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camposanto

UGO DESSY


SU CAMPUSANTU NOU
IL CAMPOSANTO NUOVO


Editrice - Condaghes

Collana a cura di Giuseppe Bianco e Giovanni Manca / consulenza letteraria a cura di Giuseppe Marci / Grafica e disegni di Roberto Puzzu / Stampato nel mese di maggio 1993 dalla Tip. Moderna - Sassari

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Presentazione

Se volessimo giocare con i paradossi potremmo fare il verso a quanti amano interpretare la storia della Sardegna individuando un costante attardamento rispetto agli svolgimenti della cultura nazionale. E coglieremmo, nel racconto Il camposanto nuovo di Ugo Dessy, un'anticipazione di situazioni, atmosfere e stati d'animo inediti nella coeva produzione letteraria italiana.
La datazione che l'autore dà per questo testo riporta, infatti, agli anni 1948/1949, un'età che, sul piano nazionale, ancora risentiva del fervore, delle attese e dei gusti progettuali derivanti dalla Resistenza, dalla fine della guerra, da quella ricostruzione alla quale tutti partecipavano, sia pure con ruoli differenti, ma con un'identica speranza di rinnovamento.
E' vero che Dessy non dichiara se il racconto sia stato nel corso degli anni rimaneggiato e adattato al mutare dei tempi (come qualche elemento farebbe supporre) e del resto non dice - e sarebbe importante sapere- se già sul finire degli anni Quaranta l'avesse concepito e redatto in versione bilingue sarda e italiana, certo è che Il camposanto nuovo in nessun modo appartiene al clima che fortemente ha segnato la produzione letteraria italiana.
Una spiegazione può essere trovata nei diversi andamenti della storia sarda rispetto a quella nazionale: "La Sardegna - ha scritto Manlio Brigaglia- è l'unica regione d'Italia che non abbia conosciuto, sul suo territorio, la guerra guerreggiata. Le sono stati risparmiati lutti e distruzioni, ma è mancata alla società sarda - si sostiene- quella tensione morale, quel salto di qualità civica che è toccato ad altre regioni d'Italia. Si può immaginare anche che alla Sardegna sarebbe venuta, dall'esperienza diretta della guerra e della Resistenza, una qualche influenza modernizzatrice, anch'essa mancata".
Diciamo allora, che Il camposanto nuovo contiene insieme il nuovo e il vecchio. Anticipa una situazione di divisione civile, di aspra (e tuttavia angusta) contrapposizione partitica che di lì a qualche anno dovrà portare l'Italia alla paralisi e, nei primi anni Novanta, ad un vero e proprio sfascio. Contemporaneamente richiama un modo di essere da lungo tempo conosciuto (almeno in Sardegna: ma della Sardegna soltanto parliamo essendo sardo l'autore e sardo d'ambientazione il racconto, convinti del resto che tutto il mondo è paese e la bega, la camarilla locale, le risse municipali non sono soltanto una nostra dolente "specificità"). Già nel secolo scorso, infatti, in un romanzo di Enrico Costa intitolato Paolina (1874), il mondo della politica paesana era stato descritto nei suoi aspetti negativi e presentato con la necessaria ironia da un autore che scriveva: "Bisognava vedere con quanta serietà, con quanto calore e con quanto interesse si trattavano le cose patrie in quei due formicolai! Tutti erano mossi dall'amore del luogo natio, dal bene del paese, da spirito di progresso - a sentirli, essi erano i padri della patria, i tutori della felicità pubblica, i veri angeli dell'umanità".
I due "formicolai" che Il camposanto nuovo rappresenta sono le moderne parti politiche: quella che esprime il sindaco e l'onorevole con le giuste entrature, benedetta quindi dal potere politico romano e dal vescovo, e quella che interpreta il ruolo d'opposizione, "rossa" e inevitabilmente destinata a soccombere, quando non ci metta mano l'imprevedibilità del caso, come nel racconto avviene.
Occorre dire che Ugo Dessy, sotto il profilo biografico, appare schierato in questo secondo campo. giornalista, scrittore, ma soprattutto "politico" di vasto impegno ha trascorso un'intera esistenza "militante", nutrendo profondo amore per il mondo tradizionale sardo che ha lungamente indagato e descritto. Gli devono quindi essere riconosciute una passione (che nel racconto conserva la giusta misura e non condiziona la mano dell'autore) e una conoscenza degli ambienti e degli umori (dalla quale derivano sapidi ritratti e appropriate notazioni psicologiche).
Il camposanto nuovo narra della realizzazione di un'opera pubblica sbagliata per faciloneria progettuale e incuria amministrativa.
"Fatti e persone del mio racconto sono frutto di fantasia", sostiene l'autore che pure ama precisare d'essere venuto a conoscenza, in epoca successiva alla stesura del testo, di episodi analoghi (uno descritto da un viaggiatore, l'altro riportato da un testimone dei fatti) che confermano come talvolta la fantasia debba cedere le armi di fronte ai vari casi del reale e come, d'altra parte; l'episodio narrato possa avere un valore esemplare.
Il camposanto nuovo è, in sostanza, un'opera di regime costruita in un luogo impossibile e tuttavia fortemente voluta dagli amministratori del paese che in tal modo possono dimostrare la propria sollecitudine per il bene della collettività e gli appoggi di cui godono nelle alte sfere della politica. Un'opera destinata a confondere gli oppositori locali che alla fine riescono ad ottenere una rivincita ma che il racconto presenta come perdenti e in buona misura rassegnati, incapaci di competere. Così che il loro agire prevedibile e le loro figure scialbe quasi scompaiono di fronte al sindaco, vero personaggio da commedia popolare, descritto come appare agli occhi della moglie, a suo modo "donna di garbo", avendo frequentato per tre anni "su collegiu 'e is mongias de Santu Giuseppi, e no ddi prasciant is modus de fai cafonis de su maridu, sempiri tramesu e bois e brebis, no podiat connosciri is maneras zivilis". Ma siffatto cafone è la massima autorità del paese, può dare disposizioni alle guardie campestri, convoca il parroco e l'appuntato dei carabinieri, riceve il vescovo e l'onorevole (quello che aveva procurato i finanziamenti) quando arrivano per la cerimonia inaugurale, il politico accompagnato dalla moglie, "unu schissiu de femina totu fragosa e prena de oreria, cadenellas e cadenazzus, cun sa conca de pilus brundus che pall''e trigu, chi andat trottoscendisì asuba de una pariga de crapittas artas de no si podiri cumprendi cumenti mai no 'nd'arruessit".
Nella sua brevità il racconto può essere inteso come un apologo che dice di quello che siamo stati, e ancora siamo, regionalmente e nazionalmente, caduta la tensione morale del dopoguerra, per chi l'aveva avuta, e comunque destinati alla bassa cucina di una politica troppo discosta dai valori ideali proclamati.
Il camposanto nuovo è stato scritto da Dessy nelle due versioni sarda e italiana, la qual cosa, naturalmente, propone i problemi che usualmente accompagnano i testi bilingui: se l'uno sia traduzione dell'altro, quale il meglio riuscito e, poiché di sardo si tratta, e cioè di una lingua per la quale neppure esiste un certo canone ortografico, oltre che una consolidata tradizione d'uso letterario, se l'autore si sia condotto in maniera condividibile oppure no.
Senza entrare nel merito di tali questioni bisognerà attribuire a Dessy il merito che divide con gli altri scrittori ai quali dobbiamo un certo numero di opere, per lo più degli ultimi anni, composte il lingua sarda. Non c'é dubbio alcuno sul fatto che tra i modi per tutelare una lingua (per consentirle di esprimere vitalità) uno dei più importanti consista nell'impiegarla nell'uso scritto e, in specie, nella scrittura di opere narrative. Sotto tale profilo il racconto di Dessy aggiunge un contributo ad una generale battaglia cui non si può non riconoscere validità culturale.

