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IL TUMULTO

Alle dieci del mattino, la Confraternita dello Spirito Santo e il suonatore di piffero e tamburello attendevano da più di mezz’ora l’uscita del santo.
Antioco il maniscalco che reggeva il Cristo nero con una bretella di cuoio si asciugò il sudore sulla manica della tonaca orlata di pizzo rosso.
«E cosa aspettano a tirarlo fuori? Aiutatemi a scaricarmi questo Cristo!», disse rivolto ai compagni.
Due lo aiutarono a sfilare la pesante croce dalla guaina e insieme la poggiarono al muro.
Anche i fedeli in chiesa attendevano l’uscita del Santo, del parroco e del Comitato dalla sacrestia, per formare la processione.
Le donne si erano sedute sul pavimento, sgranando “Gloria Patri” per ingannare l’attesa.
Gli uomini, stanchi di guardare i soffitti e le volte decorati, s’erano messi a chiacchierare del più e del meno, della campagna, della troppa acqua piovuta, dei fitti, della moria del bestiame, e il loro brusio iniziale si andava facendo frastuono.
Soltanto i più vicini alla sacrestia tacevano, con le orecchie tese per afferrare qualche parola che spiegasse i motivi di tanto ritardo.
In sacrestia, don Gesuino il parroco e Nicodemo il presidente del Comitato di Sant’Antonio si fronteggiavano, spalleggiati rispettivamente dalle Dame di Carità e dai dieci membri del Comitato.
«Ho detto di no, e resta no!». Sbraitava don Gesuino; e per dare più forza alle parola batté un pugno sul piano dell’armadio, rovesciando un’ampolla e un ostensorio.
«Ma con il vecchio parroco era sempre andata così!». Si lamentava Nicodemo; e aggiunse: «Così vuole la tradizione del paese…».
«Va bene la tradizione», interloquì donna Mariangela, la presidentessa delle Dame, «ma in fondo ciò che don Gesuino vi chiede è giusto: due terzi alla Chiesa e un terzo al Santo.».
«Il Santo ha diritto alla metà e la metà ci teniamo. Ecco qui, sono ottantamila… E queste sono quarantamila. Prendere o lasciare. La tradizione va rispettata!». Finì urlando Alceo, il vice presidente.
«La tradizione, vero? La prendete su questo tono, vero? E allora, sapete che vi dico? Fatevela voi la processione! ma senza di me e senza Santo. Io da qui non mi muovo!».
Don Gesuino e Nicodemo si erano guardati fisso negli occhi, in atto di sfida, poi si erano voltati repentinamente di spalle.
«Bisogna prendere una decisione…». Intervenne uno del Comitato, «la gente è stanca di aspettare…».
«Che se ne ritorni a casa, la gente!», borbottò stizzito il parroco. «La messa è finita!».
Qualcuno di fuori cominciò a bussare alla porta.
«Don Gesuino, glielo dico per il bene di tutti e per l’ultima volta: si vesta e ci lasci prendere il nostro Santo… Oppure…», disse Nicodemo a denti stretti.
«Oppure che cosa?…». Gli andò addosso il prete. «Sì, certo, da voi, beduini eretici, ci si può aspettare di tutto… Avete perso la misura, avete! Ma badate bene, io sotto la tonaca porto i calzoni. Capito?».
«Ah, si?». Replicò Nicodemo: «Gli eretici siamo noi, vero? Avete sentito? Siamo eretici, noi! L’eretico è lei, che non porta rispetto alle tradizioni e neppure a Sant’Antonio… Ma stia attento! Sant’Antonio ne ha già messo a posto parecchia di gente con la schiena rigida!».
«Andate, andate…». Disse don Gesuino assumendo atteggiamento e tono da martire, con gli occhi rivolti al soffitto, «Perdono loro, perché non sanno quello che fanno!».
«Don Gesuino, badi…».
«Andate, zoticoni, andate… Gente che porta i Santi in giro per le strade come p…!».
Alle parole blasfeme quelli del Comitato si segnarono. «Costui è veramente un prete eretico», pensarono tutti, e tutti insieme spalancarono le porte della sacrestia, infilandosi, a furia di spallate, nella folla.
Quando la gente vide il presidente del Comitato seguito dai suoi salire i gradini dell’altare maggiore, capì che succedeva qualcosa di molto grave e fece immediatamente silenzio.
Tutti gli sguardi si appuntarono sulla faccia pallida e corrucciata di Nicodemo che aveva aperto le braccia in un largo gesto:
«La festa non si fa più. Il Comitato si scioglie.», annunciò.
Dopo il primo momento di silenzioso stupore, qualcuno delle prime file domandò:
«E perché mai?».
«Che cosa è accaduto?».
«Il parroco si è sentito male?».
«Sant’Antonio non vuole uscire dalla nicchia?».
«C’è che il parroco non vuole rispettare la tradizione del paese. Perciò io e gli altri del Comitato ci ritiriamo.», fu la risposta.
