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Capitolo VIII - I pirati delle miniere

1 - La lavorazione delle miniere sarde fu già molto attiva sotto Cartagine e Roma. I Fenici erano famosi depredatori d'argento, che utilizzavano per coniare monete e ricavarne monili. Pare che per fare risparmiare ferro agli schiavi, facessero usare per gli scavi masse e asce di pietra.
I Romani avevano ideato un sistema di produzione estrattiva che assomigliava all'attuale. Le miniere venivano sfruttate dallo stato o dai privati. Il primo vi utilizzava i popoli assoggettati, i delinquenti colpevoli di gravi reati e gli oppositori politici: damnati ad effodienda metalla. I privati vi utilizzavano gli schiavi che il mercato offriva largamente e a basso costo.
Un decreto di Valentiniano del 369 stabiliva che gli sfruttatori privati di miniera nell'Isola dovessero pagare allo stato 5 soldi per ciascun minatore sbarcato dal Continente. Presumibilmente, tale tassa viene imposta non soltanto a scopo di lucro ma per mettere un freno agli imprenditori privati che facevano man bassa di un patrimonio che lo stato voleva riservare per sé. Si deduce più chiaramente dal successivo divieto (del 378) di Valente, Graziano e Valentiniano fatto ai metallari di sbarcare nell'Isola.
Il fatto che nell'antichità si avessero approssimativamente conoscenze di mineralogia e rudimentali strumenti di lavoro, da un lato ha favorito gli invasori successivi conservando quasi intatto il patrimonio minerario profondo, da un altro lato ha apportato danni immensi al terreno in superficie, bucherellato e ridotto a una gruviera, reso sterile e improduttivo, e ha straziato la vita di centinaia di migliaia di creature umane, bruciate nel più inumano dei lavori.
Passano nell'Isola i Vandali, i Goti, i Greci e quindi gli Arabi. Cacciati questi ultimi dai Pisani e dai Genovesi, nel secolo IX rifioriscono non «le arti e le industrie» - come scrivono aulicamente gli storiografi compradoris - ma le «rapine». Tant'è che i «ladri di Pisa» sono ancora oggi proverbiali. Iniziano le spartizioni fra i nobili feudatari, laici e religiosi. La Chiesa primaziale di Santa Maria di Pisa riceve nel 1131 la metà della miniera dell'Argentiera, situata nella Nurra, e nello stesso anno, la Chiesa cattedrale di San Lorenzo riceve la metà delle miniere argentifere del giudicato di Arborea.
Nel XIII secolo, rimasti più o meno incontrastati padroni dell'Isola, i Pisani intensificano in proprio lo sfruttamento delle miniere. L'Iglesiente viene messo letteralmente a ferro e a fuoco: non conoscendosi ancora gli esplosivi, per rendere più friabili le rocce dure si usava il fuoco.

«Tanto nell'epoca pisana come nelle anteriori la coltivazione delle miniere in Sardegna ebbe essenzialmente per oggetto l'argento. Lo scavo del minerale argentifero si faceva per mezzo di esigui pozzetti discendenti dalla superficie lungo la vena metallifera, che per la ricchezza di argento e per la facilità dello scavo si aveva il tornaconto a lavorare. Questi pozzetti sono talvolta in numero incredibile, soprattutto nei monti calcarei adiacenti ad Iglesias, ove il terreno è tutt'ora crivellato e cosparso dei loro avanzi o gettate» (Q. Sella – Dell’industria mineraria nell’Isola di Sardegna – Relazione alla Commissione di inchiesta – 1871).

Ai Pisani si deve anche una prima regolamentazione dello sfruttamento delle miniere. Il breve pisano di Iglesias consentiva a chiunque si esplorare e coltivare miniere nell'Isola. Si diffidavano però le compagnie dall'aprire pozzi a una distanza inferiore 21 braccia dai pozzi appartenenti ad altra compagnia e di sconfinare quindi nelle gallerie altrui, purché dimostrassero di utilizzarli concretamente con la lavorazione. Veniva concesso un premio in denaro alla compagni che avesse scoperto la vena metallifera in montagna nuova.
Le compagnie minerarie, durante la dominazione pisana, erano numerosissime in tutto l'Iglesiente. L'organizzazione del lavoro era di tipo piramidale: in cima vi erano gli imprenditori, detti «parzonavili» o «partiarii», che possedevano le «trente» (dal tedesco trennen, dividere), cioè le azioni coi relativi dividendi sugli utili. Venivano quindi i «bistanti» (dal tedesco beistand, aiuto), che finanziavano i lavori di scavo, rifacendosi sul prodotto ottenuto, ed erano in pratica degli appaltatori. I «maestri di monte» erano in otto, scelti nella borghesia compradora, fra gli «homini buoni et leali et abbiano servito Argentiera almeno anni cinque», servito come «imprenditori», ovviamente. Essi rappresentavano l'autorità oggi ricoperta dai direttori minerari, che in Germania si chiamano ancora Bergmeister, appunto «maestro di monte». La loro giurisdizione si estendeva a tutto il mezzogiorno dell'Isola: svolgevano mansioni di controllo tecnico e di polizia; giudicavano controversie, e come si legge in documenti dell'epoca «perseguitavano e imprigionavano i malfattori». Erano pagati a tariffa per ogni loro servizio effettuato: viaggi, ispezioni, sentenze. C'erano poi i «maestri delle fosse», che dirigevano i lavori di scavo e tenevano «ordine e disciplina», equivalenti degli attuali sorveglianti o «caporali». Venivano quindi i «pesatori», che dovevano saper leggere e scrivere e duravano in carica tre mesi: misuravano con appositi strumenti, il «corbello municipale» e la «statea». Chiudeva la gerarchia la massa degli schiavi, fra i quali emergevano gli «smiratori», gli «aiutatori», i «tractori» e i «guelchi» (deformazione linguistica di Wuerk, lavoro). Tale gerarchia presenta notevoli afinità con quella che caratterizza il feudo lagunare di Cabras.
Il breve citato contiene anche disposizioni sul lavoro: i minatori dovevano entrare in miniera il lunedì a mezzogiorno per uscirne alla stessa ora del venerdì. Quattro giorni e cinque notti sotto terra a scavare! Le disposizioni mutavano per i lavoratori addetti alle fonderie, i quali attaccavano il lunedì e staccavano il sabato. La domenica dovevano trascorrerla in chiesa - giusta la norma di santificare il Signore rigorosamente imposta dal padronato cattolico, al contrario dei successivi padroni belgi, francesi e inglesi, i quali, da eretici quali erano, costringevano gli operai a lavorare anche la domenica.
L'imposta governativa era fissata in un dodicesimo del prodotto grezzo, e su questo tasto, gli imprenditori minerari dell'era moderna citeranno i Pisani come governanti sapienti, quando i Sabaudi aggraveranno le imposte nel settore estrattivo.

«Queste e tante altre disposizioni contenute nel breve pisano e gli innumerevoli pozzi e bucherellature antiche che si trovano nel Sud-ovest della Sardegna dimostrano quanto sia stata importante in quel periodo l'industria mineraria nell'Isola» (Q. Sella – Dell’industria mineraria nell’Isola di Sardegna – Relazione alla Commissione di inchiesta – 1871).

Il Baudi da Vesme ritiene che il valore della produzione annua delle miniere dell'Iglesiente (argento e piombo) ascendesse a 4.800.000 lire del suo periodo.
Nel 1323 arrivano gli Aragonesi che si sostituiscono ai Pisani nel dominio dell'Isola. Questi ultimi continuano però a conservare numerosi possedimenti, e in particolare lo sfruttamento delle miniere dell'Iglesiente. E' da supporre che gli Aragonesi abbiano mantenuto al loro posto gli organizzati ed efficienti Pisani soltanto per apprenderne le tecniche, perché più avanti, colto il pretesto di un tumulto scoppiato a Iglesias, confiscano i loro beni e se li tolgono dai piedi. L'atto di confisca fu deciso nel 1353 da Pietro IV e i beni pisani furono incamerati dalla corona di Aragona.
Tale atto, d'altro canto, rientrava nel disegno aragonese di definire «patrimonio statale», cioè del re, il patrimonio minerario. Entrava così in vigore il diritto cosiddetto di regalia, già affermato in Europa, basato sul principio che le miniere, costituivano una proprietà distinta da quella del suolo e appartenevano di diritto al re. Pertanto, qualora il re non sfruttasse per proprio conto le miniere poteva darle ai privati come concessione, in cambio di denaro (canone annuo o tributo) in proporzione alla rendita.
Pare che i re aragonesi non avessero la mano leggera in politica fiscale. Il Sella, esperto minerario dei Sabaudi, si immedesima nei «poveri» concessionari del periodo aragonese, scandalizzandosi per i tributi esorbitanti.

«Troveremo più volte queste concessioni imponenti al lavoratore (sic!) della miniera la tassa del dieci per cento del prodotto brutto. Tassa di enorme gravezza come quella che ove commisurata al prodotto netto, ossia al vero reddito del concessionario (qui non lo chiama più lavoratore - n.d.a.) sale al 20 al 40 e anche più per cento».

Scontenti i concessionari, sotto gli Aragonesi le miniere decadono. Ma gli Spagnoli ben preso rivolgono a esse la loro rapace attenzione. Ne tentano lo sfruttamento in proprio, e falliscono. Si rivolgono allora ai Genovesi. Nel 1472 viene stipulata una convenzione per la durata di 12 anni tra il procuratore reale e i notabili genovesi Sireto e Sclavo, che concedeva a questi facoltà di estrarre minerali e di lavorarli utilizzando a tal fine boschi e fiumi. (Come è noto, le laverie sorgevano presso corsi d'acqua e i concessionari, fino ai nostri tempi, li hanno usati a loro piacimento inquinando l'ambiente).
La convenzione dà esito negativo per l'erario spagnolo; dopo 7 anni viene revocata e le miniere dell'Iglesiente vengono arrendate (concesse in rendita) a Giacomo Carga di Valenza, definito dal procuratore reale «abile e capace maestro di miniere». Pare che gli Spagnoli oltre che fiscali fossero anche temibili concorrenti dei contemporanei Mastrella. Il Carga doveva essere «un ammanigliato di ferro», e conosceva l'arte delle bustarelle per ungere le ruote del carro burocratico. Sta di fatto che tutti gli altri concessionari di miniere nell'Isola ebbero contratti con l'obbligo di vendere al Carga il prodotto da loro estratto. Il regio erario, ossia il re, percepiva 1/7 del minerale estratto, escluso il primo anno che era esente dal pagamento, a patto però che la lavorazione proseguisse anche nel secondo anno.
Nei secoli XVI e XVII le miniere continuano a considerarsi proprietà di stato e continuano a essere affidate in concessione a notabili commercianti, a banchieri e a nobili; nel XIX, con i Sabaudi, verranno anche date come beni allodiali a feudatari espropriati dei loro feudi.
Nel 1514, ottengono ampie concessioni Carlo Martin del Delfinato e Salvatore Pinna da Laconi in consorteria con Carlo Xinto da Cagliari per lo sfruttamento delle miniere di Sadali e di Seulo in Barbagia. Don Giacomo D'Alagon, feudatario della Trexenta, vasta regione collinosa dell'Isola, si ebbe le miniere di allume; una società sarda messa in piedi da imprenditori genovesi, la miniera di San Giovanni; e infine, Francesco Tuxi di Firenze ottenne una concessione per tutte le altre miniere dell'Isola.
Pare che gli Spagnoli fossero anche grandi maestri d'intrallazzo. Nel 1603, il reggente Soler si aggiudica per sé e per la propria famiglia il «privilegio di lavorare» le miniere di Iglesias e delle Barbagie. Fino a quando Filippo IV (1630-1644), lo stesso che cedette in pegno le lagune di Cabras a un banchiere genovese per essere finanziato nella guerra contro la Catalogna, decide «l'appalto generale» delle miniere ad un solo arrendatore, certo Esquirro, prima; coi soci Piralla e Nurra, successivamente.
«Nel 1720 - scrive con non celato giubilo il piemontese Sella - rientrava finalmente la Sardegna in grembo della Madre Patria e veniva sotto lo scettro di Casa Savoia». Me lo figuro il ghigno del pastore e del contadino sardi, rientrati finalmente nel grembo! Un modo di dire che, da noi, suona niente affatto lusinghiero.

