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pescatori

LA RIVOLTA DEI PESCATORI DI CABRAS

Marsilio Editori – Padova 1973


A Efisia
compagna di quegli anni
di vita e di lotte


Interventi n. 29

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Interventi n. 29

Non sembra vero, eppure a Cabras, un paese di 8.000 abitanti della Sardegna centro-occidentale, vicino al golfo di Oristano, la pesca negli stagni è tutt'ora regolata da ordinamenti medievali, che fondano la loro «legittimità» su una decisione di Filippo IV re di Spagna presa nei primi decenni del 1600, trecentocinquanta anni fa. E l'apparato dello stato, di uno stato che non dovrebbe avere nulla in comune con la Spagna della controriforma e dell'Inquisizione, è tutt'ora impegnato nella difesa di privilegi anacronistici.
I feudatari di Cabras sono padroni dell'acqua e dei pesci, dispongono degli stagni come credono, impongono una legge che ha trovato e trova chi la difende e la fa sopravvivere.
La prima manifestazione del malcontento popolare risale a più di cinquant'anni or sono, al 1919: da allora ininterrotta è continuata la lotta dei pescatori per ottenere il diritto di pescare liberamente.
La storia di questi cinquant'anni di lotte è anche la storia della conquista di una coscienza e di una maturità civile e politica che ha coinvolto tutt'intera la popolazione di Cabras, modificandone profondamente gli antichi costumi. La volontà di rinnovamento si è man mano approfondita e precisata, il progetto riformatore si è allargato: i cabraresi hanno rimesso in discussione tutta la struttura socio-economica della Sardegna aprendo nuove prospettive di progresso alla comunità.
Dessy che per anni è vissuto insieme ai pescatori di Cabras, partecipando alle loro discussioni e alle loro lotte ha ricostruito questa vicenda raccogliendo dal vivo le testimonianze dei protagonisti, ne è uscito un ritratto della Sardegna decisamente sorprendente dove alla tenace difesa dei privilegi, al progetto di bloccare lo sviluppo della Regione, conservando le strutture di un arcaico feudalismo coloniale, si oppone più tenace e decisa la volontà di rinnovamento dei cabraresi.
La partita è ancora aperta, tra breve toccherà ai tribunali di abrogare gli effetti dell'antico decreto di Filippo IV, ma in Sardegna, come in generale nel Meridione, si tratta di scegliere tra la logica dello sfruttamento e quella della libertà, e la lotta continua.



Qualche notizia su Cabras

Cabras, paese di circa ottomila abitanti, è situato a un chilometro dal golfo di Oristano, nella Sardegna centro-occidentale. Le sue case si affacciano sulle rive degli stagni omonimi, i più vasti e un tempo i più pescosi dell'isola. Oltre il braccio di mare del golfo appare la penisola di Capo Frasca, poligono di tiro per aerei supersonici ad armamento nucleare della NATO.
Nonostante le sue molteplici risolse naturali, la situazione economica della comunità è fra le più arretrate della Sardegna. L'irrazionale e dissennato sfruttamento da parte di un padronato gretto e feudale hanno depauperato in gran parte l'originario patrimonio comune. Il golfo di Oristano, un tempo pescosissimo, è oggi pressoché deserto a causa dell'uso indiscriminato di reti a strascico e altri attrezzi che hanno devastato i fondali. La vasta penisola del Sinis, già fertile granaio nel periodo della dominazione romana, che ospitava fino a tempi recenti (1945) oltre 35.000 capi ovini, è attualmente impoverita dal dissodamento e dalle coltivazioni intensive.
Mancano nel modo più assoluto opere di bonifica e poche sono le strade di penetrazione agraria. Gli acquitrini e le paludi disseminati tra golfo e stagni rendono il clima malsano, e le popolazioni della zona sono funestate dalla presenza di una miriade di insetti ematofagi e parassiti. Alla insalubrità del clima si aggiunge la mancanza nel centro urbano di ogni più elementare servizio igienico e sanitario. Si spiega così come alcuni anni fa, nel 1967, sia potuta esplodere una epidemia di colera infantile che ha provocato nel giro di pochi giorni la morte di dieci bambini e il ricovero urgente di altri cinquanta.
La pesca negli stagni - la principale fonte di sostentamento - è organizzata su strutture medievali che risalgono al 1600, al re Filippo IV di Spagna. In virtù di un decreto di quel monarca, alcuni notabili oristanesi hanno ereditato e conservano un assurdo diritto di proprietà e l'esclusiva di pesca.
Le amministrazioni comunali che fino a pochi anni fa si sono succedute erano presiedute da rappresentanti delle due famiglie più in vista del paese, legate da vincoli d'interesse più ai feudatari degli stagni che alla popolazione amministrata.
Va riconosciuto al PSI e in particolare al PCI un valido e costante impegno politico per sensibilizzare e sostenere i pescatori nella loro difficile dura lotta contro i feudatari per la pubblicizzazione delle lagune. E' stata certamente utile la presenza in paese del Centro di cultura AILC (più avanti MCC), che si è avvalso delle esperienza e del sostegno di Ignazio Silone, Nicola Chiaromonte, Ebe Flamini, Luciano Codignola, Enzo Tagliacozzo per far conoscere a livello nazionale la drammatica questione degli stagni di Cabras e le giuste aspirazioni di progresso dei pescatori.
Nel Cabrarese, profondamente religioso, sono ancora vivi e diffusi antichissimi riti e usanze cui si è innestato, spesso superficialmente, un cattolicesimo paganeggiante. E' proprio di questa comunità un singolare rito terapeutico religioso, detto S'imbrusciadura (che ho rilevato nel 1958 e ho documentato in un saggio pubblicato su «Il Punto della settimana» del 20 ottobre 1962), che ha la funzione di risolvere i traumi psichici attraverso una freudiana ricerca delle cause e la rimozione del trauma con un mistico rituale contatto con la terra.
Il vino - che nelle nostre comunità oppresse e sfruttate acquista valore di strumento liberatorio - è spesso legato a Cabras alla poetica estemporanea. Le produzioni poetiche espresse nelle bettole sono dense di umori sociali: condite di ironia, cantano la dolorosa condizione del povero e lo strapotere e il cinismo del padronato e del clero.
La lotta che i pescatori conducono tenacemente per lo smantellamento dei diritti feudali di pesca negli stagni ha maturato nella popolazione una moderna coscienza civile e politica che ha modificato profondamente gli antichi costumi e ha messo in crisi le vecchie strutture socio-economiche aprendo nuove prospettive di progresso alla comunità.



I tumulti del '19 a Cabras

I vecchi lo chiamano «lo sciopero del '19». Sciopero, nel linguaggio locale, significa «rivolta», azione di forza popolare contro la prepotenza padronale e, in special modo, «tumulto».

«Quello sciopero è stato una rivoluzione - ricorda un artigiano sui sessant'anni. - Io ero ancora giovincello, ma ricordo bene tutto, come fosse accaduto ieri… I militari della guerra '15-18 erano stati congedati ed erano arrivati in paese. Le donne avevano raccontato loro tutto ciò che avevano dovuto subire quand'erano sole. Non venivano dati i sussidi, se li tenevano quelli del Comune, oppure li davano in cambio di certe cose… e qualche donna si era lasciata mettere sotto. Avevano calpestato tutti quelli che erano rimasti, avevano fatto soldi alle spalle dei poveri.
Quella mattina, i congedati e le donne erano andati in piazza, gridavano, volevano entrare nell'ufficio comunale per buttar via il sindaco. In paese non c'era roba da mangiare, ma i magazzini dei ricchi e i negozi erano pieni di ogni grazia di Dio. Il signor Cubeddu aveva il negozio vicino al Comune. Uno ha lanciato un sasso, allora la gente gridando si è precipitata dentro. Hanno sfasciato e dato fuoco a tutto. Tiravano fuori la merce, l'ammucchiavano in mezzo alla piazza, la bruciavano. Nessuno rubava. Solo noi ragazzi qualche cosa riuscivamo a prenderla: caramelle o altra roba dolce. Poi, tutto il gruppo inferocito era andato nel negozio della zia del sindaco, Elisabetta Loi. Lì avvenne lo stesso. Siccome era chiuso, avevano sfondato porte e finestre. Poi, avevano gettato fuori per strada pasta, stoffe, zucchero, olio e bruciato tutto. Per errore avevano bruciato dentro una cassa i vestiti di Santa Maria, che la padrona Pisabella Loi teneva in custodia, essendo prioressa a titolo d'onore. Poi il negozio di Sanna, dove prima c'era il Dazio, vicino alla Posta di adesso. Dal fumo che c'era non si riconosceva il padre con il figlio. Gridavano come bestie inferocite, e avevano ragione. Ferralis era stato furbo. Quando aveva visto la gente avvicinarsi, aveva aperto la porta e aveva detto: "Entrate, prendete quello che volete". A lui lo avevano rispettato un po'. Poca roba gli avevano preso e bruciato…
Avevano arrestato molta gente: più di trecento. Il Sindaco era scappato all'estero. La giustizia lo voleva arrestare per i sussidi dei reduci e per altro. Gli arrestati hanno fatto solo qualche mese, poi li hanno rilasciati. Nessuno aveva fatto male ad anima viva. Eh, quello sì, che era uno sciopero! Avevano perfino bloccato le strade e strappato i fili del telefono. Tutt'intorno c'era la fanteria di Oristano che presidiava il paese. E dopo, gli scioperanti avevano dato fuoco al grano delle aie. Il fuoco era partito dalla zona di Giampaustinu, dove ci sono i pescatori adesso, dove si allaga tutti gli anni con la marea dello stagno».

Non ci sono reticenze, come per fatti o avvenimenti presenti per i quali si ha paura che quanto vien detto può nuocere. Tutti raccontano le stesse vicende fedelmente. Mutano solo le prospettive.
Il signor Meli, contadino, piccolo proprietario, mi invita a casa sua per raccontarmi con più tempo e più comodo ciò che ricorda. Mi fa passare in cucina. Siedo davanti al camino acceso, su uno scrannu, una seggiola bassa.
Mentre parla non dimentica i suoi doveri di ospite. Mi offre vinello e cardi selvatici. Intanto, una sua figliola in maglione e blue-jeans prepara il caffè. Egli parla fitto e devo faticare a seguirlo:

«La canzone narra: Su millonoighentudegannoi, / sa dì degannoi, po s'arregodai, / O Santa Maria regnanti in Groria: / Ca Cabras teniad famini e onori!… [Il millenovecentodiciannove, / il giorno diciannove, lo si ricordi. / O Santa Maria regnante in Gloria: / Cabras aveva fame e onore!…].
L'olio correva per strada fino allo stagno, dai magazzini della signora Pisabella, la zia del sindaco di adesso. Lo sciopero fu un bel massacro! Non per la gente, ché non avevano fatto del male a nessun cristiano, ma per la roba. C'erano sì i carabinieri, ma non si erano mossi per paura. Stavano in mezzo alla gente e guardavano. Tutte creature battezzate erano; morti di fame e stracciati e senza grazia di Dio erano; pieni di molte promesse e di veleno… E' cominciato così: dovevano mettere il calmiere alle mercanzie e non si decidevano mai nel Comune, sempre facendo riunioni, sempre facendo chiacchiere. E la gente aspettava nella piazza da molti giorni. Bisognava il calmiere. La povera gente non ce la faceva più a vivere con quei prezzi e i pochi soldi che c'erano non bastavano e a credito non davano più nulla. E i magazzini e le botteghe erano pieni di roba.
Fu nell'ora che il sole entra e non entra. Io potevo avere un diciassette anni, allora. Mio padre mi chiama e mi dice: "Tu vai al Sinis, a guardare i cavalli". Arrivo in piazza dal signor Attilio e trovo il mio padrino, il figlio di Antoni Peppi, Giuanni Andria e molti altri. A noi giovani ci consigliavano di lanciare sassi contro la bottega del signor Attilio. C'era un mucchio di ghiaia grossa lì vicino, e dicevano: "Tò, tirate sassi, forza!". Poi ci siamo messi e in un momento abbiamo tirato tutto il mucchio; Poi i grandi (comandati dai soldati reduci, sono entrati dentro tutti insieme. Il signor Attilio ha sparato due colpi di fuoco (me lo ricordo ancora che aveva colpito lo spigolo del muro) poi è scappato nell'orto dietro casa e da lì nell'orto del Sindaco che c'è ora. Hanno preso tutta la roba, l'hanno gettata fuori in piazza e l'hanno bruciata. Neanche uno straccio sano hanno lasciato… Eh, i piccoli già se le eran riempite le tasche con le caramelle! Come a una festa di nozze credevano di essere, saltando allegri e contenti.
Perché bruciavano la roba! Eh, sì: a pensarci adesso, avrebbero potuto prendere e dare ai poveri o vendere a basso costo; tanto non era rubare per male. Ma erano inferociti, non ci pensavano dal veleno che ci avevano in corpo. Un po' dopo mezzanotte sono arrivati i carabinieri e i soldati armati sui camion. Parte avevano circondato il paese e parte erano entrati dentro.
Se gli scioperanti indovinavano i fili giusti, invece di tagliare quelli sbagliati, la notte rovinavano mezzo paese, avvelenati come erano, specialmente quelli tornati dalla guerra che gli avevano promesso cavallo, sella e sproni e invece… gli sproni sì che glieli avevano dati! La notte stessa avevano cominciato ad arrestare. Chi era scappato a casa e chi in campagna. Arrestavano, legavano e portavano via con i camion. Più di venti giorni arrestando e legando. I camion andavano e venivano ad ogni ora. Trecento ne avevano preso! Uno dei primi era stato Spizzettu…
Se avevano fatto resistenza? No, no. Non si era mosso nessuno, tutti chiusi in casa. I reduci avevano fatto in tempo a scappare in campagna ed erano rimasti latitanti. Il 20 di agosto avevano dato fuoco alle aie. Poi avevano scritto manifesti nel rione della Brigata Sassari dove dicevano che ci avevano gusto di aver bruciato anche le aie. Se non ci fosse stata l'amnistia della regina Elena li lasciavano molto in galera, perché bruciare la roba è più brutto di rubare. E allora li avevano fatti uscire tutti dalla prigione.
Certo che di ragione ne avevano da buttare via. Nel comune di allora c'era lo zio del signor Attilio, il signor Spano, su secretariu e altri, e quando qualche padre o madre di famiglia andavano in ufficio per un bisogno, se era donna le chiedevano di andare a letto, se era uomo gli dicevano di portare la moglie o la figlia.
Io, quando avevano cominciato ad arrestare gli scioperanti, ero scappato nel Sinis. Nella strada, vicino a Torregrande, mi avevano fermato due carabinieri di pattuglia. Mi avevano chiesto cosa fossero quei fuochi, cosa stesse succedendo a Cabras. Io ho risposto che non ne sapevo niente, che stavo andando al Sinis a guardare i cavalli. E così mi hanno lasciato andare».

Quando chiedo ragguagli sullo «sciopero del '19» mi fanno tutti il nome di Spizzettu.
Spizzettu abita fuori paese, vicino a una piccola idrovora del Consorzio agrario, in una baracca di cruccuri [falasco] che si è costruita con le sue mani. Lo trovo seduto a godersi il tiepido sole di gennaio, di fronte alla porta ricavata da cassette di sapone. Si alza e mi porge lo scanno migliore che possiede, perché mi sieda accanto a lui, nella striscia riscaldata dal sole.
Si presenta:

«Carta Luigi detto Spizzeddu, di anni 74, reduce della guerra di Libia e della Grande Guerra, ardito della Brigata Sassari, 151° reggimento fanteria, 11° battaglione, 6ª compagnia».
e comincia a raccontare:
«Dicono che io sono il capo dello sciopero del '19. Capi non ce ne sono stati. Mi ero congedato nel luglio, a Torino, poi da Livorno mi ero imbarcato per la Sardegna. Quando sono arrivato a Cabras ho visto un mare di gente, un grande bordello. Io non sapevo niente di quanto stava accadendo. Avevo ancora lo zaino a tracolla, avevo il vestito militare e non ero nemmeno andato a salutare la famiglia. Mi sono trovato imburrau [versato, si usa per il grano quando lo si versa nei sacchi] in mezzo alla gente che passava come un uragano, sfasciando, ammucchiando, rompendo e bruciando nelle case dei ricchi e nei negozi. Poi è arrivato il picchetto da Oristano e hanno cominciato ad arrestare e a portare via. Mi hanno preso, ancora col vestito militare, senza aver salutato in casa. Mi hanno incolpato di essere il capo sciopero. Ma i capi erano quei mascalzoni che affamavano i poveri; loro erano che avevano costretto la gente a diventare come cani rabbiosi».

Così mi dice in dialetto, con voce chiara e ferma. E' un bel vecchio; veste abiti lisi ma puliti. Indossa calzoni di fustagno marrone con gli spacchi alle caviglie, secondo la moda di tanti anni fa. La sua figura è snella, eretta, nobile. Fu forse il suo portamento aitante e fiero che da giovane gli valse la galera, sotto l'imputazione d'aver capeggiato la rivolta popolare.
«Sì. Io mi sono trovato in mezzo, con tutti gli altri, senza sapere nulla, a tipu pisci in s'arrezza [come un pesce nella rete]. Mi hanno rilasciato dopo due mesi. C'era il procuratore del re con tutta la giustizia e mi hanno detto: "E tu? Tu sei della brigata Sassari. Come mai?". E mi hanno liberato. Perché sia successo tutto quel bordello io non posso saperlo, perché ero in guerra. Ma la gente diceva era colpa del Sindaco, per i sussidi e per l'altro che si mangiava. Fiad tottu ghettau a pari [era tutto a catafascio]e non c'era comando né ordine. Il Sindaco, con la giustizia e il picchetto diceva: "Mettete i ferri a questo e a quell'altro". E legavano quelli che capitavano sotto. A me è successo vicino alla bottega di Peppi Sanna, dove avevano bruciato anche la casa. Il tenente del picchetto mi ha messo una mano sulla spalla. Mi ha detto: "Bravo, ci sei anche tu della brigata Sassari!". E mi hanno tenuto un mese in cella di rigore, segregato…
C'erano donne e molti ragazzi. Sì, anche donne hanno arrestato. E' stata una di queste che ha detto nell'istruttoria che comandavo la gente, che entravo nelle botteghe e nelle case col pugnale in mano, perché ero degli arditi. Io allora gli ho detto, al giudice: "Se sono io il capo, bene: resto io in galera. Tutti gli altri sono innocenti e tornano a casa. Pago solo io!"… Dopo che avevo fatto quattro anni di guerra, m'anti donau una surra de presoni [mi hanno dato una batosta di galera].
Eh, sì, fiad unu tempus malu de famini [era un brutto tempo di carestia]. I ricchi, che avevano le botteghe, quando ci andava un povero a comprare e soldi non ne aveva, gli ridevano in faccia: "se vuoi olio, ti compri oliveti; se vuoi formaggio, ti compri pecore; se vuoi farina, ti compri terre". E sono risposte brutte, molto brutte per la povera gente!».

Si interrompe per cambiare discorso, certo mosso da un suo interno assillo:
«Mi hanno detto che sui giornali c'è scritto che devono dare la pensione a tutti i reduci… Sarà vero - mi domanda, e prosegue senza attendere una mia risposta - Stanno aspettando che siamo sempre più pochi, per darcela. Speriamo di fare in tempo, prima di morire».
Sorride risentito, guarda per terra muovendola col suo lungo bastone di olivastro scuro. Quando risolleva il volto scarno vi scorgo tutta l'amarezza che ha dentro l'anima.
«Ce l'avevano promessa la pensione, quando ci siamo congedati nel '19. Eh, tutte le promesse per mandarci a morire, quando eravamo sul Piave! Anche il generale Sanna, di Senorbì, ce lo aveva detto: "Coraggio, coraggio! la patria ricompensa i suoi figli". Altro che ricompensa! Prigione e fame.
Possibile che io debba vivere in una baracca così, fuori del paese, come una bestia selvatica? Dicono che fanno le case popolari per i poveri che abitano nelle baracche e nei fortini, e invece… Io vivo e non lo so nemmeno io come. Possidenzia deu non di dengiu [proprietà io non ne ho] e uno dei miei figli, anche lui, poveretto, abita in un fortino… - Me lo indica con un gesto della mano - Quello, a cento metri da qui».
Riprende il discorso - la sua voce ora si è fatta stanca e più triste:
«Qui non c'era posto, se no lo tenevo. Ma è sposato, con molti bambini. E un fiammifero, con i bambini, non si sa mai. Non voglio morire bruciato qua dentro».
Cambia ancora discorso per tornare al suo argomento preferito. Gli occhi gli si fanno vivi, solleva il capo con fierezza quando parla della «sua» grande guerra:
«In quella guerra ero ancora giovane. Ci voleva coraggio, non è come oggi. Noi sardi eravamo sfottuti: "Sardignoli pastori", ci dicevano. Ma eravamo noi i migliori davanti al fuoco del nemico. E poi, col tradimento di Cadorna… Noi avevamo mantenuto la posizione sul Piave! Erano arrivati soldati americani e francesi e a noi della brigata Sassari ci volevano vicino, perché eravamo dei bravi combattenti… Porca miseria, siamo noi che abbiamo vinto la guerra! E adesso mi lasciano così… Erano bravi anche gli americani; ma di più i francesi. Ci avevano certi mortai… E i morti che c'erano… Quanti ne sono rimasti, buttati per terra… I capi della brigata, quelli sì che erano uomini! Ricordo il capitano Lussu che è anche venuto a Cabras per fare un comizio e adesso è alla Camera. Quando mi ha visto mi ha riconosciuto e mi ha detto: "Bravo Spizzettu! Sempre in gamba la brigata Sassari!". Gente di cuore era; e ci mandavano sempre noi, quando c'era più pericolo. E ci avevano promosso tutti arditi, col pugnale e le bombe. Oggi non mi sembra neanche vero che sono passato in quella strada. Mi pare come che l'abbia fatta in sogno».

Si è fatto tardi. Per congedarmi ho scelto una frase infelice: «E' tardi, levo il disturbo. Sono le dodici, ora di pranzo».
Si alza in piedi per salutarmi. Risponde:
«Per il pranzo, a me, anche se sono le dodici… Trovarne all'una vorrei, di roba da mangiare».



Un tumulto anticlericale

Un altro tumulto popolare si ebbe nell'anno 1944, il giorno della festa di Sant'Antonio, per ragioni che a un osservatore esterno potrebbero sembrare banali. I fatti si svolsero fulmineamente, senza che vi fosse stato un piano organizzato. Come se la massa popolare avesse avuto una sola testa, la rivolta fu rapida e decisa. Nessun singolo ebbe la responsabilità di avere iniziato per primo o di aver smesso per ultimo.

