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4 - L'eversore

 

Il professor Ubaldo Fioravanti non aveva alcuna memoria per le date, indipendentemente dal processo di degradazione dovuto all'età e alle sostanze inquinanti.
Dieci anni prima, a trentacinque anni, era vispo come un passero, percepiva il modulare di uno zufolo nell'area di una vallata o gli umori di Concetta quando lei trafficava nel cortile della casa di fronte. Non respirava allora ossido di carbonio e non era frastornato dalla babilonia di motorette, lavatrici, turboreattori, radioline e «palle di Mao»; viveva in un villaggio dell'interno, dove la gente nasceva, campava e se ne andava in silenzio. Tuttavia, neppure allora ricordava alcunché in cifre, neppure la data gloriosa del compimento dell'unità d'Italia.
Aveva esaminato scientificamente il fenomeno della smemoraggine, consultando l'enciclopedia della scuola e discutendone coi colleghi durante l'ora della ricreazione. Poteva essere una idiosincrasia congenita per i numeri. Congenita o acquisita? L'idea di essere nato coi cromosomi sbagliati lo faceva sentire un mostro - molto meglio pensare di esserseli scassati con l'uso, magari per colpa di altri. Finì per consultare un luminare, il professor Annibale Manconi, il quale per venticinquemila lire diagnosticò una amnesia dovuta a una forma acquisita di rigetto di ogni genere di simboli, probabilmente insorta per indigestione, in cinque anni di seminario.
Ciononostante, il professor Ubaldo Fioravanti, attualmente dimesso dall'istituto psichiatrico, ricorda benissimo il tredici agosto millenovecentosessantotto.
Qualche anno prima, precisamente nel sessantacinque, aveva ottenuto il trasferimento con l'assegnazione provvisoria in una scuola della città. La delicata operazione era stata manovrata dall'onorevole De Pisis.
Si era voluto trasferire nella metropoli perché - aveva sentito dire - la provincia arricchisce di esperienze e di sensibilità, ma è la città che consente di metterle a frutto. In sostanza, l'antica e mai disusata prassi morale di irrobustire il carattere digiunando e contemplando, prima di creare rapporti competitivi e fottere. O se si vuole, la dinamica commerciale degli ortofrutticoli: coltivare lattughe, cetrioli e ravanelli in campagna, poi caricarli in una carriola, portarli in città, esporli sul marciapiede e fare un mucchio di quattrini.
La città era piena di terroni che trascinavano la carriola coi ravanelli avvizziti; illusi di cambiare la tenuta di fustagno col doppiopetto pura lana vergine, avevano finito per consumare il fustagno fino a mostrare le zacchere del culo.
Il professor Ubaldo Fioravanti non era un terrone, aveva una dignità sociale da salvaguardare. Ci sono zacchere che a mostrarle in pubblico menomano il prestigio delle istituzioni. Tuttavia, non avendo la tempra del lottatore, fatto salvo il decoro, era sgattaiolato da quel maledetto ring dopo i primi colpi di assaggio. Si era chiesto perché mai ci si dovesse battere e farsi rompere le ossa per guadagnarsi la considerazione del prossimo. Si era chiuso nella sua tana di cemento armato al settimo piano; aveva tappato le finestre; sulla parete del soggiorno aveva inchiodato un telo bianco di lino - eredità della povera mamma - e vi proiettava filmini a colori: scene di vita campagnola, campi di grano con papaveri, nuvolette bianche simili a greggi sparse sul dorso di un colle, e più avanti orge svedesi di contrabbando.
Era fondamentalmente ottimista. Credeva nella provvidenza divina e nella giustizia dei tribunali. Per ottimismo si era tagliato, come suol dirsi, i ponti dietro le spalle, vendendo tutto ciò che possedeva in paese ricavandone una somma irrisoria. Quindi, per sistemarsi in città aveva contratto il prestito Enpas del «doppio quinto» e aveva acquistato l'appartamento. Dodici milioni, un terzo in contanti e i rimanenti due terzi, cioè gli otto milioni diventati sedici con gli interessi, da pagarsi in trent'anni. La rata mensile era più alta di ciò che avrebbe pagato come affitto, ma c'era la soddisfazione di sacrificarsi per una casa che alla fine sarebbe rimasta di sua proprietà.
Alle quattordici e trentacinque di quel tredici agosto, il professor Ubaldo Fioravanti dormiva. Aveva diversi e buoni motivi per dormire di pomeriggio: era insegnante, scapolo e di temperamento meridionale; rientrava a casa poco prima dell'una stanco morto. Il cranio gli ronzava come un alveare, dopo tre ore e mezza di scuola. Due uova al tegamino, una scatoletta di manzo in gelatina, una mela lustrata accuratamente col tovagliolo. Mangiava, quindi si stendeva vestito sul letto e dormiva.
All'imbrunire faceva toeletta e usciva a prendere una boccata d'aria. Con la «Cinquecento» aveva preso l'abitudine di fare una puntata al centro. Si fermava all'edicola di fronte alla stazione e vi girava attorno guardando tutta quanta l'esposizione; comprava una rivista e si sedeva a un tavolino del bar sotto i portici. Leggeva dalla prima all'ultima le inserzioni della rubrica «cuori solitari» e trascriveva nel taccuino le «ventenni di modeste condizioni, errore di gioventù, disposte rifarsi vita serena con impiegato di mezza età».
