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Indice articoli


2. La militarizzazione dell'isola

La graduale liberazione dei popoli nord-africani dal colonialismo ha coinciso con l'insediamento e l'allargamento delle strutture militari della NATO in Sardegna. Ultima fase della escalation è Decimomannu, a 17 chilometri da Cagliari, diventata la più importante base aerea americana nel Mediterraneo, dopo lo smantellamento della base di Wheelus Field, in Libia, nel 1970.
«Una delle caratteristiche della potenza globale americana è la promozione di Stati satelliti, la ricerca di regimi sicuri che offrano altrettante sicure basi militari», scrive Luigi Pintor. «Il sud-Europa è già ridotto abbondantemente in questo stato, con il Portogallo e la Spagna ed ora con la Grecia, secondo un asse da cui solo l'Italia è per ora esclusa…». Ma non è esclusa la Sardegna, che «somiglia per tanti versi ad una colonia militare (c'è chi la paragona al Vietnam o al Congo!)» (“Rinascita Sarda” - 10 settembre 1967).
Diversi anni prima di Pintor, una rivista socialista di Cagliari scrive:

“Se si considera che, nel rinnovo del patto militare ispano-americano anche Franco viene di fatto inserito nel sistema difensivo dell'Occidente, non c'è dubbio che ci troviamo in buona compagnia. La Sardegna, così diventata una grande base della NATO, costituirebbe il fulcro di un'alleanza mediterranea che poggia da un lato sui fascismi iberici e dall'altro sulla reazione realista greca; il tutto sotto l'interessata guida e protezione del militarismo tedesco, abbastanza forte, forse, da fermare Kennedy sulla via della distensione. Un simile piano, è indubbio, costituirebbe un duro colpo alle speranze di pace dell'Europa e sarebbe l'inizio più disastroso per una collaborazione governativa tra cattolici e socialisti”.(“Sardegna Oggi” – 15 novembre 1963)

Previsioni in parte azzeccate: la «reazione realista» è divenuta «fascismo» in Grecia, con il colpo di stato dei colonnelli; Kennedy non è stato fermato «sulla via della distensione» direttamente dai generali della Wehermacht ma dai loro camerati di Dallas; la collaborazione governativa tra cattolici e socialisti non è stata «disastrosa» per contrasti sulle basi NATO in Sardegna - sanati dall'atlantismo nenniano - ma per altre questioni.
“Nei primi giorni di luglio del 1967 si registra un incontro tra l'assessore al turismo della Regione sarda, Sandro Ghinami, e il ministro della difesa, Roberto Tremelloni, per discutere il problema delle basi italiane e interalleate presenti in Sardegna in rapporto all'insediamento di complessi turistici. La stampa ha ignorato l'incontro, che pare sia stato piuttosto agitato: l'on. Sandro Ghinami avrebbe dapprima spiegato al ministro come le basi stiano allontanando dall'isola ingenti investimenti privati e comprimendo i complessi già esistenti, e che la Regione sarda e la CASMEZ hanno già investito diversi miliardi in infrastrutture che il turismo non potrà utilizzare. Il ministro avrebbe risposto che il dicastero della difesa non ha mai escluso determinati litorali e zone dell'interno dai piani di difesa militare e che lo sviluppo del turismo non può condizionare questi piani, che oltre tutto sono previsti da trattati militari internazionali. Al che il socialista Ghinami avrebbe replicato vivacemente al ministro compagno di partito, minacciando di violare il riserbo sulla questione - fino ad allora mantenuto proprio su richiesta dello stesso ministero”(“Sassari Sera” – 15 luglio 1967).
Purtroppo, niente altro che uno sfogo personale, neppure riportato in sede di assemblea regionale, né reso noto alla pubblica opinione. Gli amministratori della Regione sarda hanno supinamente accettato i pesanti condizionamenti che le basi militari NATO comportano all'economia dell'isola - non hanno saputo neppure chiedere, come è stato fatto dagli amministratori del Veneto-Friuli, incentivi e indennizzi statali che almeno in parte rifondessero i danni causati alle popolazioni.
Nel marzo del 1965, il consiglio regionale del Friuli-Venezia Giulia, dopo un ampio dibattito, approva all'unanimità una mozione, dove si dice:

“Non si tratta soltanto di un danno che può essere commisurato a quello subito dal singolo proprietario, bensì di una perdita maggiore: qualora si pensasse di soddisfare i danni attraverso gli indennizzi ai privati, non si sarebbe ancora risolto il problema dell'indennizzo alla collettività. Questa affermazione discende dalla contestazione che il gruppo sociale resta frenato nello sviluppo potenziale, che certamente avverrebbe in assenza di vincoli, grazie agli effetti moltiplicativi del sistema nel suo insieme. Il danno deriva dall'apparato economico locale per il fatto che le possibilità di sviluppo economico vengono depotenziate e perciò - per un principio di equilibrio - richiedono la compensazione non incentivi di altro tipo. Accanto al problema strettamente economico esiste poi quello territoriale-urbanistico, in quanto è necessario trovare una forma di compatibilità tra la destinazione militare - che in generale è mutevole nel tempo - e le destinazioni civili previste in sede di programmazione, in base ad un piano che ha necessità di proiettarsi in una previsione non inferiore ai quindici anni… Un ulteriore problema che si prospetta infine in sede di liquidità interna, compensando con particolari incentivi le zone vincolate, in modo da offrire loro le stesse possibilità e vocazioni economiche - delle restanti aree regionali” (“AGI” Agenzia Giornalistica Italiana – marzo 1965).

