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Quali banditi?

Controinchiesta sulla società sarda

vol. II

Bertani editore - Verona 1977 / Collana : manifesti della lotta di classe - 21

alla memoria di Wilson Spiga, 17 anni e di Giuliano Marras, 16 anni; assassinati dalla polizia a Cagliari, il 9 dicembre 1976 e l’11 gennaio 1977

Lo sviluppo industriale in funzione del profitto produce una civiltà abnorme che tende sempre più a snaturare e degradare l’uomo e il suo habitat. Questa espansione dissennata spinge il capitalismo a reperire sempre nuove aree di servizio per la trasformazione del petrolio greggio: aree possibilmente di scarso interesse economico dove sia possibile attingere manodopera a basso costo e che siano ubicate in punti utili alla distribuzione dei prodotti.
La Sardegna risponde a questi requisiti.
Su queste basi, i vari governi succedutisi dal dopoguerra a oggi hanno potuto dimostrare che fascismo e democrazia, in uno stato borghese, non sono altro che modi apparentemente diversi di gestire il medesimo potere, capitalistico…
L’Ente Sardo di Riforma, ad esempio, in dieci anni ha creato 2 consiglieri regionali, 1 deputato, 1 senatore, ha fatto la piattaforma a un ministro (e che ministro!), Francesco Cossiga, e a un presidente di Regione… 100 miliardi di spesa, inattività e debiti crescenti danno invece, per lo stesso periodo, il quadro della efficienza economica dell’Ente: indubbiamente, gran parte dei fondi deve aver preso la strada dell’ufficio “stampa e propaganda”


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Prefazione

Ma quali banditi?!
Se facciamo scorrere contemporaneamente - come su un doppio binario - i crimini addebitati ai Sardi e i crimini addebitati agli invasori, vediamo che ci corre un abisso tra l'esiguità e la levità dei primi e la vastità e la gravità dei secondi. In fatto di sequestri, rapine e assassini, i Sardi appaiono ben lontani dall'eguagliare i loro civilizzatori. Forse per questo, ancora oggi, gli isolani vengono chiamati Barbaricini.
In tutte le regioni d'Italia c'è chi viola la legge. Nel consuntivo fatto in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario 1973, il procuratore generale Guarnera denunciava 1.108.177 reati equamente distribuiti fra tutte le provincie e, non a caso, tutti a carico dei ceti sociali più sprovveduti. Aggiornando le tesi del Lombroso e del Niceforo, i criminologi più che di «zone delinquenti» dovrebbero parlare di «ceti sociali delinquenti». Infatti, i 626.435 furti registrati nel '72 sono stati addebitati tutti a proletari e sottoproletari. E non è neppure il caso di far rilevare che alla voce «furti» nelle statistiche dei procuratori generali non figurano le quotidiane ladronerie commesse dai membri della consorteria al potere.
Fra i reati che più preoccupano il sistema figurano le rapine alle banche e i sequestri di possidenti a scopo estorsivo, in quanto reati concorrenti nell'accumulazione di capitale. Tali reati non si verificano soltanto in Sardegna, ma dappertutto in un Paese dove la ricchezza dei pochi è una sfacciata provocazione alla miseria dei molti. In Sardegna, «in relazione alle possibilità offerte dalla natura dei luoghi e alla garanzia pressoché assoluta di impunità, il numero dei delitti, specie dei sequestri, dei ricatti, delle estorsioni… è minimo, anzi irrilevante» (Dal discorso del psiuppino A. Zucca al Consiglio reg. settembre '67).
I dati del Guarnera dicono che nel 1972 in Italia si sono avuti 4.068 reati di rapina, estorsione e sequestro di persona. Nello stesso periodo si registrano nell'Isola 2 sequestri di possidenti.
Negli anni tra il 1960 e il 1963, in Italia sono state rapite e sequestrate a scopo estorsivo 320 persone, di cui 312 sono state liberate in seguito al pagamento di un monte-riscatti di oltre 15 miliardi («Panorama» dicembre 1973.). Nello stesso periodo, i sequestri di persona in Sardegna sono stati 46 e hanno fruttato un monte-riscatti di appena 1 miliardo («L'Unione Sarda» aprile 1973.)
Da questi dati mi piace rilevare che in Sardegna si è costretti a sequestrare di più perché si guadagna di meno. Evidentemente in colonia anche l'industria del crimine segue le leggi del sottosviluppo.
Perché i Sardi, e più particolarmente i Barbaricini, quando delinquono non sono comuni delinquenti ma banditi? Perché questa speciale classificazione sociologica? A chi torna utile?
Se per bandito si vuole intendere «colui che è messo al bando», chiunque commetta un reato per cui sia prevista una limitazione della libertà personale è messo al bando, cioè è bandito. C'è però chi sostiene - non senza finezza giuridica - che debba considerarsi bandito in particolare il latitante, colui che si dà alla macchia o che comunque si sottrae al giudizio e ai suoi effetti. Anche in questo caso si ritrovano cittadini latitanti in tutte le regioni. Se invece per bandito si vuole indicare «il componente di una banda», tutti i membri di una associazione a delinquere, comprese quelle legalizzate, sono banditi.
Sta di fatto - rileva giustamente il D'Orsi - che privilegiando col termine di bandito il pastore sardo che commetta un qualunque reato, egli diventa l'oggetto «della repressione di polizia più spietata e accanita che, tanto storicamente che attualmente, sia dato di verificare in Italia» (A. D'Orsi - Il potere repressivo - La polizia - Feltrinelli 1972.)
Nell'Isola, i comuni fenomeni di criminalità vengono affrontati ancora oggi dal potere centrale in termini di repressione coloniale, con l'uso di una violenza repressiva che travalica le stesse leggi che sanciscono i diritti di tutti i cittadini. Evidentemente, oggi come ieri, i Sardi sono considerati una minoranza etnica pregiudicata, in quanto resistente alla penetrazione e alla integrazione. Infatti, l'attuale sistema, come quelli del passato, assume il ruolo di colonizzatore e impone ai Sardi quello di coloni, perpetuando il funesto rapporto tra il Continente e l'Isola.
La risposta rabbiosa delle popolazioni barbaricine è prevista ed entro certi limiti provocata dal colonizzatore, che se ne serve come alibi per nuovi interventi repressivi, mediante i quali attua e stabilizza il suo programma di rapina e di sfruttamento.
Non mi pare, dalle sue attuali risposte, che il mondo barbaricino accetti la provocazione. Nei Sardi delle zone interne è maturata l'esigenza e la volontà di uscire dal ruolo di resistente vecchio tipo, dal ribellismo individualistico, per assumere un ruolo più moderno, e quel che più conta politicamente più efficace, per liberarsi dalla oppressione: ritrovare una dignità di popolo nella unità; collegarsi e inserirsi con la propria cultura e le proprie esperienze di lotta nel più vasto movimento popolare che si batte in tutto il mondo contro il capitalismo.
Oggi come oggi non giova al Barbaricino il ruolo di guerrigliero impegnato a contrastare sui monti l'invasore. Un invasore diventato diabolico trasformista, che penetra e corrompe e assoggetta assumendo le forme più impensate, anche quelle apparentemente innocue del carosello pubblicitario. Un ruolo, quello del guerrigliero, che in questa situazione torna utile al sistema che vi trova un ottimo alibi per dispiegare i suoi strumenti di repressione armata, utilizzarli e sperimentarli e perfezionarli sulla pelle dei Sardi e a tempo debito sulla pelle dei lavorati del Continente. I banditi sardi fanno tanto comodo al sistema che quando non ci sono se li crea.
C'è quindi una risposta logica ed esauriente al perché della speciale classificazione sociologica riservata ai Barbaricini. Il sistema necessita di aree depresse e resistenti; perciò coltiva la depressione e il banditismo.
Depressione e banditismo trovano una loro utilizzazione nel piano del capitalismo in cui la Sardegna «appare destinata a diventare un'area di servizi militari e petrolchimici… Non c'è spazio per i settori della economia tradizionale indigena, e lo stesso patrimonio naturale è destinato a estinguersi, soffocato da una sempre più intensa militarizzazione, da un sempre più diffuso insediarsi di impianti petrolchimici. Lo stesso fenomeno di emigrazione di coatto spopolamento delle campagne, lo smantellamento delle tradizionali industrie estrattive, l'abbandono e il decadimento dell'agricoltura, della pastorizia, della pesca, e il ridimensionamento dei pur modesti iniziali programmi di sviluppo del settore del turismo, sono dati chiari e sufficienti per comprendere quale sia il cinico disegno del capitalismo riservato alla Sardegna» (U. Dessy - La rivolta dei pescatori di Cabras - Marsilio 1973).
Il sistema ha sempre trovato, anche tra i Sardi, utili idioti per alimentare la favola dei banditi barbaricini. Le dissertazioni storicistiche, sociologiche e criminologiche di intellettuali alla moda e le mitizzazioni pseudo-letterarie di certi pennaioli (tutta gente perfettamente integrata e foraggiata che non ha nulla a che vedere con la cultura barbaricina) hanno contribuito non poco a dare corpo a un fantasma creato per giustificare le rapine, le stragi, l'oppressione dei banditi della colonizzazione. «Chi è costretto o comunque abituato a tenere la bocca chiusa sugli scandali e sulle ruberie che avvengono in alto loco, deve pur supplire con gli alti stridi sul banditismo isolano» (Pino Careddu in «Sassari Sera»).
Gli anni dal 1967 al 1970 sono stati fatti passare alla storia come gli anni ruggenti» del banditismo isolano. Il sistema possiede evidentemente sensibilissimi impianti di amplificazione e selezione auditivi: i «ruggiti banditeschi» che si levano in quel periodo dal piccolo mondo barbaricino sono pochi e flebili, paragonati all'assordante frastuono che sale dal «civile» mondo borghese, dove i morti-ammazzati non si contano più se non attraverso i bollettini degli appositi uffici di statistica.
Prendo a caso due quotidiani nel mucchio. Primo: in una sola notte (tra l'8 e il 9 ottobre 1972) nella Germania di Bonn sono morte in incidenti stradali 131 persone. Si presume che i feriti non siano meno di 400 facendo una media di 3 viaggiatori per ogni vettura coinvolta in quegli incidenti. Secondo: il 26 settembre 1973, un bisticcio a Grosseto: «Quasi una battaglia in Toscana tra famiglie rivali. Per una faida abbattono 6 parenti a fucilate».
Altro che disamistade barbaricina!
«Quattordici omicidi, diciotto fra tentati omicidi e aggressioni a mitra spianato, cinque sequestri, undici rapine: questo il bilancio dal gennaio ai primi giorni del maggio 1967, proprio il periodo in cui lo Stato passa alla controffensiva, decuplica i contingenti di carabinieri e polizia nel Nuorese, invade l'Isola con i baschi blu, trasferisce in Barbagia questori e commissari scaltriti da molti anni di lotta alla mafia siciliana. L'entità dei crimini non spaventa perché si ridimensiona nel paragone con le statistiche del delitto in altre regioni italiane. Spaventa, invece, tutto ciò che sta dietro alle cifre…» (G. Vergani - Mesina - Longanesi 1968).
Il brano che riporto, apparentemente spregiudicato, tradisce un animus antibarbaricino. Vi si parla di 14 omicidi. D'accordo, i dati sono dati. Ma avvenuti dove? Commessi da chi? Con quali moventi? Perché non specificare che si tratta di omicidi commessi in tutta l'Isola e non soltanto nel Nuorese? Chiunque fosse mosso da pregiudizi opposti, potrebbe pensare che i 14 omicidi siano stati commessi tutti a Cagliati o a Porto Cervo nel regno dell'Aga Khan. Per lo stato italiano tutti e quattordici gli omicidi sono stati commessi in Barbagia. Infatti, che cosa fa lo stato italiano? «Decuplica i contingenti di carabinieri e di polizia nel Nuorese» e «trasferisce in Barbagia questori e commissari scaltriti…».
I dati statistici sugli omicidi, a un certo punto non interessano più lo stato, che dispiega il suo apparato repressivo in Barbagia non perché «lo spaventi l'entità numerica» dei crimini, ma per «tutto ciò che sta dietro alle cifre».
Dietro le cifre, da qualunque parte le si rigiri, c'è miseria, sfruttamento e repressione. Sono le reazioni violente di un popolo oppresso e sfruttato a «spaventare» il sistema? Non credo. Ciò che spaventa il sistema è ben altro che la violenza di due o tre Mesina. Ciò che spaventa il sistema è la insicurezza del profitto, figlio unico e prediletto del capitale. Per portare a termine il disegno di totale integrazione il capitalismo deve eliminare una volta per tutte il pastore barbaricino, l'economia e la cultura del mondo barbaricino. Il vecchio apparato capitalistico di sfruttamento del pastore - la rendita fondiaria e l'industria casearia con i relativi apparati parassitari - hanno fatto il loro tempo. Adesso bisogna far posto ai più redditizi impianti militari e petrolchimici.
Nell'Olimpo della ufficialità, gli esperti di banditismo vengono valutati in rapporto alla quantità di dati statistici che riescono ad affastellare. Non di rado, nella fretta di copiare i bollettini, sbagliano. Uno di questi scrive che nel 1969 si sono avuti in Sardegna ben due sequestri di persona (M. Brigaglia - Sardegna, perché banditi - Carte Segrete 1971); mentre un suo collega, in un servizio sotto il titolo «L'allucinante sequenza di sequestri», riporta per lo stesso anno un solo sequestro, quello dell'ing. Boschetti (in «L'Informatore del Lunedì» del 16.4.1973).
Nel 1969 si ha in effetti un solo sequestro di persona a scopo estorsivo,e gli omicidi e i tentati omicidi sono in netta diminuzione in tutta l'Isola: i primi scendono dai 60 del 1960 a 23 e i secondi si riducono dagli 89 del 1960 a 23. In quello stesso anno 1969 i quotidiani dimenticano le stragi in Indocina per riempire le loro prime pagine di titoli raccapriccianti sul dilagare del banditismo nuorese; gli editori sfornano decine di saggi dove, con le solite dotte citazioni dell'avvocato criminalista, si sostengono le tesi ormai stantie della «speciale criminalità barbaricina»; il parlamento nazionale, che non ha mai trovato il tempo per abrogare il codice fascista e il trattato-capestro del Laterano, delibera unanimemente di costituire una ennesima commissione di inchiesta per studiare l'eziologia dell'allarmante fenomeno criminologico; mentre la polizia, chiamata a difendere il conto in banca degli agrari e degli industriali - minacciato non da pastori-banditi ma da agrari e industriali concorrenti - rafforza i suoi effettivi e i suoi armamenti, chiede più ampi poteri, scatena tutta la sua violenza sulle inermi popolazioni delle Barbagie.
Nel 1969 il prinzipale sequestrato è l'ing. Enzo Boschetti, consulente della Società mineraria Silius. Toccare il Boschetti significa toccare la Società mineraria. I soldi del riscatto non li paga il Boschetti ma la Società mineraria.
Il Boschetti è stato liberato; i trenta milioni versati per il riscatto sono stati recuperati; i rapitori sono stati arrestati; i mandanti, che certamente non sono poveri pastori, non si sono trovati né si troveranno mai: potrebbe essere un concorrente nel settore, un generale in pensione, un consigliere regionale, un vescovo o chi sa chi - perché proprio un pastore?
L'ing. Boschetti non è un minatore, è un consulente minerario. Ovviamente non è sardo. La sua vita è preziosa: è un pioniere del capitalismo venuto in colonia a portare la civiltà. Un cronachista ne traccia il profilo: «…Sessant'anni. Un fisico robusto ma pesante. Centodieci chili. Un omone dall'aria felice e gioviale. Due occhi azzurri in mezzo ad un faccione rubicondo. Un buon uomo. E' veneto. Lavora da oltre vent'anni in Sardegna. I cinque figli stanno a Padova. Due sono sposati. Gli altri studiano. La moglie è belga. Mariette Goessens, cinquantasette anni, un fiore di donna. Conobbe il marito quando egli andò in Belgio per un corso di specializzazione in ingegneria mineraria. Enzo Boschetti, nel 1965, era andato in pensione. Ma era abituato a sgobbare, lui. Così, quando nel 1966 gli offrirono la consulenza della miniera di Silius, è tornato in Sardegna a cuor contento. E' affezionato a questa terra… In questi tre anni ha sempre vissuto in una modesta cameretta della miniera di Silius. Un uomo di miniera, in miniera ci voleva stare notte e giorno. Vicino ai suoi operai…» (M. Guerrini - L'anonima sequestri - Leader 1969).
Lascia assolutamente indifferenti il fatto che il Boschetti sia un galantuomo tutto dedito al lavoro e alla famiglia. Ciò che fa schifo sono i lacchè del capitalismo e la loro prosa oleografica con cui sacralizzano il padrone - il quale, in quanto ricco è anche buono, possiede ogni virtù; e la sua signora, anche a cinquantasette anni suonati, non può che essere bella, anzi «un fiore di donna».
Come mai non è stato messo sullo stesso piano del Boschetti anche Matteo Fois di Illorai? Anche Matteo Fois, nello stesso anno, è stato vittima di un grave episodio di violenza.
Nella campagna tra Bolotana e Illorai, all'imbrunire del 9 gennaio, una pattuglia di carabinieri intravvede «un tipo sospetto». Diranno che era armato. Alla vista degli uomini in divisa, lo sconosciuto fugge. I carabinieri lo stendono con una raffica di mitra. La stessa sera, le forze dell'ordine fanno sapere che durante una azione di perlustrazione sono entrati in conflitto a fuoco con un malvivente armato di moschetto Mod. 91 e che nello scontro il bandito ha avuto la peggio. E' stato ferito e, in stato di arresto, si trova in fin di vita in ospedale.
Il fatto risulterà una allucinante montatura. Il «pericoloso malvivente» è un ragazzo di 17 anni di Illorai, Matteo Fois, un minorato, sordomuto. L'arma del conflitto esibita dalla polizia è un ferrovecchio che difficilmente potrebbe sparare un colpo senza saltare in pezzi tra le mani di chi tenti di usarlo. Matteo Fois dunque non può avere sparato. Un lettore della «Nuova Sardegna», quotidiano di Sassari, in una lettera al direttore si chiede allibito «chi abbia gettato il moschetto fra le mani del povero ragazzo morente». La domanda è rettorica.
«Sparare a un pastore - in un clima terroristico artificioso - passa per un atto legittimo mediante gli alibi dell'atteggiamento sospetto, dell'oggetto che luccica e che può essere un'arma, della fuga all'intimazione dell'alt, della paura di un agguato», scrive Luisa Mancosu. «Ma stavolta il caso ha giocato uno spiacevole tiro alle forze dell'ordine, che si ritrovano fra le mani un povero diavolo di ragazzino innocuo, minorato, senza neppure l'uso della parola, il quale - dicono le testimonianze - è un selvatico che fugge terrorizzato davanti a persone che non conosce. Il tribunale dei minorenni lo proscioglie dagli addebiti che i carabinieri mantengono per salvare la faccia: tentato omicidio, detenzione di arma da guerra, resistenza…» (L. Mancosu - Stato di polizia, giustizia e repressione in Sardegna- Feltrinelli 1970).
Che cosa ha dunque di diverso Matteo Fois da Enzo Boschetti? Il titolo di studio? Il conto in banca? Non è forse un galantuomo Matteo Fois, un incapace di intendere e di volere, un povero di spirito, un candidato - lo dico senza ironia - al Regno dei Cieli?
Parliamoci chiaramente. Non mi piacciono le statistiche, perché si possono manovrare come si vogliono, perché riducono l'uomo a un dato numerico, perché sostanzialmente sono false. Senza consultare statistiche, do per scontato che nel 1969 - anno che vede in Sardegna un sequestro di persona - più di un operaio è morto in «incidente» di lavoro, più di una donna è morta per aborto, più di un bambino è morto per denutrizione.
Si è trepidato per la sorte dei possidenti rapiti dai banditi del Supramonte. Si è trepidato e si è pianto sulle prime pagine dei giornali, sui bollettini radio e tivù, nelle cattedrali e nelle scuole. E' giusto. Sacra è la vita dell'uomo. E' la regola del gioco. Sacra è la vita del possidente. Ma la regola del gioco va rispettata fino in fondo. E' sacra anche la vita dell'operaio, del pastore, della donna analfabeta, del bambino orfano - che non vengono taglieggiati dei milioni che non possiedono, ma che pure muoiono in percentuale ben più alta dei possidenti sequestrati dai banditi sardi.
Il sistema mette le vite umane su piani di valore diversi. Ci sono vite da prima pagina e ci sono vite che non valgono neppure una menzione. Non si può dare una giustificazione morale di un simile trattamento differenziato. Nulla può giustificare ciò che è immorale e turpe. E non c'è azione più immorale e turpe del porre le vite umane su piani di valore diversi.
La vita di un vietcong vale la vita di un marine. La vita di un cittadino che manifesta quel che gli pare vale la vita di un poliziotto. La vita di un anarchico vale la vita di un commissario. La vita di un bambino di un brefotrofio vale la vita di Enzo Boschetti, ingegnere, benestante, consulente minerario. E' la regola del gioco. O vale per tutti o ci pisciamo sopra e torniamo alla legge della foresta.
Ma quali banditi?!
E' tempo di uscire dalle paure e dagli equivoci. Siamo, forse, tanto abituati ad accettare i falsi del sistema, da provare un senso di insicurezza, di sbigottimento davanti alla verità. Ed è estremamente confortante, per me, rilevare che ci sono uomini, anche qui in Sardegna, che si battono sul mio stesso fronte.
Scrive Jacopo Onnis: «Si deve… sottolineare con forza che un formidabile incentivo all'aumento della criminalità è stato, in tutti questi anni, lo spettacolo di corruzione impunita, di scandali insabbiati, di prevaricazioni continue, offerto dalla classe politica dirigente: colui che delinque può ben sperare di farla franca, quando vede costantemente sfuggire ai rigori della legge chi sta molto più in alto di lui. Né bisogna dimenticare che, per il potere, l'area della criminalità comprende solo reati quali i sequestri di persona, le rapine, le estorsioni, ecc. e attorno a questi scatena il fuoco incrociato dei grandi mezzi di comunicazione di massa, ma lascia al di fuori e tace, e per ben comprensibili motivi, su tutto quel vasto fenomeno di delinquenza legato alle istituzioni, al potere economico, all'esercizio dell'impresa, all'accumulazione del profitto (…) Questi reati, per le classi dominanti, non suscitano notizia; eppure, anche in molti di questi casi è in gioco la vita umana. Su questi delitti non bisogna pensare. E ben si comprende perché sia così…» (Jacopo Onnis in «L'Unione Sarda» del 14.10.1975).
Scrive Roberto Guiducci: «Gli assassini hanno copiato gli industriali. Incassare i soldi del riscatto e uccidere la vittima corrisponde esattamente alla legge del massimo profitto con le minime perdite. Da Al Capone in poi l'industria del crimine ha copiato esattamente l'organizzazione e i metodi dell'industria capitalistica… Il suo sistema e la sua ideologia non sono originali. E' un'ideologia totalmente imitativa di una società predatoria, concorrenziale, violenta… Se la rapina è il modello economico delle classi dominanti, la rapina e il rapimento diventano il modello per tutti (Citato da Jacopo Onnis in «L'Unione Sarda» del 14.10.75).
E diciamolo dunque chiaramente. La nostra società pullula di banditi. Anzi, è una società di banditi. Di tacca diversa e con diverso armamentario. Banditi del capitale e banditi del mitra. Banditi della politica e banditi della burocrazia. Banditi in divisa e banditi in borghese. Banditi in tocco e banditi in porpora. Banditi corrotti fin nel midollo, senza salvezza - quando si arriva al limite di lasciare impunito il ministro che ha rubato miliardi e si getta a marcire in galera il poveraccio che ha rubato una mela. Una razza marcia di banditi moralisti e filistei.
C'è ancora gente pulita, che mal si adatta a vivere in una società di banditi. Sono gli sfruttati, i senza-denaro, che non hanno imparato a usare le armi, proprie o improprie, o che rifuggono dall'usarle. Tutta gente che non farà mai carriera, che tirerà sempre il carro, che vomita a vuoto. La maggior parte si è rassegnata a ogni genere di sopraffazione, di rapina, di sfruttamento, di estorsione. E a questa gente si viene a dire di avere fiducia nella giustizia del sistema!
Ci sono i banditi della ingiustizia e della miseria, che vengono perseguitati, uccisi. E ci sono i banditi della ricchezza e del privilegio, tutelati dalla legge, che sono persecutori perché non tollerano la concorrenza dal basso. I primi sono una conseguenza dei secondi. Facendo scomparire questi, scompaiono automaticamente quelli.
In teoria - sostengono i riformisti più illuminati - i banditi del Supramonte scomparirebbero se si eliminassero la ingiustizia e la povertà. In pratica - io credo - non si instaura giustizia e non si elimina la povertà fintanto che esistono i banditi del potere.



Capitolo VI - I ladri delle Chiudende

1 - Liquidare ogni attività economica autonoma e non integrabile; disgregare l'unità comunitaria e rompere l'equilibrio sociale fomentando conflitti di interesse tra le diverse categorie; soffocare la cultura indigena; dichiarare falsi e bugiardi gli dei e barbarici gli usi e i costumi dei popoli assoggettati; stroncare ed eliminare con le galere e con le forche ogni opposizione: sono le regole di ogni colonizzazione - pre o post-capitalistica.
Gli editti delle Chiudende, che introducono nel 1820 la proprietà «perfetta» della terra in Sardegna, vengono fatti rientrare dagli storiografi borghesi nell'insieme di leggi riformatrici emanate dai re sabaudi per l'ammodernamento delle vecchie strutture feudali. In verità, l'uso comunitario della terra (tanto diffuso e radicato nell'Isola da sopravvivere ancora negli usi e nei costumi di molte comunità rurali), sia pure rafforzato dal decadimento e dall'abbandono dei feudi, è un dato evolutivo tipico della civiltà sarda, e non soltanto di essa.
In altre parole, l'uso comune della terra in Sardegna non è semplicemente da classificarsi come un residuo di quel comunismo primitivo caratteristico (secondo gli studi di Morgan-Engels e altri) della organizzazione sociale matriarcale nell'era selvaggia; ma è più precisamente da ritenersi la risultante di un certo tipo di sviluppo economico e sociale, in tempi moderni, in una comunità come quella barbaricina, forzatamente autarchica e chiusa, perennemente sul piede di guerra, in un continuo incessante assedio di invasori.
Scrive il Cabitza:

«Costringere i pastori barbaricini a rinunciare ai propri ordinamenti comunitari è stato sempre l'assillo delle dominazioni straniere. Queste, infatti, non potevano non vedere nell'esistenza di una comunità autonoma, rigorosamente fedele alle sue leggi, una sfida permanente alla loro presenza, un esempio di indipendenza capace di contagiare altri gruppi sociali, una organizzazione pericolosamente forte, turbolenta, aggressiva, in grado di contrastare loro il possesso della terra e specialmente delle pianure. Il fatto poi che gli ordinamenti barbaricini… non fossero così raffinati come quelli degli europei che volta per volta hanno saccheggiato l'Isola, ha sempre consentito di presentare la liquidazione di tali ordinamenti comunitari, ritenuti primitivi e barbarici, come altissima opera di civilizzazione» (G. Cabitza - Sardegna, rivolta contro la colonizzazione - Feltrinelli 1968 - pag. 36).

Nel disegno riformistico attuato dai Savoia rientrava principalmente l'agricoltura. In Sardegna era necessario abolire l'uso comunitario della terra, creare quindi strutture nuove basate sulla proprietà borghese per potervi effettuare le riforme previste per tutto il regno. La giustificazione a perseguire questo disegno veniva fornita da numerosi «esperti». Tra questi, il gesuita Francesco Gemelli, ispiratore dell'editto delle Chiudende. Nel 1776, rilevando le pessime condizioni dell'agricoltura nell'Isola, sostiene che le cause sono «il difetto di libera proprietà delle terre per la comunanza o quasi comunanza di esse; il difetto di case contadinesche; il difetto di società durevole tra il proprietario e il coltivatore del fondo» e, in particolare, «il difetto di chiusura intorno ai fondi» (V.F. Gemelli - Rifiorimento della Sardegna, ecc. - Torino 1776).
Per il gesuita sabaudo, l'ultimo dei quattro «difetti» è il più grave; è addirittura «la radice infetta che il suo vizio comunica ad ogni ramo della sarda agricoltura», da cui «nasce tutto il disordine della comunanza o quasi comunanza della terra». Invoca quindi la chiusura e la eliminazione «di questa comunanza delle terre concedendole in perfetta e libera proprietà alle persone particolari». Da questa operazione - conclude il gesuita - «otterrassi di certo il disiato rifiorimento di ogni parte della rustica economia» (V.F. Gemelli - Rifiorimento della Sardegna, ecc. - Torino 1776).
Il «disiato rifiorimento» riguardava le casse della consorteria al potere: la nuova nobiltà, la nascente e affamata borghesia e il clero trasformista. Ma anche in un periodo di assolutismo monarchico, finché si può, gli atti di rapina dei ceti dominanti vengono mascherati come interventi per instaurare l'ordine, incrementare la produzione, creare il benessere generale. Nel «rifiorimento» progettato dal gesuita e dai successivi programmatori sabaudi era compreso il superamento dell'antica dicotomia contadino-pastore, che si faceva risalire a Caino e Abele, e che neppure il Padre Eterno, stando alla Bibbia, era riuscito a risolvere. L'avvento della proprietà «perfetta» della terra risolvendo tutti i mali avrebbe finalmente sanato anche il conflitto tra Caino e Abele: rendendoli ambedue schiavi, ambedue alla pari sotto lo sfruttamento del proprietario terriero, il quale, dietro pagamento, avrebbe concesso la terra ora all'uno in pascolo ora all'altro per semina, dissanguandoli.
La borghesia mercantile, dal canto suo, avrebbe speculato sul prodotto del pastore con le industrie casearie e sul prodotto del contadino con il mercato del grano e con le industrie di panificazione. E lo stato, infine, avrebbe finito di spolpare l'osso imponendo tasse e balzelli di ogni genere per tenere in piedi i ceti piccolo-borghesi intruppati negli istituti burocratici.

«L'uso comune - scrive Pirastu - veniva difeso così accanitamente dai pastori proprio perché era il regime che meglio si adattava a quella forma di allevamento, il solo che consentiva un certo equilibrio… non era dalla comunità della terra che bisognava partire, tentando di eliminarla, ma dalla trasformazione della forma e dei mezzi di conduzione e produzione che, una volta modificati, avrebbe determinato un diverso rapporto con la terra e reso possibile un diverso regime fondiario» (I. Pirastu - Il banditismo in sardegna - Ed. Riuniti 1974 - pag. 20).

In altre parole, si suggerisce - a posteriori - ai monarchi sabaudi che prima bisogna fare le riforme fondiarie e l'allevamento razionale (istituire qualcosa come l'ETFAS della riforma agraria di Segni) e poi dare la terra in proprietà - si suppone - ai contadini e ai pastori, e non a chi non la lavora. Non vedo perché le trasformazioni agrarie e fondiarie non si possano fare anche sulle terre usate collettivamente. L'uso comunitario del patrimonio naturale e del patrimonio prodotto da lavoro umano è e resta, per chi auspica l'avvento di una società socialista, l'unica forma di economia entro cui si supera, col superamento stesso delle classi, ogni genere di oppressione e di sfruttamento.
La tesi del comunista Pirastu finisce per confondersi con quella degli storiografi borghesi, non molto dissimile dalla tesi riformista del gesuita Gemelli.

Scrive Carlino Sole: «…vi era in partenza una distorta valutazione della realtà sarda, dovuta a scarse o errate conoscenze dell'ambiente: i riformisti piemontesi, cioè, non erano in grado di comprendere come le strutture comunitarie del sistema agricolo e pastorale isolano fossero la necessaria e fatale risultante di un millenario processo di adattamento alle difficili condizioni naturali, mentre per converso si illudevano che l'agricoltura potesse prosperare con l'introduzione forzata della perfetta proprietà e con l'adozione di metodi di coltura propri della pianura padana, e per giunta senza grande dispendio di capitali» (C. Sole - La Sardegna di C. Felice, ecc. - Fossataro 1967).

Si attribuisce al colonizzatore sabaudo una «buona intenzione» naufragata per «scarse o errate conoscenze dell'ambiente» e non invece la precisa volontà di rapinare che in effetti ha realizzato benissimo. Inoltre - se non ho capito male - per il Pirastu e per il Sole, l'uso comunitario delle terre da parte dei contadini e dei pastori era, date le difficili condizioni naturali o date le forme arretrate di allevamento e di coltivazioni, una «necessaria e fatale risultante» o «il solo regime che garantisse un certo equilibrio». Come dire che il comunismo può edificarsi soltanto tra poveracci che vogliono sopravvivere in lande sterili. Il socialismo, quindi, andrebbe bene nel Montenegro e male in Ucraina. Credo al contrario fondata la tesi per la quale il sistema comunitario agro-pastorale in Sardegna (come altrove) fosse una risultante non soltanto economica ma politica, cioè una precisa scelta ideologica (ed è ovvio che trovasse una sua funzionalità in quel tempo e in quello spazio).

«Sul piano economico, alcune delle conseguenze più negative della spaccatura introdotta dalle invasioni straniere sono senza dubbio la divisione e il conflitto permanenti tra i fondamentali settori economici della pastorizia, nomade e transumante, e l'agricoltura - sostiene Cabitza - Divisione e conflitto mai superati, e che costituiscono un tratto essenziale e qualificato della condizione coloniale dell'Isola. In ogni periodo i forestieri colonizzatori e i Sardi legati al loro carro hanno aizzato i contadini contro i pastori, accusando questi ultimi di sottrarre, con la loro inestinguibile fame di pascoli, le terre alla coltivazione, di essere perciò la causa dell'arretratezza dell'agricoltura. La verità è che la colonizzazione è stata sempre interessata ad impedire che agricoltura e pastorizia cooperassero, come in certe zone dell'Isola è sempre avvenuto, e potenziandosi a vicenda dessero luogo alla formazione di una base economica agro-pastorale forte e in certo senso autopropulsiva. I risultati di questa operazione tipicamente coloniale sono sotto gli occhi di tutti , e si chiamano arretratezza e crisi endemica sia dell'agricoltura che della pastorizia, sottosviluppo economico dell'intera Sardegna. La verità è che all'interno del sistema della colonizzazione, e di quella capitalistica in particolare, lo sviluppo economico dei paesi e delle regioni assoggettati è tecnicamente e politicamente impossibile. Chiedersi come avrebbe potuto svilupparsi l'economia sarda al di fuori dell'intervento colonizzatore e se fosse stato possibile raggiungere una fusione, una composizione organica fra agricoltura e pastorizia, o addirittura assicurare una preminenza a quest'ultima, non ha grande utilità» (G. Cabitza - Sardegna, rivolta contro la colonizzazione - Feltrinelli 1968 - pag. 46, 47, 48).

Si ha notizia di diverse aree agricole in Europa, dove si è conservata fino a tempi recenti la comunanza delle terre - seppure il fenomeno non si presentasse così vistoso in Sardegna.

Nel1875, in «Le condizioni sociali in Russia», Engels scriveva: «La proprietà comune dei contadini russi fu scoperta intorno al 1845 dal consigliere segreto prussiano Haxthausen e strombazzata come una vera e propria meraviglia, sebbene Haxthausen avrebbe potuto trovarne numerose sopravvivenze nella sua patria di origine, la Westfalia e, come funzionario statale, avesse l'obbligo di conoscerle a fondo. Da lui Herzen, di nascita grande proprietario russo, seppe per la prima volta che i suoi contadini possedevano la terra in comune, e ne trasse motivo per raffigurare i contadini russi come i portatori del socialismo, i comunisti-nati, di fronte all'occidente europeo marcio e decrepito il cui destino era di assimilare il socialismo solo artificialmente e a prezzo di enormi fatiche. da Herzen, l'idea trasmigrò in Bakunin, e da Bakunin in Tkaciov».

Appaiono già in questo brano di Engels le avvisaglie di una polemica ideologica tra anarchici e marxisti sulla possibilità o meno di una rivoluzione contadina sulla base di un sistema arcaico comunistico già consolidato nel costume e - in altri termini - se le comuni agricole russe e di altre aree, potessero compiere un passaggio diretto da tali forme arcaiche di comunismo a forme superiori di comunismo, senza la fase capitalistica. Marx ed Engels ammettono in un primo tempo tale possibilità (vedasi «India, Cina, Russia» di Marx ed Engels - a cura di Maffi, 1960), ma sempre più finirono per dissentire sostenendo che anche la Russia avrebbe dovuto passare attraverso la fase capitalistica, e che per salvare e conservare la comune agricola era necessario sviluppare la rivoluzione proletaria in Occidente.
Sarebbe interessante a questo punto (ma esula dai fini del mio lavoro) uno studio del sistema comunitario nell'uso della terra in Sardegna, che a quanto mi è dato sapere era ignorato dai massimi teorici del marxismo, e ricollegarlo non soltanto ai processi di creazione della proprietà privata del capitalismo piemontese, edificata sulle rovine delle strutture autoctone delle aree invase nella sua prima fase di sviluppo egemonico, ma anche e soprattutto alle posizioni ideologiche attuali del marxismo sulla rivalutazione delle masse contadine nella lotta di liberazione dalla oppressione del capitalismo, partendo da certi aspetti della loro cultura, quale, appunto, la mai spenta vitalità dei valori comunistici, conservatisi nella comunanza d'uso della terra, di molti strumenti di produzione e della utilizzazione dei beni naturali.

2 - Nell'Isola, la terra era dunque un bene comune fino al 1820. La proprietà privata era limitata a piccole superfici in prossimità degli abitati, riservata alla coltura dei cereali, vigneti, oliveti, frutteti, orti. Il patrimonio terriero apparteneva ai feudatari - nobiltà e clero -, ai Comuni e alla Corona-Demanio. In pratica tale proprietà era imperfetta, formale, se non per le rendite, poiché le terre, per antichissima consuetudine, erano di uso comune. Nei centri a economia mista, agro-pastorale, i terreni comunali erano divisi in due settori, detti il paberile e il vidazzone, secondo l'uso cui venivano destinati: il paberile veniva sorteggiato anno per anno ai contadini, mentre il vidazzone era riservato al pascolo. Si superava così la millenaria dicotomia pastore-contadino, risolvendone il conflitto di interesse.
Sul patrimonio comunale, detto nel suo insieme «salto», pesavano gli ademprivi, cioè i diritti popolari di pascolo, di semina, di legnatico, di fonte e altri: il diritto per tutti i membri della comunità di usufruire gratuitamente del patrimonio naturale secondo le proprie esigenze.
Non si vuole dire che nel periodo precedente alle Chiudende le comunità sarde, specie quelle agricole, fossero fiorenti. Al di fuori dell'uso comunitario della terra - una istituzione avanzata, che nella miseria e nella degradazione prodotte dallo sfruttamento coloniale consentiva alle popolazioni un margine di sopravvivenza - la Sardegna era ancora, nei primi decenni dell'800, in pieno medioevo. Per inciso: ancora per lunghi anni, fino ai nostri giorni, resteranno intoccati numerosi privilegi e ordinamenti feudali.
I feudatari - nobiltà spagnolesca, forestiera e indigena, e clero - sono totalmente assenti, estranei a qualunque opera di bonifica, di miglioria e perfino di utilizzazione dei loro feudi. Lussuosamente alloggiati di stagione in stagione nei loro castelli, ville e palazzi, ora in campagna, ora in città, esigevano dalle popolazioni soggette, attraverso i loro fiduciari, i tributi loro dovuti.
Qualcuno, per liberarsi di ogni fastidio amministrativo, dava il feudo in appalto a prelati o a borghesi, come fu il caso del conte di Martesano che appaltò il proprio feudo a un certo don Antonio Solinas per 4.00 lire sarde, per la durata di 6 anni.
Le comunità agricole dei Campidani costituivano una vera e propria servitù della gleba; vivevano e lavoravano in condizioni sub-umane, funestate e decimate dalle epidemie coleriche, dalla malaria, dalla lebbra, dal tracoma e totalmente analfabete: incapaci quindi di trovare nel loro interno mezzi e strumenti per progredire.
Diversa la situazione delle comunità pastorali barbaricine, che avevano conservato della loro antica civiltà funzionali strutture socio-economiche. Ciò dava a quelle comunità una dimensione di popolo; e nonostante la difficile situazione ambientale e l'ostilità di un invasore sempre più agguerrito e minaccioso, radicate alla loro arcaica matrice culturale e alla loro originaria organizzazione economico-sociale riuscivano ad adattarsi ai tempi, a progredire e a sopravvivere dignitosamente.
L'uso comunitario della terra aveva certamente una diversa importanza per il contadino e per il pastore. Per il pastore è il pilastro economico e ideologico su cui si basano i rapporti sociali; è correlato ed è funzionale a quel tipo di allevamento (e alla natura della pecora sarda) e in quel contesto geografico con quelle risorse naturali. Per il contadino significa, specie coi diritti di adempricio, la possibilità di attingere dal patrimonio naturale l'essenziale per la sopravvivenza.
Infine, l'uso comunitario delle terre regolamentato secondo una rotazione agraria, compone i conflitti tra pastore e contadino nelle comunità a economia mista, agro-pastorale.
Per così tanto e vitali interessi, è comprensibile la rabbiosa e lunga risposta alla privatizzazione della terra, non soltanto da parte dei pastori ma degli stessi contadini, che le Chiudende dicevano di volere privilegiare.

3 - «In data del 6 ottobre 1820 - Vittorio Emanuele per Grazia di Dio Re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme, Duca di Savoia, di Genova, ecc.…» emette «il Regio Editto sopra le Chiudende, sopra i terreni comuni e della Corona e sopra i Tabacchi nel Regno di Sardegna».
«Il Re Carlo Emanuele, Avolo mio di mortal memoria, fralle molte sue cure pel rifiorimento della Sardegna, manifestò il pensiero di favorire le chiusure dei terreni; principalissimo mezzo d'assicurare, ed estendere la proprietà, e così di promuovere l'agricoltura. Convinti Noi di questa verità, già soggiornando nell'Isola, Ci siamo applicati ad incoraggiare sì gran miglioramento, e l'anno scorso abbiamo poi creduto bene d'annunziare la legge, che si stava d'ordine Nostro preparando. Ora, col parere del Nostro Consiglio, di certa Nostra scienza, ed autorità Sovrana, ordiniamo, e stabiliamo in forza di legge quanto segue».

Al preambolo seguono i nove articoli dell'editto. Vale la pena, per la loro brevità, riportarli integralmente.
«I - Qualunque proprietario potrà liberamente chiudere di siepe, o di muro, o vallar di fossa, qualunque suo terreno non soggetto a servitù di pascolo, di passaggio, di fontana, o d'abbeveratoio.
II - Quanto a' terreni soggetti a servitù di pascolo comune, il proprietario, volendo far chiusura, o fossa, presenterà la sua domanda al Prefetto, il quale, nella sua qualità d'Intendente, sentito, in Consiglio raddoppiato, il voto delle Comunità interessate, procederà, secondo le norme che saranno stabilite.
III - Qualunque Comune potrà esercitare sopra i terreni, che gli spettano in proprietà, gli stessi diritti assicurati ad ogni proprietario dall'art. I - della presente legge.
IV - Il terreno di proprietà del Comune trovandosi nel caso indicato nell'art. II - la deliberazione dovrà essere presa parimenti in Consiglio raddoppiato, e sottoposta al Prefetto nella sua qualità d'Intendente, per aspettarne le superiori deliberazioni.
V - Colle stesse forme potrà il Comune, invece di chiudere i terreni di sua proprietà, deliberare il progetto di ripartirli per uguali porzioni fra Capi di casa, o di venderli, o di darli a fitto; il tutto con quelle riserve, o condizioni, che saranno determinate a vantaggio degli stessi Comuni, e del Regno.
VI - Quando fra un anno, dopo la pubblicazione della presente legge, il Comune non abbia deliberato il progetto di chiudere, o di ripartire, o di vendere, o di dare a fitto, il riparto potrà essere chiesto davanti al Prefetto da' Capi di casa, in numero almeno di tre.
VII - I terreni propri della Corona, e tra questi i derelitti, e gli altrimenti vacanti, potranno essere venduti, o dati a fitto, o conceduti gratuitamente, o altrimenti assegnati in un modo conforme alle massime stabilite pel riparto de' terreni Comunali.
VIII - In qualunque terreno chiuso sarà libera qualunque coltivazione, compresa quella del tabacco.
IX - Sarà libera in tutto il Regno la vendita delle foglie di tabacco, la manifattura, la vendita e l'uscita del tabacco mediante il pagamento de' dazj che saranno stabiliti».

Nonostante la facciata liberale della formula, il potere esecutivo non si preoccuperà di fare applicare quei punti che avrebbero dovuto, almeno in parte, difendere pastori e contadini dagli abusi. Per esempio, l'art. 1 specifica che non potranno essere chiusi i terreni soggetti «a servitù di pascolo, di passaggio, di fontana, o d'abbeveratoio»: in concreto verranno chiusi non soltanto i terreni soggetti a servitù, ma perfino terreni attraversati da strade pubbliche. verranno invece applicati e imposti con inaudita violenza tutti i punti relativi alla sottrazione delle terre d'uso comunitario.
Circa un mese dopo, il 14 novembre 1820, dal Castello di Stupinigi, il Re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme, approva la Carta Reale con le «Istruzioni relative al Regio Editto delle Chiudende, e ripartizione dei terreni in Sardegna», e la nomina di una «Delegazione destinata a decidere ogni vertenza».
La Carta Reale in oggetto consta di 33 «istruzioni». Il trentatreesimo punto esplicativo fa capire contro chi fossero rivolte le Chiudende:

«Le liti ora pendenti per causa di chiusure pretese illegittime, ove dipendano da questione sulla proprietà del terreno, o da usurpazioni di territorio altrui, dovranno continuarsi, e decidersi a norma dei rispettivi diritti: resteranno però abolite quelle nelle quali l'eccezione degli opponenti si faccia derivare dalla diminuzione del pascolo comunale prodotta dalla chiusura».

Pur di favorire la formazione di un nuovo padronato agricolo si distrugge il patrimonio zootecnico: «diminuzione del pascolo comunale» significa infatti affamare le greggi e costringere i pastori a farsi dissanguare dai neolatifondisti, che avrebbero concesso in affitto, a peso d'oro, i pascoli appena usurpati.
A conclusione dei primi cento anni di dominazione - è stato scritto - :

«La Corte piemontese mise in atto l'operazione, a lungo covata, più sfacciatamente e vergognosamente colonialistica. A partire dal 1820, infatti, furono emanati i famigerati editti delle Chiudende… Si voleva in tal modo dare alla proprietà privata garanzie giuridicamente definite e tali da consentire al titolare del diritto l'uso pieno ed esclusivo dei terreni e, soprattutto, incoraggiare e legalizzare l'esproprio delle terre comunali, demaniali e di tutte quelle in cui, sulla base di regolamenti comunitari consolidati da una lunga consuetudine, contadini e pastori esercitavano la propria attività». Osservate nella loro vera sostanza, e negli effetti che produrranno, le Chiudende appaiono, anche in rapporto a quei tempi, non come riforme progressiste, ma «un provvedimento contro i pastori in quanto produttori ancora relativamente autonomi, contro la pastorizia in quanto settore economico antagonistico in qualche modo capace di espansione» (G. Cabitza - Sardegna, rivolta contro la colonizzazione - Feltrinelli 1968).

Non manca, da parte delle stesse autorità, qualche ipocrita considerazione critica, anche se a livello di documento «riservato». Il viceré di Sardegna, nella sua relazione sulle Chiudende presentate alla Corte il 22 settembre 1832, scrive:
«E' veramente eccessivo l'abuso che fecesi delle Chiudende da alcuni proprietari… Siffatto abuso è quasi generale nel Nuorese. Si chiusero a muro e a siepi boschi ghiandiferi, si chiusero al piano e ai monti i pascoli migliori per obbligare i pastori a pagare un fitto altissimo e si incorporarono perfino le pubbliche fonti e gli abbeveratoi per meglio dettare ai medesimi la legge… Questa (legge) giovò nella sua esecuzione solo ai ricchi e ai potenti, i quali non ebbero ribrezzo di cingere immense estensioni di terreno d'ogni natura, senza idea di migliorare il sistema agrario, ma al solo oggetto di far pagare dai contadini e dai pastori la facoltà di seminarli e il diritto di far pascolare i loro armenti».

Contadini dei Campidani e pastori delle Barbagie, danneggiati nei loro più vitali interessi, purtroppo non sanno unirsi nella lotta contro la falsa «riforma liberale». Contadini e pastori sono divisi non solo e non tanto dal diverso bisogno di utilizzazione della terra, quanto dalla diversa maturità politica e dal differente atteggiamento che l'uno e l'altro hanno assunto nei secoli verso i colonizzatori.
La storiografia ufficiale deforma la verità quando sostiene che le Chiudende hanno visto favorevoli i contadini e contrari i pastori, e che i moti e le esplosioni di rivolta che ne sono seguiti sarebbero stati una sorta di accapigliamento tra queste due categorie. E' vero che nel disegno di rapina delle terre la borghesia sabauda tentava anche di strumentalizzare l'antica e «naturale» rivalità tra contadini e pastori, giusta la regola del «divide et impera». Vero e provato è anche che la introduzione della proprietà privata della terra ha scavato un solco profondo di ostilità e di rancori tra gli abitanti dei Campidani e quelli delle Barbagie; ma per quel che riguarda la reazione immediata alle Chiudende, pastori e contadini si sollevano ovunque contro l'attuazione della legge-rapina.
Melchiorre Murenu, il poeta cieco di Macomer, ha bollato con parole di fuoco la rapina legalizzata dei sabaudi: «Tancas serradas a muru / fattas a s'afferra afferra; / si su chelu fit in terra / bo chi lu serraizis puru!» (Tanche chiuse a muro / ottenute arraffando; / se il cielo fosse stato in terra / vi sareste chiuso pure quello!).
Tempi duri, come sempre, per i letterati del popolo. Melchiorre Murenu è stato assassinato da sicari pagati probabilmente da quelle famiglie che avevano arraffato tanche in virtù degli editti. E non è un caso che nelle diverse antologie di «letterati» sardi, il Murenu, come il poeta libertario Salvatore Poddighe, non appaia pur essendo uno dei massimi interpreti della cultura isolana.
Nelle zone dell'interno, la risposta popolare è particolarmente intensa e violenta. Scontri e conflitti a fuoco si susseguono in quasi tutti i comuni. Di giorno, funzionari, neo possidenti e sbirri delimitano e recingono; di notte, i pastori, le popolazioni abbattono con rabbia le recinzioni. Per far rispettare l'esecuzione del furto viene mandato l'esercito. La guerriglia, con veri e propri scontri campali, esplode e di protrae per circa dieci anni.
La repressione è di una ferocia inaudita. I pastori vengono massacrati indiscriminatamente. Intere popolazioni vengono deportate. Con le fucilazioni in massa, con le forche, con la galera, con le deportazioni la borghesia piemontese impone alla Sardegna la proprietà privata.
In aggiunta alla sbirraglia tradizionale e alle truppe regolari, il governo piemontese costituisce e manda in Sardegna il Corpo Franco di Polizia, una banda di criminali e di evasi raccolti, stipendiati e sguinzagliati nell'Isola a seminare terrore, desolazione e morte. Non è la prima volta, né l'ultima, che la consorteria al potere utilizza delinquenti comuni in operazioni di repressione antipopolare nell'Isola.
Dopo il 1830, domata nel sangue la rivolta popolare, le recinzioni ripresero e si moltiplicarono.

Scrive Pirastu: «L'impotenza del governo a far rispettare le leggi e ad impedire gli abusi e le usurpazioni non lasciò mai ai pastori scelta diversa da quella di farsi giustizia e difendersi direttamente».

C'è da chiedersi, come potevano le leggi borghesi impedire gli eccessi e le usurpazioni, se gli editti delle Chiudende erano per se stessi la legalizzazione di un atto di usurpazione e di rapina.
E' del 1832 una seconda ondata di tumulti popolari contro le recinzioni. La rivolta divampa ancora una volta in tutto il Nuorese. I terreni usurpati e recintati vengono messi a fuoco e le recinzioni abbattute.

«In tutto il circondario di Nuoro la resistenza dei pastori alle chiuse aveva assunto il carattere di una guerra civile, con violenze, furti, incendi, omicidi. Anche allora il potere pubblico, alla correzione delle cause e alla azione contro le usurpazioni preferì la repressione più dura».

Così il Pirastu. Egli attribuisce al regime monarchico-borghese una doppia natura, e non invece una sola, quella di colonialista, per la quale non poteva che preferire la repressione delle istanze popolari alla correzione delle cause delle rivolte.
Le cronache del periodo, sia pure parziali e frammentarie, danno una idea della impotenza della insurrezione popolare. Per stroncarla si instaura un vero e proprio stato militare: la Reale Udienza nomina una Commissione mista di giudici e militari e più avanti una Commissione mista di militari e civili, con poteri speciali e con l'esercito a disposizione. Falliti i tentativi delle due Commissioni di «pacificare gli animi» con le fucilazioni sommarie, si ricorre infine a una Commissione speciale con più truppe a disposizione.

«La conseguenza fu che centinaia di contadini e pastori si diedero alla macchia per sfuggire agli arresti e alle condanne deliberate senza maturo giudizio. Le accuse aperte e le delazioni segrete aprirono una nuova catena di vendette, mentre la Commissione alternava arresti e pene severissime, anche di morte, alla revoca delle chiusure, alla restituzione delle terre usurpate all'uso pubblico cui spesso erano stati sottratti ponti, strade, fontane…» (I. Pirastu - Il banditismo in Sardegna - Ed. Riuniti 1974 - pag. 29).

In quello stesso periodo vengono allestite diverse campagne militari contro il «banditismo». Mai come in quegli anni, gli studiosi di criminalità scoprono così gran numero di «banditi» e «latitanti» da inserire nei loro album di statistica.
La repressione dei moti popolari contro le Chiudende - che nessuno storiografo pone sullo stesso piano dei contemporanei moti borghesi per una costituzione liberale - fu certamente un atto di barbarie, se suscitò l'indignazione perfino di diversi paesi borghesi, tecnologicamente più avanzati nell'arte dello sfruttamento e più «umanitari» in quella della repressione. Dall'esame dei fatti di quel periodo emergono elementi utili a comprendere e a spiegare gli attuali rapporti tra lo stato italiano e la Sardegna. I moti popolari contro le Chiudende non possono definirsi azioni di «banditismo» in quanto di natura chiaramente civile, muovono da una precisa ideologia economica e politica (l'uso comunitario della terra) in opposizione a un'altra ideologia (la proprietà privata della terra). Tali moti risalgono a poco più di centocinquanta anni fa, e sono contemporanei ai moti liberali, santificati dalla storia ufficiale come «risorgimento nazionale». I moti delle Chiudende sono moti «comunisti» contemporanei ai moti «liberali». mentre il Piemonte sostiene le istanze liberali nel Lombardo-Veneto contro la «barbarie» austro-ungarica, lo stesso Piemonte pratica in Sardegna, ufficialmente e diffusamente, la tortura (il codice feliciano che mitiga in parte le precedenti leggi criminali è del 1826).
In Sardegna, gli oppositori politici sono accomunati agli assassini. la pena di morte è comminata per furti anche di lieve entità. Ci sono ancora gli alguazil (aguzzini statali) alle dipendenze dei commissari di polizia, che stirano, slogano, squartano e arrotano le membra dei suppliziati. Si impicca nelle piazze, davanti al popolo, e le teste dei giustiziati vengono infilate in cima alle pertiche ed esposte per lungo tempo come monito.
Non risulta che la «barbarie» austro-ungarica abbia riservato lo stesso trattamento agli oppositori politici soggetti alla sua giurisdizione. In quegli stessi anni, 1820-21, Silvio Pellico viene arrestato, processato e condannato a morte da un tribunale austriaco per avere cospirato contro il potere costituito. La pena capitale gli viene commutata prima in ergastolo e poi in quindici anni di reclusione in fortezza. Da ciò che egli stesso ha scritto, non fu mai trattato in modo disumano. Durante la prigionia poté cattolicamente flirtare con figlie di secondini, e scrivere un romanzo antiaustriaco e diverse tragedie, per altro insipide.
Dubito che oggi - non dico a quei tempi, in regime sabaudo - se dovessi finire nelle galere italiane per reati politici mi verrebbe concesso l'occorrente per svolgere la mia attività di scrittore.
Non risulta neppure che il Piemonte abbia usato nei confronti degli oppositori politici delle provincie di terraferma gli stessi metodi repressivi usati contro i Sardi. Evidentemente, all'interno dello stesso sistema ci sono diversi modi di amministrare la giustizia e di applicare le leggi. Anzi, nel caso nostro, esistono sotto lo stesso monarca due distinte legislazioni: una per lo sfruttamento «civile» dei popoli di terraferma e l'altra per lo sfruttamento «coloniale» del popolo sardo. Tutto ciò anche dopo il 1847 - anno della «fusione» dell'Isola al Piemonte, che, neppure sotto il profilo di eguagliare l'Isola alle altre provincie, all'interno delle stesse leggi, «fonderà» un bel nulla: resteranno leggi speciali e interventi speciali, riservati alla Sardegna; resteranno, anche quando la legge è «uguale per tutti», diversi modi di interpretarla e di applicarla.
Un «trattamento differenziato» ancora oggi evidente nella amministrazione dell'Isola, dove gli stessi diritti civili sanciti dalla costituzione repubblicana e garantiti dalle leggi dello stato sono, molto più che altrove, aleatori e discrezionali, tanto che perfino alcuni di questi fondamentali diritti, altrove acquisiti, sono ancora considerati, qui, una stravagante utopia.

