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Indice articoli


Prefazione

“La peste militare”

1. In tutti gli stati, qualunque sia l'ideologia cui dicono di ispirarsi, lo sviluppo tecnologico della società civile è sempre correlato a quello delle istituzioni militari.  I ritrovati della ricerca scientifica trovano un impiego privilegiato, e non soltanto in fase sperimentale, nell'arte della guerra.  L'energia nucleare ha avuto il suo primo uso pratico nelle bombe di Hiroshima e Nagasaki, poi come forza motrice per i mezzi bellici e soltanto molto più tardi verrà impiegata per usi civili.  E non dimentichiamo che l'energia nucleare, così come ogni altra “fonte di progresso”, anche quando viene usata per “usi civili”, è sempre in funzione del privilegio di pochi e dello sfruttamento di molti.
In effetti, questo tipo di civiltà (di progresso scientifico e tecnologico) non soltanto è in correlazione ma è una risultante dello sviluppo della organizzazione militare e degli strumenti bellici.  Ne deriva che la cosiddetta crescita civile cui i popoli sono costretti è una falsa crescita, una crescita distorta, mostruosa che sempre più allontana l'uomo dalla naturale realizzazione di sé.
Le strutture militari di per sé rappresentano quindi sempre un condizionamento negativo per lo sviluppo economico e sociale libero e armonico delle comunità in cui sono insediate, indipendentemente  dai costi, dagli spazi occupati e interdetti ai civili, dalla pericolosità degli attuali strumenti di sterminio.

2. L'Annuario 1969-70 compilato dall'Istituto internazionale per la ricerca della pace, di Stoccolma, ha fatto il consuntivo di un totale di armi nucleari pari a 50 mila megatoni, equivalenti a 15 tonnellate di tritolo per ogni abitante della terra.  A differenza della ripartizione dei redditi e dei beni di consumo (che vede nettamente avvantaggiati i paesi sviluppati, cioè i fabbricatori e diffusori di armi atomiche), di queste stesse armi sono più ricchi i paesi satelliti, i sottosviluppati.  Infatti, lo stesso Annuario, nelle sue allucinanti statistiche, attribuisce agli abitanti dei paesi satelliti dell'Unione Sovietica ben 60 tonnellate a testa.
Quanti i megatoni imposti alla Sardegna dall'imperialismo USA?  Aggiornando i dati del '69 a oggi - anni che vedono un vertiginoso aumento quantitativo e qualitativo delle armi nucleari, fino al mostruoso parto della bomba N - considerando che nell'Isola vi sono non meno di tre basi per sommergibili con armi atomiche e almeno una rampa missilistica con relativi stock, ai Sardi spetta il privilegio di una quantità di deterrente nucleare pari ad almeno 200 tonnellate di tritolo a testa.
Da fonti americane (dichiarazione del deputato Edward Herbert, già presidente della Commissione forze armate della camera dei rappresentanti), in relazione alla attuazione del Progetto ULMS (Undersea Long Range Missile System), sappiamo che nel '71 sono previsti 41 sommergibili ad armamento nucleare, ciascuno fornito di 24 missili balistici intercontinentali, con gittata di oltre 10 mila chilometri a testata multipla MIRV.  I MIRV possiedono 16 testate, contro i precedenti Poseidon a 10 testate, che a loro volta hanno sostituito i meno sofisticati Polaris.  Di questi 41 sommergibili, 25 devono essere in continua navigazione (giusta la teoria della "risposta flessibile"), e i rimanenti 16 con basi o rifugi fissi.  In questi 7 anni - grazie all'impegno di Nixon, di Herbert e dei loro successori che hanno realizzato il Progetto ULMS - la flotta di sommergibili nucleari con missili atomici è attualmente triplicata.  Nel Mediterraneo, zona strategica di primo piano, sono presenti non meno di 30 sommergibili a propulsione e ad armamento nucleare, tanto in continua navigazione che rintanati in rifugi fissi.
In Sardegna esistono due rifugi (isola di Tavolara e Grotta dei Piccioni) e una base di manutenzione e riparazione (La Maddalena) per questi terrificanti seminatori di morte, ufficialmente battezzati dai militari Hunter Killer.
Con migliaia di aerei (tristemente famosi i superbombardieri B52, che in versione aggiornata sono armati di missile a testata nucleare aria-terra AGM 28 con gittata oltre 1.300 chilometri), con centinaia di rampe missilistiche e con gli Hunter Killer, gli USA hanno sotto tiro ogni angolo del mondo.  Dal canto suo, l'Unione Sovietica ha accettato la sfida e non è da meno.
Se è vero che gli armamenti nucleari costituiscono un pericolo incombente - non ipotetico ma reale - per tutta l'umanità, è anche vero che alcuni paesi, per la loro collocazione geografica, per la loro situazione di inferiorità tecnologica (economico-politica), sono più immediatamente e più pesantemente coinvolti nei pericoli derivanti dalla presenza di basi e di deterrente nucleare nel loro territorio.  Uno di questi paesi è la Sardegna.

