Copyright 2020 - Custom text here

Indice articoli


3. Il Salto di Quirra. Perdasdefogu

“L'Aeronautica militare eseguirà esercitazioni di tiro dalle ore 0 del giorno 1 dicembre 1958 alle ore 24 del giorno 20 dicembre 1958 presso il poligono sperimentale interforze del Salto di Quirra. La zona di territorio interessata in dette esercitazioni è specificata nei manifesti affissi nell'albo pretorio dei seguenti Comuni: Villaputzu, Ballao, Villasalto, Villagrande, Lotzorai, Arzana, Tertenia, Ulassai, Ussasai, Jerzu, Escalaplano, Lanusei, Armungia, Perdasdefogu. In detta zona durante il copraccitato periodo a scopo pubblica incolumità è vietato in modo assoluto il transito e la sosta di persone, animali e veicoli. E' fatto altresì divieto di toccare qualsiasi proietto caduto; di eventuali ritrovamenti dovrà essere data immediata comunicazione al personale dell'Aeronautica militare o ai carabinieri. Eventuali danni che potranno essere arrecati alla proprietà privata, saranno indennizzati dopo gli accertamenti fatti da apposita commissione.”

Questo il testo di uno dei tanti bollettini di guerra diffusi, mese dopo mese da oltre tredici anni, in questa zona della Sardegna che porta il preveggente nome di Perdasdefogu - letteralmente Pietredifuoco. Una zona che comprende, come si vede dalla elencazione fornita dallo stesso comando aeronautica, una quindicina di comuni, una superficie vasta 145.000 ettari circa con oltre 80.000abitanti.
Di che genere di esercitazioni si tratti è noto. Nel Salto di Quirra operano due basi missilistiche della NATO, una a Perdasdefogu, nell'interno, e una a Capo San Lorenzo, sulla costa. Dietro il paravento della scienza - all'inizio delle esercitazioni - vi si sbandieravano i missili umanitari, quelli per la ricerca del dato scientifico, quelli che sciolgono la grandine con un botto. in realtà, ogni base militare, offensiva o difensiva che chiamar si voglia, è un apparato in continuo sviluppo, alla ricerca di una sempre più perfetta capacità distruttiva e che ha come unico scopo la dimostrazione pratica della propria efficienza nella guerra.
Che cosa intendono per guerra i generali di tutto il mondo, essi stessi da tempo lo hanno spiegato molto crudamente, e senza mistificazioni ideologiche a uso dei popoli, nei loro manuali riservati:

“La guerra è un atto di forza che ha per scopo di costringere l'avversario a sottomettersi alla nostra volontà. La forza si arma delle invenzioni delle arti e delle scienze per misurarsi contro la forza. Essa è accompagnata da restrizioni insignificanti che meritano appena di essere menzionate, alle quali si dà il nome di diritto delle genti, ma che non hanno capacità di affievolirne essenzialmente l'energia…” (K. Von Clausewitz, “Della guerra”, Milano, Mondadori, 1968).

Quando cominciarono gli espropri (dapprima si era parlato di qualche ettaro in agro di Perdasdefogu) gli abitanti, già impoveriti da secoli di abbandono e da un'emigrazione di vaste proporzioni, reagirono con manifestazioni di massa. Ministri e sottosegretari minimizzarono la questione. A sentir loro pareva che il poligono di tiro in progetto sarebbe stato non più di una tettoia per riparare dal sole un plotone di fantaccini con moschetto mod. 91 e un tabellone tirassegno appena più grande di quelli delle fiere paesane. E sottolineavano, in concerto con la stampa padronale, «i benefici effetti e progressisti sulla economia della zona per la presenza di contingenti militari»: vivificazione degli scambi socio-culturali e altre balle del genere.
Ma l'entità delle aree espropriate col primo decreto (1957) non lasciava presagire nulla di buono. Primo lotto: 8.300 ettari; secondo lotto: 6.000 ettari; terzo lotto, zona costiera: 2.200 ettari. E altri espropri previsti e da prevedere.
Nel quinquennio 1945-50, nelle campagne di Jerzu, Lanusei, Tertenia, Loceri, dalle sanguinose lotte dei braccianti per l'occupazione delle terre incolte sono sorte le cooperative agricole - un fatto nuovo e rilevante nella storia del proprietario sardo. La sola cooperativa di Jerzu (quella più duramente colpita dagli espropri) in nove anni di duro lavoro e senza beneficiare di alcun contributo dello Stato (che sempre si dimostra avaro, quando c'è da sostenere il riscatto della povera gente) ha trasformato fondiariamente circa 138 ettari. Sono stati impiantati vigneti e frutteti, costruite oltre 60 case coloniche, messi in opera impianti idrici per l'irrigazione.
I cooperatori dell'Ogliastra si sono riuniti numerose volte per protestare contro la dissennata politica militarista della classe dirigente. I contadini e i pastori hanno avuto parole dure, di riprovazione e di condanna.

