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11 - La pastora

Io ero la prima figlia. Mio padre, pastore di poche pecore a molta strada dal paese, andava ogni giorno a piedi prima dell'alba a dare il cambio al servo che aveva vegliato tutta la notte. Era di salute cagionevole mio padre, e così debole che aveva bisogno di me per portagli giaccone e bisaccia.
Aspettava un figlio maschio dalla prima gravidanza di mia madre, e invece ero nata io, femmina - ma come maschio mi trattava. All'età di sei anni già gli andavo appresso come un cagnolino. Giunta all'ovile, portavo al pascolo gli agnelli. Li conoscevo tutti uno per uno, e quando qualcuno si allontanava sapevo qual'era.
Ho imparato a contare da sola, e trascorrevo ore e ore contando giorni, settimane, mesi. Diventai brava a ricordare le date di tutte le feste. Allora calcolavo quanti giorni mancavano a Santa Maria, la festa più grande del paese. Per quel giorno mi avevano promesso il primo paio di scarpe.
Un giorno, facendo questi conti, mi ero addormentata con la testa sopra un sasso riscaldato dal sole, e gli agnelli erano entrati in un campo di grano. Quel giorno me lo ricorderò finché avrò da vivere: il 29 maggio san Massimino. Mio padre non mi picchiò, mi guardò solo - ma con un'aria così irata che mai più mi lasciai prendere dal sonno.
I contadini che passavano nei campi vicini mi chiedevano: "E babbo tuo dov'è?". E io rispondevo: "Non lo vedete che è qui vicino a me che sta riposando?". Ma non era vero. Ci avevo messo il sacco di orbace con una fascina e una pietra sotto, per finta, caso mai qualcuno avesse voluto approfittarsene.
Una volta, andando alla fontana a cento metri dall'ovile, inciampai in una radice di lentischio, caddi e ruppi il brocchetto. Tornai disperata all'ovile, e mio padre che mungeva le pecore mi cacciò lontano per non contagiare loro la mia agitazione. Poi mi mandò a raccogliere il coccio di base del brocchetto, che per fortuna era rimasto intatto, e me lo fece aggiungere alla fila dei testevillus che stavano davanti alla baracca bene ordinati. In quei recipienti bevevano i cani, e ogni giorno dovevo rinnovare l'acqua.
Quando fui un po' più grande, mio padre mi mandò per il paese con il bidone. Andavo per le case e vendevo il latte a misurini. Ogni misurino costava cinque centesimi, e finito il giro i conti dovevano tornare per forza.
Mia madre era una donna santa. Non era mai uscita di casa, se non la domenica e le altre feste comandate per andare alla prima messa. Era minuta, grassoccia, bianca e diceva sempre di sì. Mio padre la teneva sul palmo della mano. Le figlie dovevano lavorare in campagna per farsi il corredo e poi anche in casa, perché lei non si affaticasse. La sera si sedeva sull'uscio davanti alla strada - teneva le mani sul grembo e i piedi le spuntavano dalla gonna morbidi e bianchi. Glieli guardavo con ammirazione. I miei erano neri e ruvidi, coi calcagni screpolati.
Mi lamentavo dei piedi, d'inverno, perché le screpolature mi facevano male. Mio padre allora mi ci faceva mettere olio di sego caldo, di quello che usavo per ungergli le scarpe. Una volta che lo preparavo, ne ungevo anche le screpolature delle mani e dei polsi. Mi salvava molto dalla brina e dal vento gelato - altro che le porcherie che vendono adesso.
A me, non mi avevano mandato a scuola perché dovevo fare da maschio e aiutare mio padre, ma una delle mie sorelle fu mandata - la seconda. Era gracile e tutta ohi, ohi e svenimenti, non poteva neanche muovere un dito. Ci voleva anche una figlia che sapesse fare i conti con la penna; e siccome questo sembrava molto importante, quando mio padre vendeva la lana o il formaggio al grossista e lei faceva i conti con la penna, le regalava un paio di monete. Io, i conti, li facevo a mente più in fretta di lei, e avevo brontolato, una volta, per i soldi. Per punizione fui mandata a fare le commissioni e a portare l'acqua dalla sorgente a zia Antioga. Così - dicevano - un paio di monete me le potevo guadagnare con le braccia, visto che non sapevo né leggere né scrivere.
Zia Antioga, sorella di mio padre, era vedova e aveva molti figli maschi. Questi erano ammirati da tutti perché avevano la camicia sempre bianca come la neve. Zia Antioga non stirava mai col ferro la biancheria. Il ferro consuma la roba e la ingiallisce. Lei la stendeva ben messa ad asciugare e la lisciava un paio di volte con le mani mentre finiva di asciugare. Piegava i tovaglioli mica sbilenchi, ma così ordinati che sembravano usciti allora allora dal negozio, e li metteva al loro posto nell'armadio insieme alle mele cotogne che danno odore buono alla roba.
Mi voleva bene, zia Antioga, e mi vantava perché mangiavo il pane nero - come mi aveva abituato mio padre, perché solo gli uomini grandi che lavorano devono mangiare il pane bianco. Quando tornavo dalla fonte con la brocca dell'acqua fresca per i figli, mi diceva: "Adesso scopa la casa, così ti meriti la fetta del pane. Nonno, quando mangiava senza aver fatto il suo lavoro, diceva: - Maledetto mi sia oggi il pane che ho mangiato! - anche se in campagna non era potuto andare per colpa del temporale. Vedi, figlia mia, nella vita bisogna lavorare e dare ascolto ai vecchi che ne sanno più di noi". E io scopavo la casa per avere la fetta del pane.
