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IL PRETE INTRAPRENDENTE

Nel paese di zio Crisantemo - l’uomo più vecchio della Marmilla che in questo racconto non compare per nulla - era arrivato il nuovo prete, perché il vecchio l’avevano promosso canonico e si era volatilizzato.
Appena arrivato, aveva preso possesso della canonica, della chiesa e del campo della chiesa, e tutte le donne erano corse a riceverlo in pompa magna, con la maestra di scuola e le Figlie di Maria. Era giovane e pimpante e si muoveva a passetti veloci: da come guardava le donne era facile capire che doveva essere un grande puttaniere.
Non era passato neppure un mese che già gli uomini avevano cominciato a lamentarsi, parlandone tra loro nella bettola di zia Eleonora.
Aveva aperto la questione Giovannino il sellaio che aveva una moglie giovane, graziosa e vivace, e per questo era il più esposto al pericolo.
“Qui bisogna trovare una soluzione. Non ci si può fidare a uscire di casa per andare in campagna o per qualunque altra incombenza che... eccolo! arriva lui, il prete. Non dico che ci sia del male, dicono che sia un santo...”
“Compare mio”, lo aveva interrotto Ciriaco il capraio, “l’ultimo santo lo hanno arrostito nella graticola molto tempo fa, e mi sembra che fosse san Lorenzo”.
“Sarà anche così”, era entrato nella discussione Bartolomeo il falegname, “che sia poco serio, ma l’uomo sempre uomo resta anche se vestito con la gonnella da prete. Ma le nostre donne, bisogna ammetterlo, non sono di quelle che fanno visto il maschio e aperte le gambe”.
“Nessuno sta parlando male di nessuno. Io dico soltanto che l’occasione fa l’uomo ladro... e la donna puttana”. Era intervenuto zio Raffaele il carpentiere, uno dei più anziani della compagnia.
Intanto che gli uomini discutevano e bevevano nella bettola, don Enrico il prete nuovo stava finendo il giro delle visite alle anime maggiormente bisognose di conforto. L’ultima del giro, Antiochina Piras, la moglie del sellaio, attendeva seduta sulla soglia di casa godendosi il fresco. Appena intravista la veste nera si era levata in piedi rassettandosi con la mano la gonna sgualcita.
“Si accomodi, don Enrico, si accomodi... Cominciavo a pensare che non sarebbe venuto”.
“Eh, le anime bisognose di conforto sono tante, il giro è grande, il tempo è poco e bisogna dividerlo... “Aveva risposto don Enrico.
Quando si erano rinchiusi nel salotto e il prete seduto comodo aveva tirato fuori il suo tempo, Antiochina sgranando gli occhi aveva pensato che di tempo don Enrico ne aveva in abbondanza. E lei ansimando forte, per non perdere il tempo, si era sollevata la gonna e gli si era messa sopra a cavalluccio.
Intanto che il prete recitava il rosario con Antiochina Piras (erano già arrivati al secondo mistero gaudioso) nella bettola di zia Eleonora gli uomini stavano ancora discutendo. Erano intervenuti nella disputa Matteo, Nicola, Sebastiano, Raimondo, Fedele e Diadoro, tutti sposati con donne chiesastiche, molto assidue alle funzioni religiose, esclusi gli ultimi due, Fedele e Diadoro, scapoli ma in pericolo, con sorelle bigotte.
L’idea era venuta in testa a Diadoro, contadino con poche terre che per vivere faceva il calzolaio. “Se un animale è troppo virile è necessario castrarlo”, aveva detto come se fosse un presidente in tribunale.
“Pronto!” Aveva gridato Felicino Murtas il castratore alzandosi dallo scanno e avvicinandosi al gruppo. Tutto si sarebbe potuto dire ma non che Felicino non conoscesse il suo mestiere: lo dicevano tutti in paese che lui per castrare era un professore; e cavallo o capro o gallo che fosse mai nessuno aveva avuto danno ed e tutti erano rimasti soddisfatti.
Qualcuno aveva scosso la testa come se volesse dire che forse quella medicina era un po’ troppo amara. “Giustizia pronta, vendetta fatta!” Aveva buttato lì zio Gesuino brigatista pensionato che si esprimeva con proverbi e sentenze da quando, nel millenovecentoventi, era tornato dalla guerra. Il nocciolo della questione era che bisognava prendere tempo, non bisognava avere fretta per fare le cose ben fatte.
“Va bene!” Aveva ammesso Diadoro, chiudendo il coltello a serramanico a Felicino e rimettendoglielo in tasca. “Facciamo una cosa: scriviamo una lettera al prete, come se l’avesse scritta una bella fanciulla, per dargli un appuntamento. Se non ci va, è salvo. Se ci va, trova Felicino e lo castra.”
Si trovarono tutti d’accordo. La lettera l’avrebbe scritta Angelino che da piccolo era il primo della classe, firmandola a nome di Elisabetta Rosas, sedici anni, il più bel fiore di tutto il paese: neppure sant’ Antonio l’eremita si sarebbe potuto salvare.

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