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8 - Il ragionier Aritzo

 

Il ragionier Aritzo fece due ore di straordinario e uscì dall'ufficio alle nove. Era una sera fredda d'inverno. Camminava spedito, le mani in tasca, il bavero della giacca rialzato.
La vide dall'altra parte della strada, sull'orlo del marciapiede, sotto il cono di luce. Lo colpirono le strisce rosse gialle orizzontali. Si fermò. Tornò indietro di qualche passo, fece un fischio di ammirazione. Accidenti! mai gli era accaduto di vederne una così nuova pulita, per strada.
Attraversò, guardandosi attorno circospetto. L'avvicinò. Le pareti brunite odoravano di creolina, di puro. Un metro di altezza, si e no; una figura ben proporzionata, nel complesso; le strisce orizzontali la ingrossavano un poco ma le davano un aspetto giovane sportivo.
Ebbe un moto di tenerezza. Levò una mano e la protese in un gesto di carezza, quando udì uno scalpiccio di passi. Si ricompose, e con ostentata indifferenza riprese il cammino.
Voltò nell'ultima traversa, una strada aperta di recente, ancora poco illuminata. Una decina di caseggiati senza intonaco. Contò le porte, come sempre, per distinguere la sua, la settima. Salì stancamente le scale fino all'appartamento 15 D sesto piano, due camere e servizi.

«Il signore sì che ci sa fare!». Aprì il barattolo, lo mise sul fornello orecchiando la tivù. «Regolate le funzioni con Dolce Scioltina!». Chiuse il rubinetto del gas. «Una a me e una alla mamma!». Prese un tovagliolo, un piatto, una forchetta, una cocacola, un panino, una mela e mise tutto in un vassoio. «Più sicurezza, più stile con l'apriscatole Blitz!». Versò mezzo barattolo di tortellini nel piatto e dalla cucina si trasferì nell'ingresso-soggiorno. «L'uomo di successo corre con Multigrade… Papà, voglio crescere presto!». Si era abituato a cenare seguendo i programmi. «Gli slip Ursus fanno di te un vero maschio!». Ormai gli riusciva facile far rientrare nell'angolo visivo i ventun pollici del televisore e il mezzo metro quadrato del tavolo imbandito. «Brindate con Wilma Burg, assaporate l'ebbrezza bionda!». Non gli accadeva più, ora, di rovesciare il bicchiere o si sbrodolarsi la camicia.
«Margy!» esclamò appena lei apparve per informarlo sui programmi della sera - un pretesto per sorridergli con l'espressione maliziosa dell'innamorata che ha una voglia matta di farsi maneggiare. Una commedia di Nicodemi, un dibattito sull'unità sindacale, un incontro sportivo… Egli non udì, in orgasmo; gettò forchetta e tovagliolo e corse a spegnere la luce. Il suo televisore, adempiute le debite prescrizioni, forniva l'immagine realtà. Soltanto ventimila lire in più, ma ne valeva la pena. L'annunciatrice sembrò uscire dal vetro e prendere corpo davanti a lui. Indossava il solito maglioncino attillato a strisce orizzontali.
Si era invaghito di Margy fin dalle sue prime papere. Gli piaceva tutto di lei. Ciò che vedeva dalla cintola in su e ciò che immaginava dalla cintola in giù. Margy aveva il viso fresco dell'adolescente, gli occhi limpidi dell'imene intatto. Sorrideva vezzosa e le sue labbra schiudendosi si atteggiavano al bacio. La sua voce chiara argentina gli ricordava i gorgheggi serotini dell'usignolo che aveva il nido nel filare di pioppi davanti alla cascina del nonno.
Scomparsa l'immagine di Margy, riprese a cenare svogliato. Il pensiero gli tornò in strada. Se non l'avesse vista con i suoi occhi non l'avrebbe creduto. Doveva esserci un dramma, sotto. Un oscuro dramma. Da quando viveva in città ne aveva viste tante, colme di ogni rifiuto, ammaccate, deformi, corrose, puzzolenti. Le evitava, potendolo. Provava schifo, e insieme una grande pena per le contenitrici dell'umano pattume. Ma questa era una eccezione, ancora lustra di vernice, fragrante di creolina, incontaminata. Avrebbe presto seguito il destino di tutte; sarebbe diventata una pattumiera sfiancata dal marciume.