E zia Antioga parlava bene di me e mi portava a esempio perché lavoravo senza imbroglio. La lavorante che aveva per aiutare a fare il pane mi prendeva in giro. Quando la lasciava sola, involgeva la pasta in un tovagliolo, si sedeva e mi diceva: "Guai a te se glielo dici". Io stavo zitta, anche se mi faceva rabbia, e desideravo che zia Antioga lo scoprisse. Una notte che ci stavo pensando, era venuta e l'aveva trovata addormentata con la testa sul tavolo del pane. Allora si era inquietata anche con me, perché non l'avevo avvertita, e mi aveva detto che non si fidava più. Questo mi era dispiaciuto molto.
Mia madre aveva avuto altre tre femmine dopo di me, tutte delicate, "non mi toccate che mi caco!". Così, facevo tutto io, e loro mi aiutavano nelle faccende leggere. Non ho mai capito perché mio padre avesse tanto rispetto per mia madre - la teneva come una immagine sacra sul comò, per non sciuparsi. Invece io mi ammazzavo di lavoro. Andavo al mulino col sacco del grano in testa, a due ore di strada; andavo al ruscello a lavare i panni... Avevo dodici anni, la prima volta che avevo cominciato a fare il bucato da sola. Ci voleva tutta la giornata: lavare la biancheria, metterla a bollire nel calderone della lisciva, risciacquarla e stenderla.
Di sera, dopo sbrigate le faccende, mi sedevo sulla pietra dell'uscio di casa a fare il pizzo con le amiche, ed ero la più svelta di tutte. Se mio padre era in piazza, quando rientrava le mie amiche lo vedevano da lontano appena spuntava alla curva, e dicevano: "Si vede babbo tuo tornare", e scappavano di corsa a casa loro. Io rientravo, chiudevo la porta e preparavo la cena.
Nelle giornate libere dai lavori pesanti di casa, andavo a servire due mie zie, per il bucato e per il pane.
Cominciavamo a lavorare il pane alle tre del pomeriggio, fino alle sette del mattino. Il pezzo di pasta che manipolavo io era sempre più bianco di quello delle altre - e non mi si attaccava mica al tavolo, anche se per arrivarci dovevo stare sopra una cassetta da sapone, ché ero bassottina. Mia zia ci faceva lavare le mani prima di incominciare - solo acqua e niente sapone per non dare brutto sapore al pane. "Meglio sapore di fumo che di sapone", diceva.
E così, con le paghe che racimolavo qua e là, a dodici anni potevo comprarmi quel poco vestiario che mi necessitava e in più conservare soldi per farmi il corredo. Non spendevo niente se non per lo stretto necessario. Anche i soldi che mi regalavano per la festa di Santa Maria li raggranellavo da un anno all'altro.
La domenica andavo in chiesa, com'è dovere di tutti i cristiani. Ma non mi ero mai voluta iscrivere a nessuna associazione. Del resto, le Figlie di Maria che avevano il nastro azzurro erano le peggiori puttane. Perfino nella processione, invece di andare dietro il Santo - bell'onore gli facevano! - si mettevano davanti, in fila a una a una per farsi guardare meglio, peperute! In processione io stavo con le donne anziane, dietro, e non mi vedeva nessuno in mezzo all'altra gente. E quando andavano a confessarsi poi, quelle!... Io già non lo so che cosa avessero da raccontare a quel povero prete, tre ore davanti al confessionale. Si sceglievano sempre il più giovane, che aveva orecchio fino e naso buono - quello vecchio era un po' sordo e bisognava gridare e si sentiva un paio di metri lontano, ma era bello rosso e sano, mentre il prete giovane era giallo come cera. Sfido io! con tutti gli aliti di quelle lì, appena alzate! e facevano anche perdere tempo a qualche madre di famiglia che aveva fretta e che, magari, quando si era stancata di aspettare se ne tornava a casa con la sola messa.
Venne la grande guerra. Molti partirono e pochi tornarono. Tutte le ragazze della mia età ricevevano lettere dal fronte e ne scrivevano. Mi prendevano in giro, dicevano: "Chi vuoi che ti scriva, a te pastora, che sei così piccolina. Scommettiamo che non hai nemmeno quattordici anni!".
Io ne avevo diciotto, ed ero più giudiziosa di loro. Qualcuna, tra una lettera e l'altra dell'innamorato, aveva ricevuto anche qualche altro regalo; e dal fronte lui non era tornato, ma il figlio era rimasto; e molti dicevano che non era nemmeno figlio di un morto in guerra ma di qualche imboscato - tanto i morti non potevano parlare.
Zia Chedenia me lo diceva sempre: "E tu lasciale cantare quelle peperute scervellate: stai al posto tuo - la scopa si prende dall'angolo, non la si trova in mezzo alla stanza".
Zia Chedenia era una cugina di mia madre, ed era molto buona. Il marito invece era un uomo burbero, per mangiare si sedeva al tavolo della camera buona., da solo, e mangiava in un piatto civile. Zia Chedenia, invece, mangiava con i figli, con il servo pastore e con me, quando c'ero, in cucina, direttamente dalla pentola, ai piedi del focolare. Al marito cucinava carne e muggini arrosto; noi mangiavamo semolino e, qualche volta, ed era festa grande, fregola condita col formaggio. Mi voleva bene, a me. Diceva che ero "maiale da poveri", che mangiano di tutto senza brontolare.