Dal suo posto poteva seguire la passeggiata sotto i portici. La moda femminile si andava facendo sempre più spregiudicata. Dalle minigonne a campanula alle maxi con gli spacchi ai calzoncini di maglia, le belle figliole facevano a gara a mostrare le loro grazie. Gli si rafforzava la speranza che insieme alla liberalizzazione del costume gli sarebbe caduta prima o poi una briciola di tutto quel ben di dio. Più precisamente: una affettuosa compagna che addolcisca la tristezza della solitudine e che badi alla casa.
Alle quattordici e trentacinque del tredici agosto, dunque, il professor Ubaldo Fioravanti dormiva, ignaro del temporale che si stava addensando sul suo capo. Dormiva sognando una delle varianti della solita vicenda. La protagonista era la sua ultima corrispondente epistolare, la signorina Grazia Crisafulli, di anni trenta. Se la figurava ancora fresca coi tratti infantili e le poppe candide venate d'azzurro - proprie di chi vive in astinenza meditando l'assoluto esistenziale. Tutto gli faceva supporre che fosse di floride condizioni economiche, la classica ragazza di buona famiglia cresciuta nella bambagia, l'errore di gioventù, lo smarrimento di un attimo, le amarissime lacrime del pentimento, il farabutto che abusa dell'innocenza di una fanciulla. Era stata violata e, purtroppo, ingravidata. I suoi erano stati inflessibili. Il padre, ufficiale in SPE pluridecorato tutto d'un pezzo. La madre, integerrima di costumi educata dalle Orsoline. Per fortuna erano ricchi sfondati. Le avevano fissato una cospicua rendita depositando non si sa quanti milioni in una banca svizzera e avevano provveduto ad allevare il figlio del peccato in un collegio inglese. A patto che lei non si fosse più fatta viva. Infatti, da Palermo, sua città natale, si era trasferita a Trento, dove, dopo alcuni anni di clausura e di cilicio si era riaffacciata sul mondo iscrivendosi alla facoltà di sociologia.
Il professor Ubaldo Fioravanti aveva letto l'inserzione nei «cuori solitari» aveva risposto ed era stato prescelto fra settecentoventi concorrenti. Erano già alla settima lettera, abbastanza intimi quindi. Nella quinta lui le aveva mandato un bacio e lei glielo aveva ricambiato non senza titubanza nella sesta. Ora ritenevano ambedue che fosse arrivato il momento di incontrarsi. Stavolta non ci sarebbero state delusioni. Purtroppo non era riuscito a mettere insieme la somma necessaria per il viaggio. Per non fare la figura del pidocchioso, aveva addotto il pretesto del tesserino ferroviario scaduto, che quegli sfaticati del provveditorato non si decidevano a rinnovargli. Aveva preso lei l'iniziativa. Aveva indossato un tailleur blu di lino ed era salita sul primo aereo per il Sud. Portava nel cuore un sogno dolcissimo: costruirsi il nido e insieme iniziare una nuova vita. Era arrivata, finalmente. Stava dietro la porta e suonava con impazienza il campanello…
Il professor Ubaldo Fioravanti saltò giù dal letto e corse ad aprire col cuore in tumulto.
Si trovò davanti la faccia del postino - una faccia antipatica, labbra grosse volgari atteggiate a un sorriso sfottente.
«Ce ne ha messo ad aprire!» disse la faccia antipatica, sventolando una busta rossa tipo ministeriale piena di timbri senza francobolli. «Duecento di tassa».
Il professor Ubaldo Fioravanti impallidì. Fuori dalla stagione delle nomine, quelle buste rosse erano di solito foriere di tragici eventi. Si ricompose, frugò nel portamonete, pagò e allungò la mano.
«Prima deve firmare qui», lo fermò la faccia antipatica porgendogli il libretto delle ricevute e un mozzicone di matita copiativa.
Richiusa la porta vi si appoggiò tremante e aprì la missiva del malaugurio. Sfilò il foglio, uno stampato mezzo protocollo e lesse. «Prot. 13 Riservato - 7 agosto 1968. Oggetto: Convocazione. Invito la S/V a presentarsi a questo Ufficio il giorno 24 p.v. alle ore 11,30 per urgenti comunicazioni che La riguardano. La Direttrice dott. Giovannella Carta».
Il professor Ubaldo Fioravanti entrò in breve tempo in una dimensione popolata da mostri burocratici, simili agli orridi aggrovigliati parti della schizofrenia policroma del Bosch. L'immagine della sua Grazia Crisafulli era sfumata, lieve come ricordo d'un sogno lontano.
Divenne stitico e orinava a stillicidio. Le ghiandole salivari gli si inaridirono e deglutiva a fatica. Le ghiandole sudorifere, al contrario, aumentarono l'attività secretoria, specie sotto le ascelle e nella regione sacrale. Nel giro di una settimana gli si ulcerò lo stomaco.
Si mise a dieta - riso in bianco e mele cotte. Il quinto giorno, dopo un clistere d'olio di semi vari emulsionato in acqua tiepida riuscì a evacuare. Lo stomaco gli restava acido bruciante, quasi vi stillasse vetriolo. Dovette smettere di fumare e di bere caffè.
Divenne afono. Faceva uno sforzo sovrumano per farsi capire dal bottegaio - il quale, beato lui, aveva una voce piena reboante, poteva commentare i risultati delle partite di calcio, e guardava dall'alto in basso quell'uomo senza voce incapace di arrabbiarsi per le ingiustizie dell'arbitro. In sette giorni perse cinque chili - controllati nelle bilance di due diverse farmacie.
