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Capitolo VI - Quali terroristi?

 

Ritengo che la stampa abbia responsabilità tutt'altro che marginali nel sostenere la dissennata caccia alle streghe terroriste nell'Isola - dove, come vedremo più avanti, è quanto mai forzata la tesi della presenza e diffusione di organizzazioni eversive tipo BR, di ideologia marxista-leninista, di estrazione metropolitana.
Diciamo pure senza mezzi termini che il processo di criminalizzazione - legittimo anche in uno stato di diritto - del terrorismo si estende - illegittimamente - fino a diventare criminalizzazione di ogni opposizione ideologica e politica che non abbia il crisma del potere, che non rientri cioè nella dialettica di sviluppo del potere, e che il fenomeno, tra leggi e carceri speciali, ha già superato il fascismo becero di Mussolini per equipararsi a quello delle dittature nere dell'America Latina e delle dittature rosse dell'Est europeo.
Suonano maledettamente stonate, per non dire false le esortazioni dei governanti al popolo di opporsi alla violenza, in difesa delle libertà democratiche, in primo luogo della libertà di pensiero, di espressione, di associazione - tra l'altro garantite (si fa per dire) dalla Carta costituzionale. Come può il cittadino pensare con la propria testa ed esprimere a cuor sereno il proprio pensiero, se ciò può comportare sanzioni penali anche pesantissime, qualora egli si dissoci dal gran coro orchestrato e diretto dal potere? Come si può parlare di libertà, se vige il principio manicheo imposto con la violenza delle armi e delle galere: Chi non è con lo stato è contro lo stato; chi è contro lo stato è un terrorista? Di quale libertà si va cianciando, se si vive con il patema d'animo d'essere accusati di complicità con il terrorismo e gettati a marcire in galera per anni in attesa di processo, ogni volta che si criticano i poteri dello stato, ogni volta che si ha il coraggio di dire che i membri della consorteria al potere sono - sulla base di pubblici fatti - delinquenti della peggiore specie?
I governanti che governano in nome del popolo si riempiono le tasche alla faccia del popolo. Banchieri, petrolieri, faccendieri e piduisti arraffano senza ritegno miliardi su miliardi; e quando scoppiano gli scandali e bisogna applicare la legge, i magistrati spiccano i mandati di cattura dopo che i lestofanti sono stati avvertiti di mettersi in salvo all'estero, loro e i capitali. Allo stato di diritto si va sostituendo uno stato di polizia: una polizia cui tutto è permesso: perquisire e arrestare senza obiettive e fondate motivazioni, maltrattare e perfino torturare i sospetti per carpire confessioni, sparare in testa a ladruncoli di quindici anni appena usciti dalla scuola dell'obbligo.
Si capisce - ma la cosa fa ugualmente schifo - che in una tale situazione di insicurezza e paura ci sia chi faccia a gara per dimostrare la propria fedeltà alle istituzioni nel ripetere acclamando le parole d'ordine del potere, chi per far carriera e conservare privilegi si sgoli a urlare il dai all'untore terrorista - e poco conta per chi ha venduto la coscienza, se anziché di un terrorista si tratti di un ragazzo qualunque, colpevole di aver fatto politica in un gruppo extraparlamentare cinque o dieci anni fa. Mi riferisco ad alcuni cronisti che stanno portando avanti una sudicia montatura sulla stampa, blaterando di organizzazioni terroristiche in Sardegna.
Uno di questi pennaioli presenta un farneticante quadro di "sardi nel partito armato" (quale partito?) zeppo di sigle e di nomi (che si ammette sono stati dettati dalla polizia), in un contesto che non sta né in cielo né in terra. Esisterebbero in Sardegna addirittura dodici gruppi terroristici. Un altro pennaiolo, dalla fantasia malata dice che "libri e riviste" confermano l'alleanza tra brigate rosse e terroristi sardi". Però dimentica di dire quali sono i libri e le riviste (escluso un calunnioso accenno all'editore Bertani, che sta a Verona e non a Berchidda) e dimentica anche di fare i nomi dei "terroristi sardi" (non ci sono neppure i nomi dei presunti), se si eccettua una intervista con Antonello Satta, il quale, pur essendo stato amico di Feltrinelli, con il terrorismo ci sta come i cavoli a merenda. L'unica fonte di stampa citata è la rivista milanese Controinformazione, che rivendicherebbe (le rivendicazioni sono d'obbligo!) non si sa quante azioni di guerra contro lo stato imperialista in Sardegna (e di cui nessun sardo si è mai accorto).
