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MILITARISMO E MILITARIZZAZIONE DELLA SARDEGNA

Ugo Dessy

Un'analisi corretta sulla natura e sui fini del militarismo non si può fare senza una tensione ideale che muove dall'amore e dal rispetto per la vita umana, non si può fare senza l'angosciosa preoccupazione che la sopravvivenza dell'Umanità è legata a un filo che può essere spezzato da una incognita.
Molte e qualificate sono le voci di monito e di allarme che si sono levate per dire ai potenti della terra di porre fine alla guerra una volta per tutte mettendo al bando gli armamenti. Come quella di Albert Einstein: «O l'umanità distruggerà gli armamenti o gli armamenti distruggeranno l'umanità» o di Bertrand Russell: «Nessuno dei mali che si vogliono evitare con la guerra è un male così grande come la guerra stessa». Voci certamente importanti, ma insufficienti senza la voce dei popoli che abbiano preso coscienza, che sappiano imporre la loro volontà di pace e di fratellanza.
 Mi sono reso conto che i valori più eccelsi dell'uomo - perfino la libertà e l'amore - non hanno alcun significato se allo stesso uomo è negato il diritto di esistere. Se non si allontana prima lo spettro dello sterminio nucleare dall'umanità, non si può fondare alcuna certezza, nulla è credibile. Per questa ragione, da molti anni dedico la maggior parte del mio lavoro alla questione della militarizzazione della mia terra e alla diffusione di tutti quegli elementi conoscitivi, utili - a mio avviso - alla acquisizione di una coscienza civile che si traduca in una ferma opposizione alla guerra, alle armi, alla violenza.
 La Sardegna si colloca insieme agli altri paesi o regioni del mondo afflitti da un sottosviluppo che è propriamente sfruttamento coloniale. Si colloca cioè sul piano e nella dimensione (culturale, sociale e politica) dei paesi del Terzo Mondo, e pertanto nella logica storica rivoluzionaria di un movimento dei popoli oppressi da poteri egemonici, esterni o interni.
 Nella attuale fase di colonizzazione della Sardegna - che ha visto entrare nell'area del Mediterraneo una nuova potenza, gli USA- sono tre le principali linee perseguite dal capitalismo:
1) l'utilizzazione dell'isola come area di basi e servizi militari;
2) come area di servizi petrolchimici, nucleari e di impianti consimili, finanziati dallo stato, di alto costo e bassa occupazione, ecologicamente inquinanti e culturalmente disgreganti;
3) come area di servizi di bassa forza e di sperimentazione sul vivo di tecniche e strumenti oppressivi e repressivi, per la conservazione del potere e il controllo totale dell'uomo. In questa terza linea rientrano numerose utilizzazioni tipiche del vecchio colonialismo: la sperimentazione di sostanze tossiche; lo sfruttamento della forza-lavoro come manovalanza a basso costo nelle industrie estere e del Nord, e come bracciantato ascaro da intruppare nei corpi militari e di polizia; I'utilizzazione di comunità storicamente resistenti alla penetrazione coloniale, come le Barbagie, per sperimentarvi nuove tecniche antiguerriglia con speciali corpi militari.
Affinché queste principali linee del disegno di potere dell'imperialismo potessero perseguirsi senza intralci, era necessario smantellare e liquidare, in tempi brevi, le strutture autonome del popolo sardo: le sue istituzioni, la sua cultura, le sue tradizioni, la sua economia, la sua lingua - in una parola la sua identità.
Per comprendere fino a che punto sia arrivato tale disegno di dominio, è sufficiente vedere ciò che resta della economia tradizionale dell'isola: la crisi, lo sfacelo della agricoltura, dell'allevamento, della pesca; lo spopolamento, l'abbandono delle campagne; lo smantellamento delle industrie estrattive; l'emigrazione di circa un terzo della popolazione che configura un vero e proprio esodo coatto; la sistematica repressione poliziesca contro i pastori - fulcro della resistenza agli invasori di sempre; ed è sufficiente vedere ciò che resta della cultura e delle tradizioni del popolo sardo: una cultura dapprima razzisticamente «inferiorizzata», quindi «mummificata» e infine «mercificata» ad uso del turista straniero. Va sottolineato che il determinarsi e il perpetuarsi di una situazione coloniale, passa anche, evidentemente, attraverso l'oppressione culturale, con la eliminazione o la riduzione delle capacità espressive di un popolo.