5 - Non è dato conoscere con precisione quanta superficie occupassero le terre usate in comunanza e rapinate dal 1820 in poi dalla borghesia continentale e compradora.
Sulla scorta di dati e notizie di archivio e attingendo nel Dizionario del Casalis quanto scritto dall'Angius, Carlino Sole (C. Sole - La Sardegna di C. Felice, ecc. - Fossataro 1967) tenta un calcolo globale, abbastanza approssimativo e in difetto perché mancano i dati relativi ai terreni comunali, anche e soprattutto questi abbondantemente rapinati.
Provincia di Cagliari: da 1/4 a 1/5 del territorio. Provincia di Iglesias: espresso in abbastanza per i due maggiori comuni (Iglesias e Arbus) e poco e pochissimo per i restanti 9 comuni. Provincia di Isili: 1/6 a Gesico e poco e pochissimo negli altri comuni. Provincia di Lanusei: da 1/2 a molto a Lanusei, abbastanza in 4 comuni e poco e pochissimo nei restanti 20 comuni. Provincia di Oristano: 2/3 del territorio in 6 comuni, 1/2 in 8 comuni, 1/3 in 5 comuni e 1/4 in 7 comuni. Provincia di Nuoro: 2/3 in 2 comuni, 1/4 in 5 comuni, abbastanza in 9 comuni. Provincia di Cuglieri: dai 4/5 a 1/4. Provincia di Alghero: dai 3/4 a 1/3 a 1/4. Provincia di Tempio: abbastanza a Terranova (Olbia) e poco o pochissimo negli altri 9 comuni.

Lo stesso Sole, nell'opera citata, scrive: «Questa ricostruzione risulterà non priva di interesse se si pensa che in essa troviamo una prima giustificazione storica del carattere della proprietà fondiaria sarda quale ci appare quando il processo delle chiusure potrà dirsi in gran parte compiuto, cioè dopo il 1870: estrema polverizzazione dei fondi da una parte, e presenza di cospicui latifondi dall'altra».

Se ne rileva anche che la rapina delle terre è maggiore nelle zone più fertili - ed è ovvio, direbbero il pastore e il contadino nella loro lingua, «is furonis non si "ettant" a sa spina!» Quei ladri sapevano scegliere.

6 - Le Barbagie hanno una loro ben precisa struttura economica basata sull'allevamento; costituiscono una comunità con propri ordinamenti giuridici e hanno una storia su cui possono innestarsi originali e autonome forme di sviluppo. I Barbaricini hanno dimostrato per secoli di essere in grado di opporsi e di resistere con il loro «sistema» socio-economico al sistema imposto dagli invasori. Alla luce di questi elementi, gli editti delle Chiudende (come altri successivi interventi pseudorinnovatori) appaiono e sono la trama di un disegno sempre vagheggiato e sempre ricorrente nei colonizzatori: la soluzione finale del pastore sardo.
Si deve alla resistenza popolare, al sacrificio di tante vite umane se l'economia pastorale e la civiltà di cui è espressione non furono cancellate dalla faccia della terra.
I danni inferti alla economia isolana dalle Chiudende furono ingenti. Dal 1790 al 1805 la quantità di grano (in starelli) prodotta in Sardegna va da 1.793.894 a 1.192.103; dal 1842 al 1847 scende da 1.074.597 a 530.111. La produzione del grano dopo le Chiudende si dimezza, in un primo tempo, e poi si riduce a circa un quarto. Dal 1790 al 1795 (mancano i dati relativi ai primi anni del 1800) la produzione dell'orzo (in starelli) va da 588.708 a 438.987; dal 1842 al 1847 scende da 537.144 a 170.970 (Aa. Vv. - Profilo storico economico della S. ecc. - Padova 1962). Il patrimonio ovino risulterà dimezzato.
Sa quasi di sovrumano la capacità dei pastori barbaricini di sopravvivere e riassestarsi dopo un simile terremoto. Per comprendere a quali soprusi e ricatti fossero state sottoposte quelle popolazioni dopo le stragi della repressione borghese, e quale fosse la miserevole situazione in cui vennero ridotte, cito fra i tanti episodi di criminalità dell'usurpatore il caso del nobile Mura di Santulussurgiu, il quale si era impadronito, recingendole, delle terre della comunità, e insieme dell'unica fonte a cui la popolazione si abbeverava, costringendola ad attingere l'acqua in un ruscello inquinato. Soltanto dopo che scoppiarono epidemie, il viceré ordinò la demolizione della recinzione intorno alla fonte pubblica.
Sedilo - già florida comunità di allevatori - cadde in tale stato di miseria che i suoi pastori, per fare fronte alle spese giudiziarie nella controversia delle terre davanti alla Commissione, dovettero fare una questua.

«Che l'editto fosse diretto non solo a ridurre, limitare la pastorizia ma a distruggerla, è provato dal fatto che, se non vi fossero state la rivolta contro le chiusure e la demolizione violenta delle recinzioni, i pastori, quasi nessuno dei quali era proprietario terriero, sarebbero stati estromessi dai pascoli trasformabili che sarebbero stati recintati e sottoposti a coltivazione; per sopravvivere si sarebbero dovuti ridurre a far pascolare le greggi nei terreni peggiori o piegarsi a pagare fitti esosi: è infatti quello che in definitiva è avvenuto, non pacificamente. E' importante notare il fatto che, in gran parte della Sardegna, l'usurpazione, elevata a metodo, è stata il "mezzo normale di formazione della proprietà" e non in tempi remoti, ma relativamente recenti; ciò spiega da una parte la grettezza e la propensione all'assenteismo della proprietà in Sardegna e, dall'altra, il nessun rispetto dei ceti popolari per la proprietà terriera, la cui origine di rapina non si perde nel lontano passato ma è presente nella storia di famiglia di pastori e contadini defraudati poco più di un secolo fa… In conclusione si può affermare che la legge sulle Chiudende ebbe conseguenze nefaste: da essa nacque la proprietà assenteista attuale, con essa non si realizzò il «rifiorimento della Sardegna» sognato dal Gemelli; le coltivazioni agricole non ebbero alcun rilevante incremento e le chiusure altro non ottennero che segnare i limiti di una proprietà assenteista e parassitaria nella quale i pastori continuarono ad esercitare la loro attività primitiva per di più gravata da un nuovo insostenibile onere, il canone di affitto» (I. Pirastu - Il banditismo in Sardegna - Ed. Riuniti 1974 - pag. 20).

Da una analisi corretta, quale si rileva dal brano precedente, il Pirastu passa a conclusioni perfettamente intonate ai «cantori» del riformismo sabaudo.

    «L'aver concepito quella riforma come rivolta contro la pastorizia e il non averla fatta precedere e accompagnare da provvedimenti idonei a trasformare e migliorare l'assetto della pastorizia incrementando la produzione di foraggio e ammodernando l'impresa pastorale determinò una crisi disperata dei pastori, non eliminò ma accentuò la dissensione tra pastorizia e agricoltura, suscitò una violenta reazione dei pastori e di intere popolazioni e produsse una lacerazione drammatica del tessuto sociale, consolidò l'impronta di arretratezza dell'economia terriera dell'Isola, rese permanenti gli squilibri e le contraddizioni che, in breve volgere di tempo, dovevano fare esplodere ancora più drammatico il fenomeno del banditismo quale è giunto fino a noi» (I. Pirastu - Il banditismo in Sardegna - Ed. Riuniti 1974 - pag. 20).

E' probabile che Pirastu - come altri onorevoli compagni - si sia dato alla storiografia per farsi la cattedra in qualche università. Se ciò fosse, si capirebbe questo suo integrarsi a giudizi propri della storiografia borghese. Per un comunista - marxista o no - suona ripugnante sostenere che se il riformismo colonialista dei Sabaudi anziché rivolgersi contro i pastori fosse stato preceduto e accompagnato da riforme agrarie e fondiarie (foraggere e trasformazioni dell'allevamento da transumante a stanziale) non vi sarebbero stati «una questione sarda» e in particolare «il banditismo» conservatosi sino a oggi. E' un assurdo pensare che i Sabaudi, espressione della nascente borghesia capitalista, avrebbero potuto perseguire in Sardegna una linea di sviluppo economico e politico diversa, magari espropriando le terre per fare le cooperative, distribuendo le stesse terre ai pastori e ai contadini (che già le possedevano). E' la stessa presunzione dei revisionisti, oggi, pensare che la DC al potere faccia le buone riforme, quelle che danno benessere ai lavoratori e non ai capitalisti. Ma c'è un punto ancora più ripugnante, ed è quello dove la risposta necessariamente violenta delle popolazioni sarde alla violenza della rapina e della usurpazione del colonialismo, viene bollata come «banditismo». Usando lo stesso metro di giudizio, per il «compagno» Pirastu erano «banditi» anche i Vietnamiti che si opponevano alla usurpazione della loro terra, alla rapina del loro patrimonio da parte dell'imperialismo yankee e della borghesia compradora. Così i Palestinesi, che lottando contro Israele - testa di ponte dell'imperialismo sul petrolio medio-orientale - sarebbero «banditi» perché con la violenza rivogliono quei territori di cui sono stati derubati, da cui sono stati cacciati.

7 - Il disegno sabaudo di eliminazione del pastore sardo prosegue - dopo le Chiudende - articolandosi in tre principali interventi:
1) il riscatto dei feudi nobiliari e clericali, facendoli pagare alle popolazioni più di quanto non valessero, proseguendo nella usurpazione della terra per la creazione della proprietà perfetta, operazione che viene gabellata nei testi di storia patria come «abolizione del feudalesimo»;
2) l'abolizione dei diritti di ademprivio, che è l'ultimo atto di rapina nel processo di privatizzazione della terra;
3) l'impianto delle industrie casearie a opera del capitalismo continentale.
Nel periodo tra il 1832 e il 1839 risultano infeudati: 1 principato, 3 ducati, 28 marchesati, 21 contee, 31 baronie, 2 viscontadi, 10 signorie, 5 incontrade, 1 scrivania e 2 salti.
I comuni infeudati sono 356 e, di questi, 185 appartengono ancora a feudatari residenti in Spagna (come noto la Sardegna era passata dalla Spagna all'Austria col trattato di Utrecht del 1713 e successivamente dall'Austria al principe sabaudo Vittorio Amedeo II col trattato di Londra del 1718, con la clausola che nell'Isola sarebbero stati rispettati i privilegi della nobiltà spagnola), mentre 143 comuni appartengono a feudatari residenti in Sardegna, 25 alla Corona sabauda, 2 alla Mitra di Cagliari e 1 all'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro.
I feudi appartenenti alla nobiltà e al clero spagnoli occupavano la metà della superficie dell'Isola. Si capisce quindi come l'ingorda borghesia piemontese mirasse, col suo riformismo, a sostituirsi al vecchio padrone nella proprietà di quelle terre, che avrebbe sfruttato, sulle spalle dei contadini e dei pastori, molto più «razionalmente» di quanto non fossero capaci di fare i feudatari.
L'operazione «riscatto feudi» consta di diversi momenti. Nel1832 Carlo Alberto predispone che i comuni infeudati possano affrancarsi pagando una rendita perpetua ai feudatari espropriati. Questi non accettano alcun concordato e minacciano di fare intervenire l'Austria che nel trattato di Londra aveva garantito alla Spagna lo status quo nell'Isola.
I Sabaudi aggirano l’ostacolo. Nel 1836 vengono soppresse le giurisdizioni feudali: così, le cause prima avvocate presso i feudatari passano di competenza dei giudici di nomina regia. Per il popolo vassallo è il classico cadere dalla padella nelle braci.
Intanto si incentivano i feudatari con offerte vantaggiosissime, affinché cedano i loro feudi - tanto paga pantalone. I feudatari avrebbero ricevuto in compenso rendite e beni in natura. Le rendite consistevano in cartelle al 5% iscritte nel registro del debito pubblico e beni in natura dati sotto forma allodiali, una forma di proprietà «perfettissima» derivata dai Germani, esente da imposte, oneri e gravami, consistente per lo più in terre, peschiere, tonnare, miniere.
Il marchese d'Arcais ricevette come compenso per il solo feudo di Valverde una fiorente peschiera a Oristano, il salto di S'Ungroni (una fetta del'attuale Arborea), un'altra peschiera a Cagliari, la tonnara di Flumentorgiu (presso Arbus) e in aggiunta 6.000 scudi di rendita in cartelle del debito pubblico. Questi beni diverranno successivamente oggetto di speculazioni e passeranno da una famiglia notabile all'altra.
Nel 1839 vengono varate le disposizioni del regolamento in base al quale le terre dei feudi riscattati e spettanti ai comuni avrebbero dovuto essere lottizzate e ripartite fra i capi-famiglia dello stesso comune, e le terre spettanti al demanio dello stato, invece, vendute per contanti. In effetti, tali terre non furono assegnate, né vendute a contadini e a pastori ma assegnate a ricche famiglie borghesi italiane e straniere: la vasta tenuta di Crucca fu assegnata ai fratelli Maffei; il territorio di Pimpisu aI Baudi di Vesme; lo stagno di Sanluri a una società francese.
Nell'editto del 21 agosto 1838 vengono prescritti gli atti relativi ai riscatti dei feudi. Viene istituita una rendita redimibile di 250 mila lire sarde e un fondo annuo di 50 mila lire sarde per fare fronte al pagamento degli interessi delle rendite.
Il governo piemontese si mostra di manica larga nello stabilire l'importo dei riscatti, cui dovranno provvedere i lavoratori. Il Supremo Consiglio di Sardegna, che manovra il carrozzone dei riscatti, era composto da sette membri, dei quali quattro continentali e tre sardi - buoni i primi e meglio i secondi!

«I tre consiglieri sardi - scrive l'Esperson - erano di opinioni aristocratiche; il Costantino Musio, avvocato in origine dei feudatari e segretario del Marchese della Planargia; il Fontana, adoratore dell'antica aristocrazia, alla quale intendeva sin da allora annettersi, come si verificò col divenir Barone; ed il Manno, ambizioso anch'egli di unirsi alla stessa casta, come lo dimostra anche in esso l'acquistato titolo di Barone, secondo l'uso dei suoi tempi» (Esperson - Note e giudizi sull'ultimo periodo storico della S. - Milano 1878 - pag. 34 (nota).

Il riscatto era nella maggior parte dei casi il triplo del valore effettivo del feudo espropriato. Al marchese di Soleminis vennero liquidate 900 lire sarde contro le 194 lire di reddito netto; il marchese di Vaillasor ebbe una rendita di lire sarde 20.266 per un feudo col reddito netto di lire s. 10.855; il conte di Villamar ricevette 1.836 lire s. per un feudo col reddito netto di 647; infine il caso clamoroso del marchese di Quirra che si ebbe ben 34.683 lire s. per un feudo col reddito netto di 2.023.

«Il Conte di Montesano - scrive ancora l'Esperson - ebbe il compenso di lire 10.000, quasi il triplo della somma assegnatagli dalla delegazione di Cagliari. Aveva perciò ragione il compensato di dire in presenza di più persone cui riferiva l'ultima decisione: "Ora sono veramente Conte!" alludendo ai tempi passati nei quali i Conti di Motnesanto stentavano la vita. Con altre persone poi di maggiore confidenza diceva che per diventare un vero Conte gli era costato il regalo di 800 scudi di argenteria, da lui fatto a persone affezionatissime ad un membro dell'empio Sacro Supremo Consiglio di Sardegna!» (Esperson - Note e giudizi sull'ultimo periodo storico della S. - Milano 1878 - pag. 34).

Pesanti bustarelle anche a quei tempi, per ungere le ruote del carro statale.
La valutazione sfacciatamente alta, decisa in combutta tra vecchio e nuovo padronato per il passaggio della terra da quello a questo, costerà innumerevoli sacrifici alle popolazioni; ma non sarà il solo atto criminoso nel disegno che porterà al potere la borghesia. Vi si aggiunge il fatto che le popolazioni avrebbero dovuto pagare in denaro sonante i costi dell'operazione di riscatto dei feudi. Come è noto, i tributi feudali venivano corrisposti in natura nei periodi produttivi, mentre ora, i tributi allo stato dovevano essere versati in moneta e alle scadenze e con gli agi decisi dagli esattori. Prosperò così l'usura; si moltiplicarono i pignoramenti; si ridusse un popolo alla più nera disperazione.

8 - Il 15 aprile 1851, con la legge n. 1192, vengono aboliti i diversi tributi feudali che gravavano sui terreni e si istituisce «l'imposta unica fondiaria». Una sola, ma molto più pesante di quelle precedenti messe insieme. La nuova imposta sarebbe entrata in vigore il 1° gennaio 1853, «da ripartirsi» - secondo l'art. 5 - «indistintamente sulla proprietà fondiaria, in proporzione del reddito netto imponibile» che si sarebbe desunto da un «catasto provvisorio, fatto colle regole d'arte a seconda dei lavori planimetrici esistenti».
Il Regolamento viene approvato il 5 giugno 1851 e stabilisce le norme relative alle operazioni geometriche ed estimative per la formazione del catasto nell'Isola.

    «Le operazioni si eseguiranno per lo più ad occhio descrivendo sulla mappa delle frazioni di proprietà privata in ciascun comune delle linee senza misurazione; e con uguale fedeltà s'intestarono e descrissero le colture; quindi sarebbe più difficile immaginare che non avvenissero errori, anziché dubitare che gli errori eseguiti non fossero molto maggiori di quelli che si conoscono! Tanto che la commissione che doveva riferire sullo stato delle mappe esistenti, dichiarò che quelle di Sardegna erano inservibili per il nuovo catasto ordinato con la legge 1° marzo 1886. I lavori di estimo non procedettero quasi meglio, e dettero luogo a reclami e clamori, pei quali ai più solleciti fu risposto con qualche inadeguato miglioramento, ma i più finirono nell'universale indifferenza che sopravvenne dopo il primo movimento di reazione… Ed è su questo catasto errato geometricamente, esagerato nelle stime, che si percepì e si percepisce l'imposta fondiaria in Sardegna!… Alla Sardegna fu assegnata l'aliquota del 10% sul reddito imponibile; vale a dire sulle 54 provincie (che allora, come sempre, erano le più povere) furono messe alla pari colle ricchissime e privilegiate di Torino e Lomellina a cui fu attribuita una aliquota di 10,94 e del 10,64; mentre le meno gravate ebbero un minimo di aliquota dell'1,32 (Valsesia, Domodossola, Albenga) e le altre in media appena il 6%. L'aggravio era così evidente che non poteva non suscitare clamori…» (F. Pais - Relazione sulle condizioni economiche e della sicurezza pubblica in Sardegna - Roma 1896 - pag. 105 e segg..).

Più che «clamori» - soffocati come d'uso con la repressione armata - suscitarono espropri per debiti da imposte, in cui l'Isola si assicurò un nuovo non invidiabile primato. Nel periodo successivo all'entrata in vigore dell'imposta unica fondiaria, tra il 1885 e il 1897, si ebbero in Sardegna ben 52.060 devoluzioni di immobili a favore dello stato per mancato pagamento delle tasse, contro le 52.869 registrate in tutta Italia.
Oltre ciò, alla colonia Sardegna era riservato un trattamento «speciale» anche negli agi esattoriali e negli interessi di mora. Questi ultimi erano stabiliti per l'Isola nella misura del 15% (nessun contadino o pastore poteva mai pagare alla scadenza, ma soltanto al momento del raccolto, e quindi era sempre in mora), contrariamente a quanto avveniva nel resto d'Italia, dove gli interessi di mora andavano dallo 0,50 al 4%.
La stessa borghesia agraria compradora, messa in piedi dopo le Chiudende, toccata nei suoi interessi, prende a protestare con veemenza e a minacciare, soffiando sul fuoco del malcontento popolare.
Il sistema fiscale feudale - che non era certo tenero nel mungere il contadino e il pastore - era tollerabile rispetto al nuovo: i feudatari, o meglio i loro amministratori, potevano essere ingannati o in qualche modo blanditi, i tributi feudali si pagavano per lo più in natura, dopo il raccolto, e in proporzione alla stessa quantità del raccolto. I tributi dovuti agli esattori (armati) dei Sabaudi andavano invece pagati in denaro sonante, in rate bimestrali e indipendentemente dall'andamento del raccolto.
A conti fatti, la somma degli oneri che gravavano sulla proprietà fondiaria precedentemente al 1851, ossia i donativi (feudali), raggruppati in 13 voci, era di lire 1.619.521,16; mentre il contingente imposto dopo la riforma era stato fissato in lire 2.111.400. Infine, abolite le decime, il governo chiedeva 800.000 lire annue da corrispondersi ripartitamente dai comuni dell'Isola per il sostentamento del clero!

9 - E' stato rilevato che i Sabaudi hanno fatto le «riforme» in Sardegna in uno strano modo: emanando leggi e decreti abolitivi.
L'operazione «rapina delle terre» iniziata nel 1820 con le Chiudende che «abolivano» l'uso comunitario delle terre, si conclude, nel 1865, con la legge del 23 aprile che «abolisce» i diritti di ademprivio, cioè i diritti di seminativo, di pascolo, di legnatico, di pesca, di caccia, di fonte, eccetera nei terreni del demanio comunale.
L'abolizione degli ademprivi nasce da oscuri motivi di interesse (cui pare non fosse estraneo il Cavour e il suo intraprendente parentado), e si articola in una serie di manovre che culmineranno con il passaggio dei terreni già soggetti a diritti di ademprivio nelle rapaci mani della borghesia e in quelle di compagnie straniere, e darà luogo a rivolte popolari nelle Barbagie e nella Baronia, protrattesi per anni e represse in un bagno di sangue.
Dopo le riforme operate sulle strutture feudali, per la creazione della «perfetta» proprietà borghese, erano state emanate già nel 1839 alcune disposizioni che limitavano i diritti popolari di ademprivio. Tali disposizioni restarono lettera morta per le violentissime reazioni suscitate nei contadini e nei pastori. Alla borghesia piemontese piangeva il cuore vedere una così cospicua fetta di terra «derelitta» e «inutilizzata»: quasi 500.000 ettari sui quali le popolazioni esercitavano «l'uso barbarico» di goderne i frutti liberamente senza pagare tasse e balzelli.
Per arraffare anche quelle terre con un minimo di giustificazione legale, la consorteria al potere partorì una diatriba sulla natura di questi terreni dopo il loro riscatto dai feudatari, indennizzati coi soldi del popolo. La dotta diatriba si imperniava su un dilemma: i 500.000 ettari appartengono ora certamente al demanio: ma, a quello dello stato o a quello dei comuni? Il dilemma viene sviscerato nel decennio cavourriano, con alcune pause durante e dopo la seconda guerra detta d'indipendenza; quindi viene ripreso e rispolverato nel 1862 nella fase di eccitazione provocata dalla raggiunta «unità nazionale». E finalmente il dilemma viene sciolto con una spartizione di quei terreni tra il demanio dello stato e il demanio comunale.
Per quel che gli spetta, lo stato rappresentato dai galantuomini che siedono al governo, dà i suoi 200.000 ettari a un gruppo di imprenditori italo-inglesi, per incentivarli a costruire nell'Isola il primo tronco ferroviario. I comuni, dal canto loro, dovranno distribuire i 270.000 ettari di loro competenza a privati, sotto forma di proprietà «perfetta» non avvilita da servitù d'uso popolare. C'è qualcuno in parlamento che per salvare la faccia suggerisce di farne parte anche ai contadini e ai pastori senza terra.
A un certo punto, la sporca faccenda diventa veramente ingarbugliata. La ferrovia non viene più nemmeno progettata per il clamoroso fallimento della Società italo-inglese, che avrebbe dovuto costruirla e che nonostante tutto si terrà una buona fetta dei terreni avuti in acconto. I comuni - guarda caso! - non avevano provveduto a lottizzare e a distribuire i terreni di loro competenza nel termine perentorio di 3 anni. Allo scadere del termine, nella confusione, si fanno sotto i latifondisti e gli imprenditori indigeni e stranieri, i quali finiscono per annettersi anche quei terreni. (Da notare che si erano già impadroniti delle amministrazioni comunali per «amministrare meglio» i loro beni).
I moti di Su connottu sono di quel periodo. «Torrare a su connottu» significa «tornare al conosciuto», al passato, cioè all'uso comune della terra, al godimento degli antichi e conosciuti diritti di uso collettivo del patrimonio naturale. I moti esplodono con particolare violenza nella Barbagie, con epicentro Nuoro, e in Baronia, intorno a Orosei.
Lo storiografo contemporaneo Del Piano (Aa. Vv. - La società in Sardegna nei secoli - Torino 1967 - pagg. 228-229) ripete, sulla questione, la vecchia tesi dei lacché legalitari, i quali, mentre formulano garbate critiche al padrone per le sue ruberie, gli tengono il sacco con una mano e con l'altra ricevono le mercede. La tesi del Del Piano è che non fu «efficace l'opposizione dei pastori e dei contadini poveri», cioè a dire che costoro non avevano utilizzato come avrebbero dovuto tutti i canali legali e gli appigli giuridici per opporsi alla nuova usurpazione delle terre effettuata dalla borghesia compradora, la quale, al contrario, sapeva portare il santo in chiesa. Stupidi e ignoranti, contadini e pastori si opposero con le sommosse e furono massacrati! Potevano appellarsi alla giustizia, no? Come fecero, per esempio, i pastori e i contadini di Dorgali, i quali, da allora a oggi, dal 1864 al 1975, contestavano davanti ai tribunali, sabaudi, fascisti, repubblicani, i loro diritti di ademprivio su alcuni terreni comunali, senza avere ottenuto ancora un fico secco!
La tesi compradora di Del Piano assurge poi ad altezze geniali quando sostiene che, via!, era «da considerarsi superato» a quei tempi, «il godimento collettivo della terra» e i Sabaudi avevano ogni buona ragione di «privatizzarle». Bisogna riconoscere, però, - aggiunge il nostro in un momento di raptus sovversivo - che avrebbero potuto abolire gli ademprivi in un momento diverso, in un momento di prosperità, «non certo in quegli anni nei quali la situazione generale risultava aggravata da carestie».
Quasi che le carestie che colpiscono i contadini e i pastori siano categorie noumeniche, punizioni divine per eccessi masturbatori, e non invece una conseguenza della arretratezza causata dalle rapine e dallo sfruttamento della colonizzazione capitalista.



Capitolo VII - La calata dei capitalisti

1 - La borghesia piemontese, dichiarati decaduti gli ordinamenti, gli usi e ogni forma di organizzazione e gestione comunitaria nella utilizzazione del patrimonio naturale, gettate quindi le basi giuridiche per l'usurpazione della terra e per ogni altro genere di rapina, comincia a realizzare il programma di sfruttamento intensivo e totale dell'Isola, con l'invasione del capitale. Sono i primi «gloriosi» anni della unificazione nazionale.
Provenienti da ogni dove, sbarcano sull'Isola gli scherani del capitale. Ha inizio il criminale disboscamento da parte dei carbonai, delle società ferroviarie, minerarie e navali. I metallari di mezza Europa si buttano alla ricerca di tesori sotterranei e, ottenute le concessioni, pagano una miseria allo stato e pesanti bustarelle ai governanti, utilizzano negli scavi le affamate schiere del bracciantato agricolo. Re, lords e avventurieri di ogni risma si improvvisano archeologi, rapinando tesori d'arte nelle necropoli puniche e romane ancora inviolate; compagnie di filibustieri costituiscono «società per azioni» creando dal nulla il capitale, aggiudicandosi in combutta con ministri e parlamentari appalti, concessioni, forniture che dissangueranno lo stato. Altre compagnie costituiscono banche di credito, società di navigazione, di assicurazione e altri ancora si aggiudicano «i diritti esclusivi di pesca» nelle acque pubbliche. Consorterie di usurai organizzano l'esazione delle imposte e altre ancora impiantano industrie casearie per derubare il pastore di ciò che gli resta dopo la rapina cui è sottoposto dai latifondisti. Insieme sbarcano nell'Isola militari e preti, con la funzione di convincere le popolazioni, con le buone o con le cattive, a lasciarsi derubare; e intanto rubano anch'essi, chi sottraendo la terra per edificarvi fortificazioni e chi per edificarvi basiliche, seminari, collegi, tenute, alberghi.

«Possedere la terra non è ancora tutto, non è neppure la cosa più importante. Ciò che regge l'attuale sistema economico è il capitale. Senza di esso nessuna trasformazione industriale; senza trasformazione meccanica e organica dell'industria nessun monopolio; e senza profitti, non c'è possibilità di restare al potere» (Francesco Saverio Merlino – Questa è l’Italia – Edizione italiana del 1953 – pag. 46).

La borghesia italiana, negli anni successivi all'unità nazionale, non ha avuto altro pensiero che quello di creare e accrescere il capitale. Nata in ritardo rispetto alle sorelle europee, e da queste stesse sollecitata a mettersi in linea, sviluppa un formidabile appetito e nulla sfugge al suo apparato masticatorio e digerente.

«Non c'è richiesta commerciale, non petizione alle Camere di commercio, discussione di bilancio o finanziaria ai due rami del Parlamento in cui non sia risuonato il grido: - Dateci i capitali! - Ora, poiché il capitale non esisteva, lo si è creato. Banche, carta moneta, reddito pubblico, tutto ciò è stato tratto dal nulla… vedremo (la borghesia) attingere senza scrupoli alle casse dello Stato, giovarsi delle pubbliche calamità per accrescere le sue fortune, lanciarsi senza mezzi in grosse imprese e gonfiarsi a poco a poco come la rana della favola» (Francesco Saverio Merlino – Questa è l’Italia – Edizione italiana del 1953 – pag. 46).

F. S. Merlino, riparato in Francia nel 1884 per sfuggire a una condanna inflittagli da un tribunale romano per le sue idee anarchiche («associazione di malfattori» - la stessa formula usata dalla procura di Cagliari nel 1974 per imbavagliare altri anarchici), nel suo prezioso saggio «Questa è l'Italia» documenta la storia dello sviluppo del capitalismo italiano negli anni 1860-90. E' la storia stessa della classe dirigente, della consorteria al potere, che oggi perpetua i crimini di ieri. Seguire le documentate vicende denunciate dal Merlino, relative ai primi trent'anni di storia «unitaria», è come seguire fatti e vedere personaggi del nostro tempo.

«Le finanze dello Stato sono state amministrate così sapientemente… che dal 1860 ad oggi (1890), salvo una brevissima interruzione, ogni anno ha visto aumentare il deficit del bilancio, inventare nuove imposte o aumentare quelle esistenti: ogni anno ha visto il Gran Libro del debito pubblico, tempio di una nazione in perpetua guerra con se stessa, aprirsi per nuove iscrizioni di rendita consolidata; e lo Stato, sempre sull'orlo del precipizio, spogliarsi dei suoi possessi uno dopo l'altro, delle entrate, dei monopoli, delle gestioni - ferrovie, canali, tabacchi, sali, beni demaniali, ogni cosa - e gettare nell'abisso delle sue finanze non solo quanto possedeva, ma tutto ciò che ha potuto espropriare dei patrimoni dei privati e delle comunità assoggettate, vendendo la nazione anima e corpo ad una banda di pirati insaziabili» (Francesco Saverio Merlino – Questa è l’Italia – Edizione italiana del 1953 – pag. 47).

Da fonti borghesi, dallo stesso Crispi giovane (Dalla “Proposta di legge” presentata il 30 marzo 1878 da Crispi, allora deputato, per “una inchiesta parlamentare sulla gestione finanziaria dello Stato dal 1° gennaio 1861 al 31 dicembre 1877”), si ha la conferma che la classe al potere di quel periodo ha frodato e rubato: 1) sul valore di emissione e sul prodotto della rendita di vari prestiti; 2) sull'acquisto di obbligazioni delle ferrovie per conto dello Stato; 3) sull'alienazione dei beni demaniali e sulle vendite delle obbligazioni relative; 4) sulla abolizione delle corporazioni religiose e conversione dei beni ecclesiastici (interessante notare come gli speculatori borghesi e cattolici avessero preso sul serio la scomunica di Pio IX scagliata contro coloro che avessero acquistato beni ecclesiastici); 5) sulla amministrazione del patrimonio devoluto al Fondo per il culto; 6) sulla vendita dei beni passati allo Stato per effetto delle leggi di soppressione delle corporazioni religiose e di conversione dei beni delle altre istituzioni ecclesiastiche e sulla rendita iscritta come corrispondente ai beni sopra indicati; 7) sull'impiego di beni e rendite amministrati dagli Economati generali; 8) sulla vendita delle obbligazioni create con legge 15 agosto 1867 n. 3848; 9) sul contratto della Regìa cointeressata dei tabacchi e sulla vendita delle obbligazioni relative; 10) sui contratti di cessione di ferrovie e sui costi delle linee costruite a spese dello Stato; 11) sulla vendita delle ferrovie dello Stato e sul riscatto delle ferrovie dell'Alta Italia (da notare che le ferrovie passavano dalle mani dei privati e viceversa, in una sarabanda di speculazioni: lo Stato le cedeva sottocosto e floride; le compagnie private mungevano le ferrovie e a un certo punto dichiaravano di non «rientrarci» più con le spese e le rifilavano allo Stato, dissestate ma facendosele pagare il doppio del loro valore, e così via; inoltre c'era il gioco delle sovvenzioni statali e degli incentivi); 12) sulla amministrazione delle ferrovie dello Stato prima della loro vendita; 13) sull'acquisto di navi da guerra e in generale sulle forniture dell'esercito; 14) sulle decorazioni dell'ex regno delle due Sicilie inviate a Torino da Napoli nel 1862 e perdutesi in viaggio (qualcosa, per la precisione arrivò: 40 milioni di piastre borboniche, che per altro, furono dimenticate per trent'anni nelle casse dello Stato, cioè nelle tasche del re «galantuomo»); 15) sugli oggetti d'oro e d'argento tolti alle chiese e ai conventi delle regioni «unificate»; 16) sulla alienazione dei beni del tesoro; 17) sull'acquisto di valori e di moneta per i pagamenti all'estero da parte dello Stato; 18) sulle autorizzazioni concesse alle banche di emissione per operazioni di credito (in cui figuravano coinvolti diversi ministri).

Vediamo alcuni fatti in particolare. «Nel 1868 il deputato Cancellieri si accorse che un residuo di 20 milioni di moneta bronzea era scomparso dal bilancio. Si affrettò a interrogare il ministro Cambray-Digny (…) ma il ministro negò per due volte l'esistenza nelle casse dello Stato di quella somma non iscritta nella contabilità… Dinanzi a tali dinieghi, il deputato Cancellieri, che conosceva i suoi uomini, non si ritenne soddisfatto, ma continuò le sue indagini, obbligò il ministro a confessare che tale somma veramente avrebbe dovuto figurare nell'attivo del bilancio; e la Camera, per pudore, ringraziò il deputato che aveva recuperato alla nazione 20 milioni smarritisi… nella tasca di influenti personaggi» (Francesco Saverio Merlino – Questa è l’Italia – Edizione italiana del 1953 – pagg. 49 - 50).

Il Petrucelli della Gattina esprime il sospetto che fra le persone influenti vi fosse Vittorio Emanuele II, il quale si sarebbe appropriato di una parte di quella somma: costretto a rendere il mal tolto, il re «galantuomo», lo avrebbe fatto attingendo dagli utili di un carrozzone: l'affare della Regìa dei tabacchi!
Re, ministri e governanti attingevano alle casse dello Stato senza alcun pudore. Poco dopo l'episodio raccontato, viene approvato un decreto legge di indennità di 251 milioni spesi tra il 1868 e il 1869 senza che il parlamento ne sapesse nulla. Il deputato Petrucelli della Gattina racconta che il ministro (competente), data la benevolenza e la generosità della camera, ne approfittò per far passare anche 14 milioni di spese «supplementari» per il trasferimento della capitale a Roma.

«Erano le sette di sera: fu chiesto il rinvio all'indomani della discussione sulla proposta ministeriale. Il ministro vi si oppose. Fra i 14 milioni si erano insinuate (ancora) 300.000 lire per le spese di viaggio per la Spagna del re Amedeo. Un vero tumulto scoppiò alla Camera; apostrofi ingiuriose si levarono contro Amedeo, i re, i ministri, la Spagna… Approvato!» (Citato in Francesco Saverio Merlino – Questa è l’Italia – Edizione italiana del 1953 – pag. 50).
«Chi potrebbe enumerare tutti i furti, le malversazioni, le deviazioni commesse… a cominciare dal saccheggio delle chiese e delle casse dei governi decaduti nel 1860, fino al sacco delle biblioteche… e alla scomparsa di oggetti di inestimabile valore, conservati al Museo Kircher e in altri e perfino di alcune delle più preziose vestigia dell'antichità… dalle corazze fabbricate in America nel 1861 e accettate e pagate, con intervento interessato del Re, benché una commissione di tecnici le avesse dichiarate inutilizzabili; fino ai 2.000 muli e cammelli malati di rogna e ai viveri guasti forniti alle truppe di Africa nel 1887 e alle altre malversazioni del ministero della guerra rivelate dal generale Mattei e dai testimoni uditi al processo di Piacenza; dagli appannaggi regali concessi ai prefetti, dagli stipendi intascati «per distrazione» da ministri… fino all'immenso bottino delle pensioni civili e militari…» (Francesco Saverio Merlino – Questa è l’Italia – Edizione italiana del 1953 – pag. 51).

Le ruberie sulle forniture militari da parte della borghesia imprenditoriale, imparentata o ammanigliata ai governanti, proseguono fino a oggi. Acqua al posto della benzina, per rifornire le truppe corazzate durante l'ultima campagna d'Africa, e vestiario di cascame anziché di lana, per le truppe di spedizione in Russia, nell'ultima carneficina mondiale: ruberie che sono costate decine di migliaia di vite umane.
Lo stato unitario - lo stato delle miserevoli plebi agricole del Mezzogiorno e del miserevole proletariato del Nord - è uno spensierato scialacquatore. Già nel 1861 il debito pubblico ammontava a 2.707 milioni di capitale e a 356 milioni di interessi; nel 1883 il debito sale ancora a 9.045 milioni e arriva nel 1885 a 12 miliardi. Sono debiti che legano lo stato ai grossi capitalisti tedeschi, inglesi, francesi. Soltanto per pagare gli interessi a quei capitalisti stranieri, i contadini e gli operai devono sudare sangue lavorando, e sfamarsi con le erbe dei campi.

«Si sbaglierebbe di grosso chi credesse che quel debito di 12 miliardi rappresentasse altrettanti capitali versati nelle casse dello Stato. Il Rothschild, che aprì la serie delle sanguisughe pascentisi nel pantano della finanza italiana, prestò 500 milioni nel 1862 al 75 per cento, 700 nel 1863 al 71 per cento, 200 nel 1864 al 62 per cento e 425 nel 1865 al 66 per cento». Di quei milioni presi in prestito, ben pochi entrarono effettivamente nelle casse dello stato, se agli interessi si aggiungono le commissioni, gli sconti e tutto il resto. «Nel 1886 per pagare l'Austria, il governo italiano prese a prestito 93 milioni effettivi e si indebitò di 196 milioni» (Francesco Saverio Merlino – Questa è l’Italia – Edizione italiana del 1953 – pag. 52).

Nel 1866 viene decretato il corso forzoso dei biglietti della Banca Nazionale che arricchì gli speculatori a spese dello stato. L'Italia divenne - secondo un giudizio di Massimo D'Azeglio - «una tratta nelle mani dei giocatori di borsa».

«In virtù della legge sul corso forzoso, la Banca Nazionale, stampando carta che lo Stato da parte sua bollava, si procurava altrettanta moneta metallica che immobilizzava come riserva per coprire l'emissione già fatta e una nuova emissione del doppio dei biglietti; così essa creava il capitale dal nulla e si procurava i mezzi per concorrere a qualsiasi operazione dello Stato, dei Comuni, delle Provincie… Già nel 1862 e 1863 si assiste alla fondazione di Banche e di Società con lo scopo di speculazioni losche e per accaparrarsi lavori pubblici, di bonifica, di ferrovie, ecc. Di tutte le Banche create fra il '64 e '66 non restava, dopo qualche anno, nessuna traccia. (Dal '67 al '73) una miriade di Banche di emissione coprì il Paese di carta moneta fiduciaria d'ogni colore e taglio. Carta dappertutto, se ne fabbricava dovunque. Società di mutuo soccorso, Monti di pietà, Amministrazioni provinciali, comunali, privati che fabbricavano e ciascuno se la cavava come meglio poteva. Le monete d'argento e di lega, anche le più modeste e le più usate, fuggirono via dall'Italia…» (Francesco Saverio Merlino – Questa è l’Italia – Edizione italiana del 1953 – pag. 55 e seguenti).

Il dissesto raggiunse proporzioni tali che la legge 11 marzo 1870 interdisse ogni circolazione fiduciaria non autorizzata… Nel 1873 il disordine era giunto al colmo. Nel periodo in esame (1867-73) il disordine era salito da 19 a 143 (ciascuna con decine o centinaia di succursali). La Banca romana, con un capitale di 5 milioni aveva emesso biglietti per 48 milioni; il Banco di Napoli, capitale versato 33 milioni, faceva circolare 195 milioni di carta; il Banco di Sicilia, capitale 8 milioni, faceva girare 59 milioni di carta.
Nel 1873 scoppia una terribile crisi. Fallimenti, truffe che vengono a galla e processi messi in piedi per placare gli animi esasperati delle popolazioni: processi che saranno una ulteriore truffa.
Le vie della speculazione sono infinite, per i filibustieri del capitale. Dopo la speculazione sulle terre, sulla vendita dei beni demaniali, sui prestiti, sulle opere idrauliche, il capitale si lancia a speculare sulle costruzioni delle grandi città e sulle bonifiche nelle campagna. Gli imprenditori realizzavano enormi profitti senza muovere un dito: prendevano dallo Stato e cedevano ad altre società per l'esecuzione dei lavori o vendevano e rivendevano le stesse aree fabbricabili a prezzi sempre più alti. Il governo - burattino mosso dal capitale - decretava quotidianamente nuove opere, che non si realizzavano quasi mai o erano realizzate in modo truffaldino.
E' un discorso che può sembrare astratto. Posto in termini concreti il gioco è questo: la borghesia deruba lo Stato e lo Stato deruba il popolo.

«Dal pane quotidiano, fino al corpo delle prostitute, tutto è cambiato in oro… Miseria e prostituzione, vita e morte, ricchezza immobile e mobile, possedimento, diritti contenziosi, lavoro, consumo, carità. Fino al delirio e alla disperazione dei più poveri tra i poveri, tutto è stato catalizzato! Lo Stato si è fatto biscazziere, e la lotteria, infame imposta, strappa l'ultima briciola di pane dalla bocca e il pagliericcio in brandelli alle case dei più disgraziati proletari. Il gioco è un vero furto, giacché lo Stato non restituisce mai che il 58 per cento delle poste… Ma imposte e monopoli non sono che il primo passo verso la liquidazione della ricchezza e della produzione a beneficio di una minoranza privilegiata. Il secondo sta nella cessione di tutti quei diritti… a speculatori e affaristi, con l'accordare loro agio e commissioni… nello sguinzagliare sugli abitanti un'orda di esattori, imprenditori, usurai e altre mignatte, che estorcono dieci per uno e scorticano la popolazione fino all'osso. Il governo che per la riscossione delle imposte e dei redditi statali si è, col pretesto del supremo interesse della patria, corazzato di privilegi ingiusti e di leggi eccezionali… ha ceduto tutte queste formidabili armi agli aguzzini e agli scagnozzi ch'egli ha sguinzagliato nel Paese; esso permette ai suoi agenti di spingersi fino a una brutalità delittuosa, fino allo spopolamento, fino alla proletarizzazione di intere regioni» (Francesco Saverio Merlino – Questa è l’Italia – Edizione italiana del 1953 – pagg. 61 - 62).

In una rassegna anche sommaria come questa dei fenomeni di banditismo della consorteria al potere, merita almeno un cenno il contratto della Regìa dei tabacchi, per cui lo Stato cedette a una società privata una immensa fonte di reddito, che costituì uno dei più scandalosi carrozzoni del secolo scorso. Nella greppia si ingozzarono anche deputati e ministri. Nominata la solita commissione di inchiesta per appurare le malversazioni (ormai di pubblico dominio) di numerosi deputati, si capì ben presto che il suo compito era in realtà quello di coprire le responsabilità, di soffocare lo scandalo e di dare in pasto alla giustizia qualche pesciolino. E' noto il caso Lobia, del deputato che contro ogni logica borghese e capitalistica denunciò intransigentemente all'opinione pubblica e alla camera lo sporco intrigo, minacciando di fare nomi e cognomi. Il parlamento era ormai decaduto (un decadimento naturale e ricorrente) al livello di una combriccola di speculatori, di sbafatori e di manutengoli: da più parti insorge contro il Lobia, chiamandolo «calunniatore». Ma quando costui asserisce di possedere le prove documentate delle sue accuse, allora la combriccola decide di assassinarlo. Il giorno prima che il Lobia si presentasse come testimone davanti alla commissione di inchiesta fu pugnalato da sicari e ridotto in fin di vita. Il presunto assassino viene trovato affogato. Un presunto complice sparisce in America. Un testimone importante muore avvelenato… Le stragi di stato sono una vecchia istituzione.

2 - Con questi dati caratteriali briganteschi e con un lunghissimo curriculum di crimini commessi nel breve periodo di tempo in cui dà la scalata al potere, la borghesia imprenditoriale del Nord sbarca e si insedia nell'Isola.
E' un «insediamento» che ricorda le calamitose infestazioni parassitarie, quali quella della fillossera della vite - che distrusse i vigneti dell'Europa nello stesso periodo - e quella di questi anni della Phoracantha semipunctata - il parassita dell'eucalipto sbarcato in Sardegna al seguito degli impianti petrolchimici residuati del Medio Oriente, che minaccia di distruggere il residuo patrimonio boschivo delle pianure.
Alla metà del secolo XIX il patrimonio boschivo sardo è ancora ingente, nonostante le continue periodiche distruzioni a opera di viceré, governatori e milizie che usavano il metodo della terra bruciata per stanare i latitanti. Nel 1817 il viceré Villamarina - tanto per citarne uno - ordinò che fossero incendiati i boschi immensi del Campidano di Arborea, folti di querce, per stanare una banda di fuorilegge, col risultato di avere distrutto una fonte di sostentamento per le popolazioni senza acchiappare neppure un bandito. Fra questi «banditi», vissuto alla macchia in quelle foreste, caro al popolo per le sue gesta, era Sisinnio Dessì, di Marrubiu, un mio antenato.
Il capitalismo, a differenza dei viceré, non distrugge nulla per nulla. Distrugge i boschi, ma ne ricava miliardi. Nel giro di pochi decenni, milioni di piante d'alto fusto e migliaia di ettari a bosco vengono trasformati in carbone, in traversine ferroviarie, in avanzamenti di gallerie nelle miniere, in navigli, in potassa.

«Il conte di Cavour, allora ministro delle finanze, nel 10 gennaio 1856 stipula una convenzione con le Case bancarie Fratelli Bormida e Barbaroux di Torino, conte Beltrami e Bombrini di Genova, per la concessione di 60,000 ettari di terreni di libero demanio e ademprivili in Sardegna, con l'obbligo di coltivarli, di costruire in un decennio non meno di 10 borgate, di 50 case coloniche ciascuna, ferrovie, strade e canali, da passare in proprietà allo Stato alla scadenza della concessione, la cui durata era fissata in 99 anni. Questo progetto presentato e approvato dal Senato, fu ritirato dal ministro in seguito alla presentazione di altre proposte che dicevansi più vantaggiose, e che non furono all'ultim’ora mantenute» (F. Pais – Relazione dell’inchiesta sulle condizioni economiche e della sicurezza pubblica in Sardegna – 1896 – pagg. 260 - 261).

Di fatto, i cari Bormida, Barbaroux, Beltrami e Bombrini (nomi di rapaci imprenditori che ritroviamo ancora attivi fino ai nostri giorni) attraverso altre concessioni di favore sfrutteranno ugualmente il patrimonio isolano, senza per altro lasciare traccia di borgate, di case coloniche e neppure di un filo d'erba coltivato.
Ho accennato allo sporco affare della società italo-inglese che si ebbe come concessione «in libera proprietà» (con legge 4 gennaio 1863) i 200.000 ettari di terre ex ademprivili sottratte alle popolazioni. Ed è noto che la società fantasma non costruì un solo metro di strada ferrata, ma si tenne e disboscò gran parte dei terreni avuti in acconto.

«…Milioni di querce, di roveri e di lecci, venduti con i terreni ex ademprivili, furono abbattuti dagli speculatori sia per ricavarne legname, per farne carbone vegetale o anche per incenerirli e trarne potassa. In questa vera e propria spoliazione che non solo disperse un prezioso patrimonio ma influì negativamente sulle condizioni delle terre, sul regime delle acque e sulla stabilità del suolo, ebbe modo di farsi luce la leggendaria onestà e correttezza della classe dirigente piemontese. Anni prima della legge di abolizione dei diritti di ademprivio, il Cavour, personalmente, pur contrastato da Pasquale Tola e da Francesco Sulis, aveva concesso al conte Beltrami di abbattere 200.000 piante di alto fusto nella foresta di Monte Mannu di Austis; il conte Beltrami pagò complessivamente la cifra irrisoria di 60 mila lire, ne ricavò oltre 300 mila dalla vendita di sole alcune centinaia di piante che erano adatte alle costruzioni navali» (I. Pirastu – Il banditismo in Sardegna – 1973 – pag. 50).

Per avere un'idea più precisa dell'entità dei profitti del conte Beltrami, può servire il rapporto di simili favolose cifre con il salario medio giornaliero di un operaio sardo dello stesso periodo, che era inferiore a una lira.
La cittadina di Buggerru è sorta intorno al 1870 nell'area di un antico bosco distrutto da carbonai toscani. Il fatto dimostra come nel piano del capitalismo le orde dei carbonai toscani e piemontesi che pullularono dopo l'unità, avevano oltre al compito di trasformare in denaro il patrimonio arboreo, anche quello si spianare il terreno ai contemporanei e successivi lavori di ricerca e di sfruttamento delle società minerarie. Infatti, le montagne dell'Iglesiente in particolare furono rase e bruciate, poi squarciate e rivoltate: un processo di rapina totale, in superficie e nel sottosuolo, che ha modificato una fetta di mondo fertile e lussureggiante in un deserto allucinante, dove, in quelle montagne di discariche, non è presente più neppure la vita microbica. Una rapina che ha arricchito un pugno di speculatori e ha ridotto in insanabile miseria un popolo.
C'è da restare allibiti nel leggere una notizia di cronaca del periodo («L'Avvenire in Sardegna» n. 184 del 1874), in cui si lamenta il fatto che a Meana Sardo, paese del Nuorese, le autorità usino due pesi e due misure, in modo tanto sfacciato da condannare al pagamento di una forte ammenda due contadini di Pattada che hanno osato dissodare un fazzoletto di terra per seminarvi grano, sradicando alcuni cespugli di lentisco, nello stesso momento in cui si concedeva per poche lire a società continentali il «privilegio» di distruggere migliaia di ettari di bosco.

3 - Si è accennato alla combutta di speculatori e usurai che, organizzato il credito bancario, crea dal nulla immensi capitali. Si ebbe, già da allora, l'improntitudine di denigrare i Sardi accusandoli di «poca fiducia nel capitale», di non essere abbastanza coraggiosi e intraprendenti da buttarsi nelle imprese economiche o di affidare i risparmi alle società d'affari e agli istituti di credito. A parte il fatto che il popolo non possedeva neppure i centesimi necessari per sfamarsi, la stessa borghesia compradora (che annoverava quei pochi Sardi con capitali a disposizione) non aveva tutti i torti a diffidare della onestà della borghesia capitalista del Continente.
E' del 1887 il clamoroso fallimento (sentenza del 25 giugno) del Credito Agricolo Industriale Sardo, il più importante istituto di credito operante nell'Isola, fondato 14 anni prima.

«L'Istituto aveva svolto una intensa attività, specie nelle campagne ove i suoi buoni surrogavano la carta moneta, aveva conquistato la fiducia dei risparmiatori di ogni parte dell'Isola riuscendo a raccogliere risparmi per oltre 8 milioni di lire. Il clamoroso fallimento dell'Istituto provocò il crollo di numerose aziende e si ripercosse sulle casse di risparmio e sugli altri istituti di credito depauperando ulteriormente gli agricoltori e gli allevatori che il blocco doganale si apprestava a gettare in una crisi rovinosa. Anche di questa nuova sciagura economica la responsabilità fu individuata nella incuria del governo» (I. Pirastu – Il banditismo in Sardegna – 1973 – pag. 50).

Sono costretto ancora una volta a postillare una citazione, nel momento in cui gli storiografi borghesi e compradoris insistono nella mistificazione: rimproverare di «incuria» il governo, che è sempre organizzatore o complice e comunque partecipe delle imprese truffaldine del capitale, mi sembra un riguardo eccessivo - a meno che non si parta dall'ottimistico principio che i governi (e quelli borghesi in particolare) esistano per «curare» gli interessi del popolo.
Della «pastetta» bancaria scrive anche il Pais nella sua inchiesta.

«Fin da quando il Credito fondiario della Cassa di risparmio di Cagliari sospese i pagamenti, alcuni fra i maggiori creditori, esaminato il bilancio dell'Istituto, e rilevato come la circolazione delle cartelle era di gran lunga superiore all'ammontare dei mutui ipotecari, si facevano iniziatori di un consorzio tra i cartellisti, che si proponeva di sottrarre i titoli allo scopo di evitare che, stante il loro prezzo vilissimo, fossero comperati ed offerti dai debitori al valore nominale in compensazione del loro debito… Nel Consorzio, i cartellisti sono tutti dell'Alta Italia, neppure un sardo; il denaro effettivo si ripartisce loro col realizzo delle attività di liquidazione, fra cui i mutui ipotecari e stabili, emigra dunque dall'Isola… Le Casse di risparmio dell'Isola, quelle di Cagliari, di Sassari e di Alghero, il Credito fondiario, sono tutti in liquidazione; il Credito agricolo in fallimento. Il capitale sardo è sfiduciato soprattutto dagli impieghi diretti nell'Isola. Né sapremmo dar torto a questa ritrosia se volgiamo lo sguardo all'ecatombe bancaria che tanta sciagura ha dato alla Sardegna. Nemmeno in tale difetto di fiducia nelle istituzioni di credito, come in tante altre, può il governo stesso esimersi da responsabilità; perché avvertito e sollecitato in tempo lasciò che le casse di risparmio, gli istituti di credito fondiario e agricolo, i quali pur sono ed erano sottoposti alla vigilanza governativa, non dico creassero (perché forse altre cause vi concorrevano), certo aggravassero una situazione in cui la fine inevitabile era quella di aprire una voragine nella quale dovessero cadere, come caddero, tra colpevoli e sciagurati, uomini di alta posizione sociale, sostanze di cittadini e di pubbliche amministrazioni; che, strano a dirsi, da un giorno all'altro, videro cadere quella stessa banca a cui, fino alla vigilia e a consacrazione di fiducia governativa, ERA OBBLIGATORIO VERSARE I DEPOSITI» (F. Pais – Relazione dell’inchiesta sulle condizioni economiche e della sicurezza pubblica in Sardegna – 1896 – pag. 188 e segg).

Come poco fa il Pirastu, anche il Pais si chiede «chi avrebbe potuto supporre che non fosse vigilata», questa banca. Che il governo la vigilasse, personalmente non ne dubito. Ma «vigilata da chi»? dai carabinieri?
Siamo alle solite. Gli storiografi, nel prendere atto di fatti che sono truffe belle e buone chiaramente perpetrate dalla classe al potere, si indignano rimproverando i governi per i loro peccati di incuria. E vedendo banditi soltanto tra i pastori e soltanto nel Supramonte, concludono che «le ripercussioni dell'ecatombe bancaria e del blocco delle esportazioni sulla criminalità furono immediate e di evidenza clamorosa; i dati comparativi che si riporteranno per gli anni 1880-1887-1894 non consentono dubbio alcuno sulla natura delle cause economico-sociali del banditismo e delle sue periodiche recrudescenze» (I. Pirastu – Il banditismo in Sardegna – 1973 – pag. 50)
E' una tesi puttanesca che va ribaltata. «Dubbio alcuno» può non aversi sulla legge dinamica di causa ed effetto; molti dubbi, invece, sulla individuazione delle cause (incuria del governo = miseria) e sulla definizione dell'effetto (miseria = banditismo). «Dubbio alcuno» non si ha nel definire «banditismo» le azioni del governo reggi-coda dei «banditi» del capitale, e nel definire «lotta sociale» la resistenza popolare allo sfruttamento, alla rapina e alle truffe bancarie, ovunque e in qualunque forma questa resistenza si manifesti.

4 - Francesco Saverio Merlino - uno dei pochi testimoni del popolo - definisce la costruzione delle ferrovie in Italia «una gigantesca cuccagna». Ascoltiamolo, per comprendere meglio quel che avverrà poi in Sardegna.