Mi aveva insegnato molte cose, a filare e a tessere. Mia madre - santa finché si vuole - non sapeva fare nulla. Tutto quello che so l'ho imparato da zia Chedenia. Anche is brebus da dire quando si prepara il lievito per il pane. Bisogna recitarli facendo le croci in penombra, senza che possa sentire nessun altro. Mi aveva raccontato di una serva che lei aveva avuto, non li recitava bene, is brebus, e non ci credeva, e allora le veniva s'ennemigu e le rompeva la conca e le sbatteva il tovagliolo in faccia, ogni volta che si metteva a fare il pane. "Bisogna credere negli spiriti del bene" - raccomandava - "perché ci aiutino e ci proteggano in ogni nostra faccenda".
A casa di zia Chedenia veniva zia Grazia che sapeva molti brebus: quello de su mali fattu e quello di s'ogu liau. Una volta zia Grazia si era ammalata grave, l'avevano stesa sulla stuoia vicino al fuoco, e in un momento in cui non c'era nessuno mi aveva chiamato e mi aveva insegnato is brebus contro il malocchio. Aveva paura di morire senza prima averli trasmessi a persona di fiducia.
Nessuno ci credeva che io sapessi is brebus, essendo così giovane; ma quando li avevo usati per una mia amica malata da un uomo che aveva ogumalu ed era guarita, allora ci avevano creduto, sì. Me li chiedevano spesso, per qualche maiale bello o per galline di razza che si ammalavano di malocchio ed io li dicevo preparando s'acqua 'e patena. Mai avevo chiesto ricompensa, perché zia Grazia mi aveva ordinato di fare così.
Finita la guerra, avevano ripreso i balli di carnevale. Mi piacevano molto i balli. Ci andavo accompagnata da un mio cugino - mio fratello, unico maschio fra sei femmine, era ancora troppo piccolo per poter badare alle sorelle. Mio padre diceva che non bisogna regalare tempo al divertimento: quando tornavo dai balli, invece di coricarmi pigliavo la zappa e andavo in campagna a farmi la giornata. Ero già grande e mi urgeva il corredo. Soldi senza lavorare non me ne dava nessuno, in più le paghe erano basse e le cose erano care.
Mio padre ci diceva: "E' vostro dovere lavorare la roba nostra, in casa e in campagna, tirare il carro tutti insieme. Io soldi non ve ne do, vi do da mangiare il giorno che ci siete. Fatto questo, andate pure a lavorare da chi volete, così guadagnate e conservate. Siete in tante, e per non fare figlie e figliastre non do cinque centesimi a nessuna. Guadagnatevelo voi, il corredo; e non fatemi fare brutta figura con chi vi chiederà in moglie...".
E così avevo incominciato a comprarmi un po' di biancheria. Per risparmiare, cucivo io stessa gli orli nei momenti di tempo libero. Non sapevo ricamare, però. Una delle mie sorelle era molto brava in questo, e per farmi ricamare un lenzuolo buono le dovetti dare la stoffa per farsene uno uguale. Per vestirmi già spendevo poco: la blusa e la gonna della domenica le avevo da otto anni; le scarpe me l'ero comprate prima della guerra ed erano ancora nuove: le mettevo solo per andare in chiesa.
Mio padre non andava mai in chiesa, anche se molto devoto. Non cominciava mai un lavoro senza farsi prima il segno della croce. Ogni mattina, quando metteva il caglio al latte per fare il formaggio ci faceva sopra una croce, e così sul pane prima di iniziarlo. Si arrabbiava se qualcuno affettava il pane dalla parte sbagliata, e noi figlie, anche se eravamo grandi, non ci azzardavamo mai a farlo, per paura di sbagliare. Le focacce, che si mangiavano in giornata, non voleva che si tagliassero col coltello, perché - diceva - altrimenti fa male alle spalle di chi le ha lavorate. Io gli ero riconoscente di questo pensiero, perché il pane lo avevo lavorato io.
"Chi non si accontenta del poco suo, gli viene a desiderio quello degli altri", diceva sempre, insegnandomi a risparmiare su tutto. "Se c'è la fiamma del camino, spegni la candela... Il fuoco coprilo con la cenere calda, così le braci durano fino a domani e non sprechi un fiammifero per riaccenderlo". E già mi è servito sì, essere abituata a risparmiare, a non allungare i piedi più di quanto non sia lungo il lenzuolo. Non era come oggi: mi fa rabbia, quando vedo gente che non ha mutande sotto il culo sprecare la roba in minuterie. "Non deve mancare il necessario, ma non è necessario averne di più" - diceva, io mi sono sempre conformata.

Il raccolto era il periodo più faticoso, ma anche quello che rendeva di più per chi voleva raggranellare. Fin dalla primavera mi cercavo un padrone col quale andare a spigolare. Per avere il diritto di raccogliere le spighe bisognava prima andare a tirare le fave, ad aiutare nella trebbiatura, scaricarle e conservarle nel solaio.