GIUSEPPE MARCI



Introduzione

Testimonianza di Emanuele Domenech tratta dal suo libro di viaggio scritto nel 1867 e pubblicato nel 1930:

"Non racconto l'aneddotto seguente con l'intenzione di burlarmi del Consiglio municipale di Villanova: vediamo troppo spesso in Europa Consigli più importanti di questo prendere deliberazioni improntate a una intelligenza non meno acuta...
Avendo un giorno il Consiglio municipale di Villanova deliberato nella sua alta saggezza la costruzione di un nuovo cimitero, fece elevare, in un terreno comunale, grandi muri quadrati tutt'intorno. Questa costruzione occupò naturalmente molto tempo e denaro. Quando i muri furono elevati e il cimitero benedetto, morì un fornaio che doveva essere sotterrato l'indomani del mio arrivo nel villaggio.
I funerali si fecero con solennità d'uso, e tutto andò a meraviglia fino al momento della sepoltura. Il becchino provò allora a scavare una fossa, ma dovunque il piccone batteva, risonava come sul marmo. Dopo un'ora di tentativi infruttuosi, s'accorse che i muri non circondavano che un vasto campo di granito. Occorreva perciò adoperare le mine per scavare le tombe: questo mezzo, lungo quanto costoso, fu giudicato inadattabile e il corpo del fornaio, in attesa della costruzione di un terzo cimitero, dovette essere sotterrato nel vecchio, con gran contrarietà della famiglia e degli amici. (Emanuele Domenech - Pastori e banditi - Cagliari 1930 - pag. 99)

"A Marrubiu, allora frazione di Terralba, il vecchio camposanto era stato raggiunto, e superato, dalle case di nuova costruzione che necessariamente tendevano ad avanzare verso la stazione ferroviaria. Se la strada ferrata fosse stata fatta passare a Est e non a Ovest - appunto a lato del camposanto - va da sé che la Società costruttrice ci avrebbe rimesso, ma il naturale incremento demografico e il conseguente allargamento della superficie edificata avrebbero trovato spazio vitale per almeno due chilometri, fino cioè a congiungersi con l'abitato di Terralba. E chissà, come è accaduto per Buda e Pest, anche Terralba e Marrubiu avrebbero potuto fondersi in un unico centro che si sarebbe potuto denominare Terrubia, ovvero "Terra-rossa". Toponomastico più calzante dato che in località s'Isca la terra rossastra non manca; mentre di "alba", nel senso di "nascita del progresso", dopo tanti secoli, non se ne vede neppure l'ombra.
La stazione ferroviaria, dunque, come cordone ombelicale che legava la comunità con il resto del piccolo mondo isolano: e tutti a costruire la casa verso quel punto di attrazione, una corsa all'Eldorado. Credo che esistano leggi che vietano la costruzione di case di abitazione oltre certi limiti di distanza da un camposanto. Chi di dovere deve essersi dimenticato di far rispettare quelle leggi - che non potevano essere rispettate soltanto in virtù del sacro timore che i morti incutono ai vivi. Il fatto è che le case ci sono, tutt'intorno al sacro recinto dove i morti, si fa per dire, riposano in pace.
Gli amministratori si rendono conto della faccenda, e considerano anche l'affollamento mortuario nel funebre recinto, deliberano di costruire un nuovo camposanto, stavolta oltre la ferrovia, e ben distante dall'abitato: su per giù un chilometro, che non è molto nell'era della motorizzazione che ha sostituito le vecchie "lettieras", portantine a spalla o a traino animale, con il "Millecento" furgoncino adattato.
Fare un camposanto non è costoso: basta trovare un campo e recingerlo con un muro alto almeno due metri, senza neppure cementarvi nel colmo i classici cocci di vetro che rendono più difficile il mestiere del ladro (il quale tuttavia non si perde d'animo per così poco: basta una vecchia coperta gettata sopra il muro, e il gioco è fatto). Inutile difesa, sormontare con cocci di vetro il muro di un camposanto: i sardi, a differenza dei loro colonizzatori cartaginesi e romani, non usano mettere nelle tombe insieme ai morti fior di marenghi e pietre preziose.
Per farla breve, il muro venne eretto e un fabbro costruì il cancello d'ingresso che un muratore cementò con robuste gaffe ai due pilastri. Il camposanto nuovo era pronto in attesa del primo che fosse in qualche modo morto.
Il giorno arrivò. E mentre nel paese i rintocchi lenti della campana di chiesa echeggiavano funebri, il becchino preso il piccone inforcò la bicicletta e corse a scavare la fossa. Dovette restarci parecchio male, l'innocente, quando si avvide che per quanto picchiasse sodo la crosta di roccia trovata dopo il primo palmo di terra neppure si scalfiva. Ottimista, come lo sono di solito tutti i becchini, pensò che forse la roccia era soltanto "in quel punto lì", e di buona lena si accinse a fare la fossa da un'altra parte. Niente da fare. Ovunque picchiasse, sotto la cotica di terra, c'era un solido banco di roccia - per la precisione "Perda Niedda", basalto compatto che non si rompe neppure con la dinamite.
Il morto che già si era avviato dalla chiesa insieme al lungo corteo in direzione del nuovo camposanto, dovette fare marcia indietro e trovare un posticino nel vecchio. Fra le tante voci che circolarono in paese, una sostenne che era stata tutta una "magia" fatta dal morto che aveva paura a star lì lontano tutto solo in quel recinto deserto e preferiva stare in compagnia."