«Per prima cosa, quando lo Stato era lui a costruire, non si preoccupava del prezzo né della qualità dell'esecuzione: gli venivano presentati i conti e li pagava ad occhi chiusi. Sono cosa incredibile le cifre che gli sono costate le costruzioni eseguite col "rimborso delle spese". Quando invece lo Stato volle sbarazzarsi della cosa, non si rivolse, come sarebbe da supporre, a costruttori, ma, o a banchieri o a speculatori, o molto spesso a politicanti emeriti, o a patrioti bisognosi, i quali, appena ottenuta la concessione, talvolta prima di ottenerla, si affrettavano a rimbalzarla a banchieri e speculatori, che, a loro volta, la scaricavano su altri, fino a che si andava a finire, dopo non pochi premi prelevati da questo o da quello, ai veri costruttori, spesso insolvibili, che, per rimborsarsi dei premi pagati, cavillavano con lo Stato chiedendo un'infinità di compensi per mutamenti di progetti - mutamenti che spesso erano solo pretesto per estorcere denaro, ma che talvolta erano giustificati dal lasso di tempo intercorso tra la concessione e l’inizio dei lavori. Nel frattempo, le popolazioni protestavano, la data fissata per l'inizio del funzionamento della linea ferroviaria passava senza che nemmeno si fosse cominciata a costruirla: il governo, premuto da ogni parte, accordava facilitazioni, sovvenzioni, rinunciava alle ammende per i ritardi, arrivava a fare offerte o a garantire obbligazioni, interessi, rendita. I costruttori trovavano questo molto comodo e trascinavano in lungo i lavori per strappare nuove sovvenzioni e consumavano i fondi in spese di gestione. Un bel giorno sparivano dalla scena, lasciando lo Stato alle prese con le loro cambiali e i loro creditori e nell'obbligo di terminare le costruzioni cominciate. Il povero Stato, non sapendo come cavarsela, entrava nelle combinazioni degli speculatori, ritirava le linee agli uni e con lo stesso sistema le passava ad altri; accordava nuovi premi, nuove offerte e nuove sovvenzioni, pagava, sempre. Una volta costruite le ferrovie bisognava provvedere a gestirle, e qui lo stesso tira e molla, la stessa alternativa tra lo spreco diretto della gestione statale e le malversazioni della gestione privata. Lo Stato si rivoltava, come l'ammalato nel suo letto, che cambia posizione senza trovar sollievo ai suoi dolori. Vendeva e poi ricomprava le stesse linee, poi rivendeva e riacquistava, sempre in perdita. Quando vendeva, non domandava il prezzo (altro che eccezionalmente) e garantiva capitali e interessi, spese di gestione e profitti; quando comprava, non si preoccupava del valore dell'acquisto. Contava senz'altro alla Compagnia il denaro che esse pretendeva di avere speso in materiale mobile, costruzioni, ecc. o convertiva in una annualità fissa a favore degli azionisti un rendimento per sua natura variabile, scambiando titoli di rendita pubblica con le azioni di una società in fallimento (così si fece il riscatto delle ferrovie dell'Alta Italia nel 1876 e delle ferrovie romane del 1881). Se la società aveva esaurito i capitali, lo Stato le veniva in aiuto, come accadde più volte per le ferrovie romane: se essa guadagnava troppo, lo Stato codificava il contratto perché guadagnasse di più; così avvenne per le ferrovie meridionali. Il materiale ch'esso pagava come nuovo all'acquisto, rivendeva come vecchio e fuori uso: ma si obbligava a riprenderlo, dopo un certo periodo, nelle condizioni in cui si sarebbe trovato, ripagandolo al prezzo di vendita. Concedeva alle società gerenti la costruzione di nuove linee, affidando loro i progetti e il preventivo a loro piacimento. Gli bastava pagare, cioè attingere alla tasca dei contribuenti, e arricchire gli imprenditori. Un tal gioco gli sembrava innocente, come spogliare san Paolo per vestire san Pietro.
Nel 1862, per esempio, il governo cedette le ferrovie meridionali ad una compagnia, accordandole un sussidio immediato di 20 milioni, per metà in beni demaniali, e una sovvenzione annua di 29 milioni fino al 1869 e di 20 milioni dopo quella data, oltre a numerose esenzioni da imposte. Come la Rgìà dei tabacchi, anche questa faccenda provocò un'inchiesta da cui risultò che i fondatori della società, mentre trattavano la concessione col governo, si erano, da parte loro, assicurati personalmente, di fronte ai principali azionisti, la costruzione a 210 mila lire il chilometro e avevano d'altra parte contrattato a 198 mila lire il chilometro, cosicché prima ancora che la legge fosse votata, si erano assicurati un beneficio di 14 milioni, di cui la metà per il fondatore principale, l'altra metà da dividersi fra imprenditori, giornalisti, deputati. Uno di questi ultimi, certo Susani, membro della giunta incaricata del rapporto alla Camera sulla convenzione, aveva avuto 1.100.000 lire. Egli e il Bastogi, primo ministro delle finanze italiane e principale istigatore della faccenda, furono invitati a dare le dimissioni. ll re fece conte il Bastogi (Dopo l’inchiesta sulla convenzione delle ferrovie meridionali, si propose una legge che obbligasse il deputato interessato a un affare ad astenersi dal voto e dal partecipare a commissioni. Ma, prima che questa legge fosse approvata, passarono undici anni).
Quel che accadde per le ferrovie del Nord è più singolare. Il governo, dopo averne ceduto nel 1865 l'usufrutto ad una società privata, garantendone un prodotto lordo di 28 milioni per il complesso di tutte le linee, trascurò di chiedere i conti dell'esercizio. Quando, nel 1873, il Sella, che era ministro, prese il coraggio a due mani e rifiutò di pagare la sovvenzione prima che fossero riveduti i conti, il governo fece la dolorosa scoperta di aver pagato 70 milioni in più. Non si poteva amministrare in modo più filantropico!…
Merita di essere conosciuto un episodio, quello delle ferrovie calabresi e siciliane. La prima concessione di questa linea fu data a una Società Vittorio Emanuele, proveniente dal Piemonte, come la banca cosiddetta Nazionale, che aveva uno stato maggiore di ministri e deputati. Tale società, esistente solo sulla carta giacché non fu mai costituita, né il suo capitale fu mai versato, distribuiva tuttavia ai suoi azionisti dei bei dividendi prelevandoli dalle sovvenzioni di cui il governo le fu prodigo. Il 9 luglio 1863 essa ottenne la concessione, 1.280 chilometri di ferrovia da costruire. Incassò una sovvenzione di 8 milioni e delegò il 27 agosto alla costruzione di 800 chilometri un'altra società che il 28 settembre passò la sua sottoconcessione con un premio di 28 milioni (ad altre società). I lavori dovevano essere compiuti nel 1867 e la società Vittorio Emanuele ricevette a più riprese altre sovvenzioni, ma non c'era della costruzione neppure l'ombra. Finalmente, nel giugno 1868, la società decise di abdicare in favore di una società Carli, Vitali e Picard, con un contratto approvato dalle Camere. Appena entrata in funzione, questa nuova società intentò causa allo Stato e allora cominciò il più divertente valzer di processi e transazioni che sia mai stato visto… Nel maggio 1878 il Crispi, difensore della Società, chiamato al ministero impone come condizione che si transiga con la società e lo Stato paga altri 5 milioni a complemento di 37…
Si tratta quindi di costruire - conclude il Merlino, riferendosi al famigerato carrozzone Depretis - 3.982 chilometri. Spesa preventivata nel 1878 non per 3 ma per 6 mila chilometri: 1.200 milioni; spesa preventivata nel 1888, non per 6 ma per 3 mila chilometri: 1.100 milioni, o 404.319 lire al chilometro. Ma le ferrovie costruite prima, senza economia, erano costate non 404.319 ma 282.703 lire al chilometro , in totale un mezzo miliardo pagato al re di Prussia, cioè alla banda di ladri come il Bertani e lo Spaventa chiamarono i capitalisti di questo affare: i signori Bastogi, Balduino, Bombrini, nomi non sconosciuti al lettore…» (Francesco Saverio Merlino – Questa è l’Italia – Edizione italiana del 1953 – pag. 46)

In Sardegna, la ferrovia rappresentava ben poco per le popolazioni, sia come servizio pubblico, considerata la miseria degli abitanti che non possedevano il denaro sufficiente a usarla, sia come strumento di commercio, per la mancanza più assoluta di veri e propri traffici tra le comunità, se non quelli che rientravano nei tradizionali scambi di prodotti tra il mondo pastorale e il mondo contadino (un traffico commerciale organizzato dai Barbaricini, che stagionalmente scendevano a valle coi cavalli carichi dei prodotti della loro economia - oggetti in legno, frutta secca, formaggio - che barattavano con i prodotti dell'agricoltura - grano, legumi).
Ancora venti anni fa, nelle zone interne, nella Marmilla e negli stessi Campidani, i ceti contadini preferivano spostarsi a piedi o a cavallo da un paese all'altro, per le visite ai parenti o per i piccoli commerci, evitando di usare il mezzo di trasporto pubblico per risparmiare.
La ferrovia, in Sardegna, arriva tardi, nasce rachitica e vive malaticcia e costa più che altrove al contribuente, come si addice a ogni pubblico servizio in colonia. Ma ha la sua importanza e utilità nel disegno di rapina e di sfruttamento capitalistico: serve a trasportare il frutto delle rapine, sempre più cospicuo, dalle zone interne ai punti di imbarco - un compito assolto precedentemente dai carradores, trasportatori indigeni, proprietari di carro trainato da buoi o cavallo.
Anche nell'Isola, la ferrovia costituirà un lucroso affare per le società concessionarie. Ho accennato che nel 1862 il governo entrò in trattativa con un gruppo di finanzieri italo-inglesi per la costruzione della prima strada ferrata nell'Isola. Come sovvenzione iniziale, la società ebbe 200.000 ettari dei 478.000 ex-ademprivili, in buona parte bosco. La società italo-inglese emise azioni per un totale di 1 milione di sterline, ma non riuscì a collocarne che una minima parte. Da qui il clamoroso fallimento e il rinvio della costruzione delle ferrovie. Dei terreni ricevuti in acconto, 18.000 ettari non furono mai restituiti.
Con la legge del 4 gennaio 1863 viene affidata alla Compagnia reale la concessione delle linee principali Cagliari-Golfo Aranci e dei tronchi Chilivani-Porto Torres e Decimomannu-Iglesias (perfezionata da successivi atti di concessione del 1868, 1877, 1882). Per un totale di poco più di 400 chilometri, il solo ammontare delle garanzie e delle sovvenzioni pagate dallo stato fino al 1895 ascende a 121.915.129 lire, cioè 14.000 più 7.000 trattabili a chilometro. Oltre la somma detta, lo stato offriva i soliti 200.000 ettari di terreni ex ademprivili; ma poiché questi terreni non le venivano dati subito tutti insieme - per la resistenza opposta dai comuni e dalle popolazioni - la società finì per rifiutarli e in cambio chiese un corrispettivo aumento delle garanzie di prodotto netto, cioè una copertura di eventuali deficit di gestione (F. Pais – Relazione dell’inchiesta sulle condizioni economiche e della sicurezza pubblica in Sardegna – 1896 – pagg. 424 - 425).
Il 22 marzo 1885, Umberto I firma la legge che «dà facoltà al governo di far concessioni di strade ferrate secondarie nell'Isola Sardegna». L'anno successivo, il 1° agosto, un regio decreto approva il contratto per la concessione «della costruzione e dell'esercizio delle strade ferrate secondarie» ai commendatori e ingegneri Alfredo Cottrau e Giovanni Marsaglia «contraenti nel nome proprio e quali rappresentanti della Banca di Torino, della Ditta Fratelli Marsaglia e della Ditta Fratelli Ceriana». In pochi anni, al 1895, riceveranno dallo stato una sovvenzione di 29.940.743 lire (9.950 lire al chilometro).
Le linee secondarie sono dieci ed evito di elencarle. Sta di fatto che come le precedenti linee principali hanno la funzione di creare sbocchi verso i porti di Cagliari, Golfo Aranci e Porto Torres: occorrono in particolare per il trasporto dei minerali, delle ingenti quantità di carbone vegetale che si va producendo con la distruzione dei boschi, del sughero e di quanto altro i colonizzatori rapinano nell'Isola per rivendere nei mercati europei. Una delle più grosse società minerarie che operano nell'Isola, la Monteponi, si è addirittura costruita una propria ferrovia, per il trasporto del minerale fino a Porto Vesme, luogo di imbarco. In tal modo si viene a creare un ulteriore squilibrio economico nelle popolazioni, che non traggono alcun beneficio dalle linee e perdono il lavoro del trasporto che effettuavano con i carri.

La storia delle ferrovie è, press'a poco, quella di tutti i lavori e servizi pubblici, dai canali Cavour fino agli scavi del Foro Romano, dai lavori di bonifica fino al trasporto delle truppe in Africa. Ab uno disce omnes», - commenta il Merlino.

Come nella costruzione delle strade, oggi, le società imprenditrici che ricevono in appalto i lavori tengono presenti i profitti e non anche la funzionalità e la resistenza delle opere eseguite: per rendersi conto di come siano state costruite le ferrovie in Sardegna è sufficiente percorrere certi tratti dove binari e rete stradale si intersecano decine di volte in pochi chilometri, congestionando il traffico.
In tema di ferrovie, c'è un calunnioso pregiudizio da smantellare. Si dice che i pastori incendino dolosamente i boschi per aprirsi pascoli; così, ogni incendio che scoppia d'estate per l'incuria di turisti viene attribuito ai soliti pastori. Una delle cause, la più rilevante, di incendi è proprio la ferrovia, che conserva ancora vecchie locomotive a vapore. E' un fatto visibile che dappertutto, a lato delle strade ferrate, i boschi sono scomparsi da un pezzo (e spesso scompaiono vigne e colture cerealicole), mentre nelle zone abitate dai «terribili» pastori vegetano folti boschi.

5 - Per tutto il secolo XIX le tonnare costituiscono una delle più importanti e redditizie attività economiche del capitalismo in Sardegna, che, insieme alla Sicilia, è fra le maggiori produttrici in Europa. Così come le industrie estrattive, le tonnare sono in mano a capitalisti del Continente, i quali, ottenute dallo stato le concessioni, esercitano la pesca e il commercio esclusivamente in funzione del profitto.
La storia delle tonnare sarde - che oggi non esistono più, o quasi - è un altro capitolo del disegno di sfruttamento portato avanti senza interruzioni dal colonialismo. Si distingue in due periodi. Il primo, precedente, grosso modo, al 1860, è quello dello sfruttamento artigianale del prodotto. I tonni nel loro naturale esodo, attraversano il Mediterraneo secondo una linea che costeggia la Sardegna dal Nord verso Sud. Partendo dalle coste, nei punti più idonei, venivano tese delle robuste reti lunghe fino a 800 e 1.000 metri verso il mare aperto. Su queste reti si imbattevano i tonni, che venivano quindi dirottati verso altri sbarramenti mobili, fino alla «camera della morte», una chiusa di barconi, dove avveniva la «mattanza». In questo primo periodo, le tonnare non potevano utilizzare tutto il prodotto, che doveva necessariamente vendersi fresco o malamente conservato in barili per breve tempo. Non si avevano mezzi abbastanza veloci per trasportare il prodotto nei vari mercati del Continente ed esteri.
Il secondo periodo è quello in cui le tonnare diventavano più propriamente una industria. La tecnica ha inventato mezzi di trasporto più veloci, una rete ferroviaria che consente anche ai prodotti più deteriorabili di raggiungere i mercati delle grandi città in buono stato di conservazione del prodotto elaborato in scatole sottovuoto. Ciò, ovviamente, consentiva ai produttori di piazzare il surplus in qualunque periodo dell'anno.
Da allora, le tonnare diventano un lucroso affare e vengono potenziate. Dal 1875 al 1885 sono in prodigioso sviluppo.

«Dal 1885 - annota il Pais - la pesca andò sempre declinando in modo spaventevole, tanto che nel decennio anteriore, per esempio a Portopaglia, il complesso della pesca fu di 40.461 (tonni), nel decennio susseguente si ebbe un risultato di 17.475 tonni, mentre per il passato non fu mai inferiore a 35.000 (annui)» (F. Pais – Relazione dell’inchiesta sulle condizioni economiche e della sicurezza pubblica in Sardegna – 1896 – pag. 278).

Lo stesso Pais cerca di spiegare nella sua inchiesta la causa del declino delle tonnare.

«Non fu solo la diminuzione della pesca che turbò il progressivo sviluppo di questa importante industria, ma anche la concorrenza iberica e lusitana, senza tener conto della Tunisia. Varie sono le ragioni per cui nella lotta (la Sardegna) non si trovò in posizione favorevole. Basti accennare che l'industria della confezione dei tonni in Spagna è al coperto dalla dispendiosa, pericolosa e incerta industria della pesca; per cui acquistandosi colà il pesce fresco, non vi sono i rischi che i tonnaroli italiani debbono correre; mentre poi a rendere anche più favorevole la condizione della industria iberica, concorre la maggiore produttività di quelle tonnare le quali, oltre la pesca di andata hanno anche il beneficio di quella di ritorno. E' noto come a preservare l'industria nazionale della jattura che le arrecava l'industria estera, fosse proposto ed oppugnato un aumento del dazio di introduzione del tono confezionato da 10 a 30 lire, che solo nel 1892 poté essere applicato» (F. Pais – Relazione dell’inchiesta sulle condizioni economiche e della sicurezza pubblica in Sardegna – 1896 – pag. 278).

Più precisamente, il declino e infine lo smantellamento delle tonnare sarde sono dovuti a una precisa scelta del capitalismo e del governo italiano. Con il ritrovato della conservazione del prodotto, ai fini del profitto ciò che conta è acquistare lo stesso prodotto dove costa meno. Mentre nelle coste sarde i tonni passano una sola volta, al ritorno, in quelle iberiche passano due volte, nello stesso anno. A parità di impianti, quindi, e con un piccolo ulteriore dispendio di manodopera, il prodotto iberico veniva a costare poco più della metà del prodotto sardo, e quello, a differenza di questo, era incentivato dallo stato. Gli stessi capitalisti italiani ed europei che detengono le concessioni delle tonnare sarde, investono i loro capitali nelle tonnare spagnole. Si fanno cioè la concorrenza da se stessi; ed è perfettamente inutile l'introduzione di un dazio di entrata del prodotto estero confezionato, in quanto i concessionari delle tonnare estere trasportano il prodotto appena pescato e lo confezionano in Italia.
Ma c'è di più. La diminuzione fino alla scomparsa del prodotto della pesca del tonno è dovuta agli inquinamenti prodotti dagli scarichi delle miniere in tutto il versante sud-occidentale delle coste - precisamente le coste sfiorate dai tonni nel loro esodo. I capitalisti, che in combutta rapinano l'Isola, devono operare delle scelte, quando due tipi di rapina non possono coesistere. Alla sopravvivenza delle tonnare, in base alla legge del maggiore profitto, si preferisce la sopravvivenza delle miniere. Forse si sarebbe potuto salvare capra e cavoli, evitando che le miniere inquinassero il mare; ma ciò avrebbe significato un dispendio di capitale e una contrazione del profitto, per convogliare le scorie minerali e le acque inquinate delle laverie al di fuori degli alvei naturali sfocianti a mare, con appositi impianti di depurazione. Da qui la scelta e la decisione del capitale di mandare al diavolo la pesca del tonno e di ogni altra specie ittica lungo quelle coste, distruggendo un immenso patrimonio naturale, dando un colpo mortale al settore della pesca e quindi alla economia isolana.
Oggi che è venuta di moda la questione ecologica, si lamenta che lungo le coste della Sardegna il mare è inquinato e non ci sono più pesci. Parlerò più avanti degli insediamenti petrolchimici, degli effetti degradanti che hanno provocato e provocano in ciò che è rimasto del patrimonio naturale, dei pericoli che incombono oggi sulle popolazioni. Sulle criminose responsabilità del capitalismo nella distruzione del patrimonio naturale, riporto lo stesso Pais, deputato della borghesia compradora del secolo scorso.

«…la minor pesca che si è andata verificando in Sardegna dal 1885 in poi, non è dovuta a cause naturali soltanto, ma probabilmente al fatto che si è permesso alle laverie dei minerali presso le spiagge di immettere nel mare le acque scolatizie inquinate che sono servite per il trattamento del minerale medesimo» (F. Pais – Relazione dell’inchiesta sulle condizioni economiche e della sicurezza pubblica in Sardegna – 1896 – pag. 279).

E' comprensibile la cautela del Pais nell'accusare gli imprenditori delle miniere: si accenna a «cause naturali» senza che si specifichi di che si tratta (i tonni continuano a passare, ma a distanza dalle coste), e si pone con quel «probabilmente» il dubbio che la causa sia l'inquinamento delle laverie. L'unica vera causa accertata della fuga dei tonni è proprio l'inquinamento prodotto dalle miniere. Pur con ovvie reticenze ci arriva anche il Pais.

«Dopo che in modo inspiegabile la pesca diminuì, furono fatti seri studi per indagare la ragione di tanto male. Con grave dispendio annuale si impegnò un palombaro per verificare se le cause potessero provenire dalla rottura della rete, dalle correnti avverse, ecc.; ma di nulla si venne a capo; eppure più di una volta si ebbero a constatare numerosi sciami di tonni raccolti al di là delle reti.
Con la diminuzione o quasi cessazione della pesca del tono, scomparve anche, nel golfo di Portopaglia la pesca del pesce minuto, in guisa che i pescatori abbandonavano quelle acque; e furono proprio questi pescatori (senza aver fatto «seri studi» e senza «grave dispendio di palombaro» - n.d.a.) i primi che dettero l'indizio donde proveniva il danno. Essi ebbero a verificare che gli attrezzi pescherecci erano estratti dal mare anneriti per una quantità di materie non mai viste nel passato, e con questa scorta si proseguì in indagini più serie e precise, si percorse la costa a Nord donde provengono (specialmente a Portopaglia) i tonni, e arrivati nelle vicinanze di Buggerru si constatò che una estesissima zona di mare appariva di un colore scuro, e l'acqua era torbida per effetto di forti colonne d'acqua fangosa che derivavano da terra. Si riscontrò che si buttavano a mare tonnellate di terriccio, ed in misura che la spiaggia porgeva evidenti segni che essa era già ampliata di ben 70 metri verso il mare, e che il flusso e il riflusso delle ondate burrascose traeva nei fondi del mare enormi quantità di fango, che viepiù concorrevano ad accrescere l'inquinamento. Questa zona di acqua torbida si vedeva giungere a diverse miglia da terra.
Ora, se si tiene conto che, come pur l'ammette la stessa Relazione della Commissione Reale sulla pesca del tonno (1889), il tonno costeggia terra terra da Nord a Sud, che è pauroso ed evita le acque torbide; se si tiene conto che le tonnare, attaccate a terra con una rete che si prolunga in mare a soli 800 e 1.000 metri, e che è necessario che il pesce passi dentro un tale limite per essere preso nelle reti, si deduce l'inevitabile conseguenza, che quando il tonno arriva (prima di giungere alla tonnara) al punto delle colonne di acque fangose, in modo da non scorgervi un oggetto bianco appena immerso in esse, devia per recarsi in acque pure, come l'istinto lo guida» (F. Pais – Relazione dell’inchiesta sulle condizioni economiche e della sicurezza pubblica in Sardegna – 1896 – pagg. 279 - 280).

6 - Nonostante gli attacchi effettuati dalla borghesia colonialista alle strutture economiche tradizionali dell'Isola, il patrimonio ovino ammonta ancora a un milione di capi nella metà del XIX secolo. Su questo patrimonio - impoverito dalla rapina dei latifondisti ai quali il pastore è costretto a pagare fitti pari a circa il 50 per cento del prodotto dell'allevamento - si calano come avvoltoi gli industriali caseari.
Le prime industrie casearie vengono impiantate da società continentali intorno al 1890 e costituiscono - in aggiunta alle altre intraprese speculative - una colossale e permanente istituzione di parassitismo sul pastore.
La molla che spinge i primi industriali a puntare la loro attenzione sulle pecore sarde è una crescente richiesta di prodotti caseari nel mercato internazionale, in particolare in quello americano. Il latte del Continente non basta più, bisogna mungere in Sardegna.
I primi a sbarcare coi calderoni sono commercianti romani, specialisti nella produzione del pecorino. Arrivano poi commercianti lucchesi e ponzesi. Seguono avventurieri, «parecchi dei quali senza mutande come i pastori stessi, che in breve accumularono fortune» (G. Cabitza – Sardegna, rivolta contro la colonizzazione – 1968 pag. 54).

«L'intervento della industria casearia nell'immutato assetto primitivo provocò molteplici conseguenze economico-sociali; da una produzione esclusivamente destinata al limitato mercato interno, di baratto e di autoapprovvigionamento, i pastori passarono ad una produzione per il mercato nazionale e internazionale e furono quindi spinti ad estendere la superficie a pascolo; la maggior richiesta di terra provocò da una parte una forte riduzione del territorio coltivato ed una riduzione della occupazione… e dall'altra una elevazione dei canoni di affitto dei pascoli e un grave rincaro del costo della vita … Prima delle chiudende e dell'intervento dell'industriale moderno il pastore dominava interamente il ciclo produttivo: era, infatti, insieme custode e allevatore del gregge su pascoli ai quali accedeva liberamente, e quasi gratuitamente, produceva il latte, lo trasformava, commerciava il prodotto in un mercato ristretto ma del quale, accedendovi direttamente, era in grado di valutare la dimensione e la capacità di assorbimento, il che gli consentiva di adeguare il numero dei capi alla produzione con il minimo rischio. Le Chiudende e la privatizzazione dei pascoli danno un primo colpo all'equilibrio dei suoi rapporti, privandolo del diritto di libero accesso al pascolo e determinando un, prima inesistente, rapporto di dipendenza dal proprietario terriero, il che crea nel suo bilancio una variante passiva da lui non più controllabile; l'intervento dell'industriale, poi, gli sottrae la valutazione e il controllo del mercato, del prezzo del latte e del formaggio che da un anno all'altro possono, per volontà altrui, scendere al di sotto dei livelli remunerativi dello stesso affitto del pascolo, il cui importo è stato moltiplicato dalla concorrente ricerca dei pascoli da parte degli altri pastori, determinata a sua volta dal passaggio all'economia di un mercato che non è più quello della sola Isola, ma si estende all'intera nazione e a nazioni straniere. Da un allevatore produttore e commerciante, quindi, il pastore si riduce ad essere quasi esclusivamente custode e mungitore; restano sulle sue spalle gli aspetti passivi dell'allevamento, ma quelli dai quali può trarre guadagno (la trasformazione e la vendita) sono ormai controllati prevalentemente da altri».(I. Pirastu – Il banditismo in Sardegna – 1973 – pag. 62 e segg.).

La privatizzazione delle terre e l'insediamento delle industrie casearie hanno così incatenato il pastore allo sfruttamento combinato di due parassiti, il latifondista e l'industriale. Ribadisce il Cabitza nella tesi che segue:

«La rendita fondiaria ha… inchiodato… la pastorizia al pascolo brado e transumante. Essa grava sul pastore in modo vessatorio, come una vera taglia a cui è praticamente impossibile sfuggire, come un groviglio mostruoso di prepotenze, di arbitri, di soperchierie, di abusi vergognosi e sfacciati che nessuna legge e nessuna autorità è in grado di fronteggiare. E' il proprietario terriero che concede o nega il pascolo: il pastore può solo accettare o lasciar morire di fame il gregge. Inoltre l'affitto viene sempre e solo pagato per il nudo terreno - se l'erba ci cresce, bene, se no, peggio per il pastore - e per un terreno che il proprietario non ha mai neanche minimamente pensato di migliorare - i due terzi della superficie agraria non sono mai stati migliorati - in cui non c'è traccia di alcun rifugio o ricovero né per il pastore né per il bestiame. Eppure per l'uso di questa terra il pastore paga annualmente 7-8.000 lire a capo, spendendo cioè il 50 per cento e perfino il 60 per cento dell'intero ricavato. (Questi dati e quelli che seguono sono relativi al 1967 - n.d.a.) Nelle annate in cui il pascolo è magro occorre comprare mangimi a prezzo di strozzinaggio. Insomma, un pastore proprietario di 200 pecore nell'annata scorsa (1967) ha guadagnato 120 mila lire, cioè 10 mila lire al mese, cioè 330 lire al giorno! E buon per lui se non ci ha rimesso, come tanti altri, una parte del gregge, del capitale.
Di fronte a questi fatti, di fronte a una proprietà privata nata dal furto, dal furto in senso stretto, e che sul furto permanente si conserva, appare davvero poco obiettiva l'accusa ai pastori di praticare il furto e di vivere nell'arretratezza. La verità è che il grande derubato è proprio il pastore e che la sua arretratezza non è altro che un aspetto di quella sua condizione di derubato…
Lo stesso pastore non è in grado di stabilire se sia più nefando il proprietario dei pascoli o l'industriale caseario. Sa solo dire che l'uno lo stringe da un fianco e il secondo dall'altro, mentre davanti ci stanno… i carabinieri. La pecora, mentre la si munge è meno costretta.
Anche quella casearia è un'industria di rapina coloniale: si impadronisce a vil prezzo di materie prime o di prodotti appena lavorati e li esporta realizzando guadagni favolosi. privando il pastore di una pur minima possibilità di risparmio e quindi di reinvestimenti, essa impedisce il miglioramento delle tecniche di produzione del formaggio e il superamento delle consuetudini produttive millenarie. Come c'entra poco la Bibbia quando si parla del pastore biblico!
Nei confronti dell'industriale caseario il pastore è anche più indifeso di quanto non lo sia nei confronti del proprietario terriero. la stessa Regione, dispersa nella nebbia, non ha mai preso se non qualche provvedimento insignificante nei momenti più drammatici. Il suo atteggiamento generale è l'assenza, la lontananza: assenza e lontananza che equivalgono a un'ostilità poco diversa da quella dello Stato. Per fortuna c'è qualcuno che ha proposto di colmare l'assenza con la costruzione a Nuoro del palazzo della Regione! Un altro monumento ai caduti» (G. Cabitza – Sardegna, rivolta contro la colonizzazione – 1968 pag. 54).

7 - Quali sono le condizioni dell'Isola dopo l'invasione capitalista? Stralcio da «La Nuova Sardegna», quotidiano di Sassari, del 1897.

«Oristano, 5 febbraio. Sono state inviate alcune centinaia di lire da distribuirsi tra i più bisognosi di alcuni comunelli del circondario di Oristano, che si trovano danneggiati dagli straripamenti dei fiumi, e nell'impossibilità di procacciarsi un lavoro».
«Dorgali, 3 febbraio. Il popolo soffre già la fame e tenta lenirla con erbe. In queste condizioni, nessun soccorso! E per ironia della sorte, al municipio piovono giornalmente domande di soccorso da parte dei comuni del continente, dimenticando che tra tutte le provincie italiche, la Sardegna è la più derelitta».
«Lanusei, 3 febbraio. Se a Gairo si piange, qui non si ride. Se in Gairo il messo esattoriale ha fatto 100 pignoramenti, qui non si è indietro. Se in Gairo si sono pignorate casse, carri, ecc. ecc., qui non si è fatto diversamente. Se in Gairo il messo era uno solo, qui, per accudire, erano tre… e con un ispettore per sorvegliarli… Vi sono uomini che hanno l'istinto della belva, e sazii di lacrime e di sangue, non si commuovono a tanta miseria, e lasciano i loro simili morire di fame e di freddo. La condizione economica in cui versa la regione ogliastrina (centro-orientale) rasenta la disperazione. Due individui di Lanusei sono stati trovati morti di fame e di freddo, l'altra mattina, in una stalla disabitata del sig. Giovanni Boi… e ieri mattina, nelle identiche sofferenze, morì Giovanni Antonio M. L.… Il misero rimase senza aiuti da chi avrebbe potuto e dovuto dargliene, poiché l'abbandono è il retaggio dei miseri. Ma se pure si muore di fame, né il Governo né il fisco suo esecutore si commuovono. Né i ricchi e i ben pasciuti».
«Barisardo, 13 febbraio. La più desolante miseria ci affligge. Non si tratta di necessità momentanee, di mancanza di questa o di quell'altra derrata, ma di vera fame, continua, generale. Bisogna trovare un rimedio, non per domani, non per oggi, ma quotidiano. Un rimedio bisogna trovarlo e che sia piacevole a tutti i miseri. Il popolo mormora ora sottovoce, ma la fame è molesta e può essere ispiratrice di cattivi consigli».
«Orosei, 14 febbraio. La miseria incalza in tutta la sua crudele intensità, e fra i miasmi molteplici che ammorbano l'atmosfera ci sta addosso come una cappa di piombo. Non si vedono in giro pel paese che donne seminude, con offesa non solo del pudore ma anche dell'umanità, dal viso del colore della cartapecora, alla questua di un misero tozzo di pane. Non si vedono che bimbi, in processione, vaganti di porta in porta, pallidi sofferenti. Mi narrava giorni fa con voce commossa un contadino, uno di quegli schiavi della campagna cui la buona volontà di lavorare non è secondata dal modo di poterlo fare per mancanza di lavoro, che egli con la disgraziata numerosa prole si pasceva da quindici giorni di sola erba. E questa vita è quella di moltissimi. Né questi poveri infelici, che siedono all'estremo gradino della scala sociale, lottano soli con le privazioni e con gli stenti. I cosiddetti piccoli proprietari che ancora possiedono delle liste di terra sulle quali pesa l'ira di Dio, con le annate disastrose e la sperequazione catastale, con un sistema tributario flagello, tirano innanzi sudando sangue e tergiversando coi vampiri dell'usura e con la voracità insaziabile del fisco».
«Olmedo, 16 febbraio. La miseria, stazionaria quasi sempre, ha preso ora in questi paesi tali proporzioni da impensierire seriamente gli abitanti dei luoghi circonvicini. Vidi casette luride, visi macilenti e scarni, bambini scalzi con le vesti a brandelli, fanciulle malamente o appena ricoperte. Interrogai qualcuno e seppi che lo squallore generale proviene dai falliti raccolti, dal fisco inesorabile che chiede il pagamento delle imposte e sequestra devolvendo le proprietà al demanio» (I brani sono riportati dal Niceforo in “La delinquenza in Sardegna” – 1897 – pag. 127 e segg.).

Chi può stupirsi che in quel periodo i monti e le campagne dell'Isola ospitassero numerosi latitanti e si verificassero furti e grassazioni? Ci si deve inchinare davanti allo spirito di sopportazione dimostrato dalle popolazioni colpite dal flagello del più spietato sfruttamento. Ridotte a una vita da bestie, che altro poteva restare loro se non la violenza della rivolta per strapparsi dal collo il morso dell'invasore?

«Inevitabile la ribellione che già tende a presentarsi nelle forme di scioperi, sommosse popolari, incendi di caseifici a Macomer, Bonorva e altrove. In Barbagia la risposta fondamentale viene ancora come azione di banditismo: circa 200 bande di pastori armate intorno al 1900. L'esercito è costretto a ingaggiare vere e proprie battaglie campali» (G. Cabitza – Sardegna, rivolta contro la colonizzazione – 1968 pag. 20).
«Quando la crisi agraria si abbatté sull'Isola , e le zone interne furono le prime a risentirne, vedendosi rosicchiato perfino il breve margine della sussistenza (mentre non cessava lo sfruttamento e l'accaparramento della borghesia violenta e della città) il banditismo - misto di ribellione e di ferocia, di protesta sociale dei derelitti e di organizzazione criminale in mano ai nuovi ricchi - scoppiò con una violenza mai vista prima» (M. Brigaglia – Perché banditi – 1971 – pag. 99).

In ogni periodo, il governo si è compiaciuto di avere a disposizione alti ufficiali espertissimi nella repressione, in grado di «riportare l'ordine» in colonia, senza dover spendere una lira per placare la fame delle popolazioni. Uno di questi, sbocciato verso il 1886, è il conte Spada, ufficiale dei carabinieri, il quale, dopo aver seminato morte e desolazione fra le inermi popolazioni del Nuorese, incontrandosi con un illustre viaggiatore francese, il Vuillier, si vantava di avere debellato con il suo sistema, una volta per tutte, la ribellione in Barbagia, e aggiungeva che su quei monti ora si poteva stare tranquilli come nella piazza principale di Sassari. Ridicola vittima del gioco borghese di mitizzare gli eroi della violenza, il conte Spada rimase vittima di una meritata beffa organizzata da quegli stessi latitanti che egli si vantava di avere debellato definitivamente. Recandosi in diligenza a Macomer, il conte Spada fu bloccato da un gruppo di uomini ostentatamente abbigliati col costume orgolese; venne disarmato, spogliato della divisa, deriso e lasciato seminudo a rodersi il fegato.
Un decreto ministeriale del 12 dicembre 1894 affida al deputato F. Pais il compito di svolgere una inchiesta sulla situazione economica e sulla pubblica sicurezza nell'Isola. Il Pais è nativo di Ozieri, città di latifondisti e di allevatori, la «crema» della borghesia compradora arricchitasi al seguito dell'invasore rapinando e sfruttando il contadino e il pastore.
L'inchiesta del Pais - al quale non si può non riconoscere una serietà di ricerca e di documentazione - suggerisce numerosi rimedi per porre fine alla miserevole situazione della economia e al dilagare della criminalità. Il governo sa bene quali sono le condizioni economiche - che stanno davanti agli occhi di tutti - ma non ha interesse alcuno a modificarle in quanto prodotto perfetto della macchina capitalista; ha interesse, invece, per la «pubblica sicurezza» - questione alla quale il Pais, infatti, dedicherà oltre la metà del suo lavoro. In particolare, il governo - delegato del capitalismo - si preoccupa di un fenomeno nuovo e diffuso: le grassazioni e la eliminazione fisica degli agenti fiscali, messi, dazieri, esattori, ufficiali giudiziari. Su questo fenomeno la consorteria al potere non può transigere. Non si tratta di Barbaricini che si fanno fuori l'un l'altro per rancori personali, si tratta di perdite di denaro negli uffici postali e di perdita di fidati esattori esperti nel riscuotere fino all'ultimo centesimo le taglie. E' un fenomeno che rende insicuro il capitalismo, che squilibra i programmi di sfruttamento.

«Come la fame porta al delitto, così anche il passaggio della piccola proprietà al demanio porta al sangue» - annotava il Niceforo nel 1897 - «Basta che l'usciere o il nuovo compratore si presenti dietro la bassa siepe di fichi d'India per prendere possesso della piccola ed angusta terra, perché l'affamato padrone, che non vuole sloggiare e trasportare verso l'ignoto i figli piangenti e la moglie febbricitante, lasci partire un colpo omicida dalla sua doppietta. Nessuno più si presenta e il padrone continua a rimanere insediato nella sua piccola proprietà. Se la giustizia lo molesta, quell'uomo si getterà nella macchia e lì finirà la sua vita. Esso diventa così il latitante, forma comunissima in Sardegna e che dà il maggior contributo agli scontri, alle grassazioni, alle rapine. Antonio Catte, di Sorso, una delle più simpatiche figure del partito socialista in Sardegna, ci narrava che nel paesello di Aggius, in pochi mesi, avevano ucciso parecchi agenti delle tasse: l'uomo passava per il sentieruolo stretto e nascosto, per recarsi da una capanna all'altra, e l'infallibile fucilata lo freddava. Egli cadeva dietro la siepe e il contadino non pagava la tassa» (A. Niceforo in “La delinquenza in Sardegna” – 1897 – pagg. 124 - 125).

Le grassazioni (che nei modi di svolgimento ricordano le bardane in uso nell'antichità contro i centri militari e commerciali del colonizzatore) sono frequenti alla fine del secolo scorso e rappresentano per le masse affamate il tentativo di recuperare comunque qualche briciola del denaro estorto dallo Stato o accumulato dalla borghesia compradora dedita all'usura (e ha anche certamente rappresentato per i prinzipales una formula per eliminare concorrenti e accrescere il proprio capitale, così come attualmente col sequestro di persona).
Una grassazione che fece scalpore fu quella di Trotolì, avvenuta la notte del 13 novembre 1894 nella casa di un ricco proprietario, il cavalier Depau, a opera di una banda di un centinaio di uomini (ma è più probabile che fossero poco più di una decina e che il numero sia stato aumentato per creare nell'opinione pubblica del Continente quel clima di tensione necessario a giustificare le successive azioni repressive ordinate dal governo). Il Pais ne fa una dettagliata ricostruzione, e alla sua Opera si rimanda il lettore interessato.
La repressione armata dello stato italiano si abbatte con inaudita ferocia sulle popolazioni sarde e su quelle barbaricine in particolare. Interi paesi vengono circondati, rastrellati, e migliaia e migliaia di cittadini vengono fermati e a centinaia arrestati. La Barbagia è in stato di assedio. Gli anni dal 1894 al 1899 son passati alla storia come «gli anni del terrore».
Si scatena la caccia al pastore. Appunto «Caccia grossa» intitola il suo libro-diario il tenente Giulio Bechi, sbarcato nell'Isola col 67° reggimento fanteria, mobilitato nella repressione dei moti barbaricini. «Il titolo rivela la mentalità dell'autore, la mentalità poliziesca ed inumana con cui si contrapponeva allora, e spesso si contrappone tuttora, l'ordine al disordine, la legge alla negazione della legge, mentalità sempre falsa e deleteria…» dirà Emilio Lussu in un discorso parlamentare del 1953, sul tema ricorrente della repressione contro la società barbaricina.
C'è ancora chi, fra gli intellettuali che si collocano a sinistra, fa distinzione (puramente accademica) tra moti sociali «legittimi» e «illegittimi». Il Brigaglia, commentando i fatti di quel periodo, rileva che ci furono tanti che provarono «simpatia e ammirazione» per i latitanti trucidati o imprigionati. «Nella confusione generale, nella miseria sempre più crescente, nei primi fermenti di insofferenza sociale, sull'onda di una protesta politicamente più meditata, infatti, la ribellione dei banditi veniva spesso confusa con altre, più razionali, più legittime ribellioni» (M. Brigaglia – Perché banditi – 1971 – pag. 121).
Siamo a livello di giudizio tipico dell'idealismo crepuscolare tedesco che sfocerà nel nazismo: un moralismo derivato dalla sacralità dei principi istituzionalizzati, principi elaborati in difesa dei privilegi della consorteria al potere e imposti al popolo affinché rispetti le regole del «gioco civile». Una distinzione morale che però non facevano e mai hanno fatto i colonizzatori nelle loro azioni banditesche e repressive. E' osceno schierarsi a parole col popolo e accettare di insegnar storia secondo i moduli della classe sfruttatrice del popolo. E' ora di gridarla, la verità soffocata da sempre: i banditi, i criminali non sono mai nel popolo, ma nella classe al potere. Il popolo non ha mai rubato, nel momento stesso in cui indiscutibilmente si ritrova povero. Ladro è il capitalista. E mentre il Brigaglia si preoccupa di distinguere tra «banditi» e «oppositori politici», cioè tra opposizione libertaria popolare e opposizione popolare incanalata nelle istituzioni del sistema, sindacati e partiti, la consorteria al potere accomuna banditi e oppositori politici nello stesso infamante giudizio di malfattori, nelle stesse galere e con lo stesso piombo.

«La repressione in Sardegna marcò ancora di più il suo carattere di guerra coloniale, di guerra totale, ideologica, politica, economica, sociale. Una guerra, quindi, che dà al perseguitato solo la possibilità della sconfitta più atroce, dell'annientamento fisico e morale. Fu confermato, soprattutto, che l'intervento militare nell'Isola non era una dolorosa necessità momentanea, ma un aspetto essenziale e perfettamente funzionale della generale politica di colonizzazione. La forza armata, l'esercito, furono impiegati per stroncare ogni resistenza alla penetrazione capitalistica, per imporre lo sfruttamento e la rapina di forsennati imprenditori forestieri. Verso la fine dell'ottocento, la Sardegna, già sconvolta perfino nel suo aspetto fisico dalla distruzione dei boschi operata dagli amici del governo di Roma, sente più stretta la catena dell'oppressione capitalistica. Lo sfruttamento più inumano si abbatte sui lavoratori delle miniere, ridotti a una vita d'inferno, senza giornate di riposo, con orari di lavoro fino a undici ore consecutive, senza assistenza, costretti, per lavorare sotto terra, a pagarsi la lampada, l'olio e lo stoppino, e perfino gli esplosivi. E contemporaneamente gli industriali e commercianti caseari continentali si avventavano sui pastori per impossessarsi a vil prezzo, e con metodi che è poco definire di strozzinaggio, dei loro prodotti» (G. Cabitza – Sardegna, rivolta contro la colonizzazione – 1968 pag. 54).



Capitolo VIII - I pirati delle miniere

1 - La lavorazione delle miniere sarde fu già molto attiva sotto Cartagine e Roma. I Fenici erano famosi depredatori d'argento, che utilizzavano per coniare monete e ricavarne monili. Pare che per fare risparmiare ferro agli schiavi, facessero usare per gli scavi masse e asce di pietra.
I Romani avevano ideato un sistema di produzione estrattiva che assomigliava all'attuale. Le miniere venivano sfruttate dallo stato o dai privati. Il primo vi utilizzava i popoli assoggettati, i delinquenti colpevoli di gravi reati e gli oppositori politici: damnati ad effodienda metalla. I privati vi utilizzavano gli schiavi che il mercato offriva largamente e a basso costo.
Un decreto di Valentiniano del 369 stabiliva che gli sfruttatori privati di miniera nell'Isola dovessero pagare allo stato 5 soldi per ciascun minatore sbarcato dal Continente. Presumibilmente, tale tassa viene imposta non soltanto a scopo di lucro ma per mettere un freno agli imprenditori privati che facevano man bassa di un patrimonio che lo stato voleva riservare per sé. Si deduce più chiaramente dal successivo divieto (del 378) di Valente, Graziano e Valentiniano fatto ai metallari di sbarcare nell'Isola.
Il fatto che nell'antichità si avessero approssimativamente conoscenze di mineralogia e rudimentali strumenti di lavoro, da un lato ha favorito gli invasori successivi conservando quasi intatto il patrimonio minerario profondo, da un altro lato ha apportato danni immensi al terreno in superficie, bucherellato e ridotto a una gruviera, reso sterile e improduttivo, e ha straziato la vita di centinaia di migliaia di creature umane, bruciate nel più inumano dei lavori.
Passano nell'Isola i Vandali, i Goti, i Greci e quindi gli Arabi. Cacciati questi ultimi dai Pisani e dai Genovesi, nel secolo IX rifioriscono non «le arti e le industrie» - come scrivono aulicamente gli storiografi compradoris - ma le «rapine». Tant'è che i «ladri di Pisa» sono ancora oggi proverbiali. Iniziano le spartizioni fra i nobili feudatari, laici e religiosi. La Chiesa primaziale di Santa Maria di Pisa riceve nel 1131 la metà della miniera dell'Argentiera, situata nella Nurra, e nello stesso anno, la Chiesa cattedrale di San Lorenzo riceve la metà delle miniere argentifere del giudicato di Arborea.
Nel XIII secolo, rimasti più o meno incontrastati padroni dell'Isola, i Pisani intensificano in proprio lo sfruttamento delle miniere. L'Iglesiente viene messo letteralmente a ferro e a fuoco: non conoscendosi ancora gli esplosivi, per rendere più friabili le rocce dure si usava il fuoco.

«Tanto nell'epoca pisana come nelle anteriori la coltivazione delle miniere in Sardegna ebbe essenzialmente per oggetto l'argento. Lo scavo del minerale argentifero si faceva per mezzo di esigui pozzetti discendenti dalla superficie lungo la vena metallifera, che per la ricchezza di argento e per la facilità dello scavo si aveva il tornaconto a lavorare. Questi pozzetti sono talvolta in numero incredibile, soprattutto nei monti calcarei adiacenti ad Iglesias, ove il terreno è tutt'ora crivellato e cosparso dei loro avanzi o gettate» (Q. Sella – Dell’industria mineraria nell’Isola di Sardegna – Relazione alla Commissione di inchiesta – 1871).

Ai Pisani si deve anche una prima regolamentazione dello sfruttamento delle miniere. Il breve pisano di Iglesias consentiva a chiunque si esplorare e coltivare miniere nell'Isola. Si diffidavano però le compagnie dall'aprire pozzi a una distanza inferiore 21 braccia dai pozzi appartenenti ad altra compagnia e di sconfinare quindi nelle gallerie altrui, purché dimostrassero di utilizzarli concretamente con la lavorazione. Veniva concesso un premio in denaro alla compagni che avesse scoperto la vena metallifera in montagna nuova.
Le compagnie minerarie, durante la dominazione pisana, erano numerosissime in tutto l'Iglesiente. L'organizzazione del lavoro era di tipo piramidale: in cima vi erano gli imprenditori, detti «parzonavili» o «partiarii», che possedevano le «trente» (dal tedesco trennen, dividere), cioè le azioni coi relativi dividendi sugli utili. Venivano quindi i «bistanti» (dal tedesco beistand, aiuto), che finanziavano i lavori di scavo, rifacendosi sul prodotto ottenuto, ed erano in pratica degli appaltatori. I «maestri di monte» erano in otto, scelti nella borghesia compradora, fra gli «homini buoni et leali et abbiano servito Argentiera almeno anni cinque», servito come «imprenditori», ovviamente. Essi rappresentavano l'autorità oggi ricoperta dai direttori minerari, che in Germania si chiamano ancora Bergmeister, appunto «maestro di monte». La loro giurisdizione si estendeva a tutto il mezzogiorno dell'Isola: svolgevano mansioni di controllo tecnico e di polizia; giudicavano controversie, e come si legge in documenti dell'epoca «perseguitavano e imprigionavano i malfattori». Erano pagati a tariffa per ogni loro servizio effettuato: viaggi, ispezioni, sentenze. C'erano poi i «maestri delle fosse», che dirigevano i lavori di scavo e tenevano «ordine e disciplina», equivalenti degli attuali sorveglianti o «caporali». Venivano quindi i «pesatori», che dovevano saper leggere e scrivere e duravano in carica tre mesi: misuravano con appositi strumenti, il «corbello municipale» e la «statea». Chiudeva la gerarchia la massa degli schiavi, fra i quali emergevano gli «smiratori», gli «aiutatori», i «tractori» e i «guelchi» (deformazione linguistica di Wuerk, lavoro). Tale gerarchia presenta notevoli afinità con quella che caratterizza il feudo lagunare di Cabras.
Il breve citato contiene anche disposizioni sul lavoro: i minatori dovevano entrare in miniera il lunedì a mezzogiorno per uscirne alla stessa ora del venerdì. Quattro giorni e cinque notti sotto terra a scavare! Le disposizioni mutavano per i lavoratori addetti alle fonderie, i quali attaccavano il lunedì e staccavano il sabato. La domenica dovevano trascorrerla in chiesa - giusta la norma di santificare il Signore rigorosamente imposta dal padronato cattolico, al contrario dei successivi padroni belgi, francesi e inglesi, i quali, da eretici quali erano, costringevano gli operai a lavorare anche la domenica.
L'imposta governativa era fissata in un dodicesimo del prodotto grezzo, e su questo tasto, gli imprenditori minerari dell'era moderna citeranno i Pisani come governanti sapienti, quando i Sabaudi aggraveranno le imposte nel settore estrattivo.

«Queste e tante altre disposizioni contenute nel breve pisano e gli innumerevoli pozzi e bucherellature antiche che si trovano nel Sud-ovest della Sardegna dimostrano quanto sia stata importante in quel periodo l'industria mineraria nell'Isola» (Q. Sella – Dell’industria mineraria nell’Isola di Sardegna – Relazione alla Commissione di inchiesta – 1871).

Il Baudi da Vesme ritiene che il valore della produzione annua delle miniere dell'Iglesiente (argento e piombo) ascendesse a 4.800.000 lire del suo periodo.
Nel 1323 arrivano gli Aragonesi che si sostituiscono ai Pisani nel dominio dell'Isola. Questi ultimi continuano però a conservare numerosi possedimenti, e in particolare lo sfruttamento delle miniere dell'Iglesiente. E' da supporre che gli Aragonesi abbiano mantenuto al loro posto gli organizzati ed efficienti Pisani soltanto per apprenderne le tecniche, perché più avanti, colto il pretesto di un tumulto scoppiato a Iglesias, confiscano i loro beni e se li tolgono dai piedi. L'atto di confisca fu deciso nel 1353 da Pietro IV e i beni pisani furono incamerati dalla corona di Aragona.
Tale atto, d'altro canto, rientrava nel disegno aragonese di definire «patrimonio statale», cioè del re, il patrimonio minerario. Entrava così in vigore il diritto cosiddetto di regalia, già affermato in Europa, basato sul principio che le miniere, costituivano una proprietà distinta da quella del suolo e appartenevano di diritto al re. Pertanto, qualora il re non sfruttasse per proprio conto le miniere poteva darle ai privati come concessione, in cambio di denaro (canone annuo o tributo) in proporzione alla rendita.
Pare che i re aragonesi non avessero la mano leggera in politica fiscale. Il Sella, esperto minerario dei Sabaudi, si immedesima nei «poveri» concessionari del periodo aragonese, scandalizzandosi per i tributi esorbitanti.

«Troveremo più volte queste concessioni imponenti al lavoratore (sic!) della miniera la tassa del dieci per cento del prodotto brutto. Tassa di enorme gravezza come quella che ove commisurata al prodotto netto, ossia al vero reddito del concessionario (qui non lo chiama più lavoratore - n.d.a.) sale al 20 al 40 e anche più per cento».

Scontenti i concessionari, sotto gli Aragonesi le miniere decadono. Ma gli Spagnoli ben preso rivolgono a esse la loro rapace attenzione. Ne tentano lo sfruttamento in proprio, e falliscono. Si rivolgono allora ai Genovesi. Nel 1472 viene stipulata una convenzione per la durata di 12 anni tra il procuratore reale e i notabili genovesi Sireto e Sclavo, che concedeva a questi facoltà di estrarre minerali e di lavorarli utilizzando a tal fine boschi e fiumi. (Come è noto, le laverie sorgevano presso corsi d'acqua e i concessionari, fino ai nostri tempi, li hanno usati a loro piacimento inquinando l'ambiente).
La convenzione dà esito negativo per l'erario spagnolo; dopo 7 anni viene revocata e le miniere dell'Iglesiente vengono arrendate (concesse in rendita) a Giacomo Carga di Valenza, definito dal procuratore reale «abile e capace maestro di miniere». Pare che gli Spagnoli oltre che fiscali fossero anche temibili concorrenti dei contemporanei Mastrella. Il Carga doveva essere «un ammanigliato di ferro», e conosceva l'arte delle bustarelle per ungere le ruote del carro burocratico. Sta di fatto che tutti gli altri concessionari di miniere nell'Isola ebbero contratti con l'obbligo di vendere al Carga il prodotto da loro estratto. Il regio erario, ossia il re, percepiva 1/7 del minerale estratto, escluso il primo anno che era esente dal pagamento, a patto però che la lavorazione proseguisse anche nel secondo anno.
Nei secoli XVI e XVII le miniere continuano a considerarsi proprietà di stato e continuano a essere affidate in concessione a notabili commercianti, a banchieri e a nobili; nel XIX, con i Sabaudi, verranno anche date come beni allodiali a feudatari espropriati dei loro feudi.
Nel 1514, ottengono ampie concessioni Carlo Martin del Delfinato e Salvatore Pinna da Laconi in consorteria con Carlo Xinto da Cagliari per lo sfruttamento delle miniere di Sadali e di Seulo in Barbagia. Don Giacomo D'Alagon, feudatario della Trexenta, vasta regione collinosa dell'Isola, si ebbe le miniere di allume; una società sarda messa in piedi da imprenditori genovesi, la miniera di San Giovanni; e infine, Francesco Tuxi di Firenze ottenne una concessione per tutte le altre miniere dell'Isola.
Pare che gli Spagnoli fossero anche grandi maestri d'intrallazzo. Nel 1603, il reggente Soler si aggiudica per sé e per la propria famiglia il «privilegio di lavorare» le miniere di Iglesias e delle Barbagie. Fino a quando Filippo IV (1630-1644), lo stesso che cedette in pegno le lagune di Cabras a un banchiere genovese per essere finanziato nella guerra contro la Catalogna, decide «l'appalto generale» delle miniere ad un solo arrendatore, certo Esquirro, prima; coi soci Piralla e Nurra, successivamente.
«Nel 1720 - scrive con non celato giubilo il piemontese Sella - rientrava finalmente la Sardegna in grembo della Madre Patria e veniva sotto lo scettro di Casa Savoia». Me lo figuro il ghigno del pastore e del contadino sardi, rientrati finalmente nel grembo! Un modo di dire che, da noi, suona niente affatto lusinghiero.

