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SU TEMPUS CHI PASSAT

IL TEMPO CHE PASSA

 

Volume IV

 

CONTUS E CONTIXEDDUS / RACCONTI E NOVELLE

 

ALFA EDITRICE / Quartu Sant’Elena - 2002

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 Presentazione

Le attività di insegnante e di pubblicista, di pedagogista, di programmatore e animatore socio-culturale, vissute con coerenza e impegno ideologico, vedono Ugo Dessy presente con la gente sarda nella continua lotta per il riscatto civile: nell'Iglesiente, a Ingurtosu, con i minatori, per il Fronte Popolare; in Marmilla, con i contadini, per l'occupazione delle terre incolte; nell'Oristanese, con i pescatori di Cabras, per la liberalizzazione degli stagni; in Barbagia, con i pastori a Pratobello, contro l'occupazione militare; con i giovani a Cagliari, per la loro crescita sociale e politica, nei Centri di Cultura AILC e MCC e con i gruppi extraparlamentari e libertari del '68; dirigente di punta del Partito Radicale, membro della direzione nazionale al cui interno si è battuto in prima linea contro l’occupazione militare dalla sua Terra e per i diritti civili; idealmente militante con gli oppressi di tutto il mondo per la liberazione dell'uomo dalla oppressione e dallo sfruttamento. Libertario intransigente, esce dalla direzione del PR quando il partito sceglie la via parlamentare, rifiutando la candidatura alla Camera..
Ugo Dessy è stato collaboratore e redattore di numerosi giornali e riviste. Tra questi Tempo Presente, Sardegna Oggi, Il Giornale, Il Punto della Settimana, Nord e Sud, L'Astrolabio, Sassari Sera, ABC, Mondo Giovane, La Nuova Sardegna, A-Rivista Anarchica, Aut, Herodot, Umanità Nova, L'Internazionale, Sa Republica Sarda, e altri. Ha diretto per qualche tempo la rivista Sardegna Libertaria.
Narratore e saggista Ugo Dessy ha pubblicato tra l'altro Il Testimone - Fossataro - Cagliari, 1966; L'Invasione della Sardegna - Feltrinelli - Milano, 1969; Stato di Polizia, Giustizia e Repressione - Feltrinelli - Milano, 1970; Sardegna un'Isola per i militari - Marsilio - Padova, 1972; Il Diario dello Stregone di Iknusu - Marsilio - Padova, 1973; La Rivolta dei pescatori di Cabras - Marsilio - Padova, 1973; Quali Banditi? In 3 volumi- Bertani - Verona, 1977; La Maddalena, morte atomica nel Mediterraneo - Bertani - Verona, 1978; I galli non cantano più - Bertani - Verona, 1978; Sardegna: Segni della cultura popolare - Alfa Editrice - Cagliari, 1984; Informazione antimilitarista (antologia) - Livorno 1984; Un grande amore (antologia) - La Spiga - Milano, 1984; SU TEMPUS CHI PASSAT - Vol. I “S’annu de su messaju”- Vol. II “Sa mexina”. Alfa Ed. 1989; Educazione popolare come movimento di liberazione - Alfa Ed. 1993; SU TEMPUS CHI PASSAT Vol. III “Artis e fainas” Alfa Ed. 1999.
Dell’Opera di tradizioni popolari SU TEMPUS CHI PASSAT, sono in fase di pubblicazione, i volumi “Is ligendas”, “Usanzias antigas”, “Is festas”, “Sa poesia”, “Piccioccus de crobi”, “Dicius e frastimus”.Infine, è in stampa “Iknusu ‘74”, seconda parte del romanzo “Il diario dello Stregone di Iknusu”.




Introduzione

Scrivendo questi racconti mi sono reso conto che ho sempre scritto in sardo, anche quando scrivevo in italiano. Lo ammetto, è una scoperta banale; eppure mi riempie di grande soddisfazione, perché mi fa scoprire anche, di me, una capacità che reputo importante: quella di essere stato sempre me stesso, voglio dire un sardo, a dispetto della lingua con cui mi esprimevo. E così, i romanzi e racconti, i servizi giornalistici, le inchieste e i saggi che ho scritto in italiano, in realtà sono stati pensati in sardo, erano scritti dentro di me in sardo, prima di “tradurli” sulla carta.
Voglio dire che parlando e scrivendo in italiano non ho fatto altro che tradurre dal sardo. Perché, appunto, ero un sardo; e come sardo non potevo che pensare in sardo. Ogni uomo nasce con una propria lingua e con una forma mentale e fisiologica ad essa correlata - così come nasce con i caratteri propri della razza, del gruppo etnico, della nazione, dell'ambiente geografico, della cultura cui egli appartiene.

E' pur vero che appartengo alla razza umana - per una mia scelta ideale e non soltanto perché condivido con tutti gli uomini del mondo lo stesso destino, il destino di tutti i nati in terra: quello di nascere, vivere e morire. Ma è ancor più vero che, in un ambito più limitato e più realmente vissuto, appartengo a un popolo storicamente, geograficamente e culturalmente diverso da tutti gli altri popoli, e in particolare, nel mio caso, diversificato dalla oppressione e dallo sfruttamento. E’ di questo popolo che io mi sento parte, è a questa Gente, (che riconosco come la mia Gente ), che io mi sento, se possibile, più simile e più vicino.

Riesco così a spiegarmi e a comprendere diversi aspetti della mia vita, che prima non mi erano chiari. In primo luogo, i motivi reali e profondi del mio amore, del mio attaccamento alla mia Terra e alla mia Gente. Che non potevano essere, e non sono, semplicemente di natura affettiva, ma che dovevano avere, e hanno, origini e ragioni più complesse - come quella che io ero, e sono, la risultante di quella realtà che si chiama Sardegna, e quindi ad essa strettamente correlato e dipendente. E così pure che io avevo, e ho, la stessa identità di quella gente che è la Gente sarda, nella quale non potevo e non posso non riconoscermi - poiché il mio destino, nel bene e nel male, è tutt'uno con il suo.
In quanto sardo, la mia lingua madre è il sardo. Posso dire, oggi che la mia vita è al tramonto, che il sardo è veramente e concretamente la mia “lingua madre”. Perché mi rendo, conto rileggendo e correggendo questi miei “Contus e contixeddus”, che la maggior parte dei vocaboli e in specie i modi di dire sono ripresi dalla parlata oristanese di mia madre - della quale mi fido come fonte ancor più che del Porru e, certamente, ancor più che del Wagner. La lingua che mia madre parlava all’interno della sua famiglia, del suo parentado, della sua comunità.
Mi rendo conto che come “facitore di libri in lingua italiana”, ma già ancora prima, e in misura maggiore, nei banchi di scuola, il mio italiano, il mio modo di esprimermi in italiano, ha subìto una profonda influenza e profonde modificazioni da parte della mia lingua d'origine. In parole semplici, il mio italiano è una traduzione dal sardo, magari personale e caratterizzato, e forse anche brillante, ma pur sempre una traduzione dal sardo. Questa affermazione la si prenda, se si vuole, come una mia solenne abiura della lingua e della cultura italiana.
Tutto questo non significa che un uomo non possa pensare, parlare e scrivere in tante lingue. C'è un bellissimo proverbio ungherese che suona: “Tante lingue tu parli, tanti uomini tu sei”. Per quel che io voglio dire, significa che l'impronta della lingua madre - in tutti i suoi aspetti sintattici, logici, espressivi e perfino nella sua musicalità - è presente e appare in ogni altra successiva lingua che si impara a parlare e a scrivere, anche correttamente.

Intanto, va ricordato che per noi sardi quando andiamo a scuola - che lo si voglia o no è la scuola di un “paese” straniero, di cui la Sardegna fa parte per ragioni storiche, politiche ed economiche - imparare a parlare italiano è come imparare a parlare una lingua straniera. Diciamolo pure: a scuola si impone ai nostri bambini l'uso dell'italiano, lingua straniera obbligatoria - come un tempo il russo nei paesi dell'Est europeo e oggi l'inglese nei paesi satelliti degli Yankee. Una lingua straniera che si sovrappone alla lingua madre, limitandola e sclerotizzandola: una lingua, questa, che pure era e restava l'unica che esprimesse e potesse esprimere compiutamente la propria realtà.
Questo, per la verità accadeva un tempo, anche assai recente. Ora, accade il contrario: la lingua sarda diventa sempre più, anche per i ragazzi sardi della provincia, una “lingua straniera”…
Nelle scuole ho insegnato per tanti anni italiano; mentre i miei scolari mi insegnavano il sardo, che essi conoscevano e parlavano, ovviamente, meglio di me. E io che insegnavo ai fanciulli, nel loro paese, la presunzione di una cultura straniera, verso cui essi erano sollecitati con il miraggio di diventare "migliori", io imparavo da loro, umili paesani, il mestiere della vita - che coincide con l'amore stesso della vita, amore di sé e del prossimo - nell’unica realtà vivibile,.quella di cui eravamo parte…

Tempo fa, a Camogli, sulla Riviera Ligure, sono stati affondati alcuni cassoni per favorire in essi l'insediamento di pesci e molluschi, nel tentativo di ricostituire un patrimonio ittico dissennatamente sperperato e distrutto. Altrove - pare - sono state utilizzate allo stesso scopo carcasse di auto (patrimonio abbondante in questa civiltà), con risultati non del tutto soddisfacenti. La stessa fonte informa che a Camogli, in occasione dell'affondamento dei cassoni ecologici, è stato commemorato l'ideatore del sistema, un ingegnere del luogo del quale, ovviamente, mi sfugge il nome.
Il fatto di cronaca - che potrebbe a prima vista apparire uno dei tanti ingredienti folcloristici di cui sono infarciti stampa e telegiornali quando manca la cronaca nera - mi ha riportato indietro nel tempo, ai miei primi anni di insegnamento nelle scuole di Cabras, ai miei primi contatti con il mondo e con la cultura dei pescatori degli stagni. Alle lezioni astratte che io davo ai miei scolari per il buon uso di una lingua per loro straniera o su fatti storici che avulsi dalla loro realtà avevano il sapore di favola, si alternavano le lezioni pratiche che i miei scolari mi davano sulla tecnica di pesca nelle loro lagune.
Una di queste tecniche, tra le più rudimentali usate dai fanciulli, era l'immersione di barattoli o di altri oggetti cavi che andavano a depositarsi sul fondo melmoso, diventando in breve tempo dimora di pesci e di molluschi. A tempo debito, barattoli e simili venivano rimossi e il più delle volte vi si trovava rintanata qualche preda, che arrotondava il magro pasto familiare. Entrando nei particolari, i miei scolari-docenti mi riferivano che per prendere le anguille con quel metodo, e in tempi brevi, andava benissimo un corno di bue, possibilmente fresco: ve ne era abbondanza nelle rive degli stagni, in quanto lì, da decenni o da secoli, venivano buttati i residui di macellazione.

Ora mi chiedo - e la domanda è veramente rettorica - se l'ingegnere di cui, a ragione, mi sfugge il nome, abbia anche brevettato il popolare sistema del barattolo, verniciandolo di quella scientificità necessaria a dare lustro e denaro allo scopritore, necessaria alla utilizzazione del ritrovato su larga scala, necessaria infine a rendere lauti profitti all'imprenditore che vi investirà i capitali.
La scientificità di tradurre l'essere in avere, cioè di mercificare e capitalizzare non soltanto i ritrovati dell'ingegno umano ma le esigenze e i sentimenti che ne costituiscono l'essenza, è una scientificità di cui il popolo è totalmente privo - secondo lo stesso giudizio dei ceti colti.
Al contrario, il popolo ha una propria scientificità. Senza teorizzarla, vivendola nella pratica, intende scienza come conoscenza di sé e della realtà del mondo in cui vive, e utilizza la tecnica per la sopravvivenza e la realizzazione dell'essere.
Se ritorno con gli occhi della mente al tempo della mia fanciullezza è lì che ritrovo la mia vocazione allo scrivere, al raccontare, al testimoniare. Che è tutt'una cosa con l'esigenza profonda di dare voce e corpo alla gente di allora e al mondo in cui viveva.
Il mondo schiettamente contadino dell'Oristanese - che a momenti abbandonava la zappa per tentare l'avventura nelle acque degli stagni prima e poi del golfo - era quello da cui traevo le origini, ed era molto diverso dal mio di cittadino borghese, destinato agli studi. Tuttavia, mi sentivo attratto da quel mondo che mi piaceva e mi soddisfaceva assai più del mio, tanto da desiderare di farvi parte. Era quello un mondo con il quale mantenevo frequenti contatti per motivi di interesse familiare, che visitavo specialmente in occasione di feste e sagre, di matrimoni e funerali.
Oggi io sento e so - e non soltanto per averne tratto le mie origini - di appartenere a quel mondo, di essere espressione di quel mondo. Mi rendo conto, oggi, che il mio modo di essere, di credere, di amare, di pensare è quello della mia Gente.
Le immagini più vive e più care della mia fanciullezza appartengono a momenti di feste paesane, che erano sempre occasione di vita collettiva, e a momenti certo più intimi e forse più intensi di vita domestica.
I preparativi della festa sono immagini di donne e bambini che ritagliano bandierine di carta colorata, con cui poi gli uomini e i ragazzi pavesano il cielo delle strade; immagini di rami di alloro che adornano i muri delle case e di copriletti e tappeti e arazzi che si affacciano ai davanzali delle finestre; e di donne chiesastiche e fanciulle che spargono sui selciati foglie e petali e rametti odorosi di menta, di timo, di rose, di gerani, di garofani; e di uomini che nel piazzale di chiesa si danno da fare per l'allestimento della legna del gran falò... Per alcuni giorni tutti gli uomini validi hanno portato il loro contributo di legna, di fascine, di ramaglie, di tronchi, chi con il carro e chi a spalle...
E la festa sono immagini de paradas, di tavoli che offrono leccornie e ristoro, lungo le strade che portano al luogo della festa, di solito il piazzale antistante la chiesa del Santo che si celebra; e il sacerdote o un vecchio de su gremiu, del comitato, che compie il rito dell'accensione de su fogadoni, del falò, sulle cui fiamme votivamente passeranno indenni su mani paterne i bimbi della comunità, e di giovani promessi sposi che salteranno in coppia, bene augurando; e di donne che sulle braci arrostiranno i tradizionali cibi dei giorni solenni: anguille e muggini, agnello e porchetto; e di donne di ogni età nel costume tradizionale, che consente di far conoscere il paese da cui esse provengono, e di bambini che girano tra i tavoli con il pugno stretto sulla moneta avuta in dono, alla ricerca di un giocattolino di latta; e al tramonto l'immagine della gente tutta raccolta al suono allegro ma composto, quasi ieratico, di una armonica, intorno alla quale si forma un cerchio danzante, su ballu tundu...
E dopo la festa, le immagini malinconiche del piazzale deserto e scomposto, nell'aria grigia gelida del mattino che viene, la tristezza del ritorno al quotidiano, all'usuale, al lavoro di tutti i giorni.

Racconti e novelle di questo libro, scritti in lingua sarda campidanese, nell'intenzione dell'autore, testimoniano non soltanto la realtà di un mondo oppresso e di una cultura sommersa, ma anche il suo bisogno e la sua ansia di riscatto civile e di liberazione.
Poiché il passaggio dalla fase orale a quella scritta è un momento importante e necessario della lingua sarda che cresce, non resta altro da fare che metterci a scrivere e a proporci, come prima oralmente nelle "gare poetiche" e nelle canzonis dei cantori girovaghi, raccontando ora nei libri alla Gente nostra. Scrivendo impareremo a scrivere, così come parlando abbiamo imparato a parlare. E' facendo, infatti, che si impara a fare.




 

Parti prima - Parte prima
Is contus - I racconti

1 - SA VIDA MIA

Deu fia sa prima filla. Babai, pastori de pagu brebeis e cun su madau attesu de bidda, 'nci 'essiat dognia mengianu a chizzi, prima de orbesciri, po donai su cambiu a su serbidori, chi hiat billau totu sa notti. Fiat de pagu saludi, Babai, e aici debili chi tenìat bisongiu de mei po ddi portai su giaccu e sa bertula.
'Oliat unu fillu mascu a sa prima gravidanza de Mammai e... fia nascia deu, femina - ma coment' 'e mascu mi trattàt. Giai a ses annus, ddi andà avatu coment’ ‘e unu cazzeddu. Arribada a s'accorru, in su madau, portà is angionis a pasci’. Ddus conoscìa totus a unu a unu, e candu calincunu si 'ndi stesiàt, scia cali fiat.
Happu imparau a contai a sola, e 'nci passà su tempus contendi dis, cidas, mesis e annus. Aici hia imparau a regordai is dis de dognia festa. Insandus, contà cantu dis ci bolìant po Santa Maria, sa Festa Manna de bidda. Po cussa dì m'hiant promittiu sa prima pariga de crapittas.
Una dì, faendi custus contus, mi fia dormida accozzada a una perda lisa callentada de su soli, e is angionis fiant intraus in una terra de trigu. Cussa dì dd'happu a regordai finas a candu campu: su bintinoi de maju, Santu Massiminu. Babai no m'hiat attrippau, m'hiat sceti castiau, ma cun d'unu modu aici airosu chi mai prus mi fia lassada pigai de su sonnu.
Is messajus chi passànt accanta de su madau mi dimandànt: "E babbu tuu, a undi est?" E deu dd'his arrespondia: "E no ddu bieis chi est innoi, accanta mia, pausendi?" Ma no fiat beru. Ponìa sterriu su saccu nieddu cun una fascina e una perda asutta, po finta, a bortas calincunu no si fessit bofiu profittai de una picciocchedda sola.
Una borta, andendi a sa mitza no meda attesu de s'accorru, hia imbrunchinau in una rescina de moddizzi, fia arrutta e hia arrogau su brocchittu. Dissperada, fia torrada a su madau, totu agitada; e Babai, chi fiat mullendi is brebeis, mi 'nci hiat stesiau de malu modu, po no ddis attaccai su nervosu. Pustis, m'hiat mandau a 'ndi regolliri su fundu de su brocchittu segau chi, po bona sorti, fiat abarrau interu, e mi dd'hiat fattu acciungiri a is aterus testevillus, chi fiant beni postus a innantis de sa domu. In is testevillus buffànt is canis, e dognia dì depìa cambiai s'aqua.
Candu mi fiat fatta prus matuchedda, Babai hiat cumenzau a mi mandai a bidda cun sa làtta. Andà de domu in domu e bendìa su latti a misuras. Dognia misura costàt tres rialis, e finiu su giru is contus depìant torrai a marolla.
Mammai fiat una santa. No fiat mai bessia de domu, sceti su dominigu, e is ateras festas cumandadas, po andai a Miss' 'e Prima. Fiat minuda, grassitedda, bianca e naràt sempiri "sì". Babai dda portàt in su palmu de sa manu. Is fillas depìiant traballai in su saltu po si fai sa roba e pustis in domu, ca Mammai no si depìat fadiai. A mericeddu si sezzìat in s'oru 'e s' 'enna, a facci a sa ruga, po biri sa genti chi passàt; si ponìat a manus in cou, e de asutta 'e sa gunnedda 'ndi ddi bessìant is peis, nidus nidus. Si ddus castìa cun invidia: is peis mius fiant nieddus e arrungiosus, cun is carronis zaccaus.
Mi 'ndi chescìa, in s'jerru, poita is zaccaduras de is peis mi increscìant. Babai insandus mi ddus faiat lungiri cun ollu de seu callenti, de cussu chi serbìat po ddi lungiri is crapittas. Una borta chi fiat fattu, 'ndi lungìa puru is zaccaduras de is manus e de is bruzzus. Mi faiat meda profettu e mi salvàt de sa cilixia e de su bentu fridu. Ateru chi is porcherias chi bèndint oi... cussa fiat una mexina bona.
A mei, no m'hiant mandau a iscola, poita depìa fai su mascu de domu e aggiudai a Babai; ma una de is sorris mias, sa segunda, issa sì, fiat stada mandada. Fiat marria e debiledda e totu "ohi-ohi" chi no faiat ni mancu a ddi sanzinai unu didu. In domu, 'nci 'olìat puru una filla chi sciessit fai is contus cun pinna e paperi, e si comenti sa cosa parrìat importanti meda, candu Babai bendìat sa lana o su casu a su cavallanti, e issa, sorri mia, faiat is contus a pinna, dd'arregalàt calincunu soddu. Is contus, deu ddus scia fai a menti prima e mellus de issa, e una borta hia murrungiau po su dinai. Po castigu, m'hiat mandau a fai is comissionis e a portai s'aqua de sa mizza a zia Antioga. Aici - m'hiat nau - una pariga de soddus mi ddus hia pozzius guadangiai deu puru, cun is brazzus bistu chi no scia ni liggi' ni scriri.
Zia Antioga, sa sorri de Babai, fiat viuda e tenìat unu biaxi de fillus, totus mascus. Fiant ammiraus de totus, ca portant sa camisa sempiri bianca coment' 'e sa nì. Zia Antioga no stiràt mai a ferru sa biancheria. Su ferru spàcciat sa roba e dda fai groga. Issa, sa roba, dda spraxìat totu beni posta, e dd'allisàt una pariga de bortas cun is manus, candu fiat finendi de asciuttai. Pinnicàt tialla e pannixeddus a duas e a quattru pilladas, no trottus, ma aici beni assentaus chi pariant giustu giustu bessius de buttega; e ddus arregolìat e ponìat in su logu insoru, in su cumou, cun sa mela tidongia, ca dònat fragu bellu a sa roba.
Mi 'olìat beni, zia Antioga; e mi bantàt puru, ca pappà su pani mannu - comenti Babai m'hiat abituau a fai - poita sceti is hominis mannus chi traballant depint pappai su pani biancu. Candu torrà de sa funtana, cun sa mariga de s'aqua frisca po is fillus, mi naràt: "Immoi munda s' 'omu, e aici ti ses menescia sa fitta de su pani... Ajaju, candu pappàt sen’ ‘e hai fattu su traballu suu, naràt: - Maladittu mi siat su pani chi happu pappau!... - Si puru no fiat pozziu andai a su saltu, po culpa de su temporali. Mira, filla mia, ch' in sa vida toccat sempiri a traballai e toccat ascurtai is beccius, chi 'ndi scint prus de nosu." E deu mundà sa domu, po mi guadangiai sa fitta de su pani.
Zia Antioga de mei 'ndi chistionàt beni e mi nomenàt sempiri, ca deu traballà sen' 'e imboddicus. S'accostanti chi tenìat de aggiudu po fai su pani, si 'ndi faiat beffas de mei. Candu dda lassàt sola, imboddicàt sa pasta in su pannixeddu, si sezzìat e mi naràt: "E guai a tui chi si ddu naras!" Deu abarrà citida, si puru mi faessit feli, e mi hiat a essiri praxu chi zia Antioga si 'ndi fessit accattada. Una notti chi fia pensendinci, fiat intrada zia Antioga, e dd'hiat agattada dormìa, cun sa conca accozzada a sa mesa de su pani. Zia Antioga si fiat arrennegada cun mei puru, ca no dd'hia avvisada e m'hiat nau chi no si fidàt prus de mei. Custu mi fiat disprasciu meda.
Mammai hiat tentu ateras tres fillas feminas pustis de mei, tot' 'e is tres delicadas, fiant totu "no mi toccheis ca mi cagu". E insaras, faia totu deu, e issas m'aggiudànt in is traballus liggerus. No happu mai cumprendiu poita Babai tenessit tantu respettu po Mammai. Dda portàt in su palmu de sa manu, coment' 'e una santa appizzus de su cumou, timendi de dda spacciai. Mentras deu mi boccìa de traballu. Andà cun su saccu de su trigu a ddu molli’, a duas oras de caminu; andà a s'arriu a sciaquai sa roba... Doxi annus tenìa, sa prima 'orta chi happu cumenzau a sciaquai sa roba. Totu una dì, ci 'olìat po sciaquai, poniri sa roba a buddiri in su craddaxu de sa lissia, dda torrai a sciaquai, e a urtimu a dda spraxi.
A su merì, pustis de hai fattu totu, mi sezzia in sa muredda de s' 'omu a fai arranda cun is cumpangias de bixinau, e deu fia sa prus lesta. Si Babai fiat bessiu a Plazza de Cresia, candu approvìat is amigas mias ddu biant de attesu e narànt: "Babbu tuu est torrendi" e si fuìant a domu insoru. Deu puru, insaras, intrà, serrà s'enna e ponìa a fai sa cena.
Is dis chi fia libera de is fainas mannas de domu, andà a serbiri in domu de duas zias, a sciaquai s'arroba e a fai su pani. Cumenzaiaus a fai su pani a is tres de merì e finiaus a is setti de mengianu. S'arrogu de pasta chi ciuergìa deu, fiat sempiri prus biancu de su chi ciuergìant is ateras - e no est chi s'arrogu miu s'attachessit a sa mesa, si puru po ddu arribà 'nci depìa arziai asuba de una cascitta de saboni, ca fia bascitedda. Una de is zias mias mi faiat sciaquai is manus prima de cumenzai - sceti aqua, però, sen' 'e saboni, po no lassai sabori malu a su pani. "Mellus sapori de fumu chi de saboni", naràt.
E aici, cun is pagas chi guadangià in su logu e in s'ateru, a dox’ annus mi podìa comporai cussu pagu de bestimentu chi mi serbìat; e in prus, arreguà dinai po su furnimentu de isposa. No spendìa mancu po una spilla, chi no fessit po unu bisongiu mannu. Finzas su dinai chi mi regalànt po sa festa de Santa Maria, dd'arreguà de un'annu a s'ateru.
Su dominigu andà a Cresia, comenti depit fai dognia cristianu. Ma no mi fui bofida mai iscriri a cali chi fessit associazioni. A dda nai clara, is Fillas de Maria, po chi essint portau su froccu asulu, fiant is prus bagassas… Finzas in sa processioni, in logu de si poniri avatu de su Santu - rispettu bellu ddi portànt! - si ponìant a innantis, in fila a una a una, po si fai biri mellus, pibirudas! Deu, in sa processioni, mi ponìa cun is feminas mannas, a urtimas, e no mi bidìat nisciunu in mesu 'e totu sa genti. E candu andànt a cunfessai, cussas!... Deu gei no ddu sciu ita totu hiant a teniri de contai a su poberu predi, tres oras ficchias in su cunfessionali. Seberànt sempiri su predi prus giovunu, ca narànt chi portàt origa fini e nasu bonu, mentras su predi becciu fiat unu pagheddu surdu e toccàt a zerriai e s'intendìat de attesu. Ma su becciu fiat bellu arrubiu e biazzu, mentras su giovunu fiat grogu che cera. Sfidu deu! cun su fragu de allu de cussas, appena arziadas! e faiant perdiri tempus a calincuna mamma de familia, chi tenìat pressi, e stancada chi si fessit de abettai, finìat po si 'ndi torrai a domu sceti cun sa missa.

E arrìbat sa Gherra de su quindixi-dexiottu. Medas fiant partius e pagus fiant torraus. Totus is piccioccas de s'edadi mia, arricìant litteras de su fronti e 'ndi scrìant. Mi pigànt in giru, narendimì: "Chi ‘olis chi ti scriat a tui, pastora, aici pitichedda: marranu chi no tenis nimancu cattodix’ annus!"
Deu 'ndi tenìa dexiottu, e fia prus giudiziosa de issas. Calincuna, intra una littera e s'atera de su sposu, hiat arriciu puru calincunu ateru regalu; e sa genti naràt chi no fiat nemancu fillu de sordau mortu in Gherra, ma de calincunu imboscau - tanti gei si scit chi is mortus no podint scoviai.
Zia Chedenia mi du naràt sempiri: "Tui lassaddas cantai cussas pibirudas sene sentidu: abarra innui ti dexit abarrai: sa scova si pigat in su furrungoni, no s'agatat in mesu de sa domu."
Zia Chedenia fiat sorresta de Mammai e fiat bona che unu arrogu de pani; a su contrariu, su pobiddu fiat un'homini aresti e de pagus fueddus; po pappai si sezzìat in sa mesa de s'apposentu bonu, a solu, e pappàt in d’unu prattu zivili. Zia Chedenia, in veci, pappàt cun is fillus, cun su serbidori e cun mei, candu ‘nci fia, in coxina, direttamenti de sa pingiada, accant’ ‘e sa forredda. A su pobiddu coxinàt pezza e mugheddu arrustiu; nosu pappaiaus simbula fritta, e calincuna borta, e fiat festa manna, fregula incasada. Mi 'olìat beni, a mei, mi apprezìat. Naràt chi fia "procu de poburu", chi pappà de totu sen’ ‘e murrungiai. M'hiat imparau cosas medas, a filai e a tessiri. Mammai, santa finzas a cantu si 'olit, no sciat fai nudda. Totu su chi sciu, dd'happu imparau de zia Chedenia. Finzas is Brebus, chi si narant candu si preparat su fermentu po fai su pani. Toccat a ddus arresai, is Brebus, faendi is gruxis a scurìu, sen’ ‘e chi nemus pozzat intendiri. M'hiat contau de una serbidora chi issa hiat tentu, chi is Brebus no ddus arresada beni, poita no ci creìat, e insandus ddi benìat s'Ennenigu chi dda strobàt e ddi scudìat in facci su pannixeddu, dognia borta chi si ponìat a fai su pani. "Tòccat a 'nci crei a is Animas bonas", mi naràt cunsillendimì, "poita a nosu s'aggiudant e si castiant in dognia faina chi faeus."
A domu de zia Chedenia, ddui benìat zia Grazia, chi scìat medas Brebus: cussus de su malifattu e cussus de s'ogu liau. Una borta chi zia Grazia fiat malàdia meda, e dd'hiant sterria in sa stoja accanta de su fogu, in d’unu momentu chi fiat sola, m'hiat zerriau e m'hiat fattu imparai is Brebus contras a s'ogu liau. Tìmìat de si morri, innantis de ddus hai lassaus a una giovuna chi essit stimau.
No ddu credìat nisciunu chi deu scìa is Brebus, poita fia troppu giovunedda; ma candu ddus hia naus po una amiga mia, malàdia de un homini chi dd'hiat fattu ogu malu, e fiat sanada, insaras gei 'nci hiant crediu, sì! Mi ddus dimandànt sempiri, po calincunu porcu e po pillonedda de razza, chi si maladiànt de s'ogu liau; e deu ddis narà is Brebus, faendi s'Aqua de patena. Mai hia dimandau dinai, poita zia Grazia m'hiat cumandau de fai aici.
Finida sa Gherra, hiant torrau a oberriri is ballus de Carnovali. Mi prascìa meda, andai a ballai. Ddui andà accumpangiada de fradili miu - fradi miu, mascu solu in mesu de ses feminas, fiat troppu piticu po podiri castiai is sorris -. Babai naràt chi no bisongiàt regalai tempus a su divertimentu; insaras, candu torrà de is ballus, in veci de mi corcai, pigà sa marra e andà a su saltu a mi fai sa giorronada. Fia giai manna e mi serbìat sa roba po mi cojai. Dinai sen' 'e traballu no mi 'ndi donàt nemus; e, in prus, is pagas fiant bascias e is cosas fiant caras.
Babai si naràt: "Toccat a 'osateras a traballai su nostu, in domu e in su saltu; toccat a tirai su carru totus in pari. Deu dinai no si 'ndi donu, si donu a pappai sa dì chi 'nci seis. Fattu chi heis su nostu, andai puru a traballai cun chini boleis, aici podeis guadangiai e arregolliri. Seis medas e po no fai fillas e fillastas, no donu tres rialis a nisciuna. Guadangiaisiddu 'osateras su furnimentu... e no faeimì fai figura mala cun chini s'hat a pigai a isposa".
E aici, hia cumenzau a mi cumporai unu pagheddu de arroba de 'omu. Po risparmiai, cosìa deu 'e totu is orus, candu agatà un'arrogu de tempus po ddu fai. Deu no scìa ricamai beni. Una de is sorris mias fiat brava meda a cosiri, e po mi fai ricamai unu lenzoru bonu, dd'hia depiu donai sa tela po si 'ndi fai unu paris. Po mi bestiri gei spendìa pagu 'e nudda: sa blusa e sa gunnedda de su dominigu ddas tenìa ott'annus; is crapittas mi ddas hia cumporadas prima de sa Gherra e fiant ancora noas: ddas ponìa sceti po andai a Cresia.
Babai no ddu andàt mai a Cresia, si puru fessit devotu meda. No cumenzàt mai unu traballu senza de si fai sa gruxi. Dognia mengianu, candu ponìat su callu in su latti po fai su casu, ddi faiat sa gruxi asuba, e aici asuba de su pani a innantis de ddu inghizzai. Si inquietàt meda si calincunu affittàt su pani pighendiddu a su revesciu; e nosu fillas, si puru fessis mannas, no s'attreviaus mai de ddu fai, po timorìa de sballiai. Is civraxas, o ladas o follitas o costeddas chi siant, àndant pappadas in sa dì chi si faint, e Babai no bolìat mai chi si seghessint a gorteddu, poita - naràt issu - aici dolant is palas de chini ddas hiat spongiadas. Ddi fia reconoscenti po cussus fueddus, poita su pani ddu faia casi sempiri deu.
"Chini no si cuntentat de su pagu suu, ddi benit a disgiu s'allenu", naràt sempiri po m'imparai a resparmiai in dognia cosa. "Chi 'nc' est sa pampa de sa forredda, studa sa candela...” “Su fogu, coberriddu cun su cinixu callenti, aici sa braxi abbarrat finzas a cras." E ge' m'est serbiu, su hai imparau a risparmiai, a no allonghiai mai is peis prus de cantu no siat longu su lenzoru. Insaras no fiat coment' 'e oi: mi fait feli, candu biu genti chi no portat mudandas asutt' 'e cu' scavuendinci su dinai in petiterias. "Mai depit mancai su chi abbisongiat; ma no abbisongiat su chi est in prus", naràt Babai; e deu mi seu sempiri cunformada.

Sa messadura, sa treuladura e s'incungia fiant is tempus prus fadigosus de totu s'annu, ma puru is prus bellus, po chi bolìat guadangiai e arreguai. Giai a Beranu, mi circà unu meri messaju po fai s'ispigadora. Po podiri andai a boddiri spiga, toccàt innantis andai a tirai fà e aggiudai a dda treulai, a dda carrigai e scarrigai e a dd'arregolliri in su sobariu.
Pustis de sa fà, cumenzàt sa messadura de su trigu, e nosu spigadoras depiaus essiri prontas avatu de is messadoris, po 'nd' arregolliri is spigas no messadas o arrutas a terra. Abarriaus in su saltu po totu su tempus de sa messadura, ca is terras fiant attesu de bidda e is mellus oras po ispigai fiant a mengianu chizzi, a s'orbexida, e a mericeddu, a scurigadroxu, candu sa stua no fiat arrida e no feriat cambas e brazzus. Depiaus serbiri is messadoris; candu tenìant sidi, toccat a ddis apporriri s'aqua de is brocchittus, accanta o attesu chi fessint. Candu hiant finiu de messai una terra, dda depiaus lassai nosu puru, siat chi essis finiu o no de dda spigai, po essiri sempiri accanta e prontas a ddus aggiudai in su bisongiu.
Portaiaus unu saccu accappiau a chinzu, po 'nci poniri is ispigas sen' 'e cambu - cussas a cambu si faiant a manigas. Deu fia sempiri prus lesta de is ateras; in is annadas bonas, arrennexia a regolliri finzas a quindixi mois. Sceti un annu mi fia agattada trubada, po hai fattu soccida cun ateras duas. Candu mi fia accattada chi si tirànt agou (tanti depiaus pustis dividiri totu in partis egalis) mi fia rennegada meda. Oramai s'accordiu fiat fattu; e po s'annu is cosas fiant andadas aici. Ma de cussa borta hia fattu sempiri po contu miu: mai a si fidai de fai comunella.
Arregollìa sempiri a su mancu duus mois prus de is ateras; e fiant fangiosas e narànt chi deu fia de pungiu siddiu. Candu is ateras ispigadoras pausànt, deu a pagu a pagu, citia citia, mi 'ndi stesià po andai a ispigai in calincuna terra lassada sen' 'e finì, inveci de m'abarrai bagassendi cun is messadoris... Mancai propriu cun is messadoris no si ponìant, ma cun is meris sì, po aumentai su guadangiu e su fornimentu. ‘Nci fiat ziu Remundicu chi pustis de s'incungia si ddas portàt puru a mari, is ispigadoras, ispecialmenti candu tenìat sa mulleri pringia, e cabàt in s'or' 'e mari a fai su bagnu impari cun duas de cussas bagassas.
Finiu de messai, si faiat una cena de maccarronis; s'in cras is messadoris torrànt a bidda insoru o puru torrànt a cumenzai cun d’un ateru meri.
Pustis, benìat sa treuladura. Su chi hia spigau, mi ddu treulà po contu miu: s'affittu de is bois o de su cuaddu ddu pagà in traballu. Appenas treulau, toccat a bentulai. Ma su bentu no sempiri ‘nci fiat. Calincuna borta s'aspettat dis e dis. Medas ispigadoras s'abarrànt sterrias in s'umbra; mentras deu agatà sempiri calincuna atera spiga de arregolliri, candu 'ndi hia fattu una bella maniga, dda portà a domu e da pistà cun su mallu.
Candu su trigu fiat totu pulliu e ammuntonau, si prenìant is saccus. Insaras cumenzànt is brullas; is messadoris spingìant is feminas asuba de su muntoni de su trigu e si 'ndi faiant beffas - ma a mei cussas brullas no mi prascìant. Is hominis carrigànt is saccus asuba de is carrus e ddus portànt a bidda. Nosu ispigadoras andaiaus avatu, cantendi, o puru si portàt su meri in carrozzinu.
In domu de su meri, sa meri hiat fattu sa cena de maccarronis e dd'approntàt in su mentris chi nosu fiaus scarrighendi su lori. Candu is saccus fiant meda prenus, si 'ndi sbuidànt a intru de is crobis; si ddas poniaus asuba de sa conca e curriaus finzas a su sobariu. Candu is saccus fiant liggeris ddus portànt a susu is hominis. Innì puru, in su sobariu, faiant brullas: acciappànt una spigadrixi, dda spingìant in su muntoni e da coberrìant de trigu. Sa meri murrungiàt ca ddi spanìant totu su muntoni finzas asutta de su lettu, e fattu fattu currìat a castiai candu su merixeddu arzìat pustis de una spigadora e no 'ndi cabànt prus.

Tenìa bintiduus annus, s’ 'orta chi fia andada a spigai cun d’unu messaju riccu, e po sa prima borta no mi fiat parenti; finzas a insaras, Babai, cun d’una scusa o cun s'atera, m'hiat mandau sempiri cun zius.
Su merixeddu fiat prus piticu de mei de unu annu, ma parrìat prus becciu. No renescìat a pronunciai sa essi, ca chistionàt a lingua durci. Ddi staìat beni, però, custu defettu, ddu faiat prus simpaticu. Fiat sempiri allirgu coment' 'e unu cardalinu, beffianu e carignosu cun mei. Po totu s'istadi hia tentu modu de mi 'ndi accattai de comenti mi castìat e mi chistionàt; e deu 'ndi fia meda cuntenta. Po sa prima borta in vida mia, hia traballau prexada a totu dì e brullà deu puru in pari cun is ateras. Fia diventada un'atera. Unu tempus aici no dd'happu tentu mai prus...
Is cumpangias mias fiant gelosas, biendi chi praxìa a su merixeddu e chi mi fastigìat. Mi faiant beffas, narendi chi deu fia prus mascu chi femina, chi mi fia ponendi in conca machioris e chi issu fiat pighendimì in giru.
Sa bosci fiat arribada luegu a origas de Babai. Mi hiat zerriau e nau: "Cussu piccioccu no andat beni po sa familia nostra. Issus sunt messajus e nosu pastoris. Tui has a essiri una bona pobidda po unu pastori, no po unu messaju. In prus, issu est prus piticu de tui de unu annu e est meda puddeccu. Bogadindeddu de conca."
Custus fueddus no si podiànt mancu sanziai e po mei fiat torrada sa tristura.

A forza de sacrifizius, su tallu de is brebeis si fiat ammanniau e aici puru is terras po pasciri e is terrixeddas po su trigu de domu. S'unicu fillu mascu - su caganius - fiat faendisì mannu e po Babai issu fiat totu sa sienda sua. Fiat tot'issu, accudiu che Santu in Cresia. Totu ddi fiat dèpiu; e cali chi fessit cosa dimandada, toccàt a 'ndi cabai sa conca e a dda fai. E mancu mali chi fiat pagu ariosu e de coru bonu.
Nosu fillas, no contaiaus nudda. Nosu si depiaus cojai e basta. Deu fia sa prus manna e is sorris mi poniant pressi, ca toccàt a mei po prima a mi cojai, comenti bolìat sa costumanza. Babai naràt: "Si no ti cojas tui, candu s'hant a cojai sorris tuas? S'hant a pensai chi pretendeis troppu, si no cumenzas tui. Ti depis decidiri, sen' 'e frungiri su bruncu". Deu, gana de agatai sposu e de mi poniri a fastigiai, no est chi 'ndi 'essi tentu meda... Gei mi happ' essiri bofida cojai, tempus prima, cun chi ‘olìa deu...

Accanta de su madau nostu, ci fiat unu mori chi arribàt finzas a sa domu de saltu de unu massaju, chi narànt fessit arricu meda. Passàt, issu, ariosu, sezziu a cuaddu, e parrìat su meri de totu su chi biat a giru. Saludàt superbu, sen' 'e sanziai conca, a schina cirdina. Sorris mias conoscìant duus fillus suus. Unu de custus fiat appena torrau de sa Gherra - unu tipu de malagrazia, cun su berrettu cravau in fronti, 'ndi ddi bessiat a pena unu zunchiu, saludendi. Unu mengianu chi dd'hiant bistu passendi a cuaddu in su mori, sorris mias m'hiant zerriau. Fia curta e dd'hia bistu passendi; e a su saludu suu mi 'nci fiat scappau s'arrisu de cantu fiat comicu.
Sa dì e totu, a merì, in domu, pustis cenau, in su mentras chi fia faendi su strexu in s’ortu, Babai m'hiat zerriau in coxina. ‘Nci fiant bisìtas. A facci de Babai 'nci fiat sezziu un’homini chi no conoscia, e mi 'ndi fia spantada. Tot'in d'unu, Babai mi narat: "Chi est de 'osateras chi s'est posta a arriri, custu mengianu, candu est passau su fillu de Maccioni?". 'Nci hia cabau sa conca a terra, aspettendimì una bella sciaquada de conca. Hia respustu: "Seu stada deu. No ci dd'happu fatta a mi trattenniri... faiat troppu arriri". "Tuppadì sa bucca", m'hiat ammonestau a izzerrius Babai. "Tui, propriu tui has a essiri sa mulleri de su fillu de Maccioni! Hat nau chi bolit pigai a isposa cussa chi hat arrisiu. De su restu, andat beni aici: Tui ses sa prus manna e depis cumenzai tui; e infinis est unu bonu partidu. Depis essiri onorada, ca su fillu de Maccioni hat sceberau a tui, filla de pastori". E sen' 'e m'hai lassau nai mesu fueddu, Babai si fiat girau a su strangiu narendiddi: "Bai puru e nara a Maccioni chi filla mia, sa manna, est cuntenta e onorada de beniri a essiri sposa de su fillu Gesuinu; e naraddi puru chi poit beniri candu bolit, po fai is cosas comenti si depint".
Bessiu chi 'nci fiat su pavoninfu, deu mi fia permittia de nai: "Ma Babai, no ddi parrit chi heus pozziu chistionai de sa cosa, prima de ddi donai risposta?". Chi mi fessit oberta sa terra asutt' 'e peis e 'nci fessi sperrumada! M'hiat ghettau unu zerriu chi m'hiat fattu tremiri paris. Hiat nau: "Filla senza de sentidu! Depis nai grazias a dognia ora de sa dì po sa bona sorti chi has tentu. No ddu scis tui, comenti istant beni is Maccionis? Su babbu girat sempiri a cuaddu coment' 'e unu Marchesu - pensamentus no 'ndi tenit de seguru. Su fillu chi t'ha dimandau est prus mannu de tui de quattr'annus e andat mellus de cussu nebodazzu piccioccheddu chi ti fiast posta in conca. Custu est unu piccioccu seriu e i est faendisì una bella domu. Prus a prestu, castia de traballai e arregolliri, po no mi fai fai brutta figura cun sa roba de su furnimentu".
E aici mi fia agatada fastigendi cun d’unu sposu chi no conoscìa, chi no 'olìa, chi no mi prascìat. Ma depìa fai facci bella a brulla mala. A pagu a pagu, mi fia abituada a ddu biri a su merì e a ddu 'ntendi chistionendi cun Babai - duus o tre fueddus in totu. Tenìat su fiziu de fumai e 'ndi allùiat una pustis de s'atera. Babai dd'hiat ammonestau e dd'hiat cumandau de dda fini' de fumai in domu nosta, ca nosu no fiaus genti sperdiziada. Issu hiat postu menti e fumàt prus pagu meda. Calincuna borta s'agatàt cenendi e pappàt cun nosu. A is primas, naràt chi hiat giai cenau e no 'ndi 'olìat; ma pustis, s'accostàt a sa mesa e pappàt famiu. Fiat stau in su fronti, in Gherra, ma no 'ndi chistionàt mai. Currìat boxi, in bidda, chi fessit de ideas socialistas. A is ogus de Babai, custu fiat unu defettu mannu, in mesu de totus is meritus chi ddi biat, ma no ddi donàt pesu, ca fiat fillu de Maccioni. E puru, dd'hiat ammonestau severu de no si permitti mai de chistionai de politiga in domu nosta, ca fiaus genti onesta.

Fia dissperada de comenti sa roba fiat aumentada de prezziu. Hia arreguau arriali appizzus de arriali, prima de sa Gherra. Immoi cussu dinai no balìat prus nudda: giorronnadas e giorronnadas de traballu, no mi comprànt mancu una tassa. Babai no hiat cambiau pensamentu, in sa chistioni de m'aggiudai: toccàt a m'arrangiai a sola. 'Olìa sighiri andai a giorronnada in su saltu, ma su piccioccu miu e Babai puru si fiant scandalisaus: "Ma candu mai, sa sposa de su fillu de Maccioni andai a fai sa serbidora?" Casu mai podìa donai una manu de aggiudu in domu de su sposu. E aici, candu tenìa tempus, andà a domu de sorga mia e mi prestà in centu modus. In dognia modu, sene guadangiai unu soddu.
Sorga mia tenìat fama de essiri una femina de coru bonu. Luegu mi ‘ndi fia acatada chi cussa nomea no fiat meritada. Fiat una femina furca, de cussas chi scint portai su Santu a Cresia. Fiat pitichedda e niedda. Si 'ndi pesàt chizzi, a s'orbescida, 'ndi scidàt su serbidori e ddu mandàt a 'ndi portai su cuaddu, chi sa notti pascìat in su cungiau foras de bidda, po chi fessit prontu seddau candu si 'ndi arzìat su pobiddu. Pustis, si ponìat a fai sa farra o ateras fainas, asi' asiu. Cali si siat cosa chi essit suççediu, no 'ndi ddi sanzìat pilu.
Sa chi cumandàt diaderu, in cuss' 'omu, fiat sa filla manna, bagadia, febosa, baffuda e cacabedda. Tempus avatu, a quaranta e prus annus, si fiat cojada, e fiat puru renescia a fai fillu, e totus si fiant dimandaus comenti essit pozziu fai su pobiddu.
Toccàt a curriri a s'ortu po 'ndi tirai s'erba, a portai marigas de aqua de funtana, a isciaquai totu sa roba, a fai sa lissia, a fai e a coiri su pani. Disponiàt issa de totu, sa bagadia baffuda, risparmiendi is forzas suas su prus chi podìat. Mi naràt: "Tui ses lesta meda e brava puru: accudis propriu a totu. Candu has finiu su chi ses faendi, fai cussu ateru!". E deu obbedia, si puru de mala gana, ca doveri miu fiat de essiri obbedienti e respettosa.
In cussu tempus hia conotu una connada, sa pobidda de su fradi mannu de su sposu miu. Una femina manna e grassa chi arriat a scracalius, sempiri imbaschia. Ateru no faiat chi sulai, sterria in coxina asuba de una stoja - su logu fiat totu ghettau a pari, pingiadas, platus, cuglieras e furchittas bruttas, cinixu, arrogalla de linna mesu bruxada e bruttori in s'ammattonau e musca, musca zumiendi in dognia logu, intrendi de s'enna de s'ortu, in pari cun su pudexori de su porcu, chi zunchìat a innantis de sa gecchixedda. Sa genti chi benìat a dda circai, femina o mascu chi fessit, fiat fatta intrai finzas a coxina, a innantis de sa stoja a undi issa fiat sterria, sen' 'e pudori, bistida o spollada chi fessit. Candu, a merì, su pobiddu torràt de su saltu, fadigau de traballu e ddi circàt sa cena, issa naràt: "Sa cena est in sa forredda, pappa tui ca deu no tengiu famini".
Unu merì ci fiat deu puru e hia assistiu a su fattu. Po arrespettu, hia arrefudau sa cena. Ma issu m'hiat nau: "Pappa tui, ca saccu sbuidu no abarrat strantaxu. Lassadda nai, a cussa: in totu sa dì s'est sazzada, po cussu immoi no tenit famini". Comenti hia scipiu tempus pustis, issu po podiri sciri totu su chi si pappada sa pobidda a de dì, prima de 'nci bessiri a su saltu contàt su pani e mesuràt is sogas de sartizzu.
S'unicu guadangiu chi hia fattu in cuss'annu fiat stau su trigu spigau a istentu in is pagus momentus de reposu chi m'abarrànt, traballendi in domu mia e in domu de sorga.
Luegu, mi fia acatada chi su sposu miu e sa familia sua no andànt tanti de accordiu. Una dì, sorga mia, m'hiat nau: "A tui sì chi ti boleus beni, ca ses brava e traballanti; ma a Gesuinu no, ca issu est mandroni e de pagu sabiori". Comenti podìant boliri beni a mei, chi fia una allena, una de foras, si no bolìant beni a issu, unu de sa razza insoru? De insaras, de candu sorga m'hiat nau cussus fueddus, no mi fia fidada prus, ni de issa, ni de is carignus suus, e no dda hia prus cretia. Issa e sa filla - sa bagadia baffuda, cussa chi pustis hiat pigau a isposu unu becciu - no ddas podìa prus suffriri.
Deu no creu meda a su chi mi faint biri. Deu no mi fidu mai de is bellus fueddus. No mi plaxit sa genti chi fait su bellu bellu ananti. E ni mancu is dottoris litteraus m'incantant. "Chi prus scit nudda scit!" Bella fatiga ddis est costau, a issus, su imparai! Scidaus a mengianu a caffelatti e portaus a iscola in su palmu de sa manu e sezzius in su bancu cun is cuscinus asutta 'e su culu. Si fessi pozzia andai deu puru a iscola, coment' 'e issus, si puru scurza e istracciulada, 'ndi hia a isciri coment' 'e issus, anzis de prus, ca deu tengiu una memoria tali chi m'arregordu dognia cosa. Ma issus, is sennoris, marranu chi no dd'hiant sciri fai totu su chi fazzu deu in una giorronnada de traballu!
Pustis de sa regorta, si fiat fatta sa coja. Is dis a innantis, no ddas auguru ni mancu a su peus nemigu. Fiat cosa de 'ndi bessiri maca, su pensamentu de renesciri a fai bastai su pagu dinai chi tenia, po comporai su chi mi bisongiàt. No podìa lassai senz’ ‘e comporai calincuna de is cosas chi no si 'ndi podìat fai de mancu, e mancai mi hat a essiri toccau a andai a dda pediri a sorga, chi bivìat accanta. Gei s' 'ndi hiat a essiri arrisia, a is palas mias, sa bagadia baffuda, si mi fessi dèpia ingenugai a issa, po ddi pediri calincuna cosa!
Sa domu fiat finia e totus 'ndi chistionànt. Sa genti maligna naràt: "Parrit unu cunventu! Gei 'nd' hat abarrai calincuna sbuida, de cambara". Chi fessit una domu manna gei fiat beru, ma no est chi is cambaras fessint medas. Su mali fiat chi deu no tenia dinai bastanti po ddas preni de roba.
Fia arribada finas a innui hia pozziu. Prangìa, biendi is pagus carrus cun sa roba mia, andendi a domu de su sposu, chi hiat a essiri stada, de innì a innantis, s' 'omu mia.
Is primas dis no mi 'nci podia biri. No dda intendia mia, cussa domu... una cosa aici dd'hia provada s' 'orta chi mi fia fatta una gunnedda de noi telus, a s'usanzia de cussus tempus: dognia borta chi dda ponia, mi dda intendia troppu manna e grai, e a urtimu mi fia pentida: cun cussa tela 'ndi happ' essiri pozziu fai duas, de gunneddas. E de fattu, tempus pustis, dd' hia sciusciada e 'nd' hia bogau duas, chi sunt durendimì e seu portendiddas ancora.
Una dì chi pobiddu miu fiat in su saltu, fiat bèniu a ddu circai su maistu de linna. Dd'hia nau: "E ita bolit de pobiddu miu?" E issu hiat respostu: "Lessit stai, candu ddu biu gei si ddu nau deu". Torrau chi fiat pobiddu miu, dd'hia nau: "Est beniu su maistu de linna a ti circai. Ita 'olit de tui?". E issu, unu pagu irau: "E cali bisongiu tenìat de beniri a mi circai a domu? Gei ddu sciat chi gei 'nci happ' essiri andau, a ddi fai su biaxi de linnamini, cun su carru, a Sanbistu. Si torrat, naraddi ca su regordu no d'happu ancora perdiu e deu su chi promittu, fazzu". E totu fiat finiu aici, e a cussa storia no 'nc' hia pensau prus.
Finas a candu, unu scantus dis a pustis, no fiat beniu su ferreri. Dd'hia bistu intrau a plazza, castiendisì a giru, comenti chi fessit circhendi calincuna cosa. Dd'hia prevèniu narendiddi: "No est chi siat circhendi pobiddu miu po si fai fai unu biaxi a Sanbistu?" Hiat nau issu: "Ma ita mai est nendimì? Biaxis a mei no mi 'ndi serbint. Fia sceti castiendi chi ci fiat su meri, ca ddi depu regordai un'incarrigu".
A su merì, dd' hia contau a pobiddu miu. Fiaus pappendi unu prattu de gentilla e su bucconi ddi fiat andau a traversu. A facci in terra, hiat murrungiau: "Gei andu deu a ddu chistionai. No ti 'ndi pighis pensamentu, tui". E pustis hiat nau: "Castia chi custu mericeddu happu cumbidau amigus a domu e ti 'ollu prexada".
E fiant benius is amigus, e hiant fattu unu burdellu mannu, e si fiant pappaus is provistas e buffau su binu. Mi fia mostada prexada, a innantis de insoru; ma candu si 'ndi fiant andaus, hia nau a pobiddu miu: "Castia chi custa siat sa prima e s'urtima 'orta chi mi portas a domu custus banduleris. Si tui fiast fiziau aici, cun mei no sigast. Sa roba mia, mi dd'happu fatta cun sudori de sanguni e no bollu chi mi dda sperdas tui, cun i fizius tuus".
De cuss'orta, amigus no 'ndi fiant benius prus. Ma fiant benius: a innantis su maist' 'e muru, pustis su meri de sa fabrica de is arregiolas e de sa carcina - e no m'hiant bofiu nai ita bolìant. E po issus puru, pobiddu miu hiat nau chi depiat fai biaxis cun su carru. Deu 'ndi fia prena finzas a ogus e no 'ndi podìa cabai ateru, de cussa storia; e indimoniada e fatta dd'hia pigau a izzerrius: "Tui ses trobeddendimì!… Ita sunt totu custas trassas?… E su dinai de is biaxis chi ses faendi cun su carru po totu custa genti, aundi ses ponendiddu? Innoi no c'est unu soddu. Traballas, traballas e dinai a domu no 'ndi portas. Bollu sciri comenti staint is cosas". Sen’ ‘e mi castiai in facci hiat respundiu: "Gei ddu scis... is cosas sunt caras e m'est atturau calincunu depideddu de pagai… seu scontendiddu cun cussus biaxis". "Ma poita no mi dd’ has nau? In logu de hai tentu pressi de ti cojai, ti hast essiri pagau is depidus e mi hast essiri lassau traballai, aici hia pozziu comporai unu pagu de arroba in prus - roba pagada, però!". "Babai no bolìat chi faessi figura mala", si fiat iscusau issu. "E insaras", dd'hia nau deu, "bai de babbu tuu e faidì pagai is depidus!".
E no est chi fessi sperdiziada. Hia cumenzau a spramiai de sa prima dì, pustis cojada. A bortas andà a domu de Mammai a pappai e no spendìa nudda po mei. Calincunu ou chi faiant is puddas - regaladas po sa coja - ddus bendìa, e cun cussu dinai comporà is sigarettas a pobiddu miu. Ma no fiant "depideddus", no fiant "contixeddus" de acabai luegu, is depidus e is contus de pagai.
Una dì, fiat beniu su messaju chi bivìat accant' 'e nosu e m'hiat obertu is ogus. "E comenti, no ddu sciast? Su depidu de pobiddu tuu est mannu. Pagus cosas pagadas, 'nci sunt, in custa domu."
E po cinc' annus, cinc' annus longus e mannus, prangendi lagrimas de sanguni, happu derremau sa vida traballendi coment' 'e una bestia, po pagai totus is depidus, finzas a s'urtimu arriali. Mi 'nd' arzià orbexendi, imboddicà in sa manta su pippiu chi po disgrazia mi fiat nasciu e 'nci ddu zappulà de Mammai - 'nci pensànt sorris mias, is piticas, a ddu bestiri e a ddi donai a pappai - e currìa a su saltu, a marrai o a seminai o a treulai, in su mentris chi pobiddu miu andàt a carrigai materiali de sa mena po sa funderia. Finzas a messai fia andada, deu, po no pagai unu messadori. Funt istaus annus de traballu, de famini e de feli. E aici happu imparau a biviri.

Immoi seu beccia. Su pagu chi tengiu no ddu depu a nemus. Mi abbastat e mi cuntentu. No fazzu su passu prus longu de sa camba, comenti faint certunus, chi bolint sa roba sen' 'e si dda podiri pagai; e insaras si prenint de depidus. E is depidus sunt malus a scroxai. E calincunu finit po si poniri a furai… Ma sa roba de is aterus no si depit toccai. Su poberu dd' hat lassau Deus e dogniunu depit atturai su chi est. De su restu, candu unu cristianu tenit un'arrogu de pani e fogu po si callentai, stait beni - totu s'ateru funt vizius chi asutta de terra no si portant.
E pustis, candu una femina cumenzat a disgiai sa mobilia bona, s'abituat a su lussu, insaras no c'est pobiddu chi dda pozzat cuntentai e teniri a frenu. Coment' 'e s'accostanti chi fiat cumpangia mia, in domu de zia Chedenia: abbramia de dinai, si fiat cojada cun d’unu homini de mena. Su pobiddu 'ndi bessìat grogu che cera de galleria, e issa totu bella e arrubia, totu acchicchiritada, in giru po is buttegas, cun su pippiu in brazzus chi parrìat su principinu de su corr' 'e sa furca, prenu de froccus e de arranda... Ita peccau, cussa arranda! Tanti is pippius no castiant aundi pisciant, bastat a ddus reparai de su frius. E fessit stau bellixeddu, a su mancu! Parrìat unu strumingiu, ca cussa, si puru ddi ponìat sa cipria po ddu portai a foras, bai a isciri comenti ddu tenìat in domu. De su restu, si biat giai a picciocchedda, ita razza de femina fessit. Candu traballàt sa pasta po su pani, si sciaquàt is manus cun su saboni una pariga de bortas, ca fiat schiviosa. E immoi chi hat spacciau is prumonis de su pobiddu, finzas chi s'est mortu, immoi est luxendisì de nou po si torrai a cojai. Ma si fessi deu homini, bai chi no m'hiat a coberri’ aici!
Oindì, totu est cambiau. Troppu vizius, cun su dinai chi currit. E poita? Fessit asumancu prus sana e prus cuntenta, sa genti. Candu deu andà a traballai, mi 'ndi pesà a chizzi, orbescendi, e andà a pei; e no arribà a su saltu groga che cera e sarrigada - comenti funt immoi is feminas. Finzas is marradoras - is pagus chi ancora ci funt - àndant a su saltu in bicicletta; e arrìbant cun is ogus unfraus de su sonnu, ca si 'ndi funt pesadas dexi minutus a innantis, candu su soli est giai altu. Su dinai chi 'nci fùliant po si comporai sa bicicletta si dd'hiant a depiri arreguai, a si nuncas, candu si cojant, no tenint mancu lenzorus, sbregungìas, e si ddus depint fai comporai de su sposu. Cussas ddu scroxant, s'homini. Si faint bellas e si bestint de lussu, finzas po andai a traballai. E candu no ddis abbàstat su pobiddu, andant a fai is bagassas.
Cun totus is macchinarius chi 'nci funt, immoi nisciunu bolit traballai a manu. Totu fattu a macchina. Su pani no tenit prus su sabori suu. Sa terra est troppu sforzada e callentada de cussus cuncimus, de appena 'nci 'ettant su semini. Is ispigas 'nci ddas ghettant a intru de sa mietitrebbia in veci de ddas lassai a su soli, chi fait beni a dognia cosa. E su trigu? Po ddu molliri, de nou aintru de cussus macchinarius callentis e pudexus. Po forza sa farra no bessit bona! 'ndi bessit callenti e pudexa. E su pani? In veci de ddu traballai a manu, 'nci torrant a ghettai sa farra in d’un'atera macchina e 'ndi bessit una pasta scagareddada, chi no arreit corria. Fattu in domu, su pani, 'nci bolit a su mancu tre oras po furmentai, e chi siat cobertu beni. Immoi, in mes'ora, no faint a tempus mancu de allui su forru, chi giai sa pasta est iscallendisì, e in su forru no si abbrubuddat e no tenit su bonu fragu suu.
Sa genti est totu appuntorada. Candu fia pitica, si puru andessi scurza e pagu bestìda, mexinas no 'nd' hia mai pigau. Oi, is piccioccas funt totu a doloris, sempiri pighendi mexinas. Po dognia tontesa, currint a su dottori. Hat a essiri chi tenint dinai de scavulai o chi tenint gana de si fai castiai e forrogai. De parti mia no 'nci seu andada mai e mai 'nci happ'andai - bai chi no m'hia a spollai anant' 'e issus: hominis funt, si puru nàrant chi no càstiant: mancu chi essint tentu is ogus cosius a giuncu!
Candu depint fai unu fillu, si cagant appizzus, po sa timoria. Gei m'abarrà abettendi sa levadora, deu! Su segundu dd'happu fattu in su saltu. Candu mi seu intendia in su momentu, happu lassau sa marra, dd'happu fattu, dd'happu imboddicau in su sciallu e mi 'ndi seu torrada a bidda, a pei. E dd'happu allattau po dus annus, ca latti 'ndi tenia. Immoi, is pippius succiant una dì o duas e latti no 'nci 'nd' est prus; e a cussas poberas creaduras ddis donant cussa cosa a pruini, bai e circa cali porcheria hat a essiri.
Aici e totu is animalis, no 'ndi giuant prus. Appizzus de trinta ous intallaus, 'ndi bessint si e no cincu, cun su pilloni. Hat a essiri su pappai nou chi ddis donant o hat a essiri s'aria mala... deu no ddu sciu... is cabonis no cantant prus. Appenas appenas si 'ndi arziant a mengianu e bogant unu schibiu de pilloneddu, e is puddas mancu ddas cadebant. A primu, unu caboni si coberrìat una cedda de quaranta puddas, duas o tres bortas a sa dì. E si depìat allabai de is caboniscus, faendisì mannus... In domu de Mammai, de cabonischeddu si 'ndi coxinàt a prangiu unu a sa cida. Su dominigu, candu torràt de missa 'e prima, Mammai si preparàt: toccàt a su caboniscu prus trumbulladori chi certàt cun su caboni de fedu e ddu strobàt. Fiat una festa manna po totu sa familia. Totus assistìant e dogniunu donàt s'aggiudu suu. Candu arribàt a dd'oberriri sa brenti, si citiaus totu cantus e castiaiaus sa facci de Mammai, abettendi. Oberrìat e 'ndi bogàt is buttonis, chi fiant bellus e mannus, no coment' 'e cussus de immoi, chi parint pisu de meloni! Ddus pigàt e ddus ponìat in d'unu prattilliu, andàt a coxina e ddus ammostàt a Babai: "Castia, ita razza de buttonis tenìat cussu dimoniu!" Su prattilliu atturàt espostu totu sa dì, de modu chi sa genti chi benìat a si bisitai ddus podessit mirai.
Deu nau chi sa genti traballessit in domu, no si 'nd' hiat andai a su cinema. Deu ge' no ddu sciu ita ddui hant agatai, serraus in d'unu camberoni a su scurìu, respirendi aria mala. Mancu a Cresia 'andu, candu est tradu e s'aria est pudexa. Tot'unu est a ddui andai a mengianu chizzi, candu s'intendit sceti fragu bellu de cera! Immoi, pagus 'ndi funt atturadas de candelas: est totu a lampadinas. E Deus no depit essiri cuntentu, ca fiat poberu, e no tenit bisongiu de lampadas de cristallu.
Po coxinai hant postu su gas. Tanti tenit su stessu sabori, su brodu fattu a fogu 'e linna, in sa ziminera, e su brodu fattu cun cussa pampa pudexa!
Totu po no traballai. E prus pagu traballat e prus sa genti morrit. Chi no morrit de maladia, morrit de disgrazia, cun cussas macchinas. Poita no si 'nd' hant atturai in domu, a traballai, nau deu, in veci de si 'nd' andai in giru a bagassai. Bellus funt, hominis e feminas, ghettaus a pari a intru de cussas macchinas! Mi faint schivu, sceti a ddus biri. Figureussì a ddu intrai. Candu mi 'ndi passat una accanta, su fumu chi 'ndi 'essit mi fait beniri gana de cacciai. Immoi, ci ddus portant a macchina po finzas a campusantu. Deu una cosa hia a boliri: a no mi 'nci poniri a intru nimancu morta. Ddu nau sempiri a totus: chi fezzant su sforzu de mi 'nci portai a paba, a campusantu. Si mi 'nci 'olint portai, a si nuncas, mai in sa vida! chi mi lessint innì.



