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Indice articoli


CAPITOLO QUINTO

IL PROGETTO SARDEGNA OCSE (OECE/AEP)

1 - Le giustificazioni dell’invasione culturale

Dopo la caduta del fascismo nero e l’avvento del fascismo bianco. R. Bauer rileva che in Sardegna, a differenza delle altre regioni italiane e della stessa Sicilia il movimento e le attività di educazione degli adulti assumono una specifica fisionomia, propria della cultura locale.

«Nell’isola si trovano, difatti, organizzazioni caratteristiche come l’Associazione sarda per l’educazione degli adulti, Ichnusa, e la federazione autonoma dei centri di cultura della Sardegna.  Quest’ultima fa capo al Consorzio di bonifica, la prima ebbe una origine OECE, e attualmente è assistita dalla Società Umanitaria di Milano.  Anche il Movimento della pace svolge in Sardegna attività educativa.  Una certa influenza sulla vita culturale, esterna all’università, l’hanno i circoli studenteschi, cinematografici e teatrali.  Questa presenza di iniziative periferiche, non inquadrabili in attività di dimensioni nazionali, è accompagnata dall’assenza quasi assoluta di iniziative culturali-educative da parte dei partiti, dei sindacati, delle associazioni nazionali.
Questa attuale situazione si è venuta determinando gradatamente, e in pochi anni la fisionomia delle attività sarde di educazione degli adulti si è venuta delineando qual’è adesso.  Alla caduta del fascismo, contemporaneamente alla ricostruzione dei partiti politici, si ebbe la nascita di diverse organizzazioni goliardiche e di circoli culturali non popolari ma di insegnanti, di intellettuali, ecc.  In seguito vi fu, sopra queste iniziative autonome, l’inserimento di iniziative esterne, come le iniziative OECE.
I primi circoli di cultura popolare, nel senso più stretto e tradizionale del termine, nacquero con l’UNLA intorno al 1950; attualmente risultano esistere 14 o 15 centri UNLA, alcuni dei quali riferiti come abbastanza efficienti.  Esistono inoltre i circoli dell’Associazione per la libertà della cultura e i corsi di cultura popolare organizzati dall’Ente di trasformazione fondiaria e agraria, oltre ai Centri sociali dell’edilizia popolare e della Cassa per il Mezzogiorno;  all’attività del Progetto Sardegna, dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo europeo, risalgono l’Associazione per l’educazione degli adulti e la Federazione autonoma dei centri di cultura.
Questo quadro, alquanto tipico, è caratterizzato dalla mancanza di un’iniziativa di base popolare, dalla scarsa vitalità delle iniziative di base a carattere piccolo o medio-borghese, dalle iniziative prese dall’alto o dall’esterno».(1)