Il giorno della evacuazione intestinale era venerdì, il giorno della settimana dedicato da anni alla eiaculazione. Sulla questione, il professor Ubaldo Fioravanti aveva i suoi principi, e non transigeva. Si potevano riassumere in due fondamentali. Il primo, che l'uomo non deve perdere per scopi contingenti troppe energie vitali: giusti gli ammonimenti dell'antica morale, aveva fatto la media aritmetica delle frequenze suggerite da Platone, San Paolo e Paracelso, stabilendo in una eiaculazione settimanale la giusta regola. Il secondo, che l'uomo deve soddisfare i bisogni materiali nel modo più semplice, senza compiacimenti. Abbassava gli scuri del soggiorno, sbottonava i calzoni e si stendeva sulla poltrona. Alla luce della lampada col paralume rosa sfogliava gli ultimi numeri di una rivista per uomini con sole donne. Osservava, soppesava e sceglieva infine quella che sarebbe stata la partner del giorno - raramente concedeva i suoi favori due volte alla stessa: considerava il rapporto sessuale un mero sfogo fisico, staccato da qualsiasi rapporto affettivo: la femmina da usarsi e gettar via come i Kleenex. Normalmente, dopo qualche minuto di contemplazione gli si gonfiava. Aspettava di sentirlo palpitare; allora lo prendeva tra l'indice e il pollice tirandolo per circa due minuti, quindi accelerava fino a raggiungere un su e giù frenetico, lo puntava sulla partner protendendo il bacino, stirava le gambe e il collo e con un gridolino soffocato le spruzzava il ventre.
Quel venerdì, il meccanismo si inceppò. Eppure, la partner selezionata aveva tutti i numeri - cosce divaricate, abbassava coi pollici lo slip scoprendo una incantevole pelliccetta bruna. A malapena, dopo lunghe laboriose manipolazioni accompagnate da eccezionali fantasie, poté erigerlo. Restava però distratto, e per quanto lo richiamasse, blandendolo o strapazzandolo, non eiaculò.
A quel punto, il professor Ubaldo Fioravanti se ne uscì affranto, col disperato bisogno di creare un rapporto qualunque, purché morbido,con la realtà che gli si stava facendo sempre più dura. Per uscire dal parcheggio dovette usare la retromarcia e compiere una manovra difficile - il solito stronzo che se ne frega del prossimo gli aveva piazzato un macchinone davanti in diagonale. Gli scappò la frizione e ammaccò paraurti e fascione - quarantamila lire, a occhio e croce. Al bar, pagando un latte freddo dimenticò il resto delle cinquantamila e quando lo richiese cinque minuti dopo, il cassiere gli diede del truffatore. All'incrocio con via dei Ministeri non si fermò «abbastanza» allo stop e il vigile appostato dietro l'angolo gli appioppò una multa di grosso calibro.
Si affrettò a rientrare e si tappò in casa colmo di amarezza. Sperava di trovare conforto nell'interno levigato del suo guscio di cemento armato, ma gli occhi gli andarono subito sulla busta rossa tipo ministeriale… «presentarsi a questo Ufficio… per urgenti comunicazioni che La riguardano».
Se erano urgenti comunicazioni - e tali apparivano anche dalla sottolineatura - perché mai non veniva convocato subito? Un dente che duole si strappa subito… Se ne sarebbe cavati tre, i più sani, e senza iniezione, pur di conoscere immediatamente le urgenti comunicazioni in Oggetto.
Si sentiva come una mosca in una trappola di vischio. La carta moschicida, una strada sospesa nel vuoto, si snodava in tornanti, a spirale, all'infinito. Ronzava, dibattendosi, invischiandosi sempre più. Il terrore gli attanagliava la gola e i testicoli.
Si immobilizzò e si acquietò raggomitolato in un angolo del divano. Raccolse i pensieri. Si sforzò di ricordare se e come avesse potuto, anche involontariamente, offendere un Superiore, venire meno a un Dovere, violare qualche Articolo del Regolamento.
Nulla. La sua coscienza era immacolata. Ma il fatto che la sua coscienza fosse a posto non significava nulla: il buon funzionario deve essere a posto col Regolamento; la coscienza è un dato soggettivo non contemplato dalla legge.
Non aveva precedenti disciplinari di sorta - meno male. Gli sarebbero state concesse le attenuanti per precedente Buona Condotta: errare una sola volta humanum est. In venti anni di Servizio, non una Censura, neppure un Avvertimento Formale. Una Carriera impostata sul Buono, maturata col Distinto, aperta all'Ottimo. Che spulciassero pure nel suo fascicolo Personale! Mai un giorno di assenza per malattia fasulla, diversamente da certi suoi colleghi, dei quali non stava lì a fare il nome. Si potevano contare sulle dita di una mano, le domande di Congedo per malattia… Le enumerò a ritroso: l'anno dell'attacco di artrite cervicale che lo tenne immobilizzato per una settimana, ed era il sessantaquattro; l'anno che si buscò il paratifo per aver mangiato frutti di mare, ed era il cinquantotto; infine, agli inizi della Carriera, l'anno che si era preso lo scolo, nel cinquanta.
