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Capitolo VI - I ladri delle Chiudende

1 - Liquidare ogni attività economica autonoma e non integrabile; disgregare l'unità comunitaria e rompere l'equilibrio sociale fomentando conflitti di interesse tra le diverse categorie; soffocare la cultura indigena; dichiarare falsi e bugiardi gli dei e barbarici gli usi e i costumi dei popoli assoggettati; stroncare ed eliminare con le galere e con le forche ogni opposizione: sono le regole di ogni colonizzazione - pre o post-capitalistica.
Gli editti delle Chiudende, che introducono nel 1820 la proprietà «perfetta» della terra in Sardegna, vengono fatti rientrare dagli storiografi borghesi nell'insieme di leggi riformatrici emanate dai re sabaudi per l'ammodernamento delle vecchie strutture feudali. In verità, l'uso comunitario della terra (tanto diffuso e radicato nell'Isola da sopravvivere ancora negli usi e nei costumi di molte comunità rurali), sia pure rafforzato dal decadimento e dall'abbandono dei feudi, è un dato evolutivo tipico della civiltà sarda, e non soltanto di essa.
In altre parole, l'uso comune della terra in Sardegna non è semplicemente da classificarsi come un residuo di quel comunismo primitivo caratteristico (secondo gli studi di Morgan-Engels e altri) della organizzazione sociale matriarcale nell'era selvaggia; ma è più precisamente da ritenersi la risultante di un certo tipo di sviluppo economico e sociale, in tempi moderni, in una comunità come quella barbaricina, forzatamente autarchica e chiusa, perennemente sul piede di guerra, in un continuo incessante assedio di invasori.
Scrive il Cabitza:

«Costringere i pastori barbaricini a rinunciare ai propri ordinamenti comunitari è stato sempre l'assillo delle dominazioni straniere. Queste, infatti, non potevano non vedere nell'esistenza di una comunità autonoma, rigorosamente fedele alle sue leggi, una sfida permanente alla loro presenza, un esempio di indipendenza capace di contagiare altri gruppi sociali, una organizzazione pericolosamente forte, turbolenta, aggressiva, in grado di contrastare loro il possesso della terra e specialmente delle pianure. Il fatto poi che gli ordinamenti barbaricini… non fossero così raffinati come quelli degli europei che volta per volta hanno saccheggiato l'Isola, ha sempre consentito di presentare la liquidazione di tali ordinamenti comunitari, ritenuti primitivi e barbarici, come altissima opera di civilizzazione» (G. Cabitza - Sardegna, rivolta contro la colonizzazione - Feltrinelli 1968 - pag. 36).

Nel disegno riformistico attuato dai Savoia rientrava principalmente l'agricoltura. In Sardegna era necessario abolire l'uso comunitario della terra, creare quindi strutture nuove basate sulla proprietà borghese per potervi effettuare le riforme previste per tutto il regno. La giustificazione a perseguire questo disegno veniva fornita da numerosi «esperti». Tra questi, il gesuita Francesco Gemelli, ispiratore dell'editto delle Chiudende. Nel 1776, rilevando le pessime condizioni dell'agricoltura nell'Isola, sostiene che le cause sono «il difetto di libera proprietà delle terre per la comunanza o quasi comunanza di esse; il difetto di case contadinesche; il difetto di società durevole tra il proprietario e il coltivatore del fondo» e, in particolare, «il difetto di chiusura intorno ai fondi» (V.F. Gemelli - Rifiorimento della Sardegna, ecc. - Torino 1776).
Per il gesuita sabaudo, l'ultimo dei quattro «difetti» è il più grave; è addirittura «la radice infetta che il suo vizio comunica ad ogni ramo della sarda agricoltura», da cui «nasce tutto il disordine della comunanza o quasi comunanza della terra». Invoca quindi la chiusura e la eliminazione «di questa comunanza delle terre concedendole in perfetta e libera proprietà alle persone particolari». Da questa operazione - conclude il gesuita - «otterrassi di certo il disiato rifiorimento di ogni parte della rustica economia» (V.F. Gemelli - Rifiorimento della Sardegna, ecc. - Torino 1776).
Il «disiato rifiorimento» riguardava le casse della consorteria al potere: la nuova nobiltà, la nascente e affamata borghesia e il clero trasformista. Ma anche in un periodo di assolutismo monarchico, finché si può, gli atti di rapina dei ceti dominanti vengono mascherati come interventi per instaurare l'ordine, incrementare la produzione, creare il benessere generale. Nel «rifiorimento» progettato dal gesuita e dai successivi programmatori sabaudi era compreso il superamento dell'antica dicotomia contadino-pastore, che si faceva risalire a Caino e Abele, e che neppure il Padre Eterno, stando alla Bibbia, era riuscito a risolvere. L'avvento della proprietà «perfetta» della terra risolvendo tutti i mali avrebbe finalmente sanato anche il conflitto tra Caino e Abele: rendendoli ambedue schiavi, ambedue alla pari sotto lo sfruttamento del proprietario terriero, il quale, dietro pagamento, avrebbe concesso la terra ora all'uno in pascolo ora all'altro per semina, dissanguandoli.
La borghesia mercantile, dal canto suo, avrebbe speculato sul prodotto del pastore con le industrie casearie e sul prodotto del contadino con il mercato del grano e con le industrie di panificazione. E lo stato, infine, avrebbe finito di spolpare l'osso imponendo tasse e balzelli di ogni genere per tenere in piedi i ceti piccolo-borghesi intruppati negli istituti burocratici.

«L'uso comune - scrive Pirastu - veniva difeso così accanitamente dai pastori proprio perché era il regime che meglio si adattava a quella forma di allevamento, il solo che consentiva un certo equilibrio… non era dalla comunità della terra che bisognava partire, tentando di eliminarla, ma dalla trasformazione della forma e dei mezzi di conduzione e produzione che, una volta modificati, avrebbe determinato un diverso rapporto con la terra e reso possibile un diverso regime fondiario» (I. Pirastu - Il banditismo in sardegna - Ed. Riuniti 1974 - pag. 20).

In altre parole, si suggerisce - a posteriori - ai monarchi sabaudi che prima bisogna fare le riforme fondiarie e l'allevamento razionale (istituire qualcosa come l'ETFAS della riforma agraria di Segni) e poi dare la terra in proprietà - si suppone - ai contadini e ai pastori, e non a chi non la lavora. Non vedo perché le trasformazioni agrarie e fondiarie non si possano fare anche sulle terre usate collettivamente. L'uso comunitario del patrimonio naturale e del patrimonio prodotto da lavoro umano è e resta, per chi auspica l'avvento di una società socialista, l'unica forma di economia entro cui si supera, col superamento stesso delle classi, ogni genere di oppressione e di sfruttamento.
La tesi del comunista Pirastu finisce per confondersi con quella degli storiografi borghesi, non molto dissimile dalla tesi riformista del gesuita Gemelli.

Scrive Carlino Sole: «…vi era in partenza una distorta valutazione della realtà sarda, dovuta a scarse o errate conoscenze dell'ambiente: i riformisti piemontesi, cioè, non erano in grado di comprendere come le strutture comunitarie del sistema agricolo e pastorale isolano fossero la necessaria e fatale risultante di un millenario processo di adattamento alle difficili condizioni naturali, mentre per converso si illudevano che l'agricoltura potesse prosperare con l'introduzione forzata della perfetta proprietà e con l'adozione di metodi di coltura propri della pianura padana, e per giunta senza grande dispendio di capitali» (C. Sole - La Sardegna di C. Felice, ecc. - Fossataro 1967).