«E' l'anno che Taccia era presidente del comitato per la festa di Sant'Antonio, nel '44 - racconta P. A. un pescatore sui cinquant'anni -. C'era parroco don Meloni, sa giustizia ddu currada [la giustizia lo rincorra], e ogni tanto faceva le bizze levando scuse per non fare come voleva la costumanza del paese. Il comitato aveva preparato la processione e tutto era pronto con i cavalli, is isquettus [i razzi] e la gente; ma il prete non voleva fare assembramenti di pubblico. Che razza di scusa ne tirava fuori! Guerra non ce n'era più da quando Mussolini l'avevano arrestato, aicci tottus is predis e is meris de pischera [così fosse per tutti i preti e i padroni dello stagno]. E invece è che aveva malanimo per la gente di Cabras e voleva fare di testa sua. E così si era rinchiuso nella chiesa e non voleva uscirne. A unu squettu bellu me in nadias, po 'n di ddu fai bessì! [un bel razzo nel sedere, per farlo uscire!] e tutta la gente e la processione fuori, aspettando il santo. Non balliad tres arriabis [non valeva cinque centesimi], l'avrebbero potuta fare anche senza, la festa!… Per farla finita: a quelli del comitato e a tutta la gente, il prete gli aveva rotto i coglioni e allora, incazzati come erano, entrano in chiesa per tirar fuori prete e santo. Lui conosceva bene tutti i trucchi e doveva essersi nascosto sotto qualche santo. Se quel giorno l'acchiappavano faceva la fine di quei martiri, di quelli dei tempi antichi con i leoni. Quelli sì, che erano tempi! A una passada de lionis a tottus is predis e is meris de pischera! [una buona dose di leoni a tutti i preti e ai padroni dello stagno!]… La gente aveva acchiappato un altro prete e avevano fatto la processione».
«Com'è andata a finire poi?» domando.
«Beh, adesso basta - mi risponde, - adesso devo andare a pescare, perché il tempo è buono. Se lo faccia dire da un altro. Tanto c'erano tutti, e tutti se lo ricordano, se vogliono».
Siamo rimasti in quattro nella botteguccia del calzolaio, uno sgabuzzino largo due metri e lungo tre. Il padrone di casa è piccolo e grasso, una faccia tonda con due occhi porcini e una bocca larga dal perenne sorriso. «Il giapponese» lo chiamano gli amici. Mentre noi conversiamo, egli non perde una sillaba: interviene al momento giusto senza smettere il suo lavoro: un chiodo, una martellata, una frase; un colpo di trincetto, uno strappo di pinza, una frase…
L'altro è Mosé, pescatore del golfo, elemento di punta nella lotta contro il muro d'incenso, di paura e di feudalesimo eretto tra il golfo dei servi e lo stagno dei padroni.
Srabadori, il terzo, è un bracciante agricolo, ma fa di tutto. Quando il tempo è «giusto» va al fiume po alluai [pescare con il succo dell'euforbia che droga i pesci] oppure, sempre a tempo e luogo debiti, a buttar bombe lungo il litorale. Asciutto come un'aringa essiccata al vento salato dal maestrale, parco nel parlare e nel vestire (come diavolo si può non sentir freddo, vestiti con abiti estivi, a gennaio!), egli è una singolarità a Cabras, perché è astemio. «Chi non beve è una merda», si dice. Oppure: «L'acqua ai fiori, il vino ai cristiani». O ancora: «Chi ha stomaco da femmina si chiuda in casa o si spari». E con tutte queste sentenze pronunciate con sarcasmo, Srabadori si è fatto il «complesso d'inferiorità». Ma stasera è in stato di grazia, ha la lingua sciolta. Dei tre, è lui che prosegue il racconto dello «sciopero del '44».
«Vuol sapere come è andata a finire? E' finito che è arrivato d'urgenza monsignor Cabizzeddu, il vescovo di Oristano. E' salito sul pulpito davanti a tutta la popolazione zitta e ha cominciato la predica. Era incazzato dopo tutto ciò che gli aveva spettegolato il prete e, dopo aver gridato per un po', ha detto alla gente: "Siete tutti scomunicati!". Qui, quando uno gli dice scomunicato è una cosa molto grave, è per farlo andare male tutta la vita. E allora tutti avevano gridato: "Fuori, buttatelo fuori! Via dalla chiesa!". E altre offese e parolacce gridavano. Qualcuno aveva cominciato a lanciar sassi e allora il vescovo era scappato con tutta la gente dietro. La chiesa rimase chiusa per un anno».
Mosé commenta:
«Per me, poteva restare chiusa fino al giudizio universale».
Sono rimasti troppo tempo a bocca asciutta. Mi dicono: «Forza a buffai una tassa» [andiamo a bere un bicchiere] e mi conducono a fare la rituale via crucis per una decina di bettole, in quelle dove il vino è migliore… Srabadori diventa triste e taciturno: forse pensa all'ulcera.
«Mai era successo a Cabras di avere un prete come quello!».
Chi parla è un vecchio, malandato per l'età, per gli stenti, per la fatica. Sta seduto sulla strada, per terra, appoggiato al muretto di fango di casa sua, di faccia al sole invernale. Anche quando non parla, muove ritmicamente le mascelle sdentate, come chi rumina o mastica cicche.
«Quello era un prete eretico e non credeva ai santi. Diceva che erano di legno e che non servivano. Il fatto è che lui disprezzava Sant'Antonio, e perciò non voleva fare la processione. A quelli del comitato aveva detto: "Ma cosa vi credete, che io porto a spasso i santi per divertimento, con tutta la gente appresso?". E allora era successo che la gente gli aveva dato il fatto suo… Preti come quello meritano d'essere impiccati; non ne dovrebbero fare se non hanno la vocazione. Per colpa sua ha pagato anche monsignore, innocente. Lui però ha fatto male a prendere le parti del parroco, perché non era nel giusto. Meno male che Cabras non è un paese cattivo e non tiene rancore. Passa tutto in fretta e quello che è fatto oggi è dimenticato domani. Così, dopo un anno il parroco è tornato e anche la gente è tornata come prima».
«La colpa è stata del prete, di don Meloni - racconta uno del comitato raccomandandomi di non fare il suo nome. - Non voleva adattarsi alla costumanza del paese. Non voleva mai fare processioni con la scusa della guerra. Diceva che i santi bisogna lasciarli in chiesa e non portarli in giro come puttane. Qualche volta, da come parlava, sembrava proprio un comunista…».
S'interrompe, accorgendosi della gaffe: infatti, egli e altri mi giudicano un «rosso».
«…Senza offesa per lei - si scusa -, e poi lei è rispettoso con i santi. Tutti così fossero i comunisti…».
Stavolta lo interrompo io per riportarlo sui binari, ringraziandolo per i complimenti. Evidentemente non ritiene sufficienti le scuse verbali, poiché chiama la barista e ordina un bis che «deve» pagare lui diversamente «si offende».
Messosi con la coscienza tranquilla, riprende:
«Ci eravamo messi quasi d'accordo, noi del comitato e il prete: per i soldi da dare a lui e quelli da spendere per la festa e anche per il giro che dovevamo fare col santo in processione. Era tutto pronto e stavamo per partire dalla chiesa col santo, la giustizia, la confraternita e gli altri, quando il prete ha visto arrivare i cavalli… Ma lui ha detto: "La processione non si fa così: niente cavalli o niente santo, perché Sant'Antonio non va messo con le bestie!". Bestia era lui, e il demonio che ci aveva in corpo… La gente si è messa a gridare e a correre per acchiapparlo. Le bigotte si sono messe in mezzo e davano colpi di lametta… A me hanno tagliato la giacca nuova. Così il prete ha fatto in tempo a chiudersi in sacrestia. Da lì deve essere saltato da qualche parte, perché non siamo riusciti a trovarlo in nessun posto».
«La chiesa è rimasta chiusa per circa un anno - testimonia F., barbiere, sempre molto informato e preciso sulle vicende del suo paese. - La gente era molto dispiaciuta per la scomunica, che poi era solo interdizione, ed era costretta ad andare a messa negli altri paesi. Ci vergognavamo come eretici perché quelli degli altri paesi neanche ci avvicinavano come se avessimo avuto la peste spagnola. Se la gente avesse solo lanciato sassi a monsignor il vescovo, non succedeva nulla. Ma gli avevano messo anche le mani sulle spalle, qualche scriteriato che Dio gli avrà fatto fare una brutta fine, perché monsignore era innocente di tutto. Per il resto aveva ragione la gente. Il parroco don Meloni è stato fatto rientrare dal vescovo, quando ha visto la penitenza che Cabras aveva fatto. Ma Sant'Antonio non gliel'ha perdonata, lui! Un giorno era andato alla spiaggia di San Giovanni, nel Sinis. Era un prete di quelli che non hanno vergogna di mettersi il costume davanti alla gente… Quel giorno non c'era neanche mare cattivo; ma Sant'Antonio stava aspettando. E così, quando è entrato in acqua con un seminarista, ci è rimasto. E anche il seminarista è affogato, perché per colpa dei cattivi pagano anche i buoni».
Nella bottega di F. c'è un giovane sui diciotto anni, in attesa di farsi i capelli. Ha seguito il discorso e conclude a modo suo:
«E poi è venuto il parroco di adesso. E non si decide ancora ad andare a nuotare a San Giovanni, lui…».
I presenti sogghignano, divertiti. Uno scuote la testa e in tono semiserio brontola:
«Eh, sì… quello nuota a Cabras, nuota».
Perché tanta furia anticlericale in una comunità profondamente religiosa? Nessuno sa rispondere esattamente. Il movente non è ancora salito a livello di coscienza. Hanno seguito gli impulsi. Ora sembra che provino rimorso. E vien fuori il pretesto, per nascondere una verità che li spaventa.
«Voleva mettere la confraternita dietro il santo».
Questo è il movente, secondo M. L.. Ho voluto sentire anche lui, perché - mi hanno confidato - sarebbe fra quelli che hanno lanciato sassi contro il vescovo.
M. L. è un anziano pacifico bracciante del Sinis. Non farebbe male a una mosca, anche perché è sempre «bevuto». Mi guarda con gli occhi socchiusi; dà l'impressione che stia per addormentarsi e cadere per terra. Quando rientra dal Sinis è quasi notte, eppure si alza dal letto alle quattro del mattino per andare a lavorare. Se ha soldi in tasca, finché durano è un «signore», e come tale a lavorare nel Sinis non ci va. Sta in paese a farsi i fatti suoi. Oltre la bettola, il suo svago preferito è il cinema, dove capita sovente di vederlo dormire beato. Se piove, in campagna non ci va ugualmente. Trascorre la sua giornata in giro o sotto la tettoia del mercato del pesce, con gli amici, o visitando le bettole, le cantine, i barbieri e gli altri artigiani.
Appunto nella bottega di un artigiano mi parla. Sediamo su sgabelli di ferro (residuati di un camion tedesco abbandonato durante la guerra) e solleviamo il tono della voce ogni qualvolta inizia il ritmico battere del martello sul ferro incandescente.
«Voleva mettere la confraternita dietro il santo, invece di metterla davanti come è costumanza. Per questo è incominciato lo sciopero. Il prete è andato da monsignor Cabizzeddu, come lo chiamavamo noi di soprannome, e lo ha imbottito bene di calunnie contro il paese. Allora il vescovo è arrivato, è salito sulla trona [pulpito] e ci rimproverava che non eravamo buoni figli di Dio, che eravamo scostumati e altre offese così. Allora quelli che erano in fondo avevano gridato: "Boigaincheddu, bogaincheddu!" [buttatelo fuori!] e avevano cominciato a tirare sassi. Volavano come mitraglia, i sassi dentro la chiesa! Già è sceso sì, correndo! Il prete, che c'era anche lui, si è messo a parlare, ma è stato peggio. Monsignore è salito sull'altare: era bianco come le candele che ci aveva vicino… Ha alzato la mano per dare la scomunica a tutto il popolo, ma non l'hanno lasciato finire, perché una cosa come quella non doveva farla: si sono slanciati tutti insieme contro l'altare. Monsignore e il prete sono scappati in sacrestia e poi nella strada. Io e altri ce l'aspettavamo, abbiamo fatto il giro da fuori e li abbiamo rincorsi. Il primo sasso che ho visto per terra, l'ho raccolto. Era grande così, era. Gli è andato in mezzo alle gambe… Se lo colpiva sulle spalle, si fermava sì! Quando mai scomunicare un paese per colpa di un prete eretico…».
Gli domando che cosa sia accaduto dopo.
«Dopo?… Niente - risponde -. E che cosa doveva accadere? Ognuno se n'è tornato a casa o alla festa».



L'attentato al comune

Nel 1945, in primavera, durante la notte un boato cupo risvegliò dal sonno tutta Cabras. Il palazzo comunale era stato minato e fatto saltare per aria.
Non c'erano, come si potrebbe supporre, eserciti in azione di guerra. A Cabras c'erano soltanto i cabraresi. Qualcuno, scovata chissà dove una mina anticarro, l'aveva posta all'interno dell'edificio municipale e ne aveva provocato l'esplosione.
Il fatto fu preceduto e seguito da numerosi attentati dinamitardi effettuati contro il padronato e i rappresentanti della pubblica amministrazione.

«Stavo tornando in paese con le pecore - racconta il pastore S. C., - doveva essere l'una di notte, ho visto un lampo di fuoco e ho sentito uno scoppio che sembrava un terremoto. Quando sono arrivato c'era la gente che correva per le strade. Mi hanno spiegato che era stato minato il Comune. Sono andato anche io a vedere: il primo piano era completamente sparito e del piano terreno erano rimasti soltanto quattro muri».
«Non c'è stato rammarico nella popolazione. A quell'epoca il municipio era tutto un casino».
Testimonia ziu M., socialista umanitario di vecchia data, ritenuto seminfermo di mente per le idee egalitarie che professa. Egli è stato per anni un uomo solo. Le beffe e lo scherno dei paesani, stuzzicati dal padronato, lo hanno inselvatichito e fiaccato nel corpo. Nel suo spirito è rimasta l'idea pura, senza rancori. Dice:

«Casino nel senso delle tessere annonarie e dei sussidi ai reduci. Facevano quel che volevano, senza controllo. Allora era peggio di adesso».
L. A., coltivatore diretto:
«Non soltanto lì, ma anche nelle case dei padroni del Comune hanno messo le mine. Per esempio in casa del signor Arrollogeri. Egli mostrava una circolare falsa che non c'era sussidio, e i soldi in tasca sua o di chi sa chi. C'era l'ammasso dell'olio e del pesce, in quel tempo. Si dava all'ammasso mezzo litro d'olio per ogni pianta di ulivo. Da me ne pretendevano 45 litri perché loro mi avevano accertato 90 piante. E invece soltanto 6 mi davano frutto; le altre, alcune erano appena innestate, alcune erano distrutte. Il cavalier Spano che era podestà ne aveva 7.000 e ne denunciava 2.000. E lui le poteva curare bene, con tutti i servi che aveva a disposizione. Qui il sindaco è una carica ereditaria, come il re. Sono sempre loro, sempre gli stessi».
«Perché hanno minato il Comune? - testimonia un pescatore, certo Careddu -. E' una protesta… come se andassero alla Previdenza sociale di Cagliari e la buttassero giù a bombe, come quelle che si gettano per i pesci. Bisogna fare così per deciderli a dare gli assegni familiari».
«Macché protesta! - polemizzano M. e R., fratelli contadini -. Macché protesta! Loro stessi del Comune sono stati! Prima hanno fatto mille zaroddus [pasticci] e dopo hanno fatto tutto un fascio e… bum! tutto in aria, tutto a posto, tutto pulito. Il bello è che nessuno ha mai saputo niente, non si è trovato nessun colpevole, neanche uno di quei colpevoli falsi che servono per far bella la giustizia».

P., impiegato del Comune e facoltoso possidente, osserva:
«La gente di Cabras non è cattiva…- parla dei suoi paesani con tono distaccato, come fossero di una razza diversa -. I cabraresi sono gente burlona che gli piace vivere e mangiare bene. Però ci sono sempre dei mascalzoni in mezzo, e qualche volta si lasciano trascinare da questi come bambini. Sarà anche vero che al Comune si è fatto qualche sbaglio a danno di qualcuno; tutti gli uomini sbagliano. Però basta venire in ufficio e le cose si aggiustano. In quel periodo, sarà per animo cattivo o per gusto, avevano fatto saltare in aria l'edificio comunale. Si sì, lo so: qualcuno ha sparso la voce che eravamo noi stessi a far scoppiare la mina… Mah, si sa come sono gli ignoranti: non sanno neanche quello che dicono».

L. Z. è un insegnante, figlio di piccoli proprietari. Ha alternato varie attività agli studi per potersi diplomare. Una situazione economica e familiare difficile e impietosa ha maturato in lui una coscienza democratica. La sua scelta politica, di militante socialista, gli ha valso l'avversione del parentado e l'isolamento. Dice:
«Io non ho la stoffa del martire. Voglio vivere finché sono giovane, perciò ho lasciato Cabras ai cabraresi. Di solito vivo a Oristano, pur avendo il domicilio a Cabras. Il mio paese è là dove mi si lascia libero di respirare».

L. Z. è un transfuga - soltanto fuori è riuscito a trovare una propria dimensione di vita. Ma è rimasto un osservatore attento delle vicende della sua comunità. Testimonia:
«Conoscendo la storia del mio paese, penso che un tumulto popolare o un attentato come quello al Municipio si verifichino perché chi ne è il bersaglio ha talmente esagerato nel suo comportamento da diventarne l'istigatore. La rivolta popolare del '19, così come la distruzione del Comune del '45, furono causate dall'eccessivo cinismo, da un disprezzo troppo palese degli amministratori di allora verso i concittadini. La furia popolare, una volta scatenata, si alimenta da sé, sfoga d'improvviso tutti i rancori per tutte le umiliazioni sopportate per anni. Ci sono ancora oggi situazioni penose causate dal malcostume amministrativo e politico. A certi livelli cui si è giunti, la denuncia molto spesso è inutile per non dire dannosa: essa provoca sfiducia prima e qualunquismo dopo. In taluni momenti, non facilmente prevedibili, nasce nel popolo la coscienza della propria dignità, in modo confuso e pieno di rancore. Guai allora, guai a chi ha offeso e umiliato l'uomo»
Le testimonianze fin qui raccolte sono del 1960-62 e sono apparse su “Tempo Presente”, anno VIII, n. 2, febbraio 1963.



La rivolta antifeudale dei pescatori

1. I pescatori del golfo, i paria dell'economia di Cabras, negli anni sessanta, hanno aperto una breccia nel fortilizio medievale degli stagni, dove sono arroccati privilegio e corruzione, muovendo i primi passi verso il riscatto civile della loro comunità.
Mentre l'èlite intellettuale e politica sciorinava denunce e tesi socialistoidi al caldo, tra un aperitivo e un altro, pochi miserabili, neppure accetti tra i servi della gleba, sono stati i protagonisti di una lotta che rappresenta una tappa fondamentale nella storia della Sardegna.
Uno dei protagonisti della rivoluzione in atto è Mosé, semianalfabeta, basso tarchiato, mani nodose, incallite per i lunghi anni passati a remare. Egli è stato per molti anni palamitaio nel golfo.

2. Il lavoro del palamitaio è duro, impegna notte e giorno; ma è da uomini liberi senza padrone. Per esercitarlo è sufficiente possedere un barchino a fondo piatto e una palamite.
La palamite è uno strumento da pesca molto diffuso a Cabras per la pesca nelle acque basse del golfo. Consiste in una cordicella di cotone lunga fino a duemila metri a cui sono fissati, a distanza di circa trenta centimetri l'uno dall'altro, dei brevi fili di nylon con gli ami.
La mattina, il palamitaio sistema a cerchi concentrici la funicella dentro un'apposita corbula di canna con i bordi di sughero, dove gli ami vengono appuntati uno a fianco all'altro tanto da formare un cerchio metallico. La prima fase della preparazione della palamite è conclusa.
La sera, bisogna cercare l'esca. Di solito vengono usati i lombrichi o i gamberetti, a seconda dei pesci che si vogliono prendere. Quando non ci sono i soldi per acquistare l'esca, cioè quasi sempre, il palamitaio rastrella i bassi fondali alla ricerca dei gamberetti o zappetta per ore e ore nel vicino entroterra a caccia di lombrichi. Si tratta quindi di fornire dell'esca alcune migliaia di ami, uno a uno, con abilità e pazienza.
Ho visto vecchi dalla vista quasi spenta, far questo lavoro alla luce dell'acetilene fino a tarda notte, seduti sull'arenile davanti alle baracche di falasco di «Su Siccu», nel golfo.
E' il momento di affidare alle acque la palamite. Si scelgono i fondali bassi e ricchi di vegetazione. Si lega un capo della funicella a una canna infissa in un galleggiante di sughero, quindi si posa la funicella lentamente, con precauzione, perché non si imbrogli. Poi, riposo fino all'alba.
I più poveri usano questo attrezzo senza barchino, con l'acqua gelata alle reni. Qualcuno si costruisce un galleggiante di falasco, un'erba palustre spugnosa. Altri possiedono il barchino a fondo piatto, lavorano in coppia, uno ai remi e uno alla palamite - e in questo caso è possibile usare una cordicella molto lunga, con maggiori possibilità di pesca.
Talvolta è ancora buio, quando il palamitaio esce dalla baracca per salpare l'attrezzo. E' l'ultima fase, la più delicata, dove speranza e mestiere si sostengono a vicenda. Bisogna stare attenti a non perdere il pesce grosso che ha abboccato; risparmiare gli ami estraendoli abilmente dalle fauci dei pesci; non farsi pungere dagli aculei velenosi di alcune specie quale lo scorfano; non ingarbugliare la funicella e che non si spezzi; che la remata sia dolce e segua i movimenti e le posizioni della palamite; fermare a tempo l'imbarcazione se l'attrezzo si è incagliato sul fondo.
Quanto si guadagna? Lavorando senza barca (in tal caso la palamite è necessariamente più corta) si può ricavare, nella migliore delle ipotesi il pranzo per la famiglia. Lavorando in due, col barchino, si possono guadagnare fino a cinquemila lire, poiché si pescano soltanto pesci di basso costo, in prevalenza sparlotti (dai dieci ai venti chili). Spesso il guadagno supera di poco il valore dell'esca. Va tenuto presente che in un anno, il tempo permette sì e no cento giorni di pesca. (Infatti, la maggior parte dei palamitai arrotonda le entrate con altre attività occasionali: il bracciantato agricolo, la raccolta delle lumache e più spesso la pesca di frodo negli stagni).
Il golfo di Oristano è da tempo impoverito. I pescatori di Cabras non hanno potuto sfruttarlo, con i loro rudimentali attrezzi che possono essere usati soltanto a pochi metri dalla riva. Dal dopoguerra, velieri e motopescherecci forniti di radar e di reti a strascico, non soltanto hanno raccolto larga messe ma hanno depauperato il patrimonio ittico, distruggendo i pascoli e gli avannotti con le pesanti barre del sacco.
Gli unici ad avere sempre tempo buono e pesci a portata di mano sono i padroni degli stagni, con le riserve in peschiera. Contro il privilegio dei feudatari si è rivoltata la disperazione dei palamitai del golfo. Esauritosi il pesce nei bassi fondali, l'inconscia ancestrale paura del mare aperto, la primitività degli attrezzi, non potevano che spingere la fame dei pescatori «liberi» verso le ricche, proibite acque degli stagni padronali.
«Finché si poteva campare, anche male, pazienza. Ma quando viene la fame, e non ti puoi adattare a fare altro - neppure a rubare siamo capaci, noi - allora si diventa coraggiosi».
Questa la motivazione umana della rivolta dei palamitai.

3. Quando Mosé ritornò dalla guerra, nel '46, trovò che i ricchi erano più ricchi e i poveri più poveri. Aveva sentito parlare dei partigiani che avevano cacciato i fascisti, e lui che non aveva mai saputo di politica cominciò a ragionarci.
Andò al Comune per chiedere lavoro, per vedere come stavano le cose. Ormai i fascisti non comandavano più. Non lo ascoltarono neppure. Gli dissero di non rompere le scatole e di levarsi dai piedi. Non era cambiato nulla. Il sangue gli salì alla testa. Gli si era ormai rotta la crosta del servo, sentiva di essere un cittadino nuovo, un uomo libero. Urlò che lui aveva fatto la guerra, sacrificando la vita, mentre loro, i signori, continuavano ad arricchirsi succhiando il sangue della povera gente.
«Vennero i carabinieri - racconta Mosé - e come succede sempre si misero contro il povero straccione. Mi hanno afferrato e mi volevano portare dentro come se fossi stato un delinquente. Io ho cercato di dirglielo che non volevo far nulla di male, che ero un reduce, che volevo soltanto lavorare per mangiare. Ma loro, niente».
Con uno strattone, egli si liberò dalla stretta. Con un manrovescio stese uno dei due carabinieri e fuggì. Cominciò così l'esperienza di reduce, in galera. Quando uscì il suo destino era segnato: fare il palamitaio coi fratelli maggiori.