LA MIA VITA

Io ero la prima figlia. Mio padre, pastore di poche pecore a molta strada dal paese, andava ogni giorno a piedi prima dell'alba a dare il cambio al servo che aveva vegliato tutta la notte. Era di salute cagionevole mio padre, e così debole che aveva bisogno di me per portargli giaccone e bisaccia.
Aspettava un figlio maschio dalla prima gravidanza di mia madre, e invece ero nata io, femmina - ma come maschio mi trattava. All'età di sei anni già gli andavo appresso come un cagnolino. Giunta all'ovile, portavo al pascolo gli agnelli. Li conoscevo tutti uno per uno, e quando qualcuno si allontanava sapevo qual'era.
Ho imparato a contare da sola, e trascorrevo ore e ore contando giorni, settimane, mesi. Diventai brava a ricordare le date di tutte le feste. Allora calcolavo quanti giorni mancavano a Santa Maria, la festa più grande del paese. Per quel giorno mi avevano promesso il primo paio di scarpe.
Un giorno, facendo questi conti, mi ero addormentata con la testa sopra un sasso riscaldato dal sole, e gli agnelli erano entrati in un campo di grano. Quel giorno me lo ricorderò finché avrò da vivere: il 29 maggio san Massimino. Mio padre non mi picchiò, mi guardò solo - ma con un'aria così irata che mai più mi lasciai prendere dal sonno.
I contadini che passavano nei campi vicini mi chiedevano: "E babbo tuo dov'è?". E io rispondevo: "Non lo vedete che è qui vicino a me che sta riposando?". Ma non era vero. Ci avevo messo il sacco di orbace con una fascina e una pietra sotto, per finta, caso mai qualcuno avesse voluto approfittarsene.
Una volta, andando alla fontana a cento metri dall'ovile, inciampai in una radice di lentisco, caddi e ruppi il brocchetto. Tornai disperata all'ovile, e mio padre che mungeva le pecore mi cacciò lontano per non contagiare loro la mia agitazione. Poi mi mandò a raccogliere il coccio di base del brocchetto, che per fortuna era rimasto intatto, e me lo fece aggiungere alla fila dei testevillus che stavano davanti alla baracca bene ordinati. In quei recipienti bevevano i cani, e ogni giorno dovevo rinnovare l'acqua.
Quando fui un po' più grande, mio padre mi mandò per il paese con il bidone. Andavo per le case e vendevo il latte a misurini. Ogni misurino costava cinque centesimi, e finito il giro i conti dovevano tornare per forza.
Mia madre era una donna santa. Non era mai uscita di casa, se non la domenica e le altre feste comandate per andare alla prima messa. Era minuta, grassoccia, bianca e diceva sempre di sì. Mio padre la teneva sul palmo della mano. Le figlie dovevano lavorare in campagna per farsi il corredo e poi anche in casa, perché lei non si affaticasse. La sera si sedeva sull'uscio davanti alla strada - teneva le mani sul grembo e i piedi le spuntavano dalla gonna morbidi e bianchi. Glieli guardavo con ammirazione. I miei erano neri e ruvidi, coi calcagni screpolati.
Mi lamentavo dei piedi, d'inverno, perché le screpolature mi facevano male. Mio padre allora mi ci faceva mettere olio di sego caldo, di quello che usavo per ungergli le scarpe. Una volta che lo preparavo, ne ungevo anche le screpolature delle mani e dei polsi. Mi salvava molto dalla brina e dal vento gelato - altro che le porcherie che vendono adesso.
A me, non mi avevano mandato a scuola perché dovevo fare da maschio e aiutare mio padre, ma una delle mie sorelle fu mandata - la seconda. Era gracile e tutta ohi, ohi e svenimenti, non poteva neanche muovere un dito. Ci voleva anche una figlia che sapesse fare i conti con la penna; e siccome questo sembrava molto importante, quando mio padre vendeva la lana o il formaggio al grossista e lei faceva i conti con la penna, le regalava un paio di monete. Io, i conti, li facevo a mente più in fretta di lei, e avevo brontolato, una volta, per i soldi. Per punizione fui mandata a fare le commissioni e a portare l'acqua dalla sorgente a zia Antioga. Così - diceva - un paio di monete me le potevo guadagnare con le braccia, visto che non sapevo né leggere né scrivere.
Zia Antioga, sorella di mio padre, era vedova e aveva molti figli maschi. Questi erano ammirati da tutti perché avevano la camicia sempre bianca come la neve. Zia Antioga non stirava mai col ferro la biancheria. Il ferro consuma la roba e la ingiallisce. Lei la stendeva ben messa ad asciugare e la lisciava un paio di volte con le mani mentre finiva di asciugare. Piegava i tovaglioli mica sbilenchi, ma così ordinati che sembravano appena usciti dal negozio, e li metteva al loro posto nell'armadio insieme alle mele cotogne che danno odore buono alla roba.
Mi voleva bene, zia Antioga, e mi vantava perché mangiavo il pane nero - come mi aveva abituato mio padre, perché solo gli uomini grandi che lavorano devono mangiare il pane bianco. Quando tornavo dalla fonte con la brocca dell'acqua fresca per i figli, mi diceva: "Adesso scopa la casa, così ti meriti la fetta del pane. Nonno, quando mangiava senza aver fatto il suo lavoro, diceva: - Maledetto mi sia oggi il pane che ho mangiato! - anche se in campagna non era potuto andare per colpa del temporale. Vedi, figlia mia, nella vita bisogna lavorare e dare ascolto ai vecchi che ne sanno più di noi". E io scopavo la casa per avere la fetta del pane.
E zia Antioga parlava bene di me e mi portava a esempio perché lavoravo senza imbroglio. La lavorante che aveva per aiutare a fare il pane mi prendeva in giro. Quando la lasciava sola, involgeva la pasta in un tovagliolo, si sedeva e mi diceva: "Guai a te se glielo dici". Io stavo zitta, anche se mi faceva rabbia, e desideravo che zia Antioga lo scoprisse. Una notte che ci stavo pensando, era venuta e l'aveva trovata addormentata con la testa sul tavolo del pane. Allora si era inquietata anche con me, perché non l'avevo avvertita, e mi aveva detto che non si fidava più. Questo mi era dispiaciuto molto.
Mia madre aveva avuto altre tre femmine dopo di me, tutte delicate, "non mi toccate che mi caco!". Così, facevo tutto io, e loro mi aiutavano nelle faccende leggere. Non ho mai capito perché mio padre avesse tanto rispetto per mia madre - la teneva come una immagine sacra sul comò, per non sciuparsi. Invece io mi ammazzavo di lavoro. Andavo al mulino col sacco del grano in testa, a due ore di strada; andavo al ruscello a lavare i panni... Avevo dodici anni, la prima volta che avevo cominciato a fare il bucato da sola. Ci voleva tutta la giornata: lavare la biancheria, metterla a bollire nel calderone della lisciva, risciacquarla e stenderla.
Di sera, dopo sbrigate le faccende, mi sedevo sulla pietra dell'uscio di casa a fare il pizzo con le amiche, ed ero la più svelta di tutte. Se mio padre era in piazza, quando rientrava le mie amiche lo vedevano da lontano appena spuntava alla curva, e dicevano: "Si vede babbo tuo tornare", e scappavano di corsa a casa loro. Io rientravo, chiudevo la porta e preparavo la cena.
Nelle giornate libere dai lavori pesanti di casa, andavo a servire due mie zie, per il bucato e per il pane.
Cominciavamo a lavorare per il pane alle tre del pomeriggio, fino alle sette del mattino. Il pezzo di pasta che manipolavo io era sempre più bianco di quello delle altre - e non mi si attaccava mica al tavolo, anche se per arrivarci dovevo stare sopra una cassetta da sapone, ché ero bassottina. Mia zia ci faceva lavare le mani prima di incominciare - solo acqua e niente sapone per non dare brutto sapore al pane. "Meglio sapore di fumo che di sapone", diceva.
E così, con le paghe che racimolavo qua e là, a dodici anni potevo comprarmi quel poco vestiario che mi necessitava e in più conservare soldi per farmi il corredo. Non spendevo niente se non per lo stretto necessario. Anche i soldi che mi regalavano per la festa di Santa Maria li raggranellavo da un anno all'altro.
La domenica andavo in chiesa, com'è dovere di tutti i cristiani. Ma non mi ero mai voluta iscrivere a nessuna associazione. Del resto, le Figlie di Maria che avevano il nastro azzurro erano le peggiori puttane. Perfino nella processione, invece di andare dietro il Santo - bell'onore gli facevano! - si mettevano davanti, in fila a una a una per farsi guardare meglio, peperute! In processione io stavo con le donne anziane, dietro, e non mi vedeva nessuno in mezzo all'altra gente. E quando andavano a confessarsi poi, quelle!... Io già non lo so che cosa avessero da raccontare a quel povero prete, tre ore davanti al confessionale. Si sceglievano sempre il più giovane, che aveva orecchio fino e naso buono - quello vecchio era un po' sordo e bisognava gridare e si sentiva un paio di metri lontano, ma era bello rosso e sano, mentre il prete giovane era giallo come cera. Sfido io! con tutti gli aliti di quelle lì, appena alzate! e facevano anche perdere tempo a qualche madre di famiglia che aveva fretta e che, magari, quando si era stancata di aspettare se ne tornava a casa con la sola messa.
Venne la grande guerra. Molti partirono e pochi tornarono. Tutte le ragazze della mia età ricevevano lettere dal fronte e ne scrivevano. Mi prendevano in giro, dicevano: "Chi vuoi che ti scriva, a te pastora, che sei così piccolina. Scommettiamo che non hai nemmeno quattordici anni!".
Io ne avevo diciotto, ed ero più giudiziosa di loro. Qualcuna, tra una lettera e l'altra dell'innamorato, aveva ricevuto anche qualche altro regalo; e dal fronte lui non era tornato, ma il figlio era rimasto; e molti dicevano che non era nemmeno figlio di un morto in guerra ma di qualche imboscato - tanto i morti non potevano parlare.
Zia Chedenia me lo diceva sempre: "E tu lasciale cantare quelle peperute scervellate: stai al posto tuo - la scopa si prende dall'angolo, non la si trova in mezzo alla stanza".
Zia Chedenia era una cugina di mia madre, ed era molto buona. Il marito invece era un uomo burbero, per mangiare si sedeva al tavolo della camera buona, da solo, e mangiava in un piatto civile. Zia Chedenia, invece, mangiava con i figli, con il servo pastore e con me, quando c'ero, in cucina, direttamente dalla pentola, ai piedi del focolare. Al marito cucinava carne e muggini arrosto; noi mangiavamo semolino e, qualche volta, ed era festa grande, fregola condita col formaggio. Mi voleva bene, a me. Diceva che ero "maiale da poveri", che mangiano di tutto senza brontolare.
Mi aveva insegnato molte cose, a filare e a tessere. Mia madre - santa finché si vuole - non sapeva fare nulla. Tutto quello che so l'ho imparato da zia Chedenia. Anche is brebus da dire quando si prepara il lievito per il pane. Bisogna recitarli facendo le croci in penombra, senza che possa sentire nessun altro. Mi aveva raccontato di una serva che lei aveva avuto, non li recitava bene, is brebus, e non ci credeva, e allora le veniva s'ennemigu e le rompeva la conca e le sbatteva il tovagliolo in faccia, ogni volta che si metteva a fare il pane. "Bisogna credere negli spiriti del bene" - ci raccomandava - "perché ci aiutino e ci proteggano in ogni nostra faccenda".
A casa di zia Chedenia veniva zia Grazia che sapeva molti brebus: quello de su mali fattu e quello di s'ogu liau. Una volta zia Grazia si era ammalata grave, l'avevano stesa sulla stuoia vicino al fuoco, e in un momento in cui non c'era nessuno mi aveva chiamato e mi aveva insegnato is brebus contro il malocchio. Aveva paura di morire senza prima averli trasmessi a persona di sua fiducia.
Nessuno ci credeva che io sapessi is brebus, essendo così giovane; ma quando li avevo usati per una mia amica malata da un uomo che aveva ogumalu ed era guarita, allora ci avevano creduto, sì. Me li chiedevano spesso, per qualche maiale bello o per galline di razza che si ammalavano di malocchio ed io li dicevo preparando s'acqua 'e patena. Mai avevo chiesto ricompensa, perché zia Grazia mi aveva ordinato di fare così.
Finita la guerra, avevano ripreso i balli di carnevale. Mi piacevano molto i balli. Ci andavo accompagnata da un mio cugino - mio fratello, unico maschio fra sei femmine, era ancora troppo piccolo per poter badare alle sorelle. Mio padre diceva che non bisogna regalare tempo al divertimento: quando tornavo dai balli, invece di coricarmi pigliavo la zappa e andavo in campagna a farmi la giornata. Ero già grande e mi urgeva il corredo. Soldi senza lavorare non me ne dava nessuno, in più le paghe erano basse e le cose erano care.
Mio padre ci diceva: "E' vostro dovere lavorare la roba nostra, in casa e in campagna, tirare il carro tutti insieme. Io soldi non ve ne do, vi do da mangiare il giorno che ci siete. Fatto questo, andate pure a lavorare da chi volete, così guadagnate e conservate. Siete in tante, e per non fare figlie e figliastre non do cinque centesimi a nessuna. Guadagnatevelo voi, il corredo; e non fatemi fare brutta figura con chi vi chiederà in moglie...".
E così avevo incominciato a comprarmi un po' di biancheria. Per risparmiare, cucivo io stessa gli orli nei momenti di tempo libero. Non sapevo ricamare, però. Una delle mie sorelle era molto brava in questo, e per farmi ricamare un lenzuolo buono le dovetti dare la stoffa per farsene uno uguale. Per vestirmi già spendevo poco: la blusa e la gonna della domenica le avevo da otto anni; le scarpe me l'ero comprate prima della guerra ed erano ancora nuove: le mettevo solo per andare in chiesa.
Mio padre non andava mai in chiesa, anche se molto devoto. Non cominciava mai un lavoro senza farsi prima il segno della croce. Ogni mattina, quando metteva il caglio al latte per fare il formaggio ci faceva sopra una croce, e così sul pane prima di iniziarlo. Si arrabbiava se qualcuno affettava il pane dalla parte sbagliata, e noi figlie, anche se eravamo grandi, non ci azzardavamo mai a farlo, per paura di sbagliare. Le focacce, che si mangiavano in giornata, non voleva che si tagliassero col coltello, perché - diceva - altrimenti fa male alle spalle di chi le ha lavorate. Io gli ero riconoscente di questo pensiero, perché il pane lo avevo lavorato io.
"Chi non si accontenta del poco suo, gli viene a desiderio quello degli altri", diceva sempre, insegnandomi a risparmiare su tutto. "Se c'è la fiamma del camino, spegni la candela... Il fuoco coprilo con la cenere calda, così le braci durano fino a domani e non sprechi un fiammifero per riaccenderlo". E già mi è servito sì, essere abituata a risparmiare, a non allungare i piedi più di quanto non sia lungo il lenzuolo. Non era come oggi: mi fa rabbia, quando vedo gente che non ha mutande sotto il culo sprecare la roba in minuterie. "Non deve mancare il necessario, ma non è necessario averne di più" - diceva, io mi sono sempre conformata.

Il raccolto era il periodo più faticoso, ma anche quello che rendeva di più per chi voleva raggranellare. Fin dalla primavera mi cercavo un padrone col quale andare a spigolare. Per avere il diritto di raccogliere le spighe bisognava prima andare a tirare le fave, ad aiutare nella trebbiatura, scaricarle e conservarle nel solaio.
Dopo le fave cominciava la trebbiatura del grano, e noi spigolatrici eravamo pronte dietro i mietitori per raccogliere le spighe non recise o che cadevano. Restavamo in campagna per tutto il periodo, perché i campi erano lontani dal paese e l'ora migliore per spigolare era all'alba e al tramonto, quando le stoppie non sono aride e non graffiano gambe e braccia. Dovevamo servire i mietitori - quando avevano sete bisognava portare loro l'acqua coi brocchetti, a qualunque distanza si trovassero. Quando avevano finito di mietere un campo, dovevamo lasciarlo anche noi, avessimo finito o no di spigolarlo, per stare loro vicine e servirli in ogni necessità.
Avevamo una sacca legata alla cintola per metterci le spighe senza gambo - quelle col gambo le legavamo a piccoli fasci. Io ero sempre più svelta delle altre; nelle annate buone riuscivo a fare anche quindici starelli. Un anno solo mi ero trovata imbrogliata, facendo in società con altre due. Quando mi ero accorta che si tiravano indietro - tanto dopo dovevamo dividere tutto in parti uguali - mi ero inquietata molto. Ma ormai l'accordo era fatto, e per quell'anno andò così. Da quella volta feci sempre per conto mio: mai fidarsi di fare comunelle. Arrivavo sempre ad almeno due starelli più delle altre, ed erano invidiose e dicevano che ero di pugno stretto. Quando loro riposavano, io piano piano sgattaiolavo e spigolavo in qualche campo lasciato a mezzo, invece di perdere tempo a bagasciare con i mietitori. Magari, proprio con i mietitori non si mettevano, ma con i padroni sì, per aumentare il corredo. C'era ziu Remundicu che dopo il raccolto se le portava anche al mare, le spigolatrici, specialmente se aveva la moglie pregna, e scendeva alla spiaggia a fare il bagno assieme a due di quelle bagasce.
Alla fine della mietitura si faceva una cena di maccheroni; l'indomani i mietitori ritornavano ai loro paesi oppure riprendevano con un altro proprietario. Quindi veniva la trebbiatura. Ciò che avevo spigolato me lo trebbiavo per conto mio - l’affitto dei buoi o del cavallo lo pagavo in lavoro. Appena trebbiato bisognava ventolare. Ma non sempre il vento c'era. Qualche volta si aspettava giorni e giorni. Molte spigolatrici se ne stavano sdraiate all'ombra - io trovavo sempre qualche altra spiga da raccogliere, e quando ne avevo un fascio lo portavo a casa e lo pestavo con un bastone.
Quando il grano era tutto pulito ammucchiato si riempivano i sacchi. Allora cominciavano le burle, i mietitori spingevano le donne sul mucchio del grano e si facevano grandi risate - ma a me quegli scherzi non piacevano affatto. Poi gli uomini caricavano i sacchi sui carri e li portavano in paese. Noi spigolatrici andavamo dietro cantando, oppure ci portava il padrone in calesse.
"Nella casa del padrone, la massaia, aveva preparato la cena di maccheroni o la preparava intanto che noi scaricavamo. Se i sacchi erano molto pieni, se ne vuotava nelle corbe, ce le mettevamo sopra la testa e su di corsa fino al solaio. Se i sacchi erano più leggeri li portavano su gli uomini. Anche lì nel solaio facevano burle, acchiappavano una spigolatrice e la seppellivano nel mucchio. La padrona brontolava che le spargevano il mucchio fin sotto il letto, e di tanto in tanto correva a controllare, quando dopo una spigolatrice saliva il padroncino e non si decidevano più a riscendere.

Avevo ventidue anni, la volta che ero andata a spigolare da un proprietario benestante - per la prima volta non mi era parente: fino ad allora mio padre, con una scusa o con l'altra, mi aveva sempre mandato con zii.
Il padroncino aveva un anno meno di me, ma si dimostrava più anziano. Aveva un difetto nel pronunciare la esse, "a lingua dolce". Gli stava bene, però, lo faceva anzi più simpatico. Era sempre allegro come un passero, burlone, e molto premuroso con me. Tutta l'estate ebbi occasione di accorgermi delle sue occhiate e delle sue parole gentili, e ne ero molto contenta. Per la prima volta in vita mia lavorai felice dall'alba al tramonto, e prendevo parte agli scherzi. Ero diventata un'altra. Un tempo così non l'ho trovato mai più...
Le mie compagne erano gelose, vedendo che il padroncino aveva per me una predilezione. Mi burlavano, dicendo che io non ero donna ma una specie di maschietto, che mi stavo mettendo grilli in testa, che lui si divertiva a farmi illudere.
Le voci arrivarono presto alle orecchie di mio padre. Mi chiamò e disse: "Quel giovane non è adatto alla nostra famiglia. Loro sono contadini, noi pastori. Tu puoi essere una buona moglie per un pastore, non per un contadino. In più, lui ha un anno meno di te, ed è troppo puledro. Levatelo dalla testa". Queste parole non si potevano discutere, e dalla mia faccia sparì il sorriso.

A furia di sacrifici, il numero delle pecore di mio padre era aumentato; così pure erano aumentati i terreni da pascolo e i campicelli da coltivare a grano per la provvista dell'anno. L'unico maschio di casa - il cacanido - cresceva bene, e su di lui erano riposte tutte le speranze di mio padre. Era trattato come il Santo in chiesa: gli erano dovute tutte le cure e tutti i suoi desideri erano ordini - meno male che era modesto e di cuore buono.
Noi figlie non avevamo nessuna importanza. Dovevamo sposarci e basta. Io ero la più grande e la più sollecitata, perché spettava a me per prima sposarmi, secondo l'usanza: "Se non cominci tu, quando si sposeranno le tue sorelle? Tutti penseranno che avete pretese, se tu non cominci. Ti devi decidere senza far troppo la schizzinosa". Io non avevo nessuna voglia di incoraggiare pretendenti - l'avevo desiderato sì di sposarmi, una volta, quello che volevo io...
Vicino al nostro ovile c'era un sentiero che portava alla casa di campagna di un proprietario che aveva fama di essere molto ricco. Passava egli altezzoso a cavallo e sembrava padrone di tutto ciò che vedeva intorno a sé. Salutava superbo, come se ci avesse il torcicollo. Le mie sorelle conoscevano anche i suoi due figli. Uno di questi era appena tornato dal fronte - un tipo scontroso, col berretto calcato sugli occhi, salutava con un mugolio. Una mattina che lo videro passare a cavallo sul sentiero, le mie sorelle mi chiamarono. Passò, e al suo saluto scoppiai in una grossa risata, tanto era buffo.
La sera stessa, a casa, dopo cena, mentre pulivo le stoviglie in cortile, mio padre mi chiamò in cucina. C'erano visite. Di fronte a mio padre sedeva un uomo che non conoscevo, e mi stupii. Disse mio padre a bruciapelo: "Chi è di voi che si è messa a ridere stamattina, quando è passato il figlio di Maccioni?". Abbassai la testa in attesa della sfuriata e risposi: "Sono stata io. Non ce l'ho fatta a trattenermi, era così buffo". "Non una parola di più!" tuonò mio padre "Tu sarai la moglie del figlio di Maccioni! Vuole in moglie quella che ha riso. Del resto, è giusto che sia così: tu sei la più grande e devi incominciare tu, e poi è un buon partito. Devi sentirti onorata che il figlio di Maccioni si sia degnato di scegliere te, povera figlia di un pastore". E senza che avessi potuto pronunciare mezza parola rivolgendosi all'ospite che non conoscevo ma di cui ora avevo capito il ruolo disse: "Vai pure e dì a Maccioni che mia figlia è contenta di diventare la moglie del figlio Gesuino, e che può venire quando vuole a fare le cose in regola".
Andato via il paraninfo mi azzardai a dire: "Ma Babbo non le sembra che avremmo potuto parlare prima di dare una risposta?". Che mi si fosse spalancata la terra sotto i piedi e mi avesse inghiottita! Gettò un grido che mi fece tremare tutta. Disse: "Figlia snaturata! devi ringraziare il destino a tutte le ore del giorno e della notte per la fortuna che ti è piovuta addosso. Non lo sai come stanno bene i Maccioni? Il padre gira sempre a cavallo come un marchese - preoccupazioni non ne ha di certo. Il figlio è più grande di te quattro anni e va meglio di quel nipotastro ragazzino che ti eri messa in testa. E' un giovane serio, si sta facendo una bella casa. Pensa piuttosto a lavorare e a risparmiare per non farmi fare brutta figura con la roba".
E così mi ritrovai con un fidanzato che non conoscevo, che non volevo, che non mi piaceva. Ma dovetti fare faccia bella a burla cattiva. Piano piano mi abituai a vederlo venire la sera, a sentirlo scambiare qualche parola - due o tre in tutto - con mio padre. Aveva il vizio di fumare, ne accendeva una dopo l'altra. Mio padre lo rimproverò, e gli ordinò di smetterla in casa nostra perché noi non eravamo gente sprecona. Lui obbedì e diminuì il numero delle sigarette. Qualche volta ci trovava a cena e mangiava con noi - dapprima diceva di aver già cenato e rifiutava, ma dopo si metteva a tavola e mangiava come un affamato. Era stato al fronte, ma non ne parlava mai. Correva voce in paese che fosse di idee socialiste. Questo era un brutto neo, fra tanti pregi che mio padre gli vedeva, e ci passava sopra perché era figlio di Maccioni; ma lo aveva avvertito di non permettersi di parlare di politica in casa nostra.

Ero disperata per il costo della roba. Avevo raggranellato prima della guerra centesimo su centesimo. Ora quei soldi non valevano più niente: giornate e giornate di lavoro non mi compravano neppure un bicchiere. Mio padre non aveva cambiato idea a proposito di aiutarmi: dovevo sbrigarmela da sola. Volevo continuare ad andare a giornata in campagna, ma il mio fidanzato e anche mio padre si scandalizzarono: "Quando mai, la futura nuora di Maccioni andare a fare la serva?". Se mai potevo lavorare nella famiglia del fidanzato.
E così, appena avevo tempo, andavo a casa della mia futura suocera e mi rendevo utile in mille modi. Purtroppo senza una lira di compenso.
Mia suocera aveva fama di buona e magnanima. Mi accorsi presto che tale fama era immeritata. Era una donna furba, di quelle che sanno portare il Santo in chiesa. Era piccoletta bruna. Si alzava all'alba, svegliava il servo e lo mandava a portare il cavallo che pernottava nel chiuso di campagna, per tenerlo pronto sellato quando si alzava il marito. Poi si metteva a fare la farina o altre faccende, lemme lemme. Non perdeva la calma, qualunque cosa succedesse.
Chi comandava veramente, in quella casa, era la figlia grande, una zitella acida, baffuta e petulante. Si sposò più tardi, a quaranta e più anni. e riuscì anche a fare un figlio, e tutti si erano chiesti come avesse potuto fare il marito.
C'era da correre all'orto per pulirlo dalle erbacce, da portare brocche d'acqua dalla sorgente, da fare il bucato, da lavorare e cuocere il pane. Su tutto disponeva lei, la zitella coi baffi, col massimo risparmio di fatica da parte sua. Mi diceva: "Tu sei molto svelta e brava anche: fai proprio a tempo a tutto; quando hai finito questo fai quello!". E io obbedivo, anche se a malincuore, che dovere mio era di essere obbediente e rispettosa.
Ebbi anche occasione di conoscere una cognata, la moglie del fratello maggiore del mio fidanzato. Una donnona lardosa dalla risata sguaiata, sempre accaldata. Non faceva altro che sbuffare, standosene sdraiata sopra una stuoia in cucina - tutto sottosopra, stoviglie sporche, cenere, legna bruciacchiata e merda sul pavimento e mosche, mosche che ronzavano dappertutto, che entravano dalla porta del cortile insieme al fetore del maiale che grugniva davanti allo steccato che sostituiva la porta. Chiunque entrasse a cercarla, veniva invitato a farsi avanti fin dove lei stava sdraiata, senza alcun ritegno se erano maschi, vestita o spogliata che fosse. Quando tornava il marito, stanco del lavoro, le chiedeva da mangiare; e lei diceva: "La cena è nel camino, mangia tu che io non ho fame".
Una sera c'ero anche io, e avevo assistito alla scena. Per rispetto, avevo rifiutato la cena. Ma il marito mi disse: "Mangia tu, che sacco vuoto non resta in piedi. Lasciala dire, quella: si è saziata durante tutto il giorno, e perciò ora non ha fame": Seppi poi che per calcolare ciò che la moglie divorava durante il giorno, prima di uscire in campagna contava i pani e misurava le funi di salsiccia.
L'unico guadagno di quell'anno fu il grano spigolato a fatica nei momenti di pausa che mi restavano lavorando per la mia famiglia e per quella del mio fidanzato.
Mi ero accorta quasi subito che non c'erano buoni rapporti tra il mio fidanzato e i suoi. La mia futura suocera, un giorno, mi disse: "A te sì che ti vogliamo bene, perché sei brava e lavoratrice, ma a Gesuino, lui è sfaticato e di poco sale": Come potevano voler bene a me, che ero una estranea, se non volevano bene a lui, creatura del loro sangue? Dal momento in cui mi disse quella frase, cominciai a diffidare di lei e delle sue belle parole, e non le credetti più. Lei e la figlia - la zitella coi baffi, quella che poi si era sposata con un vecchio - mi erano diventate odiose.
Io credo poco alle apparenze. Diffido sempre delle belle parole. Non mi incantano neppure i dottori letterati. "Chi più ne sa, meno ne sa!" Bella fatica hanno fatto, loro, a imparare! levati dal letto col caffelatte, portati fino a scuola sul palmo della mano e seduti sul banco coi cuscini sotto il culo. Se fossi potuta andare anche io, come loro, a scuola, anche scalza e stracciata, ne saprei come loro, anzi di più, che io ho una memoria che ricorda ogni cosa. Ma loro, i signori, scommetto che non ce la farebbero a fare tutto ciò che faccio io in una giornata di lavoro!
Dopo il raccolto ci fu il matrimonio. I giorni che lo precedettero non li auguro neppure al mio peggiore nemico. C'era da diventare pazza, col pensiero di far bastare i pochi soldi per comprare il necessario. Non volevo certo lasciare qualche oggetto indispensabile, per andare magari a chiederlo a mia suocera che abitava vicino. Se ne sarebbe fatta due di risate, alle mie spalle, la zitella coi baffi, se mi fossi dovuta inginocchiare a lei, per chiedere un oggetto!
La casa era finita e tutti ne parlavano. Qualche maligno diceva: "Sembra un convento! Già ne resteranno anche vuote, di quelle stanze". Che fosse grande era vero - ma non è che le stanze fossero molte, il guaio era che non avevo abbastanza soldi per riempirle di roba.
Arrivai fin dove potei. Piangevo, vedendo i pochi carri con la mia roba andare a casa dello sposo che sarebbe stata da allora in poi la mia casa.
Nei primi giorni non mi ci sapevo vedere. Non la sentivo casa mia - come quando mi ero fatta una gonna di nove teli all'usanza di allora: ogni volta che la mettevo me la sentivo troppo larga e pesante, e alla fine mi ero pentita: con quella stoffa avrei potuto farne due. E infatti, qualche tempo dopo la disfeci e ne rifeci due, che mi durano ancora, da portare a strapazzo.
Un giorno che mio marito era in campagna, venne un falegname a cercarlo. Dissi: "E che cosa vuole da mio marito?". Lui disse: "Lasci stare, quando lo vedo glielo dico". Tornato mio marito, gli dissi: "E' venuto il tale falegname a cercarti. Che cosa vuole da te?". E lui disse, un po' irato: "E che bisogno aveva di venirmi a cercare? Già lo sa che ci sarei andato a fargli il viaggio di legname da Sanbistu col carro. Se ritorna, digli che la memoria non l'ho persa ancora, e quello che prometto lo faccio". Tutto finì lì, e a quella storia non ci pensai più.
Ed ecco, dopo un po' di giorni, venne un fabbro. Lo vidi entrare in cortile, guardandosi attorno come se cercasse qualche cosa. Lo prevenni e dissi: "Non starà cercando mio marito per farsi fare un viaggio da Sanbistu?". Disse lui: "Cosa mi dice mai!? viaggi a me non me ne servono. Guardavo solo se c'era il carro di suo marito, perché gli devo ricordare una commissione".
La sera, lo dissi a mio marito. Stavamo mangiando un piatto di lenticchie e la cucchiaiata gli andò di traverso. Con la faccia bassa, brontolò: "Già ci andrò io, a parlargli. Non te ne prendere pensiero, tu". E poi aggiunse: "Guarda che per stasera ho invitato amici, e ti voglio contenta".
Vennero gli amici, fecero un bordello grande, si mangiarono le provviste e si bevettero il vino. Mi mostrai contenta, davanti a loro, ma quando se ne furono andati dissi a mio marito: "Guarda che questa sia la prima e l'ultima volta che mi porti in casa quegli sfaccendati. Se eri abituato così, con me non continuerai. La mia roba me la sono fatta con sudore di sangue, e non me la sperpererai tu con i tuoi vizi".
Da quella volta amici non ne vennero più. Ma vennero invece prima un muratore e dopo il padrone della fabbrica di mattonelle e della calce - e non mi vollero dire che cosa volevano. E anche per loro, mio marito disse che doveva fare dei viaggi col carro. Io ne ero piena fin qui, di quella storia: non potevo mandarne giù altro, e tutta indemoniata gridai: "Ma tu mi stai imbrogliando! Cos'è questo raggiro? E i soldi dei viaggi che fai col carro per tutta quella gente, dove li metti? Qui non c'è una lira. Lavori, lavori e soldi in casa non ne porti. Voglio sapere come stanno le cose". "Sai", disse lui senza guardarmi, "le cose sono care e mi è rimasto qualche conticino da saldare, e lo sto scontando con questi viaggi". "Ma perché non me l'avevi detto? Invece di fare una casa grande, la facevi piccola. Invece di avere fretta di sposarti, ti pagavi prima i debiti e mi lasciavi lavorare e avrei comprato qualche cosa in più - roba pagata, però!". "Mio padre non voleva che facessi una brutta figura", si scusò lui. "E allora", dissi "vai da tuo padre a farti pagare i debiti!"
E non è che io fossi dissipatrice. Mi ero messa a risparmiare dal primo giorno di nozze. Qualche volta me ne andavo a casa di mia madre a mangiare, e non spendevo niente per me. Qualche uovo che facevano le galline - regalo di matrimonio - lo vendevo, e con quei soldi compravo le sigarette a mio marito. Ma non era un "debituccio", non erano "conticini" da finire presto
Un giorno venne un proprietario che abitava vicino, e mi aprì gli occhi. "Come non lo sapevi? Il debito di tuo marito è grosso. Poche cose pagate ci sono, qui, di questa casa..."
E per cinque anni, cinque lunghi anni, piangendo lacrime di sangue, lavorai come una schiava di galera per pagare tutti i debiti, fino all'ultimo centesimo. Mi alzavo all'alba, involgevo in una coperta il bambino che mi era nato per disgrazia, e lo buttavo da mia madre - ci pensavano le mie sorelle piccole a vestirlo e a sfamarlo - e correvo a zappare o a seminare o a trebbiare, mentre mio marito andava a trasportare minerale dalla miniera alla fonderia. Perfino a mietere, andai, io, per non pagare un mietitore. Furono anni di lavoro, di fame e di veleno. E così ho imparato la vita.

Adesso sono vecchia, il mio poco ce l'ho, non devo niente a nessuno, mi basta e mi accontento. Non faccio come certi, che fanno il passo più lungo della gamba, vogliono la roba anche se non se la possono pagare con le proprie forze, e allora fanno prestiti. E i debiti sono duri da scorticare. E qualcuno finisce per mettersi a rubare, e la roba degli altri non si deve toccare. Il povero l'ha lasciato Dio, e ognuno deve restare quello che è. Del resto, quando un cristiano ha il pezzo di pane e il fuoco per scaldarsi, sta bene - tutto il resto sono vizi che sottoterra non ci portiamo.
E poi, se una donna comincia a desiderare la mobilia buona, si abitua al lusso e non c'è marito che la può soddisfare e tenere a freno. Come la massaia che era compagna mia in casa di zia Chedenia: incantata dai soldi, si era sposata con un uomo di miniera. Il marito ne usciva giallo come cera dalla galleria, e lei tutta bella e rossa e agghindata se ne andava per le botteghe, pomposa, col figlio in braccio che sembrava il principe del corno della forza, pieno di fiocchi e di pizzi - peccato quel pizzo! tanto i bambini non guardano ciò che pisciano; basta ripararli dal freddo. E fosse stato bellino, almeno! Sembrava un aborto, perché quella lì, anche se gli metteva la cipria per uscire, chissà come lo teneva in casa. Del resto, si vedeva già da ragazza, che specie di donna era. Quando lavoravamo la pasta per il pane, si lavava le mani col sapone un paio di volte, perché era schifiltosa. E adesso che ha consumato i polmoni di suo marito buonanima si sta lucidando per sposarsi di nuovo. Ma se fossi io uomo, già mi monterebbe così!
Oggigiorno il mondo è cambiato. Ci sono troppi vizi, coi soldi che corrono. E per che cosa, poi? Fosse almeno più sana e più contenta, la gente. Quando io andavo a lavorare, mi alzavo all'alba e ci andavo a piedi, e non ci arrivavo gialla come cera e slombata - come sono adesso le donne. Perfino le zappatrici, quelle poche che ci sono rimaste, vanno al campo in bicicletta, e arrivano con gli occhi gonfi di sonno, perché si sono alzate dieci minuti prima, quando il sole era già alto. I soldi che sprecano per comprarsi le biciclette dovrebbero conservarli, se no quando si sposano non hanno lenzuola, svergognate, e se le fanno comprare dal fidanzato. Quelle lo scorticano, un uomo. Si fanno belle di fuori, e si vestono di lusso anche per andare a lavorare. E quando non basta il marito, fanno le bagasce.
Con tutte le macchine che ci sono, adesso nessuno vuole lavorare a mano. Il pane non ha più lo stesso sapore. La terra è sforzata e riscaldata da quei concimi, da appena ci buttano il seme. Le spighe le gettano dentro le trebbiatrici, invece di lasciarle al sole che fa bene a ogni cosa. E il grano, di nuovo dentro quelle macchine calde e puzzolenti. Per forza, la farina non viene buona! ne esce calda e puzzolente. E il pane? invece di lavorarlo a mano, ributtano la farina in un'altra macchina, e ne viene fuori una pasta frolla che non resiste al lievito. Fatto in casa, il pane, ci vogliono almeno tre ore per lievitare, e che sia ben coperto. Adesso, in mezz'ora, non fanno in tempo neppure ad accendere il forno che già la pasta si sta liquefacendo, e nel forno non si gonfia e non ha il suo buon profumo.
La gente è tutta malaticcia. Quando ero piccola, anche se andavo scalza e poco vestita, medicine non ne avevo mai preso. Oggi, le ragazze sono tutte a dolori, sempre prendendo medicine. Per ogni fesseria corrono dal dottore. Sarà che hanno soldi da buttare o che hanno voglia di farsi guardare e toccare. Per parte mia non ci sono mai andata e mai ci andrò - va' che non mi spoglierei davanti a loro, uomini sono, anche se dicono che non guardano: neanche se avessero gli occhi cuciti col giunco!
Quando devono fare un figlio, si cacano addosso per lo sforzo. Già mi aspettavo la levatrice, io! Il secondo l'ho fatto in campagna. Quando mi sono sentita nel momento, ho lasciato la zappa, l'ho fatto, l'ho avvolto nello scialle e me ne sono tornata a piedi in paese. E gli davo da succhiare fino ai due anni, che latte ne avevo - adesso tirano un giorno o due e latte non ce n'è più, e a quelle povere creature danno di quella roba in polvere: chissà che porcheria è.
Gli animali lo stesso. Su trenta uova gallate, sì e no ne escono cinque col pulcino. Sarà quel mangime nuovo che gli danno o sarà l'aria brutta, non lo so... i galli non cantano più. A malapena si alzano di mattina e fanno un pigolio da pulcino, e le galline, neanche le guardano. Prima, un gallo solo si metteva sotto tutto un pollaio di quaranta galline, anche due o tre volte in un giorno. E doveva stare attento ai galletti che crescevano... In casa di mia madre, di galletto se ne faceva a pranzo una alla settimana. La domenica, al rientro dalla prima messa, mamma si preparava - spettava il turno al galletto più turbolento che bisticciava e disturbava il gallo da monta. Era una festa grande per tutti. Tutti assistevano, e ciascuno aveva il suo aiuto da dare. Al momento di sventrare l'animale si faceva silenzio, e tutti guardavamo la sua faccia e aspettavamo.. Apriva e toglieva i bottoni, che erano belli grandi e non come quelli di adesso che sembrano semi di melone! Li prendeva e li metteva in un piattino, andava in cucina e li mostrava al marito: "Guarda, che razza di bottoni aveva quel demonio!" Il piatto veniva lasciato tutto il giorno in vista, così che la gente che veniva in visita potesse ammirarli.
Io dico che se lavorassero in casa non se ne andrebbero al cinema. Io già non lo so che gusto ci trovano a chiudersi in uno stanzone buio a respirare quel tanfo. Neanche in chiesa vado, quando è tardi e l'aria è viziata. Tutt'uno è andarci di mattina presto, quando si sente solo profumo di cera! Adesso, poche ne sono rimaste di candele; è tutto a lampadine. E Dio non deve essere molto contento, perché era povero e non aveva bisogno di lampadari di cristallo.
Per cucinare hanno messo il gas. Tanto hanno lo stesso sapore, il brodo fatto a fuoco di legna nel camino e quello fatto su quella fiamma puzzolente! Tutto per non lavorare. E meno lavora e più la gente muore. Chi non muore di malattia muore di disgrazia, con quelle macchine. Perché non se ne staranno in casa, dico io, invece di andarsene in giro a bagasciare. Belli sono, uomini e donne, gettati insieme dentro le macchine! A me fa schifo solo a vederli. Figuriamoci a entrarci dentro. Appena me ne passa una vicina, il fumo che ne esce mi fa venire voglia di vomitare. Adesso li portano in macchina perfino in camposanto. Io una cosa vorrei: che non mi ci mettessero dentro neppure da morta. Lo dico sempre a tutti: che facciano un sacrificio e che mi portino a spalla, in camposanto. Se mi ci vogliono portare. Se no, vaffanculo! che mi lascino lì.



2 - CRARA MACA

Crara maca 'nc' est arziada asuba de su linnargiu de zia Maria Peppa e dd'hat appiccau fogu.
Bistu su lugori de is pampas de su fogu tenendi in mes' 'e 'idda, ziu Anselmu est curtu a repicai is campanas de cresia; ma is boxis, is izzerrius de axitoriu si funt spartus prus de pressi de is toccus e sa genti est arribada luegu, chini cun furconis e chini cun siccias de aqua e cun funis.
Su linnargiu tenit zaccarrendi; su fumu fittu arrubiastu 'nci arzia' muinendi in su xelu firmu senz' 'e bentu. Asuba de su linnargiu teni-teni, Crara maca si bit sceti fattu fattu, zerriendi fueddus malus, a bucca oberta e a ogus spiridaus, movendisì e trottoscendisì comenti chi dd'happa' punta s'argia; s'indullit immoi a manca e immoi a deretta, pustis si scutullat a innantis e a palas, baddendi baddendi e zerriendi e iscramiendi e guriendi.
Funtanas ci 'nd' hat pagus e sunt attesu. S'aqua portada a siccias e a bottus e ghettada in su foghidoni est comenti unu spudu in d'unu brasceri de carboni: suat e friit in d'una nui de vapori.
Una pariga de feminas hant pigau pertias longas e affurconant in su fumu e in sa pampa circhendi de 'ndi dda cabai - postu chi happat pozziu atturai bia, in totu s'ora, trottoxendisì in cussu inferru de fogu.
"S'inferru dda fatta, s'inferru 'nci dda ingurtit!", narànt is feminas murrungendi, totu arrubisconadas, sighendi a furconai tanti po no nai, po cuscienzia, cun is pertias chi bruxant.

Nisciunu, in bidda, sciiat de innui dimoniu 'ndi fessit stupada Crara maca. Dd'hiat attobiada unu marradori, annus medas prima.
Fiat ancora picciocchedda, insaras. Giràt in mesu de is ispaduas e is zinnigas in su pauli, coment’ ‘e unu arresi sperdiu. Propriamenti coment' 'e unu arresixeddu fiat, ca no sciiat mancu bogai fueddu, ca ateru no sciiat nai chi: "Uh, uh", a box' 'e 'uturu.
Su marradori chi dd'hiat attoppada, hiat pigau una fitta de pani de sa bertula e issa si dd'hiat pappada famida, appattada. Pustis, s'homini dd'hiat pigada e 'nci dd'hiat portada a palas de su murixeddu de una barracca sciusciada, e issa dd'hiat sighiu, allonghiendi sa manu a sa bertula, ammuinendi "Uh, uh," famida.
Crara maca hiat bistu su soli girendi che arroda de fogu in su xelu asulu; strumpada a schina in terra, hiat intendiu asuba unu pesu mannu cravendidda che perda in su ludu; pustis sa facci de s'homini dd'hiat cuau s'arroda 'e su soli.
Lassendidda, s'homini dd'hiat postu in manus una atera fitta de pani. E Crara no intendiat prus in sa brenti is mossius de su famini, ma unu mossiu nou, prus fundudu, cussu de sa timoria.
Fiat atturada a palas de su murixeddu a muinai, a castiai abbarballucada s'arroda de su soli e s'affannu suu.
In bidda fiat bessida sa boxi de una craba, filla de su dimoniu, chi poniat in tentazioni is hominis solus in su saltu, ca 'ndi bessiat tot' in d'unu che pantasima de a palas de una tuppa de modditzi, in s' 'utturu de su monti. Pigàt sa manu a is hominis e issus diventant debilis a cussa toccada. Issa pigàt a saltai coment' 'e una craba, arziendisì sa gunnedda, zaulendi "Uh, uh," cun sa ‘ucca baulosa, accinnendi a sa bertula. Candu ddi 'onànt sa fitta de su pani, si dda poniat in pitturras, e si sterriat, a facci a susu, castiendi sa luxentesa de is arroccas de granitu, pintulinadas de brillantis.
Calincuna borta bessiat in is nottis de lugori e girat accant' 'e bidda. Corrovàt in mesu de is muntonargius e de is accorrus. Is feminas si fadiant sa gruxi, biendidda, innantis de dda pigai a perda.
Is hominis no scoviant de dd'hai agattada, comenti chi fessit stada una bregungia. Nienti de mancu, in is dis longas passadas in solitudini, inter terra e xelu, mazziendi asi' asiu pani e casu, a schina accozzada a una matta de olia, issus intendiant una spezia de dulzura a su pensamentu de ddis apparriri sa conca sua scrabionada, is ogus suus ispantaus, sa bucca sua a larvas mannas, chi ateru no sciiat nai, sceti "Uh, uh,". E poniant a una parti, in sa bertula, una bella fitta de pani e unu arrogheddu de casu... Totu sa tristura e su nuu de sa solitudini scumparessiant, candu ddi toccànt sa schina o ddi carinniant is pilus de conca crispus o a su toccamentu durci e tebidu de sa manu sua, candu 'nci ddus portàt in d'unu logu cuau. Ma pustis, a su notti, torraus a domu, sezzius accant' 'e sa ziminera, bidiant s'imagini sua formada in mesu de is pampas de su fogu, cumpàrtia de asutt' 'e sa braxi... Dda bidiant de su chinzu in susu, is tittas, is palas, in brazzus in artu, sa facci trista che anima cundannada a bruxai in su Purgadoriu. Insaras narant cun devozioni s'Attu de Dolori, promittendisì de andai a si cunfessai in cresia a su primu dominigu.

De annus medas, Crara maca biviat in su saltu che animali aresti; non si sciat innui crocchessit, specialmenti in is nottis de tempus malu in s’jerru.
Casi totu su jerru - a is primus tempus chi fiat apparia - hiat passau sa notti asutta de su stauli mesu sciorroccau, foras de bidda, in basciu, a sa parti de su pascidroxu innui passat s'arriu de don Pepi. Si intanàt acuiendisì in s'arranconi, totu accoccoeddada, candu is tiaulus giogant a 'ndi fai rumbulai su Carr''e Nannai de appizzus de is montis de perda, candu su bentu gelidu sulàt infibendisì in is teulas de is coberturas e in is murus, infrizzendisì che spina in d'unu bestiri lisu. Insaras s'intendiat finzas a bidda, zunchiendi e appelendi e scramiendi, Crara maca, s'istrana criadura benida de s'inferru, po cundennai is hominis.
Casi totu un'jerru si fiat refugiada in cussa spezia de cuili. Finzas a candu in bidda si fiant accattaus de totu su pani chi sparessiat in domu e de is piccioccheddus chi 'nci bessiant a iscusi a de notti, s'unu in pari cun s'ateru, po si fai cumpangia e coraggiu, po andai a si sterri a unu a unu a costau de su tiaulu - pustis de dd'hai postu accanta unu pani benedittu.
Hiant passau boxi, is feminas; hiant pigau pertias e fustis e fiant curtas totus in pari, po 'ndi tirai is piccioccheddus de is farrancas de cussa dimonia e po 'nci dda straullai attesu - “An chi ci torrit in sa 'urba chi 'nci dd'hat iscavuada!” - Hiant lassau is piccioccheddas attitirighendi de frius e de timoria a castiai is pippius e a nai is Brebus, e fiant curtas iradas, frastimendi e zerriendi:
"Is piccioccheddus no, sunt ‘noçentis e no si sciint scabulli. An chi ci torrit a s'inferru chi 'ndi dd'hat zappulada, sa bruxa!"
Calincuna 'nd' hiat spiccau su Santu Cristus de su muru e ddu portàt in artu, scutullendiddu po parai sa dimonia.
No dd'hiant pozzia acciappai, sa bruxa, ca curriat che una craba, a brinchidus, cun d'una brazzada de panis, cantu prus 'nd” hiat potziu portai.
Dd'hiant sighida tirendidda a perda e a frastimus po prus de mes'ora, finzas a is primus spentumus de su monti. Pustis, torrendi agou, hiant donau fogu a su stauli e 'nd' hiant accabau de sciorroccai is perdas de su murisceddu.

Po tempus meda no si fiat prus bista. Ni mancu is pastoris chi arziant a cuaddu a pizzu de monti, dognia mengianu a chizzi, a 'ndi portai de is madaus is tolas de su latti.
Fiat torrada a is primas dis bellas de beranu, marria e trista, zabiendi prus sarragada chi mai: "Uh, uh".
Is hominis hiant fattu luegu a perdonai sa malesa de hai imbizzau is piccioccheddus a fai cosas malas; e hiant scaresciu is iscongiurus de is feminas e is ammonestamentus de su predi. Creaduras debilis, is hominis, ispentummaus in sa solitudini de unu desertu, innui su coru si fait tostau che birdi; e comenti 'e su birdi si fait fragili. E fiant luegu torraus a s'abitudini de stuggiai in fundu 'e sa bertula una bella fitta de pani e de abettai palpitendi sa boxi sua "Uh, uh," totu a una borta bessida de a palas de una cresuri.
"Unu tiaulu puru - candu no ci funt angiulus chi tenint su coraggiu o sa forza de 'ndi calai in mesu de custu ispèntumu de perdas - unu tiaulu puru podit donai cumpangia e cunfortu a chini est solu e tristu", hiat finiu de penzai senz' 'e podiri dormiri su predi, in d'una notti de strossa, cun landiri e cun bentu, e tronus e lampus, e prantus e zerrius de animas cundennadas...

Crara maca immoi 'nc' est torrada a s'inferru chi dd'hat generada: is bigas de su linnargiu hant ammollau, e totu a una borta su muntoni de sa linna teni teni 'nd' est sciorroccau bruxendi a pampadas artas de fogu, zaccarrendi e scinciddendi in d'una molinada manna de fumu rubiastu.
Sa genti si fiat deppia stesiai a su calori forti e a sa fraria chi bolàt de sa pampa.
Su spantu est accabbau. E totus torrant a domu, a facci scura, cun is siccias e is bottus chi a pagu cosa funt serbius, e si donant s'unu cun s'ateru sa bonanotti, lassendisì in s'oru de is gennas tumbadas.
Is feminas bogant suspirus de sullievu e de piedadi, pensendi cun s'anima perdia in su misteriu de su beni e de su mali, stringendisì a is hominis insoru, casi intimorias de sa vida.
E is hominis non hant a teniri, immoi, nudd'ateru prus chi su sonu de sa boxi insoru - su sonu de sa boxi bessida de su coru insoru, in d'unu cantu ninniosu e gemidu che attitu, candu sa tristura de is isperrimus de perda desolada fait unu homini mannu dissperau che pippiu sen' 'e mamma; unu cantu de morti zerriau e prantu, po avvocai sa vida, po s'intendiri bius in d'unu nudda immensu de solitudini; unu cantu tristu chi si spandit che nebida in is puntas de arrocca de is montis e càlat in su pranu - aundi luxit in sa notti de lugori s'arriu sinuosu, simili a s'arrastu de baulada, lassau de unu sizigorru…



CLARA LA PAZZA

Clara la pazza ha appiccato il fuoco alla legnaia e c'è salita sopra.
Zio Anselmo è corso al campanile di chiesa, appena visto il chiarore dell'incendio levarsi come un sole alto fra le case; ma la voce s'è sparsa più rapidamente dei rintocchi e la gente è arrivata portando forconi, funi e secchi.
La legna arde crepitando; il fumo denso rossastro sale nel cielo senza vento; Clara la pazza si vede solo a tratti; urla parole incomprensibili con bocca spalancata e occhi spiritati; si agita e si contorce come presa da una frenetica danza; si piega ora a destra ora a sinistra, per scuotersi poi in avanti e in dietro, rigida come un burattino.
I pozzi sono pochi e lontani. L'acqua dei secchi e dei barattoli sulla legnaia è come uno sputo sui carboni di un braciere: soffia e sfrigola in una nube di vapore.
Alcune donne hanno dato mano a lunghe pertiche che infiggono nelle fiamme grigie di fumo, nel tentativo di buttarla giù, seppure ha potuto resistere viva tanto a lungo, danzando in quell'inferno.
"L'inferno l'ha partorita; l'inferno se la riprende." Borbottano rosse in viso, continuando a spingere senza convinzione le pertiche che bruciano anch'esse.
Nessuno, in paese, sa da dove sia giunta Clara la pazza.
L'aveva incontrata, molti anni prima, un contadino.
Era ancora fanciulla, allora. Vagava fra i giunchi e le erbe delle paludi, come un animale smarrito. Proprio come un animale era, che non sapeva pronunciare altro se non "Uh uh" con, la sua gola gozzuta.
L'uomo aveva preso dalla bisaccia una fetta di pane e lei lo aveva divorato famelica, accucciandosi per terra. Poi lui l'aveva portata dietro il muretto di una baracca e lei lo aveva seguito, tendendo ancora la mano alla bisaccia, mugolando "Uh uh", in tono di supplica.
Clara la pazza aveva visto il sole ruotare come una girandola nell'azzurro sbavato; con la schiena sulla terra aveva sentito un grosso peso premere fino a farla sprofondare come un sasso nella melma; poi la faccia dell'uomo ansimante le aveva nascosto il sole.
Prima di andarsene egli le aveva messo in mano un'altra fetta di pane. Adesso non sentiva più nel ventre il grido della fame, ma quello nuovo, più cupo, della paura.
Era rimasta dietro il muro a mugolare, a guardare affascinata il ruotare del sole e della propria angoscia.
In paese si era sparsa la voce che una cagna, figlia del diavolo lussurioso, tentava gli uomini soli nei sentieri, tra le macchie di filidea, nelle gole dei monti, apparendo improvvisa come un fantasma. Prendeva per mano gli uomini che diventavano deboli a quel contatto. Saltava come una capra, scoprendosi impudica il grembo, mugolando bavosa "Uh uh", accennando alla bisaccia. Avuta la fetta di pane, la teneva stretta al petto con le mani, e si sdraiava immobile a guardare il riverbero della luce sulle pareti di granito costellato di piccoli specchi.
Qualche volta, nelle notti chiare di luna, appariva nei pressi del paese. Frugava nei letamai, negli ovili. Le donne si facevano il segno della croce, prima di lanciarle un sasso.
Gli uomini nascondevano come una vergogna l'averla incontrata. Eppure, nelle lunghe giornate trascorse solitarie tra cielo e terra, masticando il pane e il formaggio, appoggiati al tronco di un ulivo, sentivano un che di dolce nel pensare di vedere apparire la sua testa arruffata, i suoi occhi spalancati, la sua bocca larga carnosa che altro non poteva dire se non "Uh uh". E mettevano da parte una grossa fetta di pane e un pezzetto di formaggio. Sentivano la durezza della solitudine sciogliersi, quando le accarezzavano la schiena o le scuotevano la testa ricciuta o al contatto della piccola mano che li guidava verso un anfratto. Ma la notte, accanto al focolare vedevano la sua immagine formarsi immobile fra le fiamme, apparire da sotto le braci dalla cintola in su, come anima del purgatorio. Recitavano allora un Atto di Dolore, ripromettendosi di confessarsi al prete, alla prima domenica.
Clara la pazza vagava da molti anni per le campagne e sui monti; nessuno sapeva dove riparasse il suo sonno nelle gelide notti d'inverno.
Per quasi tutta una stagione, nei primi anni del suo apparire, aveva abitato una tettoia diroccata fuori paese, giù verso la radura e il ruscello di don Peppe.
Si rintanava in quell'angolo protetto, quando sui picchi di granito i demoni giocavano a fare rotolare i fulmini come valanghe luminose, quando il vento gelato filtrava nei tetti e nei muri infilandosi come spina in una veste dalla trama logora. Allora la si sentiva uggiolare e ululare, Clara la pazza, quella strana creatura scaturita dall'inferno per dannare gli uomini.
Quasi una stagione era rimasta in quel covo. Fino a quando la gente scoprì la sparizione dei pani e il furtivo uscire notturno dei ragazzi, a frotte per farsi compagnia e coraggio, per andare ad accoccolarsi a turno fra i sassi e le ortiche, accanto al demonio, dopo aver deposto in un canto il pane benedetto.
S'erano passata la voce, le donne, ed erano corse armate di pertiche per strappare i loro ragazzi alla tentatrice e per ricacciarla lontano sui monti. Avevano lasciato le fanciulle tremanti di freddo e di paura a dire gli scongiuri e a custodire le culle; ed erano corse tutte, imprecando.
"I ragazzi no; loro sono innocenti, non si sanno difendere, loro. Che ritorni all'inferno, da dove è venuta, quella strega!".
Qualcuna aveva staccato il crocifisso dal muro di casa e lo brandiva alto, agitandolo, per atterrire il maligno.
Non erano riuscite ad agguantarla, la strega, perché correva come una capra, a balzelloni, portando fra le braccia e il petto quanti pani più poteva.
L'avevano rincorsa con i sassi e con urla per una buona mezz'ora su fino alle rocce. Dopo avevano dato fuoco a ciò che restava della tettoia e diroccato quanto restava del muretto di pietre.
Per molto tempo non la rividero più, neanche i pastori che salivano ogni mattina a portare il latte dagli ovili con i bidoni dentro le bisacce in groppa agli asini.
Ritornò con il bel tempo, macilenta e triste, mugolando più aspro il suo "Uh uh".
Gli uomini le avevano presto perdonato quel suo abominevole aver tentato l'innocenza dei ragazzi; avevano dimenticato gli scongiuri delle donne e gli ammonimenti del prete, creature deboli, ripresi dalla follia della solitudine che fa il cuore duro come il vetro e come il vetro lo fa fragile. Avevano ripreso presto l'abitudine di conservare in fondo alla bisaccia una larga fetta di pane e di attendere con dolce batticuore il suo "Uh uh" improvviso dietro un cespuglio di lentischio.
"Anche un diavolo - se gli angeli non osano mettere piede fra gli uomini - anche un diavolo può lenire l'infinita pena di chi è solo." Aveva concluso il suo lungo vegliare il prete, una notte in cui la grandine e il vento avevano pianto e urlato sui tetti.

Clara la pazza è adesso risprofondata nell'inferno: i pali della legnaia hanno ceduto; fuoco e fiamme sono precipitati di schianto con un crepitante esplodere di scintille che ha fatto indietreggiare tutti.
Rientrano cupi alle loro case, coi secchi e i forconi inutili, dicendosi "buonanotte" sugli usci socchiusi.
Le donne sospirano di sollievo e di pena, pensando sgomente al mistero del bene e del male, stringendosi ai loro uomini come impaurite d'essere vive.
E gli uomini non avranno altro che il suono della loro voce, ora: il ritmo di una nenia triste che scivola sul silenzio ondoso dei colli o s'avvolge alle scure guglie dei monti o si adagia sulla breve vallata, dove, nelle notti serene, balugina sinuoso il ruscello, simile ad un argenteo sbavare di lumaca.