Si attribuisce al colonizzatore sabaudo una «buona intenzione» naufragata per «scarse o errate conoscenze dell'ambiente» e non invece la precisa volontà di rapinare che in effetti ha realizzato benissimo. Inoltre - se non ho capito male - per il Pirastu e per il Sole, l'uso comunitario delle terre da parte dei contadini e dei pastori era, date le difficili condizioni naturali o date le forme arretrate di allevamento e di coltivazioni, una «necessaria e fatale risultante» o «il solo regime che garantisse un certo equilibrio». Come dire che il comunismo può edificarsi soltanto tra poveracci che vogliono sopravvivere in lande sterili. Il socialismo, quindi, andrebbe bene nel Montenegro e male in Ucraina. Credo al contrario fondata la tesi per la quale il sistema comunitario agro-pastorale in Sardegna (come altrove) fosse una risultante non soltanto economica ma politica, cioè una precisa scelta ideologica (ed è ovvio che trovasse una sua funzionalità in quel tempo e in quello spazio).

«Sul piano economico, alcune delle conseguenze più negative della spaccatura introdotta dalle invasioni straniere sono senza dubbio la divisione e il conflitto permanenti tra i fondamentali settori economici della pastorizia, nomade e transumante, e l'agricoltura - sostiene Cabitza - Divisione e conflitto mai superati, e che costituiscono un tratto essenziale e qualificato della condizione coloniale dell'Isola. In ogni periodo i forestieri colonizzatori e i Sardi legati al loro carro hanno aizzato i contadini contro i pastori, accusando questi ultimi di sottrarre, con la loro inestinguibile fame di pascoli, le terre alla coltivazione, di essere perciò la causa dell'arretratezza dell'agricoltura. La verità è che la colonizzazione è stata sempre interessata ad impedire che agricoltura e pastorizia cooperassero, come in certe zone dell'Isola è sempre avvenuto, e potenziandosi a vicenda dessero luogo alla formazione di una base economica agro-pastorale forte e in certo senso autopropulsiva. I risultati di questa operazione tipicamente coloniale sono sotto gli occhi di tutti , e si chiamano arretratezza e crisi endemica sia dell'agricoltura che della pastorizia, sottosviluppo economico dell'intera Sardegna. La verità è che all'interno del sistema della colonizzazione, e di quella capitalistica in particolare, lo sviluppo economico dei paesi e delle regioni assoggettati è tecnicamente e politicamente impossibile. Chiedersi come avrebbe potuto svilupparsi l'economia sarda al di fuori dell'intervento colonizzatore e se fosse stato possibile raggiungere una fusione, una composizione organica fra agricoltura e pastorizia, o addirittura assicurare una preminenza a quest'ultima, non ha grande utilità» (G. Cabitza - Sardegna, rivolta contro la colonizzazione - Feltrinelli 1968 - pag. 46, 47, 48).

Si ha notizia di diverse aree agricole in Europa, dove si è conservata fino a tempi recenti la comunanza delle terre - seppure il fenomeno non si presentasse così vistoso in Sardegna.

Nel1875, in «Le condizioni sociali in Russia», Engels scriveva: «La proprietà comune dei contadini russi fu scoperta intorno al 1845 dal consigliere segreto prussiano Haxthausen e strombazzata come una vera e propria meraviglia, sebbene Haxthausen avrebbe potuto trovarne numerose sopravvivenze nella sua patria di origine, la Westfalia e, come funzionario statale, avesse l'obbligo di conoscerle a fondo. Da lui Herzen, di nascita grande proprietario russo, seppe per la prima volta che i suoi contadini possedevano la terra in comune, e ne trasse motivo per raffigurare i contadini russi come i portatori del socialismo, i comunisti-nati, di fronte all'occidente europeo marcio e decrepito il cui destino era di assimilare il socialismo solo artificialmente e a prezzo di enormi fatiche. da Herzen, l'idea trasmigrò in Bakunin, e da Bakunin in Tkaciov».

Appaiono già in questo brano di Engels le avvisaglie di una polemica ideologica tra anarchici e marxisti sulla possibilità o meno di una rivoluzione contadina sulla base di un sistema arcaico comunistico già consolidato nel costume e - in altri termini - se le comuni agricole russe e di altre aree, potessero compiere un passaggio diretto da tali forme arcaiche di comunismo a forme superiori di comunismo, senza la fase capitalistica. Marx ed Engels ammettono in un primo tempo tale possibilità (vedasi «India, Cina, Russia» di Marx ed Engels - a cura di Maffi, 1960), ma sempre più finirono per dissentire sostenendo che anche la Russia avrebbe dovuto passare attraverso la fase capitalistica, e che per salvare e conservare la comune agricola era necessario sviluppare la rivoluzione proletaria in Occidente.
Sarebbe interessante a questo punto (ma esula dai fini del mio lavoro) uno studio del sistema comunitario nell'uso della terra in Sardegna, che a quanto mi è dato sapere era ignorato dai massimi teorici del marxismo, e ricollegarlo non soltanto ai processi di creazione della proprietà privata del capitalismo piemontese, edificata sulle rovine delle strutture autoctone delle aree invase nella sua prima fase di sviluppo egemonico, ma anche e soprattutto alle posizioni ideologiche attuali del marxismo sulla rivalutazione delle masse contadine nella lotta di liberazione dalla oppressione del capitalismo, partendo da certi aspetti della loro cultura, quale, appunto, la mai spenta vitalità dei valori comunistici, conservatisi nella comunanza d'uso della terra, di molti strumenti di produzione e della utilizzazione dei beni naturali.

2 - Nell'Isola, la terra era dunque un bene comune fino al 1820. La proprietà privata era limitata a piccole superfici in prossimità degli abitati, riservata alla coltura dei cereali, vigneti, oliveti, frutteti, orti. Il patrimonio terriero apparteneva ai feudatari - nobiltà e clero -, ai Comuni e alla Corona-Demanio. In pratica tale proprietà era imperfetta, formale, se non per le rendite, poiché le terre, per antichissima consuetudine, erano di uso comune. Nei centri a economia mista, agro-pastorale, i terreni comunali erano divisi in due settori, detti il paberile e il vidazzone, secondo l'uso cui venivano destinati: il paberile veniva sorteggiato anno per anno ai contadini, mentre il vidazzone era riservato al pascolo. Si superava così la millenaria dicotomia pastore-contadino, risolvendone il conflitto di interesse.
Sul patrimonio comunale, detto nel suo insieme «salto», pesavano gli ademprivi, cioè i diritti popolari di pascolo, di semina, di legnatico, di fonte e altri: il diritto per tutti i membri della comunità di usufruire gratuitamente del patrimonio naturale secondo le proprie esigenze.
Non si vuole dire che nel periodo precedente alle Chiudende le comunità sarde, specie quelle agricole, fossero fiorenti. Al di fuori dell'uso comunitario della terra - una istituzione avanzata, che nella miseria e nella degradazione prodotte dallo sfruttamento coloniale consentiva alle popolazioni un margine di sopravvivenza - la Sardegna era ancora, nei primi decenni dell'800, in pieno medioevo. Per inciso: ancora per lunghi anni, fino ai nostri giorni, resteranno intoccati numerosi privilegi e ordinamenti feudali.
I feudatari - nobiltà spagnolesca, forestiera e indigena, e clero - sono totalmente assenti, estranei a qualunque opera di bonifica, di miglioria e perfino di utilizzazione dei loro feudi. Lussuosamente alloggiati di stagione in stagione nei loro castelli, ville e palazzi, ora in campagna, ora in città, esigevano dalle popolazioni soggette, attraverso i loro fiduciari, i tributi loro dovuti.
Qualcuno, per liberarsi di ogni fastidio amministrativo, dava il feudo in appalto a prelati o a borghesi, come fu il caso del conte di Martesano che appaltò il proprio feudo a un certo don Antonio Solinas per 4.00 lire sarde, per la durata di 6 anni.
Le comunità agricole dei Campidani costituivano una vera e propria servitù della gleba; vivevano e lavoravano in condizioni sub-umane, funestate e decimate dalle epidemie coleriche, dalla malaria, dalla lebbra, dal tracoma e totalmente analfabete: incapaci quindi di trovare nel loro interno mezzi e strumenti per progredire.
Diversa la situazione delle comunità pastorali barbaricine, che avevano conservato della loro antica civiltà funzionali strutture socio-economiche. Ciò dava a quelle comunità una dimensione di popolo; e nonostante la difficile situazione ambientale e l'ostilità di un invasore sempre più agguerrito e minaccioso, radicate alla loro arcaica matrice culturale e alla loro originaria organizzazione economico-sociale riuscivano ad adattarsi ai tempi, a progredire e a sopravvivere dignitosamente.
L'uso comunitario della terra aveva certamente una diversa importanza per il contadino e per il pastore. Per il pastore è il pilastro economico e ideologico su cui si basano i rapporti sociali; è correlato ed è funzionale a quel tipo di allevamento (e alla natura della pecora sarda) e in quel contesto geografico con quelle risorse naturali. Per il contadino significa, specie coi diritti di adempricio, la possibilità di attingere dal patrimonio naturale l'essenziale per la sopravvivenza.
Infine, l'uso comunitario delle terre regolamentato secondo una rotazione agraria, compone i conflitti tra pastore e contadino nelle comunità a economia mista, agro-pastorale.
Per così tanto e vitali interessi, è comprensibile la rabbiosa e lunga risposta alla privatizzazione della terra, non soltanto da parte dei pastori ma degli stessi contadini, che le Chiudende dicevano di volere privilegiare.