2 - «Un inglese, per nome Brander, nel 1736, si rivolse all'ambasciatore di Sardegna in Parigi, domandando la concessione di tutte le miniere dell'Isola, e ciò per una serie di anni da determinarsi. Le stesse proposte faceva, da parte del Brander, al viceré conte di Rivarolo; M. Paget console di Francia in Cagliari. Il governo sardo, sulle favorevoli conclusioni dell'Intendente generale, sottoscrisse un'amplissima concessione per trent'anni, da aver principio col 1741. Il Brander si associò nell'impresa due altre persone, Carlo Hotzendorf, tedesco, e Carlo Gustavo Mandell, console di Svezia in Cagliari» (Q. Sella – Dell’industria mineraria nell’Isola di Sardegna – Relazione alla Commissione di inchiesta – 1871).
Inizia così, col dominio dei Sabaudi lo sfruttamento intensivo del patrimonio minerario isolano a opera di società straniere. Agli Inglesi, ai Tedeschi, agli Svedesi si aggiungeranno ben presto i Francesi e i Belgi.
Dopo intense ricerche si moltiplicarono gli scavi, oltre che nelle classiche miniere dell'Iglesiente, in ogni parte dell'Isola, e in particolare a Montevecchio, presso Guspini, dove la Galena conteneva tanto argento da pagare le spese per la produzione del piombo.
Che il Mandell - come gli altri suoi compari - fosse un emerito lestofante finiscono per capirlo perfino gli intendenti generali dei Sabaudi, i quali lo accusano di non stare ai patti, di non darsi da fare per cercare nuovi filoni e di utilizzare soltanto i vecchi, già noti e più facili, arraffando tutto d'un colpo. Nel bisticcio tra sovrintendenti, consoli e affini interviene a posteriori il Sella, il quale entra subito nel merito: «Senza entrare nel merito degli appunti fatti al Mandell (lo si accusava di far troppo i propri interessi!), le memorie dell'epoca sono concordi nell'affermare l'utilità che l'esercizio delle miniere produsse in favore dei paesi collocati nelle vicinanze degli scavi e della fonderia» (Q. Sella – Dell’industria mineraria nell’Isola di Sardegna – Relazione alla Commissione di inchiesta – 1871).
Per la verità, non esistevano paesi «nelle vicinanze» della miniera in questione (Montevecchio), se si esclude San Gavino che ospitava la fonderia. E quale benessere abbia portato quella, o altre miniere, alle comunità della zona che fornivano la massa bracciantile si vedrà più avanti, quando dirò delle condizioni di lavoro e di vita dei minatori.
L'ultima notizia meritevole di trascrizione, in questa breve rassegna storiografica, è il passaggio delle miniere di Montevecchio e di Monteponi dal defunto Mandell al governo. Viene nominato direttore il de Belly, un ufficiale di artiglieria che ricopre contemporaneamente l'incarico di sovrintendente alle miniere. Il de Belly ha la felice idea (sostenuta da un certo Giuseppe Cossu, un lacché definito «scrittore fecondo di cose sarde») di utilizzare, secondo il costume romano, 400 forzati delle galere di Villafranca. Un impiego, questo dei reclusi, che i Sabaudi faranno spesso e per mille usi.
E' del 30 giugno 1840 la legge mineraria che verrà poi ritoccata con la successiva legge del 20 novembre 1859. Di rilevante c'è che si concedono ai proprietari della terra alcuni benefici dai quali prima erano esclusi - nessun indennizzo, infatti, si doveva ad essi, non solo per i minerali estratti nel loro territorio ma neppure per i danni arrecati al patrimonio arboreo o alla terra in generale. Non è difficile comprendere come la legge in questione fosse legata all'editto delle Chiudende, che abolendo l'uso comunitario della terra ne istituiva la «proprietà perfetta»: si trattava di salvaguardare gli interessi dei nuovi padroni borghesi di essa.
Sulla entità della rapina effettuata nel settore minerario dalle società internazionali durante la dominazione sabauda e italiana parlano i dati della produzione sarda di zinco e piombo, comparata alla produzione degli stessi minerali nelle principali nazioni europee. I dati si riferiscono al 1868 e sono espressi in migliaia di tonnellate :


piombo
zinco
Spagna
73.6
 2.1
Inghilterra
72.2
 3.8
Germania
48.6
66.1
Francia
17.2
 1.5
Belgio
 6.0
45.0
Austria
 5.8
 2.3
Russia
 1.3
 5.0
Sardegna
21.0
35.0

(Tratti da “Berg und Huttenkalender fur 1871” Assen 1872)
Questi dati spiegano anche come, nel momento in cui il piombo diventa indispensabile in guerra, troviamo tra i più affamati divoratori di galena sarda i Francesi e i Belgi, tra i più poveri produttori del «prezioso» minerale. Più tardi, quando ai fucili si sostituiranno strumenti bellici più micidiali, la galena verrà tanto deprezzata che, come è accaduto, le miniere che la producono verranno abbandonate. Gli attuali colonialisti hanno messo di moda petrolio e uranio.
A proposito delle voci malevole che sarebbero corse in Sardegna sui suoi civilizzatori, il Sella Quintino (che cito un'ultima volta prima di riseppellirlo nella polvere degli archivi di stato) scrive con la garbata bonomia del buana che dà la tiratina d'orecchi ai lacché indigeni:

«Non mancano certo in Sardegna, come in tutti i paesi, gli invidiosi dei frutti che altri deve alla sua operosità, all'impegno e al coraggio. Coloro specialmente i quali poltriscono in ozio ignominioso nelle città, che non hanno idea dei sacrifici e dell'abnegazione necessari per intraprendere codesta lavorazione di miniere in difficilissime circostanze di luoghi e di clima, lungi da ogni consorzio e conforto di civiltà, e dalle scranne dei caffè duramente sentenziano contro chi lotta virilmente contro tutte le difficoltà di una natura non propizia; coloro i quali ignorano a quanti rischi siano esposti i capitali messi in cosiffatte imprese; gli azzeccagarbugli che hanno ad obiettivo l'altrui discordia; la triste genia infine, di coloro nei quali il bene altrui eccita, non già feconda e nobile emulazione, ma sterile e bassa invidia, tutti costoro esagerano i lucri delle miniere e occorrendo contrariano in quanto possono chi vi è applicato».

Una «triste genia» davvero la borghesia compradora, che quando osa brontolare perché le arrivano ossi troppo spolpati, con i sermoni d'uso si prende i tradizionali calci in faccia.

3 - I fatti di Buggerru del 1904 - l'eccidio a opera dell'esercito, chiamato dai padroni, che spara sulla gente inerme scesa in piazza a sostenere i duemila minatori in sciopero - segnano una tappa di rilievo nella storia di liberazione dei lavoratori dell'Isola e del Continente.
Le condizioni di lavoro e di vita dei minatori erano bestiali, paragonabili soltanto alle condizioni dei deportati e degli schiavi che in quelle stesse miniere erano stati «damnati ad effodienda metalla» duemila anni prima. Eppure siamo nell'Italia di Giolitti, in anni di boom economico: il benessere del Nord edificato sullo sfruttamento e sulla miseria delle masse del Sud e della colonia Sardegna. L'illuminato Giolitti, che fa il paterno tutore della classe operaia nel Nord, manda in colonia i suoi lacché e i suoi sbirri a mungere e a scannare.
Matura anche in Sardegna il socialismo. Nascono le prime organizzazioni operaie, e cresce nei lavoratori la coscienza dei diritti civili.
Lo sciopero dei battellieri di Carloforte nel 1881 è la prima manifestazione organizzata contro il padronato minerario in Sardegna. Lo sciopero ebbe origine dalla diminuzione di una lira per tonnellata decisa dalla Società Malfidano sui trasporti dei minerali dal pontile alle navi in partenza per il Continente. La Società Malfidano - che aveva l'appalto dei trasporti - aveva acquistato un vaporino e intendeva pagarlo sottraendo ai battellieri di Carloforte una parte del loro salario. Lo sciopero - cui aderiscono, oltre i battellieri, anche gli scaricatori e i trasportatori alle dirette dipendenze della Malfidano - dura 12 giorni e termina con l'arresto di 45 lavoratori, che verranno processati per «frode in commercio, per avere nel 7 gennaio 1881, in Carloforte, previo concerto tra loro formato, allo scopo di impedire e rincarare i lavori del trasporto del minerale da Buggerru a Carloforte, senza ragionevole causa; fatto una clamorosa dimostrazione davanti alla casa abitata dal rappresentante della Società Malfidano, Remigio Jacomy, per obbligarlo ad aumentare il salario del trasporto del detto minerale a lire 4 e 5 per tonnellata».
Prima dell'acquisto del vaporino, il salario corrente era di 4 lire a tonnellata, dopo la Società lo abbassò a 3 lire. Perciò è falso quanto sostenuto nell'imputazione ai lavoratori di volere «rincaro» e «aumenti». Non stupisce invece - perché si verifica ancora oggi - il fatto che uno sciopero venga fatto passare per «una frode in commercio» o per altri reati che appaiono turpi soltanto agli occhi del capitalista, e della giustizia che gli tiene il sacco.
Il pubblico ministero Liperi - magistrato venduto alla Malfidano - sostiene nella sua arringa che la Società intendeva sostituire il lavoro manuale con il lavoro meccanico, pertanto si era «provveduta di un vapore rimorchiatore, e per questo aveva speso un non indifferente capitale. Per l'esercizio poi di questa macchina a vapore erano pure necessarie delle spese; ora egli è giusta, ragionevole la pretesa per parte della Società d'un compenso, che la rimborsi delle spese di esercizio e degli interessi almeno del capitale… e se ciò è giusto e ragionevole, per contrapposto ingiusta e irragionevole era la domanda dei battellieri… La riduzione che si voleva imporre dalla Società di 1 lira per tonnellata non era esorbitante…».
Se la Società Malfidano, che intendeva sostituire i battellieri, perché ormai avevano fatto il loro tempo, con mezzi di trasporto meccanici, avesse acquistato 2 vaporini anziché 1, il pubblico ministero dei padroni avrebbe «obiettivamente» sostenuto il diritto della stessa Società ad abbassare il salario dei battellieri, perché «egli è giusta, ragionevole la pretesa» di un compenso che «la rimborsi delle spese di esercizio e degli interessi almeno del capitale», e di chi sa che altro. E ragionando di questo passo, i lavoratori avrebbero dovuto lavorare gratis per consentire ai padroni l'esercizio del loro diritto di sfruttamento.
I primi anni del 900 vedono una serie di lotte operaie per ottenere condizioni di lavoro e salari più umani. Nei primi mesi che aprono il secolo, sono ancora di scena i battellieri di Carloforte, che scioperano per protestare contro il «pesatore» della Società che ruba sul peso del minerale trasportato. Vengono arrestati 18 lavoratori e lo stesso Cavallera, un attivo sindacalista socialista, presente nella storia del movimento operaio. Seguono gli scioperi dei tipografi, dei ferrovieri, delle tabacchine, dei conciatori, degli scalpellini - a Sassari, a Cagliari e in altri centri. Infine, nel 1903, i minatori di Buggerru dichiarano lo stato di agitazione per ottenere un controllo sulle cantine; e i minatori di Montevecchio per protestare contro i cottimi massacranti.

I fatti di Buggerru del 1904 e l'eccidio a freddo dei lavoratori vuole essere da parte del governo una risposta «esemplare» alla «eccessiva libertà di protesta e di sciopero», che i lavoratori sardi andavano prendendosi, spesso al di fuori delle organizzazioni sindacali e operaie (dimostrando, per altro, di possedere capacità organizzative autonome, nonostante il cattivo concetto che di essi hanno sempre avuto i rivoluzionari di mestiere). Entriamo comunque in un periodo storico nuovo, dove è possibile, sia pure in termini paternalistici, avere la testimonianza dei lavoratori, oltre quella dei padroni.
Questa che segue è la ricostruzione dei fatti di Buggerru ottenuta con brano di cronaca di diversi giornali del periodo. La stampa cattolica e la stampa liberale si troveranno dalla stessa parte, unite nella battaglia contro i «sovversivi» delle miniere. Già il 1898 aveva segnato, in Italia, un riavvicinamento dei cattolici ai liberali, spaventati gli uni e gli altri dai moti popolari che si erano susseguiti in tutta la penisola e che culminarono con l'esecuzione di Umberto I, giustiziato a Monza. In Sardegna, con un certo ritardo si produce lo stesso fenomeno: cattolici e liberali capiscono che quando il popolo solleva la testa dalla polvere non è il momento più adatto per bisticciare sulla spartizione del bottino: si rischia di perderlo tutto.
La Sardegna Cattolica Organo della curia di Cagliari. Quotidiano. 5 settembre 1904:
Già da alcuni giorni erano sorti minacciosi malumori fra gli operai delle miniere di Buggerru, i quali pare che volessero darsi allo sciopero. Ieri mattina per misura di precauzione è stato perciò inviato colà un picchetto armato di 130 uomini del 42° fanteria al comando del capitano cav. Luigi Bernardone.
Dicesi che la folla degli scioperanti e di molti altri che si unirono ad essi accolse i soldati con fischi e sassate e quasi ciò non bastasse alcuni colpi di rivoltella sarebbero stati sparati contro di essi. Naturalmente i soldati si difesero dalla non giustificata aggressione e a loro volta scaricarono i fucili contro i tumultuanti con conseguenze dolorosissime.
Due operai sarebbero rimasti uccisi ed uno gravemente ferito; anche sette militari ebbero danno, riportando ferite delle quali ignoriamo l'entità.

Si noti il linguaggio codino, ripreso e perfezionato dai telecronachisti: gli operai «sarebbero» rimasti uccisi, i militari «ebbero» ferite.

La Sardegna Cattolica del 6 settembre 1904:
Possiamo aggiungere questi altri particolari a quelli dati ieri sulle conseguenze dolorosissime dello sciopero di Buggerru… Mentre i soldati subito dopo il loro arrivo aiutati da alcuni popolani andavano preparando l'alloggio in un locale ad essi destinato, molti operai tra gli scioperanti sopraggiunsero cercando di impedire che ciò si eseguisse, specialmente da parte dei paesani. I soldati e prima le sentinelle naturalmente resistettero alle prepotenze. Si fu allora che essi vennero fatti segno a una fitta sassaiola; i colpi erano così precisi che ben sette soldati rimasero feriti, tutti alla testa, e alcuni gravemente così da essere dichiarati guaribili oltre i dieci giorni.
Si dice anche che dai ribelli sia partito un colpo d'arma da fuoco. Certo è che i soldati, veduto il grave frangente in cui si trovavano, risposero a fucilate, ferendo tre dei loro assalitori; uno morì subito; un altro nella notte; del terzo non abbiamo notizie; non è difficile che altri operai abbiano riportato ferite.

Dunque non è la truppa che ha caricato la folla, in seguito ad un comando delle autorità, ma sono i soldati, che pochi o molti, individualmente, sorpresi e impauriti reagirono…

La Sardegna Cattolica del 23 settembre 1904:
…Noi non siamo certo disposti a piegare le ginocchia dinanzi a nessuna autorità della terra, meno ancora sentiamo simpatia per il governo di Giolitti o per quello di qualunque altro uomo come lui intinto di pece liberalesca; ma non esitiamo a stigmatizzare, come artifizio vituperevole, questo incitare che si fa del proletariato, riscaldando le teste ed infiammando i cuori di odio bestiale, questo prender pretesto da un fatto doloroso per provocarne altri, per poter poi scagliare l'imprecazione contro l'esercito, contro il governo, senza arrestarsi neppure ai gradini del Trono.

