Copyright 2020 - Custom text here

Indice articoli


CAPITOLO SECONDO

L’EDUCAZIONE DEMOCRATICA IN ITALIA DAL 1945

1 - Il risveglio democratico (Dal ‘45 al ‘55)

Definire la caduta del regime fascista di Mussolini come la fine del fascismo, della dittatura e della tirannia è una mistificazione che è servita e serve a dare al popolo la falsa sensazione di essersi liberato o, se non questo, l’illusione di essere sulla strada giusta di una libera crescita; una mistificazione che ha dato e dà alla consorteria al potere l’opportunità di manovrare, dietro la cortina fumogena di nuovi principi democratici, per una rielaborazione ammodernata della dittatura e della tirannia, con dosati rimpasti governativi e amministrativi ai vertici del potere.
Il vecchio fascismo si è trasformato in un nuovo fascismo. La sostanza del vecchio è rimasta inalterata; si è modificata nelle forme. E’ rimasto lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, il privilegio di pochi sulla miseria di molti, l’oppressione dello Stato e la violenza repressiva delle sue istituzioni in funzione della conservazione del capitale e del privilegio. Anzi, a più di trent’anni dalla caduta di Mussolini è possibile dire che il nuovo fascismo ha dato vita a forme nuove di oppressione, repressione e sfruttamento più pesanti e violente - basti pensare alla criminalizzazione in atto delle opposizioni ideologiche e politiche, ai poteri e ai privilegi riservati all’esecutivo che giungono fino alla impunità per qualunque assassinio, ai lager - veri campi di sterminio scientifico - che si stanno allestendo per contenere la rivolta popolare.
La caduta del fascismo è da considerarsi un momento di assestamento del capitalismo nazionale ai fini di una sua ristrutturazione nell’ambito del capitalismo internazionale, essenzialmente monopolistico, in cui gli USA sono ben rappresentati dalle “magnifiche sette” sorelle.
Questa interpretazione, che ritengo corretta, può apparire semplicistica e manichea a quegli intellettuali che hanno creduto, ieri forse in buonafede e oggi certamente in malafede, che realmente con il sangue del popolo versato sull’altare della resistenza si stesse edificando una nuova società, una autentica democrazia, a quei ceti operai delle industrie del Nord gestiti dai partiti marxisti che hanno creduto prossimo l’avvento della loro “classe” al potere statalista, ma non ai ceti contadini e alle popolazioni in generale del Sud e in particolare della Sardegna che non si sono accorti per nulla del “rivoluzionario” trapasso dal vecchio al nuovo fascismo, sui quali l’oppressione e lo sfruttamento sono proseguiti ininterrotti, sviluppandosi secondo il processo di sviluppo della scienza e della tecnica a servizio del privilegio.
Tuttavia, nella analisi e nella valutazione del movimento educativo e culturale del dopoguerra, va tenuto presente che la fede e la speranza che la caduta del fascismo aprisse vie nuove democratiche hanno innescato e sviluppato nel popolo ideali di emancipazione e di riscatto e riproposto linee libertarie di crescita sociale, sopite ma non spente durante il ventennio.
In questo movimento, già nel suo sorgere, si evidenziano due posizioni apparentemente parallele ma nella sostanza profondamente divergenti: da parte del popolo (espresso da alcuni illuminati uomini di cultura) l’esigenza di dare vita a una nuova democratica cultura che rafforzi e meglio finalizzi le lotte per la conquista dei diritti civili per la realizzazione di una autentica democrazia; da parte delle élites privilegiate (che restano al potere, sostituendo qualche uomo, modificando le formule e lasciando intatta la sostanza oppressiva e sfruttatrice del sistema) la opportunità e necessità di organizzare nuove strategie nella educazione guidata del popolo, che pur partendo da assunti e valori democratici ed egualitari freni il processo di crescita popolare, imbrigli le lotte di rivendicazione dei lavoratori, diffonda una conoscenza nozionistica, acritica, massificante. In altre parole, imporre al popolo una cultura coloniale in funzione del disegno di sviluppo produttivo del capitalismo.
Sorgono o risorgono in questo primo periodo (’45 - ’55) enti e associazioni che si pongono il compito di educare le masse popolari - prima quelle urbane, più immediatamente utilizzabili nella macchina industriale, poi quelle rurali, a cui la stessa macchina attingerà “quanto basta” al suo mostruoso sviluppo.
Tra questi - diversi tra loro per i principi cui si ispirano, per lo spazio sociale che occupano, per il seguito che avranno e per le finalità che si pongono - figurano i Centri di Orientamento Sociale (COS), che si rifanno alla dottrina di Aldo Capitini; l’Associazione Italiana per la Libertà della Cultura (AILC), che è una appendice del movimento nato con il Manifesto Einstein-Russell che ha in Italia il suo massimo esponente in Ignazio Silone; il Movimento di Collaborazione Civica (MCC), di ispirazione laica, su posizioni radicali si batte per l’affermazione dei diritti civili, sostenuto dai repubblicani; il Movimento Comunità, fondato da Adriano Olivetti; l’Unione Nazionale per la Lotta contro l’Analfabetismo (UNLA); l’Associazione Nazionale per gli Interessi del Mezzogiorno (ANIM); la Società Umanitaria; la Federazione Italiana Biblioteche Popolari (FIBP); l’Unione Italiana della Cultura Popolare (UICP).