Il periodo (fine Anni ‘50, primi Anni ‘60) preso in esame da Bauer contiene alcune inesattezze sugli Enti e valutazioni non documentate.
L’Associazione sarda per l’educazione degli adulti e la Federazione autonoma dei Centri di cultura della Sardegna non hanno “una fisionomia locale”, in quanto non sono nate spontaneamente da una esigenza comunitaria, ma sono - come lo stesso Bauer dice più avanti - organismi creati dal Progetto Sardegna OECE, quando smantellato a furor di popolo doveva dimostrare di aver fatto (e lasciato) qualcosa.
Gli unici Centri di cultura che svolgono attività (e non soltanto nel senso tradizionale) di educazione degli adulti sono l’UNLA, l’AILC e il MCC.  Stranamente il Bauer dimentica i Centri di cultura del Movimento di collaborazione civica, che si sono aggiunti ai Circoli per la libertà della cultura o si sono fusi, come a Cabras e a Guspini, per dare luogo a Centri autonomi di cultura popolare (conservando tuttavia l’affiliazione all’AILC o al MCC o a tutti e due per diverse ragioni pratiche:  coordinare le loro attività con quanto si va facendo fuori dell’Isola, godere di sovvenzioni, specie in libri e in altri servizi).
La caratterizzazione di una mancanza di iniziativa di base popolare nel settore viene collegata da Bauer a una scarsa vitalità delle iniziative procurate dall’alto o dall’esterno.  Mi sembra una valutazione superficiale o forzata allo scopo di dare giustificazioni all’invasione culturale dell’OECE o di altre organizzazioni di natura filantropico-assistenziale.  Esistono in Sardegna - prima dell’OECE e di altri interventi esterni - iniziative popolari, seppure non espresse in forme organizzative e con scopi educativi come quelli che sotto l’ala dell’UNESCO si sono realizzate in Italia (e purtroppo, ma più avanti, anche in Sardegna).  Esistono gremi, esistono movimenti cooperativistici, esistono gruppi che si compongono spontaneamente per l’impiego del tempo libero o per la risoluzione di problemi comunitari, ed esistono perfino le “sedi” tradizionali dove il popolo svolge attività in associazione:  la piazza, la bettola, il magazzino, le aree campestri riservate alle feste.  Per non parlare delle consuete riunioni serotine, durante la stagione estiva, sugli usci, per strada.
La “scarsa vitalità” delle iniziative promosse dall’esterno esprime chiaramente la sfiducia dei Sardi nelle istituzioni socio-educative del colonizzatore, che rientra nel rifiuto storico di tutte le istituzioni in blocco della “controparte”.  Riparleremo più diffusamente del fenomeno, che non si presenta sempre come un rifiuto netto, aprioristico, ma che spesso tende a “sardizzare”, a rendere “autonome” talune iniziative portate dall’esterno.  Ciò è avvenuto per l’UNLA e in modo decisamente più evidente per i circoli dell’AILC e per i Centri del MCC.

2 - Il Progetto Sardegna

Dal 1958 interviene nell’Isola un elemento nuovo nella educazione degli adulti:  il Progetto Pilota detto “Progetto Sardegna” dell’OECE/AEP (Organisation Europeenne de Cooperation Economique/Agencie Europeenne de Productivité), avente come area di operazioni il triangolo Oristano-Macomer-Bosa.
Il progetto Sardegna viene così delineato:

«... è una azione condotta da un Ente internazionale - l’OECE, ora OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) - e da vari enti italiani, nazionali e regionali, allo scopo di mettere a punto tecniche di intervento utili e nuove nel campo dello sviluppo delle regioni sottosviluppate.
Per comprendere l’interessamento da parte dell’OECE ad un intervento nei paesi in corso di sviluppo, è necessario rifarsi agli scopi istitutivi di questa Organizzazione, quali vengono riportati nella Convenzione Economica Europea, e a quelli dell’Agenzia Europea di Produttività che sorse, nel 1953, in seno all’OECE stessa.
I paesi membri dell’OECE si impegnarono, con la firma della Convenzione Economica Europea, istitutiva dell’Organizzazione, (16 aprile 1948) a “congiungere le loro forze economiche, ad accordarsi sulla utilizzazione più completa delle loro capacità e delle loro possibilità particolari, ad aumentare la loro produzione, a sviluppare e modernizzare le loro attrezzature industriali ed agricole, ad accrescere gli scambi tra loro, a ridurre progressivamente le limitazioni al loro commercio comune, a favorire il pieno impiego della manodopera, a restaurare o mantenere la stabilità della loro economia nonché la fiducia nelle loro divise nazionali”.
Gli obiettivi dell’Agenzia Europea di Produttività, in questo quadro, vengono definiti come segue:  “ricercare, sviluppare e incoraggiare i metodi più appropriati e più razionali in vista dell’incremento della produttività nelle imprese appartenenti a tutti i settori della attività economica dei paesi membri, nonché in tutti i campi della loro economia”.
I programmi dell’AEP, ispirati da esperti degli Stati Uniti, implicavano tuttavia tecniche applicabili ai soli paesi dove esisteva il problema della produttività (Regno Unito, Germania, Francia) e non ai paesi tipo Grecia o Turchia, ancora in economia di sussistenza.
In pratica, quindi, i paesi che necessitavano dell’assistenza dell’Agenzia Europea non potevano usufruirne.
Dati questi presupposti, fu decisa l’istituzione di una sezione speciale dell’AEP con il compito di mettere a punto un sistema di assistenza a quei paesi membri dell’Organizzazione ove esistessero zone depresse...
...Un altro importante contributo ai lavori dell’OECE/AEP in questo periodo è stato uno studio effettuato in collaborazione tra segreteria del Piano decennale di sviluppo (Piano Vanoni), Istituto nazionale di economia agraria, Svimez o Comitato nazionale per la produttività, presentato dalla delegazione italiana presso l’OECE e contenente precise raccomandazioni circa il tipo di intervento da attuare nelle zone depresse...
...In un paese sottosviluppato, particolarmente se appartiene ad una collettività più vasta ed altamente sviluppata, la preoccupazione essenziale è di assicurare il proprio sviluppo economico, cioè uno sfruttamento più intensivo delle risorse umane o naturali ancora non utilizzate allo scopo di permettergli di raggiungere nelle migliori condizioni un livello paragonabile a quello di paesi industrializzati.
Tali Enti rilevarono inoltre che qualsiasi piano di investimento, anche se perfettamente concepito ed eseguito, rischia di non dare risultati importanti a meno che non vengano forniti sforzi positivi per sopprimere gli ostacoli derivanti dal fatto che si debba trattare con popolazioni arretrate o male adattate ai progressi realizzati nella struttura della popolazione e della società.
In altri termini, per ottenere risultati validi, occorre determinare i settori di base la cui attività condiziona tutta l’economia;  è necessario poi fissare un programma di azione per tutti i settori, prendendo per base il miglioramento del fattore umano e mirando al massimo incremento degli investimenti.  Tale deve essere l’elemento essenziale di un programma di produttività per i paesi sottosviluppati.
Si ritenne opportuno quindi di fare, con l’aiuto dell’AEP e nell’interesse di tutte le regioni sottosviluppate d’Europa, una sperimentazione delle misure da prendere, in vista delle dimostrazioni da effettuarsi in un distretto:  appartenente ad una regione per la quale si fosse già studiato un piano di sviluppo economico e ove l’insufficienza dello sviluppo fosse tale da comportare la certezza di fare l’esperienza nelle condizioni più sfavorevoli.
Lo studio giunse alla conclusione che la regione ove meglio venivano assolte le condizioni descritte nei paragrafi precedenti fosse la Sardegna, in primo luogo perché un piano di sviluppo economico vi era operante (il cosiddetto “piano Vanoni”), in secondo luogo perché il piano regionale previsto per la Sardegna si integra nel piano di un programma nazionale, infine perché le caratteristiche fisiche, ambientali e dei fattori umani di quest’Isola, la rendono altamente rappresentativa delle condizioni prevalenti in altre regioni in corso di sviluppo.
Da questo appare chiara la funzione determinante del contributo italiano che ha integrato, con originali prospettive, i concetti guida dell’intervento dell’OECE a favore delle zone depresse.  A seguito delle precise richieste presentate dalla Delegazione italiana, l’OECE decise di istituire la prima “zona pilota” in Sardegna...
I principi informatori dell’azione sono stati definiti dalla Agenzia Europea di Produttività come segue:
a) lo sviluppo economico di una regione non dipende esclusivamente dagli investimenti sovrastrutturali:  dipende in eguale misura dagli investimenti umani che vi si intende effettuare...
b) lo sviluppo economico di una regione forma un tutto...
c) lo sviluppo di una regione non può essere imposto dall’esterno.  Deve essere voluto e realizzato dalle popolazioni interessate...  Questo lavoro richiede una collaborazione quotidiana tra tecnici nazionali e internazionali, e modifica i rapporti ormai tradizionali che intercorrono tra l’esperto straniero e il responsabile nazionale...
...I servizi in cui si articola l’azione del progetto possono suddividersi in servizi operativi e non operativi.

