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10 - La casa del sole

 

L'ultima notte avevo ingoiato una manciata di sedativi per ammorbidire le schegge di un'angoscia senza volto, e mi ero risvegliato nei labirinti della droga, in un carosello di sessi di carta pattinata.
Mi alzai col cervello piatto, i sensi ottusi, la bocca amara impastata. Per un bicchiere d'acqua fresca avrei dato la coupé otto cilindri arroventata sotto casa. Il frigo si era guastato durante la notte. Dal rubinetto veniva un filo tiepido clorato.
Mi vestii meccanicamente… «Si mette in moto schiacciando un bottone, se si inceppa telefonare al 619619 SCRI, Servizio Controllo Revisione Impianto - L. 5.000».
Presi le anfetamine di tipo autorizzato e uscii. Il sole sfocato di grigio già superava i cornicioni degli attici e fondeva l'asfalto. Un brulichio di merli appiccicati al vischio: qualcuno crepava torcendo il collo, cercando azzurro di cieli e verde di boschi.
Socchiusi gli occhi alla luce violenta. Il traffico era assordante arido, senza l'iridescenza umida di gocce della cascata del Niagara. Mi si contrassero dolorosamente i muscoli della faccia, tesi a proteggere i sensi violentati… La sporca guerra: l'uomo resiste a tutto, al fosforo che gli rode le carni, alle pinze che gli strappano le unghie, se non si è mozzato la lingua coi denti per sputarla ai piedi dell'aguzzino, e sopravvive per eiaculare angoscia nel ventre di una femmina e generare mostri.
Mi ritrovai in un piazzale di periferia. Sui campi isteriliti, ai margini di una montagna di rifiuti plastificati, sorgeva uno scheletro di cemento. In mezzo, una tettoia di Eternit ondulata poggiava su telai di ferro. Mi avvicinai al chiosco interno ancorato a due pilastri - funzionalità: merda liofilizzata, più aroma di democrazia, uguale denaro.
«Un biglietto», dissi allungando i soldi nel pertugio.
«Per dove?», borbottò una faccia malata da dietro la visiera.
«L'ultima fermata. A casa del diavolo».
Salii sul pullman, feci due passi e crollai su un sedile. Le anfetamine di tipo autorizzato dovevano essere fasulle. Chiusi gli occhi, acchiappai l'esile rotondità di un filo e presi a tirarlo delicatamente. Era un filo condizionatore. «Dovresti vergognarti di agire senza il controllo della ragione».
Ebbi un fremito di paura e feci per scendere e tornare. Me ne mancarono le forze. Richiusi gli occhi e cercai altri fili. Mi si erano aggrovigliati tutti, dentro. Cercai allora di fermare l'attenzione sulle unghie sporche di petrolio. Lo sforzo mi diede una fitta alle tempie. Rinunciai a pensare e mi assopii.

Mi risvegliò lo sbattere della portiera. L'autista si voltò, diede un'occhiata all'interno, avviò il motore, ingranò la marcia impugnando il priapo di metallo. I tralicci sussultarono e si mossero; sfilarono lentamente le ossa grigie dello scheletro di cemento. La luce mi abbagliò.
Tentai ancora di guardarmi dentro. Dal buio, prese a salire vivida come una insegna al neon la parola «dove?». Nasceva piccola come un punto, nell'ombelico; salendo cresceva e arrivava enorme al cervello; quindi, con un flop scompariva, mentre un secondo «dove?» già cominciava a salire e a crescere, e poi un'altra e un'altra ancora - come le insegne dei casini. Il gioco mi stancò presto: dentro ci sono le conigliette al Coty per farti bere il Whisky; bevi il whisky, ma la coniglietta non te la danno.
