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ASSUNTINA

Nella mia vita c'è molto da piangere e poco da ridere. Forse pensate che sia nata così. Invece no. Non si nasce bagascia, lo si diventa. Si può nascere ricchi o poveri, questo sì. Io sono nata povera. Sono stata ragazzina come voi e anche io ho cominciato a lavorare presto, per sfamarmi e coprirmi. A diciassette anni mi hanno sposata a un vecchio che aveva quindici anni di miniera e - dicevano - aveva messo da parte un bel gruzzolo. Altro che soldi! in miniera aveva preso la malattia dei polmoni e dopo un anno rimasi vedova.

Essere vedova aveva i suoi lati buoni. Potevo uscire da sola, scambiare qualche parola con gli uomini, perfino entrare nella bettola a bere una gassosa. Una vedova non ha più onore proprio da conservare e non ha onore di marito da rispettare. Perciò nessuno trovava da ridire vedendomi rincasare dopo il tramonto o se qualche volta mi lasciavo tentare per arrotondare la pensioncina e per rompere la solitudine. Chi la vuole una vedova? Soltanto un altro vedovo che abbia figli piccoli la sposa per avere una serva in casa. Eppure non ero e non sono da buttare via, a trent'anni passati. Non sono sformata dai figli - il destino non me ne ha mandato - ho ancora il ventre piatto come una ragazzina. Da quel lato, mio marito buonanima mi toccava una volta la settimana, quando tornava dalla miniera. Rientrava il sabato sera, si cambiava e usciva per incontrarsi coi compagni nelle osterie. Rincasava ogni volta all'alba, e cantava perché aveva il vino buono. Si svegliava la domenica a mezzogiorno, mi chiamava e faceva il suo dovere in quattro e quattr'otto. Si alzava e sedeva a mangiare. Quindi prendeva il tascapane, montava in bicicletta e fatto il giro di saluto alle bettole e ai compagni ripartiva in miniera. La disgrazia della malattia è venuta dopo un anno di questa vita. Avevo diciotto anni, ma con la casa intestata a nome mio ho tirato avanti senza dovermi inginocchiare a nessuno.
Mi piace vivere libera, vedere gente, leggere romanzi e andare al cinema. Ci vado tutte le domeniche, al cinema, sul tardi, quando esce l'infornata dei ragazzini. Mi siedo sempre nell'ultima fila, per vedere tutta la gente senza essere vista. Mi pulisco, mi vesto e mi porto bene come una signora, e le sedie di fianco alle mie non restano mai vuote. Gli uomini dicono: gallina vecchia brodo saporito. Io invece preferisco i giovani, anche se sono timidi. Quando qualche ragazzo mi si siede vicino per incoraggiarlo gli offro una mentina.

Qualche volta mi accompagna Marta, una mia cugina maritata di fresco. Passo a casa sua e vedo di che umore è. Se è allegra si mette a friggere pasta frolla zuccherata; se è nervosa veste lo scialle e se ne va in chiesa; se è triste viene con me al cinema. Ha marito per modo di dire, perché è emigrato in terra straniera a scavare carbone. Le manda trentamila lire al mese, tutto ciò che risparmia. Quindici per la vita e quindici da mettere in un libretto per fare la casa. Lei stringe sulla vita e altre cinque le conserva in un altro libretto. E' partito una settimana dopo i rosoli. Figli non ne possono fare - e come potrebbero, lontani l'uno dall'altra? E se anche potessero, dove li metterebbero senza casa? Se tutto va bene dove lui lavora, in sei o sette anni mettono su casa e possono cominciare a fare figli. Sono fortunati, perché hanno già il pezzo di terreno da fabbricare, appena fuori dal paese, dalla parte dell'oliveto di don Ernesto. E' un posto buono, lontano dalle paludi, ci arrivano poche zanzare e quando soffia il ponente la puzza delle carogne quasi non si sente. In più, ci abita gente povera ma onesta che all'occorrenza dà una mano al vicino - non è come certa altra gente che se vede un disgraziato rotolarsi per terra con le coliche neppure si ferma.