Alla prima categoria appartengono:
Servizio di divulgazione agricola;
Servizio di economia domestica rurale;
Servizio dell’artigianato e delle piccole industrie;
che sono servizi propriamente tecnici e i cosiddetti “servizi socio-culturali”:
Servizio sociale;
Servizio di educazione degli adulti;
Servizio dei sussidi audio-visivi.
Nella seconda categoria si possono annoverare i seguenti servizi:
Servizio di Relazioni Pubbliche;
Servizio Studi e Documentazione.

Il lavoro svolto nella zona pilota acquista poi un valore particolare data la recente trasformazione dell’OECE in Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) ed è lecito pensare che l’esperienza del “Progetto Sardegna” costituirà un valido patrimonio di conoscenze a disposizione di tutti coloro che, nel mondo intero, affrontano o cercano di risolvere il problema dello sviluppo delle aree depresse».(2)

Il documento riportato, al di là degli assunti umanitari e delle forbite analisi socio-economiche, lascia capire abbastanza chiaramente quali sono gli scopi del “Progetto Pilota” approntato per la Sardegna, che servirà da test per altri consimili interventi nelle aree cosiddette sottosviluppate d’Europa (Italia, Grecia, Turchia).
L’Agenzia Europea di Produttività (AEP) è una specie di centro studi economici dell’OECE dove vengono adattati e realizzati i programmi di sviluppo proposti dagli “esperti” yankee.
La funzione dell’OECE, mediante la sua specifica agenzia AEP è dichiaratamente quella di stimolare i processi produttivi e in parallelo i processi di acculturazione nei Paesi satellite per armonizzarli e integrarli nel più vasto processo di sviluppo produttivo del capitalismo imperialista degli USA.
Questo complesso disegno (che interviene e influenza ogni aspetto della vita individuale e sociale) si articola in una serie di interventi (stimolazione-canalizzazione-contrazione-deviazione) differenziati e dosati secondo i livelli di sviluppo, i tipi di organizzazione socio-politica e le culture dei vari Paesi o delle varie aree di un Paese.
Non è neppure il caso di precisare che la valutazione dei “livelli di sviluppo” viene fatta dall’esterno, dagli “esperti” economisti del capitalismo yankee, in rapporto alle forme, alle linee e in funzione alle esigenze di sviluppo di questo, e non invece in rapporto e in funzione del paese nel quale si promuove l’intervento di crescita.
Nei confronti dei Paesi satellite a economia in fase avanzata (Germania, Gran Bretagna, Francia, Nord Italia, ecc.) il capitalismo USA si trova davanti ai capitalismi nazionali, concorrenti reali o potenziali, con i quali usa la politica dei trattati (imbellettati dalle dichiarazioni sulla tradizionale amicizia, sulla comune civiltà, sulla unità di intenti) per realizzare uno stato di convivenza, un disegno di sviluppo comune con una spartizione dei settori, delle qualità, delle quantità e dei tempi nel sistema di produzione e di mercato.  Ciò ha portato e porta sempre più i capitalismi nazionali a dipendere dal capitalismo egemone, fino a esserne fagocitati.
Nei confronti delle aree cosiddette sottosviluppate all’interno dei Paesi satellite (Mezzogiorno d’Italia, Sardegna, Turchia, Grecia), l’imperialismo yankee si pone il problema di stimolare una maggiore produttività in termini colonialisti, in termini cioè di utilizzazione-rapina delle risorse naturali, della forza lavoro;  e quando quelle regioni non possedessero rilevanti materie prime da rapinare, la loro utilizzazione come area di servizi - impianti petrolchimici e industrie “sporche” in generale, basi militari di tipo convenzionale e nucleari;  ancora, la loro utilizzazione per ogni genere di criminale sperimentazione - nuovi farmaci, prodotti chimici tossici, nuove tecniche e nuovi strumenti antiguerriglia, ecc.;  infine, usare queste regioni come mercato per una valanga di prodotti-chincaglieria (i sottoprodotti del petrolio come versione moderna degli specchietti e delle perline colorate), opportunamente calibrati, imposti con il condizionamento psicologico e con la eliminazione di ogni prodotto indigeno concorrente, disgregando e degradando, con l’economia autoctona, la cultura, l’identità di quei popoli.
Nei confronti dei paesi del Terzo Mondo, gli interventi promossi attraverso l’UNESCO dal capitalismo yankee sono gli stessi che abbiamo visto per le aree cosiddette sottosviluppate dei paesi satelliti, soltanto che il gioco lì è più scopertamente colonialistico e non ha bisogno di passare attraverso il formale consenso di governi “democratici” - in altre parole lo scomodo delle bustarelle ai vari Gui e Tanassi.