4. Lo stagno di Cabras, il più esteso e il più pescoso della Sardegna, è diviso in due grandi bacini: il primo quasi circolare con un diametro di tre chilometri e l'altro ellittico largo tre chilometri e lungo nove chilometri circa. Ha una superficie di oltre duemila ettari, escluso lo stagnetto di «Sa Mardini», le peschiere e le paludi. E' popolato di muggini, cefali, anguille e altre specie meno pregiate, carpe e tinche.
Ha una storia intessuta di lacrime e di sangue, che ha origine oltre trecento anni fa.
Nell'anno del Signore 1660, il re cattolico di Spagna Filippo IV è inguaiato fino al collo nella guerra di Catalogna. C'est l'argent qui fait la guere, e Filippo non ha il becco di un quattrino. Chiede allora un prestito al banchiere genovese Gerolamo Vivaldi, e l'ottiene. A garanzia del mutuo, il monarca cede al banchiere i diritti esclusivi di pesca negli stagni di Cabras, che appartengono alla Corona di Spagna.
Quasi duecento anni dopo, nel 1853, gli eredi del Vivaldi cedono «il pegno» a un certo don Salvatore Carta, notabile di Oristano. I suoi eredi detengono ancora tale privilegio feudale. La fetta più cospicua del feudo lagunare, che è diviso in trentasei parti, appartiene a don Efisio Carta. Un altro feudatario è Alfredo Corrias, già presidente della Regione e senatore democristiano.
Le strutture socio-economiche degli stagni sono rimaste immutate nei secoli. L'organizzazione delle categorie ammesse dai feudatari a lavorare nelle «loro» acque è rigidamente piramidale.
Alla base della piramide stanno i palamitai e i fiocinieri, che pescano qualche mese all'anno pagando un indennizzo ai padroni - una somma spesso superiore al ricavato della pesca. A queste due infime categorie è fatto tassativo divieto di usare altro attrezzo che non sia la palamite o la fiocina, e come imbarcazione possono usare soltanto «su fassoni», un natante primitivo consistente in un fascio di erbe palustri.
Un gradino più in alto stanno is bogheris [i vogatori]. Come i primi possono pescare soltanto entro brevi limiti di tempo (dal 14 ottobre alla domenica delle Palme), ma possono usare il barchino a fondo piatto e una piccola rete, di tipo prestabilito. Non pagano indennizzo, ma devono versare la metà del prodotto ittico al padrone. Essi sono in numero di 72 secondo una divisione in «colleghe» (una «collega» è uguale a 3 barche con 4 pescatori ciascuna).
Ancora più in alto stanno is poiggeris [da «poligio», rete a strascico a maglia larga] in numero di 20; quindi vengono is isciaigoteris [da «sciabica», rete a maglia stretta] che sono in 5. Ambedue queste categorie pescano tutto l'anno a mezzadria.
Vi sono infine i cosiddetti zaraccus de pischera [servi di peschiera], una decina circa, uomini di fiducia dei feudatari, specie di valvassori, che hanno il compito di amministrare le peschiere e di controllare il buon andamento del complesso sistema. Anche tra loro vi è una rigida gerarchia, culminante nel ruolo di pesraxiu [pesatore]. La carica di «servo di peschiera» è ambita: essi godono di grande prestigio nella comunità, ma sono odiati come nessun altro. Accanto a loro, le guardie armate, una decina, con stipendio mensile, regalie e proventi dei sequestri ai pescatori di frodo.
Al vertice della piramide è s'abitanti, il sovrintendente, che rappresenta il potere del feudatario.
Non è facile conoscere con esattezza il reddito annuo degli stagni di Cabras. Calcoli fatti da fonti diverse davano nel 1960 un reddito di oltre un miliardo di lire. Gli stagni sono ricchissimi di muggini e anguille, che mantengono un prezzo alto nel mercato. Assai redditizia è la produzione delle buttarighe, uova di muggine salate ed essiccate, il cui prezzo oscilla dalle 15 alle 20 mila lire al chilo.
Da oltre cento anni - come rilevo dalla lettura di Enrico Costa, romanziere, testimone a Cabras nel 1860-70 - era consuetudine distribuire alla povera gente del paese una certa quantità di pesce in sovrabbondanza nelle peschiere - pesce che diversamente sarebbe morto per soffocamento. Tale regalia si è venuta modificando in questi ultimi tempi, diventando «vendita di favore»: si immetteva un certo numero di quintali di pesce al cosiddetto «prezzo di costo» e la gente del paese, in fila, munita di buoni (distribuiti dai «servi di peschiera») poteva acquistarne un quantitativo limitato a pochi chili.
Da qualche anno (dal 1960), da quando cioè la popolazione ha iniziato a sostenere i pescatori del golfo nelle lotta antifeudale, il pesce in sovrabbondanza viene bruciato. Nel 1960, i padroni degli stagni ne hanno bruciato in una sola volta ottanta quintali, un valore commerciale di un milione, per non abbassare i prezzi di mercato.

5. Chiedo a Mosé di raccontare dall'inizio la storia della rivolta antifeudale, ogni giorno un pezzo, come un romanzo a puntate, nelle ore in cui ripara la palamite.
«Come è nata l'idea? Eh, a me era nata da molto tempo. Quando ero ragazzo no, non ci pensano, perché ero più ignorante di una bestia. A scuola non mi mandavano, perché i poveri devono andare a lavorare. "Non descidi, andai a iscola, a su poburu", ripeteva mio padre. Però in chiesa sì che mi ci mandava! Non mi faceva perdere mai una messa. Erano pugni e calci, se non ci andavo, ché lui era molto religioso. Facevo quasi sempre il chierichetto… Mi ci vedi, vestito da prete, a me?… Bisogna essere di razza, bisogna essere. Se uno non ce l'ha nel sangue, non fa. Ci ho sangue rosso, io…».

6. La casa di Mosé è casa di poveri, come tante altre a Cabras. E' costruita con ladrini, mattoni di fango misto a paglia lasciati essiccare al sole. Il tetto è un traliccio di canne coperto da tegole rustiche: dalle connessure filtra il vento. Consiste in un ingresso, una camera e una cucina. Il pavimento è in terra battuta.
Dalla cucina si esce nel cortiletto dove si trova il letamaio, il forno per cuocere il pane, la legnaia e il cesso (un paravento di tavole che nasconde un buco per terra).
Le uniche suppellettili sono un letto e un armadio nell'unica stanza, riservata ai vecchi genitori. «Camera bella», viene detta, perché ha un letto con lenzuola e coperta e materasso di crine: viene usata soltanto nelle grandi occasioni: un ospite di riguardo, la nascita di un figlio, una grave malattia, la morte.
Veramente usate sono is istojas, stuoie di falasco, che ricoprono il pavimento della cucina davanti a sa forredda, il camino. Vi si giace per riposare; vi si siede alla turca per mangiare o lavorare; vi si dorme la notte.
La casa di Mosé è in periferia, nel rione detto della «Brigata Sassari». E' un quartiere ghetto, e per la gente «perbene», del paese gli abitanti della «Brigata» sono delinquenti e ladri. La «Brigata» è nata dai tumulti popolari del '19 che vide la popolazione capitanata dai reduci insorgere contro i soprusi della classe dirigente. Si ebbero circa trecento arrestati. Per placare la tensione delle masse, esasperate dalla fame, dai padroni, dalla malaria, e poi dalla spagnola e dagli allagamenti del Tirso e degli stagni, il governo credette opportuno intervenire costruendo una doppia fila di casette in mattoni crudi per sistemarvi i più bisognosi e i più turbolenti. Intorno a queste case si è edificato il rione «Brigata Sassari», la casbah, dove l'acqua non arriva, le strade sono un mare di fango, manca l'illuminazione, manca ogni più elementare servizio igienico.
Vi vivono gli emarginati: palamitai «vaganti» (che buttano l'attrezzo dove capita), pescatori di frodo; cercatori e venditori di frutti di mare (arselle, nacchere, murici, ricci, patelle, attinie); bomboaius, che pescano con la dinamite o col carburo, alluadoris, che pescano con il succo velenoso dell'euforbia; cestinai, scopai e una miriade di senza-mestiere che attinge nottetempo dagli oliveti, dai carciofai, dai frutteti, dalle vigne, dagli stagni, dalle peschiere - pagando sempre di persona, dignitosamente, coraggiosamente, gelosissimi della loro libertà. Per questa loro primordiale libertà spesso si accontentano delle briciole, si adattano a qualunque sacrificio pur di non dipendere da alcun padrone e non sottostare a nessuna legge.
Gli abitanti della «Brigata» conducono una vita il cui livello è stato definito da alcuni visitatori «subumano». Preoccupazione principale è quella di mangiare per sopravvivere. Altra preoccupazione è quella di essere acciuffati durante le razzie notturne - caso abbastanza raro data l'abilità, la perfetta conoscenza dei luoghi e la ferrea omertà. Più che di omertà, io parlerei di solidarietà e mutualismo: fra i tanti esempi che si possono fare, quello del giovane sposo che quando costruisce la casa viene aiutato dagli amici e dai vicini con la loro prestazione d'opera gratuita. I rapporti tra i sessi sono molto liberi; numerose coppie vivono senza matrimonio e si sono verificati diversi scambi di mogli.
Mosé polemizza con quelli del suo rione:
«Non hanno capito ancora contro quale nemico devono combattere. Vivono senza porsi problemi, accontentandosi delle briciole che riescono a raccattare intorno. I padroni possiedono tanto che neppure se ne accorgono, delle briciole che perdono; invece loro restano miserabili anche se mangiano e bevono tutti i giorni. Eh, quando il tempo è brutto, allora qualcuno sì, viene a confidarsi da me, a lamentarsi che non sa dove sbattere la testa! Allora diventano comunisti. Ma appena torna il tempo buono e riescono a farsi le mille lire o un sacco di anguille o di olive, allora se ne fregano di tutto, diventano gran signori e se ne vanno a scialare».
6. Nel 1956, la Regione Autonoma promulga la legge n. 39, dove si dichiarano «decaduti i diritti feudali di pesca nelle acque lagunari e interne a qualunque titolo posseduti». Nel 1959, la Corte Costituzionale ne conferma la legittimità.
Racconta Mosé:
«Nel 1959, i compagni della federazione del PCI e del PSI di Oristano ci hanno detto che era uscita la legge regionale, quella che adesso conoscono tutti a memoria, e ci hanno passato dei fogli scritti a macchina dove c'era spiegato tutto.
Io ero uno degli interessati e li distribuivo in giro per il paese, specialmente ai pescatori liberi. Quando passavo la notizia che la legge aveva liberato gli stagni, quasi tutti mi ridevano in faccia: "Vai, matto che sei! che non può essere vero. Il padrone sempre padrone è, e non lo tocca nessuno". Però cominciavano a parlarne, anche se per burla o increduli. I ricchi, davanti alla porta del loro circolo, dove trascorrono il tempo giocando a carte, si facevano risate matte quando mi vedevano passare; ma io zitto, come se vedessi asini.
Lo stesso anno siamo riusciti a fare un piccolo congresso nel cinema Vittoria, quello di Giosuè, e molti pescatori erano venuti per sentire. C'erano i compagni del sindacato di Oristano, e avevano spiegato come stava la legge e lo stagno. Però i pescatori erano titubanti, non ci credevano ancora. Sfido io! a Cabras sono tutti selezionati dai padroni, fin da bambini…
La seconda volta non ci avevano concesso i locali per paura delle rappresaglie dei padroni, e la riunione si era fatta, come sai, a casa tua, fuori paese. La nostra idea era che se non si sfondava questo feudo facendo applicare la legge 39, non avremmo mai avuto il pane sicuro.
La terza volta ci siamo riuniti in casa di Loi, che nel bel mezzo della lotta, insieme ad altri traditori, è passato coi padronali, per vigliaccheria. Quella volta c'erano i due presidenti delle cooperative pescatori "Gran Torre" e "Tharros" dei pescatori del golfo, coi consiglieri, quelli della camera del lavoro di Oristano, e altri. Ci siamo accordati per fare un appello a tutti i partiti, ai sindacati e alle autorità della Regione, per sollecitare l'applicazione della legge. Non abbiamo ricevuto nessuna risposta, né dai partiti (esclusi il PCI e il PSI), né dalla Regione. Allora abbiamo dichiarato l'agitazione».

7. Mosè s'interrompe. Vicino al fuoco del camino ha messo ad asciugare del tabacco che si è bagnato in mare. Ne raccoglie un pizzico ai bordi del mucchietto e con una cartina si fabbrica una sigaretta. Tossisce, lamentandosi dei dolori reumatici. Dice:
«Arramadinu buscau in s'urtimu scioperu… [influenza buscata nell'ultimo sciopero] Eh, sì. La vita che faccio io, non l'auguro neppure al peggiore nemico… Eh, sì, ai padroni, a quelli sì che gliela farei fare, per tutta la vita… Adesso che abbiamo ottenuto la concessione di pesca nelle paludi comunali, quelle che prima i padroni dello stagno si prendevano come un loro diritto e a noi costano l'anima, ci tocca dormire dove capita, senza neanche baracca. Le paludi sono estese, oggi ci sono e domani spariscono, senza un confine preciso. Si gettano le reti qua e là senza un punto fisso, e i padroni dicono che abbiamo sconfinato nelle loro acque e ci denunciano per furto di pesce. Di notte, ti metti una coperta addosso e cerchi di dormire e non ci riesci, con lo sciacquio sotto il barchino, quando c'è vento. Non puoi muovere un dito, ché ti svegli morto dal freddo. E per che cosa, poi? Sto sacrificando la vita per un'idea… avrei potuto andarmene a lavorare fuori, magari all'estero, come hanno fatto i furbi… Non meriterebbero nulla, per come mi hanno sempre trattato. Mi odiano perfino i compagni pescatori, perché quando va male è tutta colpa mia, che gli ho messo in testa di mandare via i padroni… Se fosse per la mia idea, io entrerei nello stagno in pieno giorno e pescherei davanti a tutto il paese e a tutta la giustizia, e tutta la pesca la butterei ai piedi della gente…».

8. Nell'estate del 1960 ebbe luogo la prima manifestazione popolare antifeudale. Alcuni giorni prima, i pescatori avevano mandato telegrammi e delegazioni alle autorità locali e regionali.
Oltre duecento pescatori sfilarono, con le loro barche, dalle baracche di falasco di «Su Siccu» fino al lido di Torre Grande, nel golfo di Oristano, per oltre un chilometro. Sulle rive c'erano le loro donne e i loro bambini e qualche famiglia di contadini. Rientrando, proseguirono fino al canale di «Sa Mardini», che unisce le acque del golfo con le acque degli stagni, lo imboccarono e penetrarono nelle acque proibite. Fu una occupazione simbolica, un atto di sfida: durò giusto il tempo di voltare le barche.
Era la prima volta, nella storia di Cabras, che un pescatore osava sollevare il capo davanti al padrone. Gli «scioperanti» (così li chiama il paese) si facevano coraggio col vino, coi canti. Ma il coraggio vero, la coscienza del loro umano diritto, glielo comunicavano le donne e i bambini, che seguivano lungo la riva, incitandoli con urla e pugni levati.
Le autorità regionali si resero conto che la «tranquilla» gente di Cabras cominciava a fare sul serio: si affrettarono a promettere «tutto il loro interessamento», giusto il calcolo elettorale di non perdere voti in quel serbatoio di sottoproletari.

9. «Le autorità promettevano che ci avrebbero pensato - riprende a testimoniare Mosè -. Promettevano sempre e non mantenevano mai. Dicevano che la questione era complicata e difficile, che si trattava di una faccenda delicata, che bisognava andarci piano e pazientare… Una pastetta che non attaccava neanche al muro.
Siamo arrivati così al 7 di settembre del 1960. Eravamo più di cinquecento. La mattina, dalla stazione di Oristano siamo partiti per Cagliari con due "littorine" che avevamo noleggiato insieme ai pescatori di Marceddì e di Santa Gilla che si erano uniti a noi. Arrivati a Cagliari, siamo sfilati tutti in corteo con i cartelli che spiegavano la nostra situazione. La gente si fermava a guardarci; avevano bloccato perfino il traffico.
Alla Regione, il presidente non c'era. Eppure lo sapeva! Si era nascosto, oppure era fuggito. Abbiamo fatto il viaggio per niente, abbiamo fatto!
Lui stesso, il presidente, ci aveva promesso qualche giorno prima, che nessuno avrebbe più pescato nello stagno, neppure i padronali, fino a quando la vertenza non fosse stata risolta. Invece, mentre noi eravamo a Cagliari, i padronali coi servi di peschiera sono entrati e hanno pescato. Di conseguenza abbiamo deciso il secondo "sciopero" e siamo entrati anche noi a pescare. L'8 settembre era la festa della Madonna del Rimedio. Nessuno se l'aspettava».

10. Partono all'alba. Tutta la notte si sono preparati in gran segreto, uomini donne bambini. Uniti ai contadini, loro naturali alleati, caricano su carri e su trattori le loro barche, spostandole dalle rive del golfo alle rive dello stagno.
Inalberano cartelli con scritte legalitarie: VOGLIAMO IL RISPETTO DELLA LEGGE 39. Sulla strada, un automezzo pesante della polizia blocca la colonna. Ma ormai lo stagno è vicino: i giunchetti lambiscono l'asfalto. Le barche vengono sollevate a braccia sulle teste della moltitudine, e trasportate lungo gli acquitrini, fino a essere varate nelle acque proibite.
Le donne, i vecchi, i bambini si accoccolano sulla riva, in attesa degli eventi.
Cominciano ad affluire centinaia di carabinieri in assetto di guerra.
Durante il giorno, la gente del paese si riversa sulle rive dello stagno, nella piazza davanti alla chiesa di Santa Maria. I pareri sono discordi; c'è chi li definisce «pazzi, delinquenti» e c'è chi sostiene che hanno ragione. Ma nessuno muove un dito.
Anche la curiosità (grande, per un fatto inaudito) finisce per scemare. I carabinieri si sono interposti tra gli «scioperanti» e i padronali, quando questi ultimi hanno tentato di scacciare con la forza gli «intrusi». Niente lotta, neppure un pugno. Vedere quaranta barchini immobili sull'acqua al centro di uno stagno non è uno spettacolo eccitante: restano soltanto le donne e i bambini di questi uomini ribelli, decisi a non uscire dall'acqua senza il crisma ufficiale al loro diritto di vivere.
Ricordo, fra tanta indifferenza, un episodio di solidarietà, un bell'atto di coraggio compiuto da uno dei dirigenti del Circolo locale dell'Associazione Italiana per la Libertà della Cultura, Gianni Atzori, quando ancora le forze dell'ordine bloccano il passaggio dei viveri diretti agli «scioperanti» con l'intento di farli capitolare per fame: raccolte le provviste approntate dalle donne, elude lo sbarramento attraversando il canale fino allo stagno, con l'attrezzatura da sommozzatore, trascinandosi dietro il sacco cerato coi viveri.

11. Racconta Mosè:
«Eravamo quaranta barche. Ci siamo raccolti in mezzo allo stagno, decisi a non uscire senza aver prima raggiunto lo scopo. I padronali avevano pagato delinquenti per provocarci e far intervenire i carabinieri. Tre giorni e tre notti, finché il presidente della Regione ci comunicò con un telegramma che aveva deciso di far pescare a turno, fino alla fine del mese, in attesa di applicare definitivamente la legge 39, tre colleghe dei padroni e tre colleghe nostre… I sindacalisti, i politici, lo stesso sindaco vennero a portarci la bella notizia.
Noi ci siamo fidati, stupidi!, e siamo usciti a far festa. Tutta la gente del paese era sulla riva ad aspettarci. Gli evviva salivano fino al cielo. Donne, giovani, vecchi, piangevano di gioia. Sembrava una grande vittoria…
Siamo usciti dallo stagno stremati, ma come trionfatori, portati a spalla dal popolo. I più festosi, i più entusiasti erano i dubbiosi di poco prima.
Per non farci fregare, avevamo lasciato le nostre barche al riparo nel canale dell'idrovora, che appartiene al demanio comunale, dopo aver avuto il permesso e l'assicurazione del Sindaco che nessuno le avrebbe toccate. Poi ci eravamo sparsi a gruppi nel paese a far festa, nelle bettole e nei magazzini… Ce l'eravamo meritata, un po' di baldoria, dopo tre giorni e tre notti passati all'addiaccio, coi denti stretti e il cuore in gola.
La stessa notte accadde il fattaccio. I servi di peschiera, coi padronali e coi carabinieri, presero le nostre barche e le rigettarono nel golfo. Le parole scritte nel telegramma del presidente, soltanto parole. La promessa del Sindaco, senza valore. Ancora una volta ci avevano battuto con la malafede e l'inganno, costretti a riprendere la via della palamite nel golfo senza pesci, sempre più inveleniti e sfottuti dalla stessa gente che ci aveva portato in trionfo.
Appizzus de is corrus, cincus soddus! [oltre le corna, le beffe] E stavolta, molti, scoraggiati, si erano allontanati dalla lotta. Il colpo più brutto fu quello di Loi, il presidente della cooperativa, che ci aveva tradito passando dalla parte dei padronali, in cambio di un posto nello stagno.
Siamo rimasti in pochi, e non potevamo neanche uscire a bere un bicchiere di vino che tutti ci attaccavano sfottendo: "Beh, questi padroni, quando li sloggiate?"…».

12. La mattina del 15 maggio del 1961, Cabras è ancora una volta in fermento.
Ridotti a non più di sessanta dalla tattica dilazionatoria dal potere regionale democristiano e dalle minacce e dai ricatti dei padroni, i pescatori liberi riaprono coraggiosamente le ostilità. Con una ventina di barche, passando attraverso il canale a mare, occupano - come la prima volta - lo stagno di «Sa Mardini». Così viene chiamato il primo bacino lagunare, in diretta comunicazione col golfo tanto da risultarne una insenatura chiaramente demaniale, «Sa Mardini» [la scrofa]: perché le sue acque «allattano» di pesci le vicine peschiere e i più vasti stagni dell'entroterra. E' il punto più importante e più vulnerabile del feudo dei Carta.
Il giorno prima, domenica 14, il pescatore Simone, fratello di Mosè, mi aveva avvicinato per strada, circospetto: «E' arrivato il momento», aveva detto. Era eccitato, come lo si è alla vigilia di un grande avvenimento. Sentiva il bisogno della solidarietà, confidandosi con un compagno. Gli strinsi forte la mano: «Noi del Circolo siamo con voi», dissi. «Scrivete ai giornali, parlatene con tutti - sorrise, - insomma, fate più chiasso che potete». Mi salutò alla svelta per raggiungere i compagni che si erano allontanati: «Un'altra cosa: guardate i nostri bambini, se ne avranno bisogno».

13. E' il pomeriggio del 15 maggio, lunedì.
Una sessantina di pescatori, al centro dello stagnetto di «Sa Mardini» sosta sotto il sole. Sono pochi, stavolta, ma decisi come non mai a non uscire da lì fin quando non sia fatta giustizia. Li hanno riempiti di promesse e di belle parole, li hanno sempre ingannati: ora vogliono fatti.
Sulle rive dello stagnetto, a qualche chilometro dal paese, le loro donne e i loro bambini, prevedendo una lunga agitazione, hanno improvvisato attendamenti e ripari con canne e frasche, coperte e stuoie, per stare vicini ai loro cari e sostenerli nella lotta.
Decine di camion di carabinieri affluiscono da ogni parte dell'isola, per circondare e stanare i «rivoltosi». Per ospitare le «forze dell'ordine», l'amministrazione comunale fa sgombrare un plesso scolastico e il refettorio.
Oltre trecento bambini poveri, quel lunedì, vengono rimandati a casa a stomaco vuoto. Molti sono figli dei pescatori in agitazione.
Il direttivo del Circolo AILC si riunisce d'urgenza. Una parte dei dirigenti si dilegua, col pretesto che «la cultura deve restare al di sopra delle parti», che «non deve fare politica». Pochi restano, disposti a battersi coi pescatori. Sono: Gianni Atzori, Luigi Zoccheddu, Dino Zidda, Salvatore Manca, Firminio Scintu. Vengono immediatamente mandati telegrammi di protesta al Prefetto e al Questore di Cagliari minacciando uno scandalo: i trecento bambini devono ricevere la normale assistenza scolastica, ora più che mai; i carabinieri che si arrangino dove credono ma non a scuola e nel refettorio: che si accampino all'aperto, come le famiglie dei pescatori, o che vadano al Jolly Hotel se il loro Ministero ha un bilancio di manica larga.
Il giorno dopo Prefetto e Questore tirano le orecchie al Sindaco democristiano di Cabras: la repressione deve salvare la faccia, è controproducente colpire i bambini direttamente. Ripristinate immediatamente la refezione: siete matti?
I bambini riprendono posto al refettorio. Il Circolo si è bruciato: l'amministrazione comunale non gliela perdonerà mai.
Il vice-sindaco Marongiu, asservito ai feudatari degli stagni, attacca i responsabili del Circolo nel quotidiano padronale di Cagliari «L'Unione sarda». Le solite accuse di sovversivismo. Lo stesso quotidiano, in dispregio della legge sulla stampa, rifiuta di pubblicare la replica del Circolo. In via privata, risponde al Circolo un redattore del quotidiano, Giuseppe Fiori. Egli dice di aver raccolto la nostra lettera nel cestino del direttore, al quale era indirizzata; era finita lì perché «troppo polemica»; suggerisce di riscrivere in tono più «moderato». Gli si risponde: chi crede di essere? Andreotti, Elkan o Catone? Bisogna parlar chiaro, costi quel che costi. E' tempo di dire pane al pane, in una situazione come quella di Cabras.
Dopo alcuni giorni la refezione scolastica viene definitivamente sospesa. Stavolta c'è un pretesto giuridico: le ore di assistenza regolamentari sono finite. Ma è sempre accaduto che la refezione prosegua fino all'esaurimento della scorta vivere. Quintali di pasta non utilizzati finiscono nell'immondezzaio. La «giustizia» ha dato un primo colpo ai rivoltosi affamando i loro figli.
Il Circolo AILC, d'accordo con il PCI e il PSI, organizza un comitato di solidarietà. Nottetempo, sommozzatori attrezzati di respiratori, forzano il blocco della polizia, facendo giungere sacchi di vivere ai pescatori nello stagno di «Sa Mardini».