Il consiglio regionale del Friuli - sia pure eludendo le questioni di fondo del militarismo - dimostra almeno di saper tutelare gli interessi spiccioli dei suoi amministrati, denunciando una superficie di circa 50.000 ettari condizionati da servitù militari. Ma che dire della Sardegna, dove i soli poligoni missilistici di Salto di Quirra coinvolgono un territorio vasto almeno 145.000 ettari?
Questo il panorama delle principali aree dell'isola soggette a vincoli di carattere militare:
- Cagliari, zona est: dal borgo di Sant'Elia a Calamosca, alla Grotta dei Piccioni: impianti radar, poligoni di tiro, depositi di carburante per mezzi aereo-navali, presumibile base di sommergibili Polaris - i depositi di carburante sono raccordati mediante oleodotto alla base aerea di Decimo: le tubature attraversano lo stadio di Sant'Elia;
- Cagliari centro: a Monte Urpinu e a Colle San Michele: impianti radio; nel porto, giganteschi serbatoi di carburante della Shell e dell'Agip sul molo di ponente; depositi di esplosivi, oleodotti della marina e dell'aviazione; sul molo di Sant'Agostino, depositi di carburante della Esso;
- Cagliari, ovest: a Nora, stazione ecogoniometrica a lungo raggio a lato della necropoli punica;
- Capo Teulada: Centro di Addestramento per Unità Corazzate (CAUC), ufficialmente riservato all'esercito italiano ma usato da reparti della NATO per manovre terra-aria-mare; superficie espropriata e occupata circa 8.000 ettari; superficie interessata durante le esercitazioni a fuoco almeno 20.000 - salvo imprevisti;
- Decimomannu: aeroporto NATO, superficie approssimativa 1.000 ettari - una vasta e fertile area sottratta alle comunità di Decimo, Villasor, San Sperate. L'aeroporto viene usato da italiani, tedeschi e canadesi. Questi ultimi sono stati soppiantati dagli americani, e si parla di un ulteriore ampliamento e potenziamento delle sue strutture. L'aeroporto viene usato per l'addestramento dei piloti di aerei supersonici al tiro sul poligono di Capo Frasca (Oristano);
- Capo Frasca di Oristano: poligono di tiro per aerei supersonici della NATO ad armamento nucleare; interessa una zona vasta circa 5.000 ettari;
- Zona costiera del Sulcis-Iglesiente, praticamente da Capo Teulada a Capo Frasca: oltre cento chilometri di fascia costiera sono interdetti a opere di valorizzazione turistica perché zone di esercitazioni aeree;
- La Maddalena e arcipelago omonimo: basi della marina militare, con relativi depositi e impianti; l'isola maggiore ha una superficie di 3.549 ettari;
- L'isola di Tavolara: base di sommergibili Polaris con armamento nucleare e centro di addestramento al tiro per marines della Flotta USA; ha una superficie di oltre 600 ettari;
- Salto di Quirra: poligoni sperimentali e di addestramento interforze (NATO). I poligoni sono situati presso il comune di Perdasdefosu e presso il mare a Capo San Lorenzo: vi si eseguono prove sperimentali in volo di prototipi di missili, prima della loro produzione in serie; vi si addestrano unità della NATO con «tiri reali» nelle varie combinazioni missilistiche terra-aria-mare. Superficie occupata, circa 20.000 ettari; superficie effettivamente interessata durante i frequenti lanci missilistici circa 145.000 ettari (dato ottenuto conteggiando i territori dei comuni avvertiti dai bandi dell'aereonautica militare di sgombrare le campagne);
- Tempio: base NATO per ricezione dati e impianti radar;
- Serrenti: base e polveriera dell'aviazione militare;
- Lungo la superstrada Cagliari Sassari: centri di avvistamento radar;
- Pratosardo (tra Nuoro e Orgosolo): polveriera dell'esercito e comando artiglieria con sede di specialisti artificieri;
- Barbagie (zone imprecisate): aree per esercitazioni al lancio di truppe speciali paracadutate;
- Pratobello di Orgosolo: poligono di tiro per unità terrestri dell'esercito italiano; area occupata circa 12.000 ettari;
- Monti del Limbara (zone imprecisate): si parla di rampe missilistiche.
E' il caso di sottolineare che i dati riportati qui sono di pubblica conoscenza, più volte indicati e descritti dalla stampa isolana e nazionale. E va anche aggiunto che, presumibilmente, tali dati sono incompleti e imprecisi. Infine, mancano i dati sulle servitù militari minori, di tipo tradizionale, che sono una miriade, e che seppure nel loro complesso incidono profondamente nella crescita socio-economica dell'isola, non hanno un'immediata e drammatica pericolosità.
Poche sono state finora le iniziative antimilitariste che hanno saputo mobilitare le masse. Nel 1962, ai primi di maggio, si è registrata una marcia della pace promossa dall'UGI dei due atenei sardi, dalla rivista «Icnusa» e dal centro della Nonviolenza di Perugia, animatore Aldo Capitini. Un imponente corteo di lavoratori sfilò per le vie di Cagliari. La Sardegna, che già cominciava a subire la massiccia penetrazione del militarismo USA, chiedeva «la fine di tutti gli esperimenti nucleati atmosferici e sotterranei; il disarmo generale e controllato con l'eliminazione di tutte le basi atomiche esistenti nel mondo…».
La seconda rilevante manifestazione popolare antimilitarista si ha a Pratobello nel giugno del 1969, che ha visto tutta la popolazione di Orgosolo insorgere contro la provocatoria istituzione di un poligono di tiro negli unici terreni pascolativi.
La stessa stampa quotidiana, in questo decennio di penetrazione militare, preferisce tacere. Soltanto qualche foglio a bassa tiratura fa sentire un grido di allarme di quando in quando.

“La Sardegna è oggi nel suo complesso una base determinante del dispositivo della NATO. Le servitù militari si sono estese a larga parte del territorio dell'isola. Si compiono incessantemente, notte e giorno, esercitazioni di volo sugli abitati dei nostri Campidani, con aerei che sempre più si schiantano nelle campagne e al limitare dei paesi. Anche da questa parte siamo scambiati per una terra di colonia e per un popolo inferiore, dove è lecito anticipare il clima della guerra, violando elementari diritti ad una convivenza pacifica e laboriosa…” (“Rinascita Sarda” – dicembre 1965).