3 - «In data del 6 ottobre 1820 - Vittorio Emanuele per Grazia di Dio Re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme, Duca di Savoia, di Genova, ecc.…» emette «il Regio Editto sopra le Chiudende, sopra i terreni comuni e della Corona e sopra i Tabacchi nel Regno di Sardegna».
«Il Re Carlo Emanuele, Avolo mio di mortal memoria, fralle molte sue cure pel rifiorimento della Sardegna, manifestò il pensiero di favorire le chiusure dei terreni; principalissimo mezzo d'assicurare, ed estendere la proprietà, e così di promuovere l'agricoltura. Convinti Noi di questa verità, già soggiornando nell'Isola, Ci siamo applicati ad incoraggiare sì gran miglioramento, e l'anno scorso abbiamo poi creduto bene d'annunziare la legge, che si stava d'ordine Nostro preparando. Ora, col parere del Nostro Consiglio, di certa Nostra scienza, ed autorità Sovrana, ordiniamo, e stabiliamo in forza di legge quanto segue».

Al preambolo seguono i nove articoli dell'editto. Vale la pena, per la loro brevità, riportarli integralmente.
«I - Qualunque proprietario potrà liberamente chiudere di siepe, o di muro, o vallar di fossa, qualunque suo terreno non soggetto a servitù di pascolo, di passaggio, di fontana, o d'abbeveratoio.
II - Quanto a' terreni soggetti a servitù di pascolo comune, il proprietario, volendo far chiusura, o fossa, presenterà la sua domanda al Prefetto, il quale, nella sua qualità d'Intendente, sentito, in Consiglio raddoppiato, il voto delle Comunità interessate, procederà, secondo le norme che saranno stabilite.
III - Qualunque Comune potrà esercitare sopra i terreni, che gli spettano in proprietà, gli stessi diritti assicurati ad ogni proprietario dall'art. I - della presente legge.
IV - Il terreno di proprietà del Comune trovandosi nel caso indicato nell'art. II - la deliberazione dovrà essere presa parimenti in Consiglio raddoppiato, e sottoposta al Prefetto nella sua qualità d'Intendente, per aspettarne le superiori deliberazioni.
V - Colle stesse forme potrà il Comune, invece di chiudere i terreni di sua proprietà, deliberare il progetto di ripartirli per uguali porzioni fra Capi di casa, o di venderli, o di darli a fitto; il tutto con quelle riserve, o condizioni, che saranno determinate a vantaggio degli stessi Comuni, e del Regno.
VI - Quando fra un anno, dopo la pubblicazione della presente legge, il Comune non abbia deliberato il progetto di chiudere, o di ripartire, o di vendere, o di dare a fitto, il riparto potrà essere chiesto davanti al Prefetto da' Capi di casa, in numero almeno di tre.
VII - I terreni propri della Corona, e tra questi i derelitti, e gli altrimenti vacanti, potranno essere venduti, o dati a fitto, o conceduti gratuitamente, o altrimenti assegnati in un modo conforme alle massime stabilite pel riparto de' terreni Comunali.
VIII - In qualunque terreno chiuso sarà libera qualunque coltivazione, compresa quella del tabacco.
IX - Sarà libera in tutto il Regno la vendita delle foglie di tabacco, la manifattura, la vendita e l'uscita del tabacco mediante il pagamento de' dazj che saranno stabiliti».

Nonostante la facciata liberale della formula, il potere esecutivo non si preoccuperà di fare applicare quei punti che avrebbero dovuto, almeno in parte, difendere pastori e contadini dagli abusi. Per esempio, l'art. 1 specifica che non potranno essere chiusi i terreni soggetti «a servitù di pascolo, di passaggio, di fontana, o d'abbeveratoio»: in concreto verranno chiusi non soltanto i terreni soggetti a servitù, ma perfino terreni attraversati da strade pubbliche. verranno invece applicati e imposti con inaudita violenza tutti i punti relativi alla sottrazione delle terre d'uso comunitario.
Circa un mese dopo, il 14 novembre 1820, dal Castello di Stupinigi, il Re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme, approva la Carta Reale con le «Istruzioni relative al Regio Editto delle Chiudende, e ripartizione dei terreni in Sardegna», e la nomina di una «Delegazione destinata a decidere ogni vertenza».
La Carta Reale in oggetto consta di 33 «istruzioni». Il trentatreesimo punto esplicativo fa capire contro chi fossero rivolte le Chiudende:

«Le liti ora pendenti per causa di chiusure pretese illegittime, ove dipendano da questione sulla proprietà del terreno, o da usurpazioni di territorio altrui, dovranno continuarsi, e decidersi a norma dei rispettivi diritti: resteranno però abolite quelle nelle quali l'eccezione degli opponenti si faccia derivare dalla diminuzione del pascolo comunale prodotta dalla chiusura».

Pur di favorire la formazione di un nuovo padronato agricolo si distrugge il patrimonio zootecnico: «diminuzione del pascolo comunale» significa infatti affamare le greggi e costringere i pastori a farsi dissanguare dai neolatifondisti, che avrebbero concesso in affitto, a peso d'oro, i pascoli appena usurpati.
A conclusione dei primi cento anni di dominazione - è stato scritto - :

«La Corte piemontese mise in atto l'operazione, a lungo covata, più sfacciatamente e vergognosamente colonialistica. A partire dal 1820, infatti, furono emanati i famigerati editti delle Chiudende… Si voleva in tal modo dare alla proprietà privata garanzie giuridicamente definite e tali da consentire al titolare del diritto l'uso pieno ed esclusivo dei terreni e, soprattutto, incoraggiare e legalizzare l'esproprio delle terre comunali, demaniali e di tutte quelle in cui, sulla base di regolamenti comunitari consolidati da una lunga consuetudine, contadini e pastori esercitavano la propria attività». Osservate nella loro vera sostanza, e negli effetti che produrranno, le Chiudende appaiono, anche in rapporto a quei tempi, non come riforme progressiste, ma «un provvedimento contro i pastori in quanto produttori ancora relativamente autonomi, contro la pastorizia in quanto settore economico antagonistico in qualche modo capace di espansione» (G. Cabitza - Sardegna, rivolta contro la colonizzazione - Feltrinelli 1968).

