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L'intellettuale e il potere Intervista con lo scrittore Dessy


"Ho visto l'ultimo fascicolo della rivista Ichnusa. Se questa rivista è il "meglio" di ciò che può offrire la pubblicistica isolana, allora è proprio vero che abbiamo toccato il fondo."

In una lunga intervista, rilasciata a Sa Repubblica Sarda e che pubblichiamo alle pagine 8 e 9, Ugo Dessy ci ha parlato della sua lunga malattia, del ruolo degli intellettuali, del referendum sulla responsabilità civile del magistrato, dell'Italia nel Golfo Persico...

"Essere anticolonialisti, in Sardegna, oggi come ieri, significa innanzitutto essere "sardi".
"E' una tesi di Frantz Fanon"

Sa Republica - Da oltre tre anni - scusa, ma i lettori non sanno - ti sei chiuso nel silenzio. Perché?
Dessy - "Non è esatto che in questi ultimi anni mi sono chiuso nel silenzio: me ne sono rimasto ad ascoltare le sinfonie aritmiche, parossistiche e asincopali del mio cuore - strumento essenziale per dar fiato alla sonata della vita".
Sa Republica - Da diversi mesi dunque sei in convalescenza e la tua "autoemarginazione" continua. Prudenza? Stanchezza? Difesa? .... Ed ora, questo tuo rientro...
Dessy - "Convalescenza lunga, tu dici. Relativamente. Per la verità io non mi sono mai "autoemarginato", perché almeno a livello di pensiero non ho mai abbandonato l'impegno, la militanza ideologica, che per me significa nient'altro che "essere testimone attivo del mio tempo". Molto semplicemente, sono stato malato e mi sono venute meno le forze non soltanto per impugnare la penna, ma financo per levare la voce.
Altri hanno tentato e tentano di emarginarmi - profittando del momento; qualcuno, potendo, mi avrebbe interrato prima del tempo.
Per far loro un dispetto - mi sono detto - visto che sono in Francia, se i "luminari" di Lariboisiere non ne cavano i piedi mi faccio anche una capatina a Lourdes: non si sa mai.
Né prudenza, quindi, né difesa e neppure stanchezza (intesa nel senso di chi crede di aver lavorato abbastanza e si mette in pensione). Mi stupisce l'uso di questi termini da parte di chi mi conosce - posso comprenderli in chi è mosso da torbidi sentimenti di invidia o da chi vorrebbe, se potesse, cancellarmi perché è parecchio doloroso (ho sentito dire) per ladri, funamboli, concussionari, per i membri della consorteria al potere sentir parlare di ladronerie, funambolismo, concussioni e altre quisquilie del genere.
Chi scrive può continuare a vivere con i suoi scritti anche dopo la morte. Egli dunque "non può autoemarginarsi"; egli può essere emarginato dagli altri, e per due soli e ambedue validi motivi: perchè ha scritto delle solenni cazzate (vedi la gran parte degli scrittori accademici) oppure perchè non torna utile alle mene del potere. Insomma, accade che, se sei scomodo cercano di tapparti la bocca da vivo e perfino dopo morto.
A me sta ancora bene Sartre l'irriducibile de la preface en Les damnés de la terre di Fanon: l'intellettuale autentico non va mai a braccetto con i potenti, perchè egli tende a essere la dignità umana, l'ansia di liberazione di ogni uomo oppresso.
Non vorrei essere pessimista quando l'esserlo potrebbe apparire presunzione: la mia impressione è che oggi ci sia ancor più di ieri un gran vuoto di valori, in tutti i settori e a tutti i livelli. Nella pubblicistica, in particolare in Sardegna, un vuoto di contenuti e di presenze, nel senso che (se togli poche eccezioni) non ci sono uomini che abbiano idee degne d'essere chiamate tali, che siano in grado non dico di fare ma almeno di proporre qualcosa di nuovo e di serio.
