Copyright 2019 - Custom text here

Indice articoli


Il Carnevale


Il palio della Sartiglia

Le origini della Sartiglia si perdono nel buio del tempo. I documenti, di natura descrittiva, a cui attingiamo, sono i soliti: "Il Dizionario Geografico Storico del Regno di Sardegna" del Casalis, edito nel 1845, dove il Padre Vittorio Angius ce ne dà un quadro sobrio ma preciso; "Brevi notizie sulla città di Oristano", un'opera sempre dell'800, di Giuseppe Maria Carta, notabile oristanese, ed eccezionalmente, per il suo ceto, attento cronista.
Sentiamo i due citati testimoni.
"Cosi chiamasi il gioco dell'anello, che si costuma in Oristano nella domenica e martedì di Carnevale, al quale concorrono quelli che sono invitati formando una compagnia con un capo e un sottocapo, che dicono Compositore e Sottocompositore. Il capo di siffatto torneo veste il cojetto, calzoni corti di pelle, stivali, ed ha un fazzoletto sotto il cappello e una maschera di legno verniciato, verde nella domenica e di colore oscuro nel martedì..." (Padre Vittorio Angius, op. cit. vol. XIII, pagg. 263/264, nell'edizione Margorati del 1845)  
"Praticasi in Oristano, nel Carnevale, nominato Sartiglia, un divertimento carnovalesco, corsa a cavallo con maschera veramente bella a vedersi. Si unisce una partita di persone mascherate a cavallo, però guidate da uno che ne fa da capo, questo si chiama Componitore, ed altro chiamato Sottocomponitore; questi due marciano davanti e la ciurma lor seguono: si presentano tutti al posto dove succedere deve lo spettacolo, che in Oristano è nella piazza del Duomo. Ivi si trova una corda da un muro all'altro opposto, nel mezzo sta appesa una stella di materia argentea, avente nei dintorni dei buchi bastevoli a portervisi introdurre liberamente la fiamma di una spada, fino alla metà - dunque, il Componitore vestito di costume spagnolo, cioè con un berretto rosso, un colletto di pelle simile a quel nominato Kolovion, che indossava Aiace ed Achille, cioè una casacca di cuoio ben messa alle conce, stivali lunghi fino ancora alle ginocchia, armato di spada sfoderata, che tiene appesa al sinistro fianco, saluta per ben tre distinte volte le persone esistenti allo spettacolo, con riverenza (a militare uso), passa per tre volte sotto la corda dove appesa vi sta la detta stella, assieme al suo seguito, ed allontanandosi per un centinaio di passi, a tutta corsa e col veloce destriero appositamente scelto tra i migliori del paese, con la spada che impugna tenta nel più modo possibile di infiggerla in qualchedun dei buchi, che contiene la stella appesa. Il Sottocomponitore fa la stessa operazione e corsa, che porta ugualmente una spada, abbenché non nello stesso costume vestito, e cerca ancor lui di far penetrare la sua spada nei fori della stella, quasi indicante un rivale che l'altro vincer vuole nella gara. Terminata quindi la terza corsa, il seguito corre a suo libito, indi il Componitore, poi il Sottocomponitore afferrando un grosso fascio d'erba ben legato e ben stretto, detto dal popolaccio "la bimba di maggio", fa un'altra corsa, saluta con la "bimba" gli assistenti allo spettacolo, il Componitore prima indi il Sottocomponitore e lo spettacolo vien terminato. Quale sia il simbolo di questo fascio d'erba non posso dirvelo per non averlo trovato in libro alcuno, forse alluderà alla vincita, di che qui sotto vi parlerò. L'insieme di questo divertimento è di positivo da spagnola costumanza, viene chiamato "Sartiglia", preso dalla parola "Sartika" che in favella spagnola vuol dire "gara" o "sfida", e d'esser di costumanza spagnola, positivamente lo dimostra l'abito che indossa il capo di questo trattenimento..."  
(Cav. G.M. Carta Patrizio Oristanese Prodottore in ambe leggi, opera citata, Edit. De Rossi, Torino 1869)