Dopo le fave cominciava la trebbiatura del grano, e noi spigolatrici eravamo pronte dietro i mietitori per raccogliere le spighe non recise o che cadevano. Restavamo in campagna per tutto il periodo, perché i campi erano lontani dal paese e l'ora migliore per spigolare era all'alba e al tramonto, quando le stoppie non sono aride e non graffiano gambe e braccia. Dovevamo servire i mietitori - quando avevano sete bisognava portare loro l'acqua coi brocchetti, a qualunque distanza si trovassero. Quando avevamo finito di mietere un campo, dovevamo lasciarlo anche noi, avessimo finito o no di spigolarlo, per stare loro vicine e servirli in ogni necessità.
Avevamo una sacca legata alla cintola per metterci le spighe senza gambo - quelle col gambo le legavamo a piccoli fasci. Io ero sempre più svelta delle altre; nelle annate buone riuscivo a fare anche quindici starelli. Un anno solo mi ero trovata imbrogliata, facendo in società con altre due. Quando mi ero accorta che si tiravano indietro - tanto dopo dovevamo dividere tutto in parti uguali - mi ero inquietata molto. Ma ormai l'accordo era fatto, e per quell'anno andò così. Da quella volta feci sempre per conto mio: mai fidarsi di fare comunelle. Arrivavo sempre ad almeno due starelli più delle altre, ed erano invidiose e dicevano che ero di pugno stretto. Quando loro riposavano, io piano piano sgattaiolavo e spigolavo in qualche campo lasciato a mezzo, invece di perdere tempo a sbagasciare con i mietitori. Magari, proprio con i mietitori non si mettevano, ma con i padroni sì, per aumentare il corredo. C'era ziu Remundicu che dopo il raccolto se le portava anche al mare, le spigolatrici, specialmente se aveva la moglie pregna, e scendeva alla spiaggia a fare il bagno assieme a due di quelle bagasce.
Alla fine della mietitura si faceva una cena di maccheroni; l'indomani i mietitori ritornavano ai loro paesi oppure riprendevano con un altro proprietario. Quindi veniva la trebbiatura. Ciò che avevo spigolato me lo trebbiavo per conto mio - l'affitto dei buoi o del cavallo lo pagavo in lavoro. Appena trebbiato bisognava ventolare. Ma non sempre il vento c'era. Qualche volta si aspettava giorni e giorni. Molte spigolatrici se ne stavano sdraiate all'ombra - io trovavo sempre qualche altra spiga da raccogliere, e quando ne avevo un fascio lo portavo a casa e lo pestavo con un bastone.
Quando il grano era tutto pulito ammucchiato si riempivano i sacchi. Allora cominciavano le burle, i mietitori spingevano le donne sul mucchio del grano e si facevano grandi risate - ma a me quegli scherzi non piacevano affatto. Poi gli uomini caricavano i sacchi sui carri e li portavano in paese. Noi spigolatrici andavamo dietro cantando, oppure ci portava il padrone in calesse.
"Nella casa del padrone, la massaia, aveva preparato la cena di maccheroni o la preparava intanto che noi scaricavamo. Se i sacchi erano molto pieni, se ne vuotava nelle corbule, ce le mettevamo sopra la testa e su di corsa fino al solaio. Se i sacchi erano più leggeri li portavano su gli uomini. Anche lì nel solaio facevano burle, acchiappavano una spigolatrice e la seppellivano nel mucchio. La padrona brontolava che le spargevano il mucchio fin sotto il letto, e di tanto in tanto correva a controllare, quando dopo una spigolatrice saliva il padroncino e non si decidevano più a riscendere.

Avevo ventidue anni, la volta che ero andata a spigolare da un proprietario benestante - per la prima volta non mi era parente: fino ad allora mio padre, con una scusa o con l'altra, mi aveva sempre mandato con zii.
Il padroncino aveva un anno meno di me, ma si dimostrava più anziano. Aveva un difetto nel pronunciare la esse, "a lingua dolce". Gli stava bene, però, lo faceva anzi più simpatico. Era sempre allegro come un passero, burlone, e molto premuroso con me. Tutta l'estate ebbi occasione di accorgermi delle sue occhiate e delle sue parole gentili, e ne ero molto contenta. Per la prima volta in vita mia lavorai felice dall'alba al tramonto, e prendevo parte agli scherzi. Ero diventata un'altra. Un tempo così non l'ho trovato più mai...
Le mie compagne erano gelose, vedendo che il padroncino aveva per me una predilezione. Mi burlavano, dicendo che io non ero donna ma una specie di maschietto, che mi stavo mettendo grilli in testa, che lui si divertiva a farmi illudere.
Le voci arrivarono presto alle orecchie di mio padre. Mi chiamò e disse: "Quel giovane non è adatto alla nostra famiglia. Loro sono contadini, noi pastori. Tu puoi essere una buona moglie per un pastore, non per un contadino. In più, lui ha un anno meno di te, ed è troppo puledro. Levatelo dalla testa". Queste parole non si potevano discutere, e dalla mia faccia sparì il sorriso.

A furia di sacrifici, il numero delle pecore di mio padre era aumentato; così pure erano aumentati i terreni da pascolo e i campicelli da coltivare a grano per la provvista dell'anno. L'unico maschio di casa - il cacanido - cresceva bene, e su di lui erano riposte tutte le speranze di mio padre. Era trattato come il Santo in chiesa: gli erano dovute tutte le cure e tutti i suoi desideri erano ordini - meno male che era modesto e di cuore buono.