3.  Questo affrettato dossier - che il compagno Giorgio Bertani mi ha richiesto perché venga diffuso come strumento di informazione e dibattito in un momento che vede sorgere un movimento popolare antimilitarista e antinucleare - vuole documentare, nel processo di militarizzazione intensiva della Sardegna, il passaggio alla fase di nuclearizzazione, in particolare con la installazione della base Gilmore a Santo Stefano di La Maddalena.
Già negli anni Sessanta, la Sardegna si poteva definire "una portaerei americana nel centro del Mediterraneo", per la presenza in essa di numerose basi con centri di addestramento, poligoni di tiro, aeroporti, rampe missilistiche per eserciti di mezzo mondo.  Attualmente la definizione va aggiornata, in correlazione allo sviluppo delle tecniche e degli strumenti bellici, in "portaerei nucleare".
Non è difficile prevedere che - dopo la decisione di Carter di fornire la NATO di bombe al neutrone - la nostra terra sarà la prima a "ospitare" i nuovi ritrovati.  Se non bastasse, Andreotti ha pubblicamente annunciato che una delle due centrali nucleari canadesi verrà installata in Sardegna, in aggiunta all'altra made in USA rifiutata dalle popolazioni della Maremma, che verrà trasferita alla chetichella in qualche "zona desertica" o "desertificata" di questa Isola - chiamata, senza eufemismi, il cacatoio del capitalismo internazionale.  [Questa ipotesi ha già trovato una conferma ufficiale mentre correggo le bozze di stampa:  il Cipe ha deciso di installare nell'isola una centrale termonucleare da 600 megawatt (marzo 1975)].
Perché la Sardegna?
Le risposte a questo perché sono diverse, e toccano la storia passata e presente di una terra e di un popolo di antichissima civiltà mediterranea, la storia di una terra e di una gente per duemila anni invasa e colonizzata da potenze egemoniche e che tuttavia continuano a conservare una dimensione di nazione e una coesione di popolo.
a) La posizione geografica al centro del Mediterraneo, l'insularità, la conformazione delle sue coste e numerose opere di fortificazione l'hanno resa nel passato una roccaforte a uso degli invasori.  Queste stesse caratteristiche, pur con le mutate strategie e tecniche belliche, hanno attratto l'attenzione degli strateghi del Pentagono, che già subito dopo la seconda carneficina mondiale hanno pensato di utilizzarla per una delle loro più importanti basi aeree, per basi sottomarine di sommergibili, e depositi sotterranei di esplosivi e carburante.  Per i generali del Pentagono e della NATO, la Sardegna è il fulcro dell'asse bellico che congiunge le basi della Spagna e della Grecia (o dell'asse Spagna -Turchia), o come preferiscono chiamarla nelle loro deliranti teorie tattiche:  anello della catena difensiva dell'alleanza atlantica.
b) Non vi sono, in questa regione, interessi economici modernamente organizzati di tale peso socio-politico da costituire una remora capitalistica al disegno di una sua utilizzazione militare intensiva e indiscriminata.  E si dice anche che vi sono spazi scarsamente popolati e pertanto idonei alle esercitazioni belliche.
Va precisato che tali "situazioni favorevoli" sono state coltivate e prodotte con una serie di criminosi interventi da parte del governo centrale, con la connivenza del potere regionale, per spianare la strada alla occupazione militare.  Infatti si osserva che, proprio nel periodo in cui il Pentagono rivolge la sua attenzione all'Isola (fine anni '40, inizio "guerra fredda"), dapprima in forme larvate e sottili poi sempre più scoperte e massicce, ha inizio l'operazione di smantellamento delle strutture economiche tradizionali e di degradazione di ogni forma di espressione culturale indigena, fino a configurarsi una vera e propria "soluzione finale" del popolo sardo.
La criminale operazione di depauperamento, di desertificazione, di genocidio è stata abilmente mascherata con una serie di false riforme e di falsi piani di sviluppo.  In questa operazione rientrano:  la bonifica antimalarica attuata dalla Fondazione Rockfeller, subito dopo la seconda carneficina mondiale, che per debellare l'Anopheles ha sommerso l'intera regione di DDT (sperimentando un prodotto chimico altamente tossico sulla pelle dei Sardi), per rendere asettico l'ambiente in vista dello sbarco dei marines.  (Si è praticamente ripetuta la vecchia tecnica di creare la terra bruciata prima di fare avanzare le truppe).  La creazione dell'ETFAS, l'ente di riforma agraria, allo scopo di disgregare il movimento cooperativistico dei contadini, imponendo la "proprietà perfetta" su pietraie sterili e improduttive.  Il "Progetto Pilota" dell'OCSE (OECE) per i necessari condizionamenti culturali, sociali e politici, di un "fattore umano" resistente alla penetrazione colonialistica.  E così via fino all'impianto delle petrolchimiche, non "cattedrali nel deserto", come è stato scritto, ma "cattedrali che hanno prodotto il deserto".