Ho visto l'ultimo fascicolo della rivista ICHNUSA - l'ho comprato in una edicola del centro dove ne arriva (e quindi se ne vende) un'unica coppia - e se questa rivista è il "meglio" di ciò che può offrire la pubblicistica isolana, allora è proprio vero che abbiamo toccato il fondo. In un pezzo di un "mai sentito nominare" Natalino Piras sulla letteratura contemporanea sarda si tira in ballo perfino me che sono tutto fuorché un letterato: "Un altro outsider, nel senso che è quasi sconosciuto nonostante abbia fatto cose di un certo spessore è Ugo Dessy" - afferma il Nostro, e prosegue con la bibliografia d'uso. Che vuol dire: "Cose di un certo spessore? E poi: "Quasi sconosciuto a chi? Ai redattori di Ichnusa che godono del privilegio di scriversi e leggersi l'un l'altro?
Ha mai sentito parlare, il signor Piras, della questione del ruolo dell'intellettuale, oggi?
Qualcuno comincia a dire che il "vero intellettuale" è l'intellettuale che sta sempre "al di fuori dei partiti", che è sempre in funzione critica nei confronti del potere. D'accordo - ma di quale potere si parla? Liberalismo e Marxismo si identificano nella definizione che danno dell'intellettuale in funzione di appoggio o di critica, secondo la classe che lo detiene.
Per quel che ne so, gli intellettuali che il sistema riconosce come tali svolgono una attività critica nei confronti di "un certo tipo" di potere, non contro il potere in quanto tale.
Intanto devo dire che non credo esista una categoria sociale di intellettuali - qualunque uomo lo è quando usa il proprio intelletto. Ma se proprio vogliamo classificare, direi che ci sono intellettuali che servono i padroni, e condividono con questi potere e privilegi, e ci sono intellettuali espressi dal popolo e condividono con questo oppressione e sfruttamento. E' un dato di fatto che nel potere, e nei privilegi che esso comporta, non c'è posto per l'intellettuale del popolo. La misura della validità rivoluzionaria del lavoro di uno scrittore è inversamente proporzionale al successo che il sistema gli riserva nell'Olimpo della cultura ufficiale.
Per chiudere restando in argomento, non per caso ho scelto di riprendere la mia attività di pubblicista proprio con Sa Republica Sarda. Innanzitutto perché è un giornale schiettamente sardo. E ancora - seppure divergendo e non soltanto nei dettagli con questo periodico - perché resta incontrovertibile il fatto che è l'unico vecchio giornale in cui i Sardi e il Sardismo possono riconoscersi e perchè no? rispecchiarsi".
Sa Republica - Un tuo rientro, in quel tuo vecchio ruolo battagliero, dopo anni di ruggine, non ti sembra troppo impegnativo?
Dessy
- "Non amo fare dichiarazioni impegnative. Le dichiarazioni "impegnative" sono un vezzo proprio dei politici. Credo che l'impegno sia da correlarsi esclusivamente a "ciò che si fa".
Per quel che riguarda la "assenza", la "ruggine" e tutto il resto direi che in effetti, bene o male, in questi anni, sono stato presente con i miei vecchi scritti - tant'é vero che il mio Editore, proprio per colmare un certo vuoto, ha riproposto al pubblico il saggio "Quali banditi?".
Inoltre mi pare che in questi ultimi anni le cose non siano poi cambiate di molto: il potere è rimasto truffaldino e arrogante e il popolo - come sempre - sfruttato e minchionato.
Tutto sommato non ci sono molti sforzi da fare per aggiornarsi, per assumere dati conoscitivi su modificazioni (che non ci sono state) tra l'ieri e l'oggi. A malapena potrebbe sembrare che qualcosa sia cambiato - giusto nella forma, non nella sostanza. E se è vero che non si fanno più processi contro i terroristi (allo scopo di criminalizzare l'opposizione ideologica) è perchè non ci sono più oppositori ideologici o se ci sono non vengono ritenuti pericolosi o sono stati ammaestrati".