14. E' trascorsa una settimana. Sotto il sole ardente, sotto il gelo delle lunghe notti, immobili al centro dello stagno, i pescatori liberi resistono ancora. Il padronato assolda inutilmente delinquenti comuni per provocare la rissa e dare il pretesto alla polizia di intervenire. Sono le donne che sorvegliano le rive notte e giorno a sventare ogni minaccia dall'esterno. Attendate tra i giuncheti, sostengono diversi duri scontri con le «forze dell'ordine».
I dimostranti hanno maturato una coscienza civile: per evitare facili accuse, rifiutano il vino che il comitato di solidarietà fa giungere loro: il coraggio vogliono sentirselo venire soltanto dalla loro coscienza di uomini liberi.
In tutta l'isola si parla di Cabras. L'eco valica il mare, si diffonde nel continente. Il fatto è stupefacente: i palamitai del golfo, i paria di una comunità sperduta, stanno portando avanti da soli una lotta epica. Un pugno di analfabeti ha innalzato la bandiera della legge che il potere ha lasciato cadere.
15. Dice Mosè:

«Ed ecco arrivare il solito telegramma del solito presidente della Regione. Eravamo ormai all'estremo della resistenza ed eravamo molto preoccupati per le nostre famiglie, che vedevamo abbandonate sulle rive, senza mangiare. Il telegramma ci salvava almeno l'orgoglio… Il presidente Corrias si impegnava di trovare entro breve termine una soluzione di compromesso. Ma le cose sono tornate come prima e peggio di prima: i padroni sempre padroni e noi di nuovo a gettare la funicella nelle acque del golfo, per un tozzo di pane.
E tra noi, non è tutto come si crede… mi vergogno a dirlo, è dare soddisfazione ai padroni; ma è la verità. Alcuni abbiamo dovuto convincerli quasi a forza, per occupare lo stagno; poi una volta dentro, ci sono dovuti restare. Quelli che borbottavano di più li abbiamo messi nelle barche al centro. Guai se qualcuno fosse scappato! Si sarebbe capito subito che non c'era unione, che mancava la volontà di lottare fino in fondo e saremmo rimasti in quattro o cinque. Dopo i primi giorni, alcuni si lamentavano come bambini… eh, se non fosse stato per le loro donne, che li guardavano dalla riva! Quelle sì che erano ferme e decise… Più il tempo passava, più i compagni si calmavano e trovavano unità. Ci ha molto sostenuto l'aiuto dei contadini e dei pastori. Dal lato del cibo non si stava molto male: abbiamo mangiato come non avremmo mai sperato, in quei giorni. Vino niente, per non dare scuse ai carabinieri…
Di notte, nessuno aveva voglia di dormire. E poi, in barca, uno quasi non può nemmeno alzarsi in piedi, e dopo tanti giorni avevamo il corpo paralizzato… Quando ci hanno fatto sapere del telegramma del presidente, i più gridavano evviva! evviva! Credevano che fosse così facile, vincere i padroni. Ho cercato di dirglielo, che era il solito trucco per farci uscire. Ma anche i sindacati avevano deciso di chiudere l'agitazione. E chi li fermava più? Io stavo appena cominciando a parlare, e i più erano già sulla riva!».

16. Da quel maggio 1961 trascorre un altro anno. Sostenuti dai partiti comunista e socialista e dal locale Circolo AILC, i pescatori liberi riorganizzavano le file e rinforzavano amministrativamente le loro cooperative.
Nell'autunno, con un colpo di mano, si aggiudicano la concessione delle paludi comunali: lunghe fasce di terra che le acque dello stagno con gli anni hanno allagato e sommerso. I feudatari, trattandosi di acque limitrofe alle loro, avevano avuto sempre per poche lire la concessione di quelle paludi; nessuno aveva mai osato contrastarli nelle aste, ed era per loro un segno di magnanimità indennizzare il Comune, dato che essi, nel passato, hanno sempre sostenuto che il loro «diritto di pesca» si estendeva ovunque si allargassero le «loro» acque.
Senza adeguati canali e opere a mare, gli stagni si sono allargati, anno dopo anno, portandosi via, pezzo a pezzo, estese superfici di terra comunale e di privati.
Come reagiva e reagisce il proprietario di questi terreni sommersi? Un tempo si stava zitti. Si riteneva come naturale tale malanno, mandato dal Padre Eterno come la peronospora e il colera - non come un vero e proprio furto.
«Che cosa si poteva fare allora? La gente non era come oggi - testimonia un piccolo proprietario terriero. - Quando era servo di peschiera Su Spadu, girava sempre a cavallo col fucile per vedere che qualche contadino non toccasse i pesci nel suo terreno allagato. Lui diceva: "Le acque sono del padrone e la terra è tua e te la puoi tenere, ma i pesci sono nell'acqua e non puoi toccarli, altrimenti…". Un altro contadino, ziu Srabadori, l'avevano perfino denunciato per pesca abusiva e gli avevano sequestrato il pesce. E zitto! Eppure l'aveva pescato nel suo terreno allagato, col grano seminato sotto… Anche io ho un pezzo di terra che tutti gli anni, d'inverno, me lo frega lo stagno. E siccome non posso portarci attrezzi da pescare, ci vado col fucile. E quando mi vedono le guardie del padrone dello stagno, dico: "Sto andando a caccia nel mio terreno". E sparo ai pesci. L'ultima volta ho preso un muggine così, ho preso. E' più facile sparare alle carpe, ma non sono tanto buone. Bisogna stare attenti, però: se trovano il pesce lo sequestrano».
Sulla questione testimonia un altro contadino:
«Il veleno che ci tocca masticare a noi non fa a crederlo. Tutti ci mettono i piedi sul collo… anche i padroni dello stagno che allargandosi ci ruba le terre. Sì, è vero, la terra è nostra, paghiamo anche le tasse, ma non c'è niente da fare. La spuntano sempre i padroni dello stagno. Ci hanno provato molti a mettersi contro, ma ne sono usciti sempre scornati: i padroni non perdono mai una causa. A Giuseppe L., che aveva chiuso il suo campo, allagato dallo stagno, con il filo spinato, gli avevano strappato tutto e poi denunciato ai carabinieri perché non potevano entrare a prendere i pesci nella loro acqua. Se fossi stato io la giustizia, gliel'avrei fatta bere tutta, gliel'avrei! Oggi, le cose stanno un po' cambiando, ma non troppo. Ci sono anche diversi proprietari ricchi che hanno molti ettari sott'acqua, nello stagno; ma non dicono e non fanno nulla; stanno zitti perché sono amici dei padroni dello stagno e non si fanno mai vedere a bisticciare tra loro davanti al povero».
I terreni comunali periodicamente sommersi costituiscono - come ho detto - una vasta fascia paludosa a ovest, ai margini della penisola del Sinis. Prendendole in concessione per circa due milioni di lire (raccolti ipotecando molti anni di lavoro), i pescatori liberi hanno l'opportunità di inserirsi ai margini del feudo lagunare, con una base giuridicamente ferma. D'altro canto non esistono delimitazioni precise tra acque delle paludi comunali e acque degli stagni padronali: gli intrusi diventano ben presto una spina molesta nel fianco pingue dei feudatari, e la «giustizia» non può starsene lì notte e giorno a vigilare chilometri di spiagge per appurare gli sconfinamenti. I feudatari cominciano a studiare un piano «giuridico» per eliminare gli intrusi.

17. Arriviamo all'estate 1962. E' il momento più favorevole per la pesca. Muggini e cefali hanno compiuto il loro sviluppo; le uova di questi pesci costituiscono un prezioso prodotto. I feudatari non intendono perdere neppure una briciola dei loro prodotti.
Dice Mosè:
«Proprio non ce l'aspettavamo che la legge potesse distorcersi fino a questo punto, che la legge potesse arrivare a tanto: scacciare sessanta lavoratori da un posto dove lavorano con un diritto pagato due milioni… ma coi soldi si fanno spremere gli avvocati e far vedere nero per bianco…».
Nel mese di giugno, i feudatari denunciano i pescatori delle paludi di aver sconfinato e pescato nelle loro acque. L'accusa è di furto. Il machiavello giuridico prende corpo. La magistratura si presta al gioco - non si sa fino a che punto ingenuamente. Cominciano ad affluire a Cabras camion di carabinieri. I carabinieri del luogo, diretti da un certo maresciallo Serra, indagano e preparano i verbali d'accusa.

18. La notte del 25 giugno, i pescatori padronali, guidati dai valvassori «servi di peschiera», preparano un posto di blocco lungo la strada che dalle paludi porta al paese. Loro intenzione è di aggredire i pescatori liberi con lo specioso pretesto che il pesce che trasportano è stato pescato nelle acque feudali e quindi è refurtiva.
Le donne, saputo dell'agguato, corrono ad avvertire i loro uomini del pericolo. Vengono intercettate, fermate dai padronali, percosse e svillaneggiate. I carabinieri - che sono nei pressi - non intervengono.
Alcune donne riescono a eludere il blocco padronale, passando attraverso i giuncheti. I padronali, sfumato il fattore sorpresa, si spostano al primo ponte, vicino al paese, predisponendo un altro blocco. Vengono anche fermati diversi contadini che si recano al lavoro, perché ritenuti simpatizzanti dei pescatori liberi, onde evitare che possano dare l'allarme.
Quando i pescatori, che rientrano dalle paludi preceduti dal mezzo che trasporta il pesce, passano sul ponte vengono assaliti da due lati da un centinaio di padronali. Il mezzo viene danneggiato a sassate. Si accende una violenta mischia. Le «forze dell'ordine» - presenti nella zona - non intervengono.

19. «Ero rimasta a prendere fresco sull'uscio di casa fino a tardi; mi ero appena messa a letto, sarà stata mezzanotte, quando mi hanno bussato alla porta: "Alzati! Corri! Alzati! Che ci sono i servi del padrone appostati all'uscita delle paludi". Mi sono alzata in fretta e sono corsa fuori dove c'erano altre quattro mogli di pescatori».
E' zia R. che racconta, seduta con le altre donne sul pavimento di terra battuta. C'è zia C. che si alza in piedi, quando parla, e zia M. la moglie del presidente della cooperativa, alta snella nel suo abito nero, e altre. Ci sono tutte e quindici, le donne che ieri notte hanno affrontato lo scherno e le percosse della teppaglia padronale.
Zia R. è una donna piccola e gracile, invecchiata anzitempo. Si rimbocca le maniche della blusa per mostrare i lividi delle botte. Riprende a dire:
«Era mezzanotte, e siamo corse alle paludi ad avvertire i nostri uomini dell'imboscata. Arrivate al quinto ponte, c'era uno sbarramento di pali e loro c'erano, sulla strada, che fermavano tutti, anche quelli che andavano a lavorare nel Sinis. I più erano sparsi nella palude, nascosti in mezzo ai giunchi. Si vedevano perché ogni tanto accendevano le pile, ed erano armati, chi di bastone, chi di roncola e chi di fucile. Quando ci hanno viste, ci hanno riconosciute subito. "No, voi non passate da qui ad avvertire nessuno, puttane che non siete altro!". Ce ne hanno detto e fatto di tutti i colori, se ne sono approfittati perché eravamo sole, quei vigliacchi. Prendevano terra e ce la buttavano in faccia, beffandoci; ci hanno preso in mezzo ruotando e scoreggiando come bestie per umiliarci, e ci dicevano: "Dallo stagno già vi facciamo uscire noi, puttane!". Poi ci hanno picchiato e noi non potevamo fare nulla, in quindici contro tutti loro. Ci siamo difese come abbiamo potuto e siamo tornate indietro, pensando a come fare per avvertire i nostri uomini. Non sapevano niente, e se passavano così ignari avrebbero potuto circondarli e massacrarli senza neanche difendersi. Per fortuna è passata da lì la carretta di mio fratello B. che fa il contadino, ci sono saltata sopra e mi sono nascosta in mezzo ai sacchi. Quando la carretta è arrivata in mezzo allo sbarramento, i servi del padrone l'hanno fermato. "Tornate indietro - dicevano - non passa nessuno, stanotte". Mio fratello ha risposto: "Matti siete? Cosa state facendo? Non sapete che uno sbarramento così non lo può fare nessuno? Solo i banditi lo possono fare. Lasciatemi passare in pace che io sto andando a lavorare la mia terra". E quelli, niente: "Se perdi di lavorare ti paghiamo i danni noi". E mio fratello: "Altro che danni, mi pagate, pieni di merda che non siete altro! In galera vi mando". Alla fine è riuscito a passare, quasi di forza; però hanno guardato nella carretta per vedere se c'era gente, ma non mi hanno vista perché ero nascosta bene. I nostri uomini, quando mi hanno visto scendere dalla carretta, hanno detto: "E' una nostra donna, cosa sarà successo?". Io mi sono messa a piangere e ho raccontato tutto. Ma loro invece lo sapevano già, ed erano pronti».
La donna rivive quei momenti di tensione; nelle ultime parole c'è un tremito di voce che prelude al pianto. Un'altra compagna interviene subito, coprendo il silenzio, con la sua testimonianza:
«Era quasi l'alba. Tutte quelle che non eravamo riuscite a forzare il blocco, prima siamo tornate in paese, poi ci siamo riunite tutte e abbiamo ripreso la strada. Arrivate al primo ponte, abbiamo intravvisto i servi del padrone appostati e più in fondo i nostri che avanzavano con i loro attrezzi in mano, fiocine e pertiche. Davanti c'era il furgone di Mirai: I servi del padrone hanno circondato il furgone, tentando di rovesciarlo dal ponte. Hanno fatto in tempo soltanto a spaccare i vetri e a sfasciare uno sportello, quando sono arrivati i nostri uomini. Allora siamo corse anche noi nella mischia. Questa volta non ci hanno fatto quello che hanno voluto, quei mascalzoni! I più sono scappati come conigli, e i nostri non erano neppure la metà di loro!».

20. La mattina, Mosè e gli altri sono riuniti nel magazzino di Mirai, per compilare la denuncia contro i servi e i mandanti per il blocco, per la violenza subita in particolare dalle loro donne. Gli ho chiesto, scherzando: «Niente di rotto?».
Ha risposto:
«Le ossa peste deve averle qualcuno di quei venduti… Meno male che le donne sono riuscite ad avvertirci, diversamente poteva finire male, per noi… E poi dicono che le donne devono restare in cucina! I giornali democratici dovrebbero scriverle, queste cose. Tutti dovrebbero saperle queste cose, in Italia. Dovrebbero sapere anche che i carabinieri erano stati avvertiti e che non hanno mosso un dito. I carabinieri sono venuti da noi dopo che le donne sono state picchiate e offese, e ci hanno detto: "State tranquilli, tornate pure in paese, tutto è a posto". E invece, i servi dei padroni erano ancora lì, imboscati, e loro, poveretti, nemmeno li avevano visti!».

21. Le donne sono nuovamente riunite. E' arrivato il segretario della camera del lavoro di Oristano. Gli stringono la mano, una a una, gli danno del tu.
Non si sono riunite soltanto per raccontare di fatti accaduti: si è sparsa la voce in paese che stasera i servi del padrone si riapposteranno, armati stavolta e decisi a sparare, per rifarsi dello smacco di avantieri.
Le donne hanno avvertito i carabinieri e i loro uomini nelle paludi. Ma non riescono a star quiete e si sono date convegno qui, in casa di zia M. la moglie del presidente della cooperativa, per decidere insieme il da farsi.
«Quando mai stiamo qui!? - dice zia R. guardandosi intorno angosciata. - E se succede qualcosa agli uomini? Quando mai stiamo qui, aspettando, con questo pensiero nella testa…».
Sono tutte d'accordo: pronte a partire subito per le paludi. E sono appena le nove di sera.
Il segretario della camera del lavoro dice:
«No, non dovete andare. Così aggravate la situazione. State tranquille. I carabinieri di qui sono stati avvertiti, e io avvertirò il comando dei carabinieri di Oristano: non possono prendersi la responsabilità di non intervenire, dopo ciò che è successo. Cercate di stare tranquille, stanotte. Domattina all'alba i vostri uomini saranno tornati e non sarà accaduto nulla, vedrete».
Zia R. e le altre scuotono il capo, pur approvando il suggerimento.
«Sì, sì, hai ragione, sì… ma come facciamo noi a stare tranquille, in casa?».
So già che stanotte, come l'altra notte, nonostante sappiano dei fucili che potranno sparare, andranno tutte e quindici dai loro uomini, per proteggerli.

22. I pescatori liberi sporgono denuncia contro gli aggressori; così le loro donne e il proprietario del furgone danneggiato.
Circa due mesi dopo, in luglio, vengono arrestati i denuncianti: il proprietario del furgone, Mirai, i presidenti delle cooperative «Gran Torre» e «Tharros» e altri pescatori, sotto l'accusa di furto continuato e aggravato di pesce ai danni dei feudatari. Tale accusa è una mostruosità giuridica: anche ammesso che i pescatori della palude abbiano sconfinato dalle acque in loro concessione, può configurarsi (come era da sempre avvenuto) un reato di pesca abusiva. Come si possono rubare dei pesci, se sono liberi e si spostano liberamente dal mare allo stagno? La magistratura oristanese non ha mai saputo rispondere agli inquietanti dubbi dell'opinione pubblica, che parlava di una connivenza coi feudatari.
Mosè si è dato alla latitanza. Mi dice:
«Questo foglietto che conservo è uno dei mandati di cattura… ne manca un pezzo giù, non avevo cartine e l'ho usato per farmi una sigaretta… Leggilo tu, che sai leggere…».
Leggo:
«Il giudice istruttore del tribunale di Oristano, dottor Giulio Segneri, visti gli atti del procedimento e le conclusioni del P.M. a tenore degli artt. 251 e segg. C.P.P. ORDINA LA CATTURA di Secchi Attilio, Orrù Celestino, Secchi Mosè, Secchi Simone, Atzori Salvatore, Mirai Mamilio - IMPUTATI - i primi cinque di furto aggravato e continuato ai sensi degli artt. 81 C.P.C. 110-112 n. 2, 624,625 n. 5 e 61 n. 5 e 7 C.P. per essersi, in correità e in unione fra loro, e con ALTRE QUARANTA PERSONE riunite e con più azioni esecutive dello stesso disegno criminoso, impossessati al fine di trarne profitto di ingenti quantitativi di pesce che pescavano nello stagno di Cabras, sia nella fascia costiera, sia al largo delle rive, dal dicembre 1961 al 17 luglio 1962 a danno del proprietario dello stesso, Corrias Alfredo, Corrado, Carta dr. Efisio e più…».
Per tutto luglio continuano gli arresti e la ricerca dei pescatori latitanti. Uno a uno (sono oltre quaranta i mandati di cattura), alla chetichella per evitare un tumulto popolare, si eliminano gli uomini di punta della resistenza antifeudale. Ad arrestare Simone Secchi sono andati ventiquattro carabinieri, poiché egli abita nel rione «Veneziedda», dove abitano molti pescatori ed è più sentita la lotta per gli stagni.
Sessanta famiglie vivono nel terrore, senza lavoro, senza pane. Nessuno più osa mettere piede nella stessa fascia di paludi, che pure è costata tanti sacrifici per averla in concessione.

23. Dall'inverno del 1962 alla primavera del '63 si scatena «la guerra della carta bollata», tra avvocati innocentisti e colpevolisti.
La Regione tace, dimentica delle promesse e degli impegni. L'opinione pubblica è indignata per l'arresto di decine di onesti lavoratori. Il ministro della Marina mercantile, pressato da centinaia di telegrammi, proteste, delegazioni, interpellanze, dice di avere incaricato un'apposita commissione per compiere accertamenti sulla presunta natura demaniale delle acque feudali. I risultati di tale inchiesta verranno mantenuti segreti fino alle elezioni politiche.
Esclusi i quotidiani padronali dell'isola, la stampa è solidale coi pescatori, e chiede che vengano riconosciuti i loro diritti.
Spinti dalla fame e forti del loro diritto a pescare nelle paludi comunali che hanno pagato, i pescatori liberi riprendono l'attività nell'inverno. Saltuariamente, le «forze dell'ordine» sequestrano loro il pescato, «di presunta provenienza furtiva», donandola come d'uso alle organizzazioni clericali «di beneficienza». Questi sequestri forniranno il pretesto per gli arresti di primavera-estate, nel periodo in cui gli avannotti si sono fatti adulti e le acque sono ricche di pesca.
Nonostante i periodici salassi, i pescatori liberi migliorano l'organizzazione delle loro cooperative. Alle prime due se n'è aggiunta una terza, la cooperativa «Lo squalo», e numerosi pescatori padronali (gli infimi della gerarchie: palamitai, fiocinieri, bogheris) passano dall'altra parte della barricata, unendosi ai «liberi».
Avvicinatosi il periodo favorevole alla pesca, con un lampo di genio, su richiesta dei feudatari, il pretore di Oristano con una sua «istanza» ordina ai pescatori liberi di sgombrare attrezzi e barche dalle acque dello stagno. La motivazione «logica» dell'istanza muove dal fatto che nella bella stagione le acque dello stagno si ritirano dalle terre allagate in inverno, che quindi le paludi comunali che i pescatori hanno in concessione non esistono più, pertanto questi devono togliere le loro barche dalle acque. In verità, in estate le acque defluiscono, ma mai tanto da mettere in secca le paludi: essendo lo stagno in comunicazione col mare, tende naturalmente a mantenersi allo stesso livello.
I pescatori si rendono irreperibili. L'istanza notificata a un centinaio di assenti dall'ufficiale giudiziario cade nel vuoto. Non si verifica alcun incidente, nonostante il provocatorio spiegamento di forze di polizia, di commissari in camionetta.
In piena estate, ai primi di agosto, in un clima sonnolento, riprendono gli arresti. L'accusa è sempre la stessa: furto di pesce aggravato e continuato nello stagno. Con l'aggiunta questa volta di «oltraggio» e «resistenza» alle «forze dell'ordine».

24. Mosé precisa:
L'unica resistenza è stata di non aver ceduto al sequestro del pesce, che noi avevamo legittimamente pescato. Il brigadiere insisteva che noi ci eravamo spinti più al largo della nostra fascia. Come si possa affermare dove siano precisamente i confini in mezzo all'acqua, è un mistero che nessuno può capire… Qualche frase salata gliel'avremo anche detta, non dico di no. Ma più oltraggiati di noi: assaliti, arrestati e incarcerati dopo tutta la fatica che ci era costato quel poco pesce…».
I pescatori da arrestare sono stavolta CENTOSEDICI. La «giustizia» mette in campo uno spiegamento di forze mai visto prima, neppure nella repressione antibanditismo (perché si prevedono, ed è ovvio che si verifichino, tumulti). La gente di Cabras si è stancata di piangere per gli arbitri e le umiliazioni che subisce. Il rione «Veneziedda» insorge contro l'esercito che circonda il paese, che invade le campagne, che batte le strade e perquisisce le case alla caccia del pescatore.
Il Circolo AILC manda un telegramma al presidente del consiglio regionale, facendosi portavoce di una petizione popolare, e denuncia i fatti sull'Unità e sull'Espresso:
«…Oggi, il paese di Cabras vive come sotto un incubo rappresentato da centinaia di carabinieri in pieno assetto di guerra, da camionette in evoluzione per le anguste vie del paese, dal trasalire per ogni colpo battuto alla porta, dagli arresti dei propri familiari. I nostri giovani vengono braccati come bestie da torme di carabinieri trafelati e ansanti. Tali scene indecorose, da alcuni giorni, sono sotto gli occhi della popolazione. La caccia si è estesa anche ai comuni limitrofi. In piena Oristano, lunedì 29 agosto, quanti si trovavano in via Cagliari, hanno avuto il privilegio di vedere il traffico bloccato, camionette ululanti, gendarmi all'inseguimento. "Chi cercano?" si chiedevano tutti. "Mesina? Muscau? Floris?". "No, solo gli anonimi e umili pescatori di Cabras" rispondevano gli informati…».
Il presidente del consiglio regionale, non si degna neppure di rispondere. Probabilmente è in ferie.
I padroni possono segnare un altro punto a loro vantaggio. Per essi, «la giustizia» ha scelto il momento giusto per intervenire, sempre l'estate: quando nelle acque degli stagni c'è abbondanza di pesce e i politici e tutta l'altra gente perbene se ne vanno in vacanza lavandosene le mani. I pescatori hanno voglia di strepitare, in galera. E quelli rimasti fuori non sanno dove battere la testa, clamanti in un deserto.