“Noi abbiamo una zona dove la terra è assai cespugliata, ma lavorandola viene buona. Abbiamo lavorato. La nostra cooperativa va benino. Il problema che ci assilla è però ora rappresentato dagli inconsulti espropri della NATO che si espandono da Perdasdefogu in tutta la zona. Toccano anche noi, questi espropri, lo abbiamo saputo. Ora, a parte il fatto che questi missili della base di Perdasdefogu non ci portano bene, 45.000 ettari di terra vanno a farsi benedire. Ed è la terra migliore di Lanusei, Tertenia, Jerzu, Villagrande, Ulassai, Villaputzu, Perdasdefogu. Noi volevamo e vogliamo che questa terra ce la lascino. Abbiamo lavorato per anni senza contributi, continueremo a lavorare senza, se non c'è un governo sensibile alla cooperazione. Ma che ci lascino la terra. Debbono lasciarcela. Dicono che il campo si estenderà e che occorrerà perfino spostare Tertenia, case e abitanti, perché verrà a trovarsi in mezzo al campo della NATO. Dicono: ma sono impazziti quelli del governo? Che ci lascino lavorare in pace “ (Dichiarazione del presidente della cooperativa agricola di Lanusei, rilasciata alla stampa).

Una dichiarazione altamente drammatica, alla luce dei fatti che si sono susseguiti dal 1957 a oggi. La zona è diventata un deserto. I cooperatori sono in gran parte emigrati, andando a impinguare i profitti dei capitalisti del MEC. Qui sono rimasti i vecchi, le donne, i bambini e i pochi che neppure la fame e la disperazione riescono a strappare dalla terra dei loro padri.
Da Villaputzu a Tertenia e fin quasi alle porte di Jerzu, il Salto di Quirra e l'Ogliastra si percorrono sulla strada statale n. 125, costeggiando il mar Tirreno per un centinaio di chilometri. Siamo ai confini della Barbagia, «die Land wo die Banditen blühen», come declamano i teutoni della NATO parafrasando Goethe, «la terra dove fioriscono i banditi». E che altro potrà mai fiorire, qui, su questa desolata terra, dove alla natura aspra e dura si è aggiunto oggi il caos delle armi più distruttive che la scienza può produrre? Il paesaggio è apocalittico. Cineteodoliti emergono dalle aride colline. i monti paiono ammassi di rocce frantumate e sconvolte dall'ira dei fulmini. Macchie irsute di cisti e di lentischi, rade elci curve al vento, grigie nel poco verde di velenose euforbie. Gli anfratti rocciosi sono profondi e bui come gola di serpe. Dall'alto il paesaggio appare un immenso mare di pietra che tumultui ondeggiando immoto con aguzze creste. Nelle poche conche, su questa terra dura, su cui il sudore e il sangue di centinaia di generazioni avevano strappato il miracolo umano di piccole oasi di verde contese alla pietra, oggi precipitano nel caos di oscure ere geologiche.
Le basi missilistiche del Salto di Quirra nascono con la retorica del «prestigio nazionale»: l'Italia, pupilla dell'occhio jankee, ha la sua Cape Canaveral il sedicesimo, con tutti gli annessi e connessi, compreso il fatidico «conto alla rovescia». Una nascita funesta da un tragico incidente: nel settembre del 1957 cade il primo missile:

“…lanciato dal poligono aeronautico e precipitato nella località Is Terras, provocando un incendio rapidamente propagatosi in terreni di proprietà privata e comunali e arrecando danni alla rete telefonica i cui cavi sono andati distrutti per una lunghezza di dodici chilometri. Il fatto, nonostante la scarsa pubblicità datagli, ha destato vivissima impressione anche perché si presume che solo per una combinazione l'ordigno non è precipitato su luoghi abitati. Ora, con l'apparente tentativo di celebrare l'industria italiana, costruttrice di questi missili, è venuta la notizia ufficiosa di esperimenti compiuti su vasta scala in territorio sardo. Esperimenti che verranno ripetuti trattandosi di telearmi non ancora perfezionate e che abbisognano quindi di continue prove. Giustificata è pertanto l'apprensione dei cittadini, particolarmente di quelli che vivono nei posti vicini ai poligoni di lancio, i quali rischiano di dover fare le spese (oltre a quelle che già fanno per pagare il bilancio militare) di queste esercitazioni…” (“L’Unità”, 21 settembre 1957).

Fra i partiti di opposizione democratica, bisogna riconoscere al PCI un'assiduità nella denuncia - mettendo però l'accento esclusivamente sulla «pericolosità» degli ordigni «non ancora tecnicamente perfetti» e sui «danni economici» che gli espropri dei terreni provocano alle popolazioni. E' un discorso fatto a metà, che ignora la sostanza della questione: il rifiuto di ogni violenza e la condanna di ogni strumento bellico.
Sarebbe stato facile, allora, mobilitare la grande massa dei cooperatori in una lotta antimilitarista aperta e totale. Dimostra di averlo capito il segretario regionale della Lega, quando, in una intervista del 1961, afferma:

“Il colpo inferto alle cooperative dell'Ogliatra è un colpo a tutto il movimento cooperativistico sardo. Perciò tutta la cooperazione dell'isola deve muoversi protestando contro la inusitata misura degli espropri. La lotta per lo sviluppo della cooperazione oggi passa, dunque, nell'isola, attraverso le tappe di una lotta contro la trasformazione della Sardegna in una base di missili.”