Stette a lungo a rivoltarsi nel letto. Era tormentato dal pensiero di quella creatura sola e indifesa. Stava nel rione più malfamato, covo di teppisti e di lenoni. Era suo dovere intervenire, rintracciare il padrone - o incosciente o criminale. Gli avrebbe versato i soldi del riscatto e l'avrebbe condotta con sé. La sua casa - mutuo trentennale -era piccola sì ma onesta. Ma poteva anche non esserci, un padrone. Quante sono le creature orfane abbandonate che si perdono nei meandri torbidi della metropoli? Questa ipotesi lo riempì di tenerezza, e in un baleno si decise. Si scrollò di dosso le coperte, si vestì e si precipitò fuori di casa.
Prese un'andatura spedita, un po' per la tramontana che soffiava gelida e più per l'idea che qualcun altro lo avesse preceduto. Il mondo è pieno di farabutti pronti ad approfittarsene. «Dio, fa che non arrivi troppo tardi!» proruppe accelerando l'andatura. La funesta idea gli era entrata nel sangue facendoglielo tumultuare. Prese a correre.
Alla cantonata si fermò. Ansimante, madido di sudore, guardò. «Dio sia ringraziato!» - era ancora lì, sotto il cono di luce, apparentemente intatta. Il viso gli si illuminò di gioia.
Le si avvicinò, scrutandosi intorno. La guardò, trasalì. Da un lato, a mezza altezza vide un'ammaccatura. Sentì una fitta lancinante al costato, in direzione del cuore. «Maledetti teppisti», sibilò in un impeto di rabbia.
Avrebbe voluto trattenersi, conoscerla meglio, prima. Ma poteva capitare lì qualche nottambulo, il rione pullulava di capelloni e ladri - tutta gente che di giorno dorme e di notte se ne sta in giro. Senza indugiare oltre, l'abbracciò, la sollevò da terra e se la portò via.
Il fardello era dolce ma pesante. Dovette fermarsi e posarla diverse volte, prima di arrivare al portone di casa. Avrebbe potuto caricarsela sulle spalle, sarebbe stato più agevole ma indecoroso. Salì i gradini tenendosela tra le braccia. Ne intravvedeva il fondo scuro, da cui saliva l'inebriante effluvio di creolina.
Arrivò stremato, ma si compose per non darlo a vedere. Ilare eccitato, la collocò accanto al televisore. «Per stanotte», disse «poi vedremo».
Accese il lume sopra il tavolo e spense il lampadario che mandava una luce sfacciata. Sedette di fronte a lei. La sua attenzione tornò all'ammaccatura. Senza dubbio un sasso, e grosso anche. Ebbe un nuovo e più violento accesso d'ira contro l'ignoto. Le pareti domestiche rendevano più puri e più forti i suoi sentimenti. Si era comportato egregiamente. Sentì la soddisfazione - la sentì sciogliersi in bocca saporosa come un'anisette, scendergli in gola, scaldargli piacevolmente le viscere. «Se ti lasciavo lì, chissà come ti avrebbero ridotta», disse; e con voce dolce sommessa aggiunse: «Ti troverai bene, qui, con me. Vedrai».
Non si reggeva in piedi dalla stanchezza e dall'emozione. La coprì con un telo di cretonne uguale a quello che proteggeva il televisore e spense il lume.
Dalla sua camera sporse la testa per sussurrarle «Buonanotte», poi si infilò nel letto, lasciando discretamente socchiusa la porta. Si addormentò subito, profondamente.
Figlio unico, si era trasferito in città da ragazzo, coi genitori, subito dopo la guerra. Il pane si comprava ancora con la tessera. Mezzo chilo di pere, di quelle che il nonno dava ai porci, costituiva un pranzo luculliano.
Suo padre era usciere di pretura. Trent'anni in un paese sperduto sui monti, tra pecore e abigei. Si era messo in pensione, e venduto casa vigna campicello aveva puntato il resto della vita sulla città. Qualunque sacrificio, pur di dare al suo unico figlio una sistemazione dignitosa. Soltanto la città poteva dare un avvenire civile. La città è tutto: può farti diventare ciò che vuoi. Gli unici pericoli sono le cattive compagnie e i casini. Evitando le cattive compagnie si evita anche di finire nei casini.
