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polizia

inchieste e analisi

LUISA MANCOSU*

Note su "stato di polizia"giustizia e repressione in Sardegna


EDIZIONI DELLA LIBRERIA


Copyright © 1970, Edizioni della Libreria – Feltrinelli - Milano
Inchieste e analisi /2


Divisioni, paracadutisti, armi vietate dal diritto internazionale. Ecco quanto propongono certi paladini della libertà e dell'ordine di casa nostra! Ma sarebbe ingenuità pensare a queste cose come a farneticazioni di pochi esaltati: la tracotanza dei "prinzipales," le estorsioni violente di "confessioni," e i "montaggi" della polizia, le razioni degli ambienti ufficiali e della stampa "indipendente" ai pur rari casi di genuina giustizia rivelano inequivocabilmente come, in una colonia di nome Sardegna, dietro il paravento dell'ordine pubblico, si facciano in realtà le grandi manovre di piani repressivi e intimidatori, la cui portata potrebbe essere ben più vasta, nel suo disegno generale, e ben al di là della semplice "lotta al banditismo."

[* Il saggio porta la firma della Sig.ra Luisa Mancosu per volere di Ugo Dessy, ma le ricerche contenute nel succitato saggio sono state svolte in maniera congiunta]

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1. 20 marzo 1970: arrivano i parlamentari

Il 20 marzo 1970 sbarca in Sardegna un'équipe di parlamentari. Si tratta del primo gruppo di lavoro della Commissione parlamentare d'inchiesta sui fenomeni di criminalità nell'isola.
Sull'avvenimento - che non è una novità sui generis - si colgono nell'opinione pubblica almeno tre diversi atteggiamenti: il primo, caratteristico della stampa cosiddetta “indipendente”, che plaude sempre alle iniziative governative dandone per scontato il successo; il secondo, proprio di chi apprezzando le buone intenzioni non ignora i limiti del sistema, si preoccupa di indirizzare gli inquirenti, mettendo il dito sulle piaghe più purulente e per questo più nascoste; il terzo atteggiamento è quello della gente sarda, la quale o non sa neppure chi siano e che cosa vogliano i signori della Commissione parlamentare o, se lo sa, non gliene importa nulla, perché ha perso da tempo ogni fiducia negli organi che amministrano lo Stato, compresi i partiti politici.
Questi tre diversi atteggiamenti si evidenziano più particolareggiatamente con gli esempi che seguono:
Quotidiano La Nuova Sardegna del 22 marzo '70:

FINALMENTE UN'INDAGINE SERIA. La prima visita fatta recentemente in Sardegna dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sulla delinquenza è stata certamente utile: per tutto e per tutti… La conoscenza diretta dei luoghi e delle persone che vi vivono è indispensabile per ogni osservatore che voglia studiare attentamente e approfonditamente fatti umani e fenomeni sociali, inquadrandoli prima di tutto nella loro cornice naturale. A maggior ragione il criterio è valido quando si vogliono esaminare manifestazioni di tipo delinquenziale con caratteristiche particolari dell'ambiente, qual è quello della Sardegna… Per ora è importante sottolineare che quei lavori costituiscono, per la Sardegna e per la nazione, un fatto storico e politico di grande rilievo e che autorizza a sperare bene sulla sua conclusione.

Settimanale L'Astrolabio del 5 aprile '70:

La Commissione d'inchiesta sul banditismo comincia ad entrare nel vivo della questione… In sostanza, nel suo primo periodo di attività, la Commissione ha proceduto all'acquisizione dei dati statistici… Adesso, invece, i parlamentari hanno stabilito contatti diretti con i responsabili dell'amministrazione della giustizia… Tra i primi è stato sentito il dott. Emilio Caredda, sostituto procuratore generale presso la Corte d'appello di Cagliari… Pare che, nella sua obiettività, non abbia mancato di indicare le gravi responsabilità contratte dalla Criminalpol in Sardegna e che, in particolare, si sia soffermato anche sulla morte del giovane Mureddu… Il 21 marzo il primo gruppo di lavoro si è spostato a Nuoro, dove ha sentito, tra gli altri, il dott. Paolini, presidente della Corte d'assise di Sassari e Nuoro. Anche in questo colloquio, quasi certamente, i commissari del Parlamento hanno avuto modo di sentire dalla viva voce del magistrato quali gravi abusi siano stati commessi dalla Criminalpol per asserite “esigenze superiori”. Numerosi processi si sono celebrati recentemente in Sardegna nel corso dei quali la Criminalpol è apparsa, se non formalmente, sostanzialmente sul banco degli imputati più che su quello dei testimoni. In numerose sentenze, infatti, il questore Guarino e il suo vice Mangano sono stati aspramente censurati per una eccessiva disinvoltura nell'amministrazione dei “fondi segreti” e per numerose operazioni repressive che sono impunemente sfociate nei reati di calunnia e di falso… Diciamo sin d'ora che l'isola non ha bisogno di nuove indagini criminologiche. Non si tratta di stabilire se la criminalità trae origine dall'isolamento e dal sottosviluppo economico o da tare etniche o da maledizioni ancestrali: alchimie di vario genere sono state elaborate per decenni da illustri studiosi, ed il banditismo è rimasto intatto. La Commissione è dispensata pertanto da simili indagini; essa deve far sentire la sua presenza immediata, incisiva e risanatrice nell'apparato della giustizia, affinché si cominci a colmare l'abisso di sfiducia che è stato scavato tra il cittadino e le istituzioni dello Stato. Si estirpino i bubboni dove ci sono e non si rimandino le soluzioni alle calende greche.

Nessun organo di stampa - per ovvie ragioni - registra la voce della gente sarda che, a conoscerne l'idioma, suona, grosso modo, così:

Senza voler rifare la storia della nostra terra - che è storia di una colonia saccheggiata del suo patrimonio naturale, sfruttata fino al sangue, soffocata in ogni momento della sua crescita, - soffermandoci soltanto al presente, emergono gravissimi fatti commessi dal potere dello Stato contro i cittadini sardi. In particolare, nell'operato della polizia si lamentano abusi, violenze, falsi e illeciti che configurano veri e propri reati. Si ha l'impressione - sufficientemente fondata - che governo, magistratura, stampa e partiti si preoccupino di minimizzare e di stendere una coltre pietosa su tali gravi fatti, quando raramente e fortunosamente esplodono alla luce del sole, e ciò - sembrerebbe - per il “patriottico” scopo di evitare che tutta la polizia, anzi tutto l'apparato dello Stato finisca per essere messo sotto accusa. Le Commissioni di inchiesta sulla criminalità - se si crede che possano contribuire ad estirparla - non possono fermarsi ad esaminare il banditismo barbaricino (che obiettivamente è un fenomeno di scarsa rilevanza in rapporto ai danni sociali che può produrre, ed è sufficientemente noto in ogni suo aspetto), ma dovrebbero esaminare in altri ambienti altre forme criminogene, meno note e certamente più pericolose per lo sviluppo democratico e civile della nazione. In parole povere: il Parlamento avrebbe fatto meglio a nominare una Commissione per appurare fino a che punto siano legittimi, non diciamo democratici, i metodi che il potere usa in Sardegna.

 



2. I “fatti di Cabras”

Anno Domini 1660. Filippo IV, re cattolico di Spagna, è impelagato nella guerra di Catalogna. A corto di quattrini, chiede un mutuo al banchiere genovese Gerolamo Vivaldi. A garanzia del mutuo, il re cede a costui i diritti esclusivi di pesca negli stagni di Cabras che appartengono alla Corona.
Anno Sabaudo 1853. Gli eredi del Vivaldi cedono il “pegno” a don Salvatore Carta, notabile oristanese.
Anno 1956. La Regione Autonoma Sarda promulga la legge n° 39 dove si dichiarano “decaduti i diritti feudali di pesca nelle acque interne e lagunari, a qualunque titolo posseduti”.
1959. La Corte costituzionali conferma la legittimità della legge regionale n° 39. La CGIL promuove a Cabras un'assemblea di pescatori per illustrare la legge. Dopo secoli di servitù feudale i pescatori stentano a credere ciò che sentono. E' un'idea ancora “sacrilega” levare gli occhi in faccia al padrone. I parlamentari della sinistra chiedono al governo regionale l'applicazione della legge 39 e la socializzazione degli stagni di Cabras - i più estesi e i più ricchi della Sardegna, con un reddito approssimativo di un miliardo di lire annuo -.
1960. Oltre 200 pescatori - i paria, gli esclusi dal feudo lagunare - occupano simbolicamente lo stagno di “Sa mardini”, il più piccolo dei tre bacini, che forma una baia del golfo di Oristano. Il governo regionale d.c. promette la sollecita applicazione della legge. Appena un mese più tardi, il 7 settembre, i pescatori del golfo trasportano i loro barchini fino allo stagno con l'aiuto dei contadini che forniscono i mezzi agricoli. Sono circa quaranta barche, oltre 100 pescatori. Gli “scioperanti” si dispongono al centro della laguna, decisi a non uscirne fino a quando non abbiano ottenuto giustizia, l'applicazione della legge 39, l'abolizione dei diritti feudali. La popolazione si riversa sulle rive e acclama i “sovversivi”. Affluiscono intanto centinaia di carabinieri in assetto di guerra; circondano lo stagno, assediano i pescatori. Il locare circolo AILC lancia una campagna di stampa e organizza un comitato di sostegno: nottetempo, nuotatori subacquei eludono la barriera d'assedio dei carabinieri e dei servi del padrone e riforniscono di viveri gli “scioperanti”. Tre giorni e tre notti. Il quarto giorno, il presidente della regione interviene con un telegramma: per tutto il mese, fino a quando non sarà applicata la legge, pescheranno a turno tanto i feudatari quanto gli “scioperanti”. Questi ultimi accettano l'arbitrato del presidente della regione e desistono dall'occupazione. La popolazione li porta in trionfo per le vie del paese.
1961. Le promesse governative non sono state mantenute. Nelle file dei pescatori serpeggia la sfiducia. I 60 rimasti a lottare decidono una nuova occupazione. La mattina del 15 maggio, una ventina di barche entrano nello stagno di “Sa mardini”. Stavolta sono decisi ad andare fino in fondo: non si lasceranno incantare dalle promesse. I loro familiari, donne e bambini, si accampano sulle rive. Duecento carabinieri e un numero imprecisato di questurini occupano il paese. Per far posto alle “forze dell'ordine” occupano il refettorio scolastico e alcune aule. Oltre trecento bambini vengono affamati per la mancata refezione. Sono in gran parte figli di pescatori. Il circolo AILC tempesta di telegrammi le autorità. Per paura dello scandalo, prefetto e questore ordinano al sindaco d.c. di ripristinare “immediatamente” la refezione scolastica. Dopo una settimana, i pescatori resistono ancora. L'eroismo di quel pugno di “miserabili” che si batte, in nome della legge, contro un anacronistico residuo feudale, commuove l'opinione pubblica dell'isola, dell'Italia, dell'Europa. Piovono a Cabras “inviati speciali”: i pescatori di Cabras sono diventati un “ottimo prodotto” per la civiltà consumistica. L'ottavo giorno arriva il solito telegramma del presidente della regione, entro breve termine il governo si impegna a trovare una soluzione di compromesso tra feudatari e pescatori, in attesa dell'applicazione della legge 39. Gli “scioperanti” sono all'estremo della resistenza e ancora una volta si rimettono nelle mani della “giustizia”.
1962. I pescatori “liberi” si sono organizzati in cooperative. Con un colpo di mano si sono aggiudicati all'asta le paludi comunali: una fascia di acquitrini ai margini degli stagni che i feudatari si erano sempre aggiudicati per poche lire non avendo nessuno osato mai contrastarli. Per avere queste paludi i pescatori si sono ipotecati tutti i loro stracci e il loro lavoro di anni. Nel mese di giugno i feudatari denunciano i pescatori delle paludi di aver sconfinato e pescato negli stagni. Nello stesso mese, i servi dei feudatari bloccano i pescatori che rientrano dal lavoro, li malmenano e sequestrano quanto hanno pescato. Le “forze dell'ordine”, avvertite, non intervengono. Nel mese di luglio, su mandato di cattura firmato dal procuratore della Repubblica di Oristano, cinque pescatori vengono arrestati sotto l'imputazione di “furto aggravato e continuato di pesce”. Per tutto luglio si succedono gli arresti. Ad uno ad uno, alla chetichella, per evitare tumulti popolari, gli uomini di punta della lotta antifeudale vengono eliminati. Alcuni si danno alla latitanza.
Dall'inverno del 1962 alla primavera del 1963 si scatena la “guerra della carta bollata”. I feudatari sostengono che la legge 39 non si possa applicare agli stagni di Cabras, in quanto vi si trovano non in virtù di “diritti feudali” ma per un “diritto di proprietà”. Gli oppositori negano questo diritto di proprietà, anche per la natura demaniale delle acque in questione. Il ministro della Marina mercantile dà incarico ad una commissione di accertare la natura degli stagni.
1963. Estate. In un clima sonnolento riprendono gli arresti dei pescatori ancora liberi. L'imputazione è sempre la stessa: furto aggravato e continuato. I pescatori da arrestare stavolta sono CENTOSEDICI e la “giustizia” mette in campo uno schieramento di forze mai visto prima, neppure per la repressione del banditismo. Un rione intero (Veneziedda) insorge contro l'esercito che circonda il paese, che invade le campagne, che batte strade e perquisisce case dando la caccia ai pescatori. Alla fine dell'anno, l'opinione pubblica viene a conoscenza di una sensazionale sentenza della Corte di cassazione: facendo riferimento a Cabras, vi si afferma che i pesci dello stagno sono da considerarsi res nullius in quanto non allevati dai feudatari ma circolanti liberamente, pertanto ai pescatori può imputarsi il reato di pesca di frodo e non quello di furto. Subito dopo - in clima elettorale - un'altra “buona” notizia: la commissione incaricata dal ministro della Marina mercantile ha accertato la natura demaniale degli stagni di Cabras. I feudatari, che dispongono di una coorte di avvocati, ricorrono al Consiglio di Stato, che - in tutta fretta - dà loro ragione.
1964. Estate. I pescatori organizzano a Cabras il 3° convegno regionale della pesca. Mancano undici pescatori ancora in galera (gli altri sono in libertà provvisoria, per decisione del tribunale d'appello di Cagliari). Nel mese di luglio il tribunale di Oristano giudica gli undici pescatori. Questo il commento apparso sulla rivista Sardegna Oggi, n° 33:

… Accusati inizialmente di “furto aggravato e continuato” per aver essi pescato in “acque di proprietà privata” e arrestati sotto questa imputazione; crollata la base giuridica di tale accusa, perché facile non è neppure ai baroni mascherare la vera natura delle acque, accertate demaniali; crollata la speciosa accusa di furto di pesci di “proprietà comune”, come afferma una interessante sentenza della Corte suprema, restava quella ben più modesta di “pesca di frodo” e, infine, una “resistenza aggravata e continuata” alle forze dell'ordine, resistenza che fu opposta, secondo la stessa accusa, per evitare l'arresto relativo all'infondato reato di furto…
Per questa “resistenza” (modificata nella sentenza in “oltraggio pluriaggravato e continuato”) gli undici pescatori sono stati condannati alla galera: chi per un anno e quattro mesi, chi fino a due anni e sette mesi.
L'oltraggio è tutto in tre frasi che alcuni pescatori (malamente riconosciuti tra 120 tumultuanti in un'ora di scarsa visibilità) avrebbero rivolto alle “forze dell'ordine” (“farabutti, disgraziati!”, “con quale faccia vieni qui!”, “togliti quella sporca divisa che ti faccio vedere!”) e in un lancio di qualche manata di fango estratto dal fondo della palude dove gli imputati esercitavano il loro lavoro, dove l'apparato di polizia, un centinaio tra carabinieri e poliziotti, in assetto di guerra, si era recato per marciare contro gli affamati ribelli che osavano turbare il “legittimo” secolare sfruttamento dei feudatari di un monarca spagnolo…
Ben duro e ben crudele è stato lo scotto che i paria del feudo maledetto dei Carta hanno pagato per affermare il loro diritto al lavoro. Uomini poveri e sprovveduti che hanno usato gli unici mezzi di offesa, il fango, l'unico linguaggio che essi potessero conoscere in un mondo ingiusto e miserabile… La giustizia ne fa una questione di principio… Questa giustizia li pizzica astutamente nel dettaglio, li agguanta, li stritola “legalmente” approfittando dell'angolino buio… Un oltraggio alla forza pubblica, contestato dalla parte oltraggiata, è costato fino a due anni e sette mesi di galera, è costato nuova fame e nuova miseria a decine di bambini, è costato una nuova sconfitta al povero incappato nelle maglie della legge mossa dal ricco.
Ma l'oltraggio barbaro e incivile perpetrato ai danni di centinaia di onesti lavoratori privati dei loro più elementari diritti, l'oltraggio inumano patito dalle famiglie, dalle donne e dai bimbi di questi lavoratori, l'oltraggio fatto alla stessa Costituzione, questi oltraggi, CHI E QUANDO E COME li pagherà?
Oggi, il solco profondo di diffidenza, di odio, di rancore vieppiù scavato fra il cittadino e l'autorità dello Stato è giunto… alla fase in cui anche il pubblicista non può predicare una adesione ad un legalitarismo che appare sempre più farisaico, e non se la sente di declamare il rispetto per una legge che lascia impuniti ladri di miliardi e distribuisce a cuor leggero anni ed anni di galera alla povera gente per “furto di pesce” sudato un'intera notte con le reni nell'acqua, o per frasi poco “signorili” pronunciate in un momento di legittima ira.

A tutt'oggi, la questione degli stagni di Cabras resta aperta. Anno dopo anno, di norma durante i sonnolenti mesi estivi, i pescatori vengono arrestati per “furto continuato e aggravato di pesce” e la legge regionale 39 attende ancora d'essere applicata.



