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cavallo alato


Il cavallino alato e altri racconti

Con il racconto “Littorina” Ugo Dessy nel 1994 partecipa alla quarta edizione del premio giornalistico “il cavallo e l’uomo”; che viene segnalato per la pubblicazione.
La Redazione della rivista di sport equestri, turismo e ambiente “Caddhos” cura la pubblicazione dei racconti vincitori in un volume intitolato “Il cavallino alato e altri raccolti” - soter editrice.
Edizione fuori commercio

 


NB: In questo sito è disponibile solo il racconto "Littorina" di Ugo Dessy



(Per il download del libro, cliccare sui pulsanti sottostanti)

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LITTORINA

A due anni fui colpito da poliomielite agli arti inferiori. Non ricordo nulla - se non sensazioni confuse - degli anni che seguirono fino a compierne dodici, fino a quando riuscii a camminare in posizione eretta.
Tutto ciò che so di quei primi anni della mia vita, lo so da mia madre. Poco, però, ha voluto dirmi di quel periodo; e io che comprendo i motivi dolorosi della sua riservatezza non mi lamento di sapere così poco, quasi nulla di me bambino, e non chiedo di saperne di più: sapere è superfluo quando ciò che si ignora apparentemente lo si porta dentro di noi perché fa parte della nostra storia ed è in ciò che siamo diventati.

Niente è più stimolante della voglia di vivere per trovare la forza e i mezzi per vivere. Più che da ogni terapia medica, la muscolatura passiva del mio corpo veniva stimolata, sollecitata a muoversi dalla volontà continua, mai disperata, di tutte le parti attive del mio corpo, che tendeva a realizzarsi comunque. Le mani non cercavano di sostituirsi ai piedi per camminare, ma li aiutavano. L'intelligenza si affinava costantemente nell'acquistare nuove tecniche e per sperimentare modi nuovi ed equilibri nuovi di articolazione e di movimento.
Per anni, giorno dopo giorno, a gradi infinitamente piccoli ho conquistato la posizione eretta, chiamando a raccolta con la volontà ogni energia muscolare, fosse pure la più piccola.
Dopo tentativi che dovettero durare mesi e mesi, imparai a muovermi sulle mie gambe, stando però curvo in avanti con la schiena piegata quasi ad angolo retto, ora che la gamba destra (la più colpita dalla paralisi) con l'aiuto della mano assolveva bene o male al suo compito di reggere il corpo. Era per me una grande, immensa conquista che mi riempiva di orgoglio e di gioia: potermi almeno spostare, se non camminare, con le mie sole forze, essere indipendente, libero.

A undici anni, in coincidenza con il passaggio dalle Scuole Elementari al Ginnasio, accadde un fatto nuovo che modificò quella situazione e rivoluzionò la mia vita. Un imprenditore ortopedico continentale si era trasferito in Sardegna e aveva aperto un laboratorio a Cagliari.
La protesi relativa al mio caso era in fondo la scoperta dell'uovo di Colombo. Ci avevo pensato spesso, senza trovare i mezzi per realizzare l'idea: un involucro rigido che fasciasse la gamba paralizzata, trasformandola in un arto rigido capace di sostenere il peso del corpo. Qualcosa come una ingessatura estraibile.
L'imprenditore fu molto premuroso davanti al mio caso e insieme alla sua équipe si prodigò per confezionarmi un tutore, una protesi che in pratica teneva rigida la gamba flessa: sopra il calco di gesso costruì una "scorza" di cuoio animata da due stecche verticali d'acciaio, articolate al ginocchio e al malleolo.
Il giorno della prova, quando indossai l'apparecchio, erano tutti visibilmente emozionati. Stando seduto sopra il lettino, mi calzava giusto. Era, sì, duro e ruvido ma non insopportabile. A ogni modo - mi si spiegava - mi sarei dovuto adattare lentamente e con pazienza a indossarlo.
Un operaio - che sentii di amare per quel che faceva - mi mise in piedi e sorreggendomi sotto le ascelle mi invitò a muovere qualche passo. Con tutte le mie forze desideravo muovermi, stordito dalle molteplici sensazioni che mi tumultuavano nell'anima. Seduto di fronte a me, l'ortopedico seguiva l'operazione. Ordinò che mi venissero portati due bastoni, affinché mi aiutassi con quelli. A dodici anni mossi così i primi passi, ridendo e piangendo, stando eretto sulle mie gambe per la prima volta dacché ero nato.
Feci subito notevoli progressi. Riuscii dopo pochi minuti anche a camminare con l'ausilio di un solo bastone, muovendomi sempre più spedito, andando scompostamente da una parete all'altra della saletta, senza fermarmi un attimo, con una voglia matta di infilare la porta, attraversare il giardino, prendere la strada e girare a piedi tutta la città, tutto il mondo finché non fossi crollato esausto. Eppure, a ogni passo, quando il peso del mio corpo cadeva sulla protesi, dolori lancinanti ferivano la mia gamba, in particolare il malleolo costretto e premuto nello snodo della scarpa d'acciaio.
Gli operai mi scrutavano, premurosi anch'essi, chiedendomi se mi calzasse bene, se in qualche parte fosse stretto e mi facesse male. E io dicevo di no con la testa, sorridendo a denti stretti, camminando sempre più spedito, incurante del dolore. Il poter camminare valeva qualunque sofferenza fisica: al dolore ci si può abituare ma non alla immobilità, alla schiavitù dell'inedia.