Ho riportato due episodi simili accaduti in periodi e luoghi diversi in Sardegna (ma chissà anche in quante altre località del mondo). Il primo, testimoniato da un viaggiatore francese, il Domenech nel 1930; il secondo testimoniato oralmente da un anonimo terralbese non ricordo esattamente l'anno, diciamo con sicurezza negli Anni Cinquanta. Ciò che è singolare è il fatto che io ho scritto il racconto che si intitola Il camposanto nuovo, senza che avessi notizia dei due episodi citati. Pertanto fatti e persone descritti nel racconto sono frutto di fantasia - anche se si possono riferire sia a Villanova che a Marrubiu (eccettuata la dicotomia bianco-rosso che, per quel che riguarda la realtà dei nostri paesi, poteva anche essere verde-marron, ciascun colore identificato in un clan che con l'avvento dei partiti politici tende sempre più a diventare cosca mafiosa.

Ugo Dessy


Un ringraziamento a:
Valeria Campurra, Paola Pias
e Emanuela Anedda



SU CAMPUSANTU NOU

A is duas pustis de mesu dì, hiant toccau su dispidimentu.
Su sindigu don Antoni - torrau de su sartu prus tardu 'e su solitu - si fiat appena sezziu a pappai. Intendendi is toccus, fiat atturau cun sa cugliera a mes'aria anant' 'e sa 'ucca oberta, e si 'ndi fiat strantaxau tirendisindi de su zugu su pannixeddu scavuendinceddu in mes’ ‘e s'apposentu.
"Grazias a Deus, est arribada s'ora!" Hiat isclamau foras de sei, bessendisinci in s'arruga in manigas de camisa, sen' 'e s'essiri mancu istresciu is mustazzus prenus de bagna.
Dona Cuncetta, sa mulleri 'e su sindigu, fiat istada tres annus in su collegiu 'e is mongias de Santu Giuseppi, e no ddi prasciant is modus de fai cafonis de su maridu, sempiri tramesu e bois e brebeis, no podiat connosciri is maneras zivilis... ma chi assumancu non donessit esemplus malus a is piccioccheddus - chi issa boliat allevai cument' 'e sennoris, saludaus cun respettu de totu sa genti. Eppuru, cust' 'orta, ascurtendi su dispidimentu, (is toccus narànt chi s'accabau fiat mascu), issa puru hiat perdiu sa solita calma. "Piccioccheddus, finei de pappai a bravus! E tui, Marieddu atturadì cumpostu!" E si 'ndi fiat arziada a lestu in peis, zerriendi sa zaracca in cuxina: "Marianna! Movidì e beni a innoi!"
Marianna si fiat incarada de palas 'e sa cortina, istriscinendi is babbuccias.
"Castia tui is sennoricus: deu deppu bessiri luegu!" Hiat nau, arziendisinci 'n sa scal' 'e linna finzas e s'apposent' 'e corcai. In pressi si fiat cambiada de bestiri. Si 'ndi fiat postu unu de color'iscuru - chi ddi fiat parriu cunformi a s'occasioni e si 'nci fiat ghettau a conca su sciallu de pizzu color' 'e cinixu de sa Cungregazioni. Passendi in s'apposent' 'e prandi, hiat donau una straullada a Luiseddu, su pitticu, chi fiat forroghendi cun is didus in su prattu, circhendi su cixiri, e hiat fattu is urtimus avvisus a sa serbidora:
"Finiu de prandi, isciaqua is sennoriccus e dormiddus po duas oras. Intendiu has? Intendiu has?"
'Nci fiat bessida. Sa luxi forti tot'in d'unu dd'hiat alluinada e hiat deppiu serrai is ogus. A lestu hiat furriau in sa cantonada de s'arruga, e passendi in s'umbra or'oru de is domus a manu deretta, si fiat incarrebada facci a Cresia.
Sa porta de sa canonica fiat tumbada. Intrendi, hia' bistu ca fiant giai arribadas tres damas de sa Cungrega, e giai sezzias cun don Emiliu, fiant chistionendi.
"Siat laudau Gesù Cristus!" Hiat saludau dona Cuncetta.
"E insaras: chini est su mortu?" Hiat domandau accostendisì.
Don Emiliu hiat arziau is ogus in artu, oberrendi is brazzus: "Peppi Arrebellu!".
Dona Cuncetta, a intendiri cussu nomini, si fiat fatta sa 'ruxi, sprapeddendi is ogus. "Libera nos Domine!" Hiat isclamau; e si fiat lassad'arrui in sa cadira, chi dd'hiant accostau is ateras Damas.

