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2 - La conchiglia a due piazze

 

Lavoro in qualità di esperto al Centro di Ricerche Sperimentali. Tre anni fa dirigevo l'équipe del settore Sondaggi Socio-affettivi che condusse, tra le altre, un'inchiesta sulle tecniche - luogo, modi e tempi - di approccio tra giovani e meno giovani di sesso diverso. I dati relativi ai «modi» e ai «tempi» erano quelli che erano e non interessano in questo racconto. Interessano, invece, i dati relativi al «luogo». Saltava fuori che il 60,3 per cento dei rapporti (si teneva conto esclusivamente di quelli conclusi felicemente, cioè a letto) aveva preso l'avvio in una sala da ballo, il 19,7 per cento a scuola, il 12 per cento in un mezzo di trasporto. Il restante 8 per cento andava nell'ordine a: cinema, viale lungomare, giardinetto pubblico, palestra coperta, stadio. La percentuale più bassa toccava alle sedi dei partiti politici con lo 0,2.
I risultati dell'inchiesta non allarmarono tanto le segreterie dei partiti quanto me, destinato alla castità perpetua. Infatti non frequentavo e non mi andava di frequentare nessuno di quei luoghi dove è possibile iniziare un rapporto sentimentale. Una prospettiva tragica, a ventisette anni. D'altro canto non me la sentivo di cambiare le mie abitudini - casa, lavoro, trattoria, poltrona, lettura, siesta, giardinaggio e pediluvio serale davanti alla tivù.
In un'altra epoca avrei potuto far fruttare la forzata astinenza gabellandola per volontaria rinuncia - la maggior parte dei santi sono tali perché hanno trovato difficoltà nel creare rapporti interpersonali. Oggi, purtroppo il costume è mutato - un santo del genere, anziché assurgere agli onori dell'altare, verrebbe semplicemente classificato frocio.
Avevo una via d'uscita: andare a puttane. Se in ipotesi la soluzione del rapporto mercenario filava, in pratica mi si presentava come un muro invalicabile: la paura della sifilide e di tutti gli orridi morbi che riducono l'uomo in un verminaio purulento.
In fin dei conti, l'uomo non è mai stato solo neppure in un deserto, se chiude gli occhi e fantastica. Impiegai relativamente poco a capirlo, e mi congratulai con me stesso. Un modo di vivere senza imprevisti. O meglio, gli imprevisti ce li puoi mettere e togliere a piacimento. Una strada panoramica da percorrere standosene seduti in poltrona.
Per i miei gusti era sufficiente spegnere le luci o abbassare le tapparelle e prenderlo in mano. Col tempo avrei anche tollerato la penombra. «Mio caro, oggi ti trovo irrequieto. Capisco, il lavoro, le gomitate di quei coglioni dei colleghi, le arie di merda del direttore generale. Ti ci vorrebbe un mio-rilassante. Ti andrebbe una brunetta efebo con le tette in boccio o una biondina latte miele con le poppe materne? Sulla questione dell'età non farti scrupoli: in quattro e quattr'otto apportiamo le debite modifiche al codice penale. No? Nessuna delle due? Sei difficile, vedo. Che ne diresti allora di una castana occhi verdi sorriso con fossette?».
A pensarci bene è semplicemente un fenomeno di autarchia. L'uomo-monade possiede dentro di sé, arrotolato, il papiro di tutto quanto l'universo. E' vero che la maggior parte degli uomini è pigra, non riesce a svolgere che in minima parte il proprio intimo papiro, e non trovando dentro di sé ciò che pure c'è, si rivolge all'esterno elemosinando conoscenze e sensazioni agli altri. Per non dire delle frustrazioni, quando gli altri ti rispondono con i calci in faccia.
Si dirà che le rappresentazioni del papiro sono immagini viste e non fotografate. Giusto. Ma a questo punto soccorre la tecnica. Per dare loro corpo basta prendere carta e penna e fissarle - formato tessera o cartolina, a piacere. Adesso, con la mania del grande, si usano anche i posters. E facendo questo, si fa dell'arte: dipinti, sculture, romanzi e via dicendo fino alla politica, che è l'unico modo di fare arte senza avere dell'artista neppure un pelo.
Dopo qualche tentativo in versi - naufragato per le disfunzioni biliari di un critico - mi decisi per la narrativa, raccontando per filo e per segno le vicende svolte dal papiro. La critica le definì di un impressionante verismo. Tre romanzi di successo e nove minori; una quarantina di saggi sulle questioni sociali più scottanti, quali l'ecologia e il sequestro di persona, l'alienazione e l'amore di gruppo; centinaia di corrispondenze sulla pariteticità eversiva degli opposti estremismi, la droga e la repressione poliziesca; migliaia di appelli e di risoluzioni contro il carcere preventivo, l'eliminazione dei carcerati, i codici fascisti, gli arresti arbitrari, le guerre coloniali, i governi ladri, eccetera.
Anni densi di impegni e di successi, sempre all'avanguardia, sempre sulla breccia, protagonista di primo piano - comodamente disteso nel mio guscio, senza tirare fuori neppure una punta di corno.
Sarebbe durato fino alla fine del mondo, se gli occhi verdi di una ragazza chiamata Rosy non fossero venuti a farsi guardare dentro il mio guscio.

Sto sfogliando il Corriere quando squilla il telefono… Una inchiesta di tre pagine sulle scelte di fondo (mancate) nel programma di sviluppo di una regione economicamente arretrata. Scartata l'agricoltura perché improduttiva, restava il dilemma «capitale-natura». Un dilemma formale, perché la scelta era già stata fatta e la regione in questione era già stata trasformata in una bolgia di petrolchimiche che del patrimonio-natura non aveva risparmiato neppure zanzare e gramigne. A Malapena sopravvivevano gli addetti ai cicli produttivi, tenuti su quotidianamente con speciali trattamenti serali disintossicanti. Eppure il dilemma veniva posto, polemicamente, perché in quel momento i padroni del capitale-natura, estromessi dai profitti in quella regione, volevano mettere in cattiva luce i padroni del capitale-macchina, in vista dello sfruttamento di un altro spicchio di mondo… Una seccatura, alzarsi dalla poltrona per sollevare il ricevitore. Una spina supplementare mi tornerebbe comoda.
«Sì?».
«Il professor Melas?»
«Sì».
«Scusi se disturbo a quest'ora…».
Chi diavolo glielo faceva fare, se sapeva di disturbare.
«…mi ha dato il suo numero il professor Casotti, di storia delle istituzioni…».
Guarda guarda! quel vecchio stronzo si è comprato una cattedra.
«…io sono una sua allieva, e sto preparando la tesi sulle alternative strutturali nella gestione autonomistica del potere regionale. Avrei bisogno di sentire la sua opinione in merito».
Dico: «Ho capito. Sono lusingato. Purtroppo sono oberato di lavoro. Stasera proprio non posso…»
«A suo comando, professore. Tenga conto che saranno sufficienti cinque minuti… Dimenticavo: il professor Casotti le manda i suoi saluti con le congratulazioni per la sua ultima opera».
Quel vecchio stronzo! deve averlo contagiato l'arte di leccare il culo.
Dico: «Va bene. Vedrò di accontentarla. Si faccia vedere domani sera, dopo cena. Alle nove. Si porti le domande scritte, faremo prima. Le batterò le risposte a macchina io stesso».
«Oh, certo, va benissimo. Alle nove sarò da lei. Non so come ringraziarla…».
Il modo migliore sarebbe quello di portarsi da mangiare, da bere e le sigarette. Ho brutte esperienze di visite studentesche.
Dico: «A domani, buonasera».
Pensandoci a letto - ma non ho il tempo per fare un'analisi approfondita, casco dal sonno - mi dico che sono un timido, con le donne. Se mi avesse telefonato lui, quel vecchio stronzo di Casotti, per chiedermi un favore, non avrei esitato a mandarlo garbatamente a quel paese. Con le donne, specie se giovani, è un'altra faccenda. A parte il fatto che loro, a mandarcele, ci vanno volentieri. Sono timido, con le donne. Sia ben chiaro: una timidezza controllata. Riesco ad assumere e a mantenere un comportamento sciolto, la grinta dell'uomo sicuro di sé. Dubito che loro, le donne, siano tanto intelligenti da accorgersene. Quel che conta non è ciò che è ma ciò che appare. Purtroppo, mi costa una faticaccia. Tanto vale evitarle, le donne, finché si può. E' già complicata, la vita.

Carosello sta per finire. Le nove sono trascorse da tre minuti. Se alla fine dell'ultimo sketch non arriva, «non sono in casa». Tengo molto alla puntualità. Non mi va di aspettare.
E' arrivata alle nove e venti. Si scusa. Dice che ha trovato un intoppo nel traffico.
La faccio entrare nel salotto. Lei siede nella poltrona e io di lato nel divano. Non l'ho ancora guardata in faccia - comincio sempre dal basso. Accendo intanto una sigaretta. La sua voce è calda, un po' roca, alla Claudia Cardinale. Indossa una gonna maxi a bottoni, poco sbottonata. O ha le gambe mal fatte o teme che mi butti a frugargliele - povera illusa!
Dico: «Il traffico, capisco. Non si scusi. Beve qualcosa? Un caffè?».