Perdonati alcuni errori al giovane patrizio (per esempio, traduce "Sortija" cioè anello con "sfida") e la forma pretenziosa e circonvoluta propria del suo ceto più che del suo tempo, dobbiamo riconoscergli il merito di averci descritto minuziosamente alcuni momenti rituali della "tenzone". Anzi, il Carta, seppure più sprovveduto dell'Angius, a differenza di questo, si sforza di fornire una interpretazione dei valori simbolici.
Sulle origini della Sartiglia, R. B. su "La Nuova Provincia" edita a Oristano il 2 marzo 1957, scrive: "Donde e quando venne la Sartiglia ad Oristano? Da poco più di un decennio era caduta Gerusalemme sotto le armi dei crociati di Goffredo di Buglione, quando nel 1113, con navi di molte città italiane, partì dalla Sardegna una vigorosa spedizione, detta comunemente pisano-sarda, contro gli arabi-saraceni delle Baleari. Spedizione che diede luogo prima a forti combattimenti, poi alle frequenti relazioni di Aragona con Pisa e anche con la nostra isola, specialmente con il Giudicato di Arborea. É del 1157 la costituzione della dote fatta dal Giudice arborense Barisone De Serra a favore della catalana Agalbursa sua fidanzata, la quale riceveva in legato le corti (o piccoli villaggi) di Oiratili (Baratili), San Teodoro (San Vero Milis) e Bidonì. Inoltre negli ultimi decenni dello stesso secolo XII figuravano in Oristano due Giudici, uno indigeno, della famiglia De Serra, l'altro oriundo barcellonese, dei visconti De Bas. Molto più tardi, nel 1323, è iniziata l'occupazione della Sardegna da parte dei re di Aragona. Pertanto è indubbio, - sostiene R. B. - "che importazione delle prime Crociate è il gioco della Quintana o 'corsa del saraceno', gioco idoneo all'addestramento delle armi, già in uso presso i saraceni, poi diffuso in Europa ed adottato anche da Carlo d'Angiò in Napoli dopo la vittoria di Benevento (1266): ora è sopravvissuto in Arezzo. Con questa premessa è lecito dire che il gioco dell'anello, affine a quello della Quintana, abbia emigrato dall'Aragona, regione in lotta con i mori di Spagna, poi in rapporti con l'Arborea; è anche lecito dire che il torneo affermatosi alla corte di Oristano, sia stato importato in Toscana all'epoca del predetto re angioino e di Mariano II di Arborea."

Così gli storiografi - anche se non brillano per chiarezza. Chi invece volesse notizie spicciole e di facile consumo può attingere direttamente all'opuscolo edito a cura dell'Associazione Pro-loco oristanese nel 1969.
Vi si legge: "L'origine della manifestazione carnevalesca denominata "sa Sartiglia", che ha luogo nell'ultima domenica e nell'ultimo martedì del Carnevale, ha origine tra il finire del 1400 e gli inizi del 1500. Essa fu istituita dall'oristanese canonico Giovanni Dessì per sottrarre la popolazione dal "peccare" e dall'avvinazzarsi, invitandola ad un sano spettacolo, disertando in tal modo le bettole. Per assicurare alla manifestazione vita permanente nel tempo, il canonico Giovanni Dessì legava al Gremio di San Giovanni (Associazione di Agricoltori) un terreno di sua proprietà denominato "su  cungiau de sa Sartiglia". Il costume de "su Componidori" (che significa capo corsa) non portava originariamente il velo in tulle, né il cilindro, che furono invece adottati durante il periodo della dominazione spagnola.
"Su Componidori" viene nominato dal Gremio il giorno della Purificazione della Madonna e in detto giorno gli viene consegnata la candela benedetta ed è trattenuto a pranzo da "su Maggiorali" (presidente del Gremio). Il giorno delle corse, "su Componidori" si porta alle ore 12 in casa de "su Maggiorali" assistito dal  Consiglio direttivo con il quale partecipa al pranzo. Verso le ore 14 "su Maggiorali" invita "su Componidori" ad accedere nella sala migliore dell'appartamento e da quel momento ha inizio il rito de "sa Sartiglia".
Su Componidori viene fatto salire su un tavolo basso, sul quale è sovrapposta una sedia sulla quale si siede ed ha inizio quindi la vestizione a cura delle donzelle che fanno parte del Gremio, guidate nel cerimoniale da una donna anziana detta "sa massaia manna". Da questo momento "su Componidori" non "podi ponni pei in terra", cioè non può posare i piedi sul terreno.
Avvenuta la vestizione, "Su Componidori" viene trasportato a guisa di infermo nella sala d'ingresso della casa; quivi al centro vi è un altro tavolo basso coperto da tovaglia tessuta su telaio sardo, di candido lino, cosparsa di fiori e di grano, sul quale si adagia "su Componidori". Dopo ciò, viene introdotto nella sala un cavallo riccamente bardato, su cui si arciona "su Componidori", che, messosi in posizione riversa, esce dalla casa ai lati della quale stanno "su segundu et su terzu Componidori". Il presidente (su Majural o su Maggiorale) consegna ora a "su Componidori" un mazzo di fiori, denominato volgarmente "sa pippia de maju", con la quale benedice il Gremio e la folla antistante alla casa, mentre le donzelle (is massaieddas) lanciano sul "Componidori" grano e fiori. "Sa massaia manna" invoca sopra "Su Componidori" il patrocinio del Santo Patrono pronunciando le parole "Santu Giuanni ti assistada".