Nell'attuazione di questo piano di colonizzazione, gioca un ruolo importante l'ormai consolidata dipendenza storica, economica, politica e culturale della classe dirigente sarda, quella che definiamo borghesia compradora o dipendente. Che ha mostrato e mostra i suoi interessi e le sue vocazioni con pesanti connivenze con il potere dei colonizzatori. Grossolani sono stati inoltre gli errori dei partiti della sinistra parlamentare, in particolare del PCI, che sosteneva un processo di sviluppo nell'isola mediante le industrie petrolchimiche - convinto che avrebbe così creato nell'isola una classe operaia aumentando il proprio peso politico nella regione.
Nel secondo dopoguerra, come in altri paesi coloniali o semicoloniali, anche in Sardegna si sono sviluppati movimenti di liberazione e di riscatto popolari. La nascita di un forte movimento cooperativistico nell'area contadina, e più particolarmente il movimento per la occupazione delle terre incolte, sono fenomeni rivoluzionari di rilievo in quel periodo. Ed è in risposta a questi movimenti popolari di riscatto civile che viene programmato e imposto dai vertici del potere capitalista un certo modello di sviluppo industriale per la Sardegna. E' infatti da molti studiosi condivisa oggi la tesi che la scelta delle imprese impiantate nelle diverse aree dell'isola, delle loro caratteristiche e delle relative forme di insediamento, è stata fortemente se non del tutto condizionata al conseguimento di obiettivi di ordine sociale, definiti preminenti sul piano politico. Ne consegue allora che la storia dei programmi di impianto delle industrie petrolchimiche coincide in gran parte se non in tutto con le vicende storiche, con le idee e con le lotte, che hanno caratterizzato e caratterizzano la Sardegna, come popolo e come territorio, soggetta alla aggressione coloniale.
Gli economisti programmatori, fiancheggiatori del capitalismo colonialista, per giustificare l'attuale situazione di crisi economica che travaglia l'Isola, sostengono la tesi che la scelta delle industrie petrolchimiche è stata «dolorosa ma necessaria per creare le condizioni indispensabili e preliminari alla nascita di una industria di trasformazione».
E' una teoria che può essere confutata in via teorica e pratica, e altri lo hanno già fatto. Qui basterà dire che questa teoria ignora del tutto, nel momento che viene sostenuta ancora oggi, che la creazione dell'industria di base come passo «doloroso ma necessario» per la verticalizzazione dei processi produttivi, è una esperienza fatta in Sardegna da oltre quindici anni, senza che di fatto sia seguita la nascita di industrie di trasformazione.
Le petrolchimiche sono state da qualcuno definite «cattedrali nel deserto». Io aggiungo che sono «cattedrali che hanno prodotto il deserto».

L'utilizzazione militare della Sardegna da parte di potenze egemoniche è vecchia di secoli; ma soltanto in tempi recenti, con I'evoluzione tecnologica degli armamenti diventa un fatto storico di grande rilievo. Con I'avvento del nucleare, la potenza distruttiva delle armi è tale da costituire di per sé il problema più drammatico  tra quanti I'umanità ne abbia mai affrontato, perché è messa in gioco, concretamente, la sua sopravvivenza. Inoltre, ancor prima del loro impiego nella guerra, gli armamenti nucleari costituiscono già una aggressione contro l'intera umanità, a causa delle contaminazioni radioattive che le sperimentazioni comportano. Infine, viene fatta una considerazione di ordine politico-sociale: l'utilizzazione  dell'energia nucleare comporta la nascita di una tecnocrazia con un potere praticamente incontrollabile dal basso; dà luogo a un sistema con particolari misure di sicurezza, quindi la militarizzazione del territorio e in definitiva il controllo totale da parte del militarismo sulla società civile.