Non manca, da parte delle stesse autorità, qualche ipocrita considerazione critica, anche se a livello di documento «riservato». Il viceré di Sardegna, nella sua relazione sulle Chiudende presentate alla Corte il 22 settembre 1832, scrive:
«E' veramente eccessivo l'abuso che fecesi delle Chiudende da alcuni proprietari… Siffatto abuso è quasi generale nel Nuorese. Si chiusero a muro e a siepi boschi ghiandiferi, si chiusero al piano e ai monti i pascoli migliori per obbligare i pastori a pagare un fitto altissimo e si incorporarono perfino le pubbliche fonti e gli abbeveratoi per meglio dettare ai medesimi la legge… Questa (legge) giovò nella sua esecuzione solo ai ricchi e ai potenti, i quali non ebbero ribrezzo di cingere immense estensioni di terreno d'ogni natura, senza idea di migliorare il sistema agrario, ma al solo oggetto di far pagare dai contadini e dai pastori la facoltà di seminarli e il diritto di far pascolare i loro armenti».

Contadini dei Campidani e pastori delle Barbagie, danneggiati nei loro più vitali interessi, purtroppo non sanno unirsi nella lotta contro la falsa «riforma liberale». Contadini e pastori sono divisi non solo e non tanto dal diverso bisogno di utilizzazione della terra, quanto dalla diversa maturità politica e dal differente atteggiamento che l'uno e l'altro hanno assunto nei secoli verso i colonizzatori.
La storiografia ufficiale deforma la verità quando sostiene che le Chiudende hanno visto favorevoli i contadini e contrari i pastori, e che i moti e le esplosioni di rivolta che ne sono seguiti sarebbero stati una sorta di accapigliamento tra queste due categorie. E' vero che nel disegno di rapina delle terre la borghesia sabauda tentava anche di strumentalizzare l'antica e «naturale» rivalità tra contadini e pastori, giusta la regola del «divide et impera». Vero e provato è anche che la introduzione della proprietà privata della terra ha scavato un solco profondo di ostilità e di rancori tra gli abitanti dei Campidani e quelli delle Barbagie; ma per quel che riguarda la reazione immediata alle Chiudende, pastori e contadini si sollevano ovunque contro l'attuazione della legge-rapina.
Melchiorre Murenu, il poeta cieco di Macomer, ha bollato con parole di fuoco la rapina legalizzata dei sabaudi: «Tancas serradas a muru / fattas a s'afferra afferra; / si su chelu fit in terra / bo chi lu serraizis puru!» (Tanche chiuse a muro / ottenute arraffando; / se il cielo fosse stato in terra / vi sareste chiuso pure quello!).
Tempi duri, come sempre, per i letterati del popolo. Melchiorre Murenu è stato assassinato da sicari pagati probabilmente da quelle famiglie che avevano arraffato tanche in virtù degli editti. E non è un caso che nelle diverse antologie di «letterati» sardi, il Murenu, come il poeta libertario Salvatore Poddighe, non appaia pur essendo uno dei massimi interpreti della cultura isolana.
Nelle zone dell'interno, la risposta popolare è particolarmente intensa e violenta. Scontri e conflitti a fuoco si susseguono in quasi tutti i comuni. Di giorno, funzionari, neo possidenti e sbirri delimitano e recingono; di notte, i pastori, le popolazioni abbattono con rabbia le recinzioni. Per far rispettare l'esecuzione del furto viene mandato l'esercito. La guerriglia, con veri e propri scontri campali, esplode e di protrae per circa dieci anni.
La repressione è di una ferocia inaudita. I pastori vengono massacrati indiscriminatamente. Intere popolazioni vengono deportate. Con le fucilazioni in massa, con le forche, con la galera, con le deportazioni la borghesia piemontese impone alla Sardegna la proprietà privata.
In aggiunta alla sbirraglia tradizionale e alle truppe regolari, il governo piemontese costituisce e manda in Sardegna il Corpo Franco di Polizia, una banda di criminali e di evasi raccolti, stipendiati e sguinzagliati nell'Isola a seminare terrore, desolazione e morte. Non è la prima volta, né l'ultima, che la consorteria al potere utilizza delinquenti comuni in operazioni di repressione antipopolare nell'Isola.
Dopo il 1830, domata nel sangue la rivolta popolare, le recinzioni ripresero e si moltiplicarono.

Scrive Pirastu: «L'impotenza del governo a far rispettare le leggi e ad impedire gli abusi e le usurpazioni non lasciò mai ai pastori scelta diversa da quella di farsi giustizia e difendersi direttamente».

C'è da chiedersi, come potevano le leggi borghesi impedire gli eccessi e le usurpazioni, se gli editti delle Chiudende erano per se stessi la legalizzazione di un atto di usurpazione e di rapina.
E' del 1832 una seconda ondata di tumulti popolari contro le recinzioni. La rivolta divampa ancora una volta in tutto il Nuorese. I terreni usurpati e recintati vengono messi a fuoco e le recinzioni abbattute.

«In tutto il circondario di Nuoro la resistenza dei pastori alle chiuse aveva assunto il carattere di una guerra civile, con violenze, furti, incendi, omicidi. Anche allora il potere pubblico, alla correzione delle cause e alla azione contro le usurpazioni preferì la repressione più dura».

Così il Pirastu. Egli attribuisce al regime monarchico-borghese una doppia natura, e non invece una sola, quella di colonialista, per la quale non poteva che preferire la repressione delle istanze popolari alla correzione delle cause delle rivolte.
Le cronache del periodo, sia pure parziali e frammentarie, danno una idea della impotenza della insurrezione popolare. Per stroncarla si instaura un vero e proprio stato militare: la Reale Udienza nomina una Commissione mista di giudici e militari e più avanti una Commissione mista di militari e civili, con poteri speciali e con l'esercito a disposizione. Falliti i tentativi delle due Commissioni di «pacificare gli animi» con le fucilazioni sommarie, si ricorre infine a una Commissione speciale con più truppe a disposizione.

«La conseguenza fu che centinaia di contadini e pastori si diedero alla macchia per sfuggire agli arresti e alle condanne deliberate senza maturo giudizio. Le accuse aperte e le delazioni segrete aprirono una nuova catena di vendette, mentre la Commissione alternava arresti e pene severissime, anche di morte, alla revoca delle chiusure, alla restituzione delle terre usurpate all'uso pubblico cui spesso erano stati sottratti ponti, strade, fontane…» (I. Pirastu - Il banditismo in Sardegna - Ed. Riuniti 1974 - pag. 29).