Quando nel 1957 cominciarono a piovere i decreti di esproprio, indipendentemente dalle cause criminose per le quali venivano effettuati, centinaia di contadini e di pastori, toccati nella loro unica fonte di sopravvivenza, si levarono in massa pronti a portare la lotta fino in fondo. I partiti e le organizzazioni dei lavoratori hanno la pesante responsabilità di non aver saputo sostenere questa lotta. Facendone una questione di solo interesse economico, facevano il gioco dei militari, pronti a promettere indennizzi sempre più alti - promesse che poi, con la complicità del potere politico e amministrativo, non venivano neppure mantenute.
Gran maestro nel tessere inganni per conto dei generali è Andreotti, allora ministro della difesa. Che adotta la furbizia di mangiarsi il grappolo alla chetichella, piluccando acino dopo acino fino a lasciarti col rospo in mano. Altra malizia è quella di «non espropriare mai sotto elezioni».
Sotto le elezioni del 1963 le popolazioni del Salto di Quirra e dell'Ogliastra sono in fermento. La DC corre il rischio di ricevere una sconfitta elettorale. Corrias, presidente della regione, chiede l'intervento del ministro Andreotti. Andreotti viene in Sardegna e tramite Corrias tranquillizza le popolazioni: promette che gli espropri saranno sospesi, anzi, molti saranno revocati - che i contadini votino tranquilli. Si tratta, ovviamente, di una manovra elettorale effettuata tra l'altro in modo maldestro. Infatti - non si sa come - salta fuori una lettera del ministro Andreotti al presidente Corrias, dove il gioco appare scoperto: subito dopo le elezioni, nel mese di giugno, gli espropri saranno eseguiti. «Un fatto inaudito e scandaloso - commenta "L'Unità" - che mette in luce in modo irrefutabile le gravissime responsabilità del governo DC e la supina acquiescenza della Giunta Regionale».
Non ci si dovrebbe scandalizzare del fatto che i nemici di classe usino «colpi bassi» per raggiungere i loro scopi; né fare richiamo a «regole cavalleresche» in una lotta che è e deve essere senza quartiere.
Dopo gli espropri nella zona nord-occidentale del Salto di Quirra è la volta della fascia costiera sud-orientale, per dare più ampio spazio al poligono missilistico di Capo San Lorenzo - tra i comuni di Tertenia e Villaputzu. E' una zona con cospicue risorse minerali, in via di sviluppo. I danni all'economia di questi paesi sono rilevanti. Contadini e pastori non hanno nessun mezzo per farsi sentire. I minatori iniziano uno sciopero a oltranza, che si concluderà - come vedremo - con il licenziamento.

“Nei mesi scorsi l'autorità militare aveva deciso di espropriare anche i vigneti e i frutteti per estendere la superficie della base missilistica della NATO da 32.000 ettari a 55.000 ettari… Il comune di Tertenia aveva lottizzato le terre cedendole in enfiteusi ad un centinaio di famiglie contadine… i soli cooperatori di Jerzu hanno piantato 700.000 ceppi di vite e 20.000 peschi precoci; mentre la cooperativa fra combattenti di Tertenia, oltre ai vigneti, ha impiantato erbai, ortaggi e si prepara a costruire le case. Ma già sono decine le case nella valle, costruite dai cooperatori col contributo regionale. centinaia di milioni di opere già compiute. I soli mutui in corso rappresentano una cifra elevatissima, nell'ordine di decine di milioni. Senza contare il patrimonio immobiliare, le macchine, le spese culturali e il lavoro di centinaia di uomini in questi sette otto anni. A questi contadini, a questi lavoratori, ai minatori, oggi, un generale qualunque può togliere di colpo il presente e l'avvenire. Se la lotta non si risolverà a favore delle popolazioni, terra e uomini saranno risospinti indietro non di anni ma di secoli “ (“L’Unità”, 10 febbraio 1962).

Un mese dopo la miniera di barite di Tertenia viene chiusa. La Regione non ha rinnovato la concessione agli industriali che la sfruttavano. la giunta democristiana-sardista non ha fatto altro che ubbidire agli ordini del ministro Andreotti - anche la miniera di Barite è compresa nel progetto degli espropri di tutto un vasto entroterra intorno a Capo San Lorenzo.
I minatori licenziati chiedono la riapertura della miniera e insieme esigono il pagamento dei salari arretrati che non hanno percepito dal novembre del '61 al gennaio del '62. Ancora nel 1969 i minatori di Tertenia attendevano la corresponsione di questi salari, e hanno intentato causa ai padroni. Questi si giustificano dichiarando fallimento, e scaricano la responsabilità sulla Regione che - per interessi militari - non ha rinnovato la concessione di sfruttamento.
Dopo qualche modesto esperimento di lancio di razzi antigrandine e di sonde per la ricerca del dato scientifico, le rampe di Capo San Lorenzo e di Perdasdefogu cominciano a fare le cose in grande. Gli USA concedono alla NATO in Sardegna il privilegio di sperimentare missili «veri», che torneranno utili per fermare i comunisti nel sud-est asiatico. A missili di grosso calibro occorrono spazi di sicurezza più vasti. La zona del poligono si estende praticamente a tutta la costa orientale sarda, da Villasimius a Tortolì. Nel mese di settembre del 1962 per tre giorni consecutivi viene imposto lo sgombero dei residenti nella fascia costiera, da Villaputzu fino all'altezza di Gairo. L'esodo provoca gravissimi danni alle popolazioni. Vengono toccati anche gli interessi degli operatori economici del turismo, che hanno investito i loro capitali in una zona che ritenevano fuori dal tiro missilistico.