E neppure lo si poteva accusare di tendenze particolari verso gli alunni. Un male diffuso nella scuola, purtroppo, e ne conosceva più d'uno che se la faceva coi ragazzini… Sotto quell'aspetto si sentiva in una botte di ferro. Con le scolaresche si era sempre comportato affabilmente, ma come il più severo dei padri - lodare e punire senza compiacimenti di sorta, col cuore ilare o triste in un volto di impenetrabile distacco. A parte le simpatie puramente platoniche per qualche scolaro - meritate d'altro canto per lodevole profitto - non aveva mai allungato una sola mano ad accarezzare bambini. Quando aveva ritenuto educativo rafforzare una lode con un gesto affettuoso, aveva usato il buffetto sulla guancia. Si guardava bene dagli impulsi di tenerezza, per non ingenerare equivoci… No, nessuno avrebbe potuto incastrarlo da quel lato. Anche se - bisognava ammetterlo - certi ragazzini, con il loro visetto femmineo e il loro modo di fare vezzoso, erano una vera provocazione.

I nervi del professor Ubaldo Fioravanti erano tesi fino allo spasimo. Trascorse la sesta notte completamente insonne. Nel buio della prostrazione balenò una reazione. Doveva sapere.
Decise di fare una capatina in Direzione, tentare di aprire uno spiraglio. Erano trascorsi sei giorni e ne restavano ancora cinque. Un'attesa intollerabile.
La scuola era deserta. Le porte delle aule chiuse in fila nel corridoio. L'ultima porta sul fondo, la segreteria, era aperta. Trasse un sospiro di sollievo. La vecchia segretaria - uno scheletro dentro un lungo vestito nero - trafficava spostando pile di cartelle da un tavolo a uno scaffale. Non smise i suoi via vai neppure per ascoltarlo, e respinse sdegnosamente la tremula preghiera di anticipare i tempi con una indiscrezione. «La Direttrice non c'è. Se l'ha convocato per il ventiquattro del corrente mese alle ore undici, torni per quella data e a quell'ora…».
Certo sapeva, la vecchia bigotta dalla faccia cavallina: infilava il naso dappertutto; si diceva che osasse frugare perfino nelle Note Informative Riservate dei Fascicoli Personali.
Riprese la via del ritorno. Aveva ginocchia molli e l'addome gonfio teso. Le spalle e la nuca gli dolevano. Camminò meccanicamente trascinandosi, seguendo senza vederlo l'orlo del marciapiede. C'erano, e non c'erano più le vetrine, né folla, né tumultuare, né sole cocente a picco sulla sua testa… «Invito la S/V a presentarsi a questo Ufficio per urgenti comunicazioni che La riguardano…».
Aveva lasciato il paese per la città, tagliandosi i ponti alle spalle. Gli si dissolveva ora davanti dolorosamente una radiosa prospettiva… l'appartamento, la tivù, l'auto, le vetrine, le edicole e la folla che scorreva continua per le strade. Se avesse perso il posto, avrebbe perso tutto… Come avrebbe pagato le venti rate dell'auto? e le rate del Mutuo Trentennale?… Il terreno gli franava sotto i piedi, e davanti a lui si apriva l'abisso.
Arrivò in una piazza con statua di Madonna sopra monumentale basamento. Tutt'intorno panchine, alberi, frotte di bambini che correvano e vociavano e mamme sedute a chiacchierare e qualche vecchio intento a ruminare antichi assilli. Dal fogliame verde pallido veniva uno stanco pigolio di passeri…
Il ruscello era appena fuori del paese, tra due filari di pioppi bene allineati, e alla prima ansa si stendeva una radura erbosa sempre verde. Aveva pensato di costruirsi lì una casetta, con il loggiato a vista sui pioppi e un soggiorno col caminetto. C'era il problema delle zanzare, che nei luoghi umidi sciamano ogni sera e diventano fastidiose per chi ha la pelle delicata e il sangue dolce. Avrebbe messo le zanzariere. Ne aveva parlato col falegname: se la sarebbe cavata con trentamila lire, in rete di nylon su telaio di legno bianco… Bisognava stare attenti alle sigarette, però: basta una scintilla e quell'accidente di plastica si buca irrimediabilmente. Andavano meglio le antiche, quelle di filo di rame che adesso purtroppo non si trovavano più… Amava il ruscello, cui era legato da dolci sensazioni. Vi andava bambino coi compagni. Facevano sbarramenti coi sassi e fiocinavano le carpe con canne appuntite. Si potevano prendere anche anguille, con un corno di bue ancora fresco di midollo e di sangue. Lo mettevano sul fondo e aspettavano. Le golose vi si infilavano dentro a piluccare e poi vi si appisolavano… Era un bel bambino, lo dicevano tutti, in paese, e veniva portato a esempio. Morbido roseo di carnagione, un visetto d'angelo incorniciato da capelli biondi riccioluti. Bello e dolce come una femminuccia, nelle processioni di Santa Maria precedeva il cocchio vestito della tunica di organdi rosa con le alucce. I compagni lo prendevano in giro chiedendogli se fosse maschio o femmina - era tutta invidia, si sentiva sicuro perché la maestra zittiva i pettegoli. Non amava i giochi violenti; l'avvinghiarsi ansante nella lotta gli provocava un turbamento inesplicabile. Aborriva la vista del sangue; soffriva nel veder soffrire gli animali. I suoi compagni usavano andare a caccia di rospi, lucertole, passeri