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10. La “Milizia di Volontari per la Sicurezza della Campagna”

Il 18 marzo del 1968, in seguito al sequestro di Nino Petretto e Giovanni Campus, si verifica un fatto nuovo nella storia della repressione in Sardegna. Ad Ozieri, feudo di pingui allevatori e possidenti detti “prinzipales”, si organizzano alcune centinaia di volontari armati per dare la caccia ai banditi - visto che i “baschi blu” non riescono a cavare un ragno dal buco.
Poco prima della decisione, Vicari, il capo della polizia, accorso nell'isola per seguire la vicenda, ha presieduto nella sala del municipio ozierese una riunione di “prinzipales” che chiedono a gran voce l'istituzione di una “Milizia di Volontari per la Sicurezza della Campagna”.
Che i “prinzipales” abbiano le loro guardie del corpo per evitare d'essere rapiti e taglieggiati è cosa nota. Per esempio, Karim Aga Khan (il “prinzipales” della Costa Smeralda), ai 40 uomini e alle decine di camionette della polizia che vigilano intorno a Capo Cervo, aggiunge il suo esercito personale, forte di circa 200 guardie giurate. Sui giornali sardi cominciano a leggersi inserzioni pubblicitarie come questa, apparsa nel settembre del '67:

“Per paese interno Sardegna assumerei ex sottufficiale dei carabinieri per compiti guardia privata. Dettagliare referenze e specificare pretese indirizzando Casella Postale 79.”

Il caso di Ozieri, ovvero la guerriglia per incarico dei “prinzipales”, ha messo in luce aspetti della natura e delle vocazioni della classe al potere:
- i “prinzipales”, quando vedono i loro privilegi economici non abbastanza difesi dalle istituzioni dello Stato, organizzano in proprio e al di fuori della legge gli strumenti repressivi;
- i “ben pensanti” di tutta Italia plaudono alla creazione di una “milizia di volontari per la sicurezza delle campagne”, di bande armate per lo sterminio del bandito, lodando la ritrovata fiducia del cittadino sardo nella “giustizia”;
- per i pastori e per i contadini che si sono arruolati nelle bande “antibande” è una occasione per guadagnarsi un salario, avere un'arma e procurarsi una patente di “combattente della giustizia”.
«Purtroppo, la prima vigorosa sollevazione popolare in appoggio alle forze dell'ordine che la storia della Sardegna contemporanea ricordi si spegne in uno squallido girovagare tra i pascoli», scrive con rammarico il Ghirotti in Mitra e Sardegna.
Mentre i comunisti fanno rilevare - non senza una loro logica - che le masse di volontari servono a conservare i privilegi degli agrari, mentre potrebbero mobilitarsi elettoralmente contro questi, due riviste apartitiche insorgono contro il tentativo dei “prinzipales” sostenuti dal capo della polizia, di costituire “squadre di assalto per la bonifica morale” - sul modello di quelle famigerate che sorsero nel dopoguerra '15-'18 finanziate dagli agrari della valle Padana.

“La gestione diretta della democrazia è un conto, ma la concessione al cittadino della patente di uccidere è altro diversissimo conto. Anche se si tratta di uccidere banditi, impietosi rapinatori di “galantuomini” e taglieggiatori di medesimi. La regola del gioco va rispettata fino in fondo: per dare la caccia ai fuorilegge esiste un'apposita istituzione che è quella della polizia. Che ha “legale” licenza - e ce n'è abbastanza. 5.000 specialisti, detti “baschi blu”, oltre quelli in pianta stabile, contro qualche decina di latitanti.
Si è scoperto che l'apparato “legale” è insufficiente ad arginare l'ondata di criminalità. Se così è bisogna allora trovare soluzioni diverse rispetto a quelle finora adottate…
Già noi auspichiamo un mondo senza poliziotti (per non essere fraintesi: con uomini onesti, tanto da rendere inutile il mestiere del poliziotto, del giudice e del carceriere); figuriamoci se ogni cittadino potesse, di punto in bianco, vestirsi e armarsi da poliziotto. Il minimo che possa accadere è che tutti gli uomini, appena in grado di sparare, si dividano in banditi e in poliziotti…
Si è mascherata la funerea trovata sotto il pretesto della “collaborazione” del cittadino alla giustizia. Una collaborazione evidentemente male intesa, poiché in uno stato democratico e civile la collaborazione tra il cittadino e le istituzioni nasce da un profondo riconoscimento della validità di queste da parte di quello, e si attua al di fuori di ogni violenza. Il cittadino sardo - si dice - non sente la validità delle istituzioni dello stato e non collabora ai fini che esse si propongono. Il sardo mancherebbe cioè di sensibilità e di educazione civile e democratica; oppure le istituzioni dello stato non rappresenterebbero le vere istanze, le concrete aspirazioni di progresso del cittadino sardo.
Noi crediamo giusta la seconda ipotesi. (Se fosse giusta la prima basterebbe aprire in ogni paese un centro di educazione dell'adulto). Perciò condanniamo gli arruolamenti di volontari “con licenza di uccidere” banditi - salvo errori. Riteniamo che si debbano cercare altre soluzioni per avere in Sardegna una società civile. Una soluzione noi sapremmo indicarla, ed è vecchia quanto il cucco… Si tratta di trasformare una società ingiusta in una società dove gli uomini siano - come diceva un alunna di terza elementare - o tutti ricchi o tutti poveri, o tutti padroni o tutti servi, o tutti carabinieri o tutti fuorilegge, o tutti giudici o tutti in galera… (Da Sassari Sera del 15 aprile 1968).