Sa Republica - Ci troviamo di fronte ad un profondo mutamento sociale, che sembra risolversi in un sostanziale isolamento di gruppi, di movimenti anticolonialisti e indipendentisti. La domanda è questa: che significa oggi in Sardegna essere anticolonialista? O meglio: quale deve essere oggi, a tuo avviso, il ruolo degli anticolonialisti sardi?
Dessy
- "Nella premessa a questa domanda appare chiaro che il sostanziale isolamento in cui versano i gruppi e movimenti anticolonialisti non è quel "profondo mutamento sociale" cui si accenna, ma la conseguenza logica e storica della divisione del movimento anticolonialista e indipendentista in tanti gruppi spesso in conflitto tra loro.
Bisogna dire che, non i mutamenti sociali, ma le manovre politiche che portano alla frantumazione dei movimenti di liberazione dell'uomo (ovunque e comunque si manifesti) hanno sempre, ovviamente, un significato negativo, di involuzione. I frammenti di un movimento rivoluzionario, per taglienti che siano, sono impotenti a raggiungere il loro scopo e vengono facilmente spazzati via dalle forze repressive o dai meccanismi di inglobamento di cui il potere sa fare buon uso.
E' necessario un richiamo alla unità di tutte le forze anticolonialiste. Voglio dire che, per essere anticolonialisti, in Sardegna, oggi come ieri, significa innanzitutto essere "sardi". Per una ragione molto semplice: è assai più facile trovare una unità tra individui appartenenti a un gruppo etnico omogeneo che tra gruppi di individui, tra parrocchie che si muovono in concorrenza tra loro con l'evidente ma inconfessata intenzione di "arrivare per primi". E se è proprio necessario costituire una "parrocchia", è lapalissiano che questa deve essere una sola e deve consentire l'accesso a tutti i Sardi indistintamente - tutti quelli che ci vogliono entrare, naturalmente, classe o non classe, borghesia o proletariato, lavoratori o disoccupati. E' una tesi che svolge Fanon nella sua Opera sui movimenti di liberazione nei Paesi colonizzati, ed è la stessa che parallelamente porto avanti da anni in Sardegna parlando di questa questione".
Sa Republica - Dessy, tu hai sempre parlato in modo chiaro, senza reticenze, da uomo che ha rifiutato ogni compromesso. La situazione politica è quella che è: c'è il Partito Sardo che oggi è il terzo partito in Sardegna ed è al governo regionale. Come scrittore impegnato, quale suggerimento culturale-politico pensi di poter dare a questo partito, che è l'unico che dice di difendere l'interesse dei sardi?
Dessy
- "Grazie, molto lusingato. Sì, nonostante il mio non breve stato di letargo, mi sono accorto dell'avanzata del Partito Sardo, piazzatosi al terzo posto, dopo la DC e il PCI. Non credo però che spetti agli scrittori, neppure ai cosiddetti "impegnati", dare suggerimenti ai partiti che vanno guadagnando consensi e voti e hanno interesse a conservarseli, e magari ad aumentarli.
Se proprio devo esprimere una opinione sulla questione, direi agli amici sardisti di essere innanzitutto sardi e onesti e coerenti fino in fondo nell'essere sardi; che è uno dei modi per far proprie le millenarie aspettative del nostro popolo: trovare una propria dimensione politica economica e culturale in un consesso di popoli amanti della pace; la dignità, la responsabilità e la libertà di decidere del proprio presente e del proprio futuro, di essere cioè protagonista della propria storia.
