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Indice articoli


1. Perché questo libro

 

Le strutture militari rappresentano un condizionamento negativo e un limite opprimente dello sviluppo sociale ed economico delle comunità in cui sono insediate e un condizionamento dello sviluppo dei diritti civili e delle strutture democratiche.
Un'analisi improntata a questo convincimento può essere effettuata per tutte le comunità nazionali nei loro vari momenti storici.
Ma per la Sardegna - e soprattutto per la Sardegna d'oggi - il discorso diventa particolarmente illuminante, giacché - venuta meno quella caratterizzazione dell'isola, rappresentata dalla inacessibilità geografica e dalla malaria - la Sardegna è diventata la zona prediletta per gli insediamenti militari e per le sperimentazioni non solo degli strumenti bellici, ma delle strutture e dei rapporti tra società civile e potere militare.
Nell'isola esistono vasti spazi scarsamente popolati, e trascurabili erano e sono gli interessi economici modernamente organizzati di tale peso socio-politico da rappresentare ostacoli rilevanti a una politica di utilizzazione militare massiccia e indiscriminata. D'altra parte, la condizione dei diritti civili nell'isola - per una serie di motivi storici e socio-economici - era ed è tale da rappresentare una condizione ideale per l'esplicazione del potere militare, per la sperimentazione delle tecniche legate ai concetti di guerra totale.
Vaste zone - come le Barbagie - sono indiziate più degli individui che le abitano, e in esse il riconoscimento di un moderno atteggiamento delle autorità nei limiti di uno stato di diritto è considerato una stravagante utopia.
La Sardegna diventa così - superato l'ostacolo della malaria con la nota operazione Rockfeller - un'area di militarizzazione intensiva. Se è vero che gran parte delle forze militari di terra italiane sono dislocate nel Veneto-Friuli, è anche vero che nessuna regione come la Sardegna ha visto interdire praticamente da ogni attività civile zone tanto vaste, ha visto sorgere così preoccupanti impianti di armamenti non convenzionali.
Tale situazione pesa ovviamente nella già precaria economia dell'isola, come pesa nello sviluppo delle condizioni civili delle popolazioni.
Gli aspetti più appariscenti sono l'interdizione di vaste zone di eccezionale interesse turistico al processo di valorizzazione e di sviluppo. L'isola di Tavolara, la penisola di Capo Frasca, l'entroterra di Capo Teulada, il Salto di Quirra e larghe fasce costiere, numerose zone nei pressi di Cagliari sono completamente chiusi al turismo. Limitata l'attività agricola e la pesca nelle zone sopraddette e inoltre a Decimo, a Villasor, a Serrenti, a Pratobello di Orgosolo.
Ma forse più massicce sono le conseguenze indirette di talune limitazioni e servitù militari.
Se la cosiddetta lotta al banditismo ha assunto spesso in Sardegna carattere odioso e provocatorio nei confronti di intere comunità, ciò è dovuto a uno spirito che, travalicando i pur nefasti procedimenti polizieschi, è giunto a concepire certe operazioni come espressione e prefigurazione di una lotta di difesa interna come vere e proprie operazioni militari. Nessuno può ignorare che tali atteggiamenti hanno il loro terreno ideale in ambienti in cui le strutture militari e i progetti di difesa sono particolarmente rilevanti e intensi e sono «nell'aria».
Documentare questo singolare aspetto della situazione sarda diventa così un mezzo per affrontare con maggiore serietà e con maggiore ricchezza di elementi il problema del militarismo e dell'incidenza delle strutture militari nella società italiana ed europea.

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