Non voglio dire che non ci sia anche chi, sulla stampa, si preoccupa di informare correttamente e senza piaggerie. Nel marzo del 1980 - dopo i fatti di piazza Matteotti, la sparatoria cui diedero luogo Savasta e Libera, i due provocatori bierre sbarcati nell'Isola per vivacizzare un ambiente che languiva – “Sa repubblica sarda”, una rivista su posizioni dell'anticonformismo garantista, ha intervistato alcuni intellettuali e politici sul fenomeno del terrorismo. Alla domanda finale "In relazione al recente fatto di via Roma a Cagliari, ritiene possibile che anche in Sardegna esistano organizzazioni terroristiche tipo BR, tenendo conto della storia e della cultura dell'Isola?", ha così risposto l'on. Sebastiano Dessanay, ex presidente e decano del Consiglio regionale e attuale presidente regionale del PSI:

"Se si tiene conto della storia e della cultura dell'isola, quella reale e concreta, anche se in gran parte sommersa, si dovrebbe escludere che in Sardegna possa nascere e crescere il terrorismo politico tipo BR. Il terrorismo politico è un fenomeno metropolitano. In Sardegna non potrebbe esistere se non come merce di importazione.
Certe affermazioni su pretesi piani eversivi legati a fantomatiche organizzazioni separatiste nascono da giudizi politici troppo affrettati ed ingenui, se non proprio come provocazione proveniente da quelle forze politiche che hanno interesse a inventare organizzazioni separatiste per mettere in crisi sacrosante esigenze politiche di autogoverno.
Ho già detto in altra sede e lo ripeto in questa che non vorrei che gli inventori e i diffusori delle pretese organizzazioni magari separatiste facessero la fine degli Apprendisti Stregoni, magari su impulso di imprevedibili contingenze internazionali.
Non credo neppure ad una possibile saldatura, in Sardegna, tra criminalità comune e terrorismo politico. E ciò nonostante la istituzione in Sardegna di carceri speciali e la scelta dell'isola come terra di confino per i terroristi della penisola. E nonostante il manifestino trovato nella tasca del bandito ucciso a Sa Janna Bassa. E nonostante i fatti di via Roma a Cagliari. La criminalità dei sardi continua ad essere specificata, anche se ammodernata nella tecnologia.
Non ha nulla da spartire con la criminalità dei terroristi elaboratori, intellettuali e no, di ideologie o strategie rivoluzionarie.
E' una criminalità che ha un codice di comportamento del tutto diverso da quello dei terroristi, anche se, al fondo, il banditismo sardo è "anche" un fenomeno, non organizzato tuttavia, di rivolta contro lo stato.
Mi preme dire, infine, che dovremmo, comunque, stare molto attenti ai fenomeni di acculturazione o pseudoculturali, come pure ai fenomeni di emarginazione e di disgregazione soprattutto tra i giovani e nelle città, se vogliamo evitare che si determini una nuova, abnorme, dipendenza coloniale"

Alla stessa domanda, che la rivista “Sa repubblica sarda” rivolse tra gli altri anche a me, risposi:
"Da tanti anni sostengo che esiste un popolo sardo, con proprie istituzioni, con una propria cultura - nonostante il millenario processo di colonizzazione. I fenomeni di criminalità, comune o politica (la distinzione è una raffinatezza giuridica), quindi anche il terrorismo, nelle tecniche, modi e tempi di attuazione, vanno visti nella cultura specifica, propria di ciascun popolo.
Ritengo assolutamente infondata l'ipotesi di organizzazioni terroristiche tipo BR prodotte e correlabili alla realtà culturale, ossia sociale economica politica, della Sardegna - tanto più infondata se riferita alla realtà barbaricina, che ha proprie forme di risposta, anche violente, alla oppressione statalista.
Può anche darsi che qualche studentello di scarso quoziente intellettivo, trovato un residuato bellico, si metta a giocare alle BR - per imitazione, o come dicono i patiti del '77 "per scazzo", o più probabilmente perché glielo suggerisce qualche solerte poliziotto, per "vivacizzare l'ambiente"; ma è assolutamente campata per aria l'idea che la Sardegna possa esprimere gruppi terroristici di ideologia fascista o marxista. Chi sa leggere la storia, sa bene in che modo si è espressa e può esprimersi la rivolta popolare in Sardegna contro l'oppressione degli invasori.