Il ragazzo aveva una cieca fiducia in suo padre - nonostante lo odiasse più o meno inconsciamente per il modo violento con cui sottometteva la mamma, una donnetta minuta dolce. La città non gli piaceva. Potendo l'avrebbe cancellata, come una sequela di astruse formule da una lavagna, per disegnarvi un prato verde con il ruscello e i fiorellini gialli. Sbagliava, certamente. Suo padre sapeva quel che diceva - tarchiato tozzo, aveva sopracciglia ispide e coglioni grossi dai quali penzolava un cazzo enorme. Lo ricordava così, da quella notte che si erano incontrati andando in bagno.
Prese a studiare con tutto l'impegno di cui era capace. I compagni mostravano di volergli bene, in classe. Lo adulavano, anche, per farsi passare i compiti. Fuori, lo sfuggivano, specialmente quando erano in compagnia di ragazze. Capì così che le ragazze non sono come i compiti.
Il giovane Aritzo era tracagnotto e ispido. Invidiava le figure snelle eleganti. Osservando Filiberto credette di scoprire il perché del suo successo con le ragazze: I polsi gli uscivano magri dai polsini rosa della camicia, una esilità femminea virilizzata dalla peluria bruna. Si provò a imitare Filiberto. Davanti allo specchio prese a controllarsi nei gesti, nelle espressioni del viso, nel camminare. Spostò i bottoni dei polsini, allargandoli per fare apparire i polsi più snelli.
A sedici anni, la morte del padre gli procurò insieme il dolore e la gioia più grande della sua vita. Fu rientrando dal funerale che Antonietta accettò di essere la sua ragazza.
Antonietta era l'allieva più bruna, più piccola, più diligente - e la più puttana, aggiungeva Filiberto - della quinta C sezione mista. Era ben voluta e portata a esempio dai professori. Non faceva mai assenze, seguiva attentamente le lezioni, era sempre preparata. Sedeva al primo banco, fila centrale, con la faccia e il busto protesi in avanti, pronta a ricevere ogni parola che veniva dalla cattedra. Il professore di lettere - per certe sue spregiudicate idee - aveva messo insieme in ogni banco una femmina con un maschio. Il destino - o meglio, il professore di lettere - aveva fatto di Antonietta la compagna di Mario Aritzo, pareggiandolo così ai compagni più intraprendenti.
Il primo sorriso che Antonietta gli rivolse lo fece innamorare. Avvampò come un deposito di carburante raggiunto da una granata. L'innamoramento paralizzò in lui ogni volontà e cominciò a sognare e a dimagrire. Le interrogazioni andavano di male in peggio. Il professore di lettere decise allora di affidarlo alle cure della compagna di banco. Una umiliazione largamente compensata, per Mario Aritzo. Antonietta, per fare fino in fondo il proprio dovere di ausiliatrice, andava a studiare da lui. Il ragazzo finì per perdere del tutto la testa.
Antonietta restava fredda inattaccabile. I turbamenti, i sospiri, i tremiti, gli sbiancamenti di lui rimbalzavano come su una corazza di diamante. Lei leggeva e ripeteva imperterrita monotona tracciando sul quaderno figure geometriche, impiantando equazioni, svolgendo temi, traducendo odi latine. Egli non sentiva e non capiva nulla, in estasi. Allora, lei finiva per spazientirsi e gli concedeva dieci minuti di pausa. La pausa consisteva in un muto immobile lasciar trascorrere i dieci minuti. Lei sdraiata sulla sedia obliqua con lo schienale appoggiato al muro. Lui a guardarla estasiato.
Una volta, mentre lei leggeva, lui, approfittando della posizione in cui si era dovuto mettere per seguire il testo, le aveva sfiorato i capelli con la guancia. Lei si era voltata inviperita, agghiacciandolo: «Piantala, e non fare il furbo! pensa piuttosto all'interrogazione di domani, alla figuraccia che mi farai fare». Mario Aritzo aveva sospirato richiamando a sé tutta la volontà per seguire il procedimento attraverso cui X + Y - Z diventava 37 al quadrato di P greco.
