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Indice articoli


CAPITOLO PRIMO

EDUCAZIONE POPOLARE E MOVIMENTO DEI LAVORATORI

1 - Definizioni significati funzione della educazione

Alla fine degli Anni 50 e negli Anni 60, durante il boom della educazione degli adulti, vengono elaborate definizioni raffinate e mistificatorie in chiave democratica.

«L’educazione popolare deve permettere ai giovani e agli adulti, uomini e donne, di vivere meglio la vita familiare, professionale, civica di ogni giorno e di trovare, nel lavoro come nella ricreazione, attraverso una migliore comprensione e una partecipazione più viva alla vita civica, le soddisfazioni di un pensiero che meglio si accordi all’azione, e di conseguenza, le gioie di una comunicazione sociale e umana più efficace, in un clima di libera scelta e di libera creazione».(1)

«Il fine principale dell’educazione degli adulti è quello di rendere questi capaci di far fronte intelligentemente, democraticamente e pacificamente ai problemi posti agli individui e alle comunità dai profondi mutamenti sociali».(2)

E’ il momento in cui le élites al potere nei Paesi del mondo occidentale scoprono l’importanza del settore ai fini di una maggiore produttività e di una maggiore diffusione dei prodotti secondo un piano differenziato in correlazione alle differenti situazioni di sviluppo economico sociale; ai fini di un imbrigliamento del movimento di rivolta e di giungere ad ottenere il “consenso” del popolo mediante condizionamenti psicologici di massa, creando e usando strutture educative. In altre parole: educazione ai fini di un più scientifico e totale sfruttamento del lavoro umano in una società tranquillata da una apparente democrazia.
Le definizioni che abbiamo visto e quelle che vedremo contengono allettanti riferimenti a “libere scelte” e a “libere creazioni” nel contesto fumoso di un “clima”, non di una realtà dove la crescita umana sia concretamente libera, e contengono, in un equivoco miscuglio, i concetti che il capitalismo liberale ha della funzione della educazione degli adulti, svelando il disegno di un nuovo più raffinato modo di educare il popolo con formule e contenuti differenziati rispetto alla educazione riservata alle élites.

«Funzione essenziale della educazione degli adulti - scrive P. Lengrand, funzionario dell’OECE/AEP, direttore del settore Eda del Progetto Sardegna - è quella di aiutare tutti gli individui di una società a comprendere meglio la parte dell’universo dove essi sono situati, sviluppare le loro capacità di riflessione, di giudizio e di espressione, a svolgere con coscienza e competenza le loro responsabilità di uomini privati e di cittadini ed a partecipare attivamente alla vita culturale del loro ambiente».(3)

Livio Labor specifica che l’educazione degli adulti non è lotta contro l’analfabetismo, non è istruzione professionale o tecnica, non è educazione popolare ma presa di coscienza, assunzione e maturazione di certi valori.

Fini della educazione degli adulti sono
«Presa di coscienza continua da parte della persona umana, della sua condizione culturale, morale familiare, sociale, economica e politica e della sua vocazione personale e di gruppo; - presa di coscienza per una partecipazione attiva alla vita dei gruppi professionali e sindacali, per una partecipazione ai problemi della impresa moderna e della organizzazione industriale; per una partecipazione alla ricerca delle soluzioni concrete ai problemi del proprio ambiente di lavoro...; - assunzione positiva e cosciente, anche da parte dei ceti popolari, delle molteplici responsabilità delle pubbliche amministrazioni; … corresponsabilità politica sul piano dello Stato... e maturazione di personali convinzioni politiche...; - maturazione di una coscienza europea e universale che sappia portare l’attenzione in particolare ai problemi dei Paesi e delle aree depresse...».(4)

