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grande amore

UN GRANDE AMORE

e altre storie / collana - La Spiga / Libreria Meravigli Editrice Milano - 1984


NB: In questo sito è disponibile solo il racconto "Il dottor Nicolino" di Ugo Dessy


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Presentazione

Il racconto breve è un genere letterario col quale si sono cimentati quasi tutti i romanzieri, di ogni tempo e di ogni latitudine.
In Italia poi, molti di essi, citiamo come esempio Italo Calvino e Lucio Mastronardi, si sono fatti conoscere proprio grazie ai loro racconti, pubblicati su riviste letterarie quali “Il Politecnico” di Elio Vittorini.
Con questa raccolta, che prende il nome da un racconto di Angelo Gaccione (che è anche il curatore del volume) si è voluto rendere omaggio al “narrar in breve”.
Il racconto, è bene sottolinearlo, implica un modo diverso di composizione, un diverso trattamento dei personaggi, un’organizzazione particolare della trama degli eventi narrati, rispetto al romanzo.
E’ questa una caratteristica comune ai racconti che qui si presentano: siano essi dovuti a scrittori di ampia notorietà, o invece elaborati da autori più giovani o meno conosciuti, tali tuttavia da offrirci un panorama assai significativo del racconto italiano d’oggi.
Un’omogeneità di fondo, pur nella inevitabile varietà delle rese, domina questa raccolta, caratterizzata dall’uso linguistico di un italiano “medio” che sembra vada sempre più affermandosi nel paese, ad opera dei grandi media e della continua osmosi tra giornalisti che scrivono romanzi e romanzieri che fanno i giornalisti.
Si tratta di una lingua sostanzialmente “povera”, ridotta nel vocabolario, stereotipata nell’uso grammaticale e sintattico, di immediata comprensibilità e comunicazione.

(Tratto dalla prefazione di Mario Spinella “Narrare in breve”)

 



IL DOTTOR NICOLINO

 
All'inizio della stagione fredda arrivarono sulla città cumuli di nubi grigie e Fortezze volanti. Per la prima volta vidi e sentii piovere dal cielo acqua e fuoco.
C'era la guerra, ma fino ad allora tutti avevano continuato a vivere la vita di sempre, come se fosse stata una faccenda che non li riguardasse. Tutt'al più, gli uomini che andavano al bar e le donne che uscivano a passeggio si fermavano a dare un'occhiata al grande tabellone dell'Europa e dell'Impero, appuntato su traliccio alla base del Bastione San Remy.
Nel tabellone, le posizioni dei nostri erano segnate con bandierine tricolori e quelle dei nostri alleati con bandierine nere croce uncinata. Le posizioni dei nemici non erano indicate, ma si supponeva che stessero sempre di faccia alle nostre e a quelle dei nostri alleati. Le bandierine - verde rosso bianco nero - rassomigliavano molto a farfalle sparse su di un prato fiorito. Ogni mattina cambiavano posizione allargandosi. La gente passando dava un'occhiata al grande tabellone e se aveva tempo faceva qualche commento soddisfatto.
A metà autunno le farfalle parvero raffreddarsi nella loro ansia di spazio, e cominciarono a restringersi da sud e da est verso il centro, come se volessero ammucchiarsi per scaldarsi l'un l'altra. La gente si fermava sempre più di rado, disinteressata, delusa da quel nugolo di farfalle che non sapeva volare, che si rintanava. C'era qualcuno che diceva che a primavera sarebbe venuto il bello, e c'era qualche altro che borbottava poco convinto e la sua voce si confondeva col richiamo della donnetta seduta davanti al fornello, che offriva caldarroste nei coni di cartastraccia.
Alle prime bombe - spezzoni, si precisava; e io mi lambiccavo il cervello: cos'è uno spezzone? un mezzo o un quarto di bomba? una questione di risparmio, chissà? - le luci si oscurarono in blu, le facce dei passanti divennero cachettiche e le vetrine rimasero con le saracinesche abbassate.
In ogni palazzo fu nominato un capo-caseggiato con l'incarico di mettersi a urlare appena un inquilino soggetto faceva filtrare una bava di luce da uno scuro socchiuso: «Porca vacca! si attirano gli aerei nemici; il fatto è punibile quale reato di alto tradimento; siamo in guerra e apposta ci sono i plotoni di esecuzione.»