25. «Arrebellu» è stato arrestato stamattina.
Ieri notte, ero con lui fino a tardi. «Ora tocca a te - gli avevo detto - siete centosedici da eliminare, ma i padroni temono te, temono Mosé, temono Celestino, perché voi non difendete soltanto il pane ma anche un'idea. Sono le idee che fanno paura ai padroni e alla polizia».
«Arrebellu» si era toccato per scaramanzia. Aveva detto:
«Sai, per uno che non è mai stato in prigione… paura no, non ne ho, anzi è un orgoglio, andare in galera per una idea… ma non si sa mai quello che può capitare, una volta dentro».
Eravamo entrati nel bar di fronte alla chiesa dello Spirito Santo. Il paese era in festa, per San Luigi, con le facciate delle case ornate di rami di alloro, col cielo fiorito di bandierine di carta multicolore. Poco prima l'appuntato ci aveva incontrati e aveva salutato con una cordialità sospetta.
«Per stanotte non devono esserci altri mandati di cattura - aveva mormorato "Arrebellu". - O forse hanno paura della gente, a prendermi così in mezzo alla festa. Sai, per arrestare Simone, il fratello di Mosé, ci sono andati in ventiquattro. Otto in cortile, otto in strada e otto sono entrati in casa… Neanche fosse stato un bandito pericoloso!».
Seduti davanti al mezzo litro di vino nero, avevamo parlato di Cabras, della vecchia storia degli stagni di Cabras.
«Hanno l'arresto facile, stavolta - diceva "Arrebellu", - devono aver perso la testa per arrivare a questo punto. Noi abbiamo pagato con soldi buoni il nostro diritto a pescare nelle paludi del Comune. Dicono che abbiamo sconfinato nelle acque dei padroni. Ma come fanno a dirlo se nessuno sa dove sono questi confini, se lo stesso tribunale non ha ancora deciso in merito? E così, con questa scusa, ci arrestano a uno a uno come ladri…».
Era tardi, quando mi aveva stretto la mano, ieri notte, salutandomi:
«A domani sera, se sarò ancora fuori!».
Lo ricordo ora, «Arrebellu», a casa sua, guardando la sua donna che si lamenta accoccolata sul pavimento, coi bambini addosso spauriti.
Una casa di poveri, dove almeno le sedie non mancano. Ma oggi è giorno di lutto, e non fa cuore sedersi su una sedia, oggi che ti hanno portato via il tuo uomo, il sangue della famiglia, oggi che te l'hanno portato via come un cane. Sulla terra nuda, si piange, ché la terra è meno dura della giustizia.
«L'hanno arrestato alle otto, quella mattina - dice la donna di "Arrebellu". - Io sono corsa subito in caserma. Si sono affacciati allo sportello, ma non mi hanno aperto. Per un quarto d'ora ho bussato e gridato. Ha aperto l'appuntato: "Chi sei? che cosa vuoi?" mi ha detto in malomodo. "Avete arrestato Arrebellu. Perché l'avete arrestato? Lasciatemelo vedere. Voglio salutarlo". E lui niente, nemmeno fatto entrare mi ha, come se fossi stata una bestia rognosa. "Vattene, vattene a casa tua, che è meglio per te" ha detto richiudendo. Ma io sono rimasta nella strada, aspettando, di fronte alla caserma. E allora l'ho visto quando l'hanno caricato sulla camionetta per portarlo a Oristano. Un tenente che c'era mi ha spinto via, ma Arrebellu mi ha visto e mi ha gridato il nome dell'avvocato Berlinguer. Poi si è girato alla gente che c'era e ha gridato: "Guardate come si arresta un uomo onesto, guardate!". Ma subito la camionetta è partita in fretta…».
Parlando, accarezza il più piccolo dei suoi figli, seduto tra le ginocchia.
La vecchia madre piange sommessa da un lato, lamentandosi con una accorata nenia funebre:
«Che male hai fatto mai, povero ragazzo? Tutta la vita, da quando sei nato, hai lavorato! Eri buono e onesto, e tutti ti volevano bene. Perché devono capitare queste cose? Se è vero che c'è giustizia, perché mettono in galera la gente che lavora? Tutta la vita, hai lavorato, povero foglio mio!».
Sono vestite di nero, oggi, le donne di «Arrebellu». Sono rimaste sole, senza pane e senza conforto. E se qualcuno andrà a trovarle, lo farà di notte, di nascosto, perché grande è la paura in paese.
«L'hanno arrestato alle otto, questa mattina. L'hanno preso e trascinato come un cane», riprende a dire la donna di «Arrebellu». Il suo volto si è fatto duro come pietra, la sua voce è tagliente. Non ha più intorno a se quattro squallide mura di fango; non è più seduta sulla terra; non si rivolge più a un compagno del suo uomo. E' salita sulla cima del monte più alto e le sue parole sono per tutti gli uomini:
«Come un cane, l'hanno preso. Non c'è più giustizia. Come un assassino, l'hanno preso. Sì, l'hanno visto e sentito gridare: "Gente di Cabras, ecco un uomo onesto! Guardatelo, gente di Cabras! Guardatelo"… Bisogna ricordarle, queste cose. Sì, bisogna ricordarsele. Mai, si devono dimenticare, mai!».

26. Zia F. M. abita nel rione della «Brigata». Dice:
«Sì, anche lui è fra i pescatori che vogliono dare lo stagno al paese. Anche mio figlio è nella lista che i padroni hanno dato ai carabinieri…».
Zia F. M. è una donna bassa grassoccia sui cinquant'anni. Carezza, mentre parla, la spalla del «suo ragazzo», un ercole di diciotto anni, con certi muscoli da far paura se non fosse quel suo viso timido e infantile. «Anche troppo buono è il figlio mio, e me lo vogliono portare via innocente per essere andato a farsi un boccone di pane. Le ore che stanno facendo passare a noi, Dio gliele renda nell'altra vita ai padroni e alla loro giustizia. Quindici giorni chiuso in casa, senza lavoro, aspettando quei Giuda da un momento all'altro…».
Il tono della voce di zia F. M. si è andato facendo sempre più alto e irato, e intorno a lei si è composto un gruppo di donne lacere spettinate: le donne della «Brigata». «Povero figlio! Povero Figlio!». Fanno eco battendosi le mani sulle cosce, commiserando il giovane che se ne sta seduto imbambolato spaurito accanto alla madre.
«Povero figlio, povero figlio! - gemono le donne della Brigata. - Che vergogna, mettere i ferri a chi si suda il pane! che giustizia! povero figlio…».
Da spettatrici si sono fatte protagoniste della pena di zia F. M.; siedono per terra, tutt'intorno al «povero figlio». Lo guardano con occhi tristi, lo carezzano, lo compiangono come creatura uscita dal loro stesso grembo:
«Restati buono e tranquillo. Ci siamo noi qui a farti compagnia, quando verranno quei Giuda…».

27. La paura si annida a Cabras, in questa estate calda. Sembra d'essere riprecipitati d'un colpo nel buio di ere remote - stridono senza un senso gli altoparlanti del cinema e i clackson di qualche macchina che attraversa il paese.
Non si vedono, stasera, le famiglie sedute sugli usci di casa a prendere il fresco; non si vedono le frotte dei bambini vociare i loro giochi nelle cantonate sotto al luce delle lampadine; non si vedono i giovani animare le strade.
Mai avevo visto chiusa la casa di Mosé, al tramonto. La porta verde è sprangata. Dietro c'è soltanto una vecchia, davanti al focolare spento. Sembra una statua di pietra coperta di stracci neri. Non ha parole. Non mi parla, non mi racconta - come altre volte - con orgoglio, le vicende di suo figlio Mosé, dell'uomo - si dice in paese - predestinato a guidare i suoi fratelli nella lotta per le acque «promesse». Jahvé non aiuta più i suoi figli. I faraoni non hanno più un mare che li inghiotta. Il deserto non dà più manna agli affamati.
I faraoni di Cabras hanno soldi e prigioni, hanno legge e armati, hanno cento occhi e cento mani - come i mostri mitici che nessun uomo mortale può vincere.
Mosé e i pescatori sono uomini mortali. Ora, Mosé e gli altri latitanti si nascondono nella notte senza tetto e senza stuoia.
Ferdinando è rientrato dalla penisola del Sinis, dove è rimasto latitante per alcuni giorni.
«E' inutile che scappi, che cerchi di nascondermi. Quando verranno a prendermi, mi troveranno qui - dice rassegnato, a casa sua, circondato dalla famiglia. - Ero nelle paludi quando hanno cominciato gli arresti. Ho visto da lontano la camionetta dei carabinieri e insieme a un altro compagno sono scappato verso le vigne di "S'arziada de is aruttas". Da lì sopra li ho visti cercare e frugare dove di solito ci alloggiamo. Poi hanno guardato dalla nostra parte, si sono divisi e hanno iniziato la salita. Sono fuggito come una lepre - perché non lo so neppure io - correndo e inciampando fra i cespugli, verso il mare. Dopo quella corsa affannavo come un mantice e mi sono buttato a terra che non ce la facevo più. Eh, alla mia età! non sono più un ragazzo, io… E così sono tornato a casa ad aspettare il mio turno. Almeno sto con la famiglia, riparato dal sole e dall'umido, con una stuoia per dormire».

28. «L'hanno preso ieri, in piazza, in un momento in cui non c'era nessuno, soltanto altri due pescatori. A questi, l'appuntato ha detto: "Andate via voi, è Mrazzai che vogliamo". Mio figlio ha detto: "Io sono uno che lavora, non un delinquente; perché mi arrestate?". "Vieni con noi e stai zitto" gli hanno risposto. Neanche un quarto d'ora dopo l'hanno portato alla prigione di Oristano».
La casa di Mrazzai è vicina a «s'arruga de su pilloni». Si compone di due anditi e di una camera da letto. Il primo andito serve per ricevere gli ospiti di riguardo; nel secondo è sistemata la cucina, un tavolo, alcune sedie e vi si ricevono gli intimi.
Mamma Mrazzai racconta gli ultimi avvenimenti, mentre la figlia aiuta il fratello a preparare un barattolo di colla di farina per attaccare i manifesti del Circolo AILC. Gli è rimasto soltanto questo figlio, Peppino, alla Mrazzai: uno è stato arrestato ieri e un altro è latitante.
«Chiudete al porta di strada, per qualche spia», suggerisce mamma Mrazzai accennando al rotolo dei manifesti sopra il tavolo.
«I padroni hanno chiuso tutte le bocche - dice Peppino. - I giornali non ne parlano e quelli che magari ne parlano, all'edicola non arrivano. A Cabras arrivano solo i giornali che fanno le parti ai padroni… Il segretario del comune ha proibito l'affissione di questi manifesti. Ma noi li attacchiamo lo stesso e ci aggiungiamo Vinavil perché ci restino…».
Sono le uniche parole che Cabras abbia potuto dire: I BORBONI SONO ANCORA AL POTERE…

29. C'è un clima, a Cabras, di caccia alle streghe. Sul quotidiano «L'Unione Sarda» (l'unico foglio che si legga qui) mi si accusa di «sovversivismo» perché ho assegnato a scuola il tema: Parlate dello sciopero dei pescatori. Alle minacce del vice-sindaco Marongiu, democristiano, e degli altri che hanno lanciato l'accusa per far tacere qualunque voce di dissenso nel loro feudo, rispondono altri insegnanti, assegnando lo stesso tema alle loro scolaresche.
Questi alcuni stralci degli elaborati incriminanti:
E. D. 9 anni: «…I pescatori secondo me non ce la faranno a prendere lo stagno perché il paese non si unisce tutto a loro, perché non li aiuta, perché non li incoraggia… I carabinieri hanno arrestato un pescatore che non so come si chiama, la gente lo chiama "Minestra" di soprannome, ma non aveva fatto niente. Questa dei carabinieri è un'ingiustizia perché si mettono contro il popolo e con i ricchi…».
S. E. 11 anni: «Questa mattina, quando siamo venuti a scuola non ci hanno fatto entrare perché c'erano i carabinieri… erano armati di mitraglia. Non capivo per quale ragione erano venuti, ma i miei compagni mi hanno detto che la gente di Cabras vuole lavorare nello stagno, e il padrone dello stagno manda la forza per non lasciarla entrare a pescare… I carabinieri sono qui che stanno cercando tre fuggitivi, due sono fatti prigionieri, allora cercano l'altro fuggitivo…».
P. M. 10 anni: «…Io penso di avere ragione i pescatori perché le acque che entrano nello stagno non sono di nessuno, perché una parte entra dal fiume di Riola e il fiume di Riola non è di nessuno, è solo dello Stato cioè di tutti, e l'acqua del mare è di tutti lo stesso…».
S. S. 12 anni: «…C'erano uomini e donne nella mischia, c'era molto baccano… oggi di sera ci sarà una grande battaglia… Quasi tutta Cabras oggi sarà alla battaglia e i nostri padri lotteranno per noi, povere creature, e per mangiare del pane buono… I nostri padri lotteranno per il pane, e quello che sta succedendo a Cabras è come in tempo antico».

30. Alla fine dell'estate del 1963, l'opinione pubblica viene a conoscenza di un documento sensazionale. Una sentenza della Corte di Cassazione, facendo riferimento alle lagune di Cabras, stabilisce che la pesca abusiva in tali acque non è da considerarsi furto.
Commenta Gianni Atzori sulla rivista «Sardegna Oggi» (n. 34, ottobre 1963):
«A prescindere dalla discussa legge regionale n. 39 (che dichiara decaduti i diritti esclusivi di pesca) e per rimanere sul piano giuridico dello status attuale, circa i rapporti dei titolari del diritto di pesca e i pescatori abusivi, sono da rilevare e mettere in evidenza le condizioni che la legge chiede perché la cattura dei pesci possa considerarsi furto.
L'art. 33 del Testo Unico 8 ottobre 1931, n. 1604, stabilisce che chiunque peschi nelle acque di proprietà privata ovvero in quelle soggette a diritto esclusivo di pesca… incorrerà nell'ammenda. Mentre incorrerà nel delitto di furto ai senti degli artt. 624 e segg. chiunque peschi in acque che per disposizione naturale o per opere manufatte, si trovino racchiuse in modo tale da impedire l’uscita del pesce tenutovi in allevamento.
Di interesse eccezionale, nel nostro caso, un passo della sentenza della Suprema Corte di Cassazione, sez. II, 19 ottobre 1960 (ric. Allais) che afferma: "Il titolare di un diritto esclusivo di pesca, non è né proprietario, né possessore, né detentore dei pesci esistenti nelle acque che ne costituiscono l'oggetto, ma è solo titolare del diritto di occuparli".
E' ben strano - prosegue Atzori - che sia sfuggita a chi di dovere anche la sentenza emanata dalla Suprema Corte di Cassazione, sez. I penale in data 8 maggio 1963… In essa è ribadito tra l'altro il principio che la contravvenzione è la pena prevista per quanti pescano in acque soggette ad un diritto senza il consenso del proprietario».
Il furto, invece, viene ritenuto tale per la tutela dello stato particolare «del pesce tenuto in allevamento in acque che per disposizione naturale o per opere manufatte si trovino racchiuse in modo tale da impedirne l'uscita». Cioè si considera furto la sottrazione di pesce al titolare del diritto esclusivo di pesca, quando l'attività di questo consista «nell'alimentazione del pesce, nella cura della sua riproduzione, nel controllo del suo sviluppo, nella selezione dei singoli individui».
Mancando queste condizioni viene a cadere l'accusa di furto. Gli stagni di Cabras, comunicanti a monte con tre corsi d'acqua (il rio Mannu e altri due minori) e a valle direttamente col mare del golfo di Oristano, non è una vaschetta in cui il proprietario possa accudire ai pesciolini rossi.
La stessa sentenza citata (Cassazione, II, 19 ottobre 1960) avanza seri e gravi dubbi di «equità» nei confronti del tribunale inferiore che ha giudicato i pescatori prendendo per buone le sole e uniche dichiarazioni dei padroni degli stagni:
«Ora l'accertamento di queste condizioni è stato trascurato dalla Corte di secondo grado, la quale ha inopinatamente respinto la richiesta di una perizia diretta ad accertarle. La motivazione, a questo punto, è viziata da errori logico-giuridici di rilevante gravità. Anzitutto perciò che riflette lo stato di chiusura del bacino (il quale secondo i ricorrenti sarebbe esteso ben 22 chilometri quadrati e basterebbe solo l'accertamento di questo dato a escludere che i pesci contenuti vi possono aver perduto lo status libertatis, vivendo essi in condizioni tali da rendere aleatoria la loro cattura). Il giudice di appello ha ritenuto di poter, per la sua moralità, prestar fede al teste dottor Carta, il quale aveva confermato la sussistenza nello stagno di tutte le condizioni richieste dalla legge, affinché il pesce, una volta entrato nello stagno dal mare, attraverso i canali artificiali che con questo lo collegano, non ne possa più uscire».
In parole povere, la Cassazione accusa i giudici di seconda istanza di Cagliari (e insieme quelli di prima istanza di Oristano) di aver preso per oro colato le dichiarazioni del dottor Carta, feudatario (assunto a perito unico e insindacabile dai tribunali), sulla natura delle lagune. E che soltanto sulla base delle dichiarazioni padronali è stato emesso il giudizio. E' umano errare. Ma è doveroso riparare gli errori. Finora non sono stati riparati. O asini o parziali: quale fiducia si può avere in simili magistrati?

31. Alla fine del 1963, una nota «giuliva» del governo «di transizione» presieduto dall'on. Leone. Il signor ministro della Marina mercantile, che parla anche a nome del signor ministro degli Interni, alla interrogazione di un deputato comunista che vuol sapere «quanti anni sono necessari alla commissione incaricata di accertare la natura demaniale degli stagni di Cabras», risponde con verginale ignoranza che Cabras è posta in una «zona desolata e impervia» e che «il carattere estremamente frastagliato delle rive degli stagni» costringono la competente commissione a un «arduo lavoro», per cui passerà ancora del tempo prima che si possa giungere a una conclusione degli accertamenti in questione.
D'accordo che le scuole italiane sono popolate da asini, ma il signor ministro ha esagerato un tantino, pensando che tutti gli italiani siano tanto ignoranti in geografia da non sapere che Cabras di trova sul golfo di Oristano, a qualche chilometro dalla superstrada Cagliari-Sassari, in una pianura accessibilissima con qualsiasi mezzo di locomozione, e che i fiordi norvegesi e gli orsi polari si trovano un poco più a nord…

32. I pescatori liberi, organizzano all'inizio dell'estate (prima dei soliti arresti) il terzo convegno regionale sardo della pesca. Mancano 11 pescatori, ancora trattenuti in carcere in attesa del processo.
Sono presenti amministratori locali e regionali, parlamentari e politici della sinistra e della DC, sindacalisti, rappresentanti della stampa. Le vicende dei pescatori di Cabras sono diventate un prodotto consumistico nei suoi aspetti emotivi e i servizi sullo stagno si vendono bene anche alla tivù - l'importante è che siano debitamente falsati e ridotti a polpettone romanzesco. Per le loro implicazioni economiche e politiche, le stesse vicende sono diventate materia di ricatto tra i partiti del costituendo centro-sinistra e tutti fanno a gara nel dichiararsi i paladini dei pescatori per carpirne i loro voti e quelli dei loro familiari. In questa operazione di bassa lega elettoralistica si distingue la DC che da una parte tende la mano ai pescatori e dall'altra è legata a doppio filo coi padroni degli stagni. Alfredo Corrias, uno dei feudatari, è un notabile della DC: è stato presidente della Regione sarda e nel momento è senatore della Repubblica.
Uno tra i tanti documenti sulla malafede della DC è dato dal manifesto elettorale del 1965:

«PESCATORI, QUESTA E' LA VERITA'
Regione Autonoma della Sardegna
Il Presidente
24 maggio 1965
2472 / S.C.

Spett.le
Confederazione Cooperativa Italiana
ROMA
Si comunica che con Decreto del 3 maggio corrente, n. 4344/592, notificato l'8 maggio agli interessati, si è riconfermata l'applicazione allo stagno di Cabras e acque finitime della legge 2 marzo 1956 n. 39 abolitiva dei diritti esclusivi di pesca.
Con lo stesso decreto si è provveduto ad intimare agli ex-titolari del diritto di pesca il rilascio del compendio, al trentesimo giorno dalla notificazione del provvedimento.
Distinti saluti

Efisio Corrias
LA DEMOCRAZIA CRISTIANA e la CONFEDERAZIONE COOPERATIVA ITALIANA a differenza di chi vi incita alla violenza e a manifestazioni contrarie ai Vostri veri interessi e alla tranquillità delle Vostre famiglie, mantiene i propri impegni portandovi alle grandi conquiste sociali democraticamente e nella legalità».
Si tratta di un grossolano gioco per mantenere le posizioni elettorali nelle consultazioni del 2 giugno. E' rimasta inoperante la legge regionale n. 39 e resterà lettera morta il decreto del presidente della Regione, che andrà a finire al Consiglio di Stato, disperdendosi negli ingranaggi della macchina truccata del sistema. Infatti, nel momento in cui raccolgo queste testimonianze, a metà del 1973, la questione degli stagni è ancora aperta, i problemi sono rimasti insoluti, i pescatori continuano a essere arrestati e processati per furto di pesce.
Nello stesso convegno regionale della pesca, tenuto a Cabras il 12 luglio 1964, la DC fa scoppiare un'altra bomba. L'assessore regionale Lucio Abis (oggi senatore democristiano) fa giungere all'assemblea una «bella notizia»: sono finalmente ultimati gli accertamenti della commissione predisposta dal competente ministro per stabilire la natura demaniale degli stagni: la conclusione cui si è giunti è che tali acque sono di natura demaniale.
La notizia viene data con grande rilevo, facendola passare per una vittoria della DC che lotta fianco a fianco coi diseredati di Cabras; nascostamente invece trapela l'altra notizia che il Consiglio di Stato ha bloccato, su istanza dei legali dei padroni (tutti notabili democristiani e della destra) il decreto di demanialità degli stagni, che, se fatto valere, risolverebbe d'un colpo, a favore della collettività di Cabras l'annosa vertenza.
Fra tutti i bei discorsi giuridico-politici e le acrobazie tattiche e demagogiche dei rappresentanti dei partiti, al convegno hanno fatto spicco le drammatiche testimonianze dei pescatori. Riporto alcuni stralci dell'intervento del pescatore sessantenne Attilio Secchi:
«…devo anzitutto sottolineare e far presente a voi, che questo convegno non è il primo che si tiene a Cabras, né è da oggi che i pescatori di Cabras si sono svegliati dal lungo torpore che da secoli li tiene schiavi ed oppressi.
Fin dal maggio del 1953, quando cinquanta padri di famiglia, a causa dei privilegi assurdi e anacronistici che gravano sulle acque dello stagno, furono licenziati e denunciati all'autorità giudiziaria, sotto l'imputazione di essersi introdotti nella cosiddetta riserva, i pescatori della cooperativa "Tharros" insorsero, facendo sentire alta la loro voce, in difesa dei fratelli ingiustamente oppressi.
Ma i signori feudatari, appoggiati dalla cricca dei conservatori, riuscirono a far tacere il grido di giustizia di quei pescatori, inibendo loro per sempre la pesca in quelle acque, affamando le loro famiglie, portandoli alla disperazione e alla miseria.
Ma a onta di tutto ciò, una nuova mentalità più libera e antidispotica andò maturandosi nel cuore e nella mente di ogni singolo pescatore, e i pochi divennero molti, e la lotta contro i feudatari riprese negli anni seguenti, più compatta ed accanita.
Seguirono le persecuzioni, i soprusi, la galera. Molti di noi, fra i quali chi vi parla, languirono per mesi e mesi fra le tetre mura della prigione, mentre le nostre famiglie, i nostri bimbi, privi del nostro aiuto morale e materiale languivano nella miseria e nel dolore. E ancora parecchi dei nostri compagni sono rinchiusi da mesi nel triste recinto di piazza Mannu (il carcere giudiziario) di Oristano.
Quante pene strazianti, quante scene di dolore! Povere mogli, povere madri, che con il volto consunto dagli stenti e irrigato di lacrime venivate a trovarci in quel luogo di sofferenza: sappiate, ve lo confesso ora, che il nostro affanno non era in quei momenti minore del vostro, e quante volte, dopo il colloquio, rientrando in cella, mi sono detto: "Perché sono qui? Che ho fatto di male? Ho forse rapinato qualcuno?, o ucciso?, o svaligiato una banca? Mi sono reso colpevole di qualche abominevole reato? No, niente di tutto questo. Ho soltanto pescato i pesci nelle acque di certi baroni; ho pescato in quella laguna che Iddio ha lasciato quale patrimonio di tutti"…
Coloro che ci chiamano pescatori abusivi, ladri, pirati, devono pensare che mentre ai baroni della laguna nulla manca, perché nuotano nell'oro e nell'abbondanza, a noi tutto manca, ed è duro calvario la mattina non avere pane, né lavoro, e non sapere come poter provvedere alle impellenti necessità della vita quotidiana.
Tutti noi speriamo che il 15 luglio giustizia sarà fatta e che i nostri compagni ancora detenuti, ai quali da questo convegno rinnoviamo la nostra solidarietà e la nostra stima, possano da liberi cittadini rientrare in seno alle loro famiglie…».