 



3 - SU REGOLLIDORI A MES' 'E PARI

«Ita traballu fazzu?», respundit cun d’unu risisceddu beffainu.
Sterrinau che pascià in d’una stoja ghettada in cortilla, in s’umbra a costau de su muru, sànziat sa schina, allònghiat una manu e si corròvat e iscrafit in mesu de is didus de is peis.
«A ddu bit? Mirit is didus mius comenti si movint... Sa cocciula pintada si piscat cun is peis.»
«Ita? Piscadori… narat fusteti? Et innui est scrittu chi s’homini depit teni’ un'arti?», respundit issu prontu.
Torrat a si sanzinai. Narat: «Gesu Cristus teniat un’arti, forzis? E don Antonicu, cali arti fait? Issu narat: deu seu coltivatori direttu!… Misia misia: ma chi no scit nimancu a cali parti si poderat sa marra… Deu, chi ddu bolit sciri propriamenti, no seu de sa razza de is meris. Ma no seu nimancu de sa razza de is serbidoris… Su traballu miu est un’arti libera et indipendenti.».
Accanta de sa stoja, in terra, c’est unu frascu. Allonghiat una manu, ddu pigat, ddu stuppat a dentis, mi dd’offerrit.
«Dd’aggredessit unu ziccheddu de ‘inu?».
Ddi depit parri’ chi sia de pagu gana et insistit: «Ma no hat a essiri de razza schinceriosa, fusteti?», narat frighendi cun su palme de sa manu, po dda pulli’, sa ‘ucca ‘e su frascu.
Pigu su frascu e ‘ndi tastu unu ziccheddu.
Adempìu su doveri de fai buffai s’ospiti, si dd’attaccat a bruncu e buffat a longu. Pustis, zacchidat sa lingua e si torrat a isterrinai biadu, accozzau a unu brazzu. Mi castiat prus francu, ma cun aria pensosa: «Bai e circa chi hat a essi’ su chi dd’ ha’ mandau de mei… e ita totu dd’ hant hai contau a pizzus de mei!», narat sei sei.
Vittoriu bivit in sa Corea de sa bidda. Est unu regollidori de olia; hat a teniri quarant’annus. In s’anagrafe resultat bagadiu, si puru tenit pobidda e unu muntoni de fillus.
In sa cortilla de ‘omu ddu est unu biaxi de genti de dogna razza, andendi e benendi. Vittoriu no ‘ndi fait nisciunu contu. S’unicu penzamentu suu, immoi, est cussu de movi’ una manu asi’ asiu po isciuiai una nui de muscas, chi ddi bolat a giru, zumiendi arrabiosas.
«Dd’happu cumprendiu, sissi, chi est fusteti», narat cun d’una espressioni furba, faendimì s’oghittu, «Fusteti est unu giornalista, unu de cussus chi bolint sciri is fattus allenus.».
Una pariga de feminas, in s’oru ‘e sa genna de ‘omu, ghettant unu zerriu a una pariga de bastascius chi de sa ‘ia funt tirendi perda e arrogus de canna appuntida. Vittoriu gira’ sa conca, arrosciu, e a boxi mala, ddus ammonestat: «Ma poita no andais a si segai sa moba de su zugu a un’atera parti!?». Zerriat, ma senz ‘e si scallentai meda. Defattu sa piccioccalla sighit su giogu, affuttendisndi.
«Fusteti bolit chi ddi conti sa vida mia?… Est cosa de arriri e de prangi’, sa vida mai….» Narat, et in is ogus suus apparrit una nui de tristura. Allonghiat torra sa manu a su frascu e mi dd’apporrit.
«No? Ma ddu sciit chi fusteti est deveru dilicau… A sa bonora! Cun su permissu, buffu deu, a sa salud’ ‘e fusteti!».
Buffat e si strexit su bruncu cun su rovesciu ‘e sa manu. Pustis cun is puntas de is didus si toccat su fronti, pensosu, comenti chi bollat circai ‘e bogai a pillu regordus antigus e de meda stuggiaus e forzis scarescius. Sa bisura sua s’est mudada: plena immoi de tristura, castiendi fissu a innanti ’e séi unu spantu immaginariu.
«Babbai, su spacciau de babbai, giai de candu deu fiat piccioccheddu, mi naràt sempiri: No ti scaresciat mai chi su mundu est prenu de fillus de grandu bagassas. Si bolis pappai, no t’aspettis mai prangiu in domu allena. No ti ‘nd’ aspettis nimancu de is chi ‘ndi tenit aici meda de ‘nci ddu scavulai a is canis. E spezialmenti dona attenzioni a is predis et a is chi portant divisa, poita cussus in logu ‘e su coru tenint is gradus…
Babbai, reduci decorau de sa Brigata Sassari, appenas torrau de sa gherra, po ddu recumpensai de totus is tribulias, dd’hiant accappiau e lassau in presoni po un’annu, cun aterus trexentus, poita fiat bessiu in plazza, e in mes’ ‘e sa genti hiat spudau su velenu chi teniat in corpus. Deu fiat ancora piccioccheddu candu est mortu babbai… Dd’est scoppiada una bomba in manus, pischendi in mari biu… E deu, happu fattu dogni’ arti: chi mi bolìat mi pigàt, chi no mi bolìat mi lassàt. In vida mia, happu pasciu brebeis e procus; happu marrau; happu vogau; happu fattu scovas de prama; happu fattu su bombaju in mari biu; seu andau a regolliri cocciula, arrizzonis e sinzigorrus…».
«Ita mi narat? Si seu andau a iscola de piticu?… No, no mi praxiat. ‘Nci seu andau sceti una pariga de bortas. Su maistu no mi podiat biri. Apenas intrau, mi donàt una passada de fusti, cun d’una scusa o cun d’un’atera. Mi praxiat a liggi’, custu sì, ma candu in su liburu ddui fiant figuras medas. Immoi no mi ‘ndi fait gana, propriu nudda… Candu tengiu gana de liggi’, liggiu su frascu!».
‘Nci ddi scappat s’arrisu, a sa bessida spiritosa e po associazioni de ideas allonghiat torra sa manu a su frascu. Accinnat sceti a mi ddu passai, cust’ ‘orta , sen’ ‘e abettai su refudu miu: buffat a bruncu, a ogus serraus, po dd’intendi’ mellus su gustu.
«Candu fia piccioccu», sighit a contai, «’nci fiat dottori Nicola, su chi cumandàt sa milizia fascista. Dognia santu sabudu merì mi segàt is buttarigas po andai a fai su premilitari. Una bella dì chi mi ddas hiat beni beni morigadas, dd’hia nau in plazza, in facci a totu cantus, innui ‘nci depiat torrai… issu, Mussolini, su rei e totus is tiaulus de cussa razza. Pustis, dd’hia donau una passada de corpus e lassau dd’hia in terra po mortu. M’hiant arrestau e tentu in caserma po una scantu dis; pustis m’hiant lassau andai. Hiant bogau sa boxi chi deu fia bessiu macu…».
Unu pippiu de tres o quattr’annus, bestiu cun d’una camisedda curza chi dd’arribat a su biddiu, s’accostat in su mentras, citiu citiu, a sa stoja, s’appattat po fai de corpus, e si ‘ind’ ìstat, pustis, a facci incrubada in mesu de is genugus, castiendisì asutta e morighendi in su cagalloni cun d’unu fustigu.
«No podiast andai a ti squartarai unu pagheddu prus attesu?». Dd’ ammonestat Vittoriu. Su pippiu si ‘nci stesiat prangi prangi. Unu cani, totu s’ora acuilau firmu, arrunconau in s’umbra, s’accostàt a sa cagada, limpiat totu sen’’e musciai, torrat a si sterri’ in s’arrunconi suu, e si torrat a dormiri.
«Pustis de cussu fattu», sighit a contai Vittoriu, «nisciunu m’hiat pigau a traballai; nimancu pustis chi Mussolini fiat stau appiccau a unu ganciu in sa crannazzeria de cussa cittadi… comenti si narat… sissi, de Milanu. Ma deu, sa vida, happu imparau a dda pigai comenti benit, senza de mi fai sanguni malu, comenti faint certunus. Eh, troppu tardu dd’happu cumprendiu! Po cussu happu tentu unu mari de disgrazias. Eh… chi faessit a torrai a nasci’!».
Si lassat portai de s’estru: «Dogniunu est su chi est. No est aici? Deu seu deu e fusteti est fusteti. Innoi c’est terra et innì c’est aqua. Dognia cosa in su postu suu. Fusteti, tanti po nai fusteti, est unu de cussus chi scrint in su giornali. Deu dd’happu cumprendiu bidendiddi fai fotografias a sa genti pobera et a is domus mesu sciorroccadas. Fusteti, po chi ddu fait? Po nemus… po fusteti e totu. Dogniunu po sei. Est beru, su mundu aici no est giustu… Ma chini ddu cambiat? Essendi fattus mali is hominis puru? Sa manera ‘nci hiat a essiri, po cambiai su mundu: portai totus is concas a sa fonderia de Santuingiu, po ddas fundi’ e ddas torrai a fai nobas. O aici o nudda. Po cussu seus su chi seus, e is cosas atturant su chi funt, e no ‘ndi balit sa pena de si fai sanguni malu: deu seu deu e fusteti est fusteti…».
Su filosofai de Vittoriu est interrumpiu de una picciocchedda iscrabionada, benia a ddi dimandai dinai. Si ‘nci dda bogat de mesu de peis cun dexi francus et una nadiada po giogu.
«Et insaras fusteti bolit sciri si est beru chi deu seu de arti furoni?… Nossi. Deu seu unu regollidori de olia. Traballu sen’ ‘e paga. Poita su meri no mi pigat a traballai, e no mi pagat. Deu traballu su propriu, po contu suu: andu a regolliri olia in s’olivariu suu. Su chi regollu deu, mi ddu pigu deu; su chi abarrat in sa matta, est sa parti sua, de su meri. Custa hiat a essi’ una spezia de socida o mezzadria chi si nerit.
Ci bessit a riri cun malizia. Depit hai cretiu chi deu mi seu scandulisau, poita repitit: «Deu traballu a regolliri olia de mei e totu, segundu cuscienzia. No est beru? No est preçisu?». Cust’ ‘orta ‘nci ddi scappat s’arrisu a scraccalius, pisciendisddoi.
«No cretat fusteti chi siat unu traballu chi rendat meda: giustu giustu po tirai a innantis. Po sorti, candu finit s’olia, cumenzat sa canciofa.».
Totu a una borta mi castiat suspettosu - comenti bolessit cumprendiri su chi pensu deu; ma luegu si tranquillizzat.
«Custas cosas a fusteti si ddas nau, poita m’est intrau in simpatia… Po dognia contu, arregordisddu ca deu no dd’happu nau nudda!… Ma, immoi, lassaus is contus e buffaus. Tastidindi un’ateru ziccheddu, ca su frascu est casi sbuidu!».
Cust’ ‘orta insistit finzas a candu no ddu tastu. Pustis, ddu pigat issu e si ddu scolat. «Spacciau», narat strexendisì su ‘runcu.
«Et ita? A sciri chi m’est suççediu calincunu mabagrabiu? No, mai! S’arti mia, depit sciri, est unu traballu seriu e dilicau. No est arti chi podint fai totus. Medas dd’hant provada, ma hant depiu cambiai. ‘Nci bolit pistocu in bertula, ‘nci bolit!».
Bogat a foras is pitturras, totu cumpraxidu.
«Chi a fusteti dd’aggradessit, dd’acclaru comenti si sboddiat su traballu… Is ainas no sunt medas: unu saccu, unu lenzoru e una canna bella longa e chi no sia’ tuvuda. Meda simpli: si sterrit su lenzoru asutta de sa matta giusta; si scutullat sa matta cun sa canna; si regollit su lenzoru pighendiddu a is quattrus cabudus; si ghettat s’olia in su saccu… Su chi ‘nci bolit funt origas et ogus bonus; e toccat a conosci’ su logu palmu a palmu.».
Mi castiat, mirendimì attentamenti, comenti po biri cantu ballu. «Fusteti no andat!». Narat, candu ha’ finiu su esaminamentu. «Peccau! Chi no fessit de cussu, dd’hiat happ’ essiri portau cun mei, po ddi fai biri….»
Ddu ringraziu de su bonu pensamentu.
Bessendinci, in s’eca ‘e sa ruga, intendu sa boxi sua: «Fezzamì sciri su recapitu suu: dd’ hia a boliri mandai unu presenti de olia a domu. ‘Nd’ happu tentu prexeri meda de dd’hai conotu!».



IL RACCOGLITORE A MEZZADRIA

«Che mestiere faccio?!», risponde ironico, con un sorriso beffardo.
Dondola la schiena, sdraiato sulla stuoia stesa in cortile all’ombra del muro; allunga una mano, s’accarezza le dita dei piedi. «Vede? Guardi le dita come si articolano… Le arselle si pescano con i piedi.».
«Se faccio il pescatore? E che?… l’uomo deve per forza avere un mestiere?», risponde pronto.
Riprende a dondolarsi. «Gesù Cristo mica aveva un mestiere! E don Bastiano, che mestiere ha? Dice: io sono coltivatore diretto! Ma non sa neppure da quale parte si tiene la zappa… Io, se vuole saperlo, non sono della razza dei padroni. E non sono neppure della razza dei servi. Sono un lavoratore libero e indipendente.».
A mezzo metro da lui c’è per terra un fiasco. Allunga una mano, lo prende, lo stura con i denti, me l’offre: «Lo gradisce un goccio? Tenga!».
Rileva la mia incertezza. «Non sarà mica schifiltoso, lei?», dice, strofinando la bocca del fiasco con il palmo della mano.
Ne accetto un sorso. Ciò gli permette di bere a lungo avendo osservato i doveri dell’ospitalità. Schiocca la lingua sul palato; si riadagia beato sulla stuoia reggendosi sopra un gomito. Mi guarda con un sorriso più franco: «Chissà chi l’ha mandato da me… e che cosa le avranno raccontato…».
Vittoriu abita nella brigata. E’ un raccoglitore di olive sui quarant’anni. Per l’anagrafe è scapolo, anche se ha una donna e parecchi figli.
Nel cortile di casa sua c’è un via vai di gente. Egli non se ne cura affatto. L’unica sua preoccupazione, adesso, è quella di scacciare, con lenti gesti della mano, un nugolo di mosche che si è fatto eccessivamente insolente.
«Ho capito chi è lei », dice con aria furba, strizzando un occhio, «lei è un giornalista e vuol sapere i fatti miei.».
Alcune donne, dall’uscio di casa, danno una voce a una turba di monelli che lanciano canne appuntite e sassi. Vittoriu volge la faccia infastidito: «Ma perché non andate a rompervi l’osso del collo da un’altra parte?!», borbotta senza convinzione. Infatti i bambini proseguono nel loro gioco.
«Vuole che le racconti la mia storia?… C’è da ridere e da piangere», dice, e i suoi occhi paiono rabbuiarsi. Allunga una mano al fiasco, me lo porge.
«No? Ma sa che lei è proprio delicato?! Bene, bevo io: alla sua salute!»
S’asciuga le labbra con il dorso della mano. Si accarezza la fronte scura rugosa con le dita, come a voler raccogliere pensieri riposti, lontani. L’espressione del suo viso è mutata, lo sguardo gli si è fatto intenso, mentre fissa un punto ai suoi piedi senza guardare.
«Quando ero ancora bambino, mio padre buonanima mi ripeteva sempre: Ricordati che il mondo è pieno di farabutti. Se vuoi mangiare, non aspettarti mai pane dagli altri, nemmeno da quelli che ne hanno tanto da gettarlo ai cani. E specialmente non fidarti dei preti e di quelli che portano divisa, perché al posto del cuore hanno i gradi… Mio padre, reduce decorato della Brigata Sassari, l’avevano tenuto un anno in galera, con altri trecento, perché era uscito a gridare in piazza il veleno che ci aveva in corpo. Ero ancora un ragazzo quando è morto. Gli è scoppiata una bomba nelle mani, pescando… Io ho fatto tutti i mestieri: chi mi voleva mi prendeva; chi non mi voleva mi lasciava. Ho pascolato pecore e maiali; ho zappato; ho remato; ho fatto scope di palma; ho lanciato bombe nel golfo; sono andato a raccogliere arselle e ricci di mare e lumache…».
«Come? Se sono andato a scuola?… No. Non mi piaceva. Ci sono andato poche volte. Il maestro mi vedeva di malocchio. Appena entravo, una dose di bacchetta, con una scusa o con un’altra. Mi piaceva leggere, questo sì; ma quando c’erano molte figure. Adesso non me ne fa voglia alcuna. Quando ho voglia di leggere mi leggo il fiasco!».
Ride divertito dell’uscita spiritosa e per associazione d’idee allunga ancora la mano. Fa soltanto il cenno di passarmi il fiasco, non aspetta neppure il mio diniego; beve, socchiudendo gli occhi per sentirne meglio il gusto.
«Quand’ero giovane», riprende a dire, «c’era il dottor Nicola, capo della milizia fascista, che mi rompeva le scatole ogni santo sabato sera per la premilitare. Un bel giorno che mi si sono ben bene rivoltate, gli ho detto in piazza, in faccia alla gente, dove doveva andare… lui, Mussolini, il re e tutti gli altri di quella razza. Dopo gli ho dato una buona dose di colpi e l’ho lasciato in terra come morto. Mi avevano tenuto in caserma per molti giorni; poi mi avevano rilasciato. Avevano sparso la voce in giro che ero matto…».
Un bambino di tre quattro anni, in una camicina che gli arrivava all’ombelico, si è intanto avvicinato alla stuoia quatto quatto, si è accovacciato e ha fatto il suo bisogno - se ne sta poi con il visetto chino tra le ginocchia a guardarsi sotto, frugando con uno stecco.
«Non potevi andartene un po’ più lontano, a crepare!», lo redarguisce Vittoriu. Il bambino si allontana frignando. Un cane, che stava tutta l’ora accucciato immobile in un angolo ombroso del cortile, si avvicina alle feci del bambino, pulisce tutto senza far complimenti, ritorna al suo cantuccio, si riappisola.
«Da quella volta», riprende, «nessuno mi ha più dato lavoro; neanche dopo che Mussolini è stato appeso al gancio della macelleria di quella città… come si chiama… sì, Milano. Ma io, la vita, ho imparato a prenderla come viene, senza farmi sangue amaro, a differenza di molti. Molto tardi, l’ho capito! perciò ho avuto un mare di guai. Eh, se nascessi di nuovo!».
Si lascia portare dall’estro: «Ognuno è ciò che è. Non le pare? Io sono io e lei è lei. Qui c’è terra e lì c’è acqua. Ogni cosa al posto suo. Lei, per esempio, è uno di quelli che scrivono sui giornali. Io l’ho capito subito, perché ho visto che faceva fotografie ai poveri e alle case più scalcinate del paese. Per chi lo fa? Per nessuno, per lei stesso. Ognuno per sé. Certo, il mondo è fatto male, così… Ma chi lo cambia? se anche gli uomini sono tutti fatti male? Un modo ci sarebbe, per cambiare il mondo: portare tutte le teste alla fonderia di Sangavino, fonderle e rifarle nuove. O così o niente. Perciò siamo quello che siamo, senza farci cattivo sangue: io sono io e lei è lei.».
Il suo filosofare è stato abbreviato da una ragazzina scarmigliata, venuta a chiedergli quattrini. Egli se la leva di torno con dieci lire e una manata affettuosa sul sedere.
«Lei, allora, vuol sapere se io sono un ladro di professione?… No. Io sono un raccoglitore di olive. Lavoro senza salario, perché il padrone non mi comanda e non mi paga. Io lavoro ugualmente per suo conto: vado a raccogliere olive nel suo terreno. Ciò che raccolgo lo tengo io; ciò che rimane nell’albero è la parte sua, del padrone. Insomma, una specie di mezzadria…».
Sorride con malizia. Io devo aver fatto una faccia scandalizzata, perché ribadisce: «Io lavoro a raccogliere olive, no? E’ regolare?».
Sbotta in una risata fanciullesca.
«Non creda, sa, che sia un lavoro che rende molto. Si campa. Per fortuna, quando finiscono le olive vengono i carciofi.».
Mi scruta, divenuto improvvisamente diffidente, come a voler leggere il mio pensiero. Ma subito si rasserena: «Queste cose gliele dico perché mi è simpatico. Comunque, io non ho detto nulla! Ma adesso, beva un altro sorso, ché il fiasco è quasi vuoto.».
Stavolta insiste finché non ho bevuto. Lo riprende e lo scola. «Finito», dice pesandolo.
«Come? se mi è mai accaduto qualche spiacevole incidente? Mai! Il mio, vede, è un lavoro serio e delicato. Mica possono farlo tutti. Molti ci hanno provato, ma poi hanno dovuto cambiare mestiere. Ci vogliono biscotti quadrati, ci vogliono!». Mi guarda, altero, e allarga il petto, compiaciuto.
«Se vuole, le spiego come si lavora… Gli attrezzi non sono molti: un sacco, un lenzuolo e una canna grossa. Semplicissimo: si stende il lenzuolo sotto l’albero giusto; si picchia con la canna sui rami; si raccolgono i quattro capi del lenzuolo; si versano le olive nel sacco… Però ci vogliono orecchie e occhi buoni e bisogna conoscere la campagna centimetro per centimetro.».
Mi osserva, studiandomi attentamente da capo a piedi. «Lei non è adatto», conclude dopo l’esame, «altrimenti, una notte, l’avrei portato con me, per farle vedere.».
Lo ringrazio della cortesia. Uscendo sulla strada, mi raggiunge la sua voce: «Mi faccia avere il suo indirizzo; le vorrei mandare qualche oliva a casa. Sono molto contento di aver parlato con lei!»



4 - SU TRUMBULLU

A is dexi de mengianu, sa Cunfraria de su Spiritu Santu cun su sonadori de pipaiolu e tamburru abettànt de prus de mes'ora sa bessida de su Santu.
Antiogu su ferreri, chi portàt su Cristus de ollastu, grai che tronu, appiccau a su coddu cun d'una tira de peddi, si fiat passau in sa fronti sa maniga de su bestiri arrandau, po si strexi su sudori.
«E ita abèttant a 'ndi ddu tirai a foras?... Ouh, 'osaterus! aggiudaimì a mi 'ndi stuai su Cristus.». Hiat nau Antiogu girendisì a is cumpangius.
Duus de sa Cunfraria dd'hiant aggiudau a 'ndi tirai sa gruxi de sa guaina et in paris, de pesu, dd'hiant posta in terra, accozzada a su muru.
Puru is chi fiant a intru de cresia fiant abettendi sa bessìda de su Santu, de su predi e de su Comitau, ancora in sagrestia po cumponi’ sa processioni.
Is feminas si fiant setzias in terra, girendisì a palas sa gunnedda, nendi Gloriapatris po ‘nci passai s'ora. E is hominis, arroscius issus puru de abettai castiendi is arcadas e is bovidas pintadas, si fiant postus a chistionai de su prus e de su mancu: de s'aqua arribada totu a una borta a sciorroccu, de s'affittu grai meda de is terras, de is pestis de su bestiamini... e su fueddai insoru, sempiri prus a boxi arta, a manu a manu chi si animànt is chistionis, si fiat fattu burdellosu.
Is chi fiant accanta de sa sagrestia atturànt citius, a origas obertas po intendi’ calincunu fueddu chi ddis faessit cumprendi’ comenti mai su Santu trighessit aici meda a 'ndi bessi’.
E a intru de sa sagrestia, don Gesuinu su vicariu e Nicodemu su presidenti de su Comitau battallànt s'unu in facci a s'ateru, aggiagaraus, su primu susteniu de is Damas e su segundu de is cumpangius.
«Happu nau chi no… e no atturat!» Zerriàt don Gesuinu; e po si fai intendiri mellus hiat donau unu punnigosu appizzus de su cumò, faendindi arrui un'ampudda e un'ostensoriu.
«Cun su vicariu becciu fiat andada sempiri aici!». si chesciàt Nicodemu; e hiat sighiu a nai: «Aici bolit sa costumanzia, in bidda nosta...».
"Hat andai puru sa costumanzia," si 'nci fiat ficchia in mesu dona Mariangela, sa presidentessa de is Damas, "ma pensendinci beni, su chi dimandat don Gesuinu mi parrit giustu: duus terzius a sa cresia, chi tenit spesas medas, e unu terziu a su Santu, po ddi fai sa festa.
«E nossi, sa sennora! Su Santu tenit derectu a su mesu; e su mesu nosu si teneus. Eccu innoi: sunt ottantamila… E custus sunt quarantamila. Pigai o lassai. Sa costumanzia toccàt a dda respettai e a dda sighi’!».
«Sa costumanzia, eh?...» Hiat nau su predi arrenneghendisì. «Bosaterus si dda girais aici, immoi... Ma scieis ita si naru? Sa processioni si dda faeis 'osaterus... ma sen' 'e mei e sen' 'e Santu. Deu de innoi no mi movu!».
Don Gesuinu e Nicodemu si fiant castiaus a facci mala, donendisì pustis is pabas s'unu cun s'ateru.
«Toccàt a si decidiri...». Fiat interveniu unu de su Comitau. «Sa genti s'est arroscia de abettai...».
«Chi si 'nci torrit… a domu, sa genti!"». Hiat murrungiau febosu su vicariu. «Sa missa est finia!».
Calincunu de cresia hiat cumenzau a picchiai a s' 'enna de sagrestia.
«Don Gesuinu, si ddu nau po su beni de totus: bestasì e lessisì pigai su Santu nostu. A chi nuncas...» hiat nau Nicodemu a dentis siddias.
«A si nuncas, ita?...». 'Nci ddi fiat ghettau asuba su predi. «Sissi, propriu aici: de bosaterus, gafonis ereticus, c'est de s'abettai dognia peus cosa... Heis perdiu sa mesura, heis perdiu! Ma scieis ita si nau?... Allabaisì, ca deu asutta de sa tonica portu is carzonis...».
«Ahn, est aici, beru?!». Dd' hiat fattu fronti Nicodemu. «Is ereticus seus nosu, immoi?! Heis intendiu, bosaterus puru: seus nosu, is ereticus... Nossi, su vicariu, nossi... s'ereticu est fusteti, ca no portat respettu a sa bidda e nimancu a Sant'Antoni... Ma atturit attentu! Sant'Antoni 'nd'hat indulliu meda de genti a schina cirdina!».
«Andai, andai...». Si ‘nci fiat bessiu don Gesuinu, cun boxi de cumpadessimentu, faendi sa facci de su martiri, cun is ogus arziaus a su xelu: «Deus meu, perdonaiddus, ca no scint su chi faint!».
«Don Gesuinu, castit...».
«Andai, strevaggius, andai...». Hiat repitiu su predi: «Genti chi portat is Santus in giru coment' 'e bagassas...».
A custus fueddus blasfemus, is socius de su Comitau si fiant fattus sa gruxi. «Est de berus unu predi ereticu...». Si fiant pensaus totus is chi dd'hiant intendiu; e totus in pari hiant obertu de corpu s' 'enna e 'nci fiant stuppaus a cresia, intrendi a spintas in mesu a sa genti chi dda preniat.
Candu si fiant bistus su presidenti e cussus de su Comitau arziendi is iscalitas de s'altari majori, si fiat cumprendiu chi depiat essiri suççediu calincunu arrori mannu; e totus si fiant citius, is ogus fiscius in sa facci tirada, inchieta de Nicodemu, chi hiat obertu is brazzus cun rassignazioni:
«Sa festa no si fait prus. Su Comitau si sciolliri.». Hiat annunziau siccu siccu.

Passau su primu momentu de ispantu, calincunu de is chi fiant prus a innantis hiat dimandau:
«E poita mai no si fait prus sa festa?"
"E ita est suççediu?».
«S'est intendiu mali su vicariu?».
«Sant'Antoni no 'ndi bolit bessiri de sa niccia sua?».
«Su fattu est chi su vicariu no bolit respettai is costumanzias de bidda nosta. Po cussu, deu e is aterus de su Comitau s' ind'andaus.». Fiat stada sa risposta de Nicodemu.
Is de a palas, is urtimus chi no hiant intendiu, si informànt de is primus:
«Ma ita dimoniu est suççedendi oi?».
«Narant chi su predi non bolit chi si pongiant is cuaddus a pustis de su Santu.». S'arrispondiàt.
«Ma ita razza de predi est su chi s'hat mandau Monsignori, si no conoscit is usanzias?».
«Su predi narat chi sa Cunfraria depit atturai a palas e no a innantis de su Santu, in sa processioni.».
«Macu est?.... Ma candu mai?!... Una cosa aici no s'est mai intendia!...».
Is boxis andànt e curriànt in mes' 'e sa genti; si 'ndi naràt e si 'nd'intendiàt de dognia colori et in cresia 'ndi fiat bessiu unu burdellu mannu, chi no si cumprendiat prus mancu su babbu cun su fillu.
Totu in d'unu, s'intendit una boxi manna a izzerrius appizzus de dogni' atera:
«Bogainceddu! Bogainceddu!».
Su mar’ ‘e genti hiat cumenzau a si movi’ et a boxinai e a zerriai: «Bogainceddu! Bogainceddu!»; pustis si fiat scadenau furiosu contras a sa sagrestia. Cun is primus, ‘nci fiant Pepi e Anselmu, chi hiant cumenzau a donai corpus de paba a s’ 'enna, serrada a crieddu de a intru.
Arrogau su crieddu e sfundada sa genna, si fiant agataus facci a pari cun dona Mariangela e is ateras Damas chi, arrabiosas et amelezzadoras, portànt strintus in su pungiu crocifissus e candelobrus de alpaca. E calincuna si fiat puru armada de lamettas de braba, agatadas no si scit innui - comenti si fiat cumprendiu a pustis de su trumbullu, de is bestiris affittaus, segaus a tiras.
«Macus seis? Mai paxi nì in terra nì in xelu heis a tenì, scomunigaus chi s'azzardais a poni’ manu asuba de unu ministru de Deus!».
«Besseinci de mesu, bigottas!».
«Ereticus... ecculu su chi seis... ereticus! Ereticus e sen' 'e timoria!». Si defendiant is Damas.
«Ereticu est issu e su dimoniu chi portat in corpus!».
«Predis che cussu menescìant impiccaus!». Replicànt is de cresia. E unu, cun d’una oghiada maliziosa a dona Mariangela, hiat acciuntu: «E crastaus puru, menescìant!».
Sa resistenzia fiat durada giustu su tempus po si ghettai pari pari custas malesas. Sfundau luegu su fronti de is Damas, sa genti intrada in sagrestia si fiat acatada chi su vicariu fiat sparessiu. Po nudda hiant corrovau a intru de su guardaroba et a palas de is Santus beccius refudaus. Don Gesuinu, bista sa mala parada, 'nci fiat sartau de sa ventana a sa ruga e fiat curtu a s'inserrai in domu sua.
A su predi no ‘nci hiant pensau prus: «Chi endit in malora!... S'andada de su fumu!... Sa processioni dda faeus parimenti...».
Ma is beccius hiant ammonestau: «Una processioni sen’ ‘e predi si podit nai chi siat comenti una processioni sen’ ‘e Santu.».
Fiat stau a cussu puntu chi una feminedda de mes' 'e sa genti 'nci fiat bessida a nai: «Poita no ci poneus a Chiccheddu? Scit leggiri is Vangeus e scit fai passai ogu liau e azzicchidus mellus de unu predi...».
S'idea fiat praxia, si 'indi fiat chistionau, et a urtimu si fiant postus totus de accordiu.
Nicodemu hiat mandau sa nebodedda a circai su nonnu, chi depiat essiri innì accanta.
Luegu agatau, dd'hiant pigau, e de cresia dd'hiant portau a sagrestia, aundi dd'hiant informau de totu sa chistioni, mentras cumenzànt a ddu bestiri cun is paramentus sacrus.
"Ma deu... deu no seu dignu... deu...». Naràt Chiccheddu dengheri, faendi finta de si 'ndi boliri bessiri de mesu. «E pustis, sa giustizia?...». Hiat pispisau, preoccupendisì.
No hiat resistiu meda a sa tentazioni. Si fiat fattu cunvinciri luegu e fiat intrau in s'arti de su predi, chi de sempiri si fiat bisau de fai. E totu ariosu, si fiat ingenugau faendisì sa gruxi a manu larga e lenta, e pustis incrubendisì finzas a basai is taulas de su pamentu - comenti hiat bistu fai a is predis a innantis de s'altari.
«Sa voluntadi de Deus siat fatta!». Hiat sclamau gasi cantendi, a boxi de predi.
«Immoi, Chicchedu, 'ndi depis pigai Sant'Antoni de sa niccia e ‘nci ddu depis poni giustu in sa portantina...». Dd'hiant consillau Nicodemu et is aterus de su Comitau.
«Su chi si depit fai, gei ddu sciu deu!». Hiat respondiu siccu siccu Chiccheddu; e si fiat moviu camminendi ieraticu e pasidu finas a sa niccia; hiat obertu cun delicadesa e respettu sa vetrina de sa teca, pustis de si essiri signau tres bortas; si fiat torrau a ingenugai po resai tres Pater, tres Ave e tres Gloria prima de toccai su Santu - chi de in artu castiàt sorridenti cun ogus asulus e a manu arziada parriat chi fessit donendiddi sa benedizioni.
Sa genti si fiat posta a giriu a giriu, muda e riverenti, castiendi attentamenti dognia momentu de su rituali. E candu su Santu, no sen' 'e calincuna difficultadi, fiat stau postu in s'incastru de sa portantina, unu gridu mannu de prexu si 'ndi fiat arziau de totu su populu.
«Sceti un predi o un'anima santa podit toccai Sant'Antoni sen' 'e 'ndi bessìri fulminau». Acclaràt a is giovunus un homini becciu a braba bianca.
E is feminas prangiànt de commozioni.
Sa processioni si fiat cumposta in pratz’ ‘e cresia sighendi s'usanzia: a innantis su sonadori de pipaiolu e tamburru et is hominis de sa Cunfraria a besti bianca arrandada de arrubiu, cun su Cristus scuru de linna; is cuaddus cun is fornimentus de sa festa, e su Santu in sa cadira a vidriera, portau de quattru de is prus fortis de su Comitau; e avatu Chiccheddu, cun totus is paramentus doraus, asutt’ ‘e su xelu de seda groga a brefalius colori de prata, susteniu de quattru bastonis; e a urtimu totu sa ‘idda: is hominis a innanti a conca scoberta et is feminas a palas a conca coberta a muccadori, et in pari sa piccioccalla.
«Mellus de unu predi est!». Naràt sa genti, mirendi Chiccheddu chi andàt movendi lentu su passu, avanzendi cun solennidadi, cantendi a boxi arta is coggius de su Santu et is ateras pregadorias.
E a tirria, sa processioni fiat passada duas bortas, a s'andada e a sa torrada, in sa 'ia de don Gesuinu - chi cuau a palas de sa ventana de s'apposentu de susu, castiat mossiendisì is pungius de s'arrabiu.

Sa dì e totu, a mericeddu, avvisau de chini no si fiat mai scipiu, fiat arribau Monsignori s'obispu.
Lòmpia a bidda sa macchina manna niedda, sa boxi si fiat sparta in d’unu lampu e sa genti hiat cumenzau a toccai a plazza, reunendisì a innantis de sa canoniga po sighiri is fattus.
Monsignori fiat atturau casi duas oras in domu de su predi. In s'oru de s' 'enna fiant de guardia s'appuntau cun duus carabineris a fusili.
«Immoi gei dd'hat a imbuttiri beni beni de faulas e malesas contras a nosu!». Si narànt s'unu cun s'ateru dispraxus, sa genti, mirendi sa ventana de susu de innui beniat luxi.
Finalmenti Monsignori 'ndi fiat bessiu a passu lestu, sighiu de su predi. Sa genti si fiat ingenugada divotamenti e is hominis si fiant puru scoberta sa conca, ma no hiant arricciu niuna benedizioni.
«C'est arrennesciu, sì, cussu ereticu, a si poniri contras a Monsignori...».
Monsignori, cun d’una bisura chi no lassàt sperai nudda de bonu, intiaulau e fattu, 'nci fiat intrau in sa macchina, frusiendi derettu facci a cresia.
Candu sa cresia si fiat prena de genti, totus strintus a pari chi no ci capiàt prus nisciunu, nimancu a intru de is cappellas, Monsignori, bestius is paramentus, cun sa mitera obispali a bendas doradas e su pastorali, fiat arziau a sa trona.
Don Gesuinu fiat atturau a disparti, in s'ungroni in umbra, accant' 'e s' 'enna de sa sagrestia, totu annugiau e unfrau. Ma nisciunu ddu carculàt, comenti chi fessit unu molenti.
«Est cun dolori mannu, cun chescia e lamentu ch'intendeus in su coru, chi nosu si ammonestaus...». Hiat cumenzau a nai Monsignori a cara affligia.
Dd'hiant ascurtau coment' 'e fillus bonus, candu hiat avvertiu chi «su tallu depit sempiri sighiri su propriu pastori, si bolit andai in sa 'ia deretta, sa bia chi portat a su biadu regnu de su Xelu, aundi su Babbu Mannu totus s'abettat», e puru candu ddus hiat incurpaus de hai cumittiu sagrilegiu, «po hai cobertu cun sacrus paramentus pabas no cunsacradas», e de hai «profanau su tempiu de Deus, pighendi e usendi santus chi ddui bivint e chi sunt allogaus in custodia de manus de predi, chi issas sceti e mai manus profanas podint osai de toccai.».
Ma candu Monsignori si fiat postu craru craru a sa parti de don Gesuinu, nendi «chi est sempiri giustu e insindacabili su chi fait unu predi, ufficialmenti cunsacrau de s’obispu o siat a nai de Deus e totu», calincunu hiat cumenzau a dissentiri tussendi e murrungendi.
«Ma castia tui! Monsignori si ponit a sa parti de cuss' ereticu?!». Naràt sa genti, passendisì sa boxi s'unu cun s'ateru, finas a is medas chi fiant atturaus foras de cresia poita no ‘nci capiant.
«Monsignori est donendi arraxoni a su predi!». Intendiànt is de foras. E fiant staus propriamenti cussus, chi hiant bistu a una parti de sa plazza su muntoni de giarra manna (sa chi serbiat po repreniri is isciascionis de su stradoni) si 'ndi fiant prenas is bucciaccas, accostendisì a su portoni obertu. De asuba de is concas de sa moltitudini, unu pagheddu in umbra, biant Monsignori agitendi is manus e scallentendisì sempiri prus in su fai su sermoni, intendiant apenas su pispisu de is fueddus, a bortas cuau de su murrungiai de sa genti.
«Nàrat chi depeus dimandai perdonu publicamenti a su predi...».
«Bòlit chi ddi doneus subitamenti Chiccheddu po 'nci ddu scallai in galera...».
«Nàrat chi don Gesuinu est su vicariu nostu e chi po forza si ddu depeus teniri...».
De aintru de sa cresia si fiant intendius zerrius: «No ddu boleus! No ddu boleus!».
E insaras is de foras hiant cumenzau a sprondiri pungius de giarra, chi fiat andada a finiri picchiendi a susu de sa trona.
Casi ddi fiat calau guta a s'obispu. Totu in d'unu si fiat firmau e ammutiu. Sa facci ddi fiat bessia arrubia che fogu. «Paganus sen' 'e respettu!». Hiat nau a boxi sarragada, cabendindi in pressi de sa trona.
Muda e frida, sen' 'e sanziai un pilu, sen' 'e bogai unu musciu, totu de mancu, sa moltitudini si fiat retirada respettosa po ddu fai passai.
E issu, Monsignori s'obispu, currendi, 'nci fiat arziau a s'altari majori. Don Gesuinu dd'hiat sighiu e accostendisì dd'hiat pispisau calincuna cosa a s'origa, faendi accinnus cun is manus a sa genti po si citiri, e pustis hiat obertu sa 'ucca po chistionai...
Surbius, zerrius e boxi mabas dd'hiant citiu.
Monsignori si fiat fattu immoi biancu che cera, e hiat arziau sa manu manca...
«Si bolit scomunigai!». Si fiat pensada in d'unu lampu sa genti... E sa scomuniga est una cosa mala meda, una cosa po fai andai mali un homini po totu sa vida.
Sa moltitudini si fiat trumbullada: totus in pari si 'nci fiant ghettaus contras a s'altari, po firmai s'ingestu de sa manu, prima chi benessit irreparabili...

No si fiat scipiu mai comenti Monsignori s'obispu e don Gesuinu su vicariu fiant arrennescius a 'nci stuppai in sa sagrestia e pustis a si fuiri sartiendi sa solita ventanedda, chi s'oberriat in s'arruga.
Candu su trumbullu si fiat appasciau e fiat torrada sa calma, si fiant agataus sa mitria facta a tiras e su pastorali in centu arrogus.
Dognunu, torrendisnci a domu, 'nd'hiat boliu regolliri e stuggiai un'arroghixeddu, po dda usai coment' 'e punga.
E aici fiat stau chi sa genti hiat evitau sa scomuniga, e in prus hiat aquistau una punga de berus miraculosa, chi ddis fiat torrada utili meda candu, a sa fini de s'istadiali, fiat passada in bidda una pesti mala.
E don Gesuinu - còntant is beccius - s'hiat tentu su chi si fiat menesciu: mortu allupau bagniendisì in su mari de santu Juanni. Fiat stau Sant'Antoni, offendiu - narant - chi hiat opportunamenti pregau Santu Juanni de giustiziai su predi ereticu.


 

IL TUMULTO

Alle dieci del mattino, la Confraternita dello Spirito Santo e il suonatore di piffero e tamburello attendevano da più di mezz’ora l’uscita del santo.
Antioco il maniscalco che reggeva il Cristo nero con una bretella di cuoio si asciugò il sudore sulla manica della tonaca orlata di pizzo rosso.
«E cosa aspettano a tirarlo fuori? Aiutatemi a scaricarmi questo Cristo!», disse rivolto ai compagni.
Due lo aiutarono a sfilare la pesante croce dalla guaina e insieme la poggiarono al muro.
Anche i fedeli in chiesa attendevano l’uscita del Santo, del parroco e del Comitato dalla sacrestia, per formare la processione.
Le donne si erano sedute sul pavimento, sgranando “Gloria Patri” per ingannare l’attesa.
Gli uomini, stanchi di guardare i soffitti e le volte decorati, s’erano messi a chiacchierare del più e del meno, della campagna, della troppa acqua piovuta, dei fitti, della moria del bestiame, e il loro brusio iniziale si andava facendo frastuono.
Soltanto i più vicini alla sacrestia tacevano, con le orecchie tese per afferrare qualche parola che spiegasse i motivi di tanto ritardo.
In sacrestia, don Gesuino il parroco e Nicodemo il presidente del Comitato di Sant’Antonio si fronteggiavano, spalleggiati rispettivamente dalle Dame di Carità e dai dieci membri del Comitato.
«Ho detto di no, e resta no!». Sbraitava don Gesuino; e per dare più forza alle parola batté un pugno sul piano dell’armadio, rovesciando un’ampolla e un ostensorio.
«Ma con il vecchio parroco era sempre andata così!». Si lamentava Nicodemo; e aggiunse: «Così vuole la tradizione del paese…».
«Va bene la tradizione», interloquì donna Mariangela, la presidentessa delle Dame, «ma in fondo ciò che don Gesuino vi chiede è giusto: due terzi alla Chiesa e un terzo al Santo.».
«Il Santo ha diritto alla metà e la metà ci teniamo. Ecco qui, sono ottantamila… E queste sono quarantamila. Prendere o lasciare. La tradizione va rispettata!». Finì urlando Alceo, il vice presidente.
«La tradizione, vero? La prendete su questo tono, vero? E allora, sapete che vi dico? Fatevela voi la processione! ma senza di me e senza Santo. Io da qui non mi muovo!».
Don Gesuino e Nicodemo si erano guardati fisso negli occhi, in atto di sfida, poi si erano voltati repentinamente di spalle.
«Bisogna prendere una decisione…». Intervenne uno del Comitato, «la gente è stanca di aspettare…».
«Che se ne ritorni a casa, la gente!», borbottò stizzito il parroco. «La messa è finita!».
Qualcuno di fuori cominciò a bussare alla porta.
«Don Gesuino, glielo dico per il bene di tutti e per l’ultima volta: si vesta e ci lasci prendere il nostro Santo… Oppure…», disse Nicodemo a denti stretti.
«Oppure che cosa?…». Gli andò addosso il prete. «Sì, certo, da voi, beduini eretici, ci si può aspettare di tutto… Avete perso la misura, avete! Ma badate bene, io sotto la tonaca porto i calzoni. Capito?».
«Ah, si?». Replicò Nicodemo: «Gli eretici siamo noi, vero? Avete sentito? Siamo eretici, noi! L’eretico è lei, che non porta rispetto alle tradizioni e neppure a Sant’Antonio… Ma stia attento! Sant’Antonio ne ha già messo a posto parecchia di gente con la schiena rigida!».
«Andate, andate…». Disse don Gesuino assumendo atteggiamento e tono da martire, con gli occhi rivolti al soffitto, «Perdono loro, perché non sanno quello che fanno!».
«Don Gesuino, badi…».
«Andate, zoticoni, andate… Gente che porta i Santi in giro per le strade come p…!».
Alle parole blasfeme quelli del Comitato si segnarono. «Costui è veramente un prete eretico», pensarono tutti, e tutti insieme spalancarono le porte della sacrestia, infilandosi, a furia di spallate, nella folla.
Quando la gente vide il presidente del Comitato seguito dai suoi salire i gradini dell’altare maggiore, capì che succedeva qualcosa di molto grave e fece immediatamente silenzio.
Tutti gli sguardi si appuntarono sulla faccia pallida e corrucciata di Nicodemo che aveva aperto le braccia in un largo gesto:
«La festa non si fa più. Il Comitato si scioglie.», annunciò.
Dopo il primo momento di silenzioso stupore, qualcuno delle prime file domandò:
«E perché mai?».
«Che cosa è accaduto?».
«Il parroco si è sentito male?».
«Sant’Antonio non vuole uscire dalla nicchia?».
«C’è che il parroco non vuole rispettare la tradizione del paese. Perciò io e gli altri del Comitato ci ritiriamo.», fu la risposta.
Gli ultimi che non avevano sentito si informarono dai primi:
«Ma che diavolo mai sta succedendo oggi?».
«Il prete non vuole che i cavalli seguano il Santo!».
«Ma che razza di prete ci ha mandato Monsignore, se non conosce le costumanze?».
«Dice che la Confraternita deve stare di dietro e non davanti!».
«Matto è? Ma quando mai?!…».
I commenti si diffondevano e si moltiplicavano e con il chiasso aumentava la confusione.
Ad un tratto si udì una voce forte sovrastare tutte le altre:
«Cacciamolo via!».
La marea umana ondeggiò indecisa, poi si scatenò contro la sacrestia.
Fra i primi c’erano Peppe e Anselmo che iniziarono a dare spallate contro la porta che il parroco aveva sprangato.
Quando la serratura cedette, si trovarono faccia a faccia con donna Mariangela e le altre Dame, che brandivano vecchi crocifissi e candelabri di alpacca. Qualcuna si era armata di lamette da barba, trovate chissà dove - come si capì dopo dagli abiti trinciati.
«Pazzi siete? Mai pace né in terra né in cielo avrete, se oserete mettere le mani sopra un ministro di Dio!».
«Levatevi di mezzo, bigotte!».
«Eretici! Ecco quello che siete, eretici! Eretici e scostumati!». Si difendevano le Dame.
«Eretico è lui con il diavolo che ci ha in corpo!».
«Preti come quello vanno impiccati!». Replicavano dalla chiesa. Ed uno, con malizioso riferimento a donna Mariangela, aggiunse: «E anche altro vorrebbero!».
La resistenza durò appena il tempo di scambiarsi tali improperi. Però, frantumato il baluardo opposto dalle Dame, la gente, riversatasi in sacrestia, si avvide che il parroco era sparrito. Inutilmente lo cercarono dentro gli armadi e nei mucchi di santi smessi. Don Gesuino, vista la mala parata, scavalcata la finestra, era corso a barricarsi in casa sua.
Al prete non ci pensarono più:
«Che vada in malora! La processione la faremo lo stesso…».
Ma gli anziani obiettarono:
«Una processione senza prete è come senza Santo.».
Allora una donna lanciò l’idea, così senza parere:
«E perché non ci mettiamo Chiccheddu? Sa leggere il Vangelo e sa guarire spaventi e malocchio meglio di un prete.».
L’idea venne raccolta, brevemente discussa e accettata.
Nicodemo mandò la nipotina scema a cercarlo: doveva essere lì attorno. Trovatolo, lo trascinarono in sacrestia dove lo misero al corrente della questione intanto che gli mettevano addosso i paramenti sacri.
«Ma io… io non sono degno… ecco…», si schermiva Chiccheddu. «E la giustizia, poi?…», borbottava preoccupato.
Non aveva resistito a lungo. Infine convinto, e compiaciuto, si era inginocchiato segnandosi con un ampio lento gesto, chinandosi fino a baciare le tavole del pavimento, come aveva visto fare ai preti sull’altare.
«Sia fatta la volontà di Dio!». Mormorò.
«Ora devi prendere Sant’Antonio dalla nicchia e devi metterlo sulla portantina…». Gli suggerirono Nicodemo e gli altri del Comitato.
«So io quel che si deve fare!». Rispose secco Chicheddu e avanzò lento e ieratico fino alla nicchia, aprì con compunzione rituale la teca a vetri dopo essersi segnato tre volte, si inginocchiò a recitare tre Pater, tre Ave e tre Gloria prima di toccare Sant’Antonio che dall’alto gli sorrideva con occhi azzurri e gesto benedicente.
La gente si accalcava attorno, muta e riverente, osservando in ogni particolare il compiersi del rito. E quando il Santo, seppure con una certa fatica, fu incastrato nella sua sede sulla portantina, i clamori di gaudio furono immensi.
«Soltanto un prete o un’anima benedetta da Dio può toccare Sant’Antonio senza cadere fulminato…». Spiegava ai giovani un vecchio barbuto.
Le donne piangevano di commozione.
La processione si compose nel piazzale di chiesa secondo la tradizione: la Confraternita davanti con il crocifisso nero; i cavalli bardati a festa e il Santo portato a spalla da quelli del Comitato; Chiccheddu coi paramenti sacri sotto il baldacchino di seta gialla frangiata d’argento; infine tutto il popolo, prima gli uomini, a capo scoperto, dopo le donne e i bambini.
«Meglio di un prete è!». Commentavano, ammirando Chiccheddu nell’incedere lento e solenne, nell’intonare le preghiere con voce profonda di basso.
E per dispetto, la processione passò due volte nella strada di don Gesuino, il quale spiava dietro la finestra del primo piano, rodendosi impotente dalla rabbia.

La sera stessa, avvertito non si seppe mai da chi, arrivò Monsignore, il vescovo.
Appena la grossa macchina nera attraversò il paese, la notizia si sparse in un baleno e la gente cominciò ad affluire al centro, riunendosi davanti alla canonica.
Il vescovo rimase quasi due ore in casa di don Gesuino. Davanti alla porta stavano di guardia l’appuntato e due carabinieri armati di moschetto.
«Adesso lo imbottirà ben bene di frottole contro di noi!». Si dicevano delusi, spiando la finestra al primo piano che si era illuminata.
Finalmente Monsignore uscì, seguito dal prete. La gente si era devotamente inginocchiata, gli uomini si erano anche scoperto il capo; ma non ricevettero alcuna benedizione.
«C’è riuscito, sì, quell’eretico, a mettere Monsignore contro di noi!».
Il vescovo, con un cipiglio che non prometteva nulla di buono, era salito in macchina dirigendosi dritto verso la chiesa.
Riempitasi tutta la chiesa - pigiati fino al marmo degli altarini nelle cappelle - Monsignore, vestiti i paramenti, con mitra pastorale, salì sul pulpito.
Don Gesuino se n’era rimasto da parte, nell’angolo in ombra accanto alla porta di sacrestia, con un’aria imbronciata. Nessuno lo degnava di uno sguardo.
«E’ con sommo dolore e con profondo rammarico che noi parliamo…». Aveva esordito il vescovo.
Lo ascoltarono con devozione filiale, quando ammonì che «il gregge deve sempre seguire il proprio legittimo pastore se vuole trovare la giusta via, la via che porta nel beato regno dei cieli» e quando li accusò di sacrilegio «avendo ricoperto di sacre vesti spalle non consacrate» e di avere «profanato il tempio del Signore usando Santi che vi dimorano e la cui custodia è affidata esclusivamente a mani sacerdotali, le quali, soltanto, possono osare toccarli.».
Ma quando si schierò nettamente dalla parte di don Gesuino, giudicando «giusto e insindacabile l’operato di un sacerdote ufficialmente consacrato dalle autorità religiose e cioè da Dio stesso», qualcuno cominciò a disapprovare tossendo e mugugnando.
«Come? Monsignore si mette dalla parte di quell’eretico?». Brontolavano, passandosi i commenti dall’uno all’altro, fino sa farli giungere ai molti rimasti fuori per mancanza di spazio.
«Monsignore sta dando ragione al prete!». E furono appunto quelli di fuori che, avendo adocchiato un mucchio di ghiaia grossa, di quella per riparare la strada, cominciarono a riempirsene le tasche, avvicinandosi il più possibile al portone spalancato. Da sopra le teste, nella penombra, vedevano il vescovo gesticolare irosamente nel concitato sermone; udivano appena il brusio delle parole, superato a tratti dal brontolio della folla.
«Dice che dobbiamo chiedere perdono al parroco pubblicamente…».
«Vuole che gli consegniamo immediatamente Chiccheddu per mandarlo in galera…».
«Dice che quello è il nostro parroco e che per forza dobbiamo tenercelo e rispettarlo…».
Si udirono delle grida dentro la chiesa:
«Non lo vogliamo! Non lo vogliamo!».
E quelli di fuori cominciarono a lanciare manciate di ghiaia che andò a finire picchiettando sul marmo del pulpito.
Il vescovo allibì. Il viso gli si fece paonazzo:
«Pagani selvaggi!». Riuscì a dire con voce strozzata, scendendo a precipizio la scaletta.
Eppure, la folla, gelida, senza guardarlo in faccia, si aprì rispettosa al suo passaggio.
Egli salì sull’altare. Don Gesuino lo raggiunse. Gli sussurrò qualcosa all’orecchio, fece un cenno per chiedere silenzio, aprì la bocca per parlare.
Fischi e urla lo zittirono.
Il vescovo, ora pallido come un cencio bucato, sollevò la mano sinistra…
«Ci vuole scomunicare!». Avevano pensato in un baleno; e la scomunica è cosa che fa andare male una creatura per tutta la vita…
La marea umana tumultuò, lanciandosi contro l’altare per fermare il gesto irreparabile…
Non si seppe mai come, ma il vescovo e don Gesuino fecero a tempo a raggiungere la sacrestia e a fuggire scavalcando la solita finestra.
Quando si ristabilì un po’ di ordine, si ritrovarono la mitra calpestata a brandelli e il pastorale frantumato in cento pezzi.
Ognuno, tornandosene a casa, volle portarsene un pezzetto come reliquia.
Avvenne così che, non solo evitarono la scomunica, ma guadagnarono un talismano che si dimostrò molto utile, quando, sul finire dell’estate, scoppiò in paese un’epidemia di tifo.
E il prete - raccontano i vecchi - ebbe il premio che si meritava: morì annegato nella marina di San Giovanni. Fu Sant’Antonio, offeso, che pregò San Giovanni di giustiziare l’eretico.



5 - ASSUNTINA

In sa vida mia, c'est meda de prangiri e pagu de arriri. Forsis, bosaterus pensais chi deu seu nascia aici. In veci no. No si nascit bagassa, bagassa si diventat. Si podit nasciri riccu o poberu, custu sì. Deu seu nascia pobera. Deu puru seu stada picciocchedda e deu puru happu cumenzau a traballai de pitica, po mi nudriai e mi bestì. A dexesetti annus m'hant cojau a un'homini giai becciu, chi in prus hiat fattu quindixi annus de mena. Narànt chi hessit postu a parti unu bellu pagu de 'inai. Ateru che dinai! In sa mena hiat buscau sa maladia de is pulmonis e pustis de un'annu pagu prus fia atturada viuda.
Sa viudanza no est leggia, de una parti. Podia bessiri a sola, chistionai cun is hominis e finzas intrai a su butteghinu a buffai una gassosa. Una viuda no tenit prus verginidadi de arreguai e onori de pobiddu de respettai. Po cussu, nisciunu teniat cosa de nai, si mi biat torrendi a domu pustis scurigau o si calincuna borta mi lassau tentai a circai cumpangia, po mi fai calincunu soddu e po no m'atturai sola. Chini dda bolit una viuda? Sceti un'ateru viudu cun fillus piticus dda sposat, po teniri una serbidora in domu. E puru no fia e no seu de fuliai, a trint'annus. No seu sformada de is fillus - Deus no mi 'nd' hat donau - seu ancora comenti una picciocchedda, de coscias, de tittas e totu cantu, no seu frungida, e pagu toccada... E pagu mi toccàt sa bonanima de pobiddu miu, ca mi circàt sceti una borta a sa cida, candu torràt de sa miniera. Torràt su sabudu merì, si cambiàt e 'nci bessiat a plazza manna po si biri cun is cumpangius pe' is butteghinus. Approviàt a domu dognia 'orta orbescendi, e cantàt, ca teniàt su 'inu bonu. Si 'ndi scidàt su dominigu a mesudì, mi zerriàt e mi 'ndi donàt giustu giustu una passadedda. Si 'ndi arziàt e si sezziàt a pappai. Pustis si ghettàt a coddu su tascapani, sezziàt a bicicletta, faiàt su giru de is magasinus po saludai is cumpangius, e torràt a partiri a sa mena. Sa disgrazia de sa maladia est arribada unu annu a pustis de custa vida. Tenia sceti dexiott'annus, ma cun sa domu intestada a nomini miu, happu pozziu tirai a innantis sen' 'e mi ingenugai a nemus.

Mi praxit a bivi’ sen' 'e accappius, a biri genti, a liggiri contus de amori e andai a su cinema. Ddui 'andu dognia dominigu, a su cinema, a tardu, candu 'ndi bessit s'inforrada de is piccioccheddus. Mi setzu sempiri in s'urtima fila, po biri, sen' 'e essiri bista, totu sa genti. Mi pullu, mi bestu e mi acchicchiritu coment' 'e una sennora, e is cadiras accanta de sa mia no atturant mai sen' 'e essiri setzias. Is hominis nàrant chi sa pudda beccia fait brodu saboriu. A mei praxint de prus is piccioccus, si puru funt bregungiosus. Candu calincunu piccioccheddu si sezzit accanta mia, deu ddi donu una caramella de menta po dd'arrenguizzai.
A bortas m'accumpangiat Marta, sorresta mia, cojada de pagu. Passu a domu sua e castiu coment' est de umori. Si est allirga, insandus si ponit a friri culirgionis de bentu; si est agitada si 'nci 'ettat su sciallu in conca e andat a Cresia; si tenit tristesa benit cun mei a su cinema. Est cojada, ma tenit pobiddu po modu de nai, ca est emigrau. Issu ddi màndat dognia mesi trintamila francus - totu su chi resparmiat. Quindixi ddus ispendit po biviri e quindixi ddus arreguat in su liburettu postali, po si fai sa domu, candu hat a torrai su maridu. Issa stringit in su pappai e aterus cincumila ddus ponit in d'unu ateru liburettu. Issu est partiu una cida pustis de sa festa 'e coja. Fillus no 'ndi podint fai - e coment’ hiant a podiri, attesu s'unu de s'atera? E si puru podessint, innui ddus hiant a poniri, sen' 'e domu? Si totu andat beni, in su logu aundi issu est traballendi, in sesi o setti annus si faint sa domu e podint cumenzai a fai fillus. E sunt assortaus, ca tenint giai un bell'arrogu de terra po fabbricai, a sa bessida de bidda, a sa parti de s'olivariu de don Ernestu. Est unu bellu logu, attesu de is paulis, ddui arribat pagu muschitu e candu sulat su bentu de ponenti su pudexori de is canis mortus giai giai mancu s'intendit. In plus, ddui bivit genti chi est pobera sì ma onesta, chi a s'abbisongiu aggiudat su bixinu - no est coment' 'e certa genti chi candu bit unu poberu imbruxinendisì in terra, a mossius a brenti, mancu si firmat…

S'ateru dominigu, in su cinema, donànt unu bellu contu de amori. Tot' in d'unu, Marta s'est posta a prangi. A mei puru mi 'nci scappàt su prantu, candu unu sposu partit a logu attesu e lassat sa sposa sola, e si saludant e si basant sen' 'e si 'ndi podit distaccai; ma no hia a pensai mai chi Marta si cummovessit finzas a cussu puntu. Mi seu nada: depit essiri su penzamentu de s'homini suu attesu... Si depit essiri pensada impari cun issu, sa prima cida de sa coja, a innantis de si lassai. Sciu chi donat recreu su cunfidai is penas proprias, e dd' happu nau: "Prangi puru, prangi, e oberrimì su coru, ca deu puru seu femina". A issa 'nci dd'est scappau torra su prantu, prus forti. E deu: "Naramì in cunfianza sa pena tua: no hat a essiri chi tenis disgiu de s'homini tuu? Ehi, gei ti cumprendu: candu s'est provau a ddu fai, no est chi si 'ndi possat fai de mancu".
Marta m'hat castiau scandalisada: "Ma ita ti creis? Chi ddu bolis sciri, deu no happu provau propriu nudda. Seu ancora picciocca".
Mi ddu depìa suspettai. Is hominis nostus no sunt tontus in is chistionis de coru, perigulus no 'ndi bolint curriri cun sa femina insoru. E hia pensau a su rexonamentu chi siguramenti hiat fattu s'homini de Marta, sa prima notti de su sposoriu: A fini de cida deu depu partiri e issa hat atturai sola e sen’ ‘e difesa, in mes' 'e dognia perigulu, no si scit po cantu tempus. Si issa ddu tastat, pustis no si 'ndi hat a podiri aguantai e no 'nci happ'essiri deu po dda soddisfai. S'homini est cassadori e sa femina est debili. Deu immoi dda respettu e issa atturat virgini. Aici abarru in paxi, e a sa torrada mia pozzu sciri cun siguresa si issa m'est atturada fideli. De mei, no mi 'ndi pigu pensamentu; happ'agatai sfogu aundi andu; innì is feminas funt totus bagassas; e po un homini no est disonori, ca fillus a domu no 'ndi portat.
Is cosas fiant andadas propriamenti comenti mi fia pensada. A sa 'essida de su cinema, passilla passilla, Marta m'hiat contau totu. Sa prima notti de coja, issu dd'hiat spollada lassendidda in camisa. 'Ndi dd'hiat tirau a foras is tittas, dd'hiat imbrazzada, e si fiat pigau in manus sa cosa. Prima de 'ndi dda bogai a foras, hiat studau sa luxi, po chi no dd'essit bista, issa, comenti fiat fatta e no si ponessit ideas macas in conca. 'Oliat partì cuntentu e ligeru, po cussu si 'ndi fiat fattu duas a sa dì, po totu sa cida.
Po ddi donai consolu dd'happu nau: "Hiast a deppi’ essiri cuntenta de teni’ un'homini chi scit comenti funt is cosas in su mundu. Tui tenis sexi annus a pena… e gei ti 'ndi abbarrat de tempus po ti fai impringiai!"
Marta s'est torrada a scandalisai: "Ma ita di creis?" M'hat nau. "Mancu ci pensu, deu, a cussas cosas, no seu de conca ligera. Mira tui! Mi seu cummovia, no ddu sciu mancu deu poita..." E bistu chi fiat sen' 'e malesa, happu lassau perdi’ sa chistioni.

A picciocchedda mi 'nd' sunt suççedias de dognia colori. E puru no mi seu mai facta introbeddai, poita su doveri de una femina est de si mantenniri onesta, po s'homini chi dd’ hat a pigai a isposa. Immoi, po mei, sa cosa est cambiada, seu viuda e no mi depu scimingiai sa conca pensendi a s'onori. Seu libera, immoi, sen' 'e babbus, sen' 'e fradis e sen' 'e pobiddus... Eppuru, a bortas, intendu in su coru sa nostalgia, su regordu de candu fia picciocchedda, su prexeri e s'orgogliu chi provau a isciri chi tenia una cosa aici preziosa de salvai de totus is malizias de is centumila tiaulus, chi intrant in corpus a su mascu, candu bolit una femina. Candu ci pensu, calincun' 'orta mi pigat a riri. Risu cun craxolu, però… Ci pensu meda a su sennoricu Remundu, su fillu de sa meri de sa familia aundi fia accordada a picciocchedda…
Sa vida su merixeddu miu fiat coment' 'e sa vida de totus is poetas chi happu liggiu: prangint appizzus de sa giovunesa chi hant passau scriendi e pensendi, inveci de si dda gosai... Su sennoricu Remundu fiat de familia nobili. Si fiat fattu predi e immoi depit essiri asumancu monsignori obispu... Candu 'nci pensu, a cussus tempus, mi pigat a prangi’…
Un'atera amiga chi regordu est Sandrina. Fiat prus manna de mei de un'annu, ma de sabiori fiat prus pitica. Balla, no mi lassau trobiri, deu! Sandrina fiat longa de cambas, tunda e forti de coscias; larga e prena de ancas e manna de tittas. Candu arriat, in ist trempas ddi bessiant is toffaxeddas. Is hominis ddi curriant avatu che musca a su meli. Issa si creiat, e fiat superba e ariosa, e portàt sa conca prena de sciollorius. Deu gei si ddu narau, bortas meda: "No ti fezzas incantai de is bellus fueddus chi ti narant is mascus; funt totus egalis, issus, e si no castias aundi ponis is peis, imbrunchia oi e imbrunchia cras, finis po segai sa brochitta".
Si fiat posta a fastigiai cun Girolamu, su chi hiat pigau sa licenza de s'Avviamentu, e naràt chi issu fiat studiau e po cussu no ddi desciat a traballai.
Girolamu fiat totu sa santa dì ghettau in plazza manna, de unu magasinu a s'ateru, coment' 'e unu sennori mannu. Abettendi s'avvisu de andai a fai su militari, si 'ndi pappàt sa penzionedda de sa mamma, viuda de gherra. No fiat tontu, issu, de andai a marrai trigu o a pasci brebeis! Una borta chi fessit partiu, mancu a isteddu dd'hiant essi’ torrau a biri, in bidda! Ge' hiat essiri torrau, sì, ma sceti asuba de una macchina oberta arrubia, cun is gradus de offiziali de is paracadutistas...
Sandrina si fiat lassada trobiri de is pinnicas de issu, chi ddi naràt: “Tui ses mellus de is ateras, no ses de razza tonta, deu ti 'ollu beni e apenas mi seu sistemau, torru a ti 'ndi pigai. T'happu a portai in cittadi, t'happu a fai bivi’ in unu palazzu dexi 'ortas prus mannu de su Municipiu; has a essi’ coment' 'e una sennora bestia de seda e plena de oru..."
Po ddi nai cussus scimingioris, Girolamu portàt Sandrina a palas de su murixeddu de plazza de domu. Issa perdiàt dognia sentidu, bisendisì in su Xelu. Candu totus, in domu, fiant dormius, issa si 'nd' arziàt sen' 'e fai stragazzu, si ghettàt su sciallu appizzus de sa camis' 'e notti, sartàt sa muredda de sa ventana e ddu sighiàt a palas de su murixeddu, in cortili.
Girolamu chistionàt sen' 'e si firmai nudda, finas a candu issa cumenzàt a s'imbambulai pighendiddi su sonnu. Insaras issu ddi poniàt una manu asutta de sa camisa e arziendi arziendi, a pagu a pagu, circàt de arribai a innì e de si dd'acciappai.
Sandrina, ca ventulada in totu no fiat, e ni mancu dormia, ddi firmàt sa manu e dda torràt a poniri in su postu suu, narendiddi: "Sighimì a contai de sa cittadi, de su palazzu nostu, de sa bella vida chi m'has a fai fai, de is bestiris chi m'happu a poniri, de is pietanzas bonas chi heus a pappai... Ita cosa bella, su t’ intendi’ chistionai!... Is manus, però, tenididdas in bucciacca". E ghettàt unu suspiru, torrendi a s'accugullonai sonnigosa, a schina accozzada a su muru.
Arribaus a cussu puntu, Girolamu si dispraxiat e si mostràt resentiu: "Ma comenti!? Custu est totu su beni chi mi ‘olis? Custa est sa reconoscenzia po totu su chi seu pensendi de fai po tui? No, tui no mi bolis beni, e in prus no ti fidas de mei". E Sandrina respondiat: "Gei ti bolu beni, sì, ma est mellus a no si fidai. Una cosa est a si boli’ beni e un'atera est a si fidai". A Girolamu ddi pigàt su nervosu e s'inchietàt: "Ehi, nau! Cali malesas tenis in conca? Deu ti portu arrispettu, scis, comenti a una santa. A mengianu, a bestiri biancu, e ananti de totu sa bidda, ti bolu portai a Cresia!" E Sandrina: "Propriamenti po cussu, depis lassai is manus in su postu insoru". Girolamu murrungiàt: "Ma castia tui! Gei fiast de crasta suspettosa. Nudda bolu fai, deu, chi no siat licitu. Bàstat a si firmai giustu in tempus. Ddu cumprendis?" E dda torràt a imbrazzai: "Ddu bis? Abarraus aici, imbrazzaus, bonus bonus... Ita mali c'est?"
E torràt a cumenzai a chistionai, a chistionai, ammostendiddi, a fueddus, su Xelu, stringendi e apprappuddendi, sfrigongendisì coment' 'e unu 'gattu imbascadriu. Totu si trottoxiàt e zichirriàt is dentis, comenti chi ddi fessit pigau un'attaccu de callentura. Sandrina si 'nd' azziccàt e no ddu controllàt prus: "E ita tenis, bellu miu? E ita ti dolit? Ehi, ma tui ses maladiu de verus!" E issu, cun boxiscedda flebili: "Nudda, gei no est nudda... sceti unu malesseri passeggeru. Sa chistioni est chi su bisongiu naturali est troppu, no fait a ddu poderai, ma mellus a mi morri chi a t'ammancai de respettu. Po cussu mi pigat s'attaccu de nervosu. Ma tui no ddu podis cumprendi".
Cuss'anima candida de Sandrina, insaras, totu si ddu imbrazzàt e ddu carigniàt coment' 'e una mamma, narendiddi: "Poita no ti fais visitai de su dottori? Tui depis teniri calincuna maladia de nervosu, coru miu". E issu, fillu de mamma bona, naràt: "Ca no, ca no est maladia, est unu fattu naturali, unu bisongiu chi toccat a sciogai, cumprendis?" Sandrina no cumprendiat e insaras issu dd'accraràt: "Toccat a dda giogai, sa natura, po ddi donai a su mancu unu pagu de recreu", e si scarzonàt e si 'ndi dda tiràt a foras e si dda frigàt innì, a giru a giru... A intru no, candu mai!? A Cresia bestia de biancu, 'nci dd'hiat a essiri portada...
E gioga sa natura oi e giogadda cras, Sandrina si dda fiat agattada a intru, e fiat atturada cun sa funi in su zugu. E Girolamu, in dì de oi, s'hat a essi’ fattu puru is gradus de officiali, ca pagu gana teniat de traballai, ma a bidda no est prus torrau.