Non c'era pericolo di fughe luminose dalla casa dei Virgili. Le lampadine erano così fioche - due tre candele al massimo - che a malapena si intravedevano gli angoli dei muri. Tuttavia il professore, ligio alle norme civili come a quelle religiose - date a Cesare quel che è di Cesare - schermò o soppresse anche quelle poche sorgenti di crepuscolare chiarore.
Gli aerei da bombardamento nemici avevano preso il vizio di venire sempre durante la notte. La gente ne era molto seccata e se ne lamentava, perché di giorno lavorava e di notte aveva il sacrosanto diritto di riposare. «Se l'andazzo continua, si sovvertirà l'ordine naturale», diceva il professor Fiori insegnante di biologia e amico di famiglia. E infatti - si vociferava - i capi avevano pensato di approntare rifugi utilizzando sottani e cantine per sistemarci gli uffici importanti, - quelli che devono funzionare a tutti i costi se no è il caos -, per esempio l'anagrafe tributaria, la questura, il distretto militare, il dazio e la prefettura… Avrebbero avuto voglia così i nemici a bombardare di notte! Gli impiegati avrebbero dormito tranquilli di giorno a casa loro e avrebbero lavorato di notte nei rifugi al riparo dalle bombe.
Gli aerei da ricognizione venivano invece alla luce del giorno. Arrivavano d'improvviso, ronzavano volteggiando sfacciatamente bassi, ficcando il naso dappertutto. La gente li sbirciava da dietro gli scuri socchiusi, col cuore in gola, - quegli uccelli del malaugurio. C'era chi faceva le corna e chi invece bestemmiava contro quelli dell'UNPA che invece di sparare e buttarli giù se ne stavano a giocare a carte.
Alcune notti di seguito le sirene d'allarme avevano ululato all'ora di cena. Noi eravamo fortunati, avevamo il rifugio vicino duecento metri o poco più - un andito di scuola, già monastero dei Cappuccini, puntellato con paletti di eucalipto come la galleria di una miniera. Tutti dicevano che un rifugio come quello avrebbe resistito a dieci bombe da una tonnellata ciascuna tutte insieme; ma il solito menagramo brontolava che un andito così, i muri marci, la volta marcia, i paletti marci, una vera e propria trappola per topi, non avrebbe resistito neppure a una loffa d'asino. Per zittirlo interveniva d'autorità il capo-rifugio, un ometto che viveva lì e dormiva in una brandina, con l'incarico di mantenere alto il morale. - Chi diffonde notizie allarmistiche è da considerarsi un disfattista, e… - I puntini sospensivi erano sufficienti a far balenare i soliti plotoni di esecuzione.
La prima volta era stato un falso allarme. Il minestrone si era freddato per nulla. Mi ripromisi di non muovermi, se fosse accaduto ancora durante la cena. Accadde la sera successiva. Il professore aveva appena terminato la preghiera, - Benedici o Signore questo cibo e tienici in vita per glorificarti -, e già cominciava a scucchiaiare, quando suonò l'allarme. All'ululo improvviso sobbalzò, levò gli occhialini al soffitto, giunse le mani e ordinò la fuga precedendo tutti a testa bassa.
Si voltò indietro prima di infilare l'uscio. Aveva il cappotto gettato sulle spalle del pigiama e la faccia stravolta. Io continuavo a mandare giù la pasta e i fagioli, seduto tranquillo. - Figlioccio benedetto, non tentare la Divina Provvidenza, corri a metterti in salvo -, disse agitato; ma la paura dovette essere più forte del bisogno di fare sermoni e prese l'andito di corsa per raggiungere le due donne. Mi parve però di vedergli una espressione di rammarico per il minestrone lasciato alla mercé di un lupo famelico.
Alla sirena non seguirono esplosioni. Mangiai in pace la mia porzione, dopo raccolsi una mestolata da ciascuno dei piatti abbandonati, avendo cura di raccogliere cotiche e fagioli e di lasciare pasta e cavoli. Mentre finivo di consumare il delitto, udii dei tonfi sordi in rapida successione, dapprima lontani e via via più vicini. Seguì un attimo di silenzio, poi una esplosione del diavolo. La luce si spense, i muri sussultarono, le stoviglie tintinnarono, per strada si udì trambusto, quindi ancora silenzio. Avrei voluto resistere, accendere una candela, contendere fino all'ultimo a quei porci volanti le cotiche e i fagioli del minestrone, ma una nuova esplosione, stavolta con caduta di calcinacci, mi convinse a fuggire.