L'altra domenica, al cinema davano una bella storia d'amore. A un certo punto, Marta si è messa a piangere. Anche io sento un nodo alla gola quando lui parte e lascia lei sola, poverina, e si salutano e si baciano senza potersi staccare; ma non pensavo che Marta si commuovesse fino a quel punto. Mi sono detta: il pensiero del suo uomo lontano... si sarà immaginata con lui nella settimana trascorsa da sposina prima della separazione. So che fa bene vuotare il sacco e le ho detto: "Piangi pure e sfogati con me, che sono donna anch'io". Lei si è messa a piangere più forte. "Dimmi sinceramente la tua pena; non sarà che hai desiderio del tuo uomo? Eh sì, ti capisco: quando si è provato non è facile farne a meno". Marta mi ha guardato scandalizzata: "Cosa credi? Io non ho provato proprio nulla, sai; sono ancora vergine".
Dovevo sospettarlo. I nostri uomini sono smaliziati nelle faccende di cuore. Rischi non ne vogliono correre con la loro donna. Immaginai le riflessioni dell'uomo di Marta, la notte dei rosoli: fra una settimana io partirò e lei resterà sola e indifesa, chissà per quanto tempo, in mezzo ai pericoli. Se lei l'assaggia, dopo non saprà più trattenersene e non ci sarò io vicino per soddisfarla. L'uomo è cacciatore e la donna ha ginocchia deboli. Io la rispetto e resta vergine. Così starò tranquillo sul conto suo: al mio rientro avrò una base sicura di controllo. Per me non mi preoccupo; troverò sfogo nel posto dove andrò; lì le donne sono tutte bagasce, e per un uomo non è disonore, figli a casa non ne porta.
Era andata precisamente come avevo immaginato. Marta all'uscita del cinema, passeggiando lemme lemme mi raccontò tutto. La prima notte di nozze l'aveva spogliata fino alla camicia. Le aveva tirato fuori le mammelle, l'aveva abbracciata e se l'era fatto da solo. Prima di tirarselo fuori aveva spento la luce, perché lei non vedesse com'era fatto e non si mettesse grilli in testa. Voleva partire disteso e rinfrancato, per ciò aveva goduto a quel modo due volte al giorno per tutta la settimana.
Per consolarla, dissi: "Devi essere orgogliosa di avere un uomo che sa il fatto suo. Hai appena sedici anni, ne hai di tempo per farti ingravidare". Marta si era scandalizzata di nuovo: "Cosa credi? Neppure ci penso, io, a quelle cose, non sono di testa leggera. Figurati. Mi sono commossa senza un motivo preciso". Visto che era così senza malizia, ho lasciato cadere il discorso.
Da ragazzina ne ho viste di tutti i colori. Eppure non ci sono cascata mai, perché il dovere di una donna è di conservarsi intatta per l'uomo che la sposerà. Adesso per me è diverso, sono vedova e non devo badare all'onore di nessuno. Sono libera, eppure provo un certo rimpianto di quando ero ragazza, con l'orgoglio di avere una cosa importante da difendere dalle centomila astuzie dei diavoli che entrano in corpo ai maschi. Se ci ripenso mi viene da ridere. Un riso con lacrime, però. Ripenso spesso al signorino Raimondo, il figlio dei signori dove sono stata a servire. La sua vita era come la vita di certi poeti che ho letto: piangono sulla loro giovinezza passata a studiare e a fantasticare... Il signorino Raimondo era di famiglia nobile. Si fece prete e a quest'ora dev'essere almeno vescovo... Se ripenso alla sua storia mi viene da piangere..."

"Sandrina aveva un anno più di me, ma meno giudizio. Gambe slanciate da puledra, soda di fianchi e di poppe, sorrideva con le fossette alle guance. Gli uomini le ronzavano attorno come api al miele. Lei si era montata la testa - una testa piena di quella segatura dove fanno nido i grilli. Io glielo dicevo spesso: "Non farti incantare dalle belle parole dei maschi, sono tutti uguali, se non guardi dove metti i piedi, inciampa oggi inciampa domani, finirai per rompere la brocca". Si era messa a fare l'amore con Girolamo, uno che aveva la licenza dell'Avviamento, si classificava intellettuale e perciò non lavorava.