I funzionari degli uffici politici delle questure e delle procure, insieme ad alcuni pennaioli imbeccati, mostrano una rozza ignoranza quando sostengono possibile un connubio tra banditismo barbaricino e GAP feltrinelliano o "colonne" di BR o di PL.
In verità, l'apparato terroristico dello stato ha bisogno per esistere e funzionare di certe forme di violenza attribuibili al popolo - da qui gli alibi per eliminare nel popolo ogni forma di opposizione e di resistenza all'oppressione e allo sfruttamento.
In Sardegna, come per i "fatti di Sassari" dell'agosto del 1967, anche i terroristi, come i banditi, quando non ci sono si inventano. Che ci starebbero a fare qui, tutti i funzionari dell'antiterrorismo, se non ci fossero i terroristi?".

La tesi dell'assoluta estraneità culturale storica del barbaricino - resistente a organizzazioni e azioni del tipo BR - tesi ignorata non a caso tanto dalla dirigenza terroristica italiana quanto dalla dirigenza della repressione statalista - viene anche sostenuta e senza mezzi termini da intellettuali sardi di idee liberali e legalitarie, che evidentemente conservano propria capacità di analisi e di critica - come, per fare un esempio, Angelo De Murtas, redattore culturale della Nuova Sardegna, quotidiano di Sassari.
Sotto il significativo titolo "Il pastore ribelle non è terrorista e non lo sarà mai", Angelo De Murtas scrive:
"Non sembra che agli ambigui profeti d'una improbabile guerriglia in Sardegna si debba far credito d'una straordinaria saggezza politica, né di grandi capacità di analisi e di giudizio… Proprio da questa incapacità di comprendere la realtà e di distinguerla chiaramente dai fantasmi di una scadente letteratura, dalle immagini accreditate dal mito e dall'oleografia, nasceva la bizzarra idea di trasformare un pugno di pastori barbaricini (meglio se invischiati in traversie giudiziarie o addirittura latitanti, comunque extralegali, come li definisce il lessico dell'eversione) in altrettanti guerriglieri. L'idea, oltre a essere stravagante, non era neppure nuova poiché, molto prima che a Savasta e ai suoi amici, era venuta, come si sa, a Gian Giacomo Feltrinelli. Con qualche vistosa differenza a vantaggio di quest'ultimo, il quale non si propone di colpire il cuore dello stato, ma di opporsi a un colpo di stato di destra che temeva imminente: e non senza ragione come s'è capito quando è emerso, almeno in parte, il viluppo di trame e di intrighi coperto dall'ombra dei servizi segreti.
In sostanza, Feltrinelli intendeva difendere uno stato e una legalità che gli organi istituzionali non avevano nessuna voglia di tutelare. E i banditi sardi, educati dalla necessità a un sostanziale stato di guerriglia, avrebbero potuto costituire un nucleo armato agguerrito ed efficiente. L'editore cedeva alla suggestione del bandito-ribelle, del resto alimentata, in quegli anni, dalla dura repressione poliziesca che veniva opposta, rimedio rozzamente improprio e in ogni caso insufficiente, al fenomeno del banditismo. Non tardò comunque a scoprire l'assoluta impermeabilità dei banditi - di Mesina, nella fattispecie - a qualunque sollecitazione politica. Lo stesso errore veniva commesso dal regista Ansano Giannarelli, che proprio allora girava in Barbagia parte di un film Sierra Maestra - nel quale le immagini della contrapposizione fra latitanti e polizia si giustapponevano confusamente a quelle della guerriglia boliviana. Era una sommaria schematizzazione che stravolgeva la realtà: le cose stavano in modo diverso.