L’educazione degli adulti - conclude Labor approdando ai suggestivi lidi di cartapesta delineati dal socialdemocratico P. Lengrand, emerito venditore di fumo dell’UNESCO - «sollecita su tutti i piani la partecipazione personale e responsabile; non solo per la partecipazione dei diritti, ma per l’assunzione dei doveri e responsabilità precise da parte dell’uomo, nella comunità concreta in cui vive».
Il punto che questi signori dimenticano di toccare è l’essenziale: il sistema di oppressione e di sfruttamento in cui l’uomo a cui si rivolgono è già inserito. Sensibilizzare e responsabilizzare questo uomo non contro ma per questo sistema significa semplicemente inserirlo meglio e “consenziente” nei meccanismi oppressivi delle istituzioni, nei processi produttivi di sfruttamento.
R. Bauer fa una distinzione tra “cultura popolare” ed “educazione degli adulti” che gli appare oggi “come attività resa principalmente a stimolare attitudini creative e attitudini critiche, attitudini a modificare il rapporto con l’ambiente oltre che a conoscere l’ambiente stesso”, utilizzando per i suoi scopi anche gli strumenti propri della cultura popolare.
Ribaditi e ancora meglio chiariti sono da Bauer i fini, nello svolgimento del suo discorso sulle esigenze della educazione degli adulti in una società moderna:

«Il problema non è quello di conformare al costume modificato, ai gusti e alla cultura modificati, ma di fornire armi e strumenti per l’affermazione della personalità; cioè portare l’individuo a prendere posizione personale ed autonoma di fronte ai valori che caratterizzano la nostra civiltà, renderlo capace di modificare questi valori, rendergli effettivi il diritto, la capacità e la volontà di prendere decisioni, che è il suo modo di arricchire il patrimonio culturale della comunità, modificandolo».(5)

In Bauer appaiono posizioni più avanzate, rispetto a quelle elaborate dalla intellighenzia che promuove, teorizza e gestisce il settore sotto la guida dell’UNESCO e che in virtù dei dollari ha l’egemonia. Ma siamo ancora a formulazioni di tipo paternalistico-gratificatorio, di “stimolazione” di una crescita culturale del popolo nel contesto di una organizzazione sociale (capitalistica) i cui “valori” sono aprioristicamente dati come “validi”. In Bauer, più che in altri dell’intellighenzia borghese, viene messo l’accento sulle “modificazioni” che il fattore umano “sensibilizzato” può e deve portare nel patrimonio culturale della comunità. Dove - si suppone, ma non viene detto chiaramente - insieme a certi “valori” vi siano intollerabili situazioni di ingiustizia economica sociale culturale da modificare, e - si suppone ancora, ma questo viene taciuto del tutto - le modificazioni avvengano non soltanto con “l’inserimento responsabile” del cittadino nelle istituzioni, ma anche con la lotta all’esterno delle istituzioni: non per modificarle ma per abbatterle, in quanto strumenti a servizio del potere, del privilegio.
In quegli stessi Anni ‘60 il brasiliano Paulo Freire teorizza e sperimenta una “pedagogia degli oppressi”; una pedagogia intesa come educazione a praticare la libertà. In questa definizione si va al di là di una educazione come presa di coscienza dell’uomo oppresso e sfruttato, valida in una situazione colonialistica o terzomondista, per delineare un processo di crescita umana valido sotto tutte le latitudini; poiché dappertutto, anche dove meno drammatici o apparentemente risolti appaiono i conflitti economici sociali culturali, è vivendo da uomo libero che l’uomo si realizza veramente.(6)
Per i popoli del Terzo Mondo, come per i Sardi, che tentano di uscire da una antica situazione di soggezione coloniale per ritrovare una propria identità, è da rifiutare la istituzionalizzazione del processo della propria crescita (cioè il monopolio ideologico delle élites dominanti, liberali o marxiste); sono da rifiutare tecniche e moduli, siano pure moderni e “illuminati’’, per un processo “guidato” di crescita culturale del popolo.
In opposizione all’intervento in Sardegna del Progetto Sardegna OECE/AEP - illuminante esempio di intervento educativo “guidato” - è stato scritto:

