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Un tumulto anticlericale

Un altro tumulto popolare si ebbe nell'anno 1944, il giorno della festa di Sant'Antonio, per ragioni che a un osservatore esterno potrebbero sembrare banali. I fatti si svolsero fulmineamente, senza che vi fosse stato un piano organizzato. Come se la massa popolare avesse avuto una sola testa, la rivolta fu rapida e decisa. Nessun singolo ebbe la responsabilità di avere iniziato per primo o di aver smesso per ultimo.

«E' l'anno che Taccia era presidente del comitato per la festa di Sant'Antonio, nel '44 - racconta P. A. un pescatore sui cinquant'anni -. C'era parroco don Meloni, sa giustizia ddu currada [la giustizia lo rincorra], e ogni tanto faceva le bizze levando scuse per non fare come voleva la costumanza del paese. Il comitato aveva preparato la processione e tutto era pronto con i cavalli, is isquettus [i razzi] e la gente; ma il prete non voleva fare assembramenti di pubblico. Che razza di scusa ne tirava fuori! Guerra non ce n'era più da quando Mussolini l'avevano arrestato, aicci tottus is predis e is meris de pischera [così fosse per tutti i preti e i padroni dello stagno]. E invece è che aveva malanimo per la gente di Cabras e voleva fare di testa sua. E così si era rinchiuso nella chiesa e non voleva uscirne. A unu squettu bellu me in nadias, po 'n di ddu fai bessì! [un bel razzo nel sedere, per farlo uscire!] e tutta la gente e la processione fuori, aspettando il santo. Non balliad tres arriabis [non valeva cinque centesimi], l'avrebbero potuta fare anche senza, la festa!… Per farla finita: a quelli del comitato e a tutta la gente, il prete gli aveva rotto i coglioni e allora, incazzati come erano, entrano in chiesa per tirar fuori prete e santo. Lui conosceva bene tutti i trucchi e doveva essersi nascosto sotto qualche santo. Se quel giorno l'acchiappavano faceva la fine di quei martiri, di quelli dei tempi antichi con i leoni. Quelli sì, che erano tempi! A una passada de lionis a tottus is predis e is meris de pischera! [una buona dose di leoni a tutti i preti e ai padroni dello stagno!]… La gente aveva acchiappato un altro prete e avevano fatto la processione».
«Com'è andata a finire poi?» domando.
«Beh, adesso basta - mi risponde, - adesso devo andare a pescare, perché il tempo è buono. Se lo faccia dire da un altro. Tanto c'erano tutti, e tutti se lo ricordano, se vogliono».
Siamo rimasti in quattro nella botteguccia del calzolaio, uno sgabuzzino largo due metri e lungo tre. Il padrone di casa è piccolo e grasso, una faccia tonda con due occhi porcini e una bocca larga dal perenne sorriso. «Il giapponese» lo chiamano gli amici. Mentre noi conversiamo, egli non perde una sillaba: interviene al momento giusto senza smettere il suo lavoro: un chiodo, una martellata, una frase; un colpo di trincetto, uno strappo di pinza, una frase…
L'altro è Mosé, pescatore del golfo, elemento di punta nella lotta contro il muro d'incenso, di paura e di feudalesimo eretto tra il golfo dei servi e lo stagno dei padroni.
Srabadori, il terzo, è un bracciante agricolo, ma fa di tutto. Quando il tempo è «giusto» va al fiume po alluai [pescare con il succo dell'euforbia che droga i pesci] oppure, sempre a tempo e luogo debiti, a buttar bombe lungo il litorale. Asciutto come un'aringa essiccata al vento salato dal maestrale, parco nel parlare e nel vestire (come diavolo si può non sentir freddo, vestiti con abiti estivi, a gennaio!), egli è una singolarità a Cabras, perché è astemio. «Chi non beve è una merda», si dice. Oppure: «L'acqua ai fiori, il vino ai cristiani». O ancora: «Chi ha stomaco da femmina si chiuda in casa o si spari». E con tutte queste sentenze pronunciate con sarcasmo, Srabadori si è fatto il «complesso d'inferiorità». Ma stasera è in stato di grazia, ha la lingua sciolta. Dei tre, è lui che prosegue il racconto dello «sciopero del '44».