Noi figlie non avevamo nessuna importanza. Dovevamo sposarci e basta. Io ero la più grande e la più sollecitata, perché spettava a me per prima sposarmi, secondo l'usanza: "Se non cominci tu, quando si sposeranno le tue sorelle? Tutti penseranno che avete pretese, se tu non cominci. Ti devi decidere senza far troppo la schizzinosa". Io non avevo nessuna voglia di incoraggiare pretendenti - l'avevo desiderato sì di sposarmi, una volta, quello che volevo io...

Vicino al nostro ovile c'era un sentiero che portava alla casa di campagna di un proprietario che aveva fama di essere molto ricco. Passava egli altezzoso a cavallo e sembrava padrone di tutto ciò che vedeva intorno a sé. Salutava superbo, come se ci avesse il torcicollo. Le mie sorelle conoscevano anche i suoi due figli. Uno di questi era appena tornato dal fronte - un tipo scontroso, col berretto calcato sugli occhi, salutava con un mugolio. Una mattina che lo videro passare a cavallo sul sentiero, le mie sorelle mi chiamarono. Passò, e al suo saluto scoppiai in una grossa risata, tanto era buffo.
La sera stessa, a casa, dopo cena, mentre pulivo le stoviglie in cortile, mio padre mi chiamò in cucina. C'erano visite. Di fronte a mio padre sedeva un uomo che non conoscevo, e mi stupii. Disse mio padre a bruciapelo: "Chi è di voi che si è messa a ridere stamattina, quando è passato il figlio di Maccioni?". Abbassai la testa in attesa della sfuriata e risposi: "Sono stata io. Non ce l'ho fatta a trattenermi, era così buffo". "Non una parola di più!" tuonò mio padre "Tu sarai la moglie del figlio di Maccioni! Vuole in moglie quella che ha riso. Del resto, è giusto che sia così: tu sei la più grande e devi incominciare tu, e poi è un buon partito. Devi sentirti onorata che il figlio di Maccioni si sia degnato di scegliere te, povera figlia di un pastore". E senza che avessi potuto pronunciare mezza parola rivolgendosi all'ospite che non conoscevo ma di cui ora avevo capito il ruolo disse: "Vai pure e dì a Maccioni che mia figlia è contenta di diventare la moglie del figlio Gesuino, e che può venire quando vuole a fare le cose in regola".
Andato via il pavoninfu mi azzardai a dire: "Ma Babbo non le sembra che avremmo potuto parlare prima di dare una risposta?". Che mi si fosse spalancata la terra sotto i piedi e mi avesse inghiottita! Gettò un grido che mi fece tremare tutta. Disse: "Figlia snaturata! devi ringraziare il destino a tutte le ore del giorno e della notte per la fortuna che ti è piovuta addosso. Non lo sai come stanno bene i Maccioni? Il padre gira sempre a cavallo come un marchese - preoccupazioni non ne ha di certo. Il figlio è più grande di te quattro anni e va meglio di quel nipotastro ragazzino che ti eri messa in testa. E' un giovane serio, si sta facendo una bella casa. Pensa piuttosto a lavorare e a risparmiare per non farmi fare brutta figura con la roba".
E così mi ritrovai con un fidanzato che non conoscevo, che non volevo, che non mi piaceva. Ma dovetti fare faccia bella a burla cattiva. Piano piano mi abituai a vederlo venire la sera, a sentirlo scambiare qualche parola - due o tre in tutto - con mio padre. Aveva il vizio di fumare, ne accendeva una dopo l'altra. Mio padre lo rimproverò, e gli ordinò di smetterla in casa nostra perché noi non eravamo gente sprecona. Lui obbedì e diminuì il numero delle sigarette. Qualche volta ci trovava a cena e mangiava con noi - dapprima diceva di aver già cenato e rifiutava, ma dopo si metteva a tavola e mangiava come un affamato. Era stato al fronte, ma non ne parlava mai. Correva voce in paese che fosse di idee socialiste. Questo era un brutto neo, fra tanti pregi che mio padre gli vedeva, e ci passava sopra perché era figlio di Maccioni; ma lo aveva avvertito di non permettersi di parlare di politica in casa nostra.

Ero disperata per il costo della roba. Avevo raggranellato prima della guerra centesimo su centesimo. Ora quei soldi non valevano più niente: giornate e giornate di lavoro non mi compravano neppure un bicchiere. Mio padre non aveva cambiato idea a proposito di aiutarmi: dovevo sbrigarmela da sola. Volevo continuare ad andare a giornata in campagna, ma il mio fidanzato e anche mio padre si scandalizzarono: "Quando mai, la futura nuora di Maccioni andare a fare la serva?". Se mai potevo lavorare nella famiglia del fidanzato.
E così, appena avevo tempo, andavo a casa della mia futura suocera e mi rendevo utile in mille modi. Purtroppo senza una lira di compenso.
Mia suocera aveva fama di buona e magnanima. Mi accorsi presto che tale fama era immeritata. Era una donna furba, di quelle che sanno portare il Santo in chiesa. Era piccoletta bruna. Si alzava all'alba, svegliava il servo e lo mandava a portare il cavallo che pernottava nel chiuso di campagna, per tenerlo pronto sellato quando si alzava il marito. Poi si metteva a fare la farina o altre faccende, lemme lemme. Non perdeva la calma, qualunque cosa succedesse.
Chi comandava veramente, in quella casa, era la figlia grande, una zitella acida, baffuta e petulante. Si sposò più tardi, a quaranta e più anni. e riuscì anche a fare un figlio, e tutti si erano chiesti come avesse potuto fare il marito.