2 - I Centri di Orientamento Sociale.

I COS vengono fondati da Aldo Capitini a Perugia il 17 luglio 1944. C’è ancora la guerra, ma già Capitini si pone il problema di un nuovo assetto democratico del Paese, che è possibile ottenere soltanto con la partecipazione cosciente del cittadino che accede a una nuova cultura.
Riallacciandosi al discorso risorgimentale mazziniano e post-risorgimentale di Salvemini, Capitini propugna il decentramento di ogni potere per arrivare all’autodeterminazione cosciente delle masse in sostituzione della legge centrale coercitiva e oppressiva.
I COS finirono praticamente di esistere intorno agli Anni ’50, in seguito agli sviluppi della lotta politica che in Italia radicalizzò il dialogo fra le due forze egemoniche allora in conflitto, i cattolici con la DC e i marxisti con il PCI e il PSI.
Le idee di Capitini ebbero e conservano un seguito nei diversi movimenti pacifisti, nella teorizzazione della rivolta popolare non violenta e tra gli obiettori di coscienza. E’ del 1962 “la marcia della pace” effettuata a Cagliari contro la NATO e la militarizzazione dell’Isola. Aldo Capitini fu l’animatore della manifestazione che vide un imponente corteo di popolo convenuto nella città da numerosi paesi dell’interno per chiedere «la fine di tutti gli esperimenti nucleari atmosferici e sotterranei; il disarmo generale e controllato con l’eliminazione di tutte le basi atomiche esistenti nel mondo».
L’intellighenzia marxista che tentò di strumentalizzare quella come altre manifestazioni promosse da Capitini, bollò il filosofo di idealismo, emarginandolo.

3 - L’Associazione Italiana per la Libertà della Cultura

Si è costituita per diffondere i principi definiti nel Manifesto agli intellettuali italiani (Roma 1 dicembre 1951). Tra i promotori del Congresso internazionale figurano B. Croce, J. Dewey, J. Maritain, B. Russell; fanno parte del Comitato esecutivo internazionale Nicola Chiaromonte e Ignazio Silone. Silone è anche presidente dell’Associazione Italiana (AILC).
I principi dell’Associazione sono così formulati nel suo statuto:

«Noi riteniamo che il mondo moderno può proseguire nel suo avanzamento solamente in virtù di quel principio di libertà della coscienza, del pensiero, dell’espressione, che si è faticosamente conquistato nei secoli.
Noi riteniamo che, in quanto uomini e cittadini, anche coloro che professano le arti e le scienze, siano tenuti ad impegnarsi nella vita politica e civile, ma che al di fuori delle tendenze e degli ideali politici e delle preferenze per l’una o per l’altra forma di ordinamento sociale e di struttura economica, sia loro dovere custodire e difendere la propria indipendenza e che gravissima e senza perdono sia la loro responsabilità ove rinuncino a questa difesa.
E riteniamo, infine, che, nell’attuale periodo storico, che ha visto e vede tanti sistematici attentati alla vita dell’arte e del pensiero da parte dei potenti del giorno, i liberi artisti e scienziati siano tenuti a prestarsi reciproca solidarietà e a confortarsi nel pericolo».

Viene definita in pratica la funzione dell’intellettuale (anche se non si definisce “chi” sia l’intellettuale) nella società moderna, tanto in quella a capitalismo privato che in quella a capitalismo di stato, in particolare la sua posizione critica nei confronti del potere (che sistematicamente attenta alla vita dell’arte e del pensiero); ciò ricorda affermazioni simili ricorrenti oggi, espresse da grossi nomi della cultura con un tocco civettuolo di libertarismo anarchico: “Libertà e potere non vanno in coppia”. (Vedi la intervista di J.P. Sartre a L.C. in Lotta continua del 15 settembre 1977.)
L’AILC - che parte dall’assunto di un gruppo di intellettuali democratici di difendere e sostenere la libertà di idee e di espressione in un mondo che (nonostante la caduta del fascismo) continua a mostrarsi intollerante e fascista a livelli di potere - si diffonde come movimento culturale specialmente nel Sud, raccogliendo le istanze di rivalsa meridionalistiche e facendo proprio il patrimonio di Salvemini e di Giustino Fortunato. Nascono così numerosi Centri AILC che svolgeranno nell’ambito delle loro comunità prevalentemente attività di formazione civica.
Le attività dei Centri sono coordinate da una Segreteria nazionale con sede a Roma, che prepara gli animatori con corsi residenziali e fornisce strumenti di lavoro, quali una ricca serie di opuscoli sui diritti dell’uomo, lezioni sulla Costituzione e si avvale della collaborazione di autentici democratici come A. Battaglia, E. Tagliacozzo, N. Chiaromonte.

4 - Il Movimento di Collaborazione Civica.

Viene fondato nel dicembre del 1945 da un gruppo di cittadini riuniti - come dice lo Statuto - nel desiderio di concorrere a conservare le libertà democratiche riconquistate a tanto duro prezzo dopo la guerra di liberazione.

«Scopo del Movimento - dice l’art. 2 dello statuto tipo per i Gruppi MCC - è di concorrere alla formazione dei cittadini... di una coscienza civile e di promuovere una maggiore partecipazione dei cittadini alla vita democratica del paese».

Il consiglio direttivo del MCC conta tra gli altri M. Bernabei, Tristano Codignola, F. Ferrarotti, S. Valitutti, E. Flamini: insomma, una buona dose di sinistra.
Una breve storia del Movimento si delinea dal documento che si riporta:

«Determinante per il primo decennio di vita dell’associazione fu l’incontro coi giovani ai quali venne chiesto semplicemente se intendevano offrire un mese delle loro vacanze per fare da Monitori nelle colonie estive. La risposta generosa degli studenti, il risultato più che positivo dell’esperimento, segnarono l’inizio di un vero e proprio “movimento giovanile” caratterizzato da un’intensa vita associativa, dal volontariato sociale, da un rapporto nuovo e si può ben dire “rivoluzionario” con gli adulti (uomini di cultura, docenti dei licei e delle università) su basi di aperta collaborazione, di fiducia e di reciproco rispetto; in breve su basi di parità. Inchieste sociali, lotta all’analfabetismo, colonie di infanzia, doposcuola, assistenza ai reduci, riordinamento degli schedari della CRI, campi di lavoro, vita di club, incontri culturali e attività di questi giovani, la risposta al loro bisogno di “partecipare”, di avere responsabilità, di uscire finalmente dall’ apartheid nel quale la scuola, la famiglia, la società borghese li tenevano da sempre confinati.
«Struttura portante del movimento giovanile, che si diede ben presto una sua propria e autonoma organizzazione (“Corpo Volontari Servizio Sociale” e “Aiuto alle famiglie”) furono, a cominciare dal 1946, i corsi residenziali, fortemente caratterizzati come esperienze di vita di comunità, attività di gruppo, libera discussione, collaborazione e libero confronto tra giovani e adulti, ragazzi e ragazze, attività espressive; e, infine, preparazione specifica al lavoro che i partecipanti si proponevano di svolgere in campo sociale: queste le esigenze alle quali il Movimento cercava di rispondere - e sembra vi riuscisse coi Corsi residenziali di “Educazione nuova”. Dal 1946 al 1952, i Corsi di Educazione nuova furono svolti quasi tutti nel castello Caetani di Sermoneta.
«Tra le molte esperienze del Corpo volontari di donna Olimpia, abbiamo il primo Centro sociale del dopo-guerra a Roma e uno dei primi in Italia. C’era un doposcuola aperto tutti i pomeriggi, tenuto per turni da numerosi studenti. Oltre ai compiti scolastici, pedaggio inevitabile, vi si faceva gioco drammatico, canti, danze popolari, teatro di marionette, lavori manuali e simili. Anche i corsi serali di educazione popolare, frequentatissimi, erano tenuti da studenti delle diverse facoltà universitarie, assistiti dai loro professori e da specialisti: un tentativo pienamente riuscito, anche se circoscritto, di avvicinare il mondo universitario a quello della educazione degli adulti. Il Centro ebbe vita dal ‘51 al ‘56. La sua chiusura segnò anche la crisi e la fine del Movimento giovanile. Correvano ormai in Italia tempi poco propizi alla presenza di persone e di gruppi che non fossero al servizio dei grandi protagonisti della lotta politica. Nel clima della guerra fredda e della “caccia alle streghe” non c’era più posto per i giovani della CVSS. Seguirono per il MCC anni difficili, nei quali, a non tener conto di alcune sporadiche iniziative, come il convegno sui testi scolastici di Educazione Civica (Roma 1960), la sola attività di rilievo rimase quella dei corsi residenziali.
«Un nuovo spazio operativo si apriva per il Movimento con il determinarsi di un diverso clima politico (Anni ’60, “scoperta” della necessità di allargare la base democratica dello Stato) e con l’avvio dell’intervento culturale nelle provincie del Sud ad opera della Cassa per il Mezzogiorno. Questa situazione indusse il Movimento a formulare per il Mezzogiorno un programma che avesse per fulcro il lavoro sociale (ed educativo) volontario, di gruppi autonomi ad esso collegati, assistiti finanziariamente, metodologicamente e tecnicamente in funzione delle finalità di sviluppo delle comunità e di formazione civica e democratica. I gruppi di Collaborazione Civica nel Mezzogiorno furono gruppi autonomi, retti da statuti propri, che accoglievano i principi fondamentali dello statuto del MCC. Condizione imprescindibile era il carattere laico e democratico dei Gruppi stessi, la loro adesione di massima e il rispetto, nell’interno dei gruppi, delle norme di associazione laica e democratica».(1)

Una autonomia di base, un lavoro culturale educativo sempre più politicizzato e critico nei confronti del potere non potevano essere a lungo tollerati dal sistema. I Gruppi MCC - con un furbesco gioco di ristrutturazione - furono smantellati per fare posto ai Centri di servizi culturali, che furono spartiti dalla Cassa tra i vari enti. (1967)
Da allora il MCC conserva 11 di questi Centri scaglionati nel Sud, più il Centro sociale di Latina, che in convenzione con la Cassa per il Mezzogiorno gestisce dal 1961.