Girolamo se ne stava in piazza tutto il santo giorno, da un bar all'altro, come un gran signore. In attesa di partire per il servizio militare succhiava la pensioncina della madre vedova di guerra. Mica tonto, lui, andare a zappare grano o a pascolare pecore! Partito che fosse, l'avrebbero rivisto col cannocchiale in paese! Sarebbe tornato, sì, ma soltanto a bordo di una spider rossa, col grado di ufficiale dei paracadutisti.
Sandrina si era lasciata incantare da quelle fanfaluche. "Tu sei diversa, non sei di razza tonta, ti voglio bene e appena sistemato tornerò a prenderti. Ti porterò in città, ti farò vivere in un palazzo dieci volte più grande del municipio, diventerai una gran dama piena di braccialetti e collane..."
Per fare le sue chiacchiere, Girolamo portava Sandrina dietro il muro del cortile. Lei aveva perso il lume della ragione, sognando il paradiso. Quando tutti dormivano, si alzava in silenzio, metteva uno scialle sulla camicia da notte, saltava la finestra del cortile e lo raggiungeva dietro il muretto.
Girolamo parlava parlava fin quando lei stanca frastornata socchiudeva gli occhi. Allora lui le infilava una mano sotto, la faceva avanzare lemme lemme e tentava di acchiappargliela.
Sandrina, che del tutto rimbecillita non era, gli fermava la mano e gliela rimetteva a posto, dicendo: "Continua a parlare della città, del nostro palazzo, della bella vita che mi farai fare, dei vestiti che indosserò, delle pietanze che mangeremo... mi piace tanto sentirtene parlare. Le mani, però, tienitele in tasca". E sospirava, riaccucciandosi sonnacchiosa con la schiena appoggiata al muretto.
A quel punto Girolamo si risentiva. "Ma come!? questo è il bene che mi vuoi? questa è la riconoscenza per tutto ciò che ho in mente di fare per te? No, tu non mi vuoi bene e non hai fiducia in me". E Sandrina replicava: "Certo che ti voglio bene, ma fiducia non ne ho perché non bisogna averne. Una cosa è l'amore e un'altra è la fiducia". Girolamo si innervosiva e faceva lo scandalizzato: "Ehi, dico! che malignità vai pensando? Io ti rispetto, sai, come una santa. All'altare di mattina, col velo bianco e davanti a tutta la gente, ti voglio portare!" E Sandrina: "Appunto per questo devi tenere le mani a posto". Girolamo borbottava: "Ma guarda tu che sospettosa! Io non desidero fare altro se non ciò che è lecito. Basta fermarsi in tempo. Capisci?" E la riabbracciava: "Vedi, noi stiamo abbracciati così, buoni buoni; che male c'è?"
Riprendeva allora a dipingerle il paradiso e a stringere e a palpare, strofinandosi come un gatto in fregola. Si faceva venire brividi, sussulti e stridore di denti come chi è preso da un attacco di febbre quartana. Sandrina se ne preoccupava e allentava le difese: "Cos'hai, bello mio? cosa ti succede? eh, ma tu stai male davvero!" E lui, con voce flebile: "Niente, non è niente... solo un male passeggero. C'è che la voglia naturale è troppa, ma preferirei morire che mancarti di rispetto. Per questo mi viene la crisi. Tu non puoi capire".
Quell'anima candida di Sandrina se lo prendeva allora tra le braccia e se lo coccolava e carezzava come una mamma: "Perché non ti fai visitare dal dottore? Tu devi averci una brutta malattia nervosa, bello mio". E il bellimbusto: "Ma no, è un fenomeno di natura, non capisci?" Sandrina non capiva, allora lui spiegava: "Bisogna giocare la natura, per darle sfogo", quindi lo tirava fuori e glielo strofinava tutt'intorno - dentro no, quando mai?! All'altare col velo bianco e i fiori d'arancio l'avrebbe portata...