C'era da correre all'orto per pulirlo dalle erbacce, da portare brocche d'acqua dalla sorgente, da fare il bucato, da lavorare e cuocere il pane. Su tutto disponeva lei, la zitella coi baffi, col massimo risparmio di fatica da parte sua. Mi diceva: "Tu sei molto svelta e brava anche: fai proprio a tempo a tutto; quando hai finito questo fai quello!". E io obbedivo, anche se a malincuore, che dovere mio era di essere obbediente e rispettosa.
Ebbi anche occasione di conoscere una cognata, la moglie del fratello maggiore del mio fidanzato. Una donnona lardosa dalla risata sguaiata, sempre accaldata. Non faceva altro che sbuffare, standosene sdraiata sopra una stuoia in cucina - tutto sottosopra, stoviglie sporche, cenere, legna bruciacchiata e merda sul pavimento e mosche, mosche che ronzavano dappertutto, che entravano dalla porta del cortile insieme al fetore del maiale che grugniva davanti allo steccato che sostituiva la porta. Chiunque entrasse a cercarla, veniva invitato a farsi avanti fin dove lei stava sdraiata, senza alcun ritegno se erano maschi, vestita o spogliata che fosse. Quando tornava il marito, stanco del lavoro, le chiedeva da mangiare; e lei diceva: "La cena è nel camino, mangia tu che io non ho fame".
Una sera c'ero anche io, e avevo assistito alla scena. Per rispetto, avevo rifiutato la cena. Ma il marito mi disse: "Mangia tu, che sacco vuoto non resta in piedi. Lasciala dire, quella: si è saziata durante tutto il giorno, e perciò ora non ha fame": Seppi poi che per calcolare ciò che la moglie divorava durante il giorno, prima di uscire in campagna contava i pani e misurava le funi di salsiccia.
L'unico guadagno di quell'anno fu il grano spigolato a fatica nei momenti di pausa che mi restavano lavorando per la mia famiglia e per quella del mio fidanzato.
Mi ero accorta quasi subito che non c'erano buoni rapporti tra il mio fidanzato e i suoi. La mia futura suocera, un giorno, mi disse: "A te sì che ti vogliamo bene, perché sei brava e lavoratrice, ma a Gesuino, lui è sfaticato e di poco sale": Come potevano voler bene a me, che ero una estranea, se non volevano bene a lui, creatura del loro sangue? Dal momento in cui mi disse quella frase, cominciai a diffidare di lei e delle sue belle parole, e non le credetti più. Lei e la figlia - la zitella coi baffi, quella che poi si era sposata con un vecchio - mi erano diventate odiose.
Io credo poco alle apparenze. Diffido sempre delle belle parole. Non mi incantano neppure i dottori letterati. "Chi più ne sa, meno ne sa!" Bella fatica hanno fatto, loro, a imparare! levati dal letto col caffelatte, portati fino a scuola sul palmo della mano e seduti sul banco coi cuscini sotto il culo. Se fossi potuta andare anche io, come loro, a scuola, anche scalza e stracciata, ne saprei come loro, anzi di più, che io ho una memoria che ricorda ogni cosa. Ma loro, i signori, scommetto che non ce la farebbero a fare tutto ciò che faccio io in una giornata di lavoro!

Dopo il raccolto ci fu il matrimonio. I giorni che lo precedettero non li auguro neppure al mio peggiore nemico. C'era da diventare pazza, col pensiero di far bastare i pochi soldi per comprare il necessario. Non volevo certo lasciare qualche oggetto indispensabile, per andare magari a chiederlo a mia suocera che abitava vicino. Se ne sarebbe fatta due di risate, alle mie spalle, la zitella coi baffi, se mi fossi dovuta inginocchiare a lei, per chiedere un oggetto!
La casa era finita e tutti ne parlavano. Qualche maligno diceva: "Sembra un convento! Già ne resteranno anche vuote, di quelle stanze". Che fosse grande era vero - ma non è che le stanze fossero molte, il guaio era che non avevo abbastanza soldi per riempirle di roba.
Arrivai fin dove potei. Piangevo, vedendo i pochi carri con la mia roba andare a casa dello sposo che sarebbe stata da allora in poi la mia casa.
Nei primi giorni non mi ci sapevo vedere. Non la sentivo casa mia - come quando mi ero fatta una gonna di nove teli all'usanza di allora: ogni volta che la mettevo me la sentivo troppo larga e pesante, e alla fine mi ero pentita: con quella stoffa avrei potuto farne due. E infatti, qualche tempo dopo la disfeci e ne rifeci due, che mi durano ancora, da portare a strapazzo.
Un giorno che mio marito era in campagna, venne un falegname a cercarlo. Dissi: "E che cosa vuole da mio marito?". Lui disse: "Lasci stare, quando lo vedo glielo dico". Tornato mio marito, gli dissi: "E' venuto il tale falegname a cercarti. Che cosa vuole da te?". E lui disse, un po' irato: "E che bisogno aveva di venirmi a cercare? Già lo sa che ci sarei andato a fargli il viaggio di legname da Sanbistu col carro. Se ritorna, digli che la memoria non l'ho persa ancora, e quello che prometto lo faccio". Tutto finì lì, e a quella storia non ci pensai più.