«... per cultura popolare intendiamo la trasformazione di una cultura di pochi in una cultura di molti, per diventare di tutti... Gli uomini hanno parità di diritti; diritto fondamentale dell’uomo è la libertà di esprimere se stesso... Cultura è somma di esperienze, patrimonio comune di tutti gli uomini... L’espansione e l’evoluzione della cultura popolare è direttamente connessa alla emancipazione delle masse lavoratrici, al loro inserimento nella vita politica ed economica, al loro acquistare parità di diritti... Fintanto che le grandi masse popolari restano ai margini della vita pubblica, la cultura, anche nei suoi momenti di maggiore lustro, rimane privilegio di pochi, e per ciò stesso è un fatto caratteristico di dominio e di discriminazione...».(7)

Ne consegue che non si può definire il concetto di educazione degli adulti se non all’interno di un movimento di emancipazione e liberazione dell’uomo. In altre parole: la definizione di educazione degli adulti è nella definizione stessa della lotta sociale che in tutti i settori e a tutti i livelli il popolo conduce con alterne vicende per la propria liberazione dalla oppressione e dallo sfruttamento.

2 - L’educazione alle origini:
l’uomo alla scoperta di sé e del proprio mondo.

L’educazione dell’uomo, in quanto processo cosciente di crescita individuale e sociale, di arricchimento nella scoperta di sé e della realtà attraverso l’utilizzazione di esperienze e di strumenti propri e di altri, è antichissima e ha origine nello stesso uomo pensante.
Già nelle lontanissime ere preistoriche, l’uomo ha sentito il bisogno di comunicare con i propri simili (in modo naturalmente differenziato e privilegiato rispetto ai rapporti con le altre creature del suo ambiente), riferendo agli altri se stesso e a se stesso gli altri in un interscambio di esperienze, conoscenze, scoperte fatte individualmente e strettamente legate alla sopravvivenza, ai bisogni primari.
C’è nel dialogo o nella ripetizione mimata o concreta un interscambio e un apprendimento che è di importanza fondamentale nel processo educativo di ciascun uomo: consente a ciascuno di utilizzare le esperienze di tutti, elaborarle, verificarle, ritrasmetterle.
Nelle prime rudimentali forme di organizzazione sociale, l’uomo doveva apprendere sia le tecniche di produzione che quelle relative alla fabbricazione degli utensili necessari alla produzione stessa.

L’organismo dell’uomo «si è evoluto dal principio del Pleistocene, circa un milione di anni fa... ha imparato a servirsi sempre meglio degli elementi naturali... allo scopo di alimentare se stesso e i suoi piccoli, per proteggersi dalle intemperie e comunicare con individui e gruppi».(8)

Senza una capacità di comunicare le proprie esperienze e di elaborarle, non vi sarebbe stata crescita dell’umanità, nel senso cui è giunta attualmente. Se questa capacità sia propria dell’uomo e non anche, in forme diverse, di tutte le creature viventi; se questa capacità non sia stata snaturata e abbia dato luogo a un tipo di progresso negativo ai fini di una autentica realizzazione dell’uomo, apre un discorso non tanto astratto quanto qui superfluo. Sta di fatto che l’unica definizione oggettiva che possiamo dare di civiltà è, che è «la somma di tutto ciò che l’uomo compie come risultato di ciò che ha appreso».(9) In altre parole, la civiltà è il risultato dei processi di educazione dell’uomo.
In tempi storici, l’educazione come processo in generale di acculturazione e in particolare di conoscenza sistematica delle scienze e delle arti è riservata alle élites dominanti. Il popolo ne è escluso, emarginato: non gli è lecito essere colto; deve semplicemente apprendere le tecniche per compiere nel modo più redditizio il lavoro cui è assoggettato.
C’è nelle élites dominanti un preciso disegno di impedire al popolo una sua partecipazione politica e civile, negandogli quindi la possibilità di uno sviluppo culturale - ciò che lo porterebbe non soltanto alla presa di coscienza della propria realtà di sfruttato ma alla realizzazione di una società libera, diversa.
Una esclusione diventata sempre più difficile, quando gli strumenti di diffusione delle idee diventano accessibili a sempre più numerosi strati sociali. Il popolo potrebbe inserirsi coscientemente nella problematica sociale ed economica; le élites al potere corrono ai ripari, istituzionalizzando due culture: una riservata agli oppressori e una imposta agli oppressi.