«Preferisco il tè, grazie».
Contenta lei! Con il tè faccio prima: apro il rubinetto dell'acqua calda, riempio la teiera, ci metto dentro due dosi, due fette di limone, due cucchiaini di zucchero e il gioco è fatto.
La sua voce mi raggiunge in cucina: «Lei vive solo?».
«Apparentemente sì… in realtà vivo con i personaggi dei miei libri… peggio della metropolitana nelle ore di punta».
«Posso darle una mano per il tè?».
Non mi ha dato neppure il tempo di dire «lasci stare, ho finito», me la vedo davanti illuminata in pieno dalla lampada. Sorride - mi pare che sorrida. L'unica cosa che vedo di lei, che io guardi o no, sono i suoi occhi verdi… Il verde cupo del mare del golfo di Oristano, poco fondo e ricco di alghe, dove si pescano gli sparlotti con la palamite.
Inciampo nel piede di una sedia. Una tazzina se n'è andata al diavolo. Dovrò raccogliere i cocci - no, non ora, davanti a quegli occhi, più tardi. Comincia a costarmi più del previsto, l'inviata di quel vecchio stronzo di Casotti. Ma come diavolo avrà fatto a ottenere quella cattedra?
«Senta - dice - beviamolo qui, il tè. Mi fa sentire a mio agio, la cucina. Sa, sono un po' emozionata, è la prima volta che vedo uno scrittore…».
Porta la tazzina bollente alle labbra. Sussulto di raccapriccio: si scotterà le labbra. Deve averle di amianto: manda giù il tè bollente a sorsi regolari. Ritorno ai suoi occhi: non bevono, loro, non ne hanno bisogno, meravigliose creature angeliche, senza peccato originale.
«Ho sentito parlare tanto di lei. Il suo ultimo libro mi ha fatto piangere. Sa, quei quattro che vanno insieme in un lungo viaggio e alla fine l'ultimo si uccide…».
«Oh, ma che brava!» dico, e penso che non ha capito nulla della simbologia attraverso cui si esprime il messaggio sociale. Come poteva suicidarsi, se era già morto? Chissà con che cosa legge, forse con la testa. Ha capelli quasi neri, aerei, vaporosi. Se avesse letto con gli occhi!… Quegli occhi cominciano a pesarmi - dove ho mai visto un verde simile? No, il mare del golfo di Oristano è diverso. E' il colore della puszta ungherese a primavera. Sono sconfinati, non mi stupirei di vederci galoppare branchi di cavalli selvatici. In testa, uno stallone bianco al rallentatore.
Mi è passata la voglia di bere il tè. Avrei preferito un caffè - mi mette subito su di tono. Mica posso mettermi a fare il caffè adesso, davanti ai suoi occhi color puszta. No, non precisamente color puszta… ne ho colto l'essenza in un riflesso… sono verdi con un sottofondo marrone e giallo - un bosco di lecci bavaresi a ottobre, un immenso tappeto di foglie morte.
«Forse sto abusando del suo tempo», dice.
Non so se sia sincera o se abbia fretta di prendere ciò che le serve per andarsene. Non ha capito che il tempo si è fermato. Eccetto gli occhi, tutto è stupido in lei. Si, non può che essere stupida: ha guardato l'orologio. E' patetica come una marionetta.
Dico: «Ha portato le domande?»
Fa per aprire la borsetta.
«No, non qui. Andiamo nello studio. Venga».
Le domande sono impertinenti. Si potrebbero ridurre a una sola, alla ipotesi di sviluppo industriale, se le scelte sono quelle giuste al tipo di impianto, al loro costo, agli investimenti, alla occupazione, al reddito e quali condizionamenti, negativi o positivi, ne derivano alle strutture socio-economiche tradizionali. Personalmente risponderei con una sola parola: merda!
Mi scruta, mentre scorro il suo questionario, compilato a mano - una calligrafia elementare, letterine piane e rotonde distese senza una spina dorsale. La carta è di un biancore fluorescente, vi si riflettono i suoi occhi, e il foglio è diventato un prato irriguo di trifoglio e ladino.
Mi siedo alla macchina da scrivere. Lei avvicina una sedia e mi si mette al fianco, sulla sinistra. La gonna è una maxi pesante a disegni scozzesi, maledettamente abbottonata. Le vedo appena le caviglie… Non la mangio mica, non sono un maniaco… La gonna è tesa sui fianchi e sulle cosce. Si capisce che è grassottella. Comunque, non è carino andare a casa del prossimo a chiedere un favore tenendosi tutta abbottonata.
Metto due fogli e la carta carbone. Conservo sempre una copia di tutto. Non si sa mai. Ciò che do è una parte di me che se ne va. Duplico, e do la copia. Mai l'originale. Anche quando faccio un regalo, ne acquisto due uguali e mi tengo quello meglio riuscito. Se sono perfettamente uguali, ci penso io stesso a renderli differenti con un graffio o con una leggera ammaccatura.
«Ho idea che cinque minuti non basteranno», dico.
«L’avevo previsto», dice.
L'ha detto col tono di chi prova gusto a starti addosso. Mi ha fatto l'effetto di una carezza in una zona erogena.
Dico: «Senti, perché non ci diamo del tu? No, non fare quella faccia, non stare a lambiccarti sul perché, te lo dico subito io, il perché. Stiamo facendo un lavoro insieme, no? dunque siamo alla pari, finché dura. Chiaro, il perché?».
Muove la testa assentendo, ma è chiaro che non ha capito. Mai avevo visto o immaginato di vedere una testa muoversi con tanta lievità. Ed è ovvio, perché mancava in tutte le teste di mia conoscenza un elemento necessario al verificarsi del fenomeno: quegli occhi verdi. No, dire che sono verdi non è esatto. Di che colore è una insenatura della Costa Smeralda? Ve ne sono alcune raggiungibili soltanto dal mare; ci si arriva in motoscafo, in due, maschio e femmina; si può stare sdraiati sulla sabbia calda senza costume da bagno, a giocare finché si vuole, tranquilli… Posso chiederlo a lei, di che colore sono. Lei dovrebbe saperlo.
«Non fare caso alle mie stranezze. Tu capisci com'è uno scrittore… Non ricordo il tuo nome. Ricordo che suona dolce. Giusi, mi pare…».
«Giusi?! questa è bella! Perché dovrei chiamarmi Giusi?»
I suoi occhi si socchiudono nel sorriso. Una eclissi parziale. Odio le eclissi quando sto in riva al mare, disteso sulla sabbia calda di una insenatura della Costa Smeralda, senza costume da bagno. Riaprili, gli occhi, Giusi o come diavolo ti chiami. Non vedi che sono senza slip. Mi abbronzano e mi inturgidiscono…
«Mi chiamo Rosy».
«Rosy, sì. Scusami, Rosy, volevo dirti… lo so che la domanda è cretina, ma ho un motivo serio per fartela. I tuoi occhi di che colore sono?».
E' piacevolmente stupita. Gongola come se le avessi fatto chissà quale complimento - non ha capito un cavolo. Scommetto che le si è stretta la vulva, dalla gioia. Ha sgranato gli occhi in modo osceno. Sono ancora più osceni, abbottonata com'è dal collo alle caviglie.
«Di che colore sono?» dice.
Li socchiude, ora, ridendo divertita. La gatta fa le fusa. Certo: che stai a ripetere, oca? Hai capito benissimo: di che colore sono i tuoi occhi.
«Stavolta ti sembrerò strana io, perché proprio non lo so. Non ci ho mai pensato. Non dico che non me li sia mai visti, ma non ho mai fatto caso al colore. Davvero, è la prima volta che qualcuno mi ci fa pensare…».
Deve avermi preso per un sorcio, la gatta! Mi sono incautamente addentrato nel suo elemento. Al diavolo il colore! - mi dico. Ma subito mordo la lingua blasfema. Ho commesso un sacrilegio: sono occhi più puri di Nostro Signore. Potrebbe non avere mai fatto un bidet in vita sua: i suoi occhi sono puliti. Non c'è sporco che possa insozzarli. Sono levigatissimi, incontaminabili. Concepiti senza peccato. Vuoi vedere che sua madre è stata visitata dall'arcangelo Gabriele?… Basta. Al lavoro, adesso. Forse si starà chiedendo se sono un affamato. Non vorrei che si mettesse grilli in testa e li andasse a far cantare in giro. Ha l'aria sorniona di chi ha in mano un poker servito - ti sbagli, cara, sono servito anche io: scala reale.
Dico: «Immagino ciò che pensi e ti assicuro che ti sbagli».
«Guarda che non mi è passato neppure per l'anticamera del cervello, criticare ciò che stai scrivendo. Per me è vangelo».
Sì; svicola pure! Si dà matta per non pagare l'osteria. Figurati se m'infinocchi così.
Dico: «Ti credo. Ho buoni motivi per crederti. No, non è presunzione, è coscienza di quel che valgo. Ma non mi riferivo alle pochezze che sto scrivendo per aiutarti a sbarcare la tesi. Mi riferivo ad altro. Osservavo le tue reazioni per utilizzarle poi in una analisi dei rapporti. Mi interessa in particolare il meccanismo della simpatia. Hai letto il mio saggio sulle Attrazioni dei complementari? No?».