Ed ecco, dopo un po' di giorni, venne un fabbro. Lo vidi entrare in cortile, guardandosi attorno come se cercasse qualche cosa. Lo prevenni e dissi: "Non starà cercando mio marito per farsi fare un viaggio da Sanbistu?". Disse lui: "Cosa mi dice mai!? viaggi a me non me ne servono. Guardavo solo se c'era il carro di suo marito, perché gli devo ricordare una commissione".
La sera, lo dissi a mio marito. Stavamo mangiando un piatto di lenticchie e la cucchiaiata gli andò di traverso. Con la faccia bassa, brontolò: "Già ci andrò io, a parlargli. Non te ne prendere pensiero, tu". E poi aggiunse: "Guarda che per stasera ho invitato amici, e ti voglio contenta".
Vennero gli amici, fecero un bordello grande, si mangiarono le provviste e si bevettero il vino. Mi mostrai contenta, davanti a loro, ma quando se ne furono andati dissi a mio marito: "Guarda che questa sia la prima e l'ultima volta che mi porti in casa quegli sfaccendati. Se eri abituato così, con me non continuerai. La mia roba me la sono fatta con sudore di sangue, e non me la sperpererai tu con i tuoi vizi".
Da quella volta amici non ne vennero più. Ma vennero invece prima un muratore e dopo il padrone della fabbrica di mattonelle e della calce - e non mi vollero dire che cosa volevano. E anche per loro, mio marito disse che doveva fare dei viaggi col carro. Io ne ero piena fin qui, di quella storia: non potevo mandarne giù altro, e tutta indemoniata gridai: "Ma tu mi stai imbrogliando! Cos'è questo raggiro? E i soldi dei viaggi che fai col carro per tutta quella gente, dove li metti? Qui non c'è una lira. Lavori, lavori e soldi in casa non ne porti. Voglio sapere come stanno le cose". "Sai", disse lui senza guardarmi, "le cose sono care e mi è rimasto qualche conticino da saldare, e lo sto scontando con questi viaggi". "Ma perché non me l'avevi detto? Invece di fare una casa grande, la facevi piccola. Invece di avere fretta di sposarti, ti pagavi prima i debiti e mi lasciavi lavorare e avrei comprato qualche cosa in più - roba pagata, però!". "Mio padre non voleva che facessi una brutta figura", si scusò lui. "E allora", dissi "vai da tuo padre a farti pagare i debiti!".
E non è che io fossi dissipatrice. Mi ero messa a risparmiare dal primo giorno di nozze. Qualche volta me ne andavo a casa di mia madre a mangiare, e non spendevo niente per me. Qualche uovo che facevano le galline - regalo di matrimonio - lo vendevo, e con quei soldi compravo le sigarette a mio marito. Ma non era un "debituccio", non erano "conticini" da finire presto.
Un giorno venne un proprietario che abitava vicino, e mi aprì gli occhi. "Come non lo sapevi? Il debito di tuo marito è grosso. Poche cose pagate ci sono, qui, di questa casa...".
E per cinque anni, cinque lunghi anni, piangendo lacrime di sangue, lavorai come una schiava di galera per pagare tutti i debiti, fino all'ultimo centesimo. Mi alzavo all'alba, involgevo in una coperta il bambino che mi era nato per disgrazia, e lo buttavo da mia madre - ci pensavano le mie sorelle piccole a vestirlo e a sfamarlo - e correvo a zappare o a seminare o a trebbiare, mentre mio marito andava a trasportare minerale dalla miniera alla fonderia. Perfino a mietere, andai, io, per non pagare un mietitore. Furono anni di lavoro, di fame e di veleno. E così ho imparato la vita.

Adesso sono vecchia, il mio poco ce l'ho, non devo niente a nessuno, mi basta e mi accontento. Non faccio come certi, che fanno il passo più lungo della gamba, vogliono la roba anche se non se la possono pagare con le proprie forze, e allora fanno prestiti. E i debiti sono duri da scorticare. E qualcuno finisce per mettersi a rubare, e la roba degli altri non si deve toccare. Il povero l'ha lasciato Dio, e ognuno deve restare quello che è. Del resto, quando un cristiano ha il pezzo di pane e il fuoco per scaldarsi, sta bene - tutto il resto sono vizi che sottoterra non ci portiamo.
E poi, se una donna comincia a desiderare la mobilia buona, si abitua al lusso e non c'è marito che la può soddisfare e tenere a freno. Come la massaia che era compagna mia in casa di zia Chedenia: incantata dai soldi, si era sposata con un uomo di miniera. Il marito ne usciva giallo come cera dalla galleria, e lei tutta bella e rossa e agghindata se ne andava per le botteghe, pomposa, col figlio in braccio che sembrava il principe del corno della forca, pieno di fiocchi e di pizzi - peccato quel pizzo! tanto i bambini non guardano ciò che pisciano; basta ripararli dal freddo. E fosse stato bellino, almeno! Sembrava un aborto, perché quella lì, anche se gli metteva la cipria per uscire, chissà come lo teneva in casa. Del resto, si vedeva già da ragazza, che specie di donna era. Quando lavoravamo la pasta per il pane, si lavava le mani col sapone un paio di volte, perché era schifiltosa. E adesso che ha consumato i polmoni di suo marito buonanima si sta lucidando per sposarsi di nuovo. Ma se fossi io uomo, già mi monterebbe così!