3 - L’educazione nelle organizzazioni dei lavoratori.

Le prime formulazioni di educazione degli adulti sono legate al movimento ideologico e politico dei lavoratori. La necessità di emancipare il popolo dalla ignoranza, di fornirgli l’alfabeto e l’uso di strumenti di conoscenza e di critica è un momento importante, se non la conditio sine qua non per portare avanti la lotta di classe, preparare e portare la classe operaia al potere.
Aldo Capitini fa risalire l’origine della educazione degli adulti all’Illuminismo, «che fece sentire vivamente il dovere della pubblicità, di comunicare agli altri, alla piazza, i risultati del proprio pensiero».(10)

«Ma fu l’Inghilterra, paese che profondamente sentì l’influenza dell’Illuminismo, il paese che per primo si propose il problema dell’educazione degli adulti in termini concreti».(11)

L’e.d.a. si sviluppa su due linee: gli operai che sentono il bisogno di istruirsi per meglio valutare gli avvenimenti storici del loro tempo; cittadini del ceto medio che hanno già frequentato corsi di studio, che desiderano aggiornarsi con corsi di perfezionamento. «Dalla prima istanza nacquero le scuole organizzate dalla Workers Educational Association; dalla seconda il movimento della University Extension».(12)
Va precisato che la Workers Educational Association, fondata ufficialmente nel 1903 in collegamento con il movimento politico degli operai, esisteva già nel secolo scorso, nata e sviluppatasi nel mondo contadino.
A. Lorenzetto muove la ricerca storicistica dalla Danimarca.

«L’origine dell’educazione degli adulti è un’origine modesta. In Danimarca, verso la metà dell’800, il pastore Nicolas Grundtvig ed il ciabattino Cristian Kold pensavano che i ragazzi non potevano essere abbandonati appena finita la scuola primaria, ma che dovevano poter continuare un insegnamento nella vita anche durante il periodo del loro addestramento e del loro lavoro».(13)
Tra i due promotori sorge un interessante quesito circa l’età utile alla educazione post-scolastica del cittadino. Kold riteneva giusto che i ragazzi iniziassero subito, a 14/15 anni, appena licenziati dalla scuola primaria; dal canto suo, Grundtvig il curato, pensava che soltanto sui 18 anni il cittadino potesse avere raggiunto maturità sufficiente a frequentare corsi di apprendimento, in cui si potessero dibattere i problemi della vita. Si organizzarono corsi diversi, riservati ai fanciulli di 14/15 anni e ai giovani di 18 e oltre, con programmi differenziati.
Sappiamo che l’educazione differenziata (per età, per sesso, per categorie sociali, eccetera) non è libera, si riduce a un indottrinamento, e va parallelamente al condizionamento differenziato che il sistema opera per portare a compimento, nel modo più scientifico, l’obiettivo unico dello sfruttamento umano totale. Non so con quali ragionamenti, tuttavia, la sperimentazione convinse il ciabattino ad accettare la tesi del pastore. Forse non fu estraneo l’intervento illuminante dello Spirito Santo.