“Le basi continuano a moltiplicarsi… E' la fine dell'autonomia. Mentre i socialdemocristiani temporeggiano, mentre il Piano di Rinascita sardo si dilunga, mentre i coloni abbandonano campagna e lavoro per la mancanza di una programmazione che ridia anima in termini nuovi alle tradizionali attività isolane, sgravate dalle servitù militari, mentre le miniere chiudono i battenti dal Sulcis al Sassarese e i profughi sono sballottati da una città all'altra della Svizzera o della Germania, è la NATO che si arrocca da padrona in Sardegna fra mare e cielo, costringendo l'isola ad abdicare alla propria autonomia in cambio di un'immensa formidabile macchina da guerra. Una macchina che a noi non serve…” (“Scienteia” – Bucarest 1966).

In occasione della rivolta orgolese per Pratobello, il Circolo «Città-Campagna» entra nel vivo della questione con un ciclostilato del 23 giugno 1969:

“La Sardegna… già da tempo sta subendo la trasformazione in una gigantesca base militare italiana e straniera… Ma soprattutto si deve constatare ormai che sulla Sardegna intera e non solo sulle Barbagie si sta calando un regime militare e di polizia… [che] è da collegarsi a motivi più vasti, a propositi più complessi che non riguardano solo l'isola… Per quanto riguarda la Sardegna, un regime militare e di polizia non è altro che lo strumento per tenere inchiodate le popolazioni alle loro condizioni coloniali… In particolare, la colonizzazione comporta la totale liquidazione di ogni attività di lavoro ancora autonoma, ancora non totalmente soggiogata allo strumento capitalistico. Comporta in altre parole la liquidazione della pastorizia e dell'agricoltura in quanto attività di allevatori e coltivatori diretti, comporta la liquidazione dei pastori e dei contadini…”

Si tratta di un'analisi coerente agli sviluppi della storia del colonialismo in Sardegna fino a un recente passato - da rivedere in relazione all'attuale situazione storica.
Dopo la seconda carneficina mondiale - per una serie di cause che qui è superfluo elencare - gli schemi tradizionali del colonialismo hanno subito un profondo mutamento, seppure ne resta immutata la sostanza sopraffattrice e sfruttatrice. I movimenti di liberazione nazionale hanno portato numerosi popoli coloniali alla dimensione di nazione. Ma in realtà, nessuno di questi nuovi Stati, già colonie, ha potuto liberarsi dalla tutela delle potenze imperialiste.
Le stesse potenze colonialiste minori, come la Spagna, l'Italia, il Portogallo, la Grecia non sono sfuggite a questo gioco obbligato: in cambio di basi militari, dello sfruttamento di certe materie prime e della disponibilità dei mercati vengono garantiti a questi «alleati» di «vecchia civiltà» capitali, strumenti tecnologici, armi, un certo tipo di benessere consumistico nell'ambito di un certo ordine politico. L'Italia ha venduto di fatto la Sardegna agli USA come area di servizi militari - in cambio gli USA garantiscono alla classe dirigente italiana la gestione del potere economico e politico.
Non è quindi - come affermano i compagni sardisti del Circolo «Città-Campagna» - che «il regime militare e di polizia cali sulla Sardegna» per liquidare le strutture socio-economiche tradizionali, di cui sono espressione il pastore e il contadino; perché queste strutture costituirebbero un ostacolo al disegno di asservimento totale dell'isola al capitalismo italiano e straniero. L'asservimento dell'economia sarda non rende nulla agli USA - rende invece l'uso dell'isola come anello della catena strategica NATO, come portaerei e base missilistica al centro del Mediterraneo. Ed è sulla realtà di una Sardegna militarizzata che si struttura e si articola ogni intervento pubblico o privato di sviluppo economico.
L'isola è niente di più che uno strumento bellico, come può esserlo la VI flotta, ed è anzi un grosso passivo nell'economia americana - come lo sono tutti gli eserciti e tutti gli armamenti del mondo - un passivo che tirate le somme sono i popoli a pagare, i pastori sardi come i negri d'America. E sono passivi, per le popolazioni sarde, gli interventi economici che debbono «necessariamente» ammodernare l'isola «in funzione» delle basi militari: la costruzione di strade per i collegamenti e gli spostamenti di truppe e mezzi; la creazione di industrie petrolchimiche, in particolare raffinerie, per sopperire ai bisogni della macchina bellica; la costruzione di porti, aeroporti ed eliporti alcuni dei quali possono anche essere provvisoriamente usati per i traffici civili; la creazione di zone residenziali e turistiche e di parchi per il riposo dei «guerrieri» - di coloro cioè che della guerra hanno fatto una industria per conservare e potenziare le industrie; gli interventi «umanitari» per rendere «asettico» l'ambiente naturale (bonifica malarica) e sociale (moralizzazione dei costumi).
Le cause che muovono il meccanismo che ha per fine la soluzione finale dei barbaricini sono più complesse di quanto non sembri. Certamente si vuol dare il colpo di grazia alle strutture socio-economiche della civiltà barbaricina, perché non può essere inglobata né asservita alla civiltà capitalista: la cultura barbaricina ha fondamenta nell'uso comune della terra e nella comune proprietà degli strumenti di produzione, quindi sui valori e sulle capacità individuali, in cui il modello di società è il rapporto paritetico e mutualistico di individui liberi; la cultura capitalista si basa sull'accentramento dei capitali e degli strumenti di produzione in mano a pochi, e quindi sulla massificazione e la schiavizzazione dei molti.
I barbaricini rappresentano per il sistema capitalista un grosso pericolo non come «concorrenti» in economia, ma come forza eversiva, capace di «turbare» l'ordine borghese che in Sardegna, più precisamente, è «ordine militare»: lo stesso che si richiederebbe all'interno di un forte o in una portaerei. Ogni intervento repressivo, ogni modificazione delle strutture socio-economiche autoctone, ogni insediamento di industria petrolchimica - perfino gli «innocenti» progettati «parchi nazionali» - sono atti compiuti col preciso calcolo di creare un tipo di società asettico in funzione della sicurezza e della efficacia delle basi militari.
I padroni del sistema, attraverso i loro canali di deformazione della verità, sostengono l'utilità per le popolazioni sarde di avere in casa molti soldati e molte armi. Durante la sollevazione orgolese dell'estate 1969 la stampa padronale si levò scandalizzata, chiedendosi come potesse una comunità dare un calcio a tanta fortuna:

“Le autorità militari hanno inteso, scegliendo la zona di Pratobello quale meta di un campo estivo [leggi: poligono di tiro con artiglieria] instaurare o meglio cercare di instaurare dei rapporti prima di tutto umani, contemporaneamente si è fatto il tentativo di agevolare l'economia di quei paesi, oltre all'apporto notevole che ne può derivare sotto il profilo del costume e dell'etica sociale” (“L’Unione Sarda” – 22 giugno 1969).