Le frastagliature della città sfumarono, allontanandosi. Una collina bastò a nascondere dietro il suo breve arco palazzi cupole monumenti caserme. Spuntavano ancora spezzoni di tralicci, di ciminiere, di pennacchi, di carabinieri, di falli di caucciù. Poi, il verde fitto di un filare di pioppi antichi coprì tutto l'orizzonte e sentii sciogliersi la rigidità dei miei muscoli e percepii il formicolio dei sensi e il rotolio dei pullman.
«Siamo arrivati», mi scosse l'autista.
La linea finiva con la strada davanti al muro bianco del cimitero di un villaggio. Il pullman sostava sotto una tettoia di Eternit ondulata identica a quella da cui era partito. Di fronte al terrapieno alberato di cipressi, oltre un campo incolto, biancheggiava un'insegna Cocacola enorme, inchiodata sulla facciata di tre case. Sentii sete; avevo le labbra aride e la bocca impastata.

A lato del muro bianco si snodava un viottolo. lo presi quasi di corsa. Serpeggiava tra gli ulivi, verso il dorso di un colle. I margini erbosi erano umidi di pioggia recente.
Mi fermai sul dosso, a riprendere fiato. L'aria era aromatica, frizzante. A respirarla profondamente, eccitava tanto da provocare vertigini. Sedetti sopra un sasso, accovacciato. Una lumaca bruna tracciava una scia di bava iridescente. Formicuzze rossicce andavano e venivano vivacissime; si incontravano, si fermavano, si pavoneggiavano, si complimentavano l'un l'altra, esprimendosi con fremiti rapidissimi.
Mi dimenticai per lungo tempo, immerso in quel piccolo spazio di mondo vivo. Mi ritrovai intento a dirigere con uno stecco il traffico della moltitudine di insetti ai miei piedi. Me ne vergognai, sapendo che Jahvé, per fare numero tonto o per ragioni politiche, aveva tralasciato di scrivere sulle tavole l'undicesimo comandamento.
Mi alzai, allargai le braccia, arcuai la schiena con voluttà e sbadigliai fino a crocchiare le mascelle. poi mi guardai attorno e vidi che si andava facendo buio. Provai un brivido di paura: la paura dell'ignoto che oranghi nevrotici hanno popolato di fantasie mostruose… Quando ero bambino pedalavo in bicicletta lungo un vialetto di periferia fiancheggiato da siepi, e le ombre notturne mosse dal fanale mi tenevano con il fiato in gola. Avevo paura dei morti, vaganti nelle tenebre con il loro mistero. Ci credevano tutti, ai morti che ritornano; e ci credevo anche io.
«Ora non sono più un bambino», pensai. Ma lo sono mai stato? Come si può esserlo vivendo in una scatola di cemento, guardando con lenti graduate la geometria ortogonale di pilastri antenne tralicci, ascoltando con l'auricolare suoni parole scorrenti dal freddo magnetico di un nastro? Se non sono mai stato bambino, come posso essere diventato uomo? Dovrei scompormi in molecole e farne due mucchietti, sceverando le mie naturali da quelle «non mie», e ricostruirmi con le sole molecole originali, per essere veramente me stesso. Le altre dovrei disintegrarle: a lasciarle libere potrebbero riattaccarmisi come limatura di ferro al magnete.
Pensai di essere impazzito, ed ebbi paura di essermi perduto, di non ritrovare più la carta d'identità, il libretto di circolazione, la carta di lavoro, la tessera del partito e la foto della prima comunione. Poi superai una balza e mi apparve il sole sul filo dell'orizzonte in un cumulo di nubi rosse, e i suoi ultimi raggi mi penetrarono…
Sentii un incontenibile bisogno di correre, volare, urlare, rotolarmi sulla terra. Il sole finiva di scomparire, spegnendosi. In quello straordinario momento di trapasso, la natura si era immobilizzata, e il silenzio era assoluto. «Non tornerò più dove le speranze e i sorrisi soffocano sotto colate di cemento e di plastica. E' tale il frastuono che fanno quegli uomini morti che non potranno udire le trombe della resurrezione. Avrebbero voglia a sfiatarsi, Gesù Cristo e Marx! Qui, se suonassero, potrei udirle. Ma a che servono, qui, le trombe? Gesù Cristo e Marx, qui, preferirebbero andarsene insieme a raccogliere pratelline.