Già alla fine degli anni '60, la Sardegna appare chiaramente destinata a essere un'area di servizi militari e petrolchimici del capitalismo internazionale.  Non c'è spazio per i settori della economia tradizionale, e lo stesso patrimonio naturale è in via di estinzione, sempre più soffocato e isterilito da una militarizzazione indiscriminata, da sempre più diffusi insediamenti di impianti petrolchimici, nucleari e, comunque, altamente inquinanti.  Il fenomeno di emigrazione coatta, una vera e propria deportazione (in 30 anni, circa 800 mila unità lavorative su 1 milione e mezzo di abitanti), che ha spopolato paesi e campagne.  Il progressivo smantellamento delle miniere da parte degli imprenditori del settore;  l'abbandono e il decadimento dell'agricoltura, dell'allevamento e della pesca;  l'assoluta mancanza di programmi di sviluppo nel settore del turismo, che pure, in prospettiva, appariva come quello più redditizio.
c) La presenza, specie nelle zone interne, di una cultura autoctona "resistente" alla penetrazione colonialistica (e quando si provochino e si verifichino risposte violente, il cosiddetto fenomeno del banditismo) determina una condizione ideale per l'esplicazione del potere militare, in quanto consente, con l'alibi della lotta alla "criminalità", sperimentazioni di tecniche repressive legate al concetto di guerra totale.  Rastrellamenti e battute in vaste zone comprendenti interi paesi, esercitazioni di truppe speciali paracadutate o elitrasportate, sono aspetti più propri della moderna guerra di invasione (tipo Vietnam), che di repressione interna delle opposizioni politiche (tipo quella in atto contro i compagni autonomi e anarchici).
d) Il massiccio insediamento di petrolchimiche e di raffinerie (cui si aggiungono gli impianti nucleari) favorisce la diffusione di basi militari.  Questi impianti degradano l'ambiente creano il deserto di cui necessitano i militari per le esercitazioni e le sperimentazioni con armi sempre più micidiali.  Le petrolchimiche, più di altre industrie, sono correlate e complementari al complesso bellico:  le raffinerie producono il carburante per le macchine belliche;  le industrie chimiche, tra l'altro, producono i propellenti per missili, da sperimentare nei poligoni sardi prima del loro impiego tattico e pratico.
e) Una classe dirigente indigena, espressione di una borghesia compradora totalmente asservita agli interessi del padrone continentale e yankee.  Da parte di questa mala genia di compradores, mai e poi mai è stato mosso un dito per alleviare la miserabile situazione del popolo, per difenderlo dalla oppressione e dallo sfruttamento colonialista.  E quando per eccezione, sull'onda di esplosioni di rabbia popolare, i compradores hanno levato parole di protesta contro gli abusi del padrone continentale, è stato per calcolo demagogico:  blandire il popolo e scongiurare l'insurrezione, tentare di ridarsi un minimo di credibilità, ottenere dal loro padrone maggiori privilegi agitando lo spauracchio di una rivolta di cui essi, con il potere, si ritenevano arbitri.
Con una consorteria politica indigena definita pubblicamente "vile, cinica e inetta", la Sardegna è aperta a tutti i pirati che approdano nelle sue spiagge.
f) La situazione di sottosviluppo economico (una condizione niente affatto naturale ma storica, in quanto prodotta dalla oppressione e dallo sfruttamento del colonialismo), pur alimentando nel popolo la ribellione, lo prostra e lo castra nella assillante quotidiana ricerca di forme e di mezzi per la sopravvivenza fisica.  Un popolo affamato e degradato è frenato nella ricerca di formule di risposta organizzata contro il potere "scientifico" del dominatore.  E quando anche le componenti più avanzate del popolo mostrano di sapersi organizzare come opposizione politica, il sistema dispone dell'arma giuridica di criminalizzare ogni gruppo e azione che minacciano l'"ordine costituito".
Da qui, l'assenza di una risposta antimilitarista generalizzata.  Tuttavia, ciò non significa - credo - che in una situazione di sottosviluppo culturale ed economico l'uomo non possa prendere coscienza della propria realtà di oppresso, rigettare le deleghe e gestire in proprio la lotta contro l'oppressore.  La questione è di trovare nella cultura autoctona mezzi e strumenti di informazione e di educazione rivoluzionaria che coscientizzino sempre più numerose componenti sociali, fino alla creazione di un movimento di liberazione.