«La storia dell’educazione degli adulti cominciò allora...» L’iniziativa di Grundtvig e Kold... «non deve trarre in inganno circa la vera natura dell’educazione degli adulti, che è in gran parte anche il frutto della rivoluzione industriale e dell’affermazione progressista dell’idea democratica, legata alle rivendicazioni e alle trasformazioni apportate nella società e nelle istituzioni dalla Rivoluzione francese, e poi dai movimenti e dalle guerre risorgimentali e, infine, da tutto il movimento sindacale socialista».(14)

A livello di assunti ideologici, già nel 1792, in Francia, Antoine Caritat de Condorcet presenta all’Assemblea legislativa un rapporto sulla organizzazione generale della pubblica istruzione, dove si dichiara che «l’istruzione deve essere universale e cioè essere estesa a tutti i cittadini... e nei suoi diversi livelli deve abbracciare l’intero sistema delle conoscenze umane e assicurare agli uomini in tutte le età della vita la felicità di conservare le loro conoscenze e di acquisirne delle nuove».
La storia ci ha detto quanti di questi assunti idelogici della borghesia “illuminata” siano rimasti lettera morta, patrimonio archeologico nelle bacheche dei musei di storia patria.
Le iniziative concrete nel settore sono sporadiche e discontinue. E’ del 1830 l’Association Polythecnique pour le développement de l’instruction populaire, senza seguito. Maggiore successo ha invece, a livello di promozione di future iniziative culturali popolari, l’incontro tra i movimenti spontanei di cultura popolare francesi e i movimenti operai e contadini inglesi, che sfociano nella prima internazionale, in cui, con la linea libertaria, prevale il concetto della necessità di organizzare l’istruzione dei lavoratori in modo autonomo, con propri strumenti di diffusione delle idee. Fioriscono da quel periodo giornali, opuscoli, biblioteche, gruppi culturali anarchici, socialisti, sindacalisti.
Anche sul piano delle istituzioni, i lavoratori si battono per la liberalizzazione delle scuole e della istruzione. Nel 1866 nasce la Ligue de l’enseignement; e nel 1881 passa la legge sulla gratuità dell’insegnamento - legge completata da una successiva del 1889, che rende l’istruzione laica e obbligatoria.
Le università popolari nascono in diversi paesi dell’Europa per iniziativa di docenti democratici e soprattutto per volontà e iniziativa di organizzazioni politico-sindacali dei lavoratori.

«In Inghilterra il problema dell’educazione delle masse, data la stretta connessione di questo con lo sviluppo industriale, sorse prima che in ogni altro paese. Già all’inizio dell’800 Associazioni di quaccheri cercavano di penetrare nella miseria del proletariato urbano, per diffondervi un’istruzione soprattutto etica e religiosa, ma anche pratica; nel 1850 erano stati creati 610 Mechanics Institutes (scuole gratuite per operai) con 10.200 iscritti; dal 1842 si erano diffusi i Collegi operai, che nel 1907 avrebbero contato 3.400 ospiti...; mentre il movimento cooperativo ebbe gran parte nel sovvenzionare l’University Extension».(15)

La University Extension (l’Università popolare inglese) si realizza a Cambridge, a Oxford, a Londra e al “Victoria”, costituendo quattro zone di intervento culturale, realizzato mediante corsi regolari. Tali corsi non erano fine a se stessi, ma consentivano l’acquisizione di un titolo di studio sufficiente a ottenere l’iscrizione nelle università di Stato. Le spese necessarie a mantenere le università popolari venivano coperte da contributi da parte di frequentanti, da pubbliche sottoscrizioni e, nella maggior parte, dalle organizzazioni dei lavoratori. Inizialmente frequentate dal ceto medio e da operai, questi ultimi diminuirono sempre più di numero; pertanto veniva a mancare l’obiettivo principale, quello di portare nelle masse lavoratrici l’istruzione e lo stimolo al sapere.
I lavoratori cercano altre soluzioni: come si è accennato, nel 1903 sorge la Workers Educational Association, «che univa le caratteristiche delle iniziative per l’educazione delle masse nell’ambito del movimento operaio, e quella della University Extension: si occupava cioè dell’istruzione, ma coincideva con la nuova coscienza politica della classe operaia».(16)
Nella seconda metà del secolo scorso, in Austria (Wiener Arbeiterbildungverein) e in Germania sorge una vasta rete di istituzioni per l’istruzione dei lavoratori nell’ambito del movimento socialista, e specificamente si concretò nella propaganda delle idee socialiste.
Le università popolari danesi, diffuse nello stesso periodo, hanno avuto - è stato scritto - una funzione importantissima nelle battaglie politiche per la liberalizzazione delle istituzioni e la democratizzazione del paese.(17) In un documento delle prime università popolari danesi, del 1853, vengono illustrati i principi informatori dell’attività:

«L’università popolare deve educare non già individui accecati dal fanatismo, ma cittadini illuminati e coscienti. Essa deve fornire ai suoi scolari un quadro quanto più possibile veritiero della situazione attuale; deve attirare la loro attenzione sulle diverse dottrine politiche, esponendo i principali argomenti a favore o contro di esse; deve sforzarsi di destare in loro la coscienza dei problemi del tempo e l’interesse a contribuire alla loro situazione».(18)

Sono concetti tipici di una borghesia liberale, che ritroviamo dopo oltre cento anni nel contemporaneo filone di intervento di educazione popolare che fa capo all’UNESC0 - dall’acculturazione dei propri sudditi all’acculturazione dei popoli coloniali, in un crescendo culturale parallelo al crescendo dei profitti.
Un cenno meno breve alle università popolari in Italia, che appaiono - come nel resto dell’Europa - l’elemento portante del movimento di educazione degli adulti.

«Le Università popolari sono una tipica manifestazione dello spirito e degli orientamenti che caratterizzavano l’Italia all’inizio dell’età giolittiana… E’ comprensibile che l’idea incontrasse subito tanti e diffusi consensi: innanzi tutto tra i socialisti, che in una istituzione come l’università popolare vedevano un utile strumento per elevare il livello culturale della classe operaia... Per secoli era bastato il prete a garantire una comunicazione tra classe dirigente e classi subalterne, ma con la nascita del movimento operaio e contadino si erano formati estesi gruppi di lavoratori animati da un autonomo patrimonio di idee e di obiettivi e uniti in autonome organizzazioni, che sfuggivano ad ogni condizionamento, influenza, controllo... Anche il governo, purché l’apoliticismo fosse garantito, era favorevole a questi organismi spontaneamente e democraticamente sorti: esse sottraevano ai socialisti una pericolosa esclusiva, creavano un senso di solidarietà tra borghesi e proletari, elevavano il livello culturale di questi ultimi, come era necessario per meglio produrre nella moderna industria...».(19)

Il brano riportato offre spunti critici per una storia dell’educazione degli adulti. Oggi come ieri: le iniziative spontanee popolari vengono istituzionalizzate dalle élites al potere, come sempre, per incanalarle nel gran pantano del qualunquismo e strumentalizzarle ai fini della conservazione e rafforzamento del capitale.
La prima università popolare nasce a Torino, inaugurata nel novembre del 1900. L’anno successivo si costituiscono in numerose università italiane: a Firenze, Roma, Milano, Bologna, Genova, per citarne alcune. L’Avanti! di quell’anno riferisce diffusamente ed entusiasticamente sul sorgere di tali iniziative. Va notato che a Torino già esisteva dal 1853 una Società di istruzione, educazione e mutuo soccorso tra insegnanti, per un contributo concreto alle scuole popolari; e che in Sardegna le U.P. sono assenti.

