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cultura popolare

UGO DESSY

SARDEGNA : segni della cultura popolare. Feste – tradizioni – leggende - novellistica


Alfa Editrice – L’ANNUARIO SARDO 83/84
Quartu Sant’Elena - 1983

Collana diretta da : Maria Marongiu


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Presentazione di Maria Marongiu

L'Alfa Editrice apre con questa pubblicazione una collana di carattere prevalentemente documentaristico, intendendo dare con ciò un proprio contributo alla diffusione della storia, dell'arte, degli usi e dei costumi della Sardegna. Più specificatamente si propone di ricercare, attraverso documenti, studi e testimonianze, aspetti e momenti della cultura sommersa, che sarebbe inesatto definire "cultura minore", in quanto rappresenta ciò che di più originale e autentico ha potuto esprimere il popolo sardo.
L'Editrice ha affidato allo scrittore Ugo Dessy il compito di tracciare un primo anche se sommario quadro di insieme, il più possibile vario e rappresentativo, della realtà culturale e sociale della Sardegna.
"Sardegna: segni della cultura popolare" si apre con Pietre, un brano di poesia in prosa divenuto ormai un classico della nostra letteratura, pubblicato in numerose riviste tra le quali "Mondo Giovane" diretta da Gastone Favero che nel 1971 lo presentò al grande pubblico italiano con il titolo di "Lettera a Karla Kirchner", illustrata da Nando D'Angelo. Con lo stesso titolo appare anche nel volume di racconti che si intitola "I galli non cantano più", edito nel 1978 dall'editore Giorgio Bertani.
Segue S'imbrusciadura: un singolare rito terapeutico.
Un saggio etnologico su una popolare terapia contro gli spaventi, studiata per la prima volta dal Dessy nel 1960 nell'Oristanese.
Sul tema del folclore religioso presentiamo due brani: S'Argia e Chiesa e Stregoneria.
Quindi Sa festa de sos mortos, che l'Autore ha studiato a Orune con profonda adesione e minuziosa descrizione, tralasciando di proposito interpretazioni e commenti che avrebbero appesantito il lavoro, che è del novembre 1962 e rimane ancora oggi un esempio sugli usi e i costumi della  Sardegna di valore letterario.
Abbiamo quindi la dissacrante narrazione di una popolare leggenda sulle origini della città di Oristano, che segna la fine di Tharros con l'esodo di quella comunità in un territorio più lontano dal mare e più difendibile. Dalla leggenda che ha per protagonista Joneto, Dessy coglie l'occasione per tracciare un breve ma preciso quadro storico della città di Tharros e delle vicende archeologiche di questa necropoli che subì una lunga sequenza di saccheggi e rapine.
In questa raccolta non potevano mancare alcune notizie e descrizioni su singolari attività lavorative, assai ingegnose e sempre strettamente correlate a una economia di mera sopravvivenza quale era ed è rimasta ancora per certi aspetti nella nostra Isola.
Tra queste attività lavorative compaiono nell'ordine I Sorbettieri di Aritzo, l'Allevatore di struzzi, l'Abigeo, Su caccigadori, Su Palamitaiu, Su Linnaju, Sa Pisca cun sa lua e infine il Raccoglitore di olive, la testimonianza di un... mestiere non del tutto legale descritto in una saporosa intervista, che mette in piena luce la personalità del protagonista.
Viene quindi Il Palio della Sartiglia, un saggio, fra i più completi anche sotto il profilo storiografico sul "gioco dell'anello" che caratterizza annualmente il Carnevale oristanese.
Ancora un pezzo, stavolta composito, dedicato al costume religioso, con S'Ardia - La Sagra di Santu Antine. Si tratta di uno scritto recentissimo, che vuole dare assai di più di ciò che ci si aspetta solitamente da uno studioso del folclore. Oltre alla descrizione e alla interpretazione della corsa dell'Ardia, ci fornisce diverse testimonianze e ci presenta con essenzialità storiografica i personaggi del rito, componendo un attraente collage di fatti e di dati, cui egli dà un ultimo tocco con una serie ben dosata di detti e proverbi sul cavallo (definito, a ragione, il principale protagonista della spericolata corsa ippica).
Ugo Dessy nel descrivere il mondo della sua Sardegna non poteva ignorare quello del fanciullo. Come è noto egli è autore di numerose inchieste sul lavoro minorile, apparse su quotidiani e riviste e sulla televisione di mezza Europa.
In questo breve saggio, i Bambini parlano di banditismo, i piccoli di tre comunità sarde si cimentano sul tema che periodicamente diventa attuale nella nostra Terra, dimostrando essi, bambini, di possedere sufficiente preparazione e buonsenso da fare invidia agli adulti.
Chiudono la raccolta due racconti che si compendiano a  vicenda: L'Alluvione, in lingua italiana, e Sa Sicchedadi, in lingua sarda campidanese. Con quest'ultimo racconto ci sembra di poter affermare, che anche in lingua sarda é possibile fare dell'arte


 
Pietre / "Lettera a Karla Kirchner"

Ha un sapore assurdo, di eterno, la vita, qui, su questi monti, su questo corpo di ciclope pietrificato, roso dal tormento dei millenni, sotto un cielo che non ha un gesto umido di pietà. Quale senso può avere, qui, la vita umana, la vita, qui, su queste pietre nude che esistono solo per precipitare frantumate nell'abisso?
Che senso può avere, qui, l'essere battezzato, tenuto in braccio dal padrino notabile, studiare, ingraziarsi la maestra venuta da fuori, portando un fiocco più grande, un quaderno più pulito? É l'abito in pura lana vergine più distinto di quello in terital del ragioniere del piano di sotto? E la frequenza al Classico che apre ogni porta? E il prestigio di aver sposato la figlia di un uomo di affari? E il batticuore per l'auto nuova, la più coupé, la più veloce di tutte? E il futuro, un futuro chiamato concitatamente, con la rabbia di non poterlo possedere mai abbastanza tutto, mai abbastanza subito? Che senso ha, qui, una tale vita?
E che senso può avere, qui, su questi monti, un grattacielo popolato di gente che sale e che scende in ascensore, portando cartelle e fogli e veline e raccomandazioni da un piano all'altro, da un ufficio all'altro? Che senso può avere una piazza piastrellata con porticati intorno, e la gente che passeggia o siede ai tavolini succhiando una Cocacola? E un vigile in uniforme al centro, sulla pedana zebrata, ad agitare le mani inguainate di bianco fosforescente, a fischiare come un merlo sopra un via vai multicolore rombante di scatole in cui è stivata la gloria e l'angoscia, la presunzione e la sapienza della moderna dinamica?
Che senso ha, qui, una chiesa con ampie vetrate, aeree volute, mosaici in poliesteri, organo elettronico, coro in radica di noce formica, altari di marmo, sermoni diffusi da altoparlanti dislocati acusticamente razionali tuonanti i doveri delle coscienze soffocate dallo smog, travolte dal turbine dei motori, perse nelle nebbie del libero dibattito, corrotte dal veleno del benessere?
Che senso ha, qui, su questi monti, una scuola con riscaldamento centralizzato, palestra coperta, lavagne doppie bilanciate, radio tivù, giardino con fiori coltivati da cogliersi per ornare la cattedra in tek, i muri stuccati in gesso smaltato e il crocifisso stilizzato in plastica avorio? Che senso ha, qui, un alveare con uomini-formica in tuta bianca e blu muoversi al ritmo di presse, di occhi luminosi rossi gialli verdi? e una rivolta vociante con cartelli scritti e bandiere e pugni levati in alto per l'aumento dell'indennità di scomodo di lire quindici orarie?
E quale senso può avere mai, qui, fra questi monti, un drappello di militari usciti da una jeep saltando leggeri come acrobati da circo, avanzanti in rango serrato mitra a spall'arm e casco da trincea, tenuta da operazioni, sottufficiale appostato in alto dietro un masso, binocoli carta topografica telefono da campo staffetta portaordini tamburino e trombettiere?

Fra questi monti, ogni uomo nasce col destino del pastore nomade. Il battesimo è l'imposizione della croce. Le poche ore di scuola sono ore strappate al dovere del pascolo, della raccolta di fascine per il focolare: ore che incidono più profonda la coscienza del dramma. Il servizio militare è l'acquisizione di tecniche più idonee a cogliere il bersaglio dei nemici del gregge. Non ci sono livelli sociali da raggiungere. Non c'è millecento del ragioniere del piano di sopra da superare nel week end. Non c'è moglie di commendatore da avvilire con la pelliccia nuova. Non c'è famiglia di farmacista del piano di sotto da ingelosire con le vacanze in riviera... Qui, ci sono soltanto pietre e fame da superare e da vincere, e uomini di pietra, ci sono, che scalpellano il loro cuore per frantumarlo, e sudore e sangue per impastare la silice, ché verdeggi della speranza, così che il gregge sopravviva. Non ci sono grattacieli, qui, né piazze dense di traffico, né chiese luminose di vetrate, né scuole con palestra, né fabbriche, né rivolte operaie. Soltanto uomini di pietra ci sono, qui, che si calcificano nei secoli e si sgretolano come graniti rosi e friabili per dare terra alle conche, perché la roccia diventi terra.... E un drappello di uomini in divisa, c'è, assurdo, tra questi monti di pietra - uomini usciti da jeep leggeri come acrobati da circo, che avanzano in rango serrato, mitra imbracciato, sottufficiale appostato in cima, binocoli, carta topografica, telefono da campo, staffetta portaordini, trombettiere e tamburino...

C'è, sì, qualcosa di nuovo che affonda radici di cemento e di ferro nelle viscere della montagna. C'è una diga sul fiume Taloro. La sua mole - idolo della moderna tecnica - qui, su questi monti, è un giocattolo assurdo, lasciato nel deserto da un prodigioso fanciullo dal volo di libellula. E intorno alle acque del bacino c'è una strada d'asfalto panoramica con i guardrail belvedere nel silenzio di radi elci, di aspri lentischi, di contorte querce - un serpente bruno dalle reni spezzate. Ma sul tappeto d'asfalto non si avventura il gambale del pastore avvezzo agli spinosi cardi e alle macchie del rovo e agli speroni di roccia e ai pendii senza viottolo - né le strade e gli asfalti danno erbe e rugiade e ombre alle greggi che vanno perpetuamente trascinandosi in processione annusando la speranza di esili mentastri.
E con la diga, da un lato, c'è un drappello di uomini strani: cinque eremiti in divisa che trascorrono i giorni vuoti lunghi con la loro baracca le loro armi il loro passato umano a specchiarsi nelle acque del lago, a guardia dell'idolo della moderna civiltà che l'inciviltà della pietra può, nel suo rovinoso franare, frangere e seppellire come un guscio d'uovo.

Partorito e abbandonato fra pietre desolate, l'uomo è condizionato in ogni suo bisogno, in ogni suo divenire, dal gregge, dal procreare di una pecora, dal sopravvivere di un agnello, dal germogliare di uno sterpo, dalla pioggia, dal vento, dalla brina. Fino a quando non sarà placata l'ansia del nomade senza tetto, fino a quando la natura e il destino detteranno, qui, su questi monti, la legge del branco, il numero sarà forza e la forza sarà vita. E finché ciò sarà, sarà anche un non senso, qui, la civiltà del cemento e degli uomini armati.

Qui, ci sono soltanto pietre e uomini che non vogliono morire. In questa preistorica realtà, alla luce dei valori primevi che essa contiene, è valida la legge dell'abigeo e del bandito, è giusta la religione amara di un dio vendicatore che si implora affinché il nemico del gregge, cadavere in uno strapiombo, sia roso dalle formiche.
Qui, ciò che unicamente conta è il gregge. Altri doni, qui, l'uomo non ha avuto dal suo povero dio se non monti di pietra e ispide greggi e durezza di solitudine e angoscia di silenzi. Qui, ciò che unicamente vale è la pecora - animale sacro adorato negli altari aperti al cielo, simbolo e reale fonte di ogni possibile vita.
Uccidere una pecora per vendetta è sacrilegio: un delitto che può espiarsi soltanto con il sangue sparso di colui che lo ha commesso. Rubare una pecora è atto eroico: Prometeo che attinge alla fonte della vita in dispregio della legge avara di un dio avaro - è la sete di vivere che si placa soltanto fra gli artigli del più forte.
All'uomo senza gregge, qui, restano solo le pietre e il loro dramma d'essere nude sterili e senza coscienza di futuro. All'uomo nudo, qui, tra queste pietre, resta l'animo della belva, l'ansia predatrice, la volontà di uccidere per vivere o resta la viltà, l'immoto accoccolarsi del cane senza tana, l'anelito d'essere un sasso tra i sassi infitti profondi.
Non c'è altra scelta, qui, su questi monti, se non l'elementare essere o non essere. La caccia è il primo gioco del fanciullo. Bambini con trofei di lucertole e di passeri ritornano a sera nel villaggio - accendono un mucchio di sterpi nel viottolo per arrostire una preda che non sazierà alcuno. Al mattino, ognuno si è fatto il giusto fascio di legna e ha avuto la giusta fetta di pane. Quando hanno vinto la paura del sasso scagliato e del sangue calzano il pesante gambale del pastore, imbracciano il  moschetto aggiustando la mira sui cartelli di latta colorata conficcati ai margini di strade deserte.
Le donne filano la lana ispida delle ispide pecore, tessono la lana bianca e nera come il destino tesse il bene e il male delle creature nate in terra, cagliano il latte denso munto al pascolo di cortecce, pressano con dita dure il formaggio azzurrino.
Gli uomini vagano con le greggi nel deserto di pietra. Il giorno e la notte sono Dei di luce e di tenebra. Il silenzio si ode, si apprende, si fa idea, si anima - silenzi bui e silenzi luminosi, di pace e di canto, di lamento e di morte.
Ci sono silenzi di millenni incisi nel cuore dell'uomo come sulla pietra di un monte. Silenzi che non si possono rompere col rombo di un trattore, con la colata di cemento che ferma un fiume, con il salmodiare sacerdotale, con la dialettica di un comizio, con la sapienza di un maestro e neppure con l'urlo della violenza scagliata dalle bocche infuocate dei mitra.
Qui, ci sono solo pietre e pecore scarne e uomini dolorosi che hanno imparato a vivere senza chiese, senza tetto, senza pascoli, senza parole. Le parole vengono dalle cose filtrate dall'anima dell'uomo che le possiede. Qui, non possono esserci parole. Qui, ci sono soltanto pietre e silenzi.

Cantiere Gusana, 1964



Medicina Popolare

S'imbrusciadura: un singolare rito terapeutico

S'imbrusciadura (letteralmente: l'atto dell'avvoltolarsi per terra), fra i riti terapeutici praticati in Sardegna contro s'azzicchidu, lo spavento, riveste un particolare interesse per la dinamica rituale, perché è ignorato dalla etnologia ufficiale, e infine perché é rilevabile nel solo centro di Cabras, dove è diffusissimo, e in alcuni paesi limitrofi, dove se ne osservano pochi casi.
Il termine azzicchidu, che si traduce con spavento, è generico e serve per indicare un qualunque trauma psichico. É chiaro che la minore o maggiore gravità del trauma-azzicchidu non varia tanto in rapporto alla causa che lo ha provocato, quanto a seconda del soggetto e della condizione psichica in cui egli si trova in quel dato momento.
Dagli abitanti di questi paesi vengono fatte delle distinzioni sulla natura del trauma-azzicchidu in rapporto alle cause che lo hanno provocato. Si hanno così: azzicchidu de anima bia, spavento da anima viva, e azzicchidu de anima morta o de umbra, spavento da anima morta o da fantasma.
Alcuni fanno anche distinzione di luogo: logu opertu, luogo aperto, e logu serradu, luogo chiuso.
Tali distinzioni determinano le varianti nel rituale de s'imbrusciadura, in particolare nel numero di volte che va compiuta: da una a tre, a nove.
Un ragazzo, Peppino C., figlio di contadini, racconta: "Una volta, mio fratello, mentre riposavo a letto, aveva preso una boccata d'acqua e, per farmi uno scherzo, me l'aveva spruzzata in faccia. Mi ero svegliato e mi sembrava di affogare e avevo preso un azzicchidu forte, un brutto spavento. Ricordo che era il giorno di San Giuseppe, e mio padre mi aveva portato al fiume per fare s'imbrusciadura sulla riva..."
Racconta un altro ragazzo, Pinuccio M., pastore: "Era una notte disastrada, spaventosa. Tuoni e lampi uno dietro l'altro. Le pecore lo sentono da lontano il tempo brutto e sentono anche le anime dei morti, e allora si stringono tutte a un mucchio voltando le terga. Io cercavo di coprirmi come meglio potevo per ripararmi dall'acqua e dal vento, quand'ecco proprio davanti a me, alla luce di un lampo, vedo una figura d'uomo tutto vestito di bianco.
Più lo guardavo e più diventava grande. Non potevo neanche muovermi dalla paura. Poi, di colpo, è sparito... Sono rimasto molti giorni a letto con la febbre e con la testa tutta piena di foruncoli, da s'azzicchidu, dallo spavento, che avevo preso. Mio padre, quando ha saputo cosa mi era successo, mi ha detto che era umbra, fantasma, e che bisognava fare s'imbrasciadura vicino al cancello del camposanto".

A differenza di altri riti terapeutici, s'imbrasciadara può essere facilmente praticata da chiunque, per la semplicità della formula, per l'assenza di brebus, parole magiche segrete, per la materia occorrente (per lo più un po’  d'acqua comune), e infine perché non occorre un officiante che possieda conoscenze rituali e virtù taumaturgiche.
Chiunque compia s'imbrusciadura è nello stesso tempo medico e paziente. Ho notato però che i bambini sono di solito guidati nello svolgimento della terapia da  un adulto, e che soltanto più tardi, quando ne hanno appreso la tecnica e ne hanno riconosciuto l'efficacia, fanno s'imbrusciadura da soli, subito dopo aver preso unu azzicchidu, uno spavento.
Non di rado, mi è accaduto di vedere per strada bambini buttarsi e rotolarsi per terra, quindi rialzarsi e rimettersi a giocare - lasciando per terra s'azzicchidu. Alla mia curiosità, i bambini rispondevano: "Mi' ndi seu azziccau!" - Mi sono spaventato!

S'imbrusciadura si fa con naturalezza, anche pubblicamente, specialmente dai bambini. Se lo spavento è di rilievo, vengono accompagnati sul luogo del trauma dalla loro madre (più raramente dal padre) oppure da una vicina di casa, una delle tante esperte nella materia. Zia Crabiou è una di queste. E' appena rientrata dall'aver imbrusciau un marmocchio del vicinato.
Mi spiega:
"Cun is azzicchidus, con gli spaventi, non bisogna scherzare. Un azzicchidu tenuto dentro può anche far venire la paralisi o portare a Villa Clara (Manicomio di Cagliari - n.d.A.). Zia R. - può anche chiedere in paese - è rimasta dieci anni a letto martura, paralitica, per uno spavento. Uno può anche morire... Io appena vedo un  bambino che ha preso azzicchidu lo porto subito a farsi s'imbrasciadura."

Alcuni sintomi del male provocato da un azzicchidu così come mi sono stati descritti o come io stesso li ho osservati - sono: insonnia e vaneggiamenti; inappetenza e vomiti; volto pallido emaciato; sguardo fisso assente (spriau, scioccato); foruncolosi, specialmente in testa; sonno agitato; febbre anche alta, talvolta con delirio.
L'ammalato e con lui i familiari e i vicini di casa più intimi si preoccupano di frugare nel passato, una sorta di anamnesi, fino a puntualizzare momento, luogo e causa del trauma-azzicchidu. Talvolta, questa ricerca impegna il gruppo in un lavoro di ricostruzione mnemonica che può durare giorni. Il più delle volte, se ben ricorda il malato, è facile trovare un testimone - va tenuto presente che nelle nostre comunità i rapporti interpersonali sono vivi e reali, ognuno sa ciò che fanno gli altri, e la ricostruzione di un trauma occorso a un membro del gruppo non è una inchiesta della polizia, che è sovrastrutturale, esterna ed estranea. Ne consegue che non è difficile situare il luogo e definire il tempo di s'azzicchidu. Per quanto concerne le cause, si fanno congetture, se l'ammalato è incerto; e spetta agli esperti, ai guaritori, individuarle con più precisione.
 
Ho documentato diversi casi di azzicchidus di particolare gravità, in cui i sintomi si manifestavano violenti, con febbre alta e delirio, esattamente alla distanza di un anno.

Racconta M.S., insegnante elementare, celibe: "Diversi anni fa mi ero recato alla spiaggia di San Giovanni del Sinis. Mentre facevo il bagno vicino a una barca, i soliti spiritosi fecero lo scherzo di mandarmi sott'acqua all'improvviso. Ricordo di aver cominciato a bere, annaspando nell'acqua, senza riuscire a tenermi a galla.
Ormai ero andato... non speravo più di salvarmi, anche perché pensavo di essere rimasto solo e non riuscivo a gridare. Per mia fortuna qualcuno aveva visto e capito che mi trovavo in seria difficoltà. Mi salvarono in estremis...
"Trascorsero dal fatto giorni e mesi, io non ci pensavo più ormai. Ma ecco, trascorso un anno esatto, nello stesso giorno, alla stessa ora, mi assalì un febbrone. Ricordo di essermi affacciato sull'uscio di casa: mi pareva che sulla strada corresse un lungo fiume verde in piena. Cominciai a vaneggiare... i familiari e gli  amici che mi hanno assistito ricordano tutte le mie frasi sconclusionate di quel pomeriggio. Mi misero a letto. Mio padre e i miei familiari ricollegarono subito il mio male con il fatto accaduto un anno prima. E così fu deciso di portarmi il giorno dopo sulla spiaggia di San Giovanni per farmi s'imbrusciadura.
"Misero un materasso sulla carretta, mi avvolsero in una coperta e partimmo. Quando giungemmo ad alcune centinaia di metri dal punto in cui avevo avuto l'incidente, sentii dei lunghi e violenti brividi di freddo. Ricordo che mi misero addosso altre coperte. Poi, man mano che ci avvicinavamo al luogo cessavano i brividi, la febbre e il delirio. Mi fecero fare s'imbrusciadura sulla sabbia. Quando rientrai in paese, ero completamente guarito."

Quando finisce di parlare, M.S., insegnante, figlio di umile contadino, mi scruta con un sorriso incerto.
Forse pensa che si possa giudicarlo superstizioso: ancora parte nobile di una realtà ritenuta a torto miserabile, da cui egli, come altri, ha creduto di riscattarsi studiando. Dice:
"Alcuni ridono delle nostre cose, chiamandole fattucchierie, ignoranze. Anche io, solo per il fatto che ho studiato, non davo molta importanza ai vari riti che si compiono nel mio paese come rimedio contro gli spaventi e le loro conseguenze. Le psicoterapie alla Freud qui da noi sono arrivate in ritardo... A Cabras, per quel che ne so, sono centinaia di anni che si curano alcuni traumi psichici con il metodo della analisi e della presa di coscienza delle cause... oltre, naturalmente, ad una buona dose di autosuggestione."  
Appunto per non dover ricorrere in estremis ai rimedi, quando il male troppo a lungo covato ha provocato gravi danni, con il pericolo, inoltre, di non ritrovare il luogo e la causa dello spavento, la mamme si preoccupano di fare subito s'imbrusciadura ai loro piccoli, non appena rilevano in essi i primi sintomi.

Confida una mamma: "Anche se non ci fosse veramente un azzicchidu, male non gliene fa a ddus imbruscinai. Mellus a timì chi a provai.' - Meglio temere che subire!... Io, tanto per non sbagliare, se mi accorgo che la bambina o il bambino tornano a casa un po' strani, e a me sembra spavento, chiedo subito che cosa abbiano fatto o visto e dove siano stati. Li riporto subito nel posto; quasi sempre stanno giocando nella strada dove passano macchine, carrette, biciclette, e li faccio imbrusciai. Così mi sento tranquilla e tornano tranquilli anche loro."

Interrogando i bambini, si ottiene un quadro molto vivace del fenomeno.

Giancarlo C., nove anni: "Un giorno, mentre accendevo una lampada, la corrente mi aveva tirato via e io mi ero spaventato e mi avevano fatto fare s'imbrusciadura e mi era passato lo spavento..."

Rita C., undici anni: "Un giorno avevo visto un carro. Arrivato a un fosso il carro si era rovesciato dall'altra parte. Tutti si erano spaventati e si erano fatti male. Il giorno dopo erano ritornati dove si era rovesciato il carro e s'imbrusciarono... "

Luigi F., otto anni: "Una bambina stava andando per la strada e c'era un uomo nascosto in un fosso. Quell'uomo ci aveva un coltello in mano, è uscito fuori sulla strada e quella bambina si è spaventata ed è scappata a casa. La mamma le ha fatto s'imbrusciadura. Prima ha fatto una fontana piccolina e ci ha messo acqua dentro, e quella bambina si è coricata sopra, si è rotolata e ha bevuto l'acqua..."

Angelo P., dieci anni: "Un giorno un manovale ritornava a casa e aveva incontrato una vecchia. E a quel ragazzo gli sembrava un demonio in persona ed era scappato a una casa gridando forte. La gente vide quel ragazzo gridando forte e una donna aveva un bicchiere di acqua in mano e gliela spruzzò in faccia e gliene fece anche bere. Il giorno dopo quel ragazzo ripassò con la sorella grande e gli fece s'imbrusciadura. Lo rotolarono nel tappeto e lo fecero rotolare a destra e a sinistra, e da quel giorno non ebbe più paura della gente vecchia."

Maria Bonaria E., dodici anni: "Un giorno un camion stava vicino a investire una bambina. L'hanno vista due donne e le hanno detto: - Spaventata ti sei? - E quella bambina ha risposto di sì, e l'hanno imbrusciata. Dove l'hanno imbrusciata hanno fatto una chea (fossetta) piena d'acqua e l'hanno fregata lì, e aveva tutto il vestito sporco di fango..."

Giorgio C., nove anni: "Una volta ero andato a una casa vicina e stavo giocando e mi è entrata una lucertola nelle spalle. Mi ero levato la camicia e la lucertola era caduta per terra e il cane l'aveva mangiata. Il giorno mi ero imbrusciato e dopo mi avevano fatto fare la croce".

Gianni P., dieci anni: "... Un uomo della nostra via era caduto da un albero e gli avevano fatto s'imbrusciadura. L'avevano portato al posto dov'era caduto. Avevano portato un lenzuolo, l'avevano messo per terra e l'avevano fatto rotolare nel lenzuolo".

Andando con ordine, dal più semplice al più complesso, si possono distinguere cinque varianti dello stesso rito.

A) S'imbrusciadura semplice.
Su azziccau, chi ha preso spavento, si avvoltola per terra tre volte. Alcuni usano spruzzare sul volto del paziente dell'acqua comune, prima o durante o dopo s'imbrusciadura.

B) S'imbrusciadura cun aqua abrebada, con acqua taumaturgica.
Si scava nel luogo del rito una fossetta e la si colma di aqua abrebada. S'azziccau si avvoltola sul terreno in cui è compresa la fossetta, tracciando una croce col proprio corpo disteso. A conclusione beve un sorso dell'acqua contenuta nella fossetta, dopo di che questa viene ricoperta di terra.

C) S'imbrusciadura fatta in casa.
Quando s'azziccau per ragioni speciali non vuole o non può recarsi nel luogo dove ha ricevuto il trauma, si va lì e si raccoglie un pugno di terra del luogo. Questa terra si sparge sopra una coperta preventivamente stesa in casa. Sulla coperta cosparsa di terriccio si fa s'imbrusciadura.
Questa variante - usata di solito da giovinette e da vecchie, alle quali non è decoroso mostrarsi in tal modo in pubblico - è molto complessa, sia che venga eseguita dalla sola paziente, sia che venga assistita da una esperta. Si dà molta importanza, per l'efficacia del rito, all'avvoltolarsi nude coperte da un lenzuolo. Si devono di regola effettuare tre imbrusciaduras, secondo i tre bracci di una croce immaginaria, per poi sollevarsi e  uscire dalla coperta sulla linea del quarto braccio. É altresì necessario scuotere - facendo molta attenzione a non voltarsi indietro - le falde del lenzuolo con cui ci si è ricoperte: affinché s'azzicchidu resti nel terriccio.
Zia Pisabella, ritenuta in paese un'esperta della materia, mi ha spiegato che a conclusione di s'imbrusciadura è sempre opportuno gettare, nella camera dove si é svolto il rito, un gatto o un cane o un qualunque altro animale. Questo assorbirebbe, senza alcun danno, s'azzicchidu lasciato dalla paziente nel terriccio e nessuna  creatura umana, che ne venisse a contatto, correrebbe alcun pericolo. Comunque, il terriccio contenente s'azzicchidu viene sempre gettato nel fuoco del camino o in luogo dove nessuno possa venirne a contatto. Zia Pisabella puntualizza: "Per maggior sicurezza, qualora lei ne avesse bisogno, si ricordi sempre di raccogliere, dopo, o di far raccogliere, la terra che ha sparso sulla coperta. La raccolga senza toccarla, sollevando i quattro capi, e la butti in una fossa sotto terra, perché nessuno ci metta piedi sopra, oppure la getti in un pozzo dove nessuno ci beva."

D) S'imbrusciadura in camposanto.
Viene praticata di solito nelle prime ore del mattino, anche fuori, davanti al cancello, quando non è possibile accedere all'interno del camposanto.
É ritenuto risolutivo nei casi di spavento causato da umbra, fantasma, spirito dannato.
La signora M., moglie di un agiato commerciante, me ne descrive il rituale:
"... Si traccia una croce per terra e alle quattro estremità si scavano quattro buchi che si riempiono di acqua. S'azziccau s'imbrusciat rotolandosi prima verso destra, fino ad arrivare alla fossetta d'acqua, da cui ne beve un sorso; si avvoltola poi verso sinistra, fino all'opposta fossetta, da cui beve ancora un secondo sorso d'acqua. Si sposta quindi col proprio corpo sul secondo asse della croce, ripetendo quanto ha fatto precedentemente: rotola verso destra e verso sinistra, bevendo dalle altre due rispettive fossette. Quando ha finito, si alza facendosi il segno della croce."
S'imbrusciadura in camposanto, oggi, è molto meno frequente che in passato, e viene sempre fatta in ore in cui è possibile evitare gli sguardi curiosi di eventuali estranei.

E) S'imbrusciadura collettiva
Quest'ultima variante è innestata alla tradizionale festività del Corpus Domini. Per tale ricorrenza è costume erigere e addobbare una cappella presso ciascuna delle monumentali croci che si trovano nelle varie piazze del paese. La processione, partendo dalla chiesa, si snoda secondo un percorso che tocca le varie croci-cappelle infiorate e abbellite di tappeti e arazzi.
La cappella dove s'imbrusciadura collettiva assume ancora un aspetto di rilievo, per il gran numero di azzicaus di tutte le età che vi affluiscono, è quella detta S'Arruga de su Pilloni (testualmente: La Via dell'Uccello), denominazione derivata - pare - dall'uccello che sormonta la singolare croce monumentale, dalle cui braccia pendono i simboli della Passione.
Nei loro temi scolastici, così descrivono s'imbrusciadura collettiva due scolari di dieci anni:

Efisio M.: "Il giorno di Corpus Domini avevano messo i tappeti per fare s'imbrusciadura vicino alla cappella e poi avevano messo i vasi sopra i tappeti e in mezzo avevano messo la croce e poi avevano messo rami di alloro e avevano preparato tutto. E poi i ragazzi, i bambini, bambine, donne, giovani, tutti quelli che si erano spaventati facevano s'imbrusciadura..."

Angelo P.: "Ogni anno per Corpus Domini in S'Arruga de su Pilloni fanno una cappella e ci mettono dei lumicini e tanti fiori. Per terra ci mettono tappeti e quando passa la processione tutte le persone che si sono spaventate fanno s'imbrusciadura. S'imbrusciadura, per esempio, si fa a un bambino che si spaventa: lo portano nella cappella e gli fanno s'imbrusciadura, gli mettono un lenzuolo e poi lo rotolano in mezzo e lo fanno rotolare a destra e a sinistra. Ecco perché si fa s'imbrusciadura, e prima di rotolare, le persone si bagnano la faccia."

Da un'indagine fatta su campionatura (1960), rappresentati tutti i ceti sociali, risulta che nella comunità di Cabras s'imbrusciadura è diffusa nell'85% della popolazione - nel senso di praticata, con maggiore o minore frequenza.
In relazione ai ceti, la massima diffusione si ha tra i contadini e i pastori; la minima tra gli intellettuali e i pescatori del golfo.
In rapporto all'età, vengono per primi i bambini, seguiti dagli adulti dai 45 anni in su. Gli ultimi, i meno imbrusciaus risultano i giovani dai 16 ai 22 anni. In tutti i casi: i maschi risultano meno delle femmine - esclusi i bambini.
Considerando il sesso - come ho accennato - il rito è più diffuso tra le femmine, a partire dai 14 anni in su.
Le femmine hanno il ruolo di depositarie della tradizione rituale. D'altro canto, essendo affidate esclusivamente ad esse la tutela e l'educazione dei piccoli (i quali, per altro, scorrazzano in libertà per le strade e per la campagna), sono le diffonditrici del rito nelle nuove generazioni. E queste, oggi, superata l'età scolare (10 - 12 anni) acquistano una mentalità in conflitto con la vecchia cultura della loro comunità, rifiutandola. La rivoluzione provocata dall'arrivo dei nuovi strumenti di diffusione delle idee e dai prodotti della civiltà industriale provocheranno nel breve volger di anni la quasi totale estinzione di questo singolare rito - o lo ridurranno  come sta già accadendo - in termini sempre più privati e simbolici, togliendogli gran parte del suo potere terapeutico, che gli veniva dall'essere esercitato in pubblico, e che dava una sicurezza ai rapporti interpersonali.