L'Unione Sarda. Quotidiano liberale di Cagliari. 5 settembre 1904:
Demmo notizia ieri dei malumori sorti tra i minatori di Buggerru e gli amministratori di quelle miniere. Scoppiato lo sciopero pareva che questo dovesse presto e bene risolversi, anche perché assaissimo a ciò si interessavano il sottoprefetto di Iglesias cav. Valle e moltissime notevoli autorità cittadine. Per la tutela dell'ordine, come pur ieri annunziammo, erano state inviate due compagnie di soldati. All'arrivo di questi, verso le 16, e mentre il sottoprefetto cav. Valle trovavasi con vari operai presso gli amministratori delle miniere a parlamentare, una folla di operai accolse con una fittissima sassaiola la truppa, che fu costretta a servirsi delle armi. Rimasero feriti gravemente tre operai e sette feriti leggermente: dei tre feriti gravemente uno morì quasi subito, gli altri due durante la notte. Stamani sono partiti alla volta di Buggerru altri cento soldati comandati dal maggiore Scotti e venti carabinieri.

L'Unione Sarda del 30 settembre 1904:
…La direzione della miniera aveva deliberato una modificazione d'orario: questa non piacque agli operai, i quali… decisero lo sciopero: il solito nucleo agitatore che è in tutte le collettività operaie fece le prime avvisaglie, cercò di convertire i restii, dove trovò resistenza si impose… insomma guerra in atto al famoso capitalismo, alla borghesia depauperatrice, allo sfruttamento dei succhioni, etc. etc. secondo la tattica rettorica dei rivoluzionari… prevedere che con l'esasperarsi degli animi potessero sopravvenire guai seri era logico e giusto, sì che la direzione chiese alle autorità del governo la loro assistenza.
Si mandano le truppe: il battaglione da Iglesias ove andò in treno, parte alle nove per Buggerru, per un'erta difficile strada: dopo sette ore di marcia eccolo nell'abitato. Gli scioperanti sono sulla via principale agitatissimi perché le autorità non han perduto tempo a mandar soccorsi ai pochi loro avversari, e perché questi han trovato dei crumiri per approntare un rifugio pei poveri soldati: questi sono accolti a fischi, a urli, a improperi: ma la consegna è rassegnazione e calma e quegli esseri stanchi da così lunga marcia si buttano dove possono per riposare. Pur le vie non quetano; i crumiri che han permesso che alla meglio le truppe trovassero un alloggio, debbono essere puniti: e si fa la sassaiola. I soldati son là, distesi, abbattuti: la stanchezza li fa più calmi che loro potesse imporsi: ma le pietre piovono fitte, la folla si accalca loro d'intorno: qualcuno è buttato a terra: ah… si attenta alla vita loro? E in una mossa disperata suggerita dal pericolo, la pazienza, già da tempo messa a dura prova, non resiste più: si afferrano le armi e si spara…
…nel disgraziatissimo eccidio, che hanno avuto a che fare la borghesia capitalista, il governo reazionario, il militarismo assetato di sangue? Non v'ha dubbio che se la truppa non fosse andata a Buggerru i morti non vi sarebbero stati, almeno quei morti, perché non ci sentiamo di affermare che a un conflitto sanguinoso non si sarebbe ugualmente venuto, specie sapendo gli animi esasperantisi sempre di più di ora in ora, di non avere avuto di fronte una forza capace di dominarli; ma se fa comodo ai nostri anarcoidi e rivoluzionari, al lume del semplice buonsenso, doveva tranquillamente la Direzione delle Miniere lasciarsi condurre dalla volontà dei suoi operai, mettersi a sua discrezione, esporsi a qualunque pericolo? La vita degli impiegati non valeva dunque niente? Carne da macello? L'autorità del padrone doveva esser zero? La sfrenatezza doveva trionfare?…

L'Avanti! Quotidiano socialista. Buggerru, 5 (ore 14,30).
Da inchiesta fatta risulta che la truppa arrivata da Iglesias alle 16,20 prese alloggio nel grande laboratorio falegnami nel quale erano pochi gli operai che sgombravano. La minoranza degli scioperanti pretendeva l'uscita degli sgombratori. La truppa si oppose respingendo alla baionetta la folla eccitata. Grande confusione da ambo le parti. Qualche sasso ferì dei soldati che spararono quasi a bruciapelo dodici colpi. Fuga, urla e terrore generale.
I primi colpi furono alle 16,45. La commissione che si trovava nella direzione a discutere si precipitò sopralluogo. Il compagno Battelli tratteneva, arringandola, la maggioranza degli scioperanti sul piazzale della direzione. Il dottor Cavallera, insieme col capitano di fanteria, si precipitò tra i sassi e le palle per calmare gli animi ed ottenere la cessazione del fuoco e della sassaiola; trovarono a dieci metri dai soldati un operaio morto e due feriti stesi a terra. Altri feriti fuggivano. Parecchi soldati avevano ferite non gravi. A stento fu ristabilita la calma.
Gli arrestati sono tre. Degli operai feriti due sono morti, altri tre sono ricoverati all'ospedale. I morti si chiamano Littera Felice, d'anni 31; Pilloni Giovanni, d'anni 34; Montini (L'Avanti! sbaglia trascrivendo Montixi - n.d.a.) Salvatore, d'anni 37 - tutti minatori. La popolazione è costernata. La lega dei minatori e la Società di mutuo soccorso e cooperativa hanno esposto i vessilli abbrunati.

Nella cronaca riportata in data 5 si nota molta cautela nella attribuzione delle responsabilità dell'eccidio. L'Avanti! del 6 ritorna sui fatti. In una nota redazionale, si riferisce che dopo un esame delle ferite appare chiaro che l'esercito ha sparato alle spalle degli operai; mentre questi fuggivano davanti a un assalto alla baionetta. Si riferisce anche che per disposizioni governative sono state bloccate al telegrafo le corrispondenze dirette ai giornali esteri, relative all'eccidio.

La Camera del Lavoro di Milano delibera il seguente ordine del giorno, in data 15 settembre 1904:
«L'assemblea dei soci della Camera del Lavoro, dinanzi a nuove stragi causate dalla libidine degli scherani del governo omicida, delibera lo sciopero generale in segno di protesta e di indignazione e di volere che la truppa non abbia più ad intervenire nel conflitto tra capitale e lavoro».

Primavera umana. Settimanale socialista di Iglesias (uscì dal 1904 al 1905). 18 settembre 1904:
…Gli operai erano ormai stanchi delle prepotenze e delle vessazioni della Direzione… Ultimamente il signor Georgiades intendeva imporre agli operai che lavorano all'esterno, un nuovo orario, che violava antichissime abitudini, sempre seguite nelle miniere. Gli operai esterni, durante l'estate, smettono di lavorare alle 11 e rientrano alle 14; godono quindi di un riposo di tre ore, tra il periodo di lavoro che si fa di mattina e quello che si fa di sera. In ottobre invece comincia l'orario invernale; gli operai smettono di lavorare alle 11 e riprendono alle 13. Orbene il Direttore pretendeva imporre l'orario invernale col primo di settembre. Gli operai si ribellarono a questa pretesa. Essi osservarono che, per i grandi calori estivi, erano indispensabili tre ore di riposo, durante quella parte della giornata, in cui il caldo è eccessivo, indispensabili specialmente ad operai che devono lavorare all'aperto, sotto la sferza del sole. Inoltre essi osservarono che col nuovo orario avrebbero lavorato un'ora in più…
Ma se vogliamo essere franchi, il motivo occasionale dello sciopero potrebbe anche ritenersi meschino. Il fatto è però che gli operai non ne potevano più, che erano stanchi di una serie continua di persecuzioni, ed il cambiamento d'orario fu la goccia che fece traboccare il vaso. E sabato 3 u.s. scoppiò, improvviso ed inaspettato, lo sciopero. Sciopero un po' disordinato, perché fu dichiarato senza nessuna preparazione e senza nessuna intesa degli operai, i quali non fanno parte della Lega Minatori…
Appena questi operai proclamarono lo sciopero si recarono in massa, per tutti i cantieri ad invitare i loro compagni ad unirsi a loro, per una completa astensione dal lavoro. E in breve, lo sciopero fu generale, perché vi presero parte tanto gli operai esterni, quanto quelli che lavorano nelle gallerie.
Il compagno Battelli, segretario della Lega Minatori di Buggerru, appena seppe dello sciopero, corse subito, sebbene malato, incontro agli operai, per raccomandare loro la calma e la serietà. Telegrafò infine al dott. Cavallera, il quale arrivò la sera del sabato, quasi contemporaneamente al delegato di p.s. signor Mario Maffei. Mercé l'operosità instancabile e l'energia dei compagni Cavallera e Battelli, si riuscì ad evitare ogni violenza, quantunque gli operai, specialmente i disorganizzati fossero eccitatissimi. Non si riuscì però a persuaderli di non abbandonare i forni di calcinazione della calamina e le dinamo per la luce elettrica.
Ma in fondo lo sciopero non presentava nessun serio pericolo di disordini. Grida, schiamazzi, urla, minacce a parole contro coloro, che avrebbero tradito i compagni, grandi maledizioni all'indirizzo del Direttore: in questo si concentrava il fermento della massa operaia, dalla quale non si poteva pretendere né quell'ammirabile calma né quella civile educazione, che contraddistinguono le classi lavoratrici più evolute, abituate alle lotte proletarie da una lunga opera d'organizzazione.
La domenica arrivarono a Buggerru il sottoprefetto, il capitano e il tenente dei carabinieri. Fu formata subito una Commissione operaia, la quale, accompagnata da Cavallera, dal Battelli e dalle autorità, doveva conferire con il Direttore, che - freddo, impassibile, provocante - resisteva a tutte le preghiere e a tutti i consigli delle stesse autorità suddette. Alle 16,20 arrivarono due compagnie di soldati comandate dal capitano Bernardone, il quale, animato da ottimi sentimenti di pacificazione si unì al sottoprefetto cav. Valle, al capitano e al tenente dei carabinieri, all'ing. capo del Regio Ufficio delle miniere, al delegato Maffei, al dott. Cavallera ed alla Commissione operaia, che, tutti insieme si recarono dall'ing. Georgiades, per tentare di comporre lo sciopero.
Non dobbiamo negare che la venuta della truppa fece una pessima impressione sull'anima primitiva degli scioperanti, i quali, profondamente persuasi di lottare per sante rivendicazioni, vedevano nella chiamata dei soldati una minaccia contro il loro indiscutibile diritto…
La Commissione si recò dal Direttore. Una grande folla, l'immensa maggioranza della popolazione seguì la Commissione, fino alla Direzione…
Un duecento persone - forse meno - si recarono invece al grande laboratorio dei falegnami, dove i soldati erano già arrivati per accasermarsi… Ad un tratto si ode, distinto, il tonfo di pietre, scagliate con forza. Era la sassaiola. Poi, acute, fischianti, ininterrotte una ventina di fucilate. Era l'eccidio. Il sangue proletario innaffiava anche questa arsa ed infelice terra sarda; il sangue di poveri bagnava Buggerru.
La vera versione del fatto? Eccola, in poche parole. Nel laboratorio erano tre operai, occupati a sgombrare per far posto ai soldati. I loro compagni, appena li videro, gridarono subito: «Fuori, fuori, nessuno deve lavorare!». Tra il laboratorio, guardato dai soldati e gli operai schiamazzanti intercedevano un cinque o sei metri di distanza. Ad un tratto sette od otto operai si staccano dalla folla e s'avvicinano alla porta del laboratorio. I soldati innestano la baionetta. Una baionetta squarcia una coscia di un operaio. Urla strazianti. Subito la sassaiola. Indi immediatamente le fucilate. Un terrore.
Il dott. Cavallera e il cav. Bernardone precipitano dalla Direzione; con pericolo della vita, seguiti a breve distanza dal sottoprefetto, dal capitano e dal tenente dei carabinieri, dal delegato Maffei, si slanciano tra la folla e la truppa, in mezzo alle palle e ai sassi; riescono ad imporre la calma. Brevi minuti di tragico silenzio. Silenzio di tomba. Poi nuovamente urla. Imprecazioni, pianti di donne, vagiti di bambini, lamenti di feriti, rantoli di moribondi. Una disperazione…

La prosa di Primavera umana è intonata a un paternalismo tipico dell'intellettuale progressista di allora (e in altre forme, di oggi), che tradisce, pur nella commozione ideologica un distacco quasi sprezzante dalle masse popolari, e si lascia andare a stomachevoli giudizi sull'anima primitiva degli schiavi delle miniere e sulla loro immaturità politica e civile, che contrasta col senso di responsabilità delle autorità governative, ufficiali e commissari, che sfidano perfino la morte interponendosi tra gli scioperanti e la truppa. Per comprendere certi umori sotterranei, bisogna rimandare al precedente sciopero di Buggerru del 1903, in cui i minatori chiedevano di essere rappresentati direttamente nella cooperativa di consumo e non attraverso rappresentanti. Affiora, negli scritti degli organi di stampa ufficiali socialisti sui fatti di Buggerru, il risentimento nei confronti dei minatori che «avevano scioperato senza prendere accordi con le competenti organizzazioni operaie». Per la verità, i minatori di Buggerru non facevano parte della Lega minatori, e il segretario della Lega poteva non essere informato dello sciopero. E' per tanto fuori luogo sostenere che soltanto «mercé l'operosità instancabile di Cavallera e Battelli si riuscì ad evitare ogni violenza, quantunque gli operai, specialmente i disorganizzati fossero eccitatissimi» - si presume che i due o tre tesserati fossero calmissimi.