Purtroppo io ho molte riserve e dubbi su questa democrazia, sui partiti politici come istituti e organizzazioni miranti allo sviluppo e al benessere delle umane genti, e tanto più sui funambolismi, sulle ambizioni, sui giochi di potere in cui i partiti - tutti i partiti - sono costretti a invischiarsi. Preferisco credere negli uomini, anziché nelle istituzioni. Negli uomini ancora onesti. Auguro quindi al PSd'AZ di avere tra le sue file meno politici che amino il partito e siano bravi nel giostrarsi, e più uomini, anche semplici ma onesti, che amino la loro gente e la loro terra.
Sa Republica - Già una volta tu hai vissuto un'esperienza di vita politica attiva, sei stato fra i fondatori del movimento radicale. Poi hai dichiarato di esserne uscito deluso. Perché?
Dessy - "Preciso: ho vissuto esperienze di vita politica attiva anche fuori dal partito radicale - specialmente fuori dai partiti, spesso con piccoli gruppi e ancora più spesso facendo gruppo con me stesso.
Comunque, basta con questa etichetta di "fondatore". Quando si tratta di partiti preferisco "sfondare". L'appellativo cui accenni è saltato fuori in un flash di agenzia, alla fine dell'anno scorso, quando ho simbolicamente dichiarato di voler riprendere la tessera del PR per evitarne lo scioglimento. La notizia è rimbalzata in alcuni quotidiani e sono diventato così "uno dei padri fondatori" del PR. Può darsi certamente che io abbia contribuito a dar vita a un movimento per i diritti civili e di richiamo al potere di un maggior rispetto delle proprie leggi e di essermi battuto contro la militarizzazione intensiva della mia terra e contro ogni violenza - in particolare alla fine degli Anni 60 e all'inizio degli Anni 70; un periodo in cui la Sardegna era sotto al morsa di un formidabile apparato repressivo, che agiva spesso nella illegalità, fino all'estremo della tortura e dell'assassinio; un periodo in cui, qui da noi, i "diritti civili" venivano definiti una "stravagante utopia". Potrebbe anche darsi che altri compagni e amici radicali, modificando un movimento libertario in un partito parlamentaristico con vocazioni governative, abbiano, loro, contribuito ad affondare il vecchio glorioso PR.
Ma la sua domanda precisa, esige una risposta altrettanto precisa: io non ho accettato la linea partitico-parlamentarista dei miei ex compagni di lotta; non sono stato io ad uscire dalla linea ideologica che seguivamo: io sono rimasto un libertario, radicale, cristiano e direi anche tolstoiano - se questo termine non ti dà tensioni. Qualcuno ha detto e ha scritto che "Dessy non sa mediare con il potere". Appunto. Non so mediare con il potere. Tant'è che non ho mai imparato a battere - neppure nei salotti dove si raccolgono gli intellettuali impegnati di buona famiglia".
Sa Republica - Se n'è discusso tanto. Qual'è la tua opinione sull'elezione di Cicciolina al Parlamento italiano?
Dessy - "Se ne è discusso tanto, ma secondo me non sempre a proposito. Cicciolina non ha fatto altro che approdare - con un vigoroso consenso popolare - in un luogo dove può esercitare nel migliore dei modi al sua onorevole professione; dove può realizzare la sua notevole vocazione mutualistica. Diciamo che si trova in buona compagnia".
Sa Republica - Giovanni Paolo II ha elogiato con enfasi le istituzioni democratiche in USA e il godimento in quel Paese di una esemplare libertà...
Dessy - "Penso che dove ci sono dollari, là c'è tutto: democrazia, lavoro, armi stellari, gioia di vivere, figone alla Marylin Monroe, i più grandi spettacoli del mondo, attori che fanno i presidenti e presidenti che fanno gli attori, e naturalmente c'è la libertà, tanta libertà...Con i dollari, Giovanni Paolo la troverebbe anche in Russia e in Cile, la libertà".
Sa Republica - Un'altra domanda: è di grande attualità il Referendum sulla responsabilità civile del magistrato. Hai qualcosa da dire?