“La costa sud-orientale è al centro di vasti progetti di valorizzazione turistica della società per azioni Baja di Gairo. Questa società - della quale sono principali azionisti gli industriali Localtelli e Taviani e l'ing. Mariani, ha acquistato 161 ettari in regione Villaputzu. Il terreno, che è stato pagato oltre 80 milioni, ha un ampio fronte costiero con numerose insenature rocciose… Tra i programmi da realizzare è la costruzione di un albergo di lusso e di un villaggio turistico dotato di tutti i conforts, per una spesa complessiva di circa 2 miliardi. Unico ostacolo alla iniziativa, l'inserimento di una parte della zona nella traiettoria degli esperimenti missilistici che l'aeronautica effettua dalla base di Capo San Lorenzo. In effetti, il territorio non è considerato «militare», ma quando, periodicamente, si effettuano degli esperimenti, gli abitanti della zona vengono fatti allontanare “ (“Sardegna Oggi”, 15 settembre 1962).

I dirigenti della società Baja di Gairo non chiedevano molto: semplicemente l'intervento delle autorità regionali per convincere i militari a far «deviare di alcuni gradi verso il mare la traiettoria dei missili». I militari invece hanno continuato a lanciare i loro missili dove meglio hanno creduto, e di volta in volta, metà delle coste sarde sul Tirreno, a suon di bandi, viene evacuata. I contadini, i pastori, i commercianti, i turisti devono andare a leggersi i «bandi» della NATO affissi negli albi pretori, prima di avventurarsi in questa regione.
«Il comando non risponde di eventuali danni alle persone» dicono i bandi; e peggio per chi non se li legge. Ipocritamente, gli stessi bandi avvertono che saranno rifusi i danni alle cose e che a tale scopo verrà istituita un'apposita commissione. Intanto non sono stati definiti neppure i confini del poligono che si allarga di anno in anno, e neppure sono state evase le numerose pratiche in sospeso per gli indennizzi degli espropri.

“Il comando della base decreta gli espropri offrendo somme di indennizzo irrisorie (ad un agricoltore di Villaputzu è stata offerta per il suo podere una somma inferiore a quella resa dalle siepi di fico d'India che lo delimitano!), somme che l'esperienza insegna verranno fatte sospirare per anni” (“Rinascita Sarda”, 10 giugno 1964).

Ma se pure gli indennizzi fossero equi e pagati subito, non si eviterebbe ugualmente la rovina dei cittadini espropriati. Privati dei loro terreni e delle loro case, dove potrebbero andare e quale altra attività potrebbero svolgere, questi contadini e questi pastori?
L'annuncio ufficiale della creazione di basi militari nella Ogliastra - come si è accennato - mette in evidenza i numerosi vantaggi che ne trarranno le popolazioni. Militari, governanti e stampa sostengono di concerto che in una regione arretrata le strutture militari portano benessere economico ed elevano il livello culturale.
La rivista «Sardegna Oggi» il 1 gennaio 1963 pubblica un reportage sulla visita di Andreotti a Perdasdefogu, intitolandolo I missili non hanno cambiato il volto di Perdasdefogu e le speranze dei suoi pastori e contadini.

“Fernando Cabitza, il giovane sindaco sardista di Perdasdefogu si accalorava nel descrivere la situazione delle popolazioni del paese. Andreotti lo ascoltava in silenzio, rispondendo con cenni del capo e sorrisetti a mezze labbra ai generali e ai colonnelli che lo salutavano con ossequiosa deferenza.
Il colloquio si svolgeva nell'atrio del circolo ufficiali del Centro Interforze del Salto di Quirra.
Ad un certo punto, il ministro, fino ad allora in silenzio disse: - Bene, bene. - Da parte sua il colloquio era finito.
Lo capì anche il giovane sindaco Capitza e smise di parlare e di agitarsi.
Era l'ora del pranzo, un pranzo di eccezione… con pasta verde al forno e due secondi piatti.
Nella sua perorazione il sindaco aveva parlato di espropri forzati, di somme non pagate, di intere famiglie emigrate e della miseria delle popolazioni.
Andreotti, dopo il pranzo, rispondendo al benvenuto del più giovane degli ufficiali della Calotta, promise che avrebbe seguito più attentamente la vita del poligono, e per tranquillizzare il sindaco Cabitza promise anche che avrebbe fatto in modo da rendere più celeri i pagamenti relativi ai terreni espropriati…
Alle centinaia di ex proprietari del salto di Quirra il sindaco avrebbe potuto dire che il ministro aveva promesso, e le parole dei ministri, in regime di democraziarepubblicana, dovrebbero almeno equivalersi a quelle dei vecchi re delle favole…”

La parola di Andreotti non vale un soldo bucato - e il sindaco sardista fa male a piatire al tavolo del «ricco Epulone» alla maniera di Lazzaro, chiedendo briciole di indennizzi; egli non può ignorare - tra l'altro - che il suo partito è da anni al governo della Regione e che non ha mosso un dito per opporsi alla vergognosa vendita dell'isola ai militari.
Nella primavera del 1966 - tre anni dopo la visita di Andreotti e quasi dieci anni dopo gli espropri - gli indennizzi non sono stati ancora pagati, anzi molti nuovi terreni sono stati sottratti ai legittimi proprietari senza neppure il regolamentare decreto. Le comunità della zona entrano in agitazione. Tertenia avanza precise richieste al ministero della difesa, senza ottenere risposta. Segue una interrogazione parlamentare dei senatori comunisti Pirastu e Polano.
Siamo a maggio, ed è Tremelloni, succeduto ad Andreotti, che risponde:

“I procedimenti di esproprio dei terreni cui si riferiscono gli interroganti si sono presentati particolarmente difficoltosi a causa dell'eccessivo frazionamento delle proprietà, del numero delle comproprietà interessanti singole partite catastali, dal protrarsi delle trattative di pattuizione delle indennità stesse.
Tuttavia, per le ditte che hanno accettato gli importi offerti dall'Amministrazione militare, sulla base di obiettive valutazioni degli uffici tecnici erariali, i procedimenti si sono da tempo perfezionati con emissione dei decreti definitivi di espropriazione e versamento delle indennità spettanti.
Anche per i proprietari, ivi compreso il comune di Perdasdefogu, per cui il perito giudiziario è pervenuto a conclusioni che appaiono accettabili in quanto ragionevolmente vicine alle valutazioni dell'Amministrazione, i procedimenti potranno essere perfezionati non appena saranno apportati agli atti alcune rettifiche necessarie di nominativi e di intestazioni catastali.
Meno sollecita sarà inevitabilmente la definizione dei procedimenti di esproprio nei confronti di altri Comuni, con i quali non si è potuto giungere a una definizione concordata del prezzo degli immobili, avendo l'Amministrazione, nella doverosa tutela del proprio interesse, contrastato i risultati delle perizie che apparivano esorbitanti ed incongrue.”

E' la risposta di un «rappresentante del popolo» che prende per i fondelli il «popolo sovrano» - la stessa risposta del leone alla pecora nella favola esopiana. Gli animi sono esasperati e tesi - «Corrudos y appaliados!». Sta il fatto indiscutibile che i terreni sono stati sottratti ai contadini e ai pastori, che questi sono stati ridotti alla fame e molti costretti a emigrare, che i terreni non sono stati ancora pagati, che non essendoci decreto i vecchi proprietari continuano a pagare per quei terreni le relative imposte. Intanto il governo centrale, preoccupato per l'ondata di banditismo che imperversa nell'isola, costituisce commissioni d’inchiesta per «appurare le cause» di tale fenomeno criminogeno, per capire come mai i sardi non abbiano fiducia nella giustizia e nelle istituzioni dello Stato!
Dice Tremelloni che in genarale i procedimenti per il pagamento sono «particolarmente difficoltosi a causa dell'eccessivo frazionamento delle proprietà»; ciò dimostra che si tratta di piccoli poverissimi proprietari, non di latifondisti. Motivo di più per pagare subito.
Dice Tremelloni che in particolare «tutte le ditte che hanno accettato gli importi dell'Amministrazione militare» sono state pagate da un pezzo. Ma allora non c'entrano le «difficoltà» burocratiche dei «frazionamenti»: si vuole semplicemente prendere con la forza, lasciando la mancia, per salvare la faccia. E' l'ignobile ricatto del più forte - l'amministrazione dello Stato - che una volta ancora nella storia dell'isola si compie sul più debole - il cittadino.
Dice Tremelloni che l'amministrazione ha il dovere della «tutela del proprio interesse» (l'interesse dei generali, dei fabbricanti di armi, degli imperialisti); ma quale amministrazione sentirà il dovere di tutelare l'interesse dei contadini cacciati dalle loro terre e affamati?
Nel novembre 1963 scoppia una bomba che minaccia di far saltare missili e rampe.
A Cagliari e dintorni circolano da qualche tempo giovanotti biondi di evidente razza dolicocefala. Vestono abiti borghesi, ma la lingua li tradisce: sono tedeschi. Potrebbero essere turisti, se non fosse per il loro portamento marziale. In più, di quando in quando, se ne cominciano a vedere anche in divisa: l'impeccabile tenuta della Luftfahrt militare. Si cominciano a mettere in relazione missili e tedeschi.
Il 16 novembre 1963 l'on. Giuliano Pajetta presenta un'interrogazione urgente al Senato

“…per sapere dall'on. Presidente del Consiglio e dall'on. Ministro della Difesa se corrispondono a verità le allarmanti rivelazioni della stampa tedesco-occidentale - e in particolare dell'autorevole «Frankfurter Allgemeine Zeitung» (14.11.63) - circa la conclusione di un accordo tra il governo italiano e il governo della Repubblica federale tedesca per la concessione alla Bundeswehr di un poligono sperimentale per missili sulle coste orientali della Sardegna e se è vero che sono stati già iniziati i lavori a questo primo poligono esclusivamente tedesco.”

Circa dieci giorni dopo, il ministro della difesa Andreotti risponde all'interrogazione urgente di Pajetta:

“Nel programma di esperimenti del poligono del Salto di Quirra ne figurano anche alcuni concordati tra organismi militari italiani e germanici che riguardano semplicemente lanci di razzi sonda per ricerche meteorologiche e prove d'impiego di missili terra-aria a caratteristiche limitate. Tali prove rientrano nel quadro dei programmi di sperimentazioni e di progresso scientifico dei Paesi NATO basati sul reciproco appoggio tecnico-logistico e risultano perciò di comune interesse per detti Paesi…”