3. Giustizia e aree coloniali

Nelle aree coloniali o di “servizio” del capitalismo l'apparato repressivo dello Stato assume aspetti particolari. Vi è un differente “animus” da parte della polizia, dei tribunali, delle prefetture, degli amministratori in generale, nei confronti del cittadino. I “fatti di Cabras”, per esempio, sono tipici di una regione dove permangono profondi residui feudali non soltanto nelle strutture economiche ma anche nel costume del potere: il cittadino è considerato un “suddito” con infiniti doveri e nessun diritto.
Vi sono reati propri delle aree progredite, come la strage del Vajont, gli illeciti profitti di industriali e il loro espatrio “legale” per evitare ogni pena, le clamorose evasioni fiscali dei nipoti di Papa Pacelli, le sofisticazioni tipo “il buon vino Ferrari”, ed altri, che, per i danni che provocano alla comunità, sono da considerarsi reati gravissimi: eppure vengono repressi in forma benevola (quando pure si arrivi ad una condanna!). E vi sono poi reati di per sé insignificanti, come la detenzione di un coltello a serramanico, il furto di una bisaccia di fave o di una pecora, il pascolo abusivo - propri di un'area economicamente arretrata -, che vengono giudicati e repressi con estrema severità. Anzi, per aggravarne la pena, vi si aggiunge di solito una “resistenza” o un “oltraggio” al pubblico ufficiale che si è occupato del caso.
Dunque, trattamento differenziato al cittadino a seconda della sua estrazione socio-economica e dell'area geografica in cui vive. Non è il caso di citare i dati statistici delle percentuali criminogene in base al ceto. Quando in fase istruttoria e dopo la sentenza sia nei poteri discrezionali del magistrato concedere al carcerato la libertà provvisoria, si “appurerà” che il provveduto borghese è sofferente di cuore, di fegato o d'altro ed ha estremo bisogno di libertà; mentre lo sprovveduto lavoratore, di sana e robusta costituzione, resterà in galera. Non è un caso che tra i fermati “suicidati” dalla polizia in questi ultimi anni non figuri neppure un industriale, ma figurino un pastore e un anarchico.
Anche per quel che riguarda le prove di colpevolezza, accade che non si stia a guardare tanto per il sottile quando si tratta di incriminare un contadino, un pastore, un pescatore. Spesso, come indizio, basta il solo aspetto fisico confortato da un “sano” pregiudizio. L'abbruttimento provocato dallo sfruttamento, la povertà, l'ignoranza diventano così elementi a carico di chi ha già subito l'ingiustizia d'essere un paria.
Si parla con sempre maggiore frequenza di “crisi della giustizia”. dipende dai punti di vista. C'è chi la rifiuta in blocco e auspica una “nuova giustizia” - per esempio i marxisti-leninisti -; c'è chi vorrebbe farla funzionare meglio e auspica riforme di struttura. In effetti funziona benissimo nella misura in cui si dimostra strumento valido nella difesa dei privilegi della classe al potere.
In Sardegna, i “riformisti” denunciano la “crisi” già da molti anni. L'avvocato Antonio Bellu scrive su Sardegna Oggi del gennaio 1963:

“Vengono celebrati processi vecchi di dieci anni. I detenuti a volte debbono attendere in carcere anni prima d'essere giudicati. In questi giorni, nella Corte di cassazione e nelle Corti d'appello si rinnova la tradizionale cerimonia inaugurale dell'anno giudiziario. Ovunque il Procuratore generale, nel rituale discorso denso di cifre e di dati, rende pubblico il bilancio tecnico e morale dell'attività svolta durante l'anno precedente… La giustizia è in crisi. Essa è divenuta inceppata negli ingranaggi logori ed anacronistici e perciò procede con la lentezza di un carro a buoi nell'era dell'atomo. Quali le cause di questa crisi? Inadeguatezza delle istituzioni o insufficienza dei mezzi di conduzione? L'una e l'altra cosa…”

Ancora Sardegna Oggi, nel giugno del 1965, denuncia il “gravissimo disservizio giudiziario nel circondario di Nuoro” dove “3.711 processi penali attendono la definizione”:

“Gli avvocati di Nuoro hanno recentemente deciso di continuare la loro agitazione di protesta contro il disservizio giudiziario. La situazione precaria in cui si svolge, nel circondario, l'amministrazione della giustizia può essere sintetizzata in dati di per sé fin troppo indicativi: su 10 giudici del tribunale, previsti nell'organico, sono in servizio soltanto 3. Soltanto 2 preture su 7 sono ricoperte da un titolare. Di contro la situazione degli affari penali pendenti al 31/12/1964 è la seguente: dinanzi al tribunale attendono di essere decisi ben 449 processi; dinanzi alle preture di Nuoro, Bitti, Bono, Dorgali, Gavoi, Orani, Siniscola, i processi penali che attendono una definizione sono ben 3.262. Né è molto migliore la situazione delle cause civili. Dinanzi al tribunale di Nuoro attendono una definizione 1.326 cause, mentre le cause ancora pendenti dinanzi alle preture del circondario sono 1.246.”

Una crisi di “funzionalità” che interessa soltanto la povera gente - quella che incappa nelle maglie della giustizia - che può aspettare. Nessun danno ne viene al sistema da questo tipo di “crisi”. La polizia è efficiente; le galere sono efficienti. Gli incriminati, innocenti o colpevoli che siano, sono al sicuro e possono attendere. Anzi, è salutare per il comune cittadino conoscere la giustizia in tutto il suo rigore e imparare a temerla.
Gli esempi che seguono sono fatti di cronaca che si registrano quasi quotidianamente.

“DOPO SEI MESI DI GALERA PROSCIOLTO IN ISTRUTTORIA UN GIOVANE PASTORE. Francesco Frau, il giovane pastore di Ollollai (Nuoro) può nonostante tutto ritenersi fortunato. Il 26 febbraio, il giudice istruttore del tribunale di Sassari ha deciso di proscioglierlo dall'accusa di aver preso parte alla clamorosa rapina avvenuta al night “La Siesta” di Alghero, e ne ha ordinato la scarcerazione. Venerdì mattina, il pastore ventenne ha lasciato le carceri di San Sebastiano dopo sei mesi di permanenza. All'uscita lo attendevano il padre e i fratelli. Ora il giovane riprenderà il suo lavoro, ma non vi è dubbio che la sua fiducia nella legge è stata scossa dall'episodio che lo ha visto protagonista e vittima innocente. Ogni qualvolta vedrà i “tutori dell'ordine” penserà ai sei mesi trascorsi nelle carceri sassaresi in attesa che il giudice istruttore facesse giustizia, e cambierà strada per non incontrarli…” (Sardegna Oggi del 4 marzo 1965).

“CONCLUSA L'ISTRUTTORIA PER LA RAPINA DI CUGLIERI. DUE GIOVANI PROSCIOLTI DOPO UN ANNO DI GALERA. Altri due giovani, innocenti, sono stati rimessi in libertà dopo un anno di galera. La cronaca giudiziaria sarda si arricchisce di un nuovo episodio che riguarda dei giovani fermati con eccessiva facilità e sicurezza dalle forze dell'ordine, e successivamente, dopo molto tempo, riconosciuti dal giudice istruttore completamente estranei ai fatti loro ascritti. Si tratta dell'autista Graziano Busia, 24 anni, e del pastore Salvatore Serusi, di 23 anni, che, dopo dodici mesi di permanenza nelle carceri giudiziarie di Oristano, sono stati scarcerati per ordine del giudice istruttore dott. Giulio Segneri. L'istruttoria sulla rapina di Cuglieri è stata conclusa dal giudice istruttore con la denuncia dei latitanti Antonio Michele Floris di Orgosolo e Nino Cherchi di Orune…” (Sardegna Oggi del 1° aprile 1965).

“ASSOLUZIONI NUORESI. Che cosa succede nel Nuorese? In questi ultimi mesi, in numerosi processi penali, gli imputati vengono mandati assolti con la formula più ampia, talvolta addirittura su richiesta del pubblico ministero, dopo aver scontato, nel migliore dei casi, molti mesi di galera.
L'ultimo caso è quello dei pastori ollolaesi Gino Peddone e Antonio Casula, che erano stati accusati della rapina di “Su Berrinau” commessa nel luglio del 1964. Dopo nove mesi di carcere, i due pastori sono stati prosciolti in istruttoria.
Di questi giorni è anche l'assoluzione con formula piena (Corte d'assise di Nuoro) del pastore Salvatore Cabitzolu, accusato dell'assassinio del banditore di Illorai…” (Sardegna Oggi del 20 aprile 1965).

Se la rivista socialista Sardegna Oggi avesse continuato le sue pubblicazioni dopo il 1965 avrebbe ben altre assoluzioni di cui riempirsi le pagine.



4. La repressione in Sardegna

Il fenomeno della repressione in Sardegna si colloca ma non si esaurisce tutto nell'analisi marxista del concetto di “giustizia di classe”. Più precisamente la repressione in Sardegna è strumento primario della colonizzazione capitalistica ed assume aspetti prettamente militaristici ed un carattere di “eccezionalità” che è al di fuori o in contrasto alle norme del diritto sancito dalle leggi civili dello Stato italiano.
E' un tipo di repressione che il sistema riserva alle aree coloniali o di servizio del capitalismo, alle aree dove la situazione economica, sociale e culturale è particolarmente, e volutamente, arretrata e dove, di conseguenza, le forme di lotta per il progresso popolare tendono a manifestarsi con moti violenti.
Al dato di fatto della Sardegna “area di servizio economica” se ne aggiunge un altro, attualmente preminente: la sua utilizzazione come “area di servizi militari”. Nel giro di venti anni, l'isola è diventata la principale roccaforte dello schieramento bellico della NATO e la principale “piazza d'armi” europea per il collaudo di nuove armi e per le esercitazioni tattiche aeronavali, corazzate e miste. La presenza massiccia di basi militari e delle relative servitù da un lato condiziona pesantemente l'economia e la crescita civile delle popolazioni, e dall'altro influenza tutti gli istituti dello Stato, in particolare quelli della giustizia e dell'ordine pubblico.
Qui i generali di mezzo mondo, trovato l'ambiente adatto, “covano” gli strumenti bellici più terrificanti che la moderna tecnica possa produrre, e un poderoso apparato militare e di polizia circonda, protegge e mantiene nel più rigoroso segreto queste mostruose “covate”.
Ogni aspetto della vita civile ne risulta condizionato e limitato. Il clima della più rigida autorità e della più severa disciplina - l'annullamento dei valori individuali - è il fondamento di ogni regime militare. La democrazia, di qualunque colore, è considerata una “peste sociale”. La circolazione delle idee - al di fuori dell'ideale “credere-obbedire-combattere” - è un attentato alla sicurezza dello Stato.
Premessa essenziale alla instaurazione del loro regno, i militari creano costosissimi apparati preventivi e repressivi di polizia, tradizionale e speciale, politica e comune, spie e controspie che vigilano e creano fantasmi per avere il pretesto di colpire uomini in carne ed ossa. Anche la “rilassatezza dei costumi” (in particolare quelli sessuali) è ritenuta pericolosa all'armonia di una società gestita dai militari. Un buon cittadino si esalta davanti alle parate degli eserciti, scatta e si commuove nell'udire gli inni patriottici, si china riverente dinanzi agli eroi di guerra. Un buon cittadino può far parte della schiera eletta dei militari quando inoltre crede nel cattolicesimo, religione dei padri, accetta in qualunque situazione la indissolubilità del matrimonio concordatario e crede nell'istituzione dei casini per la salvaguardia della verginità delle fanciulle “perbene”.
Non fa meraviglia, quindi, che poliziotti e questurini difendano e proteggano le basi militari in Sardegna scrutando sospettosi la lunghezza delle gonne e dei capelli, ascoltando i timbri di voce per isolare gli “scioperanti” e gli “omosessuali”. Oltre, naturalmente, al loro servizio “normale” che è quello di registrare le chiacchiere dei lavoratori “sovversivi” nelle bettole, di sottolineare e mettere in cartella parole e frasi raccolte nei comizi politici, nei manifesti, nei ciclostilati, nei documenti dei circoli di cultura, nella stampa e perfino nelle pagine di opere di narrativa del passato. (A questo proposito va segnalato un caso che ha fatto ridere tutta l'Italia, esclusi polizia e clero: nel dicembre 1969, nel periodo “caldo” della repressione borghese, il commissario di P.S. Di Nardo, di Cagliari, ha denunciato alla magistratura Georg Buechner, scrittore teatrale dell'800, per la sua opera “Woyzech” che era stata rappresentata mesi prima nell'Auditorium, ravvisandovi gli estremi di “vilipendio alla religione di Stato”.)
Quando non bastano le normali istituzioni repressive se ne creano di nuove, di più aggiornate. I “baschi blu” sono truppe speciali finora riservate alla Sardegna, particolarmente addestrate contro la guerriglia. Il “pretesto storico” addotto dal governo per giustificare la loro esistenza davanti all'opposizione parlamentare è il banditismo nuorese. Alla prova dei fatti non risulta che il corpo speciale dei “baschi blu” sia in funzione anti-banditismo: le cronache di questi ultimi anni dimostrano che essi non hanno mai acchiappato un solo bandito. I “baschi blu” sono certamente in funzione delle basi militari, ch'essi dovrebbero proteggere da eventuali moti popolari.
Il banditismo, si è detto, è un “pretesto”, non solo per giustificare la presenza nell'isola di apparati repressivi speciali, ma anche per mantenere in funzione speciali leggi, quali il confino, il domicilio coatto, la sorveglianza speciale e altre, che consentono alla polizia di eliminare, insieme a ladruncoli di polli, quei cittadini ritenuti pericolosi per le loro idee. Tanto è vero che se in Sardegna il banditismo non ci fosse stato, lo si sarebbe creato.

“LA POLIZIA ORGANIZZA SEQUESTRI E ARMA I DELINQUENTI”. (Titolo di un servizio apparso su Sassari Sera del 15 dicembre 1968.)

“SOSTIENE D'ESSERE STATO ISTIGATO DA UN POLIZIOTTO A COMPIERE UN SEQUESTRO A SINISCOLA… Secondo fonte bene informata, un certo Tolu Giovanni Antioco da Orune avrebbe sporto nei giorni scorsi una circostanziata denuncia, sostenendo che ai primi dello scorso mese di febbraio si presentarono a lui il pregiudicato Giovanni Veracchi ed un tale qualificatosi per maestro elementare. I due gli proposero di partecipare ad un sequestro di persona, organizzato a Siniscola, con l'assicurazione che l'impresa avrebbe fruttato almeno 50 milioni. Il Tolu respinse l'offerta, ma dopo qualche giorno suo fratello Stefano cadeva ferito sotto le raffiche degli agenti di P.S. davanti alla casa dell'idustriale Tosi. Il Tolu è convinto che l'impresa fu organizzata dal Veracchi e dal sedicente maestro elementare in funzione di agenti provocatori… Il fatto è gravissimo, soprattutto se si consideri che il “maestro elementare” - secondo quanto si afferma nella denuncia - era l'agente di P.S. Rochira Pancrazio, il quale, per evidenti misure prudenziali, è stato poi trasferito ad un reparto della penisola. Il Veracchi per l'opera svolta sarebbe stato ricompensato con diversi milioni…” (Da Sassari Sera del 30 marzo 1698.)

“In un esposto alla Magistratura, un commissario di polizia viene accusato dell'omicidio del bandito Antonio Casula dalla madre dell'ucciso. Il malvivente, confidente della Criminalpol, sarebbe stato attirato in un agguato dopo avere avuto una parte di rilievo nella morte di Salvatore Pintus e Gianni Dessolis. E' morto perché sapeva troppo?…” (Da Sassari Sera del 15 maggio 1968.)

I comunisti dal canto loro giudicano l'apparato poliziesco che opera in Sardegna assolutamente inefficiente. La rivista del PCI sardo intitola così l'interrogazione che segue: “Falliscono contro i banditi: infieriscono sui cittadini”.

“I sottoscritti chiedono di interrogare il ministro dell'Interno per sapere se sia conseguente a sue disposizioni o direttive di responsabili locali il comportamento da truppe coloniali di occupazione della polizia in provincia di Nuoro, comportamento che, mentre è del tutto fallimentare nei confronti dei latitanti e dei banditi che indisturbati intensificano le attività criminose, determina una grave tensione tra i singoli cittadini e le popolazioni.
Vengono infatti attuati, senza alcun risultato ai fini della lotta contro il banditismo, stati di assedio, rastrellamenti di interi paesi o rioni, gli ultimi a Nuoro, Orgosolo e Orune, perquisizioni personali e domiciliari senza alcuna autorizzazione della Magistratura e contro le norme della Costituzione e della legge.
I sottoscritti riferiscono, a titolo di esempio, uno dei tanti gravissimi episodi che avvengono quotidianamente.
Alle ore 0,30 del 31 maggio ultimo scorso (1967) la vettura con la quale rientravano a Nuoro il dott. Mario Pani e l'ins. Antonio Caboi, dirigenti della federazione comunista di Nuoro, è stata fermata a un posto di blocco a dieci chilometri da Nuoro. I due cittadini sono stati costretti a scendere dalla macchina da quattro poliziotti che puntavano il mitra contro i loro visi e iniziavano a perquisirli; alle rimostranze dei due cittadini, che ricordavano essere la perquisizione personale una violazione della Costituzione e della legge, il brigadiere, che risulta far parte della “pattuglia Rumorino” n° 38, rispondeva testualmente: “Non ce ne importa niente della Costituzione né della legge; la legge qui la facciamo noi; abbiamo disposizioni dal ministero e noi perquisiamo e facciamo quel che ci pare”. Poiché i due fermati continuavano a protestare, uno dei poliziotti puntava il mitra contro la testa del sig. Caboi urlando: “O stai zitto o ti scarico il mitra in testa”. I due cittadini hanno quindi subìto con la violenza la perquisizione personale, come sarebbero stati costretti a subirla se fermati da una banda di criminali armati.
Chiediamo al ministro se non ritenga che il comportamento della polizia non sia tale da indurre la maggioranza dei cittadini a giudicare che:
1) i poliziotti, che dovrebbero difenderli dai banditi, si aggiungono a questi ultimi per terrorizzare e mettere in pericolo i cittadini onesti e intere popolazioni, mentre sono del tutto incapaci di prevenire o reprimere le attività criminose, come dimostra il fatto che nei conflitti delle ultime settimane, come nei sequestri e nelle rapine, sono sempre stati i banditi ad avere la meglio;
2) che l'inettitudine e la vigliaccheria dimostrata contro i banditi trova facile sfogo contro pacifici inermi cittadini, trattati come i nazisti trattavano le popolazioni dei paesi occupati nella lotta partigiana;
3) che, probabilmente, in provincia di Nuoro, viene fatta la prova della proclamazione di quello stato d'assedio che il governo e la maggioranza intendono rendere legale con la nuova legge di pubblica sicurezza che è in discussione al Senato.
Chiediamo di sapere infine se il ministro non ritenga necessario far conoscere i motivi per i quali la polizia in provincia di Nuoro agisce in modo così irresponsabile e tale da determinare un ulteriore drammatico aggravamento della situazione e, nella eventualità che la responsabilità ricada sui dirigenti locali, quali provvedimenti di adeguata severità intenda disporre nei confronti dei responsabili. Ignazio Pirastu - Renzo Laconi - Luigi Marras - Luigi Berlinguer. (Apparsa sulla stampa nel giugno del 1967.)

Indipendentemente dalla utilizzazione tattica dei fatti, in funzione della candidatura del PCI a “partito d'ordine”, il quadro che i parlamentari fanno dello stato di polizia in Sardegna nella loro interrogazione spiega sufficientemente quale sia lo stato d'animo degli isolani nei confronti dei militari e del potere che gli stessi rappresentano. Proprio per questo particolare animus antimilitarista e antistatalista del cittadino sardo, per questo antico e mai sopito odio verso i colonizzatori armati, in questa regione sono possibili forme di rivolta violente, individuali e collettive. La storia delle comunità sarde dimostra che basta una scintilla per far esplodere violenti tumulti popolari - sommovimenti locali che spesso esauriscono la loro carica protestataria nella violenza di un'ora di incendi e di saccheggi. E contando appunto su questo animus popolare, qui il sistema trova il terreno adatto per compiere esercitazioni pratiche di sperimentazione delle tecniche di repressione civile fino a quelle della guerriglia coi latitanti delle Barbagie.
LA SPERIMENTAZIONE MILITARE, IN OGNI SUO ASPETTO, TROVA DUNQUE IN SARDEGNA IL SUO HABITAT NATURALE.

A questo punto vale la pena accennare ad un non ben delineato “movimento separatista” di cui si va parlando e sparlando in Sardegna da qualche tempo. L'analisi che i separatisti fanno della “questione sarda” è di tipo marxista-leninista: la storia dell'isola - essi dicono - è la storia di una colonia; da questa situazione non si può uscire che con la rivolta totale e aperta contro la colonizzazione. Quindi, “fronte di liberazione nazionale”, sull'esperienza delle lotte che i popoli coloniali hanno fatto per la loro indipendenza.
Al separatismo si fanno alcune obiezioni.
La prima è che la “questione sarda”, pur con le sue particolari problematiche, è da inscrivere nel contesto di una realtà nazionale, più precisamente nel movimento di riscatto civile delle masse del Mezzogiorno.
La seconda è di ordine pratico: il separatismo diventa un ottimo pretesto al gioco del capitalismo che ha destinato l'isola ad area di servizi militari e alla pianificazione economico-sociale in funzione di questi: un ottimo nuovo pretesto per accelerare e aggravare il disegno di asservimento, aumentando i suoi effetti armati e intensificando la repressione poliziesca e giudiziaria.