La Sardegna, comunità storicamente non aggressiva, tecnologicamente a livello elementare e autarchico, con strutture socio economiche autoctone di tipo arcaico, è stata suo malgrado coinvolta in una dinamica di confronto e di scontro tra due imperi di altissima tecnologia di tipo aggressivo, con immense risorse e capacità produttive. Il popolo sardo è totalmente estraneo, per cultura e vocazione, a un siffatto scontro, ma non sa estraniarsene come vorrebbe a causa della sua immaturità e debolezza politica. Tuttavia, allo stato attuale della situazione internazionale, delle norme che ancora  regolano i rapporti tra le nazioni, esistono concrete ipotesi per il riconoscimento di una nazionalità sarda, raggiungibile per vie pacifiche, con la volontà unitaria del popolo, quando ciò significherebbe contemporaneamente la nascita di un nuovo Paese mediterraneo decisamente neutrale, unilateralmente disarmato, idealmente vicino ai popoli che si battono per l'indipendenza, per la libertà, per la pace.
Anche I'attuale dibattito e le iniziative per il riconoscimento, la conservazione e lo sviluppo dell'identità culturale e linguistica dei sardi, hanno un senso storico e politico, se si pongono come fine ultimo la creazione non di un altro stato satellite, ma di un paese nuovo e più avanzato sul piano dei valori civili, con strutture smilitarizzate e disarmate, pacifico e difensore della pace.
Con l'avvento dell'era tecnologica, la filosofia della violenza, del militarismo, della corsa agli armamenti, porta ineluttabilmente alla guerra, allo sterminio dell'umanità, alla fine della vita sulla terra.
L'unica filosofia politica oggi vincente è quella della non-violenza, del disarmo totale, della pace; è l'unica che possa garantire la sopravvivenza dell'umanità, del progresso e della civiltà.
Tutto ciò significa anche dover prendere atto, preliminarmente, della complessa realtà militare in cui la Sardegna è comunque immersa, conoscere la struttura della moderna macchina bellica e le nuove strategie che la muovono, conoscere i disegni del militarismo nazionale e internazionale, e i rapporti di interdipendenza tra potere militare e potere economico e politico, e gli stretti legami che uniscono la scienza e la tecnologia con I'arte della guerra, conoscere infine le capacità distruttive delle nuove armi e i loro costi e i pericoli mortali che costituiscono per I'uomo e per il suo ambiente - sia come presenza «passiva», sia come presenza «attiva» quando fossero usate.
Se é vero che queste armi costituiscono un pericolo mortale già in atto per via della contaminazione da esperimenti, e che in vista del loro uso costituiscono un pericolo per la sopravvivenza dell'umanità, è anche vero che per alcuni paesi, come la Sardegna, più direttamente e pesantemente coinvolti, si aggiungono i danni derivanti dalla presenza di basi nucleari: non soltanto per eventuali incidenti o per la certezza d'essere i primi a subire un attacco atomico, offensivo o di ritorsione, ma per le pesanti limitazioni che comportano allo sviluppo economico e sociale della comunità.

La domanda che a questo punto ci si pone è «Perché la Sardegna?» A questa domanda si possono dare diverse risposte: alcune di carattere obiettivo, correlate alla geografia, e altre di carattere storico politico correlate alla cultura di un popolo di antichissima civiltà, perennemente invaso da potenze straniere, e tenacemente «resistente».
1) La natura geografica. La posizione al centro del Mediterraneo, l'insularità, la conformazione orografica, lo sviluppo delle coste, a tratti ricche di spiagge e insenature e a tratti inaccessibili, sono elementi che hanno contribuito a fare della Sardegna una munita roccaforte chiave di volta strategica per l'egemonia militare nel bacino del Mediterraneo. Queste stesse caratteristiche - pur con le nuove tecnologie e strategie di guerra e di dominio - non potevano non interessare l'imperialismo USA che - anche e in modo preminente in questa area - si confronta con I'imperialismo sovietico.