Nella città di Oristano, distante sette chilometri da  Cabras, s'imbrusciadura è rara. Così nel centro di Santa Giusta, dove è più usato come terapia contro s'azzicchidu, s'affumentu, il suffumigio - ma anche is vangeus,  lettura del vangelo fatta da un prete.
Nei paesi che costeggiano gli stagni e il Sinis di Cabras, Riola, Nurachi e Donigala, s'imbrusciadura è ancora diffusa per il 30 - 40 per cento della popolazione, prevalentemente tra i contadini e pastori.
Uscendo da questi paesi verso l'interno dell'Isola si nota la completa assenza di questo singolare rito terapeutico.



S'argia, il mitico ragno socializzatore

Argia in campidanese e arza in logudorese indicano nella cultura popolare la tarantola, un ragno dicesi comune nelle campagne, oggi estinto, non più grande di qualche centimetro, con macchie gialle, rosse o brune sul dorso, secondo la specie.
S'argia - animale mitico dell'area del Mediterraneo provocava con la sua velenosa puntura il tarantolismo, un fenomeno dalla patologia assai varia e complessa, così come varia e complessa era la rituale terapia di gruppo che ne seguiva, ma con il ballo comune in tutte le forme. Si hanno sostanziali differenze, sia nella definizione dei caratteri del mitico aracnide, sia nella organizzazione ed esecuzione della terapia rituale di gruppo, tra una comunità e l'altra e in particolare tra il mondo barbaricino-pastorale e il mondo campidanese-contadino.
Nel Nuorese, secondo alcuni, si individuava una sola specie di arza, di tarantola.
Invece lo Spanu ne distingueva due: masciu e viuda,  maschio e vedova. "Arza masciu, falangio maschio, la di cui puntura è più atroce dell' arza viuda o battia (che) dicesi così per essere a vari colori pintata, o screziata".
Sempre secondo lo Spanu, il termine arza deriverebbe da barzu, vario, di colori diversi, dal latino varius.
I tarantolati dell'arza nuorese - secondo le descrizioni che ne sono state fatte, per altro molto approssimative quando non fantasiose - trovavano rimedio in una sorta di ballo di cui erano conduttrici sette vedove, sette spose, sette zitelle.
Al contrario, in altre descrizioni più attendibili, i tre stati civili erano gli attributi di tre differenti specie di arza, vedova, sposa, zitella, che davano con il loro veleno tre diversi quadri patologici riferibili appunto allo stato di vedova, di sposa, di zitella. Il ballo terapeutico di gruppo si modificava in rapporto alla sintomatologia.
Nel Nuorese s'arza colpiva prevalentemente soggetti maschi, dai 20 ai 40 anni, che mostravano una possessione di entità femminile, perdendo la propria identità virile; e diventavano, nel corso della cerimonia rituale, un po’ lo zimbello della comunità - sia del settore femminile che dirigeva il rito, sia del settore maschile che ai margini fungeva da coro, da spettatore attivo. Nella complessità di significati, ne emerge uno: la figura del tarantolato, che assume sentimenti e comportamenti propri della donna, adombra l'omosessualità - che nella morale del mondo barbaricino è valutata molto spregevole ed è ferocemente repressa. Come si vedrà nella testimonianza che segue, sotterrando il tarantolato nel letamaio e/o infilandolo nel forno, durante la rituale danza, tra risa e scherni e rumore di barattoli e coperchi di pentole, lo si restituisce al grembo materno; e solo quand'egli sia riuscito a ridere - evidentemente di sé stesso insieme agli altri - lo si fa rinascere, estraendolo guarito.
Sostanzialmente differente nella sostanza e nella  forma è su balla de s'argia nel mondo contadino. Nei Campidani, in particolare in quello di Oristano, dove ha una più larga diffusione, s'argia colpisce indistintamente maschi e femmine in giovane età, con evidenti turbe psicosessuali che vengono risolti con una terapia di gruppo sessuo-libertaria, come si può desumere dalla seconda testimonianza che segue.

SU BALLU 'E SARZA DEL NUORESE
Testimonianza di P.Z., pastora di 64 anni di Orune.
"L'anno in cui fu morso dalla tarantola mio nipote Bore era stato molto siccitoso. I pastori erano disperati perché anche nelle vallate più basse era impossibile trovare pascolo.
A quel tempo Bore faceva il servo pastore ed era nell'ovile di *** già da quindici giorni, quando in un pomeriggio di levante lo avevano portato in paese avvolto in un sacco nero. Subito erano andati a cercare le donne per fare il ballo, mentre gli uomini avevano portato Bore nel campo vicino dove c'era il letamaio. Lì avevano scavato una fossa e dopo avergli tolto i vestiti, lasciandolo in mutande e camicia, lo avevano sotterrato fino alle spalle.
Allora erano arrivate le donne e ce n'erano zitelle e sposate e vedove e altra gente del nostro vicinato che avevano cominciato il ballo al rumore di pentole, coperchi e barattoli.
Le donne si prendevano per mano facendo cerchio attorno al tarantolato, ballando una specie di ballo tondo un po' sconclusionato, mentre gli uomini da una parte aizzavano le donne e facevano tutto quel rumore con grida... cercavano di distrarre il paziente dal dolore e di  farlo ridere. Ne dicevano di tutti i colori, allusioni, metafore e anche frasi oscene, e lui niente, con una faccia che era una maschera di dolore e di sudore.
Sudando sudando il suo viso si andava distendendo e cominciava a guardarsi attorno. Allora la danza e il rumore diventavano frenetici. Le donne ballavano come matte e gli uomini saltavano e ridevano e lanciavano frizzi, e battute sempre più pesanti, senza un attimo di pausa, fino a quando il giovane non cominciò a ridere.
Quando cominciava a ridere e rideva era guarito. Allora lo si toglieva dal letame e le donne tenevano pronto un lenzuolo per avvolgerlo e un sacco nero per coprirlo perché era tutto sudato e non prendesse freddo durante il tragitto fino a casa."

SU BALLU DE S'ARGIA NELL' ORISTANESE
Testimonianza di Anna C. contadina di 86 anni, di Santa Giusta - 1980
"Ci fiant tanti tipus de argia, ci fiat sa bagadia e sa viuda. Fiat manna aicci, cumenti 'e una punta de didu, niedda niedda candu fiat viuda e pintiniada candu fiat bagadia.
Cand'unu fiat spizzulau de una viuda ddi circanta una picciocca bistia de nieddu po ddi donai recreu; candu fiat spizzulau de una bagadia ddi circànt una picciocca bistia allirga o chi fiat giovanedda meda dda bistiant de biancu.
Cand'unu beniat spizzulau de s'argia ddi beniat una spezia de crisi, si 'n ci ghettada a terra.. mala fiat sa viuda: sa viuda fiat prus mala... appena spizzulada, mischinus, ddus cancarada e 'n di ddus bittiant a bidda cumenti 'e marturus.
Sa spizzulada de s'argia si connosciat subitu a is movimentus chi faiat fai; e de cussus movimentus si cumprendiat cali argia dd'haiat spizzulau, si bagadia o viuda. E insaras, ita fadiant? Zerriànt su sonadori de launeddas e issu sonat e faiant su ballu a giru a giru... po sa bagadia si sonàt musica alligra e sa genti scraccaliàt puru, a prexiu; mentras po sa viuda si sonàt una t ballu nau sa viudedda, unu pagheddu seriu ma sempiri  movimentau.
Nosus heus tentu su fillu de connau, Franziscu Melis. Teniat unus trint'annus e fiat bagadiu. Ci andiaus meda a domu de zia Filomena, sa mamma 'e  Franziscu.. a nosus s'haiant zerriau in domu. Fiat benia sa mamma prangendi: - Benei, benei ca fillu miu est ammacchiendisì, deu non sciu ita ddi fai a custu fillu! Gei ddu scidiant sì ca fiat s'argia. Ddi narànt: - Bisongiad a ddi fai calincuna cosa! - Si bidiat ca su piccioccu fiat arrendiu... e tott'a una borta dd'heus biu baddendi baddendi, tottu baddendi...
 Dd'hant deppiu donai una picciocca po d'accansai.
M'arregordu ca boliat sa filla de nonnu Casula, su chi had battiau a mei; boliat cussa a picciocca e d'hant bistia e dd'hant fatta andai, mischina, e fiat deppia atturai in domu de issu. Ddi narànt... non mi regordu... Est issu, chi dd'hat pretendia; e cussa picciocca est depida andai po ddu cuntentai, po dd'assistì, poita chi no si marturizzada, mischinu... tottu si trottosciada e tott' in d'unu dd'afferrada e dda pigada a baddai, a baddai, tottu a baddai...
Deu mi regordu ca mi'n ci fia fuida... fia picciocchedda, depia teniri un doxi annus. Hemu tentu timoria... non mi praxiant cussas cosas, non si scit mai, non fiant giustus in cussus momentus.
Eh, gentixedda ddu andada! Sa mamma prangiat... su ballu dd'haiant fattu in d'unu stanzoni mannu e sa genti andada a biri e puru po baddai, cumenti a una festa.
Durada tres diis, non si faiat atra cosa, scetti sonai e baddai. Accadeiat sempiri in s'istadi, in tempu de messa. Custas argias andant meda a is manigas de trigu.
Candu fia picciocchedda, in tempu de messa, in bidda  nosta 'n di ddui fiant quattru o cincu dogni annu, mascus e feminas, dogni annu... No, beccius no e nemancu pippius, scetti de is dexiott'annus in susu. Chi fiat mascu boliat una picciocca, bagadia o viuda chi fessit, dda  bistiant de alligru o de nieddu, e abarrat cun issu po ddi fai cumpangia e abarrat puru a dormiri in domu sua... Chi sa spizzulada fiat una femmina, certu boliat  un omini, cussas puru... ma non ddu regordu beni cument faiat.., non mi regordu de 'n d'hai biu.
Mi regordu beni sa borta de Franciscu. Haiant baddau in sa sala e in cotilla po tres diis totu su merì finzas a mesunotti, e apustis, finia sa festa, su babbu e sa mamma dd'haiant croccau e sa picciocca puru dda croccant innia... Po fai luxi in cotilla usànt is acetilenas, a carburu, e po a intru usànt sa lantia a quattru corrus... si fadiat su losingiu aicci, cun d'unu arrogu de sappulu. Nosus teniaus meda olia e usiaus sa murghidda, pagu s'ollu de seu.., ollestincu no, a is partis nostras, in aterus logus sì, dd'usanta..."

S'ARGIA CABRARISSA
A Cabras distinguono quattro specie di argias, di tarantole: sa viuda, sa bagadia, sa partoxa, sa martura - rispettivamente, la vedova, la nubile, la puerpera, la paralitica. Qui, non si capisce bene se il ragno sia sempre lo stesso, dato che tale distinzione viene fatta esclusivamente dai sintomi del male che ne deriva dal morso.
Nei casi di tarantolismo rilevati nella comunità di Cabras, e che hanno come luogo di insorgenza la Penisola del Sinis, si evidenzia la scomparsa quasi totale del ballo rituale terapeutico, anche quando il malefico ragno continua e mietere le sue vittime. Scomparendo il rituale magico del ballo si farà scomparire anche il mitico aracnide. La gente del luogo attribuisce la scomparsa del fenomeno al dissodamento delle terre cespugliate che avrebbe distrutto l'habitat de s'argia, e quindi l'estinzione della stessa.
C'è della verità in questa affermazione, ma nel senso che le trasformazioni agrarie dell'ultimo dopoguerra, e i profondi stravolgimenti nelle strutture produttive hanno modificato il mondo contadino, segnando il declino di usi e costumi di comunità vecchi di secoli.
Ora, infatti, il tarantolato è semplicemente un malato che cerca di risolvere le sue crisi nevrotiche con lo psichiatra.
Il moderno guaritore che ricopre di cenere le braci con le sue analisi e le sue pillole (quando non con il letto di contenzione e l'elettroshoc), sostituendo con la scienza della medicina civile la scienza della medicina popolare che risolveva empiricamente le nevrosi con la terapia di gruppo.
Una terapia, questa, giova rimarcarlo, che la psichiatria più avanzata va riproponendo in forme che non possono che essere inautentiche, artificiose e palliative, dato che la comunità de su ballu de s'argia non esiste più.

S'ARGIA VIUDA
Testimonianza di Salvatore C. contadino
sessantenne, sposato due volte, senza figli.
"Stavo tirando fave nel Sinis, tra maggio e giugno, diversi anni fa. Sono stato punto al dito indice. É passato neanche un minuto che subito il male mi ha colpito alle braccia e alle gambe. Non potevo più reggermi in piedi. Mi venivano contrazioni dei muscoli e mi agitavo, non potendo star fermo, né con i piedi né con le mani. Mi hanno caricato sulla carretta e portato a casa. Durante la notte, a letto, avevo strappato lenzuola e coperte, a causa degli attacchi nervosi che mi erano venuti. Io non lo ricordo molto bene; me l'hanno raccontato quelli che mi hanno assistito."
Era rimasto vittima di una argia viuda, tarantola vedova. Le sofferenze di colui che è stato morso da tale specie di aracnide vengono alleviate e risolte, sempre positivamente, con uno specifico rituale terapeutico di gruppo: tre giorni e tre notti di danze capeggiate da vedove autentiche o simulanti, nell'abbigliamento del lutto, che inseriscono nella donna lamentazioni funebri.
Una scena di massa approntata dagli esperti con la partecipazione del vicinato. Il rito si svolge normalmente all'aperto -.s'argia, la tarantola, colpisce esclusivamente nel periodo caldo, prevalentemente durante i lavori del raccolto - in un cortile ampio, con maggiore presenza e partecipazione la sera e nelle prime ore della notte. Mentre ci si dà il cambio attorno al tarantolato sofferente nella rappresentazione di un dolore vedovile, cui lo stesso tarantolato è sollecitato a partecipare.

S'ARGIA PARTOXA
Testimonianza di Francesco D., pastore
trentaquattrenne, scapolo.
"Mi ha morsicato nel Sinis. C'ero andato ad aiutare mio fratello contadino a mietere, a tirare fave nella zona di Su archeddu 'e sa canna. Subito mi sono accorto, quando mi ha punto nella mano e mi ha fatto l'effetto.
Mi veniva da piangere e gridavo che volevo un bambino, se no mi gettavo nel forno acceso... Mi hanno fatto subito un bambolotto con stracci, mio fratello e altri che c'erano. Io l'ho preso in braccio, e mi sono calmato un po'..."  
Qui abbiamo un caso - abbastanza raro e poco noto o addirittura ignorato nelle altre regioni dell'Isola - di tarantolato da argia partoxa, tarantola puerpera. Tale specie di ragno si vuole che provochi in individui di sesso maschile comportamenti propri della femmina appena sgravata. La terapia popolare risolve il caso mettendo un bambolotto tra le braccia del paziente, il quale è portato a riversare affetto e cure materne su quel simulacro di neonato.
Nel più ampio e generalizzato contesto rituale de su ballu de s'argia, del ballo della tarantola, si inserisce lo specifico relativo alla specie di ragno, in questo caso  partoxa. Per i rituali tre giorni e tre notti, il tarantolato è assistito dai vicini, mentre culla, vezzeggia, cura il neonato - senza il quale le sofferenze potrebbero portarlo fino al suicidio. Si specifica che tenderebbe a uccidersi gettandosi dentro un forno acceso. Da qui una motivazione conscia per spiegare il momento del complesso rituale, in cui il tarantolato viene avvicinato alla bocca del forno e, secondo altre testimonianze, anche introdotto in un forno tiepido.

S'ARGIA BAGADIA
Testimonianza di M.R., contadina
di circa ottanta anni, nubile.
M.R. è rimasta vittima della specie argia bagadia, tarantola nubile, mentre lavorava in campagna. Vive nella casa di sua proprietà facendo la perpetua a un vecchio prete suo inquilino. É molto sospettosa con chi non appartiene alla ristretta cerchia dei suoi conoscenti. É un poco sorda e si rivolge alla persona che mi accompagna, a lei nota, che funge da tramite durante il breve colloquio. L'inquilino prete per fortuna è assente, e la persona che mi accompagna riesce a convincere la vecchia che "non c'è niente di male" a raccontare come fu che s'argia l'avesse morsa e quel che accadde poi.
 "Stavo in campagna, da ragazza. Allora c'erano molti pastori nel Sinis, ed ero ospite con la mia famiglia in un masoni, in un ovile di amici. Stavamo seduti per  terra a far merenda, quando mi ha punto. Ho gettato un grido e mi ha preso subito a tremare a tremare, alle gambe, alle braccia e in tutto il corpo. Mi faceva saltare e ballare come una matta, perché fïad un'argia bagadia, perché era una tarantola nubile, e pigad aici, e dà questi sintomi. Ita si faiat appustis? che cosa si faceva dopo?
Po fai passai cussu mali si ballàt, cantendu e sonendu totus paris po tre diis e tres nottis, per alleviare il male si ballava, suonando e cantando tutti insieme per tre giorni e tre notti. Soltanto in quel modo la tarantolata può trovare sollievo..."
Viene riferito da altri testimoni che nel caso di tarantolata da argia bagadia, tarantola nubile, la gioventù ne approfittava per raccogliersi in cortili spaziosi, illuminati la notte da lamparas a carburu, lampade ad acetilene: circondavano la paziente distesa sopra una stuoia e danzavano a festa al suono di launeddas per i rituali tre giorni e tre notti.

S'ARGIA MARTURA
Testimonianza di C.P.,
contadina, nubile di trentotto anni.
E' sola in casa con l'anziana madre. come di consueto sono accompagnato da persona intima nella famiglia da visitare, ed è stato scelto il momento del giorno più favorevole: quando la persona da intervistare è sola o quasi.
Le due donne ci fanno passare nella cucina, un locale angusto, con una parete occupata interamente dal camino. Sul pavimento davanti al fuoco sono stese alcune stuoie di falasco. Sulle braci, a un lato del camino, un tegame con olio che frigge pesci. La vecchia accudisce la frittura, accosciata alla turca: infarina i pesci e li immerge nell'olio bollente, e man mano che si indorano li estrae abilmente dalla padella con una forchetta e li ammucchia in una conchetta. La giovane siede accanto a noi sull'altra stuoia. É lei la tarantolata. Ha un faccione florido beato e il sorriso facile. Chiacchiera volentieri.
"É stato poco tempo fa nel Sinis, dove ero andata a spigolare. Era il tempo della mietitura e stavamo in gruppo, a fare merenda, prima di riprendere il lavoro.
Mentre ero seduta sentivo una cosa che mi camminava sul piede e dopo sulla gamba. Siccome c'era gente, avevo vergogna a sollevarmi la gonna per vedere cos'era. Quando mi è arrivata al ginocchio ho dato un colpo con la mano per schiacciarla. Credevo che fosse qualche babboi (nome generico che qui si dà a insetti che fanno paura - n.d.A.) e appena l'ho toccato mi ha pizzicato. Ho gettato un grido e sono balzata in piedi... Se ho visto com'era? Era una specie di babboi con la  pancia grossa, grande come un'unghia, pieno pieno di piedi lunghi lunghi... Si sono spaventati tutti quanti. L'hanno capito subito: - Ti ha morsicato s'argia - hanno  detto. Non abbiamo fatto in tempo a spostarci nel campo vicino per riprendere il lavoro, quando mi sono venuti i dolori. Io non ricordo bene come mi ha preso, lo so dalla gente che c'era. Gridavo, gridavo ed ero tutta tutta rannicchiata così, come uno che gli è venuta una paralisi. Mi scappava il pianto. Mi hanno caricata sul carro, ed era quasi sera quando mi hanno riportata in paese. Me l'hanno detto gli altri che nel carro gridavo: - Portatemi via da questo camposanto! portatemi via da queste croci! portatemi via! - Ci sono voluti quattro uomini per accompagnarmi dentro casa..."
Interviene la vecchia: "Era rannicchiata così, con le braccia strette intorno alle ginocchia, e gridava e piangeva dai dolori che ci aveva. Dd'haiad spizzuada s'argia martura, era stata pizzicata dalla tarantola paralitica... Che cura ha fatto? Siamo andate dal dottore. Ha detto che bisognava fare l'iniezione adatta. Ma qui non ci sono. Bisognava andare a Sassari. Io ho una figlia suora, proprio a Sassari. Lei é andata a dirlo al vescovo che subito ci ha fatto avere le iniezioni, anche senza pagare. Alla prima che il dottore le ha fatto le è passato tutto. Se ne abbiamo ancora di queste iniezioni? Certo. Vai a prenderle, ca sunt allogadas in su parastaggiu, che sono conservate nel guardaroba..."  
La figlia si alza, sale per le scale che danno nel solaio e poco dopo ritorna con una scatola. Una confezione da sei fiale che reca la scritta Soluzione sterile per iniezioni.



Chiesa e stregoneria - Cronache del 1968

Guaritori ed esorcisti con l'imprimatur

Vendesi posto in paradiso
A Terralba, questi giorni scorsi, i carabinieri hanno denunciato due donne e un prete che hanno raggirato una vecchia benestante sottraendole la casa d'abitazione del valore di dieci milioni. Uno dei tanti fatti di cronaca... Quante truffe, quanti raggiri, quante circonvenzioni a opera di religiosi passano sotto silenzio? Fino a che punto, ancora oggi, si fa confusione tra religione e stregoneria?
Ci sono società, come la nostra, basate sul privilegio medievale di caste sacerdotali, militari e politiche... L'arte dello sfruttamento della miseria, insieme all'arte della circonvenzione della sprovvedutezza, si diffondono corruttori. Anche la religiosità - esigenza radicata in ogni umana creatura - viene strumentalizzata per finì lucrosi e turpi. La paura umana della morte, la speranza di una nuova vita immortale, il bisogno di trascendere da una realtà di brutture e di inganni, le sofferenze di malati, di affamati, di nevrotici - che dovrebbero spingere l'uomo all'amore del Vangelo di Cristo, alla giustizia della dottrina socialista - spingono canaglie senza scrupoli ad acuire la furbizia del profitto.
A Terralba, un prete cattolico ha speculato su due aspetti sacri nella vita umana : la vecchiaia e la fede nella giustizia. La vecchia derubata ha 85 anni. É religiosa.
Attende il meritato riposo, il giusto premio degli onesti, dei poveri di spirito. Il prete si recava spesso, con le due sue complici, in casa della vecchia. Si riunivano a pregare. E il prete, durante le preghiere, compiva riti religiosi, benedicendo le vecchia, per garantirle, con il suo mandato divino di legare e di sciogliere, un posticino in Paradiso. Un posticino salato, per una vecchia di un paese povero come Terralba: dieci milioni, la casa e il cortile...
C'è un aspetto della vita della nostra gente che è considerato ancora un tabù: la religiosità. Della religiosità si conoscono soltanto aspetti stereotipi, quali ci vengono illustrati dai catechismi con l'imprimatur delle curie, e aspetti folcloristici descritti dalla etnologia colonialista. Oggi, affrontare il tema della religiosità fuori dagli schemi tradizionali è ancora non facile: I tartufi parrocchiali - gli stessi che raggirano vecchi e irretiscono donne isteriche - dichiarano scandalizzati il vilipendio alla religione di stato. Né c'è da fare affidamento sul laicismo ufficiale - per intenderci quello rappresentato dal marxismo dialogante e dal liberalismo massone e baciapile - che gioca sull'equivoco della religione fatto personale e perciò materia privata, confondendo la religiosità fatto sociale e perciò materia pubblica.
É soprattutto dagli aspetti della religiosità di un popolo che si possono trarre valutazioni sul suo livello culturale e civile. E non è la mancanza di religiosità che fa civile un popolo.

Quando c'è la vocazione
Gode fama di grande guaritore un sacerdote di fede ortodossa. Al quale il braccio secolare della chiesa cattolica non può vietare l'esercizio delle sue funzioni perché egli ha legale licenza. Il Nostro ha chiarissime virtù sacerdotali. Basta scorrere il suo curriculum vitae.
Fin dalla tenera età fu attratto dal fascino degli arredi sacri, dal mistero delle funzioni religiose. Seguì la carriera di sacrista in una basilica romanica di questa zona.
Veniva da lontano, e per il suo fare umile e dimesso la gente lo aveva soprannominato su gioghitteddu de sant'Antoni, il giullare di sant'Antonio. Alcune guarigioni cominciò a operarle proprio in quel periodo: spaventi e malocchi infantili: un guaritore pediatra.
Una attività che gli valse - si dice - un'accusa di corruzione di minorenni. Da qui una più profonda crisi mistica, sfociata in una clamorosa conversione alla chiesa ortodossa.
Forse il suo sogno recondito era di poter tornare da messia in quel paese da cui era stato cacciato come sacrista. Se non che i sogni hanno da fare i conti con la realtà: in questo caso con il vicino vescovado che non lascia spazi vuoti a un concorrente di santa romana chiesa - indipendentemente dalle virtù terapeutiche che un sacerdote può possedere.

Comunque, un vuoto fu rilevato e subito occupato in una comunità periferica instabile e insofferente sotto molti aspetti, dove dalle barricate popolari per ottenere l'autonomia amministrativa sono sorti umori eretici. Fermatosi in casa delle sorelle Z.R. - due vecchie ben presto convertite alla nuova religione - il missionario fondò la sua chiesa. Morta una delle sorelle, la seconda lasciò tutti i suoi beni alla nuova chiesa. Oltre trenta famiglie, chi per far dispetto al parroco e chi attratto dalle virtù sacerdotali del missionario, abbracciarono l'eresia, che in questo caso si chiama ortodossia. In quello storico periodo di zelo neofita era in voga lo slogan "O Roma o Costantinopoli!"

Oggi, gli eretici ortodossi hanno il loro posticino riservato in cimitero; possiedono una vasta area su cui intendono edificare una basilica; vantano inoltre molte più grazie ricevute di quanto non possano i cattolici. Il martedì, in particolare, è il giorno in cui si ricevono le grazie. In treno e in pullman o con mezzi propri, si snoda un corteo eterogeneo di fedeli piovuti da ogni dove, per ottenere grazie e guarigioni. Non pochi sono fanciulle affatturate, zitelle in certa di marito, sposi o amanti dalle ridotte capacità amatorie.

Impotenza e bicarbonato.
Un male assai diffuso - e per il quale la gente si rivolge ai sacerdoti, anziché al medico - è l'impotenza. Segue la verginità forzata, ovvero il mal della zitella. A ***, paese del Nuorese, un sacerdote giurisdavidico si è specializzato nella cura, appunto, dell'impotenza e del mal della zitella. Si tratta del sacerdote Giovanni Casula, il quale per una delle sue prestazioni è finito in tribunale sotto l'accusa di truffa. Ha chiesto una somma eccessiva: pare oltre trecentomila lire, per officiare il rito.
Una sera si presentò a lui una zitella trentacinquenne, pregandolo di fornirle un elisir in grado di accalappiare un marito. Possibilmente giovane e belloccio. Il buon prete le consegnò una porzione di volgare bicarbonato di sodio, previo sciorinamento di rituali magici brebus.
La zitella, in virtù del magico bicarbonato, trovò marito - un sessantacinquenne, un po' malandato, ma pur sempre un marito. Al quale propinò diverse dosi della  miracolosa polverina, con l'intento di virilizzarlo (evidentemente una medicina tuttofare, per la credulità). Ma stavolta la polverina non funzionò. Il vecchio non fu in grado di consumare il matrimonio, quantunque la volontà non gli mancasse.
La ex zitella, delusa, cominciò a pensare che, forse, la polverina utile per acchiappare mariti agisse al contrario dopo le nozze, che cioè debilitasse la virilità. Tornò quindi dal prete giurisdavidico Casula, il quale ascoltò pazientemente il nuovo caso. Niente paura - disse. E fornì la donna di uno speciale terriccio da spargere sulle lenzuola del talamo nuziale. Il vecchio sposo avrebbe ballato come un satiro.
A una settimana di distanza, la donna tornò ancora. Il terriccio aveva fallito. Lo sposo non ce la faceva proprio. Certamente abbisognava di un trattamento più forte. Il prete prese gli attrezzi del mestiere e si recò di persona sul luogo. Fece disporre gli sposi ancora novelli sul talamo, e osservandoli ristette in profonda meditazione. "Forze occulte stanno preparando a vostro danno terribili mali!" - borbottò ieratico. E tratti dalla borsa tre candelabri li depose sopra il letto e li accese; indi prese tre grossi libri sacri e li situò nei punti chiave tra i candelabri. Infine posò la sacra stola sul capo dello sposo, esorcizzando i demoni dell'impotenza. Demoni terribili davvero se, nonostante tutto, rimasero abbarbicati ai lombi dell'infelice vecchio. Il quale ha finito per denunciare il prete d'essere lui la causa del male.

L'esorcista
Un altro sacerdote, di Iglesias, si sposta periodicamente nei paesi della zona per operare guarigioni. Si è specializzato in vergini isteriche - quei soggetti cui allo sfogo dei tradizionali brufoletti si aggiunge irrequietezza psichica, sfociante in crisi mistiche. Ma dato che il nostro prete predilige compagnie particolari, egli cura soltanto le fanciulle che hanno fratelli piacenti.
Nell'agiografia del sant'uomo, si narra che egli sia stato chiamato in un certo paese per un caso urgente. Una diciassettenne veniva perseguitata da un demonio concupiscente, che non le dava requie. Durante la notte, il demone aveva la sfacciataggine di trasformarsi in un marcantonio e di infilarsi sotto le sue lenzuola. La poveretta doveva soggiacere contro voglia alle turpitudini del demone, e questo la prostrava tanto da toglierle ogni forza per accudire durante il giorno alle faccende domestiche. Un fenomeno che, oltre a essere immorale, era negativo per l'economia familiare.
Il sacerdote - si narra - giunse nel tardo pomeriggio, accolto con tutti gli onori dalla famiglia. Egli si accinse subito all'opera visitando uno per uno i componenti. A esame effettuato, disse: "Qui, miei cari, il demonio non ha invasato il corpo della ragazza, ma del suo fratello. É lui che bisogna esorcizzare. Sarà una faccenda difficile e lunga. Ma con l'aiuto del Signore e dei santi apostoli Pietro e Paolo ce la faremo. Intanto lasciatemi solo con il ragazzo, in camera sua, non prima di averla fornita delle cibarie occorrenti per almeno una settimana, dato che il mio compito potrebbe prolungarsi per tanti giorni."
Così fu fatto. Per cinque lunghi giorni il guaritore lottò contro il demone lascivo che si era impadronito del contadinotto, e alla fine riuscì a sfiancarlo. Di quanto dura dovette essere la tenzone ne faceva testimonianza il volto sofferto del sacerdote, dagli occhi fondi cerchiati. Il ragazzo appariva completamente vuotato e ripulito da ogni demoniaca possessione. E per un mese buono la fanciulla dormì sonni tranquilli.
Il demone concupiscente - si narra in fine - riprese a molestare la fanciulla allo scadere del mese. Nuova chiamata al celebre guaritore. Nuovo esorcismo e nuova severa punizione al demone del ragazzo.

Le nuove chiese
La caduta del fascismo, l'avvento della democrazia, la presenza del dollaro e altri fattori che in questo scritto non è il caso esporre, hanno visto un fiorire di nuove confessioni - purtroppo soffocate dalla radicatissima vegetazione cattolica. Un fenomeno positivo se fosse valso a rompere un monopolio, che invece si è articolato e sviluppato seguendo le orme della tradizione cattolica, si è fatto leva sulla miseria, sull'ignoranza e sulla superstizione per fondare nuove chiese. Tanto che in quei paesi dove sono presenti diverse confessioni, si dice che un prete valga l'altro.
Un sacerdote che vorrebbe essere al di sopra delle parti sostiene: "La gente crede nelle virtù terapeutiche della preghiera, che nella religiosità dello sprovveduto assume i caratteri della formula magica. E crede pure che santi e arredi sacri abbiano di per se stessi il potere di operare guarigioni. Non si tratta precisamente di superstizione, ma di religiosità allo stato infantile."
Una tesi poco convincente. E non perché la Chiesa accetta, a livello di comunità, tali credenze popolari, ma perché ci specula, per scopi spesso turpi, e perché su tale presunto potere di sciogliere e di legare fonda in realtà il suo dominio temporale.
Laddove esistono, qui, confessioni religiose in concorrenza tra loro, la lotta per l'egemonia non si svolge sul confronto e sul dibattito delle "verità" teologiche, sulla "bontà" della dottrina. Come già ai tempi della Patristica, nei meandri della politica, è sulla base di presunte capacità miracolistiche che si cerca il consenso e si ottiene la supremazia. Resta attuale il celebre epigramma di Luciano, poeta satirico del II secolo: "Quando un prestigiatore pagano si fa cristiano è sicuro di far carriera."