La stampa governativa, di destra e indipendente sostiene Andreotti. «Il Poligono di Quirra non sarà ceduto ai tedeschi», assicura il quotidiano di Cagliari, «L’Unione Sarda», e aggiunge: «L'ufficio stampa del Ministero della Difesa… smentisce nettamente ogni notizia circa la concessione di un poligono missilistico in Sardegna ad uso esclusivo delle forze armate tedesche». «La Nuova Sardegna», quotidiano di Sassari, fa eco: «Nessun poligono missilistico per la Germania in Sardegna». Lo stesso 27 novembre, anche «Il Tempo» di Roma sottolinea: «Nessuna base missilistica in Sardegna ad uso esclusivo dell'esercito tedesco».
Si gioca sull'equivoco dell'uso non eslcusivo. In effetti, se dovessimo considerare la NATO per quel che è, una società per azioni, la Germania di Bonn ne avrebbe la direzione come la maggiore azionista. Infatti, per quel che riguarda i poligono del Salto di Quirra, l'Italia c'è dentro con appena il 15%. Il resto è dei tedeschi.
A smentire Andreotti ci pensa del resto la stessa stampa tedesca, che si lascia anche scappare interessanti giudizi politici: «Deutsche Woche» di Monaco:

“Ora i soldati tedeschi sono di nuovo in Sardegna. Non come guarnigione ma come ospiti. Essi, negli alti vasti cieli dell'isola, conducono esercitazioni per le quali il nostro spazio aereo è troppo piccolo. Il governo italiano, con un semplice provvedimento, ha destinato alle esercitazioni la zona… La Sardegna è una Regione autonoma con un autogoverno riconosciuto nei limiti della Costituzione repubblicana, ma noi non abbiamo sentito che i sardi siano stati pregati a lungo e intensamente prima della cessione delle basi. A Roma raramente si ritiene necessario consultare i sardi per qualcosa…”

«Kölnische Rundschau» di Colonia:

“Pubblicamente, questi giovani dai 18 ai 25 anni possono presentarsi soltanto abiti civili. Quando i soldati tedeschi si devono mostrare in divisa in città hanno un bel daffare per non venire fotografati. A ogni occasione, «L'Unità» e l'altra stampa di sinistra ricorda alla popolazione, attraverso l'apparizione delle truppe di Bonn, i mesi cruciali del 1943, quando i nazisti invasori furono cacciati dalla Sardegna. La stampa comunista va anche oltre. Si scaglia contro il governo che ha permesso che la Sardegna venisse trasformata nella portaerei del Mediterraneo, così come era nei progetti di Hitler e di Mussolini. Oltre ciò nell'isola verrebbero allineate sempre più basi di missili. Se scoppiasse una guerra atomica, gli abitanti della Sardegna sarebbero tra le prime vittime. Sarebbe insensato affermare che le basi NATO portano il benessere: per la loro costruzione sono stati spesi centinaia di milioni di lire che avrebbero potuto avere un impiego migliore in piani di sviluppo industriale e agricolo…”

A questo punto, il comando supremo della NATO, dal quartier generale di Parigi rilascia la seguente dichiarazione:

“In Sardegna esiste da tre anni un poligono di collaudo per le armi dell'alleanza e alcune nazioni, tra cui la Germania occidentale, ne hanno usufruito. Il poligono è stato creato sotto gli auspici della NATO: l'Italia funge semplicemente da paese ospite dell'impianto.”

Bisogna riconoscerlo: i militari parlano più chiaro dei politici. Andreotti ha sempre parlato di missili antigrandine e per la ricerca del dato scientifico. Così come il suo collega ministro tedesco che dichiara:

“Può darsi che due missili verranno sperimentati più avanti, ma finora sono stati lanciati soltanto razzi meteorologici… I razzi usati in Sardegna sono di fabbricazione americana.”

Appena un anno più tardi - passata la buriana - la direzione del poligono di Salto di Quirra rende noto il programma annuale dei lanci previsti per il 1965: si tratta di 15 esperimenti niente affatto «civili»: 10 Skylark, singoli e multipli: 4 Centauro, singoli e multipli; 1 Belier, singolo (sottobanco verranno esperimentati anche i Secat, di fabbricazione britannica, destinati alle unità della marina militare).
Dalla somma di queste dichiarazioni e controdichirazioni ufficiali e ufficiose il popolo sardo ne trae una sola amarissima constatazione: la Sardegna è stata venduta dall'Italia come un qualsiasi lembo desertico per consentire a qualunque nazione lo voglia di farvi esperimenti bellici.
La coscienza popolare ha un momento di violenta reazione. E' il partito comunista a incanalare le manifestazioni di protesta. Si organizza un «fronte unitario» cui aderiscono, oltre le sinistre, alcuni settori della DC. A Villaputzu si svolge l'imponente manifestazione contro le basi militari straniere. «L'Unità» dal 10 dicembre 1963 ne riporta la cronaca sotto il titolo Voto unitario contro le basi in Sardegna, sottolineando la presenza di sindaci, politici e personalità, democristiani e socialisti.
La manifestazione si conclude con l'approvazione di un appello dei sindaci della zona, i quali chiedono lo smantellamento del poligono, affinché la Sardegna non diventi «un terribile congegno bellico puntato contro le altre regioni e per converso permanente sotto la mira della rappresaglia atomica, votata a totale e irreparabile distruzione in caso di guerra, ed esposta agli incidendi militari in ogni momento».
I missili di Perdas fanno parlare di sé - diventano quindi prodotto consumistico. Fanno notizia sulla stampa e le inchieste si vendono bene - purché si limitino agli aspetti del folclore. Fuori di questi limiti esce il regista Giuseppe Ferrara, che ha girato un documentario-inchiesta sulla situazione dei contadini cacciati dalle terre nel Salto di Quirra; o, forse, filmando il dramma di quella povera gente ha violato qualche «segreto militare». Fatto sta che il ministro dello spettacolo, il socialista Achille Corona - sollecitato dal questore di Cagliari - ne vieta la proiezione.
La notizia dei missili tedeschi in Sardegna arriva a Mosca. La burocrazia sovietica è lenta, ma si muove. Dopo otto anni da che sono sorti i poligoni missilistici, nel gennaio del 1964 l'ambasciatore dell'URSS a Roma, Kozyrev, comunica la prima nota di protesta al ministero degli esteri italiano.
Commentando la nota protesta, la TASS (apparsa sui quotidiani il 24 gennaio 1964) sottolinea che i missili in questione possono essere muniti di testata nucleare, che le forze tedesche non sono interessate alla ricerca meteorologica ma agli esperimenti militari e che i missili Seacat, sperimentati nel poligono di Salto di Quirra, possono essere montati su navi da guerra.