4.  Oggi come ieri, gli eserciti, tutte le istituzioni armate, non hanno il compito di difendere integrità nazionali, istituzioni democratiche o valori civili.  Più precisamente hanno lo scopo di conservare sistemi fondati sul privilegio di pochi e sullo sfruttamento di molti;  hanno lo scopo di reprimere le esigenze di liberazione degli oppressi, di assassinare i popoli che non si sottomettono.
La difesa nazionale è sempre una maschera con cui si vuole nascondere la funzione di cane da guardia delle strutture autoritarie, dell'asservimento dei lavoratori che la consorteria al potere affida all'esercito.
Tutti i blocchi militari perpetuano una loro logica di potenza, di conservazione di sistemi autoritari e oppressivi e sono sempre una minaccia alla pace, al socialismo, alla libertà dei popoli.  Gli eserciti tendono sempre ad affermare la violenza come mezzo di confronto politico, economico e delle idee.
Oggi i ministeri della guerra si chiamano ipocritamente "della difesa".  Ma il concetto di guerra non può non essere consustanziale a una istituzione armata, creata e addestrata per fare la guerra.  Nelle basi missilistiche di Perdasdefogu e di Capo San Lorenzo, all'inizio delle esercitazioni, dietro il paravento della scienza, si spacciavano per missili "umanitari" di ricerca meteorologica, missili che venivano poi usati per sterminare il popolo vietnamita e arabo.  In verità, ogni base militare - offensiva o difensiva che voglia dirsi - è un apparato in continuo sviluppo, alla ricerca di una sempre più perfetta capacità distruttiva, che ha come unico scopo la dimostrazione pratica della propria efficienza nella guerra.
Che cosa intendono per guerra gli stati maggiori di tutti gli eserciti è stato spiegato senza mistificazioni da Klaus von Clausewitz:
"La guerra è un atto di forza che ha per scopo di costringere l'avversario a sottomettersi alla nostra volontà.  La forza si arma delle invenzioni delle arti e delle scienze per misurarsi contro la forza.  Essa è accompagnata da restrizioni insignificanti che meritano appena di essere menzionate, alle quali si dà il nome di diritto delle genti, ma che non hanno capacità di affievolire essenzialmente l'energia…"
Sia in tempo di guerra che di pace in attesa di una nuova guerra, il militarismo considera l'organizzazione e l'ordine militare come il modello cui deve conformarsi la società civile.  In Sardegna, dove esiste da secoli uno stato militare di polizia permanente, questa affermazione trova una verifica.
"La presenza massiccia di base militari e di relative servitù, da un lato condizionano pesantemente l'economia e la crescita civile delle popolazioni, e da un altro lato influenzano tutti gli istituti dello stato, in particolare quelli della giustizia e dell'ordine pubblico.  Qui, i generali di mezzo mondo trovato l'ambiente adatto, covano gli strumenti bellici più terrificanti che la moderna tecnica possa produrre, e un poderoso apparato militare e di polizia circonda, protegge e mantiene nel più rigoroso segreto queste mostruose covate.  Ogni aspetto della vita civile ne risulta intollerabilmente condizionata.  Il clima della più rigida autorità e della più severa disciplina, l'annullamento dei valori individuali sono il fondamento del regime militare.  La democrazia, di qualunque colore, è considerata una peste sociale.  La circolazione delle idee - al di fuori del credere-obbedire-comabattere - è un attentato alla sicurezza dello stato.  Premessa essenziale alla instaurazione del loro regno, i militari creano costosissimi apparati preventivi e repressivi di polizia, tradizionali e speciali, politici e comuni, spie e controspie, che vigilano creando fantasmi per avere il pretesto di colpire uomini in carne e ossa con idee in testa.  Anche la rilassatezza dei costumi - in particolare quelli sessuali - è ritenuta pericolosa alla armonia di una società gestita dai militari.  Un buon cittadino deve esaltarsi davanti alle parate degli eserciti, scattare e commuoversi nell'udire gli inni patriottici, chinarsi riverente davanti agli eroi della guerra.  Un buon cittadino può far parte della eletta schiera quando inoltre creda nel cattolicesimo religione dei padri, nella indissolubilità del matrimonio concordatario e nella istituzione dei casini per la salvaguardia della verginità delle fanciulle perbene. Non fa meraviglia, quindi, che poliziotti e questurini difendano e proteggano le basi militari in Sardegna scrutando sospettosi la lunghezza delle gonne e dei capelli, ascoltando i timbri di voce per isolare gli scioperati e gli omosessuali…" L. Mancosu, "Stato di polizia, giustizia e repressione in Sardegna.", Libreria Ferltrinelli, Milano, 1970