Il fenomeno autorizzato
Un volantino - che circola insieme ad altri, illustranti l'attuale difficile congiuntura economica, le benemerenze della Dante Alighieri, l'efficacia del vaccino Sabin - avverte che "Dopo un lungo giro in Italia si è stabilito con successo a Marrubiu il fenomeno, il più grande sapiente Cavaliere dell'ordine di San Giorgio di Antiochia, Direttore Regionale dell'Accademia dell'Alta Cultura... studioso di Scienze Occulte e Psicologia Applicata; Apostolo dello Spirito; Premiato con Medaglia d'Oro per Alti Meriti Scientifici".
Il fenomeno si è stabilito a Marrubiu per mettere a disposizione di tutti la sua "Scienza Occulta" e la sua "Psicologia Applicata", in cambio di sole cinquecento lire a seduta.
Quali problemi e quali drammi sia in grado di risolvere e di appianare, si apprende leggendo il manifesto: "Spiega scientificamente qualsiasi notizia di parenti vicini e lontani, matrimoni, affari di commercio. Dà tutte le spiegazioni del vostro passato, presente e futuro, malattie, prigionieri, ecc. Vi spiegherà quale dovrà essere il compagno della vostra vita per evitare vedovanze e separazioni, vi dirà quali sono i mesi propizi per non sbagliare i vostri affari; quale sia il vostro destino nella vita terrena, l'anno propizio per i vostri studi, se sarete promossi. Anche senza essere presente la persona, spiega il suo destino e i mali che lo affliggono".
Non c'è poi troppo da meravigliarsi di tanta capacità divinatoria in un "Direttore" sia pure solo "Regionale" dell'Accademia dell'Alta Cultura, eccetera eccetera. La meraviglia è che costui, il fenomeno, sia regolarmente autorizzato dalla Questura. Questa regolare autorizzazione può significare soltanto due cose: o che alla Questura si autorizzano le truffe ai danni della gente sprovveduta; oppure che nello stesso luogo si crede, come  può credere l'ultima delle pinzocchere, alle fenomenali capacità del "Direttore Regionale dell'Accademia dell'Alta Cultura". (Costume di Amsicora in "Sardegna  Oggi" n. 49 - 1964)



Religione Popolare


ORUNE: Sa festa de sos mortos


Orune è un paese dell'interno che conta circa 5.000 abitanti che vivono a economia pastorale, organizzata secondo forme arcaiche, ma che tuttavia mantiene una sua funzionalità in rapporto all'ambiente geografico, alle risorse naturali.
É situato a 27 chilometri da Nuoro, appena più a Nord del capoluogo barbaricino, in una delle zone più aspre e impervie della Sardegna, tra i monti Lollove e Saraloi. Al visitatore appare simile a un nido d'aquile, edificato in cima a un picco, tagliato fuori dalla statale n.389 che porta ad Olbia.
Di Orune si è parlato, e si parla - spesso a sproposito - nelle cronache del banditismo. É tempo di rompere con i pregiudizi e le mistificazioni: il sistema colonialista, vecchio e nuovo, ha "privilegiato" e contribuito a "mitizzare" il banditismo sardo, per utilizzarlo emotivamente come copertura alle sue nefande azioni di penetrazione armata, di assoggettamento e di sfruttamento di quelle popolazioni, che da secoli dimostrano di resistere.
C'è un dato anagrafico sintomatico. Al censimento del 1960, a Orune si contavano 1.959 maschi contro 2.476 femmine - rispetto al 1951 in cui si avevano 2.539 maschi e 2.476 femmine. Una spiegazione del grave fenomeno potrebbe darla lo Stato italiano: con l'emigrazione, il confino, le taglie, la galera e i mitra ha falcidiato la popolazione maschile di questo paese, in esecuzione di un cinico disegno di sterminio del popolo barbaricino.
Sono stato ospite a Orune per la prima volta nel novembre del 1962, per assistere alla tradizionale festa de sos mortos. Che qui viene celebrata, seguendo il calendario cattolico, il due di novembre, ma che certamente, in passato, cadeva alla fine dell'anno solare. Sui riti pagani del capodanno sardo, ha scritto Sebastiano Dessanay ("Sardegna Oggi" n. 39 - 1964):
«Il ciclo festivo dell'anno nuovo o del rinnovamento, conteneva anche il rito del ritorno dei morti nel villaggio e quello della loro espulsione. Le nostre popolazioni rurali credono ancora che nel Vespro di Natale i morti lascino temporaneamente le loro dimore sotterranee e si rechino a visitare i vivi. E i vivi preparano per essi la cena. Il significato rituale di questo ritorno e della offerta dei cibi è stato messo in luce dai recenti studi etnologici. Secondo l'ideologia dei popoli a civiltà agro-pastorale i morti continuavano ad avere rapporti con i vivi e potevano tra i vivi provocare benefici o malefici. Da ciò la necessità di cattivarsi la loro benevolenza. L'offerta rituale assume il significato di "autodistruzione del prodotto o carestia culturale organizzata" e rappresenta perciò una "garanzia contro ogni rischio di carestia".»
Il racconto che segue è la descrizione di sa festa de sos mortos a Orune, così come cronologicamente si è svolta, e come fedelmente l'ho annotata.

1 - Qualche giorno fa, nell'ovile, il pastore ha scelto i suoi tre agnelli più grassi, e le donne, in casa, hanno impastato la semola per fare su pane durche.
Negli strapiombi granitici, lungo i pendii ripidi, tra il verde scuro dei cisti e di rade querce, brucano le ispide greggi. Accanto vegliano agili cani senza ringhio e fucili, al riparo di un anfratto.
L'ovile è una breve radura, scura di letame: un cerchio di sassi e di rovi, davanti a uno spuntone roccioso a visiera o a un blocco di granito cariato, al cui riparo fiammeggiano sterpi, o intorno a un cono di pietra e di frasche per le notti senza stelle e senza nemici.
I sanguinanti agnelli dall'occhio opaco pendono dai pali; i cani leccano le pozze di sangue, prima che la terra ingorda le asciughi.

2 - All'imbrunire, rientrando in paese, i pastori portano a spalla sas pettas, le carni macellate. Le donne apprezzeranno il biancore adiposo dei visceri e il rosato tenero dei lombi, e prepareranno sos presentes, le parti da mandare in dono a parenti e vicini.
Le donne hanno spostato sa mesa manna al centro dell'ampia cucina riscaldata dal fuoco del camino. Le fanciulle parlano fitto tra loro - chi seduta con la scodella dell'uva passita in grembo, intenta a estrarne il seme; chi in piedi a pigiare col pugno chiuso la semola impastata col miele. A un lato del camino, assisa sulla scranna grande nera di fumo e di anni, sta la Madre, che dirige e segue l'attività della famiglia. Stimola e rimbrotta di continuo: "Cosa andate combinando, scriteriate!? Benedette ragazze, cervello di gallina avete!" E la sua voce dura tradisce un'interna indulgenza.
Sopra sa mesichedda, in un largo canestro ricoperto di lino, fermentano sos papassinos, i rituali dolci dei Morti, di farina impastata con uva passita e sapa, in attesa del forno. Nelle corbule di afodelo e di giunco si asciugano le fettucce di semola per sos macarrones.
Sono arrivati gli uomini con sas pettas, le carni macellate, e con le erbe aromatiche colte lungo il sentiero.
"Salude", dicono entrando. E se ne stanno a capo chino davanti alla Madre, dopo aver deposto ai suoi piedi gli agnelli scuoiati. Le ragazze hanno interrotto il loro lavoro per farsi attorno, per vedere, per dire come sono belli e grassi e quanti chili peseranno. E la Madre, aperto lo scialle nero che dalla testa lascia cadere sulle spalle, divide con lo sguardo e con decisi gesti della mano i quarti e le interiora: "Questo a Mariedda e quest'altro a comare Grascia; questo a cugina Caderina e questo a sos Mortos...", ai Morti, quella coscia, la più grassa, da arrostire sulle braci vive, col rosmarino, col sale e col sego fiammeggiante.

3 - I ragazzi, questa sera di Vigilia, sono usciti a frotte per il paese, recando sas cuneddas, le sacche di lino e di orbace per la questua. "Pro sas animas" chiedono bussando agli usci socchiusi.
Le strade quasi buie si riempiono di ombre e di voci; gli acciottolati risuonano di scalpicii.
"Qui siamo già stati..."
"Non dimentichiamo zia Pietrina, che ha cuore grande."
Noci, noccioline, castagne e papassinos riempiono le sacche "Pro sas animas.'", dicono. E si infilano in un altro vicolo mostrandosi l'un l'altro a gara il gonfiore della propria cunedda, facendosi furbi, sopravanzando sugli altri per ottenere la prima manciata, la più cospicua, tendendo la sacca aperta.
"Ma tu sei Antoni, figlio di compare Pedru! Tieni, tenete, pro sas animas... "
La notte si approssima. Le campane cominciano il loro lento suonare a morto. "É tardi, ora. Bisogna rientrare", dicono i ragazzi.
Sul tavolo grande, in cucina, davanti alla Madre e alle sorelle curiose, rovesciano il frutto della questua.
"Il mio mucchio è più grande del tuo!"
Il ragazzo del mucchio più piccolo arrossisce davanti allo sguardo della Madre. "É tutto pro sas animas, il  molto e il poco. Mangiate e andate a letto, adesso, ché la Messa domani è di buon'ora. E voi, scriteriate, preparate sas mesicheddas e sas cheras, ché le campane hanno già cominciato a suonare".

4 - Le greggi dormono protette dalla legge dei Morti, questa notte. I fucili sono appesi alle pareti di roccia, negli anfratti nascosti. I cani dormono sulla cenere tiepida  dei fuochi spenti.
In paese non c'è nessuno che non abbia il focolare illuminato, perché la legna sui monti ha solo bisogno di braccia per essere sradicata. Non c'é nessuna bocca che non abbia di che sfamarsi, perché il cibo, stanotte, ha solo bisogno di una voce e di una mano che lo chiedano pro sas animas. E non offende nessuno, stanotte, il chiedere, perché non ci sono più né ricchi né poveri, stanotte, e ognuno dà e ognuno riceve, per quanto sono grandi la sua casa e il suo cuore.
Gli uomini, chiusi al caldo fumoso delle bettole, parlano del tempo e dei pascoli, delle pecore gravide e di quante hanno già partorito - che la brina non bruci l'erba; che le greggi diano latte e grassi agnelli; che il fulmine incenerisca la mala gente.
Si scaldano col vino nero e con s'abbardente che ha il profumo dell'anice. Dalle tasche levano noci e castagne lesse, se le offrono l'un l'altro sul palmo della mano, con le parole rituali pro sas animas. Di quando in quando, scrutano attraverso i vetri appannati la strada deserta: a mezzanotte arriveranno le anime dei Morti, giunte dal loro Mistero. Si spargeranno per il paese, torneranno per una notte a risiedere nelle case che hanno edificato, dove hanno gioito e sofferto, amato e odiato, attratti dai ricordi e dalle luci lasciate accese, il cui chiarore filtra dalle imposte socchiuse.

5 - La Madre ha preparato sas cheras, le candele infisse negli appositi fori sul piano di un tavolo basso, perché domani siano pronte ad ardere. Una per ogni morto, di recente o di antica data, padre o madre, sorella, zia, cugina o nipote. I ceri più grossi, da un chilo, sono per sos manneddos, i nonni; quelle che avanzano sono riservate pro sas animas no cricadas dae nemos,  le anime che non hanno lasciato eredità di affetti, che non hanno nessuno del loro sangue tra i vivi, ma devono  essere ricordate.
Le fanciulle si sono ricoperte il capo con lo scialle nero e infilano uno ad uno, nome per nome, come la Madre va elencando, i ceri - le anime dei Morti che tornano tutte, una volta ogni anno, tra i sassi dove arde un focolare.
Il tavolo apparecchiato per la cena dei Morti viene collocato in mezzo alla cucina, davanti al fuoco del camino, perché i Morti sono intirizziti.
"E non dimenticate la sapa per nonna Antioga, né il suo tabacco sassarese, né il vino passito di Oliena, che piaceva tanto a Franziscu..."
Sopra il tavolo, le donne hanno steso la tovaglia buona di lino e una corona di dolci cari ai Morti - molto zucchero e miele per lenire l'amaro acre della terra: sos papassinos e su pane durche. Quindi hanno messo mucchietti di noci e di castagne e di fichi secchi. In mezzo, il tagliere con l'arrosto ancora caldo e umido di gocciole di grasso, e sos macarrones gialli di zafferano e ricchi di pezzetti di carne insaporita.
"E un pezzetto di salsiccia, messa l'avete?"

6 - I morti tornano, stanotte. In silenzio, ritornano a rivedere il mondo dei vivi. Ritornano tutti, anche quelli che la memoria labile dei vivi non può ricordare.
I rintocchi lenti e cupi delle campane li hanno risvegliati dal loro lungo sonno. E ancora, dopo il risveglio, scuotono le membra intorpidite, vagando a schiere tra gli acciottolati bui fangosi, battendo i piedi che non fanno rumore, additandosi l'un l'altro, riconoscendosi e chiamandosi per nome con la loro voce senza suono - i parenti con i parenti, gli amici con gli amici, i bambini con i bambini, le donne con le donne, i vecchi con i vecchi e le fanciulle con le fanciulle, da un lato, ricoperte pudiche dall'ampio scialle di seta a frange, quello stesso che portarono in dote nella bara umida di pianto e di acqua santa.
Si ricompongono a ogni crocicchio, le schiere che nessun occhio umano può vedere - soltanto, per eccezione, una creatura santa o innocente. Si ricompongono per comunicarsi le impressioni di ciò che ritrovano: ogni anno, cose nuove e diverse. E parlano dei figli, dei nipoti che hanno fatto più grande la casa, più numerosi il gregge e la famiglia.
Si guardano attorno di tanto in tanto, in attesa che giunga qualche loro bimbo o vecchio, mossi da cimiteri lontani, dopo aver vagato sperduti tra sentieri montani, se un'altra anima non li ha guidati lungo il cammino.
Dentro le case, dormono i vivi, i ragazzi e le fanciulle, dopo aver recitato le preghiere. La Madre, sola nel grande letto, attende lo scalpiccio dei passi attraverso l'uscio socchiuso della cucina illuminata. E pensa a quanto è lunga e dura una vita; e come sia triste e lieto l'essere nati; e quanto sia dolce e amaro chiudere gli occhi.

7 - Alle prime luci dell'alba rientrano gli uomini, insonnoliti per la lunga veglia e per il lungo bere.
I Morti sono tornati nel loro lontano Mistero - i loro occhi non sopportano la luce del sole, dopo tanto buio; le loro orecchie temono il brusio delle parole, il frastuono dei vivi, dopo tanto silenzio.
Hanno rivisto ciò che essi hanno creato - sudato e pianto - e lasciato: greggi ruminanti nel sonno sui monti, e cani appisolati sulle ceneri tiepide, e muri di pietra riverberanti la luce e il calore dei sacri fuochi, e uomini vigili in perenne veglia, pronti a difendere il patrimonio, e i ragazzi e le fanciulle addormentati del sonno greve dell'innocenza, e il grave pensare della Madre.
Essi hanno visto. Si sono seduti alla mensa imbandita, ritrovando il gusto dei cibi dopo l'insipido della terra; hanno riassaporato l'asprigno dei vini, e il dolce dei fichi e della sapa, e il croccante degli arrosti, e l'aroma dello zafferano nei macarrones, e il calore dell'abbardente all'anice.
Con gli ultimi rintocchi sono riapparse le guglie granitiche dei monti e il verde delle rade querce. I cani hanno latrato al nuovo giorno e al gregge distratto che la fame spinge attorno ai cespugli di mirto sull'orlo di strapiombi. Un vento leggero dirada il fumo pesante dei comignoli, scoprendo tetti rossi muschiosi, con le tegole trattenute dal peso dei sassi, e viottoli ripidi, il cui fango nelle pozzanghere s'è fatto di vetro.
I Morti sono ormai ritornati nel loro Mistero. Dove non ci sono greggi, né pascoli, né sole, né pioggia, né odio, né amore - soltanto buio silenzio ricordi.

8 - A mezza mattina, le campane suonano a festa, annunciando la Messa solenne.
I ragazzi sono usciti presto, con l'abito nuovo e con molte raccomandazioni perché non lo sciupino.
Gli uomini, dopo una breve dormita, sono tornati alle bettole per ritrovarsi e riparlare del tempo, dei pascoli, delle greggi.
Le fanciulle si aggiustano le pieghe della gonna e il fazzoletto ricamato sul capo e la blusa ben stretta in vita.
"Fate presto, scriteriate, buone a nulla!", le richiama la Madre, "Fate presto, che arriverete tardi alla Messa!"
"Pronte, pronte", rispondono uscendo, dandosi gli ultimi tocchi, pizzicandosi a vicenda le guance per farle più rosse, che spicchino nel biancore del viso, e mandando intanto una voce alle compagne del vicinato.
I giovani faranno ala al loro passaggio nel piazzale di chiesa e offriranno loro frutta secca, dolci e sguardi amorosi.

9 - La Madre è rimasta in casa con le vecchie. Ha disposto davanti a sé gli sgabelli di legno e di sughero che contengono infissi i ceri accesi. Seduta sullo scanno, ricoperta dallo scialle nero, fa scorrere tra le dita i grani di madreperla del rosario - una preghiera per ogni cero, per ogni anima, per ogni fiammella che arde, per sos manneddos, per zia Assunta, e per zia Pietrina, per Pedru e per Luisu, e per tutte le anime non criccadas dae nemos, le anime ignote.
I ceri ardono tremolanti nella cucina dalle imposte serrate, proiettano ombre e richiamano memorie, simili a lingue che muovono parole senza suono...
"Bello eri, Luisu mio! venuto dai monti lontani di Fonni, tutto vestito di velluto nero sul cavallo bianco! Le tue pecore erano tante da popolare la spalla di un monte, e i tuoi cani erano agili e svelti, e senza ringhio sapevano azzannare a morte il cinghiale..."
"Bello e forte eri, come il granito di cui tua madre inghiottì una scheggia, quando eri nelle viscere sue! E i ladri orgolesi ti salutavano e ti temevano, quando apparivi dall'alto di una balza, col moschetto imbracciato. E i tuoi nemici erano tanti, come tante sono le stelle del cielo..."
"Riposa in pace, requiem aeternam dona eis, Domine..."
"E tu, Antoni, ragazzo mio! come ti sono stati duri i tuoi vent'anni, fuggendo sempre tra dirupi e boschi! Ieri mi sembra il giorno che le donne del vicinato mi gridarono la tua morte, quando gli uomini ti riportarono a spalla fino ai miei piedi, perché io ti chiudessi gli occhi..."
"Riposa in pace, requiem aetemam dona eis, Domine..."
"E tu, nuora mia, Angela di nome e di opera, fiore della mia casa! ubbidiente e schiva e timorata, eri. Mai ferme stavano le tue mani di rose e di gigli, che facevano la casa lucida come uno specchio. Mai un lamento uscì dalla tua bocca, seppure col tuo male dentro, e non lo dicevi per non dispiacere alcuno. Dolce come il miele, eri; pura come una colomba, eri. Nessun maschio che non fosse tuo marito avevi mai osato guardare in viso..."
"Riposa in pace, requiem aetemam dona eis, Domine..."
I grani lucenti di madreperla scorrono tra le dita della Madre, immobile davanti alle anime che rivivono per comunicare con lei - scaturite dalla fiammella fumosa dei ceri, per proiettarsi ombre sui muri, alla luce del camino.

Orune 2 novembre 1962



S'attitadora e is attitidus

La prefica e le lamentazioni

Prefica.  Donna che per mestiere esegue il pianto rituale nelle cerimonie funebri. L'uso del lamento funebre compiuto da donne estranee alla cerchia familiare del defunto, corrente nell'antichità classica (Etruria, Grecia, Roma, Sardegna) si è mantenuto nel folclore di varie regioni europee: in particolare in Italia esso esiste ancora in Lucania, Calabria e Sardegna. Le prefiche possono essere in alcuni  casi componenti del gruppo sociale del morto, ma esiste ancora la figura della prefica prezzolata, che ha a sua disposizione un repertorio di lamenti funebri in versi per  le varie occasioni e tutta un'arte di esprimere il dolore in  forme ritualizzate. Le prefiche prendono il nome di attitadoras in Sardegna, di reputatrici in Calabria, di voceratrici in Corsica. (Enc. Larousse)
IS attitos o attitidos indicano le lamentazioni funebri.

Vecchie usanze di Sardegna  
di Gabriele Cherenti

Fizu s'ultimu adiu!
Non t'happo pius biu
E invanu ognunu a tie giamma,
Ca fusti fizzu 'onu.
Custu est s'ultimu donu,
S'ultimu 'asu chi a tie dat
mamma.
Ahi, crudele morte!
ite terrore!
Assumancu, Segnore,
Happat custu favore:
Siad in logu 'onu
collocadu;
Tottu su patimentu
l'happat como in cuntentu
Figlio l’ultimo addio!
Non ti ho più vivo
E invano ognuno ti chiama,
Che fosti figlio buono.
Questo è l'ultimo dono  
L'ultimo bacio che ti dà
mamma
Ahi crudele morte!
che terrore!
Almeno, Signore,
Abbia questo favore:
Sia in luogo buono
ospitato
Tutta la sofferenza
L'abbia adesso in gioia

Il canto lugubre cessa per poco. Fra le donne accovacciate nella penombra, s'alza la madre: "Fizzu, finia l'hat sa penitenzia" (figlio, finita l'hai la penitenza)!
Sta per incominciare s'attitidu, il pianto funebre, l'orazione funebre della prefica: s'attitadora.
Tutt'avvolta in un lungo mantello nero che ricopre il suo antico costume abbrunato, la donna s'avanza lenta, altera, con ostentata indifferenza, sino al letto di morte. Ora si sofferma, leva in alto una mano, poi un grido disperato rompe l'incantesimo del momento.
Col grido della prefica inizia il dramma.

Mancadu est su zigante,
Su forte valenteri
De sa capitania.
Frade meu! Frade meu!
Mancato è il gigante
Il forte valente.
della comunità
Fratello mio! Fratello mio!

Le gambe incrociate all'uso arabo, le donne siedono per terra e formano intorno al letto di morte un cerchio, detto s'inghiriu, il giro. Gli uomini sono di là, nella cucina fumosa, in disparte.

La prefica continua il suo lamento:

Ite l'happo a donare
Prima de t'avviare!
Inue dana a tie reposu!
Ahi! Frade meu istimadu!
Che cosa di donerò
Prima di avviarti!
Dove ti daranno riposo!
Ahi! Fratello mio stimato!

Un fazzoletto nero le cinge la testa e ricopre la fronte: il viso, sbiancato, é impietrito, l'occhio senza sguardo. Il suo lamento ha una cadenza ritmica che si uniforma con la battuta delle mani sulle ginocchia: le parole scorrono impetuose, con accenti aspri, talvolta macabri e perfino ironici. Le immagini si rincorrono: immagini di avvenimenti che s'erano scoloriti nel lento scorrere della vita, ed ora, d'un colpo, tornano vive, lucide, a rievocare un passato che par così lontano: l'eco nostalgica rimbalza su di un presente dolorante sino allo spasimo.
Il tramonto scende sulla bara, scende sul ciglio di una sepoltura. L'ultimo grido della prefica si perde fra il tremolio dei ceri. Ed il mesto corteo si compone, e s'avvia.
Il suono lento della campana si annunziava, sino a non molti anni fa, conforme al grado sociale della famiglia in lutto. A Mores, in Logudoro, il rintocco funebre per la morte di un ricco era detto imperale; per un povero su toccu; per un fanciullo toccu de allegria.
A Sarule, per la morte di un povero era d'uso il suono della campana di Santa Croce, con tre tocchi ben distinti; per la morte di un ricco l'annuncio era dato da tutte le campane del paese, a brevi intervalli; la morte di un bimbo era annunciata da sa boghe d'anghelu.
A Silanus, per la morte di un bimbo suona sa campana manna. A Irgoli, Orosei, Loculi e Onifai, il rintocco funebre é detto s'agonia; a Bolotana, sa regula.
Usanze e tradizioni resistono all'avanzata travolgente del progresso; intanto, però, s'attitadora, la prefica, non accompagna più la salma nel calvario sino al camposanto, chiamando vendetta con urli disperati e imprecazioni gridate sin sull'orlo del sepolcro.
Già negli Statuti di Sassari, del 1294, si legge: "Ordiniamo che nessuna donna di Sassari, né di altro luogo, debba andare in Sassari, né fuori, alla Chiesa di Santa Maria dei frati Minori, dietro nessun morto, né dalla Chiesa al Cimitero, né nella Chiesa dove verrà sotterrato il morto si debba radunare. E se qualcuno farà diversamente, pagherà al Comune soldi venti. Del quale bando, o multa, la metà sia del Comune e l'altra dell'accusatore, e sia mantenuto il segreto. E a ciascun del consiglio sia creduto nel giuramento".
La prefica dell'anatema é scomparsa; la tradizione resiste per i sopravvissuti di un mondo sorpassato.
Ancora oggi in molti paesi dell'isola il colore che indica il lutto é giallo. Nell'uso antico, dove vige su curruttu, al lutto segue il digiuno.

(In "Sardegna oggi" n. Il- 1/15 nov.1964)



Lamentazione per la cavalla morta

Immobilità, silenzio. Pensieri che lacerano come aculei di pruno.
Divinità che non ha effetto, né pietà, né carezza per la gente curva da millenni a scavare pane tra zolle di pietra.
Ci sono ombre di pietra nera nella stanza nera. Ombre di pietra nera disposte in cerchio per comunicarsi dolore e pena dissolvendoli nel simbolo dell'infinito.
Un cerchio di magia che non può compiere il prodigio di liberare l'uomo; una povera magia che può soltanto comunicare, distribuire a tutti gli uomini fratelli il dolore e la pena di ciascuno di essi.
Che altro può fare, l'uomo. se non chinare la testa, accucciarsi per terra? Di giorno, dal cielo pieno di luce piove fuoco sui lombi accasciati. Di notte, piovono brine affilate sulle spalle; le nuvole hanno nascosto le guglie dei monti per sbriciolarle come vetro e scagliarne i frammenti sulla terra.
Intorno al focolare spento, fra i quattro muri neri di fumo e di buio, siedono sul pavimento zia Rita e ziu Luisu, con le figlie e le donne del vicinato. Portano lo scialle nero che le ricopre intere. Balugina a tratti dal viso nascosto il bianco iridato di occhi senza lacrime.
"Bella come un fiore era. Docile come un'agnella era. Forte come una quercia era."
Che altro può fare, l’uomo se non ricordare ciò che è stato? La carne si é inaridita a gettar sangue e pianto; come un frutto spremuto e rinsecchito dal sole, si è fatta; dura come pietra, si é fatta. E ancora capace di soffrire.
Terra madre, apri il tuo grembo oscuro, perché  l'uomo non veda più, perché l’uomo non senta più, perché l'uomo non parli più... Apriti, perché possa scivolare dentro di te come il lombrico nel suo buco; fai che gli occhi, le orecchie, la bocca si riempia di te.
"Aveva tre anni appena, aveva. Il conforto della nostra casa era. La consolazione della nostra vita era."  
Mare, mantello azzurro che il vento scuote schioccando in mille increspature grigie, adunghia roccia su roccia, pietra su pietra, sabbia su sabbia... Copri con il tuo infinito liquido e sciogli la paura del giorno e della notte... Sciogli come sale questo duro lungo andare di anni.
"In tutta la Jara non ne nascerà un'altra più bella".
Il sudore si spargeva in una pioggia di stille iridescenti sul fuoco delle aie. Volavano cascate di farfalle gialle e i grani duri si ammucchiavano formando colli alti fino a nascondere il sole. Dita amorose venivano nella notte ad accarezzare il palpito dei semi scorrenti come un fiume vivo nel colmare i sacchi.
"Chi trebbierà il nostro grano, ora?"

Nella cucina si è fatto ancora più buio. Un chiarore rossastro traluce appena dalle imposte socchiuse.
"Il ventotto d'agosto era partito Luisu a prendere il bene nostro. A quest'ora, era tornato... Lucida come uno specchio, la stalla, pronta per riceverla... D'oro e d'argento le briglie nuove".
Accoccolato, nascosto, Luisu geme.
"La malasorte mia. Una regina sembrava, quella sera. Aveva nitrito di gioia, entrando nella stalla. Come creatura umana era. Nessuno meglio di lei sapeva scendere dai monti senza, sentiero. Nessuno meglio di lei sapeva spietrare un campo".
Quante stille di sudore, quanti chicchi di grano, quanti colpi di zappa, quante bracciate d'erba, quanti passi sui viottoli, quanti fasci di legna, quanti strappi nelle vesti e nelle carni, quanti attimi di attesa, lunghi come anni, per vedere arrivare quel giorno...
Tre giorni con le doglie era. E me lo diceva con gli occhi di aiutarla, la creatura... Oh, l'acqua santa spruzzata e il Cuore di Gesù benedetto sulla sua fronte! Tremava, si lamentava, povera creatura".
"Come poteva saperlo, quel giorno? Come poteva saperlo, lei, il suo destino?"
"Non c'era carro più bello per la festa di Sant'lsidoro. Gerani e menta e basilico e fiori di oleandro rossi nei finimenti; rami di alloro e di palma attorno alle sponde..."
Un giorno di rumore, di danza, di mandorle, di miele, di pane dolce, di vestito nuovo e diverso, di sorriso. Una  sera di vino e di liberazione, di carne e di rosmarino, di luce di petardi e di scoppi, di canti, sotto il freddo di stelle lontane. Ore costate l'eterno di un anno; ore che  valgono il ricordo di una vita; ore che segnano il tempo dei secoli e la paura della morte.
"Come era sicura nel suo trotto leggero, tornando nel buio sonno rotto dalla luce dei canti!"
"Non ci sarà più festa, per lei. Non ci sarà più festa, per noi. Come potevamo, noi, come poteva, lei, sapere il destino?"
Le donne accovacciate nere immobili paiono ombre di pietra.
Gli uomini, nel cortile, stanno attorno alla cavalla morta, stesa sopra un saccone.
Il carretto, sotto la tettoia, ha i finimenti inutili gettati sulla stanghe alte.
"Neanche da macellare é buona". Dice uno.
E un altro, scrutando il cielo che si é fatto terso, senza un filo di vento, senza uno straccio di nuvola, osserva:
"Stanotte farà brina, farà..."



Orazione funebre per Pasquale Pau

Requiem per un bandito

Pasquale Pau è morto. Ora custodisce pingue gregge nei verdi pascoli della prateria celeste che il Dio dei pastori riserva ai buoni - Così canta la nenia delle prefiche attorno al suo letto funebre.
Pasquale Pau, il latitante, é morto. Accudiva al pasto dei maiali, nel campicello preso in affitto di recente. Una morte straordinaria, per un bandito. Non la morte violenta dell'assassino che sfida la legge dell'umana fratellanza, ma la morte assurda, senza un perché.
É vero, molti sono i banditi in questa terra senza pace e senza giustizia. Anche Pasquale Pau era un bandito. Un bandito senza mitra, senza sequestri, senza taglia. Un bandito-uomo-pastore. E non é morto da bandito. E' morto da uomo. Accudiva al suo gregge, si abbeverava all'unica fonte di vita che esile sgorga da questa terra avara.
Pasquale Pau è morto. A quarantasette anni sognava ancora il sogno dei giovani. Un sogno assurdo, sulle pietre di questa isola: avere una donna e figli, gregge e pascolo, un tetto e un giaciglio. É caduto con il suo sogno assurdo - né, forse, sulla terra che avida ha bevuto il suo sangue altro potrà germogliare che spini velenosi.
"Mio figlio dovrà sapere il nome di chi gli ha ucciso il padre!" - ha gridato l'ira della sua donna. Le donne gravide, in questa terra, ingoiano una scheggia di granito, per dare al nascituro un cuore che regga il dramma della vita. Angela Marras, la compagna di Pasquale Pau, ha ingoiato tutto il piombo della sua morte, per dare un cuore all'orfano che dovrà nascere.
É vero, ci sono molti banditi in Sardegna. La nostra é una società piena di banditi. Anzi, é una società di banditi. Banditi malvagi e sanguinari; banditi onesti e pacifici. Banditi che rubano miliardi e banditi che hanno in tasca duemila lire. Pasquale Pau era un bandito con duemila lire in tasca.
Chi lo ha ucciso non potrà che avere l'esile conforto di avere ubbidito. Il dovere disumano di chi esegue la sentenza di condanna a morte di un innocente - il cui sangue ricade su tutti i grandi della terra.
Pasquale Pau é morto. Di lui nessuno, a voce alta, potrà mai dire altro che parole buone. Sentiva i piccoli grandi problemi della sua gente, la disperazione del povero che ha smarrito un agnello. Conosceva dentro di sé la sua gente, i drammi antichi della sua gente, si era fatto generoso dispensatore di minuta giustizia: rendeva il maltolto, riparava il torto, pacificava gli animi che il dramma delle pietre sterili e deserte e della solitudine rende aspri e taglienti come schegge di selce.
Meritava il canto di un poeta, Pasquale Pau, il bandito d'onore. Non può averlo, un poeta che canti la sua vita e pianga la sua morte, in una società che altro non sa esprimere se non l'offerta dell'imbonitore nel mercato.
Pasquale Pau é morto. Lavorando, amando, sperando. L'uomo che é nato sulle pietre, nudo e solo, non può credere nella giustizia venuta da un mondo verde di pascoli. Eppure, egli ha voluto credere in quella giustizia: credeva che un giorno lo avrebbero dichiarato uomo senza colpa. Pensava al suo vicino processo d'appello, quando é caduto - intanto espiava la colpa d'essere nato pastore.
La nenia delle prefiche canta attorno al suo letto funebre: - Ora custodisce pingue gregge nei verdi pascoli della prateria celeste, che il Dio dei pastori riserva ai buoni".