Gli ultimi che non avevano sentito si informarono dai primi:
«Ma che diavolo mai sta succedendo oggi?».
«Il prete non vuole che i cavalli seguano il Santo!».
«Ma che razza di prete ci ha mandato Monsignore, se non conosce le costumanze?».
«Dice che la Confraternita deve stare di dietro e non davanti!».
«Matto è? Ma quando mai?!…».
I commenti si diffondevano e si moltiplicavano e con il chiasso aumentava la confusione.
Ad un tratto si udì una voce forte sovrastare tutte le altre:
«Cacciamolo via!».
La marea umana ondeggiò indecisa, poi si scatenò contro la sacrestia.
Fra i primi c’erano Peppe e Anselmo che iniziarono a dare spallate contro la porta che il parroco aveva sprangato.
Quando la serratura cedette, si trovarono faccia a faccia con donna Mariangela e le altre Dame, che brandivano vecchi crocifissi e candelabri di alpacca. Qualcuna si era armata di lamette da barba, trovate chissà dove - come si capì dopo dagli abiti trinciati.
«Pazzi siete? Mai pace né in terra né in cielo avrete, se oserete mettere le mani sopra un ministro di Dio!».
«Levatevi di mezzo, bigotte!».
«Eretici! Ecco quello che siete, eretici! Eretici e scostumati!». Si difendevano le Dame.
«Eretico è lui con il diavolo che ci ha in corpo!».
«Preti come quello vanno impiccati!». Replicavano dalla chiesa. Ed uno, con malizioso riferimento a donna Mariangela, aggiunse: «E anche altro vorrebbero!».
La resistenza durò appena il tempo di scambiarsi tali improperi. Però, frantumato il baluardo opposto dalle Dame, la gente, riversatasi in sacrestia, si avvide che il parroco era sparrito. Inutilmente lo cercarono dentro gli armadi e nei mucchi di santi smessi. Don Gesuino, vista la mala parata, scavalcata la finestra, era corso a barricarsi in casa sua.
Al prete non ci pensarono più:
«Che vada in malora! La processione la faremo lo stesso…».
Ma gli anziani obiettarono:
«Una processione senza prete è come senza Santo.».
Allora una donna lanciò l’idea, così senza parere:
«E perché non ci mettiamo Chiccheddu? Sa leggere il Vangelo e sa guarire spaventi e malocchio meglio di un prete.».
L’idea venne raccolta, brevemente discussa e accettata.
Nicodemo mandò la nipotina scema a cercarlo: doveva essere lì attorno. Trovatolo, lo trascinarono in sacrestia dove lo misero al corrente della questione intanto che gli mettevano addosso i paramenti sacri.
«Ma io… io non sono degno… ecco…», si schermiva Chiccheddu. «E la giustizia, poi?…», borbottava preoccupato.
Non aveva resistito a lungo. Infine convinto, e compiaciuto, si era inginocchiato segnandosi con un ampio lento gesto, chinandosi fino a baciare le tavole del pavimento, come aveva visto fare ai preti sull’altare.
«Sia fatta la volontà di Dio!». Mormorò.
«Ora devi prendere Sant’Antonio dalla nicchia e devi metterlo sulla portantina…». Gli suggerirono Nicodemo e gli altri del Comitato.
«So io quel che si deve fare!». Rispose secco Chicheddu e avanzò lento e ieratico fino alla nicchia, aprì con compunzione rituale la teca a vetri dopo essersi segnato tre volte, si inginocchiò a recitare tre Pater, tre Ave e tre Gloria prima di toccare Sant’Antonio che dall’alto gli sorrideva con occhi azzurri e gesto benedicente.
La gente si accalcava attorno, muta e riverente, osservando in ogni particolare il compiersi del rito. E quando il Santo, seppure con una certa fatica, fu incastrato nella sua sede sulla portantina, i clamori di gaudio furono immensi.
«Soltanto un prete o un’anima benedetta da Dio può toccare Sant’Antonio senza cadere fulminato…». Spiegava ai giovani un vecchio barbuto.
Le donne piangevano di commozione.
La processione si compose nel piazzale di chiesa secondo la tradizione: la Confraternita davanti con il crocifisso nero; i cavalli bardati a festa e il Santo portato a spalla da quelli del Comitato; Chiccheddu coi paramenti sacri sotto il baldacchino di seta gialla frangiata d’argento; infine tutto il popolo, prima gli uomini, a capo scoperto, dopo le donne e i bambini.
«Meglio di un prete è!». Commentavano, ammirando Chiccheddu nell’incedere lento e solenne, nell’intonare le preghiere con voce profonda di basso.
E per dispetto, la processione passò due volte nella strada di don Gesuino, il quale spiava dietro la finestra del primo piano, rodendosi impotente dalla rabbia.

La sera stessa, avvertito non si seppe mai da chi, arrivò Monsignore, il vescovo.