Dessy - "Sì, con piacere. Questo Referendum ci vuole proprio. Agli elettori verrà posto il seguente quesito: "Volete voi l'abrogazione degli articoli 55, 56 e 74 del Codice di procedura civile approvato con Regio Decreto 28 ottobre 1940 n. 1143?".
Si tratta di uno dei tanti residui fascisti e polizieschi: tanti da costituire l'ossatura dei nostri Codici che si vorrebbero spacciare per democratici.
Non ho mai capito - e credo non abbia capito nessuno che sia fornito di buonsenso - perché mai, a differenza di ogni altro comune mortale, il magistrato che sbaglia non deve pagare.
Nella impunità del magistrato può darsi che giochi in qualche modo il "ruolo sovrannaturale" che egli presuntuosamente si attribuisce, quello cioè di giudicare i propri simili. Un compito che dovrebbe appartenere soltanto a Dio Padre Onnipotente, detto anche Creatore e Signore del Cielo e della Terra. Il quale, tra altri notabili attribuiti, ha anche quello della "infallibilità". Che i magistrati purtroppo non hanno. E se non l'hanno significa che sono "fallibili", cioè soggetti a sbagliare. E pertanto, se sbagliano "devono" essere puniti. A meno che non entrino in diretto contatto con il Padre Eterno, evitando così ogni "umano" deprecabile errore. Ma siccome la panzana del diritto derivato da Dio ha finito il suo tempo, ci ho gusto che il Referendum si faccia; e farò del mio meglio perchè prevalgano i sì che abolisca un iniquo e ridicolo privilegio; e gioirò immensamente quando un qualunque magistrato che abbia contribuito a far morire d'infarto nel carcere di Buoncammino un detenuto in attesa di giudizio, verrà esemplarmente condannato a un bel po' d'anni di galera (o a scelta lavori forzati), previo isolamento nei sotterranei per mesi 12.
Dubito - per altro - che anche passando il Referendum questa genia di intoccabili verrebbe punita in caso di errore. L'errore sarebbe sempre "preterintenzionale" e il reo se la caverebbe con una tiratina d'orecchi, un trasferimento e una promozione".

L'Italia e il Golfo Persico

Sa Republica
- Finalmente anche l'Italia , con la sua presenza armata, ha deciso di dare un valido contributo per la pace nel Golfo Persico...
Dessy - "Finalmente davvero! Non vedevamo l'ora che l'Italia, risorta ai fasti gloriosi dell'antico Roma Imperiale, Regina dei Mari e non soltanto del “Nostrum”, mostrasse al mondo intero, compreso Padron Ronald, che non è più disposta a tollerare intimidazioni da chicchessia. Il "libero commercio" va garantito, eccome! Anche in casa d'altri, se necessario.
E penso che, giustamente, i venditori di cocomeri e cavolfiori che sostano ai margini delle vie urbane e suburbane, con i loro trabiccoli-bancarella, abbiano anch'essi tutto il diritto al "libero commercio". Come affermava il Nostro: "Libero commercio in libero stato".
Sa Republica - Un'ultima domanda: di tutta la tua produzione letteraria, qual'è il libro cui sei più legato, che a tutt'oggi ti piace di più?
Dessy - "Si tratta di un libro che non ho pubblicato perché ancora devo scriverlo. Ti dirò - in confidenza; ma non andarlo a dire in giro - a me piace molto di più ciò che dovrò fare di ciò che ho già fatto. Ho in mente di uscire presto con un saggio storiografico che, in forma cronachistica (magari un pochino pettegola) riproponga fasti e nefasti, protagonisti maggiori e minori di questi ultimi anni di storia isolana. Potrebbe essere anche questo un modo per dare una presenza attiva nelle vicende di casa nostra. E sono certo che un libro come questo piacerebbe non soltanto a me ma pure a coloro dei quali dovrei doverosamente "sparlare".
[Tratto da Sa Republica sarda n. 7-10 settembre-ottobre 1987]

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