 



leggende

La fondazione di Oristano

Molti e molti anni or sono era re di Tharros un certo Joneto - grande nemico dei Saraceni, pirati e predatori di beni e di fanciulle dal roseo incarnato.
Ai Saraceni, Joneto rapi il principessa Zulemma - nel corso di una memorabile battaglia nel golfo, tra fassonis cristiani e feluche islamiche, che segnò l'inizio della fine del dominio saraceno di Museto.
Zulemma, come tutte le principesse del passato, era bellissima. Aveva poppe sode e fianchi rotondi, gambe lunghe e ben tornite, carnagione lattemiele e occhi verde smeraldo.
Joneto se ne invaghì. Perse l'appetito e trascurò gli affari di stato, smanioso di far suo quel bocconcino d'infedele. Ma Zulemma, femmina perspicace, fece proprie le usanze cristiane: se le intenzioni del re erano serie, le dimostrasse sposandola in chiesa - altrimenti niente bocconcino.
Si sa come sono le belle donne: se un povero maschio s'innamora ne approfittano. La bella Zulemma chiese, per soprammercato, una congrua dote: una città, da edificarsi precisamente al posto dello Stagno d'Oro che luccicava a un tiro di schioppo da Tharros, ormai in decadenza dopo tremila anni di storia.
La richiesta di Zulemma mise in crisi Joneto e tutto quanto il suo governo. Si riunirono ministri, sacerdoti e generali per esaminare a fondo la questione. Costruire una città non era dificile: la manovalanza generica anche allora non mancava - per le pietre si potevano riutilizzare quelle già squadrate degli ormai disusati monumenti romani; per le case popolari si sarebbe potuto ripiegare su costruzioni in ladrini, mattoni di fango. Ma prosciugare uno stagno, con i mezzi di allora era una faccenda maledettamente complessa - per non parlare dei diritti esclusivi di pesca in tali acque, ricche di muggini, cefali e anguille, che fruttavano fior di marenghj alla Corona e ai Nobili.
Come sogliono fare tutti i governanti in situazioni difficili, Joneto - dice la leggenda - chiese aiuto al Diavolo, che al richiamo dei potenti prontamente appare.
Luziferru - così veniva nominato il Diavolo da quelle parti - di buon grado acconsentì ad accollarsi l'onere del prosciugamento dello Stagno d'Oro, chiedendo in cambio due anime. Due anime solvibili - naturalmente. Per la precisione, l'anima di Joneto e di Zulemma.
Il contratto venne stilato come d'uso su carta pergamena legale, con timbri, sigilli e firme tutto in regola. Nacque così l'attuale Oristano, da un concordato tra Stato e Inferno.

La leggenda continua e dice che Joneto, giunto al vecchiaia, entrò in crisi di coscienza, pentendosi amaramente di aver venduto la propria anima - dell'anima di Zulemma non se ne preoccupava: le belle donne, si sa vanno all’Inferno comunque. Il vecchio Joneto cominciò a far penitenze, si dedicò a opere pie, promulgò leggi per alleviare le plebi nelle annate siccitose e infine, non sapendo più come uscirne, si rimise nelle mani di San Madre Chiesa.

Su intercessione del Vescovo, il caso fu affidato alla Madonna del Rimedio - tutt'ora allogata, per grazia ricevuta, in una vicina basilica. Nostra Signora riuscì a sottrarre (la leggenda non dice come) il contratto in pergamena al Diavolo Luziferru, liberando il re Joneto dalla dannazione eterna...

Fin qui la leggenda. Che non é poi tanto campata in aria, se ancora oggi si verificano vendite di anime notabili in cambio di seggi parlamentari, appalti di opere pubbliche e altri privilegi, e se ancora oggi é frequente la sparizione di documenti compromettenti per evitare la dannazione di scandali e galera.
Tharros fu fondata dai Fenici nel IX - VIII sec. a. C. Situata nella penisola del Sinis, nell'arco a Nord del golfo di Oristano, dove sorgevano precedenti insediamenti umani, di cui reperti archeologici sono stati datati al secondo millennio avanti Cristo.
Con Nora e Sulci, Tharros é considerata il più antico insediamento fenicio nell'lsola. La città ebbe notevole sviluppo con le dominazioni cartaginese e romana. Dopo il dominio bizantino divenne capitale di un principato autonomo (giudicato di Arborea). Intorno all'Anno Mille - scrive uno storico - il giudice Onroco abbandonò Tharros seguito dal clero e dal popolo e si rifugiarono tra gli stagni dell'entroterra dove fondarono la città di Oristano.
DaII'VIII al X secolo si susseguono le incursioni arabe. Si vuole che la Sardegna sia stata invasa e sottomessa dai Saraceni da una armata comandata dal re Museto (Mùsà). "Al comando dell'armata - scrive Carta Raspi - sembra anzi vi fosse proprio Mùsà, ben noto per aver capitanato con Tarik gli eserciti che invasero la Spagna. Gli Arabi, dice Ibn al Atir, s'impossessarono della Sardegna, nella quale fecero grande bottino. L'azione non appare però condotta su vasto territorio né in profondità, bensì concentrata su una città e questa più probabilmente poté essere Cagliari, o Solki,o Tharros".
Dello stesso avviso lo storico Manno: "La sola cosa che si può fermare per vera nel riferire l'occupazione della Sardegna fatta da Museto, re dei Saraceni dell'Africa, si é che nei primi anni del secolo XI era egli già possessore, se non dell'isola intiera, almeno di qualche porzione ragguardevole della medesima".
Anche il tentativo di invasione in forze da parte dei Saraceni sarebbe stato frustrato dalla tenace resistenza dei Sardi, i quali avrebbero respinto gli assalitori arrecando loro gravi perdite.
Nella leggenda, così come a me piace raccontarla, il riferimento alla battaglia navale tra forze cristiane e islamiche é in chiave ironica: is fassonis sono rudimentali imbarcazioni ricavate da erbe palustri legate in fascio, galleggiano in acque stagnanti e sorreggono pochi uomini.
Dopo la decadenza di Tharros, dovuta alle frequenti scorrerie dei Saraceni, sorge, più distante dal mare, la città di Oristano (staniu de oru, stagno d'oro), fondata appunto su o in prossimità di uno stagno.
Sulle vicende archeologiche della necropoli punico-romana di Tharros, che delineano una inaudita storia di saccheggi e rapine ad opera di illustri colonizzatori, si veda il capitolo IX - pagg. 457 - 466 vol. II - del saggio "Quali banditi?" di Ugo Dessy edito da Bertani nel 1977



mestieri e attività singolari

Alluai

Euforbiare, pescare con il succo dell'euforbia

Il termine lua indica una particolare specie della numerosa famiglia delle euforbie, precisamente la varietà assai diffusa nelle campagne tradizionalmente usata per la pesca nei fiumi.
Sa lua, l'euforbia da pesca, é una pianticella erbacea con apparato radicale robusto, profondo e legnoso, alta venti trenta centimetri nelle zone aride pietrose, può raggiungere il metro in ambiente fertile. Contiene un lattice bianco con proprietà soporifere e pare anche allucinogene.
Alluai, letteralmente euforbiare, significa pescare con il succo dell'euforbia. Alluadori, letteralmente euforbiatore é colui che pesca con tale mezzo. Paridi unu pisci alluau é un modo di dire assai diffuso per indicare persona sbalordita oltre misura: sembra un pesce euforbiato drogato con euforbia.
S'alluadori, l'euforbiatore, sradica un fascio di piantine, tante in rapporto alla quantità di acqua da alluare, da drogare; e la quantità non deve eccedere per conservare la commestibilità del prodotto ittico. Egli utilizza in particolare le radici, il cui lattice é più concentrato, radici che pesta sfibrandole tra due sassi. Così macerate, le radici vengono gettate nell'acqua, intossicando i pesci che vi si trovano, entro un certo raggio. Su pisci alluau, drogato, viene a galla, é come istupidito, paralizzato e viene facilmente preso anche con le mani, se non si possiede una rete.
Pigau a imburradura che pisci alluau, é altro modo dire per chi viene acchiappato come uno stupido, di solito riferito a chi ruba o commette reato e viene colto con le mani nel sacco dalla polizia o dal padrone: Preso attingendo con una secchia, facilmente, come pesce euforbiato.
Tale antichissimo metodo di pesca, oggi meno difuso anche per mancanza d'acqua e di pesci, viene effettuato nei tratti di fiume dove l'acqua ristagna, come nelle anse, o dove manca la pendenza ed é possibile fermare il corso d'acqua con un provvisorio sbarramento di sassi o anche nei garropus, brevi e proffondi specchi d'acqua lungo torrenti e fiumi in secca.
Su alluai é un'attività antichissima, mai disusata nonostante il divieto della legge. É praticata dalla povera gente che non sa come sbarcare il lunario e vive a livello preistorico, raccogliendo e cacciando per le campagne per i monti e in riva al mare tutto ciò che di commestibile gli offre la natura. Per ormai millenaria esperienza è provato che su pisci alluau, pescato con l'euforbia non é dannoso per chi lo mangia.
L'effetto del succo dell'euforbia sull'organismo umano non é stato studiato scientificamente - a quanto risulta. La gente gli attribuisce proprietà allucinogene Nella cultura popolare, sa lua ricorre spesso, in termini scherzosi, come medicina indicata per chi, sempliciotto voglia ingrossare il pene. In effetti, il lattice dell'euforbia, unto nelle parti delicate del corpo, quali le labbra o il glande, provoca notevole ma fastidioso gonfiore - come il lattice che stilla dal fico.



Su linnaju

Il legnaiolo

Su linnaju, portatore e venditore di legna, indicava una attività assai diffusa in tutti i paesi dell'isola. Dove per altro chiunque ne avesse la capacità e il mezzo (cioè essere robusto e possedere un carro) provvedeva da sé al fabbisogno della propria famiglia, senza dover ricorrere alle prestazioni de su linnaju, del legnaiolo.
Tra is linnajus, più in basso stavano is fascineris, venditori di fascine (detti anche ironicamente fascistas, durante il ventennio), per lo più anziani o ragazzini molto poveri, che andavano al monte per provvedersi. l loro attrezzi erano su marroni, una zappa stretta e robusta, e sa funi, una corda. Le ramaglie dei cespugli tagliate alla base con su marroni venivano raccolte in fascine dalla circonferenza di 30 / 40 centimetri, tenute da un doppio legaccio consistente in ramoscelli flessibili, per lo più lentischio, detti cannabittu. Raccolte tante fascine quante ciascun linnaju poteva portarne a spalle, tutte insieme venivano legate in un sol fascio dalla fune, lasciando che due capi della stessa fungessero da bretelle.
Le fascine venivano vendute in paese, normalmente alle famiglie povere che avevano figli ancora piccoli o solo figlie femmine o alle vedove - gente cioè non in grado di provvedere in proprio alla raccolta della legna.
Chi possedeva il carro (a buoi, a cavallo o ad asino), sul finire dell'estate, dedicava alcuni giorni alla raccolta e al trasporto della legna, sia in fascine (insostituibile per riscaldare il forno e per gli arrosti), sia in ceppi (principalmente per il riscaldamento).



Su palamitaiu

Pescatore con palàmite

Il lavoro del palamitaiu è duro, impegna notte e giorno; ma é da uomini liberi, senza padrone. Si esercita in acque basse, golfo o stagno con barchino a fondo piatto in legno o con su fassoni, barchino di erbe palustri - ma di questi natanti se si é molto poveri se ne fa a meno. Indispensabile é la palàmite.
La palàmite consiste in una cordicella di cotone ritorto lunga circa mille metri, cui sono fissati, a distanza di circa trenta centimetri l'uno dall'altro, dei brevi fili di nylon con gli ami.
La mattina, il palamitaiu sistema la funicella a cerchi concentrici dentro una apposita corbula di canna e vimini con il bordo di sughero, dove gli ami vengono ordinatamente appuntati uno appresso all'altro tanto da formare un cerchio metallico. La prima fase della preparazione della palàmite é conclusa.
Il pomeriggio bisogna cercare l'esca. Di solito vengono usati i gamberetti o i lombrichi, secondo i pesci che si vogliono catturare: con i primi, sparlotti (spari) e altri pesci di golfo; con isecondi, anguille di palude. Quando non ci sono i soldi per acquistare l'esca - cioè quasi sempre - il palamitaiu rastrella i bassi fondali alla ricerca di gamberetti o zappetta per ore e ore nel vicino entroterra per scovare i lombrichi. Si tratta di fornire dell'esca parecchie centinaia di ami, su escai, che richiede abilità e pazienza.
Ho visto, ancora negli Anni Sessanta, vecchi dalla vista quasi spenta fare questo lavoro, su escai, alla luce dell'acetilene fino a tarda notte, seduti sull'arenile, davanti alle baracche di falasco di Su Siccu del Golfo di Oristano.
Siamo alla terza fase, il momento di affidare alle acque la palàmite. Si scelgono i fondali bassi e ricchi di vegetazione. Si lega un capo della lunga funicella a una canna infissa in un galleggiante di sughero; quindi si lascia filare nell'acqua la funicella, lentamente, con precauzione affinché non si imbrogli. Poi, riposo fino l'alba.
l più poveri compiono questo lavoro senza barchini con l'acqua gelata alle reni. Qualcuno si costruisce su fassoni, il primordiale galleggiante di falasco, con un fascio d'erba palustre spugnosa detta spadua. Coloro che possiedono il barchino lavorano in coppia, uno ai remi l'altro alla palàmite e in questo caso è possibile usare una cordicella più lunga con maggiori possibilità di guadagno.
Talvolta è ancora buio, quando il palamitaiu esce dalla baracca per sarpai, salpare, estrarre l'attrezzo. E' l'ultima fase, la più delicata, dove speranza e mestiere si sostengono a vicenda. Bisogna fare attenzione a non perdere il pesce grosso che ha abboccato; risparmiare gli ami estraendoli abilmente dalle fauci dei pesci; non farsi pungere dagli aculei velenosi di alcune specie quali lo scorfano; non ingarbugliare la funicella e che non si spezzi; la remata che sia dolce e segua i movimenti e la posizione della palàmite; fermare a tempo l'imbarcazione se l'attrezzo si è incagliato sul fondo.
Quanto si guadagna? Lavorando senza barchino, con palàmite necessariamente corta, si può ricavare nel migliore dei casi il pranzo per la famiglia. Lavorando in due, con il barchino, si possono guadagnare fino a cinquemila lire, dai dieci ai venti chili di pesce di basso costo, in prevalenza sparlotti (sparli). Talvolta il pescato supera di poco il costo dell'esca.
In un anno, il tempo permette si e no cento giorni di pesca. Infatti, la maggior parte dei palamitaius arrotonda le entrate con altre attività occasionali: il bracciantato agricolo, la raccolta delle lumache e più spesso la pesca di frodo negli stagni padronali - dato che la loro vocazione è pescare.

Golfo di Oristano, 1962



Su caccigadori

Era colui che anticamente esercitava la professione di follatore, pestando con i piedi il tessuto grezzo di lana immerso nell'acqua tiepida di una vasca. Con la follatura si otteneva un panno compatto, uniforme e morbido.
"... Mio padre era accaccigadori. Lavorava più spesso in casa dei clienti - la gente non si fida se non vede coi  propri occhi. Alle due del mattino andava al lavoro con la vasca di legno a spalle. Qualche volta - bambino - lo seguivo; attizzavo il fuoco sotto il calderone dell'acqua e guadagnavo il cibo per tutta la giornata. Badavo che l'acqua non fosse troppo calda, né troppo fredda. Mio padre stendeva sul fondo della vasca il telo di orbace tessuto di recente e lo ricopriva d'acqua tiepida. Allora si levava le scarpe, vi riponeva le pezze da piedi, ed entrava nella vasca, cominciando a pestare e a stropicciare la stoffa. L'orbace é ruvido, ed erano necessarie molte ore di ininterrotto calpestio prima di renderlo morbido e fitto. Di tanto in tanto sprimacciava il tessuto con le mani e lo tendeva. Lo schiocco faceva contenta la padrona, che gironzolava intorno ficcando le dita nell'acqua ad ogni minuto per controllare la temperatura. Mio padre interrompeva soltanto una volta per mangiare una fetta di pane e il companatico, poi ricominciava da capo il suo trepestio ritmico che pareva una danza - le mani appoggiate ai bordi della vasca - fino al tramonto e spesso oltre, a lume di acetilene. Era la padrona che giudicava finito il lavoro - palpando quanto morbido e fitto fosse il tessuto. Riceveva la mercede in grano, si rimetteva la vasca sulle spalle e rincasava..."

Testimonianza. Da U. Dessy - L'invasione della Sardegna - Feltrinelli 1970



S'ORBACI

Orbaci é termine sardo che deriva dall'arabo albazz, di colore bianco. In italiano è usato il termine sardo, orbace, che indica genericamente un tessuto di lana di pecora. É però detto da noi albaci il tessuto di lana di pecora bianco, il più comune. Il più raro é il nero (essendo più rare le pecore nere - come d'altro canto anche  tra gli uomini), il cui tessuto viene usato per confezionare su saccu nieddu, il mantello e insieme il "sacco a pelo" del pastore, che può essere con o senza cappuccio, con o senza frange, con o senza fodera. É detto pertiazzu  o pettiazzu, cioè tigrato, l'orbace brizzolato, tessuto con lana bianca e nera.
Con il tessuto d'orbace si confezionavano capi di abbigliamento pesante, quali giacconi e cappotti, i sacchi per il raccolto del grano, e is bertulas, le bisacce, corredo essenziale del contadino e del pastore per riporvi il cibo da consumare in campagna e piccoli attrezzi da lavoro. Tessuti d'orbace sono i tradizionali tappeti, arazzi e coberibangus espressione di una raffinata cultura nell'artigianato popolare.  
In periodo fascista l'orbace ammantò di gloria patria l'Italia: venne scelto per confezionare la divisa del gerarca. Da qui il detto "vestire l'orbace", cioè mettersi in divisa o se si preferisce "mettersi sul piede di guerra".



L'abigeo / Su balenti

L'abigeo est chi furad meda bestiamini, non esiste uguale voce in lingua sarda. L'ho tra dotto con balente, uno che vale, che tenid biscottu in bertula, secondo la morale del codice barbaricino.
In tempi passati, floridi allevamenti di bestiame popolavano la Sardegna, dai Campidani di Cagliari agli altipiani di Sassari, per non dire dei monti del Nuorese che erano ricoperti più che di boschi di pecore e capre. A ricordo di quei tempi, di ingiuste distribuzioni del patrimonio e del diritto dell'escluso alla rivalsa, nella tradizione popolare é rimasta la leggendaria figura di balentes-abigei. Uno di questi, ziu Cappeddu, morto in vecchiaia una trentina di anni fa - precisamente l'anno che arrivò la luce elettrica in paese - é ricordato nei contus de forreda e immancabilmente in occasione di sa festa 'e sa procu, che nei Campidani si tiene nel mese di Dognasantu cioè a novembre.
Si narra della sua diabolica abilità notturna nel fare sparire qualunque grassa giovenca si fosse trovata nel raggio di molti chilometri, senza lasciarne traccia alcuna - ed é che una giovenca non é facile da caricarsi sulle spalle.
Assogadori infallibile al buio, alla luce del sole non gli riusciva con il laccio di assogare un manzo alla di stanza di tre metri. Usava un metodo ingegnosissimo, non brevettato, per catturare una pecora stando in sella  al cavallo: munito di una robusta e flessibile pertica di spinoso rovo, tenendolo bene impugnato, lo attorcigliava nel vello, tirandosi la preda fin sopra la sella.
Conosceva l'arte di catturare un vitello, senza che un solo muggito si levasse per la campagna - con semplice pezzo di spago legato alla lingua forata dell'animale, egli ne diveniva sicuro padrone, portandoselo appresso, docile come un cagnolino. Pavido e schivo durante le ore diurne, si racconta che egli rifiutasse di avvicinarsi, sia pure protetto dal guardiano, a una qualunque scrofa di recente sgravata. "Sa giustizia dda currad!... La giustizia la rincorra!... Non morderà me, no..." Ma calate le tenebre, si animava trasformandosi in astutissimo predatore di maialetti, che egli sapeva rapire e insaccare alla presenza della più selvaggia e zannuta mardini o troia, come si dice in lingua civile.
Divenuto con gli anni tardo e stanco, seppe adattare la difficile arte dell'abigeo alla sua età, senza demordere. Adottò il sistema di far morire di puntori (un male che rende non commestibile e quindi non commerciabile l'animale) una prospera giovenca, con il semplice ausilio di un berretto. Gli bastava applicarglielo per un certo tempo sul muso, non prima di avere avuto l'accortezza di ficcarle le corna rovesciate per terra. Più tardi, indisturbato, si impadroniva della vittima, che l'allevatore, tratto in inganno dall'apparente morti mala, antrace, lasciava abbandonata in campagna alla mercé dei cani e dei corvi.
Il suo declino giunse rapido e inesorabile quando in paese arrivò la luce elettrica. Destino volle che proprio davanti alla porta d'ingresso di casa sua gli piantassero il palo con la lampadina in cima.
"A che punto siamo arrivati, oggi, se un pover'uomo deve far vedere agli altri quel che entra in casa propria!" si dice che egli esclamasse, addolorato e offeso. Ziu Cappeddu era ormai vecchio e il suo cuore non seppe resistere a una civiltà che faceva luce anche di notte.
Guspini, gennaio 1964



Sos qui bendiant sorbettos de Aritzo

I sorbettieri di Aritzo.

L' industria della neve fiorì ad Aritzo nel secolo scorso. La neve - come i sali e tabacchi - fino al secolo scorso era in Sardegna monopolio di Stato. Gli unici ad avere privilegio di poter utilizzare la neve dei loro monti erano i cittadini di Aritzo, uno dei paesi più alti di Sardegna, posto a 821 metri sul livello del mare.
Forti di tale privilegio e già esperti nel commercio del castagno - legname grezzo lavorato, e frutto - gli aritzesi si organizzarono per la conservazione e il commercio della neve.
Nei mesi di marzo e aprile, estratta da Funtana Cungiada e da Monte Arguentu, la neve veniva conservata in speciali grotte frigorifere, appositamente scavate, e durante tutta l'estate, di volta in volta, secondo le richieste, veniva trasportata nottetempo a dorso di cavallo nelle principali città dell'lsola. I blocchi di neve venivano utilizzati principalmente nei vari mercati per refrigerare le merci alimentari deteriorabili, quali i pesci e le carni.
Liberi da gravami monopolistici, gli aritzesi sfruttarono questa loro naturale ricchezza anche nella fabbricazione di sos sorbettos, i rinomati sorbetti diffusissimi nei Campidani agricoli dove sono chiamati carapigna, immancabili nelle feste popolari.
Le fabbriche del ghiaccio hanno fatto sparire da tempo la singolare industria della neve ad Aritzo e fatto crollare insieme un assurdo monopolio di stato. Restano ancora nei bar dei paesi di provincia i deliziosi sorbetti all'aritzese. E resta nel sardo l'intelligenza e la volontà di fare - quando chi comanda ha la compiacenza di slegargli le mani.
Aritzo, marzo 1964



S'allevadori de istruzzus

L'allevatore di struzzi

Non di rado la categoria dei maestri elementari svolge nella comunità un ruolo progressista, al di là del compito strettamente professionale dell'alfabetizzazione. Su maistu 'e iscola, quando non miri a integrarsi nella borghesia compradora, é testimone e interprete delle vicende e delle istanze della sua gente. E proprio perché proviene dai ceti medi e poveri, e non ha acquistato una mentalità dirigente con un corso di studi classici, in continuo contatto con i fanciulli che sono l'espressione più genuina e immediata dei problemi e delle esigenze della comunità, il maestro acquista capacità innovatrici e assume un ruolo leader.
Tra i mille esempi di maistus de iscola divenuti leaders di qualcosa, si ricorda il cavalier Giuseppe Meloni, di Tortolì - lasciamo ai posteri un giudizio sul maestro Lucio Abis di Villaurbana, che diverrà ministro della repubblica italiana. Per non parlare di quell'altro maestro nativo di Predappio, che da anarchico divenne prima socialista e poi duce del fascismo, e per finire fondatore di un impero...
Il maestro Meloni mise in piedi, nel 1910, un allevamento di struzzi. Una singolarissima impresa, per la  Sardegna, che lo rese noto in tutta Europa. Iniziò con 9 esemplari, su una estensione di 4 ettari opportunamente sistemati, con viali alberati e appositi recinti.
Lo Struthio camelus é considerato il più grosso uccello vivente. Raggiunge l'altezza di m. 2,50 e lunghezza di oltre m. 2. Il peso é sui 70 Kg e oltre. Con una falcata di quattro metri raggiunge la velocità di 60 Km. orari e si dice che tenga testa a un buon cavallo. Vive allo stato brado in Africa e in Arabia. La femmina depone le uova, lunghe circa 20 cm. e pesanti due Kg. in buche scavate nel terreno, al ritmo di un uovo ogni due giorni fino a una ventina.
La fattoria del Meloni era anche fornita di incubatrice, perché soltanto nel periodo più caldo, dopo il mese di giugno era possibile lasciare le uova nel terreno alle cure dei maschi e delle femmine che, insieme, le covavano.
In soli cinque anni, l'allevamento contava 175 struzzi. Era l'unico in Sardegna e in Italia, e uno dei pochi e dei più razionali d'Europa.
Non si sa fino a qual punto l'attività del maestro Meloni fosse redditizia. Il prezzo delle piume, allora, oscillava dalle 600 alle 1.000 lire al Kg. una sola coppia di struzzi valeva, a due anni di età, dalle 1.600 alle 2.000 lire.
In Sardegna, questi volatili venivano usati anche come cavalcatura. La possibilità d'essere cavalcati é certamente dovuta, oltre che alla potente muscolatura di cui gli struzzi sono dotati, anche alla piccola corporatura del Sardo, il cui peso era ideale per fare il fantino. Non é difficile, a Tortolì, la cittadina che si affaccia sul  golfo di Orosei, trovare fra le vecchie fotografie le immagini di inservienti della fattoria a cavallo di struzzi bardati di tutto punto, ripresi durante veloci scorribande all'interno dei recinti.
Ricorda ziu Tomasicu, 82 anni, di Barrali: "Si era nel 1915, subito dopo l'entrata in guerra dell'Italia. In quel periodo scarseggiava il carbone, e così mi ero occupato in una impresa del continente che faceva il taglio di legna nei boschi in agro di Tortolì. Durante il mio lavoro, ebbi spesso l'occasione di vedere nella zona gli struzzi dell'allevamento del cavalier Meloni. Era uno spettacolo per noi inusitato che ci incuriosiva molto."
In tempi più recenti, altri imprenditori di paesi più avanzati tecnologicamente tentarono di lanciare la corsa degli struzzi come sport, usandoli negli ippodromi come trottatori trainanti agili calessini.
La brillante intrapresa del Meloni era, purtroppo, legata al capriccio della moda femminile. Fallì quando le signore decisero che il boa - quel lungo aereo sciarpone rimasto nelle vedettes dell'avanspettacolo il simbolo degli anni ruggenti del proibizionismo in USA e del charleston - era da considerarsi un ornamento demodé.
D'altro canto, il sorgere di allevamenti monopolistici e governativi di altre specie di struzzi, dovette essere una formidabile concorrenza, tale da spazzare via letteralmente i modesti avversari pennuti del cavalier Meloni il cui stomaco, pur vorace, non riusciva a competere con quello di divoratori di strade asfaltate, palazzi in cemento armato e aeroporti con piste laminate.
Per altro verso, lo struzzo si accomuna al politico. Per i governanti che temono di affrontare i problemi sul tappeto, la gente dice: "Faint cumenti is istruzzus de Tortolì, cuant sa conca asutta de is paperis".
Tortoli, aprile 1964



Su regollidori de olia

Il raccoglitore di olive

"Che mestiere faccio?!" risponde ironico, con un sorriso fino fra le labbra.
Dondola la schiena, sdraiato sulla stuoia stesa in cortile all'ombra del muro; allunga una mano, s'accarezza le dita dei piedi.
"Vede? Guardi le dita come si articolano... Le arselle si pescano con i piedi."
"Allora, fa il pescatore?"
"E che? l'uomo deve per forza avere un mestiere?" risponde pronto.
Riprende a dondolarsi. "Gesù Cristo mica aveva un mestiere! E don Bastiano, che mestiere ha? Dice: lo sono coltivatore diretto! Ma non sa neppure da quale parte si tiene la zappa... Io, se vuole saperlo, non sono della razza dei padroni. E non sono neppure della razza dei servi. Sono un lavoratore libero e indipendente."  A mezzo metro da lui c'é per terra un fiasco. Allunga una mano, lo prende, lo stura con i denti, me l'offre: "Lo gradisce un goccio? Tenga!"
Rileva la mia incertezza. "Non sarà mica schifiltoso, lei?" dice, strofinando la bocca del fiasco con il palmo della mano.
Ne accetto un sorso. Ciò gli permette di bere a lungo avendo osservato i doveri dell'ospitalità. Schiocca la lingua sul palato; si riadagia beato sulla stuoia reggendosi sopra un gomito. Mi guarda con un sorriso più franco: "Chissà chi l'ha mandato da me... e che cosa le avranno raccontato..."
Vittoriu abita nella Brigata. É un raccoglitore di olive sui quarant'anni. Per l'anagrafe é scapolo, anche se ha una donna e parecchi figli.
Nel cortile di casa sua c'é un via vai di gente. Egli non se ne cura affatto. L'unica sua preoccupazione, adesso, é quella di scacciare, con lenti gesti di mano, un nugolo di mosche che si é fatto eccessivamente insolente.
"Ho capito chi é lei," dice con aria furba, strizzando un occhio, "lei é un giornalista e vuole sapere i fatti miei".
Alcune donne, dall'uscio di casa, danno una voce a una turba di monelli che lanciano canne appuntite e sassi. Vittoriu volge la faccia infastidito: "Ma perché non andate a rompervi l'osso del collo da un'altra parte?!" borbotta senza convinzione. Infatti i bambini continuano nel loro gioco.
"Vuole che le racconti la mia storia?... C'é da ridere e da piangere", dice, e i suoi occhi paiono rabbuiarsi. Allunga una mano al fiasco, me lo porge.
"No? Ma sa che lei é proprio delicato?! Bene, bevo io: alla sua salute!"
S'asciuga le labbra con il dorso della mano. Si accarezza la fronte scura rugosa con le dita, come a voler raccogliere pensieri riposti, lontani. L'espressione del suo viso é mutata, lo sguardo gli si é fatto intenso, mentre fissa un punto ai suoi piedi senza guardare.
"Quando ero ancora bambino, mio padre buonanima mi ripeteva sempre: Ricordati che il mondo é pieno di farabutti. Se vuoi mangiare, non aspettarti mai pane dagli altri, nemmeno da quelli che ne hanno tanto da gettarlo ai cani. E specialmente non fidarti dei preti e di quelli che portano divisa, perché al posto del cuore hanno i gradi... Mio padre, reduce decorato della Brigata Sassari, l'avevano tenuto un anno in galera, con altri trecento, perché era uscito a gridare in piazza il veleno che ci aveva in corpo. Ero ancora un ragazzo, quando é morto. Gli é scoppiata una bomba nelle mani, pescando... Io ho fatto tutti i mestieri: chi mi voleva mi prendeva; chi non mi voleva mi lasciava. Ho pascolato pecore e maiali; ho zappato; ho remato; ho fatto scope di palma; ho lanciato bombe nel golfo; sono andato a raccogliere arselle e ricci di mare e lumache..."
"Come? Se sono andato a scuola?... No. Non mi piaceva. Ci sono andato poche volte. Il maestro mi vedeva di malocchio. Appena entravo, una dose di bacchetta, con una scusa o con un'altra.
Mi piaceva leggere, questo si; ma quando c'erano molte figure. Adesso non me ne fa voglia alcuna. Quando ho voglia di leggere, mi leggo il fiasco!"
Ride divertito dell'uscita spiritosa e per associazione d'idee allunga ancora la mano. Fa soltanto il cenno di passarmi il fiasco, non aspetta neppure il mio diniego; beve, socchiudendo gli occhi per sentirne meglio il gusto.
"Quand'ero giovane" , riprende a dire, "c'era il dottor Nicola, capo della milizia fascista, che mi rompeva le scatole ogni santo sabato sera per la premilitare. Un bel giorno che mi si sono ben bene rivoltate, gli ho detto in piazza, in faccia alla gente, dove doveva andare, lui, Mussolini, il re e tutti gli altri di quella razza. Dopo l'ho lasciato per terra come morto. Mi avevano tenuto in caserma per molti giorni; poi mi avevano rilasciato. Avevano sparso la voce in giro che ero matto..."
Un bambino di tre quattro anni, in una camicina che gli arriva all'ombelico, si é intanto avvicinato alla stuoia quatto quatto, si é accovacciato e ha fatto il suo bisogno - se ne sta poi con il visetto chino tra le ginocchia a guardarsi sotto, frugando con uno stecco.
"Non potevi andartene un po’ più' lontano, a crepare!" lo redarguisce Vittoriu. Il bambino si allontana frignando. Un cane, che stava tutta l'ora accucciato immobile in un angolo ombroso del cortile, si accosta, ripulisce tutto senza neanche fiutare, ritorna al suo cantuccio, si riappisola.
"Da quella volta", riprende, "Nessuno mi ha più dato da lavorare; neanche dopo che Mussolini é stato appeso al gancio della macelleria di quella città... come si chiama.., si, Milano. Ma io, la vita, ho imparato a prenderla come viene, senza farmi sangue brutto, a differenza di molti. Molto tardi, l'ho capito! perciò ho avuto un mare di guai. Eh, se nascessi di nuovo!"
Si lascia portare dall'estro: "Ognuno é ciò che é. Non le pare? Io sono io e lei é lei. Qui c'é terra e li c'é acqua. Ogni cosa al posto suo. Lei, per esempio, é uno di quelli che scrivono sui giornali. lo l'ho capito subito, perché ho visto che faceva fotografie ai poveri e alle case più scalcinate del paese. Per chi lo fa? Per nessuno, per lei stesso. Ognuno per sé. Certo, il mondo é fatto male, così... Ma chi lo cambia? se anche gli uomini sono tutti fatti male? Un modo ci sarebbe, per cambiare il mondo:
portare tutte le teste alla fonderia di Sangavino, fonderle e rifarle nuove. O così o niente. Perciò siamo quello che siamo, senza farci cattivo sangue: io sono io e lei é lei."
Il suo filosofare é stato abbreviato da una ragazzina scarmigliata, venuta a chiedergli quattrini. Egli se la leva di torno con dieci lire e una manata affettuosa sul sedere.
"Lei, allora, vuol sapere se io sono un ladro di professione?... No. lo sono un raccoglitore di olive. Lavoro senza salario, perché il padrone non mi comanda e non mi paga. Io lavoro ugualmente per suo conto: vado a raccogliere olive nel suo terreno. Ciò che raccolgo lo tengo io; ciò che rimane nell'albero é la parte sua, del padrone. Insomma, una specie di mezzadria..."
Sorride con malizia. Io devo aver fatto una faccia scandalizzata, perché ribadisce: "Io lavoro a raccogliere olive, no? e mi pago da me, secondo coscienza. E’ giusto, no? E’ regolare?"
Sbotta in una risata fanciullesca.
"Non creda, sa, che sia un lavoro che renda molto. Si campa. Per fortuna, quando finiscono le olive vengono i carciofi."
Mi scruta, divenuto improvvisamente diffidente, come a voler leggere il mio pensiero. Ma subito si rasserena: "Queste cose gliele dico perché mi é simpatico. Comunque, io non ho detto nulla. Ma adesso, beva un altro sorso, ché il fiasco é quasi vuoto."  Stavolta insiste finché non ho bevuto. Lo riprende e lo scola. "Finito", dice posandolo.
"Come? Se mi é mai accaduto qualche spiacevole incidente? Mai! Il mio, vede, é un lavoro serio e delicato. Mica possono farlo tutti. Molti ci hanno provato, ma poi hanno dovuto cambiare mestiere. Ci vogliono biscotti quadrati, ci vogliono!" Mi guarda, altero, e allarga il petto, compiaciuto.
"Se vuole, le spiego come si lavora... Gli attrezzi non sono molti: un sacco, un lenzuolo e una canna grossa. Semplicissimo: si stende il lenzuolo sotto l'albero giusto; si picchia con la canna sui rami; si raccolgono i quattro capi del lenzuolo; si versano le olive nel sacco... Però ci vogliono orecchie e occhi buoni e bisogna conoscere la campagna centimetro per centimetro."
Mi osserva, studiandomi attentamente da capo a piedi. "Lei non é adatto", conclude dopo l'esame, "altrimenti, una notte, l'avrei portato con me, per farle vedere."