Da questo momento, il rito religioso lascia il posto al torneo, la parte più spettacolare riservata al grande pubblico, che abbiamo già vista descritta in particolare dal Cav. G. M. Carta, e che si ripete ancora oggi pressoché immutata.
Alla fine del torneo, viene riconsegnata al Componidori "sa pippia de maju" con la quale il capo-corsa benedice la folla cavalcando al passo. Poi torna indietro e riparte al galoppo ripetendo il gesto benedicente, ma ponendosi quasi supino sul dorso del cavallo, mentre la folla grida l'augurio "Aterus annus mellus!"  
La gente oristanese, permeata di una propria antichissima religiosità, dall'andamento delle varie fasi rituali della Sartiglia trae auspici per l'imminente raccolto agricolo. Così, il numero delle stelle infilate o cadute durante il torneo darà un quadro di quella che sarà la situazione economica a venire: poche stelle poco grano; malannate e sventure si avranno se a mancare il bersaglio è stato su Componidori.

Ugualmente legata alle vicende della terra è "sa pippia de maju", la puppattola ricavata da un fascio di pervinca (ci è accaduto di vedere usate anche violette) o altri fiori campestri. Questo simbolo femminile, nell'innesto medioevale, può anche adombrare la dama in onore della quale si eseguivano i tornei cavallereschi. All'origine, e ancora oggi per riaffioramento, "sa pippia de maju" è certamente il simbolo di una divinità agreste, una Cerere indigena, cui viene dedicato un rito propiziatorio. Infatti, la benedizione che su Componidori impartisce alla folla prima e dopo il torneo, levando alta "sa pippia de maju" e tracciando con questa dei segni di croce, è un gesto ieratico, sacerdotale, un augurio di floride messi rivolto a una comunità di contadini.

Nel suo insieme la Sartiglia è una cerimonia composita. Vi compaiono, talvolta staccati e distinti, tal'altra più o meno fusi tra loro, diversi elementi di diversi riti, che si sono stratificati nel tempo. Alcuni di questi elementi possono essere facilmente colti anche dal profano.
L'origine spagnola del torneo è evidente, così pure diversi indumenti dell'abbigliamento dei cavalieri: lo scopo di un torneo, oltre l'esibizione di valentia bellica, era spesso la "sistemazione" matrimoniale delle zitelle di corte. Le nobildonne con buona dote e di scarso fascino venivano messe "in palio". Tutto il contorno di "graziose" formalità cavalleresche poetizzavano il "mercato" (vien da chiedersi come mai le attuali zitelle di buona famiglia oristanese, con un torneo cavalleresco annuale in mano, non propongano la riesumazione di tale scopo matrimoniale...).

Il torneo, nella Sartiglia, è un momento spettacolare ma di scarso rilievo per lo studioso di etnologia. Le origini di questa festa popolare sono da ricercarsi e collocarsi - come altre manifestazioni del Carnevale sardo - tra i riti del culto religioso pre-cristiano che affiorano e sono ancora diffusi nelle nostre comunità agricole.
La credenza popolare in un "legato" (un favoloso "tenimento") che avrebbe permesso il perpetuarsi del rito, in particolare la cerimonia della vestizione del Componidori e "sa pippia de maju" con cui egli benedice la folla, sono elementi di una cultura religiosa tipica delle nostre aree agropastorali, dove sopravvivono simili riti propiziatori, su cui si sono innestati elementi cristiani.
La vestizione del Componidori, il protagonista della cerimonia, si svolge secondo regole dense di significati simbolici. Su Componidori appare, di volta in volta, vittima (la morte della natura arborea nell'inverno), eroe che domina il torneo, il saicerdote che auspica un pingue raccolto e benedice la folla.
Nelle descrizioni che abbiamo riportato, ci sono alcune inesattezze. La cerimonia della vestizione avviene di norma in casa del presidente (o del vice presidente) del Gremio di San Giovanni, patrono dei contadini o anche del Gremio di San Giuseppe, patrono degli artigiani.
I due Gremì sono "corporazioni" di struttura tipicamente medioevale, ancora presenti nelle manifestazioni socio-religiose di molte nostre comunità, e sovrintendono finanziariamente e nel rispetto della tradizione allo svolgersi della festa.
Su Componidori, attorniato da fanciulle in costume (le vergini vestali) a loro volta istruite e guidate da una donna anziana (la depositaria dei valori formali rituali), viene fatto salire sopra un tavolo e vestito dei caratteristici indumenti del capo-corsa: il cappello a cilindro (che non è di origine spagnola; lo era invece il berretto rosso che usavasi nel secolo scorso ed era di colore rosso - come specifica il testimone già citato Cav. G. M. Carta), la maschera femminea, il velo bianco (che sostituisce il comune fazzoletto che i nostri contadini mettono ancora sotto il berretto durante i lavori agricoli estivi per ripararsi dagli insetti), il cojetto, la veste di pelle del pastore (la casacca senza maniche del costume sardo, simile al kolovion greco), e tutto il resto.
Dopo la vestizione, da questo tavolo, portato a braccia in posizione orizzontale, su Componidori viene adagiato supino sopra un altro tavolo nell'ingresso. Egli non potrà - dal momento in cui é iniziata la vestizione - porre piede a terra. Se ciò malauguratamente avvenisse, gravi calamità si abbatterebbero sul paese. Il cavallo perciò viene condotto dentro casa, fino al tavolo; da qui su Componidori viene issato in arcione, e un fitto lancio di grano e di fiori saluta la sua partenza.
Un altro aspetto significativo è la posizione che il cavaliere assume per uscire a cavallo dalla porta di casa. Egli non "può" piegarsi in avanti - come sarebbe più logico e funzionale fare - ma "deve" piegarsi all'indietro, fino ad adagiarsi quasi supino sulla groppa. Subito gli si affiancano il secondo e il terzo Componidori, i quali, se un tempo avevano il ruolo di antagonisti nel torneo, ora hanno quello di "guardie del corpo". Devono cioè evitare al capo-corsa eventuali cadute.
 