Camminai tutta la notte ilare, a passo spedito, cantando. Lo stridere dei grilli e il gracidare delle rane davano un ritmo al palpitare delle stelle e del mio cuore. Mi ritrovai sulla cima di un monte.

Al primo chiarore dell'alba, tremolò il turchino del mare. Il disco del sole diradò la foschia e ruppe l'orizzonte avvampando. Apparve la costa pianeggiante racchiusa dai monti. La pianura si colorò: il verde cupo del bosco di pini, l'argento del ruscello tra i canneti, più giù lo specchio grigiastro della palude da cui affioravano ciuffi di giunco e di falasco, il giallo della radura ombreggiata da esili pioppi e il rosso delle tegole della casupola sulla balza di un colle.
Man mano che procedevo, la natura si animava di un brusire crescendo. Lo sentivo nella pelle, il brulicare della vita, l'indicibile gusto della vita.
Il sole sormontò raggiante il mare. Mi fermai ad ammirarlo nel suo splendore. Mi arrampicai sopra una guglia per riceverne il suo calore in tutto il corpo. Avrei voluto avere radici, come l'elce che rompe il granito, per penetrare nella terra e frondeggiare nel cielo. Il sangue mi correva fluido nelle vene palpitanti: lo sentivo sprizzare ad ogni battito del cuore.
Avevo ancora la sete del giorno della fuga, un bisogno incontenibile, adesso. Mi precipitai giù per il costone verso il luccicare intravisto tra i rami di un salice.
Era quasi sera, quando mi ritrovai davanti alla casupola di schisto. La facciata a mare riceveva l'ombra di un macchione di acacia. Sapevo che non era abitata. Sapevo già com'era dentro prima ancora di entrarci. «Non l'ho sognata e non la sto sognando - mi dissi - la possiedo in me, così come è. Niente è assurdo, se non la ragione».
La porta era aperta. Prima di varcare la soglia, mi lasciai cadere sulla terra e le aderii assaporandone col dorso il tepore ruvido.

Arrivò quando le ombre si erano fatte lunghe. Sedevo sul pavimento con le spalle appoggiate alla parete sul fondo, di fronte alla porta aperta. La sua figura si stagliò nel riquadro. La luce del tramonto la circondava di un alone dorato, più chiaro e vivo intorno ai capelli. Non provai stupore, vedendola, soltanto un leggero batticuore.
«Ti aspettavo», dissi.
«Mi aspettavi? Perché?».
«Ti aspettavo da sempre, senza un perché. Vieni».
Varcò la soglia, mosse passi incerti nella penombra.
«Vuoi accendere la luce?».
«La luce?».
Percepì il sorriso nella mia voce. Anche i suoi occhi sorrisero. Mosse ancora qualche passo.
«Posso far luce col fuoco, se vuoi. La legna è pronta, nel camino».
Assentì con un cenno del capo.
Diedi fuoco alle ramaglie. La fiamma avvampò illuminando la stanza. Rivolsi ancora lo sguardo a lei, restando accoccolato. I nostri sguardi si incontrarono. Mi sentii sciogliere nella dolcezza dei suoi occhi. Mi alzai e le tesi le mani, commosso.
«Sì, sei tu che aspettavo», dissi.
Mi fermai davanti a lei per guardarla, perché mi guardasse; e non avevo alcun timore di deluderla.
Mi guardò a lungo e finì con un sorriso: uno schiudersi e un fremere delle labbra. poi rivolse l'attenzione intorno.
«E' come nel sogno», disse. «Tutto. Anche tu, vicino al camino acceso. Ma nel sogno, tu non avevi volto».
«Gli uomini non hanno più volto. Per questo sono infelici».
Si accoccolò sulla stuoia. Stette per qualche tempo assorta, col mento sulle ginocchia.