e se li trascinavano dietro come trenini, legati a un filo - lui li barattava con fionde, palline di vetro, trottole e monete per liberarli dal tormento e restituirli al sorriso. Si aggregava al gruppo dei coetanei, ma non aveva amici, eccettuata la parentesi di Peppino - grosso di spalle e di braccia con la testa nera scarruffata. Peppino lo capiva e lo proteggeva. Stava bene con lui, e nessuno si azzardava a chiamarlo femminuccia. Un pomeriggio d'estate Peppino era passato a casa sua, come altre volte, per uscirsene insieme fuori paese. Erano scesi al ruscello, a rinfrescarsi. Dopo il bagno, in mutandine, si erano stesi sulla proda erbosa, con la testa all'ombra di un cespuglio di ginepro e il resto del corpo ad abbrustolire al sole. Stavano a contatto di gomito - era piacevole la carezza sulla pelle scura di Peppino e conturbante il gonfiore che pulsava attraverso le mutandine tese. Peppino gli aveva preso la mano e l'aveva premuta su quel palpitare. Era accaduto ciò che non avrebbe mai voluto. Era stato affettuoso e dolce, Peppino. Era stato anche buono e giusto: l'aveva accarezzato e gli aveva asciugato le lacrime e gli aveva proposto di farlo anche lui - sarebbero stati alla pari. Non aveva accettato; si era però lasciato accarezzare e il piacere aveva sciolto i grumi. Da quel giorno aveva fuggito ogni occasione. Non usciva più, come prima. Se ne stava in casa, a curiosare dietro la sorella o sdraiato a letto a leggere. Più che leggere, fantasticava seguendo la torbida rete di desideri che immancabilmente lo conducevano al biancore rotondo della sorella Maria, all'oscuro mistero del suo grembo. Aveva preso a spiarla dalla porta socchiusa, ogni pomeriggio, quando lei si metteva a letto in sottoveste. Provava insieme un acuto piacere e un lacerante rimorso. Di sera, sul tardi, dopo la novena, entrava in chiesa furtivo, si inginocchiava davanti alla Vergine e implorava perdono. Dall'altare fiorito di garofani bianchi, lei lo rasserenava con un dolce sorriso - rassomigliava alla sorella, le stesse misteriose rotondità intuite tra le pieghe seriche del vestito, gli stessi seni turgidi di madre…
Risentì il vociare dei bambini; rivide le mamme sedute nelle panchine e ritrovò il dolce sorriso della Madonna col volto chino su di lui dall'alto del basamento di granito. Era la stessa della chiesetta del suo paese, la Vergine Maria davanti alla quale tante sere si era inginocchiato implorante. Sua sorella Maria, sdraiata sul letto in sottoveste… Cadde in ginocchio e pianse…
Qualcuno gli si avvicinò premuroso. Il professor Ubaldo Fioravanti si scosse, vide la folla che si raccoglieva intorno a lui e fuggì. Ebbe paura di essere violentato. Corse a chiudersi in casa.

La notte della vigilia non chiuse occhio. Alle quattro del mattino si alzò, stanco di rivoltarsi nel letto. Bene o male il tempo trascorreva, era onesto. Mancavano ormai soltanto sette ore. Le avrebbe occupate a mettere ordine nell'appartamento e a prepararsi.
Ebbe il presentimento che non sarebbe tornato più, che il suo sarebbe stato un viaggio senza ritorno. Che valeva, allora, lasciare tutto in ordine e mettersi in ghingheri? Una questione di dignità - si disse. Non si va forse all'estrema dimora vestiti con l'abito migliore, in una carrozza fiorita?
La busta rossa tipo ministeriale era ancora lì, in vista sopra il tavolo. Non l'avrebbe dimenticata. Era necessario portarsela appresso come lasciapassare per l'aldilà…
Non aveva dormito, ma doveva aver sognato, quella notte… Camminava in un viottolo fra gli ulivi, e il cielo cominciava a tingersi di rosa. Ma l'alba era ancora lontana, e lontana era la cima del colle verso cui il sentiero si inerpicava.
Aveva lasciato l'auto in basso dove finiva l'asfalto; ora, tra quei sassi, si sentiva nudo come un verme. Ne provò vergogna. Tremò fin nelle ossa e prese a sudare. Forse era paura, paura del buio, della solitudine, di ciò che deve accadere. Doveva salire in cima al colle, comunque. La cima era la sua meta e la sua croce. Lì avrebbe sciolto l'enigma di Edipo. La Direttrice-Sibilla avrebbe parlato e avrebbe svelato le urgenti comunicazioni della Raccomandata-Rebus; avrebbe ritrovata la Vergine Maria e capito finalmente il mistero della Fessura-Abisso.
Il sentiero proseguiva con lui sul dorso del colle spoglio e aspro. Gli ulivi si erano diradati fino a scomparire, e affioravano ora rocce che si frantumavano in una sassaia tagliente. L'alba era vicina, e il suo chiarore grigiastro svelava la vetta appena più avanti quasi raggiunta.
Il primo volto che vide fu quello del padre - immobile corrucciato. Sedeva sopra un masso scolpito, ammantato di porpora. Dal suo trono di pietra gli ordinò di avanzare.
Egli si ricordò di essere nudo, e con la palma di una mano coprì la sua vergogna. Vide allora ai piedi del tronco di pietra sua sorella Maria. Giaceva sdraiata sul fianco, in sottoveste, col busto sollevato sopra il gomito, intenta nella lettura. Non osò guardarla oltre, per paura del padre, perché la Vergine nel muoversi aveva scoperto le cosce.