Alla Sardegna è stato riservato un trattamento pari a quello dei paesi del Terzo Mondo - senza per altro che le venga concesso, con la umiliante classificazione di colonia, il diritto giuridico di affermare la propria dimensione di nazione e di battersi per la sua indipendenza in una situazione di relativo vantaggio.  Al capitalismo italiano e internazionale torna comodo che la Sardegna non sia definita una colonia, ma che lo sia di fatto.
Quando i signori dell’OECE/AEP nel documento che stiamo esaminando parlano di paesi o regioni “sottosviluppati” e di “condizioni sfavorevoli” di sviluppo, non si capisce bene che cosa intendano.  Sta di fatto che fra tutte le aree sottosviluppate dei paesi satelliti dell’Europa viene prescelta la Sardegna, come quella avente tutti i requisiti necessari per l’attuazione di un Progetto Pilota, compreso quello di trovarsi nelle “condizioni più sfavorevoli” per svilupparsi.
Considerati obiettivamente:  la scarsa densità della popolazione;  le risorse naturali residuate al millenario processo di rapina dei colonialisti;  la tradizionale consolidata economia agro-pastorale;  notevoli possibilità di valorizzazione e di sviluppo dei settori turismo, artigianato e pesca;  un popolo sobrio, attivo, individualista e tendenzialmente anarchico;  un clima temperato:  sono tutti elementi che dimostrano come la nostra Isola abbia la possibilità di realizzarsi e crescere dignitosamente.  La miseria, l’arretratezza, la prostrazione in cui versa il popolo sardo hanno una sola causa:  lo sfruttamento colonialista.
Il termine di scadenza delle attività del progetto Sardegna fu fissato al settembre 1962, fin dal 1950.  Scopo del progetto - è stato scritto - sarebbe dovuto essere quello di dimostrare metodi capaci di essere applicati su scala nazionale.  Essi implicavano quindi fin dall’inizio e al momento della loro estensione complessi problemi di rapporti tra le strutture amministrative esistenti.
Per quel che riguarda le attività del settore educazione degli adulti, il progetto Sardegna OECE prende in prestito trenta corsi popolari dal ministero della PI e li dà in appalto a maestri sottoccupati.  I 30 corsi svolti nel 1960/61 sono stati classificati come segue:
1) corsi di prima penetrazione culturale, svolti in località per la prima volta interessate ai corsi (Zerfaliu, San Vero Milis, Norbello, Magomadas, Sennariolo, Montresta);
2) corsi di cultura generale, in continuazione ai programmi “L’uomo alla scoperta del mondo” messi in atto l’anno precedente e che interessano i comuni di Sagama, Cabras, Paulilatino;
3) corsi in appoggio all’azione specifica di altri servizi, per interporre sul piano culturale l’azione formativa su argomento specifico;  tali sono i corsi di San Vero Milis in appoggio all’azione di divulgazione agricola, i corsi femminili di Paulilatino e Seneghe, in appoggio all’azione condotta dal Servizio di Economia domestica rurale, per l’incremento degli allevamenti avicoli di tipo familiare, e il corso di Borore, con l’appoggio del Servizio Artigianato, per la creazione di un nuovo centro di tessitura.
Il progetto - per quel che riguarda il settore educazione degli adulti - viene presentato dal prof. Lengrand al convegno di studio promosso dalla commissione nazionale per l’UNESCO, tenutosi a Cagliari dal 9 al 12 aprile 1959.  Il tema del convegno è “I fattori culturali dello sviluppo economico”.  La relazione del Lengrand si intitola “Aspetti dell’educazione degli adulti in Sardegna”.  Si tratta del documento certamente più completo delle analisi fatte dall’OECE/AEP sulla Sardegna, sugli intendimenti e sui programmi riservati a questa Regione.
Il Lengrand premette che lotta contro l’analfabetismo ed educazione professionale non possono confondersi con l’educazione degli adulti, seppure le ultime due “devono procedere di pari passo”, in quanto “esse si appoggiano vicendevolmente l’una all’altra e la loro azione contribuisce ugualmente all’arricchimento della personalità”.  Vengono quindi introdotti i programmi di educazione degli adulti approntati dal “progetto”, programmi che in pratica si riducono a un dare in appalto ad alcune scuole elementari e ad alcuni circoli culturali o pseudo tali i corsi popolari del ministero della PI.  Vengono forniti, agli stessi realizzatori dei corsi, sussidi audiovisivi e suggerimenti di ordine metodologico - intanto si operano sondaggi di opinione attraverso la campionatura dei partecipanti ai corsi.
Il “progetto” intende diffondere a macchia d’olio tali corsi, che richiede al ministero, per far passare attraverso questi strumenti il suo lavoro di aggancio e di condizionamento dei componenti più attivi delle comunità.