5. I “fatti di Sassari”

I “fatti di Sassari” denunciano in modo clamoroso uno stato di polizia che travalica le stesse leggi. Gigi Ghirotti, in Mitra e Sardegna edito da Longanesi, ne fa una sintesi magistrale:

Nel mese di agosto 1967 la scena della lotta al banditismo si anima di episodi crudeli e grotteschi. Nel Nuorese, i briganti rapiscono quattro persone in tempi successivi. A metà agosto la Corte d'assise di Nuoro manda assolto, con formula piena, e su richiesta del Pubblico ministero, un imputato che la polizia ricercava, con taglia, perché indicato come pericoloso e sanguinario, il più sanguinario dei latitanti. Nello stesso giorno, a Sassari, la polizia scopre una banda di malfattori che, capeggiata da due pregiudicati (pastori, naturalmente) operava in città e si proponeva di trasformala in campo d'azione delle sue gesta criminose. Da tempo deputati, avvocati, commercianti, industriali, a Sassari, hanno cominciato a ricevere lettere anonime, ingiunzioni di versare denaro per aver salva la vita. Non c'è dubbio: la nuova malavita non guarda in faccia nessuno. Tutti gli uomini che contano qualcosa, a Sassari, hanno ricevuto la lettera di ricatto, persino l'ex presidente della repubblica Antonio Segni. Ma la polizia è sull'allarme. Sovente i ricattati ricevono dalla questura l'offerta di una guardia di scorta personale, prima ancora che la lettera estorsiva sia arrivata a destino.
Questo è il clima della città, quando, aprendo il loro giornale, La Nuova Sardegna, i sassaresi apprendono che la pericolosa banda è stata messa al sicuro, quasi completamente: sono in arresto, sotto i torchi della Mobile, un autista disoccupato, Mario Pisano, un altro autista, Archelao Demartis, un pastore, un infermiere, Graziano Bitti e suo padre, il vecchio Sisinnio Bitti, anni 65, “buona lana” ben nota alle carceri locali, e infine uno studente in giurisprudenza, incensurato e fuori d'ogni possibile sospetto, Antonio Setzi. Fuori della rete sono rimasti i due “pezzi grossi”, Pasquale Coccone, pastore, Umberto Cossa, pastore, entrambi pregiudicati, entrambi fuggiti alla presa mediante la fuga.
E' il vice questore in persona, Giovanni Grappone, che dà notizia dell'operazione di polizia ai giornalisti sassaresi convocati in questura. Il racconto della mancata cattura di Umberto Cossa è drammatico. All'alba del 14 agosto, narra ai giornalisti il vice questore, gli uomini della Mobile sassarese, comandati dallo stesso dottor Grappone, hanno circondato l'ovile dove il pregiudicato Cossa stava radunando le sue pecore. Gli viene intimato l'altolà, ma il pericoloso soggetto, estratta una pistola, incomincia a far fuoco sugli uomini della legge. Per fortuna la pistola al secondo colpo si inceppa, e il Cossa la lascia cadere a terra (ora è in mano alla polizia che la esibisce a prova). Il pastore fugge “lanciandosi con una folle corsa giù per un impervio costone”, scrive il giornale quasi sotto dettatura. Ma perché - domandano i cronisti - gli uomini della polizia lo hanno lasciato scappare, se il tipo è tanto pericoloso? “A noi quel Cossa serve vivo!” chiarisce il dottor Grappone.
La sua fedina penale è squadernata: vi si legge un pericoloso precedente che lo designa autentico bandito. Nel 1958, ancor giovanissimo, il pastore Cossa venne sorpreso dai carabinieri nelle campagne di Urì, mentre spingeva avanti a sé un gregge di nove pecore rubate all'allora ministro dell'Agricoltura, on. Antonio Segni. All'intimazione di alt il Cossa reagì sparando. Catturato, processato e condannato: sette anni e otto mesi di prigione interamente scontati.
Impressionante è l'armeria dei banditi: mazze di ferro, martelli di gomma, pistole e fucili, piedi di porco, grimaldelli, chiavi false: quanto serve insomma, al fabbisogno di una cellula di criminali che si propongono un lungo programma di lavoro nella città di Sassari. In effetti, dai primi interrogatori, si ha la sensazione che i misfatti della banda fossero per lo più allo stadio di progetti. Ma intanto, sotto l'aculeo degli interroganti, cominciano le prime confessioni. Il 22 luglio 1967 alcuni uomini della banda sono entrati a faccia scoperta, pistole in pugno,. nella gioielleria del signor Salvatore Spanu in via Sorso. Alle grida della vittima designata (il signor Spanu ha settantanove anni) e della di lui figlia, Margherita, inaspettatamente, nel negozio, uno dei malfattori colpisce con il calcio della pistola il vecchio gioielliere: parte accidentalmente un colpo dall'arma, che va a conficcarsi nella parete. Impressionati, i banditi girano su se stessi e filano di gran corsa fuori dal negozio.
Di lì a pochi giorni, verso le tre del mattino, due malfattori si presentano al motel Lybissonis, alle porte della città: pistola in pugno, vogliono i soldi. Il portiere li avverte: “Ma badate, di là nel bar, c'è gente!”. I rapinatori girano sui tacchi e se la danno a gambe saltando su una “Giulia” che li aspetta fuori a motore acceso. Anche questo episodio (il Lybissonis trascurò di farne denuncia) è confessato in questura dagli uomini della banda.
Un industriale, Francesco Nulli, riceve una lettera estorsiva. Poiché non si dà pensiero di pagare il richiesto, la sera vede gironzolare alcuni tipi sospetti intorno alla sua casa. Dai giornali apprende che i ribaldi avevano in animo di rapirgli il figlio quindicenne…
Nel calendario dei delitti di là da venire, la banda confessa due progettati sequestri di persona e l'assalto ad una banca con il sistema del buco praticato nel soffitto. Nella sede della banca abita la sorella di quel Cossa, latitante, che per poco non fulminò con le sue pistolettate il dottor Grappone, il commissario Elio Juliano, capo della Mobile, il vice commissario Giuseppe Balsamo, suo collaboratore, andati quel mattino del 14 agosto ad arrestarlo nell'ovile. Di questo Cossa si leggono particolari sempre più sinistri: la polizia si domanda se non sia lui il colpevole di due omicidi commessi a Porto Torres nel 1958 e a Osilo nel 1959, e rimasti tutt'ora impuniti. Il fascicolo di questi due casi insoluti è riaperto, annunciano i giornali: quando il Cossa sarà chiamato al rendiconto, ne avrà da raccontare!
A questo punto sono le pubbliche informazioni, allorché la sera dell'8 settembre 1967, nella redazione del La Nuova Sardegna si presenta un giovane elegante; chiede udienza, sventola una carta d'identità. “Sono Umberto Cossa, il pericoloso fuorilegge…”
Ai redattori de La Nuova Sardegna il Cossa quella sera precisò innanzi tutto di avere un po' fretta: desiderava costituirsi… e per intanto il pastore Cossa prega di avvertire i carabinieri che lo vengano a prendere. I carabinieri, insiste, non la polizia “perché con quella non voglio avere a che fare”.
Il discorso cade subito sul conflitto a fuoco nel corso del quale il pastore Cossa, secondo la questura, avrebbe cercato di uccidere a rivoltellate gli uomini della polizia arrivati per arrestarlo. «Quella mattina», narra il pastore, «stavo radunando le pecore per la mungitura quando in lontananza notai delle persone. Le additai al fratello del mio principale, il signor Solinas, che però mi disse di star tranquillo: non c'è da preoccuparsi, e allora proseguo verso una casa campestre diroccata. Giunto ad una quarantina di metri dalla casupola vedo che all'interno ci sono delle persone, altre due sono all'esterno. Da un buco del muro vedo spuntare la canna di un mitra. Sento un ordine secco: “Fuoco!” e cominciano a spararmi addosso. “Ma siete pazzi?” grido io, agitando la mano e avanzando un passo o due verso di loro. Quelli continuano a sparare. Di fronte alla morte, che si fa? Si fugge. E sono fuggito, mentre le pallottole si conficcavano nel terreno intorno a me, sollevando un polverone che mi accecava! Ho corso una sessantina di metri. Poi mi sono gettato a terra, dietro un muretto a secco. Quelli smettono di sparare. Allora, visto che non mi inseguivano, mi sono allontanato dalla zona». «E la pistola puntata contro la polizia? La polizia ha raccolto quell'arma…» «Ma che arma? Non avevo addosso nemmeno uno spillo! Sfido che la polizia a dimostrarmi che su quella pistola ci sono le mie impronte digitali!» E il progettato colpo alla banca di Monte Rosello? Il pastore Cossa nega che un'idea simile gli sia mai passata per la testa. Quegli omicidi sui quali si indaga? «Per fortuna a quell'epoca ero in prigione! Per fortuna, perché se no come farei adesso a discolparmene? Il pastore porta sempre i suoi testimoni, i suoi alibi: ma sono sempre i testimoni del pastore, gli alibi del pastore… «Mi trovo innozente, ecco proite mi so' presentau!»
Senza il conflitto a fuoco il western non sta in piedi; o meglio si rovescia. Se non è più il Cossa che ha tentato di uccidere gli uomini della polizia sarà la polizia che ha tentato di uccidere il Cossa? Gli si domanda dei complici che in questura, sembra, hanno confessato. Tranne uno o due, mai visti né conosciuti. Al bar Mokador, indicato come sede della banda, il Cossa non mette piede da mesi: ha litigato con la padrona. In conclusione il pastore è fuggito «perché mi hanno sparato addosso; se mi avessero detto che erano della polizia mi sarei fermato; che cosa avevo da temere? Non ho commesso né furti, né estorsioni, né rapine! Dovevo sposarmi, mettevo in disparte i miei risparmi: che devo fare, il delinquente? Ditemelo un po' voi!»
Allo scoccare della mezzanotte Umberto Cossa entra nelle carceri di Sassari, scortato da un alto ufficiale dei carabinieri. A questo punto è come se il film si fosse spezzato e l'operatore, improvvisamente impazzito, cominciasse a volgere l'obiettivo di qua e di là, frugando dietro i fondali, puntando la macchina da presa sul retropalco, sorprendendo il regista e lo sceneggiatore e tutto il cast della produzione negli atteggiamenti meno irreprensibili della loro vita.
Chi sono i personaggi di questa sequenza fuori programma? Uno degli arrestati della “banda di ferragosto”, l'autista Mario Pisano, interrogato dal giudice istruttore, mostra le labbra tumefatte e bruciacchiate. Racconta d'essere stato sottoposto ad un crudele interrogatorio in un sotterraneo della questura: legato a pancia all'in su sopra un pancaccio corto, la testa e le gambe penzoloni, gli interroganti lo avrebbero costretto a confessare tenendogli le mascelle spalancate e facendogli ingerire acqua salata, cinque o sei litri, versata con un mestolo. Una scena medievale. Il giudice istruttore Pietro Fiore si consulta con il sostituto procuratore della Repubblica e ordina una perizia medico-legale. Ma l'autista Pisano ha dell'altro: furti, soprattutto dalle automobili in sosta, ne ha commessi per davvero, non lo nega. Ma di rapinare la gente non gli sarebbe mai passato per la testa, se non lo avessero istigato due sconosciuti, due strani personaggi mai visti prima d'allora a Sassari, che si facevano chiamare “Gianni” l'uno, “Franco” l'altro, e tutt'e due parlavano con l'accento partenopeo e si mostravano prodighi di consigli, ricchi di immaginazione, pronti a dare una spinta per risolvere le molte indecisioni degli aspiranti criminali.
E questi due napoletani, adesso, dove sono? Mario Pisano non lo sa, e deve essere allora il giudice istruttore a ordinare ai carabinieri una piccola inchiesta. Dalla quale risulta che tutt'e due si sono imbarcati dalla Sardegna proprio nel colmo di ferragosto, accompagnati al molo dall'automobile della questura. La cabina, per uno dei due, è stata prenotata al nome di Gigliotti: strano, Gigliotti è il brigadiere della squadra mobile che ha compiuto l'operazione. E l'altro? L'altro è partito verso la costa Smeralda. Giusto in quei giorni, nell'albergo L'abi d'oru nel golfo di Olbia s'è infilato un topo pericoloso che se n'è partito con gioielli per qualche decina di milioni.
L'obiettivo, adesso, inquadra in piena luce i protagonisti della “brillante operazione”. Anche dalla questura di Sassari zampillano testimonianze che illuminano agli occhi dei due magistrati le figure di questo western capovolto. Il vice questore Giovanni Grappone viene da Milano, ove, negli anni che seguirono la legge Merlin, si distinse per aver guidato la squadra del buon costume, centrali squillo smascherate, donnine in abiti succinti, commendatori sotto i letti e negli armadi…
A Sassari, il dottor Grappone s'è accorto che si vive in una atmosfera di lontana retrovia. Siamo in Sardegna, è vero. Ma i banditi preferiscono il Nuorese: se le pallottole fischiano solo in lontananza, che ci può fare un “giovane leone” arrivato qui deciso ad offrire il petto al nemico?
Anche il commissario Elio Juliano è un valente e ambizioso investigatore; un primo della classe nei concorsi, un fuori classe nel lavoro di ricerca dei criminali. Ha fatto le prime armi a Napoli, dove s'è costruito un bell'archivio criminale tutto per sé, con centinaia di nomi di pregiudicati, ciascuno con la sua scheda sempre aggiornata: le note caratteristiche, il campo di lavoro, le tendenze, gli amici, i nemici, il soprannome e l'indirizzo.
Il giudice istruttore pensa che proprio Juliano oppure il suo diretto superiore Grappone, oppure l'immediato inferiore Balsamo siano gli uomini più indicati per svelare il mistero dei due napoletani giunti in Sardegna a far comunella con i giovanotti della banda di ferragosto e poi partiti non si sa per dove il giorno in cui la banda venne arrestata. Ma tutt'e tre i funzionari, e anche il brigadiere Gigliotti si schermiscono dietro il segreto d'ufficio: non sono tenuti a rivelare il nome degli informatori della polizia. Il giudice osserva: non si trata di informatori, ma di malviventi che hanno istigato e guidato altre persone in losche imprese, e altre imprese sono sospettati di aver commesso anche in proprio. Gli uomini della polizia tacciono, il magistrato spicca tre mandati di cattura: per il commissario Juliano, per il vice commissario Balsamo, per il brigadiere Gigliotti. Le accuse sono di lesioni personali, abuso di autorità, violenza privata, falso ideologico in atto pubblico (il verbale di confessione del Pisano), calunnia. Questu'ultimo reato (punibile con la reclusione da tre anni e sei mesi fino a dieci anni) è doppiamente aggravato, sia perché commesso da funzionari con abuso di poteri, sia perché il pastore Cossa, vittima della calunnia, è stato incolpato innocente di triplice tentato omicidio aggravato; così grave, cioè, che se il Cossa non fosse riuscito a dimostrare la propria innocenza gli sarebbe venuta di certo una condanna di almeno sei anni di reclusione.
Ai primi d'ottobre il magistrato spicca i mandati di cattura. L'incarico di eseguirli è affidato ad un ufficiale dei carabinieri che però prende tempo, si consulta con i suoi superiori e infine decide di girare il mandato alla questura. E' probabilmente la prima volta che la tradizionale competitività tra polizia e carabinieri viene saggiata su un difficile caso di polizia giudiziaria: l'esperimento dà un risultato inatteso. La decisione del magistrato, cioè l'arresto di due commissari, Juliano e Balsamo, e d'un sottufficiale, Gigliotti, è tenuta in sospeso dai patteggiamenti e dai convenevoli tra polizia e carabinieri intorno ai tempi e ai modi di procedere all'esecuzione d'un ordine perentorio e insindacabile.
Nella notte tra il 4 e il 5 ottobre un deputato monarchico sassarese, l'avvocato Dino MIlia, indirizza alla presidenza della Camera un'interrogazione urgente per sapere se il governo conosce il motivo per cui i tre uomini della questura che dovrebbero essere già in prigione si trovano invece tuttora in libertà, anzi in licenza. Il governo, il Parlamento, i grandi notabili della Cassazione, della polizia, dell'arma dei carabinieri cadono dalle nuvole… Un'ondata di interpellanze e di interrogazioni investe palazzo Montecitorio e palazzo Madama.
Mentre Juliano, Balsamo e Gigliotti, con comodo, si presentano al giudice e passano alle carceri (ma solo per la registrazione dei nomi: trascorreranno i pochi giorni di detenzione nell'infermeria dell'ospedale militare di Cagliari), il Paese è agitato da una collera improvvisa. “I banditi fuori e i commissari dentro!” annuncia su nove colonne un giornale di Roma. “Si sfascia lo Stato!” fa eco un altro (il Secolo d'Italia del MSI). E' come se un pilastro giudicato forte e inamovibile, la struttura portante del potere, da secoli collaudata, si fosse abbattuto improvvisamente. Il mandato di cattura viene guardato in trasparenza: è legittimo? Si sono ricordati i due magistrati sassaresi, il giudice Fiore, il sostituto Manchia, di avvertire “i superiori gerarchici dei presunti imputabili e il capo della polizia”? E il prefetto, il procuratore generale, il ministro di Grazia e Giustizia, la Suprema Corte, sono stati informati di quel che stava avvenendo? Nell'Italia dei feudi e dei granducati pare impossibile che due oscuri magistrati di provincia abbiano, da soli, potuto tanto, senza chiedere il permesso a nessuno: s'invoca il ripristino della vecchia “autorizzazione a procedere” per i funzionari di polizia, oltre che per i deputati e senatori che già ne godono.
Il pastore Cossa e l'autista Pisano hanno svelato un abuso della polizia, ma l'Italia non ne vuol sapere. La radio-televisione tace, i giornali non informano o informano male. “Tutti, o quasi tutti i delinquenti accusano la polizia di averli maltrattati o picchiati durante gli interrogatori: sospettare un pregiudicato di appartenere ad una banda è forse illegittimo? E' calunnia? Ma allora?”, conclude il Corriere della Sera, “la polizia non potrebbe mai scoprire un delinquente?” “Spinte, schiaffi, occhi pesti sono una specie di reato professionale per la polizia” (L'Europeo), e i commissari sono stati incriminati “per qualche cosa che attiene alla lotta contro il banditismo, e non per debolezza o per omissione, si badi, ma per zelo, o per eccesso di zelo?” (Il Tempo). Che cosa sono questi atteggiamenti ultralegalitari dei magistrati? Dovrebbe forse la polizia “prendere per oro colato gli alibi dei ladri di bestiame”? (Il Messaggero).
I magistrati, che al nostro Parlamento sono sempre piaciuti poco, vengono fulminati con occhiatacce da tutti i settori dello schieramento politico. La Sardegna, che ha l'aria di farsi scudo con la loro toga, si piglia un'altra reazione di rimbrotti; per un quarto d'ora l'Italia ha l'impressione che in Sardegna sia scoppiata una specie di rivolta contro i poteri dello Stato. “La Magistratura ha incriminato alcuni elementi delle forze dell'ordine. Dov'è lo scandalo?”, si domanda il vice segretario della DC Flaminio Piccoli. Ma è una voce isolata. “E' uno scandalo senza precedenti nella storia nazionale”, proclamano quasi con le stesse parole il monarchico Covelli e il repubblicano Paccairdi. I comunisti profittano della confusione per chiedere che siano mandati a casa loro i “baschi blù”. L'organo della diocesi di Milano, L’Italia, scopre che il complotto sardo si articola in un fronte omogeneo, di tipo familiaristico che accomuna avvocati, magistrati e briganti: “Tra gli avvocati e i magistrati sardi esistono parenti, amici, conoscenti delle famiglie di coloro che sono diventati fuorilegge. Non è forse vero che uno dei più pericolosi banditi della Sardegna, Francesco Maria Serra, è stato processato da una Corte d'assise e, pur con gravi prove, assolto per non aver commesso il fatto?” E' vero, sì, ma il lettore de L'Italia è derubato di un particolare: le gravi prove erano una fotografia d'archivio a mezzo busto in cui era parso ad una testimone di poter ravvisare colui che la polizia le descriveva come uno dei suoi possibili rapinatori.
La verità è che l'Italia, nell'autunno 1967, nel pieno meriggio di centro-sinistra consolidato, si trova in corpo una grande nostalgia di forche, e diffida dei giudici che stanno troppo a sottilizzare sul valore della prova. Per un Francesco Maria Serra una vecchia foto dell'archivio di polizia sarebbe potuta bastare alla condanna. Per l'arresto di uomini della polizia, le testimonianze, le prove, le controprove, i verbali, le perizie non sarebbero mai abbastanza. Il senatore Donato Pafundi, già Procuratore generale presso la Suprema Corte di cassazione, oggi presidente della Commissione antimafia, vecchia toga rotta a tutte le battaglie, non manca l'occasione di far intendere ai magistrati delle nuove leve quale sia il “porro unum necessarium” del giudice. Anche lui rivolge la sua brava interrogazione per sapere se i magistrati sassaresi “ebbero a considerare il pregiudizio che la eccezionale determinazione apportava al prestigio e alla efficienza della pubblica sicurezza e quale spinta criminogena con tale provvedimento, non obbligatorio, essi davano al banditismo in Sardegna.”
“Le spinte criminogene”, ecco il punto. Il senatore Pafundi, quando i tribunali chiedono fascicoli o stralci del molto materiale accumulato dall'antimafia in alcuni anni di indagini, risponde che non può. “E' una polveriera!” ripete il vecchio magistrato. Un esempio da imitare: quando un giudice si trova in mano un fascicolo-polveriera, faccia come lui. Ci si sieda sopra.”

