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9. Cagliari e adiacenze

La questione delle basi e delle servitù militari in Cagliari a differenza di quelle in zone interne o arretrate trova una certa sensibilità antimilitarista nella stessa classe dirigente. Non a caso, perfino la stampa svizzera si muove a criticare e a deplorare: «Cagliari è già circondata da tutte le parti di basi militari» scrive «Worweets» di Basilea; e vi aggiunge una pennellata a tinte fosche: «La dislocazione delle basi… ricorda la disposizione approntata da Hitler nel 1942».
Il capitale svizzero, inglese e del nord-Italia vede con disappunto ogni ostacolo che si frapponga alla fruttuosa speculazione delle coste sarde. Come si è visto per Tavolara - che ha limitato l'operazione Costa Smeralda - così per Cagliari il capitale privato non contesta ai militari il compito istituzionale di provvedere alla difesa dei supremi valori patrii - anzi. Ma chiede agli stessi militari che le loro basi se le impiantino «un po' più in là», in modo che non arrechino nocumento agli «affari civili». Si tratta in sostanza di una lite in famiglia per la giusta spartizione di quell'eredità - che sarebbe il globo terracqueo - lasciata loro dal padreterno, del quale si fa garante e compartecipe il prete. Una lite nell'esclusivo interesse del terzetto capitale-esercito-religione e a danno dei popoli.
Interpretando i malumori degli operatori economici, l'AGI comunica in uno speciale del 21 novembre 1969:

“Una buona notizia per lo sviluppo turistico di Cagliari: il poligono militare di Calamosca verrà trasferito. La zona liberata dalla servitù militare consentirà il completamento della panoramica per il Poetto.
La zona turistica che da Sant'Elia conduce alla Sella del Diavolo sino a Marina Piccola sarà riconsegnata tra breve ai cagliaritani. Le autorità militari hanno infatti deciso di trasferire in una zona dell'entroterra… il poligono di tiro che attualmente sorge a Calamosca…
Il provvedimento, quando diverrà operante, soddisferà le attese dei cagliaritani che, dopo tanti anni, vedranno finalmente restituita una vastissima fascia di terreno finora gravata da servitù militare e che pertanto condizionava lo sviluppo turistico della città.”

Dopo aver dato la buona notizia, l'AGI fa una rassegna dei vincoli più ingombranti:

“A Calamosca, come a Monte Urpinu o a San Michele le autorità militari avevano disseminato di cartelli ammonitori che informavano i gitanti che quella era zona militare e che pertanto era vietato l'accesso a chiunque. I cagliaritani erano così radiati dalle zone verdi o panoramiche di una città che annega rapidamente nell'asfalto o nel cemento.
A Monte Urpinu, i cartelli con la scritta zona militare fiancheggiano il viale Europa che corre sulla cresta della collina. Alle pendici, identici avvertimenti impediscono l'espandersi del quartiere di S. Arrulloni, avviato a diventare uno dei più popolosi della città. A San Michele, il divieto di accesso riguarda la cima della collina dove sorgono i ruderi, del tutto abbandonati, dell'antico castello aragonese. A Calamosca, dove molta parte della zona è occupata dalle caserme, i cartelli sono sistemati nei pressi di un albergo a mare per avvertire che esiste un poligono di tiro, ed interrompono bruscamente una strada panoramica, mai ultimata e decisamente trascurata, che nei programmi di sistemazione dei dintorni della città avrebbe potuto snodarsi intorno al promontorio. Infine, dalla parte della Sella del Diavolo che guarda verso il Poetto - di certo una delle più suggestive località della Sardegna - sono in corso lavori di scavo per la sistemazione di depositi di carburante ad uso militare. Proprio lungo la strada che porta al porticciolo di Marina Piccola appena inaugurato e che dovrà diventare il trampolino di lancio del settore del turismo nautico.”