Già nei primi anni successivi alla seconda carneficina mondiale, all'atto della costituzione della NATO, nell'aprile 1949, il Comitato Militare, la massima autorità dell'alleanza con sede a Washington, decideva sulla carta le sorti della Sardegna. L'isola era da considerare il naturale fulcro dell'asse che avrebbe congiunto le basi della Spagna con quelle della Turchia (e/o Grecia): un anello fondamentale della catena - si disse - che avrebbe costituito il fronte strategico dell'Alleanza nel Mediterraneo.
Inizia così il processo di utilizzazione militare di questa regione. Vi sorgeranno in una escalation che non accenna ancora a concludersi numerosi insediamenti: la più importante base aerea dell'Europa per l'esercitazione al tiro di aerei supersonici; basi-rifugio e  basi di mantenimento per sommergibili a propulsione e armamento nucleare; poligoni di tiro per aerei supersonici; poligoni per la sperimentazione di nuovi missili; rampe missilistiche; depositi di carburante, arsenali; poligoni di esercitazione per unità corazzate e truppe da sbarco; vaste superfici terrestri, marittime e aeree riservate alle esercitazioni belliche.
2) Non vi sono in questa regione - si sostiene - interessi economici di grossa portata o di tale peso socio-politico da costituire una remora capitalistica al disegno di una sua utilizzazione militare intensiva e indiscriminata. Si aggiunge che vi sono nell'isola ampi spazi scarsamente popola, e pertanto idonei alle esercitazioni belliche. Ciò può anche essere vero. Ma bisogna precisare che le «situazioni socio-economiche favorevoli» sono state coltivate e prodotte con una serie di ben dosati interventi da parte del governo centrale, connivente il governo regionale, per spianare la strada all'occupazione militare. Infatti, proprio nel periodo in cui il Pentagono rivolge la sua attenzione alla Sardegna (fine anni Quaranta, inizio della «guerra fredda»), dapprima in forme larvate e poi sempre più scopertamente, ha inizio l'operazione di smantellamento delle strutture economiche produttive tradizionali e la degradazione di ogni forma di espressione culturale autoctona.
L'opera di depauperamento e di desertificazione è stata abilmente mascherata con una serie di false riforme e di falsi piani di sviluppo. In questa operazione rientrano: la bonifica antimalarica attuata dalla Fondazione Rokfeller, subito dopo la seconda carneficina mondiale, che per debellare l'Anopheles ha sommerso l'intera regione di DDT - sperimentando sulla pelle dei sardi un prodotto chimico altamente tossico, per rendere asettico l'ambiente in vista dello sbarco dei marines. Ancora, la creazione deII'ETFAS, l'ente di riforma agraria, allo scopo di disgregare l'ancora giovane movimento cooperativistico dei contadini, imponendo una «proprietà perfetta» su pietraie sterili.
Ancora il progetto Pilota dell'OCSE (OECE), un intervento culturale, che mascherava un capillare lavoro di condizionamento culturale, sociale e politico di un «fattore umano» storicamente resistente alla penetrazione coloniale. E così via fino all'impianto delle industrie petrolchimiche, consistenti in mastodontiche raffinerie.
In questa operazione non c'è spazio per i settori dell'economia tradizionale; lo stesso patrimonio naturale è in via di estinzione, sempre più soffocato e isterilito da una militarizzazione indiscriminata, da sempre più diffusi insediamenti petrolchimici e chimici altamente inquinanti, da criminali incendi che finiscono di ridurre in cenere quel poco di patrimonio boschivo risparmiato dalle rapine dei carbonai dei colonizzatori toscani e piemontesi. Il fenomeno di emigrazione, che è stata una vera e propria deportazione (circa  800mila unità lavorative su una popolazione di un milione e mezzo, in 30 anni), ha spopolato paesi e campagne. Si registra così il progressivo smantellamento delle miniere da parte degli imprenditori, che spostano i loro capitali in altri settori «incentivati»; l'abbandono e il decadimento dell'agricoltura, della pastorizia e della  pesca; l'assoluta assenza di un programma regionale di sviluppo nel settore del turismo che pure - in prospettiva - appariva già allora come il più redditizio.
