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L'attentato al comune

Nel 1945, in primavera, durante la notte un boato cupo risvegliò dal sonno tutta Cabras. Il palazzo comunale era stato minato e fatto saltare per aria.
Non c'erano, come si potrebbe supporre, eserciti in azione di guerra. A Cabras c'erano soltanto i cabraresi. Qualcuno, scovata chissà dove una mina anticarro, l'aveva posta all'interno dell'edificio municipale e ne aveva provocato l'esplosione.
Il fatto fu preceduto e seguito da numerosi attentati dinamitardi effettuati contro il padronato e i rappresentanti della pubblica amministrazione.

«Stavo tornando in paese con le pecore - racconta il pastore S. C., - doveva essere l'una di notte, ho visto un lampo di fuoco e ho sentito uno scoppio che sembrava un terremoto. Quando sono arrivato c'era la gente che correva per le strade. Mi hanno spiegato che era stato minato il Comune. Sono andato anche io a vedere: il primo piano era completamente sparito e del piano terreno erano rimasti soltanto quattro muri».
«Non c'è stato rammarico nella popolazione. A quell'epoca il municipio era tutto un casino».
Testimonia ziu M., socialista umanitario di vecchia data, ritenuto seminfermo di mente per le idee egalitarie che professa. Egli è stato per anni un uomo solo. Le beffe e lo scherno dei paesani, stuzzicati dal padronato, lo hanno inselvatichito e fiaccato nel corpo. Nel suo spirito è rimasta l'idea pura, senza rancori. Dice:

«Casino nel senso delle tessere annonarie e dei sussidi ai reduci. Facevano quel che volevano, senza controllo. Allora era peggio di adesso».
L. A., coltivatore diretto:
«Non soltanto lì, ma anche nelle case dei padroni del Comune hanno messo le mine. Per esempio in casa del signor Arrollogeri. Egli mostrava una circolare falsa che non c'era sussidio, e i soldi in tasca sua o di chi sa chi. C'era l'ammasso dell'olio e del pesce, in quel tempo. Si dava all'ammasso mezzo litro d'olio per ogni pianta di ulivo. Da me ne pretendevano 45 litri perché loro mi avevano accertato 90 piante. E invece soltanto 6 mi davano frutto; le altre, alcune erano appena innestate, alcune erano distrutte. Il cavalier Spano che era podestà ne aveva 7.000 e ne denunciava 2.000. E lui le poteva curare bene, con tutti i servi che aveva a disposizione. Qui il sindaco è una carica ereditaria, come il re. Sono sempre loro, sempre gli stessi».
«Perché hanno minato il Comune? - testimonia un pescatore, certo Careddu -. E' una protesta… come se andassero alla Previdenza sociale di Cagliari e la buttassero giù a bombe, come quelle che si gettano per i pesci. Bisogna fare così per deciderli a dare gli assegni familiari».
«Macché protesta! - polemizzano M. e R., fratelli contadini -. Macché protesta! Loro stessi del Comune sono stati! Prima hanno fatto mille zaroddus [pasticci] e dopo hanno fatto tutto un fascio e… bum! tutto in aria, tutto a posto, tutto pulito. Il bello è che nessuno ha mai saputo niente, non si è trovato nessun colpevole, neanche uno di quei colpevoli falsi che servono per far bella la giustizia».

P., impiegato del Comune e facoltoso possidente, osserva:
«La gente di Cabras non è cattiva…- parla dei suoi paesani con tono distaccato, come fossero di una razza diversa -. I cabraresi sono gente burlona che gli piace vivere e mangiare bene. Però ci sono sempre dei mascalzoni in mezzo, e qualche volta si lasciano trascinare da questi come bambini. Sarà anche vero che al Comune si è fatto qualche sbaglio a danno di qualcuno; tutti gli uomini sbagliano. Però basta venire in ufficio e le cose si aggiustano. In quel periodo, sarà per animo cattivo o per gusto, avevano fatto saltare in aria l'edificio comunale. Si sì, lo so: qualcuno ha sparso la voce che eravamo noi stessi a far scoppiare la mina… Mah, si sa come sono gli ignoranti: non sanno neanche quello che dicono».

L. Z. è un insegnante, figlio di piccoli proprietari. Ha alternato varie attività agli studi per potersi diplomare. Una situazione economica e familiare difficile e impietosa ha maturato in lui una coscienza democratica. La sua scelta politica, di militante socialista, gli ha valso l'avversione del parentado e l'isolamento. Dice:
«Io non ho la stoffa del martire. Voglio vivere finché sono giovane, perciò ho lasciato Cabras ai cabraresi. Di solito vivo a Oristano, pur avendo il domicilio a Cabras. Il mio paese è là dove mi si lascia libero di respirare».

L. Z. è un transfuga - soltanto fuori è riuscito a trovare una propria dimensione di vita. Ma è rimasto un osservatore attento delle vicende della sua comunità. Testimonia:
«Conoscendo la storia del mio paese, penso che un tumulto popolare o un attentato come quello al Municipio si verifichino perché chi ne è il bersaglio ha talmente esagerato nel suo comportamento da diventarne l'istigatore. La rivolta popolare del '19, così come la distruzione del Comune del '45, furono causate dall'eccessivo cinismo, da un disprezzo troppo palese degli amministratori di allora verso i concittadini. La furia popolare, una volta scatenata, si alimenta da sé, sfoga d'improvviso tutti i rancori per tutte le umiliazioni sopportate per anni. Ci sono ancora oggi situazioni penose causate dal malcostume amministrativo e politico. A certi livelli cui si è giunti, la denuncia molto spesso è inutile per non dire dannosa: essa provoca sfiducia prima e qualunquismo dopo. In taluni momenti, non facilmente prevedibili, nasce nel popolo la coscienza della propria dignità, in modo confuso e pieno di rancore. Guai allora, guai a chi ha offeso e umiliato l'uomo»
Le testimonianze fin qui raccolte sono del 1960-62 e sono apparse su “Tempo Presente”, anno VIII, n. 2, febbraio 1963.

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