E a proposito di depositi di carburante c'è di più: l'oleodotto che dai serbatoi del deposito di Calamosca (200.000 tonnellate - dicono) raggiunge la base di Decimo passa ai margini del nuovo stadio Sant'Elia. Di recente si è verificata una fuoriuscita di combustibile che incendiandosi ha fuso diversi metri della cancellata dello stadio - fortunatamente deserto.
Non abbiamo difficoltà a riconoscere che in certi casi - come questi esposti dall'AGI - l'interesse del capitale privato sia da preferirsi all'interesse militare. Da un'utilizzazione turistica delle aree attualmente recintate dal filo spinato, quando sorgessero giardini e ville e strade panoramiche al posto delle opere e impianti bellici, la popolazione ne ricaverebbe almeno godimenti estetici e clima più salutare.

“Le servitù militari - conclude lo speciale dell'«Agenzia Italia» - dunque stringono Cagliari in una morsa dalla quale, con il recente provvedimento adottato dalle autorità militari, si dovrebbe in qualche modo uscire per l'ormai improcrastinabile sviluppo turistico della città.
Altre servitù militari ed altri edifici, non certo turistici, occupano ancora una delle località più belle del capoluogo: il viale di Buoncammino. Dal tribunale militare alla caserma della pubblica sicurezza, alle carceri giudiziarie, una delle vedute più suggestive viene così sottratta da tempo immemorabile ai cagliaritani. E non valgono i giardinetti e le aiuole fatte sistemare attorno al viale, quando la passeggiata dei cittadini è seguita dagli sguardi annoiati delle guardie carcerarie o da quelli dei poliziotti affacciati alle finestre di un edificio che per la sua posizione potrebbe essere trasformato in uno splendido albergo oppure in una zona residenziale.
Buona parte del porto, poi, è occupata dall'ammiragliato e dal comando marittimo autonomo della Sardegna, rendendo quindi asfittico ogni futuro sviluppo dello scalo cagliaritano che di spazio, ne avrebbe un gran bisogno.
Il trasferimento del poligono di tiro fuori della cinta daziaria della città è dunque un primo passo, al quale i cagliaritani sperano ne seguiranno molti altri, in modo da restituire il capoluogo alla sua vera funzione che è quella di ospitare cittadini e non depositi militari.”

La notizia dello smantellamento del poligono di Calamosca provoca le reazioni dell'Oristanese:

“Non vorremmo passare per provinciali e campanilisti (anche se i poligoni di tiro non ci piacciono, come a nessuno, dietro l'uscio di casa) se ci chiediamo come mai a Cagliari le autorità militari riconoscono che gli impianti bellici condizionano in senso negativo l'economia e si premurano di smantellarli per dare via libera agli operatori economici del turismo… e per Oristano non facciano lo stesso ragionamento, visti i danni rilevanti che i poligoni di tiro e le servitù che ne derivano causano alla già criticata economia della zona… La notizia, buona per Cagliari, non ci entusiasma, anzi ci fa ancora riflettere sulla nostra situazione di eterni coloniali: abbiamo paura infatti che prima o poi tutte le basi e le servitù militari e gli impianti bellici situati nei pressi di Cagliari vengano spostati nella nostra zona. Se sono impianti necessari e indispensabili per la difesa comune se li tenga Cagliari, quelli che ha. Noi oristanesi ne abbiamo già troppo con Capo Frasca” («La Nuova Sardegna», 30 novembre 1968).

