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AMORE DI STRIGE

Al rientro dalla campagna, quella sera, Giuseppe cominciò a prepararsi. «Mi darò anche una bella lavata», pensò mentre si faceva la barba con una lametta nuova, e mise il pentolone a scaldare sopra il gas. Nel cassetto del comò prese la biancheria pulita da indossare.
Attendeva quel momento da quasi una settimana, e ci pensava intensamente: era la sua prima volta, un viaggio nell’unica possibile realtà esistenziale che all’uomo sia concessa su questa terra - e aveva gia ventitré anni. Si sentiva colmo di umori fantastici, e insieme provava una sconfinata riconoscenza per Antonio che gli aveva promesso e organizzato l’incontro.
Si guardò allo specchio: si trovò bello e desiderabile. Era tempo che accadesse. Talvolta aveva perfino dubitato che potesse accadergli una simile fortuna. E mise nei capelli un più denso velo di brillantina e spruzzò più abbondantemente il viso di colonia.
Alle otto, al calar del sole, Giuseppe inforcò la bicicletta e si avviò. Passando in piazza si fermò a comprare un pacchetto di sigarette doppio filtro, quelle delle grandi occasioni. Diede uno sguardo all’orologio del campanile e si avvide d’essere in ritardo di un quarto d’ora. Non se ne preoccupò. Antonio parlando di appuntamenti, gli aveva detto più volte che se un uomo vuole farci qualcosa deve sempre farle aspettare, deve mostrare indifferenza e sicurezza, cosicché quando finalmente ti vedono arrivare ti cadono tra le braccia. E di proposito rallentò la pedalata, fischiettando per farsi compagnia.
La baracca di Antonio, una catapecchia ai margini del bosco, a mezz’ora di strada dal paese, gli apparve d’improvviso dopo l’ultimo dosso, già denso di aromatici macchioni di mirto e di cisto. Trovò l’amico solo e ne ebbe una fitta di delusione, fortissima.
«Abbi fede. Arriva quando si è fatto del tutto buio. Sai, non si fa mai vedere alla luce del sole.».
Giuseppe assentì e sedette davanti al riquadro della porta aperta, scrutando nel buio, immergendosi nel fluire del tempo scandito dai battiti del cuore… Fantasticò un biancheggiare di braccia e spalle, un incedere ancheggiante tra cespugli di rose, gigli e garofani odorosi, un sobbalzare dolce pesante di mammelle, un avanzare ritmico di grembo ricoperto da veli lievi come ala di farfalla…
Antonio lo scosse con una mano sulla spalla. «Ecco, la mia cara amica sta arrivando.». Disse con tono di voce gioiosa. «Anche tu dimenticherai con lei ogni angoscia, vedrai…».
Giuseppe sgranò gli occhi guardandosi attorno, senza però vedere nulla di ciò che aveva atteso e sperato. Disse: «La tua amica? Dove?».
«Lì, guarda bene di fuori, in quell’olivastro vicino, saranno cinque passi dall’uscio. Guarda e ascolta.».
Quasi in risposta all’esortazione di Antonio, giunse un richiamo stridulo, e Giuseppe vide una figura di color bruno cenerino, chiazzata di bianco, appollaiata sopra un ramo basso, e vide due occhi giallastri brillare. Si levò in piedi inorridito e irato.
«Ma questa è una strige!», gridò, «Tu sei pazzo! E’ l’uccello del malaugurio. Dammi subito il fucile che l’ammazzo!».
Antonio si era riadagiato sulla stuoia accanto all’uscio. «Tu non uccidi proprio nessuno.», disse pacato. «E’ lei la mia dolce amica, e tu non le farai alcun male, altrimenti sarò io ad ammazzare te.».
Giuseppe trasecolava. Conosceva l’amico da anni e non si era mai accorto che avesse rotelle fuori posto, anzi lo aveva sempre apprezzato per i suoi discorsi pieni di buonsenso; e anche in paese era considerato un ragazzo saggio, lavoratore, senza grilli in testa. Domandò:
«Non posso crederci: tu vuoi prenderti gioco di me, vero?».
Antonio ignorò la domanda. Disse:
«L’aspetto tutte le sere e lei non mi ha mai deluso. Molti sono i giorni di un anno e molti sono gli anni di una vita, e ogni ora che passa è sempre uguale. Quando ogni sera ritorno qui sfinito dal lavoro, mi stendo su questa stuoia, e guardo e sento l’immobilità e il silenzio e la pace; allora la chiamo, fischiando, e lei viene a tenermi compagnia, si posa sul ramo della pianta più vicina. E canta per me. Canta per conciliarmi il sonno e mi sveglia. Io dimentico tutto, come stregato, e dormo felice e in pace. Resta lì fino all’alba… se ne va con il sole, e non so dove vada…».
Giuseppe cominciò a capire. Anch’egli - ma da ragazzino - si era affezionato a una lucertola. L’aveva acchiappata con lo stelo lungo di avena piegato in cima al nodo scorsoio… Si dibatteva, era piccola, le batteva il cuoricino atterrita, e lo guardava come a chiedergli di risparmiarla. Egli non voleva farle del male, soltanto tenerla sul palmo della mano. L’aveva liberata dal cappio, l’aveva tenuta con una mano e con un dito leggero leggero le aveva fatto una carezza nel pancino. E lei, l’animaletto, non aveva avuto paura; era rimasta tranquilla sul palmo della mano, appiattendosi per scaldarsi. Poi, nella sua tasca, la lucertola si addormentò. L’aveva tenuta per molti giorni. La lasciava libera nel pavimento della camera… Si era affezionato moltissimo alla lucertola e le portava moscerini e zanzare per nutrirla. Il padre lo prendeva in giro, e aveva incontrato il gatto… E’ vero, ci si può attaccare anche a un animale…».
Con questi pensieri rientrò nella baracca e si coricò sulla stuoia a fianco all’amico, con la faccia voltata al riquadro della porta. Vedeva uno scorcio di cielo stellato, e desiderò di farsi leggero leggero, come una nuvola… Lentamente, dolcemente, sentì arrivare il sonno e insieme un canto, come una nenia sussurrata dalla voce melodiosa di una amante.


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