Cadde sulle ginocchia, e sentì l'urlo del sangue zampillare dalle ferite aperte dai sassi scheggiati. Storse nel dolore la bocca, chinò fino a terra la fronte e mormorò: «Miserere Signore, miserere di me».
Il padre sfilò un fascicolo dal mantello di porpora - a matita rossa risaltava la scritta «Note Informative Riservato Personale U. F. 47/3». L'aprì e prese a sfogliare le carte che vi erano raccolte. Poi levò il capo e parlò: «Hai infranto la Legge di Dio e degli uomini. Che cosa hai da dire in tua discolpa?»
Nascose la faccia tra le mani, tremante. Strinse forte le palpebre per vedersi meglio dentro. Disse: «Di fronte a Dio il mio amore è in catene. Chi ti ha reso così feroce da smembrare al vento le parti più delicate di me, nudo? Chi ti ha reso feroce, Padre, se non io col mio indice alzato contro la Vergine, con l'orgoglio acuminato del mio delirio? Ero felice, quando salivo una strada di giovani passi: un'aia seminata di fiori bianchi, e la terra gareggiava col cielo nel nutrire i miei sogni; facevano a gara la Terra Madre e Dio. Uscivo da un latte tiepido di dolcezza e di amore: perché ti ho ucciso, Dio mio? Così tu moristi in me. Tutte le cose muoiono, perfino tu che non hai creatore, perfino tu… Tutto divenne buio e incubo, e il mondo senza catene e senza Dio cominciò a tremare. E nacque Satana…».
Disse, e levando la faccia vide la sorella Maria che si era addormentata. Le labbra socchiuse sfioravano in un bacio le immagini del giornale, il rosa erto dei capezzoli si stampava nel respirare sulla trasparenza della sottoveste e l'ombra misteriosa del pube pulsava tra le cosce socchiuse. Mormorò, gemendo: «Io non sapevo, io non volevo», e mise le braccia in croce sul petto supplicando: «Padre, Padre non abbandonarmi. Anche nell'Inferno, nella privazione eterna del Bene regnano la giustizia e l'amore del Padre…».
Dal suo trono di pietra, il padre levò su di lui la mano e disse: «E' giunto il momento tanto atteso, figliolo. Molto hai amato e molto hai sofferto. Hai meritato il perdono e conquistato la vita. Chiedi e riceverai. Questo è il colle del mistero dove si scioglierà l'enigma. Oltre questo colle troverai la vallata verde, il prato fiorito, il ruscello coi pioppi».
Egli levò la faccia da terra, rincuorato. Guardò e vide Maria risvegliarsi e sorridergli - si era mossa sul fianco adagiandosi sulla schiena, arcuando le ginocchia. L'orlo del pizzo della sottoveste le era scivolato sulle cosce scoprendo la fessura bruna. Egli si mosse verso il palpitante mistero, trascinandosi sulla pietraia tagliente, lacerandosi le palme delle mani e il ventre, scheggiandosi i gomiti e le ginocchia, piangendo e ridendo. La fessura si apriva, per riceverlo, pulsando al ritmo del suo cuore agitato, e l'infinito si era aperto da due lati e le cose erano gigli e cantavano con gli angeli…
Le immagini finivano a questo punto nella memoria del professor Ubaldo Fioravanti. Sarebbe stato un sogno, se avesse potuto dire di aver dormito. Ma se non era un sogno, che bizzarre fantasticherie andava facendo?
La Raccomandata sopra il tavolo richiamò tutta la sua attenzione. Il tempo stringeva. Finì di vestirsi. Andò nel bagno per controllarsi allo specchio - è molto importante presentarsi in ordine al Superiore.
Alle dieci in punto, con un'ora di anticipo, uscì di casa. Chiuse a doppia mandata la porta, non senza avere prima infilato una mano nella tasca per palpare il Lasciapassare.

La direttrice dottoressa Giovannella Carta arrivò in ufficio a mezzogiorno.
Un'ora e mezza prima, lo scheletro-segretaria aveva fatto passare il professor Fioravanti in uno stanzino arredato con due sedie, dicendogli di attendere. Doveva saperla lunga, la vecchia strega… un sorriso maligno storceva la sua bocca e i suoi occhietti infossati lampeggiavano satanici.
Si era seduto, disponendosi ad attendere pazientemente. A un certo punto sentì filtrare una voce dalla porticina che comunicava con la segreteria. La voce era senza dubbio quella della signorina Adelaide Crobe, la collega che si occupava del catechismo. La voce divenne parlottare - giungeva frammentario ma comprensibile, e si riferiva inequivocabilmente a lui, Fioravanti, quel poco di buono…
Impallidì e si sentì mancare, alla velenosa requisitoria. Reagì stringendo i denti e i pugni; si alzò e prese a muoversi agitato andando da una parete all'altra. Finalmente sapeva chi muoveva le fila del complotto e in quale punto vulnerabile lo si volesse colpire. Si vide sulla guglia di un monte e tutt'intorno il baratro. Si sentì perduto. Si immobilizzò, per paura di precipitare. Si aggrappò terrorizzato alla guglia…
Lo scosse la vista dello scheletro in nero affacciatosi alla porta per dirgli che la Direttrice era arrivata e lo attendeva. Si staccò dalla spalliera della sedia e si avviò barcollante. Lucidamente si vide e con immenso dolore si sforzò di assumere un aspetto dignitoso - faccia alta e incedere eretto.