«Intanto - scrive Lengrand - solo una frazione limitata della popolazione sarda è stata finora toccata dai programmi di educazione degli adulti.  Come di regola nella maggior parte dei paesi di civilizzazione latina, l’idea stessa di continuare un lavoro educativo una volta compiuti i programmi scolastici o universitari è estranea alla maggior parte degli ambienti della borghesia industriale, commerciante o intellettuale.  Si sa che da questo punto di vista la situazione è molto diversa in un certo numero di altri paesi di civilizzazione occidentale...  In Sardegna, in modo forse ancor più marcato che in Continente, la vita culturale degli adulti istruiti si svolge al di fuori di programmi, di istituzioni, di clubs.  E’ lasciata interamente all’iniziativa di ognuno...  Anche nelle più grandi città dell’Isola, come Cagliari o Sassari, non si trova l’equivalente delle università popolari di Genova, Venezia o Firenze...  In questo ambiente l’educazione degli adulti concepita come un’esigenza della vita privata e pubblica è ancora qualche cosa da scoprire, una realtà del futuro».

Sembrerebbe - per i vari Lengrand dell’OECE - che l’uomo non possa educarsi se non con le istituzioni e le formule previste e programmate dagli esperti del capitalismo yankee.
La situazione non è molto diversa per gli abitanti delle città (il Lengrand, seguendo un vezzo della borghesia “impegnata”, li chiama i “lavoratori della città”) i quali, mancando le istituzioni che si occupino della loro educazione finiscono per rifugiarsi nel cinema o nella televisione.  E questo non sarebbe neppure un male se questa gente (i lavoratori delle città) non mancasse di capacità di valutazione e di scelta ma sapesse approfittare dei buoni programmi televisivi che non mancano;  “al contrario, essi sono il più spesso facile preda passiva (sic!) e senza difesa delle produzioni meno elevate dell’industria dello spettacolo e del divertimento”.  Insomma:  invece dell’Enrico V con Lawrence Olivier, preferiscono Dracula e Mike Bongiorno!

«Per quanto ci è dato di sapere - dice Lengrand - non sembra, in Sardegna più che altrove, che gli organismi strutturali della vita dei lavoratori, quali i sindacati, i partiti, le cooperative esercitino una azione educativa, sebbene a loro modo contribuiscano ugualmente allo sviluppo della personalità» (3)