“Naturalmente, - conclude la TASS - tutto ciò non può non provocare preoccupazioni fra quanti sono genuinamente interessati alla conservazione della pace.”

Dopo la protesta di Mosca, un gruppo di parlamentari comunisti apre un'inchiesta sulla situazione nel Salto di Quirra. La delegazione è composta dai senatori Pirastu, Bartesaghi e Milillo, dai deputati Carocci, Pirastu e Sanna. Ne dà notizia «Rinascita Sarda» nel supplemento del 25 aprile 1964.
Prende posizione anche il Comitato per il disarmo e la neutralità del Mediterraneo, che rilascia una dichiarazione dove sostiene che il movimento popolare sardo antimilitarista «non può essere disgiunto da un impegno di solidarietà operante con i democratici spagnoli, con i costruttori della repubblica algerina, con i popoli che lottano contro ogni forma di soggezione colonialista e neocapitalista, con i popoli che vogliono fare del Mediterraneo un mare di pace e di scambi e di rapporti civili» (G. Cabitza, “Rivolta contro la colonizzazione”, Milano, Libreria Feltrinelli, 1960).
Interrogazioni, polemiche, commissioni, inchieste e dichiarazioni si risolvono in un nulla di fatto. I militari ne escono indenni e continuano a fare i comodi loro. Il problema è maturo nella coscienza popolare, ma i sardi non trovano la giusta lotta per far valere i loro diritti. I paesi colpiti dalla peste militare finiscono per rassegnarsi - come da secoli si sono rassegnati alla malaria, al colera, al tracoma, alle cavallette, alla siccità, ai capitalisti sfruttatori, ai governanti oppressivi. Anzi, molti non osano neppure parlare più di una faccenda che può portare dritto in galera, dopo l'incidente occorso al giornalista A. Savioli, accusato di spionaggio e processato per aver fotografato il cancello di accesso al poligono.
Eppure, in conseguenza della militarizzazione della zona, il bilancio dei comuni è disastroso. A Jerzu, nell'area espropriata, si sono persi 300.000 ceppi di vite; a Tertenia sono in pericolo 7.500 capi di bestiame di privati e 2.600 ettari di pascoli, di cui 760 coltivati di recente a vigneto e frutteto. Inoltre dovranno essere abbandonati 160 poderi dotati di case coloniche e di impianti irrigui, e circa 200 aziende di coltivatori diretti a economia familiare. A Villaputzu sono sotto esproprio 1.370 ettari di terreni comunali, dove pascolano 6.000 capi di bestiame, e oltre 200 ettari di terreni seminati.
Ai primi di aprile del '64 - a qualche mese di distanza dalla prima - il governo sovietico inoltra una nuova protesta per i missili in Sardegna. Le precedenti giustificazioni di Andreotti non erano convincenti. Dopo aver fatto riferimento all'art. 68 del trattato di pace, che fa obbligo all'Italia di non aiutare il riarmo tedesco la TASS scrive:

“Quanto alle affermazioni del ministro degli esteri italiano, secondo cui questi esperimenti sarebbero effettuati da società private interessate a ricerche scientifiche sui motori a razzo [ah, quel furbone di Andreotti!] non possono essere accettate perché è ben noto che gli esperimenti con razzi militari a Salto di Quirra sono anche effettuati da rappresentanti delle forze armate della Germania occidentale.”

Il 1965 è l'anno dell'inaugurazione dei grandi lanci missilistici e delle grandi rivelazioni sui fasti della Cape Canaveral sarda. I cancelli top-secret, che un tempo, solo a fotografarli potevano mandare davanti alla corte marziale, vengono ora spalancati si rappresentanti della stampa. Naturalmente quelli selezionati dai generali.
Nonostante l'accurato controllo dei servizi segreti, un giornalista «eretico» passa, e scrive un servizio che manda in bestia tutto lo stato maggiore della NATO.