La direttrice dottoressa Giovannella Carta stava seduta alla scrivania. Disse: «Venga avanti e si sieda, Fioravanti». Il tono della voce grigio, l'espressione della faccia severa, il gesto della mano pareva volessero inchiodarlo alla sedia. Fioravanti aprì docile le braccia, affinché i chiodi potessero penetrare le palme. «Il signor Ispettore ha da farle alcune domande, dopo sbrigate le formalità di mia competenza».
Fioravanti girò timidamente lo sguardo e lo vide, vestito di grigio, capelli grigi a spazzola, dietro l'altra scrivania. Si alzò in piedi e salutò con un inchino.
L'Ispettore lo rimise a sedere. «Stia seduto, Fioravanti, stia seduto. Tra me e lei ce la vedremo dopo. Adesso segua la Direttrice».
La Direttrice annuì e aprì la cartella Riservata Personale. Disse: «Lei Fioravanti è stato convocato per la notifica di un decreto del signor Provveditore che la riguarda. Si avvicini e firmi qui sotto».
Fioravanti non capì ma gli parve poco rispettoso chiedere spiegazioni. Si avvicinò alla scrivania e prese la penna che la Direttrice gli porgeva.
«Firmi qui, metta anche la data, quella di oggi… E' il decreto di sospensione… e qui scriva per ricevuta». Trattenne il foglio e gliene consegnò un altro. «Questa è la sua copia. Si sieda».
Fioravanti indietreggiò col foglio in mano fino all'altra sedia di fronte all'Ispettore e sedette aspettando. Continuava a non capire che cosa gli fosse stato notificato. Gli pareva di aver sentito la parola «sospensione», ma certamente aveva sentito male… Scrutò con discrezione Lui e Lei… Che stupido! Come aveva fatto a non accorgersene prima? Quasi c'era cascato. Suo padre si era camuffato da Ispettore . Ricordò il sogno e nella sua coscienza buia si accese una scintilla. Un padre è severo, ma sa perdonare. Dopo il castigo, giustamente. Ma allora, la Direttrice… anche lei? Sì, nonostante il travestimento, non si lasciava trarre in inganno, era Maria vergine. A svelarla era sufficiente il rotondo biancore sotto la scrivania. Le sorrise, con un gesto di intesa.
L'Ispettore lisciò con la mano la spazzola del suo cranio e disse: «Evidentemente lei, Fioravanti, ha capito tutto, non ha bisogno di leggere quanto le è stato notificato, tanto meglio, mi risparmia tempo. Ora si alzi e si avvicini… ma che diavolo ha da guardarsi con quel sorriso sciocco? Senta, si sieda e risponda alle mie domande».
Fioravanti accennò di sì col capo e si compose in atteggiamento filiale - dentro di sé tremava, l'aveva fatta grossa e aspettava le rituali cinghiate.
«Dunque, Fioravanti, come lei sa, è stata aperta un'inchiesta; risulta che lei tiene una condotta a dir poco riprovevole, tale da menomare gravemente il prestigio della scuola. A seguito delle risultanze lei è stato sospeso dall'insegnamento a tempo indeterminato, con privazione dello stipendio, giusta la Legge…»
Fioravanti mosse le labbra ripetendo la formula liberatoria: «Padre, Padre, non abbandonarmi. Anche nell'Inferno, nella privazione eterna del Bene, regnano la Giustizia e l'Amore del Padre», disse o credette di dire o disse altre parole con lo stesso significato.
L'Ispettore ebbe uno scatto d'ira: «Ma la smetta una buona volta di farfugliare… Si rende conto o no della gravità della sua situazione? Perfino in questo momento e alla presenza dei suoi Superiori, lei denota un comportamento riprovevole, non è capace di esprimere un briciolo di pentimento…».
Fioravanti si compiacque del Padre-Ispettore che si era messo a suonare col violino un valzer di Strauss, e prese a danzare sul prato all'ombra dei pioppi, ai margini del ruscello. Poi smise e seguì il galleggiare incerto della barchetta di carta che aveva posato sull'acqua. Quindi si sdraiò al sole sulla proda erbosa, accanto a Peppino in mutandine da bagno. Lui gli aveva preso la mano e se l'era poggiata sul pube. Ebbe un largo sorriso e fischiettò: il pube era liscio, senza pene e senza peccato…
«Fischi, fischi pure… le passerà quell'aria strafottente quando sentirà la gravità degli addebiti che le vengono contestati… La S/V nella mattina del 12 aprile del c.a. alle ore 10,15 circa, durante l'ora di ricreazione nel cortile scolastico sdraiandosi accanto a un cespuglio dove compiva l'osceno atto di Onan alla presenza di detti scolari, i quali ne riportavano inguaribile trauma… L'inqualificabile atto che degrada e menoma il prestigio…»
Fioravanti aveva adocchiato una macchiolina sul muro, dietro la scrivania e l'aveva centrata col laser che teneva sempre nel taschino della giacca camuffata da penna stilografica; fuse intonaco e mattoni aprendosi una breccia verso l'azzurro del cielo. Quindi aveva proceduto, con un metodo semplicissimo, ad allargare gli spazi intermolecolari del proprio corpo fino a diventare leggero come una nuvola e se ne era volato via a fare un giretto.
«L'avverto che col suo comportamento da incosciente sta peggiorando la sua situazione. Si ricomponga - un po' di dignità, perbacco! - e mi racconti la sua versione senza particolari scabrosi. Tenga presente che una piena confessione potrà evitarle, salvo querela da parte dei genitori, una denuncia…» disse l'Ispettore facendo un cenno alla Direttrice, che uscì.