Rientrando dal funerale si erano fermati ai giardini pubblici. Egli pensò e disse che sarebbe dovuto piovere, in una sera triste come quella. Il pensiero piacque ad Antonietta, che si commosse e gli prese il braccio. Camminando, lei gli strofinava il fianco col braccio, ed egli sentiva la tristezza sciogliersi, e sciogliersi anch'egli tutto quanto. Socchiuse gli occhi beato galleggiando in un mare di latte tiepido.
Arrivati a casa ridivenne triste, e scoppiò a piangere come un bimbo. Antonietta gli prese la faccia singhiozzante e se l'appoggiò sul seno. Era soffice e caldo, ed egli vi pianse a lungo. Non trovando altro per consolarlo, lei disse che gli voleva bene, che anzi da tempo ricambiava il suo amore… però, ecco, non era ancora il loro momento, bisognava studiare, prima… Mario Aritzo smise di piangere e bevette le sue parole con la faccia ancora nascosta, stordito e felice.
Prima di lasciarlo, Antonietta gli fece una carezza sui capelli e lo baciò sulla guancia.
I loro rapporti non cambiarono di molto, dopo quella sera. A scuola, lei restava la più brava, la stimolatrice culturale del compagno ritardato. A casa, nelle ore di studio pomeridiane, Mario era autorizzato a posarle una mano sulla spalla durante la lettura, a tenerle una mano durante i dieci minuti di pausa e a darle il bacio del commiato sul pianerottolo.
L'equilibrio sentimentale di Mario Aritzo crollò d'un colpo il maledetto pomeriggio in cui sua madre uscì. Al rumore che fece la porta nel richiudersi, il ragazzo sussultò. Attendeva e temeva da tempo quel momento. Un inconscio terrore lo prese e lo agitò. Antonietta, con la faccia sul libro, aveva socchiuso gli occhi - turris eburnea. Quegli occhi che non lo guardavano avevano scatenato in lui l'istinto fino a soffocare il terrore. La prese per un braccio e la tirò sul letto. Abbrividì, sentendoselo sopra nudo, e lo aiutò allargando le cosce. Un'attesa lunga snervante. Lo sollecitò accarezzandogli le reni, palpandolo - inutilmente. Lo sentì infine crollare addosso, scosso dai singhiozzi. Provò un senso di pena e mosse una mano per consolarlo. Il disgusto la vinse toccando quel corpo muscoloso, sudato, volgare, inutile. Si alzò sgusciandogli da sotto. Si rassettò, prese la sua roba dal tavolo e uscì sbattendo la porta. Mario Aritzo rimase sul letto, a piangere.

Il ragionier Aritzo era mattiniero come i passeri che cinguettavano all'alba tra i rami dei pioppi, nel casolare del nonno. Non amava starsene tra le lenzuola tiepide a crogiolarsi, neppure quando accidentalmente si risvegliava con una parvenza di erezione. Non aveva mai voluto dare alcuna importanza al fenomeno, per la vecchia ruggine tra lui e quell'incapace. Accendeva la radiolina sul comodino e vi cercava un ritmo musicale adatto ai suoi dieci minuti di ginnastica. Flessioni e rotazioni del busto: tutte medicine risparmiate.
Quella mattina si svegliò più presto del solito. Si infilò la vestaglia, mise le pantofole e corse nell'ingresso-soggiorno.
La stanza era in penombra. Teneva gli scuri accostati. Odiava il rettangolo grigio senza una macchia di verde, senza un pigolio di passero. Sussurrò «Buongiorno», scoprendola. Restò a guardarla dolcemente, sfiorando l'orlo rotondo con dita lievi. Vista dall'interno l'ammaccatura era meno dolorosa: una piccola protuberanza, non più di una ecchimosi nel fianco - due tre impacchi di acqua vegeto-minerale e molta tenerezza.
Aumentò il volume della radio. Fischiettò dietro la musica, radendosi. Di tanto in tanto si affacciava sulla soglia, pensieroso. Non era nella migliore posizione - concluse. Misurò l'ambiente con lo sguardo, quindi la spostò nell'angolo tra la finestra e il tavolo, vicino alla poltrona: un punto da cui poteva vederla dalla cucina, dalla camera da letto e dal bagno. Finì di radersi.