«Vuol sapere come è andata a finire? E' finito che è arrivato d'urgenza monsignor Cabizzeddu, il vescovo di Oristano. E' salito sul pulpito davanti a tutta la popolazione zitta e ha cominciato la predica. Era incazzato dopo tutto ciò che gli aveva spettegolato il prete e, dopo aver gridato per un po', ha detto alla gente: "Siete tutti scomunicati!". Qui, quando uno gli dice scomunicato è una cosa molto grave, è per farlo andare male tutta la vita. E allora tutti avevano gridato: "Fuori, buttatelo fuori! Via dalla chiesa!". E altre offese e parolacce gridavano. Qualcuno aveva cominciato a lanciar sassi e allora il vescovo era scappato con tutta la gente dietro. La chiesa rimase chiusa per un anno».
Mosé commenta:
«Per me, poteva restare chiusa fino al giudizio universale».
Sono rimasti troppo tempo a bocca asciutta. Mi dicono: «Forza a buffai una tassa» [andiamo a bere un bicchiere] e mi conducono a fare la rituale via crucis per una decina di bettole, in quelle dove il vino è migliore… Srabadori diventa triste e taciturno: forse pensa all'ulcera.
«Mai era successo a Cabras di avere un prete come quello!».
Chi parla è un vecchio, malandato per l'età, per gli stenti, per la fatica. Sta seduto sulla strada, per terra, appoggiato al muretto di fango di casa sua, di faccia al sole invernale. Anche quando non parla, muove ritmicamente le mascelle sdentate, come chi rumina o mastica cicche.
«Quello era un prete eretico e non credeva ai santi. Diceva che erano di legno e che non servivano. Il fatto è che lui disprezzava Sant'Antonio, e perciò non voleva fare la processione. A quelli del comitato aveva detto: "Ma cosa vi credete, che io porto a spasso i santi per divertimento, con tutta la gente appresso?". E allora era successo che la gente gli aveva dato il fatto suo… Preti come quello meritano d'essere impiccati; non ne dovrebbero fare se non hanno la vocazione. Per colpa sua ha pagato anche monsignore, innocente. Lui però ha fatto male a prendere le parti del parroco, perché non era nel giusto. Meno male che Cabras non è un paese cattivo e non tiene rancore. Passa tutto in fretta e quello che è fatto oggi è dimenticato domani. Così, dopo un anno il parroco è tornato e anche la gente è tornata come prima».
«La colpa è stata del prete, di don Meloni - racconta uno del comitato raccomandandomi di non fare il suo nome. - Non voleva adattarsi alla costumanza del paese. Non voleva mai fare processioni con la scusa della guerra. Diceva che i santi bisogna lasciarli in chiesa e non portarli in giro come puttane. Qualche volta, da come parlava, sembrava proprio un comunista…».
S'interrompe, accorgendosi della gaffe: infatti, egli e altri mi giudicano un «rosso».
«…Senza offesa per lei - si scusa -, e poi lei è rispettoso con i santi. Tutti così fossero i comunisti…».
Stavolta lo interrompo io per riportarlo sui binari, ringraziandolo per i complimenti. Evidentemente non ritiene sufficienti le scuse verbali, poiché chiama la barista e ordina un bis che «deve» pagare lui diversamente «si offende».
Messosi con la coscienza tranquilla, riprende:
«Ci eravamo messi quasi d'accordo, noi del comitato e il prete: per i soldi da dare a lui e quelli da spendere per la festa e anche per il giro che dovevamo fare col santo in processione. Era tutto pronto e stavamo per partire dalla chiesa col santo, la giustizia, la confraternita e gli altri, quando il prete ha visto arrivare i cavalli… Ma lui ha detto: "La processione non si fa così: niente cavalli o niente santo, perché Sant'Antonio non va messo con le bestie!". Bestia era lui, e il demonio che ci aveva in corpo… La gente si è messa a gridare e a correre per acchiapparlo. Le bigotte si sono messe in mezzo e davano colpi di lametta… A me hanno tagliato la giacca nuova. Così il prete ha fatto in tempo a chiudersi in sacrestia. Da lì deve essere saltato da qualche parte, perché non siamo riusciti a trovarlo in nessun posto».