33. Alla invocazione di giustizia del vecchio Attilio Secchi risponde qualche giorno dopo, il 21 luglio, il tribunale di Oristano, che condanna gli undici pescatori di Cabras a pene estremamente dure.
La repressione ha ricorso a rivoltanti trucchi per colpire quegli uomini che hanno osato sfidare i potenti padroni del feudo lagunare.
Alla base del loro arresto c'è ancora un'accusa di «furto aggravato e continuato» per aver pescato in «acque di proprietà privata». Caduta la base giuridica di tale accusa (perché facile non è neppure a baroni con l'investitura dei Carta mascherare la vera natura demaniale delle «loro» acque), caduta la speciosa accusa di furto di pesce, definiti dalla sentenza della Corte Suprema «res nullius», restava l'accusa ben più modesta di «pesca di frodo» e appiccicata sopra un'accusa di «resistenza aggravata e continuata» alle «forze dell'ordine». Resistenza che fu opposta, secondo la stessa accusa, nel momento dell'ingiusto sequestro della pesca e dell'ingiusto arresto relativo all'infondato reato di furto.
Nella sentenza emessa dal tribunale di Oristano, la «resistenza» si è modificata in «oltraggio pluriaggravato e continuato», e per tale risibile accusa gli undici pescatori sono stati condannati da un anno e quattro mesi a due anni e sette mesi di galera.
L'oltraggio è tutto nelle seguenti frasi che alcuni pescatori (malamente riconosciuti tra centoventi tumultuanti in un'ora di scarsa visibilità) avrebbero rivolto ai carabinieri: «Farabutti, disgraziati», «Con quale faccia venite qui?», «Togliti quella sporca divisa che ti faccio vedere», e in un lancio di qualche manata di fango preso nelle paludi, dove gli imputati lavoravano, dove l'apparato repressivo, un centinaio di carabinieri e poliziotti, era andato a provocarli.
Bestiale e crudele è stata la vendetta con cui la giustizia dei padroni ha ripagato i paria delle paludi perché hanno osato sostenere il loro diritto al lavoro. Uomini poveri e sprovveduti che hanno usato il fango in cui vivono, per difendersi, che hanno usato l'unico linguaggio che essi hanno potuto conoscere nella loro dimensione di sfruttati. La giustizia si ammanta farisaicamente del candido ermellino e con termini forbiti grida al sacrilegio perché «mani sporche» e «parole villane» hanno sfiorato i suoi «sacerdoti».
Non nega - questa ipocrita giustizia - in teoria ai pescatori che sta condannando il diritto al lavoro, perché il negarlo sarebbe un'aperta smaccata negazione della stessa Costituzione e di ogni più elementare diritto civile; non nega validità alla legge regionale n. 39, perché non può andare contro l'evidenza di una legge che esiste, che ha abolito i diritti esclusivi di pesca - una legge che ripudiata dallo stesso legislatore e ignorata dalla magistratura, essi, i miserabili delle paludi, difendono e vogliono operante.
E questa giustizia di «sepolcri imbiancati» pizzica la povera gente astutamente nel dettaglio; l'agguanta, la stritola «legalmente» approfittando dell'angolo buio, manovrando a freddo articoli, paragrafi, commi dei suoi codici. Un oltraggio alla forza pubblica è costato fino a due anni e sette mesi di galera, è costato nuova fame e nuovi pianti.
Scrive a questo punto la rivista «Sardegna Oggi» (n. 53, 1° agosto 1964):
«…ma l'oltraggio barbaro e incivile perpetrato ai danni di centinaia di onesti lavoratori privati dei loro più elementari diritti; l'oltraggio inumano partito dalle famiglie, dalle donne e dai bimbi di questi lavoratori; l'oltraggio fatto alla dignità del cittadino e alla stessa Costituzione; questi oltraggi, in Italia, CHI E QUANDO E COME li pagherà? Oggi il solco fra il cittadino e l'autorità dello Stato - lo squilibrio esistente fra lo stato di diritto e lo stato di fatto - è giunto a una fase critica. E' giunto alla fase in cui anche il pubblicista non può più predicare un'adesione a un legalitarismo che appare sempre più farisaico, non se la sente più di declamare il rispetto di una legge che lascia impuniti ladri di miliardi e distribuisce a cuor leggero - codice alla mano - anni e anni di galera alla povera gente, per "furto di pesce" sudato un'intera notte con le reni nell'acqua o per parole "non raffinate e signorili" pronunciate in un momento di legittima ira».

34. Neppure un mese dopo, il 19 agosto 1964, altri dieci lavoratori vengono arrestati e tradotti alle carceri giudiziarie di Oristano. Si tratta, stavolta, di sei pescatori e di quattro piccoli rivenditori di pesce. L'imputazione, sempre la stessa: «furto di pesce» in acque che il tribunale di Oristano continua a riconoscere feudo personale dei Carta su investitura di Filippo IV di Spagna, infischiandosene della sentenza della Corte di Cassazione che ha stabilito non potersi considerare furto la pesca in un bacino di oltre ventidue chilometri quadrati dove il pesce circola liberamente, passando dal mare ai fiumi; infischiandosene della conclusione cui è giunta la commissione ministeriale che definisce demaniali tali acque; infischiandosene della legge n. 39 che dichiara decaduti i diritti esclusivi di pesca.
Ora i padroni dello stagno non si accontentano più di far arrestare i pescatori, fanno arrestare anche chiunque acquisti il pesce.
In questo periodo di fine agosto, per tradizione, tutte le categorie ammesse alla pesca dai feudatari si astengono dalla pesca. Non per salvaguardare lo sviluppo del patrimonio ittico - come fanno credere i padroni - ma per consentire il completo sviluppo delle uova dei muggini e la chiusura dei pesci nelle varie peschiere, da dove verranno estratti a tonnellate dai «servi di peschiera». L'operazione bottarga (questo prodotto frutta nel mercato quindici-ventimila lire al chilo) è diretta dai padroni nel loro esclusivo interesse. Nonostante il tradizionale divieto, diverse categorie di pescatori padronali, il 13 agosto e i giorni successivi erano entrati a pescare.
I pescatori liberi, stretti in una situazione di insostenibile necessità, aggravata dal peso delle undici famiglie dei compagni condannati alla reclusione e alle spese processuali, partendo dalle paludi riprendono anch'essi la pesca, il giorno 18 agosto.
Come si è detto, il giorno dopo, poche ore dopo l'inizio dell'attività, cominciano gli arresti. Una solerzia, questa della polizia giudiziaria, che sa di prodigioso. Nel giro di poche ore, vengono effettuate le indagini, redatti gli immancabili verbali, controllate le testimonianze e gli eventuali alibi, denunciato il tutto al magistrato competente, il quale, certamente saltando siesta, pranzo e cena, ha esaminato, ha preso le decisioni del caso e ha firmato i mandati di cattura - e questi mandati di cattura, consegnati a un capitano con cospicuo seguito di armati, perché i carabinieri del luogo cominciano a diventare troppo impopolari, vengono eseguiti subito, concludendo felicemente, e a tempo di record l'operazione. Voci diffuse, che circolano in paese, sostengono che gli arresti siano stati effettuati senza regolare mandato di cattura o che i mandati si trovassero belli e pronti in caserma prima che il reato fosse stato commesso. (Ho affacciato queste ipotesi sulla rivista «Sassari Sera» del 15 luglio 1967 e non sono state smentite. Per altro ho ricevuto una singolare convocazione nella caserma dei carabinieri di Cabras, dove il maresciallo, mostrandomi la rivista col mio servizio, mi chiedeva «in via amichevole» - infatti non c'era il carabiniere di prammatica alla macchina da scrivere - da dove avessi attinto la notizia sui mandati di cattura «già pronti e firmati prima che il reato fosse stato commesso». Risposi, «in via amichevole», che era sufficiente un minimo di perspicacia per arrivarvi. Infatti: se i pescatori sono entrati a pescare la sera del 18, come potevano essere pronti i mandati la mattina presto del 19? E che i pescatori siano stati arrestati non «colti in flagrante» (dove? in mezzo all'acqua?) ma «dopo», esibendo i mandati, è stato testimoniato dagli stessi pescatori. Questi hanno anche fatto l'ipotesi che i mandati che venivano loro notificati in caserma al momento dell'arresto fossero in bianco, cioè non firmati dai giudice istruttore dottor Segneri. Sta di fatto che sono trascorsi oltre cinque anni da quella singolare convocazione senza che mi sia stata mossa alcuna accusa di falso, con tutti gli «oltraggi» che potevano seguirne. Ne deduco, quindi, che quelle ipotesi erano più che fondate).

35. L'anno 1965 è l'anno delle grandi promesse, delle grandi delusioni.
A febbraio un raggio di luce filtra attraverso le fitte nebbie feudali: il tribunale di corte d'appello di Cagliari concede ai pescatori arrestati la libertà provvisoria, «in attesa di processo» (un processo «per furto» che, come vedremo, non si farà mai).
Il tribunale di Oristano, per bocca del dottor Segneri, l'aveva sempre pervicacemente negata:
«…Pertanto, poiché è innegabile l'estrema gravità dei fatti e l'attuale situazione di pericolo per l'ordine pubblico per motivi già esposti e ritenendo che gli imputati non si asterranno dal continuare nella commissione del reato, e anche in quanto sussistono particolari esigenze istruttorie, fermo restando il mandato di cattura emesso nei loro confronti, devesi, allo stato, denegare la concessione dell'invocato beneficio. P.Q.M. denega, allo stato degli atti, agli imputati il beneficio della libertà provvisoria».
Poco dopo, il presidente della Regione, pressato dall'opinione pubblica, sollecitato dai partiti operai, in previsione delle elezioni del prossimo giugno, decide di firmare il decreto che autorizza le cooperative dei liberi pescatori a esercitare la pesca lungo la fascia delle paludi che costeggiano una parte degli stagni. Si tratta delle terre allagate dal progressivo estendersi della superficie degli stagni per mancanza di idonei canali a mare, terre rubate dai feudatari al Comune e ai contadini, terre che venivano prepotentemente possedute e vigilate dagli sgherri del feudatario, il quale sosteneva che ovunque ci fosse acqua, lì era il suo dominio e i pesci che vi si trovavano gli appartenevano di conseguenza.
Entro il termine di sessanta giorni il ministro della Marina mercantile dovrà ratificare il decreto inviatogli dalla capitaneria di porto di Cagliari sulla accertata demanialità degli stagni. Questa è la terza buona notizia: il presidente della Regione ne riceverà la ratifica ministeriale e il decreto di demanialità diverrà esecutivo.
Il 24 maggio ultimo pistolotto pre-elettorale: il presidente della Regione invia ai pescatori copia telegrafica di un suo decreto che intima ai padroni degli stagni «il rilascio del compendio» entro il termine di 30 giorni (che scadono dopo le elezioni del 2 giugno).
Nessuno di questi decreti-promesse diverrà mai esecutivo. Verranno tutti annullati da «autorità superiori».
Il decreto di demanialità resterà lettera morta: il Consiglio di Stato, prima dei sessanta giorni, dirà che le acque accertate demaniali dalla capitaneria di porto e dai funzionari del Ministero della Marina mercantile non sono demaniali, ma private.
Riprende «la guerra della carta bollata». I signori delle lagune hanno coorti di avvocati, longa manu dappertutto, e un mucchio di quattrini; e in Italia - si sa - coi quattrini si può far tutto, anche confondere la legge. E gli arresti dei pescatori riprendono periodicamente.
A fine anno, i padroni fanno sapere che sono disposti ad andarsene dagli stagni soltanto se la Regione glieli pagherà fior di miliardi. Il governo regionale di centro-sinistra, per essere legalitario e realista, accetta l'intoccabilità dei feudatari, inizia una serie di contatti con i legali dei baroni lagunari per concordare la cifra dell'esproprio. Cifra astronomica con nove zeri…

36. La questione degli stagni di Cabras è ancora aperta e scottante, nel 1967. Sono macroscopicamente apparse situazioni di privilegio, di malcostume amministrativo, di palesi contraddizioni all'interno della magistratura, di frode e sfruttamento legalizzato, di truffa ai danni dello stesso stato (cui le acque appartengono per diritto), di disordini gravi provocati in paese dagli arresti ingiusti, di patenti illegalità, di collusioni tra il padronato e i pubblici poteri. In questo allucinante clima maturano miseria e rancori, che possono un giorno esplodere provocando l'irreparabile - se è vero che la sopportazione umana ha pur dei limiti.
Luglio 1967:
«La prima udienza della causa civile tra gli eredi Carta proprietari dello stagno di Cabras, e l'avvocatura dello Stato che tutela anche gli interessi della Regione Autonoma della Sardegna, avrà luogo il 10 ottobre davanti al consigliere istruttore dottor Dario Scano della Corte d'Appello di Cagliari.
La vertenza giudiziaria ebbe inizio nel febbraio 1962, quando l'amministrazione della Marina mercantile e quella dell'amministrazione finanziaria emise un provvedimento di delimitazione del complesso degli stagni di Cabras, nel presupposto che le acque fossero demaniali in base alle leggi del codice della navigazione. Gli eredi di Salvatore Carta, che acquistò le peschiere nel 1853 dalla famiglia Vivaldi Pasqua, iniziarono un'azione legale al tribunale civile, chiedendo una pronunzia di accertamento del loro diritto di proprietà delle acque. Dal canto loro, le amministrazioni statali sostennero la legittimità del provvedimento di delimitazione delle acque dello stagno, precisando che la proprietà di esso era venuta meno per effetto dell'art. 28 del codice della navigazione con il quale quei beni sarebbero entrati a far parte del demanio pubblico marittimo.
Il Tribunale, con sentenza del 6 giugno 1966, accoglieva la domanda del Carta, dichiarando la non-demanialità del complesso degli stagni di Cabras e quindi la proprietà. Recentemente - il 1° giugno 1967 - l'avvocatura generale dello Stato, tramite l'avvocato dello Stato Angelini Rota, è ricorsa contro la sentenza presentando la motivazione in cancelleria e notificandola all'avvocato Ovidio Marras, che cura gli interessi degli eredi Carta insieme al proff. Enrico Guicciardi e Giorgio Oppo e agli avvocati Alfredo Corrias e Aldo Uras.
La vertenza tra lo Stato e i proprietari dello stagno si impernia sul fatto che non essendo libera la comunicazione tra la peschiera e il mare, in quanto non dovuta a un libero fenomeno naturale ma condizionata totalmente dall'intervento continuo dell'uomo, porta a concludere che la peschiera è un bene suscettibile di proprietà privata. L'esistenza di una comunicabilità tra mare e stagno - senza l'intervento dell'opera dell'uomo - è infatti una condizione essenziale - secondo il codice della navigazione - perché le acque siano considerate di proprietà del demanio marittimo insieme all'esistenza del requisito a una pubblica utilizzazione quale è quella ad esempio della navigabilità delle acque. Lo stagno di Cabras - il cui valore attuale effettivo è di molto superiore ai tre miliardi di lire - secondo gli eredi Carta non presenta tali requisiti e pertanto deve essere considerato di loro completa e indiscussa proprietà.
L'avvocato Ovidio Marras, infatti ci ha detto: "Noi consideriamo la sentenza del tribunale di Cagliari inattaccabile, sia per le questioni di diritto che per le questioni di fatto. La pronuncia del tribunale è poi confortata di fatto da una consulenza tecnica d'ufficio e da una consulenza tecnica di parte che non ci pare possano dare adito a discussioni, oltreché per le risultanze dell'ispezione giudiziale, effettuate con l'assistenza dei consulenti tecnici e da tutta la documentazione allegata. Il nostro convincimento è pertanto che la sentenza del tribunale sarà totalmente confermata".
L'avvocatura dello Stato, dal canto suo sostiene che i motivi di appello censurano la motivazione della sentenza che avrebbe mal valutato le risultanze delle prove acquisite ed in particolar modo della perizia del consulente tecnico d'ufficio, prof. Silvio Verdabasso. Poiché dalla stessa perizia dovrebbero apparire accertate le condizioni poste dall'articolo 28 lettera b del codice della navigazione, e cioè che trattasi di bacino d'acqua salmastra che per almeno una parte dell'anno comunica liberamente col mare. Quindi - afferma l'avvocatura dello Stato - la censura si impernia sulla concreta libera circolazione di quel bacino col Mediterraneo. Gli avvocati dello Stato chiederanno quindi la riforma della sentenza in torto, dichiarando la demanialità del complesso degli stagni e in subordinazione che venga disposta un'altra consulenza tecnica sulle stesse circostanze che sono state oggetto della consulenza del prof. Verdabasso.
La Regione, dal canto suo è anch'essa titolare dei poteri che le derivano dalla legge regionale n. 39 del 1956, a seguito dell'abolizione dei diritti esclusivi di pesca…» (da «Sassari Sera», n. 9, 1967).
Ho riportato il «pezzo» della rivista sassarese, perché fa il punto, in termini strettamente giuridici; l'ho riportato in particolare perché in effetti è una testimonianza padronale resa attraverso la voce dei loro legali, e mostra - nella parte riservata all'avvocato dei feudatari, Ovidio Marras - quali cavilli si possano imbastire nei tribunali italiani. Risibile diventa la questione della comunicazione a mare degli stagni: se esiste, se non esiste, se esiste tutto l'anno o parte di esso. Chiunque abbia occhi per vedere, vede che il canale di «Sa Mardini» unisce gli stagni al golfo di Oristano, vede che questo canale esiste, è navigabile ed è sempre stato aperto. Attraverso questo canale passano i pesci - secondo un itinerario naturale che corrisponde al loro ciclo vitale - dal mare agli stagni. Il canale non viene mai chiuso, neppure quando i pesci hanno compiuto il loro sviluppo, ma questi vengono trattenuti con uno sbarramento di canne nelle peschiere, oltre il primo bacino (quello di «Sa Mardini») che risulta essere una sorta di baia all'interno del golfo.

37. Il 15 luglio 1971, davanti ai giudici del tribunale compaiono duecentoottantotto pescatori accusati di furto di pesce… pescato negli stagni di Cabras, feudo dei notabili Carta.
I testimoni chiamati a deporre sono oltre duecentocinquanta.
Si tratta di un processo senza precedenti negli annali giudiziari: vi è praticamente coinvolta tutta Cabras, dove non c'è famiglia che non abbia tra i suoi componenti un pescatore. E tutti i pescatori di Cabras, secondo l'accusa mossa dai feudatari, sarebbero ladri.
Dal canto loro, i pescatori di Cabras si appellano alla legge n. 39 e si richiamano alla riconosciuta demanialità di quelle acque e sostengono la legittimità di esercitarvi la pesca.
La singolarità del processo, più che sul record stabilito con l'eccezionale numero di imputati, sta nel fatto che il potere giudiziario della Repubblica italiana (e stavolta vedremo con quali scappatoie) è chiamato a pronunciarsi su di una controversia paradossale: gli stagni di Cabras appartengono ancora alla Corona di Spagna e come tali possono costituire un feudo? Oppure sono da considerarsi territorio della Repubblica italiana e quindi soggetti alle vigenti leggi?

38. Il potere giudiziario non ce l'ha fatta a dare una risposta. Ha preso tempo, rinviando il processo. D'altro canto, dove li avrebbe messi duecentoottantotto pescatori? E i duecentocinquanta testimoni? E tutto il paese di Cabras? Forse si sarebbe potuto risolvere il problema affittando un teatro. Ma poi? A condanna avvenuta - se non per furto, per resistenza od oltraggio a pubblico ufficiale - in qualche penitenziario si sarebbe potuto stivare tutto il paese? Il sistema ha buon senso e pratica nell'arte della repressione: arresta e mette in galera i lavoratori a uno a uno, a scaglioni. Se li mettesse in galera tutti insieme, chi li pescherebbe i pesci? Chi la zapperebbe la terra?

39. Nell'autunno del 1972 si diffonde la notizia che il processone ai pescatori di Cabras si farà il 6 dicembre. Si dice che finirà presto, certamente prima di Natale, con un'assoluzione generale: i tempi sono ormai maturi per operare dall'alto una riforma antifeudale delle strutture socio-economiche in Sardegna. Anche la magistratura - si aggiunge - si sta sensibilizzando sulla questione.
Intanto, i lavoratori da processare non saranno più duecentoottantotto ma solamente centosettantaquattro. A distanza di oltre dieci anni dalle prime denunce dei feudatari e dei carabinieri e dopo mesi e mesi di carcerazione preventiva, centotrentaquattro pescatori si sono «perduti per strada» tra amnistie, condoni, prescrizioni e altre malizie giuridiche che hanno consentito al sistema di sfoltire la massa dei perturbatori dell'ordine feudale, mantenendo bene incastrati i più pericolosi.
I reati contestati ai pescatori sono una miriade. Sulla base dell'accusa di furto aggravato e continuato di pesce (una accusa infondata su cui non potranno mai essere condannati da un tribunale che non voglia degradarsi apertamente al rango di sostenitore di privilegi feudali) sono venute fuori altre accuse su cui è facile «obiettivamente» condannare i lavoratori «applicando la legge»: lesioni personali ai danni delle guardie padronali e dei carabinieri, resistenze e oltraggi a pubblici ufficiali, violenza aggravata, tentato furto aggravato, favoreggiamento continuato, turbativa violenta di possesso, ricettazione eccetera. A conti fatti, le pene relative previste dai codici assommano a circa QUATTROMILA anni di galera.
Nel dare notizia del processone, la rivista Sassari Sera scrive:
«Decine e decine di pescatori in tutti questi anni hanno pagato duramente e in prima persona il prezzo di una lotta di carattere sociale quale è la battaglia condotta a Cabras per gli stagni e per l'abolizione dei medievali privilegi detenuti da un gruppo di potenti famiglie dell'Oristanese che con la loro forza e influenza sono riuscite finora a bloccare ogni tentativo di liberare la laguna e i pescatori dai vecchi balzelli. I pescatori hanno pagato con interminabili mesi di carcere preventivo durante i quali le loro famiglie si sono trovate sull'orlo della rovina. Numerose sono state le armi usate per spezzare la volontà dei pescatori più combattivi e impedire la crescita civile e sociale della categoria e dell'intera popolazione di Cabras».
In Sardegna, in questi giorni, c'è un'aspettativa nuova: si diffonde la sensazione che «i fatti di Cabras» vedranno la parola fine con una sentenza assolutoria che riconosca la demanialità degli stagni e il diritto dei lavoratori a esercitarvi la pesca. Qualche giorno prima del processone, una delegazione di pescatori di Cabras si reca a Milano, per un incontro con gli operai del nord, al circolo De Amicis. La manifestazione è promossa dal partito comunista, al quale va il merito di aver saputo sostenere - con ogni mezzo - la lunga e difficile battaglia. Sono partiti per Milano, insieme ai pescatori del Campidano arborense, alcuni pastori barbaricini di Orgosolo. Insieme hanno raccontato ai compagni delle fabbriche la storia del loro dramma di sfruttati. Commenta «L'Unità»:
«Voci di straordinaria vivezza e verità hanno temperato il senso di lontananza delle cose e la suggestione di fatti che, bruscamente trasferiti da un mondo all'altro, sapevano d'avventura e d'incredibile… Martino Casula e Sirio Porcu hanno schiettamente narrato quel che accade a Cabras… Sono entrambi pescatori, giovani e svegli. Ci sfugge ora a chi spetti dei due il record delle denunce: quasi quattrocento, per un totale di galera (sommando i massimi di pena per ogni imputazione) che raggiunge i cinquantacinque anni. Uno dei due carichi d'accusa non riguarda specificamente il pesce, ma parla di resistenza e lesioni nei confronti di ben undici ufficiali pubblici, guardiani e carabinieri, che tutti insieme lo accerchiarono una sera. Nemmeno se contro quegli undici si fossero avventati Maciste, Tarzan e Monzon tutt'uno. Ma in Sardegna, denunce per reati di simile fabbricazione sono frequenti. E' una specie di prassi poliziesca collaudata nei decenni.
E' recente il culmine dell'azione intimidatrice nei confronti dei pescatori - prosegue "L'Unità", - il 24 novembre scorso oltre cento carabinieri si sono appostati nei pressi dello stagno, all'uscita del paese. Tutte le moto parcheggiate lungo la strada sono state sequestrate. Sono le motociclette dei pescatori. Via tutte. Al comandante della caserma veniva chiesto se quella operazione di rapina fosse lecita. Egli rispondeva di no, ma che ugualmente aveva ordinato di compierla. La legge sotto i piedi, e in un beffardo moto di labbra, ben sapendo che il giorno dopo sulla prima pagina del giornale "Unione Sarda" si sarebbe bugiardamente e servilmente scritto che i pescatori avevano occupato lo stagno. E come non bastasse, alcuni pescatori furono condotti in caserma, spogliati dello scafandro che usano per pescare e rimandati a casa scalzi e in mutande. Taluni perfino senza quelle…».
Fortunati se non verranno anche denunciati per oltraggio al pudore. La realtà del mondo dei pescatori di Cabras è molto più miserabile di quanto il giornalista dell'«Unità» possa immaginare dalle parole dei testimoni venuti dall'isola a Milano, vestiti a festa. Le moto sequestrate sono poche, perché i pescatori vanno in bicicletta e a piedi - molti ancora a piedi scalzi. E quando si parla di 38 «motopescherecci» sotto sequestro, bisogna intendere rudimentali barchini a fondo piatto, qualcuno con un «Moscone» fuoribordo, altri ricavati da erbe palustri. E per «scafandro» bisogna intendere tute di gomma che pochi fortunati possiedono, perché la maggior parte pesca in mutande, con l'acqua alle reni (d'altro canto non va dimenticato che si tratta di pesca in acque basse paludose).