«Mi dispiace di non averlo letto. Posso rimediare, se mi dici dove posso trovarlo».
«Lascia perdere. Piuttosto, dimmi, come definiresti la simpatia?».
«La simpatia?… Veramente non ci ho mai pensato».
Se non avesse gli occhi che ha, le avrei messo una mano sul sedere, avrei aperto la porta e l'avrei scaraventata fuori. Ma perché gente simile se ne viene a studiare in città invece di starsene a brucare nelle campagne? Forse non dovrei essere tanto severo, c'è posto per tutti a questo mondo. Perché prendermela con la levità della sua testa? Ha lavato i capelli di fresco, sono odorosi di shampoo Giusi all'uovo - ecco perché la chiamavo Giusi - vaporosi, aerei, un volo di libellula.
Vuole apparire intelligente. Dice: «Se proprio ci tieni che ti dia una definizione della simpatia, posso provarci…».
«Certo che ci tengo. Anzi, consideralo un test… Mi spiego: credo che saresti un personaggio ideale da romanzo. Per ciò mi interessa conoscerti. Più o meno è la storia del pittore alla ricerca della modella per lo chef d'oeuvre».
«Me l'immaginavo. Mi lusinga molto finire nella letteratura. Mi sforzerò di esserti utile…».
Si sta sforzando veramente, poverina. Si vede, le è apparsa una ruga sulla fronte. Pare che non ce la faccia, con una sola ruga, si sta aggrottando tutta. No, gli occhi no, non chiuderli! se li chiudi non mi importa più nulla di te, di conoscere la tua definizione di simpatia - neppure se sbottonassi tutti e dieci i bottoni della maxi. Dovresti spalancare le palpebre, darti due colpetti con la punta degli indici e cavarteli, senza guastarli, naturalmente, e poi metterli qui sulla scrivania e andartene dove ti pare… Li ha riaperti… Riprendo a respirare.
Dico: «Ebbene?».
«Non so, credo che la simpatia sia una specie di attrazione, fisica o di altro genere. Per esempio, curiosità, interesse. Tu - se è questo che volevi sapere - mi interessi e quindi penso che mi sia simpatico. E' così, no?».
«No, non mi pare. Potrei incuriosirti perché sono un mostro e allo stesso tempo potrei esserti tanto antipatico da costringerti a manipolarmi con la tuta antisettica e con le pinze manovrate a distanza. Pensa all'interesse dell'analista per una coltura di bacilli del colera…».
«Hai ragione, interesse e curiosità non vogliono dire simpatia. Però, nel caso tuo coincidono. Mi incuriosisci e non ti trovo scostante».
Bontà sua, non mi trova scostante. Ci mancherebbe altro… non ho alito fetido, non sudo ai piedi, non puzzo di urina. E non a caso: un uomo intelligente non può essere brutto. I caratteri somatici si plasmano sotto la pressione del lievito interiore, esprimono ciò che c'è dentro. Fatta eccezione per gli occhi, che sono creature a se stanti, di forma perfetta. Si è mai visto che diventino piramidali, cilindrici o prismatici?… Però, come mai ti è saltato in testa di aprire un discorso sulla simpatia? Un pretesto banale per appurare se lei ti trova simpatico? Bene, adesso lo sai: dice che non sei scostante. E' già qualcosa, e in più pare che sia curiosa di te. Potrei sbilanciarmi io - spetta all'uomo sbilanciarsi per primo, stando alle regole del gioco… Macché giochi d'Egitto! tu, Bruno Melas, scendere sul piano della banalità, sul suo piano, sussurrandole: Sei molto graziosa, mi fai fare pensieri piacevoli e così via. Le parole non vanno sprecate in banalità. In questo caso è ancora più stupido dirle, poiché lei è certamente convinta che io le abbia pensate.
Dico: «La simpatia, mia cara, è un fenomeno ancora poco studiato. Non la si può liquidare come una tendenza contagiata dall'emozione, come una partecipazione affettiva o atteggiamento affettuoso. Definizioni da manuale di psicologia che possono soddisfare il tuo professor Casotti. In effetti non spiegano nulla. La simpatia è la capacità naturale delle molecole di aggregarsi. Aumenta col peso specifico… mi segui? E' il meccanismo propulsore della vita, che è aggregazione. Se riesci a controllare questo meccanismo sei libero; se te ne lasci dominare, non conti più nulla, sei come la sabbia del deserto in balia dei ghibli. La simpatia si potrebbe paragonare anche alla scintilla che dà fuoco alle polveri. Tutto bene se si tratta di una carica prestabilita per lanciare un proiettile. Catastrofica, se la scintilla è dolosa, se c'è molta polvere, se la Santa Barbara non è sufficientemente blindata e custodita. Lo scoppio sfascia tutto quanto, la nave affonda o va alla deriva. Allora è il dramma. Il dramma - intendiamoci bene - non la tragedia che è un'altra cosa. Tragedia è la sciagura del Vajont, l'assassino di Sacco e Vanzetti, il colpo di stato dei colonnelli. Il dramma è una tragedia intima, che si sviluppa ed esplode nell'ambito individuale: una calvizie a trent'anni, una eiaculazione precoce, due seni cadenti… Sotto sotto c'è sempre la paura di uscire dal guscio, la paura di un'altra dimensione: le profondità marine o le immensità astrali. Capisci, perché ho usato l'immagine della scintilla che dà fuoco alle polveri? La simpatia è un processo di aggregazione - fuoco più sostanze esplosive - che produce una disgregazione. Una disgregazione che non significa morire ma modificarsi e vivere in una dimensione diversa…».
Mi rendo conto che mi sto scaldando mano mano che sviluppo il discorso. Mi ritrovo davanti un grosso gomitolo; ne acchiappo il capo e tiro; tirando viene che è una meraviglia sentirlo scorrere liscio tra le dita. Non m'importa se me ne sto avvolgendo tutto: il gomitolo è ancora grosso. Finché ce n'è, tiro. Perché non dovrei? Paura di annoiarla? Scommetto che lei non sa neppure che cosa sia la noia. E' di quelle che quando non hanno da fare - cioè sempre - si affacciano alla finestra per vedere passare la gente, e di tanto in tanto si soddisfano.
«Dov'ero rimasto?… Uscire dal guscio… si. La simpatia ha la funzione provocatrice di farci uscire dal guscio. Pensiamo subito ai trabocchetti. Possiamo rimetterci le corna, un piede, un ciuffo di capelli, il portafogli, il posto che occupiamo o magari la verginità… Ecco, siamo arrivati al punto. Tu, perché ti tieni tutta abbottonata? No, è una domanda retorica, conosco già la risposta. Bene, vedo che hai capito… No, non affrettarti a ritirare dentro il guscio quell'esile cornetto soltanto perché l'ho sfiorato col dito. Anzi, rilassati, fidati, allungalo e ingrossalo, poggialo tu stessa sul mio dito. Coraggio, hai paura che faccia male? che riceva una scarica elettrica? che ti caschi il mondo addosso? E invece non ti accadrà nulla di nulla. Prova e vedrai».
Vedo nella sua faccia una espressione sospettosa. Protende il busto pronta alla fuga.
Dico: «Scusa, non fraintendermi. Non parlavo di te, specificatamente. Perché dovrei? Parlavo a te d'accordo, ma tu rappresenti un interlocutore e basta. E se ti stessi chiedendo che cosa c'entra la questione della simpatia e del guscio con l'intervista sulle ipotesi di sviluppo industriale in una regione arretrata, ti avverto subito che c'entra, eccome! Al punto finale del tuo questionario, dove si chiede se si ritengono dannose le esperienze non sperimentate, non rapportate, non adeguate a… non scaturite da… non finalizzate in … eccetera, ho già dato una risposta. Appunto quella che si ricava da ciò che hai appena sentito e che ti spaventa: i capitalisti sono gran bagasce e i lavoratori hanno paura di perdere la verginità».
A questo punto avrei potuto congedarla per un mucchio di buone ragioni: tre ore dopo le nove è mezzanotte; ho un callo al piede in cura da cinque giorni e prima di mettermi a letto devo tenerlo a bagno caldo non so per quanto, anzi proprio stanotte dovrebbe staccarsi, secondo le avvertenze del callifugo; infine devo scrivere almeno tre cartelle, stando seduto a letto, diversamente non riesco a prendere sonno - c'è chi prende la camomilla e c'è chi vuota i testicoli: io scarico il cervello.
Avrei potuto congedarla, se non fosse stato per quegli occhi da strega.
«Rosy, pensa che se io fossi stato un inquisitore di Santa Madre Chiesa ti avrei mandato al rogo…» mi è scappato detto.
Non capisco da dove mi sia venuta fuori una frase tanto cretina. Ormai è fatta. Giuro che non volevo. La scintilla è scoccata. La miccia si è accesa. Immagino la tremenda esplosione, se arriverà fino al deposito centrale delle polveri. La mia non è semplice polvere pirica, è deterrente all'idrogeno. E non ho mica il guscio primordiale di una lumaca, a un solo strato… ho un guscio a strutture multiple, altro che cemento armato del Building! Sono diventato terreo. Una paura folle - la sento salire serpeggiando tra le gambe molli, sfiorarmi gelida i testicoli, avvolgermi le reni, scuotermi di brividi la schiena, prendermi alla gola. Vedo sfocato. Non so se mi stia guardando, se lo spettacolo la diverta o se stia pensando le solite cose che pensa una donna quando un uomo sta sotto.