In quello stesso periodo vengono allestite diverse campagne militari contro il «banditismo». Mai come in quegli anni, gli studiosi di criminalità scoprono così gran numero di «banditi» e «latitanti» da inserire nei loro album di statistica.
La repressione dei moti popolari contro le Chiudende - che nessuno storiografo pone sullo stesso piano dei contemporanei moti borghesi per una costituzione liberale - fu certamente un atto di barbarie, se suscitò l'indignazione perfino di diversi paesi borghesi, tecnologicamente più avanzati nell'arte dello sfruttamento e più «umanitari» in quella della repressione. Dall'esame dei fatti di quel periodo emergono elementi utili a comprendere e a spiegare gli attuali rapporti tra lo stato italiano e la Sardegna. I moti popolari contro le Chiudende non possono definirsi azioni di «banditismo» in quanto di natura chiaramente civile, muovono da una precisa ideologia economica e politica (l'uso comunitario della terra) in opposizione a un'altra ideologia (la proprietà privata della terra). Tali moti risalgono a poco più di centocinquanta anni fa, e sono contemporanei ai moti liberali, santificati dalla storia ufficiale come «risorgimento nazionale». I moti delle Chiudende sono moti «comunisti» contemporanei ai moti «liberali». mentre il Piemonte sostiene le istanze liberali nel Lombardo-Veneto contro la «barbarie» austro-ungarica, lo stesso Piemonte pratica in Sardegna, ufficialmente e diffusamente, la tortura (il codice feliciano che mitiga in parte le precedenti leggi criminali è del 1826).
In Sardegna, gli oppositori politici sono accomunati agli assassini. la pena di morte è comminata per furti anche di lieve entità. Ci sono ancora gli alguazil (aguzzini statali) alle dipendenze dei commissari di polizia, che stirano, slogano, squartano e arrotano le membra dei suppliziati. Si impicca nelle piazze, davanti al popolo, e le teste dei giustiziati vengono infilate in cima alle pertiche ed esposte per lungo tempo come monito.
Non risulta che la «barbarie» austro-ungarica abbia riservato lo stesso trattamento agli oppositori politici soggetti alla sua giurisdizione. In quegli stessi anni, 1820-21, Silvio Pellico viene arrestato, processato e condannato a morte da un tribunale austriaco per avere cospirato contro il potere costituito. La pena capitale gli viene commutata prima in ergastolo e poi in quindici anni di reclusione in fortezza. Da ciò che egli stesso ha scritto, non fu mai trattato in modo disumano. Durante la prigionia poté cattolicamente flirtare con figlie di secondini, e scrivere un romanzo antiaustriaco e diverse tragedie, per altro insipide.
Dubito che oggi - non dico a quei tempi, in regime sabaudo - se dovessi finire nelle galere italiane per reati politici mi verrebbe concesso l'occorrente per svolgere la mia attività di scrittore.
Non risulta neppure che il Piemonte abbia usato nei confronti degli oppositori politici delle provincie di terraferma gli stessi metodi repressivi usati contro i Sardi. Evidentemente, all'interno dello stesso sistema ci sono diversi modi di amministrare la giustizia e di applicare le leggi. Anzi, nel caso nostro, esistono sotto lo stesso monarca due distinte legislazioni: una per lo sfruttamento «civile» dei popoli di terraferma e l'altra per lo sfruttamento «coloniale» del popolo sardo. Tutto ciò anche dopo il 1847 - anno della «fusione» dell'Isola al Piemonte, che, neppure sotto il profilo di eguagliare l'Isola alle altre provincie, all'interno delle stesse leggi, «fonderà» un bel nulla: resteranno leggi speciali e interventi speciali, riservati alla Sardegna; resteranno, anche quando la legge è «uguale per tutti», diversi modi di interpretarla e di applicarla.
Un «trattamento differenziato» ancora oggi evidente nella amministrazione dell'Isola, dove gli stessi diritti civili sanciti dalla costituzione repubblicana e garantiti dalle leggi dello stato sono, molto più che altrove, aleatori e discrezionali, tanto che perfino alcuni di questi fondamentali diritti, altrove acquisiti, sono ancora considerati, qui, una stravagante utopia.

5 - Non è dato conoscere con precisione quanta superficie occupassero le terre usate in comunanza e rapinate dal 1820 in poi dalla borghesia continentale e compradora.
Sulla scorta di dati e notizie di archivio e attingendo nel Dizionario del Casalis quanto scritto dall'Angius, Carlino Sole (C. Sole - La Sardegna di C. Felice, ecc. - Fossataro 1967) tenta un calcolo globale, abbastanza approssimativo e in difetto perché mancano i dati relativi ai terreni comunali, anche e soprattutto questi abbondantemente rapinati.
Provincia di Cagliari: da 1/4 a 1/5 del territorio. Provincia di Iglesias: espresso in abbastanza per i due maggiori comuni (Iglesias e Arbus) e poco e pochissimo per i restanti 9 comuni. Provincia di Isili: 1/6 a Gesico e poco e pochissimo negli altri comuni. Provincia di Lanusei: da 1/2 a molto a Lanusei, abbastanza in 4 comuni e poco e pochissimo nei restanti 20 comuni. Provincia di Oristano: 2/3 del territorio in 6 comuni, 1/2 in 8 comuni, 1/3 in 5 comuni e 1/4 in 7 comuni. Provincia di Nuoro: 2/3 in 2 comuni, 1/4 in 5 comuni, abbastanza in 9 comuni. Provincia di Cuglieri: dai 4/5 a 1/4. Provincia di Alghero: dai 3/4 a 1/3 a 1/4. Provincia di Tempio: abbastanza a Terranova (Olbia) e poco o pochissimo negli altri 9 comuni.

Lo stesso Sole, nell'opera citata, scrive: «Questa ricostruzione risulterà non priva di interesse se si pensa che in essa troviamo una prima giustificazione storica del carattere della proprietà fondiaria sarda quale ci appare quando il processo delle chiusure potrà dirsi in gran parte compiuto, cioè dopo il 1870: estrema polverizzazione dei fondi da una parte, e presenza di cospicui latifondi dall'altra».

Se ne rileva anche che la rapina delle terre è maggiore nelle zone più fertili - ed è ovvio, direbbero il pastore e il contadino nella loro lingua, «is furonis non si "ettant" a sa spina!» Quei ladri sapevano scegliere.

6 - Le Barbagie hanno una loro ben precisa struttura economica basata sull'allevamento; costituiscono una comunità con propri ordinamenti giuridici e hanno una storia su cui possono innestarsi originali e autonome forme di sviluppo. I Barbaricini hanno dimostrato per secoli di essere in grado di opporsi e di resistere con il loro «sistema» socio-economico al sistema imposto dagli invasori. Alla luce di questi elementi, gli editti delle Chiudende (come altri successivi interventi pseudorinnovatori) appaiono e sono la trama di un disegno sempre vagheggiato e sempre ricorrente nei colonizzatori: la soluzione finale del pastore sardo.
Si deve alla resistenza popolare, al sacrificio di tante vite umane se l'economia pastorale e la civiltà di cui è espressione non furono cancellate dalla faccia della terra.
I danni inferti alla economia isolana dalle Chiudende furono ingenti. Dal 1790 al 1805 la quantità di grano (in starelli) prodotta in Sardegna va da 1.793.894 a 1.192.103; dal 1842 al 1847 scende da 1.074.597 a 530.111. La produzione del grano dopo le Chiudende si dimezza, in un primo tempo, e poi si riduce a circa un quarto. Dal 1790 al 1795 (mancano i dati relativi ai primi anni del 1800) la produzione dell'orzo (in starelli) va da 588.708 a 438.987; dal 1842 al 1847 scende da 537.144 a 170.970 (Aa. Vv. - Profilo storico economico della S. ecc. - Padova 1962). Il patrimonio ovino risulterà dimezzato.
Sa quasi di sovrumano la capacità dei pastori barbaricini di sopravvivere e riassestarsi dopo un simile terremoto. Per comprendere a quali soprusi e ricatti fossero state sottoposte quelle popolazioni dopo le stragi della repressione borghese, e quale fosse la miserevole situazione in cui vennero ridotte, cito fra i tanti episodi di criminalità dell'usurpatore il caso del nobile Mura di Santulussurgiu, il quale si era impadronito, recingendole, delle terre della comunità, e insieme dell'unica fonte a cui la popolazione si abbeverava, costringendola ad attingere l'acqua in un ruscello inquinato. Soltanto dopo che scoppiarono epidemie, il viceré ordinò la demolizione della recinzione intorno alla fonte pubblica.
Sedilo - già florida comunità di allevatori - cadde in tale stato di miseria che i suoi pastori, per fare fronte alle spese giudiziarie nella controversia delle terre davanti alla Commissione, dovettero fare una questua.