Il bisticcio tra Oristano e Cagliari, che si contendono il privilegio di «non avere basi militari sull'uscio di casa» difficilmente potrà appianarsi. I militari, per non far torto ai due contendenti, le lasceranno, e se del caso ne edificheranno di nuove, sull'uno e sull'altro territorio.
Intanto Cagliari ha gioito troppo presto: il trasferendo poligono di tiro di Calamosca è rimasto lì al suo posto, con i reticolati che confinano con il piazzale del borgo-ghetto di Sant'Elia - il lazzaretto dei diseredati di Cagliari balzato di colpo alla notorietà per avere contestato Paolo VI. E c'è rimasto così bene, con tutti gli annessi e connessi giuridici, che dieci cittadini, i quali dal piazzale di Sant'Elia vi si sono rifugiati «brevi», giusto per sfuggire alle bestiali violenze della polizia, sono stati denunciati per «introduzione clandestina in luoghi militari» ai sensi dell'art. 260 del codice penale.
Le servitù che gravano sulla città di Cagliari e adiacenze non sono più vistose o più pericolose di quanto non lo siano quelle gravanti in altre parti dell'isola. Ma particolarmente Calamosca, sulla costa orientale, e Nora, sulla costa occidentale, hanno una grossa importanza speculativa. Tanto Calamosca quanto Nora sono due naturali dépendances turistiche per la borghesia cittadina, che tra uno spiraglio e l'altro ha già edificato ville e quartieri residenziali balneari.
La borghesia cittadina - in linea di principio - approva le basi militari, gli eserciti efficienti e le esercitazioni belliche - purché pesino sulle spalle dei soli lavoratori. A questo proposito sono sintomatiche alcune prese di posizione di organi di stampa padronale e di politici governanti contro le servitù militari che «a Cagliari soffocano lo sviluppo turistico».
«L'Unione Sarda» ha sostenuto una feroce campagna di stampa contro i pastori e la comunità di Orgosolo contrari al poligono di Pratobello; e al contrario, per quel che riguarda il poligono di Calamosca a Cagliari, scrive:

“La cittadinanza attende che le trattative con le autorità militari per lo svincolo delle zone di interesse turistico possano giungere a risultati positivi…
Se è vero (ed anche questo è un riconoscimento doveroso) che molte situazioni del genere sono già state sanate in città grazie alla comprensione e all'interessamento di parecchi alti ufficiali della Marina, dell'Esercito, dell'Aviazione che si sono susseguiti nei comandi militari della città (ed erano persone di passaggio, non cagliaritani); se è vero che molte altre questioni in sospeso stanno per essere risolte grazie alla disinteressata collaborazione degli attuali comandi militari, è anche vero che da qualche parte - certo lontano da Cagliari - qualcosa non funziona, posto che da un giorno all'altro si può avere la sorpresa di imbattersi in un cartello che ha tutta l'aria di indicare come minimo l'inizio di una zona minata.
Ed è allora comprensibile che i cagliaritani tutti, senza avere la pretesa di squarciare i veli dei segreti militari, si chiedano come minimo perché proprio la Sella del Diavolo, posta a naturale protezione di una delle più belle insenature di tutte le coste della Sardegna, debba essere continuamente sforacchiata e ridotta, presumibilmente, ad una forma mal riuscita di gruviera. Tanto più che nei dintorni di Cagliari non mancano promontori, lingue di terra proiettate nel mare e zone consimili dove sì e no passa una persona una volta all'anno, e dove anche i più gelosi segreti possono annidarsi in tutta sicurezza perché nessuno avrà mai voglia di svelarli.”

Su questa questione, alla fine dell'estate del 1966, «Scinteia» di Bucarest scrive:

“Calamosca, la Sella del Diavolo, Marina Piccola e la Grotta dei Colombi, con le loro mille insenature e i loro segreti nuovi, non sono dunque più accessibili a uomo: si vede lontano, dal mare, una grande bandiera interforze anglo-tedesca-canadese-americana che sventola sugli scogli ad avvertire giovani e vecchi della nuova realtà: qui non si fruga, né si fa all'amore o del turismo. Qui soprattutto occorre silenzio, e ogni domanda è bandita: non sono permesse neppure le solite stolte ipotesi su inesistenti basi di altrettanto inesistenti sommergibili atomici americani. Alla Sella del Diavolo era venuto una volta, durante il suo regno difensivo, Andreotti - dicono i cagliaritani - e da quel giorno, senza inaugurazioni un'immensa pompa d'aria sonda nella profondità della roccia fino al mare, e nessuno sa perché, nessuno sa cosa c'è sotto. ma questo è davvero un segreto: off-limits, non se ne parli…”