«La chiesa è rimasta chiusa per circa un anno - testimonia F., barbiere, sempre molto informato e preciso sulle vicende del suo paese. - La gente era molto dispiaciuta per la scomunica, che poi era solo interdizione, ed era costretta ad andare a messa negli altri paesi. Ci vergognavamo come eretici perché quelli degli altri paesi neanche ci avvicinavano come se avessimo avuto la peste spagnola. Se la gente avesse solo lanciato sassi a monsignor il vescovo, non succedeva nulla. Ma gli avevano messo anche le mani sulle spalle, qualche scriteriato che Dio gli avrà fatto fare una brutta fine, perché monsignore era innocente di tutto. Per il resto aveva ragione la gente. Il parroco don Meloni è stato fatto rientrare dal vescovo, quando ha visto la penitenza che Cabras aveva fatto. Ma Sant'Antonio non gliel'ha perdonata, lui! Un giorno era andato alla spiaggia di San Giovanni, nel Sinis. Era un prete di quelli che non hanno vergogna di mettersi il costume davanti alla gente… Quel giorno non c'era neanche mare cattivo; ma Sant'Antonio stava aspettando. E così, quando è entrato in acqua con un seminarista, ci è rimasto. E anche il seminarista è affogato, perché per colpa dei cattivi pagano anche i buoni».
Nella bottega di F. c'è un giovane sui diciotto anni, in attesa di farsi i capelli. Ha seguito il discorso e conclude a modo suo:
«E poi è venuto il parroco di adesso. E non si decide ancora ad andare a nuotare a San Giovanni, lui…».
I presenti sogghignano, divertiti. Uno scuote la testa e in tono semiserio brontola:
«Eh, sì… quello nuota a Cabras, nuota».
Perché tanta furia anticlericale in una comunità profondamente religiosa? Nessuno sa rispondere esattamente. Il movente non è ancora salito a livello di coscienza. Hanno seguito gli impulsi. Ora sembra che provino rimorso. E vien fuori il pretesto, per nascondere una verità che li spaventa.
«Voleva mettere la confraternita dietro il santo».
Questo è il movente, secondo M. L.. Ho voluto sentire anche lui, perché - mi hanno confidato - sarebbe fra quelli che hanno lanciato sassi contro il vescovo.
M. L. è un anziano pacifico bracciante del Sinis. Non farebbe male a una mosca, anche perché è sempre «bevuto». Mi guarda con gli occhi socchiusi; dà l'impressione che stia per addormentarsi e cadere per terra. Quando rientra dal Sinis è quasi notte, eppure si alza dal letto alle quattro del mattino per andare a lavorare. Se ha soldi in tasca, finché durano è un «signore», e come tale a lavorare nel Sinis non ci va. Sta in paese a farsi i fatti suoi. Oltre la bettola, il suo svago preferito è il cinema, dove capita sovente di vederlo dormire beato. Se piove, in campagna non ci va ugualmente. Trascorre la sua giornata in giro o sotto la tettoia del mercato del pesce, con gli amici, o visitando le bettole, le cantine, i barbieri e gli altri artigiani.
Appunto nella bottega di un artigiano mi parla. Sediamo su sgabelli di ferro (residuati di un camion tedesco abbandonato durante la guerra) e solleviamo il tono della voce ogni qualvolta inizia il ritmico battere del martello sul ferro incandescente.
«Voleva mettere la confraternita dietro il santo, invece di metterla davanti come è costumanza. Per questo è incominciato lo sciopero. Il prete è andato da monsignor Cabizzeddu, come lo chiamavamo noi di soprannome, e lo ha imbottito bene di calunnie contro il paese. Allora il vescovo è arrivato, è salito sulla trona [pulpito] e ci rimproverava che non eravamo buoni figli di Dio, che eravamo scostumati e altre offese così. Allora quelli che erano in fondo avevano gridato: "Boigaincheddu, bogaincheddu!" [buttatelo fuori!] e avevano cominciato a tirare sassi. Volavano come mitraglia, i sassi dentro la chiesa! Già è sceso sì, correndo! Il prete, che c'era anche lui, si è messo a parlare, ma è stato peggio. Monsignore è salito sull'altare: era bianco come le candele che ci aveva vicino… Ha alzato la mano per dare la scomunica a tutto il popolo, ma non l'hanno lasciato finire, perché una cosa come quella non doveva farla: si sono slanciati tutti insieme contro l'altare. Monsignore e il prete sono scappati in sacrestia e poi nella strada. Io e altri ce l'aspettavamo, abbiamo fatto il giro da fuori e li abbiamo rincorsi. Il primo sasso che ho visto per terra, l'ho raccolto. Era grande così, era. Gli è andato in mezzo alle gambe… Se lo colpiva sulle spalle, si fermava sì! Quando mai scomunicare un paese per colpa di un prete eretico…».
Gli domando che cosa sia accaduto dopo.
«Dopo?… Niente - risponde -. E che cosa doveva accadere? Ognuno se n'è tornato a casa o alla festa».

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