«Che l'editto fosse diretto non solo a ridurre, limitare la pastorizia ma a distruggerla, è provato dal fatto che, se non vi fossero state la rivolta contro le chiusure e la demolizione violenta delle recinzioni, i pastori, quasi nessuno dei quali era proprietario terriero, sarebbero stati estromessi dai pascoli trasformabili che sarebbero stati recintati e sottoposti a coltivazione; per sopravvivere si sarebbero dovuti ridurre a far pascolare le greggi nei terreni peggiori o piegarsi a pagare fitti esosi: è infatti quello che in definitiva è avvenuto, non pacificamente. E' importante notare il fatto che, in gran parte della Sardegna, l'usurpazione, elevata a metodo, è stata il "mezzo normale di formazione della proprietà" e non in tempi remoti, ma relativamente recenti; ciò spiega da una parte la grettezza e la propensione all'assenteismo della proprietà in Sardegna e, dall'altra, il nessun rispetto dei ceti popolari per la proprietà terriera, la cui origine di rapina non si perde nel lontano passato ma è presente nella storia di famiglia di pastori e contadini defraudati poco più di un secolo fa… In conclusione si può affermare che la legge sulle Chiudende ebbe conseguenze nefaste: da essa nacque la proprietà assenteista attuale, con essa non si realizzò il «rifiorimento della Sardegna» sognato dal Gemelli; le coltivazioni agricole non ebbero alcun rilevante incremento e le chiusure altro non ottennero che segnare i limiti di una proprietà assenteista e parassitaria nella quale i pastori continuarono ad esercitare la loro attività primitiva per di più gravata da un nuovo insostenibile onere, il canone di affitto» (I. Pirastu - Il banditismo in Sardegna - Ed. Riuniti 1974 - pag. 20).

Da una analisi corretta, quale si rileva dal brano precedente, il Pirastu passa a conclusioni perfettamente intonate ai «cantori» del riformismo sabaudo.

    «L'aver concepito quella riforma come rivolta contro la pastorizia e il non averla fatta precedere e accompagnare da provvedimenti idonei a trasformare e migliorare l'assetto della pastorizia incrementando la produzione di foraggio e ammodernando l'impresa pastorale determinò una crisi disperata dei pastori, non eliminò ma accentuò la dissensione tra pastorizia e agricoltura, suscitò una violenta reazione dei pastori e di intere popolazioni e produsse una lacerazione drammatica del tessuto sociale, consolidò l'impronta di arretratezza dell'economia terriera dell'Isola, rese permanenti gli squilibri e le contraddizioni che, in breve volgere di tempo, dovevano fare esplodere ancora più drammatico il fenomeno del banditismo quale è giunto fino a noi» (I. Pirastu - Il banditismo in Sardegna - Ed. Riuniti 1974 - pag. 20).

E' probabile che Pirastu - come altri onorevoli compagni - si sia dato alla storiografia per farsi la cattedra in qualche università. Se ciò fosse, si capirebbe questo suo integrarsi a giudizi propri della storiografia borghese. Per un comunista - marxista o no - suona ripugnante sostenere che se il riformismo colonialista dei Sabaudi anziché rivolgersi contro i pastori fosse stato preceduto e accompagnato da riforme agrarie e fondiarie (foraggere e trasformazioni dell'allevamento da transumante a stanziale) non vi sarebbero stati «una questione sarda» e in particolare «il banditismo» conservatosi sino a oggi. E' un assurdo pensare che i Sabaudi, espressione della nascente borghesia capitalista, avrebbero potuto perseguire in Sardegna una linea di sviluppo economico e politico diversa, magari espropriando le terre per fare le cooperative, distribuendo le stesse terre ai pastori e ai contadini (che già le possedevano). E' la stessa presunzione dei revisionisti, oggi, pensare che la DC al potere faccia le buone riforme, quelle che danno benessere ai lavoratori e non ai capitalisti. Ma c'è un punto ancora più ripugnante, ed è quello dove la risposta necessariamente violenta delle popolazioni sarde alla violenza della rapina e della usurpazione del colonialismo, viene bollata come «banditismo». Usando lo stesso metro di giudizio, per il «compagno» Pirastu erano «banditi» anche i Vietnamiti che si opponevano alla usurpazione della loro terra, alla rapina del loro patrimonio da parte dell'imperialismo yankee e della borghesia compradora. Così i Palestinesi, che lottando contro Israele - testa di ponte dell'imperialismo sul petrolio medio-orientale - sarebbero «banditi» perché con la violenza rivogliono quei territori di cui sono stati derubati, da cui sono stati cacciati.

7 - Il disegno sabaudo di eliminazione del pastore sardo prosegue - dopo le Chiudende - articolandosi in tre principali interventi:
1) il riscatto dei feudi nobiliari e clericali, facendoli pagare alle popolazioni più di quanto non valessero, proseguendo nella usurpazione della terra per la creazione della proprietà perfetta, operazione che viene gabellata nei testi di storia patria come «abolizione del feudalesimo»;
2) l'abolizione dei diritti di ademprivio, che è l'ultimo atto di rapina nel processo di privatizzazione della terra;
3) l'impianto delle industrie casearie a opera del capitalismo continentale.
Nel periodo tra il 1832 e il 1839 risultano infeudati: 1 principato, 3 ducati, 28 marchesati, 21 contee, 31 baronie, 2 viscontadi, 10 signorie, 5 incontrade, 1 scrivania e 2 salti.
I comuni infeudati sono 356 e, di questi, 185 appartengono ancora a feudatari residenti in Spagna (come noto la Sardegna era passata dalla Spagna all'Austria col trattato di Utrecht del 1713 e successivamente dall'Austria al principe sabaudo Vittorio Amedeo II col trattato di Londra del 1718, con la clausola che nell'Isola sarebbero stati rispettati i privilegi della nobiltà spagnola), mentre 143 comuni appartengono a feudatari residenti in Sardegna, 25 alla Corona sabauda, 2 alla Mitra di Cagliari e 1 all'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro.
I feudi appartenenti alla nobiltà e al clero spagnoli occupavano la metà della superficie dell'Isola. Si capisce quindi come l'ingorda borghesia piemontese mirasse, col suo riformismo, a sostituirsi al vecchio padrone nella proprietà di quelle terre, che avrebbe sfruttato, sulle spalle dei contadini e dei pastori, molto più «razionalmente» di quanto non fossero capaci di fare i feudatari.
L'operazione «riscatto feudi» consta di diversi momenti. Nel1832 Carlo Alberto predispone che i comuni infeudati possano affrancarsi pagando una rendita perpetua ai feudatari espropriati. Questi non accettano alcun concordato e minacciano di fare intervenire l'Austria che nel trattato di Londra aveva garantito alla Spagna lo status quo nell'Isola.
I Sabaudi aggirano l’ostacolo. Nel 1836 vengono soppresse le giurisdizioni feudali: così, le cause prima avvocate presso i feudatari passano di competenza dei giudici di nomina regia. Per il popolo vassallo è il classico cadere dalla padella nelle braci.
Intanto si incentivano i feudatari con offerte vantaggiosissime, affinché cedano i loro feudi - tanto paga pantalone. I feudatari avrebbero ricevuto in compenso rendite e beni in natura. Le rendite consistevano in cartelle al 5% iscritte nel registro del debito pubblico e beni in natura dati sotto forma allodiali, una forma di proprietà «perfettissima» derivata dai Germani, esente da imposte, oneri e gravami, consistente per lo più in terre, peschiere, tonnare, miniere.
Il marchese d'Arcais ricevette come compenso per il solo feudo di Valverde una fiorente peschiera a Oristano, il salto di S'Ungroni (una fetta del'attuale Arborea), un'altra peschiera a Cagliari, la tonnara di Flumentorgiu (presso Arbus) e in aggiunta 6.000 scudi di rendita in cartelle del debito pubblico. Questi beni diverranno successivamente oggetto di speculazioni e passeranno da una famiglia notabile all'altra.
Nel 1839 vengono varate le disposizioni del regolamento in base al quale le terre dei feudi riscattati e spettanti ai comuni avrebbero dovuto essere lottizzate e ripartite fra i capi-famiglia dello stesso comune, e le terre spettanti al demanio dello stato, invece, vendute per contanti. In effetti, tali terre non furono assegnate, né vendute a contadini e a pastori ma assegnate a ricche famiglie borghesi italiane e straniere: la vasta tenuta di Crucca fu assegnata ai fratelli Maffei; il territorio di Pimpisu aI Baudi di Vesme; lo stagno di Sanluri a una società francese.
Nell'editto del 21 agosto 1838 vengono prescritti gli atti relativi ai riscatti dei feudi. Viene istituita una rendita redimibile di 250 mila lire sarde e un fondo annuo di 50 mila lire sarde per fare fronte al pagamento degli interessi delle rendite.
Il governo piemontese si mostra di manica larga nello stabilire l'importo dei riscatti, cui dovranno provvedere i lavoratori. Il Supremo Consiglio di Sardegna, che manovra il carrozzone dei riscatti, era composto da sette membri, dei quali quattro continentali e tre sardi - buoni i primi e meglio i secondi!

