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9 - Lettera a Karla Kirchner

 

Liebe, sono rimasto a guardare la nave bianca illuminata - trainata nel buio di un altro mondo. Su quella nave c’eri tu, mio dolce amore, e dovevo esserci anch’io.
Mi sentivo tanti uomini diversi, in quell’addio - ti amavo, sognavo di poter vivere un’altra vita, avevo paura dell’ignoto che somiglia all’angoscia della morte, ed ero un elce che affonda radici nel granito.
Ora io so che intorno a me non c’è pane di terra da scavare per un trapianto - può esserci soltanto il taglio di una scure o il fuoco di una folgore. Forse neppure il seme può allignare fuori dalla pietra che lo ha partorito. Sei partita con appena il sapore salmastro del vento, appena lo scintillio del tramonto fra le guglie dei monti: qualche parola dell’anima; troppo poco, per capire.
Mi hai detto tutto ciò che può attrarre un uomo senza radici: immagini senza significato, per me . “Non c’è altro destino che attendere qui, finché la roccia diventi terra e la linfa diventi sangue”. Credo di averti risposto così - ricordo la dolcezza del tuo viso incupirsi.
Eri venuta dal mare, da molto lontano, un mese prima. In una agenzia avevano ascoltato il tuo caso. “Alienazione, nevrosi da benessere industriale” . Ti avevano suggerito un ritorno alle origini, un bagno purificatore nel passato.
“Io non credo che sulla tua isola incomba un maleficio”, dicevi. “Tutto si risolverebbe con le macchine”.
Erano bei sogni, sogni venuti da fuori, come tutti i sogni - quasi credibili, quando le cime degli elci ondeggiano nell’azzurro dimenticando le pietre in cui radicano. Ti eri innamorata di un assurdo, anche tu: “Ci trovano te, in ruscelli di sangue, se mi aprono il cuore”.
Ti ho delusa. Hai pianto, prima di salire sulla nave. Non potevi trascinarmi con tutta la roccia cui sono attaccato. Hai detto quasi con risentimento: “Sai dove trovarmi. Posso aspettarti, ma non per molto. Pensaci.”
Io so che non ti vedrò mai più. So che potrò solo ricordarti come si ricorda un prodigio, un’eclisse di sole, una cometa: qualcosa che non segna il ritmo di questo tempo. Non potrò essere me stesso - l’unico che io voglio essere - se non qui, su questa terra. Ma prima che gli abissi che separano il tuo mondo dal mio scavino nel ricordo, vorrei dirti....

Ha un sapore assurdo, di eterno, la vita, qui, su questi monti, su questo corpo di ciclope pietrificato, roso dal tormento dei millenni, sotto un cielo che non ha un gesto umido di pietà. Quale senso può avere, qui, la vita umana, la tua vita, qui, su queste pietre nude, che esistono solo per precipitare frantumate nell’abisso?
Che senso può avere, qui, l’essere battezzato, tenuto in braccio dal padrino notabile, studiare, ingraziarsi la maestra venuta da fuori portando un fiocco più grande, un quaderno più pulito? e l’abito in pura lana vergine più distinto di quello in terital del ragioniere del piano di sotto? e la frequenza al classico che apre ogni porta? e il prestigio di aver sposato la figlia di un uomo d’affari? e il batticuore per l’auto nuova, la più coupé, la più veloce di tutte? e il futuro, un futuro chiamato concitatamente con la rabbia di non poterlo possedere mai abbastanza tutto, mai abbastanza subito? Che senso ha, qui, una tale vita?
E che senso può avere, qui, su questi monti, un grattacielo popolato di gente che sale e che scende in ascensore, portando cartelle e fogli e veline e raccomandazioni da un piano all’altro, da un ufficio all’altro? Che senso può avere una piazza piastrellata coi porticati intorno, e la gente che passeggia o siede ai tavolini succhiando una cocacola? e un vigile in uniforme al centro, sulla pedana zebrata, ad agitare le mani inguainate di bianco fosforescente, a fischiare come un merlo sopra un viavai multicolore rombante di scatole in cui è stivata la gloria e l’angoscia, la presunzione e la sapienza della moderna dinamica? Che senso ha, qui, una chiesa con ampie vetrate, aeree volute, mosaici in poliesteri, organo elettronico, coro in radica di noce formica, altari di marmo, sermoni diffusi da altoparlanti dislocati acusticamente razionali tuonanti i doveri delle coscienze soffocate dallo smog, travolte dal turbine dei motori, perse nelle nebbie del libero dibattito, corrotte dal veleno del benessere? Che senso ha, qui, su questi monti, una scuola con riscaldamento centralizzato, palestra coperta, lavagne doppie bilanciate, radiotivù, giardino con fiori coltivati da cogliersi per ornare la cattedra in tek, i muri stuccati in gesso smaltato e il crocifisso stilizzato in plastica avorio? Che senso ha, qui, un alveare con uomini-formiche in tuta bianca e blu muoversi al ritmo di presse, di occhi luminosi rossi gialli verdi? e una rivolta vociante con cartelli scritti e bandiere e pugni levati in alto per l’aumento dell’indennità di scomodo di lire quindici orarie?
E quale senso può avere mai, qui, tra questi monti, un drappello di militari usciti da una jeep saltando leggeri come acrobati da circo, avanzanti in rango serrato mitra a spall’arm e casco da trincea, tenuta da operazioni, sottufficiale appostato in alto dietro un masso, binocoli carta topografica telefono da campo staffetta portaordini tamburino e trombettiere?