Questa tesi fa il paio con quella sostenuta dai Krupp e dai loro tirapiedi durante la prima carneficina mondiale, che tentava di convincere i lavoratori a far la guerra, decantando la salubrità del clima in trincea rispetto a quello mefitico della fabbriche. Questo uno stralcio esemplare, tratto da un giornale tedesco dell'epoca:

“Come respireranno infine centinaia di migliaia di operai quando saremo in guerra! A casa, nelle buie fabbriche, i cui cortili sono pieni di fumi appestati, forse in una fabbrica in cui l'avvelenamento da piombo è cronico, in un'industria di colori, ove il verde e il giallo di tutto un anno non si lavano più via dalla pelle, con il fracasso delle macchine e dei martelli, dove il baccano impedisce di scambiare due parole, o infine in quelle fabbriche dove l'individuo è trasformato in macchina, svolgendo giorno per giorno un lavoro infinitamente monotono e deprimente, lì l'operaio rischia di morire, lì il suo ego si raggrinzisce. Tutta la sua individualità si limita e si indurisce fino a quella singola e materiale nullità, che non ha alcun rapporto con un sia pur minimo moto dello spirito. Ora, queste persone vedono invece per tutto il giorno la luce. Hanno sole e aria, marciano per prati e monti, per campi e boschi, marciano pieni di aria vivificante e dormono all'aperto… In questo periodo le nuove impressioni possono penetrare senza ostacoli nell'animo. Dintorni pieni di colori, paesaggi sconosciuti, nuovi uomini con nuove lingue e con colorati e insoliti vestiti - tutto ciò affolla, riempie l'animo del povero operaio! Egli ridiventa uomo, può ridiventarlo” (“New Kent” – maggio 1970).

Un'opposizione politica - all'interno del sistema - contro la massiccia militarizzazione della Sardegna potrebbe essere organizzata dal partito comunista. Le manovre della NATO in Sardegna - si preoccupa Umberto Cardia, già segretario regionale del PCI - hanno «un carattere di provocazione antisovietica. Vi sono è vero nel Mediterraneo navi da guerra sovietiche, ma è ormai da tutti gli osservatori seri ammesso che, né per numero, né per armamento complessivo, esse rappresentino quel che si chiama una minaccia potenziale, essendo il loro obiettivo quello di rappresentare una forza stabilizzante…» («Rinascita Sarda», 1 maggio 1970).
La difesa nazionale è sempre una maschera con cui si vuole nascondere la funzione di cane da guardia delle strutture autoritarie, dell'asservimento delle masse lavoratrici che i diversi regimi affidano all'esercito. All'esercito infatti, di volta in volta, è affidato l'incarico: in Grecia di instaurare l'ordine dei colonnelli, nel Vietnam la civiltà del dollaro col massacro pianificato, in Cecoslovacchia di restaurare il socialismo coi carri armati, in Sardegna di imporre uno stato coloniale con i baschi blu.
Tutti i blocchi militari perpetuano una loro logica di potenza, di osservazione di regimi autoritari e sono sempre una perenne minaccia alla pace, alla democrazia, al socialismo. Se si è coerenti fino in fondo bisogna lottare contro tutti i blocchi militari, contro la NATO come contro il Patto di Varsavia. La pace non si costruisce approntando sempre nuovi e più micidiali strumenti di guerra, ma attuando la conversione delle strutture militari in strutture civili. Bisogna lottare quindi contro le strutture militari promuovendo l'obiezione di coscienza di massa, combattendo contro le proposte di un esercito di mestiere, lottando per il disarmo unilaterale del nostro Paese.
Le strutture militari, indipendentemente dal loro colore e dai valori cui fanno la guardia, rappresentano sempre una condizione negativa, sia nello sviluppo socio-economico e sia nell'affermazione dei diritti civili. E altro dato veramente tragico, per l'immensa potenza distruttiva che hanno raggiunto, esse mettono in pericolo la stessa sopravvivenza dell'umanità.
Il militarismo considera l'organizzazione e l'ordine militare come modello cui deve guardare la società civile: in Sardegna conforma questi agli schemi di quello.

“La presenza massiccia di basi militari e di relative servitù da un lato condizionano pesantemente l'economia e la crescita delle popolazioni e da un altro lato influenzano tutti gli istituti dello Stato, in particolare quelli della giustizia e dell'ordine pubblico. Qui, i generali di mezzo mondo, trovano l'ambiente adatto, covano gli strumenti bellici più terrificanti che la moderna tecnica possa produrre, e un poderoso apparato militare e di polizia circonda, protegge e mantiene nel più rigoroso segreto queste mostruose covate. Ogni aspetto della vita civile ne risulta intollerabilmente condizionato. Il clima della più rigida autorità e della più severa disciplina - l'annullamento dei valori individuali - è il fondamento del regime militare. La democrazia, di qualunque colore, è considerata una peste sociale. La circolazione delle idee - al di fuori del credere-obbedire-combattere - è un attentato alla sicurezza dello Stato. Premessa essenziale alla instaurazione del loro regno, i militari creano costosissimi apparati preventivi e repressivi di polizia, tradizionali e speciali, politici e comuni, spie e controversie che vigilano creando fantasmi per avere il pretesto di colpire uomini in carne e ossa con idee in testa. Anche la rilassatezza dei costumi - in particolare quelli sessuali - è ritenuta pericolosa alla armonia di una società gestita dai militari. Un buon cittadino deve esaltarsi davanti alle parate degli eserciti, scattare e commuoversi nell'udire inni patriottici, chinarsi riverente davanti agli eroi della guerra. Un buon cittadino può far parte della eletta schiera quando inoltre creda nel cattolicesimo religione dei padri, nell'indissolubilità del matrimonio concordatario e nella istituzione dei casini per la salvaguardia della verginità delle fanciulle perbene. Non fa meraviglia, quindi, che poliziotti e questurini difendano e proteggano le basi militari in Sardegna scrutando sospettosi la lunghezza delle gonne e dei capelli, ascoltando i timbri di voce per isolare gli scioperati e gli omosessuali…”(L. Mancosu, “Stato di polizia, giustizia e repressione in Sardegna” La Libreria, 1970, Milano, Libreria Feltrinelli).

