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INTRODUZIONE: Una lettera di Ugo Dessy

Carissimo Cesare,

ti ringrazio per la collaborazione e più in particolare per l’amicizia che mi offri.
Mi scuso per non averti risposto più sollecitamente – ho avuto la tua lettera solamente al mio rientro a Cagliari dopo il fine anno; mi sono ritrovato un mucchio di impegni e scadenze. E’ vero: sono interessato ai contenuti del tuo libro; direi che c’è in me un duplice interesse per i problemi dell’handicappato: in primo luogo perché secondo la definizione “corrente” del termine (io preferisco dire: secondo la definizione emarginante che ne dà il sistema) io sarei un handicappato; in secondo luogo perché sono uno studioso di pedagogia, di sociologia, ecc. (io preferisco dire, rifiutando le categorie culturali e scientifiche del sistema: cerco di conoscere e di capire, da uomo, le “faccende” dell’uomo).
Tuttavia, non me la sento di improvvisare un pezzo, così a ruota libera, senza conoscere i contenuti del vostro libro (mi accenni, e molto sinteticamente alla struttura del lavoro); preferirei potermi allacciare al vostro discorso, sia condividendolo in toto o in parte o al contrario.
Non è mancata la tentazione di mandarti una testimonianza, di parlarti cioè delle mie esperienze – problemi e soluzioni personali in un dato ambiente. Ma ho rinunciato, perché pur attribuendo un certo valore al “caso clinico”, alla testimonianza del caso individuale, oggi credo molto di più alla testimonianza corale che viene dall’ideologia, cioè dagli elementi umani che consentono una identità tra tutti gli uomini. Il discorso può apparire poco chiaro e perfino contradditorio: in effetti voglio dire che anche la testimonianza individuale, quando esprime istanze e valori che sono di tutti gli uomini, è una testimonianza corale, è di tutti. Evidentemente non conosco il problema degli handicappati in termini abbastanza UMANI, universali, per dare la mia testimonianza come testimonianza di tutti.
Se avessi accettato di scrivere sul tema del vostro libro, avrei cominciato con l’affermare che non esiste handicap e non esistono handicappati se non nelle categorie del sistema, se non in una società basata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Per me la questione è molto semplice e chiara: non esiste l’uomo normale se non come modello ideale (su cui, chi vuole, tenti disperatamente e pateticamente di combaciare): siamo tutti handicappati nel momento in cui non esiste nessun uomo che combaci perfettamente con lo stereotipo che viene proposto, e imposto, dal sistema. Te l’immagini, l’handicap della fanciulla che ha le tette troppo grandi o troppo piccole? Si producono e si alimentano “drammi esistenziali” che sfiorano il suicidio intorno ai “dieci centimetri” in meno di altezza (rispetto al totale di centimetri “previsti dalle vigenti leggi”). Quando ero bambino (paralisi totale agli arti inferiori) avevo già scoperto che ci sono “zoppi alle gambe” e “zoppi in testa”. Avrei potuto parafrasare tranquillamente il Vangelo dicendo “chi è senza handicap scagli la prima pietra!”. Il fatto è che nonostante la loro apparente diversità (comprese quelle diversità di carattere economico e culturale) gli uomini sono uguali; la VERA E UMANA DIVERSITA’ tra gli uomini è data da differenti livelli in identici meccanismi esistenziali, in tutti i settori. Prendi il caso dei cosiddetti “pazzi”- ho studiato, ho vissuto con schizofrenici e non ho mai trovato in loro, nei loro comportamenti, nelle loro reazioni, o in tutto ciò che veniva definito “sintomo di schizofrenia”, mai nulla che – a livelli diversi – non ritrovassi in me o in tutti gli altri che passano per “normali”, non schizofrenici…
Ecco, ci stavo cascando, stavo in pratica entrando in argomento. Mi fermo. Le cose che dico vorrei dirle più chiare, che possano essere capite e possano servire a chi ascolta. Non dispiacerti se non avrai un contributo scritto al vostro lavoro: lo leggerò con interesse e con amore fraterno, e dirò ai compagni che lo leggano.
Scrivimi, quando lo desideri, parlami di te e del tuo lavoro, del tuo mondo.
Saluti libertari.

UGO DESSY

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