Eh, si... dogni' 'orta chi pensu a su sennoricu Remundu mi pigat a giramentu de conca e mi benit una specie de apprettu - no pozzu nai chi siat po nostalgia o po ateru. Prima de si fai a predi, su sennoricu scriat poesias: fiàt unu piccioccheddu gracili e portàt una cara bella ma trista; fiàt de sa razza de is chi no arrint mai. Prangint a giovunus, po sa giovunesa chi creint de hai perdiu. E candu sa giovunesa est perdia de verus, poita cumenzant a imbecciai e no ci dda faint prus, insaras torrant a cumenzai a prangi’. E custa borta a raxoni. Insaras si ghettant in politiga e podit essiri puru chi diventint onorevolis.
No est chi ‘nci siat de si spantai, po su fattu chi dda conosciu aici beni sa vida de medas poetas, sen' 'e essiri mai andada a iscola. M'hat imparau su merixeddu miu, su sennoricu Remundu, chi m'hat fattu liggi unu muntoni de liburus. Contus de amori de dognia razza, ma po s'in prus poesias. Mi praxint meda is poetas, e ddus istimu, e mi cummovint, scedaus, po comenti suffrint sa vida. Po 'ndi nai unu, Leopardi, candu contat sa storia de Silvia, morta a picciocchedda, sen’ ‘e hai pozziu conosci’ s'amori, e de comenti issu dd'amàt de bia e, puru pustis, de morta... ca est propriu su chi provu deu immoi, torrendi a pensai a su sennoricu miu. Deu nau chi, siant comenti siant is contus, custus poetas prenus de tristura sunt hominis chi no hant pozziu teniri sciogu naturali de is bisongius insoru.
Hia conotu su sennoricu Remundu, sa prim' 'orta chi fia andada a fai sa serbidora. Tenia cattodixi annus, e no scia mancu innui fia posta. M'hiat accumpangiau mammai a domu de is meris, pustis cena, po no parri’ mortus de famini, chi dimandant cosa de pappai prima de hai traballau. M'hiat lassau innì, mammai, in domu de cussus sennoris, narendimì: "Castia beni: circa de traballai e de fai a brava in totu, e regordadì chi sa prima borta chi is meris si chesciant, bengiu e ti 'ndi segu su zugu". Fiat troppu malu po mei, no 'nci dda faia a lassai domu mia, po pobera chi fessit. Portau su coru arrogau e sa ‘ucca de su stogumu siddada. No renescia a prangi’ e aici fia sen' 'e sciogu… ca in cussu seu sempiri stada disgraziada, propriu no renesciu a prangi’!.
In domu mia suffriu famini, frius e fusti, e puru ddui staia beni, cun fradis e cun sorris, e dognia mengianu a chizzi cantau, scovendi s'imperdau de plazza e donendi su poddini a is puddas.
Su sennoricu Remundu fiat sempiri tuppau in cambara sua, sezziu in sa cadira a palas de una mesa manna, prena de liburus, quadernus e paperis. Liggiat, studiat, scriat. Ateru no faiat. Deu mi pensau: ma poita, scedadeddu, no si 'nci bessit a campurra, in logu obertu, a si pigai su soli e unu pagheddu de aria frisca, ca est sempiri inserrau… Aici pensau, ma no tenia su coraggiu de si ddu nai. Su babbu e sa mamma e is parentis ddu nomenant comenti 'e una intelligenzia rara, comenti chi fessit unu ateru Leopardi. A dexessetti annus hiat giai scrittu tanti poesias chi no ci capiant prus a intru de s'armadiu. 'Nd' hiat scrittu puru calincuna po mei: una, innui naràt chi is ogus mius luxiant coment' 'e isteddus... Dda tengiu ancora arreguada, dda portu appizzus, po regordu, a intru de su scapolariu appiccau a su zugu, in pari cun sa reliquia de Santa Rita.
Fiat bellu, unu mediori su ddu biri, de carrizia bianca e arrubia, nida coment' 'e carri 'e pipiu, cun duus ogus nieddus chi sceti a mi castiai mi faiant tremiri is genugus. Portat una conca de pilus nieddus aneddaus, finis che seda. Candu arriat moviat sa 'ucca cun d’una espressioni de tristesa, e fiat ancora prus bellu, insaras. Mi zerriàt, a bortas, po ddi portai calincuna cosa de buffai: po s'in prus, aqua, limoni e un'eschixedda de zuccuru, bàstat chi fessit frisca. Pigàt sa tassa in manu sen' 'e lassai su chi fiat faendi e si dd' accostàt a sa trempa - ma sa manu ddi tremàt, candu pigàt sa tassa de manu mia. Deu insaras no cumprendia poita. Abarrau accanta sua, castiendiddu, abettendi chi buffessit. Buffàt a pagu a pagu, stiddiu a stiddiu, po scidrai sa callentura chi teniat a intru. Portàt is larvas arrubias, callidas, unfiadas.
Una dì mi fia attrevia e dd'hia dimandau ita fessit scriendi. Si 'ndi fiat arrisiu e m'hiat nau: "Tui no ddu podis cumprendiri, ca ses ignoranti". Fiat una risposta mala e si 'ndi fiat pentìu, poita hiat aggiuntu: "Ma tui, si bit de sa facci chi ses intelligenti. T'hia a podiri puru imparai a liggi’ e iscri’… T'hiat a praxiri?" A mei, m'hia partu de toccai su xelu cun d’unu didu. Dd'hia respostu luegu chi sì. Issu tot'in d'unu hiat cambiau cara. "Toccat a sci’ chi sa cosa no hat a essi’ facili meda. De siguru mamma no mi ddu permittit. Tui ses una serbidora e no istat beni chi deu mi pongia cun tui. Si 'ndi chistionu deu cun mamma, bai e circa su chi s'hat a pensai. Cumprendis?" Hia moviu sa conca po ddi nai chi no, chi no cumprendia. Issu hiat sighiu a nai: "Ge' ddu cumprendu deu. Si tui bolis chi deu t'impari a liggi’ e a iscri’ depis essi’ tui a ddu dimandai a mamma. Ti hia a podi’ fai un'orixedda de scola a pustis cena, candu has accabau de fai su strexu e de torrai a poniri a postu totu cantu... Aici has a podi’ liggi’ e, forzis, a cumprendiri puru su chi scriu". Intendendi cussus fueddus, mi fia accostada a issu e hia donau una castiada a su fogliu de paperi innui fiat scriendi e mi fia parriu giai de cumprendi’ cussus sinnus stranius, chi mi hiant hai scobertu spantus de Xelu.
Su sennoricu Remundu hiat accabau de nai: "Chi 'ndi chistionas a mamma e issa ti narat chi sì, podeus cumenzai custu merì e totu". Deu dd'hia accinnau chi sì cun sa conca, prexada chi no poiat nai cantu, prena de amori, poita m'hiat postu sa manu in su chinzu e mi dda passat asi' asiu, liggera, carignendimì. Abettau firma, sen' 'e mi movi nudda, sen' 'e mancu respirai; abettau chi essit bogau aterus fueddus o chi essit finiu de mi carignai o chi mi 'nci essit bogau de ananti sua. Nudda. Issu hiat cabau sa facci asuba de su fogliu ma sen' 'e liggi’ nì scri’, sempiri cun sa manu posta in s'anca mia. Dda moviat lentamenti e dda intendia tremiri. Cussu toccamentu mi turbat meda e mi tremia che una folla. Sa manu sua andat e beniat, carignendimì, mi toccat delicadamenti, casi cun respettu - no a s'arraffa arraffa comenti ùsant fai is piccioccus de oi. Deu 'ndi fia lusingada e cuntenta. Tot' in d'unu, sa manu sua si fiat firmada in sa titta, dd'hiat pigada e strinta e in su mentris hiat cumenzau a affannai e a gemi. Hiat tirau agou sa conca, hiat obertu sa bucca, affannendi. Mi 'ndi fia azzicada, poita insaras a cuss' edadi no scia ancora nudda de is cosas de sa vida. Dd' hia nau: "Sennoricu, fusteti s'intendit mali, buffit unu ziccheddu de aqua ca ddi passat". Ma issu mi hiat fattu una facci leggia, comenti chi no essit gradiu cussus fueddus. Si fiat de nou cumpostu e m'hiat nau a mi 'nd' andai, ca depiat iscriri e boliat essiri lassau in paxi.
Nci fiat bòlia totu sa passienzia sua, po m'imparai a liggi’ e a scri’. No chi deu no fessi una studiantedda attenta e voluntariosa. Is primus fueddus chi hia scrittu fiant staus fueddus de amori. Is poesias suas fiant stadas su sillabariu miu. Fiat unu piccioccu diversu meda de dognia ateru de s'edadi sua. Calicunu naràt chi fiat toccau de su marteddu de sant'Amadu. Portàt sa conca prena de ideas ligeras e coloradas che bolu de maniposa. Candu su babbu o sa mamma ddu ammonestànt o ddu certànt po cali chi fessit cosa, atturat seriu e fridu. Superbu e fieru, moviat a sfida sa bucca in d'unu arrisixeddu ironicu, e no respundiat mai, ni mancu candu teniat rexoni. S'inserrat in cambara sua, s'apponziat a palas de sa mesa, e scriat. Prus manna fiat sa tristesa chi portat in s'anima e prus scriat. Fiat malinconicu de natura, su sennoricu: dognia borta chi finiat de mi fai s'iscola, mi poniat sa manu in su fiancu e suspiràt, tocchendimì.
Candu dd'atturàt tempus, mi liggiàt is poesias chi scriat. Deu no cumprendiu beni meda, a bortas, totu su significau, ma fiant sempiri bellas meda de ascurtai: issu teniat una boxi vellutada, unu pagheddu sorrogada. Liggendi si cummoviat e insaras sa manu sua mi toccat prus forti. Ma prus de mi toccai cun sa manu, ateru no faiat. Sceti una borta, sa prima e s'urtima.
Su fattu fiat suççediu a meigama - unu meigama de s'istadiali. Su bentu de levanti hiat sulau callenti totu su mengianu; sa basca no lassàt mancu respirai e 'ndi liàt sa forza finas de pensai. Is meris si fiant serraus in cambara insoru a fai meigama, po si 'nd' artziai pustis, su merì, a friscu. Finiu su traballu miu in coxina, fia intrada in sa cambara de su sennoricu, cun sa scusa de ddi poniri a postu is cosas. Fiat reposendisì, ligendi. Forzis mi depiat hai intendiu intrendi, ma no si fiat moviu, comenti chi no m'essit intendiu, incrubau asuba de unu liburoni, cun sa conca scrabionada, accozzada a is manus. Castiàt una figura manna coment' 'e totu sa pagina: duus giovunus, mascu e femina, imbrazzaus nudus, chi parriat bolessint, tragaus de unu bentu forti; e tot' e is duus portànt in sa pitturra una ferida sambinosa. "E chini sunt?" Dd'hia dimandau a boxi bascia, piedosa e turbada. Issu hiat arziau a pena sa conca. Hiat nau: "Funt Paulu e Franzisca. Duus chi si boliant beni e no depiant. Ddu faiant a iscusi. Su maridu de issa fiat su fradi de issu. Ddus hiat agataus impari, e impari ddus hiat boccius. Impari fiant sperrumaus in s'Inferru". - "Scedaus!" mi 'nci fiat bessiu de bucca, giai giai scappendiminci su prantu. Su sennoricu si fiat aderezzau in sa cadira e m'hiat appuntau su didu in mesu de is pitturras, narendimì cun boxi turbada, suffogada: "Chi s'agatessint, a mei e a tui impari, faendi su chi faiant Paulu e Franzisca, s' hiant a bocciri aici, e aici impari si 'nci hiant a ghettai a s'Inferru..." Hiat frungiu sa fronti, ponendimì sa manu in mesu de is tittas. "Innoi hiat a stampai sa spada..." Deu 'nci hia ingurtiu sa salia e mi fiat beniu unu tremori. "Hiat a essiri dolorosu meda, e tragicu, a biri is pitturras tuas biancas, arrubias de sanguni". Si fiat trasfigurau, fueddendi: ddis fiant arrubisconadas is larvas e is massiddas e is ogus ddis fiant bessius luxentis. Mi faiat suggezioni su ddu biri aici. Hia intendiu is genugus ammoddiendisì, candu m'hiat sbuttonau sa blusa, scoberrendimì is tittas e tocchendimiddas. Mi fia pensada chi bolessit biri cantu fiant biancas e nidas e dd'hia lassau fai. E pustis, narendiddu francu, mi praxiat a mi fai toccai de issu.
Tot’ in d'una, si 'ndi fiat strantaxau, m'hia pigau e imbrazzau, affannendi. Nemus m' hiat mai imbrazzau aici prima de issu, ni mancu mammai. Mi scimingiat sa conca e 'nci hap’ 'essi’ arrutta a terra svènia, si issu no m'essit poderau e si no ‘nci fessit stau su lettu accanta. Corcada, a ogus serraus, abettau chi issu mi torressit a imbrazzai e carignai.
Pustis de unu bellu pagu de tempus, abettendi, hia torrau a oberri’ is ogus. Mi ddu fia bistu a innantis de su lettu cun d’una discua e unu muccadoreddu in manus: mi boliat poni’ aqua frisca in fronti, po mi fai passai s’ isvenimentu. Ita piccioccheddus chi fiaus, tot' 'e is duus! Dd’ hia nau: "No est nudda, no si pighit pensamentu, est stau unu momentu de debilesa, forzis sa basca". Ddi fiat passau s'azzicchidu. Si fiat sezziu in s'oru ‘e su lettu e m'hia pigau sa manu, dimandendimì perdonu po m'hai fattu cosa malas. "Cosa malas?" Dd'hia nau, "Ita est narendimì, su sennoricu? A mei parriant cosas bellas..." Insaras 'nci ddi fiat scappau s'arrisu, e hiat torrau a cumenzai a mi carignai e a mi toccai. Cust' 'orta dd'hiat fattu mellus. Si fiat croccau accanta mia, m' hiat basau, m’hiat toccau is tittas e succiau is simingionis. Pustis, m' hiat arziau sa gunnedda e m' hiat obertu is coscias. Cabadas is mudandas, mi dd'hiat toccada totu. Deu mi fia posta a muinai e hia cumenzau a mi trottoxai, imbrazzendiddu a forti. Insaras, si 'ndi fiat cabau is carzonis, imbrassendimì issu puru. Fiaus propriamenti coment' 'e Paulu e Franzisca, in sa figura de su liburu...
In cussu precisu momentu fiat intrada sa meri. 'Nd' hiat ghettau unu zerriu chi nosu si 'ndi fiaus tremius paris. A mei m'hiat pigau a is pilus, mi 'ndi hiat fulliau de su lettu e m'hiat strascinau finzas a coxina. "Curri, luegu, e faidì su strexu!" M'hiat gridau. In cussu momentu, deu no pensau tanti a mei cantu a issu, a su merixeddu, a su sennoricu Remundu. Sa vida, hiapp' essi’ donau po issu, po dd'evitai ammonestamentus e castigus. Ddu regordu ancora, scedau, ammaccionau, paralisau de sa timoria, in su lettu suu...
De insaras no dd'hia prus bistu. S'atera dì dd'happu torrau a biri, finalmenti. E fiat ancora prus bellu, in pompa magna, in mesu de totu sa genti ingenugada... Deu puru mi seu ingenugata, e happu allonghiau sa manu po ddu toccai cun sa punt’ ‘e su didu, a Monsignori... su sennoricu. Eh, comenti est passau su tempus! Fiat totu bellu e pulìu, su chi bidia insaras. Sa vida m'hat fattu tostada, de crosciu e de aintru, ca meda, troppu est su mali chi hant bistu e bint is ogus mius. Una cosa ge' dd'hia a boliri: a ddu torrai a biri prima de mi morri’, po chistionai in pari de su tempus nostu, po liggi in pari calincuna poesia... M'attristat troppu su pensai chi forzis, s'atera dì, su sennoricu Remundu mancu m'hat arreconotu, biendimì, e chi, forzis, ni mancu si regordat prus de mei.



ASSUNTINA

Nella mia vita c'è molto da piangere e poco da ridere. Forse pensate che sia nata così. Invece no. Non si nasce bagascia, lo si diventa. Si può nascere ricchi o poveri, questo sì. Io sono nata povera. Sono stata ragazzina come voi e anche io ho cominciato a lavorare presto, per sfamarmi e coprirmi. A diciassette anni mi hanno sposata a un vecchio che aveva quindici anni di miniera e - dicevano - aveva messo da parte un bel gruzzolo. Altro che soldi! in miniera aveva preso la malattia dei polmoni e dopo un anno rimasi vedova.

Essere vedova aveva i suoi lati buoni. Potevo uscire da sola, scambiare qualche parola con gli uomini, perfino entrare nella bettola a bere una gassosa. Una vedova non ha più onore proprio da conservare e non ha onore di marito da rispettare. Perciò nessuno trovava da ridire vedendomi rincasare dopo il tramonto o se qualche volta mi lasciavo tentare per arrotondare la pensioncina e per rompere la solitudine. Chi la vuole una vedova? Soltanto un altro vedovo che abbia figli piccoli la sposa per avere una serva in casa. Eppure non ero e non sono da buttare via, a trent'anni passati. Non sono sformata dai figli - il destino non me ne ha mandato - ho ancora il ventre piatto come una ragazzina. Da quel lato, mio marito buonanima mi toccava una volta la settimana, quando tornava dalla miniera. Rientrava il sabato sera, si cambiava e usciva per incontrarsi coi compagni nelle osterie. Rincasava ogni volta all'alba, e cantava perché aveva il vino buono. Si svegliava la domenica a mezzogiorno, mi chiamava e faceva il suo dovere in quattro e quattr'otto. Si alzava e sedeva a mangiare. Quindi prendeva il tascapane, montava in bicicletta e fatto il giro di saluto alle bettole e ai compagni ripartiva in miniera. La disgrazia della malattia è venuta dopo un anno di questa vita. Avevo diciotto anni, ma con la casa intestata a nome mio ho tirato avanti senza dovermi inginocchiare a nessuno.
Mi piace vivere libera, vedere gente, leggere romanzi e andare al cinema. Ci vado tutte le domeniche, al cinema, sul tardi, quando esce l'infornata dei ragazzini. Mi siedo sempre nell'ultima fila, per vedere tutta la gente senza essere vista. Mi pulisco, mi vesto e mi porto bene come una signora, e le sedie di fianco alle mie non restano mai vuote. Gli uomini dicono: gallina vecchia brodo saporito. Io invece preferisco i giovani, anche se sono timidi. Quando qualche ragazzo mi si siede vicino per incoraggiarlo gli offro una mentina.

Qualche volta mi accompagna Marta, una mia cugina maritata di fresco. Passo a casa sua e vedo di che umore è. Se è allegra si mette a friggere pasta frolla zuccherata; se è nervosa veste lo scialle e se ne va in chiesa; se è triste viene con me al cinema. Ha marito per modo di dire, perché è emigrato in terra straniera a scavare carbone. Le manda trentamila lire al mese, tutto ciò che risparmia. Quindici per la vita e quindici da mettere in un libretto per fare la casa. Lei stringe sulla vita e altre cinque le conserva in un altro libretto. E' partito una settimana dopo i rosoli. Figli non ne possono fare - e come potrebbero, lontani l'uno dall'altra? E se anche potessero, dove li metterebbero senza casa? Se tutto va bene dove lui lavora, in sei o sette anni mettono su casa e possono cominciare a fare figli. Sono fortunati, perché hanno già il pezzo di terreno da fabbricare, appena fuori dal paese, dalla parte dell'oliveto di don Ernesto. E' un posto buono, lontano dalle paludi, ci arrivano poche zanzare e quando soffia il ponente la puzza delle carogne quasi non si sente. In più, ci abita gente povera ma onesta che all'occorrenza dà una mano al vicino - non è come certa altra gente che se vede un disgraziato rotolarsi per terra con le coliche neppure si ferma.

L'altra domenica, al cinema davano una bella storia d'amore. A un certo punto, Marta si è messa a piangere. Anche io sento un nodo alla gola quando lui parte e lascia lei sola, poverina, e si salutano e si baciano senza potersi staccare; ma non pensavo che Marta si commuovesse fino a quel punto. Mi sono detta: il pensiero del suo uomo lontano... si sarà immaginata con lui nella settimana trascorsa da sposina prima della separazione. So che fa bene vuotare il sacco e le ho detto: "Piangi pure e sfogati con me, che sono donna anch'io". Lei si è messa a piangere più forte. "Dimmi sinceramente la tua pena; non sarà che hai desiderio del tuo uomo? Eh sì, ti capisco: quando si è provato non è facile farne a meno". Marta mi ha guardato scandalizzata: "Cosa credi? Io non ho provato proprio nulla, sai; sono ancora vergine".
Dovevo sospettarlo. I nostri uomini sono smaliziati nelle faccende di cuore. Rischi non ne vogliono correre con la loro donna. Immaginai le riflessioni dell'uomo di Marta, la notte dei rosoli: fra una settimana io partirò e lei resterà sola e indifesa, chissà per quanto tempo, in mezzo ai pericoli. Se lei l'assaggia, dopo non saprà più trattenersene e non ci sarò io vicino per soddisfarla. L'uomo è cacciatore e la donna ha ginocchia deboli. Io la rispetto e resta vergine. Così starò tranquillo sul conto suo: al mio rientro avrò una base sicura di controllo. Per me non mi preoccupo; troverò sfogo nel posto dove andrò; lì le donne sono tutte bagasce, e per un uomo non è disonore, figli a casa non ne porta.
Era andata precisamente come avevo immaginato. Marta all'uscita del cinema, passeggiando lemme lemme mi raccontò tutto. La prima notte di nozze l'aveva spogliata fino alla camicia. Le aveva tirato fuori le mammelle, l'aveva abbracciata e se l'era fatto da solo. Prima di tirarselo fuori aveva spento la luce, perché lei non vedesse com'era fatto e non si mettesse grilli in testa. Voleva partire disteso e rinfrancato, per ciò aveva goduto a quel modo due volte al giorno per tutta la settimana.
Per consolarla, dissi: "Devi essere orgogliosa di avere un uomo che sa il fatto suo. Hai appena sedici anni, ne hai di tempo per farti ingravidare". Marta si era scandalizzata di nuovo: "Cosa credi? Neppure ci penso, io, a quelle cose, non sono di testa leggera. Figurati. Mi sono commossa senza un motivo preciso". Visto che era così senza malizia, ho lasciato cadere il discorso.
Da ragazzina ne ho viste di tutti i colori. Eppure non ci sono cascata mai, perché il dovere di una donna è di conservarsi intatta per l'uomo che la sposerà. Adesso per me è diverso, sono vedova e non devo badare all'onore di nessuno. Sono libera, eppure provo un certo rimpianto di quando ero ragazza, con l'orgoglio di avere una cosa importante da difendere dalle centomila astuzie dei diavoli che entrano in corpo ai maschi. Se ci ripenso mi viene da ridere. Un riso con lacrime, però. Ripenso spesso al signorino Raimondo, il figlio dei signori dove sono stata a servire. La sua vita era come la vita di certi poeti che ho letto: piangono sulla loro giovinezza passata a studiare e a fantasticare... Il signorino Raimondo era di famiglia nobile. Si fece prete e a quest'ora dev'essere almeno vescovo... Se ripenso alla sua storia mi viene da piangere..."

"Sandrina aveva un anno più di me, ma meno giudizio. Gambe slanciate da puledra, soda di fianchi e di poppe, sorrideva con le fossette alle guance. Gli uomini le ronzavano attorno come api al miele. Lei si era montata la testa - una testa piena di quella segatura dove fanno nido i grilli. Io glielo dicevo spesso: "Non farti incantare dalle belle parole dei maschi, sono tutti uguali, se non guardi dove metti i piedi, inciampa oggi inciampa domani, finirai per rompere la brocca". Si era messa a fare l'amore con Girolamo, uno che aveva la licenza dell'Avviamento, si classificava intellettuale e perciò non lavorava.
Girolamo se ne stava in piazza tutto il santo giorno, da un bar all'altro, come un gran signore. In attesa di partire per il servizio militare succhiava la pensioncina della madre vedova di guerra. Mica tonto, lui, andare a zappare grano o a pascolare pecore! Partito che fosse, l'avrebbero rivisto col cannocchiale in paese! Sarebbe tornato, sì, ma soltanto a bordo di una spider rossa, col grado di ufficiale dei paracadutisti.
Sandrina si era lasciata incantare da quelle fanfaluche. "Tu sei diversa, non sei di razza tonta, ti voglio bene e appena sistemato tornerò a prenderti. Ti porterò in città, ti farò vivere in un palazzo dieci volte più grande del municipio, diventerai una gran dama piena di braccialetti e collane..."
Per fare le sue chiacchiere, Girolamo portava Sandrina dietro il muro del cortile. Lei aveva perso il lume della ragione, sognando il paradiso. Quando tutti dormivano, si alzava in silenzio, metteva uno scialle sulla camicia da notte, saltava la finestra del cortile e lo raggiungeva dietro il muretto.
Girolamo parlava parlava fin quando lei stanca frastornata socchiudeva gli occhi. Allora lui le infilava una mano sotto, la faceva avanzare lemme lemme e tentava di acchiappargliela.
Sandrina, che del tutto rimbecillita non era, gli fermava la mano e gliela rimetteva a posto, dicendo: "Continua a parlare della città, del nostro palazzo, della bella vita che mi farai fare, dei vestiti che indosserò, delle pietanze che mangeremo... mi piace tanto sentirtene parlare. Le mani, però, tienitele in tasca". E sospirava, riaccucciandosi sonnacchiosa con la schiena appoggiata al muretto.
A quel punto Girolamo si risentiva. "Ma come!? questo è il bene che mi vuoi? questa è la riconoscenza per tutto ciò che ho in mente di fare per te? No, tu non mi vuoi bene e non hai fiducia in me". E Sandrina replicava: "Certo che ti voglio bene, ma fiducia non ne ho perché non bisogna averne. Una cosa è l'amore e un'altra è la fiducia". Girolamo si innervosiva e faceva lo scandalizzato: "Ehi, dico! che malignità vai pensando? Io ti rispetto, sai, come una santa. All'altare di mattina, col velo bianco e davanti a tutta la gente, ti voglio portare!" E Sandrina: "Appunto per questo devi tenere le mani a posto". Girolamo borbottava: "Ma guarda tu che sospettosa! Io non desidero fare altro se non ciò che è lecito. Basta fermarsi in tempo. Capisci?" E la riabbracciava: "Vedi, noi stiamo abbracciati così, buoni buoni; che male c'è?"
Riprendeva allora a dipingerle il paradiso e a stringere e a palpare, strofinandosi come un gatto in fregola. Si faceva venire brividi, sussulti e stridore di denti come chi è preso da un attacco di febbre quartana. Sandrina se ne preoccupava e allentava le difese: "Cos'hai, bello mio? cosa ti succede? eh, ma tu stai male davvero!" E lui, con voce flebile: "Niente, non è niente... solo un male passeggero. C'è che la voglia naturale è troppa, ma preferirei morire che mancarti di rispetto. Per questo mi viene la crisi. Tu non puoi capire".
Quell'anima candida di Sandrina se lo prendeva allora tra le braccia e se lo coccolava e carezzava come una mamma: "Perché non ti fai visitare dal dottore? Tu devi averci una brutta malattia nervosa, bello mio". E il bellimbusto: "Ma no, è un fenomeno di natura, non capisci?" Sandrina non capiva, allora lui spiegava: "Bisogna giocare la natura, per darle sfogo", quindi lo tirava fuori e glielo strofinava tutt'intorno - dentro no, quando mai?! All'altare col velo bianco e i fiori d'arancio l'avrebbe portata...
E gioca la natura oggi e giocala domani, Sandrina se l'era ritrovato dentro restando con la fune al collo. Girolamo a quest'ora avrà pure i gradi di generale, che la vocazione dello sfaticato c'era, ma in paese non è più tornato.

"Se ripenso al signorino Raimondo mi viene un languore nelle viscere: non so bene se nostalgia o altro. Il signorino Raimondo, prima di farsi prete, era un poeta, una di quelle creature macilente che non sorridono mai e piangono sempre. Piangono sulla loro giovinezza che credono di avere persa quando sono ancora giovani. Quando la giovinezza è perduta davvero, vorrebbero essere ancora giovani ma non ce la fanno più, e allora da capo a piangere. E stavolta a ragione. Perciò si danno alla politica, e diventano magari onorevoli o monsignori.
Non si deve meravigliare che io conosca per filo e per segno la vita di tanti poeti, senza essere mai andata a scuola. Mi ha insegnato il signorino Raimondo, che mi ha fatto leggere tanti libri. Romanzi sentimentali di ogni genere e specialmente poesie. Ho una grande simpatia per i poeti, poverini, mi fanno tanta pena con la loro tristezza. Per esempio Leopardi, quando dice "che pensieri soavi, che speranze, che cori o Silvia mia", che è esattamente quello che io sento ripensando al mio padroncino. Io credo che gira e rigira sono uomini che non riescono a trovare uno sfogo naturale.
Conobbi il signorino Raimondo la prima volta che andai a servire. Avevo quattordici anni, non sapevo neppure dov'ero messa. Mi aveva accompagnato mia madre, di sera dopo cena per non sembrare morti di fame che chiedono da mangiare prima di aver lavorato. Mi aveva lasciato lì, in casa di quei signori, dicendomi: "Cerca di lavorare e di essere ubbidiente in tutto, e ricordati che alla prima lamentela dei tuoi padroni vengo qui e ti taglio il collo". Io non ce la facevo a lasciare casa mia. Avevo il cuore a pezzi e lo stomaco chiuso, ed ero senza lo sfogo del pianto, ché da quel lato sono sempre stata una disgraziata: le lacrime non mi vengono fuori. In famiglia pativo fame e freddo e bastonate, ma ci stavo bene, coi fratellini e con le sorelline, e ogni mattina all'alba cantavo scopando l'acciottolato del cortile e dando la crusca alle galline.
Il signorino Raimondo stava sempre chiuso in camera sua, rintanato dietro il tavolo pieno pieno di libri e di carte. Leggeva, studiava, scriveva poesie e non faceva altro. Io pensavo: ma perché non se ne esce in campagna a prendersi il sole e a respirare aria pura - ma non osavo dirlo. I genitori e tutto il parentado lo portavano a esempio, dicevano che era un genio, Leopardi redivivo. A diciassette anni aveva già scritto tante poesie che non ci stavano più dentro l'armadio. Ne scrisse una anche per me, dove dice che i miei occhi brillano come stelle... La conservo chiusa nello scapolare che porto appeso, insieme alla reliquia di santa Rita.
Era bello, bianco di carnagione come una femmina ma con due occhi neri mascolini che mi facevano svenire appena mi guardavano. Anche i capelli aveva neri e ricci. Quando sorrideva muoveva le labbra come in una smorfia di dolore - questo lo faceva diventare ancora più bello. Mi chiamava qualche volta per portagli da bere: acqua, limone e un pezzetto di ghiaccio. Prendeva il bicchiere senza distogliere lo sguardo dal suo lavoro e se lo poggiava sulla guancia - ma la sua mano tremava, prendendo dalla mia mano il bicchiere. E non capivo perché, allora. Restavo a guardarlo, aspettando che bevesse. Beveva a piccoli sorsi, per placare l'arsura delle labbra. Aveva le labbra rosse tumide.
Una volta presi il coraggio a due mani e gli chiesi che cosa stesse scrivendo. Sorrise e disse: "Tu non puoi capire perché sei ignorante". Era una risposta cattiva e si pentì, perché aggiunse: "Però hai una espressione intelligente. Potrei insegnarti a leggere e a scrivere. Ti piacerebbe?" Mi sembrò di toccare il cielo con un dito. Dissi subito di sì. Lui cambiò espressione: "Però non sarà facile. I miei non lo permetteranno. Tu sei una serva e non sta bene che io mi metta con te. Se ne parlassi io a mia madre, chissà cosa penserebbe. Capisci?" Scossi la testa per dirgli che non capivo. Riprese: "Ho capito io. Se vuoi che ti insegni a leggere e a scrivere dovrai essere tu a chiederlo a mia madre. Potrò farti un'oretta di lezione dopo cena, quando avrai finito di sparecchiare e di riordinare... Potrai così leggere e forse anche capire ciò che scrivo". Avvicinai la faccia al foglio su cui stava scrivendo: mi pareva di cominciare già a decifrare quei misteriosi segni che mi avrebbero svelato le meraviglie del paradiso.
Il signorino Raimondo aveva concluso: "Se ne parli con la signora e lei dice di sì potremo iniziare stasera stessa". Io annuii senza parlare, tutta contenta e piena di riconoscenza sentendo la sua mano che mi andava su e giù dolcemente per il fianco. Aspettavo immobile che dicesse altre parole o che smettesse di accarezzarmi o che mi mandasse via. Invece aveva riabbassato la faccia sulle carte, senza leggere o scrivere, tenendo sempre la sua mano sul mio fianco. La muoveva leggera tremante, e quel contatto mi faceva venire i brividi. La sua mano non saliva e non scendeva oltre i limiti. Mi palpava con delicatezza, quasi con rispetto - non alla arraffa arraffa, come usano fare certi ragazzi d'oggi - e ne ero lusingata. A un certo punto, la sua mano si fermò sulla mammella sinistra, la strinse e cominciò a gemere e ad agitarsi come per un attacco di epilessia. Lo guardai. Aveva la testa tesa all'indietro, la bocca socchiusa e ansimava. Mi fece spavento, perché allora non sapevo nulla della vita. Dissi: "Signorino, lei si sente male, beva un po' d'acqua che le passa". Non sembrò gradire le mie attenzioni. Si ricompose, divenne cupo e mi disse di andarmene, che aveva da scrivere e voleva essere lasciato in pace.
Imparai a leggere e a scrivere con la sua pazienza. Le prime parole che scrissi furono parole d'amore. Le sue poesie furono il mio sillabario. Era un giovane strano. Alcuni dicevano che era "toccato dal martello di sant'Amadio". Aveva la testa piene di idee che sembravano un sogno di farfalle. Quando i suoi genitori lo rimproveravano per qualcosa, restava freddo impassibile. Altero e sdegnoso, socchiudeva le labbra in un sorriso ironico, e non replicava mai, neppure quando aveva ragione. Se ne tornava in camera sua, si rincantucciava dietro il tavolo e scriveva. Più era triste e più scriveva. Era triste di natura, il signorino Raimondo: ogni volta che finiva di farmi lezione, mi metteva la mano sul fianco e sospirava.
Quando gli restava del tempo, mi leggeva le sue poesie. Non capivo molto bene il concetto, ma erano molto belle da ascoltare: aveva una voce calda, un po' roca. Leggendo si commuoveva, e allora la sua mano mi carezzava più forte. Non andava mai però oltre il lecito, soltanto carezze con la mano. Eccettuata una volta, la prima e l'ultima.
Successe di pomeriggio - un pomeriggio d'estate. Il levante afoso mozzava il respiro e toglieva la forza anche di pensare. I padroni si erano messi a letto a riposare, per alzarsi col frescolino della sera. Finito il mio lavoro, entrai in camera del signorino con la scusa di riordinare. Il signorino Raimondo riposava leggendo. Dovette udirmi entrare, ma non si mosse, chino sopra un librone con le mani tra i capelli scarruffati. Ero molto curiosa di tutto, e così mi avvicinai per sbirciare nel librone. C'era una figura che occupava tutta la pagina: due giovani, maschio e femmina, abbracciati nudi, che sembrava volassero trascinati in un turbine di vento, e tutti e due avevano una ferita sanguinosa nel petto. "Chi sono?" chiesi sottovoce, impietosita e turbata. Levò appena la testa. Disse: "Sono Paolo e Francesca. Due che si amavano e che non dovevano amarsi. Lo facevano di nascosto. Il marito di lei, che era il fratello di lui, li trovò insieme e insieme li uccise. Insieme, abbracciati, precipitarono nell'inferno". "Poveretti" esclamai con i lucciconi. Il signorino si drizzò sulla sedia, mi puntò l'indice sul petto e con un tono di voce strano mi disse: "Se i miei ci trovassero, me e te, facendo ciò che facevano Paolo e Francesca, ci ucciderebbero così e insieme andremmo all'inferno..." Aggrottò la fronte e mi appoggiò la mano tra le mammelle: "La spada bucherebbe qui..." Io inghiottii saliva e rabbrividii. "Sarebbe doloroso e tragico, il tuo seno bianco macchiato di sangue..." Si era trasfigurato, parlando: gli si erano inturgidite e imporporate le labbra e le guance, e gli occhi gli si erano accesi. Metteva soggezione a vederlo così. Sentii le ginocchia piegarmisi, quando mi aprì la camicetta, mi scoprì e mi toccò le mammelle. Pensai che volesse vederne il biancore, e lo lasciai fare. E poi, a dire la verità, mi piaceva farmi toccare.
D'un tratto si levò in piedi, mi prese e mi abbracciò sospirando. Nessuno mi aveva mai abbracciato prima di lui, neppure mia madre. La testa cominciò a girarmi. Sarei caduta per terra svenuta, se lui non mi avesse sorretto e se non ci fosse stato alle mie spalle il letto. Sdraiata, con gli occhi chiusi, aspettavo che mi abbracciasse ancora.
Dopo un bel po' che aspettavo, riaprii gli occhi. Lo vidi davanti al letto con una ciotola d'acqua e una pezzuola nelle mani. Voleva farmi gli impacchi freddi sulla fronte per farmi rinvenire. Che bambini eravamo tutti e due. Signore benedetto! Dissi: "Non è niente, non si preoccupi, è stato un momento di debolezza, forse il levante". Si rinfrancò. Sedette sulla sponda del letto e mi prese una mano chiedendomi perdono per aver fatto cose brutte. "Cose brutte?" dissi, "che dice mai, signorino? A me sembrano tanto belle..." A quelle parole sorrise e ricominciò ad accarezzarmi. Stavolta lo fece meglio. Si sdraiò al mio fianco, mi carezzò, mi baciò e succhiò i capezzoli. Finito che ebbe di succhiare, sollevò la gonna e mi aprì le cosce. Spostò le mutande e me la frugò tutta. Io cominciai a gemere e a contorcermi tutta e lo abbracciai forte. Si abbassò i calzoni e anche lui mi abbracciò forte. Eravamo proprio come Paolo e Francesca...
Fu in quel preciso istante che entrò la signora. Gettò un urlo, mi prese per i capelli, mi strappò dal letto e mi trascinò sul pavimento fino alla cucina. "Corri subito a fare fagotto", disse. Io non pensavo tanto a me, in quel momento, quanto al signorino. Avrei dato la vita, per risparmiagli anche un solo rimprovero. Lo ricordo ancora, poverino, accoccolato nel letto, paralizzato dal terrore.
Non l'avevo più visto, da quella volta. Ora l'ho rivisto, finalmente. Ed era anche più bello, in pompa magna, in mezzo a due ali di folla inginocchiata... Anche io mi sono inginocchiata e ho allungato una mano per sfiorarlo con le dita, Monsignore... Come sono passati quei giorni! Avevo un modo pulito di vedere, allora. Col tempo mi sono fatta la pelle dura e gli occhi mi si sono incupiti... Una cosa sola vorrei, rivederlo prima di morire, parlargli del nostro tempo, leggere insieme qualche poesia... mi rattrista pensare che forse l'altro giorno il signorino Raimondo non mi ha neppure riconosciuta, che forse neppure si ricorda di me".



6 - SA GHERRA DECLARADA

Sa dì dexi de lampadas de su millonoixentusquaranta, sa palla ‘e su trigu cumenziat a bolai in su xelu de s’argiola - laurera cabudraxa, s’annada fiat istada prus sicca de is aterus annus e su lori si fiat cumpriu prima de su tempus.
In su Comunu hiant spruinau sa bandera e dda teniant pronta in su corridoriu accanta de su portali: de innì fiat movia sa sceda ca in sa radiu depiat bessiri unu avvisu importanti po totu sa populazioni.
«Custa borta ‘nci seus diaderus!», hiat isclamau don Pepi, podestadi e secretariu de su Fasci, totu cumbintu e prexau, apustis de hai liggiu sa velina.
In is rugas imperdadas derrutas, a su latu in umbra, in is mureddas de is ‘ennas, is feminas setzias mirendi sa conca a is pippius, tenius appattaus in mesu de cambas. Is beccias, beni accoccoeddadas accanta de sa sporta de sa lana bella limpia, fiant carminendi, e calincuna, a fusu in manu, fibendi.
Su meigama fiat bascosu sen’ ‘e bentu, ca no moviat folla. A intru de is domus scallentadas de su soli parriat de essiri in d’unu forru. Is perdas de sa ruga bruxant is peis scurzus. Is canis, fattu fattu, si ‘nd’ arziant de su cuili insoru e andànt a lingi aqua de sa gora, chi moviat de su grifoni de plazza.
Is beccius de bidda, a s’umbra de s’ulimu in plazza de cresia, sezzius in terra cun is palas accozzadas a su muru de perda, castiant mudus su xelu abettendi su bentixeddu friscu chi a mericeddu movit de parti de mari.
Candu Efisi, su bandidori, e Giuanni, su barracellu, fiant passaus bia po bia «po ordini de su podestadi», totus sciant giai chi cussa dì hiat hat depiri suççedi’ calincuna cosa. Binticincu ‘ndi fiant giai partius, a duus a duus, a tres a tres, a fai su sordau.
Anselmu si fiat portau avatu Filumena sa filla, po si fait aggiudai in s’argiola: Filumena teniat quindix’annus e fiat sa prus manna de homu e depiat surrogai Antoni de dexiott’annus, chi hiat arricciu s’avvisu de precettu sa cida innantis, impari cun aterus tres.
Su cuaddu curriat a giru tundu, treulendu asuba de su muntoni de manugas de trigu spartas a largu, e fattu fattu andàt prus addasiu, ponendisì a passu, accostendi is murrionis a terra po circai de cassai calincuna cabitza; et insaras Filumena, tirendi su crabistu de cannabitu cun d’una manu, cun s’atera ddi donat una sfuettada de avvisu, sen’ ‘e inferri, però, a sbuidu, sa pobera bestia fadiada.
Anselmu ammuntonàt cun sa palia de linna su trigu treulau, prontu a bentulai.
Su mesi de lampadas no hiat essiri bastau, po finì su traballu, senza de ateru aggiudu. Et is tamatigas e su meloni, in is terras de baxu, ‘oliant marra, po ddus puliri de totu su cannisoni.

Sa radiu, s’unica in totu sa bidda, fiat istada posta in su corridoriu de su Comunu. Su Podestadi don Achille hiat donau ordini a s’elettricista de poniri unu altoparlanti apiccau in foras, in su muru asutta de sa ventana, po chi sa boxi si fessit intendia in totu sa plazza.
Is chi traballànt in s’argiola - su cungiau planu in pizzus de bidda - fiant staus is primus a intendi su craccaliai de sa radiu, chi hiat principiau sonendi innus patrioticus. Innus e musica però no fiant a festa; is fueddus fiant de genti strangia; sonus chi arribant a origas ma no narant nudda.
Is piccioccheddus fiant in sa bia de basciu, accant’ ‘e su muru e campusantu, gioghendi a toffa cun sa ddaddara de su sambucu. A is sonus de sa radiu si fiant castiaus pari pari sen’ ‘e nai nudda, e totus in pari fiant scappaus a curriri, a cedda. Totus a cambarada fiant arribaus in plazza - sceti duus o tres pitirrinchinus, arrui arrui, a biddiu in foras, sulendi che pibaras a forza de hai curtu.
Giuanni, su barracellu, si fiat postu sa berritta noba a visiera, e fiat firmu, cravau a puncia asutta de s’altoparlanti, surdu cun totu su burdellu de sa radiu a volumi artu, faendi finta de no intendi is pigàdas in giru de is piccioccheddus, chi ddi faiant po beffa su saludu militari.
Efisi, su bandidori, fiat torrau pustis de hai girau sa bidda po tres bortas (s’argtiola puru, si cumprendit): «Po ordini de su Podestadi! Totu sa genti in plazza! Scedas importantis in sa radiu!».

Nuras contàt trexentusbinti animas e teniat in ammostu in plazza unu bellu monumentu po is mortus de gherra, fattu in ciumentu biancu, cun d’una lastra de marmuri innui fiant scrittus a scarfeddu ottu nominis. Is nuresus reconosciant unu a unu chi fiant is mortus, sen’ ‘e sciri ligi, de sa cumposizioni de sa grafia e de prus de sa posizioni, a pustis chi su predi si ddus hiat ammostaus una pariga de bortas: su primu, Gesuinu; su segundu, Franziscu; su de cincu, Attiliu…
Ma su tempus chi passàt et is piccioccheddus de ruga hiant sburrau a pag’ a pagu casi totu is litteras et is hominis no biviant a longu meda, toccaus de malaria e mesu marturus de is pestas piscadas in su pauli.
No, is nuresus no fiant razza de gherreris… Is nemigus prus malus, prus corriazzus, chi circànt dogni annu de cumbatiri fiant s’aqua chi ‘ndi sciorroccada in s’jerru e sa gelixina, fiant su siccori in beranu e s’unda de pibizziri chi ‘nd’ arribat in s’istadiali.
Candu proiat meda, curriant totus cantus in pari po assentai e acciungiri perda a is mureddus de is terrazzas, po firmai sa pagu terra atturada. Torrendi a domu a merì, ddis atturat su consolu de sacchittus e bottus prenus de sinzigorrus, bonus de arrostiri in sa braxi.
In tempus de siccori, asciuttadas is funtanas, bessiant a plazza a frastimai a facci arta et airosa, contras a su xelu prenu de pruini groganciu a logu de is nuis. Pustis, cun is feminas a innantis, andant de su predi po fai is funzionis po proiri, avvoghendisì a Santa Barbara e a Santu Jacu: «Bosus, chi teneis is crais de Xelu…».
Is gherras chi faiant is piccioccheddus no fiant prus sambinosas. A is primas zirighettas chi bessiant in mesu de is perdas, a is primus schilieddus de cruculeu in is mattas torrendisì a infollai, si preparànt su tirelasticu. Unu palmu de cameradaria de bicicletta fiat insandus preziosa che prata. E a mericeddu, a cambaradas, torrànt a bidda cun sa cassa: birdanciu de zirighettas e cinixali de cruculeus accappiaus a is spagu, pendiri pendiri de is tranzilleris.
In su stadiali, boxinàt, sa piccioccalla, scudendi a pertia et a canna, po ‘ndi cabai is sizzimurreddus. Cussus fillus de su tiaulu! Toccàt a ddus bruxai - narànt is beccias. Fiat cosa de si spassiai, su biri cussus tiaulus trottoxendisì e schiliendi in su fogu allutu in mesu de sa ruga.
Don Achille, Podestadi segretariu de su Fasci, meri mannu de terras e linnas e bingias et ortus e paulis, deçidiàt e cumandàt totu issu, sia chi fessit in su palaziu suu o in su Comunu - postus accant’ ‘e pari in sa plazza chi dominàt sa bidda. Sa domu sua e su Comunu, a costau ‘e pari, giài de tempus meda fiant tot’unu: in sa sala manna de domu hiant obertu una porta chi donàt in s’aula consiliari. S’idea fiat istada de su babbu de don Achille, su spacciau de don Ferdinandu, cavalleri de unu logu strangiu, chi a is tempus suus fiat istau, issu puru, Podestadi.
Pagu su pascidroxu e pagus is pastoris. Duxentus brebeis e quindixi baccas in totu sa bidda . Don Achille hiat dividiu su bestiamini in tres tallus e ddus hiat affidaus a tres familias traballantis e respectosas.

Is feminas si ‘nci hiant ghettau su sciallu nieddu in palas et hiant sodigau is piccioccheddus facci a plazza.
Is beccius castiànt de allargu su morighingiu, sezzius in plazza de cresia, grumiendi cun sinzias sen’ ‘e dentis.
Is hominis et is piccioccas in s’argiola ghettànt boxis, incitendi is cuaddus a treulai; fattu fattu una castiada a su xelu firmu sen’ ‘e bentu, asciuttendisì su sudori de sa fronti cun su brazzu, buffendi unu ziccheddu de aqua de su brocchittu, postu in friscu appalas de una perda.
Don Achille fiat appariu in sa ventana de su Municipiu. A palas de issu s’appubànt s’umbra de su bandidori e s’atera prus iscura de su predi, don Gesuinu.
S’altoparlanti hiat finiu de sonai innus patriotticus. Si fiat intendiu unu momentu de silenziu, cun zummius e surbilus, pustis boxis zerriendi, e torra citiu. In d’unu corpu, una boxi limpia, forti chi tronu. Sa guardia asutta de s’altoparlanti, avertia de don Achille, si fiat incirdinia faendi su saludu militari. S’Italia, puru Nuras, hiat moviu gherra a is biddas plutocraticas.
Sa boxi si fiat cagliada et hiant torrau a attaccai is innus patriotticus. Don Achille hiat abbasciau su sonu de sa radiu e si fiat affacciau, incarendisì a sa ventana.
«Nuras hat a fai onori a sa patria!». Hiat nau. «Is fillus nostus», hiat sighiu puntendi su didu a su monumentu de is mortus cumbattendi, «s’hant a coberri’ de gloria, comenti in s’atera gherra!». Hiat arziau sa manu, saludendi: «Su tempus chi hat a beni’ hat a essiri luminosu! Heus a binci’!».
A palas de issu si fiat bistu su bestiri nieddu de su predi, movendisì comenti chi fessit benedixendi.
Is feminas, insandus, si fiant ingenugadas in su imperdau, faendisì sa gruxi.
Is piccioccheddus hiant zaccarraus cun is manus.

Is beccius in plazza de cresia si fiant informaus de sa prima femina chi dd’is fiat passada a innantis.
«Gherra? E a chini dda depeus fai?». Si dimandànt pari pari sen’ ‘e si sciri respundiri, grumiendi tobacu e penzamentus, spudendi in su pruini de sa terra.
In s’argiola, Giuliu hiat lassau su cuaddu a Anselmu e fiat cabau a bidda po intendi is novas.
«Gherra! C’est gherra!». Hiat referiu torrendi. Et hiat pigau torra a treulai su muntoni de sa fa.
«Gherra? E gherra poita?», si narànt s’unu cun s’ateru traballendi.
«Dd’ hat nau sa radiu…».
«Gherra, gherra…». Hiant murrungiau, ghettendi boxi a is bestias po ddas moviri a treulai. Et hiant torrau a donai oghiadas inchietas a su xelu: «Maladitu bentu! Custu merì puru, no si deçidit a movi’!”.
Is piccioccas, sciustas de sodori, portànt sa camisa oberta. De continuu passànt sa manu in sa peddi sudada po ‘ndi tirai is aristas de su trigu. Intendiant is genugus ammoddiendisì e su coru sciollendisì de stanchesa e de tristesa… Binticincu ‘ndi fiant partius a fai su sordau…

Sa propria notti e totu, unu iscoppiu poderosu hiat fattu tremiri totu sa bidda. Matteu, castiadori in s’argiola, hiat bistu in basciu unu lampu ch’hiat illuminau forti is coberturas, teulas e perdas. No si fiat moviu, poita no si podia’ moviri: su lori, a parti s’annada mala, no si lassa’ sen’ ‘e custodia mancu unu minutu. Si fiat incarau in sa cabada, castiendi finas a candu no hiat bistu sa luxi de is ventanas oberendisì.
Is feminas hiant obertu is ventanas ghettendisì boxi s’una cun s’atera.
Is hominis et is piccioccheddus s’indi fiant strobeddaus de is sacconis e de is istojas e fiant bessius a foras, incarrabendisì facci a su lugori chi bessiat de plazza manna.
Romualdu, su sacrestanu chi dormiat in sa cappella de su Sacru Coru, fiat curtu a sonai is campanas, po ‘ndi scidai sa bidda. Ma no ‘nci ‘ndi fiat istau bisongiu…
Sa genti, arribada a plazza, si fiat firmada.
A su lugori de sa notti serena, sempiri prus claru comenti sa nui de pruini s’abbasciat, si bidiat su chi fiat atturau in peis de su Comunu: is murus perimentalis nieddus che carboni e in su mesu unu muntoni de perdas, de trais, de mesas e scaffalius e paperi bruxendi.
Sa domu de su Podestadi fiat atturada strantascia po miraculu, cun su muru chi donat a su Comunu sfundau, cun d’unu stampu mannu, chi giassu de ‘nci podi’ passai duus carrus de boi in pari.
Don Achille, bessiu issu puru a plazza, ancora a camisa de notti, si castiat de una parti e s’atera, striau, firmendisì a cadelai, comenti de unu spiridau, s’arruinamentu de su Comunu e su stampu mannu in su muru de domu sua. Dona Cuncetta, sa pobidda, et is tres fillus piticus prangiant e tremiant de s’azzicchidu mannu chi ‘ndi hiant pigau, sezzius istrintus a pari in sa scalera de intrada, cun su predi accanta faendiddis forza.
Giuanni su barracellu fiat arribau affibendisì su cinturoni de sa divisa; si fiat accostau a don Achille e dd’hiat pigau e basau sa manu; pustis ‘nci fiat arziau asuba de su muntoni de is ruinas, narendi a boxi spiridada: «Ita dannu, ita dannu…». Is paperis de s’Anagrafi hiant torrau a scappai a teni’. Hiant bogau pampa, tenendi, ammostendi is faccis de is hominis strantaxus, firmus, siddius e is faccis de is piccioccheddus sezzius accosciuaus in terra, mortus de sonnu.
Spacciau de teniri is paperis, su logu si fiat torrau a iscurì. Don Achille, girendisì facci a is hominis, hiat arziau is manus totu agitau, amelezzendi e frastimendi: «Maladitus! Maladitus siais, totus cantu seis! Is ossus in galera si ‘nci fazzu scallai!…».
Nisciunu hiat obertu bucca. Nisciunu hiat sanziau unu didu. Sen’ ‘e de bogai filu de boxi, sen’ ‘e de si castiai nimancu tra pari, si fiant incarrelaus dognunu a domu sua, cun is piccioccheddus avatu, e si fiant torraus a corcai asuba de is istojas incinixadas, ancora callentis, asuta de is mantas.

Sa gherra a Nuras fiat cumenzada aici. Su in cras, a mengianeddu chizzi, a s’orbescida, fiant arribaus duus camius de carabineris, po piantonai sa bidda e cumenzai a accappiai genti.



LA DICHIARAZIONE DI GUERRA

Quel dieci di giugno, la pula del grano volava già nelle aie; l’annata era stata più asciutta del solito e le spighe erano maturate prima del tempo.
La notizia che la radio avrebbe trasmesso un comunicato importante era partita dal Municipio, dove la bandiera tricolore, rispolverata, si teneva poggiata all’angolo interno del davanzale.
«Questa volta ci siamo per davvero!». Aveva esclamato don Achille, podestà segretario del Fascio, fregandosi le mani, dopo aver letto e riletto la velina.
Lungo le strade strette acciottolate scoscese, nella striscia d’ombra, sedevano, sugli usci di pietra, le donne, frugando, con dita esperte, la testa dei piccoli accucciati. Le vecchie, accoccolate, tenendo accanto la cesta della lana e fra le mani il fuso, carminavano o filavano.
Il pomeriggio era caldo, senza vento. Il sole aveva riscaldato come forni le casupole basse di schisto grigio. I sassi delle strade scottavano i piedi scalzi. I cani lambivano a turno l’acqua verdastra della gora lunga esile della fontanella di piazza.
I vecchi, muti, sotto l’olmo del sagrato, seduti con e spalle al muro sbrecciato della chiesa, guardando il cielo, attendevano la brezza pomeridiana che sarebbe dovuta giungere dalla parte del mare.
Quando Efisio, il messo comunale, e Giovanni, la guardia campestre, passarono, inviati dal podestà, tutti sapevano già che qualcosa sarebbe accaduto quel giorno. Venticinque, ne erano partiti, richiamati a scaglioni per la mobilitazione.
Anselmo s’era portato nell’aia Filomena, la sua ragazzina più cresciuta, per rimpiazzare Antonio che aveva ricevuto la cartolina con altri cinque, una settimana prima.
Il cavallo correva sopra il largo mucchio di spighe che cominciavano a triturarsi; a tratti rallentava, si metteva al passo, avvicinava le sue grandi labbra piene di fremiti a terra, cercando di cogliere qualche filo di paglia: Filomena, allora, reggendo la lunga cavezza di corda con una mano, con l’altra schioccava la frusta.
Anselmo ammucchiava con la pala di legno il grano trebbiato, pronto per lanciarlo poi alla brezza.
Il mese di giugno non sarebbe bastato, senza altre braccia più valide. E i pomodori e i meloni, a valle, attendevano le zappe, già infestati di gramigne.
La radio, l’unica del paese, fu installata sul balconcino del Municipio. Il podestà don Achille diede ordine all’elettricista di aggiungere un altoparlante da appendere fuori, sul muro sotto la finestra, perché si udisse in tutta la piazza.
Quelli dell’aia - lo spiazzo diserbato spianato, in cima al paese - furono i primi a sentire il gracchiare della radio che trasmetteva inni patriottici. I canti e la musica non suonavano a festa: le parole, in una lingua quasi sconosciuta; il ritmo, estraneo e freddo; toccavano soltanto l’orecchio.
I ragazzi stavano giù, nelle ultime case, addossati al muro bianco del camposanto, a giocare a fossetta, con le palline del sambuco. Agli squilli rochi si guardarono senza parlare.
Corsero a sfida. Arrivarono in piazza tutti insieme; solo due tre piccolini, reggendosi con la mano i pantaloni senza bretelle, con l’ombelico nero su uno spicchio di pancia in su e in giù per il gran correre.
Giovanni, la guardia campestre, si era messo il berretto con la visiera e si era messo sull’attenti sotto l’altoparlante, sordo al frastuono della radio a tutto volume, indifferente agli sberleffi dei ragazzi i quali scimmiottavano il suo saluto alla militare.
Efisio, il messo comunale, rientrò dal terzo giro in paese, aia compresa: «Ordine del podestà! Tutti alla piazza! Notizie importanti alla radio!».
Nuras, con i suoi trecentoventi abitanti, possedeva un magnifico monumento ai caduti, tutto di cemento bianco, con una lapide di marmo alla base, su cui erano incisi otto nomi. I nuresi riconoscevano i loro morti, pur senza saperli leggere, dal disegno dalla grafia e, meglio ancora, dalla posizione, dopo esserseli fatti indicare un paio di volte dal prete, il primo: Gesuino… il secondo: Francesco… il quinto: Attilio…
Ma il tempo e i monelli avevano finito per cancellare molte lettere e gli anziani non campavano a lungo con le milze gonfie di malaria e gli arti aggranchiti dai reumi buscati nelle paludi.
Eppure i nuresi erano tutt’altro che un popolo di guerriglieri.
Gli unici terribili nemici che ogni anno tentavano di combattere erano le piogge invernali eccessive e le brinate; le lunghe siccità primaverili e le cavallette.
Durante le piogge, correvano tutti a rinforzare i muretti sul pendio del colle per trattenere la poca terra rimasta nei terrapieni. Si consolavano, rientrando la sera, con sacchetti e barattoli colmi di lumache da arrostire sulle braci.
Durante la siccità, esauriti i pozzi, bestemmiavano in piazza, con la faccia alta adirata verso il cielo sfocato che si riempiva di polvere gialla anziché di nuvole. Poi, con le donne avanti, andavano a chiedere la funzione e la processione, invocando Santa Barbara e San Jacopo: «Bosus teneis is crais de Xelu…».
Le guerre dei ragazzi non erano più cruente. Rinnovavano le fionde alla prima lucertola apparsa sui sassi, ai primi pigolii sui rami rinverditi. Un palmo di camera d’aria di bicicletta diveniva allora preziosa merce di scambio. La sera, a frotte, rientravano con le prede verdi e marron pendenti da uno spago legato intorno alla vita.
D’estate, all’imbrunire, vociavano, agitando le canne, per abbattere i pipistrelli. Quei figli del demonio andavano bruciati, raccomandavano le vecchie. Era uno spasso, vederli contorcersi, i diavoli, fra le fiamme del fuocherello allestito in strada.
Don Achille, podestà segretario del Fascio, padrone dei boschi sulla collina e delle paludi a valle, disponeva e ordinava dal suo palazzotto e dal Comune, arroccati sul terrapieno della piazza. Casa e comune, già da tempo, comunicavano con una porta: precisamente il salotto con l’aula consiliare. L’idea era stata del padre di don Achille, il Cavalier Ferdinando, il quale, ai suoi tempi, era stato, pure lui, podestà.
Pochi i pascoli e pochi i pastori. Duecento pecore e quindici vacche in tutto, che don Achille aveva affidate, divise in tre greggi, a tre famiglie onorate e laboriose.
Le donne, gettato lo scialle nero sulle spalle, si erano raccolte in piazza coi ragazzi.
I vecchi guardavano da lontano, seduti ancora sul terrapieno del sagrato, masticando con gengive senza denti.
Gli uomini e le fanciulle, nell’aia, incitavano i cavalli al girotondo; scrutavano a tratti il cielo senza un filo di vento; s’asciugavano col braccio il sudore del volto; bevevano un sorso dalla fiasca tenuta al fresco dietro un sasso.
Don Achille apparve nel riquadro della finestra del Comune. Alle sue spalle si intravedevano la sagoma del messo e quella più scura del prete, don Gesumino.
L’altoparlante smise di suonare inni patriottici. Ci fu una pausa piena di fruscii, urla in dissolvenza, silenzi. Una voce cupa s’udì di colpo tuonare. La guardia, sotto l’altoparlante s’irrigidì sull’attenti. L’Italia, anche Nuras, aveva dichiarato guerra ai popoli plutocratici.
La voce tacque. Ripresero gli inni patriottici. Don Achille abbassò il volume della radio, si sporse sul davanzale: «Nuras farà onore alla patria!». Disse. «I nostri figli», proseguì additando il monumento ai caduti, «si copriranno, come in passato, di gloria!». Alzò la mano tesa nel saluto: «L’avvenire è fulgido e radioso! Vinceremo!». Alle sue spalle si mosse la tonaca nera in un gesto benedicente.
Le donne si inginocchiarono e si segnarono. I ragazzi batterono le mani.
I vecchi s’informavano dalla prima donna che passò loro davanti.
«La guerra? E con chi dobbiamo farla?». Si chiedevano senza sapersi rispondere, ruminando cicche di sigaro e antichi assilli, cospargendo di saliva gialla la polvere ai loro piedi.
Giulio, lasciato un momento il cavallo di Anselmo, era sceso in paese per informarsi.
«La guerra! C’è la guerra!». Riferì rientrando. E riprese a trebbiare il suo mucchio di fave.
«La guerra? E per che cosa?». Si passavano la stessa domanda l’un l’altro.
«La radio e don Achille hanno detto che c’è la guerra».
«La guerra, la guerra…». Brontolarono gli uomini, incitando al lavoro le bestie. Ripresero a sollevare gli occhi al cielo: «Maledetto vento, che stasera non si decide a soffiare!».
Le fanciulle portavano le bluse aperte sul petto, zuppe di sudore. Con gesto continuo passavano la mano sulla pelle per liberarla dalle reste fastidiose. Sentivano le ginocchia, il grembo, farsi dolci per la stanchezza… Venticinque, ne erano partiti, in sei mesi, a far il soldato…
La notte stessa, il paese fu scosso da un cupo boato. Matteo, il guardiano dell’aia, vide in basso un lampo illuminare violentemente i tetti, le tegole rosse e i sassi grigi. Non si mosse, perché non poteva muoversi; il grano, a parte la carestia, non si lascia incustodito neppure un minuto. Si protese nello strapiombo, finché apparvero i riquadri illuminati.
Le donne avevano spalancato le finestre passandosi la voce l’una con l’altra.
Gli uomini e i ragazzi sgusciarono dai sacchi e dalle stuoie e scesero in strada, dirigendosi verso il chiarore di incendio che proveniva dalla piazza.
Romualdo, il sacrista, che dormiva nella cappella del Sacro Cuore, s’era attaccato alla fune della campana. Ma non ce ne fu alcun bisogno…
La gente, arrivata in piazza, si fermò.
Al chiarore pallido della notte, sempre più nitido man mano che il pulviscolo calcareo si dissolveva apparve ciò che restava dell’edificio comunale: quattro muri neri sbrecciati del piano terreno dentro i quali erano ammucchiate le macerie sbriciolate del piano superiore.
La casa del podestà era rimasta miracolosamente in piedi, col muro comune aperto da una breccia grande da passarci due carri a buoi.
Don Achille, in pigiama, stralunato, guardava ora le macerie, ora la breccia di casa sua. La signora Concetta e i suoi tre marmocchi singhiozzavano spauriti tremanti accoccolati sui gradini, con don Gesuino accanto a rincuorarli.
Giovanni, la guardia campestre, arrivò di corsa, affibbiandosi il cinturone della giacca kaki; si avvicinò a don Achille, gli baciò la mano, salì sulle macerie mormorando con voce da spiritato: «Che disgrazia, che disgrazia…».
Le carte dell’Anagrafe ravvivarono l’incendio. Bruciarono per qualche minuto, rischiarando i volti degli uomini fermi impassibili a distanza in semicerchio compatto e i volti dei ragazzi insonnoliti cisposi, seduti accosciati per terra.
Si rifece penombra. Don Achille, agitando larghe le braccia, si volse agli uomini, imprecando, minacciando:
«Maledetti! Maledetti tutti! Le ossa in galera vi farò marcire!…».
Nessuno aprì bocca; nessuno ebbe un gesto. Senza un commento, senza neppure guardarsi in faccia, se ne tornarono alle loro case, seguiti dai ragazzi e si riaddormentarono sulle stuoie calde di cenere, sotto gli stracci.

Le ostilità a Nuras erano così iniziate: il mattino presto, all’alba, giunsero due camion di carabinieri per piantonare il paese.




7 - LICUPEPI

Dd'hant agatau is hominis, in sa ruga, cun sa facci in s'arrosu 'e sa cunetta.
Ghettendesì boxi s'una cun s'atera, is feminas sunt curtas a biri.
Is hominis hant torrau a poniri sa marr'a coddu: "Scedau... pensainci 'osateras... finiu de andai hat, oramai... Deus tengiat piedadi de s'anima sua."
Una femina dd'hat coberriu sa facci cun d'unu pannu - poita fait timoria sa morti a dda castiai in facci; is bius no dda depint biri, si ‘olint dormiri sa notti.
"Andaisinci, andai..." narant is feminas, cun is pippius attaccaus a sa titta, a is piccioccheddus curiosus. E atturant innì, attitendi su mortu, narendisì chi dd'hant bistu propriu eriseru a merì, contendisì totus is bisitas chi faiat, e de is pippius chi ddu timiant, e de comenti curriant a si cuai luegu chi bidiant su cappeddazzu e sa manu niedda allonghiada in su liminargiu de s' 'enna.
Chistionendi, fattu fattu ddi donant un'oghiada; e ddis parriat de biri asutt' ‘e is carzonis is cambas longas langias siccadas cun is bruzzus nieddus che linna bruxada.
"Andaisinci, andai..." narant a is piccioccheddus "Pùlixi e priogu s'attaccant a is bius: sa morti donat a pappai sceti a is bremis."