Quanto costino gli impianti bellici situati in Sardegna nel bilancio dello Stato italiano e degli altri Stati in consorteria, non è facile sapere. I soli USA per la «mutua sicurezza», cioè per le loro basi e i loro armamenti «fuori casa», spendono somme vertiginose (per inciso, le spese globali militari degli Stati Uniti sono secondo un calcolo della FAO sei volte ciò che occorre ai popoli della terra per nutrirsi). Dai 2.442 milioni di dollari del 1946 sono passati ai 3.675 milioni di dollari nel 1955. Nello stesso anno, la NATO ha speso per potenziare il suo apparato bellico 62.202 milioni di dollari. Una somma che negli ultimi quindici anni si è triplicata.
La NATO, alle origini, nel 1949, era ricca di assunti mutualistici, ma ancora povera di forze. Un anno dopo la firma del trattato, nel 1950, i paesi dell'alleanza lamentano d'essere in possesso di appena 14 divisioni e poco più di un migliaio di aerei da guerra. Nel 1954, il generale Alfred Gruenther, comandante in capo, dichiara che la NATO ha a disposizione circa 100 divisioni «in vario grado d'impiegabilità», che la forza aerea è «ancora maggiore rispetto alla crescita degli effettivi terrestri, e un immenso aumento di forze è stato compiuto nel settore della marina sia nell'Atlantico che nel Mediterraneo» (I. Menken, “Il riarmo nell’economia sovietica” Roma, Opere Nuove,1960). Un anno più tardi, nel 1955, il tenente generale Courtland Schuyler, capo di stato maggiore delle forze unite dell'Europa Occidentale, rileva che il «sistema di difesa è ancora insoddisfacente», e che molto resta da fare per ottenere una «cooperazione tra potenza atomica e forze terrestri». Da quell'anno, infatti, la NATO si munisce di armi nucleari. In Turchia, ai confini con l'URSS, vengono collocati sbarramenti di mine atomiche. La Germania democristiana di Bohn è dell'idea che mine dello stesso tipo debbano essere predisposte lungo il «sipario di ferro». Spagna, Grecia e Sardegna vengono utilizzate come basi per sottomarini forniti di armi nucleari e per aerei da bombardamento atomico e vi costruiscono le prime rampe missilistiche. La sola Spagna riceve dagli USA come «affitto basi», in contanti e sotto forma di crediti, oltre 240 milioni di dollari - dove vadano a finire questi soldi è facile presumere: servono al potere falangista di Franco per mantenere l'apparato repressivo e liberticida.
Dei pericoli che incombono sulle popolazioni dell'isola, la stampa non ama parlare - gli incidenti bellici non fanno notizia, sono sempre «una triste fatalità». Comunque, per tradizione, le eventuali vittime hanno il funerale assicurato a spese dello Stato, con seguito di autorità in divisa, banda musicale e bandiere al vento.
Nel 1967 dalle popolazioni di alcuni paesi a nord della base aerea NATO di Decimo è stato rilevato, dopo una potente esplosione, il caratteristico fungo atomico. Sul fatto è stato mantenuto dalle autorità civili e militari il più rigoroso riserbo. Ne hanno dato notizia due quindicinali di sinistra e ne è seguita un'interrogazione al parlamento regionale (“Sassari Sera” – novembre 1967).
I militari della NATO, tra una esercitazione e l'altra, si dedicano al contrabbando di liquori e sigarette e qualcuno fa anche traffico di droga. Nell'estate del 1968, un sottufficiale viene trasferito per soffocare lo scandalo.

“Da almeno un anno si sarebbe dedicato al reperimento e allo smercio di ingenti quantitativi di liquori, delle marche più pregiate, che acquistava ai noti prezzi convenzionali riservati ai militari della NATO (pari ad un quarto del loro valore commerciale) e che rivendeva sulla piazza di Cagliari ottenendo alti margini di guadagno. Non si esclude che oltre i liquori il sottufficiale tedesco abbia trattato anche allucinogeni del tipo LSD riservandosi per questa particolare merce di contrabbando guadagni favolosi…”(“Sassari Sera” – 30 giugno 1968).

Droga e proiettili di mitragliatrice. Il 12 maggio del 1968 i contadini nella campagna di Calasetta, una cittadina a 50 chilometri da Cagliari, assistono a un carosello tra due aerei da combattimento che a un tratto si abbassano in picchiata, sparano alcune raffiche di mitraglia e scompaiono all'orizzonte. Diversi proiettili hanno colpito la strada e dissestato l'asfalto, alla periferia di Calasetta. Numerosi altri proiettili di calibro più grosso vengono ritrovati lungo la costa, ai margini dell'abitato. Per una fortunata coincidenza non ci sono state vittime.
La notizia del fatto, che ha avuto troppi spettatori per potersi tacere, si diffonde rapidamente. La stampa governativa affaccia l'ipotesi di «aerei di nazionalità sconosciuta» - si vuol far pensare ad aerei con stella rossa o forse cinesi. Si apre la solita inchiesta. Le note stampa si susseguono freneticamente in una ridda di ipotesi.