Il portone dell'andito-rifugio era socchiuso nei modi previsti nel decalogo del rifugiato: "quinto: le porte chiuse vengono sfondate dallo spostamento d'aria, lasciatele semiaperte". Entrai. Sul fondo tremolavano fiammelle di candele benedette oscurate da cartocci rossi e blu. I rifugiati-fantasma stavano ammassati come pecore spaurite con il culo alla tempesta. Inginocchiati attorno al professor Virgili recitavano in coro Ave Marie e Pater nostri, levando più alta la voce quanto più forte arrivava il frastuono delle bombe. Pareva una scena del "Quo vadis?" - gli americani al posto dei romani, le bombe al posto dei leoni e i cristiani gli stessi. Non quadrava il comportamento di questi ultimi. Tutta la letteratura in commercio descriveva i cristiani spavaldi impavidi davanti alla morte, composti e solenni nelle arene. Questi moderni dimostravano molto poco coraggio, e non pareva allettarli la prospettiva dell'imminente trapasso e gaudio eterno in paradiso.
Ci fu un momento di pausa, sufficiente a far riprendere conoscenza alla signora Zita, che mi vide e mi chiamò a sé. - Vieni, vieni qui, figlioccio mio, vicino a queste creature innocenti, e prega con noi.
Si era circondata di bambini. Un trucco molto usato dagli adulti in quelle drammatiche circostanze nella speranza di salvare la pelle. Essi ragionavano così: - Le creature innocenti godono o dovrebbero godere di una speciale protezione da parte del Signore; stando con loro mi salvo anche io.
Al margine del gruppetto delle creature innocenti c'era Rosina. Potevo starci benissimo anche io. Appena mi sentì e mi riconobbe si attaccò a me e io a lei, complici la paura, la penombra e la voglia di vivere.
Le incursioni aeree notturne, dopo qualche settimana di pausa, ripresero in novembre, il giorno anniversario della Vittoria. - L'hanno fatto apposta per umiliarci; il Duce gliela farà pagare, anche questa -, aveva detto il nostro capo-caseggiato. L'orario delle visite però si era spostato dall'ora di cena al cuore della notte. - Popoli senza religione, protestanti infidi e malvagi, ti spezzano il sonno e i nervi… - Il professor Virgili colse l'occasione per rifarmi la turpe storia di Calvino e di Lutero, apostati ribaldi, accecati dalla superbia -, novelli angeli ribelli che avevano osato levare la faccia contro il Vicario di Cristo, che Dio avrebbe ricacciato nelle tenebre per mezzo degli Arcangeli crociati italo-tedeschi.
Ricordo una mia obiezione, culturalmente incerta: - Padrino, ma i tedeschi non sono anch'essi protestanti? Il mio libro dice… -. Ebbe un moto di leggero imbarazzo, subito superato da una mistica levata di occhialini al soffitto: - Il tuo libro non è aggiornato. In primis et ante omnia, non lo sono tutti. Austria, Ruhr e Baviera, tanto per citare alcune regioni del grande impero tedesco, sono credenti; infine, e ciò scioglie ogni dubbio, le vie del Signore sono infinite e imperscrutabili ad occhio umano.
Fede in Dio e paura della morte convivevano nel professor Virgili. Alle prime cucchiaiate, durante la cena, scattavano i riflessi condizionati: aprendo la bocca per infilarci la prima cotica, si bloccava e faceva l'atto di scappare. Poi, con il cucchiaio a mezz'aria zittiva tutti perché gli era parso di sentire un lontano rombo di Fortezze volanti, e quasi certamente quei bisboccioni dell'UNPA non si erano dati la briga di azionare le sirene d'allarme. Le numerose frustrazioni da cotica dovevano avergli minato il fisico: aveva gli occhi incavati, più flaccide le guance, i muscoli flosci, sicché ad ogni sibilo o rumore insoliti si alzava di scatto e gli sfuggiva una pestifera loffa.