Oggigiorno il mondo è cambiato. Ci sono troppi vizi, coi soldi che corrono. E per che cosa, poi? Fosse almeno più sana e più contenta, la gente. Quando io andavo a lavorare, mi alzavo all'alba e ci andavo a piedi, e non ci arrivavo gialla come cera e slombata - come sono adesso le donne. Perfino le zappatrici, quelle poche che ci sono rimaste, vanno al campo in bicicletta, e arrivano con gli occhi gonfi di sonno, perché si sono alzate dieci minuti prima, quando il sole era già alto. I soldi che sprecano per comprarsi le biciclette dovrebbero conservarli, se no quando si sposano non hanno lenzuola, svergognate, e se le fanno comprare dal fidanzato. Quelle lo scorticano, un uomo. Si fanno belle di fuori, e si vestono di lusso anche per andare a lavorare. E quando non basta il marito, fanno le bagasce.
Con tutte le macchine che ci sono, adesso nessuno vuole lavorare a mano. Il pane non ha più lo stesso sapore. La terra è sforzata e riscaldata da quei concimi, da appena ci buttano il seme. Le spighe le gettano dentro le trebbiatrici, invece di lasciarle al sole che fa bene a ogni cosa. E il grano, di nuovo dentro quelle macchine calde e puzzolenti. Per forza, la farina non viene buona! ne esce calda e puzzolente. E il pane? invece di lavorarlo a mano, ributtano la farina in un'altra macchina, e ne viene fuori una pasta frolla che non resiste al lievito. Fatto in casa, il pane, ci vogliono almeno tre ore per lievitare, e che sia ben coperto. Adesso, in mezz'ora, non fanno in tempo neppure ad accendere il forno che già la pasta si sta liquefacendo, e nel forno non si gonfia e non ha il suo buon profumo.
La gente è tutta malaticcia. Quando ero piccola, anche se andavo scalza e poco vestita, medicine non ne avevo mai preso. Oggi, le ragazze sono tutte a dolori, sempre prendendo medicine. Per ogni fesseria corrono dal dottore. Sarà che hanno soldi da buttare o che hanno voglia di farsi guardare e toccare. Per parte mia non ci sono mai andata e mai ci andrò - va' che non mi spoglierei davanti a loro, uomini sono, anche se dicono che non guardano: neanche se avessero gli occhi cuciti col giunco!
Quando devono fare un figlio, si cacano addosso per lo sforzo. Già mi aspettavo la levatrice, io! Il secondo l'ho fatto in campagna. Quando mi sono sentita nel momento, ho lasciato la zappa, l'ho fatto, l'ho avvolto nello scialle e me ne sono tornata a piedi in paese. E gli davo da succhiare fino ai due anni, che latte ne avevo - adesso tirano un giorno o due e latte non ce n'è più, e a quelle povere creature danno di quella roba in polvere: chissà che porcheria è.
Gli animali lo stesso. Su trenta uova gallate, sì e no ne escono cinque col pulcino. Sarà quel mangime nuovo che gli danno o sarà l'aria brutta, non lo so... i galli non cantano più. A malapena si alzano di mattina e fanno un pigolio da pulcino, e le galline, neanche le guardano. Prima, un gallo solo si metteva sotto tutto un pollaio di quaranta galline, anche due o tre volte in un giorno. E doveva stare attento ai galletti che crescevano... In casa di mia madre, di galletto se ne faceva a pranzo uno alla settimana. La domenica, al rientro dalla prima messa, mamma si preparava - spettava il turno al galletto più turbolento che bisticciava e disturbava il gallo da monta. Era una festa grande per tutti. Tutti assistevano, e ciascuno aveva il suo aiuto da dare. Al momento di sventrare l'animale si faceva silenzio, e tutti guardavamo la sua faccia e aspettavamo.. Apriva e toglieva i bottoni, che erano belli grandi e non come quelli di adesso che sembrano semi di melone! Li prendeva e li metteva in un piattino, andava in cucina e li mostrava al marito: "Guarda, che razza di bottoni aveva quel demonio!" Il piatto veniva lasciato tutto il giorno in vista, così che la gente che veniva in visita potesse ammirarli.
Io dico che se lavorassero in casa non se ne andrebbero al cinema. Io già non lo so che gusto ci trovano a chiudersi in uno stanzone buio a respirare quel tanfo. Neanche in chiesa vado, quando è tardi e l'aria è viziata. Tutt'uno è andarci di mattina presto, quando si sente solo profumo di cera! Adesso, poche ne sono rimaste di candele; è tutto a lampadine. E Dio non deve essere molto contento, perché era povero e non aveva bisogno di lampadari di cristallo.
Per cucinare hanno messo il gas. Tanto hanno lo stesso sapore, il brodo fatto a fuoco di legna nel camino e quello fatto su quella fiamma puzzolente! Tutto per non lavorare. E meno lavora e più la gente muore. Chi non muore di malattia muore di disgrazia, con quelle macchine. Perché non se ne staranno in casa, dico io, invece di andarsene in giro a sbagasciare. Belli sono, uomini e donne, gettati insieme dentro le macchine! A me fa schifo solo a vederli. Figuriamoci a entrarci dentro. Appena me ne passa una vicina, il fumo che ne esce mi fa venire voglia di vomitare. Adesso li portano in macchina perfino in camposanto. Io una cosa vorrei: che non mi ci mettessero dentro neppure da morta. Lo dico sempre a tutti: che facciano un sacrificio e che mi portino a spalla, in camposanto. Se mi ci vogliono portare. Se no, vaffanculo! che mi lascino lì.

 

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