Rivivendo le sensazioni che provai da bambino muovendo i miei primi passi, ricordo Littorina, la cavalla pezzata che incontrai a vent'anni - dolce e cara amica della mia giovinezza.
La conobbi a Siris, un paesino alle pendici del Monte Arci, dove ero andato a far scuola a una brigata di ragazzini scalzi.
Littorina apparteneva a un pastore abbiente che la usava soltanto per trasportare i bidoni del latte dall'ovile al paese, ogni mattina all'alba. Per tutto il resto del giorno la cavalla viveva libera, al pascolo con il bel tempo oppure sotto la tettoia nel cortile di casa, se rigido piovoso. Ancora puledra, era asciutta e scattante, fiera e ombrosa.
Mi accadeva spesso di vederla, quando passavo davanti al chiuso dove di solito pascolava, e mi fermavo ad ammirarla. Lei mi riconosceva, volgeva verso di me la testa e nitriva. Io la chiamavo per nome e sporgendomi sul muretto allungavo la mano con dell'erba che avevo colto, pensando che le piacesse. E lei, la selvaggia, era mansueta e dolce con me. Si avvicinava, fiutava la mia mano e prendeva delicatamente con i denti qualche filo d'erba, anche se poi non lo mangiava. Accettava il mio dono per simpatia.
Una volta capitò lì il padrone e ci vide. Disse: "Le piace Littorina, eh? Una bella cavalla, eh?"
Risposi di sì con la testa.
"Scommetto che le piacerebbe anche cavalcarla, vero?" Proseguì lui.
Feci ancora cenno di sì con la testa. Ma pensai al mio handicap e indicai la mia gamba all'uomo, per fargli capire che non mi sarebbe stato agevole montare, andare a cavallo.
Dovette capire, perché fece un gesto come dire "Beh, in effetti non è facile per lei". Ma era un uomo semplice di campagna e disse: "Può sempre provare. Se vuole l'aiuto io a salire in groppa. L'importante è che Littorina sia d'accordo. Sa, non ha mai voluto portare alcuno, a parte me. Non è domata veramente, capisce? Non si avvicina a nessuno e non si lascia avvicinare. Però, da come si comporta, mi pare che per lei abbia simpatia. Se vuole possiamo provare..."
Era autunno. Su quei monti il freddo è secco pungente anche se la giornata è serena e soleggiata. E appunto il pomeriggio di un giorno sereno d'autunno decisi di provare. L'uomo bardò la cavalla mettendole la sella, le staffe, il morso, le briglie. Poi fece portare una sedia alta. Io ci salii sopra e da lì potei agevolmente montare in sella. Mi sistemai bilanciandomi con il piede sinistro sulla staffa e con la mano destra al pomo della sella: ci stavo bene.
Littorina seguì pazientemente la complessa operazione che la coinvolgeva: sembrava capire che cosa io desideravo da lei e sembrava volermi far capire che voleva darmi volentieri quel che io desideravo.
L'uomo mi passò le briglie e si scostò. Restammo soli, io e la cavalla. Appena si mosse, sentii che mi muovevo anch'io. Avevo la straordinaria sensazione di essere tutt'uno con lei. Lei era una parte di me che io non avevo mai posseduto sane: lei era le mie gambe sane.
Littorina camminò lentamente, morbida, attenta. Presto uscì dal paese e prese per la campagna verso i monti. Io non sapevo dove, ma lei andava esattamente dove io volevo andare.