Ogni notte, appena suonava l'allarme, lui e sua moglie pronti vestiti si precipitavano fuori casa con fulminea velocità - nel loro primato erano favoriti dal fatto che andavano a letto senza spogliarsi già da molti anni, da quando avevano fatto voto di castità. L'ansia veloce di rifugio che prendeva i miei padrini mi aveva fatto talvolta balenare erotiche speranze: una volta o l'altra sarei rimasto solo con Rosina, e con la tremarella che le veniva in quei momenti e con la voglia che mi portavo addosso se lo sarebbe ritrovato dentro senza neppure accorgersene. Dal canto mio, fosse pure venuta giù l'intera flotta aerea statunitense, una occasione del genere non me la sarei persa. Ci avevo anche scritto una poesia augurale, che finiva: - … Oh, gaudio indicibile - sentir sulle spalle - sussultanti d'amore e di morte - la pioggia di piombo infuocato… - Ma loro, se dimenticavano me, non dimenticavano mai di tirarsi dietro la povera fanciulla, gettandole sulla camicia da notte una coperta che tenevano pronta alla bisogna.
Gola, sorella alternativa di lussuria. Mi rifacevo con la dispensa, che non potevano tirarsi dietro nel rifugio. L'aprivo con una chiave limata. Non c'era di che scialare, mi accontentavo. Una fetta di pane, un pezzo di pecorino vecchio, due tre liste di lardo. A letto assaporavo il cibo, sdraiato sotto le coperte. Dopo spolveravo le lenzuola dalle briciole e mi addormentavo in pace.
Una volta il cessato-allarme venne dato ai rifugi per mezzo di staffette, e i padrini rientrarono inaspettati. Si affacciarono alla porta della mia camera e mi sorpresero mentre banchettavo. Ne fecero un dramma. Mi rinfacciarono tutto quanto può farsi rientrare nel tema dell'umana ingratitudine; sostennero che soltanto gli incoscienti e i malvagi non hanno paura delle bombe; poiché loro si sentivano responsabili della salvezza mia corporale, come di quella spirituale, decisero che a ogni altro allarme li avrei seguiti, volente o nolente.
In primavera ci fu un armistizio non concordato tra le Fortezze volanti e la città. La gente ritrovò umori e abitudini che parevano perduti. Rosina mi guardava con occhi più dolci; passandomi vicino ronfava come una gatta. Condividevo il suo destino di reclusa, e come lei sentivo molto forti certe esigenze di carattere associativo. Purtroppo, in quel sistema, non c'era un solo spiraglio che potesse far balenare un raggio di evasione - un giorno che la signora Zita dovette correre urgentemente al capezzale di una carmelitana sua intima con l'olio santo, ci chiuse a chiave tutti e due, ciascuno nella propria camera.
L'unico contatto col mondo esterno erano i rettangoli delle inferriate e l'ora di aria, di mattina, a fare la spesa, un giorno io e un giorno Rosina, a turno, nei giorni feriali. La domenica, tutti insieme a messa, nella chiesa del Carmelo. Lì avevo l'occasione di rivedere la mia famiglia e di sentirmi ripetere dai miei - quale fortuna mi fosse caduta tra capo e collo andando a vivere con i Virgili.
Alla fine di aprile avvertii nei padrini una insolita animazione e insieme un cambiamento nei miei confronti. Lei era diventata fredda e irascibile; lui mi faceva lezione distrattamente e aveva ridotto i suoi sermoni a massime esortative. Accadde perfino che una mattina la signora Zita si fosse dimenticata di dare la benedizione d'uso al professore prima che egli uscisse per andare a scuola. Se n'era ricordata in tempo - meno male - ed era corsa alla finestra, inciampando con le ciabatte nelle pianelle smosse, a rischio di rompersi l'osso del collo, gridando verso la strada: - Peppino, Peppino! la benedizione!
La voce della donna l'aveva raggiunto e si era voltato battendosi la mano sulla fronte, ricordando; era tornato indietro di un buon tratto, si era inginocchiato sul marciapiede giungendo le mani a testa china sotto la finestra. - Peppino, vai con Dio!… attento alle macchine e al maligno… che la Madonna del Carmelo ti accompagni e ti protegga… e non fare tardi. - Amen! -, aveva risposto lui, riprendendo di fretta il cammino.
Il motivo della straordinaria animazione era l'imminente rientro del dottor Nicolino, guarito dall'esaurimento nervoso. La notizia me la soffiò a spizzichi Rosina. Di lui sapevo che era dotato di una eccezionale intelligenza, che a venticinque anni aveva già conseguito tre lauree, lettere, filosofia, leggi; che si era ammalato mentre si accingeva a farsi la quarta laurea in medicina. Mio padre ne parlava come di un Leopardi redivivo.