«A che pensi?».
«Non so, di preciso. Mi sento morbida, dentro. Non riesco più a vedere nel passato. Mi si è sfocato, nella memoria».
«Io vedo le tue mani. Come sono le tue mani?».
Le nostre mani si mossero insieme, si cercarono, si sfiorarono, si carezzarono, si allacciarono. Le vedevo senza guardarle: non ero altro che le mie mani. Chiusi gli occhi, stordito dall'intensità del contatto.
Quando le mani si aprirono e si sciolsero, i nostri visi erano distesi, belli come quando i sensi sono placati. Nei suoi occhi vedevo riflesso il mio viso.
«Si è rifatto buio, metti altra legna al fuoco, voglio guardarti ancora, conoscerti, capire. Sento che mi si confondono sogno e realtà… deve esserci una magia in questo luogo o in te».
Scossi la cenere dalle braci e su queste ammucchiai ramaglie minute. Presto le foglie crepitarono fumigando ed esplose la fiamma.
«Guardami: non c'è magia. E neppure in questo luogo. Qui, c'è soltanto la gioia di vivere che ogni uomo porta dentro di sé, insopprimibile. Qui, tu e io possiamo ritrovarla».
Abbrividì; si sdraiò supina sulla stuoia socchiudendo gli occhi.
«Sei stanca. Riposa».
Sollevò appena la testa per annuire, poi la spostò e l'appoggiò incerta sul mio grembo.
«Ti peso?».
«Il tuo peso è dolcissimo, cara».
«Dimmi: è tuo questo luogo, questo rifugio di sogno?».
«E' mio ed è tuo, è dentro ciascuno di noi… è la casa del sole».
«La casa del sole…».
«Ora dormi. Riposa. Ci risveglieremo domani col sole, domani», dissi carezzandola con dita leggere.

L'afa cominciò a stemperarsi con le prime folate di vento dal mare.
«Scendiamo?»proposi.
«Adoro il mare, sai».
Si alzò, attese che anche io mi alzassi, si avviò precedendomi.
«Mi chiedo ancora se è un sogno».
«Ti capisco. Ci siamo tanto allontanati dalla vita che proviamo uno strano malessere quando ci sentiamo felici, e allora ci chiediamo se è un sogno. Abbiamo paura della delusione…».
«Ma è bello sognare. Sai, in sogno percorrevo un sentiero come quello che mi ha portata qui: una linea chiara serpeggiante nel verde della pianura spruzzata di asfodeli e di iris fino alle dune senza orme. Non c'ero mai stata prima - non potevo esserci stata. Eppure, tra questo luogo e me c'è come un antico legame. Come nel sogno, il mio vagare si è concluso davanti a una porta aperta. Nel sogno era una bara foderata di velluto rosso… Fermandomi, si è fermato il tempo, e il silenzio mi ha avvolta nella stessa immobilità della pietra. Fino a quel momento ero insicura, in balia del bene e del male, armata tesa angosciata per ignoti pericoli. Da quel momento mi è scivolato di dosso il guscio, mi sono sentita rinascere libera. Dimmi: forse la libertà è disarmata?».
«Libertà è vivere senza perché. I perché sono ingranaggi dell'assurdo razionale che pianifica la vita. Dimentichiamo i perché… Su, cara, corriamo».
Fu tutta una corsa per le balze fin giù verso la pianura; poi camminammo senza tempo su un prato ai margini di un ruscello.
«Oggi raccoglieremo soltanto fiori gialli», disse.
Giunti alla pineta, ai piedi del primo albero spargemmo i fiori raccolti. La brezza salmastra non alitava più sui nostri volti: si udiva frusciare tra le cime dei pini.
«Guarda, è un tempio meraviglioso: gli alberi sono le colonne che reggono la volta del cielo».
Ci addentrammo nel folto. Insieme ai pini vegetavano rigogliosi cespugli di cisto e di lentisco che rallentavano il nostro cammino.