In su mentris, in sa saba de is reunionis de su Comunu, don Antoni, totu intiaulau, non podiat atturai firmu, andendi e benendi in mesu 'e is cadiras ghettadas a pari.
"Deppiat morri propriu cuss'ereticu! S'arrubiu prus arrubiu de totu sa 'idda, deppiat capitai!"
Su barracellu fiat curtu a zerriai is assessoris, e calincunu giai fiat cumenzendi a 'ndi approviai.
"Bàh, mellus Peppi Arrebellu che unu de nosus... Ohu, sunt casi casi tres mesis chi su campusantu nou est prontu. No podeus abettai aterus tres mesis..." Hiat nau su maist' 'e scola, assessori anzianu. E hiat sighiu a chistionai finzas a cunvinci is aterus chi - boliri o no boliri - fiat mellus unu mortu arrubiu oi, chi unu timorau de Deus, mortu cras.
"Andat beni. Insaras, est po cras a mengianu. E chi non manchit nemus!" Hiat avvertiu su sindigu, acuzzendi sa boxi.
"Tui" - hiat nau a su maistu - "penza a portai tot'is piccioccheddus de scola. E tui e tui" - hiat sighiu a cumandai castiendi is aterus duus assessoris - "arregordaisì de fai donai su bandu po avvisai totu sa popolazioni... E tui" - hiat finiu, faendi sa boxi prus acuzza cun d'una oghiadura imperiosa, puntendi su didu a su barraccellu, firmu accant' 'e s' 'enna - "Tui curri e avvisa su vicariu ca s'interru est fissau po cras a mengianu, in pompa magna. De pustis, bai a caserma e avvisa s'appuntau de benni subitu a innoi. E a pressi, happu nau! E non t'abarris perilì e perilà. In dexi minutus ti bollu torrau! Currendi ses?"
Su barraccellu si fiat toccau sa visiera de sa berritta, e si fiat postu in caminu traghendi, su prus a lestu chi podiat, is noranta chillus chi pesada e sa gamb' 'e linna - sa sua dd'hiat lassada a sa patria in is filus spinaus de su Carso.
"Nosus si torraus a biri custu merì, a pustis cenau, in su bar de Crisantemu", hiat finiu don Antoni, lassendisì cun is assessoris.

In s'interis, in su magasinu, Gasparru, Aristarcu e Reimundu, is tres consilleris de s'opposizioni, fiant discutendi animadamenti anant' 'e unu litru de binu nieddu.
"Deu nau chi toccat a s'astenni, po chi si scippiat chi nosus protestaus!"
"Ma cali protesta? Su mortu est nostu!"
"Custu est craru. Arrebellu est nostu e s'interru si ddu faeus nosus. E sen' 'e preidi!... A nosus si toccat a istai in prima fila, a innantis; e su cumiziu po inaugurai su Campusantu ddu faeus fai a s'onorevoli nostu."
"Beni nau, chi su sindigu e su preidi si bolint fai bellus cun unu mortu nostu, gei 'nd' hant a cabai!... Su mortu est nostu e issus si deppint cunformai a nosus e sighiri s'interru avatu.
"Toccat a mandai subitu telegramu a sa federazioni. Su cumiziu ddu depeus fai nosus, sinunca cussus hant a teniri sa facci de contai chi Arrebellu fiat de sa razza insoru..."
Gasparru miràt a culu de ogu e sonàt cun is larvas, sciaquendisì sa 'ucca a dognia buffada de binu.
"Ehi, ehi, bella frigadura dd'is hat donau Arrebellu, morrendi" - 'nci ddi fiat bessiu a mesu boxi.
Is cumpangius hiant assentiu, accinnendi cun sa conca.