Arrivò in taxi al tramonto, intabarrato e sciarpato sino agli occhi, nonostante il clima mite. Lo rividi più tardi in camera sua. - Vai che ti vuole conoscere - mi aveva detto la signora Zita che non stava in sé dalla gioia. Entrai e sedetti vicino alla porta, a rispettosa distanza da quel fenomeno trilaureato. Non si accorse neppure della mia presenza - guardava fisso davanti a sé con una espressione ebete. Aveva un viso dolce femmineo, i capelli castani ondulati simili a quelli della Madonna di gesso, castani gli occhi languidi e tristi, e mani lunghe scarne venate d'azzurro. Mi stancai di attendere una parola o un gesto, e uscii. - Non ha detto nulla - riferii alla signora Zita che mi aveva chiesto non senza ansia l'esito della visita. - Non farci caso, è ancora stanco del viaggio, poverino… Ti raccomando, Giorgio, il massimo silenzio, il dottor Nicolino ha molto bisogno di quiete. Non devi mai contrariarlo, capito?
Promisi, pensando che uno come lui non si sarebbe arrabbiato neppure ad accendergli un fiammifero sotto.
Restò a casa tre mesi, poco più. In tutto quel tempo non lo vidi mai uscire dalla sua camera, neppure per andare in gabinetto.
Rosina era stata destinata interamente al suo servizio. Doveva trovarcisi bene, perché la faccia le si coloriva e allargava ogni giorno di più. Non si degnava più di guardarmi, passata dal rango di sguattera a quello di governante.
Leggevo, studiavo, pensavo - tutte attività silenziose. Non gironzolavo più come prima per evitare le occhiatacce e gli imperiosi cenni della signora Zita, pronta a balzare come un mastino dalla cucina al primo tintinnio di pianella nell'andito.
Rosina era dispensata ora anche dal fare la spesa. Ci andavo io con la signora, e al rientro dovevo aiutarla a sbucciare le patate e a sgusciare i fagioli per il solito minestrone. Il dottor Nicolino doveva essere innocente come un angelo, se la madre lo lasciava solo in casa, anzi in camera con la ragazza. Di tale innocenza doveva essere matematicamente sicura, così che la mia affiorante gelosia perdeva il salvagente e fluttuava in profondità.
Rosina era anche salita nella considerazione dei suoi padroni. Il dottor Nicolino voleva essere servito soltanto da lei. Si metteva a frignare non appena la ragazza si assentava e tardava un minuto. Non la lasciava in pace neppure nel cesso e la poveretta doveva fare tutto di corsa. Si era trasformata anche nel vestire, Rosina, tutta agghindata in un abito smesso della signora, a fiori bianchi su fondo blu, coi volants girocollo, a mezza manica e le balze fino alle caviglie. Portava i capelli lunghi sciolti con un nastro sulla fronte, all'indiana. Le avevano comprato un paio di pantofole di velluto rosa, per non fare rumore. La signora le controllava spesso le unghie, il collo e le orecchie. - Il dottor Nicolino è molto scrupoloso nella pulizia.
Io pensavo che la ragazza approfittasse della nuova situazione. Con il pretesto d'essere la sola interprete dei desideri del prezioso convalescente, faceva tutto ciò che voleva. Non lavorava più in cucina - lavavo io i piatti. Intanto la sentivo ballare e ridacchiare come se le stessero facendo il solletico. Si cibava di roba fine. - No, il dottore desidera due banane, una sola non gli basta; poi ci vogliono due ovetti alla coque e uno frullato, ché il dottore ha bisogno di recuperare energie; lo stufato di vitello, abbondante: il dottore è ghiotto di stufato di vitello… - E spariva con il vassoio pieno di tutto quel ben di Dio, chiudendosi in camera con lui. A noi restava il solito minestrone di fagioli cavoli patate, appena arricchito nei giorni grassi da una striscia di cotenna.
Che diavolo facessero sempre insieme, rintanati tutto il giorno, non mi riuscì mai di appurarlo. Una volta che lui mi vide passare nel corridoio mi mandò a chiamare per conoscermi. Mi sedetti vicino alla porta, come la sera del suo arrivo; ma come quella volta sembrò non accorgersi della mia presenza. Sbucava con le mani e con la testa da una enorme vestaglia in velours, sprofondato nella poltrona. Giocava con un fucilino ad aria compressa.