5.  Non è pensabile che la consorteria al potere evolva la sua attuale politica in direzione diversa da quella che le consente di conservare i propri privilegi, che cioè le basi ideologiche e la struttura del sistema (che hanno all'origine e per scopo lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo mediante la violenza della oppressione e della repressione) possano modificarsi per volontà di chi ha il potere economico e politico.
La liberazione dell'uomo dalla oppressione e dallo sfruttamento e la realizzazione di una nuova organizzazione sociale libertaria possono aversi soltanto con la presa di coscienza di tutti gli oppressi e con la loro contemporanea azione liberatrice.
Nella questione in esame - come in altre di fondamentale importanza per il futuro dell'umanità - è purtroppo rilevabile che l'opinione pubblica ne ignora in gran parte i termini, non si rende conto scientificamente dei pericoli, non può quindi trovare formule di risposta, di difesa.  Perfino molti degli abitanti dei paesi vicini alle basi militari, i più direttamente e immediatamente coinvolti e compromessi dai costosissimi e micidiali impianti bellici, non hanno ancora sufficientemente compreso che i militari sono una casta privilegiata a servizio degli interessi del capitale e che sono i lavoratori a dover sudare sangue e a patire fame e privazioni per mantenere armi ed eserciti lustri ed efficienti.
Di questa situazione di ignoranza e immaturità politica e sociale nel popolo - situazione voluta e pianificata per ovvi motivi dai membri della consorteria - portano la infamante responsabilità i partiti, i sindacati e le organizzazioni dei lavoratori.  Anche in Sardegna, la politica dei partiti marxisti si è nel passato fossilizzata (non parlo del periodo attuale, di completo asservimento al potere borghese) sul piano sterile della lotta di classe a livello paesano, mobilitando masse bracciantili per infime questioni salariali contro il proprietario di cento ettari di terra e contro "l'industriale" fabbricante di mattonelle, contro un padronato anche esso miserabile che invidiava lo statale a stipendio fisso.  E così con altri sostanziali obiettivi della dottrina socialista, i partiti marxisti hanno eluso quello della mobilitazione e della lotta popolare contro il militarismo e la guerra.
Per i marxisti l'antimilitarismo - come l'anticlericalismo e l'anticapitalismo - non è più di moda.  E non è un caso che i massimi studiosi del militarismo in Italia siano comunisti:  i "signori della guerra", e i padroni che li muovono, hanno demandato a costoro il compito "riformistico" di annebbiare il popolo con cortine fumogene sulla vera natura e sui veri scopi del militarismo.  In cambio delle loro servili prestazioni accederanno al potere borghese.
I marxisti sostengono - e a ragione - che la loro dottrina non è contraria agli eserciti.  Più in particolare, i comunisti italiani si dicono favorevoli a un esercito efficiente e moderno purché democratico.  La conversione all'atlantismo del PCI - dopo il PSI - viene motivato ideologicamente da Berlinguer:  "Non risponde agli interessi…  delle masse lavoratrici e della intera nazione collocarsi in una posizione di ostilità verso l'Unione Sovietica o verso gli Stati Uniti.  E' anche per questo che abbiamo affermato che noi non poniamo la questione dell'uscita dell'Italia dal Patto Atlantico, in quanto questa eventualità, e ogni altra uscita unilaterale dall'uno o dall'altro blocco, finirebbe per ostacolare o perfino rovesciare quel processo di distensione internazionale che risponde agli interessi di tutti i popoli…" (XIV congresso del PCI, relazione per la candidatura al governo clerico-fascista).
E' l'accettazione del principio militarista "si vis pacem para bellum" (ma i popoli si chiedono perché non si possa preparare la pace con la pace).  Oggi più che mai, con l'avvento dell'era tecnologica, è follia criminale fondare la pace e il progresso dell'umanità su di un equilibrio ottenuto di volta in volta aggiungendo, da una parte e dall'altra, una certa quantità di bombe H e di bombe N, in una accumulazione di armi nucleari che finirà ben presto per diventare tanto ingombrante da ritrovarcene perfino sotto il letto.
Un fatto sintomatico della escalation per la equilibratura della quantità e qualità delle armi fra i blocchi ("nell'interesse dei popoli", dice Berlinguer) è la recente decisione degli USA di aumentare la produzione di bombe al neutrone per dotarne gli eserciti della NATO.
La giustificazione addotta da Carter è la necessità di riequilibrare l'asse della bilancia, spostatosi ultimamente a favore del Patto di Varsavia, che ha ricevuto dall'Unione Sovietica il missile a testate nucleari multiple, gli "SS-20" a raggio di azione intermedio.
La gente frastornata dalle false crisi economiche, dalla criminalità dilagante, dalle operazioni demagogiche e mistificanti che le vengono da ogni parte, sa ben poco di questa nuova criminale arma.  Tutto ciò che si sa è che al bomba al neutrone è un'arma ecologica:  uccide l'uomo con tutte le creature viventi lasciando intatto il cosiddetto "patrimonio civile".
Il segretario alla difesa americano Brown, nella sua recente missione in Europa (ottobre 77), da buon imbonitore ha tessuto gli elogi del nuovo ritrovato della scienza USA.  Ai generali della NATO ha illustrato le caratteristiche tecniche e ha elencato i vantaggi politico-militari che ne deriverebbero (a chi?) dalla adozione di questa nuova arma nucleare.
Presentato dai quotidiani padronali come prestigioso docente universitario che ha sacrificato la carriera per mettersi a servizio di Carter e della civiltà occidentale, il Brown ha mistificato l'operazione davanti all'opinione pubblica allarmata, dicendo che questa bomba non cambierà l'equilibrio atomico internazionale:  "La nuova ogiva è stata messa a punto per un impiego tattico sul campo di battaglia, è stata studiata per limitare gli effetti distruttivi e radioattivi, per ridurre drasticamente i rischi che potrebbero correre le popolazioni civili qualora si trovassero nei pressi del punto di impiego di questa arma nucleare".
Gli ha fatto da spalla il compare Luns, segretario generale della NATO, il quale ha detto che la bomba N "è stata presentata come l'arma apocalittica, mentre invece si tratta di un ordigno puramente difensivo".
E il ministro Ruffini ha proseguito affermando, in un gioco di parole che non dice nulla, secondo il migliore stile politico, che l'opinione pubblica deve essere meglio informata.  Comunque, si tratta di un'arma "concepita per la difesa dell'Europa", e niente altro che "il mezzo che dovrebbe riequilibrare i rapporti di forza tra i paesi NATO e i paesi del Patto di Varsavia".