2 - «Un inglese, per nome Brander, nel 1736, si rivolse all'ambasciatore di Sardegna in Parigi, domandando la concessione di tutte le miniere dell'Isola, e ciò per una serie di anni da determinarsi. Le stesse proposte faceva, da parte del Brander, al viceré conte di Rivarolo; M. Paget console di Francia in Cagliari. Il governo sardo, sulle favorevoli conclusioni dell'Intendente generale, sottoscrisse un'amplissima concessione per trent'anni, da aver principio col 1741. Il Brander si associò nell'impresa due altre persone, Carlo Hotzendorf, tedesco, e Carlo Gustavo Mandell, console di Svezia in Cagliari» (Q. Sella – Dell’industria mineraria nell’Isola di Sardegna – Relazione alla Commissione di inchiesta – 1871).
Inizia così, col dominio dei Sabaudi lo sfruttamento intensivo del patrimonio minerario isolano a opera di società straniere. Agli Inglesi, ai Tedeschi, agli Svedesi si aggiungeranno ben presto i Francesi e i Belgi.
Dopo intense ricerche si moltiplicarono gli scavi, oltre che nelle classiche miniere dell'Iglesiente, in ogni parte dell'Isola, e in particolare a Montevecchio, presso Guspini, dove la Galena conteneva tanto argento da pagare le spese per la produzione del piombo.
Che il Mandell - come gli altri suoi compari - fosse un emerito lestofante finiscono per capirlo perfino gli intendenti generali dei Sabaudi, i quali lo accusano di non stare ai patti, di non darsi da fare per cercare nuovi filoni e di utilizzare soltanto i vecchi, già noti e più facili, arraffando tutto d'un colpo. Nel bisticcio tra sovrintendenti, consoli e affini interviene a posteriori il Sella, il quale entra subito nel merito: «Senza entrare nel merito degli appunti fatti al Mandell (lo si accusava di far troppo i propri interessi!), le memorie dell'epoca sono concordi nell'affermare l'utilità che l'esercizio delle miniere produsse in favore dei paesi collocati nelle vicinanze degli scavi e della fonderia» (Q. Sella – Dell’industria mineraria nell’Isola di Sardegna – Relazione alla Commissione di inchiesta – 1871).
Per la verità, non esistevano paesi «nelle vicinanze» della miniera in questione (Montevecchio), se si esclude San Gavino che ospitava la fonderia. E quale benessere abbia portato quella, o altre miniere, alle comunità della zona che fornivano la massa bracciantile si vedrà più avanti, quando dirò delle condizioni di lavoro e di vita dei minatori.
L'ultima notizia meritevole di trascrizione, in questa breve rassegna storiografica, è il passaggio delle miniere di Montevecchio e di Monteponi dal defunto Mandell al governo. Viene nominato direttore il de Belly, un ufficiale di artiglieria che ricopre contemporaneamente l'incarico di sovrintendente alle miniere. Il de Belly ha la felice idea (sostenuta da un certo Giuseppe Cossu, un lacché definito «scrittore fecondo di cose sarde») di utilizzare, secondo il costume romano, 400 forzati delle galere di Villafranca. Un impiego, questo dei reclusi, che i Sabaudi faranno spesso e per mille usi.
E' del 30 giugno 1840 la legge mineraria che verrà poi ritoccata con la successiva legge del 20 novembre 1859. Di rilevante c'è che si concedono ai proprietari della terra alcuni benefici dai quali prima erano esclusi - nessun indennizzo, infatti, si doveva ad essi, non solo per i minerali estratti nel loro territorio ma neppure per i danni arrecati al patrimonio arboreo o alla terra in generale. Non è difficile comprendere come la legge in questione fosse legata all'editto delle Chiudende, che abolendo l'uso comunitario della terra ne istituiva la «proprietà perfetta»: si trattava di salvaguardare gli interessi dei nuovi padroni borghesi di essa.
Sulla entità della rapina effettuata nel settore minerario dalle società internazionali durante la dominazione sabauda e italiana parlano i dati della produzione sarda di zinco e piombo, comparata alla produzione degli stessi minerali nelle principali nazioni europee. I dati si riferiscono al 1868 e sono espressi in migliaia di tonnellate :


piombo
zinco
Spagna
73.6
 2.1
Inghilterra
72.2
 3.8
Germania
48.6
66.1
Francia
17.2
 1.5
Belgio
 6.0
45.0
Austria
 5.8
 2.3
Russia
 1.3
 5.0
Sardegna
21.0
35.0

(Tratti da “Berg und Huttenkalender fur 1871” Assen 1872)
Questi dati spiegano anche come, nel momento in cui il piombo diventa indispensabile in guerra, troviamo tra i più affamati divoratori di galena sarda i Francesi e i Belgi, tra i più poveri produttori del «prezioso» minerale. Più tardi, quando ai fucili si sostituiranno strumenti bellici più micidiali, la galena verrà tanto deprezzata che, come è accaduto, le miniere che la producono verranno abbandonate. Gli attuali colonialisti hanno messo di moda petrolio e uranio.
A proposito delle voci malevole che sarebbero corse in Sardegna sui suoi civilizzatori, il Sella Quintino (che cito un'ultima volta prima di riseppellirlo nella polvere degli archivi di stato) scrive con la garbata bonomia del buana che dà la tiratina d'orecchi ai lacché indigeni:

«Non mancano certo in Sardegna, come in tutti i paesi, gli invidiosi dei frutti che altri deve alla sua operosità, all'impegno e al coraggio. Coloro specialmente i quali poltriscono in ozio ignominioso nelle città, che non hanno idea dei sacrifici e dell'abnegazione necessari per intraprendere codesta lavorazione di miniere in difficilissime circostanze di luoghi e di clima, lungi da ogni consorzio e conforto di civiltà, e dalle scranne dei caffè duramente sentenziano contro chi lotta virilmente contro tutte le difficoltà di una natura non propizia; coloro i quali ignorano a quanti rischi siano esposti i capitali messi in cosiffatte imprese; gli azzeccagarbugli che hanno ad obiettivo l'altrui discordia; la triste genia infine, di coloro nei quali il bene altrui eccita, non già feconda e nobile emulazione, ma sterile e bassa invidia, tutti costoro esagerano i lucri delle miniere e occorrendo contrariano in quanto possono chi vi è applicato».

Una «triste genia» davvero la borghesia compradora, che quando osa brontolare perché le arrivano ossi troppo spolpati, con i sermoni d'uso si prende i tradizionali calci in faccia.

3 - I fatti di Buggerru del 1904 - l'eccidio a opera dell'esercito, chiamato dai padroni, che spara sulla gente inerme scesa in piazza a sostenere i duemila minatori in sciopero - segnano una tappa di rilievo nella storia di liberazione dei lavoratori dell'Isola e del Continente.
Le condizioni di lavoro e di vita dei minatori erano bestiali, paragonabili soltanto alle condizioni dei deportati e degli schiavi che in quelle stesse miniere erano stati «damnati ad effodienda metalla» duemila anni prima. Eppure siamo nell'Italia di Giolitti, in anni di boom economico: il benessere del Nord edificato sullo sfruttamento e sulla miseria delle masse del Sud e della colonia Sardegna. L'illuminato Giolitti, che fa il paterno tutore della classe operaia nel Nord, manda in colonia i suoi lacché e i suoi sbirri a mungere e a scannare.
Matura anche in Sardegna il socialismo. Nascono le prime organizzazioni operaie, e cresce nei lavoratori la coscienza dei diritti civili.
Lo sciopero dei battellieri di Carloforte nel 1881 è la prima manifestazione organizzata contro il padronato minerario in Sardegna. Lo sciopero ebbe origine dalla diminuzione di una lira per tonnellata decisa dalla Società Malfidano sui trasporti dei minerali dal pontile alle navi in partenza per il Continente. La Società Malfidano - che aveva l'appalto dei trasporti - aveva acquistato un vaporino e intendeva pagarlo sottraendo ai battellieri di Carloforte una parte del loro salario. Lo sciopero - cui aderiscono, oltre i battellieri, anche gli scaricatori e i trasportatori alle dirette dipendenze della Malfidano - dura 12 giorni e termina con l'arresto di 45 lavoratori, che verranno processati per «frode in commercio, per avere nel 7 gennaio 1881, in Carloforte, previo concerto tra loro formato, allo scopo di impedire e rincarare i lavori del trasporto del minerale da Buggerru a Carloforte, senza ragionevole causa; fatto una clamorosa dimostrazione davanti alla casa abitata dal rappresentante della Società Malfidano, Remigio Jacomy, per obbligarlo ad aumentare il salario del trasporto del detto minerale a lire 4 e 5 per tonnellata».
Prima dell'acquisto del vaporino, il salario corrente era di 4 lire a tonnellata, dopo la Società lo abbassò a 3 lire. Perciò è falso quanto sostenuto nell'imputazione ai lavoratori di volere «rincaro» e «aumenti». Non stupisce invece - perché si verifica ancora oggi - il fatto che uno sciopero venga fatto passare per «una frode in commercio» o per altri reati che appaiono turpi soltanto agli occhi del capitalista, e della giustizia che gli tiene il sacco.
Il pubblico ministero Liperi - magistrato venduto alla Malfidano - sostiene nella sua arringa che la Società intendeva sostituire il lavoro manuale con il lavoro meccanico, pertanto si era «provveduta di un vapore rimorchiatore, e per questo aveva speso un non indifferente capitale. Per l'esercizio poi di questa macchina a vapore erano pure necessarie delle spese; ora egli è giusta, ragionevole la pretesa per parte della Società d'un compenso, che la rimborsi delle spese di esercizio e degli interessi almeno del capitale… e se ciò è giusto e ragionevole, per contrapposto ingiusta e irragionevole era la domanda dei battellieri… La riduzione che si voleva imporre dalla Società di 1 lira per tonnellata non era esorbitante…».
Se la Società Malfidano, che intendeva sostituire i battellieri, perché ormai avevano fatto il loro tempo, con mezzi di trasporto meccanici, avesse acquistato 2 vaporini anziché 1, il pubblico ministero dei padroni avrebbe «obiettivamente» sostenuto il diritto della stessa Società ad abbassare il salario dei battellieri, perché «egli è giusta, ragionevole la pretesa» di un compenso che «la rimborsi delle spese di esercizio e degli interessi almeno del capitale», e di chi sa che altro. E ragionando di questo passo, i lavoratori avrebbero dovuto lavorare gratis per consentire ai padroni l'esercizio del loro diritto di sfruttamento.
I primi anni del 900 vedono una serie di lotte operaie per ottenere condizioni di lavoro e salari più umani. Nei primi mesi che aprono il secolo, sono ancora di scena i battellieri di Carloforte, che scioperano per protestare contro il «pesatore» della Società che ruba sul peso del minerale trasportato. Vengono arrestati 18 lavoratori e lo stesso Cavallera, un attivo sindacalista socialista, presente nella storia del movimento operaio. Seguono gli scioperi dei tipografi, dei ferrovieri, delle tabacchine, dei conciatori, degli scalpellini - a Sassari, a Cagliari e in altri centri. Infine, nel 1903, i minatori di Buggerru dichiarano lo stato di agitazione per ottenere un controllo sulle cantine; e i minatori di Montevecchio per protestare contro i cottimi massacranti.

I fatti di Buggerru del 1904 e l'eccidio a freddo dei lavoratori vuole essere da parte del governo una risposta «esemplare» alla «eccessiva libertà di protesta e di sciopero», che i lavoratori sardi andavano prendendosi, spesso al di fuori delle organizzazioni sindacali e operaie (dimostrando, per altro, di possedere capacità organizzative autonome, nonostante il cattivo concetto che di essi hanno sempre avuto i rivoluzionari di mestiere). Entriamo comunque in un periodo storico nuovo, dove è possibile, sia pure in termini paternalistici, avere la testimonianza dei lavoratori, oltre quella dei padroni.
Questa che segue è la ricostruzione dei fatti di Buggerru ottenuta con brano di cronaca di diversi giornali del periodo. La stampa cattolica e la stampa liberale si troveranno dalla stessa parte, unite nella battaglia contro i «sovversivi» delle miniere. Già il 1898 aveva segnato, in Italia, un riavvicinamento dei cattolici ai liberali, spaventati gli uni e gli altri dai moti popolari che si erano susseguiti in tutta la penisola e che culminarono con l'esecuzione di Umberto I, giustiziato a Monza. In Sardegna, con un certo ritardo si produce lo stesso fenomeno: cattolici e liberali capiscono che quando il popolo solleva la testa dalla polvere non è il momento più adatto per bisticciare sulla spartizione del bottino: si rischia di perderlo tutto.
La Sardegna Cattolica Organo della curia di Cagliari. Quotidiano. 5 settembre 1904:
Già da alcuni giorni erano sorti minacciosi malumori fra gli operai delle miniere di Buggerru, i quali pare che volessero darsi allo sciopero. Ieri mattina per misura di precauzione è stato perciò inviato colà un picchetto armato di 130 uomini del 42° fanteria al comando del capitano cav. Luigi Bernardone.
Dicesi che la folla degli scioperanti e di molti altri che si unirono ad essi accolse i soldati con fischi e sassate e quasi ciò non bastasse alcuni colpi di rivoltella sarebbero stati sparati contro di essi. Naturalmente i soldati si difesero dalla non giustificata aggressione e a loro volta scaricarono i fucili contro i tumultuanti con conseguenze dolorosissime.
Due operai sarebbero rimasti uccisi ed uno gravemente ferito; anche sette militari ebbero danno, riportando ferite delle quali ignoriamo l'entità.

Si noti il linguaggio codino, ripreso e perfezionato dai telecronachisti: gli operai «sarebbero» rimasti uccisi, i militari «ebbero» ferite.

La Sardegna Cattolica del 6 settembre 1904:
Possiamo aggiungere questi altri particolari a quelli dati ieri sulle conseguenze dolorosissime dello sciopero di Buggerru… Mentre i soldati subito dopo il loro arrivo aiutati da alcuni popolani andavano preparando l'alloggio in un locale ad essi destinato, molti operai tra gli scioperanti sopraggiunsero cercando di impedire che ciò si eseguisse, specialmente da parte dei paesani. I soldati e prima le sentinelle naturalmente resistettero alle prepotenze. Si fu allora che essi vennero fatti segno a una fitta sassaiola; i colpi erano così precisi che ben sette soldati rimasero feriti, tutti alla testa, e alcuni gravemente così da essere dichiarati guaribili oltre i dieci giorni.
Si dice anche che dai ribelli sia partito un colpo d'arma da fuoco. Certo è che i soldati, veduto il grave frangente in cui si trovavano, risposero a fucilate, ferendo tre dei loro assalitori; uno morì subito; un altro nella notte; del terzo non abbiamo notizie; non è difficile che altri operai abbiano riportato ferite.

Dunque non è la truppa che ha caricato la folla, in seguito ad un comando delle autorità, ma sono i soldati, che pochi o molti, individualmente, sorpresi e impauriti reagirono…

La Sardegna Cattolica del 23 settembre 1904:
…Noi non siamo certo disposti a piegare le ginocchia dinanzi a nessuna autorità della terra, meno ancora sentiamo simpatia per il governo di Giolitti o per quello di qualunque altro uomo come lui intinto di pece liberalesca; ma non esitiamo a stigmatizzare, come artifizio vituperevole, questo incitare che si fa del proletariato, riscaldando le teste ed infiammando i cuori di odio bestiale, questo prender pretesto da un fatto doloroso per provocarne altri, per poter poi scagliare l'imprecazione contro l'esercito, contro il governo, senza arrestarsi neppure ai gradini del Trono.

L'Unione Sarda. Quotidiano liberale di Cagliari. 5 settembre 1904:
Demmo notizia ieri dei malumori sorti tra i minatori di Buggerru e gli amministratori di quelle miniere. Scoppiato lo sciopero pareva che questo dovesse presto e bene risolversi, anche perché assaissimo a ciò si interessavano il sottoprefetto di Iglesias cav. Valle e moltissime notevoli autorità cittadine. Per la tutela dell'ordine, come pur ieri annunziammo, erano state inviate due compagnie di soldati. All'arrivo di questi, verso le 16, e mentre il sottoprefetto cav. Valle trovavasi con vari operai presso gli amministratori delle miniere a parlamentare, una folla di operai accolse con una fittissima sassaiola la truppa, che fu costretta a servirsi delle armi. Rimasero feriti gravemente tre operai e sette feriti leggermente: dei tre feriti gravemente uno morì quasi subito, gli altri due durante la notte. Stamani sono partiti alla volta di Buggerru altri cento soldati comandati dal maggiore Scotti e venti carabinieri.

L'Unione Sarda del 30 settembre 1904:
…La direzione della miniera aveva deliberato una modificazione d'orario: questa non piacque agli operai, i quali… decisero lo sciopero: il solito nucleo agitatore che è in tutte le collettività operaie fece le prime avvisaglie, cercò di convertire i restii, dove trovò resistenza si impose… insomma guerra in atto al famoso capitalismo, alla borghesia depauperatrice, allo sfruttamento dei succhioni, etc. etc. secondo la tattica rettorica dei rivoluzionari… prevedere che con l'esasperarsi degli animi potessero sopravvenire guai seri era logico e giusto, sì che la direzione chiese alle autorità del governo la loro assistenza.
Si mandano le truppe: il battaglione da Iglesias ove andò in treno, parte alle nove per Buggerru, per un'erta difficile strada: dopo sette ore di marcia eccolo nell'abitato. Gli scioperanti sono sulla via principale agitatissimi perché le autorità non han perduto tempo a mandar soccorsi ai pochi loro avversari, e perché questi han trovato dei crumiri per approntare un rifugio pei poveri soldati: questi sono accolti a fischi, a urli, a improperi: ma la consegna è rassegnazione e calma e quegli esseri stanchi da così lunga marcia si buttano dove possono per riposare. Pur le vie non quetano; i crumiri che han permesso che alla meglio le truppe trovassero un alloggio, debbono essere puniti: e si fa la sassaiola. I soldati son là, distesi, abbattuti: la stanchezza li fa più calmi che loro potesse imporsi: ma le pietre piovono fitte, la folla si accalca loro d'intorno: qualcuno è buttato a terra: ah… si attenta alla vita loro? E in una mossa disperata suggerita dal pericolo, la pazienza, già da tempo messa a dura prova, non resiste più: si afferrano le armi e si spara…
…nel disgraziatissimo eccidio, che hanno avuto a che fare la borghesia capitalista, il governo reazionario, il militarismo assetato di sangue? Non v'ha dubbio che se la truppa non fosse andata a Buggerru i morti non vi sarebbero stati, almeno quei morti, perché non ci sentiamo di affermare che a un conflitto sanguinoso non si sarebbe ugualmente venuto, specie sapendo gli animi esasperantisi sempre di più di ora in ora, di non avere avuto di fronte una forza capace di dominarli; ma se fa comodo ai nostri anarcoidi e rivoluzionari, al lume del semplice buonsenso, doveva tranquillamente la Direzione delle Miniere lasciarsi condurre dalla volontà dei suoi operai, mettersi a sua discrezione, esporsi a qualunque pericolo? La vita degli impiegati non valeva dunque niente? Carne da macello? L'autorità del padrone doveva esser zero? La sfrenatezza doveva trionfare?…

L'Avanti! Quotidiano socialista. Buggerru, 5 (ore 14,30).
Da inchiesta fatta risulta che la truppa arrivata da Iglesias alle 16,20 prese alloggio nel grande laboratorio falegnami nel quale erano pochi gli operai che sgombravano. La minoranza degli scioperanti pretendeva l'uscita degli sgombratori. La truppa si oppose respingendo alla baionetta la folla eccitata. Grande confusione da ambo le parti. Qualche sasso ferì dei soldati che spararono quasi a bruciapelo dodici colpi. Fuga, urla e terrore generale.
I primi colpi furono alle 16,45. La commissione che si trovava nella direzione a discutere si precipitò sopralluogo. Il compagno Battelli tratteneva, arringandola, la maggioranza degli scioperanti sul piazzale della direzione. Il dottor Cavallera, insieme col capitano di fanteria, si precipitò tra i sassi e le palle per calmare gli animi ed ottenere la cessazione del fuoco e della sassaiola; trovarono a dieci metri dai soldati un operaio morto e due feriti stesi a terra. Altri feriti fuggivano. Parecchi soldati avevano ferite non gravi. A stento fu ristabilita la calma.
Gli arrestati sono tre. Degli operai feriti due sono morti, altri tre sono ricoverati all'ospedale. I morti si chiamano Littera Felice, d'anni 31; Pilloni Giovanni, d'anni 34; Montini (L'Avanti! sbaglia trascrivendo Montixi - n.d.a.) Salvatore, d'anni 37 - tutti minatori. La popolazione è costernata. La lega dei minatori e la Società di mutuo soccorso e cooperativa hanno esposto i vessilli abbrunati.

Nella cronaca riportata in data 5 si nota molta cautela nella attribuzione delle responsabilità dell'eccidio. L'Avanti! del 6 ritorna sui fatti. In una nota redazionale, si riferisce che dopo un esame delle ferite appare chiaro che l'esercito ha sparato alle spalle degli operai; mentre questi fuggivano davanti a un assalto alla baionetta. Si riferisce anche che per disposizioni governative sono state bloccate al telegrafo le corrispondenze dirette ai giornali esteri, relative all'eccidio.

La Camera del Lavoro di Milano delibera il seguente ordine del giorno, in data 15 settembre 1904:
«L'assemblea dei soci della Camera del Lavoro, dinanzi a nuove stragi causate dalla libidine degli scherani del governo omicida, delibera lo sciopero generale in segno di protesta e di indignazione e di volere che la truppa non abbia più ad intervenire nel conflitto tra capitale e lavoro».

Primavera umana. Settimanale socialista di Iglesias (uscì dal 1904 al 1905). 18 settembre 1904:
…Gli operai erano ormai stanchi delle prepotenze e delle vessazioni della Direzione… Ultimamente il signor Georgiades intendeva imporre agli operai che lavorano all'esterno, un nuovo orario, che violava antichissime abitudini, sempre seguite nelle miniere. Gli operai esterni, durante l'estate, smettono di lavorare alle 11 e rientrano alle 14; godono quindi di un riposo di tre ore, tra il periodo di lavoro che si fa di mattina e quello che si fa di sera. In ottobre invece comincia l'orario invernale; gli operai smettono di lavorare alle 11 e riprendono alle 13. Orbene il Direttore pretendeva imporre l'orario invernale col primo di settembre. Gli operai si ribellarono a questa pretesa. Essi osservarono che, per i grandi calori estivi, erano indispensabili tre ore di riposo, durante quella parte della giornata, in cui il caldo è eccessivo, indispensabili specialmente ad operai che devono lavorare all'aperto, sotto la sferza del sole. Inoltre essi osservarono che col nuovo orario avrebbero lavorato un'ora in più…
Ma se vogliamo essere franchi, il motivo occasionale dello sciopero potrebbe anche ritenersi meschino. Il fatto è però che gli operai non ne potevano più, che erano stanchi di una serie continua di persecuzioni, ed il cambiamento d'orario fu la goccia che fece traboccare il vaso. E sabato 3 u.s. scoppiò, improvviso ed inaspettato, lo sciopero. Sciopero un po' disordinato, perché fu dichiarato senza nessuna preparazione e senza nessuna intesa degli operai, i quali non fanno parte della Lega Minatori…
Appena questi operai proclamarono lo sciopero si recarono in massa, per tutti i cantieri ad invitare i loro compagni ad unirsi a loro, per una completa astensione dal lavoro. E in breve, lo sciopero fu generale, perché vi presero parte tanto gli operai esterni, quanto quelli che lavorano nelle gallerie.
Il compagno Battelli, segretario della Lega Minatori di Buggerru, appena seppe dello sciopero, corse subito, sebbene malato, incontro agli operai, per raccomandare loro la calma e la serietà. Telegrafò infine al dott. Cavallera, il quale arrivò la sera del sabato, quasi contemporaneamente al delegato di p.s. signor Mario Maffei. Mercé l'operosità instancabile e l'energia dei compagni Cavallera e Battelli, si riuscì ad evitare ogni violenza, quantunque gli operai, specialmente i disorganizzati fossero eccitatissimi. Non si riuscì però a persuaderli di non abbandonare i forni di calcinazione della calamina e le dinamo per la luce elettrica.
Ma in fondo lo sciopero non presentava nessun serio pericolo di disordini. Grida, schiamazzi, urla, minacce a parole contro coloro, che avrebbero tradito i compagni, grandi maledizioni all'indirizzo del Direttore: in questo si concentrava il fermento della massa operaia, dalla quale non si poteva pretendere né quell'ammirabile calma né quella civile educazione, che contraddistinguono le classi lavoratrici più evolute, abituate alle lotte proletarie da una lunga opera d'organizzazione.
La domenica arrivarono a Buggerru il sottoprefetto, il capitano e il tenente dei carabinieri. Fu formata subito una Commissione operaia, la quale, accompagnata da Cavallera, dal Battelli e dalle autorità, doveva conferire con il Direttore, che - freddo, impassibile, provocante - resisteva a tutte le preghiere e a tutti i consigli delle stesse autorità suddette. Alle 16,20 arrivarono due compagnie di soldati comandate dal capitano Bernardone, il quale, animato da ottimi sentimenti di pacificazione si unì al sottoprefetto cav. Valle, al capitano e al tenente dei carabinieri, all'ing. capo del Regio Ufficio delle miniere, al delegato Maffei, al dott. Cavallera ed alla Commissione operaia, che, tutti insieme si recarono dall'ing. Georgiades, per tentare di comporre lo sciopero.
Non dobbiamo negare che la venuta della truppa fece una pessima impressione sull'anima primitiva degli scioperanti, i quali, profondamente persuasi di lottare per sante rivendicazioni, vedevano nella chiamata dei soldati una minaccia contro il loro indiscutibile diritto…
La Commissione si recò dal Direttore. Una grande folla, l'immensa maggioranza della popolazione seguì la Commissione, fino alla Direzione…
Un duecento persone - forse meno - si recarono invece al grande laboratorio dei falegnami, dove i soldati erano già arrivati per accasermarsi… Ad un tratto si ode, distinto, il tonfo di pietre, scagliate con forza. Era la sassaiola. Poi, acute, fischianti, ininterrotte una ventina di fucilate. Era l'eccidio. Il sangue proletario innaffiava anche questa arsa ed infelice terra sarda; il sangue di poveri bagnava Buggerru.
La vera versione del fatto? Eccola, in poche parole. Nel laboratorio erano tre operai, occupati a sgombrare per far posto ai soldati. I loro compagni, appena li videro, gridarono subito: «Fuori, fuori, nessuno deve lavorare!». Tra il laboratorio, guardato dai soldati e gli operai schiamazzanti intercedevano un cinque o sei metri di distanza. Ad un tratto sette od otto operai si staccano dalla folla e s'avvicinano alla porta del laboratorio. I soldati innestano la baionetta. Una baionetta squarcia una coscia di un operaio. Urla strazianti. Subito la sassaiola. Indi immediatamente le fucilate. Un terrore.
Il dott. Cavallera e il cav. Bernardone precipitano dalla Direzione; con pericolo della vita, seguiti a breve distanza dal sottoprefetto, dal capitano e dal tenente dei carabinieri, dal delegato Maffei, si slanciano tra la folla e la truppa, in mezzo alle palle e ai sassi; riescono ad imporre la calma. Brevi minuti di tragico silenzio. Silenzio di tomba. Poi nuovamente urla. Imprecazioni, pianti di donne, vagiti di bambini, lamenti di feriti, rantoli di moribondi. Una disperazione…

La prosa di Primavera umana è intonata a un paternalismo tipico dell'intellettuale progressista di allora (e in altre forme, di oggi), che tradisce, pur nella commozione ideologica un distacco quasi sprezzante dalle masse popolari, e si lascia andare a stomachevoli giudizi sull'anima primitiva degli schiavi delle miniere e sulla loro immaturità politica e civile, che contrasta col senso di responsabilità delle autorità governative, ufficiali e commissari, che sfidano perfino la morte interponendosi tra gli scioperanti e la truppa. Per comprendere certi umori sotterranei, bisogna rimandare al precedente sciopero di Buggerru del 1903, in cui i minatori chiedevano di essere rappresentati direttamente nella cooperativa di consumo e non attraverso rappresentanti. Affiora, negli scritti degli organi di stampa ufficiali socialisti sui fatti di Buggerru, il risentimento nei confronti dei minatori che «avevano scioperato senza prendere accordi con le competenti organizzazioni operaie». Per la verità, i minatori di Buggerru non facevano parte della Lega minatori, e il segretario della Lega poteva non essere informato dello sciopero. E' per tanto fuori luogo sostenere che soltanto «mercé l'operosità instancabile di Cavallera e Battelli si riuscì ad evitare ogni violenza, quantunque gli operai, specialmente i disorganizzati fossero eccitatissimi» - si presume che i due o tre tesserati fossero calmissimi.

Fra i documenti raccolti sull'eccidio di Buggerru, è doveroso trascrivere l'articolo di Claudio Treves, che centra meglio di ogni altro il bersaglio ed è ben scritto:
«Il sistema della strage. La funebre litania sèguita implacata. La truppa spara sugli uomini del lavoro e li uccide. La Sardegna finora si era sottratta al comun fato. Il suo arretrato patriarcalismo economico era stato fin qui la sua salvezza. Ma anch'essa ha scritto ora la sua pagina nel martirologio del proletariato. Non c'è più plaga d'Italia dove la truppa non abbia versato sangue per soffocare la voce dei lavoratori chiedenti meno avare condizioni di vita. Noi ci irritiamo a scrivere ancora le ripetute parole di protesta. Noi ci sentiamo stanchi di analizzare il fenomeno. Quante volte l'abbiamo fatto! E il risultato è sempre uguale. Ogni sei mesi, una nuova strage di poveri. Alla lunga lo stesso senso di raccapriccio di ottunde. E poi dove è questo senso di raccapriccio? Nelle folle soltanto, nelle folle per una prescienza istintiva che si esprime nell'antico adagio: oggi a me, domani a te. Ma nelle altre classi? In questa borghesia che si attribuisce ogni giorno i titoli di moderna, evoluta, colta, intelligente, ecc.? Niente! I grandi giornali che allo scandalo di Nasi dedicano da quindici giorni tre colonne, non sentono di dedicare un terzo di colonna a questo fatto di cronaca! Due uomini morti, parecchi feriti di piombo governativo! Bell'affare! Che è ciò? Tutt'al più un argomento vieto per le solite declamazioni dei comizi. E i sovversivi stessi a loro volta si sentono quasi imbarazzati nel timore di sembrare retorici a protestare! In verità c'è in queste classi nostre dirigenti una crudeltà cinica e fredda mai nascosta e niente riscattata dagli isterismi improvvisi di certa filantropia liberale! Manca, manca in esse del tutto il senso sacro del rispetto alla vita umana. Questo senso si alimenta non di pathos letterario, ma di una compiuta coscienza dell'uguaglianza civile tra gli uomini. Ed è appunto tale coscienza che è assente. E però è possibile che seguano gli eccidi agli eccidi, le stragi alle stragi, e non abbia luogo mai un processo e non si domandi mai a nessun monturato conto del sangue fraterno versato… Fraterno? Ma che fraterno: sangue plebeo, sangue dei poveri, sangue di contadini ed operai - dove è la sua identità col sangue di lor signori, ricchi, borghesi, ufficiali, gente educata, civile, liberale e moderna?
Questa fraternità è metafora di comizio o di giornale scamiciato, oppure è metafora di ipocrisia parlamentare nei discorsi dei ministri o della corona; ma non è mai un sentimento vero, sincero, vissuto, respirato. E per tanto, dopo la strage di Sardegna ne verranno delle altre. Indubbiamente. Fatalmente, la strage fraterna è continuamente in potenza già nello spirito delle classi dirigenti, nella educazione dei loro figlioli, nella beffarda indifferenza loro verso le reclamazioni e le proteste della folla, nelle sistematiche persecuzioni giudiziarie che seguono dopo gli eccidi - contro gli uccisori? No! Mai - contro i feriti, contro i superstiti. La strage fraterna è in potenza di continuo nella farisaica difesa del principio di autorità nel privilegio concesso all'autorità di violare tutti i diritti più elementari dello Statuto e della personalità umana e di suffragare tale violenza con la violenza maggiore della uccisione in massa al minimo accenno di una resistenza, di una reazione sia pure la più legittima, sia pure la più innocua.
A Buggerru, appena proclamato lo sciopero, la Compagnia chiama i soldati. I soldati vengono. I soldati non sono al servizio della Compagnia? Hanno altro da fare fuorché accorrere alla prima chiamata del capitalista che teme uno sciopero sia per riuscirgli dannoso per il bilancio di fin d'anno? Dunque i soldati accorrono. Accorrono, mentre la Commissione degli scioperanti tratta pacificamente, lealmente coi padroni e mentre la massa degli scioperanti attende pacificamente, lealmente la fine delle trattative. Accorrono i soldati, e gli scioperanti intendono che cosa significa il loro intervento. E' la spada di Brenno gittata dal governo sulla bilancia delle trattative. E' la intimidazione palese, ufficiale contro i ribelli che hanno l'insolenza di chiedere qualche soldo in più al capitalista. E' la livida raccomandazione di mettere testa a partito, ché ci sono dei buoni argomenti per le teste calde. E' la dichiarazione del soffocamento del diritto dello sciopero; è il guai ai vinti! fatto balenare ai combattenti appena entrati in lotta. Infine è il lasciate ogni speranza intimato agli infelici che appena hanno concepito una speranza di minor pena…
Questo dice l'intervento della truppa e questo intendono - oh, non c'è da sbagliare nell'interpretazione! - i minatori di Buggerru quando arrivano i soldati chiamati dai padroni - a far che cosa? se non a reprimere il loro pacifico sciopero? - La chiara coscienza di tale incivile persecuzione contro il loro diritto di uomini, di lavoratori a vendere le loro braccia a più giusta mercede esaspera i più pacifici e mette ad alcuni le pietre in mano… E' il segnale voluto, atteso della strage giuridica, legale, legalissima, che i giornali approvano, che il governo premia, che la Camera applaude come eroica difesa della consegna, come necessaria e doverosa repressione della rivolta, come trionfo dell'ordine e della legge. Ah, tartufi sanguinari che avete provocato, aizzato, esasperato la povera gente per trascinarla ad un gesto, ad un atto di reazione che vi dia un pretesto di mitragliarla giuridicamente in massa.
Questo è il sistema e perciò il caso si rinnova - ed è sempre lo stesso: è stile ordinario di governo - e non servono le proteste. La soppressione pratica - che vale assai più della teorica - del diritto di sciopero non si può altrimenti ottenere, al tempo nostro, che con la strage.
La strage è il corollario necessario, inevitabile, inesorabile della sopraffazione aperta o della coartazione farisaica del diritto di sciopero. L'interesse capitalistico cui serve il Governo impone la compressione dello sciopero mediante la truppa, e la cinica crudeltà che poggia sull'orgoglio di casta fa il resto. Porta la reazionaria opera al suo estremo inevitabile: la strage. La strage è il portato dell'interesse e della barbarie di un elemento economico e di un elemento morale» (G. Treves – Il sistema della strage – in Primavera umana – n. 25 anno 1° - 18 settembre 1904)

4 - Con legge n. 393 del 19 luglio 1906 viene istituita la commissione parlamentare d'inchiesta sulla condizione degli operai delle miniere della Sardegna. L'eccidio di Buggerru ha avuto una vasta eco nella opinione pubblica. La consorteria al potere, demagogicamente mostra di volere finalmente rivolgere la sua attenzione non più sulla situazione delle miniere ma su quella dei minatori.
L'inchiesta, che verrà ultimata nel 1911, è affidata a tre senatori, l'avv. Parpaglia (presidente), il conte Biscaretti di Ruffia (commissario), il duca Caraffa d'Andria (commissario), a tre deputati, il dott. Crespi (commissario), l'avv. Pala (commissario) e l'ing. Moschini (segretario relatore), con due segretari aggiunti, l'ing. Calmerana, ingegnere capo del Distretto minerario di Bologna, e il prof. Dragoni, capo sezione nell'Ufficio del lavoro.
La composizione socio-politica dei membri della commissione dà già alla origine la garanzia (ai ceti privilegiati) della parzialità della inchiesta - non essendo da prendere in alcuna considerazione l'assunto formale di imparzialità proclamato nella fase preliminare dei lavori. Negli interrogatori delle due parti in causa, lavoratori e padroni, si dà preminenza a questi; e ciò che questi asseriscono è preso per oro colato. Mentre sarebbe logico che in una inchiesta che s'intitola «sulle condizioni degli operai» fossero da tenere in considerazione le testimonianze dei lavoratori. La commissione comincia con l'annotare «obiettivamente» che «gli operai non avevano per mancanza di organizzazione potuto dar risposta ai questionari sulle condizioni di lavoro nelle varie miniere, ai quali invece gli esercenti avevano risposto nella loro quasi totalità». (“Atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla condizione degli operai delle miniere della Sardegna” – 1911)
Il padronato fu sentito comodamente adagiato nelle poltrone delle ville, tra un liquorino e una fumata di avana - e non è difficile da immaginare quali discorsi razzisti facessero in combriccola, conti e senatori, ingegneri e padroni, alla faccia di tutta quella povera gente affamata che reclamava giustizia.
Le migliaia di operai che avrebbero voluto presentarsi per testimoniare il loro martirio non furono ascoltati perché «non sarebbe stato possibile e nemmeno utile di sentirli tutti». (“Atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla condizione degli operai delle miniere della Sardegna” – 1911) Pertanto si decide di sentirli attraverso rappresentanti di categoria; e i pochi che si presentarono subirono minacce, ricatti e rappresaglie da parte degli scherani del padronato. Gli operai che testimoniarono, inoltre, furono costretti a duri sacrifici: perdevano la giornata di lavoro e taluno anche il posto; dovevano percorrere decine di chilometri di montagna a piedi per recarsi fino al luogo dove era insediata la «onorevole commissione» - di norma nella cittadina sede del distretto minerario: Iglesias, Guspini, Capoterra, ecc.
I fatti di cui si lamentano gli operai vengono definiti «personali», non controllabili e per ciò senza importanza. L'animus della obiettività di Parpaglia e compari si illumina nel paragrafo sulla «veridicità delle fonti», dove si sostiene che «le risposte date da persone disinteressate, le relazioni di autorità governative devono evidentemente accettarsi con piena fiducia» (“Atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla condizione degli operai delle miniere della Sardegna” – 1911).

Sulla libertà di testimonianza degli operai, riporto qualche stralcio degli «Atti della Commissione» - vol. III:
A. F. - «Noi abbiamo parlato in nome di tutti i nostri compagni molti dei quali non sono venuti per tema di qualche rappresaglia ed altri per non perdere una giornata di paga».
T. S. - «Il caporale ha detto di non venire». D. - «Per qual motivo?» T. S. - «Diceva perché gli operai erano necessari in miniera. Io gli ho risposto: Io vado ad Iglesias, io ed i miei compagni faremo sforzi di lavoro dopo. Ed il caporale ha risposto: Basta che di ritorno da Iglesias io vi faccia riprendere il lavoro!».
L. R. - «Ci voleva sospendere, perché non volevano che ci presentassimo alla Signoria Vostra. Questo l'ha detto un caporale allo scavo».
C. G. - «Ci hanno intimidito».
P. G. - «Hanno detto che non c'era bisogno che gli operai venissero a deporre, perché l'Amministrazione avrebbe mandato una Commissione di operai scelti da essa». D. - «Avete domandato il permesso di venire dinanzi la Commissione?» - O. S. - «Quando l'ho domandato al caporale lo stesso mi ha risposto: Voi siete obbligato a lavorare». D. - «Nient'altro?» - O. S. - «Ch'era una vigliaccheria il venire».

Dal 1860 al 1900 lo sfruttamento delle miniere sarde viene intensificato. La produzione isolana, che è oltre 1/4 di quella nazionale, passa da 22 lavorazioni (42.245 tonnellate di produzione, valore 5.420.000 lire) e 5.235 operai del 1860 a 100 lavorazioni (195.131 tonnellate di produzione, valore 22.123.000 lire) e 14.129 operai del 1900. Rilevante, a livello di produzione dei maggiori paesi europei, è la quantità di piombo e di zinco estratta. Argento ce n'è rimasto ben poco, dopo l'accurato setacciamento dei metallari precedenti.
La commissione Parpaglia si compiace dello sviluppo dell'industria estrattiva per mettere subito l'accento sugli aumentati costi di produzione, quindi sull'eccellenza della organizzazione tecnica (leggi: di sfruttamento) e infine sulle buone condizioni di sicurezza. Gli operai, almeno da questo lato, non dovrebbero lamentarsi. E invece si lamentano, e a ragione:
M. F. - «Dobbiamo scendere per uno stretto e brutto passaggio dove i gradini sono di legno, senza palchetti su cui poter riposare, legati a tracolla i ferri. Spesso il fumo ci opprime… Sì, ognuno è costretto a portare i propri ferri di lavoro, e sono otto o dieci… Non c'è parapetto; scendendo si può scivolare, e manca l'appoggio».

M. E. - «Avviene che quando partono le mine rimangono sempre dei pezzi di roccia sospesi e gli operai sono obbligati a far cadere questi pezzi con pale e picchi. Gli ingegneri dicono ch'è obbligo degli operai far cadere, ritirare i materiali che già sono stati smossi dalle mine e che si trovano in terra, senza che abbiano prima eliminato il pericolo che li sovrasta… Un tal P. nel lavorare con una leva nella galleria Murtas mosse una pietra nello sforzo del lavoro e questo pezzo di roccia cadendogli addosso lo colpì a morte e ferì altri due operai. L'amministrazione, dopo successa la disgrazia, accorse, per le sue constatazioni, sopra luogo, trovò fatto alcune riparazioni, e non potette assodare le responsabilità».

Oltre le testimonianze, sulla insicurezza nel lavoro parlano gli stessi dati di fonte governativa relativi agli infortuni (“Atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla condizione degli operai delle miniere della Sardegna” – 1911). Nei 34 anni che vanno dal 1874 al 1907 sono morti nelle gallerie 715 lavoratori, senza contare ben più numerosi morti in seguito a ferite e a malattie contratte sul lavoro. I feriti a causa di incidenti sono tanto numerosi che la commissione ammette di non essere riuscita «a vagliarne l'esattezza».
Nel quinquennio 1903-1907 si hanno annualmente 1.046 - 2.196 - 1.957 - 2.280 - 2.472 infortunati sul lavoro. Lo sviluppo dell'industria si realizza, in concreto, sul sangue dei lavoratori: gli infortuni sono più che raddoppiati nel giro di 5 anni. Ed è da notare che nei dati appena citati non sono stati inclusi gli infortuni che abbiano provocato inabilità temporanee e parziali, cioè ferite o danni non giudicati gravi dalla amministrazione.

Scrive un minatore sul trattamento riservato agli infortunati:
«Onorevole Commissione, avant'ieri mattina verso le ore 10 un nostro compagno di lavoro, certo C. D. ebbe una ferita al sopracciglio col vagone, essendo scivolato dalla rotaia. E perché in miniera non vi era nessuno, essendo venuti qui per gli interrogatori, il caporale S. G. l'obbligò severamente a lavorare, e il misero dovette umiliarsi contro voglia, essendo sfinito dal gran colpo avuto. La ferita è grave e il taglio è profondo, e il detto caporale, anziché esentarlo dal lavoro e mandarlo all'Ospedale gli negò pure il biglietto di visita medica. Il ferito non mangia, non dorme e pare un insensato. Si vede bene che certi caporali come tanti altri superiori abbiano parte intesa con gli infortunii, ossia con la Società, altrimenti il ferito toccava prontamente mandato all'Ospedale come dice la legge…
Firmato: il fratello del ferito e gli operai della miniera di Monte Grusciau».

Non esistono leggi sulla tutela della incolumità del lavoratore. La legge n. 3755 del 20 novembre 1859 si preoccupa di regolare i rapporti di proprietà e di esercizio. L'altra legge, la n. 184 del 30 marzo 1893, mentre accorda una generica tutela alla vita del minatore, si occupa minuziosamente della polizia nelle miniere, senza fare alcun riferimento agli infortuni, al lavoro delle donne e dei bambini, alle ore lavorative, al riposo settimanale, ai collegi di probiviri. La legge non pone al padronato alcun limite nello sfruttare e nell'assassinare uomini, donne e bambini.
Nel rilevare che non esistono dati sulla percentuale degli operai continentali nelle miniere sarde, la commissione attribuisce tale lacuna al fatto che dal 1899 «non si manifestò più la necessità di tenere distinti nelle statistiche i salari dei minatori continentali» e conclude affermando genericamente che ci sono ancora in tutte le miniere, ma «in proporzione scarsissima rispetto ai sardi».
Dalle testimonianze degli operai, la situazione risulta diversa. Gli operai del Continente sono presenti dappertutto e ricevono un trattamento salariale privilegiato: sempre superiore al salario dei Sardi anche a parità di lavoro svolto. Dove tale trattamento differenziato è stato camuffato - costituendo una ingiustizia palese e una grave provocazione - agli operai continentali vengono riservati i posti privilegiati, da «cani da guardia del padrone»: i caporali, capi-compagnia, cottimisti, gestori di cantina, ecc.

Chiaramente razzista è il giudizio che la commissione parlamentare dà dei lavoratori sardi:
«L'assoluta mancanza del grado d'istruzione anche più elementare non permette di contare su risorse di coltura generale per riparare alle deficienze della preparazione specifica… A questo occorre aggiungere che l'operaio sardo non è neppure di molto rendimento in quanto riguarda la massa di lavoro prestata, soprattutto per le condizioni fisiche depresse e in parte anche per difetto di energia. Su questo tutti gli osservatori sono concordi: così l'ing. Ferraris, il quale ritiene che il rendimento del lavor sardo sia circa il 60 per cento di quello continentale, come Lord Brassey il quale dice che un minatore piemontese in Sardegna guadagnerebbe pressoché il doppio del sardo, come infine molti direttori e caporali interrogati. Ma meglio di queste testimonianze che potrebbero anche ritenersi tendenziose, vengono a provare lo scarso rendimento del lavoro sardo le differenze di salario riscontratesi nelle stesse miniere tra continentali e sardi…» (“Atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla condizione degli operai delle miniere della Sardegna” – 1911).

Altrettanto razzista è il giudizio pseudo-psicologico:
«Moralmente il minatore sardo… è buono d'indole, ma debole di volontà ed insieme con la debolezza della volontà presenta quei caratteri che normalmente l'accompagnano, e tra questi specialmente la diffidenza e la instabilità… Probabilmente non ha torto l'ing. Ferraris, quando afferma che il minatore sardo ha i difetti e le qualità dei fanciulli, e non ha torto specialmente perché ci troviamo di fronte ad una massa ancora relativamente primitiva con le ingenue qualità, le fiducie, gli entusiasmi che l'evoluzione sociale tende a distruggere, ma altresì senza il discernimento, la capacità di resistenza e di sforzo continuo e regolare che la civiltà crea e sviluppa» (“Atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla condizione degli operai delle miniere della Sardegna” – 1911).

Su 15.832 addetti alle miniere nel 1907 i maschi sono il 92 per cento, di età variabile dai 15 ai 50 anni; le donne sono il 5,8 per cento, al di sopra dei 15 anni, il 2,2 per cento sono ragazzi e ragazze dai 10 ai 15 anni. (In Sicilia, nessuna donna è presente in quel periodo tra gli addetti alle miniere, e in Toscana sono presenti nella percentuale dell'1,93 per cento).
I dati relativi al numero delle donne e dei fanciulli impiegati nelle miniere è certamente falso. Molti bambini e molte donne non figurano negli organici delle amministrazioni e quindi nei dati statistici, perché vengono occupati saltuariamente e in attività di rincalzo e comunque in attività vili che perfino lo schiavo-manovale rifiuta.
Le donne percepiscono circa la metà del salario degli uomini, meno di 1 lita al giorno, per 11-12 e anche 13 ore di lavoro: un salario equivalente a 1 Kg. di pane e 2 etti di formaggio. Il lavoro minorile, d'altro canto, è una piaga ancora diffusa oggi nell'Isola, e ne accenno in altra parte di questo lavoro. Dalle testimonianze dei minatori, risulta che la maggior parte di essi è entrata a lavorare in miniera all'età di 10-12 anni.
Nelle miniere sarde si muore per infortuni e si campa poco a lungo, dopo essere stati assoggettati, in un ambiente infernale, a uno sfruttamento bestiale. Rilevando che l'età dei minatori sardi è contenuta tra i 15 e i 50 anni, le teste d'uovo della commissione parlamentare spiegano il fenomeno con «una minore resistenza nei minatori sardi che non in quelli delle altre regioni italiane, e per conseguenza una più scarsa frequenza di minatori di età più avanzata». E' chiaro che i minatori sardi non possono essere sfruttati anche in età avanzata, perché sono morti prima o ridotti a larve umane.
L'organizzazione del lavoro è tale da consentire il maggior sfruttamento del lavoratore e il maggior profitto del capitalista. La molteplicità delle forme di organizzazione (imprese, compagnie con premi, ecc.) è spiegata dalla stessa commissione parlamentare: «Essa (varietà) consiste nella ricerca che l'esercente fa di un sistema, il quale gli consente di stimolare nel modo più efficace possibile, e con la spesa minore possibile, l'attività degli operai» (“Atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla condizione degli operai delle miniere della Sardegna” – 1911).
A differenza di quanto già in uso nel Continente, nelle miniere sarde non esiste un contratto di lavoro, ma semplicemente una pattuizione, dove la volontà dell'operaio interviene soltanto nel momento in cui accetta il rapporto di lavoro «rimettendone la regolamentazione… alla volontà dell'esercente, tanto che talune volte non si pattuisce preventivamente neppure l'ammontare del salario. Ne deriva un'assenza quasi generale di contratti e di regolamenti di fabbrica, assenza che si verifica in ben 48 miniere (92%) con 14.278 (il 95%) operai» (“Atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla condizione degli operai delle miniere della Sardegna” – 1911).
A questo proposito, i membri della commissione sostengono che non sono da pretendersi i contratti di lavoro scritti: «…alla redazione del rapporto scritto potrebbe venirsi soltanto quando vi fosse vera eguaglianza di condizioni tra le parti, non quando l'imprenditore garantisce gli obblighi che assume e l'operaio no».
Le paghe, già bassissime, vengono falcidiate dalle sottrazioni per «sanzioni disciplinari». Non considero rispondenti a verità le tabelle relative alle paghe pubbliche in allegato alla inchiesta Parpaglia, ma quelle che vengono dichiarate dagli operai, che sono: per i minatori specializzati, da L. 2 a L. 2,50; per i minatori, da L. 1,80 a L. 2,00; per i manovali, da L. 1,30 a L. 1,50; per le donne, da L. 0,70 a L. 1,00; per i fanciulli, da L. 0,50 a L. 0,70 - al giorno.
Queste paghe sono diminuite per i lavoratori all'esterno. Per avere un'idea della esiguità dei salari, riporto i prezzi dei generi alimentari d'uso comune tra i minatori: pane, da L. 0,40 a L. 0,50 al kg.; pasta, da L. 0,60 a L. 0,70 al kg.; formaggio, da L. 2 a L. 2,50 il kg.; vino da L. 0,30 a L. 0,50 al litro; lardo, da L. 2,50 a L. 4 il Kg.
Sulla questione dei bassi salari è illuminante la posizione presa dalla Commissione parlamentare, cioè dal governo, cioè dai padroni: «Giudicare se è giusta l'asserzione degli operai che il loro lavoro è troppo scarsamente retribuito o se invece ha ragione il presidente della United Mines quando dice che "il livello dei salari del minatore sardo è indubbiamente basso, ma è probabilmente pagato per l'intero valore (del lavoro) che compie", non rientra nel compito assegnatole (assegnato alla Commissione) e d'altra parte non sarebbe né agevole né consigliabile». Infatti, compito delle onorevoli puttane era quello di farsi un giretto distensivo in colonia a spese dell'erario: a parte i cospicui profitti che traevano dai loro possedimenti, a parte i non miseri salari di senatori, deputati e professionisti con annessi e connessi, si erano pappati oltre 25.000 lire di sole indennità di viaggio - esattamente il salario medio giornaliero di 25.000 minatori.
Sono tante le forme di sfruttamento della cosca internazionale che rapina i minerali sardi che elencarle tutte è lavoro improbo. Ne citerò alcune tra le più diffuse e le più infami: i cottimi, le multe, le cantine.
Il cottimo era studiato per aumentare la produzione costringendo l'operaio, con l'allettamento di qualche centesimo in più, ad ammazzarsi di lavoro, e per arricchire, coi padroni, quella categoria di sanguisughe dette «cottimisti». Veniva promesso, oltre la paga giornaliera, da L. 0,50 a L. 0,10 per tonnellata estratta in più a squadra. Se la squadra otteneva un risultato buono, superando cioè le 10 tonnellate, il di più non veniva pagato o comunque veniva diminuito il prezzo del cottimo pattuito, di modo che all'operaio non si dava in più che pochi centesimi a conclusione del suo sacrificio. Queste variazioni - che per me sono una truffa - per la commissione d'inchiesta sono legittime:

«Non è che importino malafede da parte dell'esercente, né intenzione di frodare gli operai, poiché dipendono piuttosto dall'intento di non far subire agli operai sbalzi troppo bruschi di guadagno, in modo che quando si scorge che con le tariffe vigenti l'operaio consegue un guadagno troppo forte, vengono ribassate, mentre esse vengono rialzate quando si scorge che l'operaio potrebbe conseguire un guadagno troppo scarso» (“Atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla condizione degli operai delle miniere della Sardegna” – 1911).

Con le multe si salassa ulteriormente il lavoratore e lo si tiene inquadrato col ricatto. Il regolamento dei padroni prevede le seguenti sanzioni disciplinari: ammonizione, multa, sospensione, licenziamento, che vengono usate ad libitum per qualunque mancanza anche minima, come per esempio il parlare con un compagno, e in particolare vengono usate contro operai di idee socialiste o che comunque non si assoggettino totalmente alla volontà dei superiori. I padroni sono rappresentati nel luogo di lavoro dai «caporali» (tra questi esiste tutta una gerarchia). Le multe sono salate: vanno da 1/4 a 1/2 del salario nelle mancanze lievi; a tutto il salario nelle gravi. E nelle gravissime, si arriva alla sospensione di 15 giorni o al licenziamento. Chi decide della minore o maggiore gravità della mancanza è ovviamente il direttore della miniera, sentito il parere dei caporali. I caporali, quasi tutti continentali, sono odiatissimi dai minatori, forse più di quanto non lo siano i direttori e i padroni.
Con le cantine, le amministrazioni si riprendono interamente i salari di fame dati ai lavoratori, e inoltre li costringono a indebitarsi, legandoli mani e piedi allo sfruttamento. Le cantine sono gli unici negozi di alimentari e di merci varie esistenti nelle zone minerarie; e in queste soltanto, i lavoratori possono acquistare ciò che occorre per vivere. Le amministrazioni delle miniere le organizzano e le fanno funzionare direttamente attraverso loro fiduciari. «La cantina è il primo filone di guadagno dei padroni della miniera», dirà un operaio alla commissione.
Non solo i generi alimentari e le merci delle cantine sono scadenti; non solo i prezzi sono maggiorati; ma vi si pratica il truk-system (mi piace tradurlo «sistema a trucco»!), cioè il pagamento in natura del salario. I padroni consegnano, al posto del salario in moneta o come parte di esso, dei buoni utili per l'acquisto nelle loro cantine. Era considerata «mancanza gravissima» quella del minatore che non acquistasse nello spaccio padronale, e veniva di conseguenza licenziato. Le cantine davano anche a credito. La somma relativa alla merce acquistata a credito veniva registrata come debito e maggiorata con un forte interesse. Le cantine concedevano anche piccole somme di denaro a prestito, che venivano poi sottratte dalla paga quindicinale. La stessa commissione rileva che il prestito a usura arrivava all'interesse del 700 per cento! Una volta afferrato nell'ingranaggio del truk-system, l'operaio non ne usciva più: poteva salvarsi soltanto con la fuga, dandosi alla latitanza sui monti della Barbagia o emigrando in Africa.
La maggior parte dei minatori lavorano all'interno. Nelle gallerie trascorrevano gran parte della giornata. Vi mangiavano, anche, sbocconcellando la fetta del pane senza interrompere il lavoro, perché a differenza dei lavoratori esterni, delle donne e dei bambini, non godevano neppure della mezz'ora di pausa. Le ore di lavoro minimo erano 8, che diventavano anche 12 e più con l'allettamento dei cottimi. Il resto del loro tempo lo trascorrevano in lerce baracche di fango e paglia o in sconnessi cameroni per i quali dovevano anche pagare all'amministrazione. Testimoniano i minatori:

C. A. - «In una casetta fabbricata da me pago L. 4 al mese (i padroni pretendono il fitto per aver concesso al costruzione nel terreno di loro proprietà - n.d.a.): due camerette, di cui una fa da cucina e ci dormo io e un figlio maschio, nell'altra mia moglie con cinque figlie. Ed è in tale condizione tale casetta che ha la luce senza che si apra la finestra».
A. R. - «Sono con un compagno e paghiamo L. 2,50… il tetto non esiste perché la copertura è di fango e canne, la casetta è tanto umida che siamo tutti malati con dolori».
Domanda: - «Come sono gli alloggi?» - L. L. - «Gli operai vivono nei cameroni, come porci, sdraiati in terra». Domanda: - «Come? su un pagliericcio? una tela forte?» - L. L. - «No, su un cespuglio secco, della cosiddetta erba di Santa Maria».
F. A. - «L'amministrazione ha concesso il permesso di costruire a qualche capo-compagnia. Il permesso ai minatori non lo danno, ai caporali sì».
Domanda: - «In quanti siete nei cameroni?» - M. D. - «Secondo. In qualcheduno 12, 13, 14, una volta siamo arrivati fino a 30»;
C. E. - «Nei cameroni dove sono le famiglie il pavimento è selciato, in quelli degli scapoli no». - Domanda: - «Ci sono le brande? Le ha date l'amministrazione?» - C. E. - «Le brande le abbiamo comprate noi; quelli che non hanno potuto dormono per terra sull'erba secca».

E' tanta la fame nell'Isola - specialmente nei paesi agricoli dei Campidani - che per sopravvivere molti vanno a scavare pietre in miniera. Sono in grande maggioranza braccianti agricoli, e una volta arrivati nel posto di lavoro devono improvvisarsi muratori e costruirsi una tana - tanto più se hanno famiglia con sé. Non stupisce che la maggior parte dei minatori sia celibe.
Sulla questione alloggi, i membri della commissione scrivono:
«Fu già accennato come questo delle abitazioni sia uno degli argomenti che la relazione ministeriale accennava fra quelli che la Commissione avrebbe dovuto tener presenti nei suoi studi ed è infatti uno dei più discussi ogni volta che si parla delle condizioni degli operai sardi. Effettivamente chiunque visiti gli alloggi operai presso le miniere rimane colpito dalla ristrettezza degli ambienti, dalle costruzioni trascurate, dalla pavimentazione insufficiente e soprattutto (sic!) dalla trascuratezza nella manutenzione e nella pulizia. Specialmente nei cameroni questa impressione si accentua e si rende anche più penosa, sia per la prossimità dei giacigli, sia per la maggiore sporcizia, sia infine per la frequente mancanza di letto o di branda, sostituiti da coperte o da cenci o anche dal classico (sic!) giaciglio di erbe secche. Si spiega dunque come un fatto così appariscente abbia impressionato molti e come si sia formata la opinione comune che questa delle abitazioni è una delle maggiori piaghe di cui soffrono i minatori sardi. INVECE LA COMMISSIONE D'INCHIESTA NON PUO' ACCOGLIERE QUESTO CONCETTO SENZA MOLTE SPIEGAZIONI E RESTRIZIONI. SE SI INTENDE DI AFFERMARE CHE LE CONDIZIONI DELLE CASE DI MINATORI NON RAGGIUNGONO DI REGOLA NEPPURE IL MINIMO DI COMODITA' E DI IGIENE CHE UN UOMO MODERNO RITIENE INDISPENSABILE CERTO NON E' POSSIBILE DISSENTIRE. MA SE INVECE SI VUOL DIRE CHE TALI CASE SONO PEGGIORI DI QUELLE ABITATE DAI CONTADINI NELLE STESSE LOCALITA' O SE SI VUOLE ADDOSSARE OGNI COLPA DELLO STATO DI FATTO ESISTENTE AGLI ESERCENTI DELLE MINIERE (và a toccarglieli! - n.d.a.) SI DANNO DUE GIUDIZI CHE LA COMMISSIONE RITIENE NON IN TUTO ESATTI. LA COMMISSIONE HA VISITATO ACCURATAMENTE LE ABITAZIONI DI DODICI FRA LE MAGGIORI LAVORAZIONI, QUELLE DEL CENTRO DEI COMUNI MINERARI PIU' IMPORTANTI, ALTRE DI CENTRI NON MINERARI E SI E' FORMATA LA CONVINZIONE CHE LE CASE IN MINIERA, LASCIANDO DA PARTE I CAMERONI (non si capisce perché lascino da parte i cameroni, che costituiscono per la maggior parte gli alloggi dei minatori - nda) SIANO NELL'IGLESIENTE TALORA SUPERIORI A QUELLE DEI CENTRI COMUNALI IN CUI ABITANO I MINATORI, O ALMENO NON INFERIORI AD ESSE E CHE SIANO SPESSO MIGLIORI DI QUELLE DEI CENTRI RURALI» (“Atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla condizione degli operai delle miniere della Sardegna” – 1911).

