del corteo sarebbe stata la Mercedes della maestrina, che avrebbe ospitato anche don Antonio. Al quarto posto, un'auto con la rappresentanza militare - un ammiraglio e due generali erano già in elenco. Al quinto posto Sandrina, le tre studentesse pendolari e un seguito di Figlie di Maria.
Il popolo festante avrebbe chiuso il corteo.

 

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