E gioca la natura oggi e giocala domani, Sandrina se l'era ritrovato dentro restando con la fune al collo. Girolamo a quest'ora avrà pure i gradi di generale, che la vocazione dello sfaticato c'era, ma in paese non è più tornato.

"Se ripenso al signorino Raimondo mi viene un languore nelle viscere: non so bene se nostalgia o altro. Il signorino Raimondo, prima di farsi prete, era un poeta, una di quelle creature macilente che non sorridono mai e piangono sempre. Piangono sulla loro giovinezza che credono di avere persa quando sono ancora giovani. Quando la giovinezza è perduta davvero, vorrebbero essere ancora giovani ma non ce la fanno più, e allora da capo a piangere. E stavolta a ragione. Perciò si danno alla politica, e diventano magari onorevoli o monsignori.
Non si deve meravigliare che io conosca per filo e per segno la vita di tanti poeti, senza essere mai andata a scuola. Mi ha insegnato il signorino Raimondo, che mi ha fatto leggere tanti libri. Romanzi sentimentali di ogni genere e specialmente poesie. Ho una grande simpatia per i poeti, poverini, mi fanno tanta pena con la loro tristezza. Per esempio Leopardi, quando dice "che pensieri soavi, che speranze, che cori o Silvia mia", che è esattamente quello che io sento ripensando al mio padroncino. Io credo che gira e rigira sono uomini che non riescono a trovare uno sfogo naturale.
Conobbi il signorino Raimondo la prima volta che andai a servire. Avevo quattordici anni, non sapevo neppure dov'ero messa. Mi aveva accompagnato mia madre, di sera dopo cena per non sembrare morti di fame che chiedono da mangiare prima di aver lavorato. Mi aveva lasciato lì, in casa di quei signori, dicendomi: "Cerca di lavorare e di essere ubbidiente in tutto, e ricordati che alla prima lamentela dei tuoi padroni vengo qui e ti taglio il collo". Io non ce la facevo a lasciare casa mia. Avevo il cuore a pezzi e lo stomaco chiuso, ed ero senza lo sfogo del pianto, ché da quel lato sono sempre stata una disgraziata: le lacrime non mi vengono fuori. In famiglia pativo fame e freddo e bastonate, ma ci stavo bene, coi fratellini e con le sorelline, e ogni mattina all'alba cantavo scopando l'acciottolato del cortile e dando la crusca alle galline.
Il signorino Raimondo stava sempre chiuso in camera sua, rintanato dietro il tavolo pieno pieno di libri e di carte. Leggeva, studiava, scriveva poesie e non faceva altro. Io pensavo: ma perché non se ne esce in campagna a prendersi il sole e a respirare aria pura - ma non osavo dirlo. I genitori e tutto il parentado lo portavano a esempio, dicevano che era un genio, Leopardi redivivo. A diciassette anni aveva già scritto tante poesie che non ci stavano più dentro l'armadio. Ne scrisse una anche per me, dove dice che i miei occhi brillano come stelle... La conservo chiusa nello scapolare che porto appeso, insieme alla reliquia di santa Rita.
Era bello, bianco di carnagione come una femmina ma con due occhi neri mascolini che mi facevano svenire appena mi guardavano. Anche i capelli aveva neri e ricci. Quando sorrideva muoveva le labbra come in una smorfia di dolore - questo lo faceva diventare ancora più bello. Mi chiamava qualche volta per portagli da bere: acqua, limone e un pezzetto di ghiaccio. Prendeva il bicchiere senza distogliere lo sguardo dal suo lavoro e se lo poggiava sulla guancia - ma la sua mano tremava, prendendo dalla mia mano il bicchiere. E non capivo perché, allora. Restavo a guardarlo, aspettando che bevesse. Beveva a piccoli sorsi, per placare l'arsura delle labbra. Aveva le labbra rosse tumide.