Fra i documenti raccolti sull'eccidio di Buggerru, è doveroso trascrivere l'articolo di Claudio Treves, che centra meglio di ogni altro il bersaglio ed è ben scritto:
«Il sistema della strage. La funebre litania sèguita implacata. La truppa spara sugli uomini del lavoro e li uccide. La Sardegna finora si era sottratta al comun fato. Il suo arretrato patriarcalismo economico era stato fin qui la sua salvezza. Ma anch'essa ha scritto ora la sua pagina nel martirologio del proletariato. Non c'è più plaga d'Italia dove la truppa non abbia versato sangue per soffocare la voce dei lavoratori chiedenti meno avare condizioni di vita. Noi ci irritiamo a scrivere ancora le ripetute parole di protesta. Noi ci sentiamo stanchi di analizzare il fenomeno. Quante volte l'abbiamo fatto! E il risultato è sempre uguale. Ogni sei mesi, una nuova strage di poveri. Alla lunga lo stesso senso di raccapriccio di ottunde. E poi dove è questo senso di raccapriccio? Nelle folle soltanto, nelle folle per una prescienza istintiva che si esprime nell'antico adagio: oggi a me, domani a te. Ma nelle altre classi? In questa borghesia che si attribuisce ogni giorno i titoli di moderna, evoluta, colta, intelligente, ecc.? Niente! I grandi giornali che allo scandalo di Nasi dedicano da quindici giorni tre colonne, non sentono di dedicare un terzo di colonna a questo fatto di cronaca! Due uomini morti, parecchi feriti di piombo governativo! Bell'affare! Che è ciò? Tutt'al più un argomento vieto per le solite declamazioni dei comizi. E i sovversivi stessi a loro volta si sentono quasi imbarazzati nel timore di sembrare retorici a protestare! In verità c'è in queste classi nostre dirigenti una crudeltà cinica e fredda mai nascosta e niente riscattata dagli isterismi improvvisi di certa filantropia liberale! Manca, manca in esse del tutto il senso sacro del rispetto alla vita umana. Questo senso si alimenta non di pathos letterario, ma di una compiuta coscienza dell'uguaglianza civile tra gli uomini. Ed è appunto tale coscienza che è assente. E però è possibile che seguano gli eccidi agli eccidi, le stragi alle stragi, e non abbia luogo mai un processo e non si domandi mai a nessun monturato conto del sangue fraterno versato… Fraterno? Ma che fraterno: sangue plebeo, sangue dei poveri, sangue di contadini ed operai - dove è la sua identità col sangue di lor signori, ricchi, borghesi, ufficiali, gente educata, civile, liberale e moderna?
Questa fraternità è metafora di comizio o di giornale scamiciato, oppure è metafora di ipocrisia parlamentare nei discorsi dei ministri o della corona; ma non è mai un sentimento vero, sincero, vissuto, respirato. E per tanto, dopo la strage di Sardegna ne verranno delle altre. Indubbiamente. Fatalmente, la strage fraterna è continuamente in potenza già nello spirito delle classi dirigenti, nella educazione dei loro figlioli, nella beffarda indifferenza loro verso le reclamazioni e le proteste della folla, nelle sistematiche persecuzioni giudiziarie che seguono dopo gli eccidi - contro gli uccisori? No! Mai - contro i feriti, contro i superstiti. La strage fraterna è in potenza di continuo nella farisaica difesa del principio di autorità nel privilegio concesso all'autorità di violare tutti i diritti più elementari dello Statuto e della personalità umana e di suffragare tale violenza con la violenza maggiore della uccisione in massa al minimo accenno di una resistenza, di una reazione sia pure la più legittima, sia pure la più innocua.
A Buggerru, appena proclamato lo sciopero, la Compagnia chiama i soldati. I soldati vengono. I soldati non sono al servizio della Compagnia? Hanno altro da fare fuorché accorrere alla prima chiamata del capitalista che teme uno sciopero sia per riuscirgli dannoso per il bilancio di fin d'anno? Dunque i soldati accorrono. Accorrono, mentre la Commissione degli scioperanti tratta pacificamente, lealmente coi padroni e mentre la massa degli scioperanti attende pacificamente, lealmente la fine delle trattative. Accorrono i soldati, e gli scioperanti intendono che cosa significa il loro intervento. E' la spada di Brenno gittata dal governo sulla bilancia delle trattative. E' la intimidazione palese, ufficiale contro i ribelli che hanno l'insolenza di chiedere qualche soldo in più al capitalista. E' la livida raccomandazione di mettere testa a partito, ché ci sono dei buoni argomenti per le teste calde. E' la dichiarazione del soffocamento del diritto dello sciopero; è il guai ai vinti! fatto balenare ai combattenti appena entrati in lotta. Infine è il lasciate ogni speranza intimato agli infelici che appena hanno concepito una speranza di minor pena…
Questo dice l'intervento della truppa e questo intendono - oh, non c'è da sbagliare nell'interpretazione! - i minatori di Buggerru quando arrivano i soldati chiamati dai padroni - a far che cosa? se non a reprimere il loro pacifico sciopero? - La chiara coscienza di tale incivile persecuzione contro il loro diritto di uomini, di lavoratori a vendere le loro braccia a più giusta mercede esaspera i più pacifici e mette ad alcuni le pietre in mano… E' il segnale voluto, atteso della strage giuridica, legale, legalissima, che i giornali approvano, che il governo premia, che la Camera applaude come eroica difesa della consegna, come necessaria e doverosa repressione della rivolta, come trionfo dell'ordine e della legge. Ah, tartufi sanguinari che avete provocato, aizzato, esasperato la povera gente per trascinarla ad un gesto, ad un atto di reazione che vi dia un pretesto di mitragliarla giuridicamente in massa.
Questo è il sistema e perciò il caso si rinnova - ed è sempre lo stesso: è stile ordinario di governo - e non servono le proteste. La soppressione pratica - che vale assai più della teorica - del diritto di sciopero non si può altrimenti ottenere, al tempo nostro, che con la strage.
La strage è il corollario necessario, inevitabile, inesorabile della sopraffazione aperta o della coartazione farisaica del diritto di sciopero. L'interesse capitalistico cui serve il Governo impone la compressione dello sciopero mediante la truppa, e la cinica crudeltà che poggia sull'orgoglio di casta fa il resto. Porta la reazionaria opera al suo estremo inevitabile: la strage. La strage è il portato dell'interesse e della barbarie di un elemento economico e di un elemento morale» (G. Treves – Il sistema della strage – in Primavera umana – n. 25 anno 1° - 18 settembre 1904)

4 - Con legge n. 393 del 19 luglio 1906 viene istituita la commissione parlamentare d'inchiesta sulla condizione degli operai delle miniere della Sardegna. L'eccidio di Buggerru ha avuto una vasta eco nella opinione pubblica. La consorteria al potere, demagogicamente mostra di volere finalmente rivolgere la sua attenzione non più sulla situazione delle miniere ma su quella dei minatori.
L'inchiesta, che verrà ultimata nel 1911, è affidata a tre senatori, l'avv. Parpaglia (presidente), il conte Biscaretti di Ruffia (commissario), il duca Caraffa d'Andria (commissario), a tre deputati, il dott. Crespi (commissario), l'avv. Pala (commissario) e l'ing. Moschini (segretario relatore), con due segretari aggiunti, l'ing. Calmerana, ingegnere capo del Distretto minerario di Bologna, e il prof. Dragoni, capo sezione nell'Ufficio del lavoro.
La composizione socio-politica dei membri della commissione dà già alla origine la garanzia (ai ceti privilegiati) della parzialità della inchiesta - non essendo da prendere in alcuna considerazione l'assunto formale di imparzialità proclamato nella fase preliminare dei lavori. Negli interrogatori delle due parti in causa, lavoratori e padroni, si dà preminenza a questi; e ciò che questi asseriscono è preso per oro colato. Mentre sarebbe logico che in una inchiesta che s'intitola «sulle condizioni degli operai» fossero da tenere in considerazione le testimonianze dei lavoratori. La commissione comincia con l'annotare «obiettivamente» che «gli operai non avevano per mancanza di organizzazione potuto dar risposta ai questionari sulle condizioni di lavoro nelle varie miniere, ai quali invece gli esercenti avevano risposto nella loro quasi totalità». (“Atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla condizione degli operai delle miniere della Sardegna” – 1911)
Il padronato fu sentito comodamente adagiato nelle poltrone delle ville, tra un liquorino e una fumata di avana - e non è difficile da immaginare quali discorsi razzisti facessero in combriccola, conti e senatori, ingegneri e padroni, alla faccia di tutta quella povera gente affamata che reclamava giustizia.
Le migliaia di operai che avrebbero voluto presentarsi per testimoniare il loro martirio non furono ascoltati perché «non sarebbe stato possibile e nemmeno utile di sentirli tutti». (“Atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla condizione degli operai delle miniere della Sardegna” – 1911) Pertanto si decide di sentirli attraverso rappresentanti di categoria; e i pochi che si presentarono subirono minacce, ricatti e rappresaglie da parte degli scherani del padronato. Gli operai che testimoniarono, inoltre, furono costretti a duri sacrifici: perdevano la giornata di lavoro e taluno anche il posto; dovevano percorrere decine di chilometri di montagna a piedi per recarsi fino al luogo dove era insediata la «onorevole commissione» - di norma nella cittadina sede del distretto minerario: Iglesias, Guspini, Capoterra, ecc.
I fatti di cui si lamentano gli operai vengono definiti «personali», non controllabili e per ciò senza importanza. L'animus della obiettività di Parpaglia e compari si illumina nel paragrafo sulla «veridicità delle fonti», dove si sostiene che «le risposte date da persone disinteressate, le relazioni di autorità governative devono evidentemente accettarsi con piena fiducia» (“Atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla condizione degli operai delle miniere della Sardegna” – 1911).

Sulla libertà di testimonianza degli operai, riporto qualche stralcio degli «Atti della Commissione» - vol. III:
A. F. - «Noi abbiamo parlato in nome di tutti i nostri compagni molti dei quali non sono venuti per tema di qualche rappresaglia ed altri per non perdere una giornata di paga».
T. S. - «Il caporale ha detto di non venire». D. - «Per qual motivo?» T. S. - «Diceva perché gli operai erano necessari in miniera. Io gli ho risposto: Io vado ad Iglesias, io ed i miei compagni faremo sforzi di lavoro dopo. Ed il caporale ha risposto: Basta che di ritorno da Iglesias io vi faccia riprendere il lavoro!».
L. R. - «Ci voleva sospendere, perché non volevano che ci presentassimo alla Signoria Vostra. Questo l'ha detto un caporale allo scavo».
C. G. - «Ci hanno intimidito».
P. G. - «Hanno detto che non c'era bisogno che gli operai venissero a deporre, perché l'Amministrazione avrebbe mandato una Commissione di operai scelti da essa». D. - «Avete domandato il permesso di venire dinanzi la Commissione?» - O. S. - «Quando l'ho domandato al caporale lo stesso mi ha risposto: Voi siete obbligato a lavorare». D. - «Nient'altro?» - O. S. - «Ch'era una vigliaccheria il venire».

Dal 1860 al 1900 lo sfruttamento delle miniere sarde viene intensificato. La produzione isolana, che è oltre 1/4 di quella nazionale, passa da 22 lavorazioni (42.245 tonnellate di produzione, valore 5.420.000 lire) e 5.235 operai del 1860 a 100 lavorazioni (195.131 tonnellate di produzione, valore 22.123.000 lire) e 14.129 operai del 1900. Rilevante, a livello di produzione dei maggiori paesi europei, è la quantità di piombo e di zinco estratta. Argento ce n'è rimasto ben poco, dopo l'accurato setacciamento dei metallari precedenti.
La commissione Parpaglia si compiace dello sviluppo dell'industria estrattiva per mettere subito l'accento sugli aumentati costi di produzione, quindi sull'eccellenza della organizzazione tecnica (leggi: di sfruttamento) e infine sulle buone condizioni di sicurezza. Gli operai, almeno da questo lato, non dovrebbero lamentarsi. E invece si lamentano, e a ragione:
M. F. - «Dobbiamo scendere per uno stretto e brutto passaggio dove i gradini sono di legno, senza palchetti su cui poter riposare, legati a tracolla i ferri. Spesso il fumo ci opprime… Sì, ognuno è costretto a portare i propri ferri di lavoro, e sono otto o dieci… Non c'è parapetto; scendendo si può scivolare, e manca l'appoggio».

M. E. - «Avviene che quando partono le mine rimangono sempre dei pezzi di roccia sospesi e gli operai sono obbligati a far cadere questi pezzi con pale e picchi. Gli ingegneri dicono ch'è obbligo degli operai far cadere, ritirare i materiali che già sono stati smossi dalle mine e che si trovano in terra, senza che abbiano prima eliminato il pericolo che li sovrasta… Un tal P. nel lavorare con una leva nella galleria Murtas mosse una pietra nello sforzo del lavoro e questo pezzo di roccia cadendogli addosso lo colpì a morte e ferì altri due operai. L'amministrazione, dopo successa la disgrazia, accorse, per le sue constatazioni, sopra luogo, trovò fatto alcune riparazioni, e non potette assodare le responsabilità».

Oltre le testimonianze, sulla insicurezza nel lavoro parlano gli stessi dati di fonte governativa relativi agli infortuni (“Atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla condizione degli operai delle miniere della Sardegna” – 1911). Nei 34 anni che vanno dal 1874 al 1907 sono morti nelle gallerie 715 lavoratori, senza contare ben più numerosi morti in seguito a ferite e a malattie contratte sul lavoro. I feriti a causa di incidenti sono tanto numerosi che la commissione ammette di non essere riuscita «a vagliarne l'esattezza».
Nel quinquennio 1903-1907 si hanno annualmente 1.046 - 2.196 - 1.957 - 2.280 - 2.472 infortunati sul lavoro. Lo sviluppo dell'industria si realizza, in concreto, sul sangue dei lavoratori: gli infortuni sono più che raddoppiati nel giro di 5 anni. Ed è da notare che nei dati appena citati non sono stati inclusi gli infortuni che abbiano provocato inabilità temporanee e parziali, cioè ferite o danni non giudicati gravi dalla amministrazione.