C'è da chiedersi, dopo la descrizione che viene fatta delle abitazioni dei minatori, definite poco meno che letamai e porcili, come fossero le abitazioni nei comuni sardi e in particolare nei centri rurali.
Dato l'ambiente inquinato e pieno di mortali insidie, dati i ritmi di lavoro massacranti, data l'alimentazione a base di pane e acqua (un minatore, richiestogli se mangiasse carne, risponde: «La carne la mangia l'ingegnere, noi una volta all'anno, per Pasqua»), data la precarietà e la insalubrità degli alloggi, non c'è da stupirsi che la morbilità e mortalità raggiungano cifre molto alte, sempre di molto superiori alle cifre relative ai minatori delle altre regioni d'Italia.
I membri della commissione ritengono di dovere attribuire alle condizioni di lavoro soltanto la metà delle cause di morbilità e mortalità; l'altra metà di responsabilità andrebbe al clima. Si poteva parlare di insalubrità del clima nelle zone acquitrinose e malariche, non su quei monti aperti sul mare. Numerosi visitatori trascorrevano le loro vacanze lungo le coste dell'Iglesiente; e non consta che alcuno della commissione, venendo in Sardegna a fare l'inchiesta si sia buscata la silicosi o l'ernia o l'angina o la pleurite o il catarro nasale e bronchiale o i reumatismi o qualcun'altra delle cento malattie professionali (e non dovute al clima) del minatore. E neppure devono essersi buscata la scabbia, diffusissima a quei tempi, «indice triste della trascuratezza degli operai», i quali, anziché farsi il bagno coi sali al pino silvestre, messi a loro disposizione all'imboccatura di ogni galleria, serviti dalle stesse signore dei direttori delle miniere, preferivano «di sopportare lo schifo e la molestia» - come scrivono, storcendo il naso, le onorevoli puttane.
L'assistenza sanitaria è una macabra farsa. Se l'operaio si ammala o si ferisce per infortunio gli viene tolto il salario e il credito nelle cantine. Se il male è giudicato lieve dal medico (creatura del padronato) o in mancanza del medico dal caporale, l'operaio può fare 5 giorni senza lavorare, naturalmente senza paga. Se il male viene giudicato grave, egli viene licenziato e mandato a crepare nel paese di origine o, ipotesi rara, ricoverato in un ospedale, dove riceve una formale indennità di L. 1 al giorno (formale, perché la Cassa di soccorso, manovrata anche questa dall'amministrazione se ne trattiene la metà). Dopo 45 giorni, la lira veniva ridotta a 50 centesimi (meno la solita metà trattenuta). Da notare che le Casse di soccorso - istituite dai padroni - trattenevano dal 4 al 5 per cento del salario come «contributo».

In relazione alla liquidazione infortuni, gli onorevoli scrivono:
«…gli operai sospettano (sic!) che non sempre le liquidazioni avvengano nella precisa misura che la legge vorrebbe rispetto alla gravità dell'infortunio, perché sostengono che i medici situati nelle zone minerarie sono tutti legati alle Amministrazioni di miniera e rilasciano quindi certificati attenuanti di molto la gravità delle lesioni. Si cercherebbe in altre parole di ribassare al minimo possibile il numero d'infortuni leggeri, dichiarando guariti entro i 5 giorni infortunati che non lo erano (guariti), e di diminuire per quanto possibile i casi di invalidità permanente… La Commissione NON AVEVA MEZZO DI CONTROLLARE LA VERITA' DI QUESTE ASSERZIONI E NEPPURE HA CREDUTO DI DOVERLO FARE, poi che non le è sembrato pertinente al suo ufficio di ricercare minutamente se l'andamento tecnico dell'assicurazione fosse in tutto corretto, ma soltanto che le spettasse di rilevare nettamente e sicuramente fatti e circostanze generali. Essa non può quindi affermare che tutto quanto dicono gli operai sia esatto, vuole anzi ammettere che nessuno dei fatti asseriti sia vero, che la correttezza più scrupolosa risieda al rilascio dei certificati» (“Atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla condizione degli operai delle miniere della Sardegna” – 1911).

I fatti denunciati allora dai minatori erano tanto veri che continuano a verificarsi ancora oggi:
C. F. - «Portano il malato, che non è in condizioni di camminare, sopra un carretto, come se si trasportasse un animale morto, un asino…».
M. F. - «Altro inconveniente è il licenziamento degli operai colpiti da infortunio…».
C. F. - «Niente si dà ai feriti guariti entro i 5 giorni, ciò che avviene spesso perché facilmente il medico dichiara guarite le ferite entro questo termine».
V. F. - «Sono nato il 4 luglio 1878 (ha 30 anni, quando testimonia - nda) a Bonarcado, risiedo in Iglesias con mia moglie ed i figli. Sono minatore e devo reclamare per trattamento fattomi per un infortunio capitatomi sul lavoro, essendomi andata picchettando una scheggia nell'occhio. Appena avvenuto il fatto lo denunciai al caporale, ma, avendomi detto che andassi a lavorare perché era cosa da nulla, ripresi il lavoro. Però, dopo un paio di giorni, essendomisi il male all'occhio aggravato, pretesi che mi fosse fatto il buono per la visita medica. Sono andato dal dottor Atzeni, il quale osservato l'occhio disse: «E' cosa da niente». «Ma io ho un pezzetto di scheggia nell'occhio!» «Andate via!» replicò «Voi andate in cerca d'infortunio». Dopo nove giorni è comparsa una macchia bianca…» - Domanda: - «Avete reclamato?» - V. F. - «Sì,» - Domanda: «Avete riscosso nulla per questo vostro infortunio?» - V. F. - «Nossignore: nulla». - Domanda: - «Il medico era alle dipendenze della Amministrazione della miniera?» - V. F. - «Sì. Si dice di accordo con la società per la liquidazione degli infortuni, e quindi interessato». - Domanda: - «Adesso lavorate?» - V. F. - «Lavoro stentatamente, e non ci vedo con l'occhio offeso…» (il poveretto lamentava una cosa «così da niente» da essere diventato cieco, e la società, oltre ad avergli negato l'infortunio, lo costringe a lavorare per non pagargli l'invalidità - nda).
D. M. - «Ho avuto un guasto alla mano e mi presentai al medico che si rifiutò di prestarmi le sue cure…».
C. L. - «Io ho avuto un infortunio ad una gamba che non venne denunciato, e tanto per accontentarmi, l'Amministrazione mi aumentò la paga da L. 2,20 a L. 2,45».
M. A. - «Solamente per le disgrazie gravi si liquida l'indennità. Se un operaio si fa un taglio, una ferita ad una mano, appena curato è rimandato al lavoro; alcune volte si attende il 4° o 5° giorno, perché il medico è troppo disposto a dichiarare guarito, abile al lavoro l'infortunato».
Domanda: - «V'è l'ospedale per ricoverare i malati?» - M. A. - «Sì, ma nei casi gravi. L'Amministrazione dà gratis le medicine, ma solamente le comunissime, di poco prezzo»; - P. G. - «Non si somministra che chinino, olio di ricino, qualche carta di Brescia…» - M. M.G. - «…e sale inglese». (Esattamente come col Biafra, dove le «congreghe di beneficienza capitalista» mandavano vitamine per stuzzicare l'appetito e lassativi, per «alleviare» la carestia - nda).

Può darsi che per ragioni di stile non rientri nella economia di questo libro una serie di testimonianze di minatori sulle loro condizioni di lavoro e di vita; ma al di là di ogni considerazione suonerebbe oltraggioso nei confronti della mia gente escluderla in quei pochi momenti in cui ha potuto esprimere la sua opinione.

Iglesias, 7.5.1908.
«Ah, vivendo in questo mondo ai tempi d'oggi le nostre condizioni sopra il trattamento in quanto alle miniere di Sardegna, massime in questo punto, bacino minerario d'Iglesias, è assolutamente di più pessima condizione e cattivo stato.
Perché?… Perché la legge che è stata decretata oggi qui, è più in favore a questi sbirri e farabutti di superiori minerari che al povero operaio minatore…
Come pure io sottoscritto… sfortunatamente venuto in questa terra del bacino iglesiente, a questa miniera per lavorare, credendo che si guadagnasse qualche lira in più e che si potesse vivere un po' discretamente; ma al contrario ho trovato tutto invano ed ho visto già che in mezzo c'è dovuta nascere una grande camorra…
Ho lavorato da parecchio tempo da minatore nella miniera di Masua - Società Tacconis Sarrabus - ebbene, ho perso una giornata per massima circostanza di malattia - mi sono recato all'ufficio onde potermi fare il biglietto per rientrare al lavoro per lavorare - e mi hanno dovuto fare invece il biglietto come un liquidamento di conto… e mi sono visto all'istante spontaneamente licenziato - buttato in mezzo alla strada alla sventurata sorte - carico di una numerosa famiglia senza saper come posso dare il nutrimento per sustenere la famiglia - essendo stato licenziato senza nessuna occupazione di lavoro varie settimane.
Per fortuna sorte mi sono trovato al più punto di miseria e mi hanno dovuto dare il posto per lavorare a Nebida - e sono lavorando tutto a malinconia e cattiva voglia… Perché?… Perché mi trovo malcontento tanto per la paga che per l'alloggio, e poi per le condizioni di lavoro, ed ancora per il trattamento dei nostri superiori…
La paga è un po' scarsa e misera, solo che di lire 2,20 al giorno… e con lire due e venti non si può mai vivere e neppure campare - che se mangia non si veste, e vive sempre più in miseria…
L'alloggio è molto duro, salato; e ci fanno pagare l'impossibile; e poi non sono case di poter vivere - che sono come le baracche dei confini d'Egitto - si vive come gli animali selvatici, non sono case di vivere cristiani della terra…
Intanto gli operai sono tutti a queste lagnanze verso il trattamento che ci fanno, che ci comportano come bestie e non come cristiani… ci fanno condurre presso il posto di lavoro quasi più di un'ora prima ogni giorno - e l'olio per la candela non ci basta mai, per fare la giornata intiera di otto o di nove ore…
I prezzi dei viveri alimentari di cantina sono pessimi, e poi sono molto raffinati nel peso, che ne rubano l'anima del mondo. Il pane certi giorni è buonissimo, ma quando toccano a farlo cattivo non ne mangiano nemmeno i porci… In quanto a fare la festa domenicale e qualche altro giorno, non lo sentono mai, e non ne vogliono mai fare; e quando ne fanno, ne fanno una volta su cento… E più ancora, se un operaio di sente in cattivo stato di malattia e va all'ospedale, il medico non gli dà mai la sua giusta medicina che gli spetta, ovvero che gli occorre alla sua salute: è sempre il contrario: dà solo che del sale inglese e dell'olio ricino per qualsiasi malattia di corpo…
…la nostra vita sardignola è troppo più cattiva che buona, perché nelle miniere di questo bacino minerario inglesiente non ci si può stare, nemmeno solo che un minuto secondo, di più no… perché ci troviamo più morti che vivi…».
S. O. A. - Minatore d'Oristano

Nebida, 7 maggio 1908
Gli operai sottodescritti espongono:
«Costretti a ricercare lavoro nei centri minerari, abbandonare patria e famiglia per rendersi schiavi del lavoro e delle ingorde e insaziabili amministrazioni minerarie, viviamo sotto un vincolo di pene e di dolori. La dolce speranza che in noi regnava nel momento del distacco familiare è del tutto svanita: alla miseria dei nostri paesi è subentrata la fame delle miniere.
I lavori che si compiono sono enormemente gravosi poiché si lavora per dieci ore continue sui piazzali e per otto ore nelle gallerie; dal lavoratore pretendono la vita, lo rendono schiavo e ne fanno il loro piacere. Dopo che i migliori anni della sua gioventù si sono spesi per la miniera, in ricompensa ci vien dato per la vecchiaia l'espulsione dal lavoro per inabilità, oppure anche con gli anni sulla gobba si è costretti a lavorare per poter vivere.
In Italia tutta e tutti godono in seguito all'ultima legge il riposino festivo, tranne che noi, operai della miniera di Nebida: ciò è stato preteso da noi medesimi, per la semplice ragione dell'irrisoria paga che ci viene corrisposta, poiché si mangia anche il giorno festivo, e per noi se non si lavora non si mangia.
Il minatore vien pagato giornalmente con lire 2,20 e 2,50 massimo; il manovale con lire 1,65 minimo e 2,00 massimo. Per un padre di famiglia ce n'è da mangiare e bere - dicono i Signori dell'amministrazione, mentre in realtà si muore d'inedia.
Tale ribasso di paga è avvenuto da anni, poiché prima ci veniva corrisposto L. 3,50 minimo ai minatori e L. 2,50 ai manovali, tempi in cui il lucro era ancora minore di oggi perché non si conoscevano bene i minerali e non erano ricercati come oggi. Perché simile sconcezza?…
In aggiunta della misera paga, veniamo poi strangolati dall'usura e dal rincaro dei viveri che si ha nelle locali cantine, poiché non contenti del 50% e spesse volte del 100% di guadagno ci offrono delle vivande non buone e specialmente il pane, unico alimento dell'operaio. E ciò perché manca del tutto la sorveglianza igienica…
Il servizio sanitario è trascurato del tutto per l'assoluta noncuranza del medico e per la mancanza delle medicine. Causa la povertà l'ammalato è costretto a morire, poiché non ha il necessario per potersi far visitare da altro medico: l'unico conforto che ci dà è di dire: Crepate pure, tanto siete in molti…
Proponiamo e richiediamo:
Contratto di lavoro; salario minimo per ogni categoria di operai ed aumento; riposo festivo; paga quindicinale, senza ritenzione; pensione ai vecchi operai di miniera; ispettorato operaio per gli infortuni; ribasso dei viveri ed applicazione severa delle leggi sull'igiene con apposita sorveglianza; miglioramento per gli alloggi; inchiesta per il servizio sanitario ed espulsione del medico locale; regolare l'orario del servizio postale a quello degli altri uffici del regno».
F. S. manovale - L. G. manovale - T. F. minatore -
C. A. manovale - e altri.

Masua, 8 maggio 1908

«…E' questo un grido, una protesta unanime. Dappertutto si lamenta esternamente la più squallida miseria, conseguente alla mancanza del conferimento del salario giornaliero. Difatti: qua, un uomo, un secondo Sansone, che certo non fa desiderare di meglio da parte dell'Amministrazione per l'opera sua, viene pagato col grottesco, misero salario di L. 1,70 al giorno.
Basta ciò perché un individuo, senza far male agli altri, possa menare tranquillo i giorni della sua esistenza? Impossibile! Impossibile perché tale salario viene assorbito dalla parca spesa che l'operaio è costretto a fare nelle cantine tenute per conto dell'Amministrazione e che pure vengono esercitate sotto il nome di Cooperativa.
Difatti nella Cooperativa di Masua i generi si vendono ad un prezzo elevato il doppio di quel che valgono e di quello che si vendono in altre cantine. Ed i signori commessi di cantine non mancano, potendo, di esercitare le loro piccole angherie e ruberie. Difatti non è raro il caso di un operaio che non sa né leggere né scrivere, che quando ricorre ad un individuo che possa leggergli il libretto e dirgli quanta spesa ha fatto, senta dirsi che abbia preso il doppio di quanto effettivamente ha preso…
Qua a Masua l'operaio è proibito di tagliare la legna da ardere fresche o disseccate… Non è raro il caso di operai che comprano le casse di petrolio o di altro per poterne far fuoco per uso di cucina…
Gli operai di Masua

Miniera di Sedda Moddizzis, senza data.
A nome dei compagni riunitisi per discutere sulla situazione, un minatore scrive alla Commissione:
«Svolgo… il vero dolore, la vera miseria e gli atroci misfatti che la classe operaia (subisce) e prego all'Eccellenza Vostra di volersi trattenere per ascoltare tale polemica questione. Entro nell'argomento e con cuore di vero operaio dico… che più di una volta desideravo d'essere accolto presso la Camera del Ministero per poter discutere ciò che nel suore dell'operaio era da tempo e da tempo immerso nel fondo del mare…
…Non vi stupisca il nostro parlare perché sarà noioso, ma con ragione (perché) da moltissimi anni frequentiamo l'operato minerario, e già da vari anni si osserva un cambiamento nell'utilizzarci, cioè l'economia che man mano ascende a ridurre l'operaio all'orribile miseria: talmente miseria che fino dal 1895 incominciarono gli scioperi nelle miniere di Buggerru ove gli operai portati ad un punto assai stretti dalla miseria dovettero darsi agli scioperi. Quali provvedimenti e quali miglioramenti ebbero? Ne ebbero… il licenziamento e in seguito la triplice miseria, perché gli operai licenziati da tale miniera non li rioccupavano in posti di sorta; e così in seguito, per quanti scioperi si è (fatti), pochissimo è stato il beneficio che si è avuto; quindi s'è fatto tanto con la politica, si è fatto altresì in via di fatto, ma così si è rimasti: male si stava prima ed ora peggio.
Le Amministrazioni della Pertusola, della Vieille Montagne e la Società Malfidano ed ancora altre società minerarie hanno le coltivazioni delle miniere in Spagna, in Africa, Francia e Germania e in tanti stati esteri, e pagano l'operaio con una mercede abbastanza (buona); notando questo, che le spese di trasporto essendo (lì) assai più aggravate che non quelle della nostra Sardegna…
10-30 anni or sono in Sardegna v'era la sola coltivazione dei minerali argentiferi e di antimonio, e non (si) conosceva ancora la produzione della calamina; (allora) l'operaio era pagato con salari quasi triplici a quelli che le Amministrazioni pagano oggidì e i prodotti costavano meno che oggi, mentre adesso abbiamo… produzione in più, prezzi delle stesse produzioni in forte aumento (eppure) l'operaio è pagato un terzo di salario di quello che era prima; e le materie di prima necessità della vita (sono) in aumento rilevante, che costringe l'operaio a mangiare tanto a stento perché non muoia nelle sue dure fatiche minerarie.
Chi causa tale miseria? Non i diretti amministratori, ma bensì gli indiretti amministratori, specialmente i signori Direttori che non pagano l'operaio in nessun termine - cioè se l'operaio lavora a giornata non gli vogliono dare più di 1,60 con un aumento classico fino a L. 2,60; e se si tratta di dare il cottimo, cioè ad impresa, succede che quando l'operaio s'è sacrificato tanto per guadagnare quel tanto da regger la famiglia, succede che quando questo operaio si presenta alla paga, se col cottimo ha guadagnato L. 4 o 8 gli si paga la sola giornata, dicendogli che il contratto non era quello, e quindi bisogna accontentarsi di quello, oppure perdere il posto. E quando poi si va in via giudiziaria, al legge domanda il contratto legale, cosa che nessuna delle Amministrazioni accetta dall'operaio; e questo succede tutti i giorni nel bacino minerario dell'Iglesiente…
Quali paghe percepiscono gli operai delle miniere? Diverse. Dividiamole in categorie e principiamo a dire: manovali di laverie, di 16-22-25 anni, lavorano dalle 6 antimeridiane alle 6 pomeridiane… e la paga è di 1,40-1,60-1,80… Ma ora come (può) vivere un operaio solo, che, per mangiare, non bastano codeste paghe?…
L'operaio solo, che non ha famiglia in miniera, e che sia celibe, prendendo lire 41,60 mensilmente (notiamo che l'operaio è pagato solamente i giorni feriali, cioè quelli che lavora) e quindi, se lavora per sole lire 41,60 e se durante il mese ne spende lire 60 mangiando solo pane e minestra per non morire, da dove prende queste lire che mancano per poter far fronte alle spese da lui fatte? E notino che non può l'operaio né vestirsi né mandare alla famiglia sussidio; qui tutti siamo obbligati, anche chi è celibe avrà la madre o il padre; e chi ha la sua famiglia deve pensare a moglie e a figli; e se questi debbono soddisfare a tali bisogni, occorre di non pagare dove gli hanno somministrato i viveri, (deve) scappare dalla patria natia e andare all'estero con la certezza di non più rivedere né la sua patria né la sua cara famiglia. E tutto questo perché?
Perché mai nessuni sono venuti a tutelare i nostri diritti, e quando rivoltosamente ci siamo protestati ci hanno messi con le spalle contro le mura.
E questo è per chi è solo. Ed ora vediamo un padre di famiglia che lavora nell'interno dove il pericolo corre (ad) ogni istante, ove la vita viene guastata, perché dopo che un operaio ha fatto quelle otto ore rinchiuso sotto terra, dove non si respira che aria morta e fumo d'olio da ardere, di modo che quando rivede alla sera la luce di Dio col viso di moribondo alza gli occhi al cielo e dice: Anche oggi sono salvo dalla morte. Però mille idee gli assalgono la mente, perché pensa che la giornata da lui lavorata non basta a sfamare i bambini e la moglie che lasciava dalla mattina nella caverna…
Ora andiamo a fare questi calcoli… Un operaio interno, cioè minatori e manovali hanno un salario nella nostra amministrazione già migliore…; al manovale, a L. 2,50 bisogna levare 15 cent. di olio e cotone che serve nella giornata e gli rimane L. 2,10; un minatore prende 2,40-2,60 e levando 15 cent. di olio rimane la giornata di 2,25-2,45; cioè una paga mensile di L. 54-63,40… ora, se questo padre di famiglia spende per mangiare, solo pane e minestra, senza pensare né a pagare fitto di casa, né a vestito, né a bere un bicchiere di vino per aiutargli le forze se lavora, L. 76,50: da dove deve tirare la rimanenza per pagare i suoi creditori? E un operaio che lavora in tale fatica avrebbe bisogno di mangiare un pezzo di carne o un piatto di pasta asciutta la domenica?
Ma questo non lo può fare, perché facendo già una stretta economia, mangiando solo pane, rimane sempre in un debito che dopo pochi mesi è obbligato a cambiare creditori, perché facendo ogni mese 10-15 lire di residuo e non potendoli più pagare, anzi aumentando di mese in mese il debito, ci vediamo citati nanzi il conciliatore, per 50-60-80 lire di viveri somministrati…
Domandiamo noi: come deve fare l'operaio quando si trova in mezzo a queste dolorose faccende? Che pensare? Che fare? Cambiare posto di lavoro: ma quando ha fatto questo, è sempre lo stesso, perché appena sanno dove si lavora, l'usciere corre. Quando poi siamo stretti nella vera miseria, dobbiamo ricorrere ai grandi misfatti o abbandonare le nostre famiglie. E perché devono accadere tali cose? Per mancanza di provvedimenti.
Ora entriamo a fare conoscere le cause che hanno causato tali danni agli operai… Da quando gli artigiani agricoli ebbero una paga assai piccola nel lor lavoro d'agricoltura, dietro la grande istruzione sviluppatasi e il gran progresso, i proprietari cominciarono a voler sfruttare i suoi agricoltori per mantenersi nel lusso e per fare dei loro figli tanti avvocati, e dottori e preti. E quindi vedonsi questi agricoli così malcontenti incamminarsi verso le miniere.
Chi arriva col treno, chi a piedi, stanchi del cammino e ancora della fame, e arrivati nelle Amministrazioni minerarie chiedevano il posto di lavoro, facendo l'opera a metà prezzo di quelli che già erano occupati. E per chiudere il discorso al più breve, dico una frase sola, cioè quando poi non ne volevano (di manodopera, questi agricoli) trovandosi alle strette si offrivano agli amministratori, purché gli dessero il lavoro, per il solo pane. Allora succedevano tanti guai, perché l'incaricato della paga dava a questi una mercede di lire 1,40 e 1,60 e da questo succedeva che si rubavano il mangiare l'uno con l'altro, perché con questa paga non si può tirare innanzi, perché col solo pane non si può vivere…
Quale veleno non sarà per noi, sentendo che le amministrazioni guadagnano 15-20-30 milioni per campagna; che un direttore percepisce 25-30 mila lire all'anno di stipendio senza le gratifiche; che un ingegnere, un contabile un capo-servizio hanno di sola gratificazione non meno di 1.500 lire che equivale a L. 4 al giorno di regalo - mentre noi operai interni che leviamo i tesori di sotto terra non vogliono darci una paga da poter vivere; che se non possiamo marciare in carrozza né in automobile, almeno levarci la fame e poter almeno dire: Sono lavorando e almeno mangio un pezzo di pane senza pensieri.
Ma per dire così noi ignoranti, non sarà per i nostri tempi. Perché mille promesse sono state fatte e per quanto siamo stati bravi e quieti nulla s'è avuto. S'aspettava tanto fin dal 1895 ma tutto era morto. Ed oggi vogliono riaprire una ferita dimenticata, ma ancora lacera, poiché per tanto che la si sia curata, sempre vi è un'infiammazione. Infiammazione che se on si trovano altre cure in breve tempo si muore. E così si griderà fino alla tomba: crudeltà e infamia».
Un minatore a nome dei compagni della miniera di Sedda de Moddizzis.

Gonnesa, 12 maggio 1908
«Noi operai della miniera di Mont'Anixeddu col più immenso dolore veniamo oggi dinanzi alla onorevole Commissione a reclamare il dolore e la miseria che ci atterrisce; le cattive idee che conservano nella nostra amministrazione. E quindi esponiamo… quando segue:
Il nostro direttore - così detto perché ha la miniera per conto suo… a noi non ci vuole dare una paga non più di L. 2 e 2,20 mettendo noi l'olio e il cotone per cui occorre cent. 20 in tutto… ci obbliga a lavorare più di otto ore e con questo: che quando non si può fare 120 cm. di mina succede che ci mettono la multa oppure ci tolgono 1/4 e 1/2 giornata di lavoro, dopo esserci sacrificati per dare a loro le belle ricchezze di sotto terra, poi, quello che fa più ribrezzo e che induce l'operaio a commettere qualche misfatto… è pretendere che l'operaio faccia assai e non pagarlo; e così col cottimo, cioè l'impresa quando andiamo per il conto ci paga la sola giornata, e per questo non si (dovrebbe) più lavorare, ma non trovando altri posti bisogna rimanere al sacrificio; quasi ci portano alla schiavitù… invece di darci quelle 3 o 4 lire che abbiamo guadagnato (col cottimo) non ci danno altro che la sola giornata, dicono che non è vero ciò che avevano detto, cioè negandosi di tutto ciò che avevano contrattato. E questo lo fanno tutti i giorni.
…questa amministrazione diretta da questo direttore è come segue: caporale maggiore, Brida Felice, cognato di Brida Trome, sorvegliante capo-servizio. Cantiniere, Brida Maurizio. Insomma sono tutti in parentela e tutti fanno l'ingiustizia agli operai. Nella cantina non si può comprare nulla perché oltre ad essere le cose assai in prezzi alterati, usavano pesi guasti e rubavano agli operai circa 75 o 80 grammi per kg. Su questo caso della cantina è da notare che dietro lettera - anonima per paura di licenziamento - il giorno 28 marzo veniva a Gonnesa il delegato di ps Catania. Questo venne da suo cognato Nigra Giovanni, e trattenuto in un invito (ovvero scampagnata) e della comitiva faceva parte il segretario comunale di Gonnesa e diversi consiglieri. Notino… che il Nogra Giovanni è commerciante in commestibili e tiene la percentuale di buoni-viveri che la nostra amministrazione rilascia agli operai (il detto truk-system - nda). Questo detto Delegato di ps aveva incaricato di procedere sulle quantità delle farine adulterate, sui farinacei che si mescolavano nel pane e sulla frode del peso e del vino. L'amministrazione avvisata in tempo per mezzo di operai del suo cognato Nigra (quindi dallo stesso delegato di ps) trafugava tutti i pesi e tutte le sostanze alimentali adulterate e si fece non luogo a procedere per mancanza di reato…
Abbiamo i lavori lontano dal paese circa due ore, e se l'operaio volesse riposare durante la settimana nelle vicinanze del luogo di lavoro, non può pernottare perché le case che cede l'amministrazione sono case di frasche, cioè case costruite dai pascolari per abitarci provvisoriamente… i cosiddetti caporali sono tutti parenti del Brida, i quali percepiscono un salario molto superiore al nostro e costringono il minatore a fare cm. 120 di mina… domandino ai periti minerari che secondo la pietra non si può fare più di cm. 40 o 50 di mina nelle otto ore, e che il minatore non comanda alla pietra, bensì la pietra comanda al minatore. Ed essendo questi tutti interessati perché parenti maltrattano l'operaio in tale maniera che se non fosse perché si ha figli e moglie e perché la legge italiana è severa, bisognerebbe andare sotto il codice di cassazione cioè alla pena dell'ergastolo.
Entriamo in una (situazione) orribile mortale tra direttore e dottore. Noi a Montanixeddu siamo belve… perché quando un ammalato chiama il medico, il medico arriva (quando) l'ammalato è morto. Perché questo medico abita a Gonnesa ed è lontano dalla nostra amministrazione, cioè dai lavori… questo medico serve anche altre amministrazioni, ed è anche medico condotto di Gonnesa e quindi… avendo tanti incarichi… succedendo una disgrazia nella nostra amministrazione e non trovandolo in tempo per le cure, questo povero deve morire senza essere soccorso. E perché? Perché un medico non può servire diversi posti così pericolosi, e questo l'hanno fatto fra dottore e amministrazione per la massima economia, tanto che il medico si accontenta di poco avendo tanti stipendi. Succede questo nella nostra amministrazione, cioè quando un ammalato di febbri o altre malattie di salute che siano gravi fanno questo concordato fra dottore e direttore: lo rinchiudono in una camera vicino alla direzione e lì lo lasciano: se vive bene, se muore addio - tutto comandano loro. Poi, se si tratta di qualche infortunio succede questo, che il dottore per interessi privati non (segnala) l'infortunio all'Assicurazione, e se lo (segnala) appena passati pochi giorni il medico fa abile al lavoro l'operaio, mentre che questo o è zoppo o non può lavorare… e quel povero diavolo che è rovinato per tutta la vita se ne lavano le mani dando 60 o 70 giorni di inabilità temporanea mentre che l'operaio è inabilitato…
(Chiedono che la polmonite venga considerata una malattia professionale)… noi operai di galleria siamo sempre sottomessi a questo incidente e che ogni giorno ne succede e vediamo un nostro compagno di lavoro sudato e l'indomani è morto a causa di polmonite. Questo deriva dal riscaldamento e dal sudore che aveva nel lavoro durante quelle lunghe otto ore sotto terra, e dopo che questo padre di famiglia ha lavorato per tirare fuori di sotto terra le più belle ricchezze, si vede la famiglia, dopo la sua morte, a mendicare. Oh, triste illusione, a che punto oggi è l'operaio, quando ha lavorato nel tempo della sua vita non ha potuto avanzare almeno da potersi comprare la cassa per quando muore; mentre un impiegato anche con poca intelligenza diventò Signore…
…oggi ci troviamo nell'immensa miseria, e siamo costretti da un momento all'altro… a commettere qualche reato…».
Gli operai di
Mont'anixeddu, Mont'e Oi e Barega

Terra Collu, 13 maggio 1908.
«…Ci onoriamo di far conoscere… che noi operai appena che arriviamo al posto bisogna prima di tutto spogliarsi della camicia restando nudi, perché non si può resistere dal troppo calore; e poi, appena spogliati per cominciare a lavorare, ci tocca a fare il ginocchioni, mettendo le ginocchia e le mani per terra, per causa d'essere troppo basse le coltivazioni, non potendo rimanere neanche seduti ma bensì col gomito per terra, raccogliendo fango e acqua sopra le nostre teste, tal che la paga che ora abbiamo di L. 2 e 2,20 non ci basta nemmeno per la pulizia personale. E la famiglia? E l'affitto casa?…
Siamo proprio come condannati alla reclusione, ed anzi più ancora di diecimila volte, perché siamo durante otto ore proibiti di riposarci cinque minuti, essendo il lavoro dato a cottimo a un impresario a prezzo troppo scarsissimo; e per trovare la sua giornata (l'impresario) fa crepare il personale con molto lavoro, con due Capo-sciolte sempre davanti, minacciando sempre con molte bestemmie, che fanno quasi compromettere se non fosse che si teme la giustizia e che si ha famiglia: fanno scaldare il sangue, essendo (noi) lavorando e (loro) sempre forza che forza e se non ti piace prenditi la giacca e vai fuori.
Facciamo pure conoscere… che cos'è un lavoro per estrarre il carbone e da dove si scava. Dal posto dove si caricano i vagoni per portarli fuori c'è una strada in salita; c'è un vagoncino e lo portano quattro uomini; per farlo scendere dall'alto in basso, a questo vagoncino mettono due ferri nelle ruote per non camminare e i quattro uomini attaccati di dietro tirando sempre e non si può fermare; e poi rimontarlo sopra vuoto per ritornarlo a riempire: (un lavoro) che fa spaventare anche un animale, non solo un cristiano.
Facciamo pure conoscere che accade se un operaio manca una giornata per causa di cattiva voglia o per malattia. All'indomani, quando arriva alla consegna, per dispetto lo fanno ritornare indietro facendogli fare tre, quattro, fino a otto giorni di festa, oppure centesimi 50 di multa, e ammonito che mancando un'altra volta lo mandano fuori dal lavoro. E come deve fare l'operaio in questo caso? E' obbligato a morire di fame o che?
Bisogna pure che non sia permesso un medico dell'amministrazione che sia anche presidente degli infortuni, perché se disgraziatamente viene qualche operaio ferito in lavoro, viene visitato dallo stesso medico e per causa d'essere alla parte degli infortuni ancorché l'operaio fosse gravemente ferito gli mette la guarigione nel minimo di 5 giorni, appunto per non dargli l'assicurazione, e facendogli il biglietto per rientrare al lavoro, ancorché non sia ben guarito. Noi vogliamo che il personale venga sussidiato dal giorno stesso che viene ferito (e non dopo il quinto giorno) e se malato di malattia, con il sussidio di lire una e centesimi venticinque al giorno. Se no come può fare un padre di famiglia a campare la sua numerosa famiglia? E' obbligato a mandare i suoi figli all'elemosina.
Vogliamo il lavoro per conto dell'amministrazione e fuori gli impresari. Pensionato il personale anziano che ha prestato molti anni di lavoro… Alloggio per collocare gli operai che entrano alla sciolta di mezzanotte, perché quando si entra a mezzanotte, specialmente nell'inverno, non trovandosi cameroni nella miniera quando piove ci tocca perdere la giornata oppure entrare in galleria tutti bagnati. C'è sì una casa, però l'amministrazione l'affitta a un capo sciolta…
Firmiamo tutti, operai minatori e manovali
e vagonisti di Terras Collu - Gonnesa

Segue una istanza che ho scelto fra le tante di povera gente sfruttata e assassinata, che chiede inutilmente giustizia:

Gonnesa, 15 maggio 1808.
Il sottoscritto F.A. fu E. d'anni 69 contadino, nato a Portoscuso e residente a Gonnesa, espone alle SS.LL. quanto segue:
Il 26 aprile p.p. mentre in compagnia dei seguenti operai… si trovavano lavorando sotto la galleria della miniera di carbone Terrascollu (amministrazione Monteponi) facevano parte della sciolta dalle ore sedici alla mezzanotte, e mentre si trovavano molto in fondo alla medesima, forse a causa che mancavano le respirazioni necessarie, verso le 19 e 1/2 si scatenò una corrente d'aria morta (esplosione di grisou - nda) così la chiamano i lavoratori della miniera, che colpì tutti questi disgraziati come un fulmine, riducendoli a trascinare il più resistente al più debole per potersi mettere in salvo all'aria aperta.
Ma anche fuori dalla galleria qualcuno di essi rimase per qualche ora privo di sensi; però, ad eccezione del mio disgraziato figlio F/N. d'anni 24, gli altri forse più forti o più fortunati, dopo qualche giorno di letto si rialzarono, non così il povero mio figlio che dopo 10 giorni di atroci dolori e quasi ininterrotta agonia gettando sangue e carbone cessò di vivere il 6 del corrente mese.
Trovandomi io colla mia disgraziata famiglia nel più profondo dolore per la perdita del mio figlio ed anche in tristissime condizioni finanziarie, chiesi ad impiegati competenti ed appartenenti alla detta amministrazione per ottenere dalla medesima tanto le spese del funerale come il diritto di infortunio sul lavoro. Ma ahimè! mi accorsi che andai in bocca al lupo, perché impiegati che stanno bene e tengono all'interesse dell'amministrazione per farsi merito verso di essa e non curano di sollevare l'atroce dolore di una disgraziata famiglia come la mia, e mi fu risposto che io non avevo diritto a nulla solo perché mio figlio non era rimasto sul colpo cadavere sotto la galleria.
Ora, onorevoli Sigg. componenti la Benemerita Commissione, sarà cosa giusta perdere tutti i diritti che la benefica legge accorda ai parenti degli operai, solo perché lo sventurato operaio è ancora vissuto 10 giorni in agonia dal giorno che fu colpito?



Capitolo IX - Gli sciacalli di Tharros

1 - Non si possono ignorare le vicende di Tharros, in una rassegna dei fenomeni di criminalità in Sardegna - comprendendo nella classificazione anche e soprattutto quei fenomeni di rapina e di sfruttamento colonialisti, non contemplati nei codici repressivi o mascherati come atti di civilizzazione o, al più, genericamente riprovati sotto il profilo morale.
Le moderne vicende dell'antica Tharros sono costituite da una fitta rete di ladronerie, sopraffazioni e falsi: sono la esemplare testimonianza di un animus banditesco di marca colonialista, retaggio inestirpato di governatori spagnoleschi. Un animus ancora oggi vivo e diffuso a livelli diversi nei rappresentanti del potere statale nell'amministrare l'Isola, i suoi abitanti, il suo patrimonio naturale e storico.
Tharros - o più precisamente i ruderi che ne restano - è situata a Sud della penisola del Sinis che costituisce l'arco superiore del golfo di Oristano. (L'arco inferiore, Capo Frasca, recintato da cavalli di Frisia e vigilato da sentinelle armate, è occupato dai banditi della guerra che lo utilizzano come poligono di tiro per aerei supersonici). Fondata dai Fenici, rientra come anello della catena strategica nel disegno di dominio e di sfruttamento dei popoli mediterranei che i Cartaginesi portarono avanti dal VII al II secolo, fino allo scontro con il concorrente imperialista romano, che ne uscirà vincitore e occuperà la Sardegna nel 141 a. C.
Importante base strategica, nodo di traffici marittimi, con un fertile entroterra, la città di Tharros è nell'antichità uno dei più floridi centri del Mediterraneo. Arriveranno poi i missionari del cristianesimo al seguito di Vandali convertiti e di ortodossi Bizantini. Più avanti entrerà in scena l'islamismo. Ai pirati genovesi, pisani e spagnoli si alternano i pirati saraceni e turcheschi. I pochi abitanti sopravvissuti emigrano cercando scampo nell'interno.
Al periodo di poco precedente al totale esodo e decadimento di Tharros (intorno all'anno 1000), risale probabilmente la leggenda della fondazione della città di Oristano, la cui toponomastica «Stagno d'oro» proverebbe che è stata costruita su uno stagno prosciugato.
La leggenda sulle origini di Oristano è per molti versi edificante e vale la pena raccontarla breve breve.
Dunque, molti e molti anni or sono era re di Tharros un certo Joneto, grande nemico dei Saraceni pirati e predatori di beni e di fanciulle cristiane dal roseo incarnato.
Ai Saraceni, Joneto rapì la principessa Zulemma, nel corso di una memorabile battaglia nel golfo vicino tra barchini di falasco cristiani e feluche islamiche. Zulemma - come tutte le principesse di allora - era bellissima: aveva poppe sode e fianchi rotondi, gambe lunghe agili e ben tornite, carnagione lattemiele e occhi verde smeraldo.
Joneto se ne invaghì, smanioso di far suo quel bocconcino d'infedele. Zulemma - femmina perspicace - pur essendo maomettana fece proprie le usanze cristiane: disse al re che se le sue intenzioni erano serie le dimostrasse sposandola in chiesa - altrimenti, niente bocconcino. Si sa come sono le belle donne: se il povero maschio s'innamora, ne approfittano. La bella Zulemma chiese, per soprammercato, una congrua dote: una città da edificarsi precisamente al posto dello «Stagno d'oro» che luccicava a un tiro di schioppo da Tharros, ormai in decadenza.
La richiesta di Zulemma mise in crisi Joneto e tutto quanto il suo governo. Si riunirono ministri e sacerdoti per esaminare a fondo la questione. Costruire una città non era difficile: la manovalanza generica anche allora non mancava, e si sarebbe potuto ripiegare su costruzioni in mattoni di fango senza servizi, tipo le attuali case popolari. Ma prosciugare uno stagno, coi mezzi di allora, era una faccenda maledettamente complessa - e inoltre c'era da tenere conto dei diritti esclusivi di pesca in tali acque ricche di muggini, cefali e anguille che fruttavano fior di marenghi alla Corona e ai nobili.
Così come sono soliti fare tutti i governanti in situazioni difficili, Joneto - dice la leggenda - chiese aiuto al Diavolo. Il quale, di buon grado acconsentì ad accollarsi l'onere del prosciugamento dello «Stagno d'oro», in cambio di due anime. Due anime solvibili - naturalmente. Per la precisione, l'anima di Joneto e della bella Zulemma.
Il contratto venne stilato come d'uso su carta pergamena legale, con timbri, sigilli e firme tutto in regola. Nacque così l'attuale Oristano, da un concordato tra Stato e Inferno.
La leggenda continua e dice che Joneto, giunto alla vecchiaia, entrò in crisi di coscienza. Si pentì amaramente di avere venduto la propria anima - dell'anima di Zulemma non se ne preoccupava: le belle donne, si sa, vanno all'inferno comunque. Joneto fece penitenza, si dedicò a opere pie e infine, non sapendo più come uscirne, si rimise nelle mani di Santa Madre Chiesa.
Su intercessione del Vescovo, il caso fu affidato alla Madonna del Rimedio - tutt'ora allogata in una vicina basilica. Costei sottrasse al Diavolo il contratto in pergamena (la leggenda non dice come) liberando il re Joneto dalla dannazione eterna…
Fin qui la leggenda. Che non è poi tanto campata in aria, se ancora oggi nell'Oristanese si verificano vendite di anime notabili al Diavolo, per ottenere seggi parlamentari e altri privilegi, e se ancora oggi è frequente la sparizione di documenti compromettenti. (In “La Nuova Sardegna” quotidiano di Sassari – 22.8.1969)

2 - Tornando all'attuale Tharros, l'ex sovrintendente alle antichità Gennaro Pesce dice: «La pirateria mussulmana ha una storia che dura dal secolo VIII al primo quarto del XIX e che può distinguersi in due tempi: il saraceno e il turchesco». Egli dimentica la pirateria cristiana, spagnola, pisana, genovese, francese, inglese e in particolare quella sabauda, dato che, per quel che concerne Tharros, la rapina del patrimonio archeologico inizia dal secolo XIX e si conclude per esaurimento dello stesso patrimonio ai giorni nostri. I pirati saraceni e turcheschi hanno sì depredato villaggi e rapito fanciulle, ma delle immense ricchezze di Tharros non hanno toccato neppure uno spillo.
Abbandonata e dimenticata, sepolta e protetta dagli agenti atmosferici con una coltre di terra, la «città morta» ha infatti conservato intatto il suo patrimonio artistico e ingenti tesori fino ai primi anni del 1800. Fino a quando, alimentata dalle voci popolari diffuse da illustri visitatori in tutta l'Europa, nacque la fama di un «Eldorado» in Sardegna e cominciò la più folle corsa all'oro che la storia dell'Isola ricordi. Da qui il nome di «Piccola California» dato a Tharros da Heinrich Von Maltzan nella sua opera «Reise auf der Insel Sardinien».
Il fatto che tra gli abitanti dei paesi vicini circolassero amuleti, scarabei, monili e altri preziosi manufatti di origine punica, consente agli storiografi del sistema di gettare sui contadini e sui pastori della zona le colpe della gigantesca rapina. Contadini e pastori sarebbero stati i primi a operare scavi e manomissioni di tombe puniche e romane. Se pure fosse vero, si tratta di sottrazioni di piccola entità, ricerche a fior di terra, effettuate con mezzi rudimentali e con l'approssimazione dello sprovveduto.
Uno storiografo del periodo, che sostiene questa tesi, è Alberto W. Della Marmora, famigerato avventuriero, autore di un «Itineraire de l'Ile de Sardaigne». Costui, a sua volta, ma a fin di bene, spogliò gli sciacalli indigeni dei reperti archeologici in loro mano.
Nel 1838 danno il via alle depredazioni in grande stile il marchese Scotti, aiutante di campo del viceré sabaudo, e il gesuita Perotti, del seguito. Da costoro furono estratti tre carri colmi di manufatti antichi. (Documentato da G. Spano, storico del periodo, nel «Bollettino Archeologico Sardo»).
Tra i nobili sciacalli dell'onda calata su Tharros se ne annoverano di famosi: lo scrittore moralista Honoré de Balzac e il re liberale Carlo Alberto.
Filibustiere di squisiti modi, per ritemprarsi dei suoi ponderosi dubbi, il re tentenna era già sbarcato nel 1837 a Tavolara, armato di cesellato archibugio, per dare la caccia alle favolose capre dai denti d'oro e dalle corna enormi. Pare che Carlo Alberto fosse più interessato ai denti d'oro che alle grandi corna: già allora la Corte piemontese vantava magnifici esemplari di becchi, ma poco cospicuo aveva l'erario. Purtroppo i denti delle capre di Tavolara risultarono d'oro falso (si trattava di una patina gialla metallica prodotta dalle erbe di cui si cibavano quegli animali). E così, cinque anni dopo, nel 1842, Carlo Alberto torna in colonia. Stavolta a Tharros, dove organizza, presenziando, una serie di scavi che fruttarono manufatti romani (vasi di vetro, terracotte e monete) e punici (monili d'oro e scarabei). Questi tesori furono in parte immessi nella collezione privata dei Savoia e in parte finirono per ornare le puttane di Corte.
Honoré de Balzac, pieno di debiti, sbarca in Sardegna con l'intento di rimettersi in polpe sfruttando una miniera d'argento. L'impresa mineraria non dà i frutti sperati; così, nel 1838, attratto dalla fama di Tharros, il de Balzac vi si reca, dedicandosi per diverso tempo alla rapina archeologica.
Arrivano poi inglesi e tedeschi. Tra questi c'è qualcuno - meno male - che alla cupidigia dell'oro unisce interessi scientifici.
Nel 1851, un gentleman inglese, Lord Vernon, sbarca a Capo San Marco, nella penisola del Sinis, con una imponente attrezzatura che gli consente di scoprire, mettere in luce e depredare numerose tombe romane con manufatti in vetro e in terracotta e infine una serie di tombe puniche ricche di manufatti preziosi in oro, argento e gemme lavorate. L'inestimabile bottino viene ceduto al Museo Britannico, dove in parte si trova tutt'ora.
A questo punto, e soltanto allora, le popolazioni della zona si rendono conto di essere sistematicamente e sfacciatamente derubate di un patrimonio che appartiene loro per diritto naturale e storico. Vedendosi soffiare da sotto il naso tutto quel ben di Dio, muovono alla riscossa. Lo storico Spano scrive che per tre settimane, oltre cinquecento cercatori d'oro, armati di picconi e badili, scavarono forsennatamente giorno e notte nella zona. I danni prodotti al patrimonio archeologico furono certamente ingenti, ma è improbabile che alcuno degli sprovveduti ricercatori abbia scoperto e trafugato sostanziosi tesori, scavando e devastando confusamente e con rabbia.
Ricerche e depredazioni fruttuose, specialmente nelle necropoli, venivano invece effettuate - e sono continuate fino a oggi - in tutta la penisola del Sinis a opera di sciacalli esperti, i quali agivano e agiscono su commissione di signorotti collezionisti e di commercianti che avviavano e avviano i reperti all'estero (Q. Sella – Relazione alla commissione d’inchiesta – Roma 1871).

L'ex sovrintendente Pesce, in un suo saggio su Tharros, centra male l'oggetto della sua indignazione di archeologo, prendendosela con gli abitanti del luogo, in riferimento al dissennato saccheggio dell'aprile 1852.
«Pastori e contadini e pescatori avidi e ignoranti, incapaci di intuire che i manufatti trovati erano cose d'interesse artistico e storico, non legate alla sostanza di cui erano fatte, quei miserabili non vedevano altri valori che l'oro come metallo e per ciò fondevano monete e oggetti d'oreficeria artisticamente cesellati, e spezzettavano in dozzine di pezzi, per distribuirli tra compagni di lavoro, lamine d'oro delicatamente lavorate a sbalzo o a bulino, senza rendersi conto che pregiudicavano anche i loro interessi, perché, annullando il valore artistico dei reperti, ne riducevano per conseguenza il prezzo, calcolato dai gioiellieri soltanto in relazione al peso del metallo. Se invece fossero stati lasciati integri, quegli oggetti sarebbero stati acquistati a prezzi ben più alti» (G. Pesce – Tharros – Cagliari 1966).

Al Pesce - che dimostra di conoscere a fondo l'arte di far fruttare in commercio le rapine archeologiche - vanno fatte alcune obiezioni. Con quali strumenti, gli «ignoranti» e «miserabili» contadini, pastori e pescatori avrebbero potuto fondere i manufatti d'oro? Si erano specializzati orefici fonditori? Oppure è più vero e più onesto dire che i reperti d'oro (quelli ai quali il sistema dà un valore commerciale) trovati da quella povera gente venivano arraffati per pochi spiccioli dai signorotti e dai gioiellieri, e che questi ultimi - se mai - hanno potuto compiere lo scempio della fusione? C'è comunque una bella differenza, in termini di responsabilità storica, in una simile rapina, tra il sottrarre un monile per fonderlo e ricavarne pane per sfamarsi e il sottrarre lo stesso monile per venderlo nei mercati esteri speculandoci sopra.

3 - Sulla fedeltà dei sovrintendenti e dei funzionari preposti alla tutela del patrimonio archeologico e artistico non c'è da fare molto affidamento. All'inizio di questo secolo, un signorotto oristanese, l'avvocato Efisio Pischedda, aveva raccolto una cospicua collezione rapinando le necropoli tharrensi, col beneplacito del sovrintendente alle opere di antichità della Sardegna. La maggior parte di questa collezione è stata venduta all'estero dagli eredi del Pischedda.
Gli scavi «regolari» - quelli, per intenderci, iniziati ufficialmente dalla sovrintendenza alle antichità nel giugno 1956 e ancora in corso - hanno chiuso la stalla dopo che i buoi sono scappati. A Tharros città è rimasto ben poco da trafugare. Restano però, ancora, nelle zone adiacenti, tombe isolate che i predatori continuano a ricercare, a profanare, a rapinare. E continua ancora il traffico di manufatti antichi, che il più delle volte prendono il volo verso il Continente, dove impinguano collezioni di ricchi industriali, derubando i Sardi del loro patrimonio artistico e storico. Di questo traffico è a conoscenza la stessa sovrintendenza alle antichità di Cagliari, che si dichiara impotente a stroncarlo.
Lo scempio di Tharros non finisce qui. C'è in atto una azione banditesca che minaccia il poco che resta della «città morta». Una azione speculativa che ha scandalizzato l'opinione pubblica (che pure è abituata a vederne di tutti i colori) e che ha provocato la reazione di quei vecchi romantici di «Italia Nostra». A Sud degli scavi, precisamente nella necropoli meridionale, sono state costruite da alcuni notabili oristanesi otto ville residenziali, ed è stata recintata, e quindi preclusa al pubblico, una vasta area intorno alle costruzioni.
Le otto ville sono state costruite con «regolare» autorizzazione della sovrintendenza. Non conosco quali siano i «poteri discrezionali» di questa istituzione, e non mi importa conoscerli, per giudicare fino a che punto si tratti di un arbitro o di un fatto legale. Ciò che è certo è che ci troviamo davanti a un ennesimo atto di banditismo e di rapina, poiché da alcuni privati è stato sottratto un patrimonio che è e deve restare comune.
Si tratta di un patrimonio che ha ancora una notevole importanza turistica oltre che artistica. Bisogna dire che all'interno dell'area edificata e recintata dai notabili oristanesi vi si trovano - a detta di esperti - numerose tombe. E chi può dire che altre non se ne possano scoprire? Vi si trovano inoltre una strada romana e le banchine dell'antico porto. E a proposito dell'antico porto - in parte sommerso, le cui banchine sono visibilissime col mare calmo - c'è da chiedersi come mai un esperto come è l'ex sovrintendente Pesce lo abbia ubicato ai margini degli scavi e non invece dove si trova, cioè davanti alle ville, dove i notabili attaccano i loro motoscafi.
Qualche anno fa, su sollecitazione di «Italia Nostra», ho mosso le acque sporche di Tharros sulla stampa sarda e del Continente. Sono emerse pesanti responsabilità, e le ho denunciate. Tutto è finito lì. Il sistema, evidentemente, non ritiene consumistico incriminare i «banditi» perbene, preferisce prendersela con tutta la violenza di cui è capace, coi pastori del Supramonte.
Coi soldi dello Stato è stata aperta una strada che passa ai margini degli scavi che hanno messo in luce la necropoli punico-romana. Questa strada è diventata una vera e propria servitù a vantaggio esclusivo dei proprietari delle ville, gli unici cittadini autorizzati a percorrerla. Per disposizione della sovrintendenza, costoro possono passarci «soltanto con mezzi dotati di ruote gommate». E qui sta la beffa dopo lo scorno: da quando in qua i proprietari di ville e di yacht viaggiano con il carro a buoi? Mentre una ordinanza, di recente emanata dalla stessa sovrintendenza, vieta il transito con veicoli (anche forniti di ruote gommate) a tutti gli altri cittadini, i quali devono farsi chilometri di strada a piedi per arrivare al tempio della dea Tanit che si trova oltre la zona recintata.
La zona archeologica - necropoli e porto - racchiusa nella proprietà privata è perduta al turismo, è interdetta al visitatore, allo studioso. E molti dubbi sorgono sul fatto che le prescrizioni imposte dalla sovrintendenza ai proprietari delle ville vengano da questi rispettate all'interno della loro proprietà. C'è sempre una preconcetta sfiducia da parte delle autorità dello stato nei confronti della povera gente, che è vista e trattata sempre da potenziale criminale. Come mai tanta cieca fiducia sul senso civico e artistico della gente ricca? Sul senso civico, può anche essere: si sa che i ricchi sono forniti di «buone maniere». Ma sul senso artistico e archeologico, sulla competenza in materia (per non dire sulla onestà)? Danni al patrimonio archeologico possono provocarne anche i papi, che di norma sono persone colte. Il Gregorovius ha documentato l'intraprendenza degli operatori economici della Roma medievale, i quali, nello slancio operoso, rubavano dai templi pagani, distruggendoli, per edificare le basiliche ai nuovi santi. E c'è qualcuno che sostiene che qualcosa del genere sia accaduta nella edificazione delle otto ville a Tharros (In “La Nuova Sardegna” del 20 e 21 settembre 1969 e in “Mondo Giovane”, Milano 1971 – nn. 4/5 aprile maggio).



Capitolo X - La riforma tradita

1 - «L'opera di riforma in Italia è stata inaugurata con legge 12 maggio 1950, n. 230, contenente provvedimenti per la colonizzazione dell'Altopiano della Sila e dei territori jonici contermini, con "il compito di provvedere alla ridistribuzione della proprietà terriera e alla sua conseguente trasformazione con lo scopo di ricavarne i terreni da concedersi in proprietà ai contadini…". La legge stralcio (legge 21 ottobre 1950, n. 841) - norme per la espropriazione, bonifica, trasformazione ed assegnazione di terreni a contadini - si richiama alla predetta legge, salvo alcune deroghe espressamente previste. La determinazione dei territori doveva essere fatta dal governo centrale entro il 30 giugno 1951, sentite le amministrazioni regionali ove costituite. L'art. 2 contiene la delega al governo per la istituzione di enti e di sezioni speciali degli enti di colonizzazione e di trasformazione fondiaria, non ché dell'ente autonomo del Flumendosa. Il ministro dell'agricoltura e delle foreste esercita la vigilanza sugli enti e ne coordina le funzioni e i compiti. Le norme per l'istituzione dell'ente per la trasformazione fondiaria ed agraria in Sardegna sono state emanate ai sensi dell'art. 2 della legge succitata, con decreto presidenziale 27 aprile 1951 n. 265. All'art. 3 è prevista la delega all'assessore all'agricoltura della Regione sarda delle funzioni di vigilanza e di coordinamento» (Dalla relazione della Commissione di inchiesta sull’ETFAS istituita dal parlamento regionale – in “Sassari Sera” del 1° novembre 1969.