3) La presenza nelle zone interne (Barbagie) di una cultura autoctona, resistente alla penetrazione coloniale (e quando si provochino e si verifichino risposte violente, il cosiddetto fenomeno del «banditismo») determina una condizione ideale per l'esplicazione del potere militare, in quanto consente con l'alibi della lotta al banditismo, sperimentazione di tecniche repressive legate al concetto di guerra totale. Rastrellamenti e battute in vaste zone comprendenti interi paesi, esercitazioni di truppe speciali paracadutate o eliotrasportate sono aspetti più propri della contro-guerriglia (forma della moderna guerra d'invasione), che di repressione interna delle opposizioni popolari.
4) Il massiccio insediamento di petrolchimiche, di industrie chimiche e di raffinerie (cui si aggiungono gli impianti termonucleari) ha favorito e favorisce la diffusione di basi militari.
Tali impianti, degradando l'ambiente, creano il deserto di cui necessitano i comandi militari. per le esercitazioni e le sperimentazioni di nuove armi. Le petrolchimiche, più di altre industrie, sono correlate e complementari alla moderna macchina bellica. Le industrie chimiche producono i propellenti per missili, da sperimentare negli stessi poligoni sardi, prima del loro impiego tattico e pratico. Producono inoltre le sostanze tossiche per le armi chimiche, di cui sono pieni gli arsenali, da impiegare nella guerra del futuro.
5) Un incentivo politico alla militarizzazione dell'Isola è stato dato dalla classe dirigente indigena, espressione della borghesia compradora, asservita agli interessi del padrone continentale e yankee. Da parte di questa mala genia, mai e poi mai è stato mosso un dito per alleviare la miserabile situazione del popolo, per difenderlo dalla oppressione e dallo sfruttamento coloniale.
E quando per eccezione, sull'onda di esplosioni di rabbia popolare, i compradores hanno levato parole di protesta contro gli abusi del colonizzatore, è stato per calcolo demagogico; blandire il popolo e scongiurare l'insurrezione; tentare di ridarsi un minimo di credibilità; ottenere dal padrone continentale maggiori privilegi agitando lo spauracchio di una rivolta di cui essi con il potere si ritenevano arbitri.
In verità, con tale classe politica, la Sardegna è aperta a tutti i pirati che approdano sulle sue spiagge.
6) La situazione di sottosviluppo economico - una condizione niente affatto «naturale» ma «storica», in quanto prodotta dall'oppressione e dallo sfruttamento - pur alimentando nel popolo la rivolta, lo prostra e lo castra nella assillante quotidiana ricerca di forme e di mezzi per la sopravvivenza materiale. Un popolo affamato e degradato è frenato nella ricerca di formule di risposta organizzata contro il potere «scientifico» del dominatore. E quando anche le componenti più avanzate del popolo mostrano di sapersi organizzare come opposizione politica, il sistema dispone dell'arma giuridica di «criminalizzare» ogni gruppo e ogni azione che minacciano l'ordine costituito. Da qui l'assenza di una risposta antimilitarista generalizzata, efficace. Tuttavia, ciò non deve significare che in una situazione di sottosviluppo economico e culturale un popolo non possa prendere coscienza, seppure faticosamente, della propria realtà di oppresso, rigettare le deleghe, gestire in proprio la lotta contro l'oppressore. La questione, a mio avviso, sta nel trovare nella propria cultura strumenti e mezzi di informazione e di educazione che coscientizzino sempre più numerose componenti sociali, fino alla creazione di un movimento di liberazione.

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