Scrive un minatore sul trattamento riservato agli infortunati:
«Onorevole Commissione, avant'ieri mattina verso le ore 10 un nostro compagno di lavoro, certo C. D. ebbe una ferita al sopracciglio col vagone, essendo scivolato dalla rotaia. E perché in miniera non vi era nessuno, essendo venuti qui per gli interrogatori, il caporale S. G. l'obbligò severamente a lavorare, e il misero dovette umiliarsi contro voglia, essendo sfinito dal gran colpo avuto. La ferita è grave e il taglio è profondo, e il detto caporale, anziché esentarlo dal lavoro e mandarlo all'Ospedale gli negò pure il biglietto di visita medica. Il ferito non mangia, non dorme e pare un insensato. Si vede bene che certi caporali come tanti altri superiori abbiano parte intesa con gli infortunii, ossia con la Società, altrimenti il ferito toccava prontamente mandato all'Ospedale come dice la legge…
Firmato: il fratello del ferito e gli operai della miniera di Monte Grusciau».

Non esistono leggi sulla tutela della incolumità del lavoratore. La legge n. 3755 del 20 novembre 1859 si preoccupa di regolare i rapporti di proprietà e di esercizio. L'altra legge, la n. 184 del 30 marzo 1893, mentre accorda una generica tutela alla vita del minatore, si occupa minuziosamente della polizia nelle miniere, senza fare alcun riferimento agli infortuni, al lavoro delle donne e dei bambini, alle ore lavorative, al riposo settimanale, ai collegi di probiviri. La legge non pone al padronato alcun limite nello sfruttare e nell'assassinare uomini, donne e bambini.
Nel rilevare che non esistono dati sulla percentuale degli operai continentali nelle miniere sarde, la commissione attribuisce tale lacuna al fatto che dal 1899 «non si manifestò più la necessità di tenere distinti nelle statistiche i salari dei minatori continentali» e conclude affermando genericamente che ci sono ancora in tutte le miniere, ma «in proporzione scarsissima rispetto ai sardi».
Dalle testimonianze degli operai, la situazione risulta diversa. Gli operai del Continente sono presenti dappertutto e ricevono un trattamento salariale privilegiato: sempre superiore al salario dei Sardi anche a parità di lavoro svolto. Dove tale trattamento differenziato è stato camuffato - costituendo una ingiustizia palese e una grave provocazione - agli operai continentali vengono riservati i posti privilegiati, da «cani da guardia del padrone»: i caporali, capi-compagnia, cottimisti, gestori di cantina, ecc.

Chiaramente razzista è il giudizio che la commissione parlamentare dà dei lavoratori sardi:
«L'assoluta mancanza del grado d'istruzione anche più elementare non permette di contare su risorse di coltura generale per riparare alle deficienze della preparazione specifica… A questo occorre aggiungere che l'operaio sardo non è neppure di molto rendimento in quanto riguarda la massa di lavoro prestata, soprattutto per le condizioni fisiche depresse e in parte anche per difetto di energia. Su questo tutti gli osservatori sono concordi: così l'ing. Ferraris, il quale ritiene che il rendimento del lavor sardo sia circa il 60 per cento di quello continentale, come Lord Brassey il quale dice che un minatore piemontese in Sardegna guadagnerebbe pressoché il doppio del sardo, come infine molti direttori e caporali interrogati. Ma meglio di queste testimonianze che potrebbero anche ritenersi tendenziose, vengono a provare lo scarso rendimento del lavoro sardo le differenze di salario riscontratesi nelle stesse miniere tra continentali e sardi…» (“Atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla condizione degli operai delle miniere della Sardegna” – 1911).

Altrettanto razzista è il giudizio pseudo-psicologico:
«Moralmente il minatore sardo… è buono d'indole, ma debole di volontà ed insieme con la debolezza della volontà presenta quei caratteri che normalmente l'accompagnano, e tra questi specialmente la diffidenza e la instabilità… Probabilmente non ha torto l'ing. Ferraris, quando afferma che il minatore sardo ha i difetti e le qualità dei fanciulli, e non ha torto specialmente perché ci troviamo di fronte ad una massa ancora relativamente primitiva con le ingenue qualità, le fiducie, gli entusiasmi che l'evoluzione sociale tende a distruggere, ma altresì senza il discernimento, la capacità di resistenza e di sforzo continuo e regolare che la civiltà crea e sviluppa» (“Atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla condizione degli operai delle miniere della Sardegna” – 1911).

Su 15.832 addetti alle miniere nel 1907 i maschi sono il 92 per cento, di età variabile dai 15 ai 50 anni; le donne sono il 5,8 per cento, al di sopra dei 15 anni, il 2,2 per cento sono ragazzi e ragazze dai 10 ai 15 anni. (In Sicilia, nessuna donna è presente in quel periodo tra gli addetti alle miniere, e in Toscana sono presenti nella percentuale dell'1,93 per cento).
I dati relativi al numero delle donne e dei fanciulli impiegati nelle miniere è certamente falso. Molti bambini e molte donne non figurano negli organici delle amministrazioni e quindi nei dati statistici, perché vengono occupati saltuariamente e in attività di rincalzo e comunque in attività vili che perfino lo schiavo-manovale rifiuta.
Le donne percepiscono circa la metà del salario degli uomini, meno di 1 lita al giorno, per 11-12 e anche 13 ore di lavoro: un salario equivalente a 1 Kg. di pane e 2 etti di formaggio. Il lavoro minorile, d'altro canto, è una piaga ancora diffusa oggi nell'Isola, e ne accenno in altra parte di questo lavoro. Dalle testimonianze dei minatori, risulta che la maggior parte di essi è entrata a lavorare in miniera all'età di 10-12 anni.
Nelle miniere sarde si muore per infortuni e si campa poco a lungo, dopo essere stati assoggettati, in un ambiente infernale, a uno sfruttamento bestiale. Rilevando che l'età dei minatori sardi è contenuta tra i 15 e i 50 anni, le teste d'uovo della commissione parlamentare spiegano il fenomeno con «una minore resistenza nei minatori sardi che non in quelli delle altre regioni italiane, e per conseguenza una più scarsa frequenza di minatori di età più avanzata». E' chiaro che i minatori sardi non possono essere sfruttati anche in età avanzata, perché sono morti prima o ridotti a larve umane.
L'organizzazione del lavoro è tale da consentire il maggior sfruttamento del lavoratore e il maggior profitto del capitalista. La molteplicità delle forme di organizzazione (imprese, compagnie con premi, ecc.) è spiegata dalla stessa commissione parlamentare: «Essa (varietà) consiste nella ricerca che l'esercente fa di un sistema, il quale gli consente di stimolare nel modo più efficace possibile, e con la spesa minore possibile, l'attività degli operai» (“Atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla condizione degli operai delle miniere della Sardegna” – 1911).
A differenza di quanto già in uso nel Continente, nelle miniere sarde non esiste un contratto di lavoro, ma semplicemente una pattuizione, dove la volontà dell'operaio interviene soltanto nel momento in cui accetta il rapporto di lavoro «rimettendone la regolamentazione… alla volontà dell'esercente, tanto che talune volte non si pattuisce preventivamente neppure l'ammontare del salario. Ne deriva un'assenza quasi generale di contratti e di regolamenti di fabbrica, assenza che si verifica in ben 48 miniere (92%) con 14.278 (il 95%) operai» (“Atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla condizione degli operai delle miniere della Sardegna” – 1911).
A questo proposito, i membri della commissione sostengono che non sono da pretendersi i contratti di lavoro scritti: «…alla redazione del rapporto scritto potrebbe venirsi soltanto quando vi fosse vera eguaglianza di condizioni tra le parti, non quando l'imprenditore garantisce gli obblighi che assume e l'operaio no».
Le paghe, già bassissime, vengono falcidiate dalle sottrazioni per «sanzioni disciplinari». Non considero rispondenti a verità le tabelle relative alle paghe pubbliche in allegato alla inchiesta Parpaglia, ma quelle che vengono dichiarate dagli operai, che sono: per i minatori specializzati, da L. 2 a L. 2,50; per i minatori, da L. 1,80 a L. 2,00; per i manovali, da L. 1,30 a L. 1,50; per le donne, da L. 0,70 a L. 1,00; per i fanciulli, da L. 0,50 a L. 0,70 - al giorno.
Queste paghe sono diminuite per i lavoratori all'esterno. Per avere un'idea della esiguità dei salari, riporto i prezzi dei generi alimentari d'uso comune tra i minatori: pane, da L. 0,40 a L. 0,50 al kg.; pasta, da L. 0,60 a L. 0,70 al kg.; formaggio, da L. 2 a L. 2,50 il kg.; vino da L. 0,30 a L. 0,50 al litro; lardo, da L. 2,50 a L. 4 il Kg.
Sulla questione dei bassi salari è illuminante la posizione presa dalla Commissione parlamentare, cioè dal governo, cioè dai padroni: «Giudicare se è giusta l'asserzione degli operai che il loro lavoro è troppo scarsamente retribuito o se invece ha ragione il presidente della United Mines quando dice che "il livello dei salari del minatore sardo è indubbiamente basso, ma è probabilmente pagato per l'intero valore (del lavoro) che compie", non rientra nel compito assegnatole (assegnato alla Commissione) e d'altra parte non sarebbe né agevole né consigliabile». Infatti, compito delle onorevoli puttane era quello di farsi un giretto distensivo in colonia a spese dell'erario: a parte i cospicui profitti che traevano dai loro possedimenti, a parte i non miseri salari di senatori, deputati e professionisti con annessi e connessi, si erano pappati oltre 25.000 lire di sole indennità di viaggio - esattamente il salario medio giornaliero di 25.000 minatori.
Sono tante le forme di sfruttamento della cosca internazionale che rapina i minerali sardi che elencarle tutte è lavoro improbo. Ne citerò alcune tra le più diffuse e le più infami: i cottimi, le multe, le cantine.
Il cottimo era studiato per aumentare la produzione costringendo l'operaio, con l'allettamento di qualche centesimo in più, ad ammazzarsi di lavoro, e per arricchire, coi padroni, quella categoria di sanguisughe dette «cottimisti». Veniva promesso, oltre la paga giornaliera, da L. 0,50 a L. 0,10 per tonnellata estratta in più a squadra. Se la squadra otteneva un risultato buono, superando cioè le 10 tonnellate, il di più non veniva pagato o comunque veniva diminuito il prezzo del cottimo pattuito, di modo che all'operaio non si dava in più che pochi centesimi a conclusione del suo sacrificio. Queste variazioni - che per me sono una truffa - per la commissione d'inchiesta sono legittime:

«Non è che importino malafede da parte dell'esercente, né intenzione di frodare gli operai, poiché dipendono piuttosto dall'intento di non far subire agli operai sbalzi troppo bruschi di guadagno, in modo che quando si scorge che con le tariffe vigenti l'operaio consegue un guadagno troppo forte, vengono ribassate, mentre esse vengono rialzate quando si scorge che l'operaio potrebbe conseguire un guadagno troppo scarso» (“Atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla condizione degli operai delle miniere della Sardegna” – 1911).

Con le multe si salassa ulteriormente il lavoratore e lo si tiene inquadrato col ricatto. Il regolamento dei padroni prevede le seguenti sanzioni disciplinari: ammonizione, multa, sospensione, licenziamento, che vengono usate ad libitum per qualunque mancanza anche minima, come per esempio il parlare con un compagno, e in particolare vengono usate contro operai di idee socialiste o che comunque non si assoggettino totalmente alla volontà dei superiori. I padroni sono rappresentati nel luogo di lavoro dai «caporali» (tra questi esiste tutta una gerarchia). Le multe sono salate: vanno da 1/4 a 1/2 del salario nelle mancanze lievi; a tutto il salario nelle gravi. E nelle gravissime, si arriva alla sospensione di 15 giorni o al licenziamento. Chi decide della minore o maggiore gravità della mancanza è ovviamente il direttore della miniera, sentito il parere dei caporali. I caporali, quasi tutti continentali, sono odiatissimi dai minatori, forse più di quanto non lo siano i direttori e i padroni.
Con le cantine, le amministrazioni si riprendono interamente i salari di fame dati ai lavoratori, e inoltre li costringono a indebitarsi, legandoli mani e piedi allo sfruttamento. Le cantine sono gli unici negozi di alimentari e di merci varie esistenti nelle zone minerarie; e in queste soltanto, i lavoratori possono acquistare ciò che occorre per vivere. Le amministrazioni delle miniere le organizzano e le fanno funzionare direttamente attraverso loro fiduciari. «La cantina è il primo filone di guadagno dei padroni della miniera», dirà un operaio alla commissione.
Non solo i generi alimentari e le merci delle cantine sono scadenti; non solo i prezzi sono maggiorati; ma vi si pratica il truk-system (mi piace tradurlo «sistema a trucco»!), cioè il pagamento in natura del salario. I padroni consegnano, al posto del salario in moneta o come parte di esso, dei buoni utili per l'acquisto nelle loro cantine. Era considerata «mancanza gravissima» quella del minatore che non acquistasse nello spaccio padronale, e veniva di conseguenza licenziato. Le cantine davano anche a credito. La somma relativa alla merce acquistata a credito veniva registrata come debito e maggiorata con un forte interesse. Le cantine concedevano anche piccole somme di denaro a prestito, che venivano poi sottratte dalla paga quindicinale. La stessa commissione rileva che il prestito a usura arrivava all'interesse del 700 per cento! Una volta afferrato nell'ingranaggio del truk-system, l'operaio non ne usciva più: poteva salvarsi soltanto con la fuga, dandosi alla latitanza sui monti della Barbagia o emigrando in Africa.
La maggior parte dei minatori lavorano all'interno. Nelle gallerie trascorrevano gran parte della giornata. Vi mangiavano, anche, sbocconcellando la fetta del pane senza interrompere il lavoro, perché a differenza dei lavoratori esterni, delle donne e dei bambini, non godevano neppure della mezz'ora di pausa. Le ore di lavoro minimo erano 8, che diventavano anche 12 e più con l'allettamento dei cottimi. Il resto del loro tempo lo trascorrevano in lerce baracche di fango e paglia o in sconnessi cameroni per i quali dovevano anche pagare all'amministrazione. Testimoniano i minatori:

C. A. - «In una casetta fabbricata da me pago L. 4 al mese (i padroni pretendono il fitto per aver concesso al costruzione nel terreno di loro proprietà - n.d.a.): due camerette, di cui una fa da cucina e ci dormo io e un figlio maschio, nell'altra mia moglie con cinque figlie. Ed è in tale condizione tale casetta che ha la luce senza che si apra la finestra».
A. R. - «Sono con un compagno e paghiamo L. 2,50… il tetto non esiste perché la copertura è di fango e canne, la casetta è tanto umida che siamo tutti malati con dolori».
Domanda: - «Come sono gli alloggi?» - L. L. - «Gli operai vivono nei cameroni, come porci, sdraiati in terra». Domanda: - «Come? su un pagliericcio? una tela forte?» - L. L. - «No, su un cespuglio secco, della cosiddetta erba di Santa Maria».
F. A. - «L'amministrazione ha concesso il permesso di costruire a qualche capo-compagnia. Il permesso ai minatori non lo danno, ai caporali sì».
Domanda: - «In quanti siete nei cameroni?» - M. D. - «Secondo. In qualcheduno 12, 13, 14, una volta siamo arrivati fino a 30»;
C. E. - «Nei cameroni dove sono le famiglie il pavimento è selciato, in quelli degli scapoli no». - Domanda: - «Ci sono le brande? Le ha date l'amministrazione?» - C. E. - «Le brande le abbiamo comprate noi; quelli che non hanno potuto dormono per terra sull'erba secca».