No ‘nci fiat festa, sen' 'e LicuPepi.
Po is battiaris, candu sa genti torràt de Cresia si riuniat in domu po s'invitu, e buffàt a sa saludi de su cristianu nou: "A ddu biri mannu e bonu!", LicuPepi sezziat in su liminargiu 'e s'apposentu, a ogus allutus, totu allirgu cun is pungius prenus de durcis e pistoccus.
Is isposus nueddus dd' 'oliant sempiri in s'accumpangiamentu. Pro bona sorti, ca su macchimini est sa piedadi de Deus po chi, troppu umanu, suffrit a biri sa malesa de custa terra. "Té, piga, LicuPepi! Sazzadì, oi." E dd'apporriant de sa mesa arrogus de pezz' 'e angioni arrustia e follas de lattia. Issu, appattau in d'unu ungroni, arziàt sa facci barbuda, mazziendi e narendi sen' 'e fueddus: “ca sissi, ca sa genti gei est bona”.
E a is interramentus, puru, no mancàiat mai. Sighiat su mortu de attesu, a conca scoberta, cun su cappeddazzu in manus. Si firmàt accant' 'e su murixeddu de campusantu, prangendi mudu, arregollendi is soddus che ddi lassànt is parentis de su mortu. "Dognia limosina fatta a pedidori innoçenti, balit cent'annus de Purgadoriu".

"Andaisinci, andai... ca dd'heis a biri in su sonnu, nottesta, LicuPepi, beniu a si tirai sa stoja de sutta 'e peis", narant is feminas, cun is pippius in brazzu, succendi e gioghendi cun simingionis de tittas allaccainadas. Prenas de ispantu e dispraxeri narànt ca appenas eriseru fiat ancora biu, prexau che unu pulixi, chi hiat finzas pappau, famiu, sezziu in sa muredda de s' 'enna, una discua de fà...

"Macu totu no fiat, però, LicuPepi..."
Curriat avatu de is piccioccheddas, allonghiendi is manus e su zugu, oberendi sa 'ucca baulosa comenti chi bolessi’ nai fueddus - po geniu, forzis, o po disgiu o po no si scit cali ateru sentimentu, poita mai renesciat a pronunziai fueddu: nudd'ateru che unu sonu de utturu simili a zaulu. E is piccioccheddas, candu dd'attobiant a solas, si fuiant lestas faendisì sa gruxi.
Candu beniat a bidda de dominigu, is piccioccus ddu portant a su magasinu po s'ispassiai. Ddi poniant accanta una tassa 'e binu nieddu e una misura de cixiri arrustiu, provochendiddu cun contus de feminas. Finzas a candu is ogus de LicuPepi si faiant piticheddus e luxentis e cumenzàt a moviri is manus agitendiddas, lassendinci arrui a terra saccu e mazzucu.
Una borta dd'hiant acciappau carignendi sa facci de una pippia in d'unu cortili. Mujat e ddi cabàt sa baula de bucca, prexau, cun sa conchiscedda dilicada strinta in is manus nieddas... - ca no si fiat sciaquau mai, mancu in d'unu riu, pustis de is tres turras de aqua in conca de su predi chi dd'hiat battiau. Sa pippia prangiàt e izzerriat, totu azzicada. "Chi no faeisi a bravus, LicuPepi si 'nci ghettat a su saccu e si furat!..." Narànt is mammas a is pippius, po fai a bonus.
Fiant curtas is feminas de is cortillas accanta e hiant pensau a su malu. "Donai attenzioni a is piccioccheddas..." reccumandànt is hominis, bessendinci a su saltu, "LicuPepi est macu, e cun macus e cun santus non toccat a brullai... e manc'a si fidai, toccat."
Is feminas si fiant arrabiadas, cuss’ ‘orta. "Guai a tui, LicuPepi, chi torras a intrai in d'una cortilla o in d'una domu! No ti donaus prus limosina. E is pippias, no dd'has depis mancu castiai, chi non bolis tastai zironia!".
LicuPepi hiat arregortu saccu e mazzucu, castiendi timi timi is feminas airosas, comenti zerriant e moviant agitadas is manus - chi immoi hiant pigau pertias e cannas.
"Toccat a ddi donai una bella cadra, aici scramentat po un'atera borta." Si fiant naradas is feminas.
Si 'nci fiat ghettau a terra, LicuPepi, timendisidda, zunchiendi a dengosu coment' 'e unu pippiu, apprighendisì cun is manus. E coment' 'e unu pippiu dd'hiant attrippau, arrubiendiddi beni beni is nadias.
No si fiat attreviu mancu de musciai, LicuPepi; e candu si 'ndi fiat torrau a strantaxai, a facci in terra, is lagrimas ddi colant. Prangiat a lagrimas buddidas, e colendi ddi rigant de claru is trempas nieddas.
"Iscuru... no tenit curpa s'innoçenzia sua". E dd'hiant postu infatu, dd'hiant sodigau po ddi poniri in manus su mazzucu e in palas su saccu - scarescius in s'imperdau de sa cortilla.

No fiat intrau prus in logu allenu, cortilla o domu chi fessit. Allonghiàt sa manu niedda, picchiendi sa genna cun sa mazzocca de ollastu, zaulendi a modu suu, po si fai intendiri e reconosciri.
Sceti in domu de zia Assunta e de zia Venerenda intràt ancora, sen' 'e picchiai e zerriai "sa meri".
Is linguas malas crastulant, narendi chi is duas bagadias mannas si ddu giogànt.
"Allà, bosaterus! no ddu scieis? Ddu scint totus, ddu scint..."
"Intra, intra, Licu, po amori 'e Deus! Piga e pappa totu su chi ti abbisongiat..." E ddu faiant intrai e sezzi accanta de insoru, tocchendiddu a disigiu, po biri comenti fiat fattu un homini. Mai unu 'nd’ hiant bistu, scedadas! De domu a Cresia e de Cresia a domu, sen' 'e biri mai nisciunu, sempiri inserradas in su bestiri nieddu, coment' 'e in d'una presoni. Mai si fiant attrevias mancu a ddu castiai in facci, un'homini!
Dd'hiant fattu callentai a sa pampa de su sarmentu e in su mentris 'ndi dd'hiant liau is carzonis. "Lassa ca ti ddus isciaquaus e ddis poneus zappulus, po amor' 'e Deus." E aici dd'hiant bistu, a sa bon’ora, un homini: ca Licu, po macu chi fessit, homini fiat; e issu zunchiat gosendi, sterrinau in sa stoja, sazzau che porcu, gioghendisì.
In bidda, sa genti arrallat arrallat; e po tempus meda no dd'hiant lassau accostai prus a is domus o 'nci ddu bogànt in malu modu, e in veci de ddi fai sa limosina, is piccioccheddus ddu tirànt a perda.

"Andaisinci, andai..." narant immoi is feminas a sa piccioccalla. "Andaisinci, a ghi no, nottesta, no dormeis e si pigais azzicchidu mannu, candu a su scuru torrat a s'affurconai is peis cun su mazzuccu. E insaras toccat a si fai s'affumentu de zia Crabiou, po si 'nd' andai s'azzicchidu... Andaisinci, andai... No ddu bieis ch'est mortu? Andai a giogai, andai... Perdas non di dd'heis a tirai prus a LicuPepi, scedau... Immoi torrat is contus a Deus, po s'anima sua. Andai..."
E atturant innì, is feminas, in su mengianu senz' 'e soli, postas a giru a giru, attitendi su mortu. "Balla ca no! non fiat totu macu, LicuPepi... Cudd' ‘orta, si ddu regordais? Sa dì innantis de Santa Maria, fiat..."



LICUPEPI

L'hanno trovato gli uomini, al margine della strada, con la faccia nella guazza del fossato.
Mandandosi la voce da un uscio all'altro, sono accorse le donne.
Gli uomini hanno rimesso la zappa sulla spalla: "Poveretto... pensateci voi... ha finito di camminare, ormai... che Dio abbia pietà dell'anima sua."
Una donna gli ha steso uno straccio addosso, perché fa impressione la morte a guardarla in faccia e i vivi non devono vederla, se vogliono dormire in pace la notte.
"Andate via, andate..." dicono le mamme, con i poppanti in braccio, ai ragazzini curiosi. E stanno lì, a commiserare il morto, a parlare di lui che hanno visto proprio la sera prima, a raccontare delle sue visite frequenti e dei bambini che si nascondevano all'apparire del suo cappellaccio e della sua mano tesa sulla soglia di casa.
Nel loro parlare, ricorrono spesso con lo sguardo al lungo scuro mucchio di stracci, immaginando scheletriche gambe dai piedi, dalle caviglie nere come legno bruciato.
"Andate via; andate..." Dicono ai ragazzi. "Le pulci e i pidocchi stanno in agguato per i vivi: la morte non dà pascolo che ai vermi."
Non c'era festa, senza LicuPepi.
Per i battesimi, quando la gente, rientrata dalla chiesa, si riuniva a bere alla salute del nuovo cristiano - "Che cresca sano e buono!" - egli sedeva sui gradini dell'uscio, gli occhietti lustri con una manciata di caramelle e biscotti.
Gli sposi novelli lo volevano nel corteo. "Porta fortuna, la follia, il segno del Signore su chi troppo soffrirebbe a vedere con occhi umani il male di questa terra." - "Tieni, LicuPepi! Saziati come vuoi, oggi." Gli porgevano dal tavolo pezzi d'agnello arrosto e foglie di lattuga. Egli, accoccolato nel suo cantuccio, volgeva la faccia barbuta; masticando e mugolando pareva dire di sì, che la gente è buona.
E neppure ai funerali, mancava mai. Seguiva da lontano il morto, con il cappellaccio in mano. Si fermava davanti al muricciolo del camposanto, a piangere muto, a raccogliere le monete che i parenti gli lasciavano. "Ogni carità fatta all'innocente, vale cent'anni di Purgatorio."

"Andate via, andate... Lo vedrete in sogno, stanotte, LicuPepi il matto, venuto a levarvi la stuoia da sotto i piedi." Dicono le donne. E stanno lì, con i poppanti che giocano, tra una succhiata e l'altra, coi capezzoli delle poppe smunte, a dire che ieri era vivo ancora, allegro come una pasqua, che aveva perfino mangiato, con fame, sull'uscio di casa loro, una ciotola colma di fave...

"Però, matto del tutto non era, LicuPepi..."
Correva dietro le fanciulle, tendendo loro le mani, protendendo il viso con la bocca spalancata bavosa, nel tentativo di articolare una parola forse di affetto o di preghiera o di chi sa che altro, che mai era riuscito a dire nulla, con quel suo rauco suono gutturale, simile al lamento di un cane. E le fanciulle, se lo incontravano da sole, fuggivano, facendosi il segno di croce.
Quando capitava in paese di domenica, i giovani, per spasso, lo conducevano all'osteria. Gli mettevano davanti un bicchiere di vino nero e un misurino di ceci arrostiti, descrivendogli le grazie di questa o di quella femmina. Fino a che gli occhi di LicuPepi si facevano piccoli piccoli, lustri e le sue mani si agitavano allegre convulse, lasciando cadere a terra sacco e bastone.
Una volta, l'avevano trovato a carezzare il viso di una bambina in un cortile deserto. Muggiva e sbavava felice, con la testolina delicata stretta al petto, fra le sue mani color cioccolata. - Mai si era bagnato a un ruscello dopo i tre mestoli d'acqua del prete. - La bambina piangeva e urlava. "LicuPepi il matto ti mette nel sacco e ti porta via, se non fai da bravo!..." Erano solite dire le donne ai bimbi per farli stare buoni.
Erano accorse le donne dai cortili vicini e avevano pensato al male. "State attente alle bambine..." Dicevano gli uomini, andando in campagna, "LicuPepi è matto, e con matti e con santi non bisogna scherzare... e nemmeno fidarsi, bisogna."
Le donne s'erano adirate: "Guai a te, LicuPepi, se entri ancora in un cortile o in una casa! Non ti diamo più elemosina. E le bambine, non le devi neanche guardare, se non vuoi assaggiare frusta."
LicuPepi aveva ripreso il sacco e il bastone, guardando stupito le donne vocianti e il muover veloce e adirato delle loro mani che avevano impugnato pertiche e canne. "Bisogna dargli una lezione; così ci penserà bene prima, un'altra volta."
Egli s'era buttato per terra, intimorito, frignando come un bambino, riparandosi con le mani le parti esposte. E come un bambino, l'avevano picchiato, arrossandogli ben bene le natiche.
Non aveva osato un gesto di ribellione, LicuPepi; e quando si era rialzato, a testa china, senza guardare nessuno, le lacrime, scivolando, gli striavano di rivoli chiari le guance barbute.
"Povera creatura... non ha colpa, la sua innocenza." Gli erano corse dietro, le donne, a mettergli in mano il bastone e sulla spalla il sacco, che lui aveva dimenticati tra i sassi del cortile.
LicuPepi non era più entrato in nessun cortile e in nessuna casa. Allungava la sua mano nera, battendo col duro olivastro sulle porte, abbaiando con la gola rauca per farsi sentire e riconoscere.
Solo in casa di zia Assunta e di zia Veneranda egli, entrava ancora senza bussare e chiamare.
Le male lingue dei giovani raccontavano in piazza che le due zitelle se lo portavano a letto.
"Come? Non lo sapete? La conoscono tutti, la storia..."
"Entra, entra, LicuPepi, per carità di Dio. Prendi e mangia tutto ciò che ti abbisogna..." E lo avevano fatto sedere fra loro due, frugandolo golose, per vedere com'era fatto. Mai uno ne avevano visto, poverette! Da casa a Chiesa e da Chiesa a casa; sempre sole, sempre chiuse nella loro veste nera di orfane. Mai neanche lo sguardo avevano osato sollevare sulla faccia di un uomo!
L'avevano scaldato bene al fuoco dei sarmenti e gli avevano levato i calzoni. "Lascia che te li laviamo e rammendiamo, per carità di Dio." Avevano visto un uomo, finalmente; chè LicuPepi uomo era, anche se matto; e grugniva felice, steso sulla stuoia, al tepore della fiamma, ben satollo di cibo buono.
In paese ci avevano riso su per un mese; ma quando si avvicinava alle case lo mandavano via in malo modo e i ragazzi gli lanciavano sassi.

"Andate via, andate..." Dicono ancora le donne ai ragazzi. "Andate via, se no stanotte non dormite e vi prendete un brutto spavento, quando ritorna al buio a picchiarvi sui piedi con il bastone. E allora bisogna portarvi da zia Crabiou, per guarirvi spavento e foruncoli... Andate via. Non vedete che è morto? Andate a giocare, andate... I sassi non li lancerete più a LicuPepi, poveretto, che ora rende conto a Dio per l'anima sua. Andate..."
E restano lì, le donne, nel mattino senza sole, attorno al mucchio di stracci, a compassionare. "Eh, no! Non era matto tutto, LicuPepi... Quella volta, ricordate? La vigilia di Santa Maria era..."



8 - SU STRADONI NOU

Custu mengianu, a s’orbescida, hant agatau Pisabella, bagadia de trintaduus annus - sa conca scerfada, in s'oru de su stradoni nou, is peis pendiri pendiri in s’argini.
Sa genti est in trumbullu. Nàrant chi senza de su stradoni nou no hiat a essi’ suççediu. Su sindigu hat fattu ghettai sa grida po avvisai totu sa populazioni chi, a su prestu, hat a beniri unu sciadosu de foras, po si fai sciri cali hat a essi’ su benefiziu chi si 'ndi benit a nosu de su stradoni nou. In su mentras, a teniri passienzia e abettai. Sa guardia hat arriciu s'ordini de mundai e alliquidiri sa plazza e puru de aquai is floris.
Avvisada totu sa genti, su dibattimentu s'est tentu in su magasinu de ziu Crisantemu.
Ziu Massiminu est istetiu su primu a fueddai. Nàrat: "A nosu, su chi si trobit est sa lei. Totu culpa de no sciri nì liggiri nì scriri. Siaus a depi’ poniri nosu 'e totu a ddas iscriri, is lei nostas; asinuncas balint is leis strangias e su primu chi arribat cumandat..."
Ziu Massiminu est istau minadori e hat fattu su scioperu de su '21, po cussu chistionat difficili e inci dda ghettat sempiri in politiga.
Is cumpangius de ziu Antiogu no funt de su matessi avvisu. Unu de issus nàrat: "Già depeus cumbatti' cun centu tiaulus... traballu, famini, mabis et puntoris... ‘nci hiat a mancai sceti de perdi' tempus e de s'ammandronai aturendisì a imparai a liggi' e a iscriri, coment' 'e piccioccheddus de scola…»
De fattu, leis iscrittas no 'ndi teneus e no 'ndi boleus, in bidda nosta. Toccat a ddas teni’ stuggiadas a intru de nosu, is leis nostas, e a ddas circai e a ddas agatai de borta in borta, candu serbint. Sa costumanzia est sa mamma de dognia lei - si puru sa genti studiàda nàrat chi sa costumanzia est cosa beccia, chi no 'ndi giuat prus nudda. E puru, sa costumanzia serbit e arreit. Candu unu messaiu àrat cixiniau, o trigu moriscu chi nai si ‘olat, a logu de arai fà, est iscostumau. Is aterus messaius ‘ndi ddi liant su saludu, su buttegheri no ddi ‘onat prus nudda a liburettu, e su predi po finzas ddi nègat is Sagramentus. E insaras, a tirria, si àrant prus terras a fà, sa genti si siddat e is feminas no dda dònant prus manc' a piccu. Chi po sorti, su chi hat arau cixiniau fait una bella regorta, si cuncordat sa domu e comporat camisas de negoziu, insaras ddi podint torrai puru su saludu, sa fidi in buttega e in cresia s'assoluzioni: ma sempiri scostumau atturat. E dognia ciapuzzu dd'hat a podi' nai chi sa mulleri ddi ponit is corrus e chi is fillas currint coment’ ‘e eguas - tantu, s'hant a cojai cun su primu carabineri arribau de Continenti.
Est suççediu comenti suççedit candu arribat su pibizzeri o candu arribat sa strossa: candu ti 'nd' accatas, dda tenis giai a intru. Su stradoni-nou est arribau aici, tres mesis faint, de sa parti de su comunali, terras senz’ ‘e sustanzia, innui pascint is brebeis poberas e beccias. Mannu de largaria coment' 'e una argiola, cinixiali a tiras biancas e grogas, duus moris po andai e duus moris po torrai - totu 'e is quattru a su corru de sa furca, inci torrint! Su stradoni-nou pàssat propriu acanta de su campusantu, ingiriendi totu sa bidda.
«No est tontu meda, su continentali», nàrat ziu Gesuinu su brigadista, «cussu est una traitoria de sa razza de is trinceras chi si faiant a nosu, is todescus, a giru giru, po si cassai a s’olvidada.».
De bidda si podit bessiri sceti de una parti: sa parti de is paulis. Is piscadoris, mandronis, chi no scint mancu comenti si pigat sa marra, s’ indi arrint - a iscusi, però, de is messajus e de is pastoris, chi po forza, scedaus, depint passai a s’atera parti de cussa trincera maleditta, timi timi, in mesu de cussus dimonius chi scuettant, depint passai, duas bortas a sa dì, cun bestiamini, carrus, ainas e totu cantu.
Oi, mancu po su meigama, is hominis si funt scozzaus de su magasinu de ziu Crisantemu.
Pustis, funt aprobiadas is feminas: hant ingolliu pani e casu e si funt sezzias po ascurtai. In bidda, totus faint su meigama. Po finzas is brebeis. Is pastoris, sciendi chi is arresis insoru indi tenint bisongiu, ddis cuncordant imbragus de canna e de coma de modditzi, po ddas infriscai. Is continentalis, is istudiaus, cussus chi benint a spriculai usanzias e s’ ‘ndi andant carrigus de carramazzinas becias e casu marzu, narant chi su meigama - comenti puru in terra de Ispagna - si fait po causa de sa basca de su levanti, de sa malaria de is paulis, de su binu nieddu e de sa cresia.
Totu custu pistighingiu de is continentalis istudiaus no ddi andat, a ziu Massiminu, chi nàrat:
«Cussus, is chi benint a forrogai in domu nosta, no est po debadas…».
Calincunu no ddu creit e sconchiat, narendi: «E ita dimoniu agattant innoi? Perdas e priogu…».
«A cussus - narat Pepinu s’emigrau - praxint is contus antigus, de candu is hominis pappant pezza crua a stroncius e si coberriant is feminas in plazza, a innantis de totus. Ddis pìgat a machiadura a intendiri custus contus aici. Dd’happu liggiu puru in su giornali. Depeis sciri chi sa genti chi si narat civili, fait e liggit su giornali po sciri is fattus allenus, is crastuladas. A logu de sa costumanzia, no fidendisì de su fueddu, tenint leis scrittas in liburus, chi funt medas, ma tanti medas, chi no ‘nci capint accabidaus in su Monti Granaticu. Po no si fai frigai, e po frigai is aterus, depint conosciri totu cussas leis, oppuru depint pagai calincunu chi ddas scipiat a su postu insoru.».
Sa genti de bidda mia no fait giornalis, no ‘ndi comporat e no ‘ndi ligit. Calincuna borta ddus usant is buttegheris e is pizzigaiolus po imboddiccai sa compora, e calincunu unu pagheddu civilizzau po si strexi’ in su còmodu. Si su pobiddu stocchigiat sa mulleri po fattus insoru, totu cantus currint a is izzerrius e assistint de persona. Ci ‘ndi funt aici lestus, chi arribant a innantis de sa secunda stocchigiada. Is lentus, is chi arribant a pustis - is buddonis, is isciancaus e is pringias - si faint contai de is primus arribaus, su chi est giai suççediu. Is de su bixinau tenint su compitu de narai a totu cantus sa vida, is operas e is miraculus de pobiddu, mulleri, fillus, nuras, generus, nonnus, aiaius, bisaius, zius, zias, fanceddus e fanceddas e, chi ‘nc’ ‘ndi funt, zaracus e serbidoras. Candu est finia sa scena, arribant is carabineris e su pretori. A issus nemus contat mai nudda, poita no pregontant po naturali legittima curiosidadi, ma po scriri. E is cosas scrittas funt sempiri una frigadura - po no nai de su fattu chi tui naras una cosa e issus ‘ndi scrint un’atera.
Una borta, Fisinu su macu hiat chistionau, e cussus de sa giustizia hiant scrittu. Passaus tres o quattru annus, una pariga de dis a innantis de su dibattimentu, cussus de sa giustizia fiant torraus an de Fisinu e dd’hiant cumandau de ripitiri, fueddu po fueddu, totu cantu. Fisinu, macu si ma de memoria forti, hiat ripitiu su contu, in dognia minimu particulari. In su mentras chi Fisinu naràt, issus ligiant su chi hiant scrittu sa prima borta, po castiai si is fueddus torrànt giustus. In d’unu particulari Fisinu si fiat differenziau: sa secunda borta, su gorteddu fiat intrau “asutta de sa terza costa” e no comenti hiat nau sa prima borta “asuba de sa quarta”. Fisinu si fiat buscau ses mesis de presoni, po testimonianza falsa - e aggravada, po fai pesu bonu. E de cussa parti, Fisinu su macu si fiat insabiau de totu, ca mai prus in vida sua hiat contau beruna cosa a cussus de sa giustizia.
Calincunu de is chi arant cixiniau ha portau a domu sa televisioni. Fattu fattu sa genti andat, dda castiat e dd’ascurtat, ma nàrat chi no est beru nudda, chi est totu faula, coment’ in su cinema, cosas inventadas po spassiai sa genti o po dda commoviri, me is dis de festa. Is civilizzaus, is chi faint e bendint televisoris, nàrant chi no istat beni chi ‘nci siat genti ignoranti e arretrada, chi tòccat a dda istruiri a dognia costu, a sinuncas est una bregungia manna po totu s’umanidadi.
Candu Pepinu s’emigranti chistionat de su modu de pensai e de biviri de is civilizzaus, no ddu creit nemus. Nàrant chi no est possibili, oppuru chi, a cussas partis, funt macus de accappiai.
Antigamenti ‘nci fiant prus gherras. Dognia borta, de bidda, ‘ndi partiant quindixi o binti. Is duus o tres chi torrànt si provànt a contai is istranesas chi hiant bistu, ma luegu siddiant sa ‘ucca po no essiri pigaus po macus. Ziu Gesuinu, reduci brigadista, s’est ghettau a macu e bivit contendi regordus de gherra. Est atturau ott’annus foras de bidda - nimancu issu scit innui. Cuau in d’ unu canaloni, sparendi a is nemigus chi ddi passant a tiru - narat issu. Torrau a bidda, no portat prus is callus de sa marra, su fragu de is brebeis ddi donat scimingius de conca e su fragu de sa terra marrada ddi unfrat su spreni.
Ziu Gesuinu su brigadista passàt sa dì girendi po is magasinus, circhendi calincunu chi dd’ascurtessit. Luegu chi dd’hiat agatau, cumenzàt a contai…
«Una dì, fia de sentinella… e ddu scis tui a chini ti biu? Su rei in persona, beniu a ispezionai su fronti, in pari a is generalis. Mi bit e luegu mi reconoscit. S’accostat, mi ponit una manu in su coddu e mi narat: “E ita tenis, o Gesuinu, tristu mannu e nieddu?”. E deu dd’arrespundu: “Eh!… Ge’ no ddas a isciri tui, Vittoriu, ott’annus mannus e longus foras de bidda!”. E Vittoriu, insaras: “Ge’ tenis arrexoni, Gesuinu!… Bravu! Cras o pustis, si andat in licenza”».
Candu su chi ascurtat est de coru bonu e sighit a cumbidai, Gesuinu puru sighit a contai…
«A pagu a pagu, cun Vittoriu, seus intraus in cunfianzia. Unu dominigu (mi pighit unu puntori si no fiat su Dominigu de is Pramas!), Vittoriu est beniu in macchina a mi ‘ndi pigai, po andai a pappai in pari. M’hat portau in d’una reggia chi teniat a cussas partis, in mesu de su buscu. Po cosa ‘e pappai, ci fiat dognia beni de Deus. Is pobiddas de is generalis hiant coxinau totu issas, impari cun is zeracas. Vittoriu si fiat ghettau luegu a is zeracas, totu arroba frisca. Si frigàt is manus de sa cuntentesa. Naràt: “Forza paris, Gesuinu! Depeus fai onori a s’esercitu”.
‘Nci fiat, in mesu de su saloni, una mesa manna che plazza ‘e cresia, giai apparicciada. Po buffai, hiant portau unu scantu carradas de malavasia, nieddera e granaccia. Po pappai, unu tallu de brebeis arrustias, cun totu is trattalias factas a cassola, cundidas a pisudurci o factas a cordula e arrustias a schidoni cun fittas de sartizzu e de lardu. A urtimu, is attendentis hiant portau sa frutta. E no ti portant ceresia? Cosa de no ‘nci creiri: una cavagna manna, de cussas po binnennai, prena a cuccuru, ‘nd’ hant portau, coberta de cambixeddus de fenugu. A su incumenzu, deu pappau totu paris; ma candu sa brenti m’est unfrada e tirada coment’ ‘e sa peddi de unu tamburru, happu cumenzau a spudai su pisu. Is aterus cumbidau fiant totus serius apponziaus, sganaus: una ceresia si dda pappànt in cincu mossius. Deu, insaras, po ‘ndi scidai unu pagheddu sa cumpangìa, happu cumenzau a sprondiri pisu de ceresia, aici, tirendiddu a pistincu, a duus didus… Unu est infertu giustu a su nasu ‘e sa regina. Candu hat bistu chi fiat stau deu, m’hat castiau arriendi e sanziendi su didu m’hat nau: “Eh, Gesuinu, birbanti!”. E insaras est intrada in giogu issa puru, sprondendi pisu de ceresia a is concas spinniadas de is generalis… Vittoriu arriat coment’ unu macu… Fiaus diventaus coment’ ‘e fradis, deu e Vittoriu. No fait a ddu crei, is brullas chi si faiaus s’unu cun s’ateru! Deu happu sempiri pensau chi fessit de sa razza nosta: piticheddu, fill’ ‘e mamma bona e sempiri fraga fraga.».
In su magasinu de ziu Crisantemu sa basca de su meigama si fait intendi’. Sa genti reunida s’est sezzia in su pamentu ciumentau, po s’infriscai a su mancu de asutta. Sceti ziu Anselmu, chi portat nadias linnosas, est abarrau sezziu a iscannu, murrungendi: «E ita dimoniu abettaus, narendi narendi?… Andaus, poneus unu truncu in mesu ‘e su stradoni nou, e su primu chi si firmat ddi segaus su zugu a cavunazzu.».
Ziu Anselmu rappresentat sa posizioni prus estremista. Est castiau cun respettu, però manteniu attesu, a distanzia de siguresa. E in prus, a sa genti no praxint is cosas fattas in pressi. In particulari, si funt cosas importantis coment’ ‘e su pappai e su dormiri. Su si vendicai no est cosa prus pagu importanti.
Ziu Antiogu su sabiu nàrat chi po ‘nci calai beni su bucconi in su stogumu, depit essiri giai digeriu s’ateru de innantis. Comenti sa teoria aici sa pratiga. De fattu, issu no tenit bisongiu de si sezzi asuba de unu bassinu de maiolica po cagai. S’appattat in fundu ‘e su cortili, a innantis de unu niu de fromigas, e s’istentat a castiai is arresisceddus traballantis, andendi e benendi. Pustis de medas e longas appattaduras, caghendi, hat apprendiu aici totus is malizias economicas, politigas, socialis e ddas trasmittit a is giovunus. Ziu Antiogu, apponziendisì, seriu e solenni po s’occasioni, nàrat: «Sa minestra si pàppat prus frida chi callenti.».
Su diciu est praxu. Totus hant accinnau de sì cun sa conca. Ziu Anselmu ‘nci abbàsciat sa chighirista.
Ziu Anselmu tenit nadias linnosas, est sempiri de malumori e de ideas est estremista, poita suffrit a su feli e no podit digirì beni. Est in causa cun don Pieru, su vicariu de s’obispu, po una chistioni de lacanas de duus cungiaus. S’incurpant s’unu cun s’ateru de si ’ndi essiri approppriaus de prus de unu metru de terra. Is testimongius de su tempus de is bisaius narànt chi antigamenti is duus cungiaus fiant separaus de una cresuri de figumorisca. Custa cresuri - comenti totus scint - podit tenni’ unu fossu in d’una parti o in d’una atera. Candu su fossu est a deretta, sa cresuri est propriedadi de su cungiau a manca. Candu in veci su fossu est postu a manca, insandus sa cresuri est propriedadi de su cungiau a deretta. Candu no c’est fossu a nisciuna parti, sunt is truncus de sa cresuri de figumorisca chi narànt su puntu giustu innui passant is lacanas de is duas terras. Oindì, in custa causa, no ci sunt prus arrestus nì de fossu e nimancu de cresuri. Ma is testimongius sighint a nai chi una cresuri ‘nci fiat e ‘nci fiat puru unu fossu - sa metadi narat chi fiat a manca e s’atera metadi narat chi fiat a deretta
Candu inter pletadoris no est siguru chi tenit raxoni, no est lecitu, secundu sa costumanzia, de fai revesas, ma chi si ‘olit fai calincuna cosa, e si tenit tempus de perdiri, si fait denunzia a sa giustizia chi si narat civili. Cussa giustizia de su corru de fruca chi, propriamenti, est ancora pensendi a sa chistioni de su fossu e de sa cresuri de figumorisca, senza de arrenesci’ a ‘ndi bogai is peis.
Candu sa raxoni est sigura, de una parti o de s’atera, insandus si applicat sa lei de su taglioni. Tui furas una brebei a mei e deu ‘ndi furu duas a tui - una in prus po is interessius: su strobu e su disprexeri. Si no tenis brebeis, t’appiccu su fogu a su trigu, e seus su matessi paris e in paxi.
Ziu Antoni: «Pisabella est morta, no scieus comenti. Is contus no torrant. Zerriaus Franziscu e Cristina e s’hant a nai issus ita dimoniu est suzzediu.».
Ziu Antoni fait parti de su boddeu de is anzianus, chi in bidda tenint medas onoris e privilegius: podint donai a is giovunus dognia arrazza de consillu, sene ddus poddi’ mandai a sa furca; tenint unu postu arreguau fissu in su muraglioni de pratz’ ‘e cresia; est lizitu a issus de fai baddai a susu de is genugus is nebodeddas de su biscianu, finzas a cumpriri trexi annus (e, a bortas, de prus puru), po ddas aggiudai a cresciri bellas e sanas.
No est stau necessariu mandai a zerriai su babbu e sa mamma de sa pobera Pisabella: ziu Franziscu est innì e totu, solu solu, scedau, in d’unu arrengoni de su magasinu; e zia Cristina est seria trista, totu prangi prangi, Madonna de is setti doloris, in su liminargiu de s’ ’enna, cun ateras feminas a giru a giru, abetendi su resultau de sa reunioni.
Unu silenziu mannu si fait in su magasinu candu su poberu becciu de su babbu regordat: «Bintitres dis fait, su ses de maju, est istau… Torrendi fia de sa terra ‘e Cruccuri… Disastrau fiat su tempus. Su xelu fiat nieddu pixidu e lampus e tronus arrumbulant cun su Carru de Nannai. Mi dda intendia in su coru, mi dd’intendia, sa malasorti mia!».
Fia giai po ddi firmai sa ‘ucca, po dd’arregordai chi in su mesi de maju, ‘e is partis nostas, strossas e temporadas no si ‘ndi bint mancu a impiccu; ma happu lassau perdiri, pensendi chi a sa genti mia praxit chi una storia aici siat tragica in dognia cosa.
«…In domu totu fiat scuru. Su presentimentu est diventau sicuresa, luegu seu intrau in coxina cun su molenti. De su portellicu obertu in su cortili, beniat unu lugori de pubas: sa forredda fiat studada e no ‘nci fiat pingiada in su trebini. Disgrazia manna m’intendia in sa ‘ucca ‘e su stogumu. Cristina e Pisabella fiant setzias una a facci a s’atera, a conca cabada e a manus in cou. No happu tentu s’animu mancu de oberri’ sa ‘ucca, mi seu lassau arrui’ asuba ‘e sa stoja…».
S’adunanzia ascurtat sen’ ‘e bogai musciu is fueddus de su becciu. Unu dd’apporrit una tassa ‘e grannaccia forti po ddi fai coraggiu. Ma a nudda serbit, poita a s’homini, poberittu, dd’hat pigau una spetzia de malicarbinu o mabagrabiu chi si nerit.
Aggiudada de is manus de is feminas, si ‘ndi arziat in peis et avanzat de unu passu zia Cristina, sa pobera mamma, illuminada in su riquadru de s’ ‘enna. Is feminas no tenint derettu a chistionai, in su cunsillu de is anzianus, ma po eccezioni podint pigai su fueddu in logu de unu mascu de domu insoru, candu custu siat mudu de nascida o ddu diventit totu in d’unu.
Narat sa mamma: «Su disonori in domu mia! Pisabella, flori miu bellu, malasortau!».
Sa genti s’assentat sezzendisì comoda, sprapeddendi is ogus e accuzzendi is origas.
Sighit a narai sa mamma: «Totu mi hiat cunfidau, finzas is prus minudus particularis. Su ses de maju fiat, sa dì de Santa Giuditta sa Gloriosa. Atera torrada hiat fattu issa, Giuditta, totu pimpanti, de su buscu de Oloferne a domu sua… Hia allutu su forru, po coiri su pani. Pisabella, filla mia - dd’hiat nau e mi si fessit siccada sa lingua in su momentu! - bai e currit a m’arregolli’ unu fasciu de murdegu po fai scovas de forru, e no andis attesu!… E issa, scedada, obbedienti: “Subitu!”, hiat arrespostu, “A s’ollivariu de don Adrianu andu, a palas de domu de madrina; andendi e torrendi seu.”, e s’indi fiat bessia de pressi cun su saccu. Candu dd’happu bista bessendinci, su coru de nì mi s’est fattu, e m’est torrau a menti su bisu…».
Sa genti civili no creit chi is bisus tengant unu rapportu cun is cosas suççedias o chi depint suççediri - narant chi is bisus sunt macchioris de fantasia, chi dipendint de su troppu pappai o de su digirì mali. Eppuru, no dda pensàt aici Putifarre, ministru de sa genti mia, po sa cali is bisus sunt avvisus, avvisus de cosas chi hant a suççediri, po s’in prus malas scedas. Is animas mortas, cun su permissu de sa Madonna e de is Santus prus nodius, a de notti calant in sa terra, s’accostant a su cabidali de is chi dormint e ddis muinant a origas scedas malas. Candu in bidda calincunu morit, ispecialmente si est de morti mala, ‘nci funt asumancu dexi personas chi giai ddu scint, po si dd’essi’ bisau.
Is bisus no funt sempiri cunfianzas de Santu, po svelai su chi hat a suççediri - bocciduras, disgrazias, strossas o pestis. A prus de is bortas, si trattat de trassas de tiaulus. Su dimoniu, fattu a posta po sturbai su dormiri serenu de sa genti, est Coa longa, furbu cantu nai e grandu bagasseri. Sa genti ddu nominat in cunfianzia Cielle. Si bistit in centumila modus diversus e operat centumila malesas, po fai peccai is bonus cristianus.
Solitamenti, Cielle no toccat is piccioccheddus - narant chi issu timat is sermonis moralis de s’Angiulu custodi, postu a guardia de is verginis finzas a hai cumpriu cattodixi annus. Pustis de custa edadi, intrat in vigori su “liberu arbitriu”, e dogniunu si dda depit sbrigai a solu, po contu suu.
Cielle est su corruttori de sa notti e puru de su meigama, tentat is piccioccas cun is pibisias, is fiudas sene consolu e is isposas mali guvernadas. A is piccioccas Cielle si mostrat cun d’una bestimenta de velludu azullu, homini de bella presenzia, mustazzudu e cun d’unu arrisixeddu sfacciu. Sa picciocca pigàda de mira hiat a boliri evitai su fastigiu, po una chistioni de moralidadi, ma no podit. Timit chi, girendisì po si fuiri de anati, bengiat pigada de palas - su chi est ancora peus.
Cielle affatturat sa persona cun s’umbra de coloru, in su mentris s’accostat sempiri prus, oramai casi attaccau a sa vittima disgiada, ‘ndi sboddicat sa coa bella longa, chi teniat accuada, e dda ghettat a giru de is fiancus de sa pobera creadura. Sa cali, insandus, totu in d’unu, s’ ‘ndi scidat e zerriat… Po scongiurai su perigulu de ateras bisitas de Cielle, sa costumanzia narat chi ‘nci bolint tres Pater, tres Ave e tres Gloria e a si sezzi’ in d’unu lavamanu de aqua frisca, prus frisca est mellus est. Unu remediu prus antigu, ancora usau, est cussu de dormiri in cumpangia.
Cielle si presentat pighendi sa bisura de amigu, parenti e, finzas, de cunfessori, po renesci’ a fai is malesas chi portat in conca. Sa creadura, sigura chi si tratit de apparizioni santa, atturat fiduciosa, abettendisì mancai de podiri conosciri fattus chi hant a depi’ suççediri. Si lassat accostai et aççettat sene malizia is carignus fradilis. Candu, tocca tocca, su giogu oramai est arribau a unu puntu chi no fait prus a si tirai agou, Cielle, su dimoniu bagasseri, si ‘ndi liat sa mascara, ponidi a parti dognia fingimentu, boghendindi in d’unu lampu sa coa longa. S’ateru chi ‘ndi benit, si podit facilmenti cumprendi’.
Deu happu biviu et istudiau cun sa genti civilizzada e no sciu chi sia beru su contu de is bisus. Deu seu considerau, de sa genti mia, unu “sanguini ammesturàu”, eppuru tengiu su derettu de mi sezzi in su consillu de is anzianus, basta chi chistioni su prus pagu chi pozzu. Est istau prus forti de mei, custa borta, abbuccai sa beccia, narendiddi: «Is bisus no tenint nudda a che fai in s’attribuzioni de is curpas…».
De su consillu de is anzianis s’ ‘ndi arziat una boxi de murrungiu, acclarau de unu surbiu a duus didus fattu ‘e unu pastori. Is feminas apattadas in s’oru de s’ ‘enna, no podendi oberri’ ‘ucca po chistionai, arziant is manus in artu scutulendiddas, po fai cumprendi’ disapprovazioni manna e arrennegu.
In bidda mia sa giustizia s’amministrat in modu differenti meda chi no in is logus civilizzaus, aundi is giugius ddu faint po arti e po finzas podint deççidiri a solus, totu su chi bolint, bastat chi no mentighint de nai is brebus de sa costumanzia “in nomini de su populu”. Ma si mentras faint su dibattimentu, calincunu de su populu s’arriscat a oberri’ ‘ucca po cascai o si tenit sa camisa sbuttonada, is giugius s’arrenegant e cumandant a is guardias de ‘nci ddu bogai sempiri “in nomini de su populu”. E candu deppint giugiai asuba de cosas de coberri’, su populu, (su populu in nomini de su cali amministrant sa giustizia) no podit presenziai. Is giugius si ddus ascurtant a solus, is contus de cobertura, is cosas malas. De su fattu si ‘ndi podint deduxiri tres cosas. Sa prima, chi is civilizzaus sunt de moralidadi aici delicada chi bastat una figura de femina mesu spollinca po ddus fai arrui in peccau mortali; sa secunda, chi is giugius tengant is ancas difendias de una cinta de castidadi oppuru chi no tengant capaçidadi de s’arretai; sa terza, chi imperit una lei chi dividit is hominis in giugius e in hominis chi depint essiri giudicaus, in bonus e in malus, oppuru, mellus, in coddadoris e in coddaus.
Asutta de custu aspettu, sa genti de bidda mia est sovrana. No ci funt ungas de autoridadi chi rennescat a ‘nci bogai sa genti de plazza, mentris s’est faendi unu dibattimentu. No medas annus fattus, ‘nci fiat in bidda unu podestadi amanti de sa filosofia de Nietszsche. In s’ora chi no teniat cosas de fai, hiat finzas scrittu unu “Sein Kampf”, e ‘ndi hiat fattu stampai una pariga de copias e ddas hiat donadas a is maistus de scola. Una dì, hiat reuniu in d’unu butteghinu su vicariu, sa guardia, su direttori de sa scola e sa Cungrega de is Damas de Caridadi. Totus in paris hiant deçidiu de stabiliri unu “Ordini nou”. A su primu dibattimentu in plazza, cun d’una chistioni scabrosa, su sindigu hiat cumandau sa guardia de fai stesiai sa genti. E po donai prus importanzia a su comandu, dd’hiat fattu accumpangiai de tres sonadas de tintinnabulu, cussas campaneddas chi sonat su chierichettu, candu benit arziau su Santissimu. A sa genti ‘nci fiat scappau s’arrisu, senz’ ‘e si podiri firmai, pensendi chi fessit una brulla furistera. Calincunu si trottoxada in terra, piscendisì de s’arrisu. De un’ateru cantu, fiat spassiosa puru sa chistioni de su dibattimentu: una pariga de piccioccus, bolendisì spassiai, hiant pensau de fai una trassa a su predixeddu, s’aggiudu de su vicariu, a don Giulianu, unu bellu piccioccu beniu de foras, a ogus birdis, accozzau de monsignori s’obispu. Sa trassa fiat de ddu cassai e de ddu crastai. Sa chistioni fiat andada aici: sempiri pigaus de is traballus de su saltu, is mascus de bidda hiant deppiu diminui’ is attenzionis e is controllus de is piccioccas, atturadas aici solas. Luegu si ‘ndi fiat approfittau don Giulianu. A is mascus de bidda fiat parta una cuncurrenzia pagu leali et hiant deçidiu de ddi torrai sa pillota. Hiant scrittu a don Giulianu una bella littera de amori, donendiddi appuntamentu a su mericeddu, pustis de sa funzioni de cresia, a palas de su nuraxi becciu, dda hiant firmada cun su nomini de sa prus bella Filla de Maria, e si dda hiant recapitada cun d’unu piccioccheddu.
Duncas, candu coram populo is piccioccus fiant po cumenzai a testimoniai totu cantu sa trassa, su sindigu hiat donau s’ordini de ‘nci bogai sa genti de plazza, cun sa scusa de unu perigulu po “s’ordini costituiu”. Pustis de is tres toccadasa de campaneddas, sa guardia, segundu is comandus arrecius, ‘ndi hiat bogau unu fusti chi no ‘ndi arruiat sa folla et hiat cumenzau a iscudi’ a conca a totus is chi ddi capitant a tiru. Sa genti ‘nci fiat abarrada meda mali. Passau su primu momentu de sturdimentu, si ‘ndi fiant strantaxada in pei gridendi arrabiada e fatta e tot’ind’unu si fiat movia… Sa guardia no si fiat prus agattada. Su fusti fiat istau agatau a intru ‘e su podestadi, candu is dottoris furisterus fiant benius po ddi fai s’autopsia. Su vicariu dd’hiant accappiau asuba de unu molenti e bogau de bidda a corpus de perdas - monsignori si fiat tentu su molenti e ‘nd’hiat mandau un’ateru nou. De vicariu, si cumprendit. Is iscolas fiant atturadas serradas po unu annu. Et is podestadis chi fiant benius a pustis, no hiant prus ligiu Nietzsche o, si ddu ligiant, si fiant allabaus beni de ddu fait sci’.
Sa genti ‘e bidda mia est bona cun chi est umili. “Errare umanum est” - narat. Perdònat chi sbagliat, ma no si fidat de is chi no sbagliant mai. Castiendi is beccius, nau: «Cumpadessirimì de totu, si happu sballiau.». E mi scusu cun zia Cristina puru, po no hai cretiu a sa beridadi de su bisu. Is hominis de su consillu mi màndant una oghiada bona et unu m’hat sprondiu una sigaretta giai allutta, chi deu acciappu a bolidu.
Sa pobera mamma de Pisabella sighit a contai: «M’est torrau a menti su bisu… Sa notti prima mi fiat bessia in su sonnu sa bonanima de Antioga, e a palas de issa ‘nci fiat Nosta Sennora de su Remediu, cun su rosariu suu nodiu de matriperla. Antioga m’est accostada cun bisura trista, comenti mi bolessit avvisai de unu perigulu. Chistionàt … ma deu no intendia sa boxi sua; e in su mentras, bidia Nosta Sennora accinnendi chi sì, cun sa conca, e is postas de su rosariu stiddiendi sanguini. Insaras happu ghettau unu zerriu e mi ‘ndi seu scidada in d’unu bagnu de sudori… Luegu m’est torrau a menti su bisu, candu Pisabella est bessia de domu po andai a su saltu a fai scovas de forru. No podia stai prus in mesu de cussu fogu et aici happu lassau totu, domu, pani e forru, e seu curta a s’olivariu, finzas innui arribat a costau de su stradoni… de su corr' 'e sa furca… Su chi happu bistu, a ddu nai no m’abbastat su coru…».
Sa pobera mamma s’interrùmpit po lassai sciogu a su prantu. Est prangendi de mes’ora e ancora no accinnat a dd'accabai, po sighiri a contai sa storia. Sa genti abettendi abettendi cumenzat a si spassienziai e calincunu a murrungiat. Indi ‘essit una boxi: «Gei no hat a essiri su secretu de is centu tiaulus, chi no fait a ddu nai!».
Ziu Massiminu intrat in sa cosa cun delicadesa: «Forza, Cristina, naraddu, naraddu liberamenti, seus totus innoi po tui, po t’aggiudai, po fai giustizia e depeus sciri totu cantu.».
Is anzianus faint accinnus de assensu, movendi sa conca. De unu de issus ‘ndi bessit una boxi carignosa: «Tocca, Cristina, conta, ca ti sgravas.».
Sa femina firmat is lagrimas cun s’oru de su muccadori e tòrrat a cumenzai a nai, prangi prangi: «Pisabella! Filla mia bella! Creadura ‘noçenti! Trintaduus annus teniast a mai homini in facci hiast castiau!… Sempiri cosendi e ricamendi. Ge’ no s’hat a podi’ nai chi fiast scaminada! Sempiri tappada in domu… Dd’happu agattada in su fossu de su stradoni, et asuba portàt unu de cussus strangius chi currint indimoniaus cun is macchinas…».
Una boxi dd’hiat interrumpia: «E bistu in facci dd’has, su bellimbustu?».
Sa ‘eccia si fiat arrabiada: «Chi fessit bellimbustu dd’hat a sciri sa bagassa chi ‘ndi dd’hat scavulau! Unu de cussus chi passant in su stradoni nou, fiat, a braba manna e a pilus longus fiat… sa bisura de unu Giuda portàt. Candu hat intendiu is zerrius chi happu ghettau deu, s’est fuiu coment’ ‘e unu malifattori, est intrau in sa macchina e s’est fuiu… S’andada de su fumu, hessit fattu! Ah, si mi fessit arrutu in ungas!».
«E Pisabella?», dimàndant.
«Creadura mia ‘noçenti! No fiat in sei… totu stracciulada, is ogus in biancu, in d’unu mari de sanguini…».
Sa genti ammuntonada a intru e in foras de su magasinu no podit tratteniri unu scoppiu de ira. Is hominis si ‘ndi strentaxant unu pustis de s’ateru e cumenzant a picchiai is peis in terra a corpus cadenzaus cun is crapittas accioladas. Is animus sunt infogaus. De unu momentu a s’ateru podit suzzedi’ calincunu trumbullu malu.
Ziu Antiogu su sabiu arziat in artu tot’ ‘e is duas manus, faendi su moderadori. Narat: «Calma, calma… Giustizia hat a essiri facta!».
«Subitamenti!», gridant is prus arrabiaus.
Insaras ziu Antiogu ghettat unu zerriu forti, agitendi su baculu de ollastu, po calliai sa genti. Candu totus si sunt citius e s’est fattu silenziu, pronunziat su modu de nai de rituali po calmai is animus: «Sa minestra si pappat prus frida chi callenti.».
Ziu Massiminu, susteniu de sa parti massimalista, si fait a innantis e proponit de interrumpi’ sa reunioni, de andai a pigai piccus e dinamite e de fai sartai in aria a su mancu s’arrogu de stradoni chi passat a costau de s’olivariu de don Adrianu.
Don Adrianu - presenti po cumbinazioni - no osat a s’opponi’. Nàrat: «Passienzia si mi sartiat in aria calincuna matta de olia, prima de ognia cosa benit s’onori de sa bidda. No ‘ndi poneas meda però, ca s’annada promittit beni, e su pappai a pustis cun ita ddu cundeus?».
Unu dimandat: «E su sprosivu?».
Gesuinu su bombaiu s’accòstat e nàrat: «Prontu. A cussu ci pensu deu.».
A sa genti mia praxit dognia cosa chi fait zaccarru. Cali chi siat sentimentu chi provit, ddi praxit a dd’esprimiri burdellosamente, a zaccarraduras. S’odiu e s’amori no bogant succiu si no zaccàrrant. Gridus de dolori e gridus de gosu. Cantat a boxi prena e sa vida e sa morti.
Annus fait, candu ‘nci fiat s’urtima gherra de is nazionalis, cussus de su Municipiu, chi sciant liggi e scriri, faiant centu trassas e centu imboddicus: si poniant in bucciacca su sussidiu de is cumbattentis, in veci de ddu donai a is familias. O si puru calincunu arrogheddu ddu donànt, dimandànt in cambiu pilu nou.
A cussus tempus, ‘nci fiat famini de dda segai a fittas, e sa genti no sciat comenti ‘ndi bessiri. Insaras si fiat reuniu su consillu de is anzianus e si fiat fattu unu dibattimentu segretu a su notti, in s’argiola de s’Arrideli. Fiat istau decidiu a s’unanimidadi de usai sa dinamite e fiat stau donau s’incarrigu a Gesuinu su bamboaiu - chi piscat prus pisci issu chi no centu barconis de algheresus. Dexi carigas de poni’ a is ventanas de is cambaras de lettu de is ses cunsilleris municipalis. Una carriga a sa dì, cumenzendi de lunis finzas a sabudu. Is urtimas quattru carrigas, totus in pari, sa dominiga, in sa ventana de domu de su podestadi.
Dognia notti, a su zaccarru, sa genti approviàt a su puntu stabiliu e, bistus e controllaus is effettus, s’ ‘ndi torràt a domu a dormiri. Is quattrus carrigas de sa dominiga fiant istadas un’opera de arti. Parriàt s’acabu de is ispantorius de Santa Maria s’Assunta. Is zaccarraduras si fiant sighias una pustis de s’atera a distanzia de unu minutu e mesu preçisu.
Intra s’unu e s’ateru scoppiu, de asuba de sa cobertura partiat girendi una arroda de dognia colori, chi calàt scinciddendi in artu e studendisì asuba de sa genti chi ddui fiat curta a castiai. A sa segunda zaccarrada, totu sa bidda fiat giai reunia in plazza, a innantis de sa domu de su podestadi. Meda genti si fiat portau su scannu, po assistìri prus comudamenti a sa scena. Su bellu de s’acabu fiat stau s’incendiu de sa linnaia, a su mancu cinquanta carrus de cozzina e fascinas. Mellus de su fogadoni de Sant’Juanni - narànt totus. Sa piccioccalla si fiat abbrazzeddada e hiat cumenzau su ballu tundu, candu Fisinu fiat arribau cun s’organettu et hiat attaccau a sonai su “mi e la”. Chiccheddu su turronaiu e ziu Nicodemu su bendidori de carapigna no hiant postu is parada sceti poita mancàt su materiali po fai durcis, requisiu po su fronti, ma po baldoria, ballus, cantus, zaccarraduras e prexu, cussa dominiga benit regurdada comenti sa dì de festa mellus bessìda in tempus de gherra.
Pustis de cussa dì, is sussidius fiat cumenzau a bessiri et a essiri donaus abbastanzia cun regolaridadi. Un’atera reunioni segreta si fiat convocada - cust’orta in s’argiola de Cuccuru Mannu - po fai unu esamini minuziosu de is resultaus ottènius. Si fiat acclarau chi sa dinamite hiat sbloccau sa situazioni, ma no dda hiat resolvia in totu - poita is assegnus donaus a is famiglias bisongiosas fiant ancora pagus. Si fiat dezidiu de aumentai is carrigas de dinamite, in forza e in cantidadi, segundu sa lei de is valoris direttamenti proporzionalis.
Amarolla s’hiat depiu lamentai sa mancanzia de dinamite in giru: is minadori de is biddas accanta fiant in scioperu de prus de ses mesis e su pagu chi teniant serbiat a issus po assolviri sa controversia cun s’amministrazioni de sa mena. Po fortuna, totu a longu de sa costa, ‘nci fiat una fascia minada - po su nemigu, si mai ddi fessit benida a conca s’idea de sbarcai innì. Si fiat donau s’incarrigu de ‘ndi scarraxiai duas o tres a unu “reduci artificieri” de sa gherra precedenti. A s’ateru ‘nci hiat a essi’ pensau Gesuinu su bombaiu. Tres dis a pustis, a mesunotti in puntu, fiat sartiau in aria su Municipiu: murus, cobertura, mobilia, paperis e totu cantu. Fiat istau aici chi is sussidius, sene mediadoris, arribànt direttamenti a is familias interessadas.
S’idea de usai s’isprosivu est craru chi praxit a medas. Praxit puru a ziu Crisantemu, su meri de su botteghinu, chi sen’ ‘e mentigai su doveri suu de ghettai su binu, dimandat su permissu de fueddai de a palas de su banconi. Naràt: «Nendi sa cosa in craru, cali ateras rappresaglias podeus fai contras a unu stradoni? No tènit brebeis de ‘ndi ddas furai, no tènit terras po pasci de s’ ‘ndi ddas bruxai…».
E no naràt faulas. Is unicas partis de su stradoni nou chi si podint culpiri sunt is cartellus de segnaletica et is birdius catarinfrangentis, chi giai is piccioccheddus hant fattu sparriri de tempus meda. Una sottrazioni chi no hat debilitau sa funzionalidadi de sa struttura .
Su vicariu hat liggiu is pensamentus zaccarradosus in is ogus allutus de sa genti, chi sighit de a intru e de foras sa reunioni. Si fait largu a spintas, intrat in su magasinu e s’accostat a su consillu de is anzianus. Su fai sartiai in aria carreras civilis, nobas e trafficadas - nàrat issu - est una culpa manna meda. Un’ateru contu sunt is arrugas de bidda, chi hiant a podiri puru no esistiri po nudda. Tòccat a si regordai - amonèstat - chi ‘nci sunt leis civilis a is calis totus seus suggettus, chi si bollat o no, leis chi castigant no solamenti su danneggiamentu ma po finzas s’occupazioni temporanea de unu stradoni.
Is anzianus mi castiat cun ogus interrogativus. «Tui chi has istudiau», narat ziu Antiogu, «si depis nai coment’ est chi àndant custas cosas.».
«Sì», naru deu, «is istradonis benint fattus po poni in motu su chi si nàrat “ritrmu circulatoriu” - custu est pagu ma seguru. Prus si cìrculat e prus si spacciant macchinas, benzina, ollu, gommas e totu cantu. Circulendi serraus a intru de is machinas, in su callenti, si sudat e si buffat de prus. Po restabiliri “s’equilibriu benzoidricu” tòccat a si moviri de una parti a s’atera, sighendi una beni cungegniada “bia crucis”, aundi is postas sunt stazionis de rifornimentu de benzina e de cosas de buffai. Atturai firmus in d’unu stradoni est proibiu severamenti. Infatti, candu si firmat unu boddeu de personas - fessit puru po castiai su stampu chi una talpa est renescia a fai in s’asfaltu - luegu arribant is tutoris de “S’Ordini Motorizzau” chi cumandant de “circulai” subitamenti, pìgant unu paiolu de ciumentu a presa rapida e tuppant su stampu.».
Su consillu de is anzianus deliberat cincu minutus de riflessioni, po agatai su modu de si ghettai a macus, po no pagai s’osteria.
In su silenziu mannu chi c’est, s’ ‘ndi arziat una boxi fini melodiosa: «A s’orbescida, bintitres dis pustis de s’affrontu vili - càntat ispirau Miminu, su poeta zurpu chi ponit is canzonis - Pisabella Corrias, bagadia de trintaduus annus, de bona moralidadi, siat in domu chi in foras, filla unica cunfortu de sa familia, po isburrai s’ingiuria patida, sa vida hiat refudau. Impavida, in s’oru de s’istradoni, cun su pei mancu appizzus de sa tira groga, su coru suu sanguinendi, hat abettau chi passessit sa macchina birdi, sa de su barbudu atreviu, e propriu asutta de cussa s’ ‘nci fiat ghettada.».
Zia Cristina ‘nci ghettat unu gridu de istraziu, e is feminas cumenzant a attitai, tirendisindi is pilus de conca, zerriendi e guriendi.
Su consillu de is anzianus deçidit de truncai is chistionis. Unu si ‘ndi arziat e castiendi su vicariu nàrat: «Boxi de populu, boxi de Deus: totu bit, totu intendit, ma nudda scoviat!».
Gesuminu su bomboaiu cumprendit chi s’ora sua est arribada. Nàrat: «Prontu! Est beru, su tempus cumenzat a si fai intendi’; e puru, mirai, tengiu sa manu ancora firma».
Su diciu narat: «Sa minestra si pappat prus frida chi callenti. Gei est beru. Ma calincuna borta sa minestra est mellus a dda pappai callenti.». Nàrat ziu Antiogu su sabiu. E istrantaxendisndi in peis declàrat finia sa reunioni.