“Questa storia ha una morale… è la storia di un missile, di un invito e di una parola che nel dizionario della lingua italiana è indicata alla lettera E, come educazione…
Alcuni giorni or sono ci telefonò un ufficiale dell'aeronautica militare, preposto ai rapporti con la stampa… ci informò che nella settimana in corso avrebbe avuto luogo il lancio di un razzo… da una base missilistica che non nominiamo, per timore di incorrere nei rigori del segreto militare…
Quando giunse il giorno prefissato, salimmo in auto e affrontammo il lungo viaggio verso la base di lancio. Viaggio che per tutti coloro che ne conoscono - a loro rischio e pericolo, data la segretezza dell'ubicazione del luogo - la base missilistica, sapranno comprendere quando sottintendiamo dietro lo scarno aggettivo che useremo per qualificare il viaggio: terrificante. Finalmente, dopo aver sbagliato ripetutamente strada, giungemmo al paese che ospita la base di lancio…
Alle 15,30, come predisposto, il generale comandante della base, l'unica in Europa così perfettamente attrezzata, ci assicura grazia per avere accolto l'invito, ci informa sulla efficienza della base, l'unica in Europa cosi perfettamente attrezzata, ci assicura di tutte le informazioni tecniche necessarie che ci saranno fornite via via dai vari tecnici addetti ai vari settori, ci informa che il paese dove è situata la base, dopo la installazione del centro, ha aumentato notevolmente il suo reddito e pertanto si permette di immaginare che, secondo lui, per migliorare il tenore di vita delle popolazioni sarde non c'è nulla di meglio che costruire vari centri militari in tutte le località depresse dell'isola, facendoci così partecipi pertanto di un'ardita teoria socio-economica. Non ci dice quanti sono gli uomini in forza alla base, neanche all'incirca 500, in quanto è segreto militare, non ci fa sedere, anche se vede che stiamo prendendo appunti con notevole disagio…
Il secondo incontro con il generale è stato proficuo. L'alto ufficiale ha infatti voluto gratificare la stampa di alcuni suoi abilissimi consigli sul come impostare una notizia, su ciò che al pubblico sarebbe stato interessante far sapere sul bilancio e su ciò che invece lo avrebbe tediato, come ad esempio a che cosa serve questo missile… quali sono stati gli sforzi fatti dal ministero della difesa e pertanto dal pubblico erario per allestire e mettere in funzione il centro ricerche e quali enormi possibilità di costruzione di quel complesso avrebbe potuto offrire ai giovani scienziati italiani… Il generale ha invitato i giornalisti a scrivere poche righe sull'accaduto, dedicando largo spazio a quella sua ardita teoria economica, per cui, per migliorare il tenore di vita delle popolazioni sarde, è necessario costruire tante basi missilistiche e prettamente militari nei centri nevralgici dell'isola…” (“Sardegna Oggi”, 1° aprile 1965).

Il comandante generale Giorgio Grossi ha un diavolo per capello; dopo aver letto lo scanzonato servizio; e non essendo più di moda il duello alla sciabola, incrocia la penna con l'impertinente articolista. In primo luogo rivela che la voce del giornalista «è di stridente contrasto con quanto riportato su altri giornali, da altri colleghi», per esempio da quelli fascisti. Secondo, «il Comando avrebbe preso in seria considerazione eventuali inconvenienti», se fossero stati segnalati «in modo consono alle normali regole del vivere civili». Terzo, l'autore dell'articolo ha fatto «uno sfogo di carattere personale, e perciò di cattivo gusto, anziché interessare i lettori con le arti proprie del vero giornalista». Con un'ultima stoccata, il generale chiude:

“Non mi risulta inoltre che un Luigi Martinengo sia stato autorizzato a visitare la base missilistica, è ovvio perciò che l'autore dell'articolo, nascondendosi dietro uno pseudonimo dimostra anche che le sue affermazioni di merito sono gratuite.” (“Sardegna Oggi”, 1° aprile 1965).

Nel 1967 i missili di Perdasdefogu avanzano con nuovi espropri. Il sottosegretario della difesa, Cossiga, fa il punto burocratico della situazione in un'intervista rilasciata alla tele-agenzia «Montecitorio» e ripresa dai quotidiani il 1 settembre:

“Le occupazioni per le esigenze del poligono, la cui estensione è stata attentamente vagliata e determinata, son state essenzialmente basate su motivi di sicurezza estraniando, per quanto possibile, centri abitati e zone intensamente coltivate. La situazione oggi registra l'occupazione di 13.000 e 500 ettari di terreno e si prevede l'espropriazione di altri mille per il completamento della zona costiera.
Le ditte interessate agli espropri relativi ai primi due lotti e alla zona costiera sono complessivamente 219. Le pratiche definitive riguardano 58 ditte…”

Le altre 161 ditte - comuni e privati, aspettano «Sono in corso le ultime rettifiche per la definizione dei confini del poligono», su questo i militari non hanno ancora deciso. Per gli espropriati delle zone costiere, è stata già approvata la perizia di stima, «ma non si potrà procedere alla offerta di indennità fino a quando non sarà registrato il decreto di pubblica utilità e ciò conformemente a quanto stabilito dalla legge».
In nome della legge la consorteria del sistema afferra coi suoi mostruosi ingranaggi il cittadino inerme, lo stritola e lo distrugge; mentre liberi e padroni i militari «per la pubblica utilità» prendono e arraffano, ci ripensano e prendono ancora, fottendosi la legge, prima ancora che i decreti siano «perfezionati» e i tribunali abbiano deciso e le banche abbiano sborsato gli indennizzi, recingono le terre altrui coi reticolati, ci mettono intorno sentinelle armate e dentro erigono i loro missili.
Si bara perfino sulle cifre: non su 14.500 ettari ma su ben 32.000 ettari si estendono i poligoni del Salto di Quirra; non di un poligono si tratta, ma di due: Perdasdefogu e Capo San Lorenzo; infine, tutta la regione del Salto di Quirra, per almeno 145.000 ettari, parte del Sarrabus e dell'Ogliastra, è sotto il dominio del comando militare della NATO.

Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner acconsenti all’uso dei cookie.