Una volta presi il coraggio a due mani e gli chiesi che cosa stesse scrivendo. Sorrise e disse: "Tu non puoi capire perché sei ignorante". Era una risposta cattiva e si pentì, perché aggiunse: "Però hai una espressione intelligente. Potrei insegnarti a leggere e a scrivere. Ti piacerebbe?" Mi sembrò di toccare il cielo con un dito. Dissi subito di sì. Lui cambiò espressione: "Però non sarà facile. I miei non lo permetteranno. Tu sei una serva e non sta bene che io mi metta con te. Se ne parlassi io a mia madre, chissà cosa penserebbe. Capisci?" Scossi la testa per dirgli che non capivo. Riprese: "Ho capito io. Se vuoi che ti insegni a leggere e a scrivere dovrai essere tu a chiederlo a mia madre. Potrò farti un'oretta di lezione dopo cena, quando avrai finito di sparecchiare e di riordinare... Potrai così leggere e forse anche capire ciò che scrivo". Avvicinai la faccia al foglio su cui stava scrivendo: mi pareva di cominciare già a decifrare quei misteriosi segni che mi avrebbero svelato le meraviglie del paradiso.
Il signorino Raimondo aveva concluso: "Se ne parli con la signora e lei dice di sì potremo iniziare stasera stessa". Io annuii senza parlare, tutta contenta e piena di riconoscenza sentendo la sua mano che mi andava su e giù dolcemente per il fianco. Aspettavo immobile che dicesse altre parole o che smettesse di accarezzarmi o che mi mandasse via. Invece aveva riabbassato la faccia sulle carte, senza leggere o scrivere, tenendo sempre la sua mano sul mio fianco. La muoveva leggera tremante, e quel contatto mi faceva venire i brividi. La sua mano non saliva e non scendeva oltre i limiti. Mi palpava con delicatezza, quasi con rispetto - non alla arraffa arraffa, come usano fare certi ragazzi d'oggi - e ne ero lusingata. A un certo punto, la sua mano si fermò sulla mammella sinistra, la strinse e cominciò a gemere e ad agitarsi come per un attacco di epilessia. Lo guardai. Aveva la testa tesa all'indietro, la bocca socchiusa e ansimava. Mi fece spavento, perché allora non sapevo nulla della vita. Dissi: "Signorino, lei si sente male, beva un po' d'acqua che le passa". Non sembrò gradire le mie attenzioni. Si ricompose, divenne cupo e mi disse di andarmene, che aveva da scrivere e voleva essere lasciato in pace.
Imparai a leggere e a scrivere con la sua pazienza. Le prime parole che scrissi furono parole d'amore. Le sue poesie furono il mio sillabario. Era un giovane strano. Alcuni dicevano che era "toccato dal martello di sant'Amadio". Aveva la testa piene di idee che sembravano un sogno di farfalle. Quando i suoi genitori lo rimproveravano per qualcosa, restava freddo impassibile. Altero e sdegnoso, socchiudeva le labbra in un sorriso ironico, e non replicava mai, neppure quando aveva ragione. Se ne tornava in camera sua, si rincantucciava dietro il tavolo e scriveva. Più era triste e più scriveva. Era triste di natura, il signorino Raimondo: ogni volta che finiva di farmi lezione, mi metteva la mano sul fianco e sospirava.
Quando gli restava del tempo, mi leggeva le sue poesie. Non capivo molto bene il concetto, ma erano molto belle da ascoltare: aveva una voce calda, un po' roca. Leggendo si commuoveva, e allora la sua mano mi carezzava più forte. Non andava mai però oltre il lecito, soltanto carezze con la mano. Eccettuata una volta, la prima e l'ultima.