“…Negli usi e nei costumi, gli USA hanno imposto il loro marchio. In Sardegna, data la realtà economica, sociale e culturale, non potevamo compiere il prodigio di adeguarci a New York. Ci siamo adeguati al West di cento anni fa. In tutto e per tutto. Sceriffi e mandriani, padroni di banche, di farms e di saloons, fuorilegge e bari, taglie attaccate ai quattro cantoni, insegne e cartelli crivellati di proiettili, killers e cacciatori di taglie, assalti alle diligenze e normale periodico numero di morti ammazzati…
Intanto, d'ora in poi, anche i nostri sceriffi potranno distribuire armi ai cittadini volontari per dare la caccia ai rapitori dei figli dei padroni delle grosse farms e dei saloons. Gli sceriffi non reggono da soli l'urto della delinquenza che si è sviluppata per carenza di leggi, per il menefreghismo del senatore che ingrassa a Washington, per l'accentramento del denaro in mano al padrone dei saloons che sfrutta i poveri cercatori d'oro…
La gente non aiuta mai gli sceriffi. Tutti fanno i conigli. Non avendo più niente da perdere se non la pelle, per salvarsi almeno quella si rinchiudono in casa e si fanno i fatti loro. Allora, gli sceriffi, sentito il parere del senatore e del giudice (quest'ultimo, di solito, è un vecchio rimbambito), si rivolgono alla gente dei villaggi con allettamenti vari:
- primo, la medaglia al valore - da appuntarsi al petto all'arrivo delle truppe regolari che giungeranno a dare manforte quando non servono più. E’ un tasto che commuove le fanciulle romantiche ed eccita gli ufficialetti di carriera che sognano guerre di secessione;
-secondo, la stella di vece sceriffo e una carabina a ripetizione. Questo tasto sollecita giovani mandriani e giovani studenti, i quali potranno così dimostrare la loro “balentia” che, né lavorando, né studiando, fu loro riconosciuta. Per lo più, steso il criminale, gettano la stella di vice sceriffo e conservano la carabina, che useranno per i fatti loro a tempo debito;
- terzo, le taglie annunciate e descritte sui manifesti con foto, inchiodate alle cantonate: un mucchio di bei dollari che fanno gola a molti, ma che andranno, come sempre, ad impinguare le tasche dei gambales di cuoio duro…” (Da Il Giornale, n° 11 del 16 giugno 1968).

A tutt'oggi resta ancora aperta la questione del banditismo sardo - come dimostra la istituzione di una commissione parlamentare per lo studio del fenomeno. Ma di più grave rilevanza resta il discorso sulla polizia e sul suo operato in Sardegna. La valanga di pubbliche denunce di questi ultimi anni sulle violenze e sugli arbitri del potere dello Stato a danno dei cittadini è un passo avanti sulla via del progresso. Ma non basta. Il compito del rinnovamento democratico delle istituzioni dello Stato spetta al popolo, che di ogni istanza e di ogni legalità è sovrano istituzionale e naturale. Il popolo sardo deve trovare in sé e nella sua storia la maturità civile e politica, deve respingere con fermezza ogni abuso, ogni provocazione sbirresca. Davanti alla violenza e all'arbitrio deve contrapporre la forza del diritto umano alla libertà e alla giustizia.

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