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IL CONTADINO E IL PARROCO

Zio Efisio era un uomo buono, lavoratore e rispettoso di Dio e di ogni santo conosciuto. Non è che fosse quello che si dice un bigotto "collotorto", ma teneva a mente le regole della religione, che praticava ogni domenica e ogni festa che fosse comandata. E ogni domenica andava alla prima messa, con le donne vecchie, per seguire la Funzione e ascoltare le Sante Parole e per poter accudire dopo, nelle altre ore della mattina, la vigna e il grano di Terrepani, sempre bisognosi di zappa.
Piaceva molto la chiesa a zio Efisio di mattina presto, con poca gente: quella grande sala tutta ordinata e ornata di fiori, odorosa di incenso e di rosmarino e di timo e con l'altare maggiore adornata da candelabri che splendevano da lontano. Quando dalla porticina dalla sacrestia usciva il parroco e iniziava a dir messa, egli, Efisio, lo seguiva inginocchiato, attento a ogni movimento che il sacerdote faceva, andando e venendo e rigirandosi e salendo e scendendo nelle scalette, seguito dappresso dal sacrestano che recava nelle mani i sacri arredi. Zio Efisio ascoltava pure con molta attenzione le strofette e le litanie cantate con voce nasale da prete e rispondeva devoto con un "Amen" o con un "Ora pro nobis". Non è che ne capisse tanto di tutto quel parlare forestiero, e a volte se ne restava imbambolato, a bocca spalancata come un pesce pescato con l'euforbia.
Quando il parroco saliva sul pulpito per fare la predica, allora zio Efisio si sedeva e ascoltava senza perdere una sola parola.
"Date, date, fratelli!" diceva il sacerdote e lo ripeteva sempre ogni volta. "Date fratelli, date al povero! Ce l'ha detto e raccomandato Gesù Cristo nostro Signore. Date sempre, date! Alla Chiesa e ai poveri di ogni Chiesa. Date, fratelli, date! perché ciò che avrete donato, Dio ve lo renderà moltiplicato!"
Zio Efisio rientrato a casa per prendere la zappa e rompere il digiuno con una fetta di pane e formaggio e un bicchiere di vino nero, si fermava a riflettere, mangiando seduto su uno scanno nel loggiato. Mangiava e pensava che è giusto dare, se Dio rende in abbondanza ciò che diamo.