Il Carnevale


Il palio della Sartiglia

Le origini della Sartiglia si perdono nel buio del tempo. I documenti, di natura descrittiva, a cui attingiamo, sono i soliti: "Il Dizionario Geografico Storico del Regno di Sardegna" del Casalis, edito nel 1845, dove il Padre Vittorio Angius ce ne dà un quadro sobrio ma preciso; "Brevi notizie sulla città di Oristano", un'opera sempre dell'800, di Giuseppe Maria Carta, notabile oristanese, ed eccezionalmente, per il suo ceto, attento cronista.
Sentiamo i due citati testimoni.
"Cosi chiamasi il gioco dell'anello, che si costuma in Oristano nella domenica e martedì di Carnevale, al quale concorrono quelli che sono invitati formando una compagnia con un capo e un sottocapo, che dicono Compositore e Sottocompositore. Il capo di siffatto torneo veste il cojetto, calzoni corti di pelle, stivali, ed ha un fazzoletto sotto il cappello e una maschera di legno verniciato, verde nella domenica e di colore oscuro nel martedì..." (Padre Vittorio Angius, op. cit. vol. XIII, pagg. 263/264, nell'edizione Margorati del 1845)  
"Praticasi in Oristano, nel Carnevale, nominato Sartiglia, un divertimento carnovalesco, corsa a cavallo con maschera veramente bella a vedersi. Si unisce una partita di persone mascherate a cavallo, però guidate da uno che ne fa da capo, questo si chiama Componitore, ed altro chiamato Sottocomponitore; questi due marciano davanti e la ciurma lor seguono: si presentano tutti al posto dove succedere deve lo spettacolo, che in Oristano è nella piazza del Duomo. Ivi si trova una corda da un muro all'altro opposto, nel mezzo sta appesa una stella di materia argentea, avente nei dintorni dei buchi bastevoli a portervisi introdurre liberamente la fiamma di una spada, fino alla metà - dunque, il Componitore vestito di costume spagnolo, cioè con un berretto rosso, un colletto di pelle simile a quel nominato Kolovion, che indossava Aiace ed Achille, cioè una casacca di cuoio ben messa alle conce, stivali lunghi fino ancora alle ginocchia, armato di spada sfoderata, che tiene appesa al sinistro fianco, saluta per ben tre distinte volte le persone esistenti allo spettacolo, con riverenza (a militare uso), passa per tre volte sotto la corda dove appesa vi sta la detta stella, assieme al suo seguito, ed allontanandosi per un centinaio di passi, a tutta corsa e col veloce destriero appositamente scelto tra i migliori del paese, con la spada che impugna tenta nel più modo possibile di infiggerla in qualchedun dei buchi, che contiene la stella appesa. Il Sottocomponitore fa la stessa operazione e corsa, che porta ugualmente una spada, abbenché non nello stesso costume vestito, e cerca ancor lui di far penetrare la sua spada nei fori della stella, quasi indicante un rivale che l'altro vincer vuole nella gara. Terminata quindi la terza corsa, il seguito corre a suo libito, indi il Componitore, poi il Sottocomponitore afferrando un grosso fascio d'erba ben legato e ben stretto, detto dal popolaccio "la bimba di maggio", fa un'altra corsa, saluta con la "bimba" gli assistenti allo spettacolo, il Componitore prima indi il Sottocomponitore e lo spettacolo vien terminato. Quale sia il simbolo di questo fascio d'erba non posso dirvelo per non averlo trovato in libro alcuno, forse alluderà alla vincita, di che qui sotto vi parlerò. L'insieme di questo divertimento è di positivo da spagnola costumanza, viene chiamato "Sartiglia", preso dalla parola "Sartika" che in favella spagnola vuol dire "gara" o "sfida", e d'esser di costumanza spagnola, positivamente lo dimostra l'abito che indossa il capo di questo trattenimento..."  
(Cav. G.M. Carta Patrizio Oristanese Prodottore in ambe leggi, opera citata, Edit. De Rossi, Torino 1869)

Perdonati alcuni errori al giovane patrizio (per esempio, traduce "Sortija" cioè anello con "sfida") e la forma pretenziosa e circonvoluta propria del suo ceto più che del suo tempo, dobbiamo riconoscergli il merito di averci descritto minuziosamente alcuni momenti rituali della "tenzone". Anzi, il Carta, seppure più sprovveduto dell'Angius, a differenza di questo, si sforza di fornire una interpretazione dei valori simbolici.
Sulle origini della Sartiglia, R. B. su "La Nuova Provincia" edita a Oristano il 2 marzo 1957, scrive: "Donde e quando venne la Sartiglia ad Oristano? Da poco più di un decennio era caduta Gerusalemme sotto le armi dei crociati di Goffredo di Buglione, quando nel 1113, con navi di molte città italiane, partì dalla Sardegna una vigorosa spedizione, detta comunemente pisano-sarda, contro gli arabi-saraceni delle Baleari. Spedizione che diede luogo prima a forti combattimenti, poi alle frequenti relazioni di Aragona con Pisa e anche con la nostra isola, specialmente con il Giudicato di Arborea. É del 1157 la costituzione della dote fatta dal Giudice arborense Barisone De Serra a favore della catalana Agalbursa sua fidanzata, la quale riceveva in legato le corti (o piccoli villaggi) di Oiratili (Baratili), San Teodoro (San Vero Milis) e Bidonì. Inoltre negli ultimi decenni dello stesso secolo XII figuravano in Oristano due Giudici, uno indigeno, della famiglia De Serra, l'altro oriundo barcellonese, dei visconti De Bas. Molto più tardi, nel 1323, è iniziata l'occupazione della Sardegna da parte dei re di Aragona. Pertanto è indubbio, - sostiene R. B. - "che importazione delle prime Crociate è il gioco della Quintana o 'corsa del saraceno', gioco idoneo all'addestramento delle armi, già in uso presso i saraceni, poi diffuso in Europa ed adottato anche da Carlo d'Angiò in Napoli dopo la vittoria di Benevento (1266): ora è sopravvissuto in Arezzo. Con questa premessa è lecito dire che il gioco dell'anello, affine a quello della Quintana, abbia emigrato dall'Aragona, regione in lotta con i mori di Spagna, poi in rapporti con l'Arborea; è anche lecito dire che il torneo affermatosi alla corte di Oristano, sia stato importato in Toscana all'epoca del predetto re angioino e di Mariano II di Arborea."

Così gli storiografi - anche se non brillano per chiarezza. Chi invece volesse notizie spicciole e di facile consumo può attingere direttamente all'opuscolo edito a cura dell'Associazione Pro-loco oristanese nel 1969.
Vi si legge: "L'origine della manifestazione carnevalesca denominata "sa Sartiglia", che ha luogo nell'ultima domenica e nell'ultimo martedì del Carnevale, ha origine tra il finire del 1400 e gli inizi del 1500. Essa fu istituita dall'oristanese canonico Giovanni Dessì per sottrarre la popolazione dal "peccare" e dall'avvinazzarsi, invitandola ad un sano spettacolo, disertando in tal modo le bettole. Per assicurare alla manifestazione vita permanente nel tempo, il canonico Giovanni Dessì legava al Gremio di San Giovanni (Associazione di Agricoltori) un terreno di sua proprietà denominato "su  cungiau de sa Sartiglia". Il costume de "su Componidori" (che significa capo corsa) non portava originariamente il velo in tulle, né il cilindro, che furono invece adottati durante il periodo della dominazione spagnola.
"Su Componidori" viene nominato dal Gremio il giorno della Purificazione della Madonna e in detto giorno gli viene consegnata la candela benedetta ed è trattenuto a pranzo da "su Maggiorali" (presidente del Gremio). Il giorno delle corse, "su Componidori" si porta alle ore 12 in casa de "su Maggiorali" assistito dal  Consiglio direttivo con il quale partecipa al pranzo. Verso le ore 14 "su Maggiorali" invita "su Componidori" ad accedere nella sala migliore dell'appartamento e da quel momento ha inizio il rito de "sa Sartiglia".
Su Componidori viene fatto salire su un tavolo basso, sul quale è sovrapposta una sedia sulla quale si siede ed ha inizio quindi la vestizione a cura delle donzelle che fanno parte del Gremio, guidate nel cerimoniale da una donna anziana detta "sa massaia manna". Da questo momento "su Componidori" non "podi ponni pei in terra", cioè non può posare i piedi sul terreno.
Avvenuta la vestizione, "Su Componidori" viene trasportato a guisa di infermo nella sala d'ingresso della casa; quivi al centro vi è un altro tavolo basso coperto da tovaglia tessuta su telaio sardo, di candido lino, cosparsa di fiori e di grano, sul quale si adagia "su Componidori". Dopo ciò, viene introdotto nella sala un cavallo riccamente bardato, su cui si arciona "su Componidori", che, messosi in posizione riversa, esce dalla casa ai lati della quale stanno "su segundu et su terzu Componidori". Il presidente (su Majural o su Maggiorale) consegna ora a "su Componidori" un mazzo di fiori, denominato volgarmente "sa pippia de maju", con la quale benedice il Gremio e la folla antistante alla casa, mentre le donzelle (is massaieddas) lanciano sul "Componidori" grano e fiori. "Sa massaia manna" invoca sopra "Su Componidori" il patrocinio del Santo Patrono pronunciando le parole "Santu Giuanni ti assistada".

Da questo momento, il rito religioso lascia il posto al torneo, la parte più spettacolare riservata al grande pubblico, che abbiamo già vista descritta in particolare dal Cav. G. M. Carta, e che si ripete ancora oggi pressoché immutata.
Alla fine del torneo, viene riconsegnata al Componidori "sa pippia de maju" con la quale il capo-corsa benedice la folla cavalcando al passo. Poi torna indietro e riparte al galoppo ripetendo il gesto benedicente, ma ponendosi quasi supino sul dorso del cavallo, mentre la folla grida l'augurio "Aterus annus mellus!"  
La gente oristanese, permeata di una propria antichissima religiosità, dall'andamento delle varie fasi rituali della Sartiglia trae auspici per l'imminente raccolto agricolo. Così, il numero delle stelle infilate o cadute durante il torneo darà un quadro di quella che sarà la situazione economica a venire: poche stelle poco grano; malannate e sventure si avranno se a mancare il bersaglio è stato su Componidori.

Ugualmente legata alle vicende della terra è "sa pippia de maju", la puppattola ricavata da un fascio di pervinca (ci è accaduto di vedere usate anche violette) o altri fiori campestri. Questo simbolo femminile, nell'innesto medioevale, può anche adombrare la dama in onore della quale si eseguivano i tornei cavallereschi. All'origine, e ancora oggi per riaffioramento, "sa pippia de maju" è certamente il simbolo di una divinità agreste, una Cerere indigena, cui viene dedicato un rito propiziatorio. Infatti, la benedizione che su Componidori impartisce alla folla prima e dopo il torneo, levando alta "sa pippia de maju" e tracciando con questa dei segni di croce, è un gesto ieratico, sacerdotale, un augurio di floride messi rivolto a una comunità di contadini.

Nel suo insieme la Sartiglia è una cerimonia composita. Vi compaiono, talvolta staccati e distinti, tal'altra più o meno fusi tra loro, diversi elementi di diversi riti, che si sono stratificati nel tempo. Alcuni di questi elementi possono essere facilmente colti anche dal profano.
L'origine spagnola del torneo è evidente, così pure diversi indumenti dell'abbigliamento dei cavalieri: lo scopo di un torneo, oltre l'esibizione di valentia bellica, era spesso la "sistemazione" matrimoniale delle zitelle di corte. Le nobildonne con buona dote e di scarso fascino venivano messe "in palio". Tutto il contorno di "graziose" formalità cavalleresche poetizzavano il "mercato" (vien da chiedersi come mai le attuali zitelle di buona famiglia oristanese, con un torneo cavalleresco annuale in mano, non propongano la riesumazione di tale scopo matrimoniale...).

Il torneo, nella Sartiglia, è un momento spettacolare ma di scarso rilievo per lo studioso di etnologia. Le origini di questa festa popolare sono da ricercarsi e collocarsi - come altre manifestazioni del Carnevale sardo - tra i riti del culto religioso pre-cristiano che affiorano e sono ancora diffusi nelle nostre comunità agricole.
La credenza popolare in un "legato" (un favoloso "tenimento") che avrebbe permesso il perpetuarsi del rito, in particolare la cerimonia della vestizione del Componidori e "sa pippia de maju" con cui egli benedice la folla, sono elementi di una cultura religiosa tipica delle nostre aree agropastorali, dove sopravvivono simili riti propiziatori, su cui si sono innestati elementi cristiani.
La vestizione del Componidori, il protagonista della cerimonia, si svolge secondo regole dense di significati simbolici. Su Componidori appare, di volta in volta, vittima (la morte della natura arborea nell'inverno), eroe che domina il torneo, il saicerdote che auspica un pingue raccolto e benedice la folla.
Nelle descrizioni che abbiamo riportato, ci sono alcune inesattezze. La cerimonia della vestizione avviene di norma in casa del presidente (o del vice presidente) del Gremio di San Giovanni, patrono dei contadini o anche del Gremio di San Giuseppe, patrono degli artigiani.
I due Gremì sono "corporazioni" di struttura tipicamente medioevale, ancora presenti nelle manifestazioni socio-religiose di molte nostre comunità, e sovrintendono finanziariamente e nel rispetto della tradizione allo svolgersi della festa.
Su Componidori, attorniato da fanciulle in costume (le vergini vestali) a loro volta istruite e guidate da una donna anziana (la depositaria dei valori formali rituali), viene fatto salire sopra un tavolo e vestito dei caratteristici indumenti del capo-corsa: il cappello a cilindro (che non è di origine spagnola; lo era invece il berretto rosso che usavasi nel secolo scorso ed era di colore rosso - come specifica il testimone già citato Cav. G. M. Carta), la maschera femminea, il velo bianco (che sostituisce il comune fazzoletto che i nostri contadini mettono ancora sotto il berretto durante i lavori agricoli estivi per ripararsi dagli insetti), il cojetto, la veste di pelle del pastore (la casacca senza maniche del costume sardo, simile al kolovion greco), e tutto il resto.
Dopo la vestizione, da questo tavolo, portato a braccia in posizione orizzontale, su Componidori viene adagiato supino sopra un altro tavolo nell'ingresso. Egli non potrà - dal momento in cui é iniziata la vestizione - porre piede a terra. Se ciò malauguratamente avvenisse, gravi calamità si abbatterebbero sul paese. Il cavallo perciò viene condotto dentro casa, fino al tavolo; da qui su Componidori viene issato in arcione, e un fitto lancio di grano e di fiori saluta la sua partenza.
Un altro aspetto significativo è la posizione che il cavaliere assume per uscire a cavallo dalla porta di casa. Egli non "può" piegarsi in avanti - come sarebbe più logico e funzionale fare - ma "deve" piegarsi all'indietro, fino ad adagiarsi quasi supino sulla groppa. Subito gli si affiancano il secondo e il terzo Componidori, i quali, se un tempo avevano il ruolo di antagonisti nel torneo, ora hanno quello di "guardie del corpo". Devono cioè evitare al capo-corsa eventuali cadute.
 
Come non legare la vestizione del Componidori e il suo uscire sul cavallo "coi piedi in avanti" a un rito di morte? Si esce di casa in "posizione orizzontale" e coi "piedi in avanti" soltanto da morti - secondo la tradizione popolare. La vestizione del cadavere è appunto una pietosa incombenza propria delle donne (anche Gesù, nell'iconografia popolare, viene deposto e "vestito" col sudario dalle pie donne) e viene compiuta ancora oggi, nei nostri villaggi, sopra un tavolo.
Probabilmente si vuole rappresentare la morte del Carnevale (l'inverno) e su Componidori lo rappresenta, o può anche rappresentare la "vittima" sacrificata agli dei della terra, perché la natura riviva e rifiorisca dopo l'inverno, e dia nutrimento all'uomo.
La presenza simbolica di una sacra "vittima" è riscontrabile in altre cerimonie festive sarde, dove la maschera che rappresenta appunto, il Carnevale è detta volgarmente "Izziomu" (deformazione di "Ecce homo"), il Cristo, la "vittima" data in olocausto per la salvezza degli uomini.
Per un innestarsi dì valori cristiani, nel proseguimento dei riti su Componidori rappresenterebbe anche la vittoria della vita sulla morte, del bene sul male: egli non dovrà mai cadere da cavallo, dovrà primeggiare su tutti i partecipanti.
Ma non lasciamoci prendere da allettanti interpretazìoni dei simboli di questa stupenda festa di Carnevale. Incorreremmo certamente nelle ire dei "santoni" del folclore. Figuriamoci se interpretassimo il "tiro alla stella" del torneo in chiave freudiana e sessuologica...

Intanto, va annotato che la stella, col passare degli anni ha un foro centrale sempre più largo, e quindi più facile da penetrare con la spada. E poiché la stella è chiaramente un simbolo "femminile" e la spada chiaramente "maschile", se ne potrebbe dedurre che attualmente c'è... una certa spregiudicatezza nei costumi sessuali.
D'altro canto, considerato l'antico scopo dei tornei cavallereschi, che era quello di maritare donzelle, viene facile l'accostamento tra la capacità del cavaliere di saper centrare l'anello (la sortijia) mentre galoppa a spron battuto, e la capacità maritale dello stesso cavaliere nei confronti della donzella da impalmare.
Concludendo. La Sartiglia ha tutti i punti per diventare un importante raduno folcloristico di livello europeo. A questa manifestazione del Carnevale oristanese se ne legano altre, quali la "corsa delle pariglie" che vede riuniti i cavalieri più spericolati dell'Isola per eseguire, da soli o in gruppo, esercizi di bravura equestre; e ancora "la zippolata" che si svolge sotto la Torre di Mariano per offrire agli ospiti di riguardo (perché non a tutti?) fritture locali e dolci tradizionali.
Oristano, 1964

Lo ringrazio della cortesia. Uscendo sulla strada, mi raggiunge la sua voce: " Mi faccia avere il suo indirizzo; le vorrei mandare qualche oliva a casa. Sono molto contento di aver parlato con lei!"



S'Ardia/La Guardia

La sagra di San Costantino

Annualmente, dal 5 al 7 luglio, a Sedilo, in provincia di Nuoro, si festeggia Santu Antine (San Costantino). Si tratta di una sagra paesana forse la più interessante fra quante se ne tengono nell'lsola. Per l'occasione, sono presenti folte rappresentanze anche delle più lontane comunità, che danno luogo a una singolare rassegna del  costume e a una vera e propria fiera dei prodotti tipici della Sardegna.
Il clou della festa, o se si preferisce il momento di maggior rilievo, che caratterizza di profondi significati culturali una comune sagra strapaesana, è la corsa detta de s'Ardia, della Guardia, che consiste in una spettacolare esibizione di  bravura ippica, in una prova di ardimento in cui si cimentano i migliori cavalieri dell'Isola. Non è esagerato dire che si assiste a una vera e propria sfida alla morte.
Certamente i mitici cow-boys del selvaggio West e i famosi butteri della paludosa Maremma - oggi scomparsi, travolti dal rullo compressore della civiltà della  macchina - non saprebbero fare meglio di quanto non facciano i cavalieri sardi che con i loro bellissimi destrieri danno luogo alla spericolata, turbinosa e folle corsa nell'accidentata pista attorno al santuario di Santu Antine.
La corsa detta s'Ardia si svolge nel tardo pomeriggio del giorno 6 e attualmente viene ripetuto, per ragioni turistiche, la mattina del giorno dopo. Il numero dei cavalieri partecipanti alla corsa non è limitato: chiunque se la senta, di qualunque età egli sia, può cimentarsi. Quest'anno erano presenti circa settanta partecipanti, alcuni dei quali giovanissimi, sui diciassette anni.
Conducono la corsa is obrieris, (che possiamo tradurre con "operatori della festa") che sono tre: uno di essi è il capo, detto sa prima pandhela, (la prima bandiera), e gli altri due che lo fiancheggiano sono detti rispettivamente segunda e terza pandhela (seconda e terza bandiera). Tale denominazione deriva dalla bandiera che ciascuno dei tre regge e che viene solennemente consegnata loro dal sacerdote del tempio. Le tre pandhelas sono di colore diverso : una è bianca, una è gialla e l'altra ancora è rossa. Ai tre obreris portatori de pandhelas,  si uniscono altri due cavalieri scelti, detti s'iscorta (o iscolca, da scolta, scorta, sentinella). Compito delle  scolche è quello di non consentire ad alcun cavaliere del seguito di sopravanzare is pandhelas durante la corsa. Tale compito essi assolvono a suon di scudisciate, che distribuiscono senza risparmio ai cavalieri  più ardimentosi che osano tentare il sorpasso. La regola del gioco vuole che le scudisciate risparmino i cavalli ma siano generosamente affibbiate, dove tocca tocca, ai cavalieri del seguito.
La corsa de S'Ardia muove dal sagrato della chiesa, si snoda fino al punto in cui si trova un monolito, una pietra sacra (betilo mammellanare) simboleggiante la Dea Madre, dove il sacerdote - anch'egli a cavallo, come vuole la tradizione, intona preghiere e benedice il corteo. Questo, sempre guidato da is pandhelas, i portatori di stendardo, raggiunge uno spiazzo che trovasi dietro la chiesa, in alto. Una fucilata - cui durante la corsa ne seguiranno numerose altre - dà inizio alla folle galoppata giù lungo uno scosceso accidentato sentiero fra le rocce. Per sette volte, a corsa sfrenata, il corteo gira attorno al santuario, ogni volta passando attraverso l'angusto arco di accesso alla corte del tempio - che un cronista cui non deve mancare l'humor, ha chiamato in un suo servizio "l'arco di Costantino". (Ma è scusato, se si pensa che un nostro famoso archeologo chiama il betilo raffigurante la Dea Madre "tomba di Costantino"). A conclusione, il corteo dei cavalieri compie tre giri attorno al monolito, la sacra pietra. La quale, per inciso, è stata rimossa nei tempi andati dalla sua originaria sede, la terrazza circolare, nel cui centro, al suo posto, campeggia la croce del Cristo. A indicare la sua vittoria e la sua supremazia sulle vecchie divinità pagane.
Questo non singolare spodestamento della Dea Madre, soppiantata dal simbolo della nuova religione imposta ai Sardi dai conquistatori bizantini, ci consente di introdurre qui alcune considerazioni critiche sull'Ardia, la cavalcata rituale inserita nel contesto di una comune, seppure assai celebrata fiera paesana. Se è vero che tale fiera vede radunata tanta rappresentanza di Sardi da potersi definire "nazionale" o "federale", e pertanto può considerarsi la più antica e la più genuina tra gli appuntamenti folcloristici che annualmente le diverse comunità isolane si danno, con un evidente - e ormai in gran parte superato - scopo economico culturale: conoscersi e scambiare i diversi prodotti, se tutto ciò fa già della sagra di Santu Antine una delle più interessanti feste fra le tante che ancora hanno luogo in Sardegna, è anche vero che s'Ardia - la corsa ippica rituale che vi è inserita - è da considerarsi la testimonianza di un lontanissimo rito che si è ripetuto fino ai nostri tempi, conservando intatti i suoi valori originari.
Come qualche studioso, e in particolare Sebastiano Dessanay, hanno rilevato: si è chiaramente, e malamente, sovrapposto, con diversi elementi formali, il culto di un imperatore, santificato dal clero orientale (e che non è santo per la chiesa cattolica) su un rito pagano, quale è quello della corsa dei cavalieri armati attorno a un sacro recinto.
In parole molto semplici, la cavalcata rituale intorno al tempio altro non è se non la ripetizione in chiave simbolico-religiosa di un antichissimo originario compito de scolta, di guardia, affidato ai più valenti cavalieri del clan, che appunto vigilavano percorrendo la fascia di confine che separava il territorio di un villaggio da quello di altri. L'istituto millenario della scolca (da cui probabilmente ha origine il più moderno istituto del barracellato), conservatosi come residuo di un rito religioso pagano, diventa Ardia, Bardia, Guardia d'onore dell'imperatore Costantino il Grande - santificato dai cristiani per grazie ricevute con l'Editto di Milano.
Per avere un quadro più completo della eccezionale sagra di Santu Antine, cedo ora la parola ad altri studiosi, del passato e del presente, che hanno descritto s'Ardia, un rito ancora tutto da studiare.

a - Sa Bardia nei secoli

"Sedilo. Per la festa del patrono Santu Antine, un gruppo di spericolati cavalieri si lancia in sfrenato galoppo verso il santuario, tra fitte scariche di fucile cui rispondono, dalla corte della chiesa, le incitazioni e le preghiere gridate dal popolo inginocchiato nella polvere."
(Tuttitalia - Enciclopedia dell'Italia antica e moderna - Vol. Sardegna di Aa. Vv. - pag. 87)

"... una turba varia di devoti, d'ambo i sessi, a piedi nudi, col capo scoperto e coi capelli sciolti, reggendo in mano ceri, labari, croci ed ex voto… si slanciava... ad una fuga demente, frenetica... e s'aggirava intorno alla croce tre volte, per impegno sacro, come posseduta da  uno spirito turbolento di baccanale, trascinata da una rapina di delirio... Chiome di vergini ondeggiavano al vento, nella ridda macabra giovani si rincorrevano... gavazzanti nella libera promiscuità... nitrendo oscenamente. Zitelle strillavano, piangevano, frignavano udendo alle calcagna lo scalpitar dei cavalli, incombenti alle loro spalle."
(Il testo è dello scrittore di Berchidda, Pietro Casu, teologo e famoso predicatore in logudorese - ripreso da S. Dessanay in "Gli antichi riti agrari nella Bardia di Sedilo" - "Sardegna Oggi" n.8 del 30/7/1962)

"Luglio, 5-7- A Sedilo ha luogo la sagra di S. Antine con la tradizionale corsa dell'Ardia. Questa si corre nel pomeriggio del giorno 6 e si ripete il giorno 7. Più che una "corsa" è una vera e propria "carica di cavalleria" compiuta da spericolati cavalieri contro un nemico invisibile e pur presente (sic! ) negli spiriti eccitati dal parossismo epico-religioso. L'Ardia, infatti, vuole ricordare, non si sa bene per quale antica tradizione trapiantata in Sardegna, la battaglia combattuta e vinta da Costantino Imperatore a Ponte Milvio nel luglio del 323 d.C. In Sardegna la tradizione vuole questo imperatore innalzato dalla chiesa agli onori degli altari. Pittorico anche il quadro folclorico che offre la sagra e la località ove essa si svolge."
(Da "Sardegna" - Breve guida turistica- Isili 1962)

"In questo villaggio di Sedilo occorre la festa di San Costantino cui è consacrata una chiesa fin da tempi antichi, di stile gotico a tre navate sostenute da colonne. La Sardegna dal tempo dell'impero Bizantino ha introdotto il culto di questo Imperatore che non è stato riconosciuto dalla chiesa occidentale. Il giorno della sua festa, che cade nel 5, 6 e 7 di Luglio, si fa una gran fiera molto popolata, perché vi concorrono famiglie anche dai villaggi più lontani.
Il maggior divertimento consiste nella corsa di cavalli che chiamano Ardia (forse guardia). Centinaia e più di cavalieri con cavalli riccamente bardati fanno per tre volte il giro della Chiesa, e poi a gran corsa scendono dalla Chiesa alla vallata per fare altri tre giri attorno ad  un recinto nel di cui centro è piantata una croce. Questo spettacolo misto di sacro e profano dal popolo e dai devoti che concorrono per onorare il Santo è rispettato con fanatismo".
(Tratto da Emendamenti ed aggiunte all'itinerario dell'isola di Sardegna del conte Alberto Della Marmora pel Comm. Giovanni Spano Senatore del Regno - Cagliari 1874)

Alla voce Sedilo, a chiusura del brano sopra riportato, si dà la seguente notizia:
"In una carta del R. Archivio del 1590 si racconta diffusamente la storia di un famoso bandito Bachisio Melis ch'era il terrore di Sedilo e dei vicini villaggi. Il barbaro Governo di quei tempi ricorse alla pena della tortura di molti sedilesi per iscuoprire i fautori".
Nota del redattore: É evidente una contraddizione tra la definizione del bandito Bachisio Melis come "il terrore di Sedilo" e il ricorso alla "pena della tortura" per "iscuoprire i fautori" come li si chiamerebbe oggi i "fiancheggiatori". Non è detto quanti furono i "pentiti" dopo "il barbaro" trattamento governativo.
Sedilo ha dato i natali anche ad un altro famoso bandito, Peppino Pes.