«Vicino al mare diradano», dissi.
«Come lo sai?».
«Ci sono venuto altre volte, prima che tu arrivassi. Ti aspettavo dal mare. Mi piace credere che l'amore venga dal mare, come la vita».
«Mi dispiace di averti deluso. Io non sono venuta dal mare ma dal caos di una metropoli».
Tacque, si fermò facendomi un cenno con la mano.
«Guarda, una grotta nel verde… Da bambina giocavo a nascondermi - tu sai, tu capisci, vero? perché tutti i bambini nati schiavi giocano a nascondersi? - ma non c'erano boschi e rifugi dove nascondermi. Fingevo d'essere nascosta coprendomi gli occhi e la faccia con le palme. E tutti mi vedevano, e tutti fingevano di non vedermi… Qua dentro, nessuno mi avrebbe vista».
Staccò la sua mano dalla mia e corse infilandosi agilmente fra i cespugli, scomparendo.
Attesi qualche minuto, poi gridai.
«C'è davvero una grotta?».
Non sentì o forse non volle rispondere, per gioco.
«Attenta!» gridai ancora «Adesso ti cerco e ti acchiappo».
Girai tutto intorno ai macchioni alla ricerca di un varco. Trovai infine le sue tracce e a stento penetrai nel folto fino a sbucare in una piccola radura interamente ricoperta da una fitta ramaglia. La volta era arabescata da una ragnatela di luce. Lei stava nel mezzo, distesa supina sulla coltre di foglie, con le braccia aperte.
«Amami, ti desidero», mormorò «nessuno, qui, potrebbe mai vederci».
Ci amammo dolcemente, restando dopo immoti a seguire con occhi socchiusi i fili della ragnatela di luce.
«Verremo qui, quando sarà giunta l'ultima ora, verremo qui insieme e dormiremo qui insieme, per sempre», disse prendendomi la mano e avviandosi. E le sue parole erano senza tristezza.
Gli alberi e i cespugli diradarono alfine e il terreno si fece più sciolto sabbioso. Apparvero le prime dune e qualche ciuffo rado di giuncastro.
«Il mare, il mare!» gridò superando l'ultima duna.
Il sole sfiorava l'orizzonte: ruotava come una girandola meravigliosa sprizzando multicolori faville che si spegnevano nel mare.
Si spogliò rapidamente ed entrò nell'acqua. Avanzò con le braccia aperte, protendendo il busto in avanti. Il suo corpo snello si stagliò dinanzi al sole, divenne una figura scura dai contorni luminescenti che il mare lentamente cancellava. Tuffandosi d'un colpo ruppe l'incanto. Riemerse più lontano. Scosse la testa per liberarsi dall'acqua, agitò una mano. Gridò.
«Vieni. Nuotiamo incontro al sole. Vieni.».
Mi gettai in acqua e nuotai a bracciate forti, per raggiungerla. Il sole finiva di spegnersi in un'ultima vampata tra le nuvole. Non la vedevo più, tra le onde. Pensai: «Non riuscirà a raggiungere il sole, a ripescarlo dall'abisso».
Tornai a riva. Uscendo, rabbrividii all'aria umida. Mi accoccolai sulla sabbia ancora calda, dietro un cespuglio, al riparo del vento.
Le ombre calarono rapidamente. Ebbi paura per lei. «E se non vedesse la riva?». L'unico tenue chiarore veniva da ponente, dal mare. Cercai ramaglie e le accesi. «Col fuoco vedrà la riva, e potrà anche scaldarsi». Mi tranquillizzai, pur non riuscendo a distogliere il pensiero e gli occhi dalla liquida buia distesa.
La sentii prima ancora di vederla emergere. Le corsi incontro. Mi tolsi la giacca e gliela misi sulle spalle. «E tu? Hai freddo tu, così? Aspetta, abbracciami, ci coprirà tutti e due».