Neanche a farlo apposta, proprio quella mattina, uscendo di casa, zio Efisio incontra per strada un uomo di fuori, un tipo vestito tanto male da sembrare un mendicante.
"Salute, compare! Cosa va cercando, se la domanda è lecita?" gli chiede zio Efisio, avvicinandolo cortesemente.
"Le dirò", risponde il forestiero, "sto cercando in questo paese qualcuno che mi venda a buon prezzo un giogo di buoi, perché quello che avevo mi è morto di vecchiaia."
"Un giogo di poco prezzo!", dice zio Efisio pensando al proprio giogo, ormai vecchio cadente, quasi sul punto di tirare le cuoia. "Forse l'affare l'abbiamo già bello e concluso. Venga con me."
Lo fa entrare nel cortile e gli mostra il giogo, due vecchi buoi ossuti e piagati da nugoli di mosche, che riposavano sotto la tettoia, annusando svogliati la paglia della mangiatoia. Dice: "Li vede? Se li prenda, compare, se le piacciono. Io glieli dò per amor di Dio."
Il forestiero lo guarda allibito senza comprendere quale idea balzana gli stesse mulinando nella testa, chiedendosi se per caso non si sia imbattuto in qualche burlone.
Ma zio Efisio, convinto dalle parole del parroco, di dare per ricevere in abbondanza, insiste, fin quando il forestiero si prende i buoi, andandosene in buon ora.
Felice e contento, zio Efisio corre in cucina per confidarsi con la moglie, e le racconta la storia, concludendo: "E cosa ne pensi, Antioca: ho fatto bene? Il nostro giogo era assai malconcio e adesso Dio ce lo renderà cento volte meglio."
Ma Antioca, donna sospettosa e di poca fede, scuote la testa come San Tommaso: "Sarà vero sì, tu sei il padrone, non sono faccende mie, io dico solo vedesti e credesti, ciò che fa il padrone è sempre ben fatto, purché non faccia come le scope da forno che ora le vedi e dopo un attimo non le vedi più!" E così parlando e borbottando si leva dallo scanno su cui è seduta a rammendare, ripone nella corbula la roba che sta cucendo e si accoccola davanti al camino per attizzare il fuoco.
La sera di quello stesso giorno, all'imbrunire, zio Efisio, dopo essersi fatto il sonnellino pomeridiano, se ne esce in cortile a prendere una boccata d'aria e aperto il portale s'affaccia sulla strada per vedere la gente che passa. Neppure il tempo di voltare lo sguardo, ecco che in fondo alla strada si vedono due vacche che avanzano. Belle e pasciute, di buona razza, una meraviglia soltanto il vederle.
Subito, velocemente, il contadino apre tutte due le ante del portale e si piazza in mezzo alla strada per far entrare le vacche nel proprio cortile. Richiude il portale felice e contento, e messi gli animali sotto la tettoia, si dà subito da fare per foraggiarli con la paglia migliore mischiata a fave macinate. Perché, pensa, le vacche che avrebbero costituito il nuovo giogo, che Dio gli ha mandato in cambio delle sue che aveva regalato a un povero, andavano rispettate come dono divino.
Il giorno dopo, di mattina presto, il parroco girava per il paese con un diavolo per capello, bussando di porta in porta.
"Qualche disgrazia grande in Chiesa - pensa la gente - forse qualche Santo caduto dalla nicchia."
Finché il prete arriva e bussa a casa del contadino.
"E cosa è successo, compare parroco?"
"Non me ne parli compare Efisio: quel tonto di Domenico non lo si può fidare per nulla... Lo sa che mi son sparrite le vacche?...
"Le vacche? Sparrite? A chi? al suo servo?... Non me lo dica, compare parroco."
"Compare Efisio: non è che lei le abbia viste, passando da queste parti?"
"Io? No, no, di vacche sue neanche l'ombra ho visto...
Mentre parlano sulla soglia del portale, il parroco dando uno sguardo nel cortile vede proprio le sue bestie, che sta cercando in lungo e in largo. Fa un passo avanti con le braccia aperte come chi sta per abbracciare qualcuno, dicendo:
"Ma compare Efisio, che cosa mi sta dicendo... le mie vacche sono proprio qui, nella sua stalla, belle e ritrovate."
"Le sue vacche? Ma sta scherzando, compare parroco?! Queste sono le mie, quelle che Dio mi ha reso in abbondanza..."
"Cosa sta farneticando, di Dio e di vacche?..."
"Deve sapere, compare parroco, che ieri ho dato a un povero il mio giogo di buoi... Non vorrà certo negare ciò che lei predica in Chiesa di dare ai poveri, di dare... e io dunque le ho date, per amor di Dio... Non si dirà certo in paese che io non sono rispettoso dei Comandamenti della Chiesa."
"E cosa c'entra con il fare l'elemosina ai poveri?"
"C'entra si e come... Sa che lei, compare parroco, è di memoria corta? Eppure non è che lei sia vecchio e rimbambito... E non lo dice lo stesso Dio, per bocca del suo Vicario, che a colui che dà al povero gli viene restituito in abbondanza? Ed ecco qui! lo stesso giorno che io ho dato il mio giogo, mi sono tornate a casa altre due vacche, senza che io abbia mosso un dito. Proprio queste due che stanno ruminando sotto la tettoia. Sono belle, vero!"
Il parroco, uomo d'istruzione, capisce che con un sempliciotto come Efisio conviene mangiare la foglia e giocare d'astuzia.
"Va bene, va bene, compare. Facciamo una cosa: chi di noi due domani mattina riesce a salutare per primo si tiene le vacche."
"Si, si, d'accordo," risponde il contadino.
E così si salutano e si lasciano.
La stessa notte, subito dopo cena, zio Efisio saluta la moglie e se ne esce, con il pretesto di andare a dormire nell'orticello da basso per custodire il melone. "Ché l'ultima volta vi ho trovato orme sospette." E invece, di corsa va verso l'abitazione del parroco. Egli sa che il prete è un tipo mattiniero, che appena comincia ad albeggiare salta giù dal letto e apre la finestra per respirare aria fresca. E per questo, zio Efisio si apposta sotto la finestra, aspettando con pazienza l'alba.
Aspetta aspetta, nella finestra c'è un forellino e per passarci l'ora il contadino ci appunta l'occhio. La camera è illuminata e si vede chiaro il letto: un letto bello grande come un'aia! "Eh, già se le riposa le ossa, il povero prete!" pensa.
D'un tratto sente stropiccio di passi e risolini e vede il parroco, tutto vispo, che entra nella camera insieme alla servetta. "Ma guarda tu! Francesca... E' si una brava ragazza, ma di poco cervello. Vediamo, vediamo," si dice.
Ridendo e scherzando i due si siedono sul letto e tutto a un tratto cominciano a toccarsi l'un l'altro. Lei - eppure non si sarebbe detto che Francesca fosse così audace! - gli solleva la veste e ne tira fuori il batacchio. Facendo la gatta morta e contorcendosi, Francesca chiede: "E cos'è questa cosa? Sembra vivo, sembra..." Poverina, come se non l'avesse mai visto!
E la voce del parroco si sente rispondere: "Questo, è il Papa."
E allora, gioca giocando, è toccato a Francesca sollevarsi la gonna e mostrare la sua cosina - ne faceva venire la voglia a un morto, ne faceva venire: che bella pagnotella!
"E la mia cosina, come si chiama, signor parroco?" Si sente la vocina della serva. Doveva essere davvero innocente la ragazzina! Che le venga un'accidente, nata senza malizia!
E la voce di lui: "Si chiama Roma, si chiama". E frugando e palpando, senza riuscire a trattenersi, poveretto, aggiunge: "E sai adesso che cosa facciamo? Adesso facciamo entrare il Papa in Roma."

La mattina presto sul far dell'alba, si sente il chiavistello della finestra che si apre e immediatamente il contadino si leva in piedi e grida: "Ave Maria, su Vicariu...!"
Il prete resta senza parole. "Eh, fottuto mi hai, compare...", risponde borbottando. E dopo un po’, riflettendoci, domanda: "Mi tolga una curiosità, compare: da quanto tempo è lì che aspetta, sotto la finestra?"
Zio Efisio, con un'espressione di figlio di buona donna risponde: "Eh, compare parroco: ci sono da quando il Papa è entrato in Roma."
E al parroco non rimane altro che dire: "Va bene, compare, va bene. Si tenga le vacche e buon pro le facciano".

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