Sento la voce uscirmi soffocata e non posso fare nulla per trattenerla: «Sei una deliziosa strega, Rosy. Sì, hai capito bene. I tuoi occhi verdi…».
Lei sorride gaudiosa e guarda l'orologio. Dice: «Bene, l'intervista è finita. Mi sarebbe piaciuto trattenermi ancora; peccato che si sia fatto tardi».
Ed io che avrei ritardato anche di un'ora il pediluvio risolutore!
Mi stringe la mano con piglio cameratesco: «Ciao, sei stato molto gentile. Ti ringrazio anche a nome del professor Casotti».
Quando la porta si è richiusa alle sue spalle, in sincronia con lo scattare della serratura è avvenuta l'esplosione.
Pensavo di non ritrovarmi più, dopo. Invece ci sono ancora. Debole, frastornato, ricoperto di calcinacci, ma tutto intero. Qualcosa però deve essere successo nel Building, da qualche parte, con una esplosione simile. Controllerò seguendo la via percorsa dalla miccia. Mi auguro che i danni siano di lieve entità. Comunque non c'è stata una reazione a catena. Le strutture portanti sono salve.

Cerca di ragionare, non lasciarti dominare dai sentimentalismi, smettila di comportarti come un coscritto, non avere paura… Paura di che, poi? Di non essere all'altezza? E che vuol dire non essere all'altezza? Che lei prima o poi finisca per chiudere gli occhi e aprire le cosce. E con ciò? Hai tutte le carte in regola, no? Senti, deciditi e chiedile di uscire. Ne hai una voglia matta, non pensi ad altro da tre giorni. Non riesci a combinare nulla, se non te la levi dalla testa…
Bel modo di levarsela dalla testa: chiederle di uscire! Ma se la conosci appena! Se proprio vuoi liberartene, cancellala. Comincia dagli occhi. Che hanno, in fondo, i suoi occhi? Il fatto che sono verdi? In Ungheria, lo sai, gli occhi verdi sono comuni. Vattene in Ungheria. Oppure al cinema, e fai prima: Elisabeth Taylor ha gli occhi verdi - altro che i suoi. E' in programmazione oggi all'Eden; vai e te li ammiri in tecnicolor panoramici per due ore buone… Dammi retta, sei ancora in tempo, a trent'anni le sbandate sono brutte, non sei più un ragazzino che se cade si sbuccia il ginocchio. Con il tuo macchinone complicato carrozzeria americana, se prendi male una curva succede il finimondo. E non sei neppure assicurato. Pensa, se ti saltano i circuiti dei freni. Da quanto tempo non li revisioni? Non per essere maligno: li hai provati soltanto in teoria. E i tiranti dello sterzo? Se ti si rompono nel bel meglio di una serie di tornanti con strapiombo su scogliere…
Ma no, che vuol dire?! è sufficiente andarci con prudenza, testa sul collo e occhi aperti… I suoi occhi non sono soltanto verdi, sono dolci. Anche il suo sorriso è dolce. Direi che tutto, di lei, è dolce. Caderci sopra non può far male, è soffice come latte di gomma - gli scogli sotto lo strapiombo sono decisamente fuori luogo. Che male può farmi? Non voglio essere presuntuoso: sono certo che non mi dirà di no se le chiedo di uscire stasera. Potrei proporle un programma innocente, cenare insieme in un localino tranquillo fuori città. Al rientro si potrebbe fare una puntata da qualche parte - fuori programma. Dovrei conoscere i suoi gusti: spiaggia, pineta, ruderi di antichità, campagna coi grilli, sentiero di montagna con macchioni di corbezzolo. Un posticino romantico, comunque… parlerei, ascolterei la sua voce, le prenderei una mano nella mia mano, la guarderei in viso, vedrei i suoi occhi verdi farsi languidi…
Piantala! E' chiaro che ti prenderesti una sbandata. Anzi, direi che te la sei già presa. Se proprio vuoi uscire con lei, se il farlo è necessario per dimostrare a te stesso che puoi farcela, che puoi uscire dal guscio senza rimetterci le corna, bene, portala al cinema, falle fare una passeggiata sotto i portici, falle vedere le vetrine - le ragazze vanno matte per le vetrine… Tu e la tua mania delle spiaggette notturne col chiaro di luna! Te le sei sempre soltanto immaginate per rendere più eccitanti le tue masturbazioni - a questo proposito, non riesco a capire quale rapporto ci sia tra il chiaro di luna e le contrazioni eiaculatorie del tuo apparato; io dico che sei un caso patologico da aggiungere al trattato del Kraft-Ebing: giuro che ci sono componenti licantropiche… Stavolta è diverso, non te la stai inventando, c'è, in carne ossa e spirito. Non puoi farla sparire spegnendo il proiettore. Sarà lei ad accenderti la luce, se lasci che ti entri dentro. L'accenderà quando vorrà lei, e tu dovrai subirla. Ti farà ridere e piangere a suo piacimento. Capisci quali pericoli corri? Dammi retta, chiudi porte e finestre finché sei in tempo…
Capisco, e fino a un certo punto ti do ragione. E' chiaro che dappertutto ci sono pericoli. Ma tu esageri per eccesso di prudenza. E nella prudenza c'è sempre un tanto di vigliaccheria. Rinunciare per vigliaccheria, no. Ci vorrebbero motivi più fondati, più razionali. Non posso rinunciare così, per contrazioni viscerali… Fosse un'altra, magari. Con le altre donne è stato diverso, il problema non si è neppure posto: puzzavano di fregatura a prima vista. Questa è diversa, ha due occhi mai visti, odorano di violette… So bene che corro dei pericoli. Ma c'è la marcia indietro, no? Appena il traffico si farà caotico, innesterò la retromarcia, e chi si è visto si è visto. Provare non costa nulla…
Va bene, provaci. D'altro canto, potrebbe dirti subito di no. Chi ti assicura che accetterà di uscire con te? Perché sei un uomo intelligente? Le donne se ne fregano dell'intelligenza, guardano l'uccello; e non hanno tutti i torti: seguono la natura. Tu dici che conta anche il resto. Provaci, fai la verifica. Ci fai una figuraccia e ti sbollisce la fregola. Vai, vai pure, prendi il telefono e chiamala: dieci a uno che ti trova una scusa per non uscire. La tesi, le amiche, impegni già presi o qualche altra frottola di circostanza. Vorrò vedere la tua faccia di uomo importante e intelligente snobbato da una fringuella…
Non accetto provocazioni neppure da me stesso. Mi alzo e vado difilato al telefono. Il numero è segnato sull'agenda aperta ed è lì da tre giorni in evidenza. Sollevo il ricevitore e attacco con le cifre.
Devo rifare il numero quattro volte, prima di azzeccarlo. Che diavolo ti prende? C'è bisogno di emozionarti fino al punto da farti venire un collasso? Stai attento al cuore… Crepi l'astrologo! capita a tutti un po' di emozione, in certe circostanze. Appena pronunciata la prima parola, appena agganciata la navicella, l'emozione passa, e il rendez-vous fila liscio come un olio.
Dall'altra parte del filo, una voce: «Pronto? Pronto??!! Pronto!!!!!»
Potrebbe essere lei, non ne sono certo - il telefono falsa i moduli sonori. Dico: «Vorrei parlare con la signorina Rosy, per favore».
«Sono io».
«Ah, sei tu? Ciao, sono io…» - qui, la mia voce roca in partenza si è affievolita tanto che stento a percepirla io stesso.
Lei mi ha riconosciuto - un dato favorevole. Dice: «Ciao, come stai?».
Ho aperto la bocca con l'intenzione di dirle in tono disinvolto: Bene, cara, e i tuoi occhioni verdi? - Invece non è venuto fuori alcun suono. E' quindi lei a tenere banco: «Immagino che tu sia alle prese con qualcuno di quei grossi problemi che assillano l'umanità».
Tiene banco e si permette anche di sfottere. E con disinvoltura. Ciò che mi fa più rabbia è che sia disinvolta - sentire la sua voce fluire chiara limpida. Io ho i muscoli della faccia duri e tesi; se mi provo a muoverli per abbozzare un sorriso mi si frantumano come vetro.
«Senti Rosy…» - meno male, roca sì ma è uscita, la voce; devo trovare un pretesto per mascherare l'emozione, se si accorge che mi provoca simili reazioni può provarci gusto; chi ha detto che le donne sono tendenzialmente masochiste? mi ritroverei a girare come una trottola seduto sulla punta del suo indice - «…non stupirti per la mia voce, un colpo d'aria, probabilmente, un abbassamento di tono, capisci? in più ho fumato come un turco tutto il giorno… Volevo dirti qualcosa, Rosy, ma non vorrei essere inopportuno…» - piantala di tergiversare; diglielo e buonanotte. Se ci sta, bene; se non ci sta, vaffanculo! Vedi, non ci sai fare con le donne. Devi mostrarti sicuro di te, autoritario, virile. Così: Rosy mi piaci e voglio uscire con te stasera. No, non dire nulla, è deciso. Va, preparati fatti bella, tra mezz'ora passo a prenderti…
Nella pausa si inserisce la sua voce, fresca argentina: «Non sei per niente inopportuno, dimmi pure, ti ascolto…»
«Ecco, non vorrei sembrarti sfacciato… ho pensato di chiederti se stasera hai da fare… capito?».