«I tre consiglieri sardi - scrive l'Esperson - erano di opinioni aristocratiche; il Costantino Musio, avvocato in origine dei feudatari e segretario del Marchese della Planargia; il Fontana, adoratore dell'antica aristocrazia, alla quale intendeva sin da allora annettersi, come si verificò col divenir Barone; ed il Manno, ambizioso anch'egli di unirsi alla stessa casta, come lo dimostra anche in esso l'acquistato titolo di Barone, secondo l'uso dei suoi tempi» (Esperson - Note e giudizi sull'ultimo periodo storico della S. - Milano 1878 - pag. 34 (nota).

Il riscatto era nella maggior parte dei casi il triplo del valore effettivo del feudo espropriato. Al marchese di Soleminis vennero liquidate 900 lire sarde contro le 194 lire di reddito netto; il marchese di Vaillasor ebbe una rendita di lire sarde 20.266 per un feudo col reddito netto di lire s. 10.855; il conte di Villamar ricevette 1.836 lire s. per un feudo col reddito netto di 647; infine il caso clamoroso del marchese di Quirra che si ebbe ben 34.683 lire s. per un feudo col reddito netto di 2.023.

«Il Conte di Montesano - scrive ancora l'Esperson - ebbe il compenso di lire 10.000, quasi il triplo della somma assegnatagli dalla delegazione di Cagliari. Aveva perciò ragione il compensato di dire in presenza di più persone cui riferiva l'ultima decisione: "Ora sono veramente Conte!" alludendo ai tempi passati nei quali i Conti di Motnesanto stentavano la vita. Con altre persone poi di maggiore confidenza diceva che per diventare un vero Conte gli era costato il regalo di 800 scudi di argenteria, da lui fatto a persone affezionatissime ad un membro dell'empio Sacro Supremo Consiglio di Sardegna!» (Esperson - Note e giudizi sull'ultimo periodo storico della S. - Milano 1878 - pag. 34).

Pesanti bustarelle anche a quei tempi, per ungere le ruote del carro statale.
La valutazione sfacciatamente alta, decisa in combutta tra vecchio e nuovo padronato per il passaggio della terra da quello a questo, costerà innumerevoli sacrifici alle popolazioni; ma non sarà il solo atto criminoso nel disegno che porterà al potere la borghesia. Vi si aggiunge il fatto che le popolazioni avrebbero dovuto pagare in denaro sonante i costi dell'operazione di riscatto dei feudi. Come è noto, i tributi feudali venivano corrisposti in natura nei periodi produttivi, mentre ora, i tributi allo stato dovevano essere versati in moneta e alle scadenze e con gli agi decisi dagli esattori. Prosperò così l'usura; si moltiplicarono i pignoramenti; si ridusse un popolo alla più nera disperazione.

8 - Il 15 aprile 1851, con la legge n. 1192, vengono aboliti i diversi tributi feudali che gravavano sui terreni e si istituisce «l'imposta unica fondiaria». Una sola, ma molto più pesante di quelle precedenti messe insieme. La nuova imposta sarebbe entrata in vigore il 1° gennaio 1853, «da ripartirsi» - secondo l'art. 5 - «indistintamente sulla proprietà fondiaria, in proporzione del reddito netto imponibile» che si sarebbe desunto da un «catasto provvisorio, fatto colle regole d'arte a seconda dei lavori planimetrici esistenti».
Il Regolamento viene approvato il 5 giugno 1851 e stabilisce le norme relative alle operazioni geometriche ed estimative per la formazione del catasto nell'Isola.

    «Le operazioni si eseguiranno per lo più ad occhio descrivendo sulla mappa delle frazioni di proprietà privata in ciascun comune delle linee senza misurazione; e con uguale fedeltà s'intestarono e descrissero le colture; quindi sarebbe più difficile immaginare che non avvenissero errori, anziché dubitare che gli errori eseguiti non fossero molto maggiori di quelli che si conoscono! Tanto che la commissione che doveva riferire sullo stato delle mappe esistenti, dichiarò che quelle di Sardegna erano inservibili per il nuovo catasto ordinato con la legge 1° marzo 1886. I lavori di estimo non procedettero quasi meglio, e dettero luogo a reclami e clamori, pei quali ai più solleciti fu risposto con qualche inadeguato miglioramento, ma i più finirono nell'universale indifferenza che sopravvenne dopo il primo movimento di reazione… Ed è su questo catasto errato geometricamente, esagerato nelle stime, che si percepì e si percepisce l'imposta fondiaria in Sardegna!… Alla Sardegna fu assegnata l'aliquota del 10% sul reddito imponibile; vale a dire sulle 54 provincie (che allora, come sempre, erano le più povere) furono messe alla pari colle ricchissime e privilegiate di Torino e Lomellina a cui fu attribuita una aliquota di 10,94 e del 10,64; mentre le meno gravate ebbero un minimo di aliquota dell'1,32 (Valsesia, Domodossola, Albenga) e le altre in media appena il 6%. L'aggravio era così evidente che non poteva non suscitare clamori…» (F. Pais - Relazione sulle condizioni economiche e della sicurezza pubblica in Sardegna - Roma 1896 - pag. 105 e segg..).