E' tanta la fame nell'Isola - specialmente nei paesi agricoli dei Campidani - che per sopravvivere molti vanno a scavare pietre in miniera. Sono in grande maggioranza braccianti agricoli, e una volta arrivati nel posto di lavoro devono improvvisarsi muratori e costruirsi una tana - tanto più se hanno famiglia con sé. Non stupisce che la maggior parte dei minatori sia celibe.
Sulla questione alloggi, i membri della commissione scrivono:
«Fu già accennato come questo delle abitazioni sia uno degli argomenti che la relazione ministeriale accennava fra quelli che la Commissione avrebbe dovuto tener presenti nei suoi studi ed è infatti uno dei più discussi ogni volta che si parla delle condizioni degli operai sardi. Effettivamente chiunque visiti gli alloggi operai presso le miniere rimane colpito dalla ristrettezza degli ambienti, dalle costruzioni trascurate, dalla pavimentazione insufficiente e soprattutto (sic!) dalla trascuratezza nella manutenzione e nella pulizia. Specialmente nei cameroni questa impressione si accentua e si rende anche più penosa, sia per la prossimità dei giacigli, sia per la maggiore sporcizia, sia infine per la frequente mancanza di letto o di branda, sostituiti da coperte o da cenci o anche dal classico (sic!) giaciglio di erbe secche. Si spiega dunque come un fatto così appariscente abbia impressionato molti e come si sia formata la opinione comune che questa delle abitazioni è una delle maggiori piaghe di cui soffrono i minatori sardi. INVECE LA COMMISSIONE D'INCHIESTA NON PUO' ACCOGLIERE QUESTO CONCETTO SENZA MOLTE SPIEGAZIONI E RESTRIZIONI. SE SI INTENDE DI AFFERMARE CHE LE CONDIZIONI DELLE CASE DI MINATORI NON RAGGIUNGONO DI REGOLA NEPPURE IL MINIMO DI COMODITA' E DI IGIENE CHE UN UOMO MODERNO RITIENE INDISPENSABILE CERTO NON E' POSSIBILE DISSENTIRE. MA SE INVECE SI VUOL DIRE CHE TALI CASE SONO PEGGIORI DI QUELLE ABITATE DAI CONTADINI NELLE STESSE LOCALITA' O SE SI VUOLE ADDOSSARE OGNI COLPA DELLO STATO DI FATTO ESISTENTE AGLI ESERCENTI DELLE MINIERE (và a toccarglieli! - n.d.a.) SI DANNO DUE GIUDIZI CHE LA COMMISSIONE RITIENE NON IN TUTO ESATTI. LA COMMISSIONE HA VISITATO ACCURATAMENTE LE ABITAZIONI DI DODICI FRA LE MAGGIORI LAVORAZIONI, QUELLE DEL CENTRO DEI COMUNI MINERARI PIU' IMPORTANTI, ALTRE DI CENTRI NON MINERARI E SI E' FORMATA LA CONVINZIONE CHE LE CASE IN MINIERA, LASCIANDO DA PARTE I CAMERONI (non si capisce perché lascino da parte i cameroni, che costituiscono per la maggior parte gli alloggi dei minatori - nda) SIANO NELL'IGLESIENTE TALORA SUPERIORI A QUELLE DEI CENTRI COMUNALI IN CUI ABITANO I MINATORI, O ALMENO NON INFERIORI AD ESSE E CHE SIANO SPESSO MIGLIORI DI QUELLE DEI CENTRI RURALI» (“Atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla condizione degli operai delle miniere della Sardegna” – 1911).

C'è da chiedersi, dopo la descrizione che viene fatta delle abitazioni dei minatori, definite poco meno che letamai e porcili, come fossero le abitazioni nei comuni sardi e in particolare nei centri rurali.
Dato l'ambiente inquinato e pieno di mortali insidie, dati i ritmi di lavoro massacranti, data l'alimentazione a base di pane e acqua (un minatore, richiestogli se mangiasse carne, risponde: «La carne la mangia l'ingegnere, noi una volta all'anno, per Pasqua»), data la precarietà e la insalubrità degli alloggi, non c'è da stupirsi che la morbilità e mortalità raggiungano cifre molto alte, sempre di molto superiori alle cifre relative ai minatori delle altre regioni d'Italia.
I membri della commissione ritengono di dovere attribuire alle condizioni di lavoro soltanto la metà delle cause di morbilità e mortalità; l'altra metà di responsabilità andrebbe al clima. Si poteva parlare di insalubrità del clima nelle zone acquitrinose e malariche, non su quei monti aperti sul mare. Numerosi visitatori trascorrevano le loro vacanze lungo le coste dell'Iglesiente; e non consta che alcuno della commissione, venendo in Sardegna a fare l'inchiesta si sia buscata la silicosi o l'ernia o l'angina o la pleurite o il catarro nasale e bronchiale o i reumatismi o qualcun'altra delle cento malattie professionali (e non dovute al clima) del minatore. E neppure devono essersi buscata la scabbia, diffusissima a quei tempi, «indice triste della trascuratezza degli operai», i quali, anziché farsi il bagno coi sali al pino silvestre, messi a loro disposizione all'imboccatura di ogni galleria, serviti dalle stesse signore dei direttori delle miniere, preferivano «di sopportare lo schifo e la molestia» - come scrivono, storcendo il naso, le onorevoli puttane.
L'assistenza sanitaria è una macabra farsa. Se l'operaio si ammala o si ferisce per infortunio gli viene tolto il salario e il credito nelle cantine. Se il male è giudicato lieve dal medico (creatura del padronato) o in mancanza del medico dal caporale, l'operaio può fare 5 giorni senza lavorare, naturalmente senza paga. Se il male viene giudicato grave, egli viene licenziato e mandato a crepare nel paese di origine o, ipotesi rara, ricoverato in un ospedale, dove riceve una formale indennità di L. 1 al giorno (formale, perché la Cassa di soccorso, manovrata anche questa dall'amministrazione se ne trattiene la metà). Dopo 45 giorni, la lira veniva ridotta a 50 centesimi (meno la solita metà trattenuta). Da notare che le Casse di soccorso - istituite dai padroni - trattenevano dal 4 al 5 per cento del salario come «contributo».

In relazione alla liquidazione infortuni, gli onorevoli scrivono:
«…gli operai sospettano (sic!) che non sempre le liquidazioni avvengano nella precisa misura che la legge vorrebbe rispetto alla gravità dell'infortunio, perché sostengono che i medici situati nelle zone minerarie sono tutti legati alle Amministrazioni di miniera e rilasciano quindi certificati attenuanti di molto la gravità delle lesioni. Si cercherebbe in altre parole di ribassare al minimo possibile il numero d'infortuni leggeri, dichiarando guariti entro i 5 giorni infortunati che non lo erano (guariti), e di diminuire per quanto possibile i casi di invalidità permanente… La Commissione NON AVEVA MEZZO DI CONTROLLARE LA VERITA' DI QUESTE ASSERZIONI E NEPPURE HA CREDUTO DI DOVERLO FARE, poi che non le è sembrato pertinente al suo ufficio di ricercare minutamente se l'andamento tecnico dell'assicurazione fosse in tutto corretto, ma soltanto che le spettasse di rilevare nettamente e sicuramente fatti e circostanze generali. Essa non può quindi affermare che tutto quanto dicono gli operai sia esatto, vuole anzi ammettere che nessuno dei fatti asseriti sia vero, che la correttezza più scrupolosa risieda al rilascio dei certificati» (“Atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla condizione degli operai delle miniere della Sardegna” – 1911).

I fatti denunciati allora dai minatori erano tanto veri che continuano a verificarsi ancora oggi:
C. F. - «Portano il malato, che non è in condizioni di camminare, sopra un carretto, come se si trasportasse un animale morto, un asino…».
M. F. - «Altro inconveniente è il licenziamento degli operai colpiti da infortunio…».
C. F. - «Niente si dà ai feriti guariti entro i 5 giorni, ciò che avviene spesso perché facilmente il medico dichiara guarite le ferite entro questo termine».
V. F. - «Sono nato il 4 luglio 1878 (ha 30 anni, quando testimonia - nda) a Bonarcado, risiedo in Iglesias con mia moglie ed i figli. Sono minatore e devo reclamare per trattamento fattomi per un infortunio capitatomi sul lavoro, essendomi andata picchettando una scheggia nell'occhio. Appena avvenuto il fatto lo denunciai al caporale, ma, avendomi detto che andassi a lavorare perché era cosa da nulla, ripresi il lavoro. Però, dopo un paio di giorni, essendomisi il male all'occhio aggravato, pretesi che mi fosse fatto il buono per la visita medica. Sono andato dal dottor Atzeni, il quale osservato l'occhio disse: «E' cosa da niente». «Ma io ho un pezzetto di scheggia nell'occhio!» «Andate via!» replicò «Voi andate in cerca d'infortunio». Dopo nove giorni è comparsa una macchia bianca…» - Domanda: - «Avete reclamato?» - V. F. - «Sì,» - Domanda: «Avete riscosso nulla per questo vostro infortunio?» - V. F. - «Nossignore: nulla». - Domanda: - «Il medico era alle dipendenze della Amministrazione della miniera?» - V. F. - «Sì. Si dice di accordo con la società per la liquidazione degli infortuni, e quindi interessato». - Domanda: - «Adesso lavorate?» - V. F. - «Lavoro stentatamente, e non ci vedo con l'occhio offeso…» (il poveretto lamentava una cosa «così da niente» da essere diventato cieco, e la società, oltre ad avergli negato l'infortunio, lo costringe a lavorare per non pagargli l'invalidità - nda).
D. M. - «Ho avuto un guasto alla mano e mi presentai al medico che si rifiutò di prestarmi le sue cure…».
C. L. - «Io ho avuto un infortunio ad una gamba che non venne denunciato, e tanto per accontentarmi, l'Amministrazione mi aumentò la paga da L. 2,20 a L. 2,45».
M. A. - «Solamente per le disgrazie gravi si liquida l'indennità. Se un operaio si fa un taglio, una ferita ad una mano, appena curato è rimandato al lavoro; alcune volte si attende il 4° o 5° giorno, perché il medico è troppo disposto a dichiarare guarito, abile al lavoro l'infortunato».
Domanda: - «V'è l'ospedale per ricoverare i malati?» - M. A. - «Sì, ma nei casi gravi. L'Amministrazione dà gratis le medicine, ma solamente le comunissime, di poco prezzo»; - P. G. - «Non si somministra che chinino, olio di ricino, qualche carta di Brescia…» - M. M.G. - «…e sale inglese». (Esattamente come col Biafra, dove le «congreghe di beneficienza capitalista» mandavano vitamine per stuzzicare l'appetito e lassativi, per «alleviare» la carestia - nda).

Può darsi che per ragioni di stile non rientri nella economia di questo libro una serie di testimonianze di minatori sulle loro condizioni di lavoro e di vita; ma al di là di ogni considerazione suonerebbe oltraggioso nei confronti della mia gente escluderla in quei pochi momenti in cui ha potuto esprimere la sua opinione.