«Da fare, non ne ho, stasera; però non ho capito perché me lo chiedi».
Sì, fai finta di non capire. Hai capito benissimo, vuoi che mi sbottoni tutto, che mi umili ben bene prima di darmi la stoccata.
«Ecco, vedi, stasera ho pensato di chiederti se te la senti di uscire…».
«Uscire con me? Tu? stasera? come mai?».
Accidenti agli interrogativi! Che bisogno ha di complicarmi una faccenda già complicata? Sento il sudore stillarmi giù dalla fronte. Conviene che mi apra una ritirata onorevole: «Ho capito, scusami, se non vuoi uscire, come non detto».
Un risolino precede la sua voce: «Non ho detto di no. Mi stavo solo chiedendo come mai un uomo come te, uso a frequentare ben altre compagnie… capisci? Io sono una ragazza qualunque, non so cosa può trovarci un uomo della tua levatura».
«Non è come pensi, Rosy», - la voce mi si sta sciogliendo, mi sento sul mio terreno, adesso il banco me lo prendo io - «in questo momento ciò che puoi darmi tu non può darmelo neppure il critico letterario del Mondo» - lo credo bene! se avesse due occhi verdi e tutto il resto così non farebbe il critico - «No, non pensare a chissà che cosa… il fatto è che sono depresso, capisci? Travaglio interiore, grumi esistenziali. Tu puoi essermi di grande aiuto per scioglierli. Ma c'è di più. Nel mio ultimo romanzo mi ritrovo un personaggio che non riesco a mettere a fuoco: è una ragazza della tua età e condizione. Conoscerti mi tornerebbe molto utile. Te ne sarò molto grato, se verrai».
Mi compiaccio con me stesso: è andata bene. Vediamo ora come se la cava lei.
L'ho stesa. Dice: «Mi hai convinta… per amore dell'arte». Cerca di rimettersi in piedi e di ricoprirsi: «Però, la faccenda dei grumi esistenziali da sciogliere… non ci vedo chiaro. Ne parleremo. A che ora vuoi?».
«Non so, diciamo alle otto, prima di cena. Ti va bene per le otto? ».
«D’accordo per le otto. Ti aspetterò giù di casa».
«Sarò puntuale. Alle otto a casa tua… ehi, un momento, via? in che via abiti?».
«Oh, scusami, dimenticavo. Via dei Giudici 18…».

Hai visto? ha detto di sì. E tu la facevi difficile. Non capisco questa tua tendenza all'autolesionismo. E' vero, non sei quel che si dice un fusto, però hai un viso intelligente espressivo. Le donne guardano il viso - dico quelle perbene - non vanno a sbottonarti i calzoni… Se poi fosse una di quelle, che sbottoni pure, non hai nulla da nascondere, è tutto in regola. Anzi, sulla base del rapporto Kinsey, ci scappano due centimetri in più… Mi fai dire cose che non vorrei. Mi ripugna metterla sul piano della volgarità. Ha occhi troppo limpidi, per essere una di quelle. Non è possibile, ho un intuito speciale, io. Se ci sta non è perché è la solita zoccoletta, ha capito chi sono e accettare il mio invito la lusinga…
Ho visto, ma resto scettico. Ti faccio una domanda breve breve: Che cos'ha una ragazza da suscitare tanto interesse in un uomo di trent'anni? Due meravigliosi occhi verdi? Sì, fai pure la faccia sorniona. Il punto della questione è un altro. A che serve mascherare un «buco» con trine pizzi merletti? Ti rendi conto che tutto ciò che è mascherato nasconde una trappola? Ci caschi dentro e non ne esci più - e quel che è peggio, troverai comodo e piacevole starci dentro…
Capisco ciò che dici. Ma non puoi mettere tutto sul piano del sesso. In effetti non so neppure come è fatta, sotto quell'aspetto. Che tu ci creda o no sono i suoi occhi che mi attraggono. E poi, perché definire «trappola» il sesso? Una trappola per chi? A conti fatti è sempre la donna che resta fottuta. Capisco la tua preoccupazione, tu pensi che lei possa legarmi. Ma con che cosa? Ha poco o nulla. Diciamo che ha un'aria fresca da ragazzina, un sorriso dolce, occhi verdi. Non ci ho badato, ma suppongo che abbia un corpo morbido e sodo insieme, piacevole da vedere e da accarezzare - carezze sapienti lungo i fianchi, tra la vita e le reni… Chissà di quali meravigliosi riflessi si illuminano i suoi occhi verdi eccitati dalle carezze!
Vedi, ti ha già cotto al punto tale da non riuscire a salvare le apparenze. Non ti è rimasta neppure la dignità di poetizzare - non dico sublimare - il «buco» con trine merletti pizzi per crearti l'alibi morale d'esserci cascato con l'inganno. No - parliamoci chiaro - tu vuoi il «buco» bello comodo scoperto da infilartici dentro a capofitto. D'accordo, sono affari tuoi. Però è mio dovere avvertirti di certe mie paure, che non sono paure irrazionali. Facciamo alcune ipotesi. Prima: se non ci sta. Seconda: se ci sta. Terza: se ci sta e tu non ce la fai. Andiamo per ordine. Se non ci sta. Significa che porterà avanti il gioco del tira e molla, che è il gioco comune delle donne che non ci stanno fingendo di starci - infatti, ha accettato di uscire con te, non può dire che tu non le interessi. Come si comporterà? Chiaro: dirà di no alle tue profferte con sorrisetti e moine, sapendo così di esasperare le tue voglie a ogni rinvio. Metterà in moto il meccanismo dell'escalation. Durerà mesi e anni, ti sfinirà, attenderà che tu sia sfinito per sferrare l'ultimo attacco - i DC9 coi fiori d'arancio a tappeto: se vuoi la mia fica devi prima sposarmi. A quel punto tu sarai tanto rincitrullito dalla smania da ritrovarti legato mani e piedi… Pensaci, un uomo come te al guinzaglio! Ti userebbe per soddisfare la sua vanità, ti esibirebbe come un bassotto di razza, sarebbe capace di fornicare coi critici per farti assegnare un premio letterario da sfoggiare con le amiche… Seconda ipotesi: se lei ci sta. Beh, puoi toglierti dalla faccia quel sorrisetto soddisfatto: saresti fregato ugualmente. Piangerà, dopo. Reciterà il dramma della fanciulla ignara sedotta dall'uomo esperto. Piangerà, si macererà, dimagrirà, tenterà magari il suicidio per farti sentire un verme. Dovrai fare il buffone per farle tornare il sorriso. Ti farà venire complessi di colpa, ti sentirai un Jack lo sventratore, e ti sveglierai ogni mattina recitando l'atto di contrizione. Mentre la storia nuda e cruda sarà quella di una puttanella che non ha saputo dire di no, che è crollata a cosce aperte davanti al primo… Terza ipotesi: se ci sta e tu non ce la fai. Sarò breve: ne uscirai completamente distrutto. Cerca di ragionare: certe esperienze non si possono fare così di punto in bianco a trent'anni. Sei vergine - no, non fare la faccia allarmata, non vado a spifferarlo in giro… non c'è da vergognarsene, anzi, sei un caso eccezionale anche in questo. Pensaci, non puoi andare allo sbaraglio, ci vuole un certo rodaggio prima di trovare un ritmo di marcia soddisfacente. Dovresti assoldare una prostituta per un mesetto e fare un corso accelerato. Capisci? se lei ha già fatto esperienze si accorgerà subito di avere a che fare con un uomo vergine. Quando vi rivestirete, ti accorgerai che i tuoi calzoni li ha indossati lei. Ma l'ipotesi è che tu potresti non farcela. Sai molto bene che sulla efficienza di un apparato - specialmente di quello - gioca non soltanto l'allenamento ma lo stato d'animo. Tu, ti troveresti nello stato d'animo del frocio - senza esserlo realmente, non fraintendermi. Le prime esperienze sono quelle che contano, vanno fatte a sedici anni, alla bersagliera, quando non si ha ancora una complessa struttura caratteriale ma soltanto la semplice rigidità della mazza. Riflettici e vedrai che ho ragione. Comunque la giri ne esci male. Sei sempre in tempo a tirarti indietro. No, non dirmi che puoi stare una sera con lei senza scivolare sul sesso. Dai retta a me, trova una scusa. Datti malato. Le telefoni di nuovo e le dici che ti dispiace molto, che ti è venuto un improvviso mal di qualcosa.
Sì, un mal di pancia… Ti rendi conto? sarebbe volgare, mi declasserebbe. Un mal di testa, magari, sarebbe più consono. Ma troppo poco per disdire un appuntamento. Ormai il dado è tratto. Ci andrò, coi piedi di piombo. Studierò attentamente ogni mossa, stai tranquillo… Accidenti, le otto meno un quarto! Devo ancora prepararmi, farmi la barba, mettere il dopo-barba - che abito indosso? Ci vuole qualcosa di sportivo, calzoni e maglione. Devo comprare le sigarette. Comprerò la sua marca, per stasera… a proposito, sarà bene portarle dei fiori? No, vecchi moduli romantici. E' una ragazza moderna. Se mai una scatola di baci Perugina, creano l'atmosfera. No, meglio un libro. Il mio ultimo romanzo, magari. Ha una bella rilegatura e fa la sua figura in uno scaffale.