Questa affermazione, che è ovvia, non si capisce bene perché venga fatta a proposito dei partiti e dei sindacati dei lavoratori:  forse per sottolineare l’importanza di queste istituzioni stataliste, che dietro il paravento della rappresentanza delle istanze di rinnovamento nascondono la reale funzione di controllo e di freno della libera crescita del popolo.  E’ ovvio che partiti e sindacati non si occupino della educazione del popolo, perché presi da ben altri interessi.  Ed è anche ovvio che tutto ciò che è presente nella realtà del sistema - compresi Dracula e Mike Bongiorno - contribuiscono, in un modo o nell’altro, “allo sviluppo della personalità” - anche se si tratta di uno “sviluppo” distorto, acritico, quello precisamente programmato dall’OECE.
Interessante l’affermazione relativa al mondo contadino sardo, che, a differenza del mondo della città, vede un risveglio nelle iniziative di educazione degli adulti:

«Questa situazione  leggermente paradossale se si considera la storia dello sviluppo della educazione popolare negli altri paesi d’Europa.  Quasi ovunque sono stati gli elementi urbani che hanno assunto l’iniziativa e gli ambienti rurali che hanno seguito l’esempio».(4)

Per il Lengrand il fenomeno è dovuto al carattere ancora solidamente rurale della civilizzazione dell’Isola.  Infatti è la Sardegna pastorale e agricola quella più autentica, capace ancora di esprimere una propria cultura e di dare vita a nuove strutture sociali, mentre la città dimostra di non avere una propria fisionomia culturale politica se non di riflesso - la borghesia compradora e mercantile che segue i modelli del Continente e gli immigrati, prevalentemente contadini, che tendono a conservare la loro matrice.
Facendo un giro di orizzonte sulle attività di educazione degli adulti dopo il fascismo in Sardegna, l’OECE mette l’accento sui corsi istituiti dal Ministero della Pubblica Istruzione (con circolare del 27 giugno 1955 n. 7535/EP), un centinaio circa, per l’anno scolastico 1958/59.

«La formula messa a punto...  offre il vantaggio di una grande flessibilità...  Nessun programma viene imposto.  Le autorità ministeriali, però si sono riservate il diritto di intervenire nello svolgimento dei corsi imponendo un certo numero di criteri relativi al contenuto e ai metodi e sottomettendo alla loro approvazione i temi di studio proposti.»

Lengrand  d’accordo con tale limitazione, sostenendo che una «totale libertà avrebbe rischiato in numerosi casi di snaturare lo spirito di questi programmi orientandolo verso scopi propagandistici corrispondenti alle diverse ideologie cui si ispirano gli Enti responsabili dei corsi».(5)

E ciò quasi che il Ministero della P.I. democristiano non avesse una propria ideologia cui ispirarsi!
Il Progetto Sardegna diventa uno degli Enti “appaltatori e gestori” di corsi ministeriali nel triangolo Macomer-Bosa-Oristano.  I corsi oecini hanno per tema “L’uomo alla scoperta del mondo”.  In diversi comuni vengono rastrellati maestri, parroci e altri “leaders” di comunità e mandati a frequentare gli stages per animatori, prima in Sardegna, negli alberghi ESIT, e poi a Meina, nella villa residenziale della Società Umanitaria.
I corsi di educazione degli adulti controllati dall’OECE iniziano nell’anno scolastico 1959/60.  Dal Ministero ottiene l’autorizzazione per 12 corsi, riesce a farne svolgere soltanto 10 con molte difficoltà, per le resistenze incontrate nelle popolazioni.  L’UNLA rifiuta la presenza dell’OECE e non accetta alcun corso.  Anche il Centro UNLA di Bosa, che aveva accettato in un primo tempo, ci ripensa e rifiuta il corso già programmato.  I corsi si terranno a Riola Sardo, Cabras, Oristano, Ghilarza, Seneghe, Sagama, Tresnuraghes, Tinnura, Suni, Bosa, Macomer, Modolo.
Nel Bollettino di informazione N. 2 dell’OECE (luglio 1959) il Lengrand si premura di avvertire i docenti che i compensi saranno esigui, “quasi simbolici”:  precisamente 17 mila lire per un corso che duri almeno 50 ore (praticamente 2 mesi) e 35 mila per i corsi che durino dalle 100 alle 300 ore (tutto l’anno).  E’ uno sfacciato richiamo al “volontariato” da parte di chi gode di favolosi stipendi e indennità di trasferta coloniali.
La motivazione di questa oscena elemosina, secondo l’OECE, risiede nella necessità di operare “una selezione qualitativa” dei docenti, cioè:  “se la tariffa fosse stata tre o cinque volte più grande, più persone nella zona sarebbero state interessate a svolgere corsi...  ma non è questo che vogliamo...”.  La bassissima retribuzione avrebbe messo in luce “le doti (indispensabili a un educatore) di dedizione e capacità di sacrificio”!
Al  convegno di insegnanti sulle attività di educazione degli adulti (Oristano 23/24 maggio ’59), i docenti del Circolo autonomo di cultura di Cabras aprono una dura polemica con i dirigenti dell’OECE:

«...  a Cabras si è rimasti un po’ delusi:  si era d’accordo in partenza che si sarebbe avuta tutta l’assistenza possibile...  In pratica si è avuto:  una proiezione per la quale sembra occorra pagare 3.000 lire, che i docenti non si sentono né di pagare di tasca loro né di richiedere ai partecipanti...  Il signor A pensa che nel Progetto Sardegna la voce educazione debba entrare anche sul piano finanziario.  Da notare che ora una lezione ad un corso per adulti equivale per il docente al guadagno di un pacchetto di sigarette...»

E di rincalzo:

«...  Perché l’OECE non si preoccupa di dare agli insegnanti la serenità economica, affinché essi diano tutto se stessi al loro lavoro?  In che modo vengono mossi i centri di interesse, a parte gli interessi spirituali dei maestri?» (6)

3 - La FACCS eredità oecina

La Federazione Autonoma dei Centri di Cultura della Sardegna (FACCS) si è costituita in Oristano il 12.12.1962, con il patrocinio del Servizio educazione adulti del Progetto Sardegna (OCSE).
In un convegno dell’A.A.I. (ASEM), tenutosi a Oristano il 16.12.1962, la signorina Melis, presidente della Federazione, chiarisce, sulla base dello statuto, i caratteri fondamentali della FACCS:

- 1)  la Federazione è aperta a tutti i Centri di cultura della Sardegna, gli statuti dei quali non contrastino con quello della Federazione stessa;
- 2)  scopo immediato è assicurare la continuazione delle attività ai Centri di cultura nati per promozione del Progetto Sardegna;
- 3)  finalità fondamentale è la diffusione in Sardegna dell’educazione degli adulti e delle tecniche che sono alla base della cultura popolare;
- 4)  attraverso riunioni settimanali continuerà fra i Centri della Federazione lo scambio di esperienze e l’approfondimento dell’uso di tecniche e strumenti di cultura popolare.
Inoltre la Federazione si propone di preparare nuovi animatori, il lavoro dei quali dovrà rispondere a queste finalità:
a) rispetto della libertà attraverso il rispetto degli altri;
b) obiettività dell’animatore nei confronti del gruppo;
c) buon uso delle tecniche più recenti di cultura popolare (dalla discussione al cine-forum);
d) realizzazione dei programmi espressi dalla base;
e) formazione delle persone e offerte di occasioni per maturarsi.

E’ già evidente in questa autopresentazione “ufficiale” il vuoto di contenuti, il pressapochismo culturale malamente nascosto dietro formule moderniste apprese dall’OECE.

NOTE AL CAPITOLO QUINTO

1) Riccardo Bauer - L’educazione degli adulti - 1964 pagg.69/70.
2) Paolo Terni - Storia e struttura del Progetto Sardegna, da Ichnusa - 1961 - IX - 4.
3) Paul Lengrand - Aspetti dell’educazione degli adulti in Sardegna - Rapporto presentato al Convegno di studi della Commissione nazionale per l’UNESCO - Cagliari 9-12 aprile 1959.
4) Ibidem.
5) Ibidem.
6) dal Bollettino n. 2 del Servizio Ed. Adulti dell’OCSE (OECE) luglio 1959 - Oristano.

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