Più che «clamori» - soffocati come d'uso con la repressione armata - suscitarono espropri per debiti da imposte, in cui l'Isola si assicurò un nuovo non invidiabile primato. Nel periodo successivo all'entrata in vigore dell'imposta unica fondiaria, tra il 1885 e il 1897, si ebbero in Sardegna ben 52.060 devoluzioni di immobili a favore dello stato per mancato pagamento delle tasse, contro le 52.869 registrate in tutta Italia.
Oltre ciò, alla colonia Sardegna era riservato un trattamento «speciale» anche negli agi esattoriali e negli interessi di mora. Questi ultimi erano stabiliti per l'Isola nella misura del 15% (nessun contadino o pastore poteva mai pagare alla scadenza, ma soltanto al momento del raccolto, e quindi era sempre in mora), contrariamente a quanto avveniva nel resto d'Italia, dove gli interessi di mora andavano dallo 0,50 al 4%.
La stessa borghesia agraria compradora, messa in piedi dopo le Chiudende, toccata nei suoi interessi, prende a protestare con veemenza e a minacciare, soffiando sul fuoco del malcontento popolare.
Il sistema fiscale feudale - che non era certo tenero nel mungere il contadino e il pastore - era tollerabile rispetto al nuovo: i feudatari, o meglio i loro amministratori, potevano essere ingannati o in qualche modo blanditi, i tributi feudali si pagavano per lo più in natura, dopo il raccolto, e in proporzione alla stessa quantità del raccolto. I tributi dovuti agli esattori (armati) dei Sabaudi andavano invece pagati in denaro sonante, in rate bimestrali e indipendentemente dall'andamento del raccolto.
A conti fatti, la somma degli oneri che gravavano sulla proprietà fondiaria precedentemente al 1851, ossia i donativi (feudali), raggruppati in 13 voci, era di lire 1.619.521,16; mentre il contingente imposto dopo la riforma era stato fissato in lire 2.111.400. Infine, abolite le decime, il governo chiedeva 800.000 lire annue da corrispondersi ripartitamente dai comuni dell'Isola per il sostentamento del clero!

9 - E' stato rilevato che i Sabaudi hanno fatto le «riforme» in Sardegna in uno strano modo: emanando leggi e decreti abolitivi.
L'operazione «rapina delle terre» iniziata nel 1820 con le Chiudende che «abolivano» l'uso comunitario delle terre, si conclude, nel 1865, con la legge del 23 aprile che «abolisce» i diritti di ademprivio, cioè i diritti di seminativo, di pascolo, di legnatico, di pesca, di caccia, di fonte, eccetera nei terreni del demanio comunale.
L'abolizione degli ademprivi nasce da oscuri motivi di interesse (cui pare non fosse estraneo il Cavour e il suo intraprendente parentado), e si articola in una serie di manovre che culmineranno con il passaggio dei terreni già soggetti a diritti di ademprivio nelle rapaci mani della borghesia e in quelle di compagnie straniere, e darà luogo a rivolte popolari nelle Barbagie e nella Baronia, protrattesi per anni e represse in un bagno di sangue.
Dopo le riforme operate sulle strutture feudali, per la creazione della «perfetta» proprietà borghese, erano state emanate già nel 1839 alcune disposizioni che limitavano i diritti popolari di ademprivio. Tali disposizioni restarono lettera morta per le violentissime reazioni suscitate nei contadini e nei pastori. Alla borghesia piemontese piangeva il cuore vedere una così cospicua fetta di terra «derelitta» e «inutilizzata»: quasi 500.000 ettari sui quali le popolazioni esercitavano «l'uso barbarico» di goderne i frutti liberamente senza pagare tasse e balzelli.
Per arraffare anche quelle terre con un minimo di giustificazione legale, la consorteria al potere partorì una diatriba sulla natura di questi terreni dopo il loro riscatto dai feudatari, indennizzati coi soldi del popolo. La dotta diatriba si imperniava su un dilemma: i 500.000 ettari appartengono ora certamente al demanio: ma, a quello dello stato o a quello dei comuni? Il dilemma viene sviscerato nel decennio cavourriano, con alcune pause durante e dopo la seconda guerra detta d'indipendenza; quindi viene ripreso e rispolverato nel 1862 nella fase di eccitazione provocata dalla raggiunta «unità nazionale». E finalmente il dilemma viene sciolto con una spartizione di quei terreni tra il demanio dello stato e il demanio comunale.
Per quel che gli spetta, lo stato rappresentato dai galantuomini che siedono al governo, dà i suoi 200.000 ettari a un gruppo di imprenditori italo-inglesi, per incentivarli a costruire nell'Isola il primo tronco ferroviario. I comuni, dal canto loro, dovranno distribuire i 270.000 ettari di loro competenza a privati, sotto forma di proprietà «perfetta» non avvilita da servitù d'uso popolare. C'è qualcuno in parlamento che per salvare la faccia suggerisce di farne parte anche ai contadini e ai pastori senza terra.
A un certo punto, la sporca faccenda diventa veramente ingarbugliata. La ferrovia non viene più nemmeno progettata per il clamoroso fallimento della Società italo-inglese, che avrebbe dovuto costruirla e che nonostante tutto si terrà una buona fetta dei terreni avuti in acconto. I comuni - guarda caso! - non avevano provveduto a lottizzare e a distribuire i terreni di loro competenza nel termine perentorio di 3 anni. Allo scadere del termine, nella confusione, si fanno sotto i latifondisti e gli imprenditori indigeni e stranieri, i quali finiscono per annettersi anche quei terreni. (Da notare che si erano già impadroniti delle amministrazioni comunali per «amministrare meglio» i loro beni).
I moti di Su connottu sono di quel periodo. «Torrare a su connottu» significa «tornare al conosciuto», al passato, cioè all'uso comune della terra, al godimento degli antichi e conosciuti diritti di uso collettivo del patrimonio naturale. I moti esplodono con particolare violenza nella Barbagie, con epicentro Nuoro, e in Baronia, intorno a Orosei.
Lo storiografo contemporaneo Del Piano (Aa. Vv. - La società in Sardegna nei secoli - Torino 1967 - pagg. 228-229) ripete, sulla questione, la vecchia tesi dei lacché legalitari, i quali, mentre formulano garbate critiche al padrone per le sue ruberie, gli tengono il sacco con una mano e con l'altra ricevono le mercede. La tesi del Del Piano è che non fu «efficace l'opposizione dei pastori e dei contadini poveri», cioè a dire che costoro non avevano utilizzato come avrebbero dovuto tutti i canali legali e gli appigli giuridici per opporsi alla nuova usurpazione delle terre effettuata dalla borghesia compradora, la quale, al contrario, sapeva portare il santo in chiesa. Stupidi e ignoranti, contadini e pastori si opposero con le sommosse e furono massacrati! Potevano appellarsi alla giustizia, no? Come fecero, per esempio, i pastori e i contadini di Dorgali, i quali, da allora a oggi, dal 1864 al 1975, contestavano davanti ai tribunali, sabaudi, fascisti, repubblicani, i loro diritti di ademprivio su alcuni terreni comunali, senza avere ottenuto ancora un fico secco!
La tesi compradora di Del Piano assurge poi ad altezze geniali quando sostiene che, via!, era «da considerarsi superato» a quei tempi, «il godimento collettivo della terra» e i Sabaudi avevano ogni buona ragione di «privatizzarle». Bisogna riconoscere, però, - aggiunge il nostro in un momento di raptus sovversivo - che avrebbero potuto abolire gli ademprivi in un momento diverso, in un momento di prosperità, «non certo in quegli anni nei quali la situazione generale risultava aggravata da carestie».
Quasi che le carestie che colpiscono i contadini e i pastori siano categorie noumeniche, punizioni divine per eccessi masturbatori, e non invece una conseguenza della arretratezza causata dalle rapine e dallo sfruttamento della colonizzazione capitalista.

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