Successe di pomeriggio - un pomeriggio d'estate. Il levante afoso mozzava il respiro e toglieva la forza anche di pensare. I padroni si erano messi a letto a riposare, per alzarsi col frescolino della sera. Finito il mio lavoro, entrai in camera del signorino con la scusa di riordinare. Il signorino Raimondo riposava leggendo. Dovette udirmi entrare, ma non si mosse, chino sopra un librone con le mani tra i capelli scarruffati. Ero molto curiosa di tutto, e così mi avvicinai per sbirciare nel librone. C'era una figura che occupava tutta la pagina: due giovani, maschio e femmina, abbracciati nudi, che sembrava volassero trascinati in un turbine di vento, e tutti e due avevano una ferita sanguinosa nel petto. "Chi sono?" chiesi sottovoce, impietosita e turbata. Levò appena la testa. Disse: "Sono Paolo e Francesca. Due che si amavano e che non dovevano amarsi. Lo facevano di nascosto. Il marito di lei, che era il fratello di lui, li trovò insieme e insieme li uccise. Insieme, abbracciati, precipitarono nell'inferno". "Poveretti" esclamai con i lucciconi. Il signorino si drizzò sulla sedia, mi puntò l'indice sul petto e con un tono di voce strano mi disse: "Se i miei ci trovassero, me e te, facendo ciò che facevano Paolo e Francesca, ci ucciderebbero così e insieme andremmo all'inferno..." Aggrottò la fronte e mi appoggiò la mano tra le mammelle: "La spada bucherebbe qui..." Io inghiottii saliva e rabbrividii. "Sarebbe doloroso e tragico, il tuo seno bianco macchiato di sangue..." Si era trasfigurato, parlando: gli si erano inturgidite e imporporate le labbra e le guance, e gli occhi gli si erano accesi. Metteva soggezione a vederlo così. Sentii le ginocchia piegarmisi, quando mi aprì la camicetta, mi scoprì e mi toccò le mammelle. Pensai che volesse vederne il biancore, e lo lasciai fare. E poi, a dire la verità, mi piaceva farmi toccare.
D'un tratto si levò in piedi, mi prese e mi abbracciò sospirando. Nessuno mi aveva mai abbracciato prima di lui, neppure mia madre. La testa cominciò a girarmi. Sarei caduta per terra svenuta, se lui non mi avesse sorretto e se non ci fosse stato alle mie spalle il letto. Sdraiata, con gli occhi chiusi, aspettavo che mi abbracciasse ancora.
Dopo un bel po' che aspettavo, riaprii gli occhi. Lo vidi davanti al letto con una ciotola d'acqua e una pezzuola nelle mani. Voleva farmi gli impacchi freddi sulla fronte per farmi rinvenire. Che bambini eravamo tutti e due. Signore benedetto! Dissi: "Non è niente, non si preoccupi, è stato un momento di debolezza, forse il levante". Si rinfrancò. Sedette sulla sponda del letto e mi prese una mano chiedendomi perdono per aver fatto cose brutte. "Cose brutte?" dissi, "che dice mai, signorino? A me sembrano tanto belle..." A quelle parole sorrise e ricominciò ad accarezzarmi. Stavolta lo fece meglio. Si sdraiò al mio fianco, mi carezzò, mi baciò e succhiò i capezzoli. Finito che ebbe di succhiare, sollevò la gonna e mi aprì le cosce. Spostò le mutande e me la frugò tutta. Io cominciai a gemere e a contorcermi tutta e lo abbracciai forte. Si abbassò i calzoni e anche lui mi abbracciò forte. Eravamo proprio come Paolo e Francesca...
Fu in quel preciso istante che entrò la signora. Gettò un urlo, mi prese per i capelli, mi strappò dal letto e mi trascinò sul pavimento fino alla cucina. "Corri subito a fare fagotto", disse. Io non pensavo tanto a me, in quel momento, quanto al signorino. Avrei dato la vita, per risparmiagli anche un solo rimprovero. Lo ricordo ancora, poverino, accoccolato nel letto, paralizzato dal terrore.
Non l'avevo più visto, da quella volta. Ora l'ho rivisto, finalmente. Ed era anche più bello, in pompa magna, in mezzo a due ali di folla inginocchiata... Anche io mi sono inginocchiata e ho allungato una mano per sfiorarlo con le dita, Monsignore... Come sono passati quei giorni! Avevo un modo pulito di vedere, allora. Col tempo mi sono fatta la pelle dura e gli occhi mi si sono incupiti... Una cosa sola vorrei, rivederlo prima di morire, parlargli del nostro tempo, leggere insieme qualche poesia... mi rattrista pensare che forse l'altro giorno il signorino Raimondo non mi ha neppure riconosciuta, che forse neppure si ricorda di me".

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