“Cagliari, 13: Il comando militare dell'Aereonautica… in collaborazione con i carabinieri stanno svolgendo indagini per far piena luce sul misterioso episodio…
Cagliari, 14: A quanto si apprende negli ambienti militari della base di Decimo, il giorno in cui sono stati avvistati gli aerei, quattro reattori della base NATO stavano effettuando manovre al di fuori delle acque territoriali… Si esclude quindi siano stati esplosi dai quattro aerei a reazione”.

Cagliari, qualche giorno dopo:

“Si esclude che i proiettili siano stati sparati da aerei italiani… i proiettili dei caccia a reazione italiani sono colorati, mentre quelli trovati a Calasetta non hanno alcuna colorazione. Si esclude anche che i proiettili possano essere stati sparati da aerei canadesi o tedeschi della NATO; sia gli uni che gli altri hanno infatti proiettili di diverso calibro. Le possibilità sono dunque che i proiettili siano stati esplosi da aerei americani durante una esercitazione al CAUC (Centro Addestramento Unità Corazzate) di Teulada, oppure da aerei della marina statunitense provenienti da una portaerei” (“AGI” Agenzia Giornalistica Italiana, pp. 13-14, maggio 1968).

Dalla ridda di ipotesi che vengono formulate sulla paternità della sparatoria, se ne deduce che il cielo della Sardegna, in quel 12 maggio, pullulava di aerei in esercitazioni di guerra di almeno quattro grosse nazionalità diverse.
L'inchiesta non è riuscita ad appurare chi abbia sparato. E tutto per colpa di alcuni ragazzi di Calasetta. Infatti, i monelli avevano raccolto loro tutti i proiettili e li avevano nascosti per farsene ciondoli.

“Il comandante della stazione di Calasetta, venuto a conoscenza del ritrovamento dei proiettili, aveva invitato i ragazzi a consegnarli in caserma. Con stupore il maresciallo si è accorto che i ragazzi avevano cominciato a segarne e avevano lucidato gli altri con carta smeriglio tanto da fare scomparire i contrassegni” (“AGI” Agenzia Giornalistica Italiana, pp. 13-14, maggio 1968).

Così i militari della commissione d'inchiesta sono rimasti - poveretti! - con un pugno di mosche in mano. Presumibilmente, i ragazzi, appena in età, verranno proposti per il confino, avendo essi, «mediante carta smeriglio», ostacolato pubblici ufficiali «nell'esercizio delle loro funzioni».
Secondo alcuni notabili democristiani, i sardi - popolo fiero di guerrieri - vogliono le basi militari, ne sono contenti e si auspicano di riceverne altre. Lo dice anche Andreotti:

“I comunisti in Sardegna chiedevano all'elettorato, per il voto del 13 giugno, una condanna della militarizzazione della Sardegna… Con particolare violenza i comunisti se la sono presa con le installazioni difensive militari della Sardegna, sostenendo che esse attirano l'offesa dell'inimico, contrastano le turistiche espansioni, deprimono l'agricoltura e le foreste. A giudicare dai voti, questa specialissima tenacia antimilitare non ha attaccato” (“Concretezza”, 1° luglio 1965).

Intanto, i risultati elettorali, diventano una burla, in un regime clerico-sbirresco, in una colonia com'è la Sardegna, da cui in venti anni sono emigrati mezzo milione di lavoratori su un milione e mezzo di abitanti e dove l'analfabetismo raggiunge ancora percentuali del 25%, dove la medicina non ha ancora soppiantato la stregoneria e oltre la metà degli iscritti alla scuola dell'obbligo non frequenta e va a lavorare. Inoltre, Andreotti dovrebbe dimostrare, coi fatti, che i sardi vogliono le basi - sono i fatti che smentiscono Andreotti.
Sul diritto delle popolazioni di decidere dell'utilizzazione delle loro terre - che coinvolge la sostanza della autonomia regionale - parla un servizio apparso su «Il Ponte», nel dicembre 1969:

“La nostra Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali, attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento. E’ appunto nel nome dell’autonomia che ci permettiamo di far osservare che nei nostri confronti si sta decisamente esagerando: ormai da diversi anni, si va compiendo un piano strategico politico-militare allo scopo di far diventare l'isola la principale polveriera dell'intero bacino del Mediterraneo… Si sono avute forme aperte di ribellione contro provvedimenti quali quelli, ad esempio, della presenza del poligono di tiro a Pratobello, istituito senza alcuna consultazione preliminare con gli enti locali e le popolazioni. Tutto ciò, naturalmente, in contrasto aperto col disposto della legge 20 dicembre 1932 n. 1849, relativo allo stabilimento di servitù militari, che nella fattispecie non ha trovato alcuna applicazione…”

Si tratta di una proposta quanto mai ingenua, quella dell'articolista de «Il Ponte», di chiedere al governo il rispetto della leggina n. 1849 varata nel 1932, anno X dell'era fascista, e sepolta sotto una valanga di leggi che riservano poteri discrezionali ai capi di stato e ai ministri, in materia di «difesa nazionale». Da quando in qua è esistito in Italia un governo che si sia posto la questione di interpellare il popolo per sapere se vuole o non vuole basi militari, eserciti ed armi, se vuole o non vuole fare la guerra? Se prendesse piede un simile «andazzo» democratico, il militarismo tirerebbe presto le cuoia - o resterebbe circoscritto, come altri fenomeni di schizofrenia criminale, dentro le robuste mura di un manicomio.
Intanto sono loro, gli «schizofrenici», a dettare legge, a pretendere di decidere del destino dell'umanità. Le manie che li caratterizzano sono di natura sadica. E' risaputo che i guerraioli sottopongono le reclute delle cosiddette «scuole di ardimento» a massacranti tours de force e a prove di allucinante temerarietà.
Intorno al 1964 sono trapelate notizie su certi misteriosi lanci di truppe speciali paracadutate in Barbagia. In particolare, il caso di 50 paracadutisti lanciati in quelle zone impervie e deserte per compiervi ignote esercitazioni e di 30 di essi spariti senza lasciar traccia. Dopo giorni e giorni di affannose ricerche, carabinieri e baschi blu riescono a rintracciare e a mettere in salvo i malcapitati. Erano reclute della «scuola di ardimento», sulle cui follie si è accesa un po' di luce grazie al bisticcio tra due generali, il De Lorenzo e l'Aloja - allora rispettivamente capo di stato maggiore della Difesa e capo di stato maggiore dell'Esercito.