Il 23 gennaio 1970 presso il tribunale di Perugia, in sede d'appello, i “fatti di Sassari” vengono praticamente liquidati. Questo l'esito del processo:

ai sardi:
Pasqualino Coccone: 5 anni e 3 mesi (12 anni nel primo giudizio);
Mario Pisano: 4 anni e 6 mesi (7 anni e 6 mesi nel primo giudizio);
Umberto Cossa: 4 anni (7 anni e 6 mesi nel primo giudizio);
Monne: 4 anni e 10 mesi (7 anni e 6 mesi nel primo giudizio);

ai confidenti della polizia:
Biagio Marullo: 7 anni e 6 mesi (3 anni nel primo giudizio);
Vittorio Rovani: assolto per insufficienza di prove;

ai funzionari di polizia:
vice questore Grappone: assolto perché il fatto non sussiste;
commissario di p.s. Juliano: 1 anno con la condizionale;
brigadiere di p.s. Gigliotti: 6 mesi con la condizionale;
guardia di p.s. Cinellu: 6 mesi con la condizionale.

“fatti di Sassari” sono “singolari” perché alcuni magistrati hanno osato mettere sotto accusa funzionari di polizia, ma non perché accadano raramente. Fatti come quelli che hanno visto incriminati Juliano e compagni sono purtroppo molto frequenti in Sardegna seppure non appaiano quasi mai alla luce del sole. E quando appaiono, ciò accade per sotterranee rivalità tra gli stessi funzionari di questura. Nello stesso anno dei “fatti di Sassari”, circolava un memoriale anonimo - uscito, pare, dalla questura di Nuoro - che accusava i metodi della Criminalpol. Questa volta erano di turno il questore Guarino e il suo vice Mangano.

“…L'opera di questi esaltati doveva far subito scalpore per far valorizzare poi le loro operazioni ed i loro mafiosi nomi che dovevano sistematicamente assurgere agli onori della stampa, nel modo più clamoroso possibile. Iniziano così senza alcun criterio le numerose perquisizioni spesso arbitrarie che hanno portato al disappunto della Magistratura, agli assedi dei centri abitati, alle rappresaglie ed ai maltrattamenti contro i pastori ed altri onesti cittadini, agli indiscriminati blocchi stradali, ai rastrellamenti e alle grandi operazioni di tipo militare e a tanti altri soprusi che hanno provocato le motivate lamentele da parte della popolazione ingiustamente oppressa dalla follia di questi megalomani…
Per poter realizzare “qualche operazione”, si ricorre disperatamente “agli acquisti di latitanti” a pagamento diretto. Il vice questore Mangano inizia personalmente la questua opprimendo gli avvocati e prescegliendo i latitanti gravati di taglia che hanno la quasi certezza di essere assolti dalle vacillanti imputazioni giudiziarie. Si dimostra così l'impotenza assoluta delle ingenti forze di polizia presenti nel Nuorese. Alcuni latitanti, sentito il parere dei loro legali, trovano convenienza ad incassare la loro stessa taglia, si costituiscono con le dovute garanzie… e vengono allora “catturati” dal questore Guarino e dal suo luogotenente Mangano o da altri prediletti della loro combriccola…
Per valorizzare l'operazione si segnala la “drammatica cattura”. Vengono poi avanzate esagerate proposte e si ottengono altre somme a titolo di premio, e si usurpano immeritate promozioni da parte di funzionari e di altro privilegiato personale, con enormi vantaggi di carriera. Mediante gravi soprusi si riesce per poco prezzo a far uccidere un latitante già classificato “pericolosissimo” (e portato quindi agli onori della pericolosità), si spara sul suo cadavere per inscenare un conflitto, si compilano falsi verbali per la Magistratura e si intascano milioni e si ottengono altri vantaggi per la carriera… Secondo il memoriale Guarino e Mangano avrebbero facilmente assoldato e assoggettato il comandante del gruppo dei carabinieri che, allettato dai grandi vantaggi delle progettate questue dei latitanti, si è associato volentieri ai due mafiosi dittatori… Anche i carabinieri partecipano ora quotidianamente alle arbitrarie perquisizioni, agli assedi dei centri abitati, ai maltrattamenti contro onesti ed indifesi cittadini, alle insensate ed estenuanti operazioni di tipo militare e nazista, e perdono così la stima che godevano fra la popolazione e vengono anch'essi, in uno con la polizia, pubblicamente accusati dall'autorità e dalla stampa… Ma ai tre mafiosi tutto questo poco importa. Per loro il bello viene dopo. Il ministero dell'Interno riceverà la segnalazione della “drammatica cattura” e dovrà pagare diversi milioni a favore dell'inesistente “ignoto confidente”… pagherà ancora altre buone somme a titolo di premio per la riuscita dell'artificiosa operazione, e, sulla base di fraudolente proposte, elargirà, come è già accaduto, le usurpate promozioni al merito di servizio, che sono immediatamente fonte di duraturo benessere economico per taluni prediletti a danno degli onesti funzionari.” (Sassari Sera del 1 novembre 1967).

Le accuse rivolte agli alti funzionari della Criminalpol dall'anonimo memoriale col passare del tempo prendono sempre maggiore consistenza. Due anni più tardi, la stessa rivista Sassari Sera (1° dicembre 1969) riprende il discorso segnalando “gravi irregolarità nella gestione dei fondi della Criminalpol”:

“La stagione della facile gloria è già finita. GUARINO e MANGANO dovranno comparire davanti ai giudici, ma questa volta come imputati. Ne diamo notizia ai nostri lettori senza ombra di animosità nei confronti della Pubblica Sicurezza. Noi non siamo denigratori della polizia per convincimenti preconcetti. Le nostre critiche vogliono soltanto denunciare gli abusi, le prepotenze, le disfunzioni laddove esistono, convinti che il male debba esser individuato ed estirpato per il migliore funzionamento della istituzione. Il silenzio sarebbe grave e dannosa complicità.
Qualcuno ha osservato che la Sardegna ha avuto tanti guai: le incursioni barbaresche, la malaria, le cavallette e infine la Criminalpol. Tra il 1966 e il 1967 la Criminalpol ha fatto in Sardegna più danno delle cavallette. Noi denunciammo subito gli abusi, le prepotenze, i falsi, mentre la stampa governativa esaltava i successi dell'abilissimo questore Guarino e dei suoi collaboratori Mangano, Grappone e Juliano. Quelle prepotenze e quei falsi sono ora all'esame dei giudici. In base a due sentenze (sequestro Capelli e sequestro Catte) la Magistratura ha già censurato il comportamento della polizia. Ora seguono le denunce.
C'è da aggiungere che nel corso di due processi sono emersi alcuni sintomi preoccupanti: oltre ai falsi commessi dal vice questore Mangano nel rapportare all'autorità giudiziaria, si è dovuta fare anche qualche operazione aritmetica in merito alla utilizzazione, alla cessione e alla gestione dei “fondi segreti”. Ebbene, i conti non sono tornati; e questo è veramente grave. Che un ufficiale di polizia giudiziaria, per eccesso di zelo, si abbandoni a violenze sugli arrestati, nella speranza di poter strappare quel brandello di confessione che aiuti a far luce su di un grave delitto, che un commissario, un agente, un carabiniere, per quel tanto di vanità che è presente nelle azioni umane, rappresenti un'azione di servizio sotto una luce diversa da quella reale nella speranza di riscuotere il compiacimento del superiore e della stampa, sono cose comprensibili. Ma se un ufficiale di polizia giudiziaria non sa giustificare il modo con cui ha amministrato il denaro (il pubblico denaro, il nostro denaro) allora si tratta di colpa infamante e imperdonabile.
Per il vice questore Mangano si tratta appunto di questo: al processo di Oristano, per il conflitto alla stazione di Abbasanta, è risultato che i familiari dell'imputato Cristoforo Pira hanno ricevuto dal dottor Mangano solo un milione per la costituzione del loro congiunto; nei conti invece del vice questore Mangano i milioni versati risultano due. E l'altro milione? Dottor Mangano, dov'è finito l'altro milione?

La burocrazia statale ha un singolare culto per la “duplicità”. In ogni settore della pubblica amministrazione ci sono almeno due uffici che con veste diversa fanno la stessa cosa. Nelle intenzioni dei “sacerdoti” di questa macchina burocratica la “duplicità” dovrebbe essere garanzia di funzionalità - promuove la competitività e naturalmente il reciproco controllo. In effetti crea conflitti di competenza e scatena lotte a coltello tra i funzionari dei due organi “paralleli”. Ciò è riscontrabile particolarmente tra polizia e carabinieri - tra i quali, evidentemente, manca il conclamato spirito del “servire tacendo”.
In Sardegna, sulla pelle dei latitanti, si sono calati come avvoltoi i funzionari più ambiziosi scoprendo le loro meschine ambizioni. Il primo alto funzionario che arriva sul luogo dove è stato steso il pastore fuorilegge si fa fare la “foto ricordo” accanto al cadavere orrendamente martoriato, come i ricchi gentlemen d'altri tempi, con il piede sulle costole sforacchiate del leone.
A Nuoro - come è detto nel memoriale riportato - questurini e carabinieri filano d'accordo e si spartiscono gli onori della caccia e i relativi premi. Ma si tratta di “tregua d'armi”.
A Cagliari le cose vanno come devono andare. Nelle indagini per il sequestro dell'ingegner Enzo Boschetti, questura e carabinieri riescono fortunosamente a mettere le mani su due emissari dei rapitori. Si tratta di acchiapparli mentre intascano il denaro del riscatto.

Il dottor Midiri (capo della Criminalpol) prepara il piano. Li Donni (il questore) è d'accordo. Bucci (comandante del gruppo dei carabinieri) pure. Dunque il dottor Pazzi, assieme ad un ingegnere amico di Boschetti… s'incontra con i fuorilegge. Consegnano un acconto sul riscatto. Cinquecentomila lire. Concordano un secondo appuntamento. Altro versamento. Cinque milioni. Terzo abboccamento. Venti milioni. Ma la trappola è scattata… ci sono due elicotteri carichi di carabinieri che attendono di levarsi in volo. Il dottor Pazzi consegna i venti milioni ai fuorilegge. Sono in due. Prendono il malloppo e s'allontanano… Partono gli elicotteri. Nella campagna sono già in agguato cinque agenti della Criminalpol. La pattuglia avvista i due fuorilegge. Arriva contemporaneamente un elicottero con il colonnello Bucci. Ed anche, a terra, del tutto inattesa, una pattuglia della squadra antiabigeato della questura di Nuoro. I due fuorilegge, non ancora identificati, vengono fermati.
«Come vi chiamate?» chiede il colonnello Bucci.
«Antonio Doa».
«Paolo Stocchino».
«Sono loro» esclama Bucci rivolto ai suoi uomini.
Gli agenti della questura di Nuoro comprendono di aver tra le mani un grosso bottino. Agguantano i due. «Venite con noi a Nuoro» dicono. Bucci s'infuria. Caspita, ci mancherebbe altro che gli soffiassero proprio ora, sotto il naso, il due fuorilegge. «Loro vengono con me, non con voi!» Ma gli agenti non mollano la presa. Bucci è addirittura spintonato. Circolerà qualche ora più tardi, tra i giornalisti, la voce che abbia anche rimediato qualche calcio negli stinchi! Arriva intanto l'altro elicottero. Sbarca Li Donni. Assiste al match polizia-carabinieri. Interviene. Si fermano tutti. Abbraccia Bucci. «Colonnello, qua la mano! Le chiedo scusa. Mettiamoci una pietra sopra». Sempre qualche ora più tardi ci sarà un'altra versione. A chiedere l'abbraccio e le scuse per la baruffa sarebbe stato Bucci. Questore e colonnello dei carabinieri, comunque, dimenticano. Pensano agli onori della brillante operazione. Gli onori saranno altissimi e anche meritati… Doa e Stocchino hanno nelle bisacce i venti milioni… Li portano… uno in questura, uno al comando dei carabinieri. Tanto per spartirsi il bottino! (Da L'anonima sequestri di Mario Guerrini, Ed. Sardegna Nuova, 1969).

Altre volte lo spirito di “emulazione” dei due corpi dà luogo a episodi tragicomici, come in questo, riportato da Sassari Sera il 1° maggio del 1969:

E' un normale posto di blocco. E' notte inoltrata. La Polstrada intima l'alt. Dalla macchina si affaccia un signore. «Sono un tenente dei carabinieri». «Bene, signore, ci favorisca i documenti». L'uomo al volante, in compagnia di altri due passeggeri, estrae qualcosa dalla tasca. «Questa è la custodia del documento. Mi favorisca il documento. Se lei è un tenente dei carabinieri, prego, come si chiama? non dovrebbe trovare difficoltà. Noi siamo qui per fare il nostro dovere».
Tra il tenente Cassano della tenenza di Dolianova e il capo pattuglia nasce una fitta discussione. Il signor tenente sostiene che quello è territorio di sua competenza, pertanto la polizia ha sbagliato giurisdizione. Il capo pattuglia non può fare altro. «Bene, se non mi favorisce i documenti non passa».
La macchina è in attesa. Il tenente scende, si allontana e cerca un telefono. Il capo pattuglia è nervoso e vorrebbe metterla sul piano della comprensione. Passa forse mezz'ora. Arriva una camionetta. Il tenente Cassano si fa avanti. Dalla camionetta escono i carabinieri armati che circondano la pattuglia della Polstrada.
Un Casus belli? Fortunatamente no. La questione, gravissima, viene rinviata ad un colloquio tra il prefetto e il questore Li Donni. Forse il colloquio non è ancora avvenuto. Non sappiamo quali provvedimenti verranno adottati nei confronti di chi ha ecceduto. Noi rinunciamo al commento. I banditi alla macchia, i delinquenti abituali mandati al soggiorno obbligato, i denigratori delle polizie varie, almeno per questa volta, sono pregati di non sorridere.



6. L'uso della tortura

I “fatti di Sassari” confermano anche l'uso sistematico della tortura per estorcere confessioni ai cittadini indiziati. Metodi niente affatto nuovi. Un certo Giorio, ex delegato di polizia, nel suo Ricordi di Questura edito a Milano alla fine del secolo scorso, testimonia con “cognizione di causa” sugli interrogatori (per le sue rivelazioni fu poi perseguitato tutta la vita). Il Giorio scrive:

“…E' raro che un individuo sia arrestato senza che sia picchiato in modo orribile. La parte del corpo cui gli agenti mirano di preferenza sono i fianchi. Là danno pugni e calci formidabili senza timore di lasciare segni. Una guardia prende il prigioniero e gli tappa la bocca, un altro lo tiene fermo per i piedi e due o tre pestano eroicamente sul ventre e nei fianchi del disgraziato… Molti di quegli infelici più tardi muoiono…”

Esattamente in questo modo è stato “suicidato” dalla polizia il giovane pastore di Fonni, Giuseppe Mureddu, incensurato, estraneo a qualunque fatto criminoso, nel marzo del 1964.

“24 ore per morire. Mercoledì, 11 marzo, l'abbiamo visto andare all'ovile. Lì, l'ha prelevato la polizia. L'indomani, a 24 ore di distanza, abbiamo saputo della sua morte…” (Rinascita Sarda).

“…La mattina del 10 marzo 1964 Mureddu viene fermato dalla polizia. Un testimone afferma che egli non ha opposto alcuna resistenza. Viene condotto a bordo di una “600” al commissariato di Orgosolo. Qui giunto, il Mureddu appare, ad un altro testimone, “non più in grado di reggersi in piedi”. Dopo circa 24 ore di permanenza (voci e indiscrezioni dicono che il giovane venne gettato e lasciato senza soccorso a lamentarsi su una brandina), viene associato alle carceri di Nuoro. Qui, appena un'ora dopo, al Mureddu viene somministrata della coramina perché in preda a collasso. Il medico ne ordina l'immediato ricovero in ospedale. Caricato su un'autoambulanza, vi giunge cadavere. La sua morte sarebbe stata provocata da un fazzoletto che egli si sarebbe ficcato in gola. Quando? In carcere? Oppure durante il tragitto dal carcere all'ospedale? O già prima, nel commissariato? Sul registro dell'ospedale si legge che il Mureddu “è giunto cadavere, per ragioni imprecisate” e che “presenta escoriazioni all'emitorace destro””. (Sardegna Oggi).