LA SUPERSTRADA

Isabella, nubile di trentadue anni, è stata ritrovata stamattina all’alba - la testa sfracellata sulla striscia gialla continua e i piedi penzoloni sull’orlo della cunetta.
La gente è in fermento. Dice che senza la superstrada non sarebbe successo. Il sindaco ha mandato in giro il banditore per avvisare la popolazione che verrà quanto prima uno di fuori per spiegare quali saranno gli utili della superstrada in futuro, intanto di stare tutti calmi. La guardia ha avuto l’ordine di scopare l’acciottolato della piazza e di innaffiare i gerani del sagrato.
Il processo si è svolto nella bettola di zio Crisantemo.
Zio Massimino, in apertura di seduta, dice: «Quello che frega noi è la legge. Colpa del non saper leggere e scrivere. Dovremmo metterci a scriverle, le nostre leggi; diversamente ci portano quelle di fuori.».
Zio Massimino ha fatto il minatore, ha partecipato agli scioperi del ‘21, perciò parla difficile e gira tutto in politica.
Il gruppo di zio Antiogu non è d’accordo: «Abbiamo già tante complicazioni di lavoro fame pestilenze; ci mancherebbe altro perdere tempo a imparare a leggere e a scrivere come ragazzi di scuola.».
In paese non ci sono leggi scritte. Bisogna cercarsele dentro, caso per caso, e adattarle alla circostanza. Le tradizioni sono le fondamenta - e sono sacre anche se si tratta, a parere dei civilizzati, di fondamenta vecchie e malandate. Eppure reggono. Quando un contadino semina barbabietole anziché fave è scostumato. Gli altri contadini gli levano il saluto, i bottegai non gli fanno più credito e il prete non gli dà l’assoluzione. Allora, la produzione delle fave si intensifica, la morale si irrigidisce e si allungano le gonne. Se poi chi ha seminato le barbabietole guadagna bene, mette su casa di pietra e veste camicie che non si stirano, in tal caso il saluto, il credito e l’assoluzione gli vengono restituiti - ma sempre scostumato resta. E chiunque potrà mettere la mano sul fuoco che la moglie lo cornifica e che le figlie corrono la cavallina, tanto poi si sposeranno con un brigadiere del Continente.
E’ stato come per le cavallette e per le alluvioni: quando te ne accorgi è troppo tardi. La superstrada è arrivata tre mesi fa dalla parte del territorio comunale, dove pascolano le pecore di basso rango. Larga come un’aia, grigia a strisce bianche e gialle, due fette per le auto che vengono e due per quelle che vanno - tutte e quattro a casa del diavolo. Passa giusta dietro il cimitero, a nord, facendo una gobba intorno al paese.
«Non sono mica tonti, i forestieri», dice zio Gesuino, reduce della brigata Sassari, «quella è una trappola tipo le trincee che ci scavavano attorno i tedeschi per fregarci quando meno ce l’aspettavamo.».
Il paese è rimasto aperto soltanto da un lato, verso le paludi. I pescatori, sfaticati che non sanno tenere una zappa in mano, sogghignano maliziosi - di nascosto però dai contadini e dai pastori che devono attraversare quella trincea maledetta sotto il tiro di sbarramento almeno due volte al giorno col bestiame, i carri, gli attrezzi e tutto il resto.
Oggi, neppure il pomeriggio ha smosso gli uomini dalla bettola. Vi si sono aggiunte numerose donne, che hanno portato pane e formaggio e sono rimaste ad ascoltare. In paese, tutti usano meriggiare. Anche le pecore. I pastori sono comprensivi per questa umana esigenza delle greggi, e costituiscono apposite tettoie di frasche per ombreggiare le meriggiate. Alcuni istruiti visitatori del Continente, che vengono a studiare usi e costumi e se ne ripartono con le valigie cariche di cianfrusaglie antiche e pecorino, dicono che il fenomeno del meriggiare deriva da “fattori ben precisi” e cioè il clima caldo umido, i postumi della malaria, il vino nero denso e la religione cattolica.
L’interesse dei civilizzati rende sospettoso zio Massimino. «Quelli, se ne vengono qui a frugare non per nulla», dice.
I più scuotono la testa, scettici: «E che diavolo vuoi che trovino qui? Pietre e pidocchi…».
«A quelli», interviene Pepino che ha fatto l’emigrato, «interessano le storie antiche, quando gli uomini mangiavano carne cruda strappandola dagli ossi coi denti e le donne se le mettevano sotto e le sfondavano davanti a tutti. Ci vanno matti, loro, per storie così. L’ho letto anche nei loro giornali. Dovete sapere che la gente civile fa e legge giornali per poter sapere i fatti degli altri. Al posto delle tradizioni, non fidandosi della parola, hanno leggi scritte in libroni, che sono tanti da non starci nel monte granatico. Per non farsi fregare o per fregare il prossimo devono conoscerle tutte oppure avere abbastanza soldi da pagare qualcuno che le conosca al posto loro.»
La mia gente non fa, non compra e non legge giornali. Qualche volta li usano i bottegai e i pescivendoli per avvolgere la merce o qualche raffinato per pulirsi il culo. Se un marito accoltella la moglie per faccende sue private, tutti corrono alle grida e assistono di persona. I ritardatari - gli obesi, gli sciancati e le donne gravide - si fanno raccontare dai presenti le prime sequenze. I vicini di casa hanno il compito di raccontare gli antefatti, gli annessi e i connessi. A spettacolo finito arrivano i carabinieri col pretore. A loro nessuno racconta mai nulla, perché non chiedono per legittima curiosità ma per scrivere. E le cose scritte sono sempre una fregatura - a parte il fatto che tu dici una cosa e loro ne scrivono un’altra.
Una volta Efisino il matto parlò e quelli della giustizia scrissero. Passati tre o quattro anni, qualche giorno prima del dibattimento, quelli della giustizia tornarono da Efisino e gli ordinarono di ripetere per filo e per segno tutto quanto. Efisino, seppure matto, ha una memoria di ferro: ripeté la storia nei minimi particolari. Intanto che lui parlava, loro leggevano per controllare se tornava giusto. Efisino differì in un dettaglio: la seconda volta, il coltello era penetrato sotto la terza costola e non sopra la quarta. Efisino si ebbe sei mesi giusti di galera per falsa testimonianza aggravata, e da quel lato rinsavì tutto.
Qualche coltivatore di barbabietola ha portato il televisore. Ogni tanto la gente va, lo guarda e lo ascolta, ma dice che non è vero per niente, che è tutta una invenzione come il cinema per divertire e commuovere nei giorni di festa. I civilizzati che fabbricano e vendono televisori dicono che non sta bene che ci sia gente tanto arretrata, che bisogna istruirla a tutti i costi, diversamente è una vergogna per tutto il genere umano.
Quando Pepino l’emigrante descrive il modo di vivere dei civilizzati, nessuno gli crede. Dicono che non è possibile, oppure che sono matti da legare.
Prima c’erano più guerre. Ogni volta ne partivano quindici o venti. I due o tre che ritornavano si provavano a descrivere le stranezze che avevano visto, ma ci rinunciavano presto per non passare da svitati. Zio Gesuino, reduce brigatista, ha accettato il ruolo di svitato e vive raccontando le sue memorie di guerra. E’ rimasto otto anni fuori - neppure lui sa precisamente dove. Appostato in un canalone a sparare sui nemici che gli passavano a tiro - dice. Al rientro non aveva più i calli della zappa; l’odore delle pecore gli dava svenimenti e l’aria dei campi coltivati gli gonfiava la milza.
Zio Gesuino il brigatista se ne sta tutto il giorno in giro per le bettole in cerca di uditorio. Appena l’ha trovato, comincia: «Un giorno ero di sentinella e sai chi ti vedo? Il re in persona, venuto a ispezionare insieme ai generali. Mi vede e subito mi riconosce. Si avvicina. Mi mette una mano sulla spalla e mi dice: “E che cos’hai tutto triste e nero, o Gesuinu?”. Io gli dico: “Eh, già non lo saprai tu Vittoriu, otto lunghi anni fuori di casa!”. E Vittoriu allora: “Ci hai ragione, Gesuinu, bravo! Domani si va in licenza.”».
Se l’uditorio è prodigo, prosegue: «Piano piano siamo entrati in confidenza. Una domenica - mi venga un colpo se non era la Domenica delle Palme! - Vittoriu è venuto a prendermi in macchina per andare a pranzo insieme. Mi ha portato in una reggia che ci aveva da quelle parti in mezzo a un boschetto. C’era ogni ben di Dio. Le mogli dei generali avevano preparato tutto loro, insieme alle serve. Vittoriu si era puntato subito sulle serve - tutta roba fresca. Si sfregava le mani dalla contentezza. Dice: “Forza paris, Gesuinu! Dobbiamo fare onore all’esercito.”. C’era una tavolata grande come la piazza di una chiesa; da bere avevano portato diverse botti di malvasia, nieddera e vernaccia; da mangiare, un gregge di pecore arrosto con tutti gli intestini fatti a treccia in padella con le frattaglie e i piselli. Alla fine, gli attendenti hanno portato anche la frutta. E non ti portano le ciliegie? Non ci crederete: una cesta da vendemmia piena ne hanno portato, ricoperta di foglie di finocchio. Dapprima mangiavo tutto alla pari; ma quando la pancia mi si è tesa come un tamburo ho cominciato a sputare i noccioli. Gli altri commensali erano tutti seri composti svogliati: una ciliegia se la mangiavano in cinque morsi. Io allora per rallegrare la compagnia ho preso a lanciare noccioli, così, strizzandoli tra due dita… Uno è andato dritto sul naso della regina. Quando ha visto che ero stato io, mi ha guardato ridendo e muovendo un dito mi ha detto: “Eh, Gesuinu, birbaccione!”. Ed è entrata in gioco pure lei, lanciando noccioli sulla pelata dei generali… Vittoriu rideva come un matto… Eravamo diventati come fratelli, con Vittoriu. Non fa a crederlo, gli scherzi che ci facevamo l’uno con l’altro! Io ho sempre pensato che fosse della nostra razza: piccoletto, figlio di buona mamma e col naso sempre in tiraggio.».
Nella bettola di zio Crisantemo la calura pomeridiana si fa sentire. L’adunata si è accosciata sul pavimento di cemento per rinfrescarsi almeno di sotto. Soltanto zio Anselmo, che ha le chiappe legnose, è rimasto seduto sullo scanno di paglia e brontola: «E quale demonio aspettiamo, parlottando parlottando? Andiamo, mettiamo un tronco in mezzo e il primo che si ferma gli tagliamo il collo a roncolate.».
Zio Anselmo rappresenta l’ala massimalista. E’ guardato con rispetto ma tenuto a debita distanza. Alla gente non piacciono le cose fatte in fretta. Specialmente se sono importanti come il mangiare, il dormire e lo scopare. E il vendicarsi non è meno importante.
Zio Antiogu il saggio dice che per andare liscio, il boccone che mandi nello stomaco, deve essere già digerito quello precedente. Tale la teoria tale la pratica. Infatti, egli non ha bisogno di mettersi a cacare in un vaso di maiolica. Si accoccola ai margini del cortile, davanti al formicaio, e segue per ore il via vai dei laboriosi animaletti. Ne ha appreso così dopo lunghe sedute le malizie economiche politiche e sociali e le trasmette alle nuove generazioni. Zio Antiogu, assumendo l’aspetto grave che la circostanza impone, dice: «La minestra si mangia più spesso fredda che calda.».
La frase è piaciuta. Tutti hanno assentito muovendo la testa. Zio Anselmo abbassa la cresta.
Zio Anselmo ha le chiappe legnose, è scorbutico ed è massimalista perché soffre di bile e non assimila. E’ in lite da dieci anni con don Piero, il vicario di curia, per una questione di confine tra due chiusi. Si accusano l’un l’altro di indebita appropriazione di un metro buono di terreno. Dalle testimonianze lasciate a terzi dai rispettivi avi, è venuto fuori che anticamente i due chiusi erano delimitati da una siepe di ficodindia. Tale siepe - come è noto - può avere e può non avere un fossato ai lati. Se ha il fossato dal lato destro, significa che la siepe appartiene al padrone del chiuso di sinistra. Se invece il fossato è a sinistra, la siepe appartiene al chiuso di destra. Se non c’è fossato, i ceppi della siepe indicano il confine esatto tra i due chiusi. In questa controversia non si ha più traccia di siepe o di fossati. Ma i testimoni sostengono che la siepe c’era e che c’era anche un fossato - una metà dice che era a sinistra e una metà dice che era a destra.
Quando tra due litiganti la ragione è incerta, non è consentito dalla tradizione adottare rappresaglie, ma se si vuole e se si ha tempo da buttare si fa ricorso alla giustizia cosiddetta civile - che sta ancora ponderando la controversia del ficodindia in attesa di pronunciarsi.
Quando invece la ragione è certa, si applica la legge del taglione. Tu rubi una pecora a me, io rubo due pecore a te - una in più per gli interessi, le spese operative e i danni morali. Se non hai pecore, ti appicco il fuoco al grano, e siamo ugualmente pari e patta.
Zio Antonio: «Isabella è morta, non sappiamo come. I conti non tornano. Chiamiamo Franziscu e Cristina e ci diranno loro cosa diavolo è successo.».
Zio Antonio fa parte del consiglio degli anziani, che nella comunità godono di speciali privilegi: possono dare ogni genere di suggerimento ai giovani senza essere mai mandati al diavolo; hanno il posto riservato nel muraglione del sagrato; fanno ballare sulle ginocchia le nipotine fino a tredici anni e anche oltre per stimolare la crescita.
Non è necessario mandare a chiamare i vecchi genitori dell’infelice Isabella: zio Francesco è lì appartato in un angolo e zia Cristina sta seduta sui gradini dell’uscio con altre donne, in attesa degli eventi.
Un silenzio teso ristagna nella bettola, mentre il vecchio padre rievoca: «Ventitré giorni or sono, il sei di maggio è stato. Rientravo dalla terra di Cruccuri… Un tempo disastroso. Il cielo era nero come la pece e i lampi e i tuoni rotolavano col carro di Nannai. Me la sentivo nel sangue, la malasorte mia…».
Sto per interromperlo e fargli notare che nel mese di maggio, dalle nostre parti, non si verificano temporali neppure per eccezione; poi ci rinuncio, ricordando che alla mia gente piace il clima tragico globale.
«… In casa era tutto buio. Il presentimento è diventato certezza appena sono entrato con l’asino in cucina. Dallo sportello aperto sul cortile entrava un chiarore da fantasmi; il camino era spento e non c’era pentola sul trespide. Disgrazia grande sentivo nella bocca dello stomaco. Cristina e Isabella sedeva l’una di faccia all’altra a testa bassa, con le mani sul grembo. Non ho avuto neppure la forza di aprire bocca, mi sono lasciato cadere sulla stuoia…».
L’adunanza pende dalle labbra del vecchio. Qualcuno gli porge un bicchiere di vernaccia scura per rianimarlo. Ma è inutile sollecitarlo a proseguire: il pover’uomo è in preda alle convulsioni.
Sospinta dalle mani delle donne, si leva e avanza di un passo, controluce nel riquadro dell’uscio, la vecchia madre. Le donne non hanno diritto alla parola nel consiglio degli anziani, possono eccezionalmente sostituire un maschio, nel caso che costui sia mutolo di nascita o lo diventi occasionalmente. La vecchia dice: «Il disonore in casa mia. Isabella, fiore mio bello sfortunato!».
L’uditorio si assesta, arrotando l’occhio e tende l’orecchio.
«Tutto mi confessò nei minimi particolari. Il sei di maggio era, giorno di Santa Giuditta, la Gloriosa - diverso ritorno aveva fatto, pimpante, dal bosco di Oloferne a casa sua… Avevo acceso il forno per il pane. “Isabella, figlia mia - le avevo detto, e mi si fosse seccata la lingua in quel momento! - Vai e corri a prendermi un fascio di erbe per fare scope da forno, e non andare lontano!”. E lei ubbidiente: “Subito - aveva risposto - all’oliveto di don Adriano vado, dietro casa di madrina, andando e tornando sto.”. E se ne era uscita di fretta col sacco. Quando l’ho vista uscire, il cuore di gelo mi si è fatto e mi è tornato il sogno alla mente…».
La gente civile non dà importanza ai sogni nell’analisi delle componenti di un fatto - li ritengono fantasie o allucinazioni prodotte da cattiva digestione. Non così la pensava Putifarre, ministro d’Egitto, e lo stesso faraone. Non così la pensa la mia gente, per la quale i sogni sono avvisaglie di eventi straordinari, per lo più funesti. Le anime morte, con l’autorizzazione della Madonna o di Santi importanti, scendono nottetempo sulla terra, si avvicinano al capezzale dei dormienti e sussurrano loro notizie allarmistiche. Quando qualcuno muore in paese, specialmente se di morte violenta, ci sono almeno dieci persone che già lo sapevano per averlo sognato.
Non sempre i sogni sono confidenze di Santi su ciò che accadrà - assassini, disgrazie, cataclismi e pestilenze varie. Più spesso si tratta di attacchi demoniaci. Il demonio addetto a disturbare il quieto sonno dei mortali è Coda Lunga, astutissimo e gran puttaniere. La mia gente lo chiama confidenzialmente Cielle. Si traveste in centomila modi e mette in opera centomila astuzie per adescare i cristiani.
Di regola Cielle risparmia gli adolescenti - si dice che tema i sermoni morali dell’Angelo custode addetto alla guardia delle vergini fino al compimento del quattordicesimo anno. Dopo questa età entra in vigore il libero arbitrio, e ciascuno deve cavarsela da sé.
Cielle è il corruttore notturno, e anche pomeridiano, delle giovinette coi brufoletti, delle vedove inconsolabili e delle spose male amministrate. Alle giovani, Cielle si presenta in abito di velluto blu, aitante, coi baffetti rossicci e un sorriso sfacciato. La fanciulla irretita vorrebbe scappare per una questione di principio, ma non può. Teme che voltandosi venga acchiappata di dietro.
Cielle ammalia la preda con occhi di basilico intanto che si accosta sempre più. Ormai a contatto, snoda la lunga coda che teneva nascosta e l’avvolge attorno alle reni della vittima. La quale finalmente si sveglia in orgasmo e urla. Per scongiurare i pericoli di ulteriori visite di Cielle, la tradizione suggerisce tre Pater, tre Ave e tre Gloria abluzioni gelate purificatrici. Una terapia più antica, tutt’ora diffusa, è quella di dormire in compagnia.
Cielle assume le sembianze di amico, parente e perfino di confessore per portare a compimento i suoi turpi disegni. La vittima, convinta che si tratti di apparizione santa, sta al gioco, in attesa di ricevere anticipazioni sul futuro. Si lascia avvicinare e accetta senza malizia le carezze fraterne. Quando il gioco si è ormai spinto fino al punto da cui è impossibile tirarsi indietro, il diabolico corruttore getta la maschera e ogni ritegno, estraendo fulmineo la lunga coda. Il resto vien da sé.
Io ho vissuto e studiato tra i civilizzati e nutro forti dubbi sulla importanza dei sogni. Sono considerato un sangue misto, tuttavia ho il diritto di sedere nel consiglio degli anziani a patto però che parli il meno possibile. E’ stato più forte di me interrompere la vecchia: «I sogni non sono pertinenti nella attribuzione della responsabilità…».
Il consiglio degli anziani emette un sordo brontolio, accentuato dal fischio a due dita modulato da un pastore. Le donne accoccolate sull’uscio, non potendo aprire bocca, levano in alto le mani scuotendole in segno di dura disapprovazione.
Nel mio paese la giustizia si amministra diversamente che tra i civilizzati, dove i giudici sono di mestiere e possono fare tutto ciò che vogliono purché non dimentichino di pronunciare la formula rituale In nome del popolo. Se durante un dibattimento qualcuno del popolo si azzarda ad aprire bocca per sbadigliare o porta la camicia sbottonata, i giudici si arrabbiano e ordinano alle guardie di cacciarlo via in nome del popolo. Non di rado, col pretesto che uno ha fatto da cattivo, cacciano via tutto il popolo e il processo se lo fanno da soli, in nome del popolo. Se devono giudicare un caso copulatorio, il popolo - in nome del quale amministrano la giustizia - non può assistere. I giudici se li ascoltano da soli, i casi porcaccioni. Dal che si può dedurre: primo, che i civilizzati siano di moralità tanto fragile da bastare una immagine erotica per scatenare in essi Sodoma e Gomorra; secondo, che i giudici abbiano i lombi protetti da una cintura di castità o che non abbiano capacità erettiva; terzo, che viga la divisione in giudici e giudicanti, ovvero in fottitori e fottuti.
Sotto questo aspetto, la mia gente è sovrana. Non c’è grinta autoritaria che riesca a far sgombrare la piazza durante un processo. Non molti anni fa ci fu in paese un podestà cultore delle teorie del Nietzsche. Nei ritagli di tempo aveva anche scritto un Sein Kampf, ne aveva fatto stampare alcune copie e le aveva distribuite ai maestri di scuola. Un giorno riunì in una bettola di periferia il parroco, la guardia, il direttore della scuola e la congrega delle Dame di Carità. Tutti insieme decisero di stabilire un ordine nuovo. Durante un processo in piazza, dato il tema scabroso, il sindaco ordinò alla guardia di far sgombrare il popolo. E per sacralizzare l’ordine lo accompagnò con tre scampanellate di tintinnabulum, quell’aggeggio che usa il chierichetto durante l’elevazione del Santissimo. La gente esplose in una fragorosa risata, pensando che fosse una barzelletta forestiera. Alcuni si arrotolavano sull’acciottolato scompisciandosi dal ridere. D’altro canto era spassoso anche il tema di cui si dibatteva: un manipolo di giovanotti in vena di scherzi aveva irretito ed evirato il vice parroco, don Giuliano, un bel ragazzo venuto da fuori, occhi verdi, pupilla del vescovo. La faccenda era andata grosso modo così: impegnati nei lavori agricoli, i maschi avevano dovuto allentare le cure e la sorveglianza alle fanciulle. Ne aveva subito approfittato don Giuliano. Ai maschi era sembrata una concorrenza sleale e avevano deciso di passare al contrattacco. Stilarono una missiva amorosa con appuntamento vespertino, dopo la funzione, dietro il nuraghe vecchio; lo firmarono col più bel nome di Figlia di Maria e la fecero recapitare all’intraprendente vice.
Dunque, mentre i giovanotti si apprestavano coram populo a raccontare i particolari della operazione, il sindaco aveva dato l’ordine di far sgombrare la piazza, adombrando una turbativa dell’ordine costituito. Dopo le tre scampanellate, la guardia, secondo le disposizioni ricevute, sfoderò un manganello di ferro gommato e prese a menare botte da orbi sulle teste che gli capitavano a tiro. La gente ci rimase molto male. Superato il primo momento di sconcertamento, si levò con un urlo e passò a vie di fatto. La guardia non fu più ritrovata. Il manganello fu ritrovato dentro il podestà dai dottori forestieri venuti per fargli l’autopsia. Il parroco venne legato in groppa a un asino e cacciato a sassate - il vescovo si tenne l’asino e ne mandò uno nuovo. Di parroco, si capisce. Le scuole rimasero chiuse per un anno. E i potestà che vennero dopo non lessero più Nietzsche - o se lo lessero si guardarono bene dal tradurlo.
La mia gente è buona con gli umili. “Errare humanum est” - dice. E’ comprensiva con chi sbaglia e diffida sempre di coloro che non sbagliano mai. Rivolto agli anziani, dico: «Chiedo scusa per il lapsus» - e chiedo scusa anche a zia Cristina per aver messo in dubbio la pertinenza del sogno. Dal consiglio mi giunge uno sguardo affettuoso e una sigaretta accesa che prendo al volo.
La vecchia madre di Isabella riprende: «… Il sogno nella mente mi è ritornato. La notte prima mi era apparsa la buonanima di Antioga, e dietro di lei c’era la Madonna del Rimedio col rosario di madreperla. Antioga mi si è avvicinata con faccia triste come per avvertirmi di un pericolo. Parlava parlava ma non sentivo la voce; mentre vedevo la Madonna fare di sì con la testa e i grani del rosario sgocciolare di sangue. Allora ho gettato un urlo e mi sono svegliata in un bagno di sudore… Subito nella mente mi è tornato il sogno, quando Isabella è uscita di casa a fare scope da forno. Non potevo stare più in me dalla pena, così ho lasciato casa forno pane e sono corsa all’oliveto, fin dove costeggia la superstrada del corno della forca… Quello che ho visto non mi regge il cuore a dirlo…».
La vecchia madre si interrompe per lasciare libero sfogo alle lacrime. Piange da mezz’ora e non accenna a riprendere il racconto. Nelle facce dei presenti appare delusione, quindi irritazione. Una voce borbotta: «Già non sarà il segreto dei cento diavoli, che non fa a dirlo!».
Zio Massimino interviene con tatto: «Coraggio, dillo, dillo pure liberamente, Cristina, siamo qui per fare giustizia e dobbiamo sapere tutto per filo e per segno.».
Gli anziani fanno cenni di assenso. Tra loro si leva una voce suadente: «Dai, Cristina, parla che ti sfoghi.».
La vecchia tampona le lacrime con la cocca del grembiule e riprende tra i singhiozzi: «Isabella, creatura innocente! Trentadue anni avevi e mai un uomo in faccia avevi guardato, sempre cuocendo e ricamando. Già non si potrà dire che fossi di gamba lunga, sempre tappata in casa… L’ho trovata gettata nel fosso della superstrada, e sopra ci aveva uno di quei forestieri che passano indemoniati con le macchine…».
Una voce la interrompe: «E visto in faccia lo hai, il bellimbusto?».
La vecchia salta su irosa: «Se era un bellimbusto lo saprà la bagascia che lo ha cacato! Uno di quelli che passano nella strada nuova era, la faccia di Giuda aveva. Quando ha sentito le mie grida è fuggito come un malfattore, è entrato nella macchina ed è sparrito in un lampo. Ah, se mi cadeva nelle unghie!».
«E Isabella?», chiedono.
«La mia creatura innocente! Non era in sensi, tutta stracciata, con gli occhi bianchi, in un mare di sangue…».
La folla ammassata dentro e fuori la bettola non sa frenare un’esplosione d’ira. Gli uomini si levano in piedi uno dopo l’altro e prendono a battere per terra in cadenza le scarpe chiodate. Gli animi sono esasperati. Può scoppiare un tumulto da un momento all’altro.
Zio Antiogu il saggio leva in alto le mani assumendo il ruolo del moderatore. Dice: «Calma, calma, giustizia sarà fatta!».
«Subito, subito!», gridarono i più accesi.
Zio Antiogu allora getta un urlo ,agitando il bastone di olivastro per zittire il pubblico. Quando si è fatto silenzio scandisce la frase rituale dilatoria: «La minestra si mangia più spesso fredda che calda.».
Zio Massimino spalleggiato dall’ala massimalista si fa avanti e propone di interrompere la riunione, di andare a prendere picconi e dinamite e di far saltare almeno il pezzo che costeggia l’oliveto di don Adriano.
Don Adriano - presente per caso - non osa opporsi. Dice: «Pazienza se mi salta per aria qualche olivo, prima di tutto l’onore del paese. Non mettetene molta, però: l’annata promette bene, e il minestrone poi con che cosa ce lo condiamo?».
Uno chiede: «E la dinamite?».
Gesuino il bombardiere si avvicina e dice: «Pronta. A quella ci penso io.».
La mia gente ha un debole per tutto ciò che fa rumore. Qualunque sentimento provi, ama esprimerlo rumorosamente. L’odio e l’amore non hanno sugo, se non esplodono. Urla di dolore e urla di piacere. Canta a gola spianata la vita e la morte.
Diversi anni fa, durante l’ultima guerra della serie, quelli del municipio, che sapevano leggere e scrivere, facevano mille magagne: intascavano i sussidi dei combattenti invece di darli alle famiglie. O se qualche briciola davano, chiedevano in cambio pelo giovane.
C’era in giro una fame da tagliarsi a fette, e la gente non sapeva come uscirne. Si riunì allora il consiglio degli anziani e si fece un dibattimento clandestino di notte, nell’aia di S’Arrideli. Fu deciso all’unanimità di fare ricorso alla dinamite, ed ebbe il mandato esecutivo Gesuino il bombardiere - che prende più pesci lui con un chilo di dinamite di una intera flottiglia di algheresi. Dieci cariche da collocare alle finestre delle camere da letto dei sette consiglieri municipali. Una carica al giorno, cominciando dal lunedì fino al sabato. Le restanti quattro cariche, tutte insieme la domenica a casa del podestà.
Ogni notte, allo scoppio, la gente accorreva nel punto programmato, e controllati gli effetti se ne tornava a letto. La quadruplice carica domenicale si dimostrò un capolavoro d’ingegneria. Sembrava il finale dei fuochi d’artificio della festa della patrona Santa Maria l’Assunta. Le esplosioni si susseguirono con un intervallo di un minuto e mezzo preciso. Negli intervalli, dal colmo del tetto partiva a parabola una girandola multicolore che si dissolveva sfavillante sulle teste degli spettatori. Alla seconda esplosione, tutto il paese si trovava radunato in piazza, davanti alla casa del podestà. Molti si erano portati lo scanno da casa, per assistere più comodamente. Il gran finale si ebbe con l’incendio della legnaia, almeno cinquanta carri di ceppi e fascine. Meglio del falò di San Giovanni. La gioventù si prese per mano e fece il ballo tondo, quando Romoletto arrivò con la fisarmonica e attaccò un indiavolato “mi e la”. Franceschino il torronaio e zio Nicodemo il sorbettiere non piazzarono i loro tavoli per mancanza di materia prima requisita per il fronte, ma per baldoria, danze, canti, scoppi e allegria quella domenica è ricordata come la festa meglio riuscita in tempo di guerra.
Da quel giorno i sussidi cominciarono a essere distribuiti con una certa regolarità. Una nuova assemblea clandestina fu convocata - stavolta nell’aia di Cuccuru Mannu - per un esame approfondito dei risultati conseguiti. Si constatò che la dinamite aveva sbloccato ma non risolto la situazione, ancora precaria a causa della esiguità degli assegni in circolazione. Si decise di aumentare il volume delle cariche esplosive, giusta la legge dei valori direttamente proporzionali.
Purtroppo si dovette lamentare scarsezza di materia prima nel mercato: i minatori del paese vicino erano in sciopero da oltre sei mesi, e la dinamite serviva loro per dirimere la complessa vertenza sindacale. Per fortuna lungo la costa c’era una fascia minata - riservata ai nemici, caso mai gli fosse passato per la testa di sbarcare lì. Si demandò l’incarico di dissotterrarne due o tre a un reduce artificiere della precedente guerra. Al resto avrebbe pensato Gesuino il bombardiere. Tre giorni dopo, a mezzanotte in punto, saltò per aria il municipio: muri, tetto, mobili, scartoffie e tutto quanto. Fu così che i sussidi, mancando gli intermediari, arrivarono direttamente agli interessati.
L’idea di raccogliere il suggerimento dinamitardo sorride chiaramente a molti. Anche a zio Crisantemo, il padrone della bettola, il quale pur senza distrarsi dalle sue funzioni di mescitore, chiede la parola da dietro il bancone. Dice: «D’altro canto, quali altre rappresaglie possiamo compiere nei confronti di una superstrada? Non ha pecore da prenderle, non ha parenti ricchi da sequestrarle, non ha messi né pascoli da incendiarle…».
E non ha torto. Gli unici accessori vulnerabili - i cartelli di segnaletica e i vetrini fosforescenti - li hanno fatti sparire da tempo i ragazzi. Una sottrazione che purtroppo non ha debilitato la funzionalità della sua struttura.
Il parroco ha letto le intenzioni esplosive negli occhi lustri della gente che assiste fuori. Si fa largo a spintoni, entra nella bettola e si avvicina al consiglio degli anziani. Far saltare strade civili, nuove e trafficate - egli dice - è un reato gravissimo. Un altro conto sono le strade paesane, che potrebbero anche non esistere. Bisogna ricordare - ammonisce - che ci sono leggi civili alle quali siamo sottoposti, volenti e nolenti, che puniscono non soltanto il danneggiamento, ma anche l’occupazione temporanea in tempo statico di una strada.».
Gli anziani mi rivolgono uno sguardo interrogativo. «Tu che hai studiato», dice zio Antiogu, «ci devi dire come stanno queste cose.».
«Sì», dico io, «le strade vengono costruite con lo scopo di mettere in moto il cosiddetto ritmo circolatorio - su questo non vi è dubbio. Più si circola e più si consumano macchine, benzina, olio, gomme e tutto il resto. Circolando chiusi al caldo, si suda e si beve di più. Per ristabilire l’equilibrio benzoidrico ci si deve spostare da una parte all’altra secondo una ben congegnata rete di punti di riferimento di benzina e di bibite. Stare fermi in una superstrada è severamente proibito. Infatti, appena si ferma un crocchio per strada - magari per guardare il buco che una talpa è riuscita a fare nell’asfalto - arrivano i tutori dell’Ordine Motorizzato, i quali ordinano di circolare seduta stante, prendendo una gavetta di cemento a presa rapida, arrestando la talpa e turando il buco.».
Il consiglio degli anziani delibera dieci minuti di riflessione per trovare il modo di darsi matti per non pagare all’osteria.
Nel silenzio che segue, si leva una voce acuta melodiosa: «Al sorgere dell’alba - ventitré giorni dopo il vile affronto”, canta ispirato Mimmino il vate cieco che registra le cronache, «Isabella Corrias, nubile di anni trentadue - di buona condotta pubblica e privata - figlia unica conforto della casa - per lavare l’onta patita - la vita si tolse. - Impavida sul ciglio della strada - col piede destro sulla striscia gialla - col cuore sanguinante - attese il passaggio della macchina verde - guidata dal vile barbuto - e proprio sotto quella si gettò.».
Zia Cristina gettò un urlo straziante, e le donne le fanno coro strappandosi i capelli.
Il consiglio degli anziani decide di rompere gli indugi. Uno si alza e guardando il parroco dice: «Voce del popolo voce di Dio!». E aggiunge in tono minaccioso: «E Dio vede, sente ma non parla.».
Gesuino il bombardiere capisce che è giunto il suo momento. Dice: «E’ vero, gli anni cominciano a pesarmi, ma guardate, ho mani ancora ferme.».
“La minestra si mangia più spesso fredda che calda. E’ vero. Ma qualche volta la minestra bisogna mangiarla calda.” Dice zio Antiogu il saggio. E levandosi dichiara chiusa la seduta.



9 - UNU AMORI STRIAU

A sa torrada de su saltu, cussu merì, Pepi si fiat cumenzau a preparai. “M’happ’ a donai una bella sciaquadedda puru”, hiat penzau faendisì sa braba cun una lametta noba,e hiat postu sa pingiada manna a callentai in su fogu. In su cadasciu de su cumò hiat cumenzau a circai sa roba pulia.
Abettàt cussa occasioni casi de una cida, cun pensamentu sempiri prus agitau: fiat sa prima borta, po issu, unu biagi po unu logu innui totu sa vida si un’homini mudat, cumenzat a bogai suci - e giai teniat bintitres annus. S’intendiat pistighingiosu, prenu de disgius e sensazionis durcis che meli; e provàt una scunfinada reconoscenzia po Antoni, chi dd’hiat promittiu e preparau s’incontru.
Si fiat mirau in su sprigu, cuntentu de si biri bellu e de praximentu. Fiat tempus de depi’ suzzediri. Calincuna borta hiat timiu chi no arribessit mai, sa bona sorti. E si fiat sciusta sa facci cun meda colonia.
A is ottu, a su scurigai, Pepi fiat arziau in sa bicicletta, incarrerendisì. Passendi, si fiat firmau in plazza po comporai unu pachettu de sigarettas a doppiu filtru, cussas po is dis nodias. Hiat donau una castiada a s’arrelogiu de su campanibi e si fiat accatau d’essiri in retardu de unu quartu de ora. Ma no si ‘ndi fiat postu pensamentu. Antoni, chistionendi de appuntamentus, dd’hiat accrarau medas bortas chi unu homini, chi bolit otteniri de is feminas cali chi sia cosa, ddas depit fai sempiri abettai, depit sempiri ammostai siguresa et indifferenzia: aici, candu finalmenti ti bint arribendi, si ‘nci ghettant asuba. E de propositu hiat pedalau a pagu a pagu, sulittendi po si fai cumpangia.
Sa barraca de Antoni, mesu scoscimingiada, accanta de sa buscaglia, a mes’ora de camminu de bidda, ddi fiat cumparria totu in d’unu, pustis de s’urtima arziada - unu logu fittu de tuppas de murta e de murdegu. Hiat agatau s’amigu solu, e ci fiat atturau mali, mali meda.
«No ti scretas! Arribat candu est giai scurigau. Depis sciri chi no si fait mai biri a luxi de soli.»
Pepi accinnendi de sì, si fiat sezziu in su luminargiu de s' 'enna oberta, osservendi s’iscuriu, lassendisì andai in su tempus chi passat scandiu de su palpitu de su coru… e cun is ogus de sa menti bidiat biancori de brazzus e de palas, unu caminai movendi is ancas in mesu de rosas e lillius e gravellus fragrantis, unu movimentu grai e durci de tittas, un’avanzai a undas de sinu chi trasparressiat intr’ ‘e velus lebius che alas de mariposa…
Antoni dd’hiat donau una sanziada de manu a sa pala, po 'ndi ddu sciumbullai.
«Allà! s’amiga nosta est arribendi», hiat nau cun boxi alluta. «Tui puru, conoscendidda, has a scaresci dogna tristesa. Has a biri…».
Pepi hiat obertu de prus is ogus, castiendisì in giru, sforzendisì de biri - ma nudda biat de su chi hiat bisau e disgiau. Hiat nau:
«E s’amiga tua, aundi est?».
«Innì, cadeba beni, in cussu ollastu accanta, a cincu passus de innoi. Mira e ascurta…».
Comenti che si bollessit espressai, de mesu de sa mata ‘ndi fiat bessiu unu zerriu malu; e Pepi hiat bistu una puba cinixali manciada de biancu, appizzus de unu cambu basciu, cun duus ogus luxentis grogancius. Totu in d’unu si ‘ndi fiat strantaxau, atterriu e irau.
«Ma cussa est una stria!». Hiat zerriau, «Tui ses macu! Est su pilloni de sa malasorti. Donamì su fusili chi ti dda fazzu biri deu!…».
Antoni si fiat torrau a distendiri in sa stoja a innantis de sa baracca.
«Tui no boccis a nemus», hiat nau calmu. «Propriu isa est s’amiga mia stimada, e tui no dd’has a fai algunu mali, si no happ’a essiri deu a bocciri a tui.».
Pepi fiat meravigliau meda, no renesciat a cumprendiri. Conosciat s’amigu de tempus meda, mai si fiat accatau chi dd’essint ammancadas rodeddas in cerbeddu, anzis hiat sempiri appreziau is penzamentus et is fueddus suus prenus de sabiori; et in bidda puru fiat cretiu unu bravu piccioccu, traballadori e sen’ ‘e portai medioris in conca. Dd’hiat pregontau:
«No ddu pozzu crei; ti bolis burlai de mei, beru?».
Antoni no hiat respostu a sa dimanda. Hiat nau:
«Deu dd’aspettu dogna merì a tardu e no m’hat delusu mai. Medas sunt is dis de unu annu e medas sunt is annus de una vida: e dognia ora che passat est sempiri sa propria. Candu dognia merì torru a innoi, sderrigau de su traballu, mi sterru asuba de custa stoja, e castiu e biu et intendu s’immobilidadi e su silenziu e sa paxi; calat in sa nai de sa matta prus accanta. E cantat po mei. Cantat po mi fai beniri su sonnu e mi custodiat. Deu scaresciu totu, istriau, e dormu paxiòsu. Atturat finas a s’orbescida… si ‘ndi andat cun sa luxi, e no sciu aundi andit…».
Pepi hiat cumenzau a cumprendi’. Issu puru - ma de piccioccheddu - si fiat affezionau a una caluxertola. Dd’hiat cassada cun d’una canna fini longa de saina, fatta a lazzu in punta… Si trottoxada, fiat pitichedda, ddi palpitat su coru, atterria, e ddu mirat comenti chi fessit dimandendi sa grazia. Issu no ddi boliat fai mali, sceti a dda teni’ in su palmu de sa manu. Dd’hiat liberada de su lazzu e dd’hiat pigada cun una manu e cun didu ligeri ligeri dd’hiat carignau sa brentixedda. E issa, sa caluxertola, no hiat tentu prus timori; fiat atturada firma in su palmu de sa manu, appattendisì po si scardiggiai sa brenti. Pustis, posta in bucciacca, a sa caluxertola ddi fiat calau su sonnu. Dd’hiat tenta po dis medas. Dda lassat libera in s’arregiolamentu de s’aposentu… Si fiat attaccau meda a sa caluxertuledda e ddi procurat muschittu e zinzulu po si nudriri. Su babbai e sa mamma ddu pigant in giru; hiat prantu meda sa dì chi si ‘nci fiat bessida a cortilla et hiat attopau su pisittu… Diaderus, unu si podit attaccai puru a un’arresi…
Cun custus pensamentus ci fiat intrau in sa barracca e si fiat corcau in sa stoja accanta de s’amigu, girau facci a s’ ‘enna. Biriat un’arrogu de xelu stellau et hiat disigiau de si fai lebiu lebiu, comenti ‘e una nui… A bellu, durci durci, hiat intendiu arribai su sonnu et impari unu cantu, comenti ‘e una nenia murmurada de una boxi melodiosa de amanti.



AMORE DI STRIGE

Al rientro dalla campagna, quella sera, Giuseppe cominciò a prepararsi. «Mi darò anche una bella lavata», pensò mentre si faceva la barba con una lametta nuova, e mise il pentolone a scaldare sopra il gas. Nel cassetto del comò prese la biancheria pulita da indossare.
Attendeva quel momento da quasi una settimana, e ci pensava intensamente: era la sua prima volta, un viaggio nell’unica possibile realtà esistenziale che all’uomo sia concessa su questa terra - e aveva gia ventitré anni. Si sentiva colmo di umori fantastici, e insieme provava una sconfinata riconoscenza per Antonio che gli aveva promesso e organizzato l’incontro.
Si guardò allo specchio: si trovò bello e desiderabile. Era tempo che accadesse. Talvolta aveva perfino dubitato che potesse accadergli una simile fortuna. E mise nei capelli un più denso velo di brillantina e spruzzò più abbondantemente il viso di colonia.
Alle otto, al calar del sole, Giuseppe inforcò la bicicletta e si avviò. Passando in piazza si fermò a comprare un pacchetto di sigarette doppio filtro, quelle delle grandi occasioni. Diede uno sguardo all’orologio del campanile e si avvide d’essere in ritardo di un quarto d’ora. Non se ne preoccupò. Antonio parlando di appuntamenti, gli aveva detto più volte che se un uomo vuole farci qualcosa deve sempre farle aspettare, deve mostrare indifferenza e sicurezza, cosicché quando finalmente ti vedono arrivare ti cadono tra le braccia. E di proposito rallentò la pedalata, fischiettando per farsi compagnia.
La baracca di Antonio, una catapecchia ai margini del bosco, a mezz’ora di strada dal paese, gli apparve d’improvviso dopo l’ultimo dosso, già denso di aromatici macchioni di mirto e di cisto. Trovò l’amico solo e ne ebbe una fitta di delusione, fortissima.
«Abbi fede. Arriva quando si è fatto del tutto buio. Sai, non si fa mai vedere alla luce del sole.».
Giuseppe assentì e sedette davanti al riquadro della porta aperta, scrutando nel buio, immergendosi nel fluire del tempo scandito dai battiti del cuore… Fantasticò un biancheggiare di braccia e spalle, un incedere ancheggiante tra cespugli di rose, gigli e garofani odorosi, un sobbalzare dolce pesante di mammelle, un avanzare ritmico di grembo ricoperto da veli lievi come ala di farfalla…
Antonio lo scosse con una mano sulla spalla. «Ecco, la mia cara amica sta arrivando.». Disse con tono di voce gioiosa. «Anche tu dimenticherai con lei ogni angoscia, vedrai…».
Giuseppe sgranò gli occhi guardandosi attorno, senza però vedere nulla di ciò che aveva atteso e sperato. Disse: «La tua amica? Dove?».
«Lì, guarda bene di fuori, in quell’olivastro vicino, saranno cinque passi dall’uscio. Guarda e ascolta.».
Quasi in risposta all’esortazione di Antonio, giunse un richiamo stridulo, e Giuseppe vide una figura di color bruno cenerino, chiazzata di bianco, appollaiata sopra un ramo basso, e vide due occhi giallastri brillare. Si levò in piedi inorridito e irato.
«Ma questa è una strige!», gridò, «Tu sei pazzo! E’ l’uccello del malaugurio. Dammi subito il fucile che l’ammazzo!».
Antonio si era riadagiato sulla stuoia accanto all’uscio. «Tu non uccidi proprio nessuno.», disse pacato. «E’ lei la mia dolce amica, e tu non le farai alcun male, altrimenti sarò io ad ammazzare te.».
Giuseppe trasecolava. Conosceva l’amico da anni e non si era mai accorto che avesse rotelle fuori posto, anzi lo aveva sempre apprezzato per i suoi discorsi pieni di buonsenso; e anche in paese era considerato un ragazzo saggio, lavoratore, senza grilli in testa. Domandò:
«Non posso crederci: tu vuoi prenderti gioco di me, vero?».
Antonio ignorò la domanda. Disse:
«L’aspetto tutte le sere e lei non mi ha mai deluso. Molti sono i giorni di un anno e molti sono gli anni di una vita, e ogni ora che passa è sempre uguale. Quando ogni sera ritorno qui sfinito dal lavoro, mi stendo su questa stuoia, e guardo e sento l’immobilità e il silenzio e la pace; allora la chiamo, fischiando, e lei viene a tenermi compagnia, si posa sul ramo della pianta più vicina. E canta per me. Canta per conciliarmi il sonno e mi sveglia. Io dimentico tutto, come stregato, e dormo felice e in pace. Resta lì fino all’alba… se ne va con il sole, e non so dove vada…».
Giuseppe cominciò a capire. Anch’egli - ma da ragazzino - si era affezionato a una lucertola. L’aveva acchiappata con lo stelo lungo di avena piegato in cima al nodo scorsoio… Si dibatteva, era piccola, le batteva il cuoricino atterrita, e lo guardava come a chiedergli di risparmiarla. Egli non voleva farle del male, soltanto tenerla sul palmo della mano. L’aveva liberata dal cappio, l’aveva tenuta con una mano e con un dito leggero leggero le aveva fatto una carezza nel pancino. E lei, l’animaletto, non aveva avuto paura; era rimasta tranquilla sul palmo della mano, appiattendosi per scaldarsi. Poi, nella sua tasca, la lucertola si addormentò. L’aveva tenuta per molti giorni. La lasciava libera nel pavimento della camera… Si era affezionato moltissimo alla lucertola e le portava moscerini e zanzare per nutrirla. Il padre lo prendeva in giro, e aveva incontrato il gatto… E’ vero, ci si può attaccare anche a un animale…».
Con questi pensieri rientrò nella baracca e si coricò sulla stuoia a fianco all’amico, con la faccia voltata al riquadro della porta. Vedeva uno scorcio di cielo stellato, e desiderò di farsi leggero leggero, come una nuvola… Lentamente, dolcemente, sentì arrivare il sonno e insieme un canto, come una nenia sussurrata dalla voce melodiosa di una amante.




10 - SA STROSSA

Hiat propiu aici meda chi su flumini ‘ndi fiat stuppau foras de is arginis e sa metadi de sa bidda fiat atturada inundada.
Una strossa che cussa no si fiat prus bista de su Dexasetti - narànt is beccius - de su tempus de sa gherra de Cadorna.
S’aqua ‘ndi fiat calada in su planu, prenendi is paulis prus de su chi podessint cunteniri, sen’ ‘e nisciunu sciogu a mari, e a de notti, totu in d’unu, s’unda ‘ndi fiat sprondia pe’ is bias, fiat arziada arribendi a s’oru de is ‘ennas, e in calincuna domu prus bascia fiat intrada e arribada finzas a is cortillas.
A mengianu a chizzi, accozzau cun is palas a su muru de domu, Antoni fiat fumendisì una sigaretta, castiendi curiosu is bixinus andendi e benendi, sbuidendi is domus, carrigus de matalafus, pingiadas, santus e dognia atera sticcada de cosa.
Unu tallu de piccioccheddus, a carzonis pinnicaus po no si ddus sciundiri, sciaculendi in s’aqua trulla chi ddis arribat finzas a coscias, cun fruxinas de canna acuzzada in punta, isticconànt su fundu po piscai calincuna grappa.
Su trattori mandau de su Comunu fiat firmu prus in artu, aundi s’aqua non fiat ancora arribada. Unu barchinu regolliat feminas e pippius in basciu e ddus traghetàt finzas a su carrellu, ammuntonaus a pari cun is carramazzinas, po ddus portai a s’asiliu de is mongias.
In mesu de sa bia, Rina cun d’unu cumodinu a coddu, si fiat arziada sa gunnedda po fai s’arrogu de s’arruga de domu sua finzas a su carrellu, sene si sciundi.
“No est scena de si perdi!” Dda hiat surbiada Antoni, accinnendi a ingestus a is cambas.
Issa arrennegada ‘nc’hiat lassau arrui sa gunnedda.
“Mira tui ‘ta brava!” Dd’hiat burlada issu. “Po fai dispettu a mei guastas a mei su panorama e a tui sa saludi...”
“Mellus hiast a fai a donai una manu de aggiudu a sa genti, perdulari chi no ses ateru, bonu a nudda!” Dd’hiat arrespondiu issa.
“A una coment’ ‘e tui tot’ e is duas puru si ddas hia a donai, is manus!” Hiat sclamau Antoni fulliendinci sa cicca in s’aqua, arribada oramai in s’oru de s’ ‘enna de domu sua. “Chi ‘andit in malora!” Si fiat pensau. “Quattru stojas, tres iscannus e una mesa scosciada”. E si fiat incarrerau siguru in sa bia inundada sen’ ‘e si ‘ndi pinnicai nimancu is cambas de is carzonis, avanzendi in mesu de s’aqua cun cussu modu su de balenti sanzinendi su bustu e a brazzus obertus comenti chi bolessit teni’ s’equilibriu.
“Allirgu, ziu Andria! Ca a morri c’est sempiri tempus!” Hiat saludau intrendi in cambara de lettu.
Ziu Andria dd’hiat castiau a oghiadura mala.
Asuba de su lettu tres pippius fiant gioghendi a sartiai molleggendisì appizzus de sa reti metallica, giustu giustu a pillu de su livellu de s’aqua. Una mesixedda andàt galleggendi a fundu in susu. Zia Assunta spiccàt is quadrittus de is santus de su muru e basendiddus a unu a unu ddus poniat a intru de una crobi.
“Immoi heis finiu de giogai, piccioccheddus, si no si dispraxit, ca depeus smontai su lettu.” Antoni hiat pigau is pippius totus cun d’una brazzada e gioga gioga ‘nci ddus hiat portaus finzas a sa carretta in foras. “E faei a bravus cun su cuaddu, ca ingrancinat.”
Su lettu fiat arruinau e no si ‘ndi staccat de is ispondas. “Bai e circa in cali stampu s’hat a essiri ficchiu, custu dimoniu de marteddu!” Si fiat depiu arrangiai cun d’una perda pigada de asuba de sa cobertura de su stauli.
“Su pisitu... heus scaresciu su pisitu...” Naràt Rina circhendi, castiendi in giru.
“Ma cali pisitu... gei s’arrangiat a solu puru, issu...”
Dd’hiant agatau in cortilla appizzus de sa matta de sa figu, in artu, apponziau, castiendi asutta s’insolitu mari de aqua brutta.
“A s’Asilu ‘osaterus puru.” Hiat cumandau sa guardia chi girat in mes’ ‘e s’aqua a bottas de gomma artas finzas a coscias, cun d’unu folliu de paperi arrubiastu in manu. E sa carretta si fiat movia.
“E fineidda cun sa bisura de mortoriu! Tanti su Comunu paga totu... “ Ddis hiat fattu forza Antoni, arrì arrì.
“Ei, ei... tanti pagat totu su Comunu”. Hiat murrungiau ziu Andria.
“Sia fatta sa voluntadi de Deus!” Hiat nau suspirendi zia Assunta.
Rina hiat strintu sa manu de Antoni, regalendiddi una oghiada durci che meli, saludendiddu.

Antoni hiat agatau is cumpangius in su butteghinu, prenu de genti comenti sa dì de sa festa de santu Sidoru.
In sa parti chi pigàt luxi de sa ventanedda chi s’oberiat in sa cortilla ciumentada, fiant sezzius buffendi Giuanni, Pepinu e Rafieli.
“E aici si dda passais sa pobera vida!” Ddus hiat saludaus Antoni burlendi, sezzendisì in s’oru de su panchittu.
“E tui, si tenis gana meda de traballai, poita no andas a bogai perda?” Hiat respondiu prontu Rafieli apporrendiddi una tassa prena prena de binu nieddu.
“A sa saludi!” Hiant nau totus. E unu: “Però, si inveci de proiri aqua proessit binu, cussu corrudu...”
Pepinu hiat moviu sa conca seriu: “Ei, ei... brullai, ‘osaterus, arrallai, curruxinai... Frigaus seus! Cust’annu pappaus ludu e buffaus aqua brutta.”
“E tui ti fais su sanguni malu prima de s’ora?” Dd’hiat cadebau Antoni cun aria de cumpadessimentu. “Po familia ‘ndi teneus totus; e chi no tenit mulleri e fillus, tenit beccius...”
“E depidus.” Hiat acciuntu Giuanni, su de sa cumpangia chi chistionat prus pagu. “De cussus no ‘nd’ ammancat a nemus.”
“Giustu. No nau chi no. Ma ita si guadangiat a prangi prima de s’ora?” Hiat torrau a nai Antoni, ghettendi binu a is tassas. Eccu, a mei mi podeis chistionai de sa mellus cosa, de Deus, de Filosofia... Deu s’happu a respondiri sempiri: - Faeiddus coddai... buffaus!... Deu seu fattu aici.” Hiat arziau sa tassa plena scola scola po buffai in pari a is aterus. “Saludi, cumpangius... Tanti is corrus de conca no si ‘ndi ddus bogaus prangendi.”
Sa netta de Anselmu, su meri de su butteghinu, teniat una bella coa de scrosciai, po accudiri totu is litrus e is mesu litrus de nieddu, de biancu e de vernaccia chi andant e beniant sbuidus e prenus. Comenti podiat respondiat e serbiat a totu cantus. “Arribu luegu!” - “Castia chi tengu duas manus sceti!” - “Allà chi no seu a elettricu!” E circàt de s’ indi scabulli in mesu de totu cussus hominis chi allonghiant is manus circhendi de dd’aprapuddai. “E fillas no ‘ndi teneis?” - “Is manus cancaradas, porteis!” - “Is manus in terra, dd’agattint!” - “A mamma tua faiddu!”
“Filomena... a lettu in pari un’ora appena...” Dd’hiat zerriada Antoni a facci manna. “No ddu bis chi foras proit e a intru seus a siccu?”
Is cumpangius pensamentaus hiant castiau foras de sa ventanedda.
“Bai a sa furca!” Hiat murrungiau Giuanni. “’Nc’hiat a mancai sceti chi torressit a proiri! Ma ddu scis tui chi tengiu s’aqua a unu pramu de s’ ’enna de ‘omu?... Toccu ferru, toccu... “ E si ‘nci fiat ficchiu sa manu in bucciacca, scongiurendi.
“Ma no fiat mulleri tua s’ateru merì approntendi pranteri de fabicas e gravellus?” Hiat nau burlendi Antoni, acciappendi a bolidu unu mesu litru de Granaccia de is manus de Filomena e in pari allonghiendiddi una toccadedda a is nadias. “Beh, gei hat a essiri prexada immoi, ca no depis affriscorai...”
Buffendi si fiant citius. Ddis fiant arribadas a origas arrallas de sa mesa acanta. “
“Deus no si tenit prus in contu.” Naràt unu becciu cun boxi lamentosa, pettonendisì cun is didus sa barba bianca brutta de tobacu.
“Sa sorti nostra est de sunfriri...” Narat un’ateru.
Antoni si ‘ndi fiat strantaxau recitendi beffianu sa parti de su scandulizzau: “Ma mira tui immoi chi si depint intendi is predicas finzas in su butteghinu! Aiò, cumpangius, chi si ‘nci ‘esseus a foras a pigai aria, ca innoi a intru c’est fragu de merda!”
Ma is cumpangius no si fiant movius, ascurtendi su chistionai de su becciu, chi hiat torrau a cumenzai a fueddai.
“Si m’arribat aqua a intru de domu, custa borta fatzu unu macchiori...” ‘Nci fiat bessiu tot’ind’unu Giuanni, tortu, castiendi fisciu, alluinau, su pamentu.
“E cun chini ti dda bolis pigai?” Dd’hiat fattu forza Pepinu. “Cun chini ti dda bolis pigai? Cun Babbai Mannu? Fai comenti faint in Bosa: candu proit lassant proiri...”

Una pariga de hominis e unu tallu de piccioccheddus fiant passaus currendi in sa ruga.
“Depit essiri suççedia calincuna cosa...” Hiat nau Rafieli.
“Andaus a biri.” Si ‘ndi fiat arziau Antoni movendi facci a sa bessida.
Is aterus ddi fiant andaus avatu.
Foras hiant bistu genti andendi de pressi deretta a sa ‘ia Regina Margherita, una de is rugas prus inundadas.
Hiant firmau unu piccioccheddu: “E ita est istetiu?”
“E comenti?! No ddu scieis? Si cojat Ignazia Serra, oi...”
Asuba de su terraprenu de innui si dominàt sa plazza e is arrugas allagadas, ‘nci fiat meda genti castiendi incarada a su parapettu is barchinus chi fiant approbiaus a domu de is Serras. Si biant is parentis e is cumbidaus bestius a festa, e is piccioccus strantaxus chi moviant is remus. Su barchinu prus mannu, po metadi a intru de s’ ‘omu, addobbau cun fanugas e cillonis e cambus de menta e geranius, abettàt is isposus.
Candu Ignazia Serra, pigada in brazzu de is fradis, fiat arribada e hiat postu pei in su barchinu innui abettàt su sposu, sa genti si fiat trumbullada movendisì a innantis po biri mellus.
“Bona fortuna e bona sorti!” Ddis hiat gridau augurendi agitada una feminedda, pagu firma appizzus de una ventana, e perdiu s’equilibriu ‘nci fiat arrutta a s’aqua, cun is gunneddas chi po sorti si fiant obertas comenti una roda.
“Allabaisì, zia!” Dd’hiat avvisada unu giovunu chi portàt bottas de gomma, accostendisì po dd’aggiudai a ‘ndi bessiri de s’aqua. “A si nuncas oi faeus isposoriu e interramentu in pari.”
Su barchinu de is isposus cun totu is aterus infatu si fiant movius remendi a pagu a pagu peri su logu innui ‘nci fiat aqua bascia. Sa genti arziat is manus saludenti, sprondendi trigu, sali e fueddus de bona sorti.
“Gei dd’hiast nau sì, chi andàst a Venezia po fai sa luna de meli!” Hiat gridau Antoni a su sposu candu ddi fiat passau acanta. Prus Venezia de custa!... E arresparmias puru unu muntoni de dinai, fadosu!”
“Bai a ti fai coberriri!” Dd’hiat respostu s’ateru totu strintu allupau aintru de sa giacca de pannu bleu. “E nara grazia chi mi seu comunigau oi, a si nuncas ti ddu narau deu prus a claru!”
“Annada de aqua, annada de fillus!” Dd’hiat gridau ancora Antoni, sighendi a burlai.
“Toh!” Hiat replicau su sposu ponendi su brazzu piegau cun su pungiu serrau e sbattendinci asuba s’atera manu, infogau.
Sa sposa si fiat cuada sa facci bregungiosa cun s’oru de su sciallu.
Is hominis si ‘ndi fiant arrisius spassiosus.
“Beh, sa festa est finia...” Hiat nau Rafieli incarrerendisì.
A una parti de sa ruga si fiant firmaus a una parada de nuxedda e cixiri arrustu e s’ind’hiant fattu ghettai in bucciacca unu mesurinu a dogniunu.
Passillendi e sgrumiendi, fiant arribaus a sa ‘ia chi portàt a is paulis: una spezia de banchina posta asuba de s’aqua.
‘Nci fiat su maistu de scola bessiu cun is piccioccheddus a pigai aria, chi naràt: “Ecculu, mirai beni innia attesu... Cussa est una penisula e cuss’atera un’isula e cuss’atera ancora est unu istmu.”
A deretta e a manca is terras de su saltu fiant totu inundadas. Fattu fattu si biat calincunu arrogu de terra, calincuna punta birdi de matta de olia, calincuna nai de cresura de figumorisca.
“Saludi, su maistu!” Hiant saludau is quattrus amigus.
“Ma poita no ddus portat a piscai cussus mandronis? Cun d’una lenza a dogniunu s’hiat a coberai unu bellu prangiu de anguidda.” ‘Nci ddi fiat bessiu de nai a Antoni.
Su maistu de scola hiat fattu finta de no hai intendiu, sighendi a indottrinai is piccioccheddus cun boxi monotona: “Ci sunt artas e bascias pressionis atmosfericas...”
“Arieddas!... Mancu chi fessit de sa razza nobili de don Pepinu!” Hiat murrungiau Antoni mentras regolliat de terra una perda po dda tirai a unu callelleddu chi fiat in s’oru de sa ‘ia fraghendi is cosas suas in mes’ ‘e s’erba. “Pigau!” Hiat sclamau cumpraxu.
Una pariga de stiddius grais fiant cumenzaus a ‘nd’ arrui de su grigiori chi hiat prenu totu su xelu. Casi currendi fiant torraus a su butteghinu.
Giai mesudì e in sa sala fiat atturada pagu genti. Filomena sezzia a palas de su banconi si pusàt castiendi giornalinus.
“Mesudì! S’est giai fatta ora de prandi.” ‘Ndi ddi fiat bessiu a Giuanni castiendi s’orologiu de liàuna appiccau a su muru a palas de su banconi, in mesu de is iscaffalis e is ampuddas.
«Eh, po mei… A sa una ‘ndi hiat a bolli’ agatai de cosa de pappai! Si no arrunciu cannabittu, oi... ‘Nci sun abarraus sceti is murus in domu... si puru ‘nci sun ancora, cun prus de unu metru de aqua...”Hiat murrungiau Pepinu.
“Seis mannus po nudda.” Fiat intervenniu unu piccioccheddu chi giràt in mesu de is mesas regollendi ciccas. “Deu ddu sciu aundi si ‘ndi podit agatai de cosa de pappai. E arroba de prima calidadi puru...”
«No ‘nci bessit!». Dd’hiat ammonestau alloghiendiddi sticcadas de peis, «Cosa ‘e pappai tui! No ‘nci ‘essit de innoi!».
«Ita mi donais chi si nau aundi?», insistit su piccioccheddu po nudda intimoringiau.
«Bessinci!», hiant repetiu airosus.
«Est beru… c’est andau babbai puru, a carrucciu… de sa parti de s’argini sfundau. Unu boi interu, si nau!».
«T’heus nau a ‘nci ‘essiri!». ‘Nci dd’hiat bogau Antoni e po si fai intendi’ mellus dd’hiat allonghiau una puntada de pei, arziendisì a mesus de sa panca.

Su molenti de Rafieli pausàt asutta de su stauli in sa cortilla a palas de domu; a innantis ddui fiat sa carretta totu arrattoppada cun is stangas in artu.
«In su mentras chi tui preparas su molenti, nosu ‘nci ghettaus calincuna cosa in corpus», hiat decidiu Antoniu andendi derettu a su parastaggiu de sa cuxina. Hiat apertu su portellitu, hiat agatau e pigau unu saladieri cun olias cunfettadas, unu mesu civraxu e unu arrogu de casu marzu. Giuanni hiat agatau una damigiana de piricciolu chi si fiat sbrigau a ‘ndi ghettai in d’unu boccali.
«Toccat a si movi’ prima chi si ‘nd’accatit totu sa ‘idda», hiat cunsillau Antoniu ficchendisì in bucca una manada de olia e spudendindi su pisu in terra, facci a sa forredda.
Is aterus hiant assentiu cun sa conca mazziendi pani e casu.
«Su molenti est prontu». Ddus hiat informaus pustis de unu pagu Rafieli, postu in mes’ ‘e s’ ‘enna cun su bestiolu bardau, pigau a su murrali.
Antoni hiat donau una castiada beffiana a su molenti. «Ma ita tiaulu ddi donas a pappai a custu poberu arresi? Babbai Nostus et Ave Maria?». Hiat dimandau ironicu.
S’ateru si dda hiat pigada mali: «Poita?», hiat nau. «No ti parrit tentu beni forzis?».
«Beh, po essiri beni tentu, no nau chi no, ma mi parrit debileddu… mi parrit unu santu in penitenzia.».
A is aterus ‘nci ddis fiat scappau s’arrisu. Rafieli ‘nci fiat atturau mali. Hiat avanzau finas a mesu cuxina cun su molenti, faendiddu girai a deretta e a manca. «Castiaiddu beni su bestiolu miu! No est miga de cussus chi s’arrendit a metadi de s’arziada, issu! Piticu sì, ma…», hiat donau una manada in su de asegus… Est de cussus chi tenit pistoccu in bertula!».
«Si est de cussus sa benedizioni in domu tua no ti mancat de siguru!». ‘Nci fiat torrau a bessiri Antoni movendi de nou s’arrisu de totus.
Rafieli hiat arziau sa boxi inquìetu: «Ascurtami beni. Su molenti miu tui no ddu depis dispreziai… Si propriu ddu bolis sciri custu est molenti de sa razza de is de don Pepino! Ti podis informai, si bolis.».
«Anda beni aici, insaras: m’ ‘ndi liu su berrettu!». Si fiat inchinau beffianu Antoniu. E po finì sa chistioni hiat acciuntu: «S’hat a portai bona sorti, insandus. Unu boi a domu si portaus cust’ ‘orta.».
Attaccau su molenteddu a sa carretta si fiat deçidiu de fai partiri Rafieli a solu. Is aterus hiant a essiri fattu un’atera bia - po no fai sciri a sa genti.
Si fiant torraus agatai un’ora pustis accanta de s’argini sfundau. In sa terra et in mesu de is perdas ddui fiant segnalis de sanguini et arrogalla de frisciura e surcus de arrodas.
«Calincunu hat giai fattu pisca bona.», hiant murrungiau no sen’ ‘e una punta de invidia.
S’aqua trulla curriat buddendi in su sfundamentu de s’argini ghetendisinci in is terras in basciu a mesudì de sa bidda. In su mari grigiu de aqua fattu fattu si biat calincuna tuppa birdi, calincunu arrogu de terra a s’asciuttu. Una nui de carrogas scracagliat disputendisì unu logu in punta a is nais appizus de una matta de figu smisurada. Muntonis de carcuri e de canna misturaus a avanzus de cosas segadas de dognia razza, calincunu troncu de matas sderexinaus, andànt in mesu a sa currenti, chi si biat prus pressia aundi prima fiat su badu de su flumini.
«Custu logu ddu conosceis beni, creu», hiat nau Pepinu pieghendisì is carzonis finzas a coscias, «a chi nuncas, innoi, si toccat a nadai.».
«A custa parti est basciu de siguru.», dd’hiat respondiu Rafieli chi hiat pigau unu furconi longu cun d’una ancuredda accappiada in punta, mentras intràt in s’aqua, puntendi facci a una cresuri de figumorisca po metadi cuada, asutt’ ‘e aqua.
Is aterus dd’hiant postu in fatu attentus.
«Innoi seus in s’ortu de ziu Remundu Ogheddu… no ddu intendeis su cauli asutta de peis?».
«Cauli e reiga.», hiat nau Antoni, «Ma ita s’ ‘ndi frigat a nosu de sa birdura? Sa pietanza, depeus agatai, immoi.».
Andendi a innantis, tastendi su fundu cun is furconis, si fiant dividius duus a una parti e duus a s’atera de sa cresura.
«Attenzioni, innì c’est calincuna cosa!», hiat donau s’allarmi Rafieli, accostendisì a una tuppa de fustigalla galleggianti chi si fiat arrescia in mesu de is follas spinosas de sa figumorisca, innui parriat de si biri una forma cun pilu arrubiastu.
Luegu lompius a tiru hiant allonghiau is furconis accureddaus.
«Merda! Unu cani rungiosu! Gei ddas agatada sa pingiada de marengus!», ingannaus, si fiant indigniaus contras Rafieli, spudendi cun rumoriu.
Fiat istau duas oras pustis - in su frattempus po ‘nci passai s’ora, unu si fiat accabussau po regolliri cauli - chi hiant bistu una massa chi galleggiàt in mesu de sa currenti, accostendisì faendi unu furriottu mannu finzas a si firmai arrescia cun aterus avanzus de cosas segadas in mesus de is nais de unu òlimu attesu centu metrus.
«Cust' 'orta ‘nci seus», si fiant naus prexaus.
«Ci seus unu corru! E chini ddui arribat a innì? In cussu puntu no ddui est mancu de tres metrus de aqua», hiat osservau Rafieli sfridendi s’entusiasmu.
Iscurus in facci, si fiant firmaus comenti chi ddis fessit calau gutta.
«Genti de pagu sabiori!», ddus hiat movius Antoniu. «Bai a sa carretta, tui, su tiaulu ti ‘ndi pighit, e passamì sa funi, ca si fazzu biri deu!». E narendi aici si ‘ndi fiat bogau in pressi sa giacca, in carzonis e sa camisa finzas a atturai in murandas. Hiat pigau sa funi e dda hiat allomburada ponendisidda a coddu, in mesu tra paba e sruecu, incarrelendisì facci a sa carrogna. Candu s’aqua ddi fiat arribada a is fiancus si fiat ghettau a nadai.
«Allabadì po sa frusia!». Dd’hiant gridau.
«Preparai su fogu prus a prestu». Hiat respostu issu, sen’ ‘e diminuì su movimentu susteniu, pressiu de is brazzadas.
Calincunu minutu prus tardu, incosciau a is nais foras de s'aqua de s’òlimu, hiat fattu signali movendi is brazzus. «Arroba de prima calidadi!» Hiat fattu unu nuu currenti a sa funi, si dd’hiat passada et istrinta a su pei, dd’hiat tirada beni duas o tres bortas finzas a scozzai sa carrognia de mesu ‘e is nais. Pustis si ‘nci fiat torrau a ghettai in s’aqua.
Hiat nadau a unu brazzu solu, traghendisì avatu sa bestia accappiada a sa funi, sighiu de is gridus de incoraggiamentu de is cumpangius, chi s'accostànt sartiendi de su prexu.
Hiant obertu sa bestia, torrendinci a ghettai in aqua su brentamini e sa peddi; hiant postu is quartus de petza in su fundu de sa carretta, coberrendiddus beni cun follamini de murta e de moddizzi.
«Unu cuaddeddu moddi!». No podiat stai in sei, frighendisì is manus de sa cuntentesa, Antoni, brinchidendi e furriottendi accant’ ‘e sa pampa ‘e su fogu chi is cumpangius hiant allutu po s’asciuttai. «Nottesta faeus baldoria, a sa facci di chini si bolit mali.».

