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Indice articoli


Introduzione

Testimonianza di Emanuele Domenech tratta dal suo libro di viaggio scritto nel 1867 e pubblicato nel 1930:

"Non racconto l'aneddotto seguente con l'intenzione di burlarmi del Consiglio municipale di Villanova: vediamo troppo spesso in Europa Consigli più importanti di questo prendere deliberazioni improntate a una intelligenza non meno acuta...
Avendo un giorno il Consiglio municipale di Villanova deliberato nella sua alta saggezza la costruzione di un nuovo cimitero, fece elevare, in un terreno comunale, grandi muri quadrati tutt'intorno. Questa costruzione occupò naturalmente molto tempo e denaro. Quando i muri furono elevati e il cimitero benedetto, morì un fornaio che doveva essere sotterrato l'indomani del mio arrivo nel villaggio.
I funerali si fecero con solennità d'uso, e tutto andò a meraviglia fino al momento della sepoltura. Il becchino provò allora a scavare una fossa, ma dovunque il piccone batteva, risonava come sul marmo. Dopo un'ora di tentativi infruttuosi, s'accorse che i muri non circondavano che un vasto campo di granito. Occorreva perciò adoperare le mine per scavare le tombe: questo mezzo, lungo quanto costoso, fu giudicato inadattabile e il corpo del fornaio, in attesa della costruzione di un terzo cimitero, dovette essere sotterrato nel vecchio, con gran contrarietà della famiglia e degli amici. (Emanuele Domenech - Pastori e banditi - Cagliari 1930 - pag. 99)

"A Marrubiu, allora frazione di Terralba, il vecchio camposanto era stato raggiunto, e superato, dalle case di nuova costruzione che necessariamente tendevano ad avanzare verso la stazione ferroviaria. Se la strada ferrata fosse stata fatta passare a Est e non a Ovest - appunto a lato del camposanto - va da sé che la Società costruttrice ci avrebbe rimesso, ma il naturale incremento demografico e il conseguente allargamento della superficie edificata avrebbero trovato spazio vitale per almeno due chilometri, fino cioè a congiungersi con l'abitato di Terralba. E chissà, come è accaduto per Buda e Pest, anche Terralba e Marrubiu avrebbero potuto fondersi in un unico centro che si sarebbe potuto denominare Terrubia, ovvero "Terra-rossa". Toponomastico più calzante dato che in località s'Isca la terra rossastra non manca; mentre di "alba", nel senso di "nascita del progresso", dopo tanti secoli, non se ne vede neppure l'ombra.
La stazione ferroviaria, dunque, come cordone ombelicale che legava la comunità con il resto del piccolo mondo isolano: e tutti a costruire la casa verso quel punto di attrazione, una corsa all'Eldorado. Credo che esistano leggi che vietano la costruzione di case di abitazione oltre certi limiti di distanza da un camposanto. Chi di dovere deve essersi dimenticato di far rispettare quelle leggi - che non potevano essere rispettate soltanto in virtù del sacro timore che i morti incutono ai vivi. Il fatto è che le case ci sono, tutt'intorno al sacro recinto dove i morti, si fa per dire, riposano in pace.
Gli amministratori si rendono conto della faccenda, e considerano anche l'affollamento mortuario nel funebre recinto, deliberano di costruire un nuovo camposanto, stavolta oltre la ferrovia, e ben distante dall'abitato: su per giù un chilometro, che non è molto nell'era della motorizzazione che ha sostituito le vecchie "lettieras", portantine a spalla o a traino animale, con il "Millecento" furgoncino adattato.
Fare un camposanto non è costoso: basta trovare un campo e recingerlo con un muro alto almeno due metri, senza neppure cementarvi nel colmo i classici cocci di vetro che rendono più difficile il mestiere del ladro (il quale tuttavia non si perde d'animo per così poco: basta una vecchia coperta gettata sopra il muro, e il gioco è fatto). Inutile difesa, sormontare con cocci di vetro il muro di un camposanto: i sardi, a differenza dei loro colonizzatori cartaginesi e romani, non usano mettere nelle tombe insieme ai morti fior di marenghi e pietre preziose.
Per farla breve, il muro venne eretto e un fabbro costruì il cancello d'ingresso che un muratore cementò con robuste gaffe ai due pilastri. Il camposanto nuovo era pronto in attesa del primo che fosse in qualche modo morto.
Il giorno arrivò. E mentre nel paese i rintocchi lenti della campana di chiesa echeggiavano funebri, il becchino preso il piccone inforcò la bicicletta e corse a scavare la fossa. Dovette restarci parecchio male, l'innocente, quando si avvide che per quanto picchiasse sodo la crosta di roccia trovata dopo il primo palmo di terra neppure si scalfiva. Ottimista, come lo sono di solito tutti i becchini, pensò che forse la roccia era soltanto "in quel punto lì", e di buona lena si accinse a fare la fossa da un'altra parte. Niente da fare. Ovunque picchiasse, sotto la cotica di terra, c'era un solido banco di roccia - per la precisione "Perda Niedda", basalto compatto che non si rompe neppure con la dinamite.
Il morto che già si era avviato dalla chiesa insieme al lungo corteo in direzione del nuovo camposanto, dovette fare marcia indietro e trovare un posticino nel vecchio. Fra le tante voci che circolarono in paese, una sostenne che era stata tutta una "magia" fatta dal morto che aveva paura a star lì lontano tutto solo in quel recinto deserto e preferiva stare in compagnia."

Ho riportato due episodi simili accaduti in periodi e luoghi diversi in Sardegna (ma chissà anche in quante altre località del mondo). Il primo, testimoniato da un viaggiatore francese, il Domenech nel 1930; il secondo testimoniato oralmente da un anonimo terralbese non ricordo esattamente l'anno, diciamo con sicurezza negli Anni Cinquanta. Ciò che è singolare è il fatto che io ho scritto il racconto che si intitola Il camposanto nuovo, senza che avessi notizia dei due episodi citati. Pertanto fatti e persone descritti nel racconto sono frutto di fantasia - anche se si possono riferire sia a Villanova che a Marrubiu (eccettuata la dicotomia bianco-rosso che, per quel che riguarda la realtà dei nostri paesi, poteva anche essere verde-marron, ciascun colore identificato in un clan che con l'avvento dei partiti politici tende sempre più a diventare cosca mafiosa.

Ugo Dessy


Un ringraziamento a:
Valeria Campurra, Paola Pias
e Emanuela Anedda

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