Appena la grossa macchina nera attraversò il paese, la notizia si sparse in un baleno e la gente cominciò ad affluire al centro, riunendosi davanti alla canonica.
Il vescovo rimase quasi due ore in casa di don Gesuino. Davanti alla porta stavano di guardia l’appuntato e due carabinieri armati di moschetto.
«Adesso lo imbottirà ben bene di frottole contro di noi!». Si dicevano delusi, spiando la finestra al primo piano che si era illuminata.
Finalmente Monsignore uscì, seguito dal prete. La gente si era devotamente inginocchiata, gli uomini si erano anche scoperto il capo; ma non ricevettero alcuna benedizione.
«C’è riuscito, sì, quell’eretico, a mettere Monsignore contro di noi!».
Il vescovo, con un cipiglio che non prometteva nulla di buono, era salito in macchina dirigendosi dritto verso la chiesa.
Riempitasi tutta la chiesa - pigiati fino al marmo degli altarini nelle cappelle - Monsignore, vestiti i paramenti, con mitra pastorale, salì sul pulpito.
Don Gesuino se n’era rimasto da parte, nell’angolo in ombra accanto alla porta di sacrestia, con un’aria imbronciata. Nessuno lo degnava di uno sguardo.
«E’ con sommo dolore e con profondo rammarico che noi parliamo…». Aveva esordito il vescovo.
Lo ascoltarono con devozione filiale, quando ammonì che «il gregge deve sempre seguire il proprio legittimo pastore se vuole trovare la giusta via, la via che porta nel beato regno dei cieli» e quando li accusò di sacrilegio «avendo ricoperto di sacre vesti spalle non consacrate» e di avere «profanato il tempio del Signore usando Santi che vi dimorano e la cui custodia è affidata esclusivamente a mani sacerdotali, le quali, soltanto, possono osare toccarli.».
Ma quando si schierò nettamente dalla parte di don Gesuino, giudicando «giusto e insindacabile l’operato di un sacerdote ufficialmente consacrato dalle autorità religiose e cioè da Dio stesso», qualcuno cominciò a disapprovare tossendo e mugugnando.
«Come? Monsignore si mette dalla parte di quell’eretico?». Brontolavano, passandosi i commenti dall’uno all’altro, fino sa farli giungere ai molti rimasti fuori per mancanza di spazio.
«Monsignore sta dando ragione al prete!». E furono appunto quelli di fuori che, avendo adocchiato un mucchio di ghiaia grossa, di quella per riparare la strada, cominciarono a riempirsene le tasche, avvicinandosi il più possibile al portone spalancato. Da sopra le teste, nella penombra, vedevano il vescovo gesticolare irosamente nel concitato sermone; udivano appena il brusio delle parole, superato a tratti dal brontolio della folla.
«Dice che dobbiamo chiedere perdono al parroco pubblicamente…».
«Vuole che gli consegniamo immediatamente Chiccheddu per mandarlo in galera…».
«Dice che quello è il nostro parroco e che per forza dobbiamo tenercelo e rispettarlo…».
Si udirono delle grida dentro la chiesa:
«Non lo vogliamo! Non lo vogliamo!».
E quelli di fuori cominciarono a lanciare manciate di ghiaia che andò a finire picchiettando sul marmo del pulpito.
Il vescovo allibì. Il viso gli si fece paonazzo:
«Pagani selvaggi!». Riuscì a dire con voce strozzata, scendendo a precipizio la scaletta.
Eppure, la folla, gelida, senza guardarlo in faccia, si aprì rispettosa al suo passaggio.
Egli salì sull’altare. Don Gesuino lo raggiunse. Gli sussurrò qualcosa all’orecchio, fece un cenno per chiedere silenzio, aprì la bocca per parlare.
Fischi e urla lo zittirono.
Il vescovo, ora pallido come un cencio bucato, sollevò la mano sinistra…
«Ci vuole scomunicare!». Avevano pensato in un baleno; e la scomunica è cosa che fa andare male una creatura per tutta la vita…
La marea umana tumultuò, lanciandosi contro l’altare per fermare il gesto irreparabile…
Non si seppe mai come, ma il vescovo e don Gesuino fecero a tempo a raggiungere la sacrestia e a fuggire scavalcando la solita finestra.
Quando si ristabilì un po’ di ordine, si ritrovarono la mitra calpestata a brandelli e il pastorale frantumato in cento pezzi.
Ognuno, tornandosene a casa, volle portarsene un pezzetto come reliquia.
Avvenne così che, non solo evitarono la scomunica, ma guadagnarono un talismano che si dimostrò molto utile, quando, sul finire dell’estate, scoppiò in paese un’epidemia di tifo.
E il prete - raccontano i vecchi - ebbe il premio che si meritava: morì annegato nella marina di San Giovanni. Fu Sant’Antonio, offeso, che pregò San Giovanni di giustiziare l’eretico.

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