«Rinascita Sarda» riprende da «Scinteia», tacendo però la faccenda dei sommergibili atomici:

“Da lontano, durante la gita in barca, puoi vedere interforze anglo-tedesco-canadese-americana-italiana… La bandiera della NATO sventola sugli scogli… per avvertire soprattutto i giovani, gli innamorati e i pescatori dilettanti che è proibito sostare. Qualcuno, giustamente, ha lanciato una battuta ironica: «Qui non si fruga, non si fa all'amore, non c'è possibilità di relax». Il turismo è finito. Questa è la nuova realtà. Off-limits per i cagliaritani che tra il 10 e il 14 ottobre si sono avventurati nella zona. Le esercitazioni erano intensissime. Nel porticciolo di Marina Piccola, tedeschi e canadesi avevano approntato dei motoscafi sormontati da una minuscola pista metallica utilizzata per gli esercizi di recupero degli uomini paracadutati in mare. Alla fine della giornata una secca notizia dell'A.P. avvertiva: «In seguito ai ripetuti incidenti degli ultimi due anni, i piloti tedeschi degli Starffghters 104 hanno iniziato presso le basi NATO della Sardegna un periodo di addestramento per salvarsi in caso di cadute in mare»” («Rinascita Sarda», 31 ottobre 1966.).

Il comando della NATO chiede e ottiene di fare le esercitazioni nei cieli, sulle coste e nelle campagne della Sardegna come se l'isola fosse una zona desertica. Veramente un milione e mezzo di abitanti ci sono, con le loro poche risorse e i loro pochi beni. Bene o male, con i nuovi moderni mezzi di trasporto, si sono andati sviluppando i traffici commerciali tra l'isola e il continente. Niente di rilevante, è vero: in partenza, il solito sughero grezzo, un po' di carciofini primaticci e qualche forma di cacio pecorino, pastori avviati al confino o alle galere, contadini emigrati e i soliti quattro onorevoli coi loro tirapiedi; in arrivo, vagoni di utensileria in plastica e cocacola, baschi blu, questurini e carabinieri - più i soliti quattro onorevoli e i loro tirapiedi che fanno la spola.
Alla esiguità dei traffici civili si contrappone un poderoso traffico militare, un va e vieni di flotte navali e di squadroni aerei di almeno dieci diverse nazionalità e tutte regolarmente autorizzate dal governo italiano e - presumibilmente - da quello regionale. Una marea di viaggiatori che non si accontentano di compiere pacifici spostamenti in comitiva, ma giocano tra loro a fare la guerra.
Non vi è dubbio che così stando le cose, spostarsi nei cieli dell'isola deve essere un grosso problema per i piloti dei trasporti civili. Un fatto accaduto alcuni anni or sono, che destò allora vivissimo allarme, è diventato oggi un fatto normale; fa parte dei rischi di viaggio compresi nel prezzo del biglietto.

Martedì, 8 marzo 1966. I 52 passeggeri, tra i quali alcuni bambini, dell'ultimo volo Roma-Cagliari, hanno preso posto a bordo del Viscount. L'aereo ha staccato perfettamente da Fiumicino alle ore 20,30 diretto ad Elmas. Il viaggio è cominciato da un pezzo, quando l'apparecchio invece di continuare la rotta verso ovest gira a vuoto senza alcuna apparente ragione. Naturalmente qualcuno si preoccupa. E' un lungo brutto momento. Ed è con un sospiro di sollievo che dopo tanto panico le 52 persone che si trovano a bordo sentono l'aereo posarsi leggermente a terra. Non sono ad Elmas, ma di nuovo a Fiumicino. La compagnia si scusa: il volo AZ 102 non si è potuto compiere: i signori passeggeri sono pregati di tornare domattina alle 8 per partire per la Sardegna. La sorridente hostess nel porgere la notizia non riesce a nascondere un certo imbarazzo. Neanche lei è al corrente. Nessuno all'aeroporto può fornire precisazioni sul perché l'aereo di linea ha girato a vuoto per un'ora nelle tortuose vie del cielo” («Rinascita Sarda», 15 marzo 1966).