Croccaus in su lettu, a is dexi de notti, don Antoni e dona Cuncetta ancora no fiant arrennescius a pigai sonnu.
A mericeddu, su Vicariu don Emiliu fiat beniu a ddus avvisai chi is feminas de Peppi Arrebbellu hiant zèdiu e lassau su mortu a is autoridadis, in cambiu de unu baullu de castangia inforrada e lucidada e de unu carru mortuariu po unu interru in pompa magna e unu sussidiu dognia tanti de s'ECA. Po tanti, is arrubius fiant staus estromittius de 'ognia derettu de teniri su capudu de sa quistioni: meris de beniri a sa missa, de sighiri su corteu, ma atturendisì in coa.
Su campusantu nou fiat su bantu e s'onori de don Antoni. Hiat fattu beniri unu geometru de foras po misurai e preparai totu. Sa bidda, allarghendisì, no teniat ateru logu che in basciura, e is domus, giai de meda, hiant superau su campusantu becciu. Su nou, si fiat penzau de ddu fai attesu cincuxentus metrus, appizzus de Cuccur' 'e Perdaxus, in una tanca espropriada a unu pastori. A pustis de un' annu, su progettu fiat histau approvau e s'onorevoli suu, cun dus o tres biagius a Roma, hiat otteniu su finanziamentu.
Mentri fiant faendiddu, cun su muru mannu a giru a giru e sa cappella, is pastoris, torrend'a bidda cun is brebeis, e is messajus, cun sa marra a coddu, si firmànt a curiosai. E don Antoni prontu a ddis arregordai ita bolit nai una bona amministrazioni comunali: "Castiai! Arrazz' 'e campusantu bellu! No est unu mediori su ddu biri? Sa cappella seus faendidda totu de marmuri. Biau adessi, su primu chi 'nc' heus a interrai, ca s'hat a podi pausai is ossus in d'unu sprendori aicci! Bieis, totu meritu de su partidu nostu e de s'onorevoli nostu... Arregodaisiddu!"
Messajus e pastoris s'abbarrànt a castiai e penzànt: "Giai troppu mannu e bellu po una bidda cument' 'e sa nosta, unu campusantu aicci..."
Candu s'impresa 'nd' hiat tirau bigas e trais e hiat carrigau totu paris muradoris e ajnas in su camiu, su Consillu comunali si fiat reuniu subitu e hiat deliberau de dd'incingiai a su primu mortu - e si fiant fattus puru is nominis de is prus malandaus de bidda. 'Nd' hiant contau cincu, chi, segund'issus, fiant accant' 'e s'accabai e no hiant siguramenti a biri sa fini de s'annu. Su primu, fiat Anselmu su sagrestanu: chi no bessiat prus, andat in Cresia a s'apprapidu, de unu cunfessionali a s'ateru. Un'ateru fiat Gesuminu, pensionau de sa gherra contras a Menelik. Pustis, Antiogu su maccu, chi biviat in d'una barracca de cruccuri foras de bidda: faiat su pedidori e biviat circhendi erbas de prus de cent'annus, a s'arregodu de sa genti. Un'atera ancora, fiat sennora Rosina, ajaja de su maist' 'e iscola, martura e maladia a su coru, e giai una pariga de bortas su vicariu dd'hiat portau s'Ollu Santu. Po urtimu, beniat su prus becciu de totu sa 'idda: su canonigu don Aristodemu chi de medas annus bessiat setziu in una cadira a rodeddas, totu sciarpau, sceti cun su soli 'e beranu, tragau de sa nebodi bagadia.
Sa morti de Peppi Arrebbellu nisciunus si dd'abettada. E don Antoni, su sindigu, fiat furriendisì de una parti a s'atera de su lettu, pensendi a cussu dimoniu ch' hiat fattu sa trassa de si morri totu 'nd' unu, in su mellus tempus de sa vida sua, po dispettu e rancori, po ddi fai perdiri sa facci cun is elettoris. Oramai sa cosa fiat fatta e sa cosa fatta - cumenti narat su diciu - est prus forti de su ferru... E Peppi Arrabbellu, arrubiu o grogu chi fessit, hiat a essiri accumpangiau de totus is autoridadis paradas e hiat a essiri interrau cun su discursu de su sindigu e de s'onorevoli biancu.
Dona Cuncetta, a ogus obertus, torràt a passai a una a una is cosas de s'in cras.
"Posta dd' has, in su telegramu, s'ora prezisa?" Hiat demandau sen' 'e si girai a su maridu, ch' intendiat iscidu.
"Ma candu mai? Po chini m'has pigau? A is nois oras in puntu s'onorevoli arribàt".
"E a s'interru, cumenti heus andai? In macchina o a pei?"
"Custu no ddu sciu... heus a biri, candu adessi su momentu".
"Deu hia a nai ch'est mellus in macchina... E tui hast a essiri in macchina cun issu, no est berus?"
"Beh, cument' 'e sindigu, hiat a deppi essiri..."
"Chi ddu est postu, no ti scaresciat is pippius..."
Po unu pagu si fiant abarraus cittius, frimus, a facci a susu, castiendi sa bovida, in su scurìu appena appena sclarìu de sa luxi 'e sa ruga, chi passat in sas schinniduras de is portellitus de sa ventana.
"E approntau dd'has su discursu?"
"Est giai belle e prontu de un'annu... Prusaprestu: sa bestimenta scura, pronta est?"
"Pronta hiat a essiri!? Non dd'has bista ingunis, in sa cadira, a pei de lettu?... E is consilleris, avvisaus totus sunt istaus?"
"Avvisaus. Deu seu penzendi a Monsignori. Hat a beniri? Ita t'hat nau su vicariu?"
"Chi, si no ddi bessint segamentus de conca, hat mandau a nai chi gei non hat a mancai".
"Insaras, is macchinas hant a essiri duas..."
"Nou, tres: ses scarescendi sa de su veterinaiu..."
"Ei... Speraus chi is piccioccheddus de scola no bengiant scurzus e mali postus! Si dd'happu nau craru e tundu a su maistu: chi no portant crapittas, po cras, torranceddus a mandai a domu".
"Speraus chi totu andit derettu..."
Si fiant torrau a cittiri.
Hiat tirau levanti totu sa dì; in s'apposentu ci fiat una basca 'e morri'.
Don Antoni si 'ndi fiat bogau is mudandas, ca ddi fiant attaccadas a is nadias, totu sudadas. Appustis, si fiat spostau in su lettu, circhendi logu friscu, e agattau si ddui fiat assentau cun recreu.
Dona Cuncetta, ca dd'hiat intendiu movendisì, hiat allonghiau una manu po ddu toccai, ma 'ndi dd'hiat tirada de pressi, cumenti chi essiri toccau fogu.
"Molentazzu attreviu, in d'una notti aicci, pensendi a cussas cosas..." Dd'hiat reprendiu issa de mala manera.
"Ma ita dimoniu ti ses posta in conca?" - Hiat murrungiau issu - "is mudandas, mi 'ndi ddas happu liadas ca tenia basca..." E cu' a susu hiat serrau is ogus po pigai sonnu.

S'accumpangiamentu si fiat moviu de praza 'e Cresia, a is dexi de mengianu.
Beni postu, aintru 'e su baullu de castangia afforrau, in sa lettiga parada in mes' 'e Cresia, Peppi Arrebellu, apustis de is funzionis, hiat deppiu abettai ateras duas oras sa benida de Monsignori e de s'Onorevoli.
Is piccioccheddus de scola si fiant arroscius de abarrai in prazza, asut' 'e su soli, e si fiant sezzius in terra totus a una cedda, a s'umbra de unu muru, gioghend' a cuaddus fortis. Calincunu, po si difendi de su capusquadra, chi donàt corpus de manigu de stendardu a conca a traimentu, hiant cumenzau a fai gherra a puntadas de pei e corpus de guidu. Dd'hiant bogau cos' 'e fai a su maistu, totu aggiagarau, zerriendi e scutullendi a fusti cussus dimonius pudescius, sen' 'e respettu nimancu po is mortus.
Finalmenti, fiant' arribadas, una a palas de s'atera, is duas macchinas.
S'Onorevoli si fiat portau avattu sa mulleri, unu schissiu de femina totu fragosa e prena de oreria, cadenellas e cadenazzus, cun una conca de pilus brundus che pall' 'e trigu , chi andàt trottoscendisì asuba de una pariga de crapittas artas de non si podiri cumprendi cumenti mai no 'nd' arruessit. Is hominis dd'hiant accostada fraga fraga, castiendidda disigiosus, gosendisì cantu prus podiant su fragu bellu e istrangiu chi bogat. E si regordant is bisitas chi fadiant a casinu, candu, in su militari, ddus lassànt bessiri in libera uscita.
Monsignori, appena cabau de macchina, hiat beneditu in pressi sa genti ingenugada e fiat'intrau in Cresia, passendi a frusia in su tappetu arrubiu, su passadroxu approntau, po s'appuntu, de is Damas de Caridadi.