La rivolta dei banditi (ma si è trattato, invece, della contrapposizione di due ordinamenti diversi) non è stata mai collettiva, cioè politica, benché esprimesse uno stato di disagio che aveva alla radice cause politiche (il malgoverno, la pessima gestione del potere, l'estraneità dello stato e dei suoi organi)…
Il terreno nel quale venivano gettati i semi del terrorismo, del resto, era per più di un verso favorevole: un'area geografica colpita da fenomeni di decadimento economico (il naufragio delle industrie, il degradarsi dell'agricoltura) e da vasti processi di disgregazione sociale. Si aggiungano gli effetti d'una gestione del potere incapace di scostarsi dai viottoli delle minute pratiche clientelari per affrontare organicamente una realtà difficile (perché non ricordarlo? Il piano per la pastorizia, che aveva suscitato non poche speranze, è rimasto inattuato). In concreto: la provincia di Nuoro oggi fa conto principalmente sui proventi della pastorizia (ma più ancora sulle innumerevoli pensioni di invalidità, spesso frutto di benevolenza non disinteressata) e su quasi nient'altro. I disoccupati sono ventimila, undicimila dei quali sono giovani, in buona parte diplomati o laureati. Qui, appunto, Savasta e i suoi amici si proponevano di compiere quella che era, nella sostanza, un'opera di colonizzazione politica, un reclutamento di ascari ignari. A questo stato di cose, comunque, non si potrà guardare senza apprensione; non si può supporre che a esorcizzarne i pericoli basti quel che ora avviene nell'improvvisata aula di Monte Mixi: le confessioni minuziose dei pentiti, i proclami dei pervicaci, le accuse, le minacce. Probabilmente neppure le percosse inflitte in aula a Marco Pinna, ex studente di informatica trentaduenne, tenuto per sette mesi in cella di isolamento".

Le analisi di De Murtas non fanno una grinza. Così pure le valutazioni di quegli idioti delle BR che sbarcano in Sardegna prendendo lucciole libertarie per lanterne leniniste, valutazioni che sia pure velatamente sono estese a chi conduce l'inchiesta sul terrorismo in Sardegna. Manca qualcosa, però: accennando alle percosse in aula date al presunto terrorista Marco Pinna (tenuto sette mesi in isolamento: altri sono impazziti, come Gazzaniga, o sono morti di crepacuore, come Mellano) non dice che sono stati i carabinieri della scorta a fracassarlo con pugni e calci quand'era per terra - appunto in aula, durante il processo, davanti a tutti. Tant'è l'abitudine.

In memoria di Mellano, assassinato dal carcere

E' del 20 ottobre 1981 la notizia dell'ingiusta morte di Mario Primo Mellano nel carcere di Buoncammino a Cagliari. Mellano, umile artigiano di 47 anni, era stato arrestato all'inizio dello stesso anno sotto l'accusa di favoreggiamento, andando ad aggiungersi alle 27 persone incriminate per aver favorito in qualche modo la fuga di Savasta e Libera, la coppia di terroristi provocatori sbarcati nell'Isola tempo fa. Specificamente, si faceva carico a Mellano di aver favorito il trasferimento del duetto, scortando la loro auto con la propria "850" da una località a un'altra dell'entroterra cagliaritano.
Mario Primo Mellano, onesto e pacifico lavoratore, dichiara di non conoscere i due ricercati e di essersi prestato, in buona fede, alla bisogna, per fare un piacere a un amico che gli ha chiesto di accompagnarlo in auto. Un "favoreggiamento" assai discutibile, e comunque insignificante e marginale. Una colpa assai lieve, seppure di colpa potesse parlarsi, nel caso. Colpa resta ancora più lieve dalla ammissione del fatto.
Arrestato, dunque, all'inizio del 1981, costretto in disumano isolamento, la salute dell'artigiano va deteriorandosi, fino a diventare grave, preoccupante. L'avvocato Onnis, il suo difensore, allarmato, sollecita il ricovero in ospedale. La magistratura oppone un netto rifiuto. Anche dopo la visita medica del prof. Uras, ottenuta su pressioni della famiglia, anche dopo il parere dello specialista che certifica la gravità dell'infermo, i farisei della giustizia negano al moribondo la possibilità di salvarsi.
Senza le dovute cure, Mellano è morto di infarto, abbandonato a se stesso, solo come un cane. La sua è stata una morte impietosa. E' stato trovato cadavere dai compagni di cella, al loro rientro dall'aria.
Chi ha la responsabilità di questa incivile morte? - Si è chiesto e si chiede la gente. I farisei della giustizia - dicono i giornali - hanno aperto una inchiesta, per appurare, come vuole la prassi verbosa "le cause della morte" e accertare "eventuali responsabilità". Una inchiesta che la magistratura, accertata la morte per infarto ed escluso che Mellano sia stato ucciso dalle guardie carcerarie o da carcerati, dovrebbe aprire su se stessa, sul proprio operato.