Ci inginocchiammo davanti al fuoco. Per tenerlo vivo bastarono i rami di un vicino cespuglio di cisto: le sue foglie resinose bruciavano anche verdi, scoppiettando. Tesi le mani alla fiamma, e quando le ebbi calde le accarezzai il viso, il seno, le reni.
Si lasciò scivolare lentamente sul dorso, socchiudendo gli occhi, mugolando.
«Oh, sì, scaldami, carezzami così…».
Il tepore del fuoco e la sua nudità mi destarono il desiderio di amarla. L'abbracciai.
Sorrise dolcemente, scuotendo la testa, trattenendomi.
«No, non ora, aspetta, lascia che il fuoco si spenga: voglio vedere i tuoi occhi tra le stelle, sopra di me…».

Il vento rinforzò, non si acquietò come sempre al cadere del sole. Portò fino a noi gli scrosci dei marosi e l'aroma acre dei pini e dei ginepri.
«Farà freddo stanotte», dissi.
Avevamo accatastato dietro casa ceppi e rami raccolti durante le nostre quotidiane escursioni. Ce ne caricammo le braccia e ne facemmo provvista a lato del camino.
La voce del vento divenne urlo.
«Il vento mi dà l'immagine di una creatura disperata, coi capelli dolorosi irti come aghi infitti…».
«Non essere triste, cara».
«La voce del vento è triste. Io sento adesso la voce del vento».
Restammo per lungo tempo immobili, senza parole, seguendo pensieri e sensazioni. Poi il vento cessò e tacque il vibrare delle imposte e il fruscio della polvere. D'un colpo la pioggia ruppe il silenzio; dapprima tambureggiò come i chicchi del grano sul telo teso nell'aia, quindi scrosciò violenta.
Si levò in piedi, rianimata.
«La pioggia lava la tristezza del vento, purificatrice», disse. «Vieni, corri, corri con me, adesso…».
Mi prese per mano, tutta eccitata; spalancò la porta e con un balzo fu fuori, sotto la pioggia fitta.
L'odore forte acre della terra bagnata riuniva in uno tutti gli odori delle creature viventi, che furono e che saranno.

Sul finire dell'autunno giunse fino a noi un ronfare di ruspe e un intermittente martellare su roccia. Brandelli di nuvole volavano bassi nel grigiore del cielo, stridevano i rami spogli al vento.
Accosciati sul pavimento, nell'angolo più buio, guardavo con terrore il terrore nei suoi occhi fissi sulla porta sprangata.
«E' davvero la fine?» chiesi atono.
Si scosse, mi guardò e un sorriso triste increspò le sue labbra.
«Sii forte, non pensare. Più tardi verrà il vento dal mare lontano, verrà e sgombrerà l'orizzonte e riapparirà il sole».
Il ronfare delle ruspe si udì più vicino, crebbe d'intensità, divenne rombo. A tratti giunsero indistinte voci umane.
«Non c'è più sole, ne speranza, per noi».
Si alzò e si riaccoccolò più vicina, al mio fianco. Mi accarezzò il viso, i capelli, dolcemente, con le dita.
«Ritornerà, il sole, vedrai. E' eterno, come la vita, come l'amore», disse sussurrando.
«La vita… cos'è la vita? Lunghi anni di attesa in una prigione con sbarre di pianto, per un attimo di felicità».
«Sii forte, non pensare. Tu mi hai insegnato a non pensare; vorrei insegnarti io, adesso, a non pensare».
«Sognare, almeno, sperare… L'acqua del ruscello era limpida, quando ero bambino. Facevo una barchetta e la posavo trepido sul filo della corrente. La seguivo con lo sguardo, fin dove gli occhi potevano vedere. Chissà dove fermava il suo corso - mi chiedevo fantasticando boschi ombrosi e prode candide di arene punteggiate di coralli e prati di asfodeli e di crochi fioriti e laghetti dalle anse tremule di salici…».