Sull'episodio Radio Cagliari trasmette la seguente notizia:

“Nel corridoio aereo Viscount dell'Alitalia erano in volo aviogetti americani impegnati in una esercitazione. La direzione della società, informata dal controllo radar decideva immediatamente, per maggiore sicurezza, di far rientrare a Fiumicino il qadrimotore. Si è così adottata la sola misura che consentisse di evitare il pericolo di una tragedia [9 marzo 1966].”

Al Parlamento regionale e nazionale fioccano le interrogazioni. Al Senato, i comunisti Pirastu e Polano «reclamano provvedimenti per impedire che si continui ad utilizzare la Sardegna come base per le esercitazioni della NATO». Al Consiglio regionale, i comunisti Cardia, Congiu, Sotgiu e Raggio avvertono il presidente Corrias che «è giunto il tempo di far conoscere la gravità del pericolo cui è esposto il popolo sardo», sul territorio «si moltiplicano le basi militari straniere, si intensificano le esercitazioni, si ripetono incidenti spesso tragici», e che ormai «è necessario e doveroso chiedere con fermezza ed energia la liquidazione di ogni base militare esistente sul suolo sardo». Fuori luogo è comunque, nella stessa interrogazione, la frase di Cardia, allora segretario regionale del PCI:

“Ci rendiamo conto degli obblighi che sussistono, dei patti, delle alleanze che vanno, fino a quando non sono disdetti, in qualche modo onorati.

Ed è infatti sull'appiglio del «dovere di onorare i patti militari» che si aggrappa il ministro della difesa Tremelloni per giustificare l'incidente, quando finalmente si decide a rispondere.
Dice che sì, il motivo della soppressione del volo AZ 102 è dovuto alla presenza di aerei militari alleati che hanno sconfinato dalla riserva di spazio loro concessa (avrebbero dovuto trovarsi, in quel momento, tra la Sardegna e la Corsica) al di fuori delle aerovie. Il ministro aggiunge che è in corso un'inchiesta, con la proposizione di prammatica che chiude la bocca al meschinello che chiede giustizia, «per accertare eventuali responsabilità».
La verità dunque, è che l'aereo di linea con 52 passeggeri a bordo è incappato nel bel mezzo di una battaglia aeronavale in corso nel Tirreno e che ha corso un gravissimo pericolo.
Una proposta del generale Gustavo Basi (che con altro nome esiste certamente) per ovviare radicalmente il verificarsi di incidenti come quello occorso al Viscount:

In Sardegna, stante la sua depressa economia, i traffici civili sono così irrilevanti che li si potrebbe abolire del tutto. Perché non utilizzare, per quei pochi borghesi che si spostano dalla Sardegna al continente, o viceversa, convogli e mezzi militari? Durante l'ultima guerra, il servizio passeggeri veniva assolto egregiamente da caccia-torpedinieri e da aerei da bombardamento. se ne ricaverebbero diversi benefici: primo, si migliorerebbero i rapporti attualmente non ottimi tra il cittadino sardo e le Forze Armate; secondo, si potrebbe concedere uno sconto sulle tariffe di viaggio in uso presso le compagnie civili; terzo, i viaggiatori sarebbero protetti da eventuali nemici (alludiamo alla flotta comunista che gironzola nel Mediterraneo in cerca di rogna).