Alle otto precise, io parcheggio e lei esce dal portone. Apro il vetro e le faccio un cenno di richiamo con la mano. Mi vede e si avvicina. Le apro lo sportello. Sale, si siede, dice «Ciao» e richiude lo sportello con un colpaccio. Deve essere abituata con le Fiat 500. Il suo profumo si diffonde nell'abitacolo. Se ne deve essere cosparsa senza risparmio. Buon segno, vuole fare colpo.
Tento inutilmente di vederla sbirciando con la coda dell'occhio. Lei deve essere voltata sfacciatamente, per scrutarmi a suo agio - ho intravisto il luminoso riflesso dei suoi occhi verdi. Mi sento emozionato. Dico: «Ciao, Rosy, contento di rivederti». Il saluto è un pretesto per guardarla. Ha il viso disteso sorridente, fresco come una rosa. Possibile che sia così tranquilla anche dentro?
Avvio il motore, ingrano la prima e partiamo.
Dico: «Scusa, una domanda cretina: come ti senti?»
«Come mi sento? benissimo direi».
«Non mi sono spiegato. Voglio dire se ti senti emozionata».
«Emozionata? E perché dovrei esserlo?».
«Beh, così… per il fatto che siamo insieme, io e tu, soli…»
«No, guarda, meglio parlarci chiaro subito: sono venuta perché ho pensato che sei una persona a modo, uno che non ha in testa idee sbagliate. Tu mi capisci».
Ho capito benissimo e mi sono affrettato a rassicurarla.
«Infatti, sono un gentiluomo. Non chiedo mai nulla a una donna che lei non sia disposta a darmi».
Sono stato in gamba. Ho salvato capra e cavoli: se non ci sta, ne esco bene, lei è salva perché mi sono comportato da gentiluomo; se ci sta, l'ha voluto lei, in tal caso un gentiluomo resta tale anche se non si tira indietro.
«Hai un programma?» chiedo.
«No, lascio fare a te, mi metto nelle tue mani».
Difficile capire se si tratti di disponibilità o di quel vezzo donnesco di farsi sempre pilotare dal maschio, lasciargli l'iniziativa per avere l'alibi morale in caso di incidenti: ha fatto tutto lui, ergo è tutta colpa sua.
Dico: «In ottime mani. Sicure, soprattutto. Bene. Per prima cosa si va a cena. Meglio fuori città, è più distensivo. Conosco un posticino tranquillo a venti chilometri, ci si mangia bene. Poi, si potrebbe fare una corsa fino al mare. Due passi sulla spiaggia, una boccata d'aria… Ti va?».
Fa cenno di sì con la testa. Chissà dove l'ho io, la testa - mi ritrovo incastrato nella marea delle auto incanalate verso il centro della città. Avrei dovuto prendere esattamente la direzione opposta: stavo a due passi dalla circonvallazione. Ora sono in piazza del Duomo - vorrei sapere come farà la gente ad ascoltare la messa, senza un buco per parcheggiare.
Sono quasi le nove quando riesco a svicolare sganciandomi dal traffico - per fortuna ho fatto il pieno stamattina, la lancetta segna ancora metà serbatoio.
Dico: «Ce l'abbiamo fatta. Tra dieci minuti saremo seduti a cena. Un localino grazioso, vedrai, ti piacerà».
Non parla. La scruto con la coda dell'occhio. La strada è ancora stretta, trafficata, non posso distrarmi dalla guida. Che cosa ha lei di tanto importante - fiumi, verdi pascoli, bisonti? - da spingermi a dissotterrare l'ascia, uscire dalla riserva, dipinto come un sioux, infilare il sentiero di guerra? E lei, che cosa l'ha spinta? Mi scappa detto: «Ti sei fatta bella per uscire con me, ciò significa che non ti sono indifferente».
Dice: «Ma che strane riflessioni fai?». La sua voce suona aspra - ha i cornetti sensibili, la lumachina. Ho fatto male ad acchiapparglieli appena li ha tirati fuori dal guscio. Sei stato maldestro, vacci piano: che razza di psicologo sei?
Siamo sull'autostrada. Posso accelerare e distrarmi dalla guida.
«Vuoi che andiamo più forte? Ti fidi di me?»
«Sì, corri pure. Mi piace correre. Non ho paura».
«Vuoi parlarmi di te, intanto? Ti conosco appena».
«Che dirti? La mia vita non è un granché. Ho ventidue anni, frequento il quarto anno di lettere, sto per laurearmi. Soltanto da un anno vivo in città. Vivo abbastanza sola. Mi piace leggere, ascoltare musica e andare al cinema. Vengo da un paesino agricolo, Zirale - forse non lo conosci neppure di nome».
«Zirale?! come no?! Ci sono anche stato, alcuni anni fa, con una équipe dell'ufficio di programmazione. Posso dirti che è ricco di vigneti che danno un ottimo vino da dessert. Rientra nella zona di sviluppo agricolo. Vi sono in atto trasformazioni fondiarie. Nelle aree irrigue sono stati impiantati con successo numerosi carciofai. Il prodotto viene esportato nei mercati del Lazio…».
«Non mi sono ambientata, non so se ce la farò mai. La città è dispersiva, ti isola. Credo sia questo il mio problema più grosso. Non è facile inserirsi, creare rapporti…».
Dico: «Beh, sì, la città, l'alienazione, la nevrosi… non hai letto i miei saggi sulla questione…?» - Alienazione del cavolo! Coi suoi occhi e con tutto il resto a sua disposizione, se fa un fischio si ritrova intorno una muta famelica di rapporti. «E i tuoi colleghi di facoltà? Se non hai occasione tu di fare amicizia…».
«I compagni di studio? Non li conosci. L'amicizia, gli affetti sono sovrastrutture borghesi - dicono. Pensano alla politica, alle assemblee, al volantinaggio, alla rivoluzione. Nei ritagli di tempo, studiano. In paese era diverso».
«Raccontami ciò che facevi in paese».
«Tante cose. Ero più ragazzina, forse, certo più spontanea, più serena. Mi divertivo molto con le amiche. Studiavamo in gruppo, tre o quattro. Ci chiudevamo in camera con una scorta di panini, affettato, frutta e liquori. Di sera, sul tardi, quando eravamo stanche di studiare, mettevamo dischi e ci sbronzavamo. Facevamo delle recite buffe, dopo bevuto. Una volta Anna aveva esagerato col gin, era scivolata dal letto sul pavimento, ci guardava con occhi umidi. Diventava triste, con l'alcool; diceva: "Oh, Dio, che mi succede? Nessuno mi vuole perché ho le gambe storte. Perché non mi volete bene? Come sono infelice. Vorrei essere un uccellino e volare…" Si alzava barcollante e cominciava a scuotere e braccia saltellando, facendo cip cip finché inciampava da qualche parte e stramazzava sul pavimento. Quindi attaccava a piangere e ricominciava la cantilena… C'era di mezzo un ragazzo, un presuntuoso, lei si era presa una brutta cotta e lui la snobbava… Ci divertivamo un mondo. Una notte avevamo molto da studiare, le interrogazioni dell'ultimo trimestre. Eravamo rimaste a dormire insieme. Faceva un caldo matto, il sonno non ci veniva. Avevamo saltato la finestra a pianterreno sulla strada, in camicia da notte; ci eravamo sedute sul marciapiede, a raccontare barzellette, quand'ecco apparire le luci di un'auto in fondo alla strada. Non passava mai nessuno - doveva essere qualche studente motorizzato informato delle nostre abitudini, in vena di scherzi balordi. Eravamo mezze nude - puoi capire, a quell'ora di notte, si poteva pensare male di noi. Fuggimmo risaltando la finestra. Rosa prese lo slancio, era grassottella, forse l'emozione, non ce la fece e restò a metà sul davanzale, col sedere fuori esposto illuminato dai fari dell'auto… Restammo tutta la notte a parlare e a ridere del sedere di Rosa…».
Beata lei che si diverte con così poco. La scena sarebbe stata più divertente se l'autista dell'auto, fermatosi coi fanali puntati sul sedere di Rosa, fosse sceso e l'avesse inchiappettata; se intanto per un improvviso contatto il clacson avesse preso a suonare e tutto il vicinato si fosse affacciato alle finestre. Dico: «Una scena davvero comica, Rosa col sedere per aria. Mi sarebbe piaciuto far parte della tua combriccola».
Deve avere pensato storto. «Ma che ti credi? Non avremmo mai permesso a un ragazzo di stare con noi, in intimità».
«Non fraintendermi, era una ipotesi. In una ipotesi tutto è possibile: sarei potuto essere una ragazza anche io. D'altro canto, i tempi sono mutati, non ci vedo nulla di sconveniente se anche dei ragazzi avessero partecipato alle vostre riunioni serali. In fondo, i vostri passatempi, a quel che ho capito, erano più che innocenti».