b - S.Antine: Assemblea Nazionale dei Sardi

"Questa sagra è una delle poche che conservino intatto il carattere tradizionale, senza contaminazioni o adulterazioni. Qui la vecchia Sardegna mostra ancora il suo volto non deformato, le sue usanze integre ed il suo umore genuino.
Ogni anno, infatti, essa riunisce qui i suoi più pittoreschi costumi, tutte le sue non represse manifestazioni popolari, tutti gli istinti liberi e schietti della sua gente.
E perciò la festa di S. Antine oltre che una sagra religiosa è una sorta di assemblea nazionale dei sardi ed assume anche il valore d'un rito, in cui si esprime senza limitazioni una razza che non vuole livellarsi e perire del tutto. Anche quei sardi, che a contatto della civiltà sono scesi a compromessi ed hanno stemperato la loro sardità nel costume anonimo e generico, ritemprano, al contatto corale, la loro natura illanguidita. E quasi in una memoria atavica essi ritrovano gesti, parole, atteggiamenti comunemente scaduti.
La sagra di S. Antine ha dunque il sapore magico di un grande ritorno, forse inconsapevole, alle origini. Ed è sintomatico che a creare questo miracolo, forse l'unico compiuto da questo santo che non è santo, a creare quel clima che coagula gli antichi sentimenti sia un guerriero. Non diversamente d'altronde da quanto accade a Cagliari in occasione della festa di S. Elisio, che anche lui è un martire guerriero. Forse l'anima sarda trova più rispondenza e maggiore affinità in un santo bellicoso ed armato. Perciò l'imperatore cristiano accende ancora nel popolo sardo la fiamma dell'entusiasmo religioso e la sua piccola chiesa accoglie ogni anno migliaia di fedeli venuti ad implorare una grazia, a sciogliere una promessa o a confessare nel venerato simulacro le angustie della miseria o le trepidanti speranze. Anzi, se qualcuno potesse raccogliere i voti, le suppliche, le confessioni che questi fedeli, sciolti dalla ritrosia abituale, vengono a deporre sul grembo di S. Antine, questi potrebbero intendere veramente l'anima della Sardegna. Conoscerebbe la sua pena segreta e le infinite piaghe che sfuggono forse al turista svagato e distratto da quei giocondi costumi color di fiamma e di cielo.
La festa di S. Antine, oltre questo suo aspetto intimo, ne rivela un altro pagano ed esterno, per il quale essa diventa una grande mostra dell'arte popolare, dell'abbigliamento, delle specialità gastronomiche dell'isola. Quasi tutti i paesi della Sardegna sono infatti rappresentati con i loro costumi, con i prodotti della terra dell'artigianato, con i cibi tradizionali, con i vini più generosi.
Sulla pianura incenerita dall'estate, sul sagrato e sulle colline sciamano e si intrecciano i cori delle fanciulle di Osilo, di Fonni, di Desulo, di Sennori, di Ploaghe, di Cabras, col capo avvolto in nitide bende o adorno d fazzoletti a fiorami o serrato entro cuffie policrome, coi il corpo chiuso nei farsetti scarlatti o d'argento e d'oro con la gonna increspata da mille pieghe o listata di seta o di ricami. Frattanto i mercanti gridano la loro merce. Quelli di Milis, le arance e la vernaccia; quelli di Cabras "su pisci e' iscatta" e "is buttargas"; i nuoresi, l'aranciata; quelli di Villacidro e di Santulussurgiu "s'abba ardente" (acquavite); i bosani, i pizzi e i merletti; gli isilesi, le bisacce e le coperte fiorite; quelli di Osilo e di Bolotana, l'orbace; quelli di Castelsardo e di San Vero, i cestelli e le "corbulas". La fase saliente della festa è quella dell'Ardia, una grandiosa cavalcata cui prendono parte centinaia di cavalieri, per commemorare ingenuamente la vittoria conseguita da Costantino su Massenzio a Saxa Rubra.
E le laudi, "is gosos", cantate dai fedeli lo dichiarano: "- Sa chi bos desit vittoria - contra Massenziu tiranu - como bos servit in manu - pro iscettru de tanta gloria - pignu de eterna memoria - pro su tempus benidore. - Siade nostru avvocadu, - Costantinu imperadore!"
Sull'ora del tramonto i cavalieri si raccolgono davanti alla casa del parroco. Questi consegna agli "obrieri" tre bandiere, una bianca, una gialla e una rossa. E la marcia si inizia tra le salve dei fucili. Precede s'Ardia la guardia d'onore. Segue il parroco sul cavallo, poi i vessilliferi e la massa dei cavalieri. Quando questa giunge presso un monolito, nel quale per la sua forma bizzarra il popolo scorge una donna così tramutata per la sua irriverenza verso il santo, il sacerdote intona le preghiere in lingua sarda. Poi la cavalcata si snoda per un sentiero dirupato. A un certo punto il capo obriere dà un segnale e tutta la turba si abbandona ad una carica folle. Giunti dietro la chiesa, i cavalieri si arrestano un attimo, e compiuti sette giri intorno con lena rinnovata corrono vertiginosamente verso il pendio e si precipitano nella discesa per compiere altri tre giri intorno al monolito. L'ultima galoppata tumultuosa è verso la chiesa per salutare il santo guerriero. Tutti i labari si abbassano, tutte le fronti si scoprono. L'Ardia è finita. Ed hanno inizio i balli e le gare canore in tutti i dialetti. Ma poiché anche i balli si differenziano da paese a paese, tutte le migliaia di pellegrini finalmente s'accordano nel ballo tondo o "duru duru", il ballo nazionale che tutti conoscono e che é dunque una sorta di esperanto tra le danze sarde. In questa gigantesca e favolosa danza notturna, che si snoda tra i fuochi dei bivacchi e le luminarie, tutta la Sardegna si incontra e si comprende in un gagliardo ansito comune, che ha la potenza di cancellare il tempo e di assopire quella pena che è l'ospite irrecusabile d'ogni altro giorno."
(Da Marcello Serra in "Mal di Sardegna" - Firenze1963)

c- Gli antichi riti agrari nella Bardia di Sedilo

"Una tra le più tipiche feste religiose sarde mi pare sia quella che si celebra presso Sedilo in onore di Costantino Magno. Una festa che si può ricondurre alle feste di chiusura dell'anno agrario. Il culto di Costantino è molto diffuso in Sardegna. La chiesetta presso Sedilo può considerarsi un vero e proprio santuario e la festa che vi si svolge una vera e propria festa federale.
Come e quando il culto di Costantino sia giunto in Sardegna non è difficile immaginare. Intanto credo si possa pregiudizialmente respingere tanto la tesi di coloro che pensano al giudice d'Arborea, quanto quella sostenuta nel secolo XVII da Agostino Tola, secondo la quale i sardi avrebbero un motivo nazionalistico di venerare Costantino. Nella sua opera "La corona di triumphos" egli schiera ventiquattro argomenti per dimostrare che sant'Elena, madre dell'imperatore, era sarda: mentre nel "Tesoro escondido" afferma di provare "con muchos fuertes fundamentos" che Costantino Magno è santo.
Come ognuno sa, la storia del culto di Costantino è ancora da farsi e io non intendo affatto affrontare questo problema.
Ho detto che non è difficile immaginare il tempo storico della nascita di tale culto in Sardegna. Credo si possa attendibilmente ipotizzare che esso sia stato importato o da quei vescovi africani che in periodo vandalico furono esiliati in Sardegna, o direttamente dalla chiesa ufficiale di rito ortodosso nel periodo della conquista bizantina dell'isola.
Ma non è neppure questo il problema che attualmente mi interessa.
Ciò che attualmente mi interessa è prendere in considerazione critica alcune manifestazioni popolari che si svolgono durante la celebrazione della sagra di Sedilo. La prima osservazione che si può fare è che esse se non del tutto sono quasi del tutto identiche a quelle delle sagre popolari dei paesi di Grecia e dell'Asia Minore. Vediamone qualcuna. La manifestazione della vigilia. In Sardegna come in Asia Minore un gran numero di fedeli si installa nel recinto della chiesa per passarvi la notte cantando inni sacri mescolati a canzoni profane, danzando e banchettando.
I balli nelle chiese. Ancora nel secolo XVI tutto ciò avveniva anche all'interno del tempio come si desume da un passo della  "Sardinia brevis historia et descriptio" di Sigismondo Asquer: "Cum diem festum alicuius sanctis celebrant, audita missa, in ipsius sancti templo, tota reliqua die et nocte saltant in templo, profana cantant, choreas viris  cun feminis ducunt, porcos, arietes et armenta mactant,  magnaque letitia in honorem sancti vescuntur carnibus  illis".
Come è chiaro il richiamo alle "agapi" delle prime comunità cristiane è troppo poco. Meglio rispondono le "cléseis" dell'ippodromo bizantino. Ma soprattutto ritroviamo, cristianizzati, gli antichi riti agrari, i "banchetti comuni" con tutti gli eccessi che essi comportavano. Fino a pochi anni questi banchetti erano veramente comuni e si facevano a spese della comunità locale. Chiunque venendo dagli angoli più diversi del paese o dai villaggi più lontani poteva di pieno diritto sedersi alla tavola comune. Altra manifestazione interessante è quella comunemente detta del panegirico, che costituisce, in Sardegna come in Grecia e nell'Asia Minore, per così dire, l'epopea del santo. Consiste nel sermone svolto dal predicatore e dal canto dei gosos, quasi a illustrazione del sermone, in quanto enumera gli atti, le res gestae del santo, come si faceva per gli antichi eroi della Grecia. L'esecuzione ha carattere responsoriale: di solito un solista canta appunto le res gestae, mentre tutti i fedeli rispondono in coro col predisposto ritornello. Il canto è accompagnato dalla musica delle launeddas.
Le epopee popolari. Anche nell'Asia minore esistono ancora epopee popolari in versi sulla vita dei santi che servivano come audizione musicale nei panegirici. In Sardegna i gosos costituiscono anche l'elemento fondamentale del dramma processionale. Il nome gosos ci rimanda allo spagnolo gozos e al catalano goigs, ma se dovessimo pensare alla prima radice saremmo tentati di riandare a gres denominazione greca del lamento funebre, passato forse in epoca bizantina ad indicare i canti anniversari della morte dei santi. Più che alle alabanzas spagnole, i gosos ci riconducono agli encomia bizantini, che, come si sa, si applicavano non alle lodi, ma agli atti e avevano il senso di una narrazione, o di un canto che enumerava gli atti compiuti da un personaggio e si eseguiva a sua gloria in una festa nazionale o popolare. Non è da escludere dunque che la denominazione spagnola o catalana abbia sostituito la precedente, giacché è assai probabile che questo tipo di canto sia stato introdotto in Sardegna dai bizantini con il paneghi riko's popolare che fiorì dal VI al IX secolo.
Sotto il regno di Costantino VII, la celebrazione del panegirico prende uno sviluppo particolare, tra l'altro col dramma processionale come in Sardegna. E come in Sardegna, il panegirico popolare ornò ogni grande festa ecclesiastica, da quando Teofilate introdusse l'orchestra scenica nella chiesa di Santa Sofia.
L'ippodromo bizantino. Ma la manifestazione più famosa della festa di S. Costantino è quella denominata Ardia o Bardia. Secondo l'opinione comune e dirò unica finora essa sarebbe una caratteristica esclusiva del culto riservato a Costantino il Grande. Ma così non è. Essa appartiene a moltissimi altri santi che si celebrano in Sardegna, ad esempio S.Bartolomeo di Ollolai. Non è, come anche di recente ha scritto F.Alziator, la rappresentazione della "vittoria di Costantino il Grande su Massenzio a Ponte Milvio". Può invece far pensare agli intermezzi ippici introdotti in Santa Sofia da Teofilate. Possiamo anche tornare più indietro ai ludi dell'ippodromo bizantino o alle corse greche dei tempi omerici e a quelle descritte da Pausania. Ma forse le radici sono più profonde e vanno ricercate in antichissimi riti agresti, come la lustratio pagi delle feriae paganicae. Vi accenna Ovidio: "Pagus  a gat festum; pagum lustrate coloni". Ma che cosa era la lustratio? Sostanzialmente era un rito di purificazione, propiziazione e solenne ricognizione dei confini del pagus.
Vediamo in breve come questa manifestazione si svolge. Si tenga presente, innanzi tutto, che dalla chiesa parte un recinto a muro circolare che chiude e separa, per così dire, lo spazio sacro da quello profano. Al centro del recinto è una terrazza pur essa circolare, nel mezzo della quale si erge la croce di Cristo. In tempi lontani, nel luogo della croce era una divinità preistorica, una pietra sacra mammellanare aniconica, rappresentazione della Dea Madre, ora sistemata presso il fianco destro della chiesa.
La corsa a precipizio. Vediamo, dicevo, come si svolge s'Ardia.
I cavalli si radunano su una altura vicina e, alla prima fucilata che fa da segnale, per un viottolo "orribilmente scosceso" si lanciano a precipizio. Davanti sta il cavaliere che porta lo stendardo, che non deve essere sorpassato. La corsa tempestosa, al rombo degli spari, raggiunge lo spazio sacro e vi penetra attraverso un accesso ad arco salendo fino alla chiesa. Si ha l'impressione di un rito di iniziazione, di una conquista eroica o mistica dello spazio magico, inviolabile per i non iniziati. É anche una Difesa del centro che contiene la divinità: Guardia, Bardia, Ardia. Concetti tutti riducibili in termini militari, oltre che religiosi. Così la Bardia sbarra l'accesso ai demoni del deserto e alla morte, ma anche alla penetrazione del nemico, dopo aver fatto una ricognizione dei limiti del pagus. In questo senso questi antichi elementi rituali possono essere la proiezione di società  ancora più lontane del pagus e forse risalgono al territorio tribale da difendere contro invasioni di altre tribù. Ogni tribù, è risaputo, possedeva il luogo della effettiva residenza e un territorio per caccia o pesca o coltura, al di là del quale era una striscia di territorio neutro che separava una da altra tribù. Tale striscia era la foresta di confine (in Sardegna ancora oggi determinate foreste sono denominate Marghine, margine, confine). Nella fascia di confine avvenivano gli incontri delle diverse tribù. Tale delimitazione si rese necessaria specie col passaggio dalla economia di caccia e di raccolta a quella dell'agricoltura e dell'allevamento.
Insieme a nuove attività produttive e a nuovi modi di vita sorge l'esigenza della difesa del territorio per le interferenze possibili delle altre tribù. Sicché all'interno di ogni tribù esisteva una organizzazione militare. E in linea di principio ogni tribù si considerava in stato di guerra con le altre tribù. Spedizioni belliche venivano spesso organizzate a scopo di razzia come accrescimento delle sostanze comuni o come reintegro di eventuali perdite. E qui tornerebbe opportuno parlare dell'istituto primitivo della Bardana, voce che forse corrisponde a Gualdana, ma andremmo troppo per le lunghe.
I tre giri rituali. Fermiamoci per ora al concetto di Bardia come ricognizione dei confini. E si tenga presente che bardadu in dialetto barbaricino si dice di un terreno delimitato (terrenu bardadu). Talvolta il rito della Bardia oltre la pura e semplice lustratio comprendeva anche la exterminatio, quando si adducevano vittime e con esse si faceva il giro della chiesa per tre volte. Nel libro del Pighi, "La poesia religiosa romana", è riprodotta una interessante lustratio populi con exterminatio.
Anche la Bardia di S. Costantino termina con tre giri intorno alla chiesa. Quanto al 3 è superfluo ricordare che si tratta di un numero rituale rispondente a ben note concezioni relative alle iniziazioni mistiche. Ma forse le circumambulazioni corrispondevano alle ricognizioni.
É mio convincimento che, attraverso un'accurata ricerca, sia possibile mostrare come dalla Lustratio Pagi, per quanto riguarda la ricognizione dei confini, si sia giunti lentamente, da un lato a un modello culturale di ordine strettamente religioso, la Guardia del santo, dall'altro ad una organizzazione civile che ha perduto ogni significato religioso, la Scolca prima e il Barracellato poi."
(Da S. Dessanay - "La sagra di San Costantino - Gli antichi riti agrari nella Bardia di Sedilo" - In "Sardegna Oggi" n.8 del 15/7/1962)

d - Il paese I

"Sedilo. Appartenne al giudicato di Arborea e fece parte della curatoria di Gilciber, detta più tardi Ozier Real, della quale Sedilo fu capoluogo dopo Abbasanta. Passato agli Aragonesi venne nel 1435 concesso in feudo dal re di Aragona a Galcerado de Requenses. Precedentemente nel 1416 era stato concesso con tutto il Gilciber e il territorio di Parte Barigadu a Valore de Ligia, un arborense, che aveva tradito tempo prima nel corso delle guerre tra Aragona e Arborea il giudice d'Arborea Ugone III; allorché però Valore de Ligia e il figlio di lui Bernardo si recarono a prender possesso del territorio, a Zuri vennero uccisi con la loro scorta dagli abitanti delle due contrade. Nel 1537 i quattro paesi di Tadasuni, Boroneddu, Sedilo e Zuri vennero venduti da un nipote del Requenses ai Torresani, e nel 1566 formarono una contea, confermata agli stessi Torresani. Estinta la Famiglia Torresani passarono nel 1725 al fisco regio. Nel 1737 la contea, eretta a Marchesato, venne concessa al canonico Francesco Solinas. Dal Solinas i paesi passarono ai Delitala, che fissarono la loro residenza a Sedilo e ai Delitala vennero riscattati nel 1839.
Nuraghi: Thalasai, ben conservato e in posizione assai pittoresca, Lighei, pure ben conservato, ed altri. Nella regione Thalasai vengono indicati i resti di un muro ciclopico, che la tradizione afferma essere appartenuto ad un castello. Possiede Domos de Janas a Su noi de Ziu Marcu e a Sas Loggias. Oggi queste tombe servono da abitazione. Sepolture di giganti si trovano a Giustari e a Chiligheddu. Un monolite è in regione San Costantino. La chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista presenta tracce di strutture del secolo XV. La facciata fu compiuta nel 1703. Ad un chilometro dal paese si trova la chiesa rurale di Santu Antine, dove ha luogo dal 5 al 7 luglio la corsa detta dell'Ardia.
Cereali, vino, bestiame. Possiede un filone di terra saponacea. Abitanti 3317; altitudine m. 388; distanza da Cagliari chilometri 147.
(Tratto da Dizionario della Sardegna di Aa. Vv. - Cagliari 1955)

e - Il paese II

Sedilo. É posto a cavalier del bacino del Tirso, che si estende maestoso ai suoi piedi fino alla diga.
É situato su un promontorio; altezza 388 metri e domina una vasta zona.
Ha una popolazione di circa 3255 abitanti.
Questo paese è conosciutissimo per le grandiose feste che si fanno dal 5 al 7 luglio in onore di San Costantino, che viene venerato da tutta la Sardegna, per quanto si affermi con insistenza che Costantino non è mai stato santificato. Ora però la tradizione lo vuole così e guai ad  intervenire. É assai rinomata la cavalcata denominata Ardia, che in fondo è una fantasia di cavalleggeri di tipo arabo, ma la più attraente è la corsa sfrenata, irregolare che vien fatta da tutti gli ospiti venuti a cavallo, che corrono nei vicini viottoli con pericolo di rompersi il collo, ma che vanno lo stesso, sicuri che il santo li protegge. Infatti si dice che molti sono caduti da cavallo ma nessuno si è fatto male e nessuno è morto, miracolo evidente!
Un monolito è vicino alla chiesa e si attribuisce all'epoca nuragica. Il popolo invece dice che è il corpo pietrificato di Giorgiana Rosse peccatrice punita per i suoi peccati.
Si trova sul Monte Thalassai un nuraghe ancora in buono stato. Anche il nuraghe Lighei è ben conservato.
Vi sono pure due tombe di gigante scavate sulla roccia."
(Tratto da Giuseppe Manca - "Saldigna" - Cagliari 1960)

Nota sul paese

Sedilo fa parte dell'attuale nuova provincia di Oristano, sulle rive settentrionali del lago artificiale Omodeo, sul Tirso, ai confini con la Barbagia di Ollolai. Nonostante abbia fatto parte del dominio arborense e anche che attualmente appartenga a una provincia di cultura prevalentemente contadina-campidanese, Sedilo è per lingua, usi e costumi di cultura barbaricina-pastorale.
Il numero dei suoi abitanti scende a 3.160 nel 1960 e si riduce in questi ultimi anni a 3.008. Tale tracollo anagrafico è da imputare alla repressione poliziesca degli Anni Sessanta che fece largo uso dell'istituto del confino e alla emigrazione coatta, oltre che alle condizioni economiche e igienico-sanitarie in cui versa la comunità. Un ulteriore cenno merita il monolite detto Perda Fitta, che si trova nei pressi della chiesa di san Costantino. Si tratta di un betilo (dal greco baitylos, casa di Dio, e anche dall'ebraico Bet-El con lo stesso significato), una pietra sacra considerata dimora di una divinità. Scrive G. Lilliu: "Un betilo di Sedilo..., custodito nel sagrato della chiesa rurale di San Costantino e un tempo usato forse per farci girare a cerchi ripetuti ritualmente la sfrenata cavalcata dell'Ardia (carosello di cavalieri detto Ardia = guardia in ricordo della guardia dell'imperatore Costantino venerato come santo in Sardegna), mostra... una bozza e un incavo, situati a pari altezza. In questo betilo l'incavo segna, con rilievo negativo, ciò che esprime la bozza, cioè una mammella; rappresenta cioè uno schema femminile con le due poppe" (da La civiltà dei Sardi - Torino 1963)
Nota: Lo stesso studioso nella stessa Opera sostiene che si tratta della "tomba forse di Santu Antine" (pag. 295). Una ipotesi alquanto fantasiosa, ancor più dell'altra, che la cavalcata detta Sa Bardia abbia avuto origine dal culto di un imperatore romano santificato dai Sardi.

Il Santo

"Costantino Flavio Valerio detto "il Grande" (271/275 - 337), figlio di Costanzo Cloro. Trascorse la giovinezza alla corte di Diocleziano e dopo l'abdicazione di questi e di Massimiano al trono imperiale seguì il padre, proclamato Augusto, in Gallia.
Dopo la morte di costui, Costantino fu acclamato Augusto dall'esercito ed entrò nel vivo delle contese che dividevano allora i principali personaggi al governo nelle provincie imperiali, finché riuscì a battere il suo rivale Massenzio a Ponte Milvio presso Roma e ad impadronirsi dell'occidente (312).
L'anno seguente emanava il famoso Editto di Milano col quale accordava ai cristiani piena tolleranza e libertà religiosa - cose di cui i cristiani avevano del resto  già ampiamente goduto in precedenti periodi di tempo e ordinava la restituzione alle loro comunità dei beni confiscati. Da ciò - e grazie a numerose leggende sorte in seguito - si è a lungo creduto che Costantino sia stato il primo imperatore cristiano.
In realtà... la sua cosiddetta conversione non fu altro che un abile atto politico mirante ad immettere nell'ambito dello Stato la considerevole forza rappresentata dal Cristianesimo in Occidente e soprattutto in Oriente, dove l'imperatore intendeva spostare il centro dei suoi interessi politici e militari. Qui infatti egli, dopo aver  sconfitto, al termine di una lunga guerra, Licinio, che era rimasto solo arbitro dell'Oriente (324), pose la nuova capitale dell'Impero riunificando, ampliando Bisanzio e imponendole il nuovo nome di Costantinopoli.
Rimasto unico imperatore, Costantino si diede ad una attiva opera di trasformazione politica ed amministrativa dell'Impero... Dotato di grandi virtù politiche e militari e di un prezioso ascendente sui soldati, fu imperatore di spiccata personalità ma anche di estrema crudeltà al punto da ordinare, tra l'altro, l'uccisione della moglie Fausta e del proprio figlio Prisco".
 (Tratto dalla Enciclopedia Nuovissima - Edizioni del Calendario del Popolo - Novara 1959 - alla voce Costantino)
Nota. Tra le virtù politiche di Costantino Magno, sulla cui santità ci sarebbe da discutere, aldilà degli stessi canoni della Chiesa Cattolica che pur non riconoscendogli ufficialmente l'attributo di santo ne tollera il culto nel popolo, c'è una particolare virtù di cui hanno scritto gli Illuministi: quella dell'astuzia. Pare che Costantino, pur avendo abbracciato la nuova religione, e aver anche portato alla conversione sua madre Elena, più tardi santificata dalla Chiesa, egli rifiutò il Battesimo. Poiché, come è noto, tale Sacramento cancella del tutto ogni peccato, insieme a quello fondamentale o "originale", Costantino attese a farsi battezzare quando fosse giunto in punto di morte. Ciò che - si dice - egli abbia fatto, evitando così di trascorrere dopo morto un lungo periodo di espiazione nel Purgatorio.

L'editto di Milano del 313.

Si usa impropriamente il termine editto per indicare il mandatum che venne emanato a Milano nel 313 d.C. da Costantino e Licinio, che praticamente ricalcava, e ridava nuovo valore, all'Editto detto di Tolleranza emanato da Galerio due anni prima nel 311.
Il cosiddetto Editto di Milano ribadiva per le comunità cristiane piena libertà di culto e parità di diritti nei confronti delle altre comunità di culto diverso dell'impero.
Fra gli altri diritti, si concedeva ai cristiani la libertà di propaganda e di proselitismo (naturalmente tra i pagani) e restituiva loro ogni avere o patrimonio che precedentemente fossero stati confiscati dallo Stato. Infine fu ai cristiani concesso il diritto di edificare templi e di aprirli al pubblico e di avere propri distinti cimiteri.
Si trattò in pratica del primo esempio storico di Concordato politico tra Chiesa e Stato. In cambio dei diritti e dei privilegi ottenuti, la Chiesa Cattolica fece propria sostenendola la politica dell'lmperatore.

La leggenda.

"Qui, a Scano Montiferro, è nata la leggenda per la quale l'imperatore Costantino fu santificato dalla superstizione popolare ed ebbe persino gli onori degli altari con il nome di Santu Antine. Racconta dunque la leggenda che Costantino apparve armato ad un uomo di Scano, fatto prigioniero dai barbareschi. Lo liberò dalle catene e gli chiese in compenso di edificargli un santuario. Ciò che il  pastore fece nei pressi di Sedilo a poca distanza dal Tirso.
Così la chiesetta divenne un centro di irradiazione religiosa e fece anche divampare la rivalità tra Scano e Sedilo che a un certo punto si contesero il simulacro e l'onore di trasportarlo durante la sagra. Scoppiò finalmente una furibonda zuffa tra i pellegrini dei due paesi e il santo rimase definitivamente in possesso di Sedilo, dove ancora si festeggia.
(Da Marcello Serra - In "Mal di Sardegna" - Firenze 1963)

La madre del Santo

Elena Flavia Giulia Augusta è la nobile madre di Costantino il Grande, Augusto imperatore.
Elena nacque povera e plebea e morì ricca e nobile. Il luogo e la data della sua nascita sono incerti. Alcuni storici danno come luogo di nascita Drepanum, in Bitinia, intorno alla metà del Ill secolo. Morì nel 335 probabilmente a Costantinopoli.
Elena è stata santificata sia dalla Chiesa Cattolica, che la celebra il 18 agosto, sia dalla Chiesa Greco-ortodossa, che la festeggia il 21 maggio. L'agiografia della Santa Elena è quanto mai ricca, come si addice alla madre di un grande imperatore cristiano. Numerose le leggende che danno lustro alla sua figura. Il suo culto è diffuso anche nella nostra Isola.
Che Elena fosse di umili origini è un dato storico. Era una locandiera e da giovane viveva facendo la sguattera e mescendo il vino nelle osterie frequentate dalla soldataglia - senza per altro venir meno alla sua purezza di fanciulla morigerata, anche se pagana.
Non si sa attraverso quali circostanze - forse ammirata da qualche ufficiale della guardia dell'imperatore che riferì di lei all'Augusto - divenne la concubina di Costanzo Cloro. Da questo rapporto nacque il santo, che diverrà poi imperatore.
Nel 293 Costanzo Cloro ruppe il rapporto con Elena allontanandola dalla corte, per sposare Teodora, la leggiadra figliastra di Massimiano della quale si era invaghito.
Alla morte di Costanzo Cloro, Costantino divenuto imperatore dopo aver sconfitto i suoi rivali, volle vicino a sé la madre Elena, coprendola di onori (fu proclamata  Augusta nel 325), cioè di fatto Imperatrice e la sua effigie fu coniata nelle monete.
Secondo la testimonianza del vescovo Eusebio fu lo stesso Costantino a operare la conversione della madre Elena. Dopo di che ella intraprese un pellegrinaggio nelle terre dell'Oriente, visitando i luoghi sacri e facendo opera di proselitismo.
Una leggenda narra che durante tale pellegrinaggio rinvenne la vera croce del Cristo e che una parte di questa sia stata da lei portata a Roma e conservata nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, da lei stessa fatta edificare. La tradizione le attribuisce la costruzione di numerose altre basiliche, tra queste una a Costantinopoli, una a Betlemme e un'altra a Gerusalemme.
Come si diceva, è assai diffuso il culto di questa santa anche nell'Isola, e alcuni storiografi sardi sostengono che la stessa Isola ebbe il privilegio di averle dato i natali. Si spiegherebbe così il particolare attaccamento religioso dei Sardi per Costantino, che sarebbe quindi un Imperatore romano di origine sarda.

Il figlio del Santo

Costanzo II, il figlio del Santo, viene ricordato dai testi scolastici di storia con poche righe. Più o meno così: Costanzo Il Flavio Claudio, nato nel 317, fu imperatore dal 337 al 361, anno della sua morte, che avvenne mentre marciava con il suo esercito contro Giuliano, da lui nominato Cesare delle Gallie, ribellatosi e acclamato imperatore dalle sue legioni. Alla morte del padre divise l'impero con i due fratelli Costantino II e Costante. Escludendo i nipoti, che secondo il testamento paterno avevano diritto a una parte dell'impero, egli si impadronì dell'Asia e dell'Egitto; e alla morte dei fratelli riunì sotto il suo potere tutto l'impero. In pratica divenne anche la massima autorità in fatto di ortodossia religiosa. Convocò diversi Concili (Arles nel 353 ; Milano nel 355; Rimini nel 359). Fu acerrimo nemico degli ariani e decretò la fine del paganesimo. Può essere considerato il primo degli imperatori bizantini.