«So ciò che vuoi dire. L'acqua del tuo ruscello finiva in un pantano immondo. E' così. Tutto finisce così… Ma non pensare, adesso; non essere triste, ti prego. Vestirò l'abito verde per te, oggi».
«Forse tu puoi ancora salvarti, fuggire. Io non ho più molto tempo, davanti a me - soltanto parole e rimpianti. Tu hai tempo, tu puoi sognare ancora, sperare di trovare ancora una casa del sole…».
«Le tue sono parole d'orgoglio, non di uomo. Tu sei la mia casa e il mio sole…».
Piangeva, parlando, e le lacrime stillavano sulle sue labbra tremanti. Aprii le braccia e lei vi si gettò singhiozzando. Urlai di disperazione, di rabbia, d'impotenza.
«No, non fare così», si riprese lei riasciugandosi il pianto, tenendomi stretta la testa sul suo grembo. «Non fare così… Andiamo nella pineta, vuoi? Questa casa è triste, senza sole. Vieni, lo attenderemo ai margini della pineta, il sole, da sopra le dune. Verrà, vedrai. Verrà con la brezza…».
Al pensiero di lasciare la casa mi assalì il terrore del nulla; vedevo l'ultimo scoglio inabissarsi in un mare senza prode.
«E' questa la fine?» mormorai.
Non rispose. Si levò in piedi e mi tese la mano.
«Vieni, non abbiamo più tempo», disse decisa.
«Non credevo che tu potessi avere tanto coraggio. Io…».
«Hai paura, lo so. Anche io ho paura. Ma tu sei con me e tu sei tutto, adesso, per me. Tutto il resto io lo cancello, o almeno vorrei. Vieni, non parlare più, vieni…».
Presi la mano che mi tendeva. La seguii. Sull'uscio mi fermai smarrito tremante e feci per voltarmi indietro.
«No, non guardare. Non troverei neppure io la forza, se guardassi indietro. Mi lascerei cadere qui, a morire come una bestia presa al laccio».
Nei fianchi della montagna a oriente brillarono le mine. Le interiora di basalto rotolavano ammucchiandosi a valle. Le esplosioni si susseguirono; la terra tremò sotto i nostri piedi. Accelerammo la corsa.
Riprendemmo fiato ai margini della pineta. Lei riconobbe il lentisco dalle foglie straordinariamente rosse.
«Era estate, ricordi? era la prima volta. Raccogliemmo fiori gialli. C'era la brezza, dal mare, e gli aghi dei pini vibravano come le corde di un'arpa. Ricordi?».
«Come potrei dimenticare? Per questo, sono triste».
«Non essere triste. Sai, bastano pochi attimi, gli attimi di un sogno, per rivivere tutta una vita. Questi sono i nostri attimi… Siamo passati qui, la prima volta , ricordi? ogni albero, un bacio».
Il tappeto di aghi ammorbidiva i passi. La pineta si fece più fitta, più buia. A tratti, brevi spazi intorno a un tronco caduto, roso dal muschio, pullulante di insetti.
Mi precedette, camminando più spedita. La raggiunsi e la fermai dove la terra cominciava a farsi sciolta. Attraverso gli ultimi alberi apparvero le dune che annunciano il mare.
«Non voglio uscire dal bosco. Non voglio cercare ciò che non c'è, che non ci sarà. Il sole non verrà, non potrà rompere i cumuli. Voglio fermare qui i miei ultimi passi».
«Guarda là, ricordi? là…».
Seguii la sua mano e vidi il macchione che segnalava il nostro rifugio. Risentii parole già dette - Ci ameremo lì l'ultima volta - e mi lasciai cadere per terra singhiozzando.
«Non c'è più luogo, né speranza, per noi…».
Mi si avvicinò posando una mano sulla mia spalla sussultante, senza parlare.
«Perché non parli?» chiesi «Dimmi, perché la vita?».