«Innocenti, perché eravamo soltanto ragazze. Tu scherzi, inserire dei ragazzi. In situazioni del genere, figurati poi bevendo, ne approfittano subito. E tu lo sai bene…».
«Preferisco non parlare di certe cose. Non voglio che tu ti faccia idee sbagliate sul mio conto. So bene che si comincia col parlarne, e poi… Però, voglio fidarmi, con te sarò sincera: non l'ho mai provato. Sono uscita sì, diverse volte, con ragazzi, ma niente intimità».
«Non te la prendere, Rosy, accettalo come un complimento: ho pensato che sei una bestia rara, alla tua età. Se può farti piacere, ti preferisco così, sotto quell'aspetto».

Siamo arrivati più tardi del previsto. Lei dice che non ha preoccupazioni d'orario - prima stava in una pensione dove la signora si credeva in diritto di farle la predica ogni volta che rientrava dieci minuti dopo il tramonto.
Il locale è quasi deserto. Lei ha voluto sedere a un tavolo d'angolo, vicina alla vetrata che dà sulla campagna. Ha gusti romantici, ma è di buon appetito. Va matta come me per i frutti di mare - cozze alla marinara, datteri in salsa piccante, murici bolliti e gamberoni arrosto. Ha dita affusolate, morbide, grassocce.
Dico: «Stavamo parlando di esperienze, ricordi? Esperienze di un certo tipo. Hai detto di non averne mai fatte. No? Ora, l'abbiamo messa sul piano della sincerità… vorrei farti una domanda- sei libera di non rispondere, se credi. Ecco, hai pensato di farne, almeno qualche volta?».
Ci hanno servito dell'ottimo vino bianco - mi sento più sciolto; anche lei, mi pare: mi guarda in modo quasi sfacciato e non smette mai di sorridere.
Dice: «Beh, pensato sì. Se devo essere sincera, ci penso. Cerco anche di immaginarmi… credo di immaginare con sufficiente approssimazione al vero».
«Vuoi dire che in teoria sai bene come si fa, cosa si prova e tutto quanto?».
«Esatto. Ho letto molti libri. Credo sia giusto conoscere certe cose. Farle è un altro discorso. Ognuno ha le sue idee. Da questo lato sono una ragazza all'antica… Ti scoccia se ti racconto un fatto spassoso? Sai, ho un'amica carissima, Zaira, stiamo insieme a pensione, abbiamo fatto gli stessi studi e parliamo delle nostre cose senza nasconderci nulla. Lei ha già fatto qualche esperienza - no, non pensare chissà che cosa; niente di irreparabile, soltanto petting un po' spinto col fidanzato. L'ha piantato quando si è fatto troppo intraprendente, tu capisci ciò che voglio dire… Dunque, una sera, rientrando a casa dopo essere stata fuori con il ragazzo, le ho raccontato di avere avuto il mio primo rapporto. Avessi visto la faccia di Zaira! Ti racconto dall'inizio. Ho preparato a puntino tutta la scena. Ho tardato a rientrare, più del solito, per creare il clima - sai, lei mi aspetta sempre sveglia. Prima di entrare in casa, mi sono sgualcita la gonna, ho strappato un bottone della camicetta, mi sono graffiata le guance e una spalla e ho fatto un'altra cosa, intima, tu capisci, vero? per darle una prova concreta… Non hai capito?… insomma, mi sono punta un dito con uno spillo per farne gocciolare il sangue… adesso è chiaro, no? Mi sono scarmigliata, ed entrando ho fatto la faccia stravolta. Mi sono gettata sul letto singhiozzando. Lei, Zaira, nel vedermi in quello stato è rimasta esterrefatta. Mi si è avvicinata, e "Oh, Rosy, tesoro mio, cos'hai?" E io, scuotendo la testa: "No, no, non è nulla, non farmi domande, passerà…" La mia reticenza, come previsto, l'ha incuriosita maggiormente. Dice: "Dai, parla, a me puoi dire tutto, lo sai, sono o no la tua più cara amica?" E io: " Sono stordita ma felice, da un lato; da un altro lato vorrei morire, mi faccio schifo". Zaira, a quel punto, comincia a fiutare di che si tratta, anche se non immagina ancora la storiella che sto per rifilarle. Dice: "Ho capito, non vuoi confidarti, non ti fidi di me. E io che ti ho sempre raccontato tutto, di me". Allora decido di affrettare i tempi del gioco, e sillabando le parole dico: "Zaira, stasera ho fatto la mia prima esperienza". Stava per venirle un colpo. Dice: "No, non ci credo, tu!? No, non è possibile. Ma come può essere accaduto, Vergine Santa del Rimedio! Quel mascalzone di Carlo… eh, te lo dicevo io di non fidarti troppo". La situazione era molto buffa, dovevo controllarmi per non scoppiare a ridere. Dico: "Zaira, ti prego, non giudicarmi male, se non riesco a parlartene; vedi, mi vergogno a morte… che schifo!" E lei: "No, parla, parla pure, dimmi tutto, giudicarti io? Figurati! sono disgrazie che prima o poi succedono. purtroppo". Dovevi vedere la sua faccia, moriva dalla voglia di sapere, poverina - pensi che io sia un po' cattiva, vero?… Attacco a raccontare: "Dovevamo andare al cinema, stasera, io e Carlo; te ne avevo parlato prima di uscire, davano quel film che abbiamo visto insieme, Anonimo Veneziano, volevo rivederlo per la musica. A un certo punto, lui si alza e dice: "Senti, mi sono scocciato di stare qui a vedere questa barba, dai che usciamo a prendere una boccata d'aria". Lì per lì non ho saputo dirgli di no, prima di tutto non immaginavo le sue intenzioni e in secondo luogo perché mi ha colto di sorpresa. Abbiamo preso il filobus della circonvallazione e siamo scesi all'ultima fermata, dietro il Luna Park. In campagna, praticamente. Un passo dietro l'altro, chiacchierando, siamo arrivati alla pineta che dà sul mare - dove siamo state l'altra domenica, ricordi? C'erano altre coppie, le intravvedevo dietro i cespugli; lui, tenendomi per mano, mi ha portato sempre più nel fitto. La presenza di altra gente mi dava una certa tranquillità. O meglio, ero sì in allarme ma non in allarme totale. Mi ha fatto sedere per terra, aveva i piedi stanchi, e si è seduto anche lui, con le spalle appoggiate a un tronco - dopo ci abbiamo inciso le nostre iniziali con la data, io ci avrei messo una croce al posto del mio cuore… Mi ha preso la mano e se l'è messa sul grembo, come fa d'abitudine, e io l'ho lasciato fare. Siamo rimasti così finché non ho sentito dei brividi di freddo. L'aria era umida. Lui per riscaldarmi mi ha abbracciato. Devo essermi distratta, nell'abbraccio, perché mi sono ritrovata distesa con lui sopra che mi baciava e mi frugava sotto la camicetta. Era un bacio che non finiva mai - non ha smesso neppure per sbottonarmi la camicetta. Io ho perfino puntato i gomiti, facendo resistenza, col risultato di rimetterci un bottone - vedi, questo che manca… Non ti dico la vergogna quando mi ha scoperto i seni! Ho cercato di dare calci, di fermargli le mani… accidenti, quanto è forte! Non sembrerebbe, vero? mingherlino com'è, Carlo… Io bloccavo una mano e saltava fuori l'altra mano; gliele bloccavo tutte e due e lui usava la faccia… mi si stropicciava addosso col naso, con le guance, con le labbra… cercava di mordere. Un leone, ti dico… Quando è riuscito ad acchiapparmene una con la bocca, non ce l'ho fatta più a resistere, mi sono lasciata andare… Però, sai che piacere farsi strizzare e succhiare i capezzoli…».
Si interrompe. Mi pare che stia scrutando le mie reazioni, protesa in avanti, coi gomiti sopra il tavolo e il mento sui pugni. Dico, vuoi vedere che la storiella raccontata all'amica è una balla e che la stai rifilando a me fresca fresca? Se voleva eccitarmi, c'è riuscita, la porcacciona. Sarà vergine quanto vuole, ma a livello psicologico è una gran bagascia. Scommetto che se la fa così, lei, parlandone. Sentiamo il resto della storiella. Ormai è lanciata… Dico: «Devo riconoscere, cara Rosy, che la fantasia non ti manca. E poi, come è andata a finire con Carlo?».
«Con Carlo? Scherzi?! Se ne è rimasto buono per tutta la durata del film, poi ci siamo seduti a un tavolino di un bar sotto i portici, abbiamo bevuto un caffè, chiacchierando di esami e fumato».
«Volevo dire: Carlo nel racconto a Zaira. Sei rimasta ai seni. E dopo, com'è finita?».
Scoppia a ridere divertita. Dice: «Le ho raccontato tutto, nei minimi particolari. Ovviamente non posso ripeterti testualmente, tu non sei una ragazza… Ti garantisco che gliela ho raccontata con sufficiente verismo. Quando sono arrivata al momento… tu mi capisci… Zaira è crollata sul letto, ansimava e boccheggiava come un pesce fuori dall'acqua. Doveva essersi immedesimata un po' troppo… capisci? Appena si è riavuta ha cominciato a farmi un mucchio di domande sui particolari che le erano sfuggiti: se ha fatto molto male, che genere di piacere si prova, quanto è grosso, eccetera… Sulla questione delle misure, sinceramente, non sapevo come cavarmela; c'era sul comodino una bottiglia di vermouth e ho indicato quella. Zaira ha sgranato gli occhi esterrefatta, è impallidita mormorando "oohhhdddio"!».