Come Costanzo II, figlio di Costantino, distrusse il paganesimo

"La lotta fu ingaggiata su tre punti: l'istituzione in se stessa, le persone, le cose...
Per quanto riguarda l'istituzione... lo si può comprendere leggendo qualche decreto di poche righe...
L'imperatore Costanzo:
Cessi ogni superstizione! La follia del culto pagano sia abolita! Tutti coloro che oseranno disobbedire a quest'ordine e celebrare dei sacrifici, saranno puniti secondo le pene stabilite dalla legge.
Oppure ancora:
Vogliamo che tutti rinuncino ad esercitare il culto pagano.
Se taluno disobbedisce, sia colpito dalla spada vendicatrice. (Ultore gladio sternatur.)  
Per quanto riguarda le persone, ecco le più importanti disposizioni:
1° - Proibizione di avvicinarsi ai templi in tutti i luoghi, in tutte le città. (Nemo templa circumeat.)  
2° - Pena di morte per tutti coloro che visitino i templi, accendano il fuoco su un altare, brucino l'incenso, facciano libagioni, ornino di fiori i cardini delle porte.
3 ° - Morte civile per quelli che ritornino all'antica religione. l loro beni siano trasmessi senza testamento ai loro più prossimi parenti.
4° - I preti, esiliati dalla metropoli, siano sottomessi alla giurisdizione competente.
5° - (Omissis)
6° - I governatori delle provincie, gli ufficiali pubblici, resi direttamente responsabili dell'esecuzione di queste leggi, sotto minaccia della pena capitale e della confisca dei beni.
Dopo ciò rimaneva da regolare le "cose", il che si fece nel modo seguente:
1° - Ordine di chiudere, distruggere, radere al suolo i templi: sine turba ac tumultu diruantur! Infatti, aggiunge la legge, distruggendo gli edifici si distrugge la materia stessa della superstizione.
2° - Ordine di abbattere, in tutti i luoghi, i simulacri, le statue, le immagini, di demolire, estirpare gli altari. (De simulacris et aris evellendis, destruendis.)  
3° - Distruzione delle scuole pagane, gli edifici (dedicati al culto) abbattuti. (Excisis prius aris et scholis.)  
4° - Soppressione di tutto ciò che noi chiamiamo, oggi, il salario del clero, che viene, invece, destinato al mantenimento delle truppe. (De annonis templorum ad annonam militarem trasferendis.)
5° - Trasformazione degli edifici religiosi che non si distruggevano e loro destinazione, una volta divenuti proprietà dello Stato, ad usi civili e pubblici.
6° - Tutte le proprietà private, in cui si compirà ancora qualche rito del culto antico, oppure in cui fumerà l'incenso, (siano) devolute al fisco.
Ecco come la nuova Chiesa si è fatta strada nel mondo."
(Tratto da Edgard Quinet - La rivoluzione religiosa nel secolo XIX - Bruxelles 1857 - Milano 1950)

La falsa donazione

Al nome di Costantino il Grande il santo di cui si parla, è legata la più colossale truffa di cui la storia si sia mai occupata.
"Donazione o Costituto costantiniano. Clamoroso falso che risale all'epoca carolingia (VII - IX secolo), sul quale si è fatto basare sino al Rinascimento il potere temporale dei Papi. In segno di riconoscimento per essere stato guarito dalla lebbra, l'imperatore avrebbe accordato, i massimi onori al vescovo di Roma, Silvestro (314 - 335), concedendogli il diritto di proprietà su Roma e su larga parte dell'Italia centrale e meridionale. Più volte messo in dubbio anche nel Medioevo, il documento venne definitivamente smascherato dagli umanisti Nicolò Cusano e Lorenzo Valla nel secolo XV."
(Tratto dalla Enciclopedia Nuovissima - Edita da "Il calendario del popolo" - Novara 1959)

Il cavallo

Mi piace chiudere questo breve saggio parlando del cavallo, de su caddu, che è il vero protagonista de S'Ardia, e senza il quale su caballeri, il cavaliere, non può mostrare la propria balentia.
La voce sarda che indica il prestigioso quadrupede è simile in tutte le parlate: cuaddu in campidanese, caddu in logudorese, cabaddu in settentrionale. "De caballus latinu antigu usau de Pliniu e de Luciliu in logu de cavallus, cambiada sa doppia ll in doppia dd a s'usu atticu"  (Dal latino antico caballus usato da Plinio e da Lucilio, modificata la doppia ll in doppia dd alla maniera attica) - annota diligentemente lo studioso Vissentu Porru nel suo Dizionario del 1832.
"Essere a cavallo" è sinonimo di "essere un signore". Cadere da cavallo è cadere in disgrazia, perdere posizione e prestigio sociale. Numerosi sono i modi di dire che significano il privilegio dello stare sopra un cavallo: "Ge' in d'has a cabai!" (Ne scenderai!) Sottinteso da cavallo,  equivale a umiliarsi. "Su tali hat fattu de cuaddu a molenti", il tale è passato da cavallo ad asino, è sceso da un livello sociale alto a uno basso.
A prova della importanza che ha il "nobile destriero" nella  cultura dell'Isola, la lingua sarda annovera oltre venti diversas mantas de cuaddus: de baju a castangiu, de  ghiani a melinu, de muru a piberazzu, diversi mantelli di cavallo: da baio a sauro, da morello a storno, da roano a balzano - tanto per nominarne qualcuno.
In pratica per l'uomo sardo del passato il cavallo era ciò che per l'uomo dell'attuale civiltà delle macchine è l'automobile. E non soltanto nell'uso, per ambedue, come mezzo di locomozione o di trasporto come elemento compensativo, come simbolo di uno stato sociale.
L'auto - come ho scritto altrove - è per molti aspetti un "corpo" meccanico sostitutivo di quello naturale; un corpo ben più efficiente in mobilità di quello avuto in dotazione da madre natura; un corpo che si può avere tanto più mobile e potente quanto più denaro si possiede. Un corpo che però sostituisce solo in parte quello naturale, perché ha ancora bisogno di essere guidato; che già provoca imprevedibili squilibri e, con questi, alterazioni permanenti nella psiche, sollecitata a un difficile se non impossibile adattamento. Il fenomeno di "disumanazione", che deriva dalla acquisizione di un "corpo sostitutivo" del proprio, è assai complesso; alcuni aspetti sono però facilmente individuabili: si ha nel motorizzato una maggiore aggressività, un maggiore spirito di emulazione e di sopraffazione, una diminuzione del bisogno di comunicare con i propri simili, una maggiore sicurezza di sé - che porta in molti casi alla follia dell'autodistruzione.
Lo stesso discorso potrebbe farsi per l'uomo "a cavallo". Tuttavia c'è una sostanziale differenza tra i due mezzi "sostitutivi": uno è artificiale, l'altro è naturale  L'uomo e la macchina restano due entità ben distinte. L'uomo e il cavallo si fondono e danno vita a una nuova originale creatura, il mitico centauro: l'intelligenza delI'uomo e la forte eleganza del cavallo. Nell'uomo in auto I'acquisizione di maggiori capacità fisiche è una presunzione, avviene in modo passivo; nell'uomo a cavallo è reale, avviene attivamente, con la sua concreta partecipazione.
 Il cavallo diventa così simbolo di prestanza e balentia, ma anche di potere. "Su rei andat a cuaddu", mentre il suo seguito va a piedi. Così il generale che guida l'esercito. Così il pastore che vigila il gregge. Il volgo è sempre appiedato: usa il cavallo di San Francesco. Se un re, un generale, un pastore che sia di razza li raffigurate viandanti appiedati, perdono tutto il loro prestigio, la loro autorità, diventano volgo.
Da questi pochi cenni è facile dedurne quali significati possano attribuirsi al rapporto tra l'individuo e il cavallo in una società che nella sua millenaria storia ha allevato, curato e selezionato diverse razze equine - tante quante gliene hanno fornito i suoi numerosi colonizzatori, dai cartaginesi ai romani agli arabi agli spagnoli (escludendo i Sabaudi, allevatori di eguas, cavalle di bassa macelIeria) - fino a ottenere esemplari fra i più pregiati del mondo.
Penso di far cosa gradita al lettore riportandogli alla memoria alcuni dei detti e proverbi di uso comune tra i Sardi sul tema del cavallo - che nonostante l'avvento della rumorosa e inquinante auto ancora resiste, almeno nelle sagre popolari. .
Specialmente nel mondo pastorale, l'importanza di questo animale è tale da paragonarsi a quello della donna, della moglie. Lo dimostrano i seguenti detti. "Caddu e pobidda leadidda in bidda", che fa il paio con l'italiano contadinesco "moglie e buoi dei paesi tuoi". "Caddu et muzere in podere de quie dat"; cioè il cavallo e la moglie appartengono a chi li possiede e non sono da prestare per nessun motivo. Il concetto della esclusività è rafforzato in "Caddu de mesu a pare nen fune nen crabistu", il cavallo tenuto in comune non ubbidisce, non lega con alcuno. E ancora più chiaramente riferibile anche all'uso illegittimo della donna d'altri: "Qui caddigat in caddu anzenu, a pei torrat", chi cavalca il destriero altrui finisce disarcionato. (Anche se é vero che "Quie seit a caddu est subjectu a nde ruere", è soggetto a cadere colui che cavalca). Una buona massima per tenere a freno le due "creature" più importanti e spesso più riottose: "A su caddu s'isprone a sa femina su bastone", al cavallo lo sprone e alla femmina il bastone.
Creature amate, cavallo e femmina, tuttavia portatrici di rogne e dispiaceri: "Qui hat caddu bonu et bella muzere non instat mai senza dispiaghere", chi ha un buon cavallo e una bella moglie non sta mai senza dispiaceri. Ma in fin dei conti vale la pena avere un buon puledro e una bella moglie: "De caddu e muzere imbidia li tenen!", cavallo e moglie te li invidiano, é vero, ma ti danno prestigio e ti rendono orgoglioso. Perché tu li possiedi e tu solo li puoi caddigare, cavalcare.
Nei detti popolari, il cavallo non è accostato soltanto alla donna, ma simboleggia, di volta in volta, lo stato umano. "Caddu bonu a s'arrivu", il buon cavallo lo si giudica all'arrivo, l'uomo si valuta dal successo che ottiene, da ciò che fa, non da ciò che dice. E ancora il diffusissimo "Caddu friau sa sedda ddi pitziat", cioè a dire: colui che ha avuto cattiva esperienze ci va più cauto.
Il vecchio cavallo è tutt'uno col vecchio uomo, che ha particolari diritti di rispetto, di attenzioni. Al vecchio i bocconcini più gustosi del pranzo, le parti più tenerelle: "A caddu 'etzu erva modde"., a cavallo vecchio erba tenera. E perché no? "A caddu 'etzu ebbas bonas," a cavallo vecchio giovani puledre, con le quali accompagnarsi e rendere la sua età meno malinconica. D'altro canto, il vecchio non è da buttare via - o com'era antico costume, da uccidere a randellate e far precipitare da un burrone, quando avesse cessato d'essere produttore. "Marrada de caddu betzu, fossu mannu", la falcata del vecchio cavallo lascia sul terreno tracce profonde: il vecchio ha dalla sua l'esperienza e opera meglio.
Ci sono d'altro canto vecchi che forti della loro sacra vetustà si concedono eccessivi lussi e privilegi, tra questi quello di dar pizzicotti alle fanciulle e di tenerle a cavalluccio sopra le ginocchia. C'è appunto un proverbio che avverte "A caddu becciu funi noba", a cavallo vecchio fune nuova. O per dirla come i Logudoresi: "A caddu betzu fune curtza", cioè a vecchio cavallo fune corta. Qualcuno aggiunge: meglio se oltre a essere nuova è anche corta. Con certi vecchi stalloni non si sa mai.
Cagliari luglio 1983



I bambini parlano di banditismo

Banditi sui banchi di scuola

E' diventato un luogo comune, quando si scrive del banditismo in Sardegna, avvertire il lettore che non si ha la presunzione di dire niente di nuovo. Si vuole evidentemente sottintendere che sull'argomento già si é detto tutto ciò che c'era da dire - o meglio, tutto ciò che il sistema ha voluto che venisse detto. E non é poco: ne ha fatte dire di cotte e di crude, premiando i più volenterosi. Tutti comunque concordi nell'esecrare l'incivile fenomeno.

La verità sul banditismo sardo é ancora tutta da dire.
Sono sempre stati e sono sempre gli stessi a dissertare sulla questione: il politico, il giurista, il poliziotto, il sociologo, il giornalista. Ognuno di essi dal proprio punto di vista professionale, ma tutti quanti dall'altra parte della barricata, dalla parte da cui si spara al bandito, anche quando é disarmato. Punti di vista ovvi e scontati.
Al di fuori di queste categorie - che tra l'altro ne parlano in termini più o meno specialistici, più o meno comprensibili, ma sempre con lo scopo di compiacere chi li paga - c'é la grande massa della gente, le cui opinioni vengono raccolte molto raramente e sempre e soltanto per distorcerle e farle quadrare alle tesi del sistema o renderle inoffensive vuotandole di contenuto, folclorizzandole.
Nella grande massa della gente c'é un vasto settore non soltanto inascoltato, ma che non può neppure aprire bocca per parlare "di certe cose". Si tratta, per altro, di un settore alquanto importante per il futuro dell'umanità, ed é stupido più che reazionario che non lo si consideri affatto. Mi riferisco ai piccoli, ai fanciulli, relegati nel limbo del pregiudizio, che "devono" ignorare i problemi del mondo dell'adulto, perché "turpi", "osceni", "violenti" - quasi che essi in questo mondo non vivano, non sentano, non soffrano.
I tabù sociali e morali - anche quelli a fin di bene - si traducono sempre in una limitazione della libertà o in una distorsione dello sviluppo della personalità del fanciullo. Certi traumi, certi fenomeni di regressione nell'uomo sono dovuti, io credo, alle difficoltà di inserimento nella realtà sociale, provenendo da una dimensione irreale, falsa. La società si ritrova così dei cittadini nevrotici, ipocriti, codardi e disimpegnati. Accadrà anche che l'adulto, non essendo preparato ad affrontare la realtà della vita e temendola, troverà comodo continuare a restare fanciullo, perenne tutelato, debole e insicuro. Il che é appunto ciò che va bene al potere, per meglio dominare.

In questa inchiesta ho voluto infrangere un tabù, parlando con i fanciulli di fatti "dei quali non devono occuparsi". Ho parlato loro del fenomeno banditismo, che i cronachisti dei quotidiani padronali definiscono crudele e incivile, un fenomeno comunque che coinvolge insieme al bandito tutta la società.
I fanciulli hanno testimoniato di buon grado. Alcuni hanno mostrato un certo stupore, d'essere interrogati su un argomento di competenza dell'adulto. Abituati a sentirsi dire, quando mettono il naso in tali argomenti: "Vai via tu che non sono cose da sentire i bambini!". Si sono stupiti di essere stati invitati a uscire dal ruolo di incapaci di intendere e di volere, in cui li ha relegati la legge familiare e comunitaria. Più sinceri dell'adulto - o meglio, meno condizionati da pregiudizi e paure hanno avvertito di avere molto da dire sulla questione banditismo e hanno dichiarato, senza presunzione, di conoscere anche alcune soluzioni per porre fine al fenomeno.
Le opinioni espresse dai piccoli naturalmente non hanno alcuna importanza per l'adulto, tanto meno per coloro i quali si occupano del banditismo in qualità di esperti o di addetti ai lavori. Infatti, non risulta che la Commissione parlamentare d'inchiesta sui fenomeni di criminalità in Sardegna, fra tutte le categorie di persone che ha avvicinato, in oltre due anni di minuziose indagini, che nulla avevano da dire che già non si sapesse, abbia sentito anche qualche scolaresca o almeno qualche bambino, magari figlio di qualcuno di quei pastori che il sistema sfrutta, fiscaleggia, quando non tortura e manda in galera.

Tengo a precisare che la maggior parte dei piccoli che hanno testimoniato sono anch'essi, in un certo senso, dei criminali.
I bambini intervistati rappresentano tre comunità sarde. Una città, Cagliari; un paese agricolo, Marrubiu. in provincia di Oristano; un paese di pastori, Orune, in provincia di Nuoro. A Cagliari ho puntato su di un plesso scolastico periferico, situato nel rione popolare di IS Mirrionis. I piccoli sono tutti in età scolare e hanno esposto le loro idee svolgendole come tema scolastico.
Gli insegnanti non hanno presentato il tema, non hanno influenzato in alcun modo le loro scolaresche almeno in quella occasione - neppure con la loro presenza, e hanno premesso che i temi in questione erano un lavoro extrascolastico, non obbligatorio e non soggetto a valutazione, e che si garantiva la più assoluta libertà di idea e l'anonimato nel caso fossero stati pubblicati per chi lo avesse richiesto.
Qui presento una piccola parte degli elaborati raccolti, scusandomi con i piccoli di non poterli trascrivere tutti. Avrebbero meritato tutti di essere uditi, perché tutti hanno detto ciò che pensavano con serietà e buonsenso. Proprio in modo da fare invidia agli adulti intervistati dal senatore Medici.

Tema. Parlate del banditismo in Sardegna

Luisa, 13 anni, Cagliari: "Il banditismo in Sardegna é molto brutto... Quando i banditi sono andati allo stabilimento di Moralis per rapirlo, c'era anche la moglie. Ma quando lo hanno saputo i portuali, che hanno rapito Moralis, erano contenti, perché quando li facevano scaricare il ferro, non era capace di farli riposare, e se gli chiedevano di farli andare a bere non li faceva andare. Invece quando hanno rapito Petretto tutti erano dispiaciuti perché viveva della miseria di una officina. La moglie ha detto al "Gazzettino Sardo" che avevano fatto un errore a rapire Petretto, perché vivevano dei pochi soldi che faceva, per comprare il pane e il latte ai bambini..."

Antonio, 12 anni, Marrubiu: "La Sardegna é famosa per il banditismo di cui si sente parlare molto. Secondo me i danni cadono sulla gente che ha grana e non su chi non ne ha. lo penso che i banditi fanno male perché rovinano gli altri e si rovinano anche loro, perché una volta presi andranno in prigione e non saranno liberi... I banditi non sono solo in Sardegna ma si trovano in tutto il mondo. I giudici dei tribunali imputavano tutto sui pastori, poi tutto su Peppino Pes, poi tutto su Graziano Mesina, il famoso bandito. lo penso che il male non lo fanno solo loro, ne avranno fatto anche, però ci sono di mezzo i pezzi grossi che organizzano tutto... Certa gente dice che i banditi abitano e vivono nelle montagne e scendono giù per tirare i tiri mancini. Io non ci credo e penso che essi vivono in città e che le forze dell'ordine non li trovano perché si confondono con gli altri..."

Rita, 10 anni, Orune: "In Sardegna c'é il banditismo perché gli uomini quando si sentono di non aver niente e di essere poveri cominciano a rubare, a uccidere e a sequestrare le persone. Io ho sentito, alla radio Mesina che diceva: - Io sono diventato bandito a 12 anni, dopo l'uccisione di mio fratello, mi hanno messo in prigione, ma dopo un po' di tempo sono scappato con uno spagnolo che poi é morto"

Maria Antonia, 13 anni, Cagliari: "... forse é sempre esistito, per conto mio é una malattia di famiglia. I banditi sono uomini che rubano e sequestrano. Si mettono a fare i banditi per vendetta. I sardi sono persone perbene, ma quando muore assassinato un parente, allora fanno i banditi come Mesina, che fa il bandito per vendetta... Ora che hanno arrestato Mesina i banditi sono più feroci di prima, ma si dice che Mesina riscappi come ha sempre fatto le altre volte. É strano che un bandito scappi da una prigione molto sorvegliata, si vede che é aiutato da qualche guardia. I banditi vivono in aperta campagna o in montagna e si nutrono come noi. Se io potessi fare qualcosa e se é vero ciò che ho sentito sul conto di Mesina avrei ucciso l'uomo che uccise suo fratello e a Mesina (darei) qualche mese di carcere perché ha reagito per vendetta."

Mario, 12 anni, Marrubiu: "Il banditismo sardo é uno dei più famosi. Ma secondo me la colpa é di coloro che comandano perché non mettono fabbriche e a molti sardi non piace emigrare o andare in continente. Un'altra parte é perché ad uno gli hanno ucciso il fratello o la sorella. Lui, cioè il bandito, va per vendicarsi e quindi fa il processo alla sarda. E non ci hanno ragione i banditi, come per esempio i milanesi che hanno lavoro. Poi ci sono quelli che il bandito lo fanno per interesse e ricattano molte persone e questi sono i banditi bene organizzati..."

Mariella, 11 anni, Orune: "... recano un gran danno alla popolazione. Compiono dei delitti, dei furti, delle rapine che oltre al gran danno che recano fanno dispiacere a tutti. In Sardegna c'é questo banditismo perché la gente é povera e quindi cercano di prendere qualche cosa facendo i banditi. Da tanti giorni é stato rinchiuso nel carcere di Nuoro il capo banda dei banditi: Graziano Mesina. Ha ventisette anni e ha cominciato a quattordici anni quando hanno ucciso suo fratello. Ha tante ammiratrici in tutto il mondo che per la sua cattura si sono tanto dispiaciute, mentre per tutti (gli altri) é stata una bellissima cosa. Ora gli addebitano tanti furti, tanti delitti, tante rapine, tanti sequestri di persona che forse lui non ha commesso. Forse é la rovina, la disgrazia più grande che nella Sardegna ci sia il banditismo, perché non si può conservare più neanche un soldo che i banditi vengono a sequestrare. Quindi bisogna pregare tanto che questo periodo di terrore termini e si possa avere un po' di pace".

Antonello, 11 anni, Marrubiu: "... io penso che questi non mangino e dormano sui monti, ma negli alberghi, poi non sono sempre vestiti ad uno stesso modo, a volte sono vestiti da preti poi si lasciano i capelli lunghi con la barba. Io penso che questo banditismo sia organizzato dalla giustizia e dicono di prendere i ricchi perché hanno molti soldi. Loro prima di prendere una persona fanno il piano, cioè sanno a che ora passa e quanti soldi ha. Ma questo viene fatto anche con la giustizia, ma é meglio che questo banditismo non ci sia e tutte le persone vivere con felicità con la famiglia e con grande amicizia... Se ero comandante come il Presidente della Sardegna... farei catturare tutti banditi e dopo li farei lavorare per un paio di anni finché si stancavano bene e così potevano dimenticare tutto quello che hanno fatto. Oggi tutte le persone se ne vanno fuori per colpa del banditismo che fa disonore, a questa isola invece di popolarsi di più sta diminuendo e anche i turisti che venivano a visitarla non vengono più e sta diventando un'isola sperduta".

Concetta, 10 anni, Cagliari: "...Quando hanno catturato Mesina, non conoscendolo ero contenta. Quando però l'ho visto alla televisione mi ha fatto una pena incredibile perché sembrava un povero ragazzo innocente. Ho sentito anche dire che é diventato bandito perché avevano ucciso il fratello e per vendicarsi ha ucciso l'uccisore del fratello. E così ha continuato rubando e uccidendo... Mio fratello ha un amico figlio di un carabiniere. L'amico di mio fratello ha portato a casa mia le fotografie di banditi e di sequestrati con la testa tagliata in due, altri senza gambe: insomma, facevano molta impressione... In Viale Monastir c'é un grandissimo negozio che si chiama B... Questo é molto ricco, ha anche un altro negozio grande in Viale Trieste. Alle sei della sera, per paura dei banditi, chiude di corsa e manda le commesse alla propria casa dicendo loro che é stanco e ha un appuntamento..."

Giuseppe, 12 anni, Orune: "... viveva un bambino di nome Graziano. Ogni giorno andava a pascolare le sue pecore, e un giorno quando tornò a casa la mamma e il padre erano tristi e il fratello non c'era. Mesina disse: Che cosa avete? - É morto tuo fratello. Quando era diventato grande era andato in un bar e aveva visto un ragazzo grande con una pistola nella tasca. Prese una bottiglia di birra e gliela spaccò in testa, poi scappò sui monti, ed era da solo e non sapeva come fare. Si era cercato una banda di banditi erano diventati amici. Decisero di fare molte rapine..."

Giancarlo, 10 anni, Marrubiu: "C'é un'isola bagnata dal mare e ci venivano molti turisti. Adesso i turisti non ci vengono più. Sembra un'isola sperduta, senza lavori, senza strade, senza un soldo per sfamarsi. Questa é la Sardegna, l'isola del disonore. Non ci vive quasi nessuno: soltanto vergogna dei banditi che uccidono per rubare un pezzo di pane pieno di sacrifici. Questi banditi hanno rovinato quest'isola incantata. Il banditismo é una cosa un po' giusta perché non ci sono lavori e i banditi sembra che vogliano dire di fare i lavori e noi la smettiamo. É anche un po' sbagliato perché uccidono la gente innocente. I banditi sono tutti poveri e questi si popolano di più (aumentano - n,d.r.) e questo é causa del governo italiano, invece di fare tutti i lavori in continente anche un po' in Sardegna. Così non succederebbe quasi più niente e ricominciava una nuova vita per la Sardegna. Io me lo spero tanto".

Anna, 13 anni, Cagliari: "Ah, sì, del banditismo in Sardegna? Ne ho sentito parlare da tutti. I banditi sono degli uomini come gli altri, solo che rubano, uccidono, sequestrano le persone e anche altre cose. Mesina era un famoso bandito; ora é nelle carceri perché lui si é costituito e non (é) stato preso dai poliziotti. Io sono contenta che c'é il banditismo in Sardegna, così i ricchi daranno denaro ai poveri. I banditi sono dappertutto... loro non hanno casa ma hanno delle grotte dove si possono rifugiare al momento del posto di blocco dei poliziotti... Io non volevo che Mesina si costituisse e neppure gli amici. Anche se i banditi sequestrano le persone, le trattano bene. Da mangiare danno carne d'agnello, porcellino, formaggio... Che cosa vogliono ancora di più?..."

Antonio, 11 anni, Orune: "... Quante volte ne sentiamo parlare alla radio e alla televisione ove si vede anche il successo ("ciò che è successo", ossia la cronaca filmata, ciò che é accaduto - n.d.r.). A mio parere i banditi sono gente poltrona che non vuole andare a lavorare. E per questo hanno scelto un mestiere di delinquenza, cioè di fare il bandito. La miglior parola che penso di dire in questa questione del banditismo é: - Se vuoi mangiare lavora come stanno lavorando tutti gli altri per potersi campare... Se io fossi colui che comanda tutti gli agenti armati della Sardegna farei cambiare la legge".

Giancarlo, 12 anni, Marrubiu: "Io penso che i banditi sono molto furbi perché non sequestrano i poveri ma sequestrano i ricchi, perché per restituirli vogliono soldi..."

 Maria Grazia, 13 anni, Cagliari: "... Se ne sente parlare da tutti... Ce ne sono molti in Sardegna... Sono uomini come gli altri, solamente che non si riconoscono perché sono travestiti. I banditi quando non sono travestiti possono andare anche a passeggio. Chi li conosce?... A me non dispiace dei banditi; é brutto di un modo ed é bello di un altro, perché quando sequestrano un ricco fanno bene che ne prendono il denaro e lo danno ai poveri, nell'altro modo mi dispiace perché se sequestrano i poveri non hanno (denaro) da darne... Io ne sono contenta dei banditi in Sardegna, non voglio che vanno nelle mani della polizia perché alcune volte hanno ragione."

Antonella, 10 anni, Marrubiu: "... é una vera disgrazia e vergogna, perché nessuno può guadagnare qualche milione che subito viene derubato e sequestrato. In Sardegna il banditismo c'é sempre stato fino dalle guerre d'Indipendenza e mondiali. Questi banditi hanno rubato, ucciso e anche sequestrato persone che vivono lavorando e sacrificandosi. Questi banditi mica sequestrano le persone senza chiedere niente! Chiedono invece tanti milioni che a loro fa comodo... Per me il banditismo é una vera vergogna per i sardi e io ho anche paura perché se verranno a Marrubiu chissà quanti sequestri faranno!"

Carlo, 10 anni, Orune: "Da molto tempo esiste il banditismo. Io dico che é un disonore, ma é anche un po' giusto. Non c'é mestiere che si guadagna e per guadagnare un po' vanno in continente e all'estero. Quelli che rimangono fanno il pastore. Quindi c'é il banditismo perché non ci sono lavori e la gente per fare un po'di soldi si fa bandito... Si rifugiano nelle montagne verdi della Barbagia con le armi, bombe, coltelli, pistola e mitra... l'eroe della ribellione in massa é Graziano Mesina. Nacque il 4 aprile del '42, il penultimo di 11 figli. Era appena quattordicenne quando fu sorpreso dal maresciallo e così cominciò la carriera..."

Stefania, 10 anni, Cagliari: "Lassù, sui monti più alti della Sardegna, dove silenzio e pace regnano, chi può immaginarvi nascosti esseri umani, che altro non pensano che a fare del male? Nei covi nascosti dietro gli alberi, essi preparano piani malvagi realizzati solo per fare del male, per rapire persone oneste e ricche, per rubare e arricchirsi senza lavorare. Ma essi non pensano al male che fanno? Non pensano al dolore che danno alle povere persone e alle loro famiglie, ai loro parenti? Che cosa ne penso io?... Dunque, secondo me, chi fa del male, prima o poi si merita una giusta punizione, perciò anche coloro che non hanno voglia di lavorare, che decidono di seguire la stessa via dei banditi, sanno che presto o tardi saranno castigati, e allora saran dolori. Io approvo, perciò, che questo essere macchiato dal peccato, questo capo banda di nome Mesina, sia stato catturato e abbia ricevuto una giusta e ben meritata punizione. Cosa farei io per eliminare il banditismo in Sardegna? Siccome non sono che una scolara, non ho idee ben precise, e poi non sono mica io la polizia! Comunque, una mia idea era di far arrestare tutti i  banditi e di condurli in una prigione. Ma come voi sapete, catturarli costa molto sangue a brave persone arruolatesi nella polizia, appunto per eliminare il banditismo e per far sì che la loro bella isola sia libera una volta per tutte da questa ossessione... Ah, come sarebbe bello, se tutti si pentissero e finissero di fare questa vita, questa vita ricolma di errori! Allora sì, che il mondo sarebbe bello! Anch'io sarei più felice, e i monti della Sardegna tornerebbero a regnare di pace e di silenzio."

Marco, 12 anni, Marrubiu: "Io penso che i banditi in Sardegna ci sanno fare. Per esempio come Graziano Mesina oppure Peppino Pes. Io penso che sono troppo  pericolosi e rubano e uccidono per soldi. Io credo che i banditi fanno bene a rubare perché se un contadino prende di paga soltanto tremila, per me non é giusto perché quelli dello stato prendono mezzo milione al mese. I banditi di Sardegna sono tutti coraggiosi, quando prendono un uomo e vedono che sta arrivando qualche agente mica lo lascia no, lo prendono e sono coraggiosi. Io non credo che appena acchiappati i banditi si devono uccidere, se no chissà quanti ne escono fuori per rivendicarsi..."

Milvo, 10 anni, Marrubiu: "... (nella banda) sono entrati altri banditi e Mesina l'hanno voluto per capo, perché era molto bello..."

Andrea, 11 anni, Orune: "... io penso che non vivano molto bene, lontano dai loro genitori; con i genitori potevano fare tutto ciò che volevano, invece in campagna bisogna stare sempre all'erta... A me dispiace che abbiano catturato Mesina perché mi piacevano le sue avventure".

Rina, 10 anni, Marrubiu: ".., secondo me i banditi sono diventati banditi perché anche gli altri gli avevano fatto del male".

Giustina, 12 anni, Cagliari: "... ci sono molti banditi, i carabinieri li cercano continuamente perché fanno tanti danni. Se questo brigantaggio non finisce forse scoppierà un'altra guerra. In Sardegna c'è più brigantaggio perché la terra é arida e si trova poco lavoro. Io penso che i banditi della Sardegna siano portati a fare del male per causa del terreno, mentre gli altri perché non vogliono lavorare".

Ignazio, 10 anni, Marrubiu: "... I banditi prima stavano in campagna e in montagna, ma adesso sono cambiati e si sono messi in città sequestrando. Forse vanno in città perché ci sono persone molto ricche. Io vorrei che ci fossero i banditi, però quello che rubavano lo davano ai poveri".

Anonimo, di Orune: "... non si sa come gli hanno ucciso il fratello. Mesina con un grande rimorso (forse intendeva dire ira - n.d,r.) per l'uccisione di suo fratello aveva nelle vene il sangue della vendetta, non della giustizia. Quando ha ucciso l'assassino si é rifugiato nei monti. Poi questo giovane ragazzo si é pensato: - Se io mi do alla legge mi mettono in prigione per tutta la vita.
Invece se io mi nascondo e faccio dei furti avrò sempre la stessa condanna. - Certi ragazzi credono che facendosi banditi facciano grandi avventure".

William, 12 anni, Cagliari: "Se in Sardegna non ci fosse il banditismo tutti sarebbero tranquilli. Ma penso anche un'altra cosa: se in Sardegna ci fosse più lavoro, banditismo ce ne sarebbe molto meno".

Marinella, 13 anni, Orune: "Tutti dicono che Graziano Mesina si é fatto catturare e la polizia dice che lo hanno catturato loro per non fare figuracce. Tutti dicono così perché il giorno che hanno catturato Mesina, nel carcere c'erano già tutti i giornalisti pronti per intervistarlo".

Maria Luisa, 12 anni, Cagliari: "… io ne penso male. Perché delle volte, quando una famiglia continentale viene qui in Sardegna, dicono che in continente non ce n'è neanche uno e qui in Sardegna ne é pieno. Proprio qui dovevo abitare..."

Roberta, 11 anni, Cagliari: "La Sardegna prima non aveva pace, perché vi erano i popoli stranieri. Ora che da tanti anni se ne sono andati é nato questo banditismo. Io comunque se fossi in loro non farei questa vita come vivono i cani, e forse anche peggio..."

Soltanto poche parole di commento per non togliere al palato del lettore il gusto di queste stupende testimonianze.
Sul banditismo sardo sono state stampate tonnellate di carta. Le tesi che se ne ricavano, ridotte all'essenziale, sono le stesse che emergono da questi scritti infantili.
Ma c'é di più. Qui vengono fuori anche delle tesi originali, che l'adulto si guarderebbe bene dal sostenere, per non incorrere nei reati di favoreggiamento, apologia e istigazione a delinquere.
Qualcuno potrebbe fare l'ipotesi - abbastanza attendibile - che i piccoli intervistati siano portatori delle idee che i loro fa miliari adulti esprimono soltanto in privato.
Personalmente credo che a questa ipotesi se ne possa aggiungere un'altra altrettanto attendibile. E cioè che i bambini abbiano una loro autonoma capacità di giudizio, che funziona anche (sia pure in forma elementare ma non per tanto meno valida nei contenuti) sui grandi temi sociali, normalmente riservati agli adulti e in particolare agli specialisti.