La domanda che i magistrati dovrebbero porsi è semplice: sarebbe morto se fosse stato curato? Chi poteva consentirgli di curarsi e non glielo ha consentito, pur essendo a conoscenza della gravità dello stato di Mellano, è responsabile. Davanti agli uomini; e davanti a Dio - se ci crede.
Ed ecco le beffe dopo lo scorno: la notizia apparsa sulla stampa, che annuncia l'intenzione della procura della repubblica di avviare procedimento penale nei confronti di chi ha redatto il necrologio per la morte di Mario Primo Mellano. Il necrologio sarebbe lesivo della dignità e dell'onore della magistratura per una frase in esso contenuta: "Poiché la giustizia terrena ne ha deciso la fine, sperando che la Legge Divina sia più umana e gli dia pace eterna".
Non discuto della stizzosa suscettibilità di chi possiede tanto potere - come quello di vita e di morte - da essere paragonabili a dei. A ciascuno il suo. A me, testimone del mio tempo e del dramma della mia gente, da sempre oppressa e schiacciata nella sua umanità, da sempre affamata più che di pane di giustizia che lo liberi dalla "giustizia" dei padroni; a me compete la difesa a oltranza della verità. Epperciò discuto l'assurdità di poteri come quelli che si arroga lo stato, che vengono imposti agli inermi con la violenza delle armi e delle galere. Discuto le allucinanti illegalità che si compiono in un paese che si professa democratico.
La decisione della procura di avviare un procedimento contro chi ha messo in dubbio la validità della "giustizia terrena" (che, la giri come si vuole, ha causato la morte di Mellano) è una decisione che esige alcune risposte, in nome, appunto, di una giustizia diversa da quella che non ha funzionato. Per cominciare, dovrebbero sentirsi "lesi nella dignità e nell'onore" soltanto quei magistrati cui la morte di Mellano poteva essere riferita. Non si capisce perché di questa morte voglia farsi carico tutta la magistratura, l'istituzione nel suo insieme. Omertà di casta? O è vietato dire a un magistrato che delinque, che egli è un delinquente - senza per questo che tutta la categoria si senta offesa?
Ancora. Appare eccessivo, viziato di presunzione, ritenere che il termine "giustizia terrena" debba indicare esclusivamente e interamente il potere giudiziario. Voglio dire che è molto discutibile che qualunque magistrato - indipendentemente dalle sue eccelse doti che rientrano comunque nell'umano imperfetto - si identifichi con tutti i concetti, i significati, i valori positivi e negativi, attribuibili al termine di "giustizia terrena". Il fatto che il magistrato presuma di possedere "per diritto" se non l'infallibilità la impunibilità per i suoi errori, non significa a lume di ragione che egli sia "infallibile". E se egli non è infallibile - l'infallibilità è attribuibile soltanto a Dio, per chi ci crede - ne consegue che non può possedere il monopolio della giustizia. Infatti, è concetto comune e mai contraddetto che la "giustizia terrena" è imperfetta e fallibile al contrario di quella divina che, discendendo da un Essere perfetto, sarebbe perfetta. Pertanto, nel termine di "giustizia terrena" è implicita l'imperfezione; e dire, anche a voce alta, che la "giustizia terrena" è uno schifo non può offendere nessuno; anzi, dire il contrario è offendere al verità.
Il fatto è che nel caso della morte di Mellano - ingiusta e incivile come tutte le morti sofferte in abbandono e in solitudine - i magistrati della procura hanno ritenuto che l'espressione "la giustizia terrena ne ha deciso la fine" sia una accusa bella e buona rivolta alla "giustizia di stato" (o come anche si dice "giustizia dei padroni"). E allora non si tratta, a mio avviso, di incriminare chi rivolge tali accuse, se sono accuse, ma di verificare se le accuse, se sono accuse, siano fondate. Vedere cioè se e quali responsabilità ha quella "giustizia" nella morte di un cittadino carcerato in attesa di giudizio. E qui, ai sensi della stessa giustizia, quella che è nella coscienza umana, non contano i risentimenti da numi oltraggiati, ma contano i fatti. E i fatti, comunque li si rigiri, sono questi:
1) Mario Primo Mellano non era un terrorista, non si occupava di politica, era un modesto artigiano, cittadino incensurato, onesto lavoratore che badava a sé e alla propria famiglia. Ha ammesso al "colpa" che gli veniva contestata: di avere accompagnato con la propria auto un amico, il quale a sua volta accompagnava due ricercati che egli non conosceva, con i quali non ha nulla in comune. Per una colpa tanto lieve e involontaria aveva già subito con la carcerazione preventiva una pena maggiore di quella cui poteva essere condannato.