Duncas, a is dexi, s'interru si fiat moviu de prazz' 'e Cresia cun totu s'accumpangiamentu. A inantis, sa Cunfraria de sa Bona Morti cun sa Grusci Manna; sighiant is pippius de s'asilu cun is mongias, precedius de dus angiuleddus morittus a abas azullas e a bestiri arrosa - fiant staus sceberaus su fillu de su sindigu e su fillu de s'appuntau, ca fiant resurtaus is prus bellixeddus; beniant pustis is piccioccheddus de scola, cun su maistu in mesu, a fusti, arropendi a innui totu arribada.
Sa carrozza mortuaria - una Millecentu a furgoni, beccia, adattada - andàt a lentu zicchirria zicchirria, cun is coronas appunciadas a is lìngius, una po parti, in su lingiu a deretta cussa chi portada scrittu s'Amministrazioni Comunali e, in s'ateru lingiu, sa corona tot'arrubia de graveglius, naràt: "Is cumpangius po regordu".
Apustis de is musicantis, a pei, beniat su sindigu, in mesu a s'Onorevoli e a Monsignori, e avat' 'e s' Arrettori, is Damas de Caridadi, is parentis e, unu pagheddu a distanzia, totu sa bidda.
Is arrubius, una bintina in totu, intimoriggiaus e allacanaus po sa presenzia de Monsignori, e manchendi su punteddu de s'Onorevoli insoru, chi si fiat fattu sostituiri cun unu zapuzzu de federazioni, sighiànt a urtimu, serrendi s'accumpangiamentu, cun sa bandera arrubia mesu cuada, imboddicada a sa maniga - penzendi de dda sboddicai a sa torrada, cantendi s'Internazionali, po pariggiai is contus cun is Requiem e torrai sa pillotta a is santicus.
Su levanti fiat torrau a moviri, sulendi callenti. Su mori po andai a Cuccur' 'e Monti fiat meda in arziada. E in s'urtima furriada su Millecentu hiat cumenzau a sturridai, firmendisì. Don Antoni, cun prontesa de spiritu, hiat zerriau una pariga de piccioccus a spingi.
Mancànt si e no centu metrus a s'intrad' 'e campusantu nou, a cancell'obertu, candu totu in d'unu si fiat bistu bessendindi aggiagarau e fattu Nicodemu, s'interramottus. De attesu, si bidiàt sciamiendi is brazzus e ghettendi izzerrius, cumenti chi dd' hessit spizzulau s'argia.
Is de s'accumpangiamentu, ispantaus, si fiant firmaus. Is musicantis si fiant cittius. Totus fiant atturaus siddius. Insaras si fiant cumenzaus a cumprendiri is fueddus de Nicodemu, currendi a brinchidus:
"Est tot'arrocca, perdeu!... No fait!... Manc'a dirimitta fait... Tot'arrocca... Ci bolint bombas, perdeu!..."
Sa beridadi fiat apparia crara in unu lampu: s'impresariu furisteri hiat fattu su campusantu nou in mes' 'e sa rocca, appena appena coberta de terra. Po sgavai una fossa ci hiat essiri boliu una pariga de quintaris de dirimitta.
Don Antoni si fiat fattu de dognia colori - dd'hiant deppiu poderai is assessoris po no s'arrui. Monsignori e s'Onorevoli, passau su primu momentu de imbarazzu, cumenti chi no fessit suzediu nudda, hiant pigau a tussiri e a si castiai pari pari cun arrisixeddus.
Tot'in d'unu, sene chi nisciunus essit moviu fueddu, s'accumpangiamentu si fiat girau facci a bidda, torrendi a movi asiu asiu a su campusantu becciu.
E aicci fiat finiu su contu: is arrubius fiant benius a essiri in prima fila e hiant attaccau a boxi manna s'Internazionali, e nisciunus, mancu s'appuntau, hiat tentu s'animu de ddus fai cittiri.



IL CAMPOSANTO NUOVO

Alle due del pomeriggio le campane suonarono a morto. Il sindaco don Antonio, tornato dalla campagna più tardi del solito, s'era appena seduto a pranzare. Nell'udire i rintocchi restò con il cucchiaio davanti alla bocca aperta, poi schizzò in piedi strappandosi dal collo il tovagliolo, lanciandolo in mezzo alla stanza.
"Ci siamo, finalmente!". Esclamò concitato, scappando in strada in maniche di camicia, senza neanche forbirsi i baffi impiastricciati di sugo.
Donna Concetta, la sindachessa, era stata tre anni in collegio dalle suore Giuseppine e non approvava certi modi di fare del marito, piuttosto volgari. Lo compativa, lui che, fra buoi e pecore, non poteva certo sapere dove stessero di casa le regole del galateo; ma che almeno non desse cattivi esempi ai suoi figli che lei voleva crescere signori, di quelli che la gente saluta rispettosamente levandosi il capello. Ma, al sentire i rintocchi (li contò ad uno ad uno: il morto era un maschio) non riuscì a contenersi neppure lei.
"Bambini, finite di mangiare da bravi! E tu, Mariolino, stai composto!". Si levò rumorosamente in piedi, gridando verso la cucina: "Marianna! Muoviti a venire qui!".
Marianna apparve da dietro la tenda, strascicando le ciabatte.
"Stai attenta ai signorini: io devo uscire subito!". Salì per la scala di legno fino alla camera da letto. Si cambiò rapidamente l'abito. Ne indossò uno scuro, quello che le parve più adatto alla circostanza. Sul capo mise il velo di pizzo color cenere della Congregazione.
Passando in camera da pranzo, con un'occhiata severa, fulminò Ginetto, il piccolo, che cercava con le mani i ceci nella minestra, e diede l'ultima raccomandazione:
"Finito di pranzare, Marianna, lava i signorini e mettili a dormire per due ore".
Uscì. Il sole forte le fece socchiudere gli occhi. Girò a passo svelto l'angolo della strada e di diresse, tenendosi all'ombra delle case di destra, verso la chiesa.
La porta della canonica era socchiusa. Entrò. Nella penombra, sedute accanto a don Emilio, tre Dame di Carità che l'avevano preceduta già discorrevano fitto.
"Sia lodato Gesù Cristo!" Salutò donna Concetta. "E allora, chi è il morto?" Chiese facendosi avanti.
Don Emilio sollevò gli occhi al soffitto e aprì le braccia:
"Peppe Arrebellu!..." Sussurrò con rassegnazione.
Donna Concetta si segnò, sbarrando gli occhi.
"Libera nos Domine!" Esclamò; e si sedette di schianto sulla sedia che le altre avevano aggiunto al cerchio.