40. Un certo ottimismo in relazione all'imminente processo nasce da un recente fatto giudiziario. L'avv. Pietro Riccio, difendendo un pescatore singolo accusato di furto di muggini per aver pescato nella riserva padronale ha chiesto una perizia che stabilisca se i pesci delle peschiere e degli stagni siano o no allevati dai feudatari. Come è noto, la condizione essenziale stabilita dalla stessa legge per dimostrare la proprietà di un animale è che questo sia «allevato». Se la perizia dimostrasse il contrario l'accusa di furto andrebbe modificata in pesca abusiva. E' più che evidente che nel compendio ittico in questione non esiste alcun sistema di allevamento e che la presenza di pesci in quelle acque è dovuta alla comunicazione naturale col mare. Da qui la decisione di quel tribunale di sospendere il processo e di ordinare la perizia.
Questa perizia è stata eseguita dai professori Mauro Cottiglia, Carlo Maxia e altri specialisti e il suo esito - pure essendo circondato dal solito incomprensibile riserbo - conferma a tutte lettere che tutte le specie ittiche presenti negli stagni non sono in stato di allevamento ma «liberi» e pertanto «res nullius».
Basterà l'esito di questa perizia - si dice - per invalidare il castello di accuse costruite contro i pescatori che si presenteranno davanti ai giudici il 6 dicembre.

41. Mercoledì 6 dicembre si apre il «processone» contro i centosettantaquattro pescatori. Per ragioni di spazio viene usata l'aula della corte di Assise. Lo spazio è ugualmente insufficiente; il tribunale deve per forza di cose dimettere la sua veste di austerità: i pescatori siedono in massa per terra, sul pavimento, accosciati come è loro uso millenario di povera gente che in casa usa stuoie di falasco al posto delle sedie.
Esauriti i convenevoli d'uso in tali sedi - consistenti in una serie di eccezioni procedurali da parte della difesa e da forbite disquisizioni della parte civile per dimostrare la regolarità degli atti e quindi il cortese rifiuto da parte della corte di accogliere le eccezioni, si è entrati nel merito dell'accusa di furto di pesce.
A questo punto, il vecchio pescatore Attilio Secchi, uno dei leader dei paria di Cabras che più di altri ha subito ricatti, violenze e galere, ha sarcasticamente commentato:
«Questa dei pesci allevati è la cosa più ridicola. Forse qualcuno crede davvero che i padroni diano ogni giorno il mangime ai pesci? Sappiamo tutti che gli stagni sono abbandonati. I proprietari non spendono una lira per mettere in sesto gli argini e le peschiere. Lo so bene io che ho lavorato come servo per diciannove anni; poi, però, siccome ero sfruttato, me ne sono andato e mi hanno fatto arrestare. Così ho dovuto passare dieci anni in galera».
L'avvocato Riccio ha tirato fuori la storia della perizia già effettuata per ordine di un tribunale. Evidentemente non è sufficiente. Infatti il pubblico ministero ha sostenuto che è necessaria una nuova perizia, una «superperizia». Ma in attesa, bisogna continuare il processo in relazione alle altre accuse. Ha detto:
«Ritengo che si debba procedere oltre nel dibattimento senza peraltro ledere minimamente i diritti della difesa. E' nostro dovere che venga fatta giustizia… Se con una nuova perizia avremo la certezza che l'attività abusiva dei pescatori sia una contravvenzione e non un furto, il processo finirebbe certamente con un'amnistia generale. Io chiedo comunque che il tribunale ordini una superperizia per risolvere definitivamente la questione. Il quesito è questo: i pesci vengono allevati oppure no? Si tratta di una contravvenzione oppure di un furto?».
Parole come queste - serene pacate fredde - devono suonare come un oltraggio ai pescatori di Cabras. Ma come - essi non possono non chiedersi - la «giustizia» non sa se i pesci negli stagni sono allevati o liberi e intanto i feudatari ci denunciano di furto, il giudice spicca mandati di cattura, il maresciallo dei carabinieri ci insulta e ci arresta, e ci tengono mesi e mesi in galera prima di concederci la libertà provvisoria in attesa del processo; ripetendo questo miserabile gioco tutte le volte che entriamo a pescare.
Il pubblico ministero, in attesa dell'esito della «superperizia» ha detto che la parte dei procedimenti penali per furto vengano separati e rinviati e «che per gli altri processi che si riferiscono ai reati di resistenza aggravata, lesioni e violenza privata il tribunale proceda senza ulteriori indugi arrivando a una sentenza». Ed è ciò che il collegio giudicante riunitosi in camera di consiglio deciderà di fare.

42. Sabato, 9 dicembre riprende il processo «stralciato». Dei centosettantaquattro accusati di furto di pesce, sono rimasti solo gli ottanta contro i quali si aggiungono le accuse di resistenza, oltraggio e violenza alla forza pubblica. Sono gli uomini di punta della lotta antifeudale; vi sono tra questi Mosé Secchi e i suoi fratelli Isacco, Simone e Ferdinando; i fratelli Peppino, Siriano e Ugo Porcu - tutti attivisti comunisti, e il vecchio battagliero libertario Attilio Secchi.
Durante il dibattimento le menzogne costruite dall'accusa crollano miseramente davanti alla realtà dei fatti esposte con semplicità dai pescatori. Il maresciallo dei carabinieri Antonio Serra, comandante la stazione locale, l'anima nera della repressione popolare, è stato smentito più volte e neppure i giudici - che di norma prendono per oro colato i rapporti dei carabinieri - hanno potuto prestare fede a menzogne tanto inverosimili. Per esempio a quella in cui il Serra affermava di essere stato aggredito, insieme a due suoi subalterni, da ben 44 pescatori nei locali della cooperativa, dove egli, il maresciallo, si era recato per sequestrare il pesce «rubato». Ora, nei locali della cooperativa, che sono un bugigattolo, stanno si e no stivate una decina di persone. Lo ha accertato un sopralluogo effettuato dalla stessa Corte. Che al suo rientro ha avuto parole di dura riprovazione nei confronti di un tutore dell'ordine come il Serra evidentemente interessato e parziale, che è stato inoltre censurato anche nei metodi repressivi usati contro i lavoratori.
Dato questo atteggiamento dei giudici non poteva che derivarne una sentenza assolutoria. Gli ottanta imputati, che per i reati di oltraggio, violenza, resistenza, lesioni a pubblico ufficiale - messi insieme anno dopo anno dall'ineffabile maresciallo Serra - avrebbero dovuto prendersi, calcolando i massimi, QUATTROMILA anni di galera, sono stati assolti. Soltanto otto di essi hanno avuto da uno a sei mesi, beneficiando del condono e della condizionale.
«E' una vergogna - ha detto nella sua arringa Anton Francesco Branca - che nel secolo ventesimo, nella Repubblica italiana fondata sul lavoro, siano tollerate situazioni come quella che ha dato origine a questo processo. Non siamo stati chiamati a difendere volgari ladri o delinquenti comuni, ma difendiamo una popolazione che da decenni lotta e si batte contro il privilegio feudale, per conquistare il suo diritto alla sopravvivenza. I pescatori di Cabras hanno sofferto abbastanza: basta con le punizioni».
Non sono stati puniti, stavolta, col trucco poliziesco della resistenza, dell'oltraggio e della violenza a pubblico ufficiale. Ma giustizia non è stata fatta. Resta ancora sospesa sul loro capo l'imputazione di furto aggravato e continuato. Potranno essere ancora arrestati e imprigionati, potranno ancora scontare mesi e mesi di carcere preventivo ogni volta che pescheranno nei loro stagni - fintanto che non verrà portata a termine la «superperizia», l'ultima della serie, che dovrà stabilire se uno specchio d'acqua vasto 2.800 ettari possa ritenersi ancora feudo di un re di Spagna o sia invece patrimonio demaniale.
Che i poteri dello stato stiano ciurlando per il manico lo ha capito bene il pescatore Ugo Porcu, il quale, all'uscita del tribunale, a conclusione del processone a «lieto fine», ha detto:
«E' triste dover prendere atto che dopo anni e anni di lotta, dopo la prigione e i sacrifici, non siamo ancora riusciti a risolvere un bel nulla. Negli stagni, anche dopo questa sentenza, non si può ancora pescare liberamente».

43. Infatti. Il 26 febbraio 1973 la battaglia giudiziaria sul diritto di pesca negli stagni di Cabras si è riaccesa davanti ai giudici del tribunale di Oristano, in una delle udienze del processo a carico del pescatore Martino Casula, «imputato di furto di pesce» (10 chili di muggini, per l'esattezza) pescati con sudore nelle lagune.
Nella precedente udienza del 5 febbraio, il tribunale aveva emesso un'ordinanza di rinvio del processo al fine di sentire come testi i periti prof. Manlio Chiappini, prof. Mauro Cottiglia, prof. Alberto Marraccini, prof.ssa Maria Laura Masala e prof. Carlo Maxia. Questi - sempre per incarico del tribunale - avevano già redatto una perizia per accertare se i pesci dello stagno erano tenuti in allevamento oppure no. L'esito della loro perizia è noto: i pesci degli stagni non sono tenuti in allevamento.
I periti non potevano che riconfermare l'esito cui sono giunti con i loro esami. Ma per il tribunale non è stato sufficiente. Ha emesso un'altra ordinanza rimandando il tutto alle calende greche, con la seguente motivazione:
«Al fine di decidere circa l'esistenza di un reato (di furto) nei fatti contestati, non può prescindersi dall'accertamento circa la demanialità marittima dello stagno di Cabras».
Quindi adesso la palla è nuovamente rimbalzata al Ministero della marina mercantile e ai funzionari della capitaneria di porto competenti, per «ristabilire» quanto hanno già stabilito diversi anni fa, e cioè che gli stagni di Cabras sono di natura demaniale. I padroni, quindi, rimbalzeranno ancora la palla al Consiglio di stato che bloccherà il decreto di demanializzazione, riconoscendo come valido il diritto di proprietà dei feudatari. I legali dei pescatori - accusati di furto perché il pesce è pescato in acque di «proprietà» - ritireranno fuori ancora la questione dei pesci res nullius in quanto «non tenuti in allevamento» e a prova della loro tesi porteranno le perizie e le superperizie che provano come i pescatori pescano se mai di frodo ma non rubano ciò che non può essere rubato. E così via in un circolo chiuso, che dimostra anche ai più ottimisti che in Italia la giustizia difende i privilegi dei padroni, mantiene sfruttati i lavoratori e reprime con la galera chi osa levare la testa.

44. A quindici anni di distanza dall'apertura delle ostilità contro i feudatari di Filippo IV, il paese di Cabras non è cambiato nel suo aspetto trasandato di villaggio di peones con le strade dissestate, fangose, privo di servizi igienici e sanitari, dove la bettola conserva ancora la sua antica funzione di centro sociale e politico.
Anche la casa di Mosé, il leader della rivolta antifeudale, è rimasta com'era: una catapecchia con un andito e due stanze senza finestre ai margini del rione ghetto «La Brigata». Il «furto di pesce» di cui padroni e carabinieri e giudici lo hanno tante volte accusato, che gli è costato mesi e mesi di galera o di latitanza, ha lasciato Mosé più povero di prima. E' invecchiato, deformato dall'artrosi, torturato da una bronchite ormai cronica - ma il suo carattere ribelle, la sua volontà di lotta, il suo ideale di libertà non sono venuti meno. Lo ritrovo - come sempre - davanti alla porticina che prende luce dal cortile, seduto sul pavimento, intento a riparare gli attrezzi di pesca. E' passato ora dalla palamite al bertovello, dagli ami alla rete.
Mosé dice:
«Facendo un consuntivo di tutti questi anni di lotta per liberare gli stagni dal padrone devo dire - per parte mia - che conclusioni positive finora non ce ne sono: negative più che altro. In primo luogo, si è creata una situazione di grande confusione: tutti hanno cominciato a pescare indiscriminatamente, nonostante le denunce e gli arresti. Inoltre, lo stagno è ormai depauperato e sono stati rilevati gravi inquinamenti. La regione e lo stato giocando allo scarica barile mostrano di fregarsene: non intervengono per definire una volta per tutte la natura delle acque, per decidere su un esproprio, per proteggere e conservare il patrimonio con opere di bonifica, di impianti e di ripopolamento, non regolamentano l'uso dello stesso patrimonio.
Sì, gli stagni sono ormai impoveriti. A un punto tale che quest'anno non c'è più nulla. La situazione è veramente critica. Dovunque vai non ci sono più pesci, sia nel golfo che negli stagni. Con le reti a strascico non tiri fuori nulla, non trovi un pesce neanche per medicina. Il padrone ha mandato di recente nuove barche con poiggius, reti a maglie molto strette: ne portano anche cento per volta, di quelle reti, ma non pescano nulla. C'è troppa gente, tutti con le reti appostate, e appena un pesce entra dal mare e passa negli stagni viene subito preso. non c'è più nulla da fare.
Arrivati a questo punto, la regione farebbe un grandissimo errore se pagasse lo stagno ai padroni, per mandarli via: getterebbe via miliardi che dovrebbe spendere se mai per ricreare il patrimonio ittico.
Io mi sono battuto per liberare lo stagno dai padroni e darlo ai legittimi proprietari, i pescatori; ma sono contrario all'uso indiscriminato di questo patrimonio. In un certo senso, così come stanno le cose, dico come Sansone, è meglio così, vaffanculo tutto, meglio anche l'uso indiscriminato, almeno i padroni finiscono per andarsene. Perché una cosa è certa: se i pescatori e tutta la popolazione non avessero fatto così, invadendo e prendendo di forza ciò che era un diritto avere con la legge, i padroni sarebbero rimasti e continuerebbero a fare il bello e il cattivo tempo. Certo è un peccato, mi piange il cuore, vedere questa grande ricchezza abbandonata e distrutta. E' necessario subito l'esproprio, le opere di miglioria, il ripopolamento e l'uso ordinato, prima che sia troppo tardi.
E' chiaro che prima o poi, in un modo o in un altro, i cosiddetti padroni dovranno sloggiare e queste acque diventeranno pubbliche. Nascerà allora il problema di come amministrare il patrimonio. Dovrebbe essere affidata alle cooperative pescatori - a chi se no? Ma allo stato attuale le cooperative non credo che possano garantire il buon funzionamento. Nelle cooperative ci si sono intrufolati molti estranei, neppure del mestiere; non c'è coscienza sociale. Io non ci sono più, in cooperativa - o meglio, ho fatto due anni e sette mesi come pescatore autonomo e adesso ci sono rientrato per poter avere la pensione di invalidità. Ho artrosi cervicale e lombare… alle mani e alle braccia ho cominciato a sentire i dolori da appena mi son congedato nel '45… Ma forse queste cose non interessano: la mancanza di previdenza e di assistenza; seppure è anche questa una questione politica, come la lotta per gli stagni. Non basta che al lavoratore sia assicurato il lavoro, ci vuole anche l'assistenza… C'è, è vero, ma è tutta una burla. Quelli ti ammazzano, invece di curarti! Entrare in cassa mutua!? Ohi, ohi! Ho dovuto pagare io, tre mesi, di tasca mia, per curarmi, pagando anche le medicine…
Tornando alla situazione attuale: negli stagni non c'è più nulla. Dicono che io sono contrario a un esproprio. Sì, sono contrario a un esproprio retribuito. Ci mancherebbe altro che glielo pagassero, ai feudatari, dopo tutto ciò che ne hanno spremuto rubando al popolo di Cabras. Io sono per un esproprio fatto con una legge - loro chiedono oltre tre miliardi di lire: tre miliardi di calci si meritano. Comprare lo stagno significa riconoscere che i feudatari sono i legittimi padroni, mentre ciò è falso. E infine c'è un'altra ragione, ed è che lo stagno è così depauperato che non vale una cicca: bisognerà mettercene di soldi e molti, in opere di bonifica, se si vuole che ricominci a fruttare. Sì, sarà un bel problema per i pescatori, quando finalmente potranno gestire loro gli stagni. Dovranno occuparsi del ripopolamento con un allevamento artificiale. Una volta sistemati, sai quanto renderebbero gli stagni! Anche industrie per la conservazione si potrebbero fare, a Cabras, e dare lavoro a tanti disoccupati - non fare come i signori feudatari che ne bruciavano sette e ottocento quintali ogni anno, di pesce buono, di cefali e muggini, per non mollare il prezzo sul mercato. Ma questi anni l'hanno avuta in culo.
Se la babilonia continua finirà che nello stagno non si troverà più neppure un oisci, neppure uno di quei pesciolini «mangiatutto». Ci vanno tutti a pescare, perfino gli studenti. C'è una crisi che non fa a crederlo. L'altro giorno ne sono partiti sette otto in Germania. Ne mancano molti, giovani. Dei miei parenti, mio fratello Simone ha cinque figli fuori: tre in Germania e due a Milano; poi, un altro nipote e altri ancora… Come minimo sono un centinaio gli emigrati. Quest’anno ne partirà un altro centinaio, perché non c'è più nulla da fare con la pesca. Il pesce è ben pagato, un chilo di gamberetti adesso ce lo pagano milleduecento, ma non se ne trovano. Adesso è il periodo della monta, il periodo migliore, eppure, nulla, un pesce che è un pesce non lo trovi. Io non so come facciano certi padri a insegnare ai figli il mestiere del pescatore…
Insomma, per farla finita, devo dire che gli stagni, per i quali ci siamo battuti, si sono dissolti come nebbia e siamo rimasti con un pugno di aria. Io credo che molti pescatori non hanno ancora capito come stanno realmente le cose. Non c'è maturità politica, e ciò che mi fa rabbia è che neppure gli studenti prendono una posizione chiara, o sono socialdemocratici o sono democristiani… vaffanculo loro e chi non glielo dice! Il padre si è scassato lavorando per farli studiare e poi si mettono contro lo stesso padre… Il lavoro politico l'ho fatto per tanti anni, ed ero sempre solo; adesso non sono più il segretario della sezione; il partito lo aiuto sempre, ma senza incarichi di responsabilità perché ormai non ce la faccio più. Vivo da solo, quando rientro dal lavoro devo aggiustare e sistemare le reti, farmi da mangiare, lavare i piatti, le pentole e tutto il resto. Sposarmi è troppo tardi. E poi non ce la faccio io a mantenere una donna. Con le usanze che ci sono qui, la donna è come l'ostrica: le deve portare da mangiare il granchio…».

45. Sirio Porcu è più giovane di Mosé, forse per questo meno pessimista. Conosce a fondo i problemi degli stagni, e di recente, con un altro giovane pescatore, Martino Casula, è stato invitato a un dibattito tenutosi al Circolo De Amicis di Milano, organizzato dagli Amici della Casa Gramsci di Ghilarza, la FIOM di Milano, la Camera del Lavoro, la FGSI e la FGCI. Una manifestazione che si è conclusa con il lancio di una sottoscrizione popolare per sostenere i pescatori di Cabras.
Sirio dice:
«Cosa è cambiato a Cabras, da quando abbiamo iniziato la lotta, dal '58 a oggi? E' cambiato molto… Ciò che questi feudatari hanno costruito a Cabras nei secoli, una mentalità asservita al loro dominio, non si può smantellare nel giro di quindici anni. Due ali di folla, un tempo, quando is meris [i padroni] transitavano per Cabras; c'era tanto di baciamano, il levarsi il berretto e fare l'inchino e anche portare le figlie graziose… e guai se mancava un solo pescatore, anche il più misero, il perseguitato doveva partecipare e inchinarsi al padrone. Adesso non è più così, i padroni girano al largo dal paese di Cabras e per andare nelle peschiere passano dalla strada di Torre Grande.
Sì, molte cose sono cambiate nella mentalità. Anche economicamente ora si sta un po' meglio. Cabras era conosciuta in tutta la Sardegna come il paese della gente scalza… Ricordo da ragazzo, quando ho fatto la cresima, per andare in chiesa la mamma si fece prestare dalla comare - che guarda caso era moglie del capo peschiera - un paio di sandaletti del figlio che ha la mia stessa età. Ho gioito tanto in quel giorno, in quelle due ore, di avere le scarpe ai piedi… Non è che al cabrarese facesse piacere o che fosse un hobby andare a piedi scalzi d'inverno e d'estate, sulla ghiaia, sulle spine e sul gelo. Era la povertà assillante, era la necessità. Erano asserviti e il non portare scarpe era come un marchio della servitù: portare scarpe era un lusso non lecito al pescatore… Io ho uno zio di sessantanove anni che ha un paio di scarpe nuove fiammanti, dal giorno del matrimonio, quarantacinque anni fa, e queste scarpe - tant'è la sua mentalità che ormai non cambia più - le porta soltanto una volta all'anno, per la processione di Santa Maria; eppure potrebbe portare scarpe tutti i giorni, invece va scalzo. Si chiama zio Giovanni Castangia…
Sì, anche economicamente, dopo questa lotta, qualcosa, anche se poco, è cambiato. La gente esce, va nei bar, si acquista una camicia nel negozio, non più nel mercatino della roba vecchia americana che è quasi completamente sparito. Oggi il pescatore, anche se ancora di frodo, anche coi sequestri, con la galera e coi processi, si può permettere di avere le scarpe, un paio di calze, seppure il tenore di vita non è come dovrebbe essere.
Voglio dire che la lotta è servita per scrollarsi di dosso una mentalità servile, ma anche sul piano economico qualcosa si è riusciti ad avere, anche se carpita, come molti dicono carpita o rubata, è servita a migliorare le condizioni di vita. Ma oggi le condizioni dello stagno sono paurose, disastrose…
Questa situazione di grave depauperamento del patrimonio ittico deriva prima di tutto dal fatto che le lagune sono rimaste come la natura le ha fatte. Non c'è chiodo, né una pietra, né un colpo di vanga per un'opera di miglioria: i feudatari hanno sempre sfruttato il patrimonio, ma non lo hanno mai curato. In secondo luogo, i feudatari, vedendo messo in pericolo il loro feudo, in questi ultimi anni hanno arraffato tutto ciò che potevano senza rispettare alcuna norma per la conservazione del patrimonio. In terzo luogo, spinti chi dal bisogno e chi forse da antichi rancori, si sono riversati nelle lagune non soltanto i pescatori ma bensì moltissimi altri di Cabras, Riola, Baratili, San Vero… Al posto di 500 pescatori, quanti ce ne sono a Cabras, ogni sera se ne vedevano 1500 o 2000… Serate che sembrava una festa, tant'era l'invasione di quei pescatori improvvisati mischiati ai pescatori veri, quelli non autorizzati e quelli padronali… E tutta quella moltitudine ha arraffato e distrutto, con reti a maglie proibite, tanta era la mania di prendere, di provare il gusto di essere sorpresi dalle guardie, un tempo tanto temute, non hanno più potere davanti a tutta una popolazione che si è ribellata… In quarto luogo, c'è il problema degli inquinamenti.
Gli inquinamenti derivano dagli scarichi delle campagne. Tutto confluisce nello stagno: nafta, acidi, diserbanti, fertilizzanti che usano i contadini, specialmente nelle risaie. Io non sono come si dice un biologo, però vedo e so ciò che succede nelle lagune. Tutta la flora, le alghe sono scomparse, completamente. Ne abbiamo qualche traccia ancora proprio dove il paese si specchia nelle acque, perché in quel punto confluiscono le acque piovane che fanno deviare le sostanze inquinanti. In nessun'altra parte delle lagune si trovano alghe, e si sa che sia le anguille che i muggini e i cefali (che costituiscono il patrimonio ittico degli stagni) si cibano dei piccoli organismi che vivono nelle alghe. Mancando le alghe manca il cibo per i pesci. Oltre le risaie che usano diserbanti molto inquinanti, ci sono gli scarichi delle cartiere del Rimedio di Oristano, che si gettano nel canale che va a finire negli stagni. Prima della cartiera, quel canale era come una peschiera, pieno di pesci, adesso è completamente morto…
Bisogna dire, per la verità, che seppure non ci fosse stata una pesca indiscriminata, lo stagno si sarebbe trovato ugualmente in questa brutta situazione per via degli inquinamenti e della mancanza di opere. Sì, forse ci sarebbe stato qualche pesce in più, ma pesci non più commestibili. Oggi qualche pesce si pesca ancora, chi non lo conosce non sa niente, al mercato il veterinario lo fa passare perché lo vede freschissimo, però chi mangia pesce come li mangia il pescatore si accorge del cambiamento: prima di tutto la polpa, non si indurisce alla cottura, non è compatta come un tempo, è frolla; poi il sapore è dolciastro, se prima in cinque chili di pesce mettevi duecento grammi di sale, adesso bisogna raddoppiare il sale, se no è come mangiare una pasta alla crema…
Data questa situazione, di quale vittoria popolare si può parlare se l'oggetto della lotta, gli stagni, sta scomparendo? La lotta non l'abbiamo fatta soltanto per scrollarci di dosso un padrone, ma per strappargli un patrimonio che aveva carpito, che appartiene a tutta la comunità, che non doveva arricchire pochi privilegiati ma doveva dar da vivere a tutto il paese. Ora che questo patrimonio si può dire che non esiste quasi più, questa lotta è stata inutile?
Ecco, io dico che non è stata inutile. Perché gli stagni si possono salvare, basta che lo si voglia. E' una questione di volontà politica…».