Sollevò l'arma, mirò attentamente, sparò davanti a sé. Il piumino rosso si conficcò nella tavoletta appesa al muro, un bel po' lontano dal centro di cartone. Con espressione delusa, dondolando il capo, restò a considerare il piumino che la ragazza gli indicava con il dito.
- Provi ancora, deve mirare a lungo - suggerì lei sorridendo. Gli prese di mano il fucilino e glielo ricaricò con un piumino verde. Disse: - Verde, speranza. Stavolta fa centro! - E glielo rimise in mano, facendosi da parte per prudenza. Rimase a bocca aperta, con un occhio al bersaglio e un occhio alla canna, in attesa del flop che non arrivava.
- Sfido io! non hai agganciato la molla… - intervenni mostrando competenza per fare amicizia e magari tirare qualche colpo anche io.
Il dottor Nicolino gettò un grido acutissimo appena mi vide allungare una mano, poi si rannicchiò nella poltrona stringendosi al petto il fucilino, scrutandomi impaurito e sospettoso.
- L'ho ha fatto arrabbiare - mi rimproverò Rosina correndo a coccolarlo.
Si udì il passo strascicato della signora. - Cosa è stato, cosa è stato Nicolino mio? - Gli si avvicinò e prese a carezzarlo, guardando me arcigna.
Bastò un cenno di Rosina per accusarmi.
- Ah, sei stato tu! come il maligno sei, prima tiri il sasso e poi nascondi la mano!
Tentai di spiegarle, di giustificarmi: - Ma io, io volevo soltanto aiutare…
Mi interruppe: - C'è Rosina per aiutarlo, e basta lei.
Il dottor Nicolino si era tranquillizzato, anzi ringalluzzito per la presenza della madre che lo teneva abbracciato: mi rivolse uno sguardo come di sfida e prese a farmi sberleffi.
- Non ve lo mangio mica - dissi infilando l'uscio risentito; e andai a chiudermi in camera mia.
Fu verso il terzo mese che scoppiò la crisi che riportò il giovane in manicomio.
Già da qualche giorno Rosina soffriva di svenimenti e voltastomaco, senza che apparentemente avesse malattia. Nel contempo si andava facendo pienotta e rubiconda, con le anche rotonde e le mammelle straripanti, come una donna del Rubens. A proposito delle mammelle, il professore le aveva rivolto diverse paternali sul dovere delle fanciulle di essere modeste e schive come le mammole.
Subito dopo uno svenimento, sorpresi la signora a farle un interrogatorio.
- Ti ho sentita piangere, sai… Perché piangevi?
- Io piangere? Guardi che si sbaglia, sa… Che motivo avrei di piangere?
- Un motivo deve esserci, mica mi sbaglio, io… Perché piangevi? dimmelo, a me puoi dire tutto come a una mamma.
- Non è niente, mica piangevo. Le dico che non è niente, davvero non è niente.
La signora doveva sapere il fatto suo, perché insistette: - No, bella mia, a me non la dai a intendere… Parla, sarà meglio per te.
La ragazza si schermì, ma il suo tono di voce diventava sempre più insicuro: - Gesù Giuseppe Maria! ma che cosa pensa mai?
- Lascia stare quei santissimi nomi, ché non sei degna neppure di pronunciarli - sentii la voce sarcastica della signora.
La voce della ragazza tremò: - Oh, perché va a pensare a queste cose?!…
- Ah, sì, me le penso io, vero?… - Mi figurai il ghigno della donna, - la creatura innocente!… Da quanti mesi è, dimmi, che non ti arriva?
Non capii che diavolo non fosse arrivato. La ragazza invece sembrò capire, e doveva essere qualcosa di molto importante, perché: - Due mesi - sussurrò, e tratto un sospiro angoscioso svenne.
Urla strazianti della signora e: -Santi benedetti del cielo! Vergine santissima del Carmelo! - Si mosse e la vidi attraverso la porta socchiusa. Sbracciava come un'ossessa e si dava manate sulle cosce.
Tentai di svignarmela in camera mia, prima che la signora uscisse e mi vedesse. Mi precedette e mi vide, e insieme vide il professore che uscito dallo studio correva verso la cucina, a testa bassa, aggiustandosi gli occhialini sul naso.
- Peppino, Peppino! Il disonore in casa nostra - gli andò incontro gridando.
Il professore sembrava essersi appena svegliato. Strabuzzava gli occhi e storceva il collo guardandosi attorno senza capire. La donna lo afferrò per un braccio e lo trascinò in cucina. Vi si chiusero con la ragazza.