Nel comune, Don Antonio passeggiava fra le sedie in disordine nella saletta delle riunioni.
"Proprio quell'eretico doveva capitarci per inaugurare il camposanto nuovo! Il rosso più rosso di tutto il paese, doveva capitarci!"
Gli assessori, mandati a chiamare d'urgenza con la guardia campestre, cominciarono ad arrivare.
"Beh, meglio Beppe Arrebellu che uno dei nostri... E poi, sono tre mesi ormai che il camposanto è pronto. Non possiamo aspettare altri tre mesi..." Disse il maestro di scuola, assessore vicesindaco, e continuò a parlare finché non convinse tutti che, in definitiva, era preferibile un morto rosso oggi a un timorato di Dio morto domani.
"D'accordo, per domattina. Ma che non manchi nessuno!" Ammonì il sindaco. "E tu" - disse rivolto al maestro - "ti occuperai delle scolaresche... Tu e tu" - proseguì rivolgendosi agli altri due assessori - "avvertirete con un bando tutta la popolazione... e tu" - ordinò con tono di voce mutato, più imperioso e più duro, puntando gli occhi in faccia alla guardia rimasta in piedi accanto all'uscio - "tu, corri a riferire al parroco don Emilio che la cerimonia è fissata per domani mattina in pompa magna. Poi passa dall'appuntato e digli di venire qui subito... Esigo e non transigo! Tra dieci minuti ti voglio di ritorno. Marsch!"
La guardia, toccandosi la visiera del berretto, si avviò con tutta la velocità che gli permettevano i suoi novanta chili e la gamba di legno che sostituiva quella sua, donata alla patria tra i reticolati del Carso.
"La riunione è aggiornata a stasera dopo cena al bar di Crisantemu". Concluse don Antonio, congedando i tre assessori.

Nella bettola, intanto Gasparre, Aristarco e Raimondo, i tre consiglieri dell'opposizione discutevano animatamente attorno a un litro di vino nero.
"Io propongo di astenerci, in segno di protesta!"
"Ma che protesta!? Se il morto è nostro!"
"Come no? Il morto è nostro e noi staremo in prima fila e senza preti!... Il discorso dell'inaugurazione lo farà il nostro onorevole".
"Ben detto! Se il prete e il sindaco vogliono farsi belli con un morto nostro, si sbagliano di grosso... che stiano loro dietro il nostro corteo..."
"Bisogna spedire subito il telegramma alla federazione. Il discorso dobbiamo farlo noi, se no quelli sono anche capaci di raccontare che Arrebellu era uno dei loro..."
Gasparre strizzava gli occhi e schioccava la lingua sul palato dopo ogni bicchiere. "Certo, Peppe Arrebellu gli ha dato una bella fregatura, morendo!" Disse come parlando tra se e se. Gli altri assentirono con cenni del capo.

Alle dieci di notte, nel loro letto a due piazze, don Antonio e donna Concetta non riuscivano ancora a prendere sonno.
Nel tardo pomeriggio, il parroco don Emilio era venuto a informarli che le donne di Peppe Arrebellu avevano ceduto il morto alle autorità in cambio di una bara di castagno foderata, di un carro funebre preso in affitto in città e di un sussidio "una tantum" dell'ECA, l'Ente Comunale di Assistenza. Perciò i rossi, con tutta legalità, erano stati estromessi dalla direzione dell'iniziativa: padronissimi di seguire la cerimonia, di partecipare al corteo, ma restandosene in coda.
Il camposanto nuovo era l'orgoglio di don Antonio. Aveva chiamato un geometra di fuori per i rilievi e per il progetto. L'espansione edilizia, non avendo altro sbocco se non a valle, aveva raggiunto e superato il vecchio camposanto. Il nuovo sarebbe sorto a mezzo chilometro dall'abitato, in cima al colle Pedraxus, in un chiuso espropriato a un pastore. Dopo un anno, il progetto era stato approvato e il suo onorevole, con qualche viaggio a Roma, aveva ottenuto il finanziamento.
Durante i lavori di costruzione del muro di cinta e della cappella mortuaria, i pastori, rientrando dal pascolo con le pecore, e i contadini, con la zappa a spalla, si fermavano a curiosare. Allora don Antonio faceva notare ciò che significa una buona amministrazione comunale: "Guardate! Non è una meraviglia di camposanto? La cappella la faremo tutta di marmo. Beato il primo che verrà a riposarvi le ossa! Ecco, tutto merito nostro e dell'onorevole nostro... non lo dimenticate!".
Contadini e pastori se ne stavano a guardare a bocca aperta. "Un grande onore davvero per il nostro paese, un camposanto bello come questo..." Pensavano.
Quando l'impresa levò le impalcature e caricò operai e attrezzi sul camion, il consiglio comunale di riunì immediatamente. Si deliberò di inaugurarlo con il primo che fosse morto e si fecero anche i nomi dei probabili. Ne contarono almeno cinque, che, a parer loro, non avrebbero visto l'anno nuovo: Anselmo il sacrista, che girava per la chiesa tastando muri e confessionali con le mani; Gesumino, pensionato della guerra contro Menelik; Antioco il matto, che viveva di elemosine e di erbe in una baracca di paglia fuori paese, da almeno un secolo; la signora Rosina, nonna del maestro di scuola, paralitica e malata di cuore, alla quale il parroco aveva portato l'Estrema Unzione un paio di volte; e infine il vecchio canonico don Aristodemo, che usciva soltanto col sole primaverile, portato in carrozzella dalla nipote zitella.
La morte di Peppe Arrebellu non era nelle previsioni; don Antonio - voltandosi e rivoltandosi nel letto - pensava che quell'eretico era stato capace di morire di colpo, nel fiore degli anni, proprio per fargli un dispetto, per metterlo in imbarazzo davanti all'elettorato. Ma ormai era andata così... Peppe Arrebellu, eretico o no, sarebbe entrato in chiesa per la funzione solenne, sarebbe stato accompagnato da tutte le sacrosante autorità civili e religiose e avrebbe avuto in camposanto il discorso suo di sindaco e quello dell'onorevole democratico.
Donna Concetta, a occhi spalancati, rifaceva memoria dei particolari.
"Hai telegrafato l'ora della cerimonia?" Chiese senza voltarsi, al marito che sentiva sveglio.
"Ma si... per chi mi hai preso? Alle nove in punto l'onorevole sarà qui".
"Seguirà il corteo a piedi o in macchina?"
"Questo non lo so... vedremo quando sarà il momento".
"Forse è meglio in macchina... Tu starai in macchina... con lui, no?"
"Beh, come primo cittadino, certo..."
"Se ci sarà posto, non dimenticare i bambini..."
Tacquero per un poco, distesi supini, fissando il soffitto appena rischiarato dalla luce della strada che filtrava attraverso gli scuri della finestra.
"Te lo sei ben preparato il discorso?"
"E' un anno che ce l'ho pronto... Piuttosto: l'abito scuro l'hai preparato?"
"Come no!? Non hai visto che sta lì sulla sedia, ai piedi del letto?... E i consiglieri, sono stati convocati tutti?"
"Avvertiti... E il vescovo? Verrà? Cosa ti ha detto don Emilio?"
"Che se non avrà impegni grossi, non mancherà".
"Quindi le macchine saranno due..."
"No, tre; dimentichi quella del veterinario..."
"Giusto... Speriamo che i ragazzi di scuola non se ne vengano scalzi e mal messi! Gliel'ho detto chiaro al maestro: chi non porta scarpe, per domani, rimandalo a casa!"
"Speriamo bene!..."
Tacquero di nuovo.
Il levante aveva soffiato tutto il giorno; la stanza era calda come un forno.
Don Antonio si sfilò i mutandoni che sentiva appiccicati alle natiche, umidi di sudore. Si spostò per cercare un cantuccio di letto fresco; trovatolo ci si distese beato.
Donna Concetta, non sentendolo più vicino, allungò una mano, ritirandola subito come se avesse toccato il fuoco.
"In una notte come questa, tu vai a pensare..." Esclamò indignata.
"Ma che cosa ti passa per la testa?" - mugugnò lui - "le ho levate per il caldo..." E, distendendosi bocconi, chiuse gli occhi per prendere sonno.