In domu de Antoni, a parti sa strossa, mancat sa currenti elettrica. Hiant carrigau de aqua e carbunu s’acetilena, dd’hiant alluta e appiccada a su ganciu de fil’ ‘e ferru chi ‘nci fiat firmau a una biga de su sostri in cuxina.
De foras su planu de s’aqua arziàt cumenzendi a passai intramesu de s’ ‘enna e de sa muredda a s’intrada. De su linnargiu s’aqua andàt facci a sa cambara de lettu, posta a manu deretta, e a sa cuxina, posta a manu manca. De sa ventana affaccada beniat s’urtima luxi de sa dì.
De propositu fiant andaus a sa domu de Antoni. Innì nemus ddus hiat a essiri sturbaus. Is de su bixinau fiant totus sfollaus giai de su mengianu, chi in domu de parentis chi biviant in logu artu e chi in s’asilu de is mongias.
Rafieli fiat bessiu po ‘nci torrai a portai su molenti e po fai unu giru in bidda po coberai pani.
Pepinu accudiat a sa linna. Duas cortillas prus a innantis, appizzus de una cobertura de bigas hiat agatau unu muntoni de fascinas de murdegu. Cun duus biaxis ‘nd’ hiat scarrigau unu bellu muntoni in s’ammattonau, accanta de sa forredda.
Antoni segàt a arrogus e ischidonàt sa pezza, sabendidda a innantis de dda poni asuba de sa braxi.
Giuanni si sprumonàt sulendi po alluiri su fogu cun d’una brazzadedda de palla umida. “Mancu una pimpirida de paperi, in custa barraca de merda!... Gei no parrit su studiu de s’arrettori, marapasca dd’infrexat! totu prenu de liburus e de imaginettas de santus...” Murrungiàt asciuttendisì cun su brazzu is ogus lagrimosus po su fumu.
“De siguru no ddi mancant is ainas. Finzas in su cessu, ‘ndi tenit de paperi. Est de una razza a cu' delicau, sa de is predis... Si strexinti sempiri a paperi, e de cussu fini...” Fiat interveniu Antoni.
Hiant sterriu totus is istojas e si ddui fiant sterrinaus suspirendi cuntentus.
“Custa sì chi est vida.” Hiat zunchiau dengheri Pepinu.
“Allabadì, malaittu Giuda! Ca su fogu est troppu crispu e sa pezza est bruxendisì!” Hiat zerriau Antoni. E Rafieli ‘nd’ hiat stesiau cun s'azzizzadori sa linna chi fiat tenendi troppu.
Prus a tardu hiant castiau sa cottura seghendindi arrogus a gorteddu e tastendi. A sa terza castiada, Antoni hiat nau: “Prontu preçisu.” E tirau su schidoni de asuba de sa braxi, dd’hiat girau a punta a basciu in s’arrogu de stoja prus pulliu e ‘nd’hiat fattu alliscinai sa petza.
Si fiat torrau a poni a proiri. Dd’hiant intendia cun prexeri scutullendi fitta appizzus de is teulas de sa cobertura.
“Forza paris!” Hiat sclamau Pepinu de bonumori; e arziendi una nadia de traversu hiat fatu s’accumpangiamentu a su romuriu de su proiri cun d’unu scantu troddius.
“Bellu molenti!” Dd’hiat ammonestau po burla Antoni. “Portau bolis in logu de sennoris!”
“A sa furca is sennoris! Ita ti creis, chi siant pulius comenti parrint, is sennoris? No ‘nci bessis… is sennoris!”
A is undixi hiant spacciau su binu e atturàt ancora mesu cuaddu - prus o mancu.
“Cun totu custa grazia de Deus... e sa festa est finia.” Hiat nau affliggiu Giuanni, girendi su frascu a fundu in susu po significai sa disgrazia. “Deu gei ddu scieis seu fattu aici: su pappai mi si furriat totu in velenu, chi no ‘nci ddi ghettu appizzus una tassixedda de binu bastat chi siat.”
“A chini ddu naras?!” Fiat interveniu un’ateru. Deu depu teniri una maladia a su stogumu: sa cosa sen’ ‘e binu m’indi torrat a bucca.”
“Forsis no m’heis a creiri... A mei s’aqua mi pigat a scimingius de conca.”
“Eh, sì, narànt beni is antigus: s’aqua a is floris e su binu a is cristianus!.”
“Tocca, tocca, chi is chistionis sunt bellas e mannas!” Ddus hiat interrumpius Antoni. “Ma immoi toccat a ddui poni remediu.” Pusti, mirendi Rafieli fisciu in ogus dd’hiat nau: “Tui ses un’amigu, no est beru?”
 “Amigu, sì! Happu portau puru su molenti...”
“Su molenti no si buffat... Po su chi mi ‘nd’importat ti ddu podis puru portai a corcai.” Hiat nau Pepinu sen’ ‘e cumprendi ancora beni innui Antoni bolessit arribai.
“Tui”, hiat sighiu a nai custu cun aria severa, “Rafieli bellu, ses de cussus chi immoi cun d’una scusa saludant is amigus, ciau ciau e bonanotti, si serrant solus solus in domu insoru e s’imbriagant a iscusi...”
“Sissi, propriamenti comenti faiat su canonigu Rosas, po no si fai biri de sa genti, incrieddau in sagrestia... Pustis, bessiat a plazza de Cresia a cacciai, ananti 'e sa genti”. Hiat nau sa sua Giuanni.”
“Ahn, insaras gei est beru chi ses unu de cussus, sbregungiu! Bella razza de amigu, teneus!” Hiat assegundau is aterus Pepinu, cumprendiu su giogu.
Finia sa predica, is tres si fiant citius mostendi una facci mesu dispraxa e mesu arrennegada. E Rafieli, sen’ ‘e s’ indi podi’ càpiri, si fiat sanziau in sa stoja.
A cussu piticu movimentu, “A sa bonora, ses arziendidindi! E movidì! Ancora innoi ses?” Dd’hiat sollicitau Antoni, donendiddi una spintixedda cun su pei po 'ndi ddu scozzai.
Rafieli pensosu si fiat moviu facci a s’ ‘enna de foras. Is peis suus mannus iscurzus si fiant firmaus sciaculendi dudosus in s’aqua chi intràt de sa ruga.
“No dd’ has a boliri arreguai po Pasca, cussa mesu damigiana chi tenis cuada a palas de su cumò?”
“Ma chi est giai axedu!... Bai e movidì!”
“E bai!... Ancora a torrai ses?...”

Mes’ora pustis Rafieli fiat recompariu cun sa damigiana a coddu. Is tres si ‘ndi fiant arziaus luegu de sa stoja e fiant curtus po dd’aggiudai a si stuai. “E cantu dimonius ‘nci has postu a ‘ndi torrai?” Dd’hiant apostrofau.
Rafieli, si puru liberu de su pesu, fiat aturau firmu in su liminargiu de s’ ‘enna de coxina, castiendi anant’ ‘e sei a ogus spiridaus.
“E insaras? Ita t’est calada gutta?” Dd’hiant solleçitau a chistionai is aterus, mentras stuppànt sa damigiana e preniant su brocculittu.
Pepinu hiat acciuntu a su fogu de sa ziminera una mesu fascina po torrai a fai pampa. Sa cambara si fiat tot’in d’unu scrarida de una luxi forti rubiasta.
“Mira chi firmus aici ‘ndi sunt mortus aterus!” Dd’hiat girau su fueddu Antoni, inchiettendisì.
“Si podit sciri ita t’est pigau?” Dd’hiat acostau Pepinu, mostendisì preoccupau.
Finalmenti Rafieli hiat obertu sa ‘ucca po chistionai. Faendi unu passu a innantis, a boxi sorrogada hiat nau: “In basciu de sa ‘idda, a Biefoxi, ‘ndi sunt arruttas cincu domus. In d’una ddui est abarrau Antiogu Sa Pulixi, cun su piccioccheddu... Fiat torrau a domu po ‘nd’arretirai unu pagheddu de arroba, prima de si dda rovinai s’aqua... ‘Nci ddus hant portaus de pagu... Ddus happu bistus, sterrius in d'una carretta... ‘Nci fiant puru su predi e s’appuntau...”
Hiant incrubau sa conca a terra, mudus.
“Antiogu, cussu tontu!” Hiat interrumpiu su silenziu Pepinu, istericu, a boxi arta, donendi unu punnigosu asub' 'e sa stoja. “Sa fini de su tontu!... E poita, poi...? Po salvai ita?... Su priogu?!”
“Un’homini mannu che issu!” Inci ddi fiat bessiu a Giuanni; e siddendi is pungius hiat sighiu: “A si fidai aici... tontu! A s'essi fattu coberri de cussus murus de merda!”
“Lassaus a perdi, immoi… Sa cosa fatta est prus forti de su ferru. Dogniunu tènit su destinu suu. Buffaus, immoi, amigus... e tenei su fogu crispu.” Hiat nau Antoni; ma sa boxi sua chi boliat essiri segura e spavalda fiat benida scannia.
Rafieli sighiat a s’atturai firmu, prantau accanta de s’ ’enna, cun is peis in mesu de sa gora de s’aqua, chi fiat faendisì sempiri prus manna.
“Ahn, ma insaras no est finia sa cosa! Tui si bolis propriu guastai sa festa… Tocca, bogandeddu a foras su chi portas in corpus... Ita ateru c’est?” Dd’hiat imbistiu gridendi Antoni.
“Hapu intendiu su bandu...” Hiat pispisau Rafieli.
Is tres dd’hiant castiau cun stupori. “Su bandu?”
“Eia, su bandu de su sindigu. Narat de andai totus, de curri’ totus, a piccus e a palias e a carruccius... Narat chi toccat a oberri unu canali finzas a mari, po salvai sa bidda...”
A Antoni ‘nci ddi fiat bessiu un’arrisu malu. “Intendiu heis? Su bandu... Po salvai sa bidda.... A mandai s’aqua a mari... Immoi bolit fai canalis... Immoi chi sunt mortus cristianus! Immoi, chi si ddu boghit issu, immoi, su canali a mari! Nosu, terras no ‘ndi teneus, e mancu domus, teneus.. E poita, domus sunt is chi teneus?.... Po immoi s'unica cosa chi teneus est cos' 'e pappai. E de buffai puru ‘ndi teneus, immoi, no?... E insaras?... Pappaus e buffaus!... Beni e sezzidì, Rafieli, e sztzidì... Ita abettas? Sezzidì innoi, accanta, e no ti pighis penzamentu perunu... E chi ‘andit a su tiaulu, su sindigu… Finzas a candu hat a sighiri sa temporada, sa cos' 'e pappai no s’hat a mancai...”
Hiant ghettau una fascina in sa ziminera e hiant torrau a poniri a callentai s’arrustu.
S’aqua hiat giai inundau s’intrada de sa domu e avanzat in su sostri de sa coxina, giai giai arribada a is stojas…



L’ALLUVIONE

Piovve tanto che si ruppero gli argini e mezzo paese si allagò.
Un’ira di Dio come quella non si era più vista dal ‘17 - dicevano i vecchi - dai tempi della grande guerra di Cadorna.
Le acque erano piombate a valle ingrossando le paludi che non poterono contenerle senza alcun canale a mare; di notte, improvvisamente, la marea irruppe per le strade, raggiunse gli usci, entrò nelle case e nei cortili.
Di primo mattino, Antonio se ne stava appoggiato al muro di casa, fumando una sigaretta, curiosando nel via vai dei vicini che sgombravano carichi di materassi, pentole, santini e altre suppellettili.
Una frotta di ragazzini, con i calzoni rimboccati, guazzava nell’acqua torbida, a mollo fino alle cosce, armata di fiocine di canna appuntita, tentava il fondo in cerca di carpe.
Un trattore mandato dal comune sostava nel punto alto. Un barchino raccoglieva le donne e i bambini in basso, li trasportava sul carrello, accatastati con le masserizie per essere avviati ai locali dell’asilo infantile.
A mezza strada, Rina con un comodino a spalla s’era sollevata la gonna per percorrere il tratto dell’uscio di casa fino al carretto.
«Mica male!», fischiò Antonio, accennando con un gesto alle gambe.
Lei stizzita lasciò ricadere la gonna.
«E brava!», sogghignò lui, «per fare dispetto a me rovini panorama e salute...».
«Faresti bene a dare una mano al tuo prossimo, fannullone.», lo apostrofò lei.
«A un prossimo come te, anche tutte e due gliele darei, le mani!», disse Antonio gettando la cicca nell’acqua che ormai era giunta a un passo dalla soglia di casa sua. «Che vada in malora!», aveva pensato, «quattro stuoie, tre scanni e un tavolo.». E si infilò deciso giù per la strada allagata, senza neppure rimboccarsi i calzoni, avanzando con un suo caratteristico ondeggiare del busto, a braccia aperte come per tenersi in equilibrio.
«Allegro, zio Andrea! Finché c’è vita c’è speranza!», disse entrando nella camera da letto.
Zio Andrea lo guardò cupo. Sul letto, tre marmocchi giocavano saltando sopra la rete metallica a fior d’acqua. Un tavolino galleggiava capovolto. Zia Assunta staccava i santini dalle pareti e baciandoli a uno a uno li riponeva dentro una corbella.
«Adesso avete finito il gioco, se non vi dispiace; ché dobbiamo smontare il letto.». Antonio prese i bambini in un fascio sottobraccio e li caricò sopra il carretto. «E fate da bravi con il cavallo, ché quello tira calci.»
Il letto s’era arrugginito e non veniva fuori dalle sponde. «Chissà dove si è cacciato il martello!». Si dovette rimediare con un sasso preso sopra la tettoia.
«Il gatto! Abbiamo dimenticato il gatto...». Cercava Rina guardandosi attorno.
«Il gatto, il gatto... se la cava bene anche da solo, lui.». Lo trovarono in cortile, sui rami alti del fico, tranquillo pacifico, osservando sotto di sé l’insolito mare grigio sporco.
«Anche voi all’Asilo!». Ordinò la guardia che trafficava con gli stivaloni alle cosce e con un foglio di carta rosa nelle mani. E il carretto si mosse.
«E smettetela con questo muso da funerale! Tanto paga il Comune...». Li incoraggiò Antonio.
«Già... paga tutto il Comune...». Borbottò zio Andrea.
«Sia fatta la volontà di Dio!». Mormorò zia Assunta.
Rina gli strinse la mano con una occhiata dolce, salutandolo.

Antonio trovò gli amici all’osteria, piena di gente come nel giorno della festa di Sant’Isidoro.
Nell’angolo illuminato della finestrella che dava sul cortile cementato sedevano a bere Giovanni, Pepino e Raffaele.
«E’ così che vi passate la povera vita!». Li salutò ironico sedendosi in cima alla panca.
«E tu, se hai molta voglia di lavorare, perché non vai a spietrare?». Rispose pronto Raffaele, porgendogli una tazza traboccante di vino nero.
«Alla salute! Però, se invece di piovere acqua, quel cornuto...».
Pepino scosse la testa. «Si, scherzate, parlate... ragliate... fregati siamo! Quest’anno mangeremo fango e berremo acqua sporca.».
«E ti guasti il sangue prima dell’ora?». Antonio lo guardò con aria di compatimento. «Famiglia ne abbiamo tutti; e chi non ha moglie e figli, ha vecchi...».
«E debiti. Di quelli ne abbiamo tutti davvero.», aggiunse Giovanni, il meno ciarliero della compagnia.
«Giusto, non dico di no. Ma che cosa ci si guadagna a piangerci su?». Riprese Antonio versando da bere. «Ecco, a me potete parlare della miglior cosa, di Dio, di Filosofia... Io vi risponderò sempre: Falli fottere e beviamoci sopra! Io sono fatto così.». Levò il bicchiere colmo; attese di bere con gli altri. «Salute! Tanto le corna dalla testa non ce le leviamo con i piagnistei.».
La nipote di Anselmo, il padrone della bettola, aveva il suo daffare, poverina, per accudire tutti i litri e i mezzi litri di nero, di bianco e di vernaccia che si andavano vuotando. Rispondeva come poteva a tutti: «Vengo subito.», o «Ci ho due mani sole.» o «Mica sono a elettrico.», e tentava di districarsi alla meglio nella calca fra certe strusciate basse a tradimento, «Figlia non ne ha?»; «Le mani in terra!...»; «A tua madre fallo!».
«Filomena! a letto un’ora appena...», la chiamò facendo la rima Antonio, «non lo vedi che fuori piove e dentro siamo all’asciutto?».
Gli altri guardarono allarmati fuori dalla finestrella.
«Vai all’inferno!». Brontolò Giovanni. «Ci mancherebbe, che piovesse ancora! Ma lo sai che ho l’acqua a un palmo dalla porta di casa?! Tocco ferro, tocco...». E si infilò una mano in tasca, facendo gli scongiuri.
«Ma non era tua moglie, l’altra sera, che seminava basilico e garofani?». Osservò Antonio ironico, prendendo al volo il mezzo litro di vernaccia dalle mani di Filomena e allungandole intanto una lisciatina nel sedere, «Beh, adesso sarà contenta, che non le tocca innaffiare.».
Tacquero, bevendo. Giunsero alle loro orecchie le chiacchiere dal tavolo vicino.
«Dio non ha nessuna stima di noi...». diceva un vecchio, in tono lamentoso, pettinandosi con le dita la barba bianca sporca di tabacco fin sotto il mento.
«Destino nostro é quello di soffrire...». Diceva un altro.
Antonio si levò in piedi, recitando grottescamente la parte dello scandalizzato: «Ma guarda un po’ che adesso si fanno le prediche anche all’osteria! Dai, usciamo fuori a respirare, amici, qui dentro c’è puzza di m...».
Gli altri non si mossero, interessati al discorso del vecchio, che aveva ripreso a parlare.
«Se mi arriva l’acqua dentro casa, questa volta faccio una pazzia!». Esplose d’un tratto Giovanni, torvo, fissando allucinato il pavimento.
«E con chi te la vuoi prendere?». Sbottò Pepino. «Con chi te la vuoi prendere? Con il Padre Eterno? Fai come fanno a Bosa: quando piove lasciano piovere...».

Alcuni uomini, poi un gruppo di ragazzi passarono di corsa in strada.
«Dev’essere successo qualche cosa...». disse Raffaele.
«Andiamo a vedere», si alzò Antonio, dirigendosi verso l’uscita. Gli altri seguirono.
Fuori, videro gente avviarsi a frotta verso la via Regina Margherita, una delle strade allagate.
Fermarono un ragazzo. «E cosa è stato?».
«Come, cos’è stato!? Si sposa Ignazia Serra, oggi...».
Sopra il terrapieno che dominava la piazzetta allagata, uomini e donne si accalcavano davanti al parapetto per vedere i barchini che si erano radunati davanti a casa Serra. Vi sedevano i parenti e gli invitati, vestiti a festa; i giovani, in piedi, manovravano i remi. Il barchino più grande, addobbato con tappeti e rami di menta e malvarosa, attendeva gli sposi, infilato per metà con la poppa nell’andito.
Quando Ignazia Serra, portata a braccia dai fratelli, mise piede sul natante, dove l’attendeva lo sposo, la folla si sporse in avanti per veder meglio.
“Buona fortuna e buona sorte!” Si agitò augurando una donnetta, in bilico sopra il davanzale di una finestra; ma, perso l’equilibrio, scivolò nell’acqua sottostante, con le gonne che si erano aperte a ruota.
«Attenta zia», l’apostrofò un giovanotto che calzava stivali di gomma, avvicinandosi per aiutarla a venir fuori, «se no oggi facciamo matrimonio e funerale insieme».
La barca degli sposi con il seguito di natanti si diresse remando verso la zona alta affiorante. La gente agitava le mani salutando, lanciando grano, sale e parole di buon augurio.
«Già l’avevi detto si’ che andavi a Venezia in viaggio di nozze!». Gridò Antonio allo sposo, quando gli passò a tiro. «Più Venezia di cosi’!... e ci risparmi un mucchio di soldi, fortunato».
«Vai a farti fottere!», rispose quello, tutto stretto soffocato dentro la giacca di panno blu da cerimonia. «E ringrazia che sono in grazia di Dio, altrimenti ti rispondevo per le rime».
«Annata di acqua, annata di figli!». Gli gridò ancora Antonio, burlando.
«Toh», replicò lo sposo tenendo il braccio col pugno chiuso e battendoci sopra l’altra mano con foga. La sposa si raccolse pudica sotto lo scialle. Gli uomini sghignazzarono divertiti.
«Beh, la festa è finita... Concluse Raffaele avviandosi.
In un angolo di strada si fermarono al tavolo delle noccioline e dei ceci brustoliti. Se ne fecero versare in tasca un misurino per ciascuno.
Passeggiando e sgranocchiando, arrivarono sulla strada delle paludi: una banchina gettata sull’acqua.
C’era il maestro, uscito con gli scolari a scampagnare, che diceva: «Ecco, guardate li’ in fondo: quella è una penisola e quell’altra un’isola e quell’altro ancora un istmo...».
    A destra e a sinistra le campagne apparivano sommerse; a tratti si vedeva qualche lingua di terra, qualche chioma di olivo, qualche cresta di siepe di ficodindia.
«Buongiorno, maestro!», salutarono.
«Ma perché non li mette a pescare, quegli sfaticati?! Con una lenza a ciascuno, si farebbe un bel pranzetto di anguille». Osservò Antonio.
Il maestro fece finta di non averlo udito, continuando a indottrinare i ragazzi con la sua voce monotona: «Ci sono alte e basse pressioni atmosferiche...».
«Che superbia! Neanche se fosse della razza di don Pepino!». Borbottò Antonio, mentre raccoglieva un sasso per lanciarlo a un cagnetto che se ne stava ai margini della strada, fiutando i fatti suoi fra le erbacce. «Centrato!». Esclamò compiaciuto.
Alcune gocce pesanti cominciarono a cadere nel grigiore che, riempito tutto il cielo fino all’orizzonte, sostava cupo immobile. Quasi a passo di corsa, ritornarono all’osteria.

Era ormai mezzogiorno e nella sala c’era rimasta poca gente. Filomena, seduta dietro il bancone, riposava sfogliando fumetti.
«Accidenti, si è già fatta ora di pranzo.», avvertì Giovanni dopo aver dato un’occhiata all’orologio di latta appeso dietro il banco, tra gli scaffali e le bottiglie.
«Eh, per me… all’una, vorrei trovarne di roba da mangiare! Se non mangio fune di giunco, oggi… Ci sono rimasti solo i muri, a casa… Se pure ci sono ancora, con più di un metro di acqua.», brontolò Pepino.
«Siete grandi per niente.», intervenne un ragazzino che girava tra i tavoli raccogliendo mozziconi di sigaretta, «Io so dove si può trovare roba da mangiare, e roba di prima qualità, anche…».
«Passa via!», lo minacciarono allungando i piedi, «Roba da mangiare tu?! Passa via!».
«Che cosa mi date, se vi dico dove?». Insistette il ragazzo senza disarmare.
«Passa via!». Ripeterono indignati.
«E’ vero… c’è andato anche babbo con la carriola… dalla parte dell’argine rotto. Un bue intero, vi dico!».
«Passa via, ti abbiamo detto.», lo cacciò Antonio; e per farsi sentire meglio gli allungò una pedata, alzandosi per metà dalla panca.

L’asino di Raffaele meriggiava sotto la tettoia, nel cortile dietro casa; sul davanti stava la carretta rattoppata, con le stanghe in alto.
«Intanto che tu prepari l’asino, noi gettiamo qualcosa in corpo.», decise Antonio andando dritto al canterano in cucina. Aprì lo sportello, trovò e prese una insalatiera con olive dolci, un mezzo pane e un pezzo di formaggio marcio. Giovanni scovò una damigiana di vinello e si affrettò a riempirne un boccale.
«Bisogna muoversi, prima che se ne accorga tutto il paese.», suggerì Antonio ficcandosi in bocca una manciata di olive e risputandone i semi per terra, in direzione del camino.
Gli altri assentirono accennando col capo, masticando pane e formaggio.
«L’asino è pronto.», li informò di lì a poco Raffaele, apparso sull’uscio con l’animale bardato, trattenuto per la cavezza.
Antonio squadrò l’animale con sufficienza. «Ma cosa diavolo gli dai da mangiare a quella povera creatura? Padre Nostri e Ave Marie?», chiese con sarcasmo.
L’altro si adombrò: «Perché?», disse, «Non ti sembra tenuto bene, forse?».
«Beh, per essere tenuto bene, non dico di no. Ma sembra deboluccio… mi sembra un santo in penitenza.».
Gli altri risero divertiti. Raffaele parve offendersi. Avanzò con l’asino fino a metà cucina, facendolo voltare a destra e a manca. «Guardatelo bene, il mio bestiolo! Non è mica di quelli che si arrendono a mezza salita, lui! Piccolo sì, ma…», diede una manata sulla groppa, «… è di quelli che hanno biscotto in saccoccia!».
«Se è di quelli, la benedizione in casa non ti manca di certo!». Ghignò Antonio, suscitando nuova ilarità.
Raffaele alzò la voce, irritato: «Senti, l’asino mio tu non lo devi disprezzare… Se proprio lo vuoi sapere, questo è asino della razza di quelli di don Pepino! Puoi chiedere, se vuoi.».
«Basta così, allora: mi levo il cappello!». S’inchinò ironico Antonio. E per chiudere la discussione, aggiunse: «Ci porterà fortuna, allora. Un bue a casa ci portiamo, stavolta.».
Attaccato al carretto, fu deciso di far partire Raffaele da solo. Gli altri, alla spicciolata, avrebbero fatto un’altra strada - per non dare nell’occhio.

Si trovarono un’ora dopo nei pressi dell’argine rotto. Sulla terra e sui sassi vi erano tracce di sangue e rimasugli d’interiora e solchi di una ruota.
«Qualcuno ha già fatto buona pesca.», osservarono non senza una punta d’invidia.
L’acqua torbida correva gorgogliando attraverso la breccia aperta nell’argine, riversandosi nelle terre basse a sud del paese. La liquida distesa grigia era a tratti rotta da qualche ciuffo di verde, da qualche striscia di terra affiorante. Stormi di cornacchie gracchiavano disputandosi un posto in cima ai rami spogli di un fico enorme. Ammassi di falaschi e canne, misti a rottami di ogni genere, qualche tronco d’albero sradicato, viaggiavano sul filo della corrente, che appariva più veloce dov’era prima l’alveo del fiume.
«Lo conoscete bene il posto?». Chiese Pepino, rimboccandosi i calzoni fino alle cosce. «Se no, qui, ci tocca nuotare.».
«Da questa parte è basso di sicuro.», gli rispose Raffaele, armato di una lunga pertica con un arpione legato in cima, mentre si avventurava nell’acqua, in direzione di un filare di ficodindia a metà nascosto.
Gli altri gli andarono dietro, guardinghi.
«Qui siamo nell’orto di zio Raimondo Ogheddu… non li sentite i cavoli sotto i piedi?».
«Cavoli e ravanelli.», disse Antonio, «ma che ce ne frega adesso della verdura? La pietanza dobbiamo trovare, adesso.».
Avanzando cauti, tastando il terreno con le pertiche, si divisero due da un lato e due dall’altro della siepe.
«Attenzione, lì c’è qualcosa!». Diede l’allarme Raffaele, accostandosi a un groviglio di sterpi galleggianti, impigliatisi tra le pale spinose del ficodindia, dove si intravedeva una gibbosità dal pelame rossiccio.
Appena furono a tiro, allungarono le pertiche rostrate.
«Merda! Un cane rognoso! Già l’hai trovata la pentola dei marenghi!», si indignarono delusi contro Raffaele, sputando rumorosamente.
Fu soltanto due ore dopo - intanto, per ingannare l’attesa, uno si era tuffato a raccogliere cavoli - che videro una massa galleggiante apparire sul filo della corrente, avvicinarsi, descrivere un ampio cerchio, fermarsi infine, impigliata con altri rottami, tra i rami di un olmo distante cento metri.
«Questa volta ci siamo.», si dissero giulivi.
«Ci siamo un corno! E chi ci arriva fin lì? In quel punto non c’è meno di tre metri d’acqua.», osservò Raffaele, sfreddando gli entusiasmi.
I loro volti si rabbuiarono, e ristettero come annichiliti.
«Gente di poco sale!», li scosse Antonio. «Vai al carretto, tu, che il diavolo ti porti, e passami la fune, che vi faccio vedere io!». E così dicendo si toglieva rapidamente di dosso la giacca, i pantaloni e la camicia, fino a restare in mutande. Prese la fune e l’arrotolò, mettendosela a bandoliera, tra spalla e ascella, dirigendosi quindi, senza esitazione, in direzione della carcassa.
Quando l’acqua gli giunse alla cintola, si gettò a nuoto.
«Attento alla corrente.», gli gridarono.
«Preparate il fuoco, piuttosto.», rispose lui, senza diminuire il ritmo sostenuto delle bracciate.
Qualche minuto più tardi, a cavalcioni sui rami affioranti dell’olmo, fece con le braccia un gesto di richiamo. «Roba di prima categoria!», gridò. «Mi faccio tagliare quelle cose se ha più di un anno! Roba scicche!». Fece un nodo scorsoio alla fune, lo passò e lo strinse attorno a una zampa, diede alcuni strattoni, fino a rimuovere la carogna dall’incaglio. Quindi si ributtò in acqua.
Nuotò con un braccio, tirandosi dietro la preda con la fune, incoraggiato dalle urla di entusiasmo dei compagni, che si erano fatti incontro saltellando giulivi.
Squartando la bestia, ributtarono nell’acqua il ventrame e la pelle, posero i quarti sul fondo del carretto e li mascherarono accuratamente con frasche di mirto e di lentisco.
«Un cavallino novello!», gongolava fregandosi le mani Antonio, piroettando dinanzi alla fiamma d’un fuocherello che i compagni avevano acceso perché si asciugasse. «Stanotte faremo baldoria, alla faccia di chi ci vuole male.».

In casa di Antonio, indipendentemente dall’alluvione, mancava la corrente elettrica. Caricarono d’acqua e di carburo la lampada, l’accesero e l’appesero al gancio di fil di ferro che pendeva da una trave del soffitto, in cucina.
Di fuori, l’acqua saliva di livello, infilandosi tra la porta e la soglia dell’ingresso. La pozza si allargava dall’uscio verso la camera da letto, sulla destra, e la cucina, a sinistra. Dalle imposte socchiuse baluginava l’ultima luce del giorno.
Avevano scelto di proposito la casa di Antonio. Là, nessuno li avrebbe disturbati. I vicini erano tutti sfollati fin dalla mattina, chi dai parenti nella zona alta e chi all’Asilo, dalle suore.
Raffaele era uscito per riportare l’asino e per fare un giro in paese in cerca di pane.
Pepino si occupava della legna. Due cortili più avanti, sopra una tettoia di pali, scovò un mucchio di fascine di cisto. In due viaggi ne scaricò sette o otto sul pavimento, davanti al camino.
Antonio tagliava la carne e la infilava negli spiedi, spruzzandola coscienziosamente di sale fino.
Giovanni si sfiatava ad accendere il fuoco con una manciata di paglia umida. «Neanche un pezzetto di carta, in questa maledetta baracca! Già non sembra lo studio del rettore, malapasca lo colga!, tutto pieno di libri, asciugandosi con il braccio gli occhi lacrimosi per il fumo.
«Certo che l’attrezzatura non gli manca. Perfino nel cesso ce n’ha. E’ una razza con il sedere delicato, quella dei preti… usa sempre carta, e di quella fina…», intervenne Antonio.
Stesero tutte le stuoie sul pavimento, vi si sdraiarono, sospiranti soddisfatti.
«Questa sì che è vita.», bofonchiò Pepino.
«Attento, porco Giuda! ché il fuoco è troppo vispo!», urlò Antonio. E Raffaele allontanò parte della legna con l’attizzatoio.
A suo tempo controllarono la cottura, tagliando bocconi con il coltello e assaggiando. Al terzo controllo, Antonio disse: «Proprio a puntino.», e tolto dai mattoni lo spiedo, lo mise a punta in giù ,sopra l’angolo più pulito della stuoia e ne fece scivolare la carne.
La pioggia ritornò. La udirono crepitare fitta, piacevolmente sulle tegole del tetto.
«Musica, maestro!», esclamò Pepino di buon umore; sollevandosi sbilenco su di una mano accompagnò il tambureggiare della pioggia con alcuni suoi rombanti rumori.
«Bella educazione!». Lo redarguì scherzosamente Antonio, «Portato vuoi in luogo di signori!».
«Al diavolo i signori! Cosa ti credi, che sono puliti come sembrano, i signori? Passa via, i signori…».
Alle undici finirono il vino, ma restava ancora mezzo cavallo - più o meno.
«Con tutta questa grazia di Dio… e la festa è finita.».
Disse costernato Giovanni, capovolgendo il fiasco significativamente. «Io sono una creatura fatta così: il mangiare mi va tutto in veleno, se non ci metto sopra due dita di vino purché sia.».
«A chi lo dici!?», fece eco un altro, «Io devo averci disturbo di stomaco: la roba senza vino mi torna in gola.».
«Beh, forse non ci crederete… A me l’acqua fa venire gli svenimenti.».
«Eh, si, dicevano bene gli antichi: acqua ai fiori e vino ai cristiani!».
«Dai, dai, le chiacchiere sono belle ma lunghe.», intervenne decisamente Antonio, «ma qui bisogna fare qualcosa.». Poi, guardando Raffaele fisso negli occhi, disse: «Tu sei un amico, non è vero?».
«Amico? Come no!? Ho portato anche l’asino…».
«L’asino non si beve… per quello che me ne importa te lo puoi portare anche a letto.», intervenne Pepino che aveva capito dove Antonio andava a parare il colpo.
«Tu adesso», rincalzò Antonio, «Raffaele mio, sei di quelli che con una scusa salutano gli amici, ciao buona notte, si chiudono soli soletti in casa loro e si ubriacano di nascosto…».
«Già, proprio come faceva il canonico Rosas, per non farsi vedere dalla gente, chiuso in sacrestia… Dopo, usciva in piazza di chiesa, a rimettere, davanti alla gente.», intervenne Giovanni.
«Ah, sei di quelli! Svergognato! Razza di amico che abbiamo!», spalleggiò gli altri Pepino.
Dopo la sceneggiata, i tre tacquero mostrando una faccia tra l’indignata e l’addolorata.
Raffaele sconcertato strusciò il sedere sulla stuoia.
«Alla buon’ora! Ti stai alzando, dunque!… E dai, muoviti, ancora qui sei?», lo sollecitò Antonio dandogli una spinta d’incoraggiamento.
Raffaele si diresse titubante verso la porta di uscita. I suoi piedi enormi scalzi si fermarono, stropicciarono indecisi nell’acqua che arrivava dall’ingresso.
«Non vorrai conservarla per Pasqua, quella mezza damigiana che tieni dietro il comò!».
«Ma se è già aceto… Cammina!».
«E muoviti!… Non sei ancora tornato?».
Mezz’ora dopo Raffaele ricomparve con la damigiana a spalle. I tre si alzarono dalla stuoia e corsero a sgravarlo dal peso. «E quanto diavolo ci hai messo a tornare!».
Raffaele, pur sollevato dal peso, se ne stava immobile sull’uscio della cucina, con la faccia stralunata.
«E allora? Ti è scesa paralisi?”. Gli chiesero mentre sturavano la damigiana e riempivano il boccale.
Pepino gettò una mezza fascina per ravvivare il fuoco. La stanza si illuminò di una luce violenta, rossastra.
«Guarda che fermi così ne sono morti altri», lo apostrofò Antonio, seccato.
«Si può sapere che ti ha preso?», gli si avvicinò Pepino mostrandosi preoccupato.
Raffaele aprì finalmente la bocca. Muovendo un passo in avanti, mormorò: «Giù in paese ne sono cadute cinque… In una c’è rimasto Antioco… Antioco Su Puxi, con il ragazzo. Era tornato a ritirare un po’ di roba… Li hanno portati via poco fa… Li ho anche visti, sopra un carro, c’erano il prete e l’appuntato…».
Chinarono il capo, muti.
«Antioco, quel tonto!», ruppe il silenzio Pepino, picchiando un pugno rabbioso sulla stuoia, «la fine del tonto… Per salvare che cosa? I pidocchi…».
«Un uomo grande come lui!», sbottò appresso Giovanni, stringendo i pugni, «Fidarsi così… per farsi fottere dai muri di terra!»
Lasciamo perdere adesso: la cosa fatta è più forte del ferro. Ognuno ha il suo destino. Beviamo, adesso… e tenete il fuoco vispo.», disse Antonio, ma la sua voce che voleva essere spavalda suonò incerta.
Raffaele continuava a starsene fermo impalato vicino all’uscio, coi piedi nella pozza d’acqua che si allargava a dismisura.
«Ah, ma allora non è finita! Tu ci vuoi proprio rovinare la festa! Sputa fuori tutto, su, che altro ci hai in corpo?»lo aggredì quasi urlando Antonio.
«Ho sentito il bando…», mormorò l’altro.
I tre lo guardarono stupefatti: «Il bando?».
«Sì, il bando del sindaco. Dice di andare tutti, di correre tutti, con picconi e con pale e con carriole, dice di aprire un canale a mare, per salvare il paese…»
Antonio sbottò in una risata stridula: «Avete sentito?… Il bando!… Per salvare il paese!… Adesso vuol fare il canale… adesso, adesso che sono morti cristiani! Adesso, che se lo scavi lui, adesso, il canale. Noi terre non ne abbiamo… e neppure case… E che sono case, quelle che abbiamo? Abbiamo da mangiare, adesso, e anche da bere, abbiamo, noi, adesso, no?… E allora, mangiamo e beviamo!… Siediti, Raffaele, siediti… che aspetti? siediti!… E al diavolo il sindaco… Fin tanto che dura l’alluvione, la roba da mangiare non ci mancherà. Che ci frega di tutto il resto?».
Gettarono un’altra fascina al fuoco e rimisero in caldo l’arrosto.
L’acqua, superato l’ingresso, avanzava sul pavimento della cucina, fino a lambire le stuoie.




PARTE SECONDA - IS CONTIXEDDUS


1 - SA CRIAZIONI DE S'HOMINI

E Deus, stancu de hai bogau foras de su nudda totu cantu s'universu, pustis de s'essi’ pausau, hiat criau s'homini.
Dd'hiat criau simbillanti a s'immagini de Issu Deus: cun is brazzus e is manus po podiri pinnicai is cosas, cun is cambas e is peis po si podiri movi’ de una parti a s'atera, e cun sa conca cumpleta de ogus, nasu, bucca, origas po biri, fragai, tastai e intendiri, e de cerbeddu po pensai.
Adamu, giai cresciu de corpu, 'nci hiat postu tre mesis... po cresci de menti, po fai andai paris s'anima cun su corpu.
In cussus tres mesis, ‘nci hiat passau su tempus gioghendi a cua-cua cun is lepuris, arregollendi mura de orrù in is cresuris de figu morisca, furendi arangiu in d’unu ortu serrau e hiat girau de una parti a s'atera su Paradisu Terrestri, po biri cantu fiat mannu, firmendisì fattu fattu po chistionai cun s' Arcangiolu de guardia in su portali, benendi a sciri, aici, chi in foras ‘nci fiat su Regnu de su Mali, innui biviant tiaulus e dimonius. Hiat passau meigamas bascosus sterriu in s'arena de sa riba de unu marixeddu, faendisì nieddu e castiendi su zurruvigai de is piscis; hiat mirau attentu su soli andendi in su xelu, s'ingiriu chi faiat de levanti a ponenti; e pustis de tres nottis de rexonamentu, hiat cumprendiu sa longaria de s'ingiriu cuau chi su soli faiat a su notti, dd' hiat aggiuntu a s'ateru, e fiat arribau a podi’ nai chi sa dì e sa notti durant bintiquattr'oras.
In cussus tres primus mesis de vida, Adamu hiat scobertu totu su chi ‘nci fiat de scoberriri. Hiat cumprendiu totu su chi ‘nci fiat de cumprendiri. S'unica cosa chi hiat bistu e scobertu sen' 'e cumprendiri, fiat sa “cosa” chi teniat sempiri pendi pendi in mes’ ‘e cambas, e chi, fattu fattu, po s'in prus a lugori, s'unfràt e si incirdiniàt. E, aici, hiat pensau de andai an che Deus, po si fai accrarai sa chistioni.
Arribau chi fiat a su Portali de su Paradisu, hiat dimandau a s'Arcangiolu de ddi fissai udienzia cun Babbu Mannu. Hiat depiu abettai noi dis, ca Deus fiat atropelliau in d’unu casinu de cumbattimentus in su Regnu de su Mali, accumpangiau de Tres Coortis de Cherubinus, Serafinus e Angiulus. A sa dexima dì, sa Columba hiat pigau Adamu e dd'hiat portau a pizzus de su Monti Ararat.
Hiat nau Adamu: "Babai Mannu, mi heis fattu simili a Fusteti, gei 'ndi seu cuntentu e ddi seu reconoscenti. Ma..."
"Happu scaresciu forzis calincuna cosa?" Dd'hiat arrespostu Deus. "Podit capitai a totus una mentiganza... Tenis calincunu problema? Nara liberamenti, deu seu, ge' ddu scis, coment' 'e unu babbu po tui".
Adamu teniat pratigamenti tres mesis, cresciu sì, ma fiat ancora ‘noçenti. Dd'hiat ammostau sa “cosa” dimandendiddi: "E custa? A ita dimoniu serbit custa ”cosa”? Seu scerbeddendimì sene arrennesci’ de 'ndi bogai càbudu".
Deus dd'hiat donau un'oghiada e fiat abarrau un momentu pensosu. Poi: "Gei tenis arrexoni, fillu miu", dd'hiat nau, "seu cumenzendi a bessiri fora de conca... Troppu cosas de fai. T'abbisongiat unu “stampu”".
Nau e fattu. Hiat dormiu Adamu e dd'hiat operau, liendindeddi totu su chi portàt in prus, in su corpu e in s'anima. Cun cussas arrogallas de arrestus hiat fattu una specie de “homini cun d'unu stampu”, s'hiat a nai una “femina”. Dd'hiat postu Eva de nomini e dd'hiat donada a s'homini, narendiddi: "Tui dd'has boffia e tui ti dda tenis. Bonu pro' ti fezzat! Bai puru, ba’".
Adamu, ancora totu stontonau de su dormitoriu, no cumprendiat ita c'intressit su “stampu”. E 'nci ddi fiat scappau de nai: "Ma Babbu Mannu chi seis in su Xelu, fezzamì cumprendiri. Custa specie de arresi mali fatta, chi no assimbillat né a Fusteti e nimancu a mei, hiat a serbiri po sa “cosa” chi portu pendi pendi? Ma no ddi parrit, Babbu Mannu, chi siat unu paghixeddu troppu? E cali usu 'ndi depu fai de sa “cosa” cun custa specia de bacca mullidroxa?"
Deus fiat istraccu meda, sa dì; e puru, giai fiat po si incarrelai a sa gherra, e domai cussa surra de tiaulus chi si fiant arrebellaus a sa volontadi sua, in sa Costellazioni de Andromeda. E no est chi tenessit bisongiu, Issu, de abettai sa benida de s'UNESCO, po podiri cumprendiri chi sa chistioni fundamentali de s'educazioni est in su lassai chi s'homini si fezzat istruiu e mannu a solu, castiendisì a giru, e imparendi a bivi, bivendi. "Bai, bai." Dd'hiat nau Deus a boxi manna. "Bai, ca gei has a cumprendiri totu cantu a solu. Ti dd'happu posta s'intelligenzia, no? E insaras? Bai, bogancedda de ogus mius... e hapu nau a ti movi!"
Sa presenzia de Eva, de una femina, di faiat gana mala, ddu trumbullat, a Deus; e si no fessit chi puru cussa Criazioni, coment' 'e dogni' atera, tenessit su divinu Singellu, si hat a essi’ pentìu, sciendi totu is mabagrabius chi 'ndi hat a essiri benius de cussa criadura cun su stampu, in sa sempiterna gherra contra is ispiritus de su Mali.
In su mentras, Adamu, torrau a su Paradisu Terrestri, hiat postu Eva in domu a traballai e si 'nci fiat bessiu a plazza a pensai. Sezziu asuba de una bella perda ancora sene essiri allisada de su tempus, parriat propriu s'immagini de su pensadori.
Candu si fiat beni beni cuncentrau, hiat cumenzau a castiai attentamenti dognia cosa a giru a giru, po 'ndi cumprendiri s'usu chi si 'ndi podiat fai. Po primu, si fiat castiau beni beni sa “cosa”, ponendidda a cunfrontu cun d'ognia atera cosa conota. Su pensamentu chi hiat fattu Adamu fiat chi, ponendi in relazioni sa “cosa” cun dognia atera cosa, hiat’hai finiu po scoberri’ a ita serbessit cussu dimoniu de “strichibiddazzu” chi portat pendiri pendiri.
Pensa’ chi ti pensat, fiat arribau a cumprendiri chi no serbiat po si difendi de s'attriviori de certus arresis - coment' 'e su cani, tanti po 'ndi nai unu, chi luegu bogau su pani e su ingaungiu po merendai, toppulu in mes' 'e peis, circhendi de scabulli s'arrecatu a marolla. Bastàt a ddi fai biri sa manu circhendi in terra una perda, po ddu fai a timi’ e a 'nci ddu fai stesiai e a ddu manteniri a largu, cuau a palas de una matta.
No serbiat a segai mattas o a bogai cozzina. E ni mancu serbiat a bolai, si puru fessit, in sa natura sua, cussu modu de s'aderezzai e de si poniri a conca a susu, comenti chi fessit unu scuettu parau, cosa chi ddi faiat pensai comenti hiat a essiri bellu su bolai, cussu disigiu mannu, chi giai portàt in su coru, sempiri intentu a castiai is pillonis bolendi in su xelu, andendi e benendi e furriottendi, istudiendi dognia particulari de is alas de is sinzimurreddus, sperimentendi su bolai cun puntudus razzus de paperi, circhendi de 'ndi furai a sa natura su misteriu de su bolidu.
Serbiat giustu giustu po pisciai - custu dd'hiat cumprendiu luegu, appena nasciu. Ma sigumenti fiat intelligenti, raxionendiddoi, hiat cumprendiu chi fiat una cosa spropositada po fai aqua: hiat a essiri bastau una cositedda pitichedda, sa cosa necessaria fiat su stampixeddu po 'ndi bessiri su pipisci.
Si Deus no essit criau totu mascus is arresis de su Paradisu Terrestri, de sa sinzula a su boi, Adamu dd'hiat a essiri cumprendiu luegu; ma is creaduras bias, chi pasciant o pausànt accanta de issu, fiant totus noçentis, no si hiant a essiri mai arriscadas de si poniri a rexonai, o a peccai de lussuria o de vanagloria, circhendi de fai coment' 'e Deus criendi sa vida, prenendi sa Terra de sa propria razza, in cuncurrenzia cun is ateras razzas. Custus rexonamentus, Adamu, insandus, no ddus podiat ancora fai, sen' 'e su Peccau Originali.
Si Deus non hessit tentu totu is cosas chi teniat de fai, po manteniri in paxi s'Universu, cumbattendi cun centumila Tiaulus, hiat a essiri pozziu lassai unu pagu de tempus po si dedicai coment' 'e babbu a Adamu, narendiddi a ita serbiat sa “cosa”, de pagu inventada, chi, si sciat, podiat essiri usada sceti in d'una manera, si puru po otteniri resultaus diversus.
Fiat stau unu tiaulu, intrau no si scit comenti in s'Eden, a donai a Adamu su capudu de su lomburu. Unu tiaulu piticu e leggiu, cun ollieras pinzadas in su nasu, ma cun d'una intelligenzia chi no fait a ddu crei de cantu fiat manna. De nomingiu dd'hiant postu Minerva, Atena po is Gregus e Gramsci po is comunistas.
Fiat bessiu a scurigadroxu, in su mentras chi s'homini fiat scutulendi su matalafu de follas de cixirianu, preparendisì a dormiri.
"Comenti dimoniu ses pozziu intrai? Cun totus is Arcangiolus de guardia?..." Fiat sa prima cosa chi Adamu hiat nau bidendi su tiaulu Minerva.
"Lassa perdi custas pitichesas", hiat pispisau Minerva a boxi baxa, mesu cuau a palas de una tuppa de olioni, "Seu beniu a innoi po tui, po t'aggiudai."
Adamu no cumprendiat - insaras - cali aggiudu ddi hat a essi’ pozziu donai unu tiaulu, a issu, Fillu nodiu e stimau de su Santissimu Deus.
De parti sua, su tiaulu Minerva, no fiat sceti intelligenti, ma sabiu puru; e hiat intendiu sa prufundidadi teologica de su dubbiu de Adamu, e de pressi hiat postu is peis in terra. "Heus scipiu", hiat nau "de una pariga de dis, chi ses meda pistighingiau de unu pensamentu chi no ti lassat bivi’. Chi no ddu bolis, no ddu cretas: ma tui ses meda stimau de nosu tiaulus; e de prus puru, nosu stimaus su progressu tuu... Mancu ti ddu podis pensai, cali Mundu has a costruiri cun s'aggiudu nostu... Ma custu est un'atera cosa, gei heus a teniri tempus po 'ndi chistionai. Immoi torraus a su chi feus narendi: - A ita ti serbit sa “cosa”? Ma po coddai, piccioccheddu miu! E po cali atera cosa, si nò? Castia mei. Dda bis? Dda portu deu puru, e no po nai, est una bella retranga. Totus is tiaulus dda tenint..." E hiat a essi’ boffiu nai puru: "E po custu, nosu tiaulus si seus rebellaus, ponendisì in cuncurrenzia cun su Deus chi s'hat fattu". Ma si comenti fiat unu bonu politigu, hiat preferiu a si citiri.
No fiat sceti ‘noçenti, Adamu, ma puru sene esperienzia. Non siat a essiri depiu fidai de unu strangiu, e prus pagu ancora de unu tiaulu nemigu de Deus e de sa Lei. S'hiat a essiri depiu cumportai in manera prus attenta, Adamu, sen' 'e si lassai pigai de su famini de sciri e de provai.
"Tuppadì", hiat nau, "E ammostamì comenti si usat; e pustis sparessi, prima chi t'acciapit s'Arcangiolu Gabrieli e si dda pighit puru cun mei."
Minerva, su tiaulu, hiat nau a Adamu de si incrubai a facci in terra e a cu’ ‘n susu, accozzau a su truncu de una matta de figu; e incirdinia sa “cosa” s’inci dd’hiat posta totu a un' 'orta.
Fatta sa faina, Adamu hiat bistu craru in facci a su tiaulu Minerva chi ddi fiat prasciu meda e chi 'nci ddi fiat scappendi unu arrisixeddu de... coment' 'e unu chi t'hat frigau.
E Adamu, de parti sua, intendiat unu bruxori innì e unu dubbiu de essiri stau trubau. Su fattu dd'hiat puru obertu is ogus.
"Hapu cumprendiu perfettamenti a ita serbit sa “cosa”." Hiat nau. "Immoi, chi no ti dispraxit, de bonu fradi, hia a bolliri provai deu puru." E pustis de hai dimandau cun gentilesa a su tiaulu Minerva de si poniri in sa posizioni giusta, cun d’una pariga de brinchidus 'nci dd'hiat attoffada.
Candu su tiaulu Minerva si fiat dispidiu coment' 'e unu scuettu, lassendisì a palas scinciddas de fogu e fragu de zurfulu, Adamu fiat atturau po unu bellu pagu pensosu, ma prexau che pulixi, e si fiat frigau is manus. Su gosu chi hiat provau, fiat unu gosu nou e mannu, chi no conosciat, chi no hiat provau mai, su prus bellu de totus is gosus, chi baliat a solu totu cantu is aterus gosus postus in pari. Fiat custa sa sensazioni chi ddu faiat de verus simili a Deus.
E senz’ ‘e ‘nci pensai duas bortas, fiat curtu a intr’ ‘e domu.



LA CREAZIONE DELL'UOMO

E Dio, dopo essersi riposato dalla fatica di aver tratto fuori dal nulla tutto l'universo, creò l'uomo.
Lo creò a propria immagine e somiglianza, con le braccia e con le mani per prendere gli oggetti, con le gambe e con i piedi per muoversi da una parte all'altra, e con la testa al completo di occhi naso bocca orecchie per vedere, odorare, assaggiare e udire e di cervello per pensare.
Adamo, fisicamente adulto, impiegò circa tre mesi a crescere psichicamente, armonizzando anima e corpo. In quel periodo giocò a nascondarello con le lepri; raccolse fragole nel bosco e rubò arance in un orto recintato; fece lunghe corse per misurare l'ampiezza del Paradiso Terrestre, fermandosi ogni volta a scambiare quattro chiacchiere con l'Arcangelo di guardia al cancello, venendo così a sapere che fuori c'era il Regno del Male, popolato di diavoli e diavolesse. Trascorse pomeriggi assolati sulla riva renosa di un piccolo mare, abbronzandosi e guardando il guizzo dei pesci; osservò attentamente il movimento del sole, calcolò la parabola visiva, e dopo tre notti di riflessione intuì la parabola nascosta, la sommò alla prima e ne dedusse che il giorno e la notte durano ventiquattro ore.

In tre mesi vide tutto ciò che c'era da vedere, scoprì tutto ciò che c'era da scoprire, capì tutto ciò che c'era da capire. L'unica cosa che vide e scoprì senza capire fu il coso che gli pendeva, normalmente, e che periodicamente, alla luna nuova, lievitava. Pensò di andare da Dio a chiedergli spiegazioni.
Raggiunse il cancello e chiese all'Arcangelo di fissargli udienza con il Padre Eterno. Dovette aspettare nove giorni, perché il Signore era impegnato in una serie di interventi repressivi nel Regno del Male, scortato da tre Coorti di Cherubini, Serafini e Angeli. Quindi la Colomba prese Adamo e lo portò in cima al Monte Ararat.
Disse Adamo: "Mi hai fatto a tua immagine e somiglianza, sto bene e ti sono riconoscente. Però..."
"Ho forse dimenticato qualcosa? Capita a tutti, una distrazione... C'è qualche piccolo problema? Parla pure liberamente: Io sono come un Padre per te."
Adamo aveva praticamente tre mesi, ancora innocente. Gli mostrò il coso e disse: "E questo? A che diavolo serve? Mi sto lambiccando il cervello senza venirne a capo."
Dio stette un poco soprappensiero, poi disse: "Hai ragione, figliolo, sono uno sbadato. Ti ci vuole un buco." E addormentato l'uomo lo operò tirandogli via tutto ciò che aveva di superfluo, nel corpo e nell'anima. Con quelle frattaglie fece una specie di uomo con un buco, cioè una donna. La chiamò Eva e la diede all'uomo, dicendo: "Te la sei voluta: tienitela. Puoi andare."
Adamo, ancora sotto l'effetto dell'anestesia, non afferrava la complementarità del buco. Disse: "Fammi capire, Padre mio che sei nei Cieli. Questa brutta copia di me e di Te, in funzione del mio coso? Non ti sembra un po' troppo? E quale uso ne dovrò fare, di “lui”, con quella specie di vacca lattifera"?
Dio era stanco, quel giorno; e già si apprestava a nuove tenzoni con una caterva di demoni insorti nella Costellazione di Andromeda; dall'altro canto non aveva bisogno di attendere l'avvento dell'UNESCO per arrivare alla teorizzazione dei postulati della educazione come processo autonomo dell'uomo alla scoperta dell'Universo. Disse: "Vai, scoprirai da te tutto quanto. Ti ho messo l'intelligenza, no? Vai e portatela via... e muoviti!"
La presenza della donna infastidiva e turbava insieme il Padre Eterno: se quell'atto creativo non avesse avuto, come tutti gli altri il suo Sigillo, si sarebbe pentito, presagendo tutti i guai che a causa di quell'essere con il buco gliene sarebbero venuti, nella sua sempiterna lotta con gli spiriti del Male.
Intanto, Adamo, rientrato nel Paradiso Terrestre, mise Eva in casa a sfaccendare e se ne uscì a riflettere. Seduto sopra un sasso non ancora levigato dal tempo, con il mento sulle palme delle mani e i gomiti sulle ginocchia, era l'immagine vivente della concentrazione.
Passò quindi alla fase sperimentale-speculativa. Cioè si mise a osservare attentamente il coso, in riferimento a ogni componente dell'Universo che gli stava intorno. Rapportando il coso a ogni cosa, avrebbe finito per esclusione dei rapporti inutili con lo scoprire il rapporto utile.
Comprese che non serviva a difendersi dall'invadenza di certi animali - come il cane, che appena tirato fuori il pane e il companatico della colazione, si faceva avanti a pretendere assaggi. Era sufficiente la mano mostrata nell'atto di raccogliere un sasso, per convincere il querulo codardo a scomparire nel folto di un macchione.
Non serviva ad abbattere alberi e sradicare cespugli per aprirsi varchi e radure, per contendere al bosco prati dove lasciar crescere erba e fiorire margherite, per potersi sdraiare al solicello di marzo, a contemplare l'azzurro del cielo.
Non serviva a navigare sulle acque placide del piccolo mare, come il tronco secco della palma, che lo portava nei momenti di raptus colonialista verso altri lidi, altre terre, dove piluccare bacche di nuovo sapore e stendersi in contemplazione di nuovi orizzonti.
E tanto meno serviva a volare, nonostante quella sua tendenza a levitarsi palpitante verso l'alto, ad assecondare quel sogno angelico già in lui profondamente radicato, che lo vedeva sovente intento a scrutare il volo degli uccelli, a esaminare i particolari anatomici delle ali dei pipistrelli, a sperimentare in volo puntuti razzi di carta, nel tentativo di carpire alla natura il segreto della navigazione aerea.
Serviva volgarmente soltanto a fare pipì. Questo lo aveva capito subito, da appena nato. Ma intelligente com'era, ragionandoci su, capì anche che era eccessivo a quello scopo: sarebbe bastato un centimetro, l'essenziale era il forellino.
Se Dio non avesse creato maschie tutte le creature del Paradiso Terrestre, dalla zanzara al bue, Adamo ci sarebbe arrivato subito. Ma le creature viventi che pascolavano beatamente o sonnecchiavano accanto a lui erano tutte innocenti, non si sarebbero mai sognate di ragionare e commettere atti impuri e di superbia, imitando grottescamente il Sommo Creatore nel voler ricreare la vita, popolando della propria specie la terra, in concorrenza con le altre specie. Questi concetti, Adamo, allora non poteva ancora capirli, prima del Peccato Originale.
Se Dio non avesse avuto così tanti problemi di stabilizzazione dell'Impero, con relativi interventi repressivi, avrebbe potuto dedicare più tempo ai suoi doveri di padre, spiegando ad Adamo che quel coso, di recente invenzione, poteva essere usato in un solo modo, ma per un mucchio di scopi diversi.
Fu invece un diavolo, penetrato non si sa come nell'Eden, a fornire ad Adamo il bandolo della matassa. Un diavolo bruttino con gli occhiali a pince-nez, ma con una intelligenza superiore alla media, soprannominato Minerva, Atena per i Greci e Gramsci per i Comunisti.
Apparve al calar della sera, mentre l'uomo sprimacciava il materasso di foglie di mais, accingendosi a dormire.
"Come diavolo sei riuscito a entrare? con tutti gli Arcangeli di guardia...", fu il primo pensiero che Adamo riuscì a esprimere vedendo Minerva.
"Lascia perdere i dettagli", sussurrò Minerva, tenendosi prudentemente mimetizzato tra le ramaglie scure di un macchione di corbezzolo, "sono qui per te, per aiutarti."
Adamo non capiva - allora - quale aiuto gli sarebbe potuto venire mai da un diavolo, a lui, Figliolo prediletto dell'Altissimo.
Minerva, che alla dote dell'intelligenza aggiungeva quella della saggezza, intuì la profondità teologica del dubbio di Adamo e si affrettò a mettere i piedi sul concreto.
"Abbiamo saputo," disse, "che da qualche giorno sei angosciato da un problema che non ti dà requie. Tu, puoi anche non crederci, ci stai molto a cuore, in particolare il tuo Progresso, neppure ti immagini quale Civiltà costruirai con il nostro aiuto... Ma questo è un altro discorso, avremo tempo per parlarne. Veniamo al dunque: a che cosa ti serve il coso? Ma per fottere, benedetto ragazzo! E perché altro, se no? Guarda me. Vedi? Ce l'ho anche io, e, modestamente, discreto. Tutti i diavoli ce l'hanno..." E avrebbe voluto aggiungere: "E per questo si sono ribellati, mettendosi in concorrenza con il loro creatore". Ma preferì tacere, politicamente.
Oltre a essere innocente, Adamo era ingenuo. Non avrebbe dovuto fidarsi di un estraneo, tanto meno di un estraneo notoriamente nemico di Dio e della Legge. Sulla cautela, prevalse la curiosità di sapere e di sperimentare.
"Taglia corto," disse, "mostrami come si usa e poi sparisci, prima che ti peschi l'Arcangelo Gabriello, e ci passi anche io."
Il diavolo Minerva pregò Adamo di piegarsi ad angolo retto, reggendosi al tronco di un fico lì vicino; e indurito il proprio coso glielo infilò repentino.
A cosa fatta, Adamo vide che il diavolo Minerva mostrava in viso e nel comportamento i sintomi di un grande piacere provato; mentre dal canto suo sentiva soltanto un certo bruciore e una vaga sensazione di essere stato fottuto. La riflessione gli stimolò l'intelletto.
Disse: "Ho afferrato perfettamente la funzione del coso. Adesso, se mi consenti, fraternamente, verifico nella pratica." E pregato cortesemente il diavolo Minerva di disporsi nel migliore dei modi, dopo qualche maldestro tentativo, ripetè attivamente l'operazione.
Dipartitosi in una scia di fuoco sulfureo il diavolo Minerva, Adamo se ne restò per un pezzo a fregarsi le mani soddisfatto. Era una sensazione che gli mancava, che mai aveva provato, la più profonda di tutte, anzi che le sostituiva e le abbracciava tutte.
Era una sensazione che lo rendeva simile a Dio.



2 - SU MESSAJU E SU VICARIU

Ziu Efis fiat un'homini bonu, traballadori e respettosu de Deus e de 'ognia Santu nomenau. No est chi fessit su chi si narat unu bigottu-culutrottu, ma poniat menti a is consillus de sa Religioni, chi praticàt dognia dominigu e festa cumandada.
E dognia dominigu, a Missa 'e prima, cun is feminas beccias, po accudiri a sa Funzioni e ascurtai is santus Verbus, e po podi accudiri puru, in is ateras oras de su mengianu, sa bingiscedda e su lorisceddu de Terrepani, sempiri bisongiosus de marra.
Ddi prasciat meda sa Cresia, a ziu Efis, a mengianeddu chizzi, cun pagu genti, allichidia e froria, fragosa de timongia e zippiri e scovas de Santa Maria, e s'Altari Majori parau a candelobrus chi lusciant che prata. Candu bessiat su Vicariu e incummenzàt sa Missa, issu ddu sighiat ingenugau attentu a 'ognia movimentu chi faiat, andendi e torrendi e furriottendi, e aziendi e cabendi in is iscabitteddas de s'Altari, sempiri sighiu in pressi de su sacrestanu, pighendi e apporrendi liburus, sonajolus, fumentorgius e aterus arredus. Ascurtàt puru attentu, ziu Efis, totu is Brebus cantaus a boxi de predi e arrispondiat devotu cun d'unu "Amen" o unu '"Ora pro nobis". Ma no est chi 'nd' essit cumprendiu meda, de totu cussu parllottai, e a bortas s'atturàt abbrabalucau, a bucca oberta che pisci alluau.
Candu su Vicariu arziàt a sa Trona po fai su Sermoni, insandus ziu Efis si sezziat e ascurtàt sen' 'e perdi unu fueddu.
"Donai, donai fradis!" Naràt su predi e dd'arripetiat sempiri d'ognia borta. "Donai, fradis, donai a su poburu!. Ca si dd'hat nau e cumandau Gesu Cristu. Donai, fradis, donai! Ca su chi heis donau oi, Deus is s'hat a torrai a prus e prus, cras!".
Ziu Efis, torrau a domu po pigai sa marra e scamungiai una fittiscedd' 'e pani e casu cun una tassiscedda de binu nieddu, si fiat firmau a pensai, pappendi sèzziu a iscannu in sa lolla. Pappendi e pensendi chi est giustu a donai, si Deus ddu torrat a prus e prus.

Mancu a ddu fai apposta, bessendinci de 'omu, dd'attobiat un'homini strangiu, totu mali bestiu chi parriat unu pedidori.
"Saludi, gopai! E ita est circhendi, si sa dimanda est licita?".
"Dd'happu a nai", arrispundit su strangiu, "seu circhendi unu giuisceddu de pagu prèzziu, ca su chi tenia m'est mortu de beccesa".
"Unu giuisceddu de pagu prezziu?", narat ziu Efis pensendi a su giuu suu, becciu scorantau, giai giai in su puntu de s'arrebellai. "Forzis s'affariu dd'hat bellu che fattu. Bengiat cun mei".
Ddu fait intrai a cortilla e dd'ammostat su giuu, pausendi appallau asutta 'e su stauli. E ddi narat: "Pighisiddu, gopai, su giuu, chi ddi prascit. Si ddu donu po amori de Deus".
Su strangiu dd'hiat castiau totu ispantau, sen’ ‘e cumprendi cali molinettu fessit passendi in conca de s'atturu: no hiat a essiri attoppau in calincunu maistu de brullas?
Ma ziu Efis, cunvintu de is fueddus de su Vicariu, de donai po arriciri a prus e prus, insinstit finas a chi su strangiu si pigat is boisceddus e si'ndi andat in bon'ora.
Prexau che unu pulixi, ziu Efis currit a coscina po si cunfidai cun sa pobidda, e ddi contat su fattu. "E ita 'ndi naras, Antioga, non happu fattu beni? Su giuisceddu nostu fiat totu arrembau e Deus immoi si ddu torrat a prus e prus".
Ma Antioga, femina suspettosa e de pagu fidi, moviat sa conca comenti 'e santu Tomasicu: "Gei hat essiri beru, tui ses su meri, no sunt fainas mias, deu nau sceti bidisti e credisti, su chi fait su meri est sempiri beni fattu, bastat chi su giuu no fezzat mai prus t'happu bistu scova de forru!" E narendu aici totu a murrungius, si 'ndi arziat de su scannu, arrimat in sa crobi s'arroba chi fiat cosendi, e s'appattat ananti de sa ziminera po azzizzai su fogu.

Tòccat, su merì, a ora chi est scuriga e no scuriga, ziu Efis 'nci essit a cortilla a pigai aria e s'incarat in sa bia po biri chi passat. Mancu su tempus de girai is ogus, de fundu 'e sa ruga si bint cabendi duas baccas. Bellas e pasciàs, de razza nodia, unu mediori sceti a ddas biri. Prontamenti oberit s'ecca e, ponendisì in mesu de sa 'ia, 'nci ddas fait intrai in cortilla sua finas a su stauli. Torrat a serrai totu prexau, e cumenzat a ddas appallai cun sa mellu palla e cun faa mollia in domu. Ca is bacchisceddas po su giuu nou, de Deus mandadas a prus e prus, andànt arrespettadas che donu divinu.