In alcune aree regionali «sottosviluppate», sulla scia della colonizzazione fascista, il governo clericale vara la legge di riforma agraria, e con un programma - mai realizzato - che avrebbe dovuto interessare 742 mila ettari da espropriare da colonizzare (i terreni più ingrati del territorio), vengono costituiti i seguenti enti: il Delta Padano, il Maremma Tosco-laziale, l'Opera colonizzazione Sila in Calabria e Lucania, l'ERAS in Sicilia e l'ETFAS e il Flumendosa in Sardegna.
Nella nostra Isola l'Ente di riforma avrebbe dovuto operare in tutto il territorio; sennonché, per la presenza di un altro carrozzone di sottogoverno (l'Ente Flumendosa), venne escluso dal territorio di 27 comuni, da lasciare alle cure di una «sezione speciale», appositamente creata dal governo, all'interno dell'Ente per il Flumendosa.
L'operazione riforma agraria - che ricorda da vicino gli interventi riformistici della borghesia sabauda - ha una duplice faccia. Una, demagogica e falsamente progressista, che si riallaccia alle vecchie strutture e tecniche della colonizzazione agraria sabauda e fascista, riprendendo le opere di bonifica varate da Mussolini dopo il 1926. Un'altra faccia, politica, che consente al padronato agricolo e alla classe politica che ha dato il via al nuovo regime democristiano, di creare centri di potere e di controllo elettorale con un mastodontico carrozzone di sottogoverno.
I risultati della operazione erano scontati e sono noti. Si è imposto al contadino, «beneficiato» con terreni di infima categoria, il pagamento in toto delle spese, più gli interessi, gli sperperi e i parassiti, di una riforma truffaldina. Si è così indebitato il contadino, lo si è rovinato e costretto a una drammatica emigrazione. Si è gravato sullo Stato e sulla Regione, e quindi sul contribuente, per mettere in piedi e conservare il più grosso apparato clientelare e parassitario dell'Isola.
Varati i piani di esproprio - una pioggia di denaro per i proprietari terrieri, i quali dietro lauti indennizzi si liberavano dei loro terreni infruttuosi e una vera e propria truffa ai danni del contadino, al quale si addossava un patrimonio passivo - i primi decreti sono della primavera del 1952; quindi seguono nuovi decreti e le immissioni in possesso nel dicembre dello stesso anoi e nel gennaio del 1963.
L'ETFAS si poneva i seguenti obiettivi:
- economicità delle nuove aziende contadine;
- creazione di nuove comunità modernamente concepite nelle quali l'elevazione sociale e morale delle famiglie sia facilitata da condizioni di razionalità;
- massimo sviluppo degli impianti industriali per la trasformazione e lavorazione dei prodotti agricoli;
- inquadramento dei piani di colonizzazione in visioni più ampie che tengano conto delle necessità e delle possibilità di sviluppo di più vaste zone territoriali.
Tali obiettivi si sarebbero dovuti raggiungere col «Piano decennale». Sono passati quarant’anni e l'economia agricola isolana è in sfacelo. Si può sostenere, a cuor sereno, che l'ETFAS non soltanto ha mancato gli obiettivi che si poneva, ma ha contribuito in modo rilevante alla crisi fino alla degradazione della agricoltura.

Del fallimento dell'Ente di riforma cominciavano a parlare perfino gli storiografi del sistema già nel 1967, addebitando le responsabilità ai Sardi e non al malgoverno.

«A questa crisi (dell'agricoltura) non ha rimediato neppure la politica, attuata nell'immediato dopoguerra, della riforma agraria e della trasformazione fondiaria, perseguita in Sardegna dall'ETFAS… L'agricoltura moderna e razionale, a colture fortemente specializzate, accompagnata dal progresso della zootecnica (sviluppatasi negli ultimi anni con un confortante rovesciamento delle tendenze tradizionali, sicché il patrimonio bovino ha ripreso a crescere rapidamente, mentre si contrae leggermente quello ovino), sembra oggi l'unica capace di sopravvivere in Sardegna; ma anch'essa deve affrontare problemi di reddito e di manodopera tutt'altro che facili da risolvere, non meno che quelli inerenti alla formazione delle "intese" fra i vari proprietari dei terreni (in Sardegna la proprietà fondiaria si presenta ancora particolarmente frammentata) e vincere anche qui, i due più grossi ostacoli posti allo sviluppo dell'Isola dalla psicologia sarda: la paura del rischio imprenditoriale e la scarsa vocazione cooperativistica o, in genere, alla solidarietà» (Aa. Vv. – La società in Sardegna nei secoli – 1967).

Si riconosce il fallimento della politica dell'Ente di riforma ma si tacciono le cause di questo fallimento, che pure sono arcinote e tutte relative alla criminosa gestione del carrozzone che ha sperperato miliardi e ha incentivato nell'Isola il malcostume. Si attribuisce la responsabilità della crisi della agricoltura all'eccessivo frazionamento della terra (che nel caso dell'Ente di riforma non ha niente a che vedere in quanto esso opera su terreni espropriati, circa 70.000 ettari, accorpati e poi divisi in poderi e distribuiti a 3.500 contadini) e più in particolare a un dato caratteriale del sardo, «la paura del rischio imprenditoriale» e «la scarsa vocazione cooperativistica e solidaristica».
La mancanza di spirito imprenditoriale (di tipo capitalistico) in un popolo colonizzato e da secoli oppresso e sfruttato è un meccanismo psico-sociale di difesa, è un dato intelligente: è in parole povere il frutto di lunghe esperienze e riflessioni che portano a una precisa scelta: quella di non farsi fottere; inoltre, lo spirito imprenditoriale è necessariamente legato al possesso di un capitale: ora, il contadino sardo, depauperato da un processo di colonizzazione permanente, non è mai riuscito a costituire altro capitale se non quello a malapena sufficiente a sfamarsi.
Il secondo pregiudizio - la scarsa vocazione cooperativistica e solidaristica - è tout court un falso idiota, se appena si conosce la storia della gente sarda. Ancora oggi - in un'era storica che ha distrutto ogni valore mutualistico e che ha sempre più alienato e disumanizzato - nelle nostre comunità agricole e pastorali l'aiutarsi tra povera gente è ancora una regola fondamentale di vita. Esiste un forte e radicato spirito mutualistico fra i membri della comunità di cui si hanno quotidianamente esempi nell'uso degli strumenti di lavoro (che non vengono mai negati a chi li chiede per lavorare), nei prestiti di legna o di pane fatti senza alcun interesse, anzi senza che ne sia dovuta la restituzione, nella costruzione collettiva della casa, nelle sottoscrizioni per rifondere qualcuno di un danno patito, e così via. Altro esempio ci viene dalla creazione in Sardegna di numerose cooperative agricole, che sono sopravvissute lottando tenacemente contro ogni difficoltà obiettiva e contro ogni politica disgregatrice dell'ETFAS, del padronato e del governo.
Ma il giudizio più cinico e distorto è quello relativo al «confortante rovesciamento» delle tendenze tradizionali, per cui il patrimonio ovino si contrae. Si dà per scontato che il progresso dell'agricoltura sarda sia legato alla estinzione della pecora e alla trasformazione del pastore barbaricino in moderno allevatore di bovini. A questo punto, l'economia va a farsi benedire: ciò che interessa è il calcolo politico, è la eliminazione di un gruppo etnico come quello barbaricino, la distruzione di una cultura resistente al colonialismo. L'autore del brano in esame, pur di assecondare la tesi del padrone, che vuole associare, l'arretratezza al permanere della economia pastorale barbaricina, neppure si cura delle contraddizioni in cui cade, dopo aver scritto:
«…la aleatorietà e la scarsità di redditi agricoli scoraggiano le giovani generazioni, mettendo così in crisi la stessa conduzione delle imprese di tipo tradizionale, mentre più omogeneo appare ancora il mondo della civiltà pastorale, più chiuso e più refrattario a subire le suggestioni della civiltà moderna, e ancora capace di offrire, pur nelle anacronistiche usanze di lavoro e di vita, che lo contraddistinguono, guadagni relativamente soddisfacenti» (Aa. Vv. – La società in Sardegna nei secoli – 1967)..

Se gli storiografi del sistema vogliono trovare alibi per giustificare in qualche modo il fallimento della riforma agraria e fondiaria nell'Isola farebbero meglio a inventare altro che lo scarso spirito cooperativistico del contadino sardo. La storia del movimento cooperativistico contadino rappresenta una delle pagine più dense e gloriose nella storia delle lotte di liberazione del popolo sardo, e non consentirò a nessun utile idiota di intellettuale di negarla. Possono documentarsi mille esempi di come i braccianti agricoli abbiano saputo unirsi tra loro, costituire decine di cooperative, strappando con le unghie e con i denti la terra da coltivare e il pane a una natura ingrata e difficile, a un padronato gretto e ingordo, a un governo espressione del privilegio di classe, alla violenza poliziesca, ai raggiri della commissione per le terre incolte e dei tribunali, alla invasione dei militari che sottraevano loro la terra conquistata col sangue.

2 - «Ci eravamo riuniti in casa di M. alla periferia del paese, quella notte del 1° aprile 1950, tutti braccianti della cooperativa A. Gramsci. Avevamo deciso di occupare le terre delle paludi che per legge dovevano esserci assegnate dalla Commissione di Cagliari e che i tribunali con gli avvocati dei proprietari ci rifiutavano sempre» - . Testimonia R. un vecchio bracciante che ha partecipato nel movimento cooperativistico alla occupazione delle terre a Pauli Arbarei. - «Eravamo almeno trenta, quella notte, riuniti nella cucina di M. Parlavamo a bassa voce, per non svegliare i bambini che dormivano nel solaio e anche perché le parole nostre non arrivassero alle orecchie di qualche spia. Sapevamo ormai, per esperienza nostra e di altri braccianti, che i padroni mandavano camions di carabinieri per scacciarci dalle terre e che qualche volta era accaduto che per sbaglio fossero state esplose fucilate. Perciò bisognava preparare il piano con cura e con cautela. Se si riusciva a dissodare e a seminare il campo prima dell'arrivo della forza pubblica, si era automaticamente proprietari del raccolto, in base alle leggi di allora».
«Quella sera del 2 aprile 1950 - prosegue C. un altro bracciante - erano arrivati due camions di carabinieri, e ne avevano arrestati quattordici. Io ero uno di quelli. Tre notti a Buoncammino, ho fatto, io, che povero sì, ma il disonore della prigione non lo avevo mai avuto! In quel tempo, nella cooperativa, avevamo 80 ettari di terra ed eravamo 55 soci, tutti con famiglia: quasi la metà del paese. E tra un sacrificio e un altro, tra un tribunale e una prigione, abbiamo tirato avanti abbastanza bene. Poi è venuta la crisi dell'agricoltura. Il costo della vita è aumentato, raddoppiato, triplicato. Le terre si sono viziate col concime, e se non ne hanno, grano non ne danno. E noi ci troviamo con un amo ben conficcato in gola, perché il prezzo del prodotto è sempre lo stesso. Non abbiamo potuto neppure salvarci con colture nuove e più redditizie, magari con il vigneto, perché i padroni delle terre che la cooperativa ha in affitto non permettono nessuna trasformazione nel loro fondo, e noi, senza la loro autorizzazione, non possiamo fare niente. Stanno aspettando che noi le lasciamo per riprendersele loro, le terre. E ci sono ormai quasi riusciti: ci siamo ridotti a soli 16 soci, tutti vecchi e malandati».
«Dei 60 ettari che ha attualmente la cooperativa, 28 sono di proprietà della chiesa - testimonia N. C. consigliere dell'Antonio Gramsci -. Una sera, don Sideri, il parroco, mi manda a chiamare e mi dice che il segretario di Sua Eccellenza il Vescovo vuole parlare a tutti quelli della cooperativa. Io ho risposto: - Non è obbligo, ma dovere nostro venire. E ci siamo andati. Il segretario di Sua Eccellenza ha cominciato col chiederci come si chiamasse la cooperativa. – “Antonio Gramsci” - abbiamo risposto. Lui ha fatto la faccia storta: - Antonio Gramsci? Eh, eh! - ha detto - Eh, ma non lo sapete che nome è Antonio Gramsci?… Era un sardo, questo sì, ed era anche delle vostre parti, ma un poco di buono era, senza timore di Dio; un vagabondo era; uno che andava in giro a imbrogliare il prossimo ignorante come voi. E se voi foste in grado di capire da soli, spalanchereste la porta e lo buttereste fuori, questo nome! - Ha detto tutto adirato. Noi allora gli abbiamo chiesto: - E che nome dovevamo dare, allora, alla nostra cooperativa? - Come, che nome? - ha detto lui - Perché non Sant'Isidoro, che è anche il vostro Santo protettore?… - Il suo scopo, e quello del parroco, lo abbiamo capito subito: era quello di farci sciogliere la cooperativa e di farci aderire alla Coltivatori Diretti di Bonomi. In quella riunione eravamo 21. Soltanto 2 erano pencolanti, e c'erano cascati alla fine: - Facciamo come dice il segretario di Sua Eccellenza - avevano detto - ognuno prende il suo pezzo di terra per conto proprio ed entriamo nella Coltivatori Diretti senza perdere nulla, né assegno familiare né altro. Io ero diventato verde. Mi sono alzato in piedi, allora, e ho sputato in sardo tutto il fiele che ci avevo dentro, ché se non lo sputavo, scoppiavo: - Noi siamo arrivati a quel poco dove siamo arrivati con lotta e sacrificio - ho detto. Quando noi eravamo a guerreggiare nelle paludi quel due aprile, e ci avevano legati e presi come delinquenti, lei don Sideri, si godeva lo spettacolo dal campanile guardando coi binocoli. Se lo ricordi, che noi abbiamo fatto pane dal 1945 ad oggi, per noi e per quelli di fuori, e anche per lei e per il vescovo. L'abbiamo fatto con sudore, sacrificio e prigione, per colpa di quelli che non vogliono che noi tiriamo la testa fuori dal sacco. Lei è un ministro di Dio: aveva il dovere di aiutare noi, i poveri, e non i ricchi. Il nome di Antonio Gramsci non le piace? Che cos'è un nome? Un nome non può mai far male a nessuno. Ma non è Antonio Gramsci che non le piace: sono i 55 soci della cooperativa che non le piacciono! - »…
La cooperativa Antonio Gramsci di Pauli Arbarei, costituita nell'immediato dopoguerra, ha dimostrato la validità di una lotta unitaria di una comunità agricola per l'amministrazione comune della terra. Dalla amministrazione della terra, i Paulesi sono passati alla amministrazione del Comune; hanno tentato poi con successo la costituzione di una cooperativa di consumo, scavalcando i profitti del rivenditore. Si sono trovati davanti ostacoli immensi, superiori alle loro forze. Innanzi tutto, una situazione culturale disastrosa… Poi, funzionari di ogni calibro, anche nella stessa Commissione per le terre incolte, che avevano, a loro tempo, sostenuto nei tribunali, nonostante le messi alte e rigogliose, che le terre occupate dai cooperatori erano improduttive e andavano rese ai proprietari. Ancora, i padroni delle terre, in particolare la parrocchia e per essa il vescovo di Ales, proibendo qualunque trasformazione fondiaria, qualunque impianto di colture più redditizie, quale la vite. E infine, il menefreghismo, il cinismo o la incapacità delle autorità regionali e nazionali con le loro leggi demagogiche che favoriscono soltanto chi già possiede e con il fiscalismo più gretto e con gli interventi paternalistici, quando non di sperpero e di corruzione. Come insegna l'ETFAS, che stimola nel nostro contadino non la coscienza cooperativistica e comunitaria, ma il peggior senso - quasi che ce ne fosse bisogno! - del possesso e dell'individualismo più deteriore, come fa quando divulga nei pulpiti, nelle scuole e nei campi questa preghiera dell'assegnatario: «Gesù mio, ti ringrazio per avermi dato questo pezzo di terra, che ora è mio e solamente mio» - (Da un’inchiesta dell’autore in “Sardegna Oggi” n. 25 del 1963).

Se soltanto una parte dei miliardi regalati all'ETFAS e sperperati in folli intraprese e intrallazzi di ogni genere fossero andati a sostenere le cooperative agricole, la situazione economica e sociale dell'Isola sarebbe ben diversa. E si potrebbe anche dire - come è stato detto da numerosi cooperatori - che in mancanza di una politica cooperativistica da parte dei governi centrale e regionale le cose sarebbero ugualmente andate meglio se le cooperative fossero state ignorate, si fossero lasciate in pace. E' il caso delle cooperative agricole del Salto di Quirra, nell'Ogliastra, dove, contro ogni difficoltà naturale e contro l'assenteismo e il malvolere del potere politico, il movimento cooperativistico ha creato una serie di imprese e di strutture sufficienti a garantire un lavoro dignitoso per centinaia di lavoratori agricoli - fino all'arrivo nell'Isola dei generali della NATO, che hanno deciso di impiantare in quella zona le loro basi missilistiche scacciandone i cooperatori.
Da quel 1957 a oggi, la zona è diventata un deserto. I cooperatori sono in gran parte emigrati, andando a impinguare i profitti dei capitalisti del MEC. Sono rimasti i vecchi, le donne e i bambini, e quei pochi che neppure la fame e la disperazione riescono a strappare dalla terra dei loro padri.
Si evidenzia così la natura truffaldina e rapinatrice del sistema. La riforma agraria, varata non a caso dal latifondista Segni, ha per scopo di scoraggiare e di frantumare il movimento cooperativistico maturo e cresciuto con le lotte per la occupazione delle terre incolte nel dopoguerra, e di creare una nuova struttura di potere e di controllo politico nel settore, divenuto esplosivo per la presenza di masse bracciantili sempre più coscienti e combattive.
In altre parole, il sistema agisce su due fronti, apparentemente indipendenti ma strettamente correlati a uno stesso fine: da un lato crea un mastodontico apparato burocratico (l'ETFAS) e lo foraggia con miliardi che vanno a finire non si sa dove; poi espropria le terre al suono delle fanfare democratiche e con le benedizioni vescovili ai morti di fame, facendo loro mille promesse di assistenza e di incentivazioni, lasciandoli poi soli a dannarsi con una terra povera e col pagamento delle spese di acquisto, di trasformazione dei terreni e di tutto l'apparato parassitario. Da un altro lato, dove il bracciante si organizza in cooperativa e riesce a vivere dignitosamente e a creare vere e solide strutture economiche democratiche, lì interviene per frenare, disgregare, distruggere: rifiutando ogni assistenza, ogni incentivazione - anche ciò che è un diritto in virtù di legge e che in virtù della stessa legge non si denega al latifondista - e come soluzione finale insedia nelle terre appena redente dal lavoro della cooperazione le basi militari, scacciandone il contadino, distruggendo le cooperative.

3 - La cattiva amministrazione dell'Ente di riforma in Sardegna è diventata proverbiale. E passerà alla storia del malcostume insieme a quella dei governatori spagnoli e dei viceré sabaudi. Questa che segue è una mini-antologia di cronaca nera sull'ETFAS.

«Sardegna Oggi», n. 30, 1963: «La terra senza alba».
«Il villaggio agricolo di Arborea è nato nel 1929 al centro di una vasta zona paludosa e malarica. Sfruttando un progetto di bonifica del socialista terralbese Felice Porcella e già in atto con «l'Ente per la Bonifica della Piana di Terralba e Adiacenze», il fascismo porta avanti con grande impiego di uomini e di mezzi la colossale trasformazione fondiaria e agraria. Il mandato pionieristico viene affidato dal fascismo agli stessi capitalisti che colonizzano l'Isola in altri settori: nelle miniere, nelle banche, nella Società Elettrica Sarda, nelle Ferrovie, nelle industrie casearie. Nasce la Società Bonifiche Sarde, società per azioni, che lavora con i contributi largamente concessi dal governo fascista. La SBS fa la bonifica attingendo al serbatoio di morti di fame. Una impresa faraonica: spianare, livellare, aprire canali, impiantare forestali - senza mezzi meccanici, con pala e piccone; trasformare fondiarmente una superficie vasta venti chilometri per dieci, sotto il tormento di una miriade di insetti ematofagi, con la malaria che avvelena, che spossa, che uccide. Alla massa dei braccianti sardi, in maggioranza del comune di Terralba cui appartengono i terreni, viene assicurato che finita la bonifica essi ne godranno i benefici: riceveranno le terre redente, lottizzate, e le coltiveranno in qualità di mezzadri. Ma nel '29, a bonifica finita, i braccianti sardi - i sopravvissuti - vengono licenziati e a Mussolinia (così verrà chiamata la zona bonificata in onore del duce) vengono trapiantate famiglie di coloni veneti e romagnoli. Caduto il fascismo e nato l'ETFAS, Mussolinia viene ribattezzata col nome di Arborea: i padroni della Società Bonifiche Sarde, che hanno accumulato milioni sfruttando prima il bracciantato sardo e poi i coloni veneti e non hanno speso una lira in opere di bonifica, vengono indennizzati dallo Stato per le terre espropriate (cedono all'Ente di riforma, però, soltanto le terre, e mantengono la proprietà degli impianti industriali, i caseifici, la Società 3-A, e centinaia di ettari di forestali di eucalipti, pioppi e pini).
Arborea parrebbe un grazioso villaggio agricolo modello; e ci si stupisce nell'apprendere che l'ETFAS, almeno dove la riforma si era già fatta nel suo aspetto tecnico, non abbia saputo nemmeno conservarla, che le fattorie si stiano spopolando, che le gramigne stiano invadendo i campi, che le stalle siano deserte da quando se ne stanno andando gli assegnatari (che pure furono floridi mezzadri sotto quel padrone chiamato Società Bonifiche Sarde, che conosceva a meraviglia l'arte di mungere lavoratori e Stato)… Arborea è in crisi… altre volte abbiamo osservato che la riforma della terra non può pesare col suo costo sul contadino. Sarebbe come se un medico mandasse a lavorare un ammalato grave per farsi pagare l'onorario… Arborea è feudo di un connubio di reazionari: il clero (i salesiani); la DC (i Covacivich e i Marras); la Società Bonifiche Sarde (i padroni del vapore isolano); l'ETFAS (la buona programmazione tradita). I risultati di un tale ibrido potere non possono che essere ovvi.
L'ETFAS, politicizzata, è portata a confondere programmi di lavoro con fortunose vicende di onorevoli… Intanto le case coloniche e i campi restano deserti e abbandonati. I centri di Linnas, Pompongias e Torre Vecchia possono già cancellarsi dalle carte geografiche. La popolazione, da 5.000 abitanti, è scesa a poco più di 3.000. E l'esodo non accenna a diminuire. «Preferiremmo fare l'operaio a metà salario che continuare a sudare sulla terra per niente - dicono gli assegnatari che preparano i fagotti - L'operaio sta bene: i dirigenti dell'ETFAS se li portano a casa per riordinare i loro giardini e sono pagati col salario della industria…».

Così come il commercio risulta un monopolio di intoccabili famiglie, così la diffusione delle idee. Il cinema, per esempio, è un monopolio. E' dato in gestione al veterinario comunale, il quale, senza ostacoli di concorrenza, seguendo la regola morale dell'Ente che porta inquadrati i propri dipendenti al precetto pasquale, ha instaurato una ferrea parrocchiale censura su tutti i films in programmazione…

«Sardegna Oggi», n. 23, 1963: «Il lungo inverno di Buddusò».
«…Le testimonianze dei pastori ci riportano a fare le vecchie considerazioni sugli interventi esterni, sulle riforme, che, è evidente, i loro costi non si possono addossare al povero pastore. Così facendo, non soltanto gli si farà odiare il progresso, ma si finirà di ucciderlo.
A questo proposito, come facile esemplificazione, citiamo l'ETFAS, sulle cui benemerenze abbiamo visto fino alla nausea riempirsi intere pagine a pagamento nei quotidiani, quasi che la gente non veda e non sappia che l'ETFAS è il maggiore esempio di malcostume politico e amministrativo che si sia mai visto, come se la gente ignori l'incompetenza di funzionari che occupano i loro posti soltanto in grazia di loro onorevoli protettori e che Arborea, dopo la gestione ETFAS è decaduta a livello di una distesa di gramigna e che (ad Oristano) le case coloniche della Riforma di Tiria e di San Quirico, disabitate, sono divenute semplicemente dei cessi.
Anche a Buddusò - chi l'avrebbe mai pensato! - è arrivato l'ETFAS. E' andato a scovare, tra centinaia di migliaia di ettari di montagne aride, sassose, senza neppure viottoli da muli, qualche povero ettaro di terra affiorante fra le rocce. Di questi ettari, 76 a ponente e 40 a levante, espropriati con grande gioia di alcuni grossi proprietari che ci mandavano a pascolare le capre, soltanto 42 più 28 sono risultati umanamente coltivabili. Non irrigui, rendono, se imbottiti di concimi, circa 15 quintali di grano a ettaro (siamo ben lontani dai 60 di quelle terre del Nord-Italia che si vanno spopolando perché l'agricoltura non rende!). Qui, non si chiamano assegnatari ma quotisti i 20 contadini che l'ETFAS è riuscito ad adescare in un primo tempo con le scassature e i concimi gratuiti. Adesso però il contadino quotista deve pagare tutto ciò di cui ha bisogno per lavorare quelle terre e deve inoltre mantenere sulle sue spalle la baracca sconnessa edificata dall'Ente. Ma non ricava neppure ciò che ci spende. Perciò ritorna a fare il pastore o chiede il passaporto per andarsene in Germania, con idee tutt'altro che edificanti sulle cose di casa nostra…»

«Sardegna Oggi», n. 37, 1963: «L'ETFAS e il centro-sinistra».
«…L'ETFAS si proponeva di perseguire come fondamentali obiettivi l'esproprio e la distribuzione delle terre ai contadini, con la prevalente formazione di unità aziendali indipendenti, anziché di quote destinate a puro completamento di reddito pre-esistente; la trasformazione fondiaria integrale in modo da permettere di passare dal tradizionale ordinamento colturale a carattere estensivo ad ordinamenti i più intensivi possibile; la creazione di infrastrutture indispensabili per una più economicamente progredita e socialmente più elevata; lo sviluppo della cooperazione agricola tra gli assegnatari.
Dal 31 gennaio 1953, giorno in cui ebbe termine l'emanazione dei decreti di esproprio, ad oggi (novembre 1963), l'attività dell'ETFAS è passata attraverso diversi cicli operativi… La trasformazione fondiaria è ancora in fase di completamento: dai 70.000 ettari previsti, l'ETFAS ha finora trasformato in vigneti 3.000 ettari, in agrumeti e frutteti 650 ettari… Dopo 10 anni i risultati possono considerarsi negativi…
L'errore è cominciato dalla assegnazione sbagliata dei poderi, fatta nelle sacrestie… i poderi sono stati assegnati spesso a gente che aveva il solo merito di non essere comunista. Una scelta di parte che ha permesso al partito politico interessato (leggi DC) di immettere nell'Ente una massa di pseudocontadini, lasciando fuori i migliori, spesso i più bisognosi, coloro che per capacità e volontà avrebbero effettivamente collaborato coi tecnici per realizzare quei poderi modello che erano in programma. »

A partire dagli editti del 1820, la borghesia italiana si è impadronita del patrimonio fondiario dell'Isola arricchendosi col gioco del compra-vendita. Qualche volta riesce perfino a «farla sparire», come nel Sinis di Cabras. Dove appunto «sono spariti» oltre 2.000 ettari del demanio comunale. Della singolare sparizione parlano diversi giornali.

«La Nuova Sardegna» del 27 luglio 1967.
«Il consiglio di amministrazione della cooperativa UNIONE PASTORI si è riunito d'urgenza per prendere in esame la difficile situazione in cui si trova la categoria… Il presidente, sig. Antonio Vargiu, ha così aperto la discussione: «La mancanza di pascoli, la siccità, le morie frequenti, la primitività delle tecniche di allevamento, il basso costo del prodotto impostoci da commercianti senza scrupoli sono le cause principali della nostra tragica situazione, una situazione che se continua getterà sul lastrico decine di famiglie e disperderà un patrimonio che è fondamentale per la sopravvivenza della comunità. Intanto potremmo almeno in parte risolvere la questione dei pascoli se il Comune operasse una giusta distribuzione delle terre di sua proprietà tra i cittadini che ne hanno bisogno. Si tratta di un patrimonio comunale di circa 3.000 ettari, un tempo amministrato insieme da contadini e pastori. Ora invece queste terre vengono date in affitto esclusivamente ai contadini, commettendo così una palese ingiustizia nei confronti della nostra categoria, che non ha in Comune santi protettori…
Ma c'è di più. QUESTI 3.000 ETTARI COMUNALI SI SONO INSPIEGABILMENTE RIDOTTI A 800. I PROPRIETARI TERRIERI SE LI SONO INCORPORATI ANNO PER ANNO. Il commissario prefettizio, che ha amministrato il paese prima di queste ultime elezioni, è riuscito a riguadagnarne 200; portando il patrimonio fondiario comunale a circa 1.000. CHI SI E' APPROPRIATO DEI 2.000 ETTARI MANCANTI?… E i 1.000 ettari che annualmente vengono dati in affitto? Questi terreni dovrebbero essere dati, come seminativi o come pascolo, ai contadini e ai pastori senza terra. Invece vengono dati di solito ai grossi proprietari legati al carro di chi comanda. Questi grossi proprietari subaffittano, ricavandone utile senza lavoro alcuno… Noi della cooperativa non abbiamo mai avuto in concessione neppure un ettaro di terra…».

C'è un momento in cui l'ETFAS non riesce più a trattenere gli assegnatari che fuggono, e non trovando più alcuno, neppure tra i morti di fame cronici, che pure abbondano nell'Isola, rivolge la sua attenzione ai pieds noires, i quali, dopo la nazionalizzazione delle terre negli Stati africani, vengono convogliati nel Mezzogiorno e in Sardegna. Ma neppure i pieds noires reggono al «trattamento» ETFAS:

«Sassari Sera» del 1° marzo 1968 - «Fuggono anche i profughi tunisini dalle borgate inospitali dell'ETFAS»:
«Quando i profughi arrivarono in Sardegna… il centro ETFAS di Oristano li assegnò ai vari poderi disabitati del comprensorio di bonifica e fece loro molte promesse: oltre la casa e il podere di circa dieci ettari promise l'assistenza tecnica e finanziaria, la sistemazione dei prodotti, l'assistenza medica e sociale… I poderi erano gli stessi abbandonati dai primitivi assegnatari per mancanza di acqua e per eccessiva salinità dei terreni. Erano considerati un peso morto… un peso che solo a dei tunisini si sarebbe potuto accollare, per ringraziarli delle loro disavventure africane… si tratta di coloni italiani cacciati via dal governo tunisino in base alla legge del 12 maggio 1964 che decretava la demanializzazione delle terre… Il governo italiano aveva dal canto suo garantito ai pieds noires profughi il 50 per cento in risarcimento dei terreni da questi persi con l'esproprio in Tunisia: dopo anni di distanza l'indennizzo è ancora da vedersi… Queste 40-50 famiglie… che hanno ormai speso gli ultimi risparmi per riparare le case, per allacciare la luce e l'acqua, che hanno trovato l'acqua a loro spese (per l'irrigazione), che a loro spese chiamano i tecnici perché non possono fidarsi di quelli dell'ETFAS, che iniziano i lavori di bonifica e di trasformazione, vivono ormai nella speranza e nell'illusione… I grandi agrumicultori, gli esperti viticultori e i validi apicultori del deserto tunisino sono costretti ad allevare galline e a vendere le uova al mercato se vogliono campare…»

Nei primi giorni del 1968 si ha notizia della decisione del Consiglio regionale di nominare una Commissione di inchiesta sull'ETFAS. La notizia desta un notevole interesse specialmente per le manovre politiche sotterranee che hanno provocato la decisione: l'iniziativa, presa dal PSIUP passa fortunosamente in Consiglio con 35 voti favorevoli e 26 contrari: 10 consiglieri DC e PSU hanno votato con le opposizioni e contro le direttive della giunta di centro-sinistra. Prima ancora della inchiesta (che come vedremo verrà bloccata dal governo centrale) decisa dal parlamento regionale, la battagliera rivista «Sassari Sera» ha condotto una propria inchiesta sull'Ente di riforma.
«…Le voci che corrono sul conto dell'Ente sono tutt'altro che rassicuranti. Pare che esso viva alla giornata, e che i finanziamenti governativi non sarebbero sufficienti neppure a coprire le spese di gestione, per cui l'ETFAS SAREBBE ESPOSTO PRESSO LE BANCHE PER SOMME NOTEVOLI dell'ordine di miliardi. Nel campo delle riforme e delle trasformazioni, l'ETFAS è ormai pressoché inoperante da anni, ma ha cercato di impedire il definitivo allontanamento degli assegnatari dai poderi facendo ricorso ai finanziamenti del Piano Verde e della Legge 583.
Alla fine, sia per introitare delle somme, sia per non lasciare arrugginire del tutto le attrezzature, l'Ente si è adattato a elemosinare l'appalto di strade vicinali della Regione (lo scandalo delle strade vicinali di cui si è occupata la Magistratura trova origine proprio in questa circostanza) o ad effettuare lavori a pagamento per conto di imprenditori privati.
Come ente di sviluppo esso non è praticamente entrato in funzione, anche perché si attende da due anni la nomina del nuovo Consiglio di amministrazione in base alla legge istitutiva. La situazione caotica e mortificante in cui si trovano numerosi dipendenti, tecnici o amministratori, non è esplosa all'esterno con sufficiente clamore per la preoccupazione del posto e per quel senso di omertà, che è una delle caratteristiche data all'ETFAS dai dirigenti politici che lo hanno guidato.
I rapporti con gli assegnatari sono generalmente pessimi e i vari capi-centro assomigliano più ai gabellotti siciliani che a tecnici che dovrebbero aiutare tante famiglie contadine che fanno una vita di stenti e di sacrificio. D'altra parte l'Ente non ha alcun interesse a perdere il controllo politico e amministrativo su di essi, anche in vista delle prossime elezioni.
Ora di fronte alle decisioni del Consiglio, i più preoccupati sono gli esponenti politici della DC che hanno utilizzato l'Ente e le sue strutture per vincere le battaglie interne di partito e quelle elettorali… Siamo a conoscenza che da varie parti si sta raccogliendo materiale, documenti e testimonianze che dovrebbero essere sufficienti a provocare una inchiesta della Magistratura sull'Ente e la sua gestione, passata e presente, per cui l'indagine del Consiglio potrebbe apparire, anche ai più direttamente interessati, il male minore…» (In “Sassari Sera” del 31 gennaio 1968).

«Sassari Sera» quindi richiama l'attenzione della Commissione d'inchiesta e della magistratura su alcuni bubboni dell'Ente di riforma:
«- la faccenda dell'acquisto parco macchine: la dogana di Cagliari ne blocca lo svincolo asserendo che si tratta di macchine riverniciate e non invece nuove come asserito nei documenti di importazione; - il modo con cui viene usato il fondo ufficio stampa e propaganda; - con quali artifici sono stati venduti a speculatori turistici diversi terreni espropriati per la trasformazione fondiaria lungo il litorale che va da Fertilia a Porto Conte; - e infine la questione delle strade vicinali, uno scandalo che vede direttamente coinvolto Paolo Dettori, ex assessore all'agricoltura ed ex presidente della Regione.
Il dott. Angelico Meloni, funzionario dell'assessorato all'agricoltura della Regione sarda è stato incriminato dalla procura della repubblica di Cagliari. Il reato di cui egli si sarebbe reso colpevole è emerso durante le indagini condotte per lo scandalo delle strade vicinali. Come si ricorderà, a seguito di numerosi articoli pubblicati dal nostro giornale e riguardanti i rapporti anomali tra alcuni Consorzi e l'assessorato all'agricoltura, la Magistratura aveva aperto una indagine incaricando i carabinieri di acquisire prove e testimonianze. Erano stati interrogati numerosi professionisti e presidenti di Consorzi. Questi ultimi avevano segnalato, in diverse circostanze, come l'assessorato all'agricoltura esigesse da loro la quota dell'11 per cento che la Cassa del Mezzogiorno versava ai Consorzi per le spese di progettazione. In sostanza la Regione pretendeva di amministrare delle cifre spettanti ai Consorzi arrogandosi il diritto di spenderle secondo criteri propri: pagando i progettisti con cifre inferiori all'effettivo onorario e facendosi liquidare successivamente dai Consorzi, avvalendosi di una dichiarazione falsa, somme tre-quattro volte superiori a quelle che effettivamente avevano dovuto liquidare al progettista.
Ai Consorzi che si erano rifiutati di farsi amministrare dal conto fuori bilancio della Regione, l'assessore Dettori aveva inviato una lettera in cui veniva imposto perentoriamente il versamento della cifra come condizione indispensabile per il finanziamento dell'opera prevista. Al dott. Meloni sarebbe stata appunto contestata l'illiceità di queste lettere che venivano spedite in nome e per conto dell'allora assessore Dettori.
Negli ambienti politici ci si chiede fino a quando l'on. Paolo Dettori, ex assessore ed ex presidente della Regione, possa essere considerato esente da una responsabilità diretta. Il Meloni, che durante le polemiche con i presidenti di Consorzi ha sempre dichiarato di aver eseguito degli ordini, affermerà di aver inviato quelle lettere di spontanea volontà, senza un preciso mandato dall'assessore? Come spiegherà l'assessore, se com'è lecito supporre verrà interrogato, l'esistenza di un conto fuori bilancio di circa mezzo miliardo ottenuto col deposito di tutti gli 11 per cento versati dalla Cassa del Mezzogiorno ai Consorzi? La incriminazione di Meloni potrebbe comportare automaticamente quella di Dettori» (In “Sassari Sera” del 15 aprile 1968).

Mentre parlamento regionale e magistratura «indagano» sull'Ente di riforma e sulle pastette tra questo e i politici, il prof. Enzo Pampaloni viene riconfermato per la quarta volta nella carica di presidente dell'ETFAS.

«La decisione è stata presa nei giorni precedenti le elezioni politiche - scrive «Sassari Sera» - ma la notizia è stata divulgata in quelli successivi. Cossiga e il gruppo dei giovani turchi hanno evitato accuratamente una speculazione elettorale. E' noto che l'ETFAS è il principale strumento di potere di cui si sono serviti i dirigenti della DC sassarese nella scalata ai maggiori posti di sottogoverno. In queste ultime elezioni, tra i candidati preferenziali della DC alla Camera figurava addirittura il dott. Carlo Molé, funzionario dell'ETFAS, già segretario particolare di Pampaloni. Molé, trasferito dall'ETFAS di Sassari a quello di Cagliari nel 1956, ha funzionato per anni da elemento di collegamento tra il gruppo dirigente democristiano di Sassari legato a Segni (padre della riforma agraria) e le agguerrite fazioni cagliaritane gravitanti complessivamente intorno alla figura del defunto ministro Antonio Maxia. Autentico cavallo di Troia ha cominciato con una paziente opera di infiltrazione coalizzando i gruppi isolati dell'opposizione di destra e di sinistra fino a penetrare nel comitato provinciale, dove, contemporaneamente all'ascesa di Nino Giagu, altro funzionario dell'ETFAS, Pietro Soddu e Paolo Dettori, titolari di alcuni assessorati chiave, è riuscito a far saltare ad una ad una tutte le varie segreterie di destra che dopo la morte di Maxia avevano cercato di impadronirsi della leadership cagliaritana. L'ultima clamorosa eliminazione dalla scena politica di Cagliari è stata quella del padrone dei pazzi Gaetano Berretta, estromesso a seguito di uno scandalo fatto scoppiare dal nostro giornale.
L'operazione Molé, oltre a rafforzare il potere dei giovani turchi, ha avuto lo scopo di consolidare la posizione personale del presidente Palpaloni. Dal '56 al '68, ETFAS e giovani turchi sono vissuti in una sfacciata simbiosi politica. L'ETFAS ha consentito ai giovani turchi capeggiati da Cossiga di avere a disposizione una determinata forza elettorale e i giovani turchi hanno assicurato costantemente a Pampaloni la riconferma alla presidenza, onde evitare un avvicendamento che facilitasse un'inchiesta sull'Ente di riforma all'interno del quale lo stesso ministero dell'agricoltura aveva riscontrato sin dal '56 tali irregolarità da rendere necessaria la sostituzione dell'allora direttore generale Franco Rotondi.
Quali siano i confini tra le responsabilità politiche e quelle penali di Pampaloni non è possibile stabilirlo con esattezza. Si sa - a prova di smentite - che la gestione dell'ETFAS dal 1951 ad oggi (1968) è stata condotta all'insegna della più assoluta illegalità. Sono circa dieci anni che il nostro giornale va denunciando episodi specifici di questa gestione e tali da interessare la Magistratura. Ma la pubblicazione di documenti, l'indicazione di fonti di indagine non sono serviti a bloccare la specifica vocazione dell'ETFAS: quella di servire esclusivamente gli interessi di un gruppo di persone dando ai 100 miliardi stanziati dallo Stato e spesi da Pampaloni niente altro che il senso di uno sperpero inutile…» (In “Sassari Sera” del 30 giugno 1968).

Circa un mese dopo la riconferma di Pampaloni alla presidenza dell'Ente, giunge la notizia che il governo centrale ha bloccato l'inchiesta promossa dal parlamento regionale.

«E' un atto di inaudita gravità - commenta lo stesso giornale - di cui non si sa bene chi sia l'autore, se il governo Moro prima di tirare le cuoia dopo il 19 maggio o il governo Leone, ancor prima di avere avuto la fiducia del parlamento… E' indubbio che vi siano state pressioni molto forti dei massimi dirigenti dell'ETFAS e degli uomini politici sardi maggiormente legati all'ETFAS e che da una indagine, condotta seriamente, potrebbero vedere definitivamente compromesse le loro fortune politiche ed elettorali; Il maggiore indiziato è in ogni caso Pampaloni con gli uomini politici che hanno imposto la sua ennesima riconferma a presidente dell'ETFAS, primo fra tutti l'on. Cossiga. E' un passo falso, dettato evidentemente dalla paura. L'ETFAS è in fallimento. Sono oltre 4 miliardi all'anno; letteralmente sperperati per mantenere un apparato burocratico elefantiaco che non ha più nulla da fare e che per la massima parte non fa niente…»(In “Sassari Sera” del 15 luglio 1968).

4 - Nello stesso periodo in cui il governo blocca l'inchiesta sull'ETFAS aperta dal parlamento regionale, il parlamento italiano istituisce una commissione di inchiesta sui «fenomeni di banditismo». Quando si dice «banditismo» noi sardi pensiamo automaticamente a tutta quella gente forestiera e nostrana, in colletto bianco, che ha rapinato e rapina il nostro patrimonio e che accumula ricchezze sfruttando il nostro lavoro. Il parlamento e la commissione che ne è l'espressione stanno evidentemente dall'altra parte, perché hanno automaticamente pensato ai pastori barbaricini. Eppure c'è stato un momento di suspence, un momento in cui qualcuno ha creduto che la commissione di inchiesta Medici stesse per allargare i contenuti del termine «banditismo»: precisamente quando la stampa ha dato notizia della visita del senatore Medici al presidente dell'ETFAS.

Ho riportato la notizia su «l'Astrolabio» sotto il titolo esplicito «I due volti del banditismo»:
«Il senatore Medici Giuseppe, presidente della commissione, si è incontrato con gli ispettori agricoli e forestali dell'Isola e con il presidente dell'Ente di sviluppo (ETFAS), prof. Pampaloni. Il colloquio, di circa tre ore, si è svolto in una sala riservata dell'hotel Il Faro nella località turistica di Porto Conte presso Alghero. La sera precedente, il senatore Medici aveva reso una visita di omaggio al cardinale Sebastiano Baggio, arcivescovo di Cagliari, il quale, a sua volta, era reduce da una visita di ringraziamento a Paolo VI per l'annunciata visita pontificale in Sardegna prevista per il 24 di questo mese.
Il massimo riserbo circonda i lavori della commissione di inchiesta: la riunione si è svolta con le porte dell'hotel sbarrate; ma essendo note le competenze degli interlocutori è facile presumere che sono stati esaminati i problemi delle zone a economia agro-pastorale, delle cosiddette «zone interne». Nel corso della giornata, infatti, il senatore Medici ha sorvolato in elicottero le Barbagie sotto munita scorta di carabinieri, rientrando, senza danni, all'aeroporto di Fertilia.
Alcune indiscrezioni sono trapelate sulle questioni trattate nell'incontro. Si è parlato di redditi, di esigenze produttive, di mercati e delle prospettive di sviluppo della economia agro-pastorale nel contesto della programmazione regionale. Pare comunque che siano stati elusi i problemi di fondo in particolare la disastrosa politica dell'ETFAS, presieduto dal prof. Pampaloni, divenuto un mastodontico carrozzone di sottogoverno e messo più volte sotto accusa dai partiti della opposizione e dalla stessa stampa indipendente.
L'Ente sardo di riforma ha connessione con il fenomeno «banditismo» nelle zone interne non soltanto per le sue responsabilità nel mancato sviluppo delle arcaiche strutture della economia agro-pastorale (che insieme ad altri fattori determinano l'insorgere della criminalità barbaricina), ma anche per i metodi di conduzione e di gestione. Tanto è vero che nel gennaio del 1968, in seguito all'ondata di denunce che giunsero da ogni parte dell'Isola, il Consiglio regionale decise di nominare una commissione di inchiesta sull'ETFAS. Si attribuisce - in quel periodo - all'Ente uno sperpero di 50 miliardi, oltre i 4 miliardi annui che assorbe dal ministero per le spese di gestione…
Più dettagliatamente, sono questi alcuni dei pesanti addebiti che dal 1951 a oggi vengono mossi all'Ente di riforma:
1) L'ETFAS è un grosso centro di potere economico e politico della DC sarda; in soli 10 anni ha creato 2 consiglieri regionali (Giagu e Serra), 1 deputato (Carlo Molé), 1 senatore (Pietro Pala), e inoltre ha dato una piattaforma elettorale a un sottosegretario (Francesco Cossiga) e a un presidente della regione (Paolo Dettori). Negli stessi anni sono oltre 100 i miliardi spesi, e una parte cospicua andrebbe cercata nei bilanci del fondo assegnato all'ufficio stampa e propaganda. L'allegra gestione ETFAS è divenuta proverbiale in Sardegna: gli alti funzionari percepiscono stipendi favolosi standosene dietro lussuose scrivanie; i quadri subalterni sono occupati di norma da personale che si è distinto in galoppinaggio elettorale. Si parla di 400 tra impiegati e alti funzionari assunti per chiamata dal presidente Pampaloni, senza l'autorizzazione del ministero e retribuiti con artifici e in violazione delle leggi.
2) L'ETFAS è inattivo e pieno di debiti. In questi 20 anni di attività ha contribuito a dissestare l'economia agricola della Sardegna, programmando le riforme all'insegna dell'incompetenza e della improvvisazione… Il patrimonio zootecnico isolano è passato dai 3 milioni e 500 mila capi ovini a meno di 2 milioni e 500 mila nel 1958. Sarebbe stato sufficiente, per incrementare il settore dell'allevamento, fare quelle trasformazioni che altrove già si sono fatte: pascoli irrigui, stalle e silos (per la conservazione del foraggio), cooperative di conduzione e per la lavorazione e per il commercio dei prodotti, con una serie di norme per assicurarne il buon funzionamento e proteggere gli allevatori dalle speculazioni degli industriali lattiero-caseari. Si sono invece sperperati con l'ETFAS miliardi per trasformare in seminativi terreni tradizionalmente riservati al pascolo, dove le rese a grano non arrivano a 10 quintali per ettaro, contro la media nazionale del 23,7 che pure risulta insufficiente a coprire le spese di produzione.
L'ETFAS, che doveva con i suoi notevoli mezzi a disposizione sollevare il livello della economia agricola ne ha invece aggravato la già precaria situazione, e quel che è peggio ha fatto odiare la terra al contadino. L'Ente doveva dimostrare la bontà e l'utilità dell'impiego di moderne tecniche agricole: il suo fallimento ha dato ragione ai proprietari terrieri assenteisti e sfruttatori.
Anche a voler tacere sulla corrotta amministrazione dell'Ente - viziata da clientelismo e politicismo deteriori - è sufficiente citare alcune sue assurde intraprese per esprimere un giudizio negativo: la bonifica di alcune zone pietrose dell'Altipiano di Buddusò seminate a grano, dove a malapena potevano pascolare le capre e potevano aprirsi cave di granito; la bonifica (si fa per dire) dell'Oristanese, dove sono stati messi a dimora numerosi ettari di meli, in una zona dove, è risaputo, tali colture allignano, possono anche fiorire, ma non fruttificano.
Gli assegnatari e i quotisti delle zone citate, allettati in un primo tempo da sgravi fiscali e da contributi, dopo avere resistito qualche anno, quando hanno dovuto cominciare a pagare essi i conti della riforma, hanno lasciato casa e podere e sono tornati a fare il bracciante all'agrario o dietro le pecore - quando non hanno preso la triste via della emigrazione…
E' improbabile che il senatore Midici - concludevo su «l'Astrolabio» - presidente della commissione parlamentare di inchiesta sul banditismo sardo, in sole tre ore di colloquio con gli alti funzionari del settore Agricoltura, in una sala di un hotel d'élite, abbia potuto conoscere punto per punto le vicende dell'Ente di trasformazione. Se il senatore Medici e gli onorevoli membri della commissione desiderano farsi edotti sui fenomeni di banditismo diffusi in Sardegna dovrebbero - a nostro modesto avviso - guardare anche un poco al di fuori del Supramonte orgolese» (In “L’Astrolabio” settimanale n. 18 del 3 maggio 1970.



Capitolo XI - L'invasione petrolchimica

1 - La storia della colonizzazione dell'Isola presenta due momenti particolarmente intensi: l'operazione di invasione e di rapina effettuata dal capitale piemontese nella seconda metà del secolo scorso, che si ripete negli anni sessanta di questo secolo con la invasione petrolchimica.
La stessa attuale situazione socio-economica e politica, nei suoi aspetti di corruzione e marasma, presenta notevoli affinità con quella del periodo post-unitario compreso tra il 1860 e il 1890. L'analisi e i giudizi che di quel periodo dà F.S. Merlino si attagliano benissimo al presente.

«Se i ministri son diventati maestà, i segretari generali si sono trasformati in eccellenze e gli uni e gli altri si sono esonerati dalla formalità umiliante d'essere rieletti. Molti nostri deputati son stati promossi diplomatici, quantunque siano bestie, o più tosto quantunque fossero (perché il potere è una fonte di luce, e che luce!), senza parlare di quelli promossi banchieri, grandi possidenti, presidenti di amministrazioni, ecc. ecc… Il governo è una commedia rappresentata in Italia da 508 deputati, i quali divertono il pubblico a duecento lire all'ora (tanto vengono a costare i discorsi parlamentari…) intanto che fuori i banditi svaligiano le case per sé e per i commedianti loro complici… La grande camorra regna nelle amministrazioni, circonda i tribunali, domina nelle elezioni e si propaga attraverso una catena ininterrotta di intermediarii, dall'insignificante portiere al re della Borsa e dal più oscuro deputato al più potente ministro. La grande camorra, la quale ora si serve della piccola per compiere le sue infamie, ora, fingendo di volerla schiacciare, si mantiene sulla via della legalità, è una coalizione di potenti, che calpesta ogni resistenza e sa disfarsi di un avversario ostinato, o di un rivale molesto senza necessariamente ricorrere al pugnale o alla rivoltella; ma servendosi di armi non meno insidiose: l'ammonizione e la calunnia» (F. S. Merlino – Questa è l’Italia – Milano 1953).

Oggi i ministri sono diventati satrapi, e forti del potere assicurato loro dal padrone capitalista non si curano neppure più di salvare le apparenze costituzionali: intascano spudoratamente miliardi dai petrolieri vendendo loro il sangue dei lavoratori. I quotidiani «indipendenti» giocano alla «critica democratica», quando scrivono che «l'oligarchia dei partiti sta sopravanzando perfino gli istituti costituzionali della Repubblica» e che il «parlamento, ormai, non conta più nulla» (In «La nuova Sardegna» del 3.3.1974 - Editoriale). In verità, il parlamento continua a recitare la commedia, anzi la farsa con un più nutrito e scaltrito cast di attori e con costi ben più alti delle 200 lire all'ora del 1890.
In questo clima di marasma e di ladrocinio la consorteria al potere ha progettato e varato l'invasione petrolchimica della Sardegna. Sta per concludersi così la lunga storia di un popolo che ha saputo resistere comunque, e fino a oggi, a tutti i tentativi messi in atto dagli invasori per il suo totale assoggettamento, per la liquidazione della sua millenaria cultura.
Questa ultima operazione colonialista, estremamente complessa negli interessi economici e politici, va considerata, schematicamente, nei seguenti aspetti:
1) La Sardegna, come la Sicilia, si trova sulla «via del petrolio», ma più di questa regione è isolata dal Continente e si presta quindi a essere ridotta a una piattaforma di raffinerie; c'è ance la disponibilità della classe politica indigena - l'utile dei petrolieri e dei loro accoliti contro il progresso civile dell'Isola e contro la stessa sopravvivenza storica del suo popolo.
2) Una serie nutritissima di leggi, di cui importante quella del '53, che costituisce il Credito Industriale Sardo (CIS), che il parlamento ha varato per volontà dei gruppi monopolistici del capitalismo straniero e nazionale per incentivare e favorire in ogni modo l'insediamento nell'isola di impianti petrolchimici.
3) Mistificazione della operazione, fatta passare come linea di sviluppo industriale nella «rinascita» del Mezzogiorno e più in particolare del «Piano di Rinascita» della Sardegna - una cortina fumogena approntata e diffusa come copertura alla invasione del capitale petrolchimico. Si dava in tal modo un alibi ideologico anche alla sinistra per giustificare il mercimonio agli occhi dei lavoratori: lo si è gabellato come il toccasana di tutti i problemi del sottosviluppo (cioè degli effetti dello sfruttamento colonialista), come un intervento progressista imposto ai padroni dai rappresentanti della classe operaia, che avrebbe incrementato l'occupazione, frenato l'emigrazione, debellato il «banditismo» in Barbagia, creato il benessere generale. Oltre ciò - e qui non so bene se si debba parlare di demagogia o di imbecillità paleo-marxista - si sosteneva che la creazione delle industrie petrolchimiche nell'Isola avrebbero prodotto proletari (senza i quali pare che non si possa fare alcuna rivoluzione).
4) Come sono state create le società petrolchimiche e con quali disinvolte operazioni il capitale si è insediato nell'Isola.
5) Come il capitale petrolchimico si è impadronito delle leve del potere politico e amministrativo, dei canali di informazione, e fino a che punto il petrolio ha corrotto i sindacati e gli stessi partiti operai.
6) La guerra senza esclusione di colpi tra società petrolifere e tra i loro accoliti per la spartizione della torta, e i riflessi negli atti e nei rapporti all'interno delle strutture politiche e amministrative.
7) I costi degli impianti in rapporto alle unità lavorative effettivamente occupate.
8) Rapporto tra petrolchimiche e smantellamento delle tradizionali industrie estrattive e delle industrie di trasformazione e conservazione dei prodotti agricoli.
9) Rapporto tra petrolchimiche e crisi dell'agricoltura e dell'allevamento: una crisi mai raggiunta prima, con una emigrazione di vastissima portata.
10) La creazione del «terzo polo di sviluppo» a Ottana nel Nuorese, e la sua funzione antibarbaricina, in correlazione al disegno di creare in Barbagia «Parchi nazionali».
11) Gli effetti inquinanti delle petrolchimiche nell'ambiente: quali sono gli attuali livelli di degradazione; l'estinzione del patrimonio naturale; la diffusione di tumori; la proliferazione di gruppi ecologici finanziati dal sistema per criticare il sistema.
12) La polemica in famiglia del «Corriere della Sera»: area di servizi petrolchimici o area di servizi turistici per «il riposo del guerriero»?
13) Rapporti tra industrie petrolchimiche e basi militari nel disegno di utilizzazione coloniale dell'Isola.
Sempre più chiaramente il popolo sardo si rende conto che il processo di industrializzazione (fondato sul petrolio) è una tragica truffa. Le istituzioni dello stato, gli stessi partiti democratici e le organizzazioni di rappresentanza delle istanze popolari sono sempre meno credibili agli occhi del popolo. Il sistema corre ai ripari mobilitando governo e opposizioni su una nuova operazione demagogica di rilancio del «Piano di Rinascita» (legge 509 o dei mille miliardi), dove tra ipocrite autocritiche e cortine fumogene si parla di rivalutazione dell'agricoltura e dell'allevamento. Si tratta di una operazione tendente a castrare le masse lavoratrici in fermento e a consentire al capitale petrolchimico di concludere fino in fondo il totale assoggettamento dell'Isola.

2 - Lo sviluppo industriale moderno, in funzione del profitto capitalistico, ha dato luogo a una abnorme civiltà che tende sempre più a snaturare e a degradare l'uomo e il suo habitat. Tra gli altri fenomeni, il più appariscente è l'esasperato incremento della motorizzazione, che necessita di un colossale sfruttamento delle risorse petrolifere, della loro trasformazione e della immissione di un ininterrotto immenso fiume di carburante. Il mostruoso apparato, che prima o poi dovrà incepparsi, minaccia di far crollare, insieme all'economia e agli equilibri che bene o male l'uomo è riuscito a stabilirsi, questo tipo di civiltà.
Tale dissennata espansione ha costretto il capitalismo a reperire e a utilizzare sempre nuove aree di servizio per la trasformazione del greggio: aree possibilmente di scarso interesse economico, dato l'alto indice di inquinamento che questi impianti determinano; aree dove fosse possibile attingere manodopera a basso costo per la messa in opera degli stessi impianti e per la loro manutenzione: aree ubicate nei punti utili alla distribuzione dei prodotti.
La Sardegna risponde a questi requisiti: la presenza di un popolo di antica civiltà con sue autonome prospettive di sviluppo economico e di progresso civile e la stessa sopravvivenza di un milione e mezzo di abitanti sono dati insignificanti davanti all'interesse del capitalismo.
I vari governi che si sono succeduti dal dopoguerra a oggi hanno dimostrato che fascismo e democrazia, in uno stato borghese, sono niente altro che due modi solo apparentemente diversi di gestire il potere capitalistico. Per fare salvo il principio democratico del «ricambio» con le elezioni degli «addetti al potere», si è ricorso alla «intercambiabilità» degli stessi uomini. Ciò dava al capitalismo la sicurezza sulla fedeltà dei suoi lacché, una garanzia di continuità e quindi di «capacità di servire» da parte degli stessi lacché. Di fatto, alla dittatura fascista si è sostituita in Italia la dittatura di una oligarchia. Una volta ricevuto il potere e impadronitasi di tutte le postazioni del sottobosco amministrativo, con la corruzione, con i brogli, con i ricatti, l'attuale consorteria ha tutti gli strumenti per conservare il potere, e le elezioni, così come ogni altro «istituto democratico», diventano e sono una farsa, in cui ci si deve preoccupare soltanto di fare salve certe formule.
Il governo (dire i governi non ha senso, quando al potere si avvicendano sempre gli stessi uomini) ha varato una miriade di leggi per favorire il capitale. Alcuni tentativi di sganciamento dalla tutela del capitalismo yankee, di cui si sono avute sporadiche convulsioni a livello governativo e parlamentare con qualche impennata autonomista, trovano la loro unica motivazione nella concorrenza tra gruppi monopolistici.
Il CIS (Credito Industriale Sardo), in un lussuoso opuscolo intitolato «Invito agli investimenti in Sardegna», ha raccolto ben 45 leggi utili al capitale. Si tratta di un vade-mecum del colonialista in Sardegna. Ne riporto alcuni passi.