«Le U.P. costituiscono un movimento tutt’altro che omogeneo: alcune emergono per volere delle organizzazioni della classe operaia, altre vengono elargite filantropicamente dal mondo dell’alta cultura; alcune percepiscono ragguardevoli sussidi da municipi o enti pubblici, altre vivono delle quote sociali; alcune sono gratuite, altre riservate ai soci paganti; alcune hanno un’unica sede, altre varie sedi per graduare il tono dell’insegnamento; alcune impartiscono un’istruzione superiore e disinteressata, altre un’istruzione elementare e pratica (...); alcune si servono, per l’insegnamento, di professori universitari, altre di professori di scuola secondaria, maestri, professionisti; alcune danno maggior sviluppo ai corsi, altre alle conferenze isolate; alcune costituiscono una realtà affatto nuova, altre si innestano su una tradizione preesistente...».(20)

Le università popolari erano precluse agli analfabeti; è chiaro che soltanto alcuni strati di lavoratori delle aree industriali avevano la possibilità di accedervi; mentre i ceti contadini ne erano quasi completamente esclusi. A differenza dei socialisti che privilegiavano l’operaio (il proletario per antonomasia, protagonista storico della rivoluzione), gli anarchici si batterono per l’estensione delle U.P. ai ceti contadini, spostando la loro attività culturale rivoluzionaria dalla città alla campagna. E’ auspicabile che questa tendenza venga ripresa e portata avanti dall’attuale movimento anarchico, che talvolta dimostra inclinazioni operaistiche quasi per un inconscio complesso di inferiorità nei confronti dello sviluppo del movimento marxista.
Le U.P. furono una ulteriore occasione dello scontro ideologico e politico già in atto dalla seconda metà del secolo scorso, tra positivismo e idealismo, in senso generale tra cattolici e laici, e in senso più particolare e politico tra liberali,marxisti e anarchici.

«In generale si può notare,nell’organizzarsi delle U.P. una volontà unitaria, lo sforzo alla collaborazione sulla generica base di un comune orientamento democratico, nel quale uomini di varia ideologia politica potevano riconoscersi. E’ anche vero, però, che i socialisti rivendicano a se stessi il merito di averle promosse; mentre la rivista L’università popolare, diretta da Luigi Molinari, fu portavoce di intellettuali anarchici che aspiravano a creare un sistema di educazione progressista; e l’U.P. rientrava anche nei programmi della cattolica Opera dei congressi».(21)

Di grande incidenza l’apporto educativo dell’anarchico Molinari, il quale contribuì a fondare numerosi periodici rivolti alla formazione ideologica e politica del popolo; tra gli altri, oltre alla prestigiosa rivista L’università popolare, quindicinale vissuto dal 1° febbraio 1901 all’ottobre 1918, figurano: Il grido dell’operaio, La Favilla, L’Armonia, Combattiamo, Germinal, Il Proletariato anarchico. Fra gli animatori delle università popolari, che alla presenza militante libertaria aggiunsero scritti, conferenze di divulgazione, insegnamenti pratici e scientifici, ci furono Reclus, Grave, Fabbri, Kropotkin, Bakunin, Hamon, Merlino, Gori, Rapisardi, Armand, Ferrer, Ciancabilla e Zola.(22)
Un fatto di rilievo nella storia dell’educazione degli adulti è la costituzione,nel 1906, della Unione Italiana dell’Educazione Popolare (UIEP). Nella sua costituzione e nelle fasi del suo sviluppo, l’UIEP ebbe sempre come principali animatori e dirigenti intellettuali socialisti. Come statuto, si proponeva di riunire, consociandoli, enti, istituti, associazioni e persone che operassero nel settore dell’educazione popolare. Le università popolari costituirono uno dei suoi principali strumenti, in particolare la U.P. di Milano a cui l’AIEP era legata per la presenza di comuni collaboratori (Fabietti, Foà, Turati e altri). Va notato che esisteva anche un organismo specifico di collegamento e riferimento tra le U.P.: la Federazione Nazionale delle Università Popolari (FNUP).
All’UIEP aderirono anche organizzazioni sindacali e politiche, tra queste L’Unione magistrale, la Confederazione generale del lavoro, la Lega delle cooperative, l’Associazione per gli studi pedagogici, l’Unione femminile e altre. Grande sviluppo ebbero, per merito dell’UIEP, le biblioteche popolari e le scuole professionali. Operò principalmente in Lombardia, dove ebbe seguito e incidenza.
L’UIEP riprende a vivere, dopo la parentesi del fascismo, in comunione con la Società Umanitaria (nata nel 1893) e con la Federazione Italiana delle Biblioteche Popolari, con la denominazione aggiornata di Unione Italiana della Cultura Popolare (UICP). Ne è presidente Riccardo Bauer, che è anche presidente della FIBP (Federazione Italiana Biblioteche Popolari) e della Società Umanitaria.
Nel 1962 l’UICP conta 54 enti associati. Tra questi, 11 università popolari, la Federazione delle U.P. italiane, il Movimento di collaborazione civica, l’UNLA, l’ARCI, la Società Umanitaria.
L’UICP ha tenuto il suo VI congresso nazionale in Sardegna, a Oristano l’1/2/3 giugno 1962. La scelta della nostra Isola non è stata certamente casuale. In quel periodo il Progetto Sardegna dell’OECE (poi OCSE) operava nel triangolo Oristano-Macomer-Bosa. Compromessi ideologici e tattici, critiche feroci di corridoio alle tecniche educative dell’OECE basate sull’allevamento dei polli, ma poi un“vogliamoci bene” generale sulla spartizione dei ruoli e delle aree di attività hanno caratterizzato quell’avvenimento, cui ho partecipato con i gruppi sardi dell’AILC, prima di rompere ogni rapporto con l’OECE.
C’è un pesante cedimento da parte dei vecchi gloriosi resti del movimento di educazione popolare (diventata cultura popolare) nei confronti del potere egemonico, economico e culturale, dell’imperialismo USA, rappresentato dall’UNESCO, di cui l’OECE è l’appendice europea. Nell’UICP confluiscono tutte le organizzazioni pubbliche e private che si occupano, o dicono di occuparsi, di educazione degli adulti. Unica eccezione, l’AILC. I tempi moderni sono tempi di monopolio e di multinazionali anche sul piano della cultura.