Fioravanti nel frattempo si era tramutato da nuvoletta in farfalla variopinta, e con un leggero battito dei piedi si era lanciato in aria. Lasciandosi trasportare dalla brezza, scoprì un grazioso praticello di margherite bianche e gialle, giaggioli, papaveri e tuberose e si era messo a svolazzare per diletto da un colore all'altro. Per tanto, quando l'Ispettore spazientito per la confessione che non arrivava prese a urlargli in faccia, riportandolo in quella desolata pietraia, Fioravanti vide le corna caprine spuntare tra i capelli a spazzola e sentì la zaffata di zolfo da mozzargli il fiato. Il terrore gli tese i muscoli e urlando vade retro Satana! scattò in avanti.
Per sua fortuna l'Ispettore svenne alla prima mazzata sul cranio e crollando sul pavimento non batté la tempia nello spigolo della scrivania.

All'undicesimo elettroshock Ubaldo Fioravanti si risvegliò leggero pulito col «buongiorno» dell'infermiera che gli portava la colazione del mattino.
Si sentiva effervescente come una bottiglia d'acqua trattata con tre dosi di polveri Idriz. Rispose «buongiorno» col tono di chi ha appena fatto la Comunione e sedette in pigiama sull'orlo del letto. Sfilò i piedi dalle pantofole, prese ad articolare gli alluci seguendone attentamente i movimenti. Poi si distrasse, si diede una grattatina sulla nuca e si guardò attorno.
Non si chiese dove fosse. Era un posto tranquillo e ci stava bene. I muri erano bianchi e bianchi erano il lettino, l'armadio, il tavolino e il vassoio con la colazione. Sentì le visceri contrarsi, si alzò e andò a sedersi davanti al tavolino.
Soltanto quando ebbe divorato tutto si accorse della finestra aperta su uno scorcio di verde e di cielo. La sua mente era sgombra di ricordi e di pensieri; affacciandosi sul giardino provò la sensazione di nascere in quel momento, scoprì i sensi e il gusto del percepire.
Era satollo e beato. Arcuò le scapole e la schiena sbadigliando rumorosamente. Dilatò i polmoni inondandoli d'aria profondamente. Gli occhi gli si schiarivano riempiendosi di luce e di colori, di forme animate. Un brusio crescendo di voci e di sfarfalleggiare di insetti gli penetrò piacevolmente nel cranio. Rimase a lungo estatico affacciato sul giardino soleggiato, seguendo il via vai della gente nei vialetti alberati.
Si stava allontanando dalla finestra, sazio, quando rientrò l'infermiera. Ubaldo Fioravanti si fermò a mezza stanza, estatico, le mani tremule tese, gli occhi lucidi, il viso e l'anima sorridenti. Era vestita di bianco ed era bionda, gli occhi avevano il colore del cielo, le labbra erano ciliegie, pesche vellutate erano le guance. Aveva movenze lievi armoniose quasi di danza, sparecchiando.
«Bella giornata, oggi», sorrise la ragazza.
«E' tutto molto bello», rispose sorridendo Ubaldo Fioravanti.
«Non se ne stia qui in camera, se ne esca, si faccia una passeggiata in giardino, le farà bene. Settembre se ne sta andando».
«Sì, esco. E' tutto molto bello».
«Si vesta e se ne esca. La sua roba è là nell'armadio. Spero abbia appetito, oggi. Abbiamo lasagne al forno e polpette. Le piacciono le polpette?».
«Oh, sì, mi piacciono, è tutto molto bello, anche lei… Come si chiama, lei?».
«Lei scherza. Mi chiamo Maria, lo sa bene…».
«Maria. Molto bello, Maria…».
Ubaldo Fioravanti aprì l'armadio e dalla gruccia tolse l'abito estivo di canapa color crema. Indossò calzoni e giacca sopra il pigiama, rimise i piedi nelle pantofole e uscì.
…La campana della ricreazione aveva suonato e gli scolari in frotta erano corsi fuori dall'aula. li aveva raggiunti a metà cortile e aveva dato loro una voce per radunarli e impartire le raccomandazioni quotidiane… Era primavera. Il sole era tiepido. L'erbetta nuova tappezzava l'angolo non calpestato dai giochi dei ragazzi. Si era diretto verso quell'angolo e si era seduto sull'erba, a ridosso di un cespuglio di oleandro. Da quel punto dominava il cortile e poteva seguire la scolaresca. Compenetrato dal piacere di quel solicello tiepido, si era lasciato scivolare col dorso sulla terra lungo disteso con le braccia e le gambe aperte… Aveva dimenticato i calzoni sbottonati, come sempre - il tepore sul pube lo aveva avvertito della distrazione e subito aveva portato una mano sui calzoni per abbottonarli…
Ubaldo Fioravanti si inoltrò nel giardino, vide all'interno di una aiuola un tratto erboso soleggiato. Vi si sdraiò beato. Sentì la carezza tiepida sul pube e un fremito di piacere gli aggricciò la pelle. Portò una mano ai calzoni sbottonati e tolse dall'asola anche il bottone della cintura. Poi socchiuse gli occhi e si appisolò.
Il medico di guardia, che lo aveva osservato stando dietro la vetrata, scosse malinconicamente la testa e sedutosi a tavolino annotò: «Residuano sintomi schizofrenici. Ricorrenti manie esibizionistiche. Necessario proseguimento terapia convulsivante».

 

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