E' da notare che nel commissariato di Orgosolo non ci sono finestre ad un'altezza tale da cui un indiziato possa precipitarsi e “suicidarsi” per evitare “grane” con la giustizia.
Il referto del perito ufficiale, prof. Marras: «…Salvo ulteriori accertamenti, il giovane si sarebbe ucciso ficcandosi un fazzoletto in gola…»
Il referto dei professori Businco e Montaldo, incaricati di effettuare una controperizia dalla famiglia Mureddu: «La morte del pastore Giuseppe Mureddu fu dovuta ad uno choc traumatico provocato da gravi lesioni…»

Il caso Mureddu commuove e indigna l'intera Sardegna. La “giustizia” non può non occuparsene. La rivista Rinascita Sarda scrive:

“Giuseppe Mureddu ucciso! Il commissario di Orgosolo e quattro agenti accusati di omicidio. Dunque è vero. I nostri peggiori sospetti ricevono una tragica conferma dal provvedimento del giudice istruttore di Nuoro che ha incriminato il commissario di polizia di Orgosolo e quattro agenti di PS per omicidio preterintenzionale aggravato nella persona di Giuseppe Mureddu, pastore di Fonni. Prelevato dall'ovile quasi per caso, non già perché sospettato di qualche reato, ma soltanto per fornire informazioni intorno alle indagini per la rapina di Cuglieri, Giuseppe Mureddu non ha più fatto ritorno alla sua famiglia. E' stato interrogato dagli agenti di polizia del commissariato di Orgosolo, è stato probabilmente sottoposto alla razione di botte che è consueta in questi casi, forse gli agenti distratti hanno ecceduto, o forse il fisico del Mureddu non ha retto alla stessa prova cui invece hanno resistito e resistono tanti suoi compagni pastori del Nuorese… Tutta la vicenda adesso è nelle mani della Magistratura…”

Mentre la rivista comunista si rimette, come sempre, fiduciosa, all'operato della “giustizia”, Sardegna Oggi insiste:

“(A un anno di distanza dai fatti)… l'opinione pubblica si aspetta da un giorno all'altro i risultati del processo istruttorio… che vede indiziati il Greco, commissario di polizia, e una guardia… L'opinione pubblica, che già è rimasta sconcertata e delusa dal fatto che gli imputati di un tale crimine restino in libertà durante la fase del processo istruttorio, quando non si è soliti essere tanto rispettosi della possibile innocenza del comune cittadino indiziato, vuole che al più presto sia fatta luce sul tragico episodio… Giustizia deve essere fatta ed esemplarmente, perché gli ultimi residui del costume poliziesco borbonico-fascista siano per sempre cancellati dalla nostra isola, perché una giusta ed esemplare condanna sia di monito a coloro che sono chiamati a servire il popolo e le leggi del popolo, perché in uno Stato democratico e civile è fondamentale il rispetto per il cittadino, perché dal canto suo il cittadino acquisti fiducia nelle istituzioni dello Stato.”

QUESTA LA RISPOSTA DELLA GIUSTIZIA: in nome del popolo italiano, il commissario Greco e compagni prosciolti da ogni addebito.

“Sulla tortura adoperata come strumento di giustizia abbiamo le testimonianze di prefetti, di procuratori, di magistrati e di ministri. A Baronissi, presso Salerno, un carabiniere, per estorcere una confessione ad un detenuto, gli legò strettamente i piedi con una catena di ferro fino a far sprizzare il sangue, poi fece passare nel nodo così formato una catena penzolante ad una sbarra fissata nel soffitto della stanza di sicurezza, lo sollevò a testa in giù scuotendolo fino a che il poveretto perdette conoscenza. L'on. Farina affermò, nel corso della discussione provocata da questo episodio alla Camera dei deputati, che alle sue rimostranze il comandante dei carabinieri rispose: «Non è nulla, e dopo tutto non si è fatto che il proprio dovere». L'autore di quell'infamia non fu neppure allontanato dal paese durante l'istruzione del processo.” (Da F.S. Merlino in Questa è l'Italia, Cooperativa del libro popolare).

Non minore brutalità, a distanza di tempo dal fatto raccontato dal Merlino, denuncia il pastore di Orgosolo, Luigi Succu - che la polizia ha falsamente accusato, torturato, fatto processare e rovinato economicamente - per il sequestro di Peppino Pinna di Bonorva.
Il Succu protesta prima la sua innocenza ai carabinieri di Bonorva e poi ai questurini di Sassari. Non ci sono prove contro di lui e neppure indizi; C'è solo il sospetto che nasce dalla sua estrazione sociale: è un pastore orgolese. La polizia cerca di fargli dire ciò che ha interesse a sentire. Il Sucu che ha ormai capito in quale inferno sia sprofondato tenta il suicidio.
Più tardi, assolto dal magistrato, dopo aver perso ogni avere in seguito all'ingiusta carcerazione, Luigi Succu denuncia le torture cui è stato sottoposto e addita i suoi carnefici. Egli fa i nomi del vice questore Grappone e del commissario Juliano - gli stessi personaggi che abbiamo visto cavarsela così a buon mercato davanti ai giudici di Perugia.

“…Mi spogliarono completamente e mi distesero con la pancia in su e con le braccia aperte, strappandomi i peli delle parti molli e della pancia. Questo supplizio è durato a lungo e facevo degli sforzi sovrumani per resistere. Visti inutili i loro sforzi mi misero quindi il corpo penzoloni tenendomi le gambe inchiodate sul tavolo, mentre altri due mi tenevano il capo, un altro mi apriva a forza la bocca pompandoci dentro un liquido tremendamente amaro…” (Dalla testimonianza resa dal Succu al quotidiano La Nuova Sardegna).

La tecnica inquisitoriale della tortura “all'acqua salata” pare sia una specialità dell'inventiva dei commissari di P.S.. Infatti, oltre il Succu, ci sono il pastore Mario Pisano (uno degli incriminati-accusatori nei “fatti di Sassari”) e un certo Sciarretta che si ebbe dallo stesso commissario Juliano il “trattamento” nel carcere di Regina Coeli. Lo Sciarretta, a suo tempo, accusò Juliano di essere stato torturato con modalità analoghe a quelle descritte dal Succu e dal Pisano: fu denudato, bendato e legato ad un tavolo corto, tanto da restare con le gambe e con la testa penzoloni: con un tubo era costretto ad ingurgitare acqua salata. Unica variante: poiché lo Sciarretta urlava, gli venne ficcato in bocca uno stoppaccio… In tutti i casi c'era un grammofono che suonava. Naturalmente, marce militari.



7. In primo luogo “l'ordine pubblico”

Per giustificare le violenze e gli arbitri della macchina repressiva, le consorterie al potere adducono pretesti magniloquenti. In primo luogo “l'ordine pubblico”. In Sardegna esisterebbe una situazione “eccezionale” (il banditismo) che necessiterebbe di “eccezionali” misure e mezzi repressivi. Un assunto sostanzialmente colonialistico e razzistico; Infatti, tutti i sardi dell'interno, in particolare i pastori (cioè le popolazioni non integrate nei poli di sviluppo industriale), vengono definiti “criminali potenziali” e come tali sono trattati.
Uno dei più autorevoli portavoce di quella “sana borghesia” al potere, che chiede la “soluzione finale” del bandito (e del pastore sardo) è Ricciardetto, alias Augusto Guerriero, che su Epoca scrive:

“…Bisognerebbe mobilitare un paio di divisioni, circondare la zona infetta, e poi stringere a poco a poco il cerchio, ispezionando casolare per casolare, e il terreno a palmo a palmo. Le zone impervie devono essere vietate ai civili… Si deve sparare a vista contro chiunque vi sia sorpreso (nei boschi, nei luoghi impervi…). Vi deve essere immesso un certo numero di pattuglie mobili, dotate di radio e di armi da combattimento… Nel caso di scontro a fuoco si lancino paracadutisti alle spalle dei malfattori… E aggiungo qualcosa di molto grave. Dico: una volta che la zona sia stata evacuata dai civili, si possono usare anche le armi che in guerra sono vietate dal diritto internazionale. Tra Stato e assassini non c'è diritto internazionale. Non si riesce a scovare i banditi? Ebbene, si scovino con i gas… Una buona ventata di gas e i banditi verranno fuori!”

Che Ricciardetto fosse uno sporco razzista è noto da tempo. Meno noto, forse, è che questo vecchio sadico conosce così poco della Sardegna da mettersi a blaterare di “casolari” di “boschi” e di “zone impervie” quando l'ambiente del latitante è la stessa comunità, dove egli trova rifugio e conforto e sostegno.
Purtroppo, zucche come quella di Ricciardetto ce ne sono altre. Un tale colonnello Todde, dalle colonne de La Nuova Sardegna, suggerisce anch'egli idee geniali per debellare il banditismo:

“Occorre ritornare all'impiego dell'esercito… l'addestramento tattico anziché svolgersi in Alto Adige si svolgerebbe nelle Barbagie. Unità da impiegare: quattro brigate di fanteria da dislocare una a Macomer, una a Nuoro, una tra Bitti e Buddusò. (Il colonnello, distratto, si è dimenticato la bazzecola di una brigata non “dislocata”. [N. d. A.].). Ogni brigata dovrebbe disporre di autoblide, otto-dieci. Bastano complessivamente da 15 a 20 mila soldati… Quando le azioni offensive non dessero i risultati sperati, si potrebbe ricorrere ad una specie di assedio per snidare con la fame i briganti dai loro covi inaccessibili… La Grecia ha sistemate le sue faccende senza lo spargimento di una goccia di sangue… Noi vediamo nel colpo di Stato nient'altro che un colpo di scopa contro il marciume politico che in nome della democrazia appesta i popoli.” (Estratto da Rinascita Sarda del 25 luglio 1967).

Il colonnello Todde - in fin dei conti - ha la virtù di giocare a carte scoperte: la caccia al bandito sardo è soltanto una sortita d'allenamento per una caccia più grossa: quella contro tutti i cittadini che vogliono la democrazia.
In quel caldo anno 1967 si scatena l'inventiva repressiva. I liberali, per bocca di Cocco Ortu chiedono maggiori libertà alla polizia nell'uso delle armi. Sassari Sera del 15 agosto commenta:

“I soliti che sognano parate militari… chiedono per la Sardegna l'escalation, chiedono che la polizia abbia le mani “più libere” e l'immunità dopo averle usate. Non basta l'ordine del ministro dell'Interno di “sparare a vista” quando si tratti di contrastare “fuorilegge pericolosi”: essi vogliono che il cittadino viva nel riverenziale timore del poliziotto, perché ogni cittadino che non appartiene alla eletta schiera dei “colletti bianchi” è un criminale potenziale da sorvegliare col mitra…
Il quotidiano di Cagliari non poteva non farsene portavoce. Lo ha fatto scrivere ad un lettore: «…la possibilità di combatterlo (il banditismo) efficacemente c'è ed è uno dei meno dispendiosi. Il sistema è questo: usare i cani poliziotto addestrati al compito. Solo questo nobile animale può competere con i delinquenti e con proficui risultati… Probabilmente il numero di questi (cani) non è sufficiente per attuare un simile piano, ma basterà soltanto aumentarne il numero…».
Insomma - conclude l'articolista di Sassari Sera - si vorrebbe una società sorvegliata da cani “bene addestrati al compito”. Ma c'è da dubitare che i criminali in guanti gialli, che infestano la nazione e depredano impuniti il bene pubblico, sorvegliati da feroci mastini, diventino integerrimi custodi del patrimonio comune… Ci si domanda come mai la polizia si dimostra incapace di portare a termine i suoi compiti istituzionali, cioè prevenire e reprimere il crimine - nonostante costi al contribuente la bellezza di quasi 400 miliardi annui (il costo di tutta la programmazione della rinascita dell'isola [N. d. A.]). Non certo per carenza di organici - come asseriscono i liberal-fascisti - dato il numero di 160 mila tra agenti di PS e carabinieri, senza contare i “corpi speciali” che vengono usati quando, come in Sardegna, il banditismo assume aspetti di rivolta popolare. Quando imperversano il crimine e il delitto le cause non sono mai da ricercarsi in un carenza della polizia - lo sanno anche i bambini - ma in un vuoto di valori culturali, in una mancanza di giustizia economica e sociale, in una corruzione delle pubbliche istituzioni, principalmente in una politica slegata dagli interessi concreti del popolo…”

L'idea dei “cani poliziotto” (che è vecchia di duemila anni da che i romani di Tito Manlio li avevano “inventati” contro i ribelli barbaricini) diventa addirittura spassosa accanto alla testimonianza di un certo Efisias, venditore ambulante barbaricino, rilasciata all'inviato de La Tribuna Illustrata:

“Hai mai sentito parlare di cani poliziotto? Ebbene, i fuorilegge, qui, hanno i cani-bandito che sentono l'avvicinarsi della pattuglia dei carabinieri da oltre un chilometro. E sai perché? Te lo dico io, ma non dirlo a Taviani. I carabinieri usano per le loro perlustrazioni dei sacchi a pelo nei quali dormono la notte. I cani-bandito sono stati addestrati a sentire questo odore di pelle conciata e sono diventati bravissimi a dare l'allarme. Giuseppe Campana, che ha sulla testa una taglia di 5 milioni, cammina sempre con tre cani appresso…”

Dai banditi, dai pastori, dai contadini il pregiudizio colonialistico si estende a tutti i sardi. E' un fenomeno talmente diffuso e noto che a ricordarlo sembra perfino banale - tanto più che lo ha ripreso Paolo VI nella sua recentissima visita nel capoluogo dell'isola. («Il Papa vuole incoraggiare con la sua visita il movimento di rivalsa» dei sardi - scrivono i giornali intervistando il cardinale Baggio, che aggiunge: «L'isola e la sua popolazione è stata nel passato merce di scambio») E' stupefacente come i papi, espressione del più sfacciato privilegio economico e dell'autoritarismo più becero, siano capaci di predicare la giustizia sociale e “incoraggiare i movimenti di rivalsa” popolari. In verità, questi sono i discorsi che la Chiesa di Roma riversa ai popoli coloniali, ed è sintomatico che Paolo VI li faccia in Sardegna e non in Lombardia.
Questori, provveditori, prefetti, amministratori e funzionari di varie risme non si sognerebbero mai di usare certi metodi repressivi e ricattatori in province diverse da quelle sarde. E questi arbìtri - un atteggiamento mutuato dai viceré spagnoli e sabaudi - sono normali anche nei “prìncipi” di santa madre chiesa.
Il borgo di Sant'Elia è una delle “coree” di Cagliari, un ghetto di casupole popolari dove anni fa vennero alloggiati i senza-tetto. Attualmente la zona rientra nel comprensorio turistico della costa sud-orientale. Pertanto la povera gente di Sant'Elia verrà sfrattata per far posto alle ville residenziali della ricca borghesia cittadina. Nel “ghetto”, interprete dello stato d'animo di quelle misere popolazioni, si è andato costituendo un gruppo di cattolici del dissenso. Durante la messa di mezzanotte nel Natale 1968, nella chiesa di Sant'Elia, è accaduto il “fattaccio”. Alla cerimonia presenziava l'arcivescovo di Cagliari. I fedeli, a un certo punto, hanno iniziato la lettura di una loro preghiera, come contemplato dalla nuova liturgia. Vi si parlava di Cristo che nasce nei ricchi palazzi borghesi e di Cristo che muore assassinato nelle risaie del Vietnam. Una preghiera che non è piaciuta all'arcivescovo, il quale avrebbe chiesto l'intervento della “forza pubblica”. Sta di fatto che la “forza pubblica” è arrivata in un lampo, e al grido di “salvate il vescovo!” hanno invaso la chiesa, rastrellato i fedeli, li hanno portati in questura, dove sono stati debitamente schedati e minacciati di denuncia.
Un episodio come tanti che avvengono quando la gente sarda leva la voce per contestare. Il che, in Sardegna, costa maggior coraggio e comporta maggiori rischi che altrove - data, appunto, la sua qualifica di colonia.
A questo comportamento razzista del potere pubblico reagisce in un corsivo del dicembre 1968 Sassari Sera:

“Precise accuse di arbìtri e di illegalità vengono mosse in Sardegna contro l'autorità “mal costituita”. Si tratta di civili accuse che si oppongono ad un costume autoritario di tipo fascista, un costume colonialista, burbanzoso e insieme becero, che profondo solco ha già scavato tra la gente sarda e lo Stato. Un solco amaro di diffidenza e di rancori…
E' diventata “letteraria” la figura del funzionario di Stato mandato in Sardegna per punizione, o per incapacità professionale o per capacità repressive. Dai proconsoli romani, esperti nella caccia la barbaro, ai vice governatori spagnoli, fiscali e forcaioli, dai regi funzionari sabaudi, ingordi miopi e puttanieri, ai gerarchi fascisti, prepotenti e vessatori. Un atteggiamento coloniale del potere centrale che nei confronti dei sardi non accenna a mutare; nonostante siano anch'essi tutelati dai diritti sanciti dalla Costituzione repubblicana…
Così stando le cose è necessario che si sappia che i sardi sono sufficientemente adulti da non tollerare oltre angherie e prepotenze di tirannelli da quattro soldi. La Sardegna non è più terra da conquista, non è più feudo di notabili investiti di diritti medievali. I sardi non sono più popolo di peones da imbrancare con la sferza. I sardi non tollerano più che il primo funzionario becero, sbarcato con foglio di via ministeriale, faccia della sua volontà legge. Le regole del vivere civile sono regolate dalle leggi dello Stato, cui tutti apparteniamo, e dalla stessa dignità del popolo sardo.

Ciò premesso, a “chiarimento storico”, la rivista Sassari Sera prosegue entrando nel merito di alcuni fatti:

Il provveditore agli studi di Cagliari si è creduto in diritto di proibire ai presidi suoi dipendenti di rispondere ai rappresentanti della stampa - alla pubblica opinione - su questioni riguardanti i problemi della scuola - una pubblica istituzione…
Su quale appiglio di norme o codicilli del Regolamento generale può aver basato il provveditore l'ordine dato ai presidi e ai professori di chiudere la bocca?… E' vero che tra norme concordatarie e residui decreti legge regi e fascisti la legislazione scolastica è un minestrone pullulante di scarafaggi e vermi: dove i poteri cosiddetti “discrezionali” di un provveditore giungono fino al punto di sospendere dall'insegnamento, privandolo di tutto lo stipendio, un docente (perché) separato dalla moglie, e di conservare al suo posto, con tutto lo stipendio, altro docente perseguito dalla magistratura per appropriazione di denaro pubblico…
Anche Sassari ha il suo provveditore agli studi. Il quale, come ultimo atto di potere male inteso, ha esautorato i presidi nell'attribuzione, di loro competenza, di nominare i docenti non compresi nelle graduatorie provinciali. Ne è seguita una interrogazione del senatore Deriu… (il quale) chiede che l'on. ministro della P.I. intervenga con la sollecitudine ed il rigore necessari nei confronti del proprio funzionario periferico al fine di porre termine a tutte le arbitrarie procedure e di riportare negli uomini della scuola quella sicurezza del diritto e quella serenità di cui hanno urgente bisogno…”

Un bisogno, quello della sicurezza del diritto, non dei soli docenti ma comune a tutto il popolo sardo. E in una situazione come quella che andiamo delineando appare oltremodo ingenuo il rammarico espresso da un alto magistrato sulla “non collaborazione” del sardo con la “giustizia”. E' il procuratore generale di Cagliari, dottor Stile, che, nella sua prolusione del 1968, mette l'accento sul clima: «Le forze dell'ordine operano purtroppo in un clima di diffidenza».
E che forse ci si può aspettare che il topo nutra simpatia e fiducia per il gatto?
Sulle cause di questa sfiducia lasciamo parlare alcuni famosi banditi:

“…Voglio partire dalle prime persecuzioni. La prima volta venni accusato di rissa, avevo sedici anni ed ero servo pastore… Venni arrestato ed assolto dopo sei mesi di carcere dal tribunale dei minorenni di Cagliari. Nel 1945 fui accusato di un furto di cavalli da un altro ragazzo che dopo le torture subite dai carabinieri fu costretto a fare il mio nome e di un altro compagno. Nel 1947, mentre nella corte di Nuoro assistevo a un processo, mi vidi preso all'improvviso a spintoni da un carabiniere col supposito che facevo bordello. Cercai di insistere, dicendo che ero abbastanza calmo; vistomi insistere, il carabiniere mi si avventò addosso. Fui acciuffato allora da un nugolo di poliziotti che mi tradussero alle carceri. Accusato di reato di oltraggio e violenza, dopo quattro mesi di carcere, fui condannato a 14 mesi di reclusione.
Espiata la pena, lavoravo in casa con un branco di pecore di nostra proprietà e curavo l'innaffiatura di qualche orto col mio fratello più grande, Pietro. Lui aveva fatto il partigiano, aveva capito la vera situazione dello sfruttamento e oppressione dei ricchi contro noi, poveri. Ed il fatto di essere tali fece andare in bestia i proprietari, come le spie, del paese. E nel 1949 siamo stati ricercati, solo per questo, io e mio fratello, al confino di polizia. Abbiamo cercato di sfuggire perché sapevamo di essere innocenti. Ma, vistici uccel di bosco, i marescialli, spalleggiati dai ricchi, cercarono di impuntarci ogni reato che allora succedeva. Il più fedele “beniamino” fu il maresciallo Loddo, che ad Orgosolo, per due o tre anni, ebbe pieni poteri di fare il santo inquisitore, confinando tutti quelli che manifestavano di sottrarsi al suo gioco e minacciando il confino ai pregiudicati senza carattere e pagandoli per collaborare con loro. Fecero tante montature criminali fino a giungere alla famosa strage di “Sa ferula” dove perdettero la vita tutti quei poveri carabinieri che forse ignoravano i folli piani del maresciallo Loddo, Ricciu e Serra, i capi inquisitori del Nuorese. Ed anche se tutti gli altri capi di accusa attribuitimi dal Loddo in numero di una decina mi furono liberati dai giudizi per quest'ultimo, in base ad un accusatore il più infame che la storia della Sardegna ricordi, il famigerato Mereu Sebastiano, degno servo dei marescialli assetati di ingiustizia e disordine, fui colpito all'ergastolo per ricevere il premio della “benemerita” dal sicario siciliano Mario Scelba (come lo ha dato a Luca dopo che hanno ucciso a tradimento il loro caro amico e massacratore di lavoratori Salvatore Giuliano). Questo infame confidente, che riuscì di incriminare tanti onesti cittadini, disse di avermi riconosciuto in una foto che avevo fatto in gruppo quando ero ragazzo e in una occasione che ero malato di febbre perniciosa, deperito al punto che nessun orgolese riusciva a conoscermi. Mi meraviglio come i giudici abbiano voluto dare credito a un elemento così sfondato, e spero che si possa fare giustizia nell'appello.
Sia per “Sa ferula” che per Villagrande perché sono innocente e non voglio scontare colpe infamemente attribuitemi. Ed è proprio dall'agire sporco, dal metodo vile e criminoso dei carabinieri che il paese vive in un conflitto muto e terroristico. E per ogni delitto cercano di fare il mio nome. Infatti la cosiddetta polizia, che non sta facendo altro che “sporchizia”, cerca di braccarmi con tutti i mezzi. E non potendo prendere me se la prende con i miei parenti. Forse credono che dopo avere arrestato mio fratello, un ragazzo incensurato dedito alla custodia del gregge, la mia sorella, che dopo la morte della mia povera Madre rimase sola in casa, e il mio povero babbo, un uomo vecchio e paralitico, che io possa essere indotto a presentarmi. O pure se fossi - e non lo sono - un criminale, vedendo tante ingiustizie, diventassi un agnello. La prova che non sono un assassino è data dal fatto che, se lo fossi, per ciò che mi viene fatto dovrei uccidere ogni giorno almeno dieci poliziotti, ossia di quella ridicola marmaglia che Scelba ha mandato nelle nostre campagne, che chiedono bonifica, tecnica, trattori e non poliziotti, “mitrie” e spie. Che se non sarò proprio destinato a morire, non mi prenderanno mai neanche se ne mettono diecimila. Abborrisco la vita del latitante, ma per la galera preferisco cento volte la morte. Soffro molto alla testa, se mi chiudono, e allora certo morirei. L'unico mio desiderio è di vedere abolito il confino, le taglie, la disoccupazione, lo sfruttamento dei lavoratori e vedere così il nostro martoriato paese in via di pace serena e di civile progresso. (Da una lettera di Pasquale Tandeddu indirizzata a F. Cagnetta e da questi pubblicata in Inchiesta su Orgosolo, 1954).

“…Qualcuno mi domanda a volte perché faccio il latitante. Ma ditemi voi, ci andreste voi in prigione a seppellirvi vivi, sapendo di essere innocente? Quando uno è in galera è morto, non conta più niente, è finito per tutti e per sempre, la giustizia se ne dimentica… Io i miei figli quasi non li conosco. Li ho visti in tutto due o tre volte. Loro non sanno chi sono, credono che sia a Roma per lavorare. Diego il più piccolo sono anni che non lo vedo. A stare così sui monti per tanto tempo io ho pagato una pena più grande della morte…
…Anche in queste condizioni, quassù isolato dal mondo, ho subito altri torti. Sebbene la maggior parte della gente mi voglia bene, c'è stato anche qui chi mi ha provocato, ma io ho sempre pazientato perché devo essere forte per loro, per i miei figli e per mia moglie. Non devo lasciarmi prendere dalla rabbia contro il mondo, anche se con questa vita che faccio ce n'è abbastanza per diventare una belva e diventare bandito sanguinario che semina il terrore…
Sui giornali si fanno tanti discorsi sul banditismo in Sardegna: voi dovete dire una sola cosa, che l'origine di tutti i mali è negli errori che la giustizia commette condannando gli innocenti. Io non dico che la giustizia non deve condannare, ma credo che non sia da cristiani condannare sempre, anche quando non ci sono prove, anche quando si hanno davanti degli innocenti. Quando la giustizia è così, perché devo pagare le colpe che non ho commesso? Perché devo andare a seppellirmi vivo? Perché andare dove tutti si dimenticano di me? No, io sto qui, dove faccio una vita miserabile, ma dove sono ancora un uomo. Mi capite? Non dico che i banditi debbono essere assolti, che i criminali debbono essere lasciati liberi. Dico che la giustizia sbaglia a fare di un innocente un bandito. Perché io non sono un bandito, anche se mi chiamano così. Perché io, anche se hanno messo i manifesti sui muri con la taglia da cinque milioni, resto “Circheddu”, un uomo che non ha mai fatto male a nessuno e tutti lo sanno e tutti mi aiutano.
Che cosa mi impedisce di diventare una belva come tanti altri? Potrei dirvi che sono i pensieri dei miei figli, di mia moglie, i consigli della gente onesta che conosco. Ma forse sono anche altre cose. Voi che avete studiato forse lo sapete. Anch'io leggo molto, ma non lo so. Domandatelo ai signori della giustizia, se sanno rispondere.” (Dichiarazione del latitante Ciriaco Calvisi a L'Europeo del 25 aprile 1968).

La “eccezionalità” della situazione criminogena in Sardegna, che giustificherebbe agli occhi del potere misure di polizia “eccezionali”, è soltanto nelle forme in cui si manifesta. Con la sua vena ironica, l'avv. Gonario Pinna, in un convegno sul tema “banditismo”, esclama: «In Sardegna si pratica l'abigeato, si rubano ovini e bovini, perché non c'è altro, perché non abbiamo altro…»
A Milano si rapinano le gioiellerie. A Como si contrabbandano le sigarette. Nella Chiesa si sfrutta la credulità. Nell'amministrazione pubblica si deruba l'erario. In Barbagia si rubano le pecore, e quando ci sono si taglieggiano i capitalisti. Evidentemente, quest'ultimo tipo di criminalità riveste per il sistema una particolare “pericolosità”. In termini di dato statistico, l'indice di criminalità che si rileva in Sardegna non è affatto superiore a quello di altre regioni italiane, per esempio la Lombardia.



8. Cause immediate del banditismo

Quali siano le cause immediate del banditismo lo hanno detto molto semplicemente le due testimonianze riportate: un'antica situazione di arretratezza economica, di sfruttamento coloniale, di violenze, vessazioni, arbìtri da parte dei poteri dello Stato. Le misure “eccezionali” di polizia certamente non sollevano la situazione ma la inaspriscono e la peggiorano. In effetti diventano una delle cause determinanti della stessa situazione che vorrebbero sanare.
Misure eccezionali di polizia vuol dire regime militare, leggi speciali, confino, diffide, taglie, domicilio coatto, perquisizioni domiciliari e personali, fermi e arresti illegali, rastrellamenti, sparare a vista sui sospetti - vuol dire creare un clima di violenza e di terrore, di “stato d'assedio”. La stessa Magistratura diventa “comprensiva” nei confronti di un poliziotto che ha sparato ed ucciso un pastore innocente, quando si vive in un clima di terrore. Giunti a un certo punto di tensione, come si può distinguere l'assassinio dalla legittima difesa? La polizia, che in Italia è ancorata ai vecchi schemi dell'autoritarismo fascista, può facilmente pescare nel torbido. E restano attuali le parole di F.S. Merlino, pronunciate cent'anni or sono:

“L'intangibilità della polizia è diventata un canone del diritto costituzionale. Protetta nella persona dei suoi capi da un privilegio speciale da ogni azione giudiziaria, difesa costantemente alla Camera da ministri zelanti, non della libertà e inviolabilità dell'individuo, ma del prestigio dell'autorità, essa gode di assoluta impunità per tutti gli abusi e delitti che commette col pretesto di salvaguardare la vita e la libertà dei cittadini.”

Contro il confino di polizia si sono sempre levate numerose voci di opposizione. C'è anche chi lo sostiene, come fa Orientamenti, l'organo della Curia arcivescovile di Cagliari (1966), con argomenti di questo genere:

“Il sistema del confino, com'è evidente, presenta il pericolo che qualche innocente ci venga mandato per errore, e in qualche raro caso magari per malanimo della forza pubblica. Ma questi casi sono rari e si può sempre rimediare in seguito… D'altronde, anche le sentenze di condanna e di assoluzione con tanti testi falsi o impauriti, sono, forse, tutte esenti da errori?”

I clericali rovesciano quindi l'elementare principio giuridico “in dubio pro reo”: meglio condannare qualche innocente - essi dicono - pur di assicurare alla giustizia i colpevoli. Ma colpevoli di che? Quali sono i criteri coi quali il maresciallo dei carabinieri o il questore propongono un cittadino al confino?

“SEDILO BY NIGHT. Dalla memoria scritta presentata dall'avv; Luigi Concas al tribunale di Cagliari in difesa di Giovanni Maria Chessa, da Sedilo, proposto dal questore di Nuoro dott. Salvatore Guarino per il soggiorno obbligato in comune del continente: «Assai male informato risulta il questore sulle amicizie frequentate dal mio cliente. Si è detto che il Chessa spenderebbe “ingenti somme” nei locali pubblici di Sedilo. Con tutto il rispetto dell'autorità inquirente il rilievo appare decisamente ridicolo. In quale paese sardo - dove, ci pare, non esistano case da gioco o night clubs - è possibile spendere ingenti somme di denaro?… (Rinascita Sarda del 15 ottobre 1966).

“…Un piccolo episodio. E' un processo penale cui ho assistito in una piccola pretura sarda. Gonario F. ha 36 anni, moglie e 5 figli; analfabeta, pensionato perché invalido (9.500 mensili, ne paga 6.000 di affitto). Le informazioni del Comune, allegate al fascicolo, lo dicono povero: non ha altri mezzi di sussistenza. Riceve saltuariamente dall'Ente comunale di assistenza dalle 1.500 alle 3.000 lire. Il 30 aprile scorso viene a sapere che la prefettura ha trasmesso all'ECA del suo paese un assegno di lire 3.000; ne ha urgente bisogno; va in Comune, lo rimandano dicendogli che l'assegno è al Banco di Sardegna. Ma lì non lo può riscuotere perché il presidente dell'ECA lo deve firmare. Il presidente dell'ECA interpellato gli dice: «Non ti spetta niente». Gonario si reca in prefettura (spendendo nel viaggio); in prefettura gli rispondono: «Torna in paese, digli se sono matti, ti devono pagare subito». Rincuorato, gonfio del responso tutorio, ed ancor più della tutoria severità con cui è stato espresso un certo apprezzamento sugli organi locali, Gonario si ripresenta al segretario comunale (che è anche segretario dell'ECA) e «con fare arrogante e voce alta» (così dirà il rapporto dei carabinieri) pretende le 3.000 lire. Il segretario lo liquida come al solito, ma Gonario questa volta si sente forte, perché in prefettura gli hanno detto che “deve” avere quelle 3.000 lire, e allontanandosi minaccia: «Si non mi pagades subitu s'assegnu, pius a tardu enzo a inoghe e bos sego sa conca!» (Se non mi pagate l'assegno subito quando torno qui vi taglio la testa!) La testa di chi? L'opinione pubblica (il solito “coro” sempre presente a queste tragedie) non ha esitazione nell'interpretare: è la testa del segretario comunale. Telefonate ai carabinieri, articolo 336 codice penale, attenuanti generiche, 22 giorni di reclusione, senza sospensione condizionale (è recidivo), più le spese processuali. «Entro 3 giorni puoi appellare», gli dice il pretore che non poteva non condannarlo. «Ma che appellu, tantu è su matessu» (Che appello, tanto è lo stesso), brontola Gonario F. allontanandosi dall'aula gremita. L'assegno, poi, gli era stato pagato (con due mesi di ritardo, due mesi perché il presidente dell'ECA facesse cento metri per recarsi alla banca) e Gonario F. non pensava più all'episodio. La condanna gli pesa, la dovrà scontare, la società è severa, un'altra volta, prima di minacciare e di urlare, ci penserà bene… Ci penserà bene, o romperà quella testa di segretario comunale senza neanche preavviso? Ecco il punto. Gonario F. - dicono i rituali allegati al fascicolo processuale - è povero ed è di condotta morale pessima (forse è vero, forse è il segretario comunale che l'ha scritto per dispetto, i rituali li prepara lui…). Gonario F. secondo il vecchio sistema sarebbe un esemplare candidato al “confino di polizia”… E una volta ritornato dal confino la voglia di rompere le teste si sarebbe talmente radicata in lui, da diventare una vocazione missionaria.” (Giuseppe Melis Bassu in Sardegna Oggi del 15 novembre 1962).

“Nel Nuorese e nell'alto Oristanese il confino sta falciando ogni giorno in modo indiscriminato le sue vittime fra colpevoli e innocenti. Fra colpevoli e innocenti, i latitanti si moltiplicano per non soggiacere alle gravi conseguenze del soggiorno forzato lontano dal paese e dai pochi averi che certamente non ritroverebbero al ritorno. I catturati partono. Fra i rimasti la tensione aumenta. Bisogna fermare la catena, prima che sia troppo tardi…” (Da Rinascita Sarda dell'1 ottobre 1966).

“Barbagia, settembre 1966. Il regime di stato d'assedio instaurato nelle zone interne dell'isola viene vivamente contrastato dalle popolazioni. In decine di centri del Nuorese si sono svolte e si svolgono grandi assemblee popolari. Nel circolo di cultura “Icnusa” di Orune, oltre 200 cittadini sono intervenuti ad un dibattito… Tutti indistintamente hanno condannato la repressione poliziesca e i provvedimenti di confino… In altri numerosi comuni della Barbagia, in risposta alle misure “eccezionali” della polizia, che opprimono in modo indiscriminato i cittadini, sono previste assemblee popolari e la convocazione in via straordinaria dei consigli comunali… (Dai giornali).

Dal 1962 al 1965 su 7 “premi di collaborazione” della polizia, 4 sono stati pagati in Sardegna:

“Nell'elenco delle taglie che il ministero degli interni ha emesso sui criminali latitanti, la Sardegna occupa per numero e per entità il primo posto: 3 a Nuoro, Nino Cherchi 3 milioni - Antonio Floris 3 milioni - Ciriaco Calvisi 1 milione; 2 a Sassari, Mario Capiali 1 milione - Michele Leoni 500 mila lire. Un totale di 5 taglie per complessivi 8 milioni e 500 mila lire su 13 taglie emesse in tutta Italia per un ammontare premi di lire 23 milioni.
…Dal 1962 ad oggi (luglio 1965) su 7 taglie, 4 sono state pagate in Sardegna. E precisamente: Cagliari, per Giuseppe Pes, arrestato il 19 febbraio 1962, pagati 3 milioni il 21 aprile 1962; Nuoro, per Nicolò Porcu, arrestato il 26 febbraio 1963, pagati 2 milioni il 20 maggio 1963; Sassari, per Battista Saba, arrestato il 18 settembre 1962, pagato 1 milione il 13 novembre 1962 - per Vittorio Mulas, arrestato il 30 dicembre 1964, pagato 1 milione il 28 gennaio 1965.
In una società civile, la collaborazione con la giustizia è per il cittadino più che un dovere un privilegio. Per fare il proprio dovere non si ha bisogno di incentivazioni di sorta, se ciò coincide con gli interessi propri e della comunità…
Il sistema delle taglie è ritenuto efficiente in una società come la nostra, dove il cittadino ha ben poca fiducia e stima nella giustizia dello Stato, dove anzi c'è un abisso che separa le istituzioni di questo dai costumi di vita (e dalle esigenze di progresso) delle comunità…
In questa società… «la taglia, intesa più come premio per una decisiva collaborazione con la legge, che come prezzo di un tradimento» - scrive un giurista - «rappresenta un efficace correttivo alla scarsa disposizione dei cittadini a intervenire in questioni la cui competenza viene attribuita esclusivamente alla polizia». Una valutazione alquanto discutibile. Infatti, se è vero che alcuni criminali non sarebbero stati, forse, mai catturati dalla polizia senza la “spiata” di un delatore allettato da una forte somma di denaro, è anche vero che la delazione, considerata infame e disonorante, ha costruito sempre, anello su anello, sanguinose catene di delitti per vendetta… E' in fondo un calcolo cinico e disumano, poiché sempre il risultato pratico delle taglie è stata l'eliminazione reciproca e forsennata degli elementi più turbolenti, e più impegnati, di una comunità. Ci sono centinaia di esempi a testimonianza di catene di delitti protrattesi per anni, iniziatesi con una vera o presunta delazione; ci sono migliaia di greggi sgozzate e mozzate della lingua, come indiretto avvertimento a tenere la bocca chiusa.
Già durante la dominazione romana, l'incitamento alla delazione con premi in denaro o altri beni… era stato adottato nel tentativo di eliminare i capi pastori che guidavano dalle montagne, veloci scorrerie (bardane) contro i mercanti e le loro colonie commerciali. La taglia veniva integrata dai romani con l'incendio, per creare al “bandito” la terra bruciata e con torme di cani per la caccia all'uomo…” (Da Sardegna Oggi del 15 luglio 1965).



9. Come viene impiegata la polizia in Sardegna?

“…Centinaia di tutori dell'ordine schierati per la traduzione di Peppino Pes dal carcere di Oristano ad altra casa di pena. CINQUECENTO… si ha l'impressione che il gusto dello spettacolare abbia indotto i responsabili dell'ordine a eccedere.
Più contrariati ancora, si legge del battaglione mobile (300 circa) andato ad arrestare un gruppo di lavoratori cui si contestava un reato di dubbia dimostrazione: il furto di pesce nelle acque dello stagno (di Cabras)… Ora, mobilitare contro questi il battaglione mobile, non è iniziativa che suscita un sospetto di sproporzione allo scopo? Non è questo zelo contro pescatori laceri una prova del discutibile criterio con cui le forze di polizia vengono impiegate?
Al fondo di tutto, attentamente vagliate le cose, è la volontà delle classi dirigenti di strumentalizzare per propri fini, che non sempre coincidono con la tutela della sicurezza pubblica, i corpi di polizia. Si può anche polemizzare con questo o con quell'altro funzionario. Ma la radice di ogni squilibrio bisogna andarsela a cercare molto più in su. Lo sanno anche le pietre ormai, che nella molteplicità dei compiti di istituto delle forze di polizia hanno prevalenza quelli più tipicamente politici. Centinaia di funzionari, di sottufficiali, di agenti passano gran parte delle loro giornate a raccogliere discorsi che l'indomani potrebbero tranquillamente leggere sui giornali; e debbono metterli in rapporti dei quali si ignora l'utilità. I cittadini sono censiti in base all'opinione politica di ognuno, alle occupazioni, spesso anche alle amicizie. Il maresciallo dei carabinieri, il funzionario di questura sono costretti a stare appresso a cartelle personali, rispondere a richieste di informazioni, verbalizzare sedute di partito e d'organizzazioni sindacali, e, in questo mare di burocrazia, riuscire ad occuparsi d'altro diventa sempre più difficile…” (Sardegna Oggi dell'1 agosto 1964).

La rivista socialista tocca il tasto delle “schedature”, ma sottovaluta “l'efficienza” dell'apparato poliziesco quando pensa che i suoi funzionari, compresi nel lavoro burocratico, non trovino il tempo e i mezzi per dedicarsi anche alle operazioni repressive. Anche in grande stile, come l'esempio che segue.

“Il questore di Cagliari, dott. Guarino, non si capisce per quali drammatici motivi di emergenza, ha deciso il blocco dell'intera città: dalle ore 10,30 del 2 dicembre alle ore 4,45 del 3 dicembre scorsi, Cagliari si trovava come in stato d'assedio. Ben 200 tra agenti e carabinieri, 38 automezzi, 14 posti di blocco fissi e 4 mobili tenevano sotto controllo il centro, setacciavano angolo per angolo le strade periferiche, intimavano l'alt ai cittadini ignari che rientravano dal cinema dal bar o che si recano addirittura al lavoro. La grande spedizione punitiva si è concretizzata con la “identificazione” di duemila persone, il controllo di 800 automezzi, la traduzione in commissariato di alcune decine di cagliaritani sprovvisti di documenti. Non è mancata la scoperta (questa sì, molto grave) di due coltelli. Le armi bianche - è logico - sono state immediatamente sequestrate. Cosicché l'operazione contro la malavita poteva dirsi pienamente giustificata…” (Rinascita Sarda del 15 dicembre 1967).

Anche nei più quieti villaggi dell'interno, i brigadieri, esauriti i rapporti e le pratiche amministrative, trovano il tempo occorrente per perseguire gli eversori della legge.

“Un migliaio di persone, tra cui numerosi i giovani e le donne, chiedono con insistenza di parlare col sindaco… Si chiede che il brigadiere Giuseppe Goriani, il comandante della piccola stazione dei carabinieri di Ollolai, lasci il paese e venga trasferito altrove. Il sindaco telefona immediatamente alla caserma dal Municipio e riferisce al brigadiere la volontà della popolazione, che protesta contro il suo operato, e che la piazza è occupata dai dimostranti. Il brigadiere non si muove. E' la popolazione allora a muoversi verso la caserma, e tra i fischi, le urla e i suoni di pietre contro i barattoli, la circonda.
Il chiasso è indescrivibile. Finalmente si apre un finestra: il brigadiere in persona si affaccia. Ha tra le mani un mitra. Spara: tre raffiche in aria, incontrollate. Un proiettile colpisce una casa all'altezza di una finestra (il proprietario esporrà una denuncia). Gli animi si scaldano maggiormente, il tumulto aumenta. Sono passate alcune ore dall'inizio della manifestazione, arrivano i rinforzi che erano stati chiesti per telefono. Al passaggio dei carabinieri, le grida contro il brigadiere si fanno più forti, ma ancora per poco. Lentamente la folla come si era composta si scioglie… Nel paese scende il silenzio.
Il brigadiere ha dell'isola una concezione di terra di colonia, in cui ogni pastore è un bandito… A Ollolai non succedeva niente: mai atti di delinquenza, né furti di bestiame. Evidentemente il brigadiere Goriani si annoiava… da qualche mese è iniziata “l'operazione multe” e sono iniziate le perquisizione nelle case private.
Il modo di ispezionare gli ovili era veramente singolare. Si piazzava in una strada di paese, e di lì - secondo lui - dirigeva le “operazioni antiabigeato”. Passavano i pastori per portare le capre al pascolo e chiedeva il bollettino del bestiame. Nessun pastore lo porta appresso: ogni capo di bestiame ha il suo bollettino, e per un gregge significa portare addosso 100 o 150 fogli, a seconda della grandezza del gregge. Un controllo di questo genere si fa in casa o nell'ovile o se si vuole anche in due tempi, contando i capi e confrontando poi con i bollettini…
E' chiaro che si trattava di una iniziativa contraria ad ogni logica. Le multe fioccavano, e spesso salate, per la povera gente di Ollolai… E' arrivato al punto di multare uno che aveva l'asino legato davanti alla porta, e non aveva il bollettino in tasca. Inutile dirgli che lo aveva in casa, a due passi. Trecento contravvenzioni in un mese. I superiori potevano ben dire che il brigadiere Goriani faceva il suo dovere. Ma la gente la pensa diversamente…” (Da Rinascita Sarda del 15 novembre 1965).

Leggi speciali di Polizia, autoritarismo che sconfina nell'arbìtro, fiscalismo che taglieggia la povera gente, sfruttamento e disoccupazione, arresti, violenze e morte: sono il pane quotidiano che il potere dello Stato riserva ai sardi. Nel novembre 1966 l'on. Ignazio Pirastu presenta al ministro dell'Interno una interrogazione. Egli chiede di sapere

“…se non ritenga necessario accertare quali provvedimenti siano stati adottati dal gruppo dei carabinieri di Nuoro per far cessare le violenze che ormai metodicamente vengono esercitate dai carabinieri di Orune nei confronti di inermi e pacifici cittadini…
Solo nelle ultime settimane sono stati bastonati, nella caserma di Orune o nelle strade, Salvatore Bidoni, Pietro Tola, Salvatore Manca, Benito Musiu, Pietro Moreddu, Raimondo Pala, Michele Chessa. Quest'ultimo di 68 anni! Alcuni cittadini che hanno subito maltrattamenti e violenze hanno sporto denuncia all'autorità giudiziaria, altri vi hanno rinunciato per timore di più gravi rappresaglie.
Lo stesso interrogante ha avuto modo di constatare le conseguenze del più recente caso di violenza: il viso del giovane Pasquale Barrecca - fermato e bastonato da un'intera pattuglia di carabinieri il 14 novembre alle ore 22 - recava gravi escoriazioni, contusioni ed ecchimosi dalla fronte al mento!”

Si va creando un clima di vera e propria guerriglia - manca soltanto l'elemento politico che coaguli e indirizzi l'esasperazione popolare e le rivolte individuali. Si comincia a parlare di “separatismo” e di “rivolta contro la colonizzazione”.
I “baschi blu” accentuano la violenza repressiva sulle popolazioni barbaricine. Cadono le prime vittime. Siamo nell'autunno del 1968. Alcuni parlamentari comunisti, in una interrogazione urgente, chiedono - con una straordinaria ingenuità - di sapere dal ministro dell'interno se

“…un così tragico bilancio di omicidi compiuti dalle forze dell'ordine in breve tempo non può spiegarsi se non con direttive precise che orientano le forze di polizia in Sardegna a comportarsi come truppe di occupazione coloniale e a ritenersi autorizzate, se non incoraggiate, a dar luogo impunemente a esecuzioni sommarie e a sparare contro i cittadini, anche nei casi in cui non vi sia alcuna adeguata ragione.”

«I PASTORI FANNO DA TIRO A SEGNO AI NERVOSI BASCHI BLU» è il titolo con cui Sassari Sera documenta i recenti eccidi (15 ottobre 1968):

“Giovanni Maria Coronas noto come Mario, anni 22, pastore di Siniscola. Camminava ai bordi della strada dopo le 19 del 9 ottobre. Accanto a lui un servo pastore. Ad un tratto una pattuglia che intima l'alt, una raffica che lo coglie ad un fianco, un grande bruciore e a terra. Giovanni Maria Coronas viene colpito da una pallottola al fianco sinistro, la pallottola dopo aver forato l'emi-torace esce dalla spalla destra, al di sopra della scapola. Pochi minuti di agonia trascinandosi per quasi cinquanta metri, poi la morte… Chi ha sparato è un giovane sottufficiale della polizia stradale di Orosei; credeva che tra le mani del Coronas brillasse un'arma ed ha fatto fuoco. E se a luccicare fosse stato un portachiavi, un accendisigari od una moneta? Probabilmente il sottufficiale avrebbe sparato lo stesso…
A mezzanotte, dopo alcune ore di battute, verrà rinvenuta, alla presenza del sostituto procuratore della repubblica Falcone, una pistola. E' stata trovata lungo i 50 metri che il Coronas ha superato ferito - dicono gli inquirenti: è l'arma che il sottufficiale ha notato brillare poco pirma di sparare una raffica in aria… Ma resta il dubbio: se Giovanni Maria Coronas non ha sparato, se aveva soltanto una pistola che non esplose un colpo, perché il sottufficiale della pattuglia del distaccamento di Orosei ha aperto il fuoco uccidendo il giovane?…”

Altri cittadini “giustiziati” dalle forze dell'ordine nell'autunno 1968:
- Antonio Casula, latitante, taglia 10 milioni, fulminato alla periferia di Paulilatino;
- Antonio Cocilio e Giovanni Atzei, minorenni, incensurati, caduti sotto il piombo mentre tentavano una estorsione - secondo la polizia - «per conto terzi, non identificati»;
- Vittorio Giua, pastore di 23 anni, incensurato, ucciso mentre partecipava ad una manifestazione popolare per i pascoli del comune di Lodè;
- Pasquale Pao, il latitante “buono” stroncato da alcune raffiche di mitra mentre accudiva al bestiame, in compagnia del fratello.

“REQUIEM PER UN BANDITO (volantino anarchico ciclostilato, 1968).

Pasquale Pau è morto. Ora custodisce pingue gregge nei verdi pascoli della prateria celeste che il dio dei pastori riserva ai buoni… Così canta la nenia delle prefiche attorno al suo letto funebre.
Pasquale Pau, il latitante, è morto. Accudiva al pasto dei maiali, nel campicello preso in affitto di recente. Una morte straordinaria, per un bandito. Non la morte violenta dell'assassino che sfida la legge dell'umana fratellanza, ma la morte assurda, senza un perché.
E' vero: molti sono i banditi in questa terra senza pace e senza giustizia. Anche Pasquale Pau era un bandito. Un bandito senza mitra, senza sequestri, senza taglia. Un bandito-uomo-pastore. E non è morto da bandito. E' morto da uomo. Accudiva al suo gregge, si abbeverava all'unica fonte di vita che esile sgorga da questa terra avara.
Pasquale Pau è morto. A quarantasette anni sognava ancora il sogno dei giovani. Un sogno assurdo, sulle pietre di questa isola: avere una donna e figli, gregge e pascolo, un tetto e un giaciglio. E' caduto con il suo sogno assurdo - né, forse, sulla terra che avida ha bevuto il suo sangue, altro potrà germogliare che spini velenosi.
«Mio figlio dovrà sapere il nome di chi gli ha ucciso il padre!» ha gridato l'ira della sua donna. Le donne gravide, in questa terra, ingoiano una scheggia di granito, per dare al nascituro un cuore che regga il dramma della vita. Angela Marras, la compagna di Pasquale Pau, ha ingoiato tutto il piombo della sua morte, per dare un cuore all'orfano che dovrà nascere…
E' vero: ci sono molti banditi in Sardegna. La nostra è una società piena di banditi. Anzi, è una società di banditi. Banditi malvagi e sanguinari, banditi onesti e pacifici. Banditi che derubano miliardi e banditi che hanno in tasca duemila lire. Pasquale Pau era un bandito con duemila lire in tasca.
Chi lo ha ucciso non potrà che avere l'esile conforto di avere ubbidito. Il dovere disumano di chi esegue la sentenza di condanna a morte di un innocente - il cui sangue ricade su tutti i “grandi” della terra.
Pasquale Pau è morto. Di lui nessuno, a voce alta, potrà mai dire altro che parole buone. Sentiva i piccoli grandi problemi della sua gente, la disperazione del povero che ha smarrito un agnello. Conosceva dentro di sé la sua gente e i drammi antichi della sua gente, s'era fatto generoso dispensatore di minuta giustizia. Rendeva il mal tolto, riparava il torto, pacificava gli animi - che il dramma delle pietre sterili e deserte e della solitudine rende aspri e taglienti come schegge di selce. Meritava il canto di un poeta, Pasquale Pau, il bandito d'onore. Non può averlo, un poeta che canti la sua vita e pianga la sua morte, in una società che altro non sa esprimere se non l'offerta dell'imbonitore nel mercato.
Pasquale Pau è morto. Lavorando, amando, sperando. L'uomo che è nato sulle pietre, nudo e solo, non può credere nella giustizia venuta da un mondo verde di pascoli. Eppure egli ha voluto credere in quella giustizia: credeva che un giorno lo avrebbe dichiarato “uomo senza colpa”. Pensava al suo vicino processo d'appello, quando è caduto - intanto espiava la “colpa” d'essere nato pastore…
La nenia delle prefiche canta attorno al suo letto funebre: «Ora custodisce pingue gregge nei verdi pascoli della prateria celeste, che il dio dei pastori riserva ai buoni».”

I comunisti si appellano alla legalità democratica. Rinascita Sarda del 1° novembre 1968 scrive:

 “A nessuno, neanche agli uomini della legge, se sono uomini di legge, è permesso giustiziare senza processo. In Italia la pena di morte è stata abolita, e la Sardegna è l'Italia, non una colonia: perciò le esecuzioni sommarie non devono avvenire, in nessun caso…
Le gravissime violazioni della libertà e della incolumità della popolazione devono cessare immediatamente. Altrimenti un pericolosissimo costume potrebbe cominciare a diffondersi: la licenza di uccidere. Se possono uccidere le forze dell'ordine, che dovrebbero costituire un modello di comportamento, cosa potrebbero sentirsi autorizzati a fare tutti gli altri?”

Qualche mese dopo, nelle campagne tra Bolotana e Ollorai, il 9 gennaio 1969, una pattuglia di carabinieri intravvede in un canalone un “tipo sospetto”, armato. Alla vista delle divise lo sconosciuto fugge. I carabinieri lo inseguono investendolo con una gragnuola di pallottole di mitra e lo stendono: gravemente ferito.
Le forze dell'ordine comunicano che durante un'azione di perlustrazione sono entrati in conflitto a fuoco con un malvivente armato di moschetto mod. 91, che nello scontro il malvivente ha avuto la peggio, è stato ferito e tratto in arresto.
I fatti risultano presto poco convincenti. Il “malvivente” risulta essere un ragazzo di 17 anni, da Illorai, certo Matteo Fois, un minorato, mutolo. L'arma del “conflitto” risulta essere un ferrovecchio che difficilmente potrebbe sparare un colpo senza esplodere nelle mani di chi lo usi. Un lettore de La Nuova Sardegna, in una lettera al direttore del giornale, chiede «chi abbia gettato il moschetto fra le mani del ragazzo».
Sparare ad un pastore - in un clima terroristico artificiosamente creato - passa per un atto legittimo mediante gli alibi dell'atteggiamento sospetto, dell'oggetto che luccica e può essere un'arma, della fuga all'intimazione dell'alt, della paura di un agguato. Ma stavolta il caso ha giocato uno spiacevole tiro alle forze dell'ordine, che si ritrovano tra le mani un povero diavolo di ragazzino, innocuo, minorato, senza neppure l'uso della parola, che - dicono le testimonianze - è un selvatico che fugge terrorizzato davanti a persone che non conosce. Il tribunale dei minorenni - logicamente - lo proscioglie dagli addebiti che i carabinieri mantengono per salvare la faccia: tentato omicidio, detenzione di arma da guerra, resistenza…



10. La “Milizia di Volontari per la Sicurezza della Campagna”

Il 18 marzo del 1968, in seguito al sequestro di Nino Petretto e Giovanni Campus, si verifica un fatto nuovo nella storia della repressione in Sardegna. Ad Ozieri, feudo di pingui allevatori e possidenti detti “prinzipales”, si organizzano alcune centinaia di volontari armati per dare la caccia ai banditi - visto che i “baschi blu” non riescono a cavare un ragno dal buco.
Poco prima della decisione, Vicari, il capo della polizia, accorso nell'isola per seguire la vicenda, ha presieduto nella sala del municipio ozierese una riunione di “prinzipales” che chiedono a gran voce l'istituzione di una “Milizia di Volontari per la Sicurezza della Campagna”.
Che i “prinzipales” abbiano le loro guardie del corpo per evitare d'essere rapiti e taglieggiati è cosa nota. Per esempio, Karim Aga Khan (il “prinzipales” della Costa Smeralda), ai 40 uomini e alle decine di camionette della polizia che vigilano intorno a Capo Cervo, aggiunge il suo esercito personale, forte di circa 200 guardie giurate. Sui giornali sardi cominciano a leggersi inserzioni pubblicitarie come questa, apparsa nel settembre del '67:

“Per paese interno Sardegna assumerei ex sottufficiale dei carabinieri per compiti guardia privata. Dettagliare referenze e specificare pretese indirizzando Casella Postale 79.”

Il caso di Ozieri, ovvero la guerriglia per incarico dei “prinzipales”, ha messo in luce aspetti della natura e delle vocazioni della classe al potere:
- i “prinzipales”, quando vedono i loro privilegi economici non abbastanza difesi dalle istituzioni dello Stato, organizzano in proprio e al di fuori della legge gli strumenti repressivi;
- i “ben pensanti” di tutta Italia plaudono alla creazione di una “milizia di volontari per la sicurezza delle campagne”, di bande armate per lo sterminio del bandito, lodando la ritrovata fiducia del cittadino sardo nella “giustizia”;
- per i pastori e per i contadini che si sono arruolati nelle bande “antibande” è una occasione per guadagnarsi un salario, avere un'arma e procurarsi una patente di “combattente della giustizia”.
«Purtroppo, la prima vigorosa sollevazione popolare in appoggio alle forze dell'ordine che la storia della Sardegna contemporanea ricordi si spegne in uno squallido girovagare tra i pascoli», scrive con rammarico il Ghirotti in Mitra e Sardegna.
Mentre i comunisti fanno rilevare - non senza una loro logica - che le masse di volontari servono a conservare i privilegi degli agrari, mentre potrebbero mobilitarsi elettoralmente contro questi, due riviste apartitiche insorgono contro il tentativo dei “prinzipales” sostenuti dal capo della polizia, di costituire “squadre di assalto per la bonifica morale” - sul modello di quelle famigerate che sorsero nel dopoguerra '15-'18 finanziate dagli agrari della valle Padana.

“La gestione diretta della democrazia è un conto, ma la concessione al cittadino della patente di uccidere è altro diversissimo conto. Anche se si tratta di uccidere banditi, impietosi rapinatori di “galantuomini” e taglieggiatori di medesimi. La regola del gioco va rispettata fino in fondo: per dare la caccia ai fuorilegge esiste un'apposita istituzione che è quella della polizia. Che ha “legale” licenza - e ce n'è abbastanza. 5.000 specialisti, detti “baschi blu”, oltre quelli in pianta stabile, contro qualche decina di latitanti.
Si è scoperto che l'apparato “legale” è insufficiente ad arginare l'ondata di criminalità. Se così è bisogna allora trovare soluzioni diverse rispetto a quelle finora adottate…
Già noi auspichiamo un mondo senza poliziotti (per non essere fraintesi: con uomini onesti, tanto da rendere inutile il mestiere del poliziotto, del giudice e del carceriere); figuriamoci se ogni cittadino potesse, di punto in bianco, vestirsi e armarsi da poliziotto. Il minimo che possa accadere è che tutti gli uomini, appena in grado di sparare, si dividano in banditi e in poliziotti…
Si è mascherata la funerea trovata sotto il pretesto della “collaborazione” del cittadino alla giustizia. Una collaborazione evidentemente male intesa, poiché in uno stato democratico e civile la collaborazione tra il cittadino e le istituzioni nasce da un profondo riconoscimento della validità di queste da parte di quello, e si attua al di fuori di ogni violenza. Il cittadino sardo - si dice - non sente la validità delle istituzioni dello stato e non collabora ai fini che esse si propongono. Il sardo mancherebbe cioè di sensibilità e di educazione civile e democratica; oppure le istituzioni dello stato non rappresenterebbero le vere istanze, le concrete aspirazioni di progresso del cittadino sardo.
Noi crediamo giusta la seconda ipotesi. (Se fosse giusta la prima basterebbe aprire in ogni paese un centro di educazione dell'adulto). Perciò condanniamo gli arruolamenti di volontari “con licenza di uccidere” banditi - salvo errori. Riteniamo che si debbano cercare altre soluzioni per avere in Sardegna una società civile. Una soluzione noi sapremmo indicarla, ed è vecchia quanto il cucco… Si tratta di trasformare una società ingiusta in una società dove gli uomini siano - come diceva un alunna di terza elementare - o tutti ricchi o tutti poveri, o tutti padroni o tutti servi, o tutti carabinieri o tutti fuorilegge, o tutti giudici o tutti in galera… (Da Sassari Sera del 15 aprile 1968).

“…Negli usi e nei costumi, gli USA hanno imposto il loro marchio. In Sardegna, data la realtà economica, sociale e culturale, non potevamo compiere il prodigio di adeguarci a New York. Ci siamo adeguati al West di cento anni fa. In tutto e per tutto. Sceriffi e mandriani, padroni di banche, di farms e di saloons, fuorilegge e bari, taglie attaccate ai quattro cantoni, insegne e cartelli crivellati di proiettili, killers e cacciatori di taglie, assalti alle diligenze e normale periodico numero di morti ammazzati…
Intanto, d'ora in poi, anche i nostri sceriffi potranno distribuire armi ai cittadini volontari per dare la caccia ai rapitori dei figli dei padroni delle grosse farms e dei saloons. Gli sceriffi non reggono da soli l'urto della delinquenza che si è sviluppata per carenza di leggi, per il menefreghismo del senatore che ingrassa a Washington, per l'accentramento del denaro in mano al padrone dei saloons che sfrutta i poveri cercatori d'oro…
La gente non aiuta mai gli sceriffi. Tutti fanno i conigli. Non avendo più niente da perdere se non la pelle, per salvarsi almeno quella si rinchiudono in casa e si fanno i fatti loro. Allora, gli sceriffi, sentito il parere del senatore e del giudice (quest'ultimo, di solito, è un vecchio rimbambito), si rivolgono alla gente dei villaggi con allettamenti vari:
- primo, la medaglia al valore - da appuntarsi al petto all'arrivo delle truppe regolari che giungeranno a dare manforte quando non servono più. E’ un tasto che commuove le fanciulle romantiche ed eccita gli ufficialetti di carriera che sognano guerre di secessione;
-secondo, la stella di vece sceriffo e una carabina a ripetizione. Questo tasto sollecita giovani mandriani e giovani studenti, i quali potranno così dimostrare la loro “balentia” che, né lavorando, né studiando, fu loro riconosciuta. Per lo più, steso il criminale, gettano la stella di vice sceriffo e conservano la carabina, che useranno per i fatti loro a tempo debito;
- terzo, le taglie annunciate e descritte sui manifesti con foto, inchiodate alle cantonate: un mucchio di bei dollari che fanno gola a molti, ma che andranno, come sempre, ad impinguare le tasche dei gambales di cuoio duro…” (Da Il Giornale, n° 11 del 16 giugno 1968).

A tutt'oggi resta ancora aperta la questione del banditismo sardo - come dimostra la istituzione di una commissione parlamentare per lo studio del fenomeno. Ma di più grave rilevanza resta il discorso sulla polizia e sul suo operato in Sardegna. La valanga di pubbliche denunce di questi ultimi anni sulle violenze e sugli arbitri del potere dello Stato a danno dei cittadini è un passo avanti sulla via del progresso. Ma non basta. Il compito del rinnovamento democratico delle istituzioni dello Stato spetta al popolo, che di ogni istanza e di ogni legalità è sovrano istituzionale e naturale. Il popolo sardo deve trovare in sé e nella sua storia la maturità civile e politica, deve respingere con fermezza ogni abuso, ogni provocazione sbirresca. Davanti alla violenza e all'arbitrio deve contrapporre la forza del diritto umano alla libertà e alla giustizia.



11. “Che ti possa rincorre la giustizia!”

Nel 1969, la giunta esecutiva dell'Associazione Nazionale Magistrati (che raccoglie il 90% dei giudici) delibera all'unanimità di non intervenire alle inaugurazioni dell'anno giudiziario, perché «l'Associazione si sente estranea a manifestazioni ufficiali - afferma un comunicato - che non esprimono quelle effettive istanze di fondo dei giudici di fronte al paese, delle quali, essa, da decenni, si è resa interprete senza trovare alcuna rispondenza presso il potere politico».
Il vento della contestazione popolare comincia dunque a penetrare nei muffiti santuari dei tribunali. Alla inaugurazione dell'anno giudiziario 1969, in Sardegna, anche gli avvocati deliberano di non partecipare. Gli avvocati contestano la giustizia del sistema e la contestano gli stessi giudici.
La gente sarda contesta questa giustizia da sempre. Con la repubblica democratica nata dalla Resistenza antifascista e fondata sulla Costituzione la gente sarda non ha tratto gli sperati benefici per la sua crescita civile. In particolare, l'antica frattura tra il cittadino e la giustizia è rimasta. Anzi si è approfondita, perché la coscienza dei diritti civili è andata maturando nella coscienza popolare, perché nonostante i conclamati assunti democratici del potere legislativo, le strutture dell'ordinamento della giustizia sono quelle di sempre: un meccanismo repressivo e oppressivo concepito da uno Stato autoritaristico.
Della insofferenza popolare nei confronti di questa giustizia il banditismo è l'espressione più antica e più elementare. Ma il sintomo più diffuso, e certamente il più grave, è la sfiducia profonda, radicale, totale che la gente sarda senza distinzioni nutre per la giustizia così com'è, con i suoi codici, con la sua impietosa lentezza, con l'autoritarismo di chi l'applica. C'è nel popolo, diffusissima, una frase estremamente ingiuriosa che si rivolge al nemico: «Che ti possa rincorrere la giustizia!».
C'è un equivoco da chiarire. Un equivoco che fa comodo al potere costituito. E cioè che il banditismo sia tout court un fenomeno di criminalità limitato ad alcuni individui “tarati” di una ben precisa area geografica, la Barbagia, e che la totalità del popolo sardo ne sia estranea. Estranea “fisicamente”, almeno in gran parte, è ovvio - ma non anche “ideologicamente”. Il banditismo è da considerarsi estrazione consustanziale del connettivo economico, sociale e culturale del popolo sardo: ne esprime uno dei modi di contestazione che (indipendentemente da giudizi politici e morali) rappresenta, appunto, il rifiuto di certe istituzioni dello Stato.
Purtroppo, al livello in cui si trova la nostra isola, il moto di contestazione e di rivolta popolare non ha saputo né potuto porre alcuna seria alternativa al potere del sistema. Ha soltanto saputo opporre, finora, violenza alla violenza. Una scelta certamente sbagliata sotto il profilo utilitaristico - se non sotto quello dell'etica sociale, per cui ogni violenza è legittima al cittadino oppresso da uno stato violento. Il cittadino, in questa situazione, non può sperare di abbattere il sistema con la violenza: il sistema è organizzazione perfettamente funzionale nell'uso della violenza ed è sostenuto da strutture politico-giuridiche che legalizzano l'oppressione, lo sfruttamento, la discriminazione, l'arbitrio. La violenza del cittadino è sempre un grave reato, qualunque sia la ragione che la muove. La violenza del sistema è al contrario espressione della legge. Pertanto è normale che venga punita nel cittadino perfino la violenza “verbale” nei confronti di un funzionario dello Stato - anche se lo stesso cittadino sia stato da quello stesso funzionario pubblicamente oltraggiato e malmenato.
Due ipotesi di lotta politica libertaria e progressista sono possibili in questa situazione:
- una lotta popolare per i diritti civili, facendo leva sui dati democratici acquisiti “nel sistema”, e non “dal sistema”; fare esplodere le contraddizioni che esistono tra questi e i dati autoritaristici - fascisti e clericali “del sistema” - fino a provocarne la crisi che sbocchi nella rivoluzione;
- oppure, l'insurrezione generale armata delle masse popolari che, distrutto il sistema, crei una nuova società.
Questa seconda ipotesi, perché sia attuabile, deve prevedere una insurrezione armata di tutti i popoli della terra, nello stesso momento maturi e uniti. Il che è utopistico che possa verificarsi a breve scadenza; ed ogni tentativo immaturo o isolato o rafforza nei suoi strumenti repressivi il sistema che si voleva abbattere o lo sostituisce con un altro sistema necessariamente autoritaristico in concorrenza con i sistemi esterni.
La prima ipotesi - che può attuarsi anche in una sola area geografica indipendentemente da condizionamenti esterni - è una lotta politica già in atto, condotta in Italia, con alterna fortuna, dal partito radicale.

Che cosa si contesta alla giustizia del sistema? Un gruppo di avvocati scrive in un manifesto distribuito a Roma:

“La giustizia italiana è malata di paralisi progressiva. Se vi rivolgete ai tribunali dovete pagare, pagare, pagare. Se avete ragione ve la daranno quando non vi serve più. Se avete torto forse vi andrà un po' meglio, ma ci rimetterete lo stesso. Chi va in carcere vi resterà, anche se innocente, in attesa di giudizio e nessuno lo risarcirà perché è stato ingiustamente detenuto. I lavoratori attendono anni per vedere riconosciuti dai tribunali i loro diritti. Si inventano nuovi reati, si sequestrano a tamburo battente i giornali cosiddetti pornografici che poi vengono assolti. Ma i processi contro i pezzi grossi non si fanno o non finiscono mai… Solo un grande movimento popolare potrà cambiare le cose della giustizia italiana…”

E ancora il testo di un manifesto radicale indirizzato agli avvocati:

“Siete testimoni e vittime voi stessi della disfunzione della giustizia. I diritti del cittadino sono ormai privi di ogni garanzia. I processi civili sono per lo stato solo un'occasione per riscuotere tasse e balzelli sulle ingiustizie subite. I codici sono vecchi, i giudici pochi e mal distribuiti, i servizi arcaici, i processi non finiscono mai. La giustizia penale dà l'impressione di colpire a casaccio. La funzione punitiva è di fatto affidata alla discrezione dell'istruttore con la carcerazione preventiva, mentre ci si balocca a riesumare il plagio e a sequestrare per oscenità i giornali che parlano male di qualche pezzo grosso. Se non volete essere complici, protestate…”

Ma c'è di più. Si levano voci di contestazione alla giustizia da parte degli stessi giudici. Nel suo intervento all'assemblea dei magistrati tenutasi a Roma (…) il presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati, dottor Mario Barone, ha detto, tra l'altro, che occorre riformare il nostro sistema penale tutt'ora ancorato a una concezione estremamente autoritaria dello stato e all'idea che i rapporti tra lo stato e il cittadino debbano essere di subordinazione di questo a quello.

“E' scandaloso - ha detto il magistrato - che la vetustà della nostra codificazione venga in luce solo attraverso le sentenze abrogative della Corte costituzionale, ma è ancora più sconfortate il fatto che, mentre la Corte si adopera ad una graduale epurazione dal nostro ordinamento delle norme in contrasto con la carta costituzionale, Parlamento e Governo non sembrano preoccupati granché, salvi sporadici casi, di colmare i vuoti che le sentenze abrogative della Corte vanno creando…”

E' dello stesso periodo di contestazione delle celebrazioni dell'anno giudiziario 1969 una lettera al presidente della Repubblica, redatta da un gruppo di avvocati democratici e radicali:

“…Tutto è stato studiato, tutto è stato detto, da tutte le sedi sono stati indicati rimedi alla crisi della giustizia, ma nulla è stato fatto: leggi farraginose e complicate, codici contrari alla Costituzione e di pretta marca fascista, ordinamento giudiziario vetusto, sedi e mezzi inadeguati. A queste cose corrispondono: magistrati sopraffatti dal lavoro, cancellieri travolti dai processi, avvocati che si arrabattano intorno a cause che non giungono a termine e alla fine gli sventurati cittadini che non ottengono giustizia… Ha mai saputo o Le hanno mai riferito di processi penali che durano anni e anni, mentre il cittadino viene trattenuto in carcere preventivo per poi magari essere assolto? Le hanno mai detto come realmente si vive ancora oggi nelle carceri? Bene, questo e niente altro è l'amministrazione della giustizia in Italia.”

A questo punto riportiamo l'attenzione alla nostra isola, alla situazione della giustizia in Sardegna, citando rapidamente i moti di contestazione vecchi e nuovi.
Nella “lettera aperta al nuovo Procuratore generale”, del novembre del 1968, la rivista Sassari Sera fa il punto sulla crisi della giustizia, suggerendo l'opportunità della “controinaugurazione” dell'anno giudiziario suggerita dal partito radicale:

“Noi rifiutiamo di credere che quella del Procuratore generale debba considerarsi una figura simbolica, decorativa, che recita la sua parte in paludamenti di porpora, attorniata da carabinieri in alta uniforme, soltanto in occasione dell'apertura dell'anno giudiziario… Il Procuratore generale, in virtù dei poteri che gli derivano dalla legge, può e deve rivestire una funzione ben più incisiva e determinante. Egli è il capo della polizia giudiziaria, ad esempio. Ebbene, forse che la polizia giudiziaria ha mai avvertito, sul terreno operativo, la presenza del Procuratore generale? Se si dovesse rispondere affermativamente, come si spiegherebbero allora gli attriti o meglio la guerra dichiarata che caratterizza i rapporti tra carabinieri e Pubblica Sicurezza, tra squadre mobili e Criminalpol? Come si spiegherebbero gli abusi non tutti ancora ufficialmente censurati, che si addebitano a taluni funzionari sul cui conto pendono denunce anonime e non anonime?… Si dirà che i questori e i vice questori non sono ufficiali di polizia giudiziaria e perciò sono svincolati dalla Sua alta autorità. E' vero, il nostro ordinamento presenta anche questa incongruenza: un questore ed un vice questore interrogano, fanno sopralluoghi, svolgono indagini di polizia giudiziaria, senza sottostare agli obblighi che incombono agli ufficiali di polizia giudiziaria. Il questore dipende dal ministero dell'Interno. Che strano sistema!!! Ed il ministero dell'Interno ha ancora in Italia, ad onta di ogni innovazione democratica, molti caratteri ereditati dai tempi dell'autoritarismo…”

Infatti. Le strutture dell'istituto della giustizia sono volutamente arcaiche e i codici sono volutamente fascisti. La Costituzione repubblicana ha lo stesso valore di una coccarda progressista sulla divisa di uno sbirro di Franceschiello o sulla camicia nera di uno squadrista.
Infatti. Gli alti funzionari dello Stato hanno poteri discrezionali e altri se ne prendono in proprio “discrezionalmente”. Non soltanto i questori, ma gli stessi ufficiali di polizia giudiziaria agiscono ignorando il magistrato e commettendo gravi abusi di potere. Basti citare il caso inqualificabile del comandante del gruppo dei carabinieri di Cagliari, colonnello Bucci (lo stesso che nel documento L'anonima sequestri del Guerrini abbiamo visto provocare l'indegna rissa con la polizia di Nuoro disputandosi la pelle di due creature umane), il quale spedisce “appunti” anonimi, contenenti accuse infamanti, e false, nei confronti di docenti, al provveditore agli studi, con l'evidente scopo di colpire nel cittadino le sue idee progressiste.
E' interessante - e potrebbero giovarsene gli stessi magistrati contestatori - per mettere a fuoco la questione dell'amministrazione della giustizia, prendere in esame la realtà sarda. Scrive Giuliano Cabitza in Rivolta contro la colonizzazione, edito da Feltrinelli:

Neanche l'amministrazione della giustizia, purtroppo, va esente da critiche e rilievi di un certo peso. Del resto è notorio che i sardi in genere e i barbaricini in particolare ne hanno sempre avuto un'opinione, diciamo, riservata. Anzi, per i barbaricini il problema di ottenere una soddisfacente giustizia forse non si è mai posto. Perché sono ben consapevoli che la Corte, i magistrati, gli avvocati e tutto il resto rappresentano non un ente superiore alle vicende umane, equanime e disinteressato, ma il Re, lo Stato, cioè l'altra parte in causa. Perciò la “giustizia” viene considerata cattiva, ingiusta nel suo complesso e in linea di principio, comunque, estranea, inadeguata alla loro condizione umana e, perciò, da ostacolare, da sfuggire a costo di farsi latitanti e banditi.
Quanto l'apparato giudiziario italiano abbia fatto per guadagnarsi questa fama non è ora il caso di esaminare. Non parliamo ovviamente del viceré sabaudo Carlo Emanuele di San Martino che amministrava la giustizia andando in giro per l'isola in compagnia del boia e con una grossa scorta di robusto cordame. E' un fatto, però, che gli orientamenti e le insufficienze stesse degli organi giudiziari hanno avuto anch'essi un loro peso nel favorire la persistenza, se non proprio l'incremento dei fenomeni di banditismo…
Per quanto poi riguarda l'attività degli organi giudiziari, si può citare da recenti e qualificate pubblicazioni: «La Magistratura raramente si interessa delle notizie inqualificate di reato, cioè della denuncia della stampa e, troppo spesso, si ha l'impressione, incrimina per calunnia chi si lamenta di aver subìto angheria da parte dei pubblici poteri. Appare strano che ogni radunata sia sediziosa; che i cortei, le proteste in massa… finiscano regolarmente sul banco degli imputati… Resistenza a che cosa? Alle manganellate? Oltraggio ad un poliziotto che allenta calci? Istigazione a delinquere perché si invitano i cittadini a non farsi sopraffare dalle bastonate, anche se si tratta di bastonate di pubblici ufficiali? Blocco stradale perché una massa di studenti e di operai si siede per terra per protestare contro qualcosa?» «Vi sono dei magistrati mentalmente inadatti a giudicare, protetti da un malinteso solidarismo di casta che i cittadini scontano. Ma ancora peggio, quando le procure sono rette da magistrati angusti, pieni di tetraggine misoneista, pronti a ficcar dentro ogni disgraziato e ossequiente nei confronti delle autorità pubbliche e private». …Quanto ai pastori sardi, poi, sembra che i giudici non abbiano avuto davvero la mano leggera, se è vero che «basta vedere quante sentenze di condanna delle Corti di assise della Sardegna sono state riformate in sede di rinvio dai giudici della penisola».
Logicamente - continua il Cabitza - questi passi non autorizzano giudizi generali corrispondenti. Essi sono però una pennellata di un quadro di per sé già abbastanza scuro, in cui l'ordinamento giudiziario, malgrado la Costituzione e le varie innovazioni, ha ancora la figura dell'ordinamento fascista. Di tipo fascista è, inoltre, la formazione di non pochi degli alti gradi della Magistratura. Il che comporta, a proposito della lotta contro la criminalità in Sardegna, un continuo ritorno dei Procuratori generali della Repubblica sulla richiesta di ripristino del confino di polizia o almeno alla richiesta, da parte dei magistrati competenti, della denuncia ad ogni «eccessiva e pericolosa indulgenza» nell'applicazione delle misure di