NOTE AL CAPITOLO PRIMO

1) F. Bonacina - L’educazione degli adulti - in Educazione e TV - sett.-ott. 1964 - pag. 20.
2) da un documento della Adult Education Association of the USA - in Borghi - Educazione e sviluppo sociale - 1962 - pag.352.
3) in Fattori culturali dello sviluppo economico - Convegno di studi della Commissione nazionale per l’UNESCO - Cagliari 9/12 aprile 1959.
4) in Quaderni di Azione sociale - Anno X - nn.3/4 - pag.414.
5) R. Bauer - L’educazione degli adulti - Laterza 1964 - pag.34/41.
6) di P. Freire vedi: La pedagogia degli oppressi - Mondadori 1971 e L’educazione come pratica della libertà - Mondadori 1973.
7) U. Dessy in Sardegna oggi - anno II - n.22 1963.
8) C. S. Coon Storia dell’uomo - Garzanti 1956 - pagg.14/15.
9) Ibidem - pag.16.
10) in Scuola e Città - 1959 - III - pag.81.
11) F. Bonacina - L’educazione degli adulti - in Educazione e TV - 1964 - pag.18.
12) Ibidem - pag. 19.
13) A. Lorenzetto - Lineamenti storici e teorici dell’educazione permanente - Studium 1976 - pag.4.
14) Ibidem - pagg.4/5.
15) M. G. Rosada - Le università popolari - Ed.Riuniti 1975 - pagg. 18/19. Vedi anche in La Cultura popolare 1912: Oxford e la cultura operaia.
16) Ibidem - pag.21.
17) J. Novrup - L’educazione degli adulti in Danimarca - 1952.
18) F. Borinski - Educazione del cittadino, 1961 in A. Lorenzetto - Opera citata - pag. 6.
19) M. G. Rosada - Opera citata - pagg.16/17.
20) Ibidem - pagg.55/56.
21) Ibidem - pag.125.
22) Vedi L’Università popolare - n.14 del 1906 - pag.6.

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