Fra questi monti, ogni uomo nasce col destino del pastore nomade. Il battesimo è l’imposizione della croce. Le poche ore di scuola sono ore strappate al dovere del pascolo, della raccolta di fascine per il focolare: ore che incidono più profonda la coscienza del dramma. Il servizio militare è l’acquisizione di tecniche più idonee a cogliere il bersaglio dei nemici del gregge. Non ci sono livelli sociali da raggiungere. Non c’è millecento del ragioniere del piano di sopra da superare nel week-end. Non c’è moglie di commendatore da avvilire con la pelliccia nuova. Non c’è famiglia del farmacista del piano di sotto da ingelosire con le vacanze in Riviera....Qui, ci sono soltanto pietre, e fame da superare e da vincere, e uomini di pietra, ci sono, che scalpellano il loro cuore per frantumarlo, e sudore e sangue per impastare la silice che verdeggi della speranza, così che il gregge sopravviva. Non ci sono grattacieli, qui, né piazze dense di traffico, né chiese luminose di vetrate, né scuole con palestre, né fabbriche, né rivolte operaie. Soltanto uomini di pietra ci sono, qui, che si calcificano nei secoli e si sgretolano come graniti rosi e friabili per dare terra alle conche, perché la roccia diventi terra...E un drappello di uomini in divisa, c’è, assurdo, tra questi monti di pietra - uomini usciti da jeep, leggeri come acrobati da circo, che avanzano in rango serrato, mitra imbracciato, sottufficiale appostato in cima, binocoli, carta topografica, telefono da campo, staffetta portaordini, trombettiere e tamburino...

C’è, si, qualcosa di nuovo che affonda radici di cemento e di ferro nelle viscere della montagna. C’è una diga sul fiume Taloro. La sua mole - idolo della moderna tecnica - qui, su questi monti, è un giocattolo assurdo, lasciato nel deserto da un prodigioso fanciullo dal volo di libellula. E intorno alle acque del bacino c’è una strada d’asfalto panoramica con i guardrail belvedere nel silenzio di radi elci, di aspri lentischi, di contorte querce - un serpente bruno dalle reni spezzate. Ma sul tappeto d’asfalto non si avventura il gambale del pastore avvezzo agli spinosi cardi e alle macchie del rovo e agli speroni di roccia e ai pendii senza viottolo - né le strade e gli asfalti danno erbe e rugiade e ombre alle greggi che vanno perpetuamente trascinandosi in processione annusando la speranza di esuli mentastri.
E con la diga, da un lato, c’è un drappello di uomini strani: cinque eremiti in divisa che trascorrono i giorni vuoti lunghi con la loro baracca le loro armi il loro passato umano a specchiarsi nelle acque del lago, a guardia dell’idolo della moderna civiltà che l’incivilità della pietra può, nel suo rovinoso franare, frangere e seppellire come un guscio d’uovo.