“Aloja sosteneva e attuava a Civitavecchia alcuni corsi di ardimento, durante i quali gli allievi imparavano a debellare la guerriglia. Uno degli istruttori di maggior rilievo era un maggiore della Bundeswehr, già ufficiale della Wehrmacht… Particolarmente impegnative, nell'ambito di questi corsi, erano le prove di sopravvivenza. La prova consisteva nel paracadutare questi ufficiali nelle zone più desertiche della Barbagia, in Sardegna: i malcapitati venivano riforniti di poche gallette da sgranocchiare e comunque di viveri sufficienti per un solo giorno. Dopo di che dovevano arrangiarsi, cioè sopravvivere, facendo una minuta caccia alle lucertole, mangiando scorze d'albero alquanto indigeste ma particolarmente nutrienti, scovando e racimolando particolari specie di erbette con alto potere, se così si può dire, nutritivo. Qualche ufficiale, avendo equivocato le nozioni apprese ai corsi, finiva per sbucciare alberi sbagliati o catturare piccoli rettili niente affatto commestibili. Per cui poteva capitare che a qualcuno di loro scoppiasse la dissenteria. E in questo caso, il poveretto finiva per illanguidirsi nello scioglimento di sé in mezzo a quelle vaste piane. Altri, invece, dopo lunghe e infruttuose ricerche finivano per aggregarsi a un pastore, rifocillandosi di cacio e latte. Altri, infine, dopo quella esaltante esperienza, finivano per restare in Sardegna e aprivano una trattoria tipica, con piatti di scorza d'albero e lucertole della Barbagia, un tipo di trattoria cioè che potrebbe ben figurare nella rubrica della Cederna su «L'Espresso».
Queste prove di sopravvivenza, poi, erano di stretta derivazione americana: vengono infatti praticate dai berretti verdi a Fort Bragg e i rangers che hanno catturato e ucciso Che Guevara erano appunto usciti da quei corsi antiguerra.
De Lorenzo, tenendo una prolusione a uno dei corsi praticati a Civitavecchia, ebbe a dire che quel tipo di istruzione non serviva a niente e che per di più finiva per creare un piccolo esercito nell'ambito delle Forze Armate della Repubblica: quelle affermazioni costituirono il primo attacco di De Lorenzo al generale Aloja. Aloja passò al contrattacco criticando radicalmente l'acquisto fatto dall'esercito di un contingente di carri armati americani del tipo M 40 [che pare sarebbero dovuti finire al CAUC di Teulada, in Sardegna]. Disse che erano dei pachidermi, addirittura più larghi e panciuti dello scartamento ferroviario italiano, per cui, non essendo trasportabili per treno, né potendo transitare sulle autostrade italiane, restavano inutilizzati al luogo di sbarco. Infatti, gli M 40 arrivarono in pezzi da montaggio a La Spezia, nella cui città la OTO-MELARA provvide a montarli: ma una volta messi su venne fuori questa loro mole enorme, che suscitò sgomento negli stessi montatori. E i pachidermi restarono sempre nella cittadina ligure e tuttora l'unica speranza acché essi vengano utilizzati è che un ipotetico nemico decida di effettuare uno sbarco a La Spezia, dove certo si buscherebbe una severa lezione…” (“New Kent”, Un generale al di sopra di ogni sospetto, maggio 1970).