46. Attilio Secchi è scettico sul fatto che esista da parte dei governanti la volontà politica di risolvere la questione degli stagni.
Attilio ha 67 anni ed è stato oltre venti anni a servizio dei feudatari prima di diventare uno dei leader più decisi nella lotta antifeudale. Sette mesi e mezzo di galera e tre mesi di latitanza per avere osato levare la faccia davanti al padrone.

«A che punto siamo con la lotta? Direi che siamo a un punto molto brutto. A esproprio definito, corriaamo il rischio di entrare in possesso di lagune che non producono più pesci. Tutto per colpa dei padroni che non hanno mai fatto nulla per bonificare le acque, con la loro mentalità gretta e rapace, hanno pensato sempre soltanto a pescare indiscriminatamente, intascando milioni e milioni senza mai mettere una lira. Basti pensare che non hanno mosso un dito per fare opere di bonifica neppure quando le acque degli stagni allagavano ogni inverno la zona bassa del paese, seminando la desolazione nella povera gente costretta ad abbandonare le loro case e a perdere i loro averi. Il risultato di questa incuria padronale è che adesso le lagune stanno morendo, ed è una menzogna degli avvocati padronali che sia colpa nostra.
Io mi sono battuto in tutti i modi per richiamare l'attenzione dei governanti e tentare di risolvere la questione. Sono andato da Segni e sono riuscito a parlargli e gli ho esposto la nostra situazione, quando era presidente della repubblica; e anche da Nenni sono stato quando era al governo. Promesse me ne hanno fatto tante, ma fatti nulla.
Abbiamo combattuto una lotta che a raccontarla non si crederebbe. Ci ha sostenuto non so bene che cosa, se la miseria o la rabbia. Una lotta che era giusta e santa e ci è costata denunce, arresti, galera, processi come se fossimo stati i peggiori delinquenti. Molti di noi sono dovuti scappare, abbandonare le famiglie, cercarsi un lavoro in continente per sfuggire alle rappresaglie e alla prigione. E molti dei nostri figli sono emigrati, per non fare la triste fine dei loro padri. I processi che abbiamo dovuto subire ormai non si contano più. E non abbiamo ancora finito. Ancora i giudici non hanno deciso se noi lavoratori siamo o no dei ladri perché peschiamo nelle uniche acque che la natura ci ha dato.
Io mi sono spesso chiesto come mai sia possibile che in un paese che dice di essere civile e democratico si verifichi una situazione come la nostra; mi chiedo come mai i politici non hanno ancora trovato una soluzione; mi chiedo che cosa aspettano. Forse non si sono resi conto dei nostri sacrifici, dei nostri bisogni, delle nostre sofferenze. Io non ho perso la speranza di vedere la situazione degli stagni risolta. Non dobbiamo perdere la speranza e non dobbiamo cessare la nostra lotta. Siamo nati qui, e qui dobbiamo restare e lottare».

47. In un servizio apparso di recente nel quotidiano di Cagliari, il giornalista Alberto Testa scrive:
«Lo stagno di Cabras sta morendo. Non è un allarme infondato, ma una realtà emersa proprio in questi ultimi mesi e confortata dagli accertamenti degli addetti ai lavori. Il primo a denunciare questo stato di cose è stato il prof. Mauro Cottiglia dell'università di Cagliari, il quale ha studiato il problema degli stagni di Cabras assieme a una équipe di esperti, su una precisa richiesta del tribunale di Oristano. I risultati che ne sono venuti fuori parlano abbastanza chiaro: nel comprensorio ittico la salinità è in diminuzione, con la conseguenza che alcune specie di pesci poco pregiati (come tinche e carpe) si moltiplicano a danno della produzione più nobile: muggini e anguille. Dalle acque sono poi scomparsi letteralmente i pesci di prima categoria, come le spigole e i pagelli. Resistono, ma sono nettamente in minoranza, le sogliole.
A tutto questo deve aggiungersi la presenza di detersivi e quella di sostanze diserbanti provenienti dagli scoli delle risaie. Questi ultimi prodotti - stando alla perizia del prof. Cottiglia - verrebbero riversati sugli stagni nella misura di 35 tonnellate all'anno. Una vera pioggia di elementi inquinanti che con l'andare del tempo hanno modificato sia la vegetazione che la fauna di tutto il comprensorio ittico.
Un altro esperto di fama mondiale, il prof. Jacques Piccard, ha denunciato in una relazione la situazione allarmante degli stagni dell'isola. "Tutt'intorno alla Sardegna - osserva Piccard - il problema degli stagni si pone in maniera grave. Queste vaste distese d'acqua subiscono le conseguenze degli scarichi d'acqua dolce troppo ricca di prodotti fertilizzanti. Scarichi urbani, lisciviazione delle zone agricole fertilizzate artificialmente, residui industriali. La concentrazione in ossigeno varia: aumenta in superficie e diminuisce enormemente nel fondo. Un gran numero di specie di pesci sopporta troppo male questo tipo di perturbazioni. Altre specie invece sono favorite e si moltiplicano rapidamente. Aggravandosi, questo fenomeno può provocare in seguito uno straordinario aumento della vita batterica, fino a costituire un vero pericolo per la salute delle popolazioni che vivono ai margini degli stagni".
Come si vede anche l'uomo e il suo habitat verrebbero coinvolti in questo lento ma comunque graduale processo di trasformazione. Un inquinamento che rischia di contagiare anche gli abitanti…».

48. Davanti alla tragica situazione che vede gli stagni morire ed estinguersi quello che un tempo era un immenso patrimonio sufficiente a dare benessere a un'intera comunità, i feudatari - che vantano di essere i legittimi proprietari - non muovono un dito. Sono i pescatori, i paria di Cabras, a dare l'allarme, a denunciare i fatti, a cercare soluzioni, a muovere l'opinione pubblica, a richiamare i politici.
In particolare i giovani pescatori, molti dei quali organizzati nel Centro di Cultura, comprendono che la lotta per gli stagni va combattuta contemporaneamente su due fronti: scacciare i feudatari con una legge nazionale, senza indennizzo, e salvare il patrimonio ittico con opportune opere di bonifica e di difesa dagli inquinamenti.
Il giovane pescatore Martino Casula dà notizia di una denuncia presentata questi giorni alla Procura della Repubblica di Oristano contro i feudatari. Nei fatti esposti si fa rilevare che i padronali usano reti proibite, con le quali tirano su quintali e quintali di novellame. E' evidente che i feudatari usano tali mezzi criminosi deliberatamente; adesso che la «loro» proprietà è minacciata, preferiscono distruggerla prima che venga loro tolta.
Un altro socio del Centro di Cultura dice:
«C'è stato uno sterminio di pesci indiscriminato e adesso siamo già in ritardo per correre ai ripari. I proprietari del comprensorio hanno consentito ai loro pescatori l'uso della sciabica, la rete a strascico, che provoca enormi danni. Col risultato che adesso la qualità di muggine più pregiata (cephalus) è inferiore rispetto a quella meno nobile (saliens)».
Il pescatore Sirio Porcu ritiene che il giorno in cui gli stagni dovessero essere demanializzati e affidati in concessione ai pescatori si avrà la garanzia di una ristrutturazione non soltanto sociale ma anche economica delle lagune. Per quel che riguarda l'organizzazione del lavoro e l'uso sociale del patrimonio è già stato studiato e discusso dai pescatori uno statuto, con la collaborazione di esperti del settore, sindacalisti e politici.
«Il pescatore è già cosciente dei danni, della distruzione, di come sta morendo lo stagno - dice Porcu. - Da almeno tre o quattro anni ce ne siamo resi conto. Pur essendo le acque ancora in mano ai feudatari, pur essendo noi soltanto degli abusivi, siamo stati noi i primi ad avere fatto qualcosa. Sono stati denunciati gli inquinamenti e i vandalismi, anche alla magistratura; sono state anche indicate le fonti dell'inquinamento. Sono stati fatti dei prelievi, per un esame scientifico - oltre a ciò che è stato fatto dal prof Cottiglia - per trovare soluzioni che fermino il lento morire del patrimonio ittico, per ridare salute ed equilibrio alle lagune.
Anche sulla base di giudizi di studiosi della materia, non soltanto partendo da quella che è la nostra conoscenza ed esperienza degli stagni, riteniamo necessarie e indispensabili al più presto alcune opere di miglioria. Dragare alcune parti di fondale per tirare via le melme; allargare i canali a mare perché l'acqua cambi in ogni momento col flusso e riflusso e aumenti la salinità delle lagune che è molto bassa; unire con un canale gli stagni con lo stagno di Mistras che ora è in contatto soltanto col mare, per cui ha un eccessivo grado di salinità. Riteniamo pure che sia necessario il dragaggio di almeno due delle paludi comunali, quella di Pasai e quella di Mar'e paui. Ricolmare infine, salvandole dai periodici allagamenti, decine e decine di ettari di terre in località Gregori - sono terreni fertilissimi che potrebbero utilizzarsi per l'agricoltura e dare benessere a diverse famiglie di contadini… Queste e altre opere è necessario fare affinché lo stagno viva e dia da vivere nei secoli.
Bisogna aiutare il processo naturale di sviluppo del patrimonio non soltanto con le opere di bonifica ma anche con le riserve, con il ripopolamento e in particolare evitando gli scarichi inquinanti.
Gli stagni di Cabras non possono, non devono morire così… Noi ci siamo impegnati a proseguire la nostra lotta fino in fondo per liberare le acque dai padroni. Arrivati a questo punto, non possiamo più tornare indietro, abbiamo puntato tutta la nostra vita e la vita dei nostri figli: quindici anni li abbiamo già spesi: sacrifici, fame, arresti, galera. La nostra lotta continua contro i feudatari per costringerli a togliere le mani da un patrimonio che per diritto naturale appartiene alla popolazione di Cabras e contro il menefreghismo delle autorità, per salvare dalla rovina e dalla distruzione questo patrimonio».

49. Il primo passo da fare, necessario per avviare a soluzione la ristrutturazione ambientale per la conservazione e la crescita del patrimonio ittico, è quello di porre fine al conflitto tra pescatori e feudatari. E' un passo che spetta ai politici fare. La storia, la morale economica, sociale e politica, ha decretato anacronistici e assurdi i privilegi feudali di pesca e ha confermato il diritto dei pescatori. Questo diritto oggi nessuno lo mette in dubbio e prima o poi gli stagni verranno concessi ai pescatori.
Spetta dunque ai politici, ora, intervenire. Le soluzioni possibili sono due: un concordato tra regione e feudatari per l'acquisto degli stagni oppure una legge nazionale di esproprio.
La prima soluzione, che riconoscerebbe ai feudatari il loro vantato «diritto di proprietà» costerebbe - a quanto si dice - 3 miliardi e 800 milioni di lire - quanto cioè chiedono i feudatari alla regione per andarsene dalle lagune.
La seconda è quella di una legge nazionale che dichiari la demanialità del comprensorio ittico, superando tutti gli ostacoli burocratici e i cavilli giuridici che finora hanno favorito i feudatari, che consenta allo stato di entrare in possesso degli stagni senza sborsare miliardi - potrebbero meglio spendersi per salvare e rimettere in sesto il patrimonio oggi depauperato.
Dati i grossi interessi in ballo, ovviamente i politici sono divisi tra queste due soluzioni.
I feudatari - è chiaro - sono per la prima soluzione. La loro situazione di «padroni» è diventata sempre più insostenibile. Fino a oggi hanno potuto contare su una polizia sensibile ai loro privilegi e su una magistratura di classe; e sulla durezza della repressione, sulla complicità o insipienza dei politici, sul torpore dell'opinione pubblica i «padroni» contavano per schiacciare la rivolta dei pescatori e continuare a sfruttarli. E' accaduto però che quel «pugno di miserabili analfabeti», con una tenacia che può chiamarsi come si vuole, eroismo o caparbietà, ha sfidato polizia e magistratura, arresti, processi e galera (nulla aveva da perdere nella sua condizione di schiavo) ed è riuscito a coinvolgere tutta la popolazione e a mobilitare l'opinione pubblica. Oggi ai padroni non gli par vero di poterne uscire trattando col potere politico regionale la vendita degli stagni, tanto più considerato il depauperamento del patrimonio.
Sulle stesse posizioni dei feudatari sono gli amministratori comunali della DC, i quali - pur gridando lo slogan «Fuori i padroni e dentro i pescatori» - sono sostenitori del raggiungimento di un accordo tra regione e feudatari per l'acquisto degli stagni.
Che i feudatari vogliano mollare la «patata che scotta» appare chiaro nelle dichiarazioni che un loro legale ha fatto di recente alla stampa:
«Prima che la causa civile tra gli eredi Carta [i feudatari], la regione e il Ministero della marina mercantile arrivasse a una sentenza [si fa riferimento al giudizio di secondo grado per stabilire se le acque in oggetto sono di proprietà demaniale o di proprietà dei feudatari; in primo e secondo grado la sentenza è stata favorevole ai feudatari, in opposizione alla conclusione della perizia del Ministero marina mercantile che ha definito «demaniali» tali acque; si attende ora il giudizio della Cassazione] avevo ormai praticamente concluso le trattative con un delegato dell'amministrazione regionale per una transazione. Ma l'avvocatura dello stato si è opposta, sostenendo che si doveva giungere a un accordo solo dopo la sentenza definitiva della Cassazione. Ma è chiaro che se il terzo giudizio dovesse esserci favorevole come i primi due il prezzo della peschiera salirà ancora. Se la regione avesse invece accettato la transazione, le cose sarebbero invece andate diversamente: noi avremmo certamente diminuito le nostre pretese. Adesso invece le cose rischiano di andare per le lunghe».

50. Quel'è la posizione dei pescatori e dei partiti della sinistra e del Centro di Cultura locale? La sintetizza lo slogan diffuso a Cabras: «Fuori i padroni dagli stagni senza miliardi - il prezzo è già stato pagato dai pescatori».
Il PCI e il PSI fino a qualche anno fa erano dell'avviso che gli stagni andassero espropriati senza pagarli, con una legge. Già nel 1965 alcuni parlamentari socialisti avevano presentato alla Camera una proposta di legge tendente a dichiarare demaniali tutti gli specchi d'acqua del territorio nazionale che avessero una superficie superiore ai 200 ettari (le lagune di Cabras sono vaste circa 3.000 ettari): una proposta di legge onesta e semplice e appunto per questo destinata a perdersi nei meandri della cattiva volontà politica dei gestori del potere.
Vista l'impossibilità di sbloccare la situazione con un intervento parlamentare, il PSI e il PCI, oggi come oggi, sono disposti ad accettare che la regione acquisti gli stagni - magari tirando sul prezzo. E' un rospo che anche diversi pescatori - stanchi d'essere menati per il naso - sono disposti a ingoiare purché si sblocchi la situazione. Ma la maggior parte rifiuta ogni compromesso coi feudatari, chiede una legge, è pronta a continuare la lotta, a rischiare ancora arresti e galera.
Abbiamo sentito l'opinione di Mosé Secchi, il leader degli intransigenti:
«Sono contrario a un esproprio retribuito. Ci mancherebbe altro che glielo pagassero lo stagno, ai feudatari, dopo tutto ciò che hanno spremuto rubando al popolo di Cabras? Io sono per un esproprio fatto con una legge. Loro chiedono oltre tre miliardi: tre miliardi di calci meritano. Comprare lo stagno significa riconoscere che i feudatari sono i legittimi proprietari, e ciò è falso. Poi c'è un'altra ragione: lo stagno attualmente è così depauperato che non vale più una cicca. Bisognerà mettercene sì di soldi e molti in opere di bonifica, se si vuole che ricominci a fruttare».
Più o meno è quanto sostiene Sirio Porcu, anche se si mostra scettico sulla volontà politica della DC a varare una legge nazionale e ritiene che nella peggiore delle ipotesi, mancando questa volontà, bisognerà inghiottire il rospo dell'acquisto.
«Secondo alcuni oggi è possibile soltanto la soluzione di un acquisto. Fino a quattro anni fa il nostro partito, il PCI, diceva niente compromesso, si deve togliere lo stagno ai feudatari con la legge regionale 39; adesso, visto che con le leggi non si è approdati a nulla, il nostro partito è del parere che bisogna trattare coi feudatari - voglio specificare, per evitare malintesi, che il nostro partito ha ragione, è entrato in questo ordine di idee dopo averle tentate tutte, vede la nostra situazione, i sacrifici e i pericoli che comporta la nostra lotta, agisce nel nostro interesse, e noi dobbiamo riconoscerglielo. Però è un boccone amaro per noi, ci ho speso quindici anni di vita in questa lotta e non vorrei dare questa soddisfazione ai feudatari, a questa genia che ha tenuto in servitù un intero paese per centinaia di anni… Forse comincia ad esserci una volontà politica, se non c'è dobbiamo farla maturare proseguendo senza sosta la nostra lotta, oggi si può e si deve fare una legge nazionale. A questo fine abbiamo preso contatti con gli organi del nostro partito, a tutti i livelli, e con gli organi del PSI. Questo libro, che stai scrivendo potrebbe servire anch'esso per scuotere l'opinione pubblica, per spingere qualche deputato della sinistra a impegnarsi in Parlamento… Di recente, ne abbiamo discusso nel Centro di Cultura, e la maggior parte ha deciso di battersi per cacciare via i feudatari senza dar loro una lira».
Il Centro di Cultura locale, costituito in gran parte da pescatori, ha fatto sentire la sua voce nel «Giornale di Cabras», dove tra l'altro si legge:
«E' spudoratamente falso che l'acquisto sia l'unica soluzione possibile. In realtà il problema dello stagno può trovare una sua giusta soluzione o sulla base di una forte volontà politica o con una nuova lotta che coinvolga tutte le forze attive di Cabras e non solo dei pescatori. Il Centro democratico culturale rivolge un appello a tutte le forze politiche democratiche perché si adoperino in modo che i pescatori non vengano ulteriormente traditi. Noi chiediamo che i padroni paghino il prezzo dei soprusi che hanno esercitato sui pescatori, delle sofferenze che hanno inferto a loro e alle loro famiglie; questo prezzo sta nella privazione non remunerata dei diritti di proprietà di cui hanno abusato e abusano ancora oggi, sulle acque di uno stagno in cui non hanno piantato una canna o bonificato una goccia d'acqua».

51. Esiste dunque - e l'affaccia lo stesso giornale del Centro di Cultura - una terza soluzione, quella di «intensificare la lotta che coinvolga tutta la popolazione di Cabras». L'azione più efficace di questa lotta è il continuare a pescare nel feudo lagunare ignorando che vi esiste un diritto di proprietà e sfidando la magistratura a mettere in galera per furto di pesce un'intera comunità. Questo tipo di azione ha già avuto un esito abbastanza positivo nell'ultimo processo che ha visto ben trecento imputati davanti ai giudici.
«Il tribunale dopo aver fatto fioccare un centinaio di assoluzioni al processo, per le violenze lamentate dai servi di peschiera [i padronali] e mai commesse, adesso deve pronunciarsi su una questione fondamentale: se la pesca non autorizzata negli stagni debba classificarsi come furto o come contravvenzione. Un superperizia, attesa per la fine dell'anno [1973] dovrebbe dare una risposta chiara e finalmente definitiva. Se i giudici dovessero essere orientati verso l'ipotesi di una contravvenzione, allora cadrebbero tutte le accuse di furto ed ai proprietari non resterebbe nessun'altra via che quella dell'abbandono della peschiera».
E' quanto scrive il quotidiano di Cagliari, che in questi ultimi tempi pare sganciarsi dai feudatari per rivedere i fatti di Cabras in termini storicamente più realistici. Ed è opinione di molti che la magistratura oggi ritenga assurdo e controproducente, per ogni più elementare principio di giustizia, sostenere ancora i privilegi feudali che risalgono a un re di Spagna del 1600, e che di conseguenza prevarrà l'ipotesi della contravvenzione. In caso contrario, dovrebbe condannare per furto i trecento pescatori attualmente incriminati e almeno altri trecento che in futuro continueranno a pescare - costi quel che costi - nelle lagune.

52. I «fatti di Cabras» sono ancora aperti, mentre scrivo, e la lotta dei «paria» continua in attesa della «superperizia» delle perizie. Gli ottimisti dicono che passerà un anno, prima che i «superperiti» giungano alla conclusione - già scontata dai periti precedenti ed evidente nella realtà delle cose - che le lagune sono di natura demaniale, aperte, comunicanti con tre corsi d'acqua e col mare e che il patrimonio ittico che vi giunge, vi circola e vi stanzia è di diritto pubblico.
E' mia opinione che l'esito della «superperizia» e la sentenza della Cassazione relativa al conclamato «diritto di proprietà» giungeranno - per un preciso calcolo politico - quando «è ormai troppo tardi». Si renderà a parole giustizia ai pescatori nel momento stesso in cui si commetterà nei loro confronti una ignominiosa ingiustizia: tra qualche anno verrà restituito alla comunità cabrarese un capitale estinto e passivo.
La Sardegna - come ho scritto altrove - appare chiaramente destinata a diventare un'area di servizi militari e petrolchimici del capitalismo internazionale. Non c'è spazio per i settori della economia tradizionale isolana e lo stesso patrimonio naturale è destinato a estinguersi, soffocato da una sempre più intensa militarizzazione, da un sempre più diffuso insediarsi di impianti petrolchimici. Lo stesso fenomeno di emigrazione e di coatto spopolamento delle campagne, lo smantellamento delle tradizionali industrie estrattive, l'abbandono e il decadimento dell'agricoltura, della pastorizia, della pesca e il ridimensionamento dei pur modesti programmi di sviluppo del settore del turismo, sono dati chiari e sufficienti per comprendere quale sia il cinico disegno del capitalismo riservato alla Sardegna.
La questione degli stagni di Cabras rientra in questo disegno. Davanti agli interessi del capitalismo internazionale, la «volontà» dei nostri politici - ammesso che una «volontà» autonoma esista in Italia a livello di potere - conta meno che nulla.
Gli stagni di Cabras, un tempo considerati fra i più pescosi del Mediterraneo, dopo secoli di intensivo e indiscriminato sfruttamento feudale, oggi non producono più; e quel poco che producono è inquinato dalle velenose scorie della civiltà industriale. Soltanto adesso - ora che i feudatari si ritrovano con un patrimonio passivo - la regione arriva a proporre una soluzione concreta regalando miliardi ai «padroni» e concedendo ai pescatori, «dietro pagamento», un mare morto.
La lotta antifeudale dei pescatori di Cabras appartiene ormai alla storia della mia isola. Una storia che è ancora tutta da scrivere e da meditare.

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