Iglesias, 7.5.1908.
«Ah, vivendo in questo mondo ai tempi d'oggi le nostre condizioni sopra il trattamento in quanto alle miniere di Sardegna, massime in questo punto, bacino minerario d'Iglesias, è assolutamente di più pessima condizione e cattivo stato.
Perché?… Perché la legge che è stata decretata oggi qui, è più in favore a questi sbirri e farabutti di superiori minerari che al povero operaio minatore…
Come pure io sottoscritto… sfortunatamente venuto in questa terra del bacino iglesiente, a questa miniera per lavorare, credendo che si guadagnasse qualche lira in più e che si potesse vivere un po' discretamente; ma al contrario ho trovato tutto invano ed ho visto già che in mezzo c'è dovuta nascere una grande camorra…
Ho lavorato da parecchio tempo da minatore nella miniera di Masua - Società Tacconis Sarrabus - ebbene, ho perso una giornata per massima circostanza di malattia - mi sono recato all'ufficio onde potermi fare il biglietto per rientrare al lavoro per lavorare - e mi hanno dovuto fare invece il biglietto come un liquidamento di conto… e mi sono visto all'istante spontaneamente licenziato - buttato in mezzo alla strada alla sventurata sorte - carico di una numerosa famiglia senza saper come posso dare il nutrimento per sustenere la famiglia - essendo stato licenziato senza nessuna occupazione di lavoro varie settimane.
Per fortuna sorte mi sono trovato al più punto di miseria e mi hanno dovuto dare il posto per lavorare a Nebida - e sono lavorando tutto a malinconia e cattiva voglia… Perché?… Perché mi trovo malcontento tanto per la paga che per l'alloggio, e poi per le condizioni di lavoro, ed ancora per il trattamento dei nostri superiori…
La paga è un po' scarsa e misera, solo che di lire 2,20 al giorno… e con lire due e venti non si può mai vivere e neppure campare - che se mangia non si veste, e vive sempre più in miseria…
L'alloggio è molto duro, salato; e ci fanno pagare l'impossibile; e poi non sono case di poter vivere - che sono come le baracche dei confini d'Egitto - si vive come gli animali selvatici, non sono case di vivere cristiani della terra…
Intanto gli operai sono tutti a queste lagnanze verso il trattamento che ci fanno, che ci comportano come bestie e non come cristiani… ci fanno condurre presso il posto di lavoro quasi più di un'ora prima ogni giorno - e l'olio per la candela non ci basta mai, per fare la giornata intiera di otto o di nove ore…
I prezzi dei viveri alimentari di cantina sono pessimi, e poi sono molto raffinati nel peso, che ne rubano l'anima del mondo. Il pane certi giorni è buonissimo, ma quando toccano a farlo cattivo non ne mangiano nemmeno i porci… In quanto a fare la festa domenicale e qualche altro giorno, non lo sentono mai, e non ne vogliono mai fare; e quando ne fanno, ne fanno una volta su cento… E più ancora, se un operaio di sente in cattivo stato di malattia e va all'ospedale, il medico non gli dà mai la sua giusta medicina che gli spetta, ovvero che gli occorre alla sua salute: è sempre il contrario: dà solo che del sale inglese e dell'olio ricino per qualsiasi malattia di corpo…
…la nostra vita sardignola è troppo più cattiva che buona, perché nelle miniere di questo bacino minerario inglesiente non ci si può stare, nemmeno solo che un minuto secondo, di più no… perché ci troviamo più morti che vivi…».
S. O. A. - Minatore d'Oristano

Nebida, 7 maggio 1908
Gli operai sottodescritti espongono:
«Costretti a ricercare lavoro nei centri minerari, abbandonare patria e famiglia per rendersi schiavi del lavoro e delle ingorde e insaziabili amministrazioni minerarie, viviamo sotto un vincolo di pene e di dolori. La dolce speranza che in noi regnava nel momento del distacco familiare è del tutto svanita: alla miseria dei nostri paesi è subentrata la fame delle miniere.
I lavori che si compiono sono enormemente gravosi poiché si lavora per dieci ore continue sui piazzali e per otto ore nelle gallerie; dal lavoratore pretendono la vita, lo rendono schiavo e ne fanno il loro piacere. Dopo che i migliori anni della sua gioventù si sono spesi per la miniera, in ricompensa ci vien dato per la vecchiaia l'espulsione dal lavoro per inabilità, oppure anche con gli anni sulla gobba si è costretti a lavorare per poter vivere.
In Italia tutta e tutti godono in seguito all'ultima legge il riposino festivo, tranne che noi, operai della miniera di Nebida: ciò è stato preteso da noi medesimi, per la semplice ragione dell'irrisoria paga che ci viene corrisposta, poiché si mangia anche il giorno festivo, e per noi se non si lavora non si mangia.
Il minatore vien pagato giornalmente con lire 2,20 e 2,50 massimo; il manovale con lire 1,65 minimo e 2,00 massimo. Per un padre di famiglia ce n'è da mangiare e bere - dicono i Signori dell'amministrazione, mentre in realtà si muore d'inedia.
Tale ribasso di paga è avvenuto da anni, poiché prima ci veniva corrisposto L. 3,50 minimo ai minatori e L. 2,50 ai manovali, tempi in cui il lucro era ancora minore di oggi perché non si conoscevano bene i minerali e non erano ricercati come oggi. Perché simile sconcezza?…
In aggiunta della misera paga, veniamo poi strangolati dall'usura e dal rincaro dei viveri che si ha nelle locali cantine, poiché non contenti del 50% e spesse volte del 100% di guadagno ci offrono delle vivande non buone e specialmente il pane, unico alimento dell'operaio. E ciò perché manca del tutto la sorveglianza igienica…
Il servizio sanitario è trascurato del tutto per l'assoluta noncuranza del medico e per la mancanza delle medicine. Causa la povertà l'ammalato è costretto a morire, poiché non ha il necessario per potersi far visitare da altro medico: l'unico conforto che ci dà è di dire: Crepate pure, tanto siete in molti…
Proponiamo e richiediamo:
Contratto di lavoro; salario minimo per ogni categoria di operai ed aumento; riposo festivo; paga quindicinale, senza ritenzione; pensione ai vecchi operai di miniera; ispettorato operaio per gli infortuni; ribasso dei viveri ed applicazione severa delle leggi sull'igiene con apposita sorveglianza; miglioramento per gli alloggi; inchiesta per il servizio sanitario ed espulsione del medico locale; regolare l'orario del servizio postale a quello degli altri uffici del regno».
F. S. manovale - L. G. manovale - T. F. minatore -
C. A. manovale - e altri.

Masua, 8 maggio 1908

«…E' questo un grido, una protesta unanime. Dappertutto si lamenta esternamente la più squallida miseria, conseguente alla mancanza del conferimento del salario giornaliero. Difatti: qua, un uomo, un secondo Sansone, che certo non fa desiderare di meglio da parte dell'Amministrazione per l'opera sua, viene pagato col grottesco, misero salario di L. 1,70 al giorno.
Basta ciò perché un individuo, senza far male agli altri, possa menare tranquillo i giorni della sua esistenza? Impossibile! Impossibile perché tale salario viene assorbito dalla parca spesa che l'operaio è costretto a fare nelle cantine tenute per conto dell'Amministrazione e che pure vengono esercitate sotto il nome di Cooperativa.
Difatti nella Cooperativa di Masua i generi si vendono ad un prezzo elevato il doppio di quel che valgono e di quello che si vendono in altre cantine. Ed i signori commessi di cantine non mancano, potendo, di esercitare le loro piccole angherie e ruberie. Difatti non è raro il caso di un operaio che non sa né leggere né scrivere, che quando ricorre ad un individuo che possa leggergli il libretto e dirgli quanta spesa ha fatto, senta dirsi che abbia preso il doppio di quanto effettivamente ha preso…
Qua a Masua l'operaio è proibito di tagliare la legna da ardere fresche o disseccate… Non è raro il caso di operai che comprano le casse di petrolio o di altro per poterne far fuoco per uso di cucina…
Gli operai di Masua

Miniera di Sedda Moddizzis, senza data.
A nome dei compagni riunitisi per discutere sulla situazione, un minatore scrive alla Commissione:
«Svolgo… il vero dolore, la vera miseria e gli atroci misfatti che la classe operaia (subisce) e prego all'Eccellenza Vostra di volersi trattenere per ascoltare tale polemica questione. Entro nell'argomento e con cuore di vero operaio dico… che più di una volta desideravo d'essere accolto presso la Camera del Ministero per poter discutere ciò che nel suore dell'operaio era da tempo e da tempo immerso nel fondo del mare…
…Non vi stupisca il nostro parlare perché sarà noioso, ma con ragione (perché) da moltissimi anni frequentiamo l'operato minerario, e già da vari anni si osserva un cambiamento nell'utilizzarci, cioè l'economia che man mano ascende a ridurre l'operaio all'orribile miseria: talmente miseria che fino dal 1895 incominciarono gli scioperi nelle miniere di Buggerru ove gli operai portati ad un punto assai stretti dalla miseria dovettero darsi agli scioperi. Quali provvedimenti e quali miglioramenti ebbero? Ne ebbero… il licenziamento e in seguito la triplice miseria, perché gli operai licenziati da tale miniera non li rioccupavano in posti di sorta; e così in seguito, per quanti scioperi si è (fatti), pochissimo è stato il beneficio che si è avuto; quindi s'è fatto tanto con la politica, si è fatto altresì in via di fatto, ma così si è rimasti: male si stava prima ed ora peggio.
Le Amministrazioni della Pertusola, della Vieille Montagne e la Società Malfidano ed ancora altre società minerarie hanno le coltivazioni delle miniere in Spagna, in Africa, Francia e Germania e in tanti stati esteri, e pagano l'operaio con una mercede abbastanza (buona); notando questo, che le spese di trasporto essendo (lì) assai più aggravate che non quelle della nostra Sardegna…
10-30 anni or sono in Sardegna v'era la sola coltivazione dei minerali argentiferi e di antimonio, e non (si) conosceva ancora la produzione della calamina; (allora) l'operaio era pagato con salari quasi triplici a quelli che le Amministrazioni pagano oggidì e i prodotti costavano meno che oggi, mentre adesso abbiamo… produzione in più, prezzi delle stesse produzioni in forte aumento (eppure) l'operaio è pagato un terzo di salario di quello che era prima; e le materie di prima necessità della vita (sono) in aumento rilevante, che costringe l'operaio a mangiare tanto a stento perché non muoia nelle sue dure fatiche minerarie.
Chi causa tale miseria? Non i diretti amministratori, ma bensì gli indiretti amministratori, specialmente i signori Direttori che non pagano l'operaio in nessun termine - cioè se l'operaio lavora a giornata non gli vogliono dare più di 1,60 con un aumento classico fino a L. 2,60; e se si tratta di dare il cottimo, cioè ad impresa, succede che quando l'operaio s'è sacrificato tanto per guadagnare quel tanto da regger la famiglia, succede che quando questo operaio si presenta alla paga, se col cottimo ha guadagnato L. 4 o 8 gli si paga la sola giornata, dicendogli che il contratto non era quello, e quindi bisogna accontentarsi di quello, oppure perdere il posto. E quando poi si va in via giudiziaria, al legge domanda il contratto legale, cosa che nessuna delle Amministrazioni accetta dall'operaio; e questo succede tutti i giorni nel bacino minerario dell'Iglesiente…
Quali paghe percepiscono gli operai delle miniere? Diverse. Dividiamole in categorie e principiamo a dire: manovali di laverie, di 16-22-25 anni, lavorano dalle 6 antimeridiane alle 6 pomeridiane… e la paga è di 1,40-1,60-1,80… Ma ora come (può) vivere un operaio solo, che, per mangiare, non bastano codeste paghe?…
L'operaio solo, che non ha famiglia in miniera, e che sia celibe, prendendo lire 41,60 mensilmente (notiamo che l'operaio è pagato solamente i giorni feriali, cioè quelli che lavora) e quindi, se lavora per sole lire 41,60 e se durante il mese ne spende lire 60 mangiando solo pane e minestra per non morire, da dove prende queste lire che mancano per poter far fronte alle spese da lui fatte? E notino che non può l'operaio né vestirsi né mandare alla famiglia sussidio; qui tutti siamo obbligati, anche chi è celibe avrà la madre o il padre; e chi ha la sua famiglia deve pensare a moglie e a figli; e se questi debbono soddisfare a tali bisogni, occorre di non pagare dove gli hanno somministrato i viveri, (deve) scappare dalla patria natia e andare all'estero con la certezza di non più rivedere né la sua patria né la sua cara famiglia. E tutto questo perché?
Perché mai nessuni sono venuti a tutelare i nostri diritti, e quando rivoltosamente ci siamo protestati ci hanno messi con le spalle contro le mura.
E questo è per chi è solo. Ed ora vediamo un padre di famiglia che lavora nell'interno dove il pericolo corre (ad) ogni istante, ove la vita viene guastata, perché dopo che un operaio ha fatto quelle otto ore rinchiuso sotto terra, dove non si respira che aria morta e fumo d'olio da ardere, di modo che quando rivede alla sera la luce di Dio col viso di moribondo alza gli occhi al cielo e dice: Anche oggi sono salvo dalla morte. Però mille idee gli assalgono la mente, perché pensa che la giornata da lui lavorata non basta a sfamare i bambini e la moglie che lasciava dalla mattina nella caverna…
Ora andiamo a fare questi calcoli… Un operaio interno, cioè minatori e manovali hanno un salario nella nostra amministrazione già migliore…; al manovale, a L. 2,50 bisogna levare 15 cent. di olio e cotone che serve nella giornata e gli rimane L. 2,10; un minatore prende 2,40-2,60 e levando 15 cent. di olio rimane la giornata di 2,25-2,45; cioè una paga mensile di L. 54-63,40… ora, se questo padre di famiglia spende per mangiare, solo pane e minestra, senza pensare né a pagare fitto di casa, né a vestito, né a bere un bicchiere di vino per aiutargli le forze se lavora, L. 76,50: da dove deve tirare la rimanenza per pagare i suoi creditori? E un operaio che lavora in tale fatica avrebbe bisogno di mangiare un pezzo di carne o un piatto di pasta asciutta la domenica?
Ma questo non lo può fare, perché facendo già una stretta economia, mangiando solo pane, rimane sempre in un debito che dopo pochi mesi è obbligato a cambiare creditori, perché facendo ogni mese 10-15 lire di residuo e non potendoli più pagare, anzi aumentando di mese in mese il debito, ci vediamo citati nanzi il conciliatore, per 50-60-80 lire di viveri somministrati…
Domandiamo noi: come deve fare l'operaio quando si trova in mezzo a queste dolorose faccende? Che pensare? Che fare? Cambiare posto di lavoro: ma quando ha fatto questo, è sempre lo stesso, perché appena sanno dove si lavora, l'usciere corre. Quando poi siamo stretti nella vera miseria, dobbiamo ricorrere ai grandi misfatti o abbandonare le nostre famiglie. E perché devono accadere tali cose? Per mancanza di provvedimenti.
Ora entriamo a fare conoscere le cause che hanno causato tali danni agli operai… Da quando gli artigiani agricoli ebbero una paga assai piccola nel lor lavoro d'agricoltura, dietro la grande istruzione sviluppatasi e il gran progresso, i proprietari cominciarono a voler sfruttare i suoi agricoltori per mantenersi nel lusso e per fare dei loro figli tanti avvocati, e dottori e preti. E quindi vedonsi questi agricoli così malcontenti incamminarsi verso le miniere.
Chi arriva col treno, chi a piedi, stanchi del cammino e ancora della fame, e arrivati nelle Amministrazioni minerarie chiedevano il posto di lavoro, facendo l'opera a metà prezzo di quelli che già erano occupati. E per chiudere il discorso al più breve, dico una frase sola, cioè quando poi non ne volevano (di manodopera, questi agricoli) trovandosi alle strette si offrivano agli amministratori, purché gli dessero il lavoro, per il solo pane. Allora succedevano tanti guai, perché l'incaricato della paga dava a questi una mercede di lire 1,40 e 1,60 e da questo succedeva che si rubavano il mangiare l'uno con l'altro, perché con questa paga non si può tirare innanzi, perché col solo pane non si può vivere…
Quale veleno non sarà per noi, sentendo che le amministrazioni guadagnano 15-20-30 milioni per campagna; che un direttore percepisce 25-30 mila lire all'anno di stipendio senza le gratifiche; che un ingegnere, un contabile un capo-servizio hanno di sola gratificazione non meno di 1.500 lire che equivale a L. 4 al giorno di regalo - mentre noi operai interni che leviamo i tesori di sotto terra non vogliono darci una paga da poter vivere; che se non possiamo marciare in carrozza né in automobile, almeno levarci la fame e poter almeno dire: Sono lavorando e almeno mangio un pezzo di pane senza pensieri.
Ma per dire così noi ignoranti, non sarà per i nostri tempi. Perché mille promesse sono state fatte e per quanto siamo stati bravi e quieti nulla s'è avuto. S'aspettava tanto fin dal 1895 ma tutto era morto. Ed oggi vogliono riaprire una ferita dimenticata, ma ancora lacera, poiché per tanto che la si sia curata, sempre vi è un'infiammazione. Infiammazione che se on si trovano altre cure in breve tempo si muore. E così si griderà fino alla tomba: crudeltà e infamia».
Un minatore a nome dei compagni della miniera di Sedda de Moddizzis.