L'accenno al De Lorenzo richiama alla memoria il vagheggiato colpo di Stato del '64 e consente di introdurre, per sommi capi, un aspetto poco noto della storia militare dell'isola, e cioè della sua utilizzazione come terra di confino per prigionieri di guerra, oppositori politici, gruppi etnici e religiosi indesiderati, funzionari incapaci e preti irretiti da censura.
Già dai tempi remoti la Sardegna, per la sua condizione di isola poco o nulla legata ai traffici di terraferma, per il suo clima malarico e per l'aggressività degli abitanti, è la sede di elezione e d'esilio e di pena che i governanti riservano ai sovversivi o più in generale agli indesiderati.
Uno dei primi della serie è Seneca, l'illustre moralista, «ottimo predicatore e pessimo razzolatore» e per tanto ritenuto antesignano della morale cristiana. Rientrato in patria dopo l'esilio, per non smentire la fama di malalingua dirà peste e corna della Corsica e della Sardegna.
Sempre sotto l'impero, Tacito ricorda l'infamia - vile damnum - dei 4.000 ebrei che furono deportati nell'isola con il compito di reprimere il brigantaggio. I poveretti, abbandonati in clima malsano, smarriti in zone impervie, furono decimati dalla malaria e dai patimenti. I superstiti dovettero la loro sopravvivenza all'umanità degli indigeni, che permisero loro di fondare colonie dove si moltiplicarono indisturbati per secoli. Fino al 31marzo 1492, data del decreto del viceré aragonese Giovanni Dusay che li espulse (“P. Valery, Viaggio in Sardegna, Fondazione Il Nuraghe, 1900).
Il primo Papa che mette piede nell'isola è un deportato politico, il pontefice Ponziano (233-238). Costui briga con l'antipapa scismatico Ippolito per imporre l'ortodossia. L'imperatore Massimino il Trace se li leva ambedue dai piedi mandandoli in Sardegna a continuare le loro diatribe dottrinarie e insieme a lavorare nelle miniere.
Tuttavia, quello di Papa Ponziano non è l'unico caso di deportazione di preti. Tra il 455 e il 533, i dominatori vandali, alleati del vescovo di Roma e precursori della «religione di stato», usavano mandare nell'isola, a lavorare come forzati nelle miniere e nelle saline, gli scismatici ortodossi che non rientravano in un cristianesimo di razza ariana.
Il periodo della dominazione aragonese inaugura l'era della utilizzazione della Sardegna come sede punitiva per militari e funzionari di stato. I feudatari aragonesi - come dimostrano le cronache di quel tormentato periodo - costretti ad abbandonare gli agi di corte per andarsene in colonia a sedare rivolte di briganti straccioni, sfogavano i loro malumori opprimendo, sfruttando e fiscaleggiando oltre ogni limite il popolo sardo.
Tralasciamo l'elencazione delle galere, delle case di pena, dei campi di lavoro forzato di cui l'isola ha sempre avuto gran numero - in pratica , fino a tempi recenti, tutte le attività di tipo industriale e molte di tipo agricolo venivano svolte da galeotti o da prigionieri politici. Da quando tra militari si è convenuto che non sta bene passare per le armi i prigionieri di guerra, la soldataglia, esclusi gli ufficiali, può essere utilizzata dal Paese detentore come bracciantato gratuito: la Sardegna ricorre spesso nei piani degli stati maggiori e dei ministeri competenti per la sistemazione dei prigionieri di guerra.
In margine alla prima guerra d'indipendenza, nell'Archivio di Cagliari, si conservano una serie di documenti su due progetti di invio di un gruppo di 158 giovani lombardi, supposti disertori dai reggimenti austriaci, e di un gruppo di ben 5.000 prigionieri austriaci, catturati durante la prima e la seconda fase della guerra (“Aa. Vv.”, La Sardegna nel Risorgimento, Sassari, Gallizzi, 1900). Durante la prima carneficina mondiale, i prigionieri austro-ungarici fanno in Sardegna lavoro bracciantile nelle tenute degli agrari, che a livello di comunità controllano le istituzioni statali, municipio, dazio, polizia. A Sinnai, grosso centro agricolo a dieci chilometri da Cagliari, un contingente di prigionieri di guerra austriaci, con mezzi meccanici tedeschi bottino di guerra, fu impiegato in un'opera ciclopica: la costruzione perimetrale di un muro in pietra che racchiude una delle più vaste pinete dell'isola.
La Maddalena - roccaforte della marina militare - nell'agosto del 1848 non trova posto per prigionieri austriaci; ma nell'estate del 1943 riceve un confinato d'eccezione: il cavalier Benito Mussolini, caduto in disgrazia presso i generali. Da qui, essendosi sparsa la voce, i generali pensano di trasportare il loro uomo all'isola di Tavolara. Vengono diramate disposizioni in tal senso, sennonché, all'ultimo momento, prevale il rifugio del Gran Sasso.
L'ultima massiccia deportazione in Sardegna - come si è accennato - doveva compiersi dopo il colpo di stato del luglio 1964. Parlano del progetto il settimanale di Parri, «L'Astrolabio», «ABC», «L'Unità» e altri.

“Ci sembra il caso di rivelare che, entro il raggio dell'operazione [14 luglio 64] rientrava anche la disposta requisizione di due navi traghetto della società di navigazione Tirrenia, per il trasporto in Sardegna delle persone che dovevano essere arrestate e concentrate in determinate località. Per quanto riguarda l'organizzazione del trasporto l'operazione venne affidata a un noto esponente del SIFAR in collegamento con la società Tirrenia. Si tratta del colonnello dei carabinieri Filippo Rosati… Una verifica dei registri della Tirrenia potrebbe sempre confermare l'esattezza delle informazioni…” (“L’Astrolabio”, 11 febbraio 1968).

«L'Unità» fornisce ulteriori dettagli. Gli oppositori politici sarebbero stati prelevati dalle loro case e per mezzo di aerei trasportati all'isola dell'Asinara, in provincia di Sassari, e a Castiadas, sede di una vecchia colonia penale in provincia di Cagliari. Era stato messo in opera un campo di raccolta per i detenuti. Il comando generale dell'arma dei Carabinieri si era rivolto allo stato maggiore della marina e a quello dell'aereonautica per ottenere tre traghetti militari che sarebbero dovuti salpare da Genova, Palermo e Civitavecchia, e diversi aerei da trasporto in partenza da Milano-Linate e Roma-Ciampino tutti in direzione della Sardegna. Il capo di stato maggiore della marina, ammiraglio Giurati, non accettò la richiesta, mentre quello dell'aviazione, generale Remondino, non fece difficoltà e diede le disposizioni relative.
«ABC»si si è perfino preso la briga di fotografare i lager allestiti per i deportati politici, a Castiadas, dove si sarebbero ospitati 3-400 uomini, e a L'Asinara che ne avrebbe visti altrettanti.

“De Lorenzo è stato in Sardegna, non importa quando. Così come a più riprese vi è stato Andreotti, quando era ministro della difesa. Le loro visite hanno avuto un qualche collegamento con l'allestimento dei campi di concentramento a Castiadas e a L'Asinara? Difficile rispondere con esattezza. Resta un fatto: i lager erano pronti per accogliere 650 prigionieri politici. E della presenza di questi lager in Sardegna si era fatto parola nella famosa riunione di Roma del 28 giugno cui prese parte, tra gli altri, il colonnello della legione dei carabinieri di Cagliari colonnello Edgardo Citanna. In un secondo tempo le liste nere passarono dal colonnello Citanna agli uffici del SIFAR. Che era successo a Roma? Forse Citanna si rifiutò di aderire ai preparativi del putsch e fu destituito. Da allora l'organizzazione dei campi di concentramento passò ad altre mani. Ma l'ordine speciale tanto atteso non arrivò, le deportazioni non ci furono. I lager di De Lorenzo sono ancora vuoti. Per impedire che si riempiano, bisogna restare vigilanti. La lezione della Grecia insegni. Sarebbe veramente il colmo se la Sardegna, dopo essere stata posta sotto la servitù militare della NATO, diventasse una seconda isola di Janos” (“Rinascita Sarda”, 10 gennaio 1968).

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