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Capitolo IV - La truffa delle petrolchimiche

Nella pianificazione dello sviluppo industriale della Sardegna, imposta dal capitalismo internazionale, la scelta delle imprese impiantate nelle diverse aree, delle loro caratteristiche e modalità di insediamento, è stata condizionata al conseguimento di obiettivi di ordine politico in funzione del potere dominante. Se ne ricava che la storia delle trasformazioni economiche - oltre a soddisfare la regola capitalistica del massimo profitto - è strettamente correlata in risposta alla storia delle idee e delle lotte sociali che si sono sviluppate negli anni del dopo-guerra. Ciò caratterizza la Sardegna come area soggetta alla aggressione coloniale, alla installazione di una economia di rapina.
La teoria della "verticalizzazione" è stata per alcuni una illusione e per altri un alibi, nel sostenere la introduzione delle industrie petrolchimiche , in una regione come la Sardegna dove ci stavano come i cavoli a merenda. Tuttavia, ancora oggi c'è chi continua a sostenere tale teoria, sbandierandola ai lavoratori e alle amministrazioni locali come l'unica via di sviluppo nonostante gli altissimi costi di impianto.
Nonostante sia davanti agli occhi il consuntivo fallimentare delle petrolchimiche, ci sono ancora le "teste d'uovo" della Programmazione regionale che sostengono testualmente: "Il bilancio della esperienza resta comunque positivo, e non si intravvedono oggi alternative a questo tipo di approccio al problema dello sviluppo economico. E' probabile inoltre che anche la scelta di favorire per prime le sole industrie di base sia stata una scelta obbligata, e che solo oggi si possa impostare, seriamente, la politica di verticalizzazione e di affiancamento di industrie manifatturiere".
Non si capisce come, con tanta faccia di bronzo, ci sia ancora chi faccia simili farneticanti ipotesi, ignorando del tutto che l'esistenza della industria di base come condizione necessaria (e dolorosa!) alla verticalizzazione dei processi produttivi si è verificata in Sardegna da quasi venti anni senza che essa abbia mai prodotto neppure l'ombra di una industria di trasformazione.
Sta di fatto che l'unico e amaro consuntivo che oggi si può trarre dalla invasione petrolchimica è che si è trattato della più colossale truffa che il popolo sardo abbia mai subito nella sua millenaria storia di colonia.
In parole semplici: la teoria capitalistica della verticalizzazione, che si concreta con i "poli di sviluppo", avrebbe dovuto con le industrie di trasformazione, quelle che danno lavoro e benessere a tutti, per usare una immagine ormai comune: si sono costruite "cattedrali nel deserto", affinché - quasi per riproduzione partenogenetica! - nascessero tante piccole cattedrali che avrebbero miracolosamente riempito, fertilizzato, popolato tutto il deserto.
In realtà le cose sono andate esattamente all'opposto. Le petrolchimiche non hanno partorito le industrie di trasformazione. I "poli di sviluppo", le cattedrali che non sono state edificate in un deserto, il deserto lo hanno prodotto: hanno messo in crisi, dove non le hanno cancellate, le strutture economiche tradizionali quali l'agricoltura e l'allevamento (e di conseguenza l'artigianato); hanno determinato l'emigrazione e lo spopolamento delle campagne; hanno disgregato la cultura indigena e i valori autoctoni delle comunità; hanno incrementato la disoccupazione e la miseria; hanno indotto nella gente rimasta esigenze consumistiche che hanno favorito il diffondersi di nuove forme di criminalità estranee al tessuto sociale dell'isola; hanno stravolto il sistema produttivo e di mercato: si produce sempre meno e si importa sempre di più; hanno irreparabilmente inquinato e degradato un patrimonio naturale di inestimabile valore.
E ora, compiuta la loro opera di rapina e di devastazione, le cattedrali - questi templi dedicati al Moloch del profitto - vengono smontate, imballate e spedite in altre regioni del Terzo Mondo, per essere lì riedificate perpetuando la truffa e la rapina.

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