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Capitolo I - Appunti per uno studio della realtà sarda


Se si esaminano i procedimenti colonialistici messi in atto dal capitalismo nell'Isola, si evidenzia chiaramente l'uso che di essa se ne fa: un'area di servizi militari, petrolchimici e nucleari; di sperimentazione di nuove strategie e tattiche belliche; di verifica di nuove tecnologie repressive; di sperimentazione (sul vivo) di pericolosi ritrovati chimici e biologici; di verifica, quindi, di metodi per il controllo sociale e del territorio.
Nel disegno generale di utilizzazione dell'Isola, ritengo essenziale uno studio sugli aspetti politico-resistenti della cultura del popolo sardo e, più specificamente, sui rapporti che intercorrono tra questa e la cultura egemone o dei colonizzatori. Non mancano analisi e tesi di studiosi accademico-compradoris sulla cultura sarda; ma ben poco traspare in queste analisi del processo di disgregazione, mummificazione, folclorizzazione cui sono state sottoposte la cultura e la scienza del popolo. Il determinarsi e il perpetuarsi dello stato coloniale passano principalmente attraverso l'oppressione culturale, con la repressione delle esigenze e delle capacità espressive di un popolo.
E' da sottolineare come il “Progetto Sardegna” dell'OECE/AEP - il Progetto pilota di intervento culturale programmato dall'UNESCO per i paesi sottosviluppati del Terzo Mondo - sia stato attuato nell'Isola alla fine degli Anni Cinquanta, con la funzione di battistrada del capitalismo, correlandosi agli interventi del Piano di Rinascita che doveva aprire le casse ai big della petrolchimica.
Nel secondo dopoguerra, in Sardegna come in altri paesi coloniali, si sono sviluppate a diversi livelli lotte di liberazione popolari. La nascita del movimento cooperativistico, e più in particolare l'organizzazione delle cooperative agricole e l'occupazione delle terre incolte, sono momenti di rilievo di queste lotte. Ed è ormai comunemente riconosciuto che il modello di sviluppo industriale riservato alla Sardegna è stato programmato e imposto dai vertici del potere capitalistico, in risposta a queste lotte.
La presenza storica del fenomeno banditismo nelle zone interne (Barbagie), che era di per sé fenomeno di “resistenza” alla penetrazione dell'invasore, consentiva al potere di criminalizzare il movimento di opposizione popolare, accomunandolo tout court agli aspetti meno validi e più emotivi del banditismo (rapine, rapimenti, faide), in quanto portatore di tensioni sociali, e insieme di introdurre il piano di industrializzazione (a base di petrolchimiche) come l'unico idoneo a modificare strutturalmente la fisionomia pastorale e banditesca della Sardegna.
In effetti - come hanno dimostrato i fatti - un programma di industrializzazione imperniato sulle petrolchimiche (settore produttivo totalmente estraneo al tessuto sociale ed economico dell'Isola, con altissimi costi di impianto e scarsissima capacità occupativa), indipendentemente dagli interessi degli operatori economici del settore, incentivati con i soldi della Regione e dello Stato, era un programma politico che aveva la funzione di rompere il già precario equilibrio delle strutture produttive indigene, serviva a disgregare la cultura isolana e quindi la capacità di resistenza del popolo.
Intanto si apriva il dibattito sulla definizione del rapporto sviluppo-sottosviluppo, in cui rientra la definizione di colonialismo con le sfumature di neocolonialismo e semicolonialismo. Io non credo affatto nei dibattiti sul sesso degli angeli; credo nelle scelto chiare e concrete, mai possibiliste, anche se possono apparire manichee. Sono arrivato da un bel po' alla conclusione che un Paese colonizzato è sempre sottosviluppato; che ogni sottosviluppo deriva sempre da una situazione di oppressione e sfruttamento operati da egemonie interne o esterne; che, ancora più precisamente, non esiste sottosviluppo senza sfruttamento.
Se per poter definire colonia la Sardegna è necessario elencare gli attributi classici che caratterizzano tale degradata dimensione, per quanto ci riguarda non è un compito difficile. Le impalcature dello sfruttamento colonialistico in Sardegna possono così sinteticamente elencarsi:
a) la rapina del patrimonio naturale, storico e delle risorse umane. Per esempio, nel 1850 le foreste ricoprivano il 50% della Sardegna; l'abbattimento indiscriminato di alberi da parte di speculatori piemontesi e toscani ha ridotto tale percentuale al 15%
b) lo sfruttamento monopolistico nel settore dell'agricoltura e dell'allevamento, con l'inserimento di colture e aziende in funzione dei mercati esterni e non delle necessità dell'Isola, ha portato alla eliminazione di ogni forma di autoconsumo;
c) lo sfruttamento monopolistico nel settore dell'industria, operato con l'impianto di produzioni, come quella mineraria e petrolchimica, slegate alle necessità dell'Isola, assente ogni impianto di trasformazione delle materie prime rapinate;
d) la sistematica cancellazione della storia sarda o dove non sia possibile la sua contraffazione; la sclerotizzazione della cultura indigena per essere riproposta e consumata in termini episodici novellistici, folclorici; l'eliminazione di ogni testimonianza culturale con la svalutazione di ogni prodotto di arte popolare.
e) l'emigrazione pianificata e coatta; una vera e propria deportazione in massa della forza-lavoro allo scopo di sviluppare l'economia della metropoli sulla disgregazione della colonia;
f) un continuo aumento dello squilibrio economico che divide la metropoli dalla colonia;
g) la sempre presente discriminazione salariale e nell'assegnamento dei posti di lavoro tra i Sardi e i Continentali;
h) il boicottaggio di ogni forma di autoconsumo, e nel contempo la vanificazione dei miglioramenti salariali attraverso l'imposizione di acquisto di beni di consumo importati dall'esterno;
i) politica di incremento demografico (ignoranza o divieto sugli anticoncezionali) allo scopo di tenere sempre pieno il “serbatoio” di morti di fame da utilizzare nella metropoli come forza-lavoro o in guerra come truppa ascara;
l) l'uso di leggi speciali e di tecniche repressive “specifiche” assenti nella metropoli; o ivi utilizzate con maggior cautela e con un minimo di rispetto dei diritti del cittadino;
m) l'occupazione e la stabilizzazione del proprio “ordine” da parte del militarismo;
n) la sperimentazione “sul vivo” di tecniche belliche e di ritrovati pericolosi della moderna tecnologia;
o) l'impianto di lager, di carceri speciali, di colonie penali, perpetuando uno degli storici ruoli subalterni della Sardegna: quello di luogo di pena e di confino per oppositori politici, gruppi etnici o ceti turbolenti e indesiderati.
E' stato più volte scritto che anche attualmente nella realtà sociale economica politica della Sardegna risultano chiaramente presenti gli elementi caratterizzanti di una situazione coloniale, e che dall'insieme di tali elementi emerge la precisa destinazione d'uso della stessa Isola come “area di servizi” del capitalismo nazionale e internazionale.

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