6.  Una manovra di copertura militaristica, portata avanti dagli ideologi del PCI, è quella della "democratizzazione" degli eserciti.  Si battezza "il cattivo" nel nome di Marx e lo si redime.  Per esorcizzare quello che un tempo per i socialisti era lo strumento con cui il capitale teneva inchiodati i popoli allo sfruttamento è sufficiente pennellarlo di rosso.

Anche i comunistelli indigeni, quando sulla nostra terra i militari decidono di sistemare una nuova base, ripetono la solita solfa:  bisogna in linea di principio rispettare gli impegni dell'alleanza;  gli eserciti sono necessari per garantire la pace;  l'essenziale è il rapporto che si viene a creare tra le strutture militari e la società civile.  Se gli eserciti, se le polizie e le loro armi sono "democratici", la popolazione non li sente ostili; fraternizza e stanno bene insieme.

Io continuo a chiedermi che cosa può significare la "democratizzazione" di una istituzione, di un apparato concepito e organizzato per la distruzione, per l'assassinio di massa.  Un esercito "democratico", massacra "democraticamente" i popoli di altri paesi?  Che differenza fa essere massacrati da una atomica "democratica" e operaistica, anziché da una atomica "totalitaria" e borghese?
Perché nei loro comizi i politici e i sindacalisti della classe operaia statalista non dicono al popolo quanto gli costano queste armi assurde, il cui aumento "equilibrante" sarebbe necessario al progresso del genere umano?  Se parlassero di questo, certamente non potrebbero parlare di sacrifici, di lavorare di più e mangiare di meno.
Le deliberazioni effettive prese dai paesi della NATO per il 1971/1972 sugli armamenti da commissionare, danno i seguenti dati di quantità:

Carri armati                                    1.100
Artiglieria pesante semovente          300
Armi anticarro                                   700
Veicoli da combattimento                 600

Cacciatorpediniere lanciamissili           2
Caccia e fregate scorta oceanica         5
Sommergibili a propulsione nucleare   3
Sommergibili di altro tipo                    10
Elicotteri antisommergibili                   25
Aerei pattugliamento marittimo           27
Navi da sbarco carri armati                  8
Vedette lanciamissili                             4

Aerei da combattimento                   400
Trasporti tattici                                    50
Elicotteri da trasporto truppe
e ricognizione                                   200
Missili antiaerei (previsti)                  820
Pezzi antiaerei (previsti)                   853

Questi i prezzi in milioni di lire non ancora svalutate (al 1973) di alcune delle armi in dotazione alla NATO:

Aerei:  da 500 (il H91R) a 2.600 (l'Atlantic);  elicotteri, da 80 (AB206A) a 2.300 (Chinook);  cannoni navali, da 200 (76/62) a 800 (127/54);  missili mare-mare, 150 (otomat);  carri armati:  da 100 (M47) a 220 (Leopard);  cannoni semoventi:  90 (M 109);  un obice (da 105/14) 15 milioni;  missili tattili:  da 75 (l'Honest John) a 300 (il Lance);  missili anticarro: da 1 (il Mosquito) a 2 (il Tow).  Un incrociatore:  200 miliardi;  un cacciatorpediniere:  100 miliardi;  una corvetta:  20 miliardi;  una fregata portaelicotteri:  60 miliardi. Questi dati sono tratti dalla appendice a "Le forze armate italiane" di E. Cerquetti, Feltrinelli, 1975

Quanto costi una bomba nucleare non mi è dato sapere, certamente molti miliardi.  Si può avere un'idea della follia sperperatrice del militarismo tirando le somme degli esperimenti nucleari fatti nel mondo dal '45 al 68.  Ordigni nucleari fatti esplodere nell'aria:  397;  sott'acqua:  6;  sotto terra:  346.  Totale 749!