5 - Il Movimento Comunità.

E’ stato fondato a Ivrea nel 1948 da Adriano Olivetti. Egli, partendo dai principi di J. Maritain e di E. Mounier, teorizzatori della funzione della comunità, elaborò una propria concezione socio-politica adattandola nella prassi a una realtà densa di esperienze e problemi. I temi del Movimento Comunità furono la personalità dell’uomo inserito in un processo produttivo; il rapporto industria-campagna; le infrastrutture urbane a misura d’uomo; l’istruzione professionale non disgiunta da un processo educativo globale; la critica al potere attuata con responsabilità civica da parte del cittadino.
A Ivrea il MC organizzò, tra l’altro, il Centro di servizi di comunità, il cui asse era la Biblioteca, di cui fu per molti anni animatore Luciano Codignola. Numerose pubblicazioni testimoniano la presenza di Comunità nel dibattito delle idee nei primi decenni del dopo-guerra.

6 - L’Associazione Nazionale per gli interessi del Mezzogiorno.

Pasquale Villari, Giustino Fortunato, Gaetano Salvemini sono alcuni tra gli intellettuali che nel 1910 fondarono l’ANIM. Una delle spinte che mossero l’opera fu il terremoto di Messina (1908) e il conseguente disastro che gettò nella desolazione più squallida quelle popolazioni, che già sopravvivevano in condizioni subumane sotto lo sfruttamento piemontese.
Tra le iniziative realizzate dall’Associazione - i cui fini erano chiaramente educativi e culturali - ci furono asili infantili (con il metodo Montessori); la gestione dell’Opera contro l’analfabetismo (affidatale dal Ministero dell’Istruzione popolare), animata da G. Lombardo Radice; e corsi popolari per adulti.
L’Associazione fu sciolta dal fascismo che nel 1928 la fagocitò nell’Opera Nazionale Balilla. Riprese a vivere dopo la caduta del fascismo, presieduta da I. Bonomi e da Zanotti Bianco, riducendosi alla sola gestione degli asili infantili, senza svolgere attività di educazione degli adulti. In pratica si ritirò dal settore della lotta contro l’analfabetismo, per lasciare libero lo spazio all’UNLA.

7 - L’Unione Nazionale per la Lotta contro l’Analfabetismo.

«L’Unione… fu fondata il 5 dicembre 1947 da un piccolo gruppo di professori di filosofia e di assistenti sociali… in ordine a un disegno teso a realizzare un movimento popolare di carattere culturale per la lotta contro l’analfabetismo tra le popolazioni del Mezzogiorno. La ricerca e la progettazione pedagogica di questo disegno, in parte anche molto ingenuo, ma intensamente vissuto, trovarono un terreno concreto di realizzazione prima con la creazione dei Comitati Comunali per la lotta contro l’analfabetismo (1947/48) e poi con la creazione dei Centri di cultura popolare (dal 1949 in poi).
I Comitati comunali per la lotta contro l’analfabetismo dell’UNLA erano formati dal sindaco, dal maestro e dal sindacalista (allora la CGIL era ancora unitaria) e dagli altri cittadini desiderosi di apprendere e di insegnare. I primi Comitati sorsero in Lucania, per opera della Segreteria regionale Lucana. Come dimostrerà quattro anni dopo il censimento del 1951, in Lucania la percentuale di analfabetismo era del 46%. Erano come piccoli comitati di salute pubblica orientati ad un tempo verso l’alfabetizzazione e la soluzione del problema meridionale. Attorno a queste tre figure catalizzatrici, tutti i cittadini di buona volontà. In tre mesi 10.000 analfabeti adulti (la Lucania contava allora poco più di 500.000 abitanti) affollarono le scuole.
«Il Ministero della P.I., che aveva visto con preoccupazione questa specie di rivoluzione comunale, con circolare 21 ottobre 1948 dispose l’istituzione di comitati ministeriali comunali per la lotta contro l’analfabetismo, escludendone i sindacati e la componente popolare. La battaglia sui comitati comunali per la lotta contro l’analfabetismo avvenne tra Ministero della P.I. e UNLA, al Congresso per l’educazione popolare indetto a Roma dal Ministero della P.I. dal 2 all’8 maggio 1948».(2)