«Non domandarti perché. Tu sai, perché tutto è dentro di te. L'uomo è nato col sole, con la terra, col mare, col cielo che hanno tutti i perché. Eppure, l'uomo ha voluto crearsi un destino. Non serve domandarsi perché, quando si ha un destino».
«Ma tu, io, non l'abbiamo voluto, noi, questo destino».
«Altri lo hanno voluto. Lo hanno voluto anche per noi, e ora, almeno per noi, è troppo tardi per rifiutarlo».

Un chiarore rossastro si accese a ponente. I tronchi dei pini si stagliarono netti sullo sfondo luminoso come colonne di un immenso tempio. Restammo a lungo abbracciati, con lo sguardo rivolto al chiarore. Poi, d'un tratto, una lama di sole balenò tra le nuvole. Lei si staccò dall'abbraccio, corse, salì sulla cresta di una duna, ergendosi per vedere oltre.
«Ecco, è il tramonto», gridò. «No, non ancora, più giù il cielo è quasi sgombro. Lontano sul mare si è mossa già la brezza. Giungerà fino a noi, tra poco, e il sole tramonterà libero…».
Oltre le dune, nel declivio verso la spiaggia, fiorivano minuscoli gigli di cera venati d'azzurro. Sedemmo davanti al mare, scrutando l'orizzonte.
«Tarda ad arrivare, la brezza», dissi impaziente.
«E' lungo da attraversare il mare», disse e si voltò a guardarmi, e i suoi occhi erano chiari. «Non sono più triste, vedi. La tua presenza acquieta ogni tumulto della mia anima. Morire con te è come vivere con te».
Vide i miei capelli muoversi, vibrare e balzò in piedi gridando.
«La brezza! è arrivata la brezza!».
Il disco rosso scivolò da sotto il cumulo di nuvole, incendiandole. Lo squarcio azzurro sul filo dell'orizzonte avvampò. L'immensa distesa liquida abbrividì, illuminandosi.
Mi prese per le braccia scuotendomi, supplicando: «Parla, ti prego, parla, adesso, parla, ti prego, parla, parla…».
«Ti amo, ti amo!» gridai, «ti amerò sempre; ogni volta che il sole tramonterà sul mare…».
Le guance le si rigarono di lacrime; tutti i muscoli della sua faccia fremettero convulsamente. I nostri corpi si allacciarono stretti, disperati, indivisibili e immortali.
Il sole cominciò lentamente a spegnersi nelle onde che lo lambivano.
«Addio, addio!» lo salutò correndo forsennata, tendendogli le braccia, urlando, singhiozzando, «addio, addio!». Poi cadde sulle ginocchia, coprendosi il volto con le mani.
Mi inginocchiai alle sue spalle, circondandola con le braccia, nascondendo il mio pianto tra i suoi capelli. La sentivo più smarrita di me, ora. Mi alzai e l'aiutai ad alzarsi.
«Andiamo», dissi, «ci sarà luce per poco. Dobbiamo raggiungere la nostra radura prima del buio».
Si lasciò condurre. La sua mano scottava e tremava nella mia. Avevo paura di smarrirmi nel nulla pieno di incubi; l'unico punto reale sicuro era la nostra radura.
«E' come dormire?» sussurrò.
«Sì, è come dormire».
«Sono stanca. Se è come dormire, meglio subito, adesso».
Si fermò, mi prese per le braccia e le strinse forte. Il suo viso era il viso di una bambina impaurita.
«Dimmi, dormirò con te? come sempre? abbracciati? per sempre?».
«Sì, amore, come sempre, abbracciati, per sempre».
«Dimmi, come pensi che sia, morire?».
«Non più doloroso, non più assurdo che vivere…».
Ritrovammo il macchione, cercammo il varco, entrammo nel suo interno cavo.
Si distese composta, con le mani incrociate sul petto. Vidi i suoi occhi baluginare nel buio che si era fatto e mi coricai al suo fianco.
Udii come da lontano il suono della sua voce.
«Senti la brezza? le cime dei pini vibrano come le corde di un'arpa».

 

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