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Presentazione

Se volessimo giocare con i paradossi potremmo fare il verso a quanti amano interpretare la storia della Sardegna individuando un costante attardamento rispetto agli svolgimenti della cultura nazionale. E coglieremmo, nel racconto Il camposanto nuovo di Ugo Dessy, un'anticipazione di situazioni, atmosfere e stati d'animo inediti nella coeva produzione letteraria italiana.
La datazione che l'autore dà per questo testo riporta, infatti, agli anni 1948/1949, un'età che, sul piano nazionale, ancora risentiva del fervore, delle attese e dei gusti progettuali derivanti dalla Resistenza, dalla fine della guerra, da quella ricostruzione alla quale tutti partecipavano, sia pure con ruoli differenti, ma con un'identica speranza di rinnovamento.
E' vero che Dessy non dichiara se il racconto sia stato nel corso degli anni rimaneggiato e adattato al mutare dei tempi (come qualche elemento farebbe supporre) e del resto non dice - e sarebbe importante sapere- se già sul finire degli anni Quaranta l'avesse concepito e redatto in versione bilingue sarda e italiana, certo è che Il camposanto nuovo in nessun modo appartiene al clima che fortemente ha segnato la produzione letteraria italiana.
Una spiegazione può essere trovata nei diversi andamenti della storia sarda rispetto a quella nazionale: "La Sardegna - ha scritto Manlio Brigaglia- è l'unica regione d'Italia che non abbia conosciuto, sul suo territorio, la guerra guerreggiata. Le sono stati risparmiati lutti e distruzioni, ma è mancata alla società sarda - si sostiene- quella tensione morale, quel salto di qualità civica che è toccato ad altre regioni d'Italia. Si può immaginare anche che alla Sardegna sarebbe venuta, dall'esperienza diretta della guerra e della Resistenza, una qualche influenza modernizzatrice, anch'essa mancata".
Diciamo allora, che Il camposanto nuovo contiene insieme il nuovo e il vecchio. Anticipa una situazione di divisione civile, di aspra (e tuttavia angusta) contrapposizione partitica che di lì a qualche anno dovrà portare l'Italia alla paralisi e, nei primi anni Novanta, ad un vero e proprio sfascio. Contemporaneamente richiama un modo di essere da lungo tempo conosciuto (almeno in Sardegna: ma della Sardegna soltanto parliamo essendo sardo l'autore e sardo d'ambientazione il racconto, convinti del resto che tutto il mondo è paese e la bega, la camarilla locale, le risse municipali non sono soltanto una nostra dolente "specificità"). Già nel secolo scorso, infatti, in un romanzo di Enrico Costa intitolato Paolina (1874), il mondo della politica paesana era stato descritto nei suoi aspetti negativi e presentato con la necessaria ironia da un autore che scriveva: "Bisognava vedere con quanta serietà, con quanto calore e con quanto interesse si trattavano le cose patrie in quei due formicolai! Tutti erano mossi dall'amore del luogo natio, dal bene del paese, da spirito di progresso - a sentirli, essi erano i padri della patria, i tutori della felicità pubblica, i veri angeli dell'umanità".
I due "formicolai" che Il camposanto nuovo rappresenta sono le moderne parti politiche: quella che esprime il sindaco e l'onorevole con le giuste entrature, benedetta quindi dal potere politico romano e dal vescovo, e quella che interpreta il ruolo d'opposizione, "rossa" e inevitabilmente destinata a soccombere, quando non ci metta mano l'imprevedibilità del caso, come nel racconto avviene.
Occorre dire che Ugo Dessy, sotto il profilo biografico, appare schierato in questo secondo campo. giornalista, scrittore, ma soprattutto "politico" di vasto impegno ha trascorso un'intera esistenza "militante", nutrendo profondo amore per il mondo tradizionale sardo che ha lungamente indagato e descritto. Gli devono quindi essere riconosciute una passione (che nel racconto conserva la giusta misura e non condiziona la mano dell'autore) e una conoscenza degli ambienti e degli umori (dalla quale derivano sapidi ritratti e appropriate notazioni psicologiche).
Il camposanto nuovo narra della realizzazione di un'opera pubblica sbagliata per faciloneria progettuale e incuria amministrativa.
"Fatti e persone del mio racconto sono frutto di fantasia", sostiene l'autore che pure ama precisare d'essere venuto a conoscenza, in epoca successiva alla stesura del testo, di episodi analoghi (uno descritto da un viaggiatore, l'altro riportato da un testimone dei fatti) che confermano come talvolta la fantasia debba cedere le armi di fronte ai vari casi del reale e come, d'altra parte; l'episodio narrato possa avere un valore esemplare.
Il camposanto nuovo è, in sostanza, un'opera di regime costruita in un luogo impossibile e tuttavia fortemente voluta dagli amministratori del paese che in tal modo possono dimostrare la propria sollecitudine per il bene della collettività e gli appoggi di cui godono nelle alte sfere della politica. Un'opera destinata a confondere gli oppositori locali che alla fine riescono ad ottenere una rivincita ma che il racconto presenta come perdenti e in buona misura rassegnati, incapaci di competere. Così che il loro agire prevedibile e le loro figure scialbe quasi scompaiono di fronte al sindaco, vero personaggio da commedia popolare, descritto come appare agli occhi della moglie, a suo modo "donna di garbo", avendo frequentato per tre anni "su collegiu 'e is mongias de Santu Giuseppi, e no ddi prasciant is modus de fai cafonis de su maridu, sempiri tramesu e bois e brebis, no podiat connosciri is maneras zivilis". Ma siffatto cafone è la massima autorità del paese, può dare disposizioni alle guardie campestri, convoca il parroco e l'appuntato dei carabinieri, riceve il vescovo e l'onorevole (quello che aveva procurato i finanziamenti) quando arrivano per la cerimonia inaugurale, il politico accompagnato dalla moglie, "unu schissiu de femina totu fragosa e prena de oreria, cadenellas e cadenazzus, cun sa conca de pilus brundus che pall''e trigu, chi andat trottoscendisì asuba de una pariga de crapittas artas de no si podiri cumprendi cumenti mai no 'nd'arruessit".
Nella sua brevità il racconto può essere inteso come un apologo che dice di quello che siamo stati, e ancora siamo, regionalmente e nazionalmente, caduta la tensione morale del dopoguerra, per chi l'aveva avuta, e comunque destinati alla bassa cucina di una politica troppo discosta dai valori ideali proclamati.
Il camposanto nuovo è stato scritto da Dessy nelle due versioni sarda e italiana, la qual cosa, naturalmente, propone i problemi che usualmente accompagnano i testi bilingui: se l'uno sia traduzione dell'altro, quale il meglio riuscito e, poiché di sardo si tratta, e cioè di una lingua per la quale neppure esiste un certo canone ortografico, oltre che una consolidata tradizione d'uso letterario, se l'autore si sia condotto in maniera condividibile oppure no.
Senza entrare nel merito di tali questioni bisognerà attribuire a Dessy il merito che divide con gli altri scrittori ai quali dobbiamo un certo numero di opere, per lo più degli ultimi anni, composte il lingua sarda. Non c'é dubbio alcuno sul fatto che tra i modi per tutelare una lingua (per consentirle di esprimere vitalità) uno dei più importanti consista nell'impiegarla nell'uso scritto e, in specie, nella scrittura di opere narrative. Sotto tale profilo il racconto di Dessy aggiunge un contributo ad una generale battaglia cui non si può non riconoscere validità culturale.

GIUSEPPE MARCI

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