Uscendo, chiuse con maggior cura del solito la porta d'ingresso. Si disse che la precauzione non ha nulla a che vedere con la gelosia. Fidarsi, con certi mascalzoni in giro, sarebbe stato dabbenaggine. «E niente straordinario, oggi», mormorò scendendo vispo le scale.
Ripassando dove l'aveva incontrata la sera prima, non poté fare a meno di fermarsi. Lo fece con studiata indifferenza, per non destare sospetti. Al suo posto, sul marciapiede, c'era un mucchio di immondezza. Un paio di ragazzini ci frugavano, prendendo a calci i barattoli vuoti e i torsi di cavolo. Il ragionier Aritzo arrossì, disgustato.

I colleghi d'ufficio smisero la lettura del giornale: la faccia di Aritzo prometteva una migliore utilizzazione del tempo. Lo attorniarono, stuzzicandolo. «Tu ci nascondi qualcosa…». «Sprizzi gioia da tutti i pori. Hai vinto al lotto?».
Il ragionier Aritzo abbozzò un largo sorriso. Dentro si era chiuso tutto come un istrice. Che vogliono da te? Stai attento. Sono falsi come Giuda.
I colleghi giudicarono cretino il suo sorriso. Che fosse un cretino, essi lo davano per certo, considerati certi suoi strani comportamenti. «Ma che dite mai?» intervenne un altro, «La sua non è faccia da vincita al lotto, è gioia di cuore…».
Accolsero l'ipotesi con entusiasmo: un'idea davvero spassosa che quel cretino potesse avere una ragazza.
«Complimenti, caro Aritzo! e non ci dicevi nulla?!».
«Com'è? bionda? bruna?».
«Ah, vecchio mandrillo!».
«E' una cosa seria, certamente… a quando i confetti?».
Il ragionier Aritzo si sentì violentare. Si irrigidì e prese a sudare copiosamente. Cominciò a bagnarsi sulla fronte, sotto le ascelle, sulle reni, fra le cosce. La bocca, al contrario, gli si seccò. Tentò disperatamente di umettarsi le labbra aride con la lingua. Anche la lingua gli si era rinsecchita. Allora cercò scampo nella fuga. Voltò le spalle e si mise a rovistare a caso, convulsamente, tra le carte della sua scrivania. Continuava a sorridere, dolorosamente, coi denti cavallini scoperti fino alle gengive violacee.
I colleghi non mollarono la preda. Era entrata la signorina Franceschi, la segretaria del direttore, un gran pezzo di bionda tutta gambe e poppe. Il piacere del gioco diventava più intenso, proiettato tra cosce di donna certamente calda.
«Cara Franceschi, sai la novità? A dirtelo non ci crederai… Il nostro Aritzo si è finalmente fatto la ragazza. Te l'immagini?».
Le gambe e le poppe della Franceschi fremettero pregustando il piacere acre di un linciaggio. Stava per aprire bocca, quando si volse e vide la faccia atterrita di Mario Aritzo. Disse: «Lasciatelo in pace. Il direttore sta per arrivare, e a giudicare dal tono di voce che aveva al telefono direi che non è di buon umore».

Il ragionier Aritzo entrò nel supermercato di piazza dell'Unità. Un rifugio tranquillo tiepido - lui e le cose a portata di mano con l'etichetta e il prezzo e niente mercanteggiamenti. sceglieva sempre scatole senza ammaccature.
Il lavoro d'ufficio l'aveva stancato e amareggiato più del solito. Otto ore a conteggiare sulla calcolatrice e a trascrivere nei registri. Era uscito qualche minuto prima per trovare un ascensore libero ed evitare i colleghi. Ritrovò la serenità in quel tempio dispensatore di beni, nella musica che filtrava in sordina lungo i viali scaffalati. «Sì, è stato duro, oggi, il lavoro», si disse. E decise di rifarsi con una cena fuori dall'ordinario: prosciutto, salmone, spumante.
Arrivò a casa rasserenato del tutto, e con una gran voglia di vivere, di divertirsi. Mise gli acquisti sopra il tavolo e le andò incontro. «Eccomi di ritorno», disse. E le si sedette accanto, sulla poltrona. Una sensazione di beatitudine lo pervase. Assaporò la dolcezza della penombra amica tra ciglia socchiuse. i muri, il tavolo, il televisore assumevano forme nuove, più intime.