L'alluvione

Piovve tanto che si ruppero gli argini e mezzo paese si allagò.
Un'ira di dio come quella non si era più vista dal '17 - dicevano i vecchi - dai tempi della grande guerra di Cadorna.
Le acque erano piombate a valle ingrossando le paludi che non poterono contenerle senza alcun canale a mare; di notte, improvvisamente, la marea irruppe per le strade, raggiunse gli usci, entrò nelle case e nei cortili.
Di primo mattino, Antonio se ne stava appoggiato al muro di casa, fumando una sigaretta, curiosando nel via vai dei vicini che sgombravano carichi di materassi, pentole, santini e altre suppellettili.
Una frotta di ragazzini, con i calzoni rimboccati, guazzava nell'acqua torbida, a mollo fino alle cosce, armata di fiocine di canna appuntita, tentava il fondo in cerca di carpe.
Un trattore mandato dal comune sostava nel punto alto. Un barchino raccoglieva le donne e  bambini in  basso, li trasportava sul carrello, accatastati con le masserizie per essere avviati ai locali dell'asilo infantile.
A mezza strada, Rina, con un comodino a spalla, s'era sollevata la gonna per percorrere il tratto dell'uscio di casa fino al carretto.
"Mica male!", fischiò Antonio, accennando con un gesto alle gambe.
Lei stizzita lasciò ricadere la gonna.
"E brava!", sogghignò lui, "per fare dispetto a me rovini panorama e salute..."  "Faresti bene a dare una mano al tuo prossimo, fannullone", lo apostrofò lei.
"A un prossimo come te, anche tutte e due gliele darei, le mani!", disse Antonio gettando la cicca nell'acqua, che era ormai giunta a un passo dalla soglia di casa sua. "Che vada in malora!", aveva pensato, "quattro stuoie, tre scanni e un tavolo". È si infilò deciso giù per la strada allagata, senza neppure rimboccarsi i calzoni avanzando con un suo caratteristico ondeggiare del busto, a braccia aperte come per tenersi in equilibrio.
"Allegro, zio Andrea! Finché c'è vita c'è speranza disse entrando nella camera da letto.
Zio Andrea lo guardò cupo. Sul letto, tre marmocchi, giocavano saltando sopra la rete metallica a fior d'acqua. Un tavolino galleggiava capovolto. Zia Assunta staccava i santini dalle pareti e baciandoli a uno a uno li riponeva dentro una corbula.
"Adesso avete finito il gioco, se non vi dispiace; ché dobbiamo smontare il letto." Antonio prese i bambini in un fascio sottobraccio e li caricò sopra il carretto." E fate da bravi con il cavallo, che quello tira calci."  Il letto s'era arrugginito e non veniva fuori dalle sponde. "Chissà dove si é cacciato il martello!" Si dovette rimediare con un sasso preso sopra la tettoia.
"Il gatto! Abbiamo dimenticato il gatto..." Cercava Rina guardandosi attorno.
"Il gatto, il gatto... se la cava bene anche da solo, lui.”  Lo trovarono in cortile, sui rami alti del fico, tranquillo pacifico, osservando sotto di sé l'insolito mare grigio sporco.
"Anche voi all'Asilo!" Ordinò la guardia che trafficava con gli stivaloni alle cosce e con un foglio di carta rosa nelle mani. E il carretto si mosse. "  "E smettetela con questo muso da funerale! Tanto paga tutto il Comune..." Li incoraggiò Antonio.
"Già paga tutto il Comune..." Borbottò zio Andrea.
"Sia fatta la volontà di Dio!" Disse zia Assunta. Rina gli strinse la mano con una occhiata dolce, salutandolo.

Antonio trovò gli amici all'osteria, piena di gente come nel giorno della festa di Sant'lsidoro.
Nell'angolo illuminato dalla finestrella che dava sul cortile cementato sedevano Giovanni, Peppino e Raffaele.
"È così che vi passate la povera vita!" li salutò ironico sedendosi in cima alla panca.
"E tu, se hai molta voglia di lavorare, perché non vai a spietrare?" Rispose pronto Raffaele, porgendogli una tazza traboccante di vino nero.
"Alla salute! Però, se invece di piovere acqua, quel gran cornuto..."
Peppino scosse la testa. "Sì, scherzate, parlate... ragliate... fregati siamo! Quest'anno mangeremo fango e berremo acqua sporca".
"È ti guasti il sangue prima dell'ora?" Antonio lo guardò con aria di compatimento. "Famiglia ne abbiamo tutti; e chi non ha moglie e figli, ha vecchi..."
"E debiti. Di quelli ne abbiamo tutti davvero", aggiunse Giovanni, il meno ciarliero della compagnia.
"Giusto; non dico di no. Ma che cosa ci si guadagna a piangerci su?" riprese Antonio versando da bere.
"Ecco, a me potete parlarmi della miglior cosa, di Dio,  di Filosofia... Io vi risponderò sempre: Falli fottere e beviamoci sopra! Io sono fatto così" Levò il bicchiere  colmo; attese di bere con gli altri. "Salute! Tanto le corna dalla testa non ce le leviamo con i piagnistei".
La figlia di Anselmo, il padrone della bettola, aveva il suo daffare, poverina, per accudire tutti i litri e i mezzi  litri di nero, di bianco e di vernaccia che si andavano  vuotando. Rispondeva come poteva a tutti: "Vengo subito", o "Ci ho due mani sole" o "mica sono a elettrico", e tentava di districarsi alla meglio nella calca fra certe strusciate basse a tradimento. "Figlia non ne ha?"; "Le mani in terra!..."; "A tua madre fallo!"
"Filomena! A letto un'ora appena..." la chiamò rimando Antonio, "No lo vedi che fuori piove e dentro siamo all'asciutto?"
Gli altri guardarono allarmati fuori dalla finestrella. "Vai all'inferno!" Brontolò Giovanni. "Ci mancherebbe, che piovesse ancora! Ma lo sai che ho l'acqua a un palmo dalla porta di casa?! Tocco ferro, tocco..." e si  infilò una mano in tasca, facendo gli scongiuri.
"Ma non era tua moglie, l'altra sera, che seminava basilico e garofani?" Osservò Antonio ironico, prendendo al volo il mezzo litro di vernaccina dalle mani di Filomena e allungandole intanto una lisciatina nel sedere,  "Beh, adesso, sarà contenta, che non le tocca innaffiare".
Tacquero, bevendo. Giunsero alle loro orecchie le chiacchiere dal tavolo vicino.
"Dio non ha nessuna stima di noi..." diceva un vecchio, in tono lamentoso, pettinandosi con le dita la barba bianca sporca di tabacco fin sotto il mento.
"Destino nostro é quello di soffrire..." diceva un altro.
Antonio si levò in piedi, recitando grottescamente la parte dello scandalizzato: "Ma guarda un po' che adesso si fanno le prediche anche all'osteria! Dai, usciamo fuori a respirare, amici qui dentro c'é puzza di m.”
Gli altri non si mossero, interessati al discorso del vecchio, che aveva ripreso a parlare.
"Se mi arriva l'acqua dentro casa, questa volta faccio una pazzia!" Esplose d'un tratto Giovanni, torvo, fissando allucinato il pavimento.
"E con chi te la vuoi prendere?" Sbottò Peppino, "Con chi te la vuoi prendere? Con il Padre Eterno? Fai come fanno a Bosa: quando piove lasciano piovere..."

Alcuni uomini, poi un gruppo di ragazzi passarono di corsa in strada.
"Dev'essere successo qualche cosa..." disse Raffaele.
"Andiamo a vedere", si alzò Antonio, dirigendosi verso l'uscita. Gli altri lo seguirono.
Fuori videro gente avviarsi a frotta verso la via Regina Margherita, una delle strade allagate.
Fermarono un ragazzo. "E cosa é stato?"  
"Come, cos'é stato!? Si sposa Ignazia Serra, oggi...”
Sopra il terrapieno che dominava la piazzetta allagata, uomini e donne si accalcavano davanti al parapetto per vedere i barchini che si erano radunati davanti a casa Serra. Vi sedevano i parenti e gli invitati, vestiti festa; i giovani, in piedi, manovravano i remi. Il barchino più grande, addobbato con tappeti e rami di menta e malvarosa, attendeva gli sposi, infilato per metà con la poppa nell'andito.
Quando Ignazia Serra, portata a braccia dai fratelli, mise piede sul natante, dove l'attendeva lo sposo, la  folla si sporse in avanti per veder meglio.
"Buona fortuna e buona sorte!" Si agitò augurando una donnetta, in bilico sopra una soglia di finestra; ma, perso l'equilibrio, scivolò nell'acqua sottostante, con le  gonne che le si erano aperte a ruota.
"Attenta, zia" l'apostrofò un giovanotto che calzava stivaloni di gomma, avvicinandosi per aiutarla a venir fuori, "se no oggi facciamo matrimonio e funerale insieme".
La barca degli sposi con il seguito di natanti si diresse remando verso la zona alta affiorante. La gente agitava le mani salutando, lanciando grano, sale e parole di buon augurio.
"Già l'avevi detto sì che andavi a Venezia in viaggio di nozze!", gridò Antonio allo sposo, quando gli passò a tiro. "Più Venezia di così !... e ci risparmi un mucchio di soldi, fortunato"
"Vai a farti fottere!", rispose quello, tutto stretto soffocato dentro la giacca di panno blu da cerimonia.  "E ringrazia che sono in grazia di Dio, altrimenti ti rispondevo per le rime".
"Annata di acqua, annata di figli!", gli gridò ancora Antonio, burlando.
"Toh!", replicò lo sposo tendendo il braccio col pugno chiuso e battendoci sopra l'altra mano con foga. La sposa si raccolse pudica sotto lo scialle. Gli uomini sghignazzarono divertiti.
"Beh, la festa é finita ." concluse Raffaele, avviandosi ''

In un angolo di strada si fermarono al tavolo delle noccioline e dei ceci brustoliti. Se ne fecero versare in tasca un misurino per ciascuno.
Passeggiando e sgranocchiando, arrivarono sulla strada delle paludi: una banchina gettata sull'acqua.
C'era il maestro, uscito con gli scolari a scampagnata che diceva: "Ecco, guardate lì in fondo: quella é una penisola e quell'altra un'isola e quell'altro ancora un  istmo..."  
A destra e a sinistra le campagne apparivano sommerse; a tratti qualche lingua di terra, qualche chioma di olivo, qualche cresta di siepe di ficodindia.
"Buongiorno, maestro!" salutarono.
"Ma perché non li mette a pescare, quegli sfaticati?l  Con una lenza a ciascuno, si farebbe un bel pranzetto di anguille". Osservò Antonio.
Il maestro fece finta di non aver udito, continuando a indottrinare i ragazzi con la sua voce monotona: "Ci sono alte e basse pressioni atmosferiche..."
"Che superbia! Neanche se fosse della razza di don Peppino!". borbottò Antonio, mentre raccoglieva un sasso per lanciarlo a un cagnetto che se ne stava ai margini della strada, fiutando tra le erbacce i fatti suoi. "Centrato!", esclamò compiaciuto.
Alcune gocce pesanti cominciarono a cadere dal grigiore che riempito tutto il cielo fino all'orizzonte sostava cupo immobile. Quasi a passo di corsa, ritornarono nell'osteria.

Era ormai mezzogiorno e nella sala c'era rimasta poca gente. Filomena, seduta dietro il bancone, riposava sfogliando fumetti.
"Accidenti, si e già fatta ora di pranzo", avvertì Giovanni dopo aver dato un'occhiata all'orologio di latta appeso dietro il banco, tra gli scaffali e le bottiglie.
"Eh, per me... all'una, vorrei trovarne, di roba da mangiare! Se non mangio fune di giunco, oggi... Ci sono rimasti solo i muri, a casa... se pure ci sono ancora, con più di un metro di acqua", brontolò Peppino.
"Siete grandi per niente", intervenne un ragazzino che girava tra i tavoli raccogliendo mozziconi di sigaretta, "Io so dove si può trovare roba da mangiare, e roba di prima qualità, anche..."
"Passa via!", lo minacciarono allungando i piedi, "Roba da mangiare tu?! Passa via!"
"Che cosa mi date, se vi dico dove?" Insistette il ragazzo senza disarmare.
"Passa via!" Ripeterono indignati.
"É vero.., c'é andato anche babbo con la carriola...dalla parte dell'argine rotto. Un bue intero, vi dico!"
"Passa via, ti abbiamo detto", lo cacciò Antonio; e per farsi sentire meglio gli allungò una pedata, alzandosi per metà dalla panca.

L'asino di Raffaele meriggiava sotto la tettoia, nel cortile dietro casa; sul davanti stava la carretta rattoppata, con le stanghe in alto.
"Intanto che tu prepari l'asino, noi gettiamo qualcosa in corpo", decise Antonio andando dritto al canterano in cucina. Aprì lo sportello, trovò e prese una insalatiera con olive dolci, un mezzo pane e un pezzo di formaggio marcio. Giovanni scovò una damigiana di vinello e si affrettò a riempirne un boccale.
"Bisogna muoversi, prima che se ne accorga tutto il paese", suggerì Antonio ficcandosi in bocca una manciata di olive e risputandone i semi per terra, in direzione del camino.
Gli altri assentirono accennando col capo, masticando pane e formaggio.  "L'asino é pronto", li informò di lì a poco Raffaele, apparso sull'uscio con l'animale bardato, trattenuto per la cavezza.
Antonio squadrò l'animale con sufficienza. "Ma cosa diavolo gli dai da mangiare a quella povera creatura? Padre Nostri e Ave Marie?" , chiese con sarcasmo.
L'altro si adombrò: "Perché?", disse "Non ti sembra tenuto bene, forse?"
"Beh, per essere tenuto bene, non dico di no. Ma sembra deboluccio... mi sembra un santo in penitenza".
Gli altri risero divertiti. Raffaele parve offendersi. Avanzò con l'asino fino a metà cucina, facendolo voltare a destra e a manca. "Guardatelo bene, il mio bestiolo ! Non é mica di quelli che si arrendono a mezza salita, lui! Piccolo sì, ma..." diede una manata sulla groppa "…é di quelli che hanno biscotto in saccoccia!"
"Se é di quelli, la benedizione in casa non ti manca di certo!" Ghignò Antonio, suscitando nuova ilarità.
Raffaele alzò la voce, irritato: "Senti, l'asino mio tu non lo devi disprezzare... Se proprio lo vuoi sapere, questo é asino della razza di quelli di don Peppino ! Puoi chiedere, se vuoi".
"Basta così, allora: mi levo il cappello!" S'inchinò ironico Antonio. E per chiudere la discussione, aggiunse: "Ci porterà fortuna, allora. Un bue a casa ci portiamo, stavolta".
Attaccato l'asinello al carretto, fu deciso di far partire Raffaele da solo. Gli altri alla spicciolata avrebbero fatto un'altra strada - per non dare nell'occhio alla gente.

Si ritrovarono un'ora dopo nei pressi dell'argine rotto. Sulla terra e sui sassi vi erano tracce di sangue e rimasugli d'interiora e solchi di ruota.
"Qualcuno ha già fatto buona pesca", osservarono non senza una punta di invidia.
L'acqua torbida correva gorgogliando attraverso la breccia aperta nell'argine, riversandosi nelle terre basse a sud del paese. La liquida distesa grigia era a tratti rotta da qualche ciuffo di verde, da qualche striscia di terra affiorante. Stormi di cornacchie gracchiavano disputandosi un posto in cima ai rami spogli di un fico enorme. Ammassi di falaschi e canne misti a rottami di ogni genere, qualche tronco d'albero sradicato viaggiavano sul filo della corrente, che appariva più veloce dov'era prima l'alveo del fiume.
"Lo conoscete bene il posto?" Chiese Peppino, rimboccandosi i calzoni fino alle cosce. "Se no, qui, ci tocca nuotare".
"Da questa parte é basso di sicuro", gli rispose Raffaele, armatosi di una lunga pertica con un arpione legato in cima, mentre si avventurava nell'acqua, in direzione di un filare di ficodindia a metà sommerso.
Gli altri gli andarono dietro, guardinghi.
"Qui siamo nell'orto di Zio Raimondo Ogheddu...non li sentite i cavoli sotto i piedi?"
"Cavoli e ravanelli", disse Antonio, "ma che ce ne frega adesso della verdura? La pietanza dobbiamo trovare, adesso".
Avanzando cauti, tastando il terreno con le pertiche, si divisero due da un lato e due dall'altro della siepe.
"Attenzione, lì c'é qualcosa!" Diede l'allarme Raffaele, accostandosi a un groviglio di sterpi galleggianti, impigliatisi tra le pale spinose del ficodindia, dove si intravedeva una gibbosità dal pelame rossiccio.
Appena furono a tiro, allungarono le pertiche rostrate.
"Merda! Un cane rognoso! Già l'hai trovata la pentola dei marenghi!", si indignarono delusi contro Raffaele, sputando rumorosamente.
Fu soltanto due ore dopo - intanto, per ingannare l'attesa, uno si era tuffato a raccogliere cavoli - che videro una massa galleggiante apparire sul filo della corrente, avvicinarsi, descrivere un ampio cerchio, fermarsi infine, impigliata con altri rottami, tra i rami di un olmo distante cento metri.
"Questa volta ci siamo", si dissero giulivi.
"Ci siamo un corno! E chi ci arriva fin lì? In quel punto non c'é meno di tre metri d'acqua", osservò Raffaele, sfreddando gli entusiasmi.
I loro volti si rabbuiarono, e ristettero come annichiliti.
"Gente di poco sale!" li scosse Antonio. "Vai al carretto, tu, che il diavolo ti porti, e passami la fune, che vi faccio vedere io!" E così dicendo si toglieva rapidamente di dosso la giacca, i pantaloni e la camicia, fino a restare in mutande. Prese la fune e l'arrotolò, mettendosela a bandoliera, tra spalla e ascella, dirigendosi quindi, senza esitazione, in direzione della carcassa.
Quando l'acqua gli giunge alla cintola, si gettò a nuoto.
"Attento alla corrente", gli gridarono.
"Preparate il fuoco, piuttosto", rispose lui, senza diminuire il ritmo sostenuto delle bracciate.
Qualche minuto più tardi, a cavalcioni sui rami affioranti dell'olmo, fece con le braccia un largo gesto di richiamo. "Roba di prima categoria!", gridò. "Mi faccio tagliare quelle cose, se ha più di un anno! Roba scicche!" Fece un nodo scorsoio alla fune, lo passò e lo strinse attorno a una zampa, diede alcuni strattoni, fino a rimuovere la carogna dall'incaglio. Quindi si ributtò in acqua.
Nuotò con un braccio, tirandosi dietro la preda con la fune, incoraggiato dalle urla di entusiasmo dei compagni, che si erano fatti incontro saltellando giulivi.
Squartarono la bestia, ributtarono nell'acqua il ventrame e la pelle, posero i quarti sul fondo del carretto e li mascherarono accuratamente con frasche di mirto e di lentischio.
"Un cavallino novello!", gongolava fregandosi le mani Antonio, piroettando dinanzi alla fiamma d'un focherello che i compagni avevano acceso perché si asciugasse. "Stanotte faremo baldoria, alla faccia di chi ci vuole male."

In casa di Antonio, indipendentemente dall'alluvione, mancava la corrente elettrica. Caricarono d'acqua e di carburo la lampada, l'accesero e l'appesero al gancio di fil di ferro che pendeva da una trave del soffitto, in cucina.
Di fuori, l'acqua saliva di livello, infilandosi tra la porta e la soglia dell'ingresso. La pozza si allargava dall'uscio verso la camera da letto, sulla destra, e la cucina, a sinistra. Dalle imposte socchiuse baluginava l'ultima luce del giorno.
Avevano scelto di proposito la casa di Antonio. Lì, nessuno li avrebbe disturbati. I vicini erano tutti sfollati fin dalla mattina, chi dai parenti nella zona alta e chi all'Asilo, dalle suore.
Raffaele era uscito per riportare l'asino e per fare un giro in paese in cerca di pane.
Peppino si occupava della legna. Due cortili più avanti, sopra una tettoia di pali, scovò un mucchio di fascine di cisto. In due viaggi ne scaricò sette od otto sul pavimento, davanti al camino.
Antonio tagliava la carne e la infilava negli spiedi, spruzzandola coscienziosamente di sale fino.
Giovanni si sfiatava ad accendere il fuoco con una manciata di paglia umida. "Neanche un pezzetto di carta, in questa maledetta baracca! Già non sembra lo studio del rettore, malapasca lo colga!, tutto pieno di libri, di quaderni e di immaginette di santi..." brontolava, asciugandosi con il braccio gli occhi lacrimosi per il fumo.
"Certo che l'attrezzatura non gli manca. Perfino nel cesso, ce n'ha. É una razza con il sedere delicato, quella dei preti... usa sempre carta, e di quella fina... "intervenne Antonio.
Stesero tutte le stuoie sul pavimento, vi si sdraiarono, sospirando soddisfatti.
"Questa sì che é vita", bofonchiò Peppino.
"Attento, porco Giuda!, che il fuoco é troppo vispo!", urlò Antonio. E Raffaele allontanò parte della legna con l'attizzatoio.
A suo tempo controllarono la cottura, tagliando abbondanti bocconi con il coltello e assaggiando. Al terzo controllo, Antonio disse: "Proprio a puntino" e tolto dai mattoni lo spiedo, lo mise a punta in giù sopra l'angolo più pulito della stuoia e ne fece scivolare la carne.
La pioggia ritornò. La udirono crepitare fitta, piacevolmente, sulle tegole del tetto.
"Musica, maestro!", esclamò Peppino di buon umore; e sollevandosi sbilenco su di una mano accompagnò il tambureggiare della pioggia con alcuni suoi rimbombanti rumori.
"Bella educazione!" Lo redarguì scherzosamente Antonio, "Portato vuoi in luogo di signori!"
Peppino addentò un pezzo d'arrosto, borbottando:
"Al diavolo i signori! Cosa ti credi, che sono puliti come sembrano, i signori? Passa via, i signori..."
Alle undici finirono il vino, ma restava ancora mezzo cavallo - più o meno.
"Con tutta questa grazia di Dio... e la festa é finita".
Disse costernato Giovanni, capovolgendo il fiasco significativamente. "Io sono una creatura fatta così: il mangiare mi va tutto in veleno, se non ci metto sopra due dita di vino purché sia".
"A chi lo dici!?", fece eco un altro, "Io devo averci un disturbo di stomaco: la roba senza vino mi torna in  gola".
"Beh, forse non ci crederete... a me l'acqua fa venire gli svenimenti"
"Eh, sì, dicono bene gli antichi: acqua ai fiori e vino ai cristiani!"
"Dai, dai, le chiacchiere sono belle ma lunghe", intervenne decisamente Antonio, "ma qui bisogna fare qualche cosa". Poi, guardando Raffaele fisso negli occhi, disse: "Tu sei un amico, non é vero?"
"Amico? Come no!? Ho portato anche l'asino..."
"L'asino non si beve.., per quello che me ne importa te lo puoi anche portare a letto", intervenne Peppino che aveva capito dove Antonio andava a parare il colpo.
"Tu adesso", rincalzò Antonio, "Raffaele mio, sei di quelli che con una scusa salutano gli amici, ciao buona notte, si chiudono soli soletti in casa loro e si ubriacano di nascosto..."
"Già, proprio come faceva il canonico Rosas, per non farsi vedere dalla gente, chiuso in sacrestia... Dopo, usciva in piazza di chiesa, a rimettere, davanti alla  gente..." intervenne Giovanni.
"Ah, sei di quelli! Svergognato! Razza di amico che abbiamo!" spalleggiò gli altri Peppino.
Dopo la sceneggiata, i tre tacquero mostrando una faccia tra l'indignata e l'addolorata.
Raffaele, sconcertato, strusciò il sedere sulla stuoia.
"Alla buon'ora! Ti stai alzando, dunque!... E dai, muoviti, ancora qui, sei?" lo sollecitò Antonio dandogli una spinta d'incoraggiamento.
Raffaele si diresse titubante verso la porta d'uscita. I suoi piedi enormi scalzi si fermarono, stropicciarono indecisi nell'acqua, che arrivava dall'ingresso.
"Non vorrai conservarla per Pasqua, quella mezza damigiana che tieni dietro il comò!
"Ma se é già aceto... Cammina!"
"E muoviti!... Non sei ancora tornato?"

Mezz'ora dopo Raffaele ricomparve con la damigiana a spalle. I tre si alzarono dalla stuoia e corsero a sgravarlo dal peso. "È quanto diavolo ci hai messo a tornare!"
Raffaele, pur sollevato dal peso, se ne stava immobile sull'uscio della cucina, con la faccia stralunata.
"E allora? Ti é scesa paralisi?" Gli chiesero mentre sturavano la damigiana e riempivano il boccale.
Peppino gettò una mezza fascina per ravvivare il fuoco. La stanza si illuminò di una luce violenta, rossastra.
"Guarda che fermi così ne sono morti altri", lo apostrofò Antonio, seccato.
"Si può sapere che ti ha preso?" gli si avvicinò Peppino mostrandosi preoccupato.
Raffaele aprì finalmente la bocca. Muovendo un passo in avanti mormorò: "Giù in paese ne sono cadute cinque... In una c'é rimasto Antioco... Antioco Su Puxi, con il ragazzo. Era tornato a ritirare un po' di roba... Li hanno portati via poco fa...
Li ho anche visti, sopra un carro... c'erano il prete e l'appuntato..."
Chinarono il capo, muti.
"Antioco, quel tonto!", ruppe il silenzio Peppino, picchiando un pugno rabbioso sulla stuoia, "la fine del tonto... Per salvare che cosa? I pidocchi..."
"Un uomo grande come lui!", sbottò appresso Giovanni, stringendo i pugni, "Fidarsi così... farsi fottere da quei muri di terra!”
"Lasciamo perdere adesso: la cosa fatta é più forte del ferro. Ognuno ha il suo destino. Beviamo, adesso... e tenete il fuoco vispo", disse Antonio, ma la sua voce che voleva essere spavalda suonò incerta.
Raffaele continuava a starsene fermo impalato vicino all'uscio, coi piedi nella pozza d'acqua che si allargava e dismisura.
"Ah, ma allora non é finita! Tu ci vuoi proprio rovinare la festa! Sputa fuori tutto, su che altro ci hai in corpo?" lo aggredì quasi urlando Antonio.
"Ho sentito il bando..." mormorò l'altro.
I tre lo guardarono stupefatti: "Il bando?"
"Sì, il bando del sindaco. Dice di andare tutti, di correre tutti, con picconi e con pale e con carriole, dice di aprire un canale a mare, per salvare il paese..."
Antonio sbottò in una risata stridula: "Avete sentito?... Il bando!... Per salvare il paese!... Adesso, vuol fare il canale.., adesso che sono morti cristiani! Adesso, che se lo scavi lui, adesso, il canale. Noi terre non ne abbiamo... e neppure case... E che sono case, quelle che abbiamo? Abbiamo da mangiare, adesso, e anche da bere, abbiamo, noi, adesso, no?... E allora, mangiamo e  beviamo!... Siediti, Raffaele, siediti... che aspetti? siediti!.. E al diavolo il sindaco. Fintanto che dura l'alluvione la roba da mangiare non ci mancherà. Che ci frega  di tutto il resto?"
Gettarono un'altra fascina al fuoco e rimisero in caldo l'arrosto.
L'acqua, superato l'ingresso, avanzava sul pavimento della cucina, fino a lambire le stuoie.



Sa sicchedadi

Sunt bessius de cresia a processioni.
A innantis is cumpangius de sa Cunfraria cun sa 'esti longa bianca a collettu arrubiu.
Avanzant serius cun solennidadi: is candelas in su pungiu strintas che manigas de marra e su Cristus de ollastu nieddu, pesau in artu cun sa scritta trotta INRI.
Is peis scurzus zaccheddaus, sa tira munta de is carzonis de fustaniu asutta de sa randa de su'istiri biancu, su passu grai (usus a carcai sa terra a giru a giru de sa 'ìdi appena prantada), ddus faint parri’ stranius e antigus, maskaras de carnevali in d'una caresima de agonia, subrabivius e ispentumaus in d'una campura bruxada, carcinada de unu soli infogau - una terra a pperdada cun zaccaduras fundudas tantu chi ci bolit arrius de aqua po ddas repreni.
Sa cresta de perda arenargia grogancia dominat de asuba de su terraprenu is domixeddas de Iudu, ghettadas a pari in sa basciura nua.

Eriseru, comente dogna dì, is beccius de 'idda fiant innì, setzius in terra, sa schina accotzada a is perdas de su muru de cresia, sa mazzocca intramesu is manus e is  genugus, apponziaus siddius, fiscius asutta de su celu affoghiggiau de su fessoli, cun pruini finì che cinixu a logu de is nuis. E nemancu bidiant sa genti insoru passendi - bisionendisì intra bilia e sonnu mizzas e arrius e funtanas de aqua currendi currendi frisca a fruminis, cabada de attesu, de innui sa terra e su celu si toccant cun amori.
Prus in basciu, in s'argiola dorada de pimpirinas de palla de sa treula, unu tallu de piccioccheddus mesu spollincus boxinaiant gioghendi, currendi, sartendi, pighendisì a strumpas.
Is feminas, a 'istiri nieddu, a cara trista asutta de su mucadori chi ddis cuaiat sa conca e su'runcu, abettaiant strantaxas, a peis iscurzus, a brazzus ingruxaus, cun su bottu accappiau a funixedda innantis de su putzu po piscai s'aqua po domu. E accanta, is pippius insoru, is tiauleddus a camisedda curza, morigaiant in su pruini de sa 'ia, circhendi ispantu de perdixeddas coloradas.
In sa pratza de su Municipiu, messajus e giorronnaderis setziant mudus, chini in su 'mperdau e chini a susu de is corongius postus a setzidroxu - rexinas de ollastu, Ieuras sene umidori, prantu sene lagrimas, pensamentu sene fueddus, resu sene grazia. Sudori e sanguni hant derremau po sciundi e ammoddiai sa terra insoru sidida. Totu su prantu de unu Deus ci bolit, immoi, totu su sanguni suu ci bolit, immoi - si bastat - po sciundi sa terra arroccada, po chi sa terra torrit a beni terra.

Sunt bessius de cresia cun su Cristus, po chi su miraculu de mill'annus abettau e sunfriu si potzat cumpiri: chi sa terra siat terra e s'omini siat omini.
Portant impari cun issus unu Deus poberu e abbandonau, tristu e affliggiu comente sa terra e s'anima insoru asutta de su celu de luxi infogada, unu Deus in agonia zerriendi disisperau a dentis scobertas, unu Deus cun is burzus de is manus e is prantas de is peis stampaus, martirizzaus de obilis cravaus a massa.
Dd'hant bofiu portai issus, is comunistas. Unu cumpangiu de sa coperativa ddu poderat firmau a sa staffa cun tirellas de peddi, e ddu pompiat in artu, asuba de totu sa genti, in artu, prus in artu chi podit - po chi siat prus accanta a su Coru de su Babbu Mannu, po chi Issu ddu biat e ddu sentat e ddu prangiat, po chi Issu prangiat asuba de su Fillu suu e asuba de sa terra morrendi de sidi.
Su preidi, cun s'lsfera a rajus dde oru me 'n manus giuntas, andat addasiu asutta de su baldacchinu a frangias de prata, susteniu de quattru piccioccus.
Avattu c'est totu sa 'idda: meris e serbidoris, ominis e feminas, beccius e pippius, genti furriada e tallu po bisongiu, po famini, po disisperu.
Lassant is domus, is rugas desertas andendi facci a su sartu. Ancora s'intendit su battidu lentu de is passus insoru: is ominis a conca scoberta e a berrita in manu, is feminas a 'istiri nieddu e a isciallu nieddu - ca niedda est sa famini, niedda sa timoria, niedda sa morti.

Sunt arribaus immoi a carcai cun is peis is primas leuras imperdadas, chi mancu si 'n di sciniat arrogu asutta de totu su pesu insoru.
Cumenzant is attitidus. Attitant a boxi arta. Zerrius comenti 'n d'unu sgravamentu dolorus:
"Teni piedadi de nosus, teni piedadi..." S'attitidu rembumbat in sa campura - parrit chi bessat immoi de sa matessi terra, de asutta de is perdas, de is izzaccaduras, de is surcus obertus che feridas sene sanguni.

Hant lassau sa 'idda deserta. Dd'hant lassada a is canis, gira, gira, spantaus po is rugas sene anima.
Sa terra, sa Mama de Totus, est morrendi.
Issus ddu sciint e ddu cumprendint su spantu de unu Deus chi hat criau s'omini impastendi unu pungiu de argidda cun lagrimas de prantu - totu is lagrimas ch' immoi non podit prus prangi appiccau a sa 'rusci, de aundi zerriat de sempiri s'orrori de s'essi fattu poberu.
Sa terra, comente sa umanidadi, bisongiat de lagrimas, po bivi. Is ominis amant issus e totus in sa terra. Candu sa terra cumandat toccat a curri. Candu est prena de messi e de fruttu e de baganza, issus baddant a cantant e dda carignant. Candu in s'attongiu benit in calori ddi 'ettant su semini po dda ingravidai. È candu sunfrit maladia dd'attendint e dda prangint.

"Teni piedadi de nosus, teni piedadi..." Non est prus boxi umana sa chi s'intendit, ma est lamentu chi bessit de asutta de terra implorendi.
Sa terra, sa Mama de Totus, est morrendi.
Est unu morri chi sentint e sunfrint in s'anima insoru de fillus ispreaus. No, non bolint morri. Nisciuna creadura in su mundu bolit morri.
"Teni piedadi de nosus, teni piedadi..."

De attesu parint unu coloru longu murru a ischina truncada istriscinendisì in mesu de is leuras e is perdas bruxadas.
Unu frumini istraniu sene aqua, parrint: unu frumini longu murru prenu de giara e arena e siccori e disisperu...
"Teni piedadi de nosus, teni piedadi..."

S'attitidu si fait sempiri prus forti, izzerriau, arrabiau, frastimau: su Celu depit ascurtai, depit intendi, depit respundi.
Prus in artu artziant immoi totus impari su Cristus, sanziendiddu, scutullendiddu, poita Issu puru izzerrit, comment' issus izzerriant, poita zerrit e frastimit Issu puru, cravau in susu de una gruxi de ollastu nieddu.

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