7.  Il popolo deve sapere - tutti devono sapere, anche i bambini - che cosa sono gli eserciti, le armi con cui si addestrano in vista non della pace ma della guerra, quali terrificanti pericoli rappresentano di per sé, prima ancora del loro impiego bellico, le armi nucleari per la sopravvivenza dell'umanità.
Il compagno Carmelo Viola ha dato un notevole contributo alla conoscenza della questione con un documentato saggio ("No alle armi nucleari" - Libreria della FAI, 1968).  Ne riporto i concetti essenziali, affinché cresca e si diffonda il movimento libertario di intransigente opposizione ai criminali disegni di dominio e di distruzione della consorteria al potere.
Le armi e gli apparati atomici e termonucleari costituiscono un pericolo permanente per l'uomo e per il mondo biologico.  Non è possibile limitare gli effetti contaminanti di una esplosione nucleare:  gli effetti degradanti e mortali si protraggono per moltissimi anni.
La bomba atomica uccide ancora prima che venga usata per scopi bellici.  La diffusione della leucemia e in generale di cancri è da attribuirsi al crescente tasso di radioattività presente nel pianeta, di cui cibo e aria sono i veicoli più comuni di diffusione.
Uccide all'atto dell'esplosione.  Le esplosioni nucleari determinano lo sprigionamento di radioattività tramite la reazione a catena, cioè la totale disintegrazione del nucleo, le cui particelle si mantengono in attività per un tempo incalcolabile.  L'altissimo grado di temperatura e i diversi componenti chimici provocano la totale liquefazione del corpo.  La "malattia da radiazioni" determina uno sconvolgimento biochimico irreversibile, con emorragie interne ed esterne.
La bomba atomica uccide anche dopo, a distanza di anni.  Alla radioattività della esplosione succede la radioattività "silenziosa" o "ritardata", meno appariscente ma ugualmente temibile:  gli effetti micidiali si nascondono dietro un decorso incontrollabile.
Le particelle radioattive liberatesi dal nucleo hanno un altissimo potere di penetrazione.  Depositandosi su tutto ciò che incontrano, esercitano, specie in ambiente organico, un effetto disintegrativo in tempi più o meno lunghi.  Tra i colpiti, i più "fortunati" sono quelli che muoiono istantaneamente.
L'inquinamento nucleare infierisce sulle generazioni.  La radioattività assorbita rende sterili le cellule germinative, provocando cambiamenti dei caratteri fisici - mutazioni che diventano ereditarie, a livello genetico.  Ciò può significare l'estinzione della specie per caos genetico.
Le attuali dissertazioni pseudoscientifiche sul grado di tollerabilità organica alla radioattività assumono aspetti grotteschi.  Argomentazioni ottimistiche vengono generosamente elargite dai membri della consorteria al potere, per bocca di scienziati "utili idioti" nello scellerato gioco internazionale della corsa agli armamenti nucleari.  Alcuni arrivano tout court ad affermare che gli esperimenti atomici e ancor più i mezzi a propulsione nucleare sono inoffensivi".
E' assurdo trastullarsi con "non provati limiti di tollerabilità".  Tali limiti sono "supposti" e "sperimentali";  si riferiscono a uomini in "normali condizioni di salute";  ma non esistono esperienze cliniche, genetiche in grado di valutare gli effetti possibili, giacché ogni organismo reagisce in maniera del tutto peculiare.  Infine:  niente e nessuno può garantire che raggiunta la "supposta soglia" di tolleranza organica alle radiazioni si ponga fine a ogni causa di inquinamento radioattivo.  Il sistema non ci garantisce contro le manie di chi ha il potere, perché - scrive Viola - "tanto più la sua volontà è polarizzata dal potere, tanto più costui rappresenta un pericolo per la sicurezza dell'umanità".
L'attuale realtà ci impegna a batterci per evitare non solo la guerra ma la stessa preparazione di questa.  In primo luogo, preparare la guerra significa determinarla;  in secondo luogo, la preparazione comporta con gli esperimenti un altissimo livello di inquinamento atomico, equivalente a una aggressione mortale contro tutta l'umanità.
La preparazione della guerra nucleare è già una guerra in atto che si risolve in un genocidio.  Il duello tra l'uomo e la bomba vuole la distruzione di uno dei due.
La tesi più volte ventilata dai generali del Pentagono di una guerra limitata con bombe atomiche tattiche è una menzogna:  è assurdo pensare di contenere una guerra atomica in confini limitati, perché gli effetti inquinanti si diffondono ben al di là dell'area di impiego tattico.
Continuare a manipolare ordigni radioattivi significa provocare premeditatamente la morte del genere umano e la distruzione dell'ambiente naturale.  La fisica nucleare ci pone davanti a un drammatico dilemma da cui non è possibile sfuggire:  lasciarci uccidere da essa o rinunciarvi nella misura in cui è mortale.  Quando la scienza, come quella attuale asservita al potere, perde la sua ragione d'essere, che è quella di conservare e potenziare la vita, e diventa fonte di morte e di distruzione, è da rifiutare e combattere.
L'alto grado tecnologico raggiunto ha mitizzato la scienza:  la fame e la degradazione di un terzo dell'umanità diventa un fatto vile davanti al valore del progresso scientifico.  Il capovolgimento dei valori è tale per cui l'uomo non esiste:  al suo posto, la macchina sempre più perfetta, l'ordigno sempre più micidiale.  Giustamente scrive il compagno Viola che "la nostra civiltà è destinata a perire per suicidio-scientifico".  E con la stessa nostra preoccupazione, Jean Pugnero sostiene che "allo stato attuale delle scienze, sono gli scienziati i principali nemici dell'umanità".
E' estremamente necessario e urgente la mobilitazione:  l'intervento di tutti gli uomini che rifiutano lo stato attuale e sono convinti del rischio mortale che corriamo.  Dobbiamo batterci a tutti i livelli perché venga raggiunto il disarmo universale.  Finché ci saranno eserciti e armi ci saranno guerre e stragi;  finché ci saranno ordigni nucleari e biochimici, sarà possibile un conflitto nucleare e biochimico.
Una forma di lotta che riteniamo valida ci viene proposta da Bertrand Russel:  la protesta;  la resistenza passiva; la disobbedienza civile.  C'è chi sostiene che questa forma di lotta contiene un errore di fondo:  voler raggiungere "direttamente" gli scopi senza passare per vie parlamentari.  In verità, il diritto alla vita e la lotta per conservarla sono imperativi morali assoluti che non hanno bisogno di vie parlamentari per estrinsecarsi in azioni conseguenti.

8.  Sostanzialmente l'industria nucleare è nociva all'uomo perché non potendosi distruggere le scorie radioattive, si immettono nel ciclo biologico terrestre.  In definitiva si rivela una industria suicida.  Gli ordigni atomici si basano sugli effetti dell'incontrollabile sprigionarsi di energia dalla fissione nucleare di elementi come l'uranio.  La reazione a catena si determina quando il carico esplosivo raggiunge il peso critico, cioè quando la somma dei neutroni liberati e di quelli "catturati" è uguale alla somma dei neutroni contenuti nel nucleo fissionato.  La potenza di questi ordigni si misura in tonnellate di tritolo.  1.000 tonnellate è uguale a 1 chilotone.  1.000.000 tonnellate è uguale a un megatone.
Dalla boma A gli "scienziati" sono passati alla bomba H - dove, alla fissione di nuclei pesanti aggiunge la fusione di nuclei leggeri - la cui potenza esplosiva supera la prima di un migliaio di volte.
E' nota la presenza di una radioattività naturale, certamente utile alla vita.  La produzione industriale di energia nucleare, sia per scopi bellici che civili, ha portato a un aumento indiscriminato e non controllabile della radioattività nell'ambiente.  Sappiamo per certo che aumenti anche minimi della radioattività naturale nell'ambiente provocano danni gravissimi negli esseri viventi.
La radioattività nell'ambiente si misura in curie (radioattività pari a quella di un grammo di radium in un metro cubo di aria al secondo).  La picocurie è pari a 1 milionesimo di un milionesimo di curie.
Gli effetti patologici della radioattività nell'uomo sono molteplici.  Carmelo R. Viola, nel saggio citato ne delinea il quadro clinico.