Perché allora non concedergli la libertà provvisoria - se la si concede a ladri di miliardi e ad assassini pentiti?
2) Mario Primo Mellano è entrato in carcere "sano come un pesce". Un modo di dire che calzava perfettamente a chi come lui praticava uno sport come la pesca subacquea, che necessita di una costituzione fisica particolarmente robusta. Ne è uscito stroncato da un infarto. Ma prima ancora, a detta dei medici, il suo fisico era distrutto. Che cosa gli è accaduto in carcere? Che inferno è il carcere di Buoncammino, se in otto mesi distrugge un uomo forte e robusto? Oppure, il carcere che risparmia certi detenuti e non intacca la salute dei carcerieri, ha infierito proprio su Mellano?
3) La gravità dello stato di salute di Mellano era nota a tutti - perfino a chi stava fuori del carcere. E' stato certificata da uno specialista. Avvocato e medico hanno chiesto con fondata motivazione o la libertà provvisoria o il ricovero in clinica. Perché il magistrato competente ha negato al poveretto le cure che potevano salvargli la vita o se era tanto grave di morire in libertà con il conforto dei suoi cari? Come poteva ritenersi "soggetto pericoloso" un uomo buono e incensurato come il Mellano? Come poteva ritenersi "abile simulatore" un malato giudicato da un luminare come il prof. Uras "grave e bisognoso di urgente ricovero in clinica per appropriate cure"? Mellano simulava così bene di essere moribondo da essersi fatto morire per davvero!
Una morte che poteva essere evitata. Una morte talmente ingiusta da porre sulla "giustizia terrena" dubbi tanto seri da squalificarla. Tanto più quando dopo aver sbagliato mostra di non tollerare critiche; quando ha la pretesa di imporre al cittadino di lasciarsi morire in silenzio.
Qualcuno potrà forse dire che morire è destino di tutti gli uomini. Una espressione perfino consolatoria, se si aggiunge che prima o poi muoiono tutti, poveri e ricchi, innocenti e colpevoli, umili e potenti, carcerati e carcerieri. E su questa constatazione, portata a livelli di speranza, uno sterminato coro di umani proclamerà la dura legge del taglione, sosterrà che la morte pagherà occhio con occhio e dente con dente.
Ma un tale concetto di morte-giustizia non è umano né civile. E' un concetto proprio del sistema di potere ed è anche proprio di una opposizione in funzione dello stesso potere, è proprio di una filosofia politica fondata sull'oggi a me e domani a te. La ragione - così - è sempre e soltanto del più forte, del più violento: domani avremo noi il potere e faremo a voi esattamente ciò che voi avete fatto a noi - con gli interessi. E c'è parecchia gente che pensa di non attendere la morte, e l'intervento d'ufficio della "divina giustizia", per ribaltare la situazione, e si dà da fare per applicare subito e su questa terra la legge del taglione. E' l'idea di giustizia applicata correntemente tra le orde barbariche di cinquemila anni fa - così come lo è tra le civilissime toghe dei moderni tribunali e tra i terroristi che mirano al potere: nonostante i duemila anni di Cristianesimo.
Io credo, al contrario, che l'uso del termine giustizia sia improprio per indicare una costrizione, una punizione, una violenza, una vendetta, una morte. Giustizia significa semplicemente ciò che è giusto. La libertà, l'uguaglianza, l'amore, la fratellanza, l'armonia sociale, la felicità sono cose giuste: quando ci sono rappresentano ed esprimono la giustizia. Non esiste giustizia, ma una mostruosa parodia di essa, in una società dove gli uomini non sono liberi, dove gli uomini non sono uguali, dove imperversano l'odio e la violenza, dove la vita e la prosperità di un gruppo umano si fondano sulla morte e sulla miseria di altri gruppi umani.

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