Come non legare la vestizione del Componidori e il suo uscire sul cavallo "coi piedi in avanti" a un rito di morte? Si esce di casa in "posizione orizzontale" e coi "piedi in avanti" soltanto da morti - secondo la tradizione popolare. La vestizione del cadavere è appunto una pietosa incombenza propria delle donne (anche Gesù, nell'iconografia popolare, viene deposto e "vestito" col sudario dalle pie donne) e viene compiuta ancora oggi, nei nostri villaggi, sopra un tavolo.
Probabilmente si vuole rappresentare la morte del Carnevale (l'inverno) e su Componidori lo rappresenta, o può anche rappresentare la "vittima" sacrificata agli dei della terra, perché la natura riviva e rifiorisca dopo l'inverno, e dia nutrimento all'uomo.
La presenza simbolica di una sacra "vittima" è riscontrabile in altre cerimonie festive sarde, dove la maschera che rappresenta appunto, il Carnevale è detta volgarmente "Izziomu" (deformazione di "Ecce homo"), il Cristo, la "vittima" data in olocausto per la salvezza degli uomini.
Per un innestarsi dì valori cristiani, nel proseguimento dei riti su Componidori rappresenterebbe anche la vittoria della vita sulla morte, del bene sul male: egli non dovrà mai cadere da cavallo, dovrà primeggiare su tutti i partecipanti.
Ma non lasciamoci prendere da allettanti interpretazìoni dei simboli di questa stupenda festa di Carnevale. Incorreremmo certamente nelle ire dei "santoni" del folclore. Figuriamoci se interpretassimo il "tiro alla stella" del torneo in chiave freudiana e sessuologica...

Intanto, va annotato che la stella, col passare degli anni ha un foro centrale sempre più largo, e quindi più facile da penetrare con la spada. E poiché la stella è chiaramente un simbolo "femminile" e la spada chiaramente "maschile", se ne potrebbe dedurre che attualmente c'è... una certa spregiudicatezza nei costumi sessuali.
D'altro canto, considerato l'antico scopo dei tornei cavallereschi, che era quello di maritare donzelle, viene facile l'accostamento tra la capacità del cavaliere di saper centrare l'anello (la sortijia) mentre galoppa a spron battuto, e la capacità maritale dello stesso cavaliere nei confronti della donzella da impalmare.
Concludendo. La Sartiglia ha tutti i punti per diventare un importante raduno folcloristico di livello europeo. A questa manifestazione del Carnevale oristanese se ne legano altre, quali la "corsa delle pariglie" che vede riuniti i cavalieri più spericolati dell'Isola per eseguire, da soli o in gruppo, esercizi di bravura equestre; e ancora "la zippolata" che si svolge sotto la Torre di Mariano per offrire agli ospiti di riguardo (perché non a tutti?) fritture locali e dolci tradizionali.
Oristano, 1964

Lo ringrazio della cortesia. Uscendo sulla strada, mi raggiunge la sua voce: " Mi faccia avere il suo indirizzo; le vorrei mandare qualche oliva a casa. Sono molto contento di aver parlato con lei!"

Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner acconsenti all’uso dei cookie.