Siamo alla frutta. Rosy è alle prese con una banana. Non so se voglia che io attribuisca alla banana un certo significato: la tiene in mano tutta intera sbucciata e più che morderla se la succhia. Dico: «Capisco una banana, ma una bottiglia di Vermouth! Resterà delusa, il giorno che farà l'esperienza, povera Zaira…»
«Perché delusa? Il tuo è il punto di vista del maschio, del fallocrate. Non pensate ad altro, voi uomini, convinti che tutto l'universo ruoti intorno al vostro coso… Anziché delusa, ne uscirà rinfrancata… e il maschio dissacrato».
«Non ti supponevo femminista… Sai, stavo pensando che tutta questa storia deve pur avere un significato. Sincerità per sincerità: io credo che più o meno consciamente tu desideri fare ciò che ti sei inventata…».
«Ti sbagli di grosso, figurati! E' vero, la tua amicizia mi interessa, sei un tipo in gamba, hai successo, mi piaci anche… ma sei pregato di non metterti grilli in testa. Io sono una di quelle che vanno a letto con un uomo soltanto dopo il matrimonio. Puoi giudicarmi arretrata e stupida quanto ti pare: so bene che valore ha per voi uomini - sì, anche per quelli come te che si reputano moderni, di mentalità aperta - la verginità…».
«Quindi la conservi per usarla come merce di scambio».
«Certo. Il mercato dei valori non l'ho inventato io. Voi l'avete inventato, voi uomini».
Ricasca sul tasto femminista. Devo evitare che si tocchi quel tasto. Si scatenerebbero rancori ancestrali e finiremmo per accapigliarci. Mettiamola su un piano romantico: l'amore. Dico: «Tu parli così perché ancora non hai incontrato l'uomo giusto, il tuo uomo. Quando si ama, ci si dà senza timori e senza riserve. Non si pensa più al mercato dei valori». Mentre parlo la scruto con un sorrisetto ironico, e penso che quell'uomo potrei essere io - se soltanto volessi. Ma perché dovrei? Non è che non mi piaccia - mi eccita soltanto a guardarla negli occhi - sto bene così, ecco tutto. Prevedo le complicazioni del dopo: uno si attacca e non si stacca più. Amo troppo la libertà.
Rosy ha finito la frutta, ha fumato, ha rimesso tutti i suoi ammennicoli in borsetta e mormora: «Sarà…» poi, alzandosi dice: «Io direi di andare, se tu vuoi, naturalmente».

Sulla litoranea ho scovato un sentiero e siamo finiti ai margini di una spiaggia deserta. Ho parcheggiato l'auto col muso verso il mare. La notte è tiepida, senza una increspatura, è appena svelata da un corno di luna.
Dico: Gobba a levante, luna crescente».
«Vuoi dire: gobba a levante, luna calante», corregge garbatamente.
Ha ragione. E' uno scenario così romantico da far calare anche le mutande - chissà che cosa pensa lei, che sensazione prova… Se si aspetta che io mi volti e la baci, si sbaglia di grosso. Non commetterei mai un simile errore. Se porti una ragazza a fare un giretto in auto e parcheggi in riva al mare, la prima e unica cosa che lei si aspetta è che ti butti a baciarla. Se l'aspetta e lo vuole per poterti dare uno schiaffo, dopo, e dirti che sei il solito mascalzone che approfitta di un momento di debolezza romantica. Me la immagino, la sua delusione! Penserà che sono un uomo al di sopra delle comuni regole oppure che non m'importa nulla di lei, che non mi piace. In tutti e due i casi, si troverà nella situazione psicologica di prendersi la cotta. Finirà per chiedersi se ho scoperto i suoi difetti, e quali; e il suo orgoglio finirà in pezzi. Al limite, potrebbe anche giudicarmi frocio… ma non credo, non è stupida, ha occhi rotondi, sa che anche i froci baciano; anzi, sono proprio i froci che non perdono mai l'occasione di sbaciucchiarsi una donna, per farsi in società la fama di don Giovanni.
Apro lo sportello e dico: «Facciamo due passi in riva al mare. Ti va?».
Annuisce assorta. Cammina sulla sabbia davanti a me, ancheggiando - è chiaro che vuole sbilanciarmi.
Sediamo vicino sulla pancia di uno scafo di plastica rovesciato.
Dico: «Che quiete, che sensazione rilassante, qui, lontano dal frastuono della città».
«E' davvero rilassante. Non ridere di me, ti prego: sapessi che sensazione mi danno il mare, la spiaggia, la luna, la penombra, il silenzio. Mi riportano ai giorni lontani della mia infanzia…».
«Perché non provi a tradurre in parole, in immagini, in fatti, queste tue sensazioni? No, non per una banale curiosità. Uno scrittore ha sete di conoscenza - conoscere gli altri, altre dimensioni di vita. Capisci?».
«Capisco. Vorresti usarmi. Conoscermi per collocarmi nel tuo museo delle cere. Mi ripugna l'idea di diventare una statua di cera…».
«Scusa, non è così. Sono le esperienze che mi interessano, le sensazioni, i fatti, non le persone…».
«Beh, se la metti su questo piano, diciamo su un piano generalizzato, mi sento più a mio agio, più aperta. Ma tu tiri sempre a parlare di me. Anche io desidero conoscerti. Parlami di te. Chissà quante ragazze ti sei portato qui, su questa spiaggetta… Toglimi una curiosità, come ti comporti con le altre? E le altre, come si comportano? Ne avrai di belle da raccontare».
Credo di capire dove vuole puntare. E se è così, bisogna dire che a livello psicologico è davvero una gran bagascia. Se sapesse che neppure io… riderebbe di me per tutta la vita. Non andrò certo a dirglielo. Da questo lato, noi uomini siamo avvantaggiati. Mica si vede… ammesso che lei lo prenda in mano e lo controlli alla luce del sole. Sesso-cultura e fantasia, modestamente, non fanno difetto neppure a me. E se ti prude, sta tranquilla che la storiella per grattartela te la so rifilare.
Dico: «Non è da gentiluomini parlare di certe cose. La riservatezza è la prima dote. Saresti tu la prima a giudicarmi male».
«D'accordo. Ci mancherebbe altro che un uomo andasse a spifferare in giro nomi e cognomi - so di molti che lo fanno, che se ne vantano, dopo. Lo so, tu non sei di quelli. Io alludevo ai fatti - le persone non interessano: l'hai detto anche tu, no? Mi chiedo se tutta questa questione della riservatezza non sia un pretesto per non parlarmi di te…».
«Ma no, che vai a pensare. Sì, è vero, sono stato altre volte qui, in compagnia…».    
Si è fatta attenta, la porcacciona. Scommetto che si sta lubrificando per godersi un buon rapporto psicologico. Non ti deluderò, sta' tranquilla.
«Sai, le solite cose. Devo dire che c'era una forte attrazione fisica da parte di tutti e due. Bionda, sui venti anni…».
«Ti piacciono di più le bionde?».
Ho capito, vuole potersi identificare più facilmente: lei è bruna e la vuole bruna.
Dico: «No, anzi, mi piacciono di più le brune. Godono di più e fanno godere di più».
Ha perso ogni ritegno. Mi fa una moina e con voce roca sussurra: «Dai, raccontami con una bruna… ma senza troppi particolari scabrosi, mi vergognerei».
Gliel'ho raccontata tutta - ho preso lei come modella, mi veniva più facile. Raccontando le ho preso la mano - di volta in volta la sentivo tendersi, irrigidirsi, tremare. Credo di essermi lasciato prendere anche io dal racconto. Quando dopo mezz'ora sono arrivato al punto - «…allora non ho potuto più trattenermi. Lei ansimava e gemeva il mio nome. L'ho tirato fuori tutto duro e gliel'ho premuto sulle cosce e sul pube. Poi le ho spostato le mutandine e gliel'ho strofinato fra le labbra umide. Lei a quel contatto ha stretto le cosce pregandomi di non farle male. Le ho detto di baciarmi, per distrarla. E mentre mi baciava dolcemente, con un colpo di reni gliel'ho infilato tutto fino in fondo…» - la sua mano ha stretto la mia convulsamente, si è messa a tremare tutta e le è sfuggito un gemito. In quello stesso momento sono venuto anche io, gemendo: «Oh, Rosy, Rosy».
Ci siamo ricomposti subito. E' seguita una pausa.
«Però, che mascalzoni, voi uomini!» dice alzandosi. «Si è fatto tardi davvero? E' ora di rientrare, per me».
Rientrando, abbiamo detto poche parole.
«E' stata una bella serata», dice.
E io: «Sì, davvero una bella serata».
La seconda volta sono stato io a parlare. «Credi che sia il caso di rivederci?».
E lei: «No, ti prego. Dopo ciò che c'è stato fra noi, è meglio di no».
Le ultime battute le ha mosse lei: «Non mi disprezzi, ora? Conserverai di me un certo ricordo?».
E io: «Cara, sei stata meravigliosa, non ti dimenticherò mai».

 

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