"Ustioni cutanee.  L'organismo è in genere incapace di ricostruire i tessuti distrutti, per cui le piaghe non rimarginano, ma restano purulente.  La piaga cicatrizzata si dice cheroide ed ha probabile decorso canceroso…
Lesioni interne.  Sono dovute o agli "artigli" (contaminazione da esplosione nucleare) delle radiazioni o all'ingestione di cibi irradiati.  Gli organi vulnerati - soprattutto polmoni, intestini, stomaco, reni e fegato - tendono all'autodistruzione.  Rottura del tessuto polmonare, commozione cerebrale…
Sterilità temporanea.  Dovuta ad arresto della spermatogenesi.
Diminuzione della durata della vita.  Una sola unità di radiazione assorbita costerebbe un migliaio di ioni per cellula e quindici giorni di vita.  500 unità r, cinquantamila molecole alterate e 7.500 giorni di vita!…
Tumori maligni.  Sono dovuti soprattutto all'azione dello stronzio che si deposita nelle ossa, attraverso l’alimentazione, specie dei cibi ricchi di calcio (…) a cui si associa preferibilmente.  Per ovvie ragioni, a tali effetti sono esposti maggiormente i bambini.  Le cellula, alterate dalla presenza di ioni, possono moltiplicarsi disordinatamente dando luogo a formazioni neoplastiche.
Leucemia.  I raggi beta provocano una degradazione delle cellule midollari.
Aumento delle malattie infettive.  E' dovuto alla diminuita produzione di anticorpi…
Senescenza precoce.  Per effetto della ionizzazione della cellula, la quale può perdere, in tutto o in parte, la capacità di scindersi, cioè di rinnovarsi, ne consegue un invecchiamento per esaurimento cellulare che si manifesta con sclerosi, turbe circolatorie, calvizie, cataratta, marasma senile.
Scompenso numerico tra i sessi.  Per ragioni non ancora individuate, si verifica un aumento di nascite di individui di sesso femminile
Tare ereditarie.  Questi effetti, sono i meno appariscenti e i più preoccupanti.  Interessano non tanto l'individuo come tale quanto la specie e il patrimonio ereditario di questa, poiché hanno carattere permanente.  Si tratta, infatti, di mutazioni genetiche, tendenzialmente degenerative, che possono condurre alla progressiva deficienza fisica e psichica, ovvero alla estinzione della specie stessa……i nati da genitori irradiati possono essere dei mostri, cioè presentare malformazioni e mutilazioni mostruose.  Inoltre, da gestanti irradiate nascono con ogni probabilità figli irradiati…  Tra i casi già verificatisi ci sono, ritardo mentale, leucemia, cancro, mongolismo, deformazioni del cranio, labbro leporino, anormalità genitali, piede equino, insufficienza bio-psichica, predisposizione alle emorragie interne, alle epatosi specifiche, al gozzo ed alla cataratta, testa grossa, pupille dilatate, orecchie a ventola, deficienza specifica di un qualche organo (…), mancanza totale di organi, perfino del cervello.  Gli irradiati nati, quando non sono impotenti, rimangono portatori di aberrazioni genetiche e cromosomiche…" C. R. Viola, "No alle armi nucleari", Libreria della FAI, 1968.

Considerazioni niente affatto ottimistiche si appuntano su un sistema che si definisce civile, scientifico, efficiente, Computers, astronavi, missili intercontinentali, mezzi di locomozione a propulsione nucleare e centrali atomiche per la produzione senza limiti di energia.  Tutto questo non è che la "moderna", "progressista" facciata di un edificio nel cui interno l'umanità è prigioniera come in un lager, incasellata, sfruttata, denaturata, condizionata e alienata.
Il sistema ha potenziato e affinato oltre ogni limite la scienza e la tecnica ai soli fini del profitto, del privilegio dell'élite al potere, rapinando il patrimonio naturale fino al totale depauperamento, sfruttando l'uomo fino al totale abbruttimento.  E nel contempo, il sistema è rimasto grezzo, ignorante per tutto ciò che riguarda la conoscenza vera della natura e la creazione di strumenti che proteggano l'uomo dalle avversità ambientali, che lo aiutino a crescere e a realizzarsi liberamente.  Come dimostra ancora una volta lo "scandalo del Friuli", anche dai cataclismi, dalle tragedie, dal dolore e dal pianto la consorteria al potere sa trarre denaro.
Sempre più chiaramente dobbiamo prendere coscienza che il tanto decantato progresso è in funzione dello sviluppo e perfezionamento della macchina bellica per tenere assoggettati i popoli e della macchina produttiva per realizzare lo sfruttamento dei popoli.  Non ci sono eccezioni a questa regola:  le briciole di "progresso" che "in giuste dosi", "una tantum", cadono sui lavoratori rientrano nella fase di adescamento che fa parte del processo di assoggettamento e sfruttamento.
La liberazione dell'uomo dagli ingranaggi della mostruosa macchina del sistema è una rivoluzione culturale, prima ancora che politica.  E' la presa di coscienza di sé, dell'insanabile conflitto esistente tra la natura umana, le esigenze umane dell'essere e del divenire liberi, e la natura disumana, meccanicistica del sistema che le esigenze snatura e devia per schiavizzare e sfruttare.

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