Gonnesa, 12 maggio 1908
«Noi operai della miniera di Mont'Anixeddu col più immenso dolore veniamo oggi dinanzi alla onorevole Commissione a reclamare il dolore e la miseria che ci atterrisce; le cattive idee che conservano nella nostra amministrazione. E quindi esponiamo… quando segue:
Il nostro direttore - così detto perché ha la miniera per conto suo… a noi non ci vuole dare una paga non più di L. 2 e 2,20 mettendo noi l'olio e il cotone per cui occorre cent. 20 in tutto… ci obbliga a lavorare più di otto ore e con questo: che quando non si può fare 120 cm. di mina succede che ci mettono la multa oppure ci tolgono 1/4 e 1/2 giornata di lavoro, dopo esserci sacrificati per dare a loro le belle ricchezze di sotto terra, poi, quello che fa più ribrezzo e che induce l'operaio a commettere qualche misfatto… è pretendere che l'operaio faccia assai e non pagarlo; e così col cottimo, cioè l'impresa quando andiamo per il conto ci paga la sola giornata, e per questo non si (dovrebbe) più lavorare, ma non trovando altri posti bisogna rimanere al sacrificio; quasi ci portano alla schiavitù… invece di darci quelle 3 o 4 lire che abbiamo guadagnato (col cottimo) non ci danno altro che la sola giornata, dicono che non è vero ciò che avevano detto, cioè negandosi di tutto ciò che avevano contrattato. E questo lo fanno tutti i giorni.
…questa amministrazione diretta da questo direttore è come segue: caporale maggiore, Brida Felice, cognato di Brida Trome, sorvegliante capo-servizio. Cantiniere, Brida Maurizio. Insomma sono tutti in parentela e tutti fanno l'ingiustizia agli operai. Nella cantina non si può comprare nulla perché oltre ad essere le cose assai in prezzi alterati, usavano pesi guasti e rubavano agli operai circa 75 o 80 grammi per kg. Su questo caso della cantina è da notare che dietro lettera - anonima per paura di licenziamento - il giorno 28 marzo veniva a Gonnesa il delegato di ps Catania. Questo venne da suo cognato Nigra Giovanni, e trattenuto in un invito (ovvero scampagnata) e della comitiva faceva parte il segretario comunale di Gonnesa e diversi consiglieri. Notino… che il Nogra Giovanni è commerciante in commestibili e tiene la percentuale di buoni-viveri che la nostra amministrazione rilascia agli operai (il detto truk-system - nda). Questo detto Delegato di ps aveva incaricato di procedere sulle quantità delle farine adulterate, sui farinacei che si mescolavano nel pane e sulla frode del peso e del vino. L'amministrazione avvisata in tempo per mezzo di operai del suo cognato Nigra (quindi dallo stesso delegato di ps) trafugava tutti i pesi e tutte le sostanze alimentali adulterate e si fece non luogo a procedere per mancanza di reato…
Abbiamo i lavori lontano dal paese circa due ore, e se l'operaio volesse riposare durante la settimana nelle vicinanze del luogo di lavoro, non può pernottare perché le case che cede l'amministrazione sono case di frasche, cioè case costruite dai pascolari per abitarci provvisoriamente… i cosiddetti caporali sono tutti parenti del Brida, i quali percepiscono un salario molto superiore al nostro e costringono il minatore a fare cm. 120 di mina… domandino ai periti minerari che secondo la pietra non si può fare più di cm. 40 o 50 di mina nelle otto ore, e che il minatore non comanda alla pietra, bensì la pietra comanda al minatore. Ed essendo questi tutti interessati perché parenti maltrattano l'operaio in tale maniera che se non fosse perché si ha figli e moglie e perché la legge italiana è severa, bisognerebbe andare sotto il codice di cassazione cioè alla pena dell'ergastolo.
Entriamo in una (situazione) orribile mortale tra direttore e dottore. Noi a Montanixeddu siamo belve… perché quando un ammalato chiama il medico, il medico arriva (quando) l'ammalato è morto. Perché questo medico abita a Gonnesa ed è lontano dalla nostra amministrazione, cioè dai lavori… questo medico serve anche altre amministrazioni, ed è anche medico condotto di Gonnesa e quindi… avendo tanti incarichi… succedendo una disgrazia nella nostra amministrazione e non trovandolo in tempo per le cure, questo povero deve morire senza essere soccorso. E perché? Perché un medico non può servire diversi posti così pericolosi, e questo l'hanno fatto fra dottore e amministrazione per la massima economia, tanto che il medico si accontenta di poco avendo tanti stipendi. Succede questo nella nostra amministrazione, cioè quando un ammalato di febbri o altre malattie di salute che siano gravi fanno questo concordato fra dottore e direttore: lo rinchiudono in una camera vicino alla direzione e lì lo lasciano: se vive bene, se muore addio - tutto comandano loro. Poi, se si tratta di qualche infortunio succede questo, che il dottore per interessi privati non (segnala) l'infortunio all'Assicurazione, e se lo (segnala) appena passati pochi giorni il medico fa abile al lavoro l'operaio, mentre che questo o è zoppo o non può lavorare… e quel povero diavolo che è rovinato per tutta la vita se ne lavano le mani dando 60 o 70 giorni di inabilità temporanea mentre che l'operaio è inabilitato…
(Chiedono che la polmonite venga considerata una malattia professionale)… noi operai di galleria siamo sempre sottomessi a questo incidente e che ogni giorno ne succede e vediamo un nostro compagno di lavoro sudato e l'indomani è morto a causa di polmonite. Questo deriva dal riscaldamento e dal sudore che aveva nel lavoro durante quelle lunghe otto ore sotto terra, e dopo che questo padre di famiglia ha lavorato per tirare fuori di sotto terra le più belle ricchezze, si vede la famiglia, dopo la sua morte, a mendicare. Oh, triste illusione, a che punto oggi è l'operaio, quando ha lavorato nel tempo della sua vita non ha potuto avanzare almeno da potersi comprare la cassa per quando muore; mentre un impiegato anche con poca intelligenza diventò Signore…
…oggi ci troviamo nell'immensa miseria, e siamo costretti da un momento all'altro… a commettere qualche reato…».
Gli operai di
Mont'anixeddu, Mont'e Oi e Barega

Terra Collu, 13 maggio 1908.
«…Ci onoriamo di far conoscere… che noi operai appena che arriviamo al posto bisogna prima di tutto spogliarsi della camicia restando nudi, perché non si può resistere dal troppo calore; e poi, appena spogliati per cominciare a lavorare, ci tocca a fare il ginocchioni, mettendo le ginocchia e le mani per terra, per causa d'essere troppo basse le coltivazioni, non potendo rimanere neanche seduti ma bensì col gomito per terra, raccogliendo fango e acqua sopra le nostre teste, tal che la paga che ora abbiamo di L. 2 e 2,20 non ci basta nemmeno per la pulizia personale. E la famiglia? E l'affitto casa?…
Siamo proprio come condannati alla reclusione, ed anzi più ancora di diecimila volte, perché siamo durante otto ore proibiti di riposarci cinque minuti, essendo il lavoro dato a cottimo a un impresario a prezzo troppo scarsissimo; e per trovare la sua giornata (l'impresario) fa crepare il personale con molto lavoro, con due Capo-sciolte sempre davanti, minacciando sempre con molte bestemmie, che fanno quasi compromettere se non fosse che si teme la giustizia e che si ha famiglia: fanno scaldare il sangue, essendo (noi) lavorando e (loro) sempre forza che forza e se non ti piace prenditi la giacca e vai fuori.
Facciamo pure conoscere… che cos'è un lavoro per estrarre il carbone e da dove si scava. Dal posto dove si caricano i vagoni per portarli fuori c'è una strada in salita; c'è un vagoncino e lo portano quattro uomini; per farlo scendere dall'alto in basso, a questo vagoncino mettono due ferri nelle ruote per non camminare e i quattro uomini attaccati di dietro tirando sempre e non si può fermare; e poi rimontarlo sopra vuoto per ritornarlo a riempire: (un lavoro) che fa spaventare anche un animale, non solo un cristiano.
Facciamo pure conoscere che accade se un operaio manca una giornata per causa di cattiva voglia o per malattia. All'indomani, quando arriva alla consegna, per dispetto lo fanno ritornare indietro facendogli fare tre, quattro, fino a otto giorni di festa, oppure centesimi 50 di multa, e ammonito che mancando un'altra volta lo mandano fuori dal lavoro. E come deve fare l'operaio in questo caso? E' obbligato a morire di fame o che?
Bisogna pure che non sia permesso un medico dell'amministrazione che sia anche presidente degli infortuni, perché se disgraziatamente viene qualche operaio ferito in lavoro, viene visitato dallo stesso medico e per causa d'essere alla parte degli infortuni ancorché l'operaio fosse gravemente ferito gli mette la guarigione nel minimo di 5 giorni, appunto per non dargli l'assicurazione, e facendogli il biglietto per rientrare al lavoro, ancorché non sia ben guarito. Noi vogliamo che il personale venga sussidiato dal giorno stesso che viene ferito (e non dopo il quinto giorno) e se malato di malattia, con il sussidio di lire una e centesimi venticinque al giorno. Se no come può fare un padre di famiglia a campare la sua numerosa famiglia? E' obbligato a mandare i suoi figli all'elemosina.
Vogliamo il lavoro per conto dell'amministrazione e fuori gli impresari. Pensionato il personale anziano che ha prestato molti anni di lavoro… Alloggio per collocare gli operai che entrano alla sciolta di mezzanotte, perché quando si entra a mezzanotte, specialmente nell'inverno, non trovandosi cameroni nella miniera quando piove ci tocca perdere la giornata oppure entrare in galleria tutti bagnati. C'è sì una casa, però l'amministrazione l'affitta a un capo sciolta…
Firmiamo tutti, operai minatori e manovali
e vagonisti di Terras Collu - Gonnesa

Segue una istanza che ho scelto fra le tante di povera gente sfruttata e assassinata, che chiede inutilmente giustizia:

Gonnesa, 15 maggio 1808.
Il sottoscritto F.A. fu E. d'anni 69 contadino, nato a Portoscuso e residente a Gonnesa, espone alle SS.LL. quanto segue:
Il 26 aprile p.p. mentre in compagnia dei seguenti operai… si trovavano lavorando sotto la galleria della miniera di carbone Terrascollu (amministrazione Monteponi) facevano parte della sciolta dalle ore sedici alla mezzanotte, e mentre si trovavano molto in fondo alla medesima, forse a causa che mancavano le respirazioni necessarie, verso le 19 e 1/2 si scatenò una corrente d'aria morta (esplosione di grisou - nda) così la chiamano i lavoratori della miniera, che colpì tutti questi disgraziati come un fulmine, riducendoli a trascinare il più resistente al più debole per potersi mettere in salvo all'aria aperta.
Ma anche fuori dalla galleria qualcuno di essi rimase per qualche ora privo di sensi; però, ad eccezione del mio disgraziato figlio F/N. d'anni 24, gli altri forse più forti o più fortunati, dopo qualche giorno di letto si rialzarono, non così il povero mio figlio che dopo 10 giorni di atroci dolori e quasi ininterrotta agonia gettando sangue e carbone cessò di vivere il 6 del corrente mese.
Trovandomi io colla mia disgraziata famiglia nel più profondo dolore per la perdita del mio figlio ed anche in tristissime condizioni finanziarie, chiesi ad impiegati competenti ed appartenenti alla detta amministrazione per ottenere dalla medesima tanto le spese del funerale come il diritto di infortunio sul lavoro. Ma ahimè! mi accorsi che andai in bocca al lupo, perché impiegati che stanno bene e tengono all'interesse dell'amministrazione per farsi merito verso di essa e non curano di sollevare l'atroce dolore di una disgraziata famiglia come la mia, e mi fu risposto che io non avevo diritto a nulla solo perché mio figlio non era rimasto sul colpo cadavere sotto la galleria.
Ora, onorevoli Sigg. componenti la Benemerita Commissione, sarà cosa giusta perdere tutti i diritti che la benefica legge accorda ai parenti degli operai, solo perché lo sventurato operaio è ancora vissuto 10 giorni in agonia dal giorno che fu colpito?

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