Il corteo funebre mosse dal sagrato alle dieci.
Peppe Arrebellu, dopo la solenne funzione in chiesa, aveva aspettato per due ore, dentro la bara di castagno foderata, l'arrivo del vescovo e dell'onorevole.
I ragazzi di scuola, stanchi di stare al sole, s'erano seduti per terra ammassati in uno spicchio d'ombra, a giocare a figurine. Alcuni, cogliendo pretesto dal capo squadra che batteva a tradimento l'asta del gagliardetto in testa ai vicini, avevano iniziato le ostilità a pedate e a gomitate. Il maestro aveva avuto un bel da fare per riportare all'ordine quegli svergognati che non rispettavano neppure i morti.
Finalmente, una appresso all'altra, erano giunte le due macchine.
L'onorevole aveva condotto con se la sua signora, un bel pezzo di donna carica di collane e di bracciali, coi capelli biondi come paglia di grano, in bilico su un paio di scarpine dai tacchi così alti da non capirsi come potesse fare a camminarci. Gli uomini le si erano fatti tutti intorno, per vederla meglio e avevano allargato le narici per aspirare quanto più potevano di quel suo profumo inebriante ed esotico che ricordava loro certe memorabili serate di libera uscita della vita militare, in quelle case lì.
Il vescovo, scendendo dalla vettura, aveva frettolosamente benedetto il popolo inginocchiato ed era entrato un momento in chiesa, passando sul tappeto di velluto rosso steso dalle Dame di Carità.

Alle dieci, dunque, il corteo funebre mosse dal sagrato. Davanti, la Confraternita della Buona Morte, con il lungo crocifisso nero; i bambini dell'asilo, preceduti da due angioletti bruni con ali celesti e tunica rosa - dopo lunga discussione erano stati scelti il figlio del sindaco e quello dell'appuntato, risultati i più bellini - e i ragazzi di scuola, col maestro in mezzo a menar colpi di bacchetta a destra e a manca.
Il carro mortuario - una vecchia millecento furgoncino adattata - procedeva ronfando con due enormi corone inchiodate alle sponde: una, quella di destra, portava una scritta dorata: l'AMMINISTRAZIONE COMUNALE; l'altra, a sinistra, tutta rossa di garofani, diceva: I COMPAGNI ALLA MEMORIA.
Subito dopo la banda musicale veniva il sindaco con la sciarpa tricolore, tra l'onorevole e il vescovo; poi il parroco, le Dame di Carità, i parenti e a distanza quasi tutto il paese.
I rossi, una ventina, un poco intimiditi dalla presenza del vescovo e mal sostenuti dal loro onorevole, che si era fatto sostituire da un funzionario di partito di poco conto, chiudevano il corteo tenendo quasi nascosta la bandiera rossa ancora avvolta all'asta; ripromettendosi però in cuor loro di levarla in alto cantando l'internazionale, al ritorno, per rifarsi dei requiem dell'andata.
Il levante aveva ripreso a mandare folate calde. La stradetta polverosa che portava in cima al colle si andava facendo sempre più ripida. La vecchia millecento starnutì due o tre volte e finì per fermarsi. Don Antonio, con prontezza di spirito, ordinò ad alcuni giovani di spingere.
Mancavano si e no altri cento metri all'ingresso del camposanto nuovo, il cui cancello spalancato era apparso all'ultima svolta, quand'ecco si vide uscirne di corsa Nicodemo, il becchino. Agitava le braccia e gridava parole incomprensibili, come se fosse stato morso dalla tarantola.
Il corteo, allibito, si fermò. La banda smise di suonare. Si udirono allora alcune parole di ciò che diceva concitatamente Nicodemo, che continuava a venir giù balzelloni per il viottolo: "E' tutta roccia, percristo!... Non fa!... Neanche con la dinamite... Tutta roccia... Ci vogliono le bombe, percristo!..."
La realtà fu chiara a tutti in un baleno: il camposanto nuovo era stato costruito su un banco di roccia appena ricoperta da qualche centimetro di terra. Per scavare una sola fossa sarebbe occorso un quintale di dinamite.
Don Antonio era diventato prima bianco, poi verde, infine paonazzo. Dovettero sostenerlo gli assessori accorsi, preoccupati. Il vescovo e l'onorevole, superato il primo momento d'imbarazzo, si davano un contegno tossicchiando, ammiccando tra loro con mezzi sorrisi.
Ad un tratto, senza che nessuno avesse dato disposizioni, il corteo fece dietro front, riprendendo mestamente la via del ritorno verso il camposanto vecchio.
Fu così che i rossi si ritrovarono in prima fila, intonando l'internazionale senza che nessuno, neppure l'appuntato, trovasse il coraggio di zittirli.

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