Il suo passo era fermo, elastico, regolare. Una sensazione indicibile mi veniva da quell'incedere su gambe solide, forti, sicure. La sensazione che provavo era forse quella della felicità.
Lasciai andare le briglie sulla criniera e con una mano le accarezzai il collo mentre le parlavo di ciò che provavo, di ciò che lei mi faceva provare.
Camminò a lungo, senza tempo, scegliendo i sentieri più agevoli sui dorsi delle colline, nei canaloni tra i dirupi mentre io le parlavo, raccontandole i momenti più tristi della mia vita, la mia malattia, la solitudine, il desiderio e la gioia di camminare così, ora, con lei.
Littorina mi ascoltava attenta, pur senza distrarsi dal cammino su lande impervie. Nitrì più volte, per farmi capire che ascoltava le mie parole, che le dispiaceva che io avessi sofferto tanto.
Avevo perso la nozione del tempo e del luogo. Camminavo, ero felice, non mi sarei fermato più. Presi a cantare. Una nenia che inventai lì per lì, lasciandomi portare dall'estro, dal verde cupo immoto del mare di querce e dall'azzurro luminoso del cielo dove si stagliava lontano l'indaco frastagliato dei monti.
Ora il cammino si era fatto più difficile: aspro, sassoso, erto. Dovevamo attraversare il letto sconvolto di un torrente. Non me ne preoccupai: possedevo le gambe più forti, più salde, più sicure che un uomo potesse mai desiderare. Le dissi: "Sono tranquillo, fai tu senza la mia guida, tu sai e puoi più di me."
Littorina capì ed evitò di prendere di petto i tratti scoscesi, per non squilibrarmi. Piegava il suo corpo agile e potente, costeggiando i pendii ripidi senza sobbalzi, con infinita cautela, finché fummo fuori dall'aspro canalone e ritrovammo il declivio morbido dei prati e gli asfodeli, giù verso la pianura.
Pensai che mi sarebbe piaciuto anche correre. Glielo dissi, pregandola di correre, di farmi correre. Mi sarei tenuto ben saldo in groppa con un piede sulla staffa e con una mano al pomo della sella. Forse era indecisa. Anche a lei piaceva correre, certamente: ma io, ce l'avrei fatta a restare in sella? La sollecitai, toccandole il collo con il palmo della mano, ripetendole la preghiera a provare. E lei nitrì e corse.
Ci sbagliavamo tutti e due. Lei riuscì a passare dal passo al galoppo senza sobbalzi. Io non feci nessuno sforzo per restare in sella: mi ero soltanto chinato aderendo a lei. Urlavo di gioia, incitandola a correre ancora, a correre di più, a volare sulle siepi, sopra i muretti a secco. E lei corse, volò con la velocità di un fulmine attraverso i campi, giù fino alle prime case del paese.
Da quel giorno, Littorina fu la mia inseparabile compagna per tutto un anno scolastico. Mi aspettava ogni pomeriggio e mi salutava con un nitrito sentendomi arrivare. Mi veniva incontro e mi strofinava dolcemente il mento sulla spalla. Dopo averla sellata, attendeva immobile paziente che io portassi la sedia per salirle in groppa. Aprivo il portale del cortile stando su di lei; e lei favoriva il mio compito spostandosi di fianco e poi rinculando perché potessi aprire l'anta. Quindi ce n'andavamo verso i monti - che lei doveva amare moltissimo. Andavamo dove i suoi piedi ci portavano. E a tratti, lei correva o io cantavo.

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