Partorito e abbandonato fra pietre desolate, l’uomo è condizionato in ogni suo bisogno, in ogni suo divenire, dal gregge - dal procreare di una pecora, dal sopravvivere di un agnello, dal germogliare di uno sterpo, dalla pioggia, dal vento, dalla brina. Fino a quando non sarà placata l’ansia del nomade senza tetto, fino a quando la natura e il destino detteranno, qui, su questi monti, la legge del branco, il numero sarà forza e la forza sarà vita. E finché ciò sarà, sarà anche un nonsenso, qui, la civiltà del cemento e degli uomini armati.
Qui, ci sono soltanto pietre e uomini che non vogliono morire. In questa preistorica realtà, alla luce dei valori primevi che essa contiene, è valida la legge dell’abigeo e del bandito, è giusta la religione amara di un dio vendicatore che si implora affinché il nemico del gregge, cadavere in uno strapiombo, sia roso dalle formiche.
Qui, ciò che conta unicamente è il gregge. Altri doni, qui, l’uomo non ha avuto dal suo povero dio se non monti di pietre e ispide greggi e durezza di solitudine e angoscia di silenzi. Qui, ciò che unicamente vale è la pecora - animale sacro adorato negli altari aperti al cielo, simbolo e reale fonte di ogni possibile vita.
Uccidere una persona per vendetta è sacrilegio: un delitto che può pagarsi soltanto con il sangue sparso di colui che lo ha commesso. Rubare una pecora è atto eroico: Prometeo che attinge alla fonte della vita in dispregio della legge avara di un dio avaro - è la sete di vivere che si placa soltanto fra gli artigli del più forte.
All’uomo senza gregge, qui, restano solo le pietre e il loro dramma d’essere nude sterili e senza coscienza di futuro. All’uomo nudo, qui, fra queste pietre, resta l’animo della belva, l’ansia predatrice, la volontà di uccidere per vivere; o resta la viltà, l’immoto accoccolarsi del cane senza tana, l’anelito d’essere un sasso tra i sassi infitti profondi...
Non c’è altra scelta, qui, su questi monti, se non l’elementare essere o non essere. La caccia è il primo gioco del fanciullo. Bambini con trofei di lucertole e di passeri ritornano a sera nel villaggio - accendono un mucchio di sterpi nel viottolo per arrostire una preda che non sazierà alcuno. Al mattino, ognuno si è fatto il giusto fascio di legna e ha avuto la giusta fetta di pane. Quando hanno vinto la paura del sasso scagliato e del sangue, calzano il pesante gambale del pastore, imbracciano il moschetto aggiustando la mira sui cartelli di latta colorata conficcati ai margini di strade deserte.
Le donne filano la lana ispida delle ispide pecore; tessono la lana bianca e nera come il destino tesse il bene e il male delle creature nate in terra, cagliano il latte denso munto al pascolo di cortecce, pressano con dita dure il formaggio bianco azzurrino.
Gli uomini vagano con le greggi nel deserto di pietra. Il giorno e la notte sono dei di luce e di tenebra. Il silenzio si ode, si apprende, si fa idea, si anima - silenzi bui e silenzi luminosi, di pace e di canto, di lamento e di morte.
Ci sono silenzi di millenni incisi nel cuore dell’uomo come sulla pietra di un monte. Silenzi che non si possono rompere col rombo di un trattore, con la colata di cemento che ferma un fiume, con il salmodiare sacerdotale, con la dialettica di un comizio, con la sapienza di un maestro, e neppure con l’urlo della violenza scagliata dalle bocche infuocate dei mitra.
Qui, ci sono solo pietre e pecore scarne e uomini dolorosi che hanno imparato a vivere senza chiese, senza tetto, senza pascoli, senza parole - le parole vengono dalle cose filtrate dall’anima dell’uomo che la possiede. Qui, non possono esserci parole. Qui, ci sono soltanto pietre e silenzi.
Liebe, tu, come altri venuti dal mare - pochi, col cuore buono - credi e hai pensato ai miracoli. Ma qui, l’uomo non sa, non capisce che cosa sia miracolo. Qui, Jahvé non sa piovere manna dal cielo per uomini-angeli affrancati dalla schiavitù. Qui, la natura non sa fare il prodigio dei graniti corrosi divenuti terra fertile a valle. Tu credi in un miracolo umano: l’uomo nuovo delle macchine che produca, su questi monti, cieli fioriti, ameni paesaggi, clima mite, insenature dalle candide arene, e li venda al mondo suo... Bene, che provino, che vengano, con il tuo animo, gli uomini che parlano e fanno parlare la macchine... Ma prima ascoltino il silenzio, e meditino, qui, su queste pietre, le umane vicende.
Cantiere Gusana, 1964

 

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