L’idea di far gestire i servizi civili direttamente ai militari risolverebbe anche molti altri casi spinosi. Per esempio il caso dell'albergo di Calamosca, dove i clienti, non essendo al corrente del dettaglio dei programmi delle esercitazioni nell'adiacente poligono di tiro, vengono svegliati nel cuore della notte dal crepitare della mitraglia e dagli scoppi delle bombe a mano.
Se l'albergo fosse gestito dagli stessi militari che gestiscono il poligono, si potrebbero far coincidere per ambedue gli impianti le ore di riposo e quelle di attività; e magari utilizzare i clienti e il personale dell'albergo come finta forza nemica, nelle esercitazioni d'assalto. E' molto probabile che, se dotati anch'essi di armi, i cittadini svegliati nel cuore della notte, accetterebbero con slancio di partecipare alle esercitazioni.
Di diverso avviso è una rivista che si occupa dello stesso albergo:

“Appena fuori Cagliari, a Calamosca, è situato un poligono di tiro della NATO. Diciamo più precisamente a poca distanza dall'Hotel Sant'Elia e vicinissimo alle località balneari e ai villaggi di pescatori della zona.
Periodicamente - e pare che l'estate sia il periodo più intenso - le truppe della NATO vi fanno le loro esercitazioni a fuoco. Fragorosi scoppi e secchi crepitii rompono la quiete dei luoghi e le scatole di numerosi villeggianti. In particolare, gli ospiti dell'albergo.
E questo sarebbe ancora poco, se non esistesse il pericolo della solita fatalità per cui un proiettile, diciamo di bazooka, vada a finire per fatale errore su un gruppo di bagnanti o dentro un'abitazione, provocando una fatale strage di innocenti.
La recente fatalità verificatasi a Rivanazzano di Pavia, un fulmine ha squarciato ed incendiato un deposito militare di carburante esplosivo posto a monte del paese e che riversando il suo contenuto esplosivo per le vie e per le case ha seminato panico e morte, dovrebbe insegnare qualcosa. Dovrebbe insegnare in primo luogo che gli ordigni guerreschi… vanno tenuti lontano dai centri abitati e dislocati, possibilmente, in località desertiche - mai in località turistiche. Meglio ancora se in isolette impervie scogliose e prive di vita umana, animale e vegetale. Ciò allontanerebbe lo spettro della fatalità dai cittadini e nel contempo forgerebbe i militari alla dura vita spartana che si addice ai guerrieri di tutti i tempi” («Sassari Sera», settembre 1968).

Il caso di Rivanazzano di Pavia è una bazzecola al paragone di ciò che potrebbe accadere alla città di Cagliari, se un fulmine dovesse colpire e incendiare uno dei tanti depositi di carburante militari. Nel 1965 i duecentomila abitanti sono stati sull'orlo della catastrofe.

Una bettolina della marina militare che trasportava duecento tonnellate di nafta, per un’avaria al motore, andò alcune settimane fa ad incagliarsi sul fondale del molo di levante, quasi all'ingresso della zona militare. In seguito all'urto si aprì una falla nella chiglia, dalla quale defluirono in mare oltre quaranta tonnellate di nafta, che in breve tempo dilagarono su tutte le acque del porto. Immediatamente, il comandante della capitaneria di porto, colonnello De Agostino, diramò una circolare nella quale veniva fatta assoluta proibizione di fumare, accendere fuochi e gettare oggetti incandescenti nelle acque portuali, ed impose ai piroscafi in sosta nella zona di applicare le reti antiscintilla ai fumaioli. L'accaduto mise ancora una volta in luce una delle più gravi deficienze del porto di Cagliari: la pericolosità. Un fiammifero sarebbe sufficiente per far esplodere il porto di Cagliari e con esso una buona parte della città.
Anche se paradossale, questa eventualità deve essere attentamente considerata in tutta la sua drammatica evidenza. I giganteschi serbatoi di carburante della Shell e dell'AGIP sul molo di ponente, i depositi esplosivi destinati alle saline e ai comandi militari sul molo di levante, unitamente agli oleodotti della marina militare e dell'aviazione, ed infine il deposito di carburante posto quasi al centro del porto sul molo di Sant'Agostino, fanno del porto di Cagliari il più pericoloso d'Italia” («Sardegna Oggi», 28 gennaio 1965).

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