Stando dietro la porta potevo udire. La signora parlava di più e più forte. Rosina, che doveva averla combinata grossa, implorava perdono. Il professore attendeva le pause per infilarci una sacra esclamazione. Pressappoco così.
- Sciagurata! Questa è la riconoscenza con cui ripaghi chi ti ha tirato su dalla merda!
- Io non volevo, lo giuro, sono innocente!
- Taci, figlia del maligno!
- Vergine del Carmelo, illuminaci tu!
- Sì, del maligno… e io che ti tenevo sul palmo della mano, come un bene prezioso… a fare la spesa, alla funzione, a servire quel santo…
- Un momento di debolezza…
- Taci, disgraziata! mai bene avrai né in cielo né in terra!
- Signore Iddio benedetto!
- Se ho peccato, sono pentita, lo giuro!
- Pentita, eh?! sentitela, è pentita! Ora la fune al collo te la sei messa e te la tieni, disonore della mia casa…
- Non dica così, per pietà, non dica così…
- Eli, Eli, perché ci hai abbandonato?
- No, bella mia, bastardi in casa non ne voglio. Ti fai il fagotto e te ne vai, e subito, anche…
- Non mi scacci, per pietà…
- Gesù, che disgrazia!
- Neppure un minuto ti tengo più in questa casa… Se lo sapesse Nicolino mio, che lo ha servito il maligno in persona!
- E dove vado io? Meglio mi ammazzo che tornare a casa…
- Allontana da noi questo calice, Signore!
- Subito, te ne vai, sciagurata, figlia del demonio.
- Com'è stato possibile, Santo Iddio?
- Chiedilo a lei, com'è stato possibile. Lo sa bene, lei, cagna lussuriosa… in qualche cantonata buia, in qualche rifugio…
- Possibile, Vergine Santa?
- No, non è stato così, lo giuro…
- Taci, spudorata! Di notte, sì, con qualcuno sciagurato come te!
Stavolta udii Rosina protestare con energia: - No, no, no! Non è vero! E' un signore nobile, distinto, buono…
- Zitta, non levare la voce, ché ti sente il dottore. Meglio che non sappia nulla, lui, creatura innocente.
La sera stessa Rosina fu costretta a fare fagotto. Il professore l'accompagnò al treno, affidandola al bigliettaio, e la rispedì al paese da cui era venuta.
Fu una notte da tregenda. Neppure si cenò. La signora preparò soltanto per il dottor Nicolino una fettina, un bicchiere di latte e un uovo sbattuto.
Il giovane si rifiutò di mangiare, se non fosse venuta Rosina. Dapprima la madre tentò di spiegargli: - E' indegna di servire la tua purezza, figliolo, l'abbiamo dovuta allontanare.- Ma quando il giovane prese a dare in escandescenze: - La voglio, la voglio, la voglio subito! - Allora lei capì che ci voleva tatto e cambiò registro. Gli raccontò un mucchio di frottole: - Va bene, stai calmo, torna subito, è andata fuori per poco, ritorna subito, cinque minuti, non ti agitare, mangia la fettina intanto, cuore di mamma tua.- Ma lui niente, impuntato, urlando fino a diventare paonazzo: - Rosina! voglio Rosina! Subito, la voglio! Rosina, voglio Rosina!
Accorse il professore. Gli si inginocchiò ai piedi, in lacrime, a mani giunte: - Nicolino mio, preghiamo insieme la Madonna del Carmelo, che ci porti pace…
E Nicolino, sordo, con la bava alla bocca, fissato nella sua idea: - Rosina, voglio Rosina! Rosina! Rosina!
Lentamente sembrò calmarsi. Sudava, immoto, cereo. Si era lasciato andare nella poltrona, guardando davanti a sé con occhi sbarrati. Mi fece paura. Pensai che stesse per tirare le cuoia. Le sue labbra presero a tremare. Bisbigliava. Il bisbiglio si articolò, divenne percettibile. Cantava. Lo ricorderò finché vivo, quel canto. Cantava monotono, parole come singhiozzi: - Rosina cadde a terra, con gli occhi bianchi e neri, Rosina cadde a terra…
Il professore si segnò alla parola oscena. La signora mi abbracciò singhiozzando.
Nicolino cantò tutta la notte. Cantava ancora - e lo udirono i vicini, affacciati alle finestre - quando all'alba gli infermieri lo portarono via, docile come un agnello.

 

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