Sa dì apustis, a mengianu chizzi, passat su Vicariu, girendi sa 'idda intiaulau e fattu, picchiendi a dognia portali.
Calincunu dannu mannu in Cresia, arruttu calincunu Santu de sa niccia! - Si fiàt pensada sa genti.
"E ita est istau, gopai Vicariu?"
"Cittasì, gopai Efis, cussu tontu de Dominigu non fait a ddu fidai nudda. E non ci ddi sunt fuias is baccas?!..."
"Is baccas? Fuias? A chini, a su serbidori suu? No mi ddu nerit no, gopai Vicariu!"
"Gopai Efis, no est chi fusteti ddas happiat bistas passendi a custas partis?"
"Deu?... nossi, nossi, de baccas suas mancu arrastu happu bistu."
Chistionendi chistionendi, postu in mesu de s'ecca, totu a un' 'orta su Vicariu girat is ogus castiendi in cortilla e, toccat, bidit is bestias chi fiat circhendi in dognia corru 'e furca. S'avanzat a brazzus obertus, comenti e chini est prontu po abbrazzai calincunu, narendi: "Ma gopai Efis, it'est narendimì... Is baccas mias sunt innoi, in su stauli suu, bellas e agatadas".
"Is baccas suas? Ma it'est brullendi, gopai Vicariu?! Custas sunt is mias, chi Deus m'hat torrau a prus e prus..."
"Ita est spropositendi de Deus e de baccas..."
"Depit sciri, gopai Vicariu, chi eriseru hapu donau a unu poburu su giuisceddu miu, ge' no s'hat a negai de su chi narat fustei e totu in Cresia, a donai a is poburus, a donai... e deu ddas hapu donadas po amori de Deus, ca ge' no s'hat a nai in bidda chi no seu respettosu de su fueddu de Deus".
"E ita c'intrat su fai is limosinas a is poburus?"
"Ge' 'nc' intrat sissi... Ddu scit chi fusteti, gopai Vicariu, est homini de pagu regordu?!... e puru, no est chi fusteti siat becciu scorantau! No ddu narat Deus e totu, po bucca de su Vicariu suu, chi su chi si donat a su poburu benit torrau a prus e prus? Topulu! Sa dì e totu chi hapu donau is bacchisceddas mias, mi sunt torradas a domu ateras duas baccas sen' 'e m'essiri moviu po nudda: custas duas chi sunt grumiendi asutt' 'e su stauli. Bellisceddas, beru?"
Su Vicariu, homini istruiu, hiat cumprendiu chi cun d'unu de pagu sabiori coment' 'e Efis cunveniàt a pappai sa folla e a giogai de furbizia.
"Andat beni gopai, andat beni. Faeus una cosa: cras a mengianu, su primu chi s'accudit a saludài si tenit is baccas."
"Sissi, su Vicariu, andat beni." Respundit su messaju.
E aici si salùdant e si làssant.

Sa nott'e totu, appena cenau, ziu Efis saludat sa mulleri e si 'nci bessit, cun sa scusa de andai a dormiri in su cungiadeddu de basciu, a castiai su meloni. "Ca ddu hapu bistu arrastus, s'urtima borta." E in veci, totu inbiderau, currit a s' 'omu de su Vicariu. Ziu Efis iscidiat chi su predi fiat de razza chizzana e luegu orbesciu si 'ndi arziàt de su lettu e operiàt sa ventana po pigai aria frisca. E po cussu, si fiat postu appattau asutta de sa ventana, abettendi cun passienzia s'orbescida.
Abetta abetta, in sa ventana ddui fiat unu stampisceddu; e po ci passai s'ora, su messaju dd'hiat ghettau ogu. Sa cambara fiat illuminada e si bidiat craru su lettu - arrazza de sterridroxu bellu e mannu che un'argiola! Ge' si ddus pausàt is poburus ossus, su Vicariu!
Tot'in d'unu, intendit stragazzu e arrisisceddus, e bit su Vicariu intrendi in sa cambara in pari cun sa zaracchedda - "Allà tui, Franzisca!... Gei ses una picciocca bona, ma de pagu sentidu. Bieus, bieus". Hiat pensau su messaju.
Arriendi e iscrillitendi si sezzint appizzus de su lettu, e cumenzant a si forrogai s'unu cun s’atera. Issa - eppuru non ddu parriat, Francisca, de essiri aici attrevia! - ddi arziat sa besti e 'ndi ddi tirat a foras su tratallu. E faendi sa dengosa, totu fruscinendisì, Francisca ddi dimandat: "E it'est custa cosa? Parrit bia, parrit..." - Scedadedda, coment' 'e chini no dd'essit mai bistu, sa picciocca!
E s'intendit sa bosci de su Vicariu arrèspundi: "Custu est su Paba."
De pustis, gioga gioghendi, est toccau a Francisca a s'arziai sa gunnedda e a dd'ammostai sa cosiscedda sua - 'Ndi faiat disgiu a unu mortu, 'ndi faiat: arrazz' 'e moddizzosu bellu!
"E a sa cosiscedda mia, ita ddi narant, su Vicariu?" S'intendit sa boxiscedda de sa zaracca. Depiat essiri diaderu ‘noçenti, sa picciocchedda: an chi siat scupettada, fatta sen' 'e malizia! - Hiat pensau su messaju.
E sa boxi de issu, prontu: "Custa si narat Roma". E corrovendi e apprappuddendi, sen' 'e si podiri prus appoderai, poberittu, nàrat: "E iscisi, immoi, ita feus? Immoi, ‘nc'intraus su Paba in Roma."

A mengianu chizzi, fiat appena orbescendi, s'intendit su crieddu de sa ventana oberrendisì. Prontu, su messaju si 'ndi strantasciat in peis e zerriat, saludendi: "Ave Maria, su Vicariu!"
Su predi atturat sen' 'e fueddu. "Trobiu m'hat, gopai" - murrungiat. De pustis, pensendiddoi, dimandat: "Boghimindi una curiosidadi, gopai. De candu 'nc' est abettendi, innoi, asutt' 'e sa ventana?"
E ziu Efis, cun aria de fill' 'e mamma bona, arrispundit: "Eh, gopai Vicariu: 'nci seu de candu c'est intrau su Paba in Roma."
A su Vicariu no ddi fiat atturau ateru chi nai: "Andat beni, gopai, andat beni… Tengassiddas puru is baccas e bonu pro’ ddi fezzant."



IL CONTADINO E IL PARROCO

Zio Efisio era un uomo buono, lavoratore e rispettoso di Dio e di ogni santo conosciuto. Non è che fosse quello che si dice un bigotto "collotorto", ma teneva a mente le regole della religione, che praticava ogni domenica e ogni festa che fosse comandata. E ogni domenica andava alla prima messa, con le donne vecchie, per seguire la Funzione e ascoltare le Sante Parole e per poter accudire dopo, nelle altre ore della mattina, la vigna e il grano di Terrepani, sempre bisognosi di zappa.
Piaceva molto la chiesa a zio Efisio di mattina presto, con poca gente: quella grande sala tutta ordinata e ornata di fiori, odorosa di incenso e di rosmarino e di timo e con l'altare maggiore adornata da candelabri che splendevano da lontano. Quando dalla porticina dalla sacrestia usciva il parroco e iniziava a dir messa, egli, Efisio, lo seguiva inginocchiato, attento a ogni movimento che il sacerdote faceva, andando e venendo e rigirandosi e salendo e scendendo nelle scalette, seguito dappresso dal sacrestano che recava nelle mani i sacri arredi. Zio Efisio ascoltava pure con molta attenzione le strofette e le litanie cantate con voce nasale da prete e rispondeva devoto con un "Amen" o con un "Ora pro nobis". Non è che ne capisse tanto di tutto quel parlare forestiero, e a volte se ne restava imbambolato, a bocca spalancata come un pesce pescato con l'euforbia.
Quando il parroco saliva sul pulpito per fare la predica, allora zio Efisio si sedeva e ascoltava senza perdere una sola parola.
"Date, date, fratelli!" diceva il sacerdote e lo ripeteva sempre ogni volta. "Date fratelli, date al povero! Ce l'ha detto e raccomandato Gesù Cristo nostro Signore. Date sempre, date! Alla Chiesa e ai poveri di ogni Chiesa. Date, fratelli, date! perché ciò che avrete donato, Dio ve lo renderà moltiplicato!"
Zio Efisio rientrato a casa per prendere la zappa e rompere il digiuno con una fetta di pane e formaggio e un bicchiere di vino nero, si fermava a riflettere, mangiando seduto su uno scanno nel loggiato. Mangiava e pensava che è giusto dare, se Dio rende in abbondanza ciò che diamo.

Neanche a farlo apposta, proprio quella mattina, uscendo di casa, zio Efisio incontra per strada un uomo di fuori, un tipo vestito tanto male da sembrare un mendicante.
"Salute, compare! Cosa va cercando, se la domanda è lecita?" gli chiede zio Efisio, avvicinandolo cortesemente.
"Le dirò", risponde il forestiero, "sto cercando in questo paese qualcuno che mi venda a buon prezzo un giogo di buoi, perché quello che avevo mi è morto di vecchiaia."
"Un giogo di poco prezzo!", dice zio Efisio pensando al proprio giogo, ormai vecchio cadente, quasi sul punto di tirare le cuoia. "Forse l'affare l'abbiamo già bello e concluso. Venga con me."
Lo fa entrare nel cortile e gli mostra il giogo, due vecchi buoi ossuti e piagati da nugoli di mosche, che riposavano sotto la tettoia, annusando svogliati la paglia della mangiatoia. Dice: "Li vede? Se li prenda, compare, se le piacciono. Io glieli dò per amor di Dio."
Il forestiero lo guarda allibito senza comprendere quale idea balzana gli stesse mulinando nella testa, chiedendosi se per caso non si sia imbattuto in qualche burlone.
Ma zio Efisio, convinto dalle parole del parroco, di dare per ricevere in abbondanza, insiste, fin quando il forestiero si prende i buoi, andandosene in buon ora.
Felice e contento, zio Efisio corre in cucina per confidarsi con la moglie, e le racconta la storia, concludendo: "E cosa ne pensi, Antioca: ho fatto bene? Il nostro giogo era assai malconcio e adesso Dio ce lo renderà cento volte meglio."
Ma Antioca, donna sospettosa e di poca fede, scuote la testa come San Tommaso: "Sarà vero sì, tu sei il padrone, non sono faccende mie, io dico solo vedesti e credesti, ciò che fa il padrone è sempre ben fatto, purché non faccia come le scope da forno che ora le vedi e dopo un attimo non le vedi più!" E così parlando e borbottando si leva dallo scanno su cui è seduta a rammendare, ripone nella corbula la roba che sta cucendo e si accoccola davanti al camino per attizzare il fuoco.
La sera di quello stesso giorno, all'imbrunire, zio Efisio, dopo essersi fatto il sonnellino pomeridiano, se ne esce in cortile a prendere una boccata d'aria e aperto il portale s'affaccia sulla strada per vedere la gente che passa. Neppure il tempo di voltare lo sguardo, ecco che in fondo alla strada si vedono due vacche che avanzano. Belle e pasciute, di buona razza, una meraviglia soltanto il vederle.
Subito, velocemente, il contadino apre tutte due le ante del portale e si piazza in mezzo alla strada per far entrare le vacche nel proprio cortile. Richiude il portale felice e contento, e messi gli animali sotto la tettoia, si dà subito da fare per foraggiarli con la paglia migliore mischiata a fave macinate. Perché, pensa, le vacche che avrebbero costituito il nuovo giogo, che Dio gli ha mandato in cambio delle sue che aveva regalato a un povero, andavano rispettate come dono divino.
Il giorno dopo, di mattina presto, il parroco girava per il paese con un diavolo per capello, bussando di porta in porta.
"Qualche disgrazia grande in Chiesa - pensa la gente - forse qualche Santo caduto dalla nicchia."
Finché il prete arriva e bussa a casa del contadino.
"E cosa è successo, compare parroco?"
"Non me ne parli compare Efisio: quel tonto di Domenico non lo si può fidare per nulla... Lo sa che mi son sparrite le vacche?...
"Le vacche? Sparrite? A chi? al suo servo?... Non me lo dica, compare parroco."
"Compare Efisio: non è che lei le abbia viste, passando da queste parti?"
"Io? No, no, di vacche sue neanche l'ombra ho visto...
Mentre parlano sulla soglia del portale, il parroco dando uno sguardo nel cortile vede proprio le sue bestie, che sta cercando in lungo e in largo. Fa un passo avanti con le braccia aperte come chi sta per abbracciare qualcuno, dicendo:
"Ma compare Efisio, che cosa mi sta dicendo... le mie vacche sono proprio qui, nella sua stalla, belle e ritrovate."
"Le sue vacche? Ma sta scherzando, compare parroco?! Queste sono le mie, quelle che Dio mi ha reso in abbondanza..."
"Cosa sta farneticando, di Dio e di vacche?..."
"Deve sapere, compare parroco, che ieri ho dato a un povero il mio giogo di buoi... Non vorrà certo negare ciò che lei predica in Chiesa di dare ai poveri, di dare... e io dunque le ho date, per amor di Dio... Non si dirà certo in paese che io non sono rispettoso dei Comandamenti della Chiesa."
"E cosa c'entra con il fare l'elemosina ai poveri?"
"C'entra si e come... Sa che lei, compare parroco, è di memoria corta? Eppure non è che lei sia vecchio e rimbambito... E non lo dice lo stesso Dio, per bocca del suo Vicario, che a colui che dà al povero gli viene restituito in abbondanza? Ed ecco qui! lo stesso giorno che io ho dato il mio giogo, mi sono tornate a casa altre due vacche, senza che io abbia mosso un dito. Proprio queste due che stanno ruminando sotto la tettoia. Sono belle, vero!"
Il parroco, uomo d'istruzione, capisce che con un sempliciotto come Efisio conviene mangiare la foglia e giocare d'astuzia.
"Va bene, va bene, compare. Facciamo una cosa: chi di noi due domani mattina riesce a salutare per primo si tiene le vacche."
"Si, si, d'accordo," risponde il contadino.
E così si salutano e si lasciano.
La stessa notte, subito dopo cena, zio Efisio saluta la moglie e se ne esce, con il pretesto di andare a dormire nell'orticello da basso per custodire il melone. "Ché l'ultima volta vi ho trovato orme sospette." E invece, di corsa va verso l'abitazione del parroco. Egli sa che il prete è un tipo mattiniero, che appena comincia ad albeggiare salta giù dal letto e apre la finestra per respirare aria fresca. E per questo, zio Efisio si apposta sotto la finestra, aspettando con pazienza l'alba.
Aspetta aspetta, nella finestra c'è un forellino e per passarci l'ora il contadino ci appunta l'occhio. La camera è illuminata e si vede chiaro il letto: un letto bello grande come un'aia! "Eh, già se le riposa le ossa, il povero prete!" pensa.
D'un tratto sente stropiccio di passi e risolini e vede il parroco, tutto vispo, che entra nella camera insieme alla servetta. "Ma guarda tu! Francesca... E' si una brava ragazza, ma di poco cervello. Vediamo, vediamo," si dice.
Ridendo e scherzando i due si siedono sul letto e tutto a un tratto cominciano a toccarsi l'un l'altro. Lei - eppure non si sarebbe detto che Francesca fosse così audace! - gli solleva la veste e ne tira fuori il batacchio. Facendo la gatta morta e contorcendosi, Francesca chiede: "E cos'è questa cosa? Sembra vivo, sembra..." Poverina, come se non l'avesse mai visto!
E la voce del parroco si sente rispondere: "Questo, è il Papa."
E allora, gioca giocando, è toccato a Francesca sollevarsi la gonna e mostrare la sua cosina - ne faceva venire la voglia a un morto, ne faceva venire: che bella pagnotella!
"E la mia cosina, come si chiama, signor parroco?" Si sente la vocina della serva. Doveva essere davvero innocente la ragazzina! Che le venga un'accidente, nata senza malizia!
E la voce di lui: "Si chiama Roma, si chiama". E frugando e palpando, senza riuscire a trattenersi, poveretto, aggiunge: "E sai adesso che cosa facciamo? Adesso facciamo entrare il Papa in Roma."

La mattina presto sul far dell'alba, si sente il chiavistello della finestra che si apre e immediatamente il contadino si leva in piedi e grida: "Ave Maria, su Vicariu...!"
Il prete resta senza parole. "Eh, fottuto mi hai, compare...", risponde borbottando. E dopo un po’, riflettendoci, domanda: "Mi tolga una curiosità, compare: da quanto tempo è lì che aspetta, sotto la finestra?"
Zio Efisio, con un'espressione di figlio di buona donna risponde: "Eh, compare parroco: ci sono da quando il Papa è entrato in Roma."
E al parroco non rimane altro che dire: "Va bene, compare, va bene. Si tenga le vacche e buon pro le facciano".



3 - SA FATTURA

Antigamenti custu terrenu oi fabbricau a domus, fiat un’argiola chi cunfinàt cun su dominariu e s’ortu mannu chi teniat sa cresia. Un’arrogu de s’ortu fiat a bingia, e nàrant chi ‘ndi ddui fiant unu scantu giualis de axina bona de pappai.
In custu puntu, duncas, ci fiat s’argiola, aundi beniant treulaus trigu, fà e orgiu. Ma finiu de treulai, e incungiada totu cantu sa regorta, dda donànt a pasci a is porcus de unu chi si naràt Farrozzu... (Est mortu de medissimus annus, immoi...) E custu Farrozzu portàt a innoi is porcus a pasci, e a bortas ci bessiant a travessu, e calincunu arresi atreviu fiat intrau in s’ortu de su Vicariu.
Una dì, sa zaracca bessit a s’ortu e acciapat unu porcu pappendi axina; ma s’arresi fraizzu, comenti hat bistu genti s’est fuiu in d’unu lampu. Sa zaracca currit luegu po avvisai su meri chi in su mentras fiat ligendi su Breviariu sezziu in su canapei. Sulendi che pibera issa ddi narat:
“O su Vicariu! Mirit chi in s’ortu ddui est unu porcu pappenddisì s’axina e hat scorrovonau totu su logu!”
“Ah! Cussu depit essiri porcu de Farrozzu”, murrungiat su Vicariu; e sen’ ‘e si scumponi bessit a s’ortu e s’incarat in s’argiola.
“O Franziscu!” Zerriat.
“Cumandit su Vicariu!” Respondit prontu Farrozzu.
“Là chi unu porcu tuu mi ‘nc’ est sartau a ingunis m’hat fattu dannu. Pagamì su dannu e no si ‘ndi chistionit prus!”
“Castit su Vicariu chi cussu chi ‘nc’ est intrau no est porcu miu”.
“Giai chi no est porcu tuu, passienzia.”
Sa dì a pustis, toccat su stessu porcu atreviu intrat in s’ortu e si ‘ettat a s’axina muscadedda. Bessit sa zaracca po arregolliri birdura po fai s’insallada, e bit su porcu: fiat firmu cravau in terra, accanta de su fundu de s’axina, sen’ ‘e ‘indi podiri pappai.
Tòrrat de su meri totu spantada e ddi nàrat: “Su Vicariu, mirit chi ddu est torra su porcu, ma est firmu prantau innì!”
“Ah!”, murrungiat su predi, “torrau est?!”
“Sissi, est torrau”.
“Abetta ca andu de Farrozzu”.
Bèssit e andat a s’argiola.
“O Franziscu! Castia ca unu porcu tuu c’est passau ingunis e mi ‘nc’ est pappendi s’axina”.
“Ah! Nossi su Vicariu, no est porcu miu”.
“Aici no est tuu?!.... Beni pagu pagu a innoi!”
Andant a s’ortu, e su predi nàrat: “Là, castiaddu! Porcu tuu est?”
“A presoni indi fiat bèniu! Ma castia tui custu disgraziau de porcu fraizzu!” Nàrat Farrozzu, e ddi ghettat una puntada de pei.
Ma su porcu firmu cravau in terra mancu si sànziat.
“Chi no pagas su dannu, su porcu de inguni no si movit!”
E aici fiat andau su contu. Finas a candu su porcaxu no hiat ammittiu chi sa bestia fiat sa sua e no hiat donau su fueddu de pagai su dannu, su porcu no si fiat moviu de innì.



LA FATTURA

Anticamente, questo terreno oggi edificato era un’aia che confinava con un grande orto di proprietà della chiesa. Una parte dell’orto era coltivata a vigna e - dicono - che vi erano alcuni filari di uva da tavola.
In questa località, dunque, vi era l’aia, dove si trebbiavano il grano, le fave e l’orzo. Ma finita la trebbiatura e portato via il raccolto veniva dato in pascolo ai maiali di un tale che si chiamava Farrozzu... (E’ morto da un bel po’ d’anni, ormai...) e questo Farrozzu portava qui i maiali a pascolare, e qualche volta scantonavano, e qualcuna delle bestie più sfacciata aveva sconfinato nell’orto del Vicario.
Un giorno, la domestica va nell’orto e trova un maiale mangiando l’uva, ma l’animale birbante appena vista gente scompare in un baleno. La domestica va di corsa ad avvisare il padrone, che in quel momento leggeva il Breviario seduto sul canapè. Gli dice:
“Vicario! Guardi che nell’orto c’è un maiale che si sta mangiando l’uva, e ha grufolato dappertutto!”
“Ah! Quello dev’essere un maiale di Farrozzu”, mugugna il Vicario, e senza scomporsi esce nell’orto e si affaccia sull’aia.
“O Francesco!” Grida.
“Comandi, Vicario!” Risponde Farrozzu.
“Guarda che un tuo maiale è passato per di qua e mi ha fatto danno. Pagami il danno e non se ne parli più!”
“Guardi Vicario che quello che è entrato per di là non è maiale mio.”
“Se non è maiale tuo, pazienza.”
Il giorno dopo - guarda caso - lo stesso maiale sfacciato entra nell’orto e si dà all’uva moscatella. Esce la domestica per cogliere la verdura per fare l’insalata e vede il maiale: fermo, piantato per terra, vicino al ceppo della vite, senza poter mangiare uva.
Torna dal padrone tutta meravigliata e gli dice:
“Vicario, guardi che c’è di nuovo il maiale, ma è lì, immobile!”
“Ah!” Mormora il prete, “E’ tornato?”
“Sissignore, è tornato”.
“Aspetta che vado da Farrozzu.”
Esce e va nell’aia.
“O Francesco! Guarda che un tuo maiale è passato di qua e mi sta mangiando l’uva.”
“Ah, nossignore, Vicario, non è maiale mio.”
“E così non è il tuo?!... Vieni un po’ qui!”
Si avvicina all’orto e il prete dice:
“Tè, guardalo! E’ maiale tuo?”
“Al diavolo se n’era andato! Ma guarda tu questo disgraziato d’un maiale sfacciato,” dice Farrozzu e gli dà un calcio.
Ma il maiale, fermo piantato per terra, non muove un pelo.
“Se non mi paghi il danno, il maiale da lì non si muove!”
E così andò la storia. Fin quando il porcaro non ammise che l’animale era suo e non aveva dato la parola di pagare i danni, il maiale da lì non si mosse.



4 - PO ONORI E GRORIA DE SANTA CRARA

In una bidda no meda attesu de Terrubia ‘nci fiant una borta duus giovunus. Issu si narat Bissenti e issa Pisabella. Si boliant beni unu mediori e si fiant fattus a isposus, sempiri attaccaus a pari. Ma luegu si fiant depius lassai, ca issu dd’hiant zerriau a fai su sordau in Continenti.
Passau su tempus suu, Bissenti fiat torrau a domu. Ma issu no fiat cuntentu comenti hiat a depi essi, ca in Continenti, una mala dì, si fiat fattu tentai de is amigus e fiat andau cun d’una de cussas feminas malas chi dd’hiat impestau.
Su prexu mannu de Pisabella su podiri imbrazzai de nou su sposu suu e de ddu podiri de nou carinniai! Ma issu tristu e affliggiu, intimorigiau e bregungiosu no ‘nci dda faiat a ddi nai sa beridadi a sa sposa sua - picciocchedda ancora ‘noçenti, sen’ ‘e malizia.
Antioga, sa mamma de Pisabella, est beru chi fiat viuda, ma fiat puru una femina conoxidora, de cussas chi scint comenti si portant is santu a cresia. Si dda fiat pensada, chi calincuna cosa mala depiat essi’ suzzedia a su piccioccheddu - chi issa boliat beni comenti a unu fillu, e forzis de prus puru. E aici, intradora, spricua spricua, hiat finiu po si fai contai totu cantu su malifattu.
In su primu momentu zia Antioga si fiat lassada pigai de su scunfortu: “Oiahmamia! It’arrori mannu chi s’est costau oi a nosu!” Ma fiat istada debilesa de pagu, poita luegu si fiat donada una scutullada, narendi: “Coraggiu, piccioccu! Innoi toccat a s’invocai a Santa Crara sa Miraculosa de Terrubia. Santa Crara custa grazia no mi dda depit negai!”
Nau e fattu. S’in cras a chizzi, zia Antioga s’incarrerat a cresia e ingenugada a innantis de sa Santa Miraculosa cumenzat a dda pregai chi Bissenti, su sposu de sa filla sua nodia, essit a su prus prestu torrau a essi’ sanau de cussa maladia. Si fiat invocada po chi dd’essit accanzau sa grazia, faendi votu chi tot’ ‘e is tres hiant a essi’ andaus a sa festa manna de Terrubia po ddi portai una Missa e su regordu.
E Santa Crara dd’hiat ascurtada e si dda hiat fatta, sa grazia; ca unu bellu mengianu Bissenti scidendisindi totu allipuziu, si dda hiat stringhillonada e no ‘ndi fiat scobau mancu unu stiddiu chi no fessit succiu bonu. Su prexu de tot’ ‘e is tre no faiat a ddu nai! Prus de totus zia Antioga, chi luegu fiat curta a cresia a poniri una candeba manna alluta a sa Santa.
Arribada sa dì de sa festa manna de Santa Crara sa Miraculosa, tot’ ‘e is tres s’incarrerant, a bestiri nou, prexaus e cuntentus, abbrazzettaus a pari, su piccioccu in mesu inter mamma e filla.
ATerrubia, a cussus tempus ‘nci fiat unu ceraiu arremonau chi narant fessit unu de is mellus de totu sa Sardigna, ca s’obera sua, si puru de cera, candu fiat finia parriat vera.
Zia Antioga no si fiat scarescia de su votu fattu a sa Santa. “Immoi, piccioccus, si lassu,” hiat nau, “ca tengiu una commissioni de fai. Bosaterus andai a sa festa e spassiaisì. Su dinai po si comporai nuxedda e turronis ge’ si dd’happu donau... Si torraus a biri de innoi a un’orixedda a inanti de cresia.” E de pressi fiat toccada aund’ ‘e su ceraiu.
Intrat e dd’accrarat totu sa chistioni. Su ceraiu fiat homini de arti e puru de sabi e hiat cumprendiu luegu su contu. “Lessit fai a mei, gomai, hat a biri chi hat atturai cuntenta. Una mes’ oredda e sa cosa est bella chi pronta. Po su sturbu, fait tanti...”
Su pretziu fiat carixeddu, ma zia Antioga sen’ ‘e musciai ‘nd’ hiat bogau su dinai de sa bucciacca de sa gunnedda e dd’hiat pagau.
Mes’ora pustis fiat torrada a sa buttega de su ceraiu e hiat agattau s’obera finida. S’homini dd’hiat scoberta de sa randa chi portàt appizzus e si dda hiat ammostada. Posta in su pratilliu, setzia appitzus de is duas boccias, a froccu birdi, alluta e dengosa, fiat unu mediori sceti su dda biri.
Cun su regordu in manu, zia Antioga si fiat incarrerada facci a cresia, innui hiat attobiau is isposus. “Sigheimì, piccioccheddus!” Ddis hiat nau. E fiat intrada a cresia, ponendisì cun s’atera gente chi portàt regordus de grazia arriccìa.
In fundu de sa cresia, accanta de s’altari maggiori ci fiat su sagrestanu cun d’una mesa manna aundi poniat is regordus chi arricciat unu a unu.
Po dognia regordu chi su miraculau ddi donàt, su sagrestanu ddu pigàt in manu e narendi “Po onori e groria de Santa Crara”, ddu basàt innantis de ddu poniri asuba de sa mesa.
Arribau a zia Antioga, su sagrestanu, sen’ ‘e sciri de ita razza fessit cussu votu, ddu pigat in manu cumenzendi a nai “Po onori e groria...” e ddu scoberriri po ddu basai, candu castiat e s’acatat chi cussa cosa est propriamenti una cosa... E torrendincedda a sa femina, pispisat a dentis siddaus po no si fai intendi de sa genti: “E custa... ‘nci dda torras a su cunn’ ‘e mamma tua!”



A ONORE E GLORIA DI SANTA CLARA

In un paese non molto lontano da Terrubia, c’erano una volta due giovani. Egli si chiamava Bissenti ed ella Pisabella. Si volevano un bene matto e si erano fidanzati, sempre attaccati l’uno all’altra. Ma ben presto si erano dovuti separare, perché egli era stato chiamato a fare il militare in Continente.
Passato il suo tempo, Bissenti era tornato a casa. Ma non era contento come sarebbe dovuto essere, perché in Continente, un brutto giorno si era fatto tentare dagli amici ed era andato con una di quelle donne facili che l’aveva appestato.
Grande era la gioia di Pisabella, poter riabbracciare il suo fidanzato e poterselo nuovamente coccolare. Ma il ragazzo, triste e afflitto, timoroso e vergognoso, non riusciva a confessare la verità alla fidanzata - una ragazza ancora innocente, senza malizia.
E’ vero che zia Antioga, la mamma di Pisabella era vedova, ma era pure una donna di mondo, di quelle che sanno come si porta il santo in chiesa. Se l’era immaginato che qualche cosa di brutto doveva essere accaduto al ragazzo, al quale lei voleva bene come a un figlio, e forse un tantino di più. E così, astuta, indagando ben bene, aveva finito per farsi raccontare tutta quanta la disgrazia.
In un primo momento zia Antioga si era lasciata prendere dallo sconforto: “Mamma mia! Che disgrazia grande ci è capitata!” Ma era stata una debolezza momentanea, poiché subito si era data uno scossone dicendo: “Coraggio, ragazzo! Qui bisogna invocarsi a Santa Clara la Miracolosa di Terrubia. Santa Clara questa grazia non me la deve negare.”
Detto e fatto. Il giorno dopo, sul presto, zia Antioga si incammina verso la chiesa, e inginocchiatasi davanti alla Santa Miracolosa inizia a pregarla affinché Bissenti, il fidanzato della sua figlia adorata, potesse al più presto guarire da quella malattia. Si era raccomandata tanto perché le venisse concessa la grazia, facendo voto che tutti e tre sarebbero andati alla festa in sua onore a Terrubia, portandole una Messa e un ex voto.
E Santa Clara l’aveva ascoltata e le aveva fatto la grazia, ché un bel mattino Bissenti svegliandosi bello vispo se lo era trastullato e non era uscita neppure una goccia che non fosse succo buono. La gioia di tutti e tre non si può descrivere! La più contenta, zia Antioga che immediatamente era corsa in chiesa ad accendere una bella candela alla Santa.
Giunto il giorno della grande festa di Santa Clara la Miracolosa, agghindati, vestiti a nuovo, felici e contenti, si incamminano tutti e tre presi a braccetto, il ragazzo in mezzo tra madre e figlia.
A Terrubia, a quei tempi viveva un famoso ceraio che - dicevano - fosse uno dei più abili della Sardegna, in quanto la sua opera, seppure di cera, una volta finita sembrava vera.
Zia Antioga non si era dimenticata della promessa fatta alla Santa. “Adesso, ragazzi, vi lascio,” aveva detto, “ché ho una commissione da sbrigare. Voialtri andate alla festa e divertitevi. I soldi per comprarvi le noccioline e il torrone già ve li ho dati... Ci rivedremo tra un’ora davanti alla chiesa.” E di fretta si era diretta alla bottega del ceraio.
Entra e gli racconta tutta la storia. Il ceraio era un uomo d’arte e anche di saggezza e aveva capito subito tutto. “Lasci fare a me, comare, vedrà che resterà soddisfatta. Una mezz’oretta e la cosa sarà bella che pronta. Per il disturbo fa tanto...”
Il prezzo era caruccio, ma zia Antioga senza profferire verbo aveva tirato fuori i soldi dalla tasca della gonna e aveva pagato.
Mezz’ora dopo era tornata dall’artigiano e aveva trovato l’ex voto pronto. L’uomo l’aveva scoperto sollevando il pizzo che lo ricopriva e glielo aveva mostrato. Messo sopra il piattino, seduto sopra le due palle, con il fiocchetto verde, vispo e vezzoso, era una meraviglia solo a vederlo.
Con l’ex voto in mano, zia Antioga si era incamminata verso la chiesa, dove aveva ritrovato i due fidanzati. “Seguitemi, ragazzi!” Aveva detto loro; ed era entrata in chiesa unendosi all’altra gente che come lei portava un ex voto per grazia ricevuta.
In fondo alla chiesa, vicino all’altare maggiore, c’era il sacrista con un grande tavolo dove egli riponeva gli ex voto a uno a uno mano mano che li riceveva.
Per ogni ex voto che il miracolato gli porgeva, il sacrista lo prendeva in mano, e dicendo “A onore e gloria di Santa Clara”, lo scopriva e lo baciava prima di riporlo sopra il tavolo.
Arrivato a zia Antioga, il sacrista senza sapere di che razza fosse quel voto lo prende in mano, cominciando a scoprirlo, pronunciando “A onore e gloria...” quando guarda e si accorge che quel coso era proprio un coso... E restituendolo alla donna, borbottando a denti stretti per non farsi sentire dalla gente, seguita a dire: “E questo... che vada a mamma tua.”



5 - SU PARA TIMORAU

Duus gopais fiant torrendi a domu de su saltu, a scurigadroxu. Arribaus in su situ de Arrolju de Baccas, bint unu para circanti scianchittendi in s’arziada. Unu de is duus narat:
“Gopai, si dda faeus una brullixedda a su para?”
“Ei, gopai... E ita brulla ddi faeus?”
“Lessit fai a mei. Fusteti nerimì sempiri chi sì.”
Is duus allonghiant su passu finas a ‘ndi sodigai su para. Candu ddi fiant arribaus a costau, su chi hiat ordiu sa brulla nàrat:
“Intendia dd’hat, gopai, sa grida chi hant ghettau custu mengianu a chizzi?”
“Sissi, gei dd’happu intendia, gopai.”
“Deu no ci pozzu crei de cantu est istrana...”
Su para chi hiat intendiu a custu puntu allutat is origas, tussendi “uhn, uhn...”
Su messaiu brullanu, sempiri girau a su gopai, sighit a nai:
“Est po ordini de su Rei. Una grida aici no si fiat mai intendia...”
“Aici propriamenti, gopai.” Dd’assegùndat s’ateru.
Su para prus chi mai curiosu torrat a tussiri “uhn, uhn...”
Dd’hiant sodigau de pagu, candu su matessi messaju sighit ancora:
Ma dd’hat intendia beni, gopai? Sa grida nàrat chi si podit cumenzai de cras a mengianu chizzi, totu sa dì finas a scurigadroxu...”
“Sissi gopai, ge’ dd’happu intendia beni.”
A custus fueddus su para no si ‘ndi fiat pozziu prus poderai de sa curiosidadi; s’accostat a is duus gopais e ddus saludat:
“Gesugristu!”
“Po sempiri!” Respundit is duus.
“Sbagliu,” hiat cumenzau su para, “o est beru chi custu mengianu hant ghettau grida meda importanti?”
“Sissi su para, est propriu beru.”
“E ita narat custa grida, ita narat? Ge’ ddu scieis ch’is cumandus de su Rei nostu andant respettaus...”
“Eh, sì... sa grida narat chi po totu sa dì de cras, a cumenzai de s’orbescida finas a su scurigacroxu, mascus e feminas, cojaus e bagadias, anzianus e piccioccas, viudus e viudas, paras e mongias, totu cantus si podint ghettai a pari e coberri’ liberamenti.”
Pustis de hai intendiu custus fueddus su para fiat beniu mudu. Portàt una cara pensosa e affligia e fattu fattu murrungiàt tussendi “uhn, uhn...”
Immoi fiant is duus gopais curiosus de sciri ita fessit passendi in sa conca de s’homini santu - de siguru una grida simili ddu depiat hai portau foras de sentidu.
Candu fiant po intrai in bidda, is duus gopais s’accòstant e ddu preguntant:
“O su para, nerisì: it’ est pensendi?”
“Eh, deu seu meda pistighingiau,” respundit su para, “seu pensendi chi calincunu de nosu si ‘nd’ hat a scolliai, cras!”



IL FRATE TIMORATO

Due compari rientravano a casa dalla campagna verso l’imbrunire. Giunti nei pressi della località Arrolju de Baccas vedono arrancare su per i tornanti un frate questuante. Uno dice all’altro:
“Compare, vogliamo fare uno scherzo al frate?”
“Si compare: che scherzo gli facciamo?”
“Lasci fare a me, compare, lei dica sempre di sì.”
I due allungano il passo fino a raggiungere il frate. Quando gli sono vicini, quello che ha architettato la burla dice:
“Lo ha sentito, compare, il bando che hanno dato stamattina?”
“Sì che l’ho sentito, compare.”
“Io non ci posso credere, per quanto è strano...”
Il frate che ha udito a questo punto drizza le orecchie e tossicchia “uhm, uhm...”
Il contadino burlone, sempre rivolgendosi al compare, riprende a dire:
“Per ordine del Re! Un bando simile non si era mai sentito!”
“Proprio così, compare.” Lo asseconda l’altro.
Il frate riprende a tossicchiare “uhm, uhm,” più che mai incuriosito.
Lo avevano di poco superato, quando lo stesso contadino riprende a dire:
“Ma lo ha sentito bene, compare? Dice che si può cominciare già da domani mattina all’alba, per tutto il giorno, fino al tramonto...”
“Certo che l’ho sentito bene, compare.”
A queste parole il frate, non potendosi più trattenere dalla curiosità, si avvicina ai due compari e li saluta:
“Gesù Cristo!”
“Per sempre!” Rispondono i due.
“Sbaglio,” comincia il frate, “o è vero che stamani hanno dato un bando molto importante?”
“Sissignore, frate, è proprio vero!”
“E che cosa dice questo bando, che cosa dice? Già lo sapete
che è doveroso conoscere la volontà del nostro Sovrano per poterla rispettare.”
“Eh, sì... Il bando dice che a partire da domani all’alba, per tutto il giorno, fino al tramonto, maschi e femmine, sposati e nubili, anziani e fanciulle, vedovi e vedove, frati e suore, tutti quanti possono ingropparsi tra loro liberamente.”
Dopo queste parole il frate diventa muto. Ha una espressione pensierosa e afflitta e ogni tanto mugugna tossicchiando “uhm, uhm” .
Stavolta sono i due compari a essere curiosi di sapere che cosa stia passando per la testa al sant’uomo: certamente un simile bando deve averlo sconvolto.
Quando ormai sono giunti nei pressi del paese, i due compari gli si avvicinano e gli chiedono:
“O frate, ci dica: che cosa sta pensando?”
“Eh, io sono molto preoccupato,” risponde il frate, “sto pensando a quanti di noi se ne romperanno, domani!”



6 - GIUANNICU TACCIA

‘Nci fiat una borta unu giovunu chi biviat in d’una bidda de monti, innui is domus fiant fattas massimamenti de linna. Si cravànt in terra tanti bigas e aici si faiant is murus; is bigas si coberriant de taulas postas de longu e aici si fait s'intonacu. Tòccat a isciri chi, in cussa bidda, sa genti usàt attaccai is taulas a is bigas accappiendiddas a spagu, poita fiat a s'antiga. Mentras su giovanu in chistioni - chi heus a nominai Giuannicu - hiat giai inventau sa taccia (e puru sa puncia, s'acciolu e s'obili) e hiat giai scobertu chi cravendidda in duus arrogus de linna, ddus manteniat incravaus s'unu cun s'ateru, sen' 'e si podiri distaccai - comenti maridu e mulleri aundi no c'est su divorziu.
Abetta abetta, Giuanni - chi heus a nomenai s'Homini de sa Taccia - deçidit de passai de is fueddus a is fattus, po poniri a fruttu s'invenzioni sua. E ‘nci fiat puru sa chistioni chi is puncias no fiant ancora brevettadas e calincunu furbu ‘nddi podiat furai s'idea, comenti fiat suççediu a Meucci cun su telefonu, chi si fiat fattu caddigai de Bell. E aici, de bona gana, attàccat a traballai e 'ndi bogat una crobedda prena de puncias. De mengianu chizzi, si ponit sa crobedda in conca e 'nci 'essit po sa 'idda, andendi de bia in bia, zerriendi: "Puncias bellas puntudas! Chini bolit puncias? Una dusina scèti dexi francus!"
Provai a indovinai su chi est suççediu. A sa genti no 'ndi ddi importat nudda de is puncias. E cun rexoni. Poita nisciunu scit ita siat sa puncia, ni a ita serbat, ni comenti s'incravat... Po cussu nisciunu ddi ponit menti e nimancu dd'ascurtat. Chini narat chi est unu trasseri e chini narat chi est unu macu. Calincunu curiosu dònat un'oghiada a sa crobedda e calincun'ateru allònghiat sa manu po 'ndi pigai una in mes' 'e is didus, castiendidda e dimandendisì chi no si trattit de spuligadentis po cuaddu.
Giuanni Taccia - cun custu nomini hat a essiri recordau in sa storia comenti benefattori de s'umanidadi - no s'arrendit. S'inserrat in domu, si sezzit e cumenzat a fai traballai su cerbeddu. Pustis de unu scantus dis de reflessioni, arribat a cumprendi' chi po si fait cumporai su produttu bisòngiat a fai biri in pratiga a sa genti comenti s'appunciat sa taccia e a ita serbit s'incravamentu. Insaras currit a comperai unu megafonu a batteria. Pustis, bessit e si fait su giru de sa bidda, zerriendi: "S'avvertit totu sa populazioni po oi a is quattru de meigama, chi heus a donai una prova pratiga de s'utilidadi de is puncias. Nemus chi manchit! A urtimu, hat a essiri tirau a sorti unu televisori a valigia, inter totus is chi benint."
Giuanni est furbu. Issu scit chi, po cummenzai, depit bogai dinai de bucciacca sua, po podiri bendi' pustis e incasciai; e scit puru chi in su preziu de su produttu ci depit fai intrai unu saccu de spesas, chi in s'economia çivili si nàrant ammortamentu de capitali, interessius semplicis e cumpostus, profittus, ispesas de gestioni e de manuntezioni, rennovu de is impiantus, pagamentus e tacias, pubblicas relaziònis, pubblicidadi, arregallus, migias a sa segretaria e totu s'ateru.
A s'ora sua, Giuanni - de custu momentu deus a nai sceti cun su nomini de Battesimu - si presentat innantis a su mari de genti approviada, po biri sa dimostrazioni pratiga. Prontamenti, issu pigat una biga avatu de s'atera e ddas prantat in terra, una attaccada a s'atera finzas a candu hiat fattu una specie de palizzada; insandus hiat pigau is taulas, e zacchendi corpus de marteddu sen' 'e si firmai nudda, 'nci hiat appunciau is taulas a is bigas.
Luegu acabau su traballu, si girat a sa genti sen' 'e si ammostai fadiau, ma friscu e pausau... e narat: "O Zias e zius! comenti 'osus heis pozziu biri cun is ogus e toccai cun is manus, sen’ ‘e perdiri tempus, ca su perdiri tempus a su chi prus scit prus dispraxit, sen' 'e s'abarrai mirchingendi, accappiendi a funi is taulas cun is bigas, cun s'invenzioni mia, chi si hat a nai taccia o puncia, chi si podit cravai cun d'unu comunu marteddu, s'incravant taulas e bigas s'una a s'atera sen' 'e ddas podiri prus distaccai. Bosaterus heis a nai: Totu apparenzia! E deu inveci nau: zias e zius, castiai beni sen’ ‘e timoria, accostaisì, toccai puru cun manu... Bieis: sa puncia est cravada, ficchida totu a intru de sa linna, no si 'ndi bit prus nudda, sceti sa conca. Forza, provai a tirai, provai a stracciai sen’ ‘e timoria... Fusteti, o su piccioccu, sissi, fusteti, su mannu, su sballadori: marranu chi fusteti no arrennescit a 'ndi tirai cun totu sa forza chi tenit una taula sola, de custas attaccadas a puncia... Heis bistu, zias e zius?"
Arribaus a custu puntu, a sa genti cumenzat a 'nci dd'intrai in conca s'utilidadi de sa puncia, ca hat bistu cun is ogus e hat toccau cun is manus. E puru est ancora pensa pensa, ca timit de fai una cosa in modu differenti de comenti dd'hat sempiri fatta - si podit buscai sa scomuniga de su vicariu po eresia, si podit buscai su presoni de su maresciallu po burdellamentu in s'ordini pubblicu o sa tacia de su sindigu po cuntravvenzioni a is leis de fabbricai domus. Giuanni est attentu: scit totu custu e 'ndi scit ateru puru. E aici andat de su vicariu, de su maresciallu e de su sindigu, portendi a dogniunu unu presenti de puncias in d'una crobedda, faendi prumissa de aterus presentis, si hant a usai is puncias a sumancu po sa domixedda in su saltu.
Custa 'orta 'nci dd' hiat attoppada. Is meris cumenzat a nai beni de is puncias. Sa mulleri de su sindigu pigat in simpatia su giovunu e guai a chi si ddu toccat.
Giuanni Taccia po sa terza 'orta si inserrat in domu e si ponit a fai puncias de bona lena. 'Ndi prenit totu una cambara, pustis dormit una dì e una notti...
Beni pasiau, su mengianu pustis a chizzi, bessit de omu cun duus cartonis appiccaus a su zugu - unu a innantis e unu a palas. A innantis hiat scrittu: “S’homini chi tenit pistocu in bertula usat sempiri sa puncia…” Asutta de su scrittu 'nci fiat disegnada una domu fatta a spagu e una domu fatta a puncia, tot' 'e is duas in mesu de una strossa de aqua e de bentu. Sa prima zichirriat e si oberrit squartarendisì coment' 'e una arenada. Sa sigunda mancu si sanziat, coment' 'e chi nudda fessit e a intru, a su reparu, segurus, a luxi alluta, sonendi su sonettu, sa familia est faendi festa po is dexott'annus de sa filla. In su cartoni de palas sceti s'iscrittu: "Sa socida de sa puncia, criàda in su 1817, premiàda a sa Fiera de Vooroograad… de sa Domu Riali de Madrid.



GIOVANNINO CHIODO

C'era una volta un uomo che viveva in un villaggio sui monti, dove le case sono fatte di legno. Si ficcano tanti pali per terra, e questi sono i pilastri; i pali si rivestono di tavole orizzontali, e queste sono i muri. Ora, in questo villaggio, la gente univa le tavole ai pali legandole con lo spago, perché era arretrata. Mentre il nostro uomo - che chiameremo Giovannino - ha già inventato il chiodo, scoprendo che piantato in due distinti pezzi di legno li tiene inchiodati l'uno all'altro indissolubilmente, come marito e moglie in un paese senza divorzio.
A un certo punto, Giovannino - che chiameremo l'Uomo del chiodo - decide di passare dall'intenzione all'azione, mettendo a frutto l'invenzione. Oltre tutto, non essendo brevettata, poteva essergli carpita da uno più furbo di lui, come accadde a Meucci col telefono, che si fece soffiare l'invenzione da Bell. Si mette quindi all'opera e ne fabbrica un corbello pieno. Di buon mattino se lo mette in testa e se ne esce in giro per le strade del villaggio gridando: "Chiodi, chiodi belli appuntiti! Chi vuole chiodi? Una dozzina soltanto dieci lire!"
Indovinate che cosa accadde? Alla gente non gliene importava nulla, dei chiodi. Per forza! Non sa che cosa sia il chiodo, né a cosa serva, né come si pianti e via discorrendo. Perciò non viene ascoltato. Chi dice che è un impostore e chi sostiene che è matto. Qualcuno per curiosità getta un'occhiata nel corbello e qualcun altro arriva anche a prenderne uno tra le dita chiedendosi se non siano stuzzicadenti per cavallo.
Giovanni del chiodo - con questa denominazione passerà alla storia tra i benefattori dell'umanità - non demorde. Si rinchiude in casa, si siede a tavolino e fa lavorare il cervello. Dopo alcuni giorni di riflessione, capisce che bisogna dare alla gente una dimostrazione pratica e corre difilato ad acquistare un megafono a batteria. Poi fa il giro del paese gridando: "Si invita tutta la popolazione per oggi pomeriggio alle ore sedici e trenta ad assistere a una dimostrazione pratica dell'utilità del chiodo: che nessuno manchi! Al termine verrà sorteggiato tra i presenti un televisore portatile."
Giovanni è astuto. Sa che all'inizio dovrà incentivare l'intrapresa rimettendoci di tasca; ma sa anche che nel prezzo del prodotto ci farà entrare l'ammortamento del capitale, gli interessi semplici e composti, i profitti, le spese di gestione e di manutenzione, il rinnovo degli impianti, le tasse, le public-relation, la pubblicità, i regalucci alla segretaria e tutto il resto.
All'ora fissata, Giovanni - d'ora in avanti lo chiameremo semplicemente col nome di Battesimo - si presenta davanti alla folla convenuta per dare la dimostrazione pratica. Pianta rapidamente tanti pali per terra finché è pronto lo scheletro della casa, quindi prende una dopo l'altra le tavole e menando gran colpi di martello le inchioda ai pali in un battibaleno.
Conclusa l'opera si volta sorridente alla folla e senza il minimo segno di affaticamento dice: "Signore e signori, come tutti hanno potuto vedere coi loro occhi, senza perder tempo, ché il perder tempo a chi più sa più spiace, senza star lì cincischiando a legare con spago, con il mio prodigioso ritrovato chiamato chiodo, debitamente piantato con l'aiuto di un semplicissimo martello, ho fissato le tavole ai pali. Loro diranno: tutta apparenza! E io dico: signore e signori, osservino pure attentamente senza paura, tocchino con mano, si avvicinino, prego: il chiodo è entrato tutto dentro, neppure si vede, soltanto la testa. Coraggio, provino, tirino, strappino senza timore... lei, giovanotto, sì, lei con le spalle forzute: la sfido a staccare coi suoi possenti muscoli una sola di queste tavole fermate col chiodo... Visto, signore e signori?"
A questo punto, la gente comincia a convincersi perché ha visto e toccato. Però è ancora indecisa perché ha paura di fare in modo diverso da come sempre ha fatto - può beccarsi la scomunica dal parroco per eresia, la prigione dal maresciallo per sovversione all'ordine costituito, la multa dal sindaco per contravvenzione alle norme edilizie. Giovanni è perspicace: sa tutto questo e anche altro. Si reca quindi dal parroco, dal maresciallo e dal sindaco recando in dono un corbello di chiodi per ciascuno, promettendo altre regalie se li useranno magari nella costruzione della loro casa di villeggiatura.
Il colpo giunge al bersaglio. Le autorità cominciano a parlare bene dei chiodi. La moglie del sindaco prende sotto la sua protezione il giovane inventore.
Giovanni si chiude per la terza volta in casa e si mette alacremente a fare chiodi. Ne riempie una stanza intera, poi dorme ininterrottamente un giorno e una notte.
Fresco riposato, la mattina dopo di buon'ora esce con due cartelli appesi al collo - uno davanti e uno dietro. Davanti ci sta scritto: L’uomo duro usa il chiodo da muro. Ci sono disegnate una casa fatta a spago e una casa fatta a chiodo, ambedue sollecitate dalle raffiche di un tornado. La prima scricchiola e si squarcia come una melagrana. La seconda resiste intatta infischiandosene - dentro al sicuro gli inquilini festeggiano il compleanno della figlia diciottenne, danzando la sarabanda al suono di una fisarmonica. E di dietro solo la scrittura: La società del chiodo, fondata nel 1817, premiata alla Fiera di Vooroograad, fornitrice della Real Casa di Madrid.



7 - SU PREDI FRAIZZU

In sa bidda de ziu Crisantemu - s’homini prus becciu de Marmilla, chi in custu contu no cumparrit po nudda - fiat arribau su predi nou, ca su becciu dd’hiant promoviu canonigu e hiat fattu s’andada de su fumu.
Luegu arribau, hiat pigau possessu de sa canoniga, de sa cresia e de su cungiau de sa cresia, e totu’ is feminas fiant curtas a dd’arriciri in pompa magna, cun sa maista de iscola e is fillas de Maria in prima fila. Fiat giovuneddu e lillosu, e andàt totu a gianchidus che curculeu in beranu: a s’oghiadura chi ghettàt a is feminas si cumprendiat luegu chi depiat essiri unu grandu bagasseri.
No fiat passau unu mesi chi is hominis hiant giai cumenzau a si ‘ndi chesciai, chistionendindi intra pari, in su magasinu de zia Lionora.
Hiat obertu sa chistioni Giuannicu su sedderi, chi teniat mulleri giovuna, bellixedda e prexerosa, e po cussu fiat su prus espostu a su perigulu.
“Innoi toccat a ddi poniri remediu. No fait a ‘nci ‘essiri de domu po andai a su saltu o po cali atera incumbenzia chi siat, e toppulu! arribat issu, su predi. No nau chi ‘nci sia malesa, narant chi siat unu santu...”
“Gopai miu”, dd’hiat interrumpiu Cirigu su crabargiu, “s’urtimu santu dd’hant arrustiu a cardiga in tempus antigus, e mi parrit chi fessit santu Larenzu”.
“Hat essi’ puru”, fiat intrau in sa chistioni Bartumeu su maistu de linna, “chi siat scundiu, ca s’homini sempiri homini atturat, si puru sia bestiu a gunnedda de predi. Ma is feminas nostas, tòccat a dd’ammittiri, no sunt de cussas chi faint bista sa braghetta e isterrias”.
“Nisciunus est narendi mali de nisciunus. Deu nau sceti chi s’occasioni fait s’homini furoni... e sa femina bagassa.” Fiat interveniu ziu Rafieli su maistu de cubas, unu de is prus beccius de sa cumpangia.
In su mentras chi is hominis fiant discutendi e buffendi in su magasinu, don Enricu, su predi nou, fiat finendi su giru de is bisitas a is animas prus bisongiosas de cunfortu. S’urtima de su giru, Antioghedda Piras, sa mulleri de su sedderi, abettàt sezzia in s’or’ ‘e s’enn’ ‘e ‘omu, pighendi su friscu. Luegu appubau su bestiri nieddu si ‘ndi fiat strantaxada, passendisì sa manu in sa gunnedda frungida.
“Intrit don Enricu, intrit... fia cumenzendi a mi screi.”
“Eh, is animas bisongiosas de cunfortu sunt medas e su giru est mannu e su tempus est pagu e toccat a ddu prezziri...” Hiat respostu don Enricu.
Candu si fiant inserraus in sa cambara de arriciri e su predi sezziu a cadira ‘nd’ hiat bogau a foras su tempus suu, Antioghedda a ogus sprappeddaus si fiat pensada chi po tempus don Enricu ‘ndi teniat in abbundanzia. E totu arranchendi, po no stai a perdiri tempus, si fiat arziada sa gunnedda e dd’hiat incosciau a cuaddeddu.
In su mentras chi su predi fiat narendi su rosariu cun Antioghedda Piras (fiant giai arribaus a sa segunda posta) in su magasinu de zia Lionora is hominis fiant ancora battallendi. Fiant intervenius in sa disputa Matteu, Nicolau, Srebestu, Remundu, Fideli e Diadoru, totus coiaus cun feminas giovunas e cresiasticas, meda affizionadas a is funzionis; sceti is urtimus duus, Fideli e Diadoru, bagadius, ma issus puru in perigulu cun sorris santicas.
S’idea fiat benida in conca a Diadoru, messaiu de pagu terras chi po si bivi faiat su maistu de crapitas.
“Candu unu pegus est colludu andat crastau”, hiat nau comenti chi fessit fueddendi su presidenti in Corti.
“Prontu!” Hiat zerriau Felicinu Murtas su crastadori, arziendisindi de su scannu e accostendisì a s’arrolliu. Totu s’hiat a essiri pozziu nai, ma no chi Felicinu no sciessit fai s’arti sua: ge’ ddu narànt in bidda ca po crastai fiat professori; e cuaddu o crabu o caboni chi fessit, mai dannu hiat tentu; e fiant atturaus totus cuntentus.
Calincunu hiat moviu sa conca, comenti bolessit nai chi sa mexina fessit unu pagu troppu marigosa. “Giustizia pronta, vinditta fatta”, ‘ndi fiat bessiu ziu Gesuminu brigatista pensionau, chi fueddàt totu a dicius e a sentenzias, de candu in su millinoixentusbinti ‘ndi fiat torrau de sa gherra. Su succiu de sa chistioni fiat chi toccàt a pigai tempus, a no teniri pressi, po fai is cosa beni fattas.
“Andat beni!” Hiat ammittiu Diadoru, serrendi sa leppa de crastai a Felicinu e torrendisdda a poni in bucciacca. “Faeus una cosa: scrieus una littera a su predi, comenti chi si dda scriessit una bella bagadia, po ddi donai appuntamentu. Chi non andat est salvu. Chi andat agatat Felicinu e ddu crastat.”
Totus fiant staus de su matessi parri. Sa littera dd’hiat hai scritta Angelineddu, chi a piticu fiat su primu de scola, firmendidda a nomini de Lisabetta Arrosas, su mellus frori de totu sa bidda: nimancu sant’ Antoni s’eremitanu si ‘ndi hat essiri pozziu scabulli’.



IL PRETE INTRAPRENDENTE

Nel paese di zio Crisantemo - l’uomo più vecchio della Marmilla che in questo racconto non compare per nulla - era arrivato il nuovo prete, perché il vecchio l’avevano promosso canonico e si era volatilizzato.
Appena arrivato, aveva preso possesso della canonica, della chiesa e del campo della chiesa, e tutte le donne erano corse a riceverlo in pompa magna, con la maestra di scuola e le Figlie di Maria. Era giovane e pimpante e si muoveva a passetti veloci: da come guardava le donne era facile capire che doveva essere un grande puttaniere.
Non era passato neppure un mese che già gli uomini avevano cominciato a lamentarsi, parlandone tra loro nella bettola di zia Eleonora.
Aveva aperto la questione Giovannino il sellaio che aveva una moglie giovane, graziosa e vivace, e per questo era il più esposto al pericolo.
“Qui bisogna trovare una soluzione. Non ci si può fidare a uscire di casa per andare in campagna o per qualunque altra incombenza che... eccolo! arriva lui, il prete. Non dico che ci sia del male, dicono che sia un santo...”
“Compare mio”, lo aveva interrotto Ciriaco il capraio, “l’ultimo santo lo hanno arrostito nella graticola molto tempo fa, e mi sembra che fosse san Lorenzo”.
“Sarà anche così”, era entrato nella discussione Bartolomeo il falegname, “che sia poco serio, ma l’uomo sempre uomo resta anche se vestito con la gonnella da prete. Ma le nostre donne, bisogna ammetterlo, non sono di quelle che fanno visto il maschio e aperte le gambe”.
“Nessuno sta parlando male di nessuno. Io dico soltanto che l’occasione fa l’uomo ladro... e la donna puttana”. Era intervenuto zio Raffaele il carpentiere, uno dei più anziani della compagnia.
Intanto che gli uomini discutevano e bevevano nella bettola, don Enrico il prete nuovo stava finendo il giro delle visite alle anime maggiormente bisognose di conforto. L’ultima del giro, Antiochina Piras, la moglie del sellaio, attendeva seduta sulla soglia di casa godendosi il fresco. Appena intravista la veste nera si era levata in piedi rassettandosi con la mano la gonna sgualcita.
“Si accomodi, don Enrico, si accomodi... Cominciavo a pensare che non sarebbe venuto”.
“Eh, le anime bisognose di conforto sono tante, il giro è grande, il tempo è poco e bisogna dividerlo... “Aveva risposto don Enrico.
Quando si erano rinchiusi nel salotto e il prete seduto comodo aveva tirato fuori il suo tempo, Antiochina sgranando gli occhi aveva pensato che di tempo don Enrico ne aveva in abbondanza. E lei ansimando forte, per non perdere il tempo, si era sollevata la gonna e gli si era messa sopra a cavalluccio.
Intanto che il prete recitava il rosario con Antiochina Piras (erano già arrivati al secondo mistero gaudioso) nella bettola di zia Eleonora gli uomini stavano ancora discutendo. Erano intervenuti nella disputa Matteo, Nicola, Sebastiano, Raimondo, Fedele e Diadoro, tutti sposati con donne chiesastiche, molto assidue alle funzioni religiose, esclusi gli ultimi due, Fedele e Diadoro, scapoli ma in pericolo, con sorelle bigotte.
L’idea era venuta in testa a Diadoro, contadino con poche terre che per vivere faceva il calzolaio. “Se un animale è troppo virile è necessario castrarlo”, aveva detto come se fosse un presidente in tribunale.
“Pronto!” Aveva gridato Felicino Murtas il castratore alzandosi dallo scanno e avvicinandosi al gruppo. Tutto si sarebbe potuto dire ma non che Felicino non conoscesse il suo mestiere: lo dicevano tutti in paese che lui per castrare era un professore; e cavallo o capro o gallo che fosse mai nessuno aveva avuto danno ed e tutti erano rimasti soddisfatti.
Qualcuno aveva scosso la testa come se volesse dire che forse quella medicina era un po’ troppo amara. “Giustizia pronta, vendetta fatta!” Aveva buttato lì zio Gesuino brigatista pensionato che si esprimeva con proverbi e sentenze da quando, nel millenovecentoventi, era tornato dalla guerra. Il nocciolo della questione era che bisognava prendere tempo, non bisognava avere fretta per fare le cose ben fatte.
“Va bene!” Aveva ammesso Diadoro, chiudendo il coltello a serramanico a Felicino e rimettendoglielo in tasca. “Facciamo una cosa: scriviamo una lettera al prete, come se l’avesse scritta una bella fanciulla, per dargli un appuntamento. Se non ci va, è salvo. Se ci va, trova Felicino e lo castra.”
Si trovarono tutti d’accordo. La lettera l’avrebbe scritta Angelino che da piccolo era il primo della classe, firmandola a nome di Elisabetta Rosas, sedici anni, il più bel fiore di tutto il paese: neppure sant’ Antonio l’eremita si sarebbe potuto salvare.



8 - SU SABIU

Narant is antigus chi ziu AntoniPepi fiat un homini meda sabiu, chi biviat appizzus de unu cuccuru de nuraxi, sempiri filosofendi. Narant puru chi portàt sa conca che unu casiddu de abis: s'intendiat de attesu su morighingiu de su cerbeddu.
Una dì, castiendi a basciu, hiat bistu unu pastori beccixeddu chi asutta de una matta de ollastu fiat tingendisì is pilus de conca. A ziu AntoniPepi ci ddi fiat scappau s'arrisu, e dd'hiat zerriau:
"Ma poita no ti tingis is genugus? Tanti, is pilus ti 'nd' hant arrui, mentras is genugus t'hant abarrai!"

(Tradusiu liberamenti de su gregu. antigu)



IL SAVIO

Dicono i vecchi che zio AntoniPepi era un uomo molto saggio, che viveva in cima a un nuraghe, sempre filosofando. Dicono anche che aveva la testa come un alveare: si sentiva da lontano il ronzare del suo cervello.
Un giorno, guardando in basso, vide un pastore anziano che si stava tingendo i capelli sotto un albero di olivastro. A zio AntoniPepi scappò una risata, e gli gridò:
"Ma perché non ti tingi le ginocchia? Tanto, i capelli ti cadranno, mentre le ginocchia ti resteranno!"

(Tradotto liberamente dal greco. antico)



9 - SU TONTU

Un'homini tontu fiat chistionendi cun duus amigus. Unu de custus naràt:
"Sgannai sa brebei est una cosa fatta mali, poita donat latti e lana a sa genti."
E s'ateru sighit:
"Però no cumbenit mancu a bocciri sa bacca, ca si procurat latti e tirat s'arau."
E su tontu aggiungit:
"E mancu a bocci' su porcheddu cumbenit, ca si procurat figau e pezza bona meda."

(Tradusiu liberamenti de su gregu antigu)



LO STUPIDO

Un uomo stupido parlava con due amici. Uno di questi diceva:
"Sgozzare la pecora è cosa sbagliata, perché dà latte e lana alla gente."
E l'altro segue:
"E neanche la mucca conviene uccidere, ché procura latte e tira l'aratro."
E lo stupido aggiunge:
"E neppure il maialetto conviene, ché procura fegato e carne saporita."

(Tradotto liberamente dal greco.)



10 - SU CONTU DE SU MANDRONI RICCU E FURBU

Antiogu, meri de meda terra, fiat nomenau po essiri s’homini prus mandroni de totu sa bidda.
Una dì fiat andau de Bissenti su ferreri, po si fai fai sa maniga noba a sa marra.
Ddui fiant in sa buttega de su ferreri una pariga de gopais chi, intendia sa commissioni de Antiogu su mandroni, hiant pensau de ddi fai una brulla.
De accordiu cun Bissenti su ferreri hiant preparau a sa marra una maniga longa meda, anzis spropositada, chi po dda usai marrendi no ddui podiat de siguru essiri bisongiu de s’incrubai. In summa, una marra po mandroni.
Sa dì chi Antiogu depiat beniri a sa buttega po ‘nd’ arretirai sa marra finia, sa cambarada de is gopais fiat cuada a palas de su muru, po biri su chi hiat a sunççedi’, e po si spassiai a pizzus de su mandroni.
Ma Antiogu - mandroni sì, riccu puru, ma no tontu - bista sa marra finia hiat cumprendiu sa trassa e hiat pensau de ddis torrai sa pillota.
Hiat nau: “Gopai Bissenti, ita dimoniu de marra m’heis acconciau?”
E Bissenti su Ferreri, arrispondendi luegu e prontu: “Poita, Gopai Antiogu, sa maniga est troppu longa?”
“Ma cali longa!” Ddi torrat Antiogu: “Custa maniga est troppu curza po mei: gei ddu scieis ca deu marru sceti sezziu a cuaddu!”



LA STORIA DELLO SFATICATO RICCO E FURBO

Antioco, padrone di molta terra, era famoso per essere l’uomo più poltrone del paese.
Un giorno andò da Vincenzo il fabbro per farsi rifare il manico alla zappa.
C’erano nella bottega del fabbro alcuni compari, i quali, sentita la richiesta di Antioco lo sfaticato, avevano pensato di fargli una burla. D’accordo con Vincenzo il fabbro, avevano preparato alla zappa un manico molto lungo, addirittura spropositato, di modo che usandola per zappare non ci sarebbe stato certamente bisogno di chinarsi. Insomma, una zappa da sfaticato.
Il giorno che Antioco sarebbe dovuto venire alla bottega per ritirare la zappa pronta, il gruppetto dei compari si era nascosto dietro il muro per vedere ciò che sarebbe successo e divertirsi alle spalle di quel poltrone.
Ma Antioco - poltrone sì, ricco pure, ma tonto no - vista la zappa finita capì che c’era sotto una burla e pensò di rendere la pariglia.
Disse: “Compare Vincenzo, che diavolo di zappa mi ha approntato? “
E Vincenzo il fabbro, rispondendo prontamente: “Perché, compare Antioco, il manico è forse troppo lungo?”
“Ma che lunga!” Lo incalza Antioco: “Questo manico è troppo corto per me: eppure dovreste saperlo che io zappo soltanto stando in sella al cavallo!”

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