Apparecchiò il tavolo per due. Mise le candeline rosa e la bottiglia di spumante incoronata di fiorellini di plastica. La fece sedere di fronte - stava comoda, sulla sedia. Accese il televisore, tenendolo a volume appena percettibile.
Lo spumante gli andò subito alla testa, inebriandolo. «Alla felicità!», brindò levando l'ultimo bicchiere.
Quando si alzò, le gambe erano molli e duro il desiderio. Rassettò la piega del lenzuolo, sprimacciò il guanciale, accese il lumino da notte, aprì e richiuse il cassetto del comodino - vi teneva da sempre un vasetto di vaselina e preservativi.
Tornò all'ingresso-soggiorno. Lei stava ancora lì, seduta davanti al tavolo. L'accarezzò dolcemente e le sorrise prima di portarla in camera da letto. La lasciò sullo scendiletto, dall'altra parte. Le voltò le spalle, spogliandosi. S'infilò sotto le coperte e spense la luce. Chiuse gli occhi, si distese, si rilassò.
Provò un incontenibile bisogno di aprirsi a lei - non la vedeva ma ne immaginava le forme, il maglioncino a strisce, il sorriso. Parlò a lungo, veemente a tratti o sommesso - scorrere tumultuante di un torrente ; esile pigolio di passero nel cespuglio del ligustro; ondeggiare di farfalla madreperlacea sui fiori rossi dell'oleandro; trilli serotini di usignolo nell'infinito del cielo; terra calda di anfratti amorevoli; e spini di rovo e di pruno e schegge di silice e il sesso di Antonietta… Parlando e piangendo si addormentò.
Una voce che chiamava il suo nome lo ridestò. Egli attese che la voce parlasse. «Tutti hanno diritto alla felicità. Anche tu. Questo è il tuo momento, Mario Aritzo».
Non osò aprire gli occhi, per paura di rompere l'incantesimo. Desiderò sentire ancora la voce, e la sentì. «Tu hai capito, tu solo, che io non sono quel che appaio. L'amore può fare qualunque miracolo. Non aver timore, Mario Aritzo, apri gli occhi e guardami».
Il tepore di un alito e una carezza gli sfiorarono il viso. Socchiuse gli occhi e la vide - meravigliosa fanciulla gigliata di veli. La vide chiaramente, china su di lui.
Una ecchimosi bluastra traspariva dai veli, nel biancore del costato. «Il sasso…» pensò rattristandosi.
«Non ti crucciare», sussurrò lei, «Ho difeso per te la mia purezza».
Riconoscenza tenerezza desiderio scaturirono d'impeto dalle sue viscere. Con dita amorevoli carezzò il livido. Lei abbrividì al contatto e si lasciò cadere su di lui con un gemito. Egli urlò, abbracciandola; urlò, ergendosi; urlò, entrando in lei.
Vuoto di pensieri e di grumi giacque, dopo - sughero ondeggiante in un mare senza prode.
«Sei felice». Lei ruppe il silenzio. «Perché non esser felici sempre?».
Egli pensò che domani sarebbe stato un altro giorno. Pensò alla realtà, fuori, e strinse gli occhi.
Lei disse: «Perché non fermare il tempo?».
«Fermare il tempo? Come?» gemette Mario Aritzo. «Come?».
«Se tu lo vuoi, io posso».
«Se lo voglio? Oh, se lo voglio!».
La vide alzarsi, attraversare la camera, uscire, entrare in cucina, aprire il rubinetto del gas.
Egli non disse nulla, quando lei tornò. Non disse nulla neppure quando udì il sibilo, quando aspirò l'alito dolciastro. Lei lo teneva stretto tra le braccia.
Egli temette di non poterla possedere ancora. Lei capì la sua paura e lo eccitò con indicibili carezze. Il sesso gli si risvegliò e la penetrò ansimando. L'orgasmo gli fece perdere i sensi…
Mario Aritzo capì in quell'attimo il senso della vita; ne colse in quell'attimo tutto l'assurdo.

 

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