Il ministro della P.I. sostiene che è compito dello Stato provvedere alla alfabetizzazione dei cittadini, che il governo ha già in mente la costituzione di comitati comunali per il settore e che i comitati UNLA sarebbero quindi un inutile doppione. Vista la questione in termini politici, la DC vuole avere un controllo ideologico ed elettoralistico anche in questo settore parascolastico; in termini economici, i comitati UNLA non possono esistere senza un finanziamento pubblico, che viene negato. Non verrà negato invece un finanziamento se l’UNLA smantellerà i comitati comunali e lavorerà, sempre a livello di comunità, nello stesso settore ma con funzioni meno specifiche o se si vuole con formule diverse. L’UNLA costituisce quindi i Centri di cultura popolare.

«Il Centro di cultura popolare - scrive Lorenzetto - nacque dall’esperienza appassionante e amara dei Comitati Comunali, della quale (sic!) mantenne le caratteristiche: la partecipazione popolare, il movimento per l’alfabetizzazione, come punto di attacco per la trasformazione della società...».(3)

Il Centro di cultura popolare (i primi sono del 1949 e fra questi, quello di Santulussurgiu, in Sardegna, è del ‘51) passa così dai corsi di alfabetizzazione limitati nel tempo a corsi e attività culturali continui nel tempo.

Il Centro UNLA si caratterizza:

«1) la lotta contro l’analfabetismo veniva legata all’educazione degli adulti e considerata come momento di questa, in anticipo di dieci anni rispetto a quanto poi sarà codificato a Montreal. Veniva così realizzato, per la prima volta, secondo l’UNESC0, il legame di alfabetizzazione-educazione permanente;
2) le attività di educazione degli adulti a vari livelli venivano integrate da attività di formazione civica, sanitarie, professionali, in modo da realizzare nel Centro di cultura popolare, che si configurava come una nuova sede istituzionale, accanto alla chiesa, alla scuola, al municipio, quella sintesi culturale adatta a rispondere ai bisogni delle popolazioni;
3) il Centro nasceva già con una gestione democratica diretta come risultato delle varie componenti del Comitato di iniziativa, e si strutturava sempre nella gestione diretta delle attività e dei mezzi, nei Comitati paritetici lavoratori-insegnanti, e cioè, nel linguaggio dei Centri, Centristi-Collaboratori. Questi Comitati dipendevano poi per le decisioni finali dalla giunta del Centro formata solo da Centristi, e dall'Assemblea dei Centristi».(4)

Ritroveremo l’UNLA nella parte di questo lavoro relativa alle esperienze di educazione degli adulti in Sardegna, e rivedremo questi punti in chiave critica.

8 - La Società Umanitaria.

In “Profili di Enti italiani di cultura associati all’UICP” nella rivista “La cultura popolare” n. 2 del 1954, si legge questa autopresentazione:

«La Società Umanitaria nasceva nel 1893 in seguito a un lascito per disposizione testamentaria di Prospero Moisè Loria.
«E’ una istituzione pubblica di assistenza e beneficenza di prima classe (con giurisdizione in tutto il territorio nazionale) e si regge secondo la legge del 1890.
«Secondo la dizione dell’art.2 dello Statuto originale, oggetto dell’attività della Società sono i diseredati. Se non che, a questa definizione di beneficiari dell’azione sociale inizianda, veniva aggiunta una precisazione veramente chiarificatrice, con lo stabilire che la Società doveva porre i diseredati in condizioni di rilevarsi da sé medesimi, procurando loro lavoro e istruzione.
«In tal modo venivano poste le basi di un diverso intento, di un diverso metodo nel quale non tanto l’accento cadeva sulla degradazione dei soggetti umani presi in considerazione, quanto sul modo con cui si voleva fossero curati; non tanto si vedeva in essi l’uomo degradato meritevole di pietà, quanto l’uomo da rendere di per sé capace di vincere una battaglia, di superare ogni avversa situazione. E poiché questa sua capacità doveva essere formata, aiutata, potenziata, è chiaro che il piano d’azione dell’istituto decisamente si spostava dal settore curativo a quello preventivo, dal campo della riparazione al campo della razionale mobilitazione di forze pronte a parare l’insorgere di una dolorosa congiuntura. In altri termini, nell’intenzione dei fondatori dell’Umanitaria, il piano tradizionale dell’attività assistenziale veniva ad essere rovesciato spezzando la tradizione caritativa prevalente in Italia, nell’epoca considerata... Purtroppo nel 1943, durante i bombardamenti subiti dalla città (la sede centrale della Soc. Umanitaria e delle sue appendici è situata a Milano - nda), il complesso degli edifici fu quasi completamente distrutto.
«La Società Umanitaria, allora, pur sempre in condizioni precarie e di provvisorietà, sotto la guida di Riccardo Bauer, riaprì le scuole professionali serali e di riqualificazione dei disoccupati, riaprì i corsi per cooperatori e per assistenti sociali, riprese la propria tradizionale attività a favore dell’artigianato artistico, riaprì il Teatro del popolo, ricostruì un primo nucleo della propria biblioteca specializzata. Fra le attività immediatamente riprese, dopo la guerra, va annoverata anche la ricostituzione dell’Unione Italiana della Cultura Popolare e, nel 1948, la ricostituzione della Federazione Italiana delle Biblioteche Popolari».

Va aggiunto che la Società Umanitaria continuò a vivere e a funzionare anche durante il fascismo, che, già dal gennaio del 1924, entrò con i suoi rappresentanti a far parte della amministrazione. La situazione di asserita “precarietà” e “provvisorietà” della Umanitaria nel dopoguerra non va fraintesa con una mancanza di mezzi e di finanziamento pubblico: l’Umanitaria si aggiudicò diversi beni scorporati al regime fascista, tra questi - pare - una villa appartenuta a Claretta Petacci, dono di Mussolini.

9 - UICP (già UIEP)

L’Unione Italiana della Cultura Popolare (già Unione Italiana della Educazione Popolare) è un’altra organizzazione che fa capo alla Società Umanitaria: raccoglie i vari enti, movimenti e associazioni che svolgono attività di educazione o genericamente attività culturali in Italia.

10 - FIBP.

La Federazione Italiana Biblioteche Popolari, presidente R. Bauer, è praticamente un servizio della Società Umanitaria nel settore delle Biblioteche Popolari, e svolge una attività simile a quella della Federazione Nazionale Biblioteche Popolari e Scolastiche (FNBPS), sorta, quest’ultima come carrozzone statale di servizio per i Centri di lettura presso le scuole dell’obbligo: invio di pacchi di libri, per lo più avanzi di magazzino che, rilevati con i soldi del contribuente, concorrono a sostenere le iniziative sballate dei “grandi” editori.

NOTE AL CAPITOLO SECONDO

1) Da un documento del Movimento di Collaborazione Civica.
2) A. Lorenzetto - Lineamenti storici e teorici dell’educazione permanente - Studium,1976 - pag. 32.
3) Ibidem - pag. 33.
4) Ibidem - pagg. 34/35.

Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner acconsenti all’uso dei cookie.