«Una serie di provvidenze predisposte dallo Stato e dalla Regione Sarda sono a disposizione degli operatori che si propongono la realizzazione di iniziative industriali nell'Isola. Si tratta principalmente di incentivi finanziari (quelli morali non sono contemplati qui, si ritrovano nei vade mecum appositamente redatti per il popolo - nda), quali i finanziamenti a tasso agevolato e i contributi in conto capitale (leggi: a fondo perduto - nda), e di incentivi a misura fissa, quali le agevolazioni fiscali, le riduzioni tariffarie sui trasporti ferroviari e marittimi, le esenzioni doganali, ecc. diretti ad assicurare all'imprenditore adeguati capitali ed a sollevarlo, soprattutto per il periodo dell'avviamento, di costi altrimenti gravosi» (CIS - Invito agli investimenti in Sardegna - SEI Cagliari, senza data).

Il primo paragrafo fornisce l'elenco dei finanziamenti a tasso di favore per la costruzione di nuovi impianti industriali, il rinnovo, la conversione e l'ampliamento di impianti esistenti e cita una decina di leggi che regolano la materia. In base a queste leggi, sono ammissibili a finanziamento le spese:
a) per l'acquisto del terreno su cui dovrà sorgere lo stabilimento industriale;
b) per le opere murarie relative alla costruzione dello stabilimento e sue pertinenze, comprese quelle per l'installazione e il sostegno dei macchinari;
c) per le opere di allacciamento dello stabilimento alle strade ordinarie, nonché per i raccordi ferroviari;
d) per gli allacciamenti agli acquedotti e alle fognature, per lo scavo di pozzi ed il convogliamento delle acque così ricavate, per le opere ed impianti di illuminazione o bonifica dei residui dannosi alle lavorazioni (si badi bene: alle lavorazioni, non delle lavorazioni - nda);
e) per gli allacciamenti alle reti di distribuzione dell'energia, per l'impianto di cabine di trasformazione, nonché per gli allacciamenti a metanodotti o oleodotti, a centri di raccolta o deposito di metano o di olii minerali ed a fonti di energia geotermica (questo punto chiarisce che non si tratta di incentivare industrie per la lavorazione del sughero o del latte di pecora, ma quelle dei petrolieri Moratti, Rovelli and Company - nda);
f) per opere sociali… (figuriamoci quali! - nda);
g) per l'acquisto di macchinari, attrezzature ed automezzi;
h) per trasporti, ed IGE (CIS - Invito agli investimenti in Sardegna - SEI Cagliari, senza data).
Stato e regione finanziano praticamente tutto. E ancora, sul limite del 40% (che può diventare il 100% col vecchio trucco dei progetti pompati) vengono finanziate anche le spese per la formazione di scorte per garantire al capitalista il funzionamento della sua impresa.
I finanziamenti in elenco giungono fino al 70% del valore dell'investimento complessivo. Gli investimenti che superano i 12 miliardi ricevono finanziamenti per il 50% (per la parte eccedente). E' chiaro che si finge il volere favorire piccole e medie imprese; ma vedremo come il grosso capitale ha saputo scomporsi, dando vita a una miriade di imprese calibrate in modo da usufruire del massimo delle agevolazioni. E' comunque sempre da tenere presente il fatto truffaldino che il valore effettivo dell'investimento è di regola (capitalistica) più basso di quello dichiarato, per cui il finanziamento cumulativo del 70% può significare anche più del 100% - una eccedenza di capitale che l'imprenditore userà in altre redditizie speculazioni.
I capitali vengono dati dallo stato e dalla regione a tasso agevolato del 4% - riducibile al 3% «alle piccole e medie aziende», e sono definite tali quelle che hanno un capitale investito non superiore ai 6 miliardi.
Una parte interessante del vade mecum del colonialista petrolchimico è il paragrafo relativo alle «garanzie»: lo Stato e la Regione si sono preoccupati di consentire l'accesso al credito agli imprenditori che non dispongono di adeguate garanzie. Ma si avverte che tali garanzie copriranno soltanto il limite massimo del 70% delle perdite accertate. Tuttavia, un ulteriore intervento della Regione è disposto dal Piano di Rinascita che prevede (legge 588 del '62 art. 30) il beneficio della garanzia sussidiaria della Regione per il 30%.
Altri prestiti vengono concessi per la costituzione di scorte di materie prime e anche di prodotti finiti, necessari a far funzionare gli impianti.
Altre sovvenzioni a tasso agevolato del 3% vengono anche fornite dal CIS fino a 100 milioni.
Si arriva poi ai contributi in conto capitale, per i quali - avverte il vade mecum - va riservata «particolare attenzione». Si tratta infatti di contributi a fondo perduto che «consentono alle imprese di contenere, in zone non ancora del tutto autosufficienti, gli elevati costi d'impianto». Sono fior di miliardi regalati dalla Cassa per il Mezzogiorno e dalla Regione sarda ai capitalisti, che raggiungono fino al 330% dei costi complessivi dei macchinari, delle attrezzature, delle opere murarie. «L'intervento della Regione si rileva quanto mai efficace, perché i contributi da essa concessi possono essere accumulati fino alla concorrenza del 40% con i contributi della Cassa».
Ci sono, quindi, «le agevolazioni fiscali»; l'anonimato azionario; l'esenzione decennale dall'imposta di ricchezza mobile; l'esenzione decennale dall'imposta sulle società; l'esenzione doganale; tassa fissa di L. 2.000 per spese di registro, di trascrizione e ipotecarie per l'acquisto di terreni e di fabbricati; riduzione a metà dell'IGE; riduzione a metà dell'imposta erariale sul consumo dell'energia elettrica; imposta annua in abbonamento sostitutiva di tutte le tasse e imposta indirette sugli affari relativi ai finanziamenti. (CIS - Invito agli investimenti in Sardegna - SEI Cagliari, senza data).
Ma non basta. «Ulteriori facilitazioni - si legge nel manuale del buon imprenditore colonialista - particolarmente importanti per la Sardegna a motivo della sua posizione geografica, sono accordate nel campo dei trasporti». Le riduzioni tariffarie sui trasporti terra e mare (ferrovie e traghetti) riducono in pratica quei servizi dello stato a servizio semigratuito dei capitalisti. Quando non basta lo stato, c'è la Regione: «A termini dell'art. 1 della legge regionale n. 22 del 1953, facilitazioni per il trasporto di materie prime e dei prodotti finiti sono praticate dalla Regione Sarda sia mediante la concessione di tariffe di favore, convenzionate con le imprese trasportatrici, sia mediante la concessione di contributi a favore delle aziende interessate» (CIS - Invito agli investimenti in Sardegna - SEI Cagliari, senza data).
E per concludere c'è il capitolo delle provvidenze varie. Tra queste: la riserva delle forniture e lavorazioni delle amministrazioni pubbliche; contributi per l'esecuzione di opere necessarie per le sistemazioni portuali, ferroviarie, stradali e igieniche; contributi per gli allacciamenti elettrici, idrici, telefonici e simili; concorso nelle spese relative ai consumi di acqua, di energia elettrica e di altra energia motrice; contributi diretti ad alleviare gli oneri sociali; concorso nelle spese per la collocazione delle materie prime e dei prodotti sui mercati; assistenza tecnica, cioè fornitura di manodopera, addestrata e aggiornamento dei quadri direttivi.
Con tutta questa serie di agevolazioni, una volta che tali imprese («che possono avere la forma di società o ditte estere oppure società italiane») possono contrarre in Italia debiti a medio e lungo termine ed emettere obbligazioni; e dato che con una semplice richiesta al prefetto o al presidente della giunta regionale possono ricevere una «dichiarazione» di «pubblica utilità» non dovrebbe restare più alcun dubbio su chi abbia l'effettivo potere in Italia e su quale sia il ruolo della classe politica e amministrativa.

3 - L'invasione dell'Isola da parte dei petrolieri viene mistificata come «processo di sviluppo» della economia isolana: i 44 miliardi della legge 588, regalati dallo stato ai Sardi per farsi la «rinascita», andranno in gran parte a impinguare il capitale monopolistico e in parte verranno sperperati per alimentare il sottogoverno e il clientelismo.
I petrolieri «incentivati» non risparmiano a loro volta «incentivazioni» per mobilitare tutti i lacché nel programma che ha lo scopo di fare passare una operazione di rapina per una «meritoria colossale opera di rinnovamento delle arcaiche strutture economiche dell'Isola, per la crescita civile e per il benessere delle popolazioni». Il petrolio - coi quattrini che vi girano attorno - è un eccitante che non risparmia neppure i partiti della sinistra di classe. I comunisti, prima ancora che le fabbriche nascano, fanno i conti di quante cellule operaie, di quante commissioni interne, di quanti tesserati e di quanti voti potranno disporre in quella che sarà la nuova Sardegna proletaria.
Scrive la rivista socialista Sardegna Oggi del 13 febbraio 1965 nel tentativo di mistificare la verità sulla criminale degradazione che il complesso petrolchimico di Sarroch produrrà nella zona.

«Chi scopre per la prima volta le intricate strutture della raffineria di Sarroch nel Golfo degli Angeli non può non nascondersi una forte sensazione di disappunto per il tradimento compiuto ai danni del paesaggio da quei mostri metallici. Ma poi viene in mente il recente insegnamento di Antonioni del "deserto rosso" e ci si tranquillizza. Non abbiamo ancora l'abitudine al paesaggio industriale: quando ci avremo fatto l'occhio sapremo apprezzare anche queste nuove forme: allora anche le pitture di Sironi diverranno più popolari».

Soltanto sotto la droga del petrolio si possono sostenere simili allucinanti bestialità: altro che «paesaggio industriale» alla Antonioni! Su tutta la zona di Sarroch regnano desolazione e morte: stagni, mare, spiagge, campagne, monti sono totalmente inquinati. E i «compagni» giornalisti non apprezzano abbastanza Antonioni e Sironi se hanno costruito le loro ville in tutt'altra parte!
Le previsioni «incentivate» che si fanno sull'avvenire della Sardegna sono rosee ed esaltanti. Le masse lavoratrici, che intanto fanno la fame ed emigrano, sono pregate di avere pazienza: il miracolo si compirà, e con il petrolio in casa non ci sarà un solo sardo senza la quotidiana bistecca. E miracolo nel miracolo, la Sardegna diventerà importatrice di manodopera! Vedremo finalmente Americani, Inglesi, e Tedeschi venire non più come turisti ma come poveracci a piatire un posticcino di manovale nelle nostre petrolchimiche. E' ciò che fa balenare il dott. Alfonso Falsari, segretario generale della Camera di Commercio di Cagliari, già direttore dei servizi dell'assessorato regionale all'industria e commercio ed emerito venditore di fumo, il quale, nel 1955, scrive:

«…mentre in generale si prevede una migrazione di manodopera dal Mezzogiorno verso le regioni Centro-settentrionali d'Italia, la scarsa densità della popolazione isolana (appena 53 abitanti per kmq.) e la notevole dispersione dei centri abitati, per lo più modesti 334 comuni per 1.300.000 abitanti su oltre 24.000 kmq.) lasciano prevedere, nel corso della rinascita economica e sociale della Sardegna, una prevalente immigrazione di forze lavorative, controbilanciate tutt'al più, in piccola parte, da movimenti compensativi» («Sardegna Oggi» n. 33 del 1963).

4 - Fra gli scritti apologetici sulla nascita e sui magnifici destini del complesso petrolifero SARAS-ESSO, creatura del noto ras Gianmarco Moratti, questo pubblicato su una rivista socialista è fra i più dignitosi.

«Il complesso di Sarroch è sorto con una naturale collocazione geografica, che soddisfacesse esigenze economiche e commerciali di trasporto e di costo minimo. In effetti la ESSO ha scoperto or non è più molto dei ricchi giacimenti di petrolio a Marsa Brega in Libia. La vicinanza della Sardegna al Nord-Africa e soprattutto ai pozzi petroliferi costruiti dalle società americane sul Golfo Sirtico permettono di far diminuire il gravoso prezzo del trasporto del greggio, raffinandolo prima in un porto non lontano dal luogo di estrazione…
…il grande complesso industriale sardo… ha richiesto (nei primi 18 mesi di gestazione - nda) un investimento di 25 miliardi, di cui 7 presi a mutuo dal CIS. Questo credito aveva invero suscitato a suo tempo polemiche della sinistra estrema in seno al Consiglio regionale.
Ai socialproletari e ai comunisti era stato comunque risposto che il mutuo era ben al di sotto del massimo di 17 miliardi che il piano quinquennale prevedeva potersi concedere ad una Società di tal fatta…
I primi accordi per la costituzione della Società furono stipulati nel maggio del 1962… Poco dopo nel dicembre dello stesso anno, le autorità regionali decretano a favore della SARAS l'autorizzazione ad emettere azioni al portatore di L. 10.000 fino al raggiungimento del capitale sociale di 500 milioni. L'operazione era in relazione alla costruzione e alla messa in esercizio entro il 1964 di una raffineria di petrolio a Sarroch. La SARAS fu quindi rilevata da un noto industriale di Milano, il dott. Gianmarco Moratti. Egli ne è oggi l'amministratore unico e, secondo le sue consuetudini, effettua una politica commerciale esclusivamente su «lavorazioni per conto» così da eliminare eventuali rischi…
…ad ultimazione degli impianti l'impiego complessivo di capitali si aggirerà intorno ai 28 miliardi di lire. La capacità produttiva annua sarà di 5.200.000 tonnellate. Un pontile lungo circa due km. collega l'impianto al mare, con un terminale per la manovra d'attracco di grandi petroliere. Tutto l'insieme si estende su un'area di circa 140 ettari e si calcola che saranno 5-600 navi l'anno ad attraccare al porticciolo, per cui giungeranno a Sarroch sulle 15-20 mila persone l'anno.
La Società di Moratti, avvalendosi della pluriennale esperienza della ESSO, ha adottato i più moderni procedimenti di distillazione. I prodotti del ciclo saranno costituiti da benzina premium normale, virgin nafta, petrolio turbojet, gasolio, marine diesel, oli combustibili fluidi e densi, gas liquefatto, e tutti i prodotti intermedi della distillazione. Questi prodotti soddisferanno innanzitutto le richieste locali, che si prevede debbano avere un forte incremento una volta dato reale impulso allo sviluppo previsto nel piano economico regionale.
Diverse polemiche sono nate per via del timore che l'erigendo complesso industriale potesse inquinare le acque del golfo o viziare l'aria di elementi nocivi. In effetti i pericoli d'inquinamento sono reali ed hanno proprio per questo costituito l'argomento di particolari studi della SARAS. La Società ha così adottato particolari sistemi tecnici per il recupero e per la rilavorazione degli oli eventualmente caduti in mare o in terra. L'inquinamento dell'aria dovrebbe essere evitato; infatti, anziché usare sistemi tipo cralking, saranno adottati procedimenti hidrofining che produrranno solo idrogeno solforato che la raffineria, anziché lasciar disperdere, riutilizzerà come combustibile…» («Sardegna Oggi» n. 62 del 1965).

Due anni prima, quando ancora la pioggia di petrolio non aveva imbrattato tutta la stampa, la stessa rivista aveva fatto una ben diversa storia della nascita della SARAS e dell'arrivo di papà Moratti.

«Un antico proverbio cinese sferza gli uomini politici che dicono di andare a Sud e spingono il carro a Nord. In Sardegna la vocazione meridionalistica della classe che manovra il potere somiglia molto a quella dei politici cinesi, ai quali il proverbio si riferisce. Prova ne è che i maggiori benefici delle leggi che dispongono numerose provvidenze per sollecitare le iniziative industriali nell'Isola sono goduti dai monopoli, vecchi e nuovi, del triangolo industriale o dei paesi stranieri.
Capitalisti di notissima fama giungono in Sardegna camuffati da imberbi studentelli come è il caso di Moratti, grandissimo ras del petrolio, che dopo aver rastrellato miliardi in Sicilia, ripercorrendo la via dei pirati fenici e saraceni, ha approdato sulle nostre sponde.
La Società SARAS è stata costituita il 24 maggio 1962 da due praticanti notarili, il venticinquenne Massimo Clarkson, figlio di un appaltatore di dazi di Tortolì, e la ventiseienne Caterina Melis, nativa di Santa Teresa di Gallura. I due hanno avuto la mirabile iniziativa e lo straordinario ardimento di creare, nella sede del notaio Locci, una società che ha per oggetto la costruzione e l'esercizio di impianti petrolchimici, con un capitale iniziale di 1 milione, elevato immediatamente dopo a 500 milioni attraverso la legge regionale sull'anonimato azionario cui i nostri avevano chiesto l'applicazione… Sei mesi dopo, esattamente il 3 novembre 1962, l'impresa nominava amministratore unico niente di meno che Gianmarco Moratti. Naturalmente la Società rinvigorita da tanto amministratore era ora in condizioni di versare alla Banca Nazionale del Lavoro 50 milioni di cauzione per l'aumento del capitale azionario fino a 500 milioni. E subito dopo la Società inoltrava pratica al Credito Industriale Sardo per un finanziamento di oltre 30 miliardi per la costruzione e l'esercizio di una grande raffineria a Sarroch, con capacità effettiva di 5.200.000 tonnellate annue» («Sardegna Oggi» n. 32 del 1963).

A parte le avventurose operazioni attraverso le quali viene costituita la SARAS, si fanno pesanti critiche sulla ubicazione della mastodontica raffineria nel golfo di Cagliari, a pochi chilometri dalla città capoluogo e sulle prospettive di sviluppo economico conseguente all'impianto petrolchimico.
La Sardegna diventa logisticamente importante nel momento stesso in cui la Libia - come altri paesi produttori - rifiutano nelle loro terre le basi di servizio dell'imperialismo yankee. Non è un caso che Decimomannu diventi la più grande base aerea USA nel Mediterraneo dopo la cacciata degli yankee dalla Libia e lo smantellamento della loro base di Weelus Field. Stessa politica antimperialista si sviluppa in altri paesi produttori di petrolio nel Medio-Oriente. Ne consegue che la Sardegna dovrà sopperire, almeno per la raffinatura e la distribuzione, alle aree di servizio diventate «indesiderate» e quindi insicure, altrove.
La quantità di greggio da lavorare nella sola SARAS è considerevole: quasi due petroliere al giorno arriveranno al «porticciolo» nel golfo di Cagliari, davanti agli stabilimenti che distilleranno 5.200.000 tonnellate di greggio all'anno. E' ridicolo sostenere che «questi prodotti soddisferanno innanzitutto le richieste locali» - neppure se tutti i pastori delle Barbagie fossero dotati di aereo personale potrebbero mai consumare la metà del carburante ottenuti dalla SARAS. In verità, la SARAS è sorta in funzione del fabbisogno energetico dell'Europa industriale: la Sardegna non sarà mai grande consumatrice perché il suo ruolo è quello di sostituirsi alla Libia e al Medio-Oriente nel ruolo di colonia, come area di servizio. Buona parte dei macchinari degli impianti della SARAS - probabilmente fatti passare come nuovi - sono, appunto, residuati del Medio-Oriente; in parte - pare - rimossi da Israele perché danneggiavano la sua agricoltura modello. Vedremo poi come, annidato nel legname d'imballaggio dei macchinari residuati, sia stato introdotto nell'Isola, con la peste petrolchimica, il Phoracantha semipunctata, il terribile parassita dell'eucalipto, che attualmente minaccia di distruggere l'intero patrimonio boschivo delle nostre pianure.
La Società SARAS - è stato scritto - conscia dei pericoli di inquinamento che la presenza di impianti del genere avrebbe certamente prodotto nell'ambiente, si è preventivamente data da fare per evitarlo. Come? Sostituendo al procedimento cralking quello hidrofining che produrrà inquinamento a base di idrogeno solforato che verrà riutilizzato come combustibile; e per quel che riguarda l'inquinamento del mare, se mai per disgrazia, come suole accadere spesso, qualche petroliera dovesse sfasciarsi o dovesse disperdere o gettare in mare qualche migliaio di tonnellate di petrolio, di olio e affini, Moratti assicura che neppure una goccia del prezioso elemento andrebbe perso, perché sono stati adottati «particolari sistemi tecnici per il recupero e per la lavorazione degli oli eventualmente caduti in mare o in terra».
A discorsi del genere non si può che rispondere chiaro e tondo che si tratta di una presa per i fondelli. Abbiamo avuto in tutti questi anni tragiche esperienze di petroliere che, sia per incidenti che per criminose irresponsabilità, hanno inquinato e degradato il nostro mare, riempito di catrame le nostre spiagge, distrutto il nostro patrimonio ittico - e nessun Moratti aveva il diritto di farlo. Il discorso da imbonitore che i petrolieri mettono in bocca ai loro servitorelli della stampa è questo: le sostanze inquinanti verranno riacchiappate dagli esperti della SARAS; riutilizzate nel ciclo di lavorazione e fatte «rifruttare» all'infinito. Ma allora, perché non creare industrie - le incentivazioni non mancano - per la utilizzazione delle sostanze inquinanti già in circolazione nel globo terracqueo? Avremmo risolto soddisfacentemente, e con l'incremento della occupazione della manodopera, il problema ecologico che tanto assilla i salotti del sistema!

Sulla proliferazione delle «società fasulle», create coi miliardi della «rinascita» sottratte al popolo, abbiamo una allucinante elencazione.
«Ci sembra grave responsabilità politica quella dei dirigenti sardi che invece di applicare le leggi che negano al concessione di finanziamenti ai complessi monopolistici, fingono di non riconoscere chi si presenta sotto la maschera delle società fittizie e di comodo… Non solo l'onnipotente Moratti ha ricorso agli artifizi. La Società Italiana Resine (SIR), filiazione della GULF-OIL Corporation di Pittsburgh, ha creato in Sardegna ben 9 società (vedremo più avanti che sono molte di più - nda) che hanno per oggetto la messa in esercizio di impianti petrolchimici a Porto Torres. Le 9 società hanno tutte sede amministrativa in via Mannu 55 a Sassari e direzione amministrativa in via Graziani 35 a Milano.
In Sardegna sono state costituite tutte quante dall'ing. Nino Rovelli, nella sua duplice qualità di consigliere delegato della Società Italiana Resine e della SALCIM di Milano. Ognuna si è rivolta al Credito Industriale Sardo per avere finanziamenti che variano da 1 miliardo e mezzo a 4 miliardi e 900 milioni. Ecco dunque un altro esempio di monopolio che cerca di nutrire con il denaro dei sardi la sua figliolata…
Sempre a Cagliari, in via Tempio 24, hanno sede in un ufficio ben 4 società che hanno per oggetto la produzione tessile e che hanno chiesto ed ottenuto dall'assessorato all'industria l'autorizzazione ad emettere un milione e mezzo di azioni al portatore di £. 1.000. Le 4 società ubicate nello stesso ufficio sono la Marfili, la Phalora, la Ermion e la Ites; quest'ultima si è limitata a chiedere l'autorizzazione per 150 mila azioni da £. 1.000. Ma i finanziamenti regionali non bastano per le «quattro sorelle»: esse pare abbiano richiesto, seguendo l'esempio della Società COMIS che ha sede nello stesso ufficio di via Tempio 24, un finanziamento da parte della Comunità Economica Europea con l'appoggio di un'alta personalità isolana.
Altri casi di filiazione monopolistica sono la Società IMPA - Industrie Materie Plastiche - formata dalla IMEL Sarda, dalla Polisport e da altri operatori. L'amministratore delegato è il funzionario della Montecatini dott. Guido Annibeletti.
Ancora a Cagliari, in viale Regina Margherita 79, vi sono 6 società di navigazione, nella cui costituzione figurano a rotazione uno studente di Monserrato, un impiegato di Genova… e un commercialista pure genovese… Ma nel settore delle Società di navigazione il traffico con le società anonime è in genere di piccolo cabotaggio, non investe problemi politici come quelli inerenti la penetrazione della Montecatini, di Moratti e della GULF-OIL che rastrellano miliardi regionali a iosa, senza inserirsi nel processo di sviluppo dell'Isola…
A Cagliari si costituiscono una decina di società al giorno: questo ritmo va avanti da alcuni anni. A rigore di logica in Sardegna non dovrebbe esserci un operaio disoccupato, anzi, dovrebbero avverarsi le previsioni del dott. Falsari d'importazione di manodopera dall'estero. Ma la triste realtà è che a Cagliari non c'è un solo stabilimento che abbia più di un centinaio di operai in occupazione stabile; le aziende serie, consistenti dal punto di vista dell'assorbimento della manodopera, ancora sono da nascere e a quanto pare nasceranno il giorno di San Giammai. E' naturale, allora, chiedersi perché si costituiscono tante società con programmi megalomani che poi non vengono realizzati, perché è nata la professione di «costitutore di società», adatta ai giovani nullatenenti e a professionisti dritti…
La Marfili è stata fondata dai professionisti Aldo Artieri, calabrese, e Antonio Aresti, di San Gavino. Il primo figura nell'atto di costituzione detentore di 900 azioni da 100 lire e il secondo di 100 azioni dello stesso valore. L'atto costitutivo è avvenuto a Guspini davanti al notaio Falchi, il 27 marzo 1963. La Società ha nominato amministratore unico Emilio Giletti, di Trivero, residente a Torino, il quale figura come promotore e detentore delle quote di capitale nella richiesta di mutuo presentata al Credito Industriale Sardo per la somma di 2 miliardi e 800 milioni su un investimento di 4 miliardi e 300 milioni.
Gli stessi due fondatori della Marfili figurano come costitutori della Ermion, fondata sempre a Guspini davanti allo stesso notaio Falchi, due giorni prima dell'altra, e cioè il 25 marzo 1963. Cambia invece l'amministratore unico, che è Fausto Beretta, di Nova Milanese, il quale ha firmato la richiesta di mutuo al CIS per 4 miliardi e 200 milioni su un investimento di 6 miliardi.
Sempre Artieri e Aresti hanno costituito infine, davanti al notaio Saba di Cagliari, la Società Beretta di Nova Milanese…
Non si è ancora giunti al punto di leggere annunci economici con la richiesta: «Cercasi sardi per fondare società». Infatti per chi voglia avere finanziamenti dagli Enti regionali sardi oltre i limiti delle leggi vigenti, per chi voglia costituire società senza assumere manodopera, per chi voglia godere esenzioni fiscali, non vi è via migliore che trovarsi un sardo disposto a costituire una società che di sardo ha solo la persona che la costituisce e che subito dopo scompare.
Le leggi italiane prevedono numerose esenzioni fiscali per le imprese operanti nelle regioni sottosviluppate e grandi benefici sono previsti per quanto riguarda l'IGE sull'import-export e le tasse doganali. Per i macchinari che entrano in Sardegna vi è l'esenzione doganale completa. Il commercio di impianti, impianti che già hanno avuto il contributo e per sviluppare i quali il nuovo acquirente chiede nuovi contributi, per poi rivenderseli e così via all'infinito, senza l'assunzione stabile di un solo operaio, è lo scopo principale delle alchimie con le quali si costituiscono società che non fanno certo progredire la Sardegna…» («Sardegna Oggi» n. 32 e 33 del 1963)..

Il caso certamente più clamoroso resta quello della SIR (Società Italiana Resine), creatura di Rovelli, insediatasi nel Nord dell'Isola, a Porto Torres.

«Per beneficiare dei contributi che spettano alle piccole e medie industrie, Rovelli ha creato 55 (cinquantacinque) società ognuna delle quali ha investimenti non superiori ai 6 miliardi di lire (oltre questo limite si avrebbe la qualifica di «grande industria»). Ciò ha consentito di frantumare la somma complessiva degli investimenti che attualmente (al 1969) ammonta a 400 miliardi di lire. L'Ente Regionale concede poi alla SIR ulteriori contributi per 2 miliardi e mezzo e l'IMI (Istituto Mobiliare Italiano), grazie ad accordi bilanci e valutazioni tecniche lusinghiere, assicura mutui agevolati per circa 100 miliardi. Tutto questo è da aggiungere ai mutui privilegiati (4% di interesse) del CIS e delle Sezioni di Credito Industriale della Banca Nazionale del Lavoro, Banco di Napoli, Banco di Sardegna del pari autorizzate ai finanziamenti agevolati per il Mezzogiorno, che attribuiscono un credito di esercizio di varie decine di miliardi. Facendo l'ardua somma dei contributi a fondo perduto (circa il 30% del costo denunciato) e dei crediti agevolati si può calcolare che la SIR ottiene un ammontare complessivo pari al 120% delle spese di mantenimento previste: la costruzione degli impianti è significativa, procede alla vertiginosa velocità di 5 miliardi al mese con un investimento di 100 milioni per addetto. Questo significa che l'audace iniziativa imprenditoriale di Rovelli è esentata dal sopportare, in questa fase, i costi dei materiali (somme pagate ad altre imprese), i costi di fabbricazione, le spese ingenti delle quote di ammortamento per la manutenzione degli impianti…» («Quaderni Piacentini» n. 39 del novembre 1969).

6 - Il processo di industrializzazione della Sardegna si concreta coi «poli di sviluppo»: una trovata di quelle teste d'uovo computerizzate dal capitalismo per mettere a punto le varie programmazioni di sfruttamento intensivo delle masse lavoratrici. I poli di sviluppo, nei discorsi dei politici, in quanto aree di industrializzazione intensiva sarebbero elementi propulsori di successive crescite ed espansioni industriali; in pratica hanno determinato forti squilibri con l'abbandono e il totale depauperamento delle aree escluse, e costituiscono le classiche «cattedrali nel deserto». In Sardegna - il gioco è ormai scoperto - l'obiettivo principale della strategia dei poli di sviluppo si realizza esclusivamente nell'insediamento dei monopoli petrolchimici.

«Infatti, all'interno della programmazione economica nazionale si prevedevano specifici programmi di promozione pubblica per il settore chimico e l'internazionalizzazione del nostro sistema industriale. (Nel 1980, secondo generali previsioni, circa il 75% dei consumi interni sarà rappresentato dal petrolio). Vediamo così convergere in Sardegna, nello spazio di una decina d'anni, la volontà colonizzatrice di tre grossi settori: quello pubblico (ENI, per ora in sordina con la sua quota di capitali nella SARAS, ma pare con colossali progetti per il futuro programma… prevede per i prossimi 2 anni un aumento di 15 milioni di tonnellate); quello privato (Moratti, mecenate proprietario della SARAS e dell'Inter, futuro proprietario del quotidiano «l'Unione Sarda» e del Cagliari; Rovelli, proprietario della SIR e del giornale «La Nuova Sardegna» e vice presidente della Rumianca, democristiano di sinistra con simpatie nenniane, della corrente Pirelli nella Confindustria); il capitale straniero (per ora solo la ESSO-Standart, proprietaria del 50% della SARAS, presente in coerenza con un preciso progetto di divisione del lavoro a livello internazionale, di attribuzione concordata di mercati, di attuazione di un processo produttivo complessivo» («Quaderni Piacentini» n. 39 del novembre 1969).

Rappresentato dai due ras Moratti e Rovelli, il capitale petrolifero si insedia nell'Isola occupando i rispettivi poli di sviluppo di Cagliari (SARAS) e di Sassari-Porto Torres (SIR). Una densa e appiccicosa colata di catrame piove sulla Sardegna penetrando in ogni dove, contaminando perfino quelle istituzioni del sistema che passano per «i fortilizi della democrazia». I politici che si alternano nella gestione del potere regionale dimostrano di essere fra i più sensibili alla «droga» del petrolio. C'è già chi ha raccolto impressionanti documentazioni sulla follia del petrolio che ha colpito degenerandola, la classe dirigente isolana.
A Sassari, Rovelli acquista il quotidiano La Nuova Sardegna. A Cagliari, Moratti promuove l'acquisto del quotidiano L'Unione Sarda (che ben presto passerà in altre mani. Sono le due uniche fonti di informazione quotidiana, ambedue voci del padrone: la prima, della borghesia compradora, con sfumature laicistiche e che lasciava ai redattori un certo margine di dissenso; il secondo, della borghesia imprenditoriale continentale insediatasi nell'Isola ai tempi pionieristici della colonizzazione. Ora rappresentano ambedue la voce dei petrolieri.
Al di là dei «poli di sviluppo», delle due mastodontiche cattedrali, c'è la Sardegna che sta diventando sempre più un deserto, dopo lo spopolamento delle sue campagne e dei suoi paesi. Miseria, carestie, epidemie attanagliano e prostrano i rimasti, dopo l'esodo che ha visto partire mezzo milione di lavoratori.
E' una situazione esplosiva, ma la degradazione prodotta dal colonialismo non consente al popolo di esprimere la sua rabbia in forme di lotta organizzata.
I partiti operai, dal canto loro, impegnati nella funzione di organizzare nuovi quadri proletari nelle industrie e di mostrare il proprio peso al padrone petroliere (perché ne tenga conto nel bilancio della gestione del potere), non si curano o non sono capaci di fare propri i fermenti popolari e di portare avanti lotte vincenti.
Comincia così a delinearsi un movimento separatista, promosso da sardisti dissidenti, da ex comunisti e da socialisti. Nel '65, in primavera, Michele Columbu, sardista iscritto nelle liste elettorali del PCI, raccoglie i malumori dei pastori. Organizza una «marcia su Cagliari» per portare a conoscenza dell'opinione pubblica, e in particolare della classe dirigente regionale, la situazione insostenibile in cui versa il settore dell'allevamento. Forte dei 50 pastori che lo seguono nella marcia, il prof. Columbu dichiara alla stampa:

«…per ora mi limito a protestare contro la Sardegna autonoma, contro gli assessori, contro l'immenso monte di carta che si chiama piano di rinascita, contro il castello della Regione, presso la cementeria di Cagliari, contro il suo esercito di impiegati formica intensamente occupati per la firma la data il bollo a norma di centinaia di leggi e secondo l'articolo e il capoverso e la modifica successiva…» «Sardegna Oggi» n. 72 del 1965.

Finita la manifestazione di protesta, i pastori ritornano - a piedi, come sono venuti - ai loro paesi di provenienza. Il prof. Columbu invece resta a Cagliari. Entra alla Regione; si siede sull'«immenso monte di carta». Il posto è caldo soffice: vi resta come esperto di programmazione…
Moratti - come tutti i grandi colonizzatori - conosce l'arte di far felici i peones. Acquista il Cagliari e, Riva in testa, in quattro e quattr'otto mette su una squadra da scudetto. I giornali petroliferi scriveranno che «il popolo sardo assurge a nuova dignità» e che in virtù della sua grande squadra calcistica e di Gigi Riva, massimo cannoniere nazionale, la Sardegna è conosciuta e stimata in tutto il mondo. Un'ondata di entusiasmo tifoideo esplode in tutta l'Isola. I braccianti agricoli e i pastori zappano e seguono le pecore con la radiolina appesa al collo, in ansia per i risultati delle partite domenicali. Perfino i «banditi» del Supramonte, attenti alle vicende del pallone, rallentano le loro attività - e non mancano sociologi che hanno elaborato statistiche e tratto considerazioni «sul confortante fenomeno». Perfino i baschi blu e i poliziotti addetti alla repressione barbaricina, durante i loro diuturni pattugliamenti, dimenticano la caccia al latitante per seguire con più attenzione nel transistor le notizie sulle strepitose vittorie del Cagliari - e come è noto, uno di essi, nell'euforia per un ennesimo goal di Riva, ha fatto partire una salve di pistolettate e ha «malauguratamente» ammazzato una ragazza che stava nei pressi con il fidanzato.
Lo scudetto arriva nel 1970 - un anno che resta carico di tensioni, nonostante il massiccio impiego da parte del sistema di droghe a base tranquillante, cui, se non bastano, aggiunge le manganellate della polizia, gli arresti e le esecuzioni sommarie di pastori.
Allo scudetto si unisce, per dare più lustro all'Isola e per santificare l'invasione petrolifera, la visita di Paolo VI. La Sardegna, opportunamente confezionata con saporosi ingredienti, l'Aga Kan della Costa Smeralda, le raffinerie che forniscono all'Europa il 40 per cento dell'intera produzione nazionale, il prestigioso sinistro di Gigi, l'ex presidente Segni, Mesina con un pizzico di guerriglia separatista, è diventata sul mercato del sistema un prodotto già confezionato il tocco civettuolo del fiocchetto riccioluto.
Per sensazionalizzare l'avvenimento si farà rilevare che Paolo è il primo papa che mette piede nell'Isola - e invece bisognava dire come mai ci fossero voluti quasi duemila anni di «penitenza» da parte del popolo, la calata redentrice dei messia Moratti e Rovelli e l'assunzione sacralizzante di Riva per smuovere dal trono pontificio le decrepite membra.

Sull'onda emotiva suscitata col montaggio di una accusa di oltraggio e violenza al buon papa, la polizia non si lascia sfuggire l'occasione per mettersi in mostra.
«Ci sono tutti gli ingredienti per organizzare una gigantesca repressione (peccato che a Cagliari non ci siano pastori ma soltanto qualche decina di giovani contestatori!): c'è il papa e la straordinarietà della sua visita in quella colonia che si chiama Sardegna; c'è la mobilitazione politico-religiosa della povera gente che sublima la sua millenaria ansia di riscatto civile nel sogno di una giustizia ultraterrena; c'è la convulsa corsa dei partiti per occupare il posto in prima fila sul palco delle autorità, plaudenti tutti alla "sensibilità pontificia per le plebi diseredate"; c'è il Vaticano impegnato a mistificare la sua natura capitalista facendosi passare per istituzione umanitaria, mandando il "Pastore tra i pastori" a riportare, dopo duemila anni di sfruttamento, di forche e di galere, "la lieta novella della redenzione umana"; ci sono gli operatori economici della civiltà dei consumi, specialisti nel trasformare "fatti emozionali" in moneta corrente; e ci sono infine tre anarchici con le loro idee, una tenda e un cartello chiaro, pulito, pacifico: "Il papa vive tra i tesori del Vaticano - Il popolo in case cadenti a Sant'Elia"; e mille e più "tutori dell'ordine" ci sono, mobilitati per garantire il "consenso plebiscitario" delle masse allo spettacolo minuziosamente preparato. Nel contesto dello spettacolo, i tre giovani "protestanti" sono una nota stonata. Bisogna sopprimerla. Ma il sistema si è dato una faccia democratica - prevede il diritto alla pernacchia, ha scritto una rivista sarda - e questa faccia deve salvarla. Sarà sufficiente provocare i "protestanti" con qualche colpetto di catena in faccia; se i colpetti non se li lasciano dare, il gioco è fatto: "violenza, resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale"…» «L'Astrolabio» settimanale - n. 40 del 1970.

7 - Parlando di consorterie di ladroni, i Sardi citano quelli di Pisa, famosi per il loro «bisticciare di giorno e rubare insieme di notte». La stessa cosa continuano a fare i moderni capitalisti.
Nel febbraio 1969, la stampa annuncia l'apertura delle ostilità tra i massimi del petrolio con questo titolone: «Scoppia tra Rovelli e Moratti la guerra dei poli industriali - la SIR appoggiata dai turchi (corrente DC sassarese) si installa a Cagliari di fronte alla SARAS mentre salta un faticoso accordo tra i due boss milanesi per la produzione degli aromatici» «Sassari Sera» del 15.2.1969.
A lato di ciascuno dei due petrolieri, scendono in campo, l'un contro l'altro armati, politici, finanzieri, programmatori e mestatori vari.
«Per comprendere i contrasti e i diversi indirizzi di politica industriale perseguiti negli ultimi mesi dal gruppo Moratti (SARAS) e dal gruppo Rovelli (SIR) occorre tener presente la lotta di potere esistente in seno agli amministratori regionali e precisamente fra uomini politici di Sassari e di Cagliari e, in posizione separata, di Nuoro» - apre così l'editoriale «Sassari Sera» del 15.2.1969.
Fra i tre gruppi di potere politico DC di Sassari, Cagliari e Nuoro - rappresentati nell'ordine dall'on. Paolo Dettori, dei giovani turchi, dall'on. Efisio Corrias, della nuova sinistra e dall'on. Giovanni del Rio, presidente della giunta regionale - si inseriscono i due principali centri di potere decisionale in materia di finanziamenti: il CIS, presieduto da Raffaele Garzia, che sostiene il gruppo politico di Cagliari; il Centro Regionale di programmazione, diretto da Gerolamo Colavitti, che sostiene il gruppo politico Sassari.
A questo duplice schieramento si aggiungono gli «abissini», i dc oristanesi dell'on. Lucio Abis, assessore alla rinascita, e i «nuoresi» su posizioni sfumate e diversificate «di sinistra», culminanti in Roich, promotore della «repubblica conciliare sarda». I primi, gli «abissini» oristanesi, giocano al rialzo tra Cagliari e Sassari agitando il ricatto della quarta provincia oristanese, che Cagliari non vuole perché perderebbe un serbatoio di voti che Sassari vuole perché indebolirebbe la città antagonista e la fazione rivale.

Alle spalle delle diverse posizioni politiche,
«vi sono i due gruppi economici più potenti dell'Isola: la SARAS e la SIR. La raffineria della SARAS venne costruita da Moratti su invito e sollecitazione del gruppo di Cagliari tramite il presidente del Credito Industriale Sardo Garzia. La raffineria, una delle più moderne ed importanti d'Europa, aveva fatto fare un balzo in avanti ai politici di Cagliari. Cosa questa che non era stata vista favorevolmente dal gruppo di Sassari, da quello di Nuoro e da quello di Oristano, che, per il suo silenzio, aveva voluto l'inizio della battaglia politica, a livello regionale e nazionale, per la costituzione della quarta provincia. In risposta alla SARAS, i sassaresi (Centro di programmazione) sostennero l'insediamento a Porto Torres degli stabilimenti petrolchimici della SIR di Rovelli. Mentre la SARAS procedeva all'ampliamento e al raddoppio della raffineria, aiutato e sostenuto dal CIS e dal gruppo politico di Cagliari, Rovelli - dopo l'insediamento dell'on. Pietro Soddu (sassarese e legato ai giovani turchi) all'assessorato all'industria - iniziava la sua scalata acquistando il quotidiano di Sassari «La Nuova Sardegna» - uno dei due giornali di informazione della Sardegna - Moratti iniziò le trattative con la famiglia Sorcinelli proprietaria dell'Unione Sarda, il quotidiano di Cagliari - trattative ancora non concluse per l'alto prezzo richiesto dai Sorcinelli - Rovelli raddoppiò gli impianti della SIR con la costituzione di un congruo numero di società subalterne per la lavorazione dei sottoprodotti del petrolio. A sua volta Moratti iniziava la distribuzione con punti di vendita nel Cagliaritano e nell'Oristanese della benzina SARAS.
L'on. Soddu (sassarese) all'assessorato all'industria e la sostituzione dell'on. Corrias (cagliaritano) con l'on. Del Rio (nuorese) alla presidenza della giunta regionale, ha portato alla concessione a Rovelli di permessi di ricerche petrolifere nelle acque di Sarroch, proprio di fronte alla raffineria di Moratti, mentre dal canto suo Rovelli iniziava l'azione che doveva portarlo a controllare, con il 51% delle azioni e la nomina a vice presidente, la Rumianca, il cui stabilimento sorge a pochi chilometri da Cagliari per la produzione di sottoprodotti del petrolio.
La scalata di Rovelli doveva proseguire con la costruzione di uno stabilimento a valle della raffineria della SARAS per la lavorazione dei sottoprodotti del petrolio dello stabilimento di Moratti e per la fabbrica di prodotti aromatici. Nell'accordo che doveva concludersi tra Moratti e Rovelli si è però inserita l'ENI che, segretamente, ha raggiunto un accordo con Moratti per la costruzione dello stabilimento per gli aromatici, che sarà costruito dall'ANIC.
Rovelli, dal canto suo, ha in fase di avanzata progettazione la costruzione di uno stabilimento per la lavorazione di filati in territorio di Ottana, che prevede una spesa di 50 miliardi e lavoro per 500 unità lavorative. Inoltre ha in progetto la costruzione di un metanodotto che, attraversando la Sardegna, passando per Oristano e Macomer, fornirebbe alle popolazioni il metano prodotto dai suoi stabilimenti di Porto Torres.
Contro questo progetto, appoggiato dai politici di Sassari e dal Centro di programmazione, vi è stata la risposta del gruppo dirigente regionale (Del Rio e Abis) che vorrebbero che a costruire il metanodotto fosse Moratti con la Finsider». In «Sassari Sera» del 15.2.1969.

A distanza di un mese, la stessa Rivista riporta nuove notizie sulla guerra tra i boss del petrolio per la utilizzazione e lo sfruttamento in esclusiva dell'Isola. Moratti, con la protezione dell'ENI (dopo che i rapporti tra lui e la ESSO si sono logorati) sbarca di nuovo in Sardegna con un accordo tra SARAS e ANIC (società del gruppo ENI) per la realizzazione nell'Isola di un importante complesso industriale per la produzione di aromatici.
«Sassari Sera», nel dare notizia della operazione, traccia una biografia del big Moratti.
«Chi è Moratti, anzi il cavaliere del lavoro Angelo Moratti, (noto Giammarco)? Il nostro giornale si è dovuto spesso occupare di lui, sia quando ha ottenuto finanziamenti di favore e contributi a fondo perduto dalla Cassa per il Mezzogiorno, dal CIS, dalla Regione per costruire a Sarroch la nota raffineria (SARAS), sia due anni fa quando fece il «colpo» di acquistare 150 milioni di azioni della Spa Cagliari, attraverso il direttore amministrativo della SARAS, diventando così, di fatto e contemporaneamente, padrone di due Società di calcio, l'Inter e il Cagliari, in completo dispregio delle leggi sportive e degli Statuti delle Spa calcistiche.
Siamo in grado di dare qualche altra notizia sui precedenti del nostro, prima cioè che sbarcasse in Sardegna. La fortuna di Moratti pare sia iniziata nel dopoguerra, quando egli commerciava in grande stile in olii minerali. Un giorno, stando ai si dice, egli acquista una vecchia raffineria nel Texas, la fa smontare, la porta in Sicilia ad Augusta, dove avrebbe come soci il Falck delle acciaierie e un personaggio misterioso, pezzo grosso di una delle maggiori Società petrolifere, note per l'appunto come le sette sorelle.
Nasce, con i relativi incentivi, ottenuti grazie all'aiuto non disinteressato di un personaggio politico siciliano, ovviamente democristiano, la raffineria della RASIOM. Viene presto raddoppiata, sempre con macchinari superati, riverniciati a Trieste. Piovono naturalmente altri finanziamenti. Poi rivende tutto alla ESSO, una delle sette sorelle: l'operazione non è in perdita; ci scappano, anzi, parecchi miliardi di utili. Naturalmente, dopo poco tempo, la ESSO deve rinnovare tutti gli impianti, stavolta con criteri più consoni alla tecnologia più avanzata. Ma Moratti il suo affare l'ha condotto in porto ed è pronto ad altre imprese. Attraversa lo stretto di Messina, è in Calabria; ma non vi trova né spazio, né finanziamenti: tra l'altro non vi esiste la Regione.
Poi, un certo giorno, guarda la carta geografica, scopre al centro del Mediterraneo un'altra grossa Isola chiamata Sardegna; per di più viene informato che anche lì c'è la Regione autonoma, che dispensa contributi e mutui di favore. Sbarca, si informa, conosce i bigs della politica regionale, si presenta con l'aureola non solo di grande uomo d'affari ma di abile presidente della più famosa Società di calcio del momento, l'Internazionale di Milano. Di lui si sa che dove mette le mani, trasforma in oro lucente anche i più vecchi bidoni. Viene prescelta una ridente zona panoramica e turistica vicino a Cagliari, per far sorgere la SARAS, raffineria di Sarroch.
Si fanno studi ad hoc per debellare le resistenze dei più, che non vogliono rovinare con il petrolio una zona destinata a grande sviluppo turistico, per di più distante pochi km. dalla città: gli studi, naturalmente, confermano che le correnti porteranno al largo i residui del petrolio. Poi in realtà, molto spesso, le ridenti spiagge di Santa Margherita e di Nora sono insozzate dalle macchie di petrolio e dagli scarichi delle petroliere al servizio di Moratti.
Sorge dunque la raffineria, con decine di miliardi di finanziamenti a basso tasso d'interesse e miliardi di contributi a fondo perduto; oltre l'80 per cento degli investimenti dichiarati è costituito da pubblico denaro, tanto più che egli avrebbe ottenuto la fideiussione, sia pure sulla parola, dello stesso personaggio che gli era stato vicino in Sicilia. Buona parte dei liquidi del CIS servirà pertanto ad acquistare petrolio.
L'occupazione della raffineria è scarsa: meno di 400 unità; oltre 100 milioni (altri calcoli giungono 150 milioni - nda) di denaro pubblico per 1 solo posto di lavoro. Il «regime» sindacale della SARAS è subito nello stile del ventennio: la CGIL per anni ne è tenuta lontana, con intimidazioni e pressioni sui lavoratori, ma all'improvviso scoppia la guerra di Suez; si chiude il canale, la raffineria è in crisi; Moratti tenta l'operazione vendita alla ESSO, come in Sicilia: ma la ESSO fa cadere l'opzione sulla SARAS, benché nei suoi uffici romani, in un grande quadro, la SARAS figurasse già tra i suoi impianti. Il cav. Moratti è in gravi difficoltà; ma non si perde d'animo: egli è un vecchio navigatore, almeno tra gli affari; pensa di agire su due fronti.
E' necessario apparire ai Sardi come «salvatore della patria», anche per far dimenticare che i miliardi che ha preso dalla Rinascita sono serviti a creare pochi posti di lavoro mal retribuiti; siamo nell'estate del 1967: c'è la Società del Cagliari che rischia di dover vendere alla Juventus il suo miglior pezzo, l'ala sinistra Riva, orgoglio dei tifosi; prende due piccioni con una fava: come presidente dell'Inter deve impedire il rafforzamento della grande rivale; come petroliere deve aumentare il suo peso in Sardegna. Operazione fatta: con 140 milioni sborsati in un unico assegno il direttore amministrativo della SARAS diventa padrone della Società del Cagliari.
Poi scoppia lo scandalo; l'operazione diventa un boomerang, ma nel frattempo Regione e CIS devono tenere conto che egli è il padrone del vapore. I finanziamenti per il raddoppio della SARAS vengono assicurati dal CIS; la Regione si mostra più prudente, perché lo scandalo del Cagliari è sulla bocca di tutti. Ma anche a Roma occorre trovare un sostituto alla ESSO che pare voglia mollarlo. Ecco: c'è la SNAM, una Società affiliata all'ENI che gli consiglia non il raddoppio puro e semplice, ma la creazione di impianti necessari al miglioramento del raffinato. Ma di raddoppio in verità si tratta. Quanti sono i miliardi ottenuti? Trenta? Quaranta? Quel che è certo è che ne occorrono molto meno.
Ma c'è da chiedersi: come mai Moratti, noto amico dei neofascisti (l'on. Servello dell'MSI è vice presidente dell'Inter con Moratti presidente) può entrare in contatto con l'ENI, già diretto da un famoso capo partigiano democristiano, l'on. Enrico Mattei? Intanto Mattei è morto, e poi al ministero dell'industria c'è un certo Andreotti, eterno ministro e non proprio di sinistra; e non basta: dentro la SNAM vi sono parecchi rampolli del vecchio regime, che sono in buona dimestichezza con l'on. Servello.
Ma quando sembra procedere per il meglio ecco altre grane per il nostro Cavaliere (del lavoro). L'operazione calcistica (acquisto delle azioni del Cagliari) gli ricade addosso… l'Inter, la Società che ha reso famoso Moratti in tutta l'Italia, è in crisi… La ESSO, come abbiamo visto ha mollato l'opzione sulla SARAS; nascono come estremo rimedio i rifornitori SARAS un po' dappertutto in Sardegna, per cercare di smerciare la massima quantità di prodotto raffinato. Dal ministero competente non viene consentito il raddoppio degli impianti, almeno a questo titolo; la stessa Regione (l'assessore Tocco del PSI non c'è più) tergiversa nella concessione dei contributi a fondo perduto; ma nel frattempo è stato stipulato l'accordo tra Moratti e la SNAM (leggi ENI). Che fare? Occorre trovare altre vie di uscita.
La prima è questa: la ESSO ha migliorato i suoi rapporti con l'ENI, dopo la morte di Mattei; perciò può accaparrarsi i petroli della Libia e costruire a La Spezia la sua raffineria. E chi si occuperà dei trasporti? Diavolo! il vecchio amico cavaliere del lavoro Angelo Moratti, che acquista le petroliere e ottiene l'esclusiva sui trasporti: e non in perdita, naturalmente!
Che la raffineria della ESSO entri in concorrenza con il metano prodotto dall'ENI, poco male; l'importante è consolidare i nuovi rapporti amichevoli tra l'Ente di Stato, nato per combattere contro il monopolio del petrolio, e una delle «sette sorelle» che il monopolio detengono. La salma di Matteri è sotto terra e non dà più fastidio, al massimo gli si dedica qualche discorso nell'anniversario della morte. E ancora: non si autorizza il raddoppio della SARAS? si lesinano i finanziamento? si negano i contributi? Ecco l'ENI correre in aiuto di Moratti: non solo di raffinerie si tratta, ma di programmi più ambiziosi e completi. L'ANIC (leggi ENI) e la SARAS costituiscono una Società per costruire impianti anche per la produzione di aromatici, sottoprodotti del petrolio. Chi può più opporsi mentre alto si leva il canto di vittoria dell'Unione Sarda?» In «Sassari Sera» del 15.3.1969.

Alla fine del '69, mentre la DC indigena è in bagarre piena, cala in Sardegna la Montedison. Prima operazione: l'acquisto del quotidiano di Cagliari «L'Unione Sarda».
«L'industriale Monti (zucchero e petrolio) ha agito per conto della Montedison, che ha in corso in Sardegna due grosse operazioni: liberarsi delle miniere che gestisce sotto l'etichetta Monteponi - Montevecchio, addossandone gran parte della passività alla Regione attraverso l'Ente minerario; ottenere finanziamenti di favore e contributi a fondo perduto per investimenti di oltre 600 miliardi per impianti di base nel settore petrolchimico. Al petroliere del Nord proprietario de «La Nuova Sardegna», si aggiunge il nuovo trust al Sud (dove già è presente la SARAS di Moratti - nda) che diventa proprietario dell'Unione Sarda. Il gioco è fatto; il cerchio si chiude. Affoghiamo nel petrolio e con noi la libertà di stampa dell'intera regione… La giunta dimissionaria Del Rio, con tutti gli assessori in fila e con la schiena ben curva, rende omaggio e plaude ai nuovi padroni della Regione e della stampa isolana» In «Sassari Sera» del 15.12.1969.

Alla nuova ondata petrolifera fanno eco «confortanti» notizie: le banche finanziano i partiti in Sardegna con i fondi destinati al Piano di Rinascita; il bilancio per il 1970 della Regione autonoma (?) indica una forte diminuzione dei posti di lavoro e un forte aumento della emigrazione; la SFIRS (Società Finanziaria Industriale per la Rinascita della Sardegna), violando i compiti istituzionali, spendendo decine di miliardi per salvare dal fallimento imprese industriali truffaldine, nate soltanto per arraffare i contributi, si ritrova con 10 miliardi di deficit e chiede un «fondo regionale» di 15-20 miliardi da continuare a regalare al capitale privato; le miniere rilevate coi soldi dello stato ai vecchi padroni, che le hanno spremute come limoni e che ora le abbandonano per dedicarsi a speculazioni più redditizie in altri settori, costituiscono una ennesima colossale truffa del capitalismo sulla pelle dei minatori e del popolo sardo.

8 - Dai documenti ufficiali, bilanci di previsione e consuntivi della Regione e dei vari Enti e Società di credito, non è facile cavare fuori il totale dei miliardi prestati a tasso privilegiato o regalati ai petrolieri e ai sottopetrolieri come contributi a fondo perduto. La SFIRS - per ammissione del suo stesso presidente Filigheddu - fra le altre operazioni di «ossigenazione» alle industrie nate asfittiche ma voracissime di contributi, registra quella di 10 miliardi concessi per «salvare» un industriale fallito In «Sassari Sera» del 15.9.1972.
Nel rapporto sulla industrializzazione presentato dall'assessore alla rinascita, Masia, (Bozza provvisoria - 3 giugno 1971) si legge che «il piano quinquennale ipotizzava un flusso di investimenti dell'ordine di 500 miliardi ed il raggiungimento, al 1969, di un livello di 177.000 unità occupate di 297 miliardi di reddito. In effetti si registrano un flusso di investimenti dell'ordine di 565 miliardi ed è stato raggiunto (al 1969) un livello di 129.300 unità occupate e di 235 miliardi di reddito».
Ciò significa che gli investimenti - cioè i quattrini dati agli industriali e da questi usati in speculazioni - hanno superato di 65 miliardi la somma prevista e che non ha corrisposto per la occupazione e per il reddito un uguale incremento. Ma c'è di peggio: il livello di occupazione (129.000 unità) è inferiore a quello precedente al Piano quinquennale. Ultima considerazione: la maggior parte degli investimenti è andata a finire nelle petrolchimiche.

«Una pioggia di miliardi che non tocca i Sardi. Per il quinquennio 1966-70 era previsto un incremento delle occupazioni di 57.000 unità (apporto dei nuovi insediamenti). I nuovi insediamenti industriali hanno assorbito soltanto 7-8.000 unità. Il livello della occupazione nel settore industriale nel '70 è sceso al di sotto del livello del '64 con una diminuzione di circa 120.000 unità. Il famoso «Polo di Ottana» che si pone l'obiettivo di occupare 12.000 dipendenti, dovrebbe avere attualmente (al 1970) 1.200 operai per la sistemazione degli impianti: ce ne sono soltanto 250. I costi per ogni posto-lavoro nelle nuove industrie si aggirano sui 100-120 milioni. Poco arrosto e molto fumo - un fumo non bio-degradabile, maledettamente inquinante, che finirà per mandarci in malora anche quell'unico capitale che avevamo: la natura» «Mondo Giovane» nn. 9/10 del 1971.
«…Ci sono una infinità di piccole industrie fallimentari, sorte senza una reale esigenza economica, che hanno succhiato e continuano a succhiare milioni solo per tenere l'insegna accesa e i battenti aperti. Non parliamo poi dei petrolieri che ci hanno portato via i miliardi della Rinascita, non ci hanno dato se non pochissimi posti di lavoro e per giunta ci stanno rovinando i mari e adesso anche il Tirso e tutta l'agricoltura della sua pianura. Questo non è regionalismo, né tanto meno è sentimentalismo bucolico: noi non preferiamo in assoluto la zappa alla ciminiera, però se la ciminiera ci costa tanto e produce solo fumo, allora rispondiamo con un pugno in testa a chi ci dice che in Russia, che in Cina la rivoluzione è costata tante vite umane. Noi siamo d'accordo che certe cose bisogna acquistarle da chi ce le offre a un prezzo inferiore a quello nostro però pare che questo ragionamento la classe politica di centro-sinistra, e per lei i grossi capitalisti del Nord, lo facciano solo quando gli conviene. I nostri carciofi, i nostri pomodori e le nostre miniere non ci permettono che ce li sfruttiamo noi e paternalisticamente il loro meglio, le loro scelte ci vogliono imporre» «Sassari Sera» del 15.1.1971.
E' questo, in parole chiare, il discorso economico-politico che riflette la posizione dei lavoratori sardi e che contro ogni logica, contro ogni più elementare buon-senso, sommersi dall'inebriante ondata di petrolio, né i partiti, né i sindacati, né le organizzazioni culturali della sinistra di classe riescono a fare. Esclusi due o tre pubblicisti «eretici», come quello appena citato. Il quale - non so se per la fretta o per un suo peculiare animus contadino - ha dimenticato, citando pomodori e carciofi, un patrimonio di circa 2.500.000 pecore, quel che resta di un florido passato, che a mio parere è l'unica base in Sardegna su cui fondare un autentico, reale e duraturo progresso.

9 - Fra la creazione delle industrie petrolchimiche e lo smantellamento delle industrie estrattive (e l'accantonamento delle industrie per la trasformazione dei prodotti della terra e dell'allevamento, ventilate dal Piano di Rinascita) esiste un rapporto già a livello di ideologia, nel senso che nella utilizzazione della Sardegna prevalgono, fra le varie ipotesi, quelle che danno maggior profitto al capitale, le industrie petrolchimiche, e quelle necessarie alla conservazione del capitale, le basi militari - considerate le favorevoli caratteristiche dell'Isola, fra cui la posizione geografica strategica, sulla via del petrolio e sull'asse militare Spagna-Grecia, e la fedeltà del regime.
Le Società che per decenni hanno sfruttato le miniere si rendono conto che è arrivato il momento di rivolgere la loro attenzione a investimenti di maggior profitto. Inizia così l'operazione sganciamento delle industrie estrattive, passandole, come una patata che scotta, nelle mani della regione e dello stato. Per favorire l'operazione (in combutta coi sindacati, che la camuffano come «intervento pubblico per salvare l'occupazione») nasce l'EMS (Ente Minerario Sardo). Poi c'è l'AMMI (già Spa e poi azienda di stato) e c'è l'ENEL, che si occuperanno di liquidare le industrie estrattive in una girandola di miliardi che non si sa bene dove e a chi vadano a finire: per certo non ai lavoratori.
Nel 1970 si conclude l'operazione Pertusola, che smantella tutte le sue miniere in Sardegna (settore piobo-zinco), vendendo impianti e diritti di sfruttamento all'EMSA. La Pertusola investirà i ricavati in Puglia, nel settore del metano.
Nel 1971 si ha notizia di un accordo tra l'EMSA, l'ANMI e la Montecatini-Edison per la cessione a metà, alle prime due, delle azioni della Montedison, padrona delle Società minerarie Monteponi e Montevecchio. Queste due società (cioè la Montedison) avrebbero accumulato debiti ammontanti a 60-80 miliardi nella gestione delle loro miniere. Di conseguenza, l'accordo accollerebbe all'Ente Minerario Sardo e all'Azienda di stato AMMI un deficit variabile dai 30 ai 40 miliardi. Come si dovrebbe coprire il pauroso deficit? «E' detto chiaramente nel protocollo all'art. 6 secondo e terzo comma: attraverso prestiti agevolati e a lunga scadenza del Credito Industriale Sardo e contributi in conto capitale (a fondo perduto) da parte della regione e della Cassa per il Mezzogiorno per programmi già realizzati, cioè fatti senza preventiva autorizzazione né del CIS nè della Regione e quindi senza alcun controllo» «Sassari Sera» del 15.2.1971. Il riferimento è a programmi di ammodernamento dell'azienda che, per lo stesso fatto di non avere apportato alcun beneficio ma di avere prodotto un tale deficit, in virtù delle più elementari leggi economiche dello stesso capitalismo, non possono che essere programmi o squinternati o truffaldini.
L'ENEL, che si è accollato l'onere delle miniere di Carbonia sgravandone la Carbonsarda, dimostra un odio quasi viscerale per le industrie estrattive, e non trovandosi attorno mani aperte getta via la patata bollente, calando definitivamente il sipario sulla tragica farsa che cancella con le miniere di carbone del Sulcis le ultime duemila famiglie di minatori sopravvissute a Carbonia.
C'è chi sostiene - seguendo una logica che trova la sua validità soltanto in una situazione di marasma - che l'ENEL non poteva fare altro che chiudere, sulla base di un'etica utilitaristica. Si obietta però che l'ENEL, ben sapendo che prima o poi avrebbe sicuramente chiuso i pozzi, ha continuato a spendere ingenti somme per il loro ammodernamento.
«Pare che per Nuraxi Figus e Seruci siano stati spesi più di 100 miliardi solo per il rinnovo delle attrezzature e per la meccanizzazione della fase estrattiva. Il primo pozzo non è mai entrato in produzione, il secondo non ha prodotto nemmeno la quantità di carbone necessaria ad alimentare la supercentrale di Porto Vesme. Eppure la supercentrale, che è costata intorno ai 50 miliardi, era stata costruita appunto per sfruttare il carbone del Sulcis. Ha sempre funzionato a nafta… Ultimamente l'attività in galleria veniva condotta in modo tale da far salire alle stelle il prezzo per tonnellate del carbone estratto: una nuova galleria veniva attaccata per qualche metro e poi chiusa, si passava ad aprirne un'altra e, dopo qualche metro, altro sbarramento; e così via. Il costo di ciascun tappo si aggira intorno ai 16 milioni. Ecco perché il carbone del Sulcis, restando ferma la sua scadente qualità calorifica, costa alla bocca del pozzo più di quanto non costi il carbone polacco depositato alla banchina di Porto Vesme. Si intravvede chiaramente un piano quasi diabolico studiato dall'ENEL per dimostrare con dati incontrovertibili che lo sfruttamento dei pozzi di Carbonia è assolutamente antieconomico e per giustificare quindi davanti a tutti la loro chiusura. Sembra quasi di sentir dire: Non mi avete creduto prima, ora vi dimostro con i fatti. Poco importa che la dimostrazione sia costata centinaia di milirdi!» «Sassari Sera» del 15.12.1971.

In termini statistici, la liquidazione delle miniere sarde si può così sintetizzare. 1951, si contano 24.500 addetti; 1961, si scende a 13.270 addetti; 1971, restano 7.731 addetti; attualmente qualche migliaio Dati ISTAT in «La programmazione in Sardegna» nn. 43/44 del 1973.

10 - Ottana è un villaggio di pastori con meno di 2.000 abitanti, situato al centro dell'Isola, nel cuore delle Barbagie, tra Nuoro, i monti del Gennargentu e il Lago Omodeo sul Tirso. La decisione di realizzare a Ottana il terzo «polo di sviluppo» (a base di industrie petrolchimiche) al di là della idoneità della zona (la presenza del fiume Tirso e del solito serbatoio di manodopera a basso costo - per le attività di manovalanza) e al di là della grossa speculazione che frutterà ai petrolieri non meno di 200 miliardi in soli incentivi (nella fase «promozionale»), per occupare si e no 3.000 operai, ha un significato ancor più marcatamente colonialista per la sotterranea funzione di disgregare e distruggere l'economia pastorale e la cultura barbaricina e, con l'inquinamento delle acque del Tirso, la distruzione della economia agricola del fertile Campidano oristanese.

La politica dei partiti di sinistra per lo sviluppo dell'Isola si è espressa costantemente in direzione di un processo di industrializzazione a tutti i costi e nella richiesta di un intervento della industria di stato per equilibrare almeno in parte la massiccia presenza dell'industria privata - in pratica per sanare i bilanci regolarmente deficitari dopo la fase manducatoria del capitale privato. A Ottana si realizza così un accordo tra PCI e DC nel momento in cui al progetto iniziale della SIR si aggiunge l'intervento dell'ENI con la Montedison, nel momento in cui le tre grandi petrolifere si accordano per la spartizione del bottino nel «terzo polo».
La spartizione non sembrerebbe filare del tutto liscia - almeno da ciò che si deduce da una serie di interpellanze parlamentari della stessa DC e delle Sinistre, schierate la prima con la SIR e le seconde con l'ENI-Montedison.
Commentando l'ultima interpellanza democristiana (Isgrò) dopo quella socialista (Tocco), «Sassari Sera» scrive:
«Quello che stupisce, anche nella interpellanza Isgrò e più, è che venga solo sfiorato il problema principale (cioè il costo della operazione di Ottana, circa 200 miliardi a carico dello Stato, della Cassa per il Mezzogiorno e della Regione, il danno che ne deriva all'agricoltura con il sequestro delle acque del Taloro e l'inquinamento di quelle del Tirso), e si insista invece su quell'autentica buffonata che è il presunto contrasto, la guerra dei bulldozer tra la SIR di Rovelli e l'ENI-Montedison. Forse anche questo è un sistema utile, sia per il PSI che per la DC, al fine di mascherare la truffa e di far schierare i Sardi, non contro l'imbroglio che si vuole attuare a danno dell'Isola, ma o per la SIR o per l'ENI-Montedison.
Nessuno nega che ci possa essere contrasto tra SIR ed ENI-Montedison circa la fetta dei miliardi da rapinare (ricordiamo che i progetti della SIR erano di 50 miliardi per industrie che dovrebbero trasformare alcuni prodotti degli impianti di Porto Torres, e che l'ENI, per conto della Montedison, ha presentato progetti per impianti di base - 200 miliardi - e per industria di trasformazione e manifatturiere - 40 miliardi). E' quindi probabile che SIR e ENI-Montedison bisticcino, si fa per dire, circa la percentuale di investimenti che dovrebbe spettare a ciascuna delle due Società per la realizzazione degli impianti, ma, da che mondo è mondo, solo gli imbecilli possono essere messi a scegliere tra uno che vuol fregare i quattrini dalla tasca destra e uno che vuole svuotare la tasca sinistra; normalmente la scelta è per non farsi fregare: ma questo è per i parlamentari del PSI e della DC un aspetto assolutamente marginale; e altrettanto irrisorio appare per essi lo sconvolgimento assolutamente negativo che ne deriva per tutta l'economia della Media Valle del Tirso e del Campidano di Oristano con la questione delle acque…
Qual'è il costo di questi impianti, non per l'ENI o per Rovelli che non ci investono se non somme irrisorie, ma per lo Stato, per la Regione, per la Cassa per il Mezzogiorno?… 75-80 per cento di mutui agevolati… pari ad un regalo del 50 per cento del mutuo, cioè di 90 miliardi solo per i progetti ENI-Montedison, contributi a fondo perduto del 36-40 per cento degli investimenti dichiarati, a carico della Cassa per il Mezzogiorno e della Regione, pari ad un altro regalo di 90 miliardi per i soli progetti ENI-Montedison; inoltre 15-20 miliardi di infrastrutture varie, a totale carico della Cassa per il Mezzogiorno e della Regione. Le stesse percentuali, naturalmente andrebbero applicate agli impianti di Rovelli per i 50 miliardi di investimenti a suo tempo annunciati, che può darsi nel frattempo siano diventati 80 o 100: come noto, l'appetito vien mangiando.
Tutto ciò per dare occupazione mal retribuita ad un numero presunto o dichiarato certamente in eccesso sulla realtà, di 7.000 unità negli impianti ENI-Montedison e di 2.000 unità in quelli della SIR… Inoltre… se si realizzassero questi impianti nella piana di Ottana, tutta l'acqua della diga del Taloro (40 milioni di metri cubi) sarebbe sottratta agli scopi per cui era stata immagazzinata - irrigare 8.000 ettari di terra fertilissima - e per di più 25-30 milioni di metri cubi d'acqua inquinata verrebbero scaricati annualmente nel Tirso…» «Sassari Sera» dell'1.7.1970.

11 - Nel disegno colonialista per la soluzione finale del popolo barbaricino, insieme al «polo di Ottana» si tenta la creazione di «parchi nazionali» nel Nuorese. Il primo sarà «il parco del Gennargentu» che comprenderà con Orgosolo la cosiddetta «zona delinquente».
L'idea dei «parchi» appare già per grosse linee nel Progetto 80 (Rapporto preliminare al programma economico nazionale 1971-75) del ministero del bilancio e della programmazione economica, e nel famigerato Piano Mansholt che divide praticamente tutta l'Europa in aree con ruoli economici differenziati in rapporto agli interessi dell'imperialismo USA.
E' da aggiungere che nello stesso periodo (1969) al progetto parchi si affianca il tentativo del ministero della difesa (leggi Andreotti) di cacciare i pastori orgolesi dai pascoli di Pratobello per insediarvi una nuova base militare.
La risposta barbaricina a questi piani è immediata e decisa. Sono numerose le assemblee popolari sorte spontaneamente. A Orgosolo, l'agitazione popolare culmina con l'occupazione del comune che viene ribattezzato «casa del popolo». Il consiglio viene dichiarato decaduto. Si parla della costituzione di una «repubblica di Orgosolo».
Fra le decine di interventi registrati all'assemblea popolare di Baunei (altro importante paese barbaricino) sulla questione dei parchi trascrivo dalla bobina la voce di Orgosolo. Si tratta di un documento inedito, di rilevante interesse politico e storico, in quanto espressione di una comunità alla quale è stato negato perfino il diritto di esistere.

«…Noi non siamo i caporioni dei partiti, noi non siamo quelli che stanno nella sala dei bottoni, dove si comanda, noi siamo semplici lavoratori, siamo quelli che in gergo politico vengono chiamati base, e proprio per noi, noi base, noi lavoratori, oggi, abbiamo organizzato questo convegno e prenderemo le nostre decisioni e i nostri comportamenti senza ricevere comandi da questi o da altri… stiamo parlando ancora una volta del Parco Nazionale, una cosa che la Regione e i padroni continentali volevano tenere segreta, riservata alle discussioni degli esperti, al massimo a quelli della programmazione. Ma noi tutti, invece, ricollegandoci ai gruppi spontanei, a persone simili, e così via, abbiamo fatto un tale fracasso che ormai anche i nostri bambini sanno qualche cosa sul Parco Nazionale. Con ciò noi abbiamo mandato a gambe all'aria la pretesa dei padroni di fare questa cosa all'insaputa delle popolazioni interessate…
Varie volte è stato detto che il Parco non è un fatto isolato e non deve essere trattato isolatamente, in modo tecnico, ma si deve inquadrare in un disegno più ampio, in un disegno politico ed economico del capitalismo italiano. Infatti, mentre si propone un fine umanitario, cioè quello di salvare gli animali, ignora le gravi esigenze di sopravvivenza delle popolazioni sarde, esigenze che sono di primaria importanza.
Il Parco, è stato anche detto, è uno strumento del colonialismo italiano nei confronti delle popolazioni sarde. Guardiamo in concreto cos'è questo colonialismo. Nella provincia di Nuoro, per esempio, solo in affitto pascolo i pastori spendono 9 miliardi all'anno. Questi 9 miliardi vanno nelle tasche dei proprietari terrieri, i quali non li investono nelle terre, non li investono qui in Sardegna, non migliorano i pascoli, ma investono tutti questi miliardi a Milano o a Torino o ci fanno le ville. Non solo. Per esempio, il signor Rovelli, che è padrone della petrolchimica e di tante altre industrie qui in Sardegna, può mettere un'industria a Ottana… La regione sarda gli dà una infinità di miliardi e così lui può impiantare l'industria senza spendere il becco di un quattrino. I profitti di tali industrie, cioè il guadagno che lui fa, vanno tutti in continente e lì vengono reinvestiti. E a noi non resta niente, nemmeno un soldo, qui in Sardegna.
Questi sono due esempi di colonialismo molto chiari. Cioè si deruba di tutto ciò che produce l'operaio, il pastore sardo; e in Sardegna non si investe niente.
Per mantenere questo tipo di sfruttamento coloniale occorre che i capitalisti e i loro servi politici rendano inoffensivo l'uomo sfruttato: in questo caso il pastore, i contadino, l'operaio sardi. Per ciò occorre quindi imporre anche un dato tipo di cultura all'uomo colonizzato, cioè una storia, una cultura, una religione coloniali…
Il Parco significherà la distribuzione dell'unica attività produttiva locale esistente nella zona centrale della Sardegna, della pastorizia. Ciò segnerà anche la fine di quella poca indipendente cultura di queste popolazioni dell'interno. Per intenderci meglio: il pastore ha finora resistito alle pretese e alle varie oppressioni del capitalismo continentale, perché aveva dietro di sé una storia sua e autonoma, una lingua sua autonoma, delle leggi autonome: aveva una cultura autonoma che era frutto diretto di una data attività produttiva, cioè della pastorizia. Aveva qualcosa da difendere, la vita della sua comunità, la sua cultura e la sua storia. Distruggendo la pastorizia e tutte le attività collegate ad essa, in realtà il pastore, il lavoratore sardo sarà fregato ancora una volta, e forse definitivamente. Non avrà più una ragione per vivere in Sardegna, diventerà ancor più uno sradicato, uno che vive di espedienti e che ha come modello di comportamento il borghese continentale - il quale in futuro, come ora nella Costa Smeralda, verrà in Sardegna a vedere i gatti selvatici e i mufloni del Parco nazionale.
Con la costituzione del Parco si otterrà l'integrazione, sul piano produttivo come su quello culturale, di queste zone della Sardegna nel contesto capitalistico dello stato italiano. Il costo di tale integrazione sarà la scomparsa del popolo sardo.
Questo disegno, che tende ad ingoiare la Sardegna, distruggendo tutto ciò che di originale esiste sul piano storico e culturale, non è un fatto nuovo né recente. Da secoli i governi italiani, piemontesi e prima ancora spagnoli hanno tentato questa carta. Ora io credo che siamo alle battute finali: una gran parte della Sardegna è ormai integrata nel disegno capitalistico italiano. Ci sono ancora le zone interne. Con il Parco si tende a integrare anche queste zone…
Non è un fatto che riguarda solamente la Sardegna, ma tutte le zone sottosviluppate dell'Asia, dell'Africa e dell'America Latina. Ci troviamo sempre di fronte al tentativo da parte dello stato capitalista di distruggere, per poter sfruttare meglio, tutto ciò che può spingere le popolazioni colonizzate a ribellarsi e a lottare per la propria indipendenza…
Faccio alcune proposte, e chiudo.
Primo. Si dice che tutto ciò che fa o vuole il padrone noi dobbiamo combattere e noi dobbiamo volere tutto ciò che il padrone combatte. Ora il Parco - credo sia abbastanza evidente - è voluto dai padroni. Quindi noi dobbiamo combatterlo senza mezzi termini. Dobbiamo dire NO assolutamente, senza neppure discutere. Non ce ne importa niente se domani «La Nuova Sardegna» e «L'Unione Sarda» diranno che i soliti massimalisti di Orgosolo hanno detto NO al Parco del Gennargentu senza discutere. Con il Parco non si discute.
Secondo. Per combattere contro il Parco, e non solo contro il Parco, occorre organizzarsi. Non occorre solo una organizzazione di tipo elettoralistico, ma una organizzazione ancor più importante. Noi lavoratori di tutti i paesi dobbiamo collegarci, dobbiamo ritrovarci, dobbiamo prepararci a scioperi, a manifestazioni sempre più violente, sempre più difficili.
Terzo. Si tratta di generalizzare la lotta. La lotta che per il momento è scoppiata soltanto in alcuni paesi come qui a Baunei, a Orgosolo a Seui, deve essere generalizzata. Le esperienze del lavoro politico di Orgosolo, dei lavoratori delle organizzazioni autonome, che per il momento sono portate avanti soltanto da alcuni paesi, se sono giuste devono essere discusse e poi generalizzate. L'urgenza di intensificare l'azione politica è dovuta anche a un fatto al quale noi dobbiamo dare importanza: dobbiamo dare la speranza a migliaia e migliaia di giovani che sono disoccupati e sono tentati di andare in Germania, in Svizzera per trovare lavoro. Questi giovani non rimarranno qui, in Sardegna, se non troveranno uno spiraglio, un qualche cosa per cui lottare: se non vedranno la speranza di una via di uscita a questa situazione.
Quarto. I padroni colonialisti continentali e la classe dirigente locale comprata da loro e a loro servizio stanno facendo di tutto per distruggere la nostra cultura e la nostra storia. Noi dobbiamo ricercare, studiare e valutare la storia passata del popolo sardo, imporre nelle nostre scuole di insegnarla ai nostri ragazzi.
Quinto. Noi tutti che ci impegnamo nel lavoro politico, dobbiamo studiare bene in quale situazione economica e sociale si trova la Sardegna, perché solo conoscendo esattamente in quale situazione siamo, possiamo avere la possibilità di sfondare.
Compagni! Ci attende un duro lavoro. La prima cosa da fare è di smetterla di guardare al continente, alla Germania, alla Svizzera come a un paradiso terrestre. Da quelle nazioni non ci è mai venuto, almeno in passato, che schiavitù, sfruttamento, galera e confino.
Anche i nostri compagni dell'Italia del Nord hanno, per il momento, altri interessi, diversi dai nostri, in quanto i padroni sono stati così furbi da comprometterli, senza che neppure se ne accorgessero, nello sfruttamento coloniale dei popoli del Sud. In questo momento, non ci possiamo attendere nulla dagli operai del Nord per la nostra liberazione. Sta a noi prendere in mano la nostra storia e inventare strumenti di lotta nuovi, inventare strategie di lotta nuove. I mezzi sono logicamente molto pochi, sono molto poveri: praticamente ci rimangono i nostri cervelli e le nostre mani. Ricordiamoci però una cosa: questi strumenti, pur essendo molto umili, sono molto potenti. Perché in fondo sono queste mani e questi cervelli che hanno fatto la ricchezza dei padroni del continente e dei padroni sardi. A questo punto dobbiamo fare la nostra ricchezza, non dobbiamo lavorare più per i padroni».



Capitolo XII - Il colore delle degradazione

1 - Alle tradizionali categorie criminali se ne aggiunge una nuova, tipica della civiltà industriale, quella degli inquinatori: la consorteria dei capitalisti imprenditori, espressione del più sfacciato privilegio, legati nello stesso disegno criminoso di dominio e di grandezza alle élites tecnologiche, politiche e militari.
Il problema della conservazione e della difesa di ciò che è rimasto della natura è diventato il leit-motiv dell'ultimo scorcio del XX secolo, e probabilmente continuerà a esserlo anche nel XXI, sempre che l'umanità abbia a trovare in futuro aria sufficiente a ossigenarsi il cervello.
Il problema è di per sé chiaro e semplice: eppure appare irrisolvibile. Gli uomini - o chi per essi - sono andati costruendosi un tipo di organizzazione economico-sociale che si sviluppa a scapito della natura o fuori dalla natura. Il progresso umano sembrerebbe cioè andare di pari passo con la distruzione del patrimonio naturale e quindi dello stesso uomo che ne è componente.
Ci troviamo davanti a un formidabile rompicapo: se vogliamo mangiare e goderci le comodità del progresso tecnologico, siamo costretti a optare per le industrie, con annessi e connessi, sorbendoci l'inquinamento, l'alienazione e tutti i condizionamenti nevrotizzanti della civiltà delle macchine; se vogliamo conservare il patrimonio naturale, rapporti umani autentici, individualità e, insomma, il gusto della vita genuina, dobbiamo restare sottosviluppati e crepare di fame.
Sul piano delle ideologie, questo rompicapo sta creando una confusione del diavolo: non si capisce più chi siano i conservatori e chi i progressisti. Si vedono capitalisti inquinatori e intellettuali di fede rivoluzionaria battersi insieme in difesa della natura minacciata, finanziare e promuovere centri di studio ecologici e inchieste; e si vedono altri capitalisti a braccetto con i leader dei popoli ex coloniali programmare industrializzazioni petrolchimiche accelerate alla Dobb, per migliorare il tenore di vita in quelle aree sottosviluppate, seppure ciò comporterà anche lì la distruzione del patrimonio naturale - su cui poi altri capitalisti-Cassandre spargeranno fiumi di lacrime.
I marxisti - revisionisti e massimalisti - dimostrano uno speciale culto per la macchina - entità noumenica creatrice del proletariato - e risolvono il problema ecologico, se mai se lo pongono, in chiave miracolistica: quando gli strumenti di produzione (per esempio: gli impianti petrolchimici) saranno nella mani del proletariato non si verificheranno più inquinamenti. Più scientificamente, qualcuno di loro spiega che la tecnologia in mano al proletariato, non condizionata dal profitto del capitalista, troverebbe sicuramente gli accorgimenti idonei a evitare gli inquinamenti. Al di là delle ideologie, a me pare che i pericoli per l'ambiente siano connessi a qualunque processo di industrializzazione che utilizzi sostanze energetiche con residui inquinanti, che si producono indipendentemente dalla classe che detiene il potere. Mi pare abbastanza logico che nessuna classe - in quanto costituita da «mortali» - abbia interesse a degradare la natura fino alla totale estinzione della vita. Il fatto che la responsabilità del grave stato di degradazione attuale dell'ambiente sia da addebitarsi totalmente al capitalismo, non significa che il problema si risolverebbe automaticamente quando il proletariato arrivasse al potere. E' fuori da ogni dubbio che se il popolo usasse comunitariamente il patrimonio naturale e gli strumenti di produzione l'ambiente sarebbe meno degradato; ma, in questa ipotesi, non è detto che le linee di sviluppo scelte dal popolo sarebbero le stesse di quelle dell'attuale civiltà - correlate al principio dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo - e non è neppure detto che il popolo, eliminato lo stato capitalista, sceglierebbe lo stato comunista e non invece la costituzione di libere comunità.
La posizione paleo-marxista di cieco fideismo nelle capacità miracolistiche della tecnologia moderna finisce per collimare con la posizione fantascientifica e truffaldina dei tecnici della SARAS di Moratti, quando, per acquietare le preoccupazioni sugli inquinamenti delle raffinerie, annunciavano «di avere adottato sistemi tecnici» non soltanto per il recupero delle scorie inquinanti, ma addirittura «per la rilavorazione» delle stesse «riutilizzate come combustibile nel processo produttivo».
C'è chi si chiede se l'umanità - o chi per lei - davanti alla minaccia della totale distruzione non si decida a modificare le attuali strutture e gli attuali schemi di crescita del sistema, per aprirsi finalmente una strada nuova, dove il progresso umano coincida con la conservazione della natura, e l'equilibrio dell'uomo coincida con l'equilibrio naturale. In un tale nuovo sistema potrebbe realizzarsi certamente una società di uomini liberi.
Purtroppo è ancora utopia una società che non sacrifichi su alcun altare le esigenze naturali dell'uomo - perché l'umanità nella sua quasi totalità o è castrata o è incatenata. A decidere del presente e del futuro di tutto sono i pochi, i privilegiati. L'uomo delle aree industriali è ridotto a un automa, vive quasi completamente condizionato dagli impulsi che gli manda la centrale del sistema produttivo. L'uomo delle aree sottosviluppate è ridotto ad un animale famelico, vive nel continuo assillo del cibo, manca degli strumenti più rudimentali per comprendere il proprio mondo e farlo crescere e insieme crescere egli stesso. Nei due opposti poli, l'uomo si trova certamente nelle migliori delle condizioni per recepire e portare avanti un discorso politico rivoluzionario sulla ecologia. Non potrebbe farlo neppure se stesse per crollargli addosso il mondo intero. Anche sul tema della ecologia, vale il principio secondo il quale senza le masse popolari non si costruisce un vero e duraturo progresso. In termini più chiari: nessun problema umano può essere realmente risolto fintanto che tutti gli uomini non partecipino effettivamente al potere - ammesso che abbiano bisogno di costituire un «potere» per vivere insieme.
I circoli ecologici vanno sorgendo come funghi anche in Sardegna in difesa della natura minacciata dall'uomo-cattivo. In linea di principio mi pare giusto difendere anche un solo albero minacciato dalla scure del boscaiolo o anche un solo passero minacciato dal fucile del cacciatore. Ma non basta denunciare i danni che provocano gli scarichi inquinanti di una fabbrica o il dissennato uso di antiparassitari che modificano l'equilibrio biologico. Io penso in primo luogo a quell'animale chiamato uomo: bruciato dal napalm, chiuso a marcire nelle galere, gettato a morire di fame tra pietre sterili o isterilito sotto colate di cemento e di plastica: dappertutto umiliato, sfruttato, assassinato. Si dice che gli uomini hanno usato l'addomesticamento e lo sterminio per dominare il regno della natura; ma è pur vero che un pugno di farabutti al potere ha usato gli stessi metodi per assoggettare e dominare i propri simili.
Quando si cominciò a parlare, nel 1968, di Piano Mansholt e del Progetto 80, tra le altre cose saltò fuori l'idea del Parco del Gennargentu. L'opposizione delle popolazioni barbaricine è sufficientemente fondata nella sua motivazione politica e umana: «Salviamo coi mufloni il pastore sardo».
Per salvare il pastore e il contadino sardi si è deciso di portare nell'Isola le industrie. Tra gli altri nefasti fenomeni causati dalla «arretratezza», le industrie avrebbero eliminato anche il «banditismo». Ci sono piovute addosso le industrie petrolchimiche, quelle che costano di più, impiegano meno manodopera e producono i peggiori danni all'ambiente. Non hanno debellato il «banditismo», anzi lo hanno creato in nuove forme: la presenza di un ceto imprenditoriale con grossi capitali in banca ha incrementato il sequestro di persona su mandato di capitalisti concorrenti.

2 - Le grandi potenze capitaliste utilizzano sempre più aree coloniali per impiantare le loro raffinerie, necessarie a rifornire di energia il loro complesso apparato tecnologico, civile e militare, di sfruttamento e di oppressione. Gli USA raffinano in casa loro soltanto una piccola percentuale del fabbisogno energetico. L'Italia, al contrario, ospita (in Sardegna prevalentemente) impianti capaci di raffinare oltre il doppio del fabbisogno energetico nazionale. Gli economisti, foraggiati dai petrolieri, dicono che questo è un bene, perché ci consente di guadagnare. E' evidente che i padroni delle raffinerie ci guadagnano. Non ci guadagnano invece gli abitanti delle aree dove tali impianti vengono installati;
I pennaioli continuano a decantare la Sardegna nei depliants turistici affermando che «la natura vi serba intatto il suggello della prima creazione». La realtà è ben altra.
Secondo dati approssimativi - diffusi sulla stampa e non smentiti - l'80 per cento delle acque interne, lagunari e marittime riceve sostanze inquinanti che i concentramenti petrolchimici scaricano senza impianti di depurazione. Le acque delle coste a Nord sono minacciate da inquinamenti radioattivi per la presenza a La Maddalena di una nave appoggio per sommergibili a propulsione e ad armamento nucleari. Il mare, per vasti tratti, è inquinato dagli scarichi delle petroliere: le analisi fatte da Picard su mandato della Regione sarda lo confermano. In questi ultimi anni, i turisti approdati in Sardegna si sono abbronzati più che di sole di catrame. Si sono registrati, in forte aumento, casi di tifo, di epatite virale, di gastroenterite, di colera, di cancro. Il patrimonio ittico è gravemente danneggiato: negli stagni di Santa Gilla (Cagliari), di Cabras e Santa Giusta (Oristano), di Tortolì (Nuoro), un tempo pescosissimi, i pochi pesci rimasti sono immangiabili. E negli stagni di Sant'Antioco la pesca è rigorosamente vietata per il mortale pericolo costituito da quel prodotto.
Già dalla nascita le petrolchimiche hanno funestato la Sardegna: nella fase di impianto si è registrata una serie spaventosa di omicidi bianchi. Giugno 1965: sette morti, due feriti, sei vedove, ventinove orfani: questo il bilancio della sciagura di Macchiareddu. Settembre 1968: dieci operai mentre saldano una condotta per metano (un alcool etilico) sono investiti da una fiammata che provoca loro gravissime ustioni: cinque cessano di vivere a distanza di ventiquattro ore e gli altri restano menomati.
Agli omicidi bianchi le petrolchimiche ne aggiungono altri nuovi. E' di questi giorni un drammatico allarme partito da Portoscuso.
«Il prof. Casula avverte che bisogna «al più presto installare dei sistemi efficienti di aereazione e di protezione dall'inquinamento. Le intossicazioni derivanti dai rifiuti industriali avvengono lentamente, subdolamente, a dosi bassissime, che oggi non possono essere riscontrate: ne subiranno le conseguenze le generazioni successive. Se non verranno installati al più presto i sistemi necessari per proteggere il lavoratore dall'inquinamento e per prevenire le malattie professionali, si potranno constatare una miriade di tumori, tantissime nuove malattie, conseguenze anche nel feto materno…» «L'Unione Sarda» del 2.3.1974.

«L'Espresso» del luglio 1971 in una sua inchiesta denuncia l'estinzione del patrimonio ittico negli stagni.
«…Gli ecologi dicono che nel giro di pochi anni lo stagno di Santa Giusta sarà irreversibilmente perduto. E a questo punto si impone una riflessione. Abbiamo infatti visto i pochi soldi che era costato triplicare la resa dello stagno di Santa Giusta su cui vivevano la metà delle famiglie del paese. (2.500 abitanti - n.d.a.) Prendiamo ora le arroganti industrie che dovrebbero riscattare tecnologicamente quell'Isola infelice…» A conti fatti - conclude «L'Espresso» - le sole peschiere impiegavano più unità lavorative e davano maggiore reddito (con bassissimi costi di impianto e di produzione) di tutte le industrie messe insieme.
D'altro canto «L'Espresso» nella sua inchiesta non ha registrato gli scarichi inquinanti delle petrolchimiche di Ottana sul fiume Tirso, le cui acque, dopo avere dissetato il Campidano oristanese, si gettano nel golfo di Oristano, nei pressi degli stagni di Santa Giusta e di Cabras.
In più alle normali scorie velenose diffuse dalle lavorazioni, ci sono gli inquinamenti accidentali. Nel marzo del '74 oltre 1.000 litri di olio combustibile sono stati versati sul fiume Tirso «per errore». Il quotidiano petrolifero di Cagliari dà notizia dell'accomodamento dell'increscioso incidente, avvenuto tra l'assessore regionale «competente» e il direttore generale della società chimica di Ottana, nel salotto riservato del primo. «E' stata… fornita da parte del direttore generale e dei tecnici della società di Ottana ogni garanzia circa la predisposizione delle più rigorose misure precauzionali dirette ad evitare il ripetersi di analoghe disfunzioni».
Una disfunzione che l'onorevole assessore «competente» non è riuscito a fare evitare ai petrolieri è quella piovuta addosso agli abitanti di Calasetta a Sant'Antioco. Il 23 luglio '73, in piena stagione turistica (gli abitanti dell'isola omonima vivono prevalentemente di pesca e turismo), una petroliera che trasportava olio combustibile denso a Portovesme, si è incagliata nel canale di San Pietro, si è squarciata e ha riversato in mare tutto il suo contenuto. Il quotidiano petrolifero di Cagliari minimizza il fatto, relegandolo in sesta pagina, e annuncia che le «competenti autorità» e i «competenti tecnici» stanno provvedendo a sistemare al faccenda: «E' stata istituita una cintura di protezione con panne galleggianti che impediscono al combustibile che esce dalle tanche squarciate… di estendersi in mare».
Cinque giorni dopo, disperati, sommersi dal catrame, gli abitanti di Calasetta minacciano la rivolta se le «competenti autorità» non interverranno a dare una mano. Lo stesso quotidiano è costretto a riportare i fatti in prima pagina. Venti chilometri di costa sono ricoperti di olio e catrame. I pescatori di Sant'Antioco si vedono privati della laguna che dava loro da vivere. A Calasetta - il paese più colpito - si lotta senza sosta per giorni e notti contro la coltre di grasso che ricopre mare, scogli, spiagge: oltre 500 tonnellate di nafta pesante. Il sindaco vive le drammatiche giornate insieme ai concittadini. Dice: «La petroliera si è arenata verso le 7 del mattino e i primi soccorsi sono giunti alle 7 di sera: per 11 ore la nafta di cui era carica ha potuto liberamente disperdersi in mare per poi rovesciarsi sulle nostre coste. Dicono di aver fatto il possibile per evitare l'inquinamento. Balle: è da quattro giorni che bussiamo a tutte le porte per avere una briciola di aiuto. Servono ruspe, pale meccaniche, lanciafiamme, diluente. Niente: solo telegrammi, assicurazioni». Il telegramma del ministro Taviani è tra i primi ad arrivare.
Qualche mese dopo, in dicembre, si ripete «il drammatico incidente» presso le coste del Sulcis, un po' più lontano dai centri abitati. Una petroliera si incaglia in una secca davanti a Portovesme. Ci troveremo in estate le spiagge meglio incatramate.
Con un via vai così intenso di petroliere, parlare di «fatalità» è quanto meno ipocrita. Gli incidenti non possono che essere frequenti. E molti vengono taciuti per «non turbare» la quiete pubblica. Poco si sa, per esempio, della petroliera norvegese alla fonda a Sarroch che nel febbraio del '73 ha riversato una imprecisata quantità di petrolio che ha ricoperto una superficie di mare vasta 4.000 metri per 300.
Nel luglio del 1973, un gruppo di politici «ecologici» della regione decide di costituire una commissione di inchiesta sulla questione degli scarichi del polo petrolchimico di Ottana. Essi dicono:
«Accertato il grave pericolo che incombe sul Campidano di Oristano per l'eventuale inquinamento del sottosuolo, delle acque del Tirso e del lago Omodeo, ad opera di possibili scarichi inquinanti provenienti dalle industrie della Media Valle del Tirso; considerato che l'inquinamento attenta direttamente alla salute dell'uomo che è costretto nel Campidano oristanese ad alimentarsi con l'acqua emunta dai pozzi trivellati e dai canali di irrigazione che provengono dal Tirso; ritenuto che l'inquinamento del Tirso e del lago Omodeo danneggia direttamente l'agricoltura, la pastorizia e l'itticoltura oristanese; impegna la Giunta regioanle a bla, bla, bla…»

Essi sono, chi più e chi meno, gli stessi politici che non certo disinteressatamente hanno steso tappeti di incentivi e sventolato foglie di palma demagogica ai petrolieri sbarcati nell'Isola.
Neppure Sassari ride - lei che vanta la Costa Smeralda e altre stupende spiagge. Sotto il titolo «Inquinamento a Porto Torres: 100.000 tonnellate di gas al giorno dalla termocentrale di Fiume Santo», la rivista «Sassari Sera» (1° aprile 1973) pubblica un servizio sui danni che l'impianto ENEL, in aggiunta alle petrolchimiche della SIR, arreca agli abitanti e all'ambiente.
Il 4 giugno 1974 il Cipe ha approvato l'iniziativa della società RASS di creare nella Planargia un grande allevamento di suini che è stato battezzato «la porcopoli». La regione sarda, dal canto suo, si è espressa favorevolmente per quanto riguarda gli aspetti ecologici. Il progetto prevede un investimento di 150 miliardi di lire (in maiali - venuti di moda dopo la crisi della bistecca di manzo che dissesta l'erario).

«Se tanto può inquinare un pollaio - scrive Maria Giacobbe - mi domando: che cosa sarà l'aria attorno a una porcopoli delle dimensioni che l'entità della cifra stanziata lascia prevedere? Perché non risponde ai "si dice", perché non ci tranquillizza? E i contribuenti sardi che cosa ne pensano di questi 150 miliardi messi a disposizione della "societé RASS"? E chi è la società RASS? E che cosa ne pensano dei progetti della società RASS i più diretti interessati, gli abitanti della Planargia? I nostri "tecnici" e i nostri "specialisti di ecologia" negli uffici della Regione sarda e del Cipe dovrebbero informarcene e spiegarcelo in termini comprensibili. Dovrebbero aprire un dibattito e ascoltare il pubblico, prima di "rendere il progetto operante", come si dice. Così almeno si farebbe in un paese democratico» «L'Unione Sarda» del 1.10.1975.

Si dirottano in Sardegna - diventata ormai il cacatoio del capitalismo internazionale - con la complicità della classe dirigente indigena, gli impianti rifiutati dal continente per le gravi alterazioni che producono nell'ambiente.
Carloforte, nell'isola di San Pietro, lamenta da anni i danni che arrecano i «fanghi rossi», fanghi chimici emessi dagli stabilimenti dell'Euralluminia di Portovesme e che finiscono in mare. Sono gli stessi bouess rouges che hanno provocato in Corsica una vera e propria rivolta popolare - e bisogna dire con un certo successo, visto che i Corsi sono riusciti a smuovere Parigi: governo, stampa e tivù. E' un esempio che i Sardi dovrebbero riprendere.

Ma il pericolo più terrificante ci viene da La Maddalena che ospita la Gilmore, la mostruosa base yankee per la manutenzione e riparazione di sommergibili a propulsione nucleare. Nel corso di un recente congresso, 500 fisici convenuti a Cagliari hanno affrontato e discusso i problemi di questa base.
«Al termine del congresso è stato stilato un documento in cui si invitano le autorità a non consentire di provocare incidenti con danni incalcolabili per le popolazioni. Dal documento si apprendono notizie nuove e di notevole gravità, che dimostrano ulteriormente la fondatezza e la validità delle argomentazioni di quanti si oppongono alla base USA a La Maddalena… La legge italiana prevede rigorosissimi controlli e precise garanzie di sicurezza assoluta per qualunque centrale nucleare funzionante. Ogni centrale è sotto il controllo del CNEN e dell'Istituto Superiore di sanità, ai quali si affiancano tecnici dei ministeri dell'interno, dell'industria, dei lavori pubblici e del lavoro. Uno spiegamento di forze di controllo notevole che i terribili pericoli di inquinamento nucleare richiedono per qualsiasi mezzo o strumento utilizzi tale energia. Nel documento si ricorda l'allarme che ci fu nei porti italiani quando si dovette ospitare la nave statunitense Savannah a propulsione nucleare. Vennero effettuate accurate ispezioni e predisposti piani di emergenza contro i rischi di un inquinamento da sostanze nucleari. L'allarme che precedette e seguì l'arrivo della Savannah non si è ripetuto per La Maddalena. Qui nessun controllo è stato finora effettuato dalle autorità preposte alla sicurezza della popolazione dell'Isola. Il segreto che ha avvolto tutta l'operazione permane sottraendo agli organi di controllo ogni possibilità di accertamento, impedendo cioè quanto normalmente avviene nelle operazioni di controllo che vengono effettuate rigorosamente per ogni centrale nucleare. Il governo quindi oltre ad aver concesso l'Isola alla base USA senza sentir l'obbligo di consultare le Camere e la Regione sarda, evita anche di attuare qualche misura precauzionale a tutela della gente. Ciò è ancora più grave quando si pensi a quali terribili conseguenze potrebbero derivare alle popolazioni in caso di incidenti nucleari. Gli esempi a questo proposito non mancano» «Sassari Sera» del 15.11.1972.

Il Lawrence, nel suo libro di viaggi del 1927 «Mare e Sardegna» trova nella meravigliosa e ancora in parte incontaminata natura dell'Isola e negli usi e costumi dei suoi abitanti nuovi elementi per la sua tesi contro una «civiltà» che degrada la natura e l'uomo. Egli ammira il popolo barbaricino che ha volontà di conservare valori arcaici insostituibili, lasciando «che il resto del grande mondo vada verso il suo illuminato inferno». L'onore di una polemica postuma col grande naturista e filosofo inglese se lo è preso il borghese compradore Pirastu, deputato comunista, il quale, falsando o non comprendendo l'ideologia del Lawrence, ribatte: «…in realtà l'inferno non era quello del resto del mondo, ma quello dei pastori…». Il Pirastu dimentica che a rendere infernale il mondo dei pastori è il colonialismo, espressione di quel «grande mondo» cui il Lawrence si riferisce, definendolo stupendamente «illuminato inferno». I comunisti compradoris - raggiunto l'accordo coi democristiani sulla quantità di capitale statale da accompagnare al capitale privato - hanno portato con le petrolchimiche, con le basi nucleari e con le porcopoli, in Sardegna - per fare uscire i pastori dal loro «inferno» - uno scorcio di «paradiso capitalista».

3 - Per la sua appassionata campagna in difesa della natura in Sardegna «Il Corriere della Sera» potrebbe chiamarsi il «corriere del turismo». Che gli interessi del Corriere siano di natura capitalistica non v'ha dubbio; ma se, al limite, si fosse costretti a scegliere tra due mali, sarebbe da stupidi non scegliere il meno peggio. C'è un settore del capitalismo imprenditoriale e d'Oltre Alpi, che sulla scia della nota operazione Costa Smeralda (capitale internazionale) vede di malocchio la utilizzazione dell'Isola in funzione militare e petrolchimica e vagheggia una sua utilizzazione come area di servizi turistici.
Sotto l'aspetto puramente economico e della conservazione del patrimonio naturale è l'ipotesi meno peggio, in una dimensione coloniale.
Il discorso che fa il Corriere è chiaro e non manca di buon senso. La Sardegna poteva essere l'oasi dell'Europa industriale, il polmone di un continente soffocato, inaridito, corrotto. Poteva essere, per le masse lavoratrici ridotte ad automi dal processo produzione-consumo, una «clinica riumanizzante»: un luogo dove l'uomo ritrova la propria dimensione naturale (almeno per il periodo che il padrone gli concede per ritemprarsi e tornare «vispo» al lavoro). Poteva essere. Forse è troppo tardi. E l'umanità avrebbe perso così una delle ultime occasioni per conservarsi una via di salvezza davanti al rullo compressore della civiltà delle macchine.

Alfredo Todisco scrive: «Di fronte al frenetico sviluppo industriale moderno la natura di restringe come la pelle di zigrino della favola. Diventa un bene sempre più scarso, mentre la domanda di ambiente fisico vivibile, non contaminato aumenta in proporzione all'aumentare del reddito e del tempo libero di moltitudini sempre più fitte e provate dai flagelli dell'inquinamento di ogni tipo… Siamo giunti, cioè, ad un tornante della storia in cui la natura emerge come una nuova preziosa irriproducibile materia prima, che in prospettiva non può che aumentare il suo valore… La Sardegna, non solo conserva uno dei paesaggi più eletti al mondo del capitale natura; ma si trova alle frange di un continente sempre più industrializzato e denaturato che comincia a porre in cima ai suoi bisogni proprio ciò che l'isola può offrire in modo privilegiato… La Sardegna, avviandosi a costi pazzeschi sulla via di uno sviluppo industriale, anche a causa della limitatezza del suo mercato interno, non potrà mai raggiungere uno stadio autoproduttivo da reggere al triangolo, rimarrà sempre in posizione subalterna. Rischia però di sommergere in pochi lustri, sotto una mediocre coltre di cemento, di ferro, di petrolio, un capitale ambientale unico al mondo, più redditizio alla lunga di quello industriale, e di distruggere insieme le sue tradizioni arcaiche, i suoi caratteri di popolo, i suoi millenari valori culturali…» «Il Corriere della Sera» del 27.4.1971.

Al Corriere risponde il quotidiano petrolifero di Cagliari, paludandosi di orgoglio sardista. In sintesi dice che quelli che stanno dietro il Corriere vorrebbero una Sardegna tipo le Hawaj con gli indigeni (non dice «le indigene» per rispetto all'arcivescovo) affannati a intrecciare ghirlande floreali per i turisti; per questo vedono male il processo di industrializzazione nell'Isola, che è stato voluto dai Sardi, i quali hanno dimostrato non soltanto di essere ormai maturi, ma anche intelligenti scegliendo nel campionario delle industrie in commercio quelle petrolchimiche, che sono i capisaldi della moderna economia. Dopo che i Sardi hanno dimostrato di essere maturi e intelligenti scegliendo le industrie petrolchimiche di Moratti e Rovelli - prosegue il quotidiano petrolifero - devono continuare a esserlo rifiutando i progetti petrolchimici dell'ENI. E non per cattiveria verso i comunisti che premono in quella direzione, ma perché adesso è il momento di passare alla creazione di industrie manifatturiere di seconda e terza lavorazione (e qui è chiaro che non si tratta di industrie di lavorazione di prodotti agricoli o ittici, ma di sottoprodotti del petrolio di Moratti e Rovelli). Il discorso diventa osceno quanto afferma che le petrolchimiche erano necessarie per occupare la manodopera in soprannumero nelle campagne e per mettere freno alla emigrazione. E' ovvio che se si mette in crisi l'agricoltura e si affanna il contadino, questo va anche a prostituirsi, pur di sfamarsi. Ma non va a prostituirsi per «vocazione petrolchimica», come sostiene il quotidiano di Cagliari, o per «vocazione operaistica», come sostiene «Rinascita Sarda». Il discorso petrolifero dell'Unione conclude liquidando la questione degli inquinamenti con un sorrisetto: «Che due o tre industrie di questo tipo possano inquinare l'Isola e danneggiare l'agricoltura e il turismo… sono affermazioni francamente gratuite». Complessi industriali come la SARAS, con la capacità produttiva di 5.200.000 tonnellate e un via vai di oltre 600 petroliere all'anno, non sono «francamente» sciocchezzuole…

4 - Sarei parziale se dicessi che gli industriali sono gli unici responsabili del depauperamento e dell'inquinamento del nostro patrimonio naturale. Va dato a Cesare quel che è di Cesare. Tra i più pericolosi «inquinatori» sono da classificare i responsabili del governo regionale - la cui competenza può essere valutata da quel che fanno.

La storia della campagna di deferulizzazione nell'Isola è esemplare e la trascrivo come l'ho raccontata altre volte.
«La ferula è una pianta delle ombrelliefere molot diffusa nell'Isola. Gli ovini, da che mondo è mondo, se ne pascono. I pastori dicono che non fa male al bestiame, purché non ne abusi. Infatti, dopo una giornata di pascolo in zona ricca di ferula, il gregge viene spostato in altra parte che ne è priva. Il pastore usa anche recidere la ferula o appenderla per somministrarla secca nei momenti di scarsità di pascolo. Non esistono studi seri che accertino la composizione chimica della ferula. L'unico studio è quello di un vecchio farmacista sassarese che ritenne la ferula un ottimo pascolo per la presenza in essa di sostanze alcaline, stimolatrici della digestione.
Orbene, qualche anno fa, non si sa bene da parte di quali esperti, alla Regione si è scoperto che la ferula è nociva per le pecore e che a questa pianta devono attribuirsi le morie. Detto fatto, furono varate leggi per contributi per morie da ferula e per la campagna di deferulizzazione della Sardegna. Per la deferulizzazione sono stati adottati alcuni metodi senza alcun risultato, con la spesa di circa un miliardo e mezzo in quattro anni. Si è quindi passati alla lotta tipo Vietnam, con l'uso di potentissimi diserbanti che, ovviamente, distruggono ferula e tutto il resto. A questo punto, gli americani, che sono fra i più grossi importatori del nostro formaggio, lamentano la presenza di sostanze tossiche nel prodotto caseario» «Mondo Giovane» nn. 9/10 del 1971.
Poco male per le dissenterie degli yankee: il DDT ce l'hanno rifilato loro, ed è giusto che se ne riprendano indietro almeno un poco.

Altra storia esemplare sul tema «inquinatori politici» ci viene dalla faccenda del Pinus radiata.
«La cartiera di Arbatax - il vasto complesso che contribuisce in misura notevole a inquinare le acque delle coste Centro-orientali, dando da mangiare a meno famiglie di quante non ne nutrirebbero i pesci che distrugge - importa il legname necessario alla produzione della carta. Per ciò bisogna impiantare alberi in Sardegna: non andiamo a comprare fuori, alleggeriamo la bilancia dei pagamenti, sempre gravida, peggio di una puttana cattolica, riduciamo i costi di lavorazione e aumentiamo i profitti - i salari no, perché non possono essere reinvestiti e non giovano alla economia generale. Così dicono, ragionando coi politici, i padroni della cartiera.
La Regione - tasto sensibile al dito padronale - promuove incentivazioni e contributi per impianti forestali utili a quell'industria. Ad impiantare gli alberi non saranno però i contadini, ma i padroni della stessa cartiera, che vanno a caccia di terre, le prendono in affitto per venti anni, pagandole una miseria - intascando essi i lauti contributi regionali.
Che cosa si decide di impiantare? Alberi tipici dell'ambiente isolano? Alberi che comunque si adattino e si sviluppino senza produrre danni e squilibri biologici? No, ciò che conta sono i profitti; e viene scelto il Pinus radiata: cresce abbastanza rapidamente e in dieci anni è pronto al primo taglio.
I botanici però avvertono che il Pinus radiata isterilisce il terreno in cui cresce per almeno due o tre secoli. Quando trascorreranno i venti anni e scadrà il contratto di affitto, il proprietario si vedrà restituire un pezzo di deserto dove non crescerà neppure la denigrata ferula» «Almanacco della Sardegna» 1971.

5 - Anche la questione ecologica non può essere disgiunta dalla analisi delle strutture e dei procedimenti colonialistici di rapina e di sfruttamento. L'ecologia diventa un passatempo salottiero se non si pone in termini politici. Non avrebbero un senso - o avrebbero quel senso di «fatalità» che torna comodo alla consorteria al potere - i gravi fenomeni di degradazione e di distruzione del nostro patrimonio naturale. In quest'ambito va visto il fenomeno di totale estinzione del patrimonio boschivo di pianura e di collina, attualmente in atto.
Il fenomeno ha origine nella presunzione e nella ignoranza dei tecnici della «bonifica integrale» fascista, seguita dai trapianti umani, bovini e suini ad Arborea, e poi della «disinfestazione integrale» dello yankee Rockefeller a base di DDT, e che si lega infine alla invasione dei petrolieri.

Nell'estate del 1970, un gruppo di entomologi dell'università di Cagliari scopre un insetto parassita dell'eucalipto, il Phoracanta semipunctata. Il terribile insetto era ignoto nel nostro ambiente: ed è naturale perché si tratta del parassita specifico dell'eucalipto, una pianta originaria dell'Australia che in Sardegna è stata importata e impiantata per seme. I colonizzatori, dopo avere rapinato e distrutto il patrimonio boschivo isolano, nei primi decenni di questo secolo lo hanno in parte sostituito con piante di importazione, in massima parte eucalipti. Attualmente costituiscono la quasi totalità del patrimonio boschivo in pianura e in collina. Sono cresciuti e si sono diffusi senza parassiti. Con la costruzione degli impianti petrolchimici della SARAS - pare residuati del Medio-Oriente - con il legname di imballaggio dei macchinari, ricavato dall'eucalipto, sbarca e invade la Sardegna anche il Pharacantha semipunctata.
«Il focolaio di infestione, localizzato nella fascia costiera tra il Golfo degli Angeli e Domus de Maria, si va allargando. Pare che abbia raggiunto Teulada e Sant’Antioco e che, attraverso Villacidro, si diriga verso l'Oristanese… Il parassita trova qui in Sardegna un ambiente climatico favorevole al suo sviluppo e alla sua diffusione e non trova qui nemici naturali (iperparassiti) che nel suo ambiente di origine lo decimano e lo ridimensionano. Potrà quindi rodersi indisturbato una decina di milioni di alberi di eucalipto… Il fatto diventa ancora più drammatico quando si apprende che allo stato attuale non si conoscono armi idonee a debellare il malefico insetto. Due metodi ci sarebbero - dicono gli studiosi. Uno, vecchio quanto il cucco, di mettere a ferro e a fuoco il nemico incendiando le piante infette. L'altro, quello di andare in Australia, raccogliere un certo numero di parassiti del parassita, i cosiddetti iperparassiti, portarli qui in Sardegna e attaccarli alle costole del Phoracanta semipunctata. Noi non siamo biologi e non ci permettiamo alcun dubbio sulla serietà dei loro studi. Dubitiamo però - e a ragione - che la scienza possa riequilibrare ciò che ha incautamente squilibrato…» «La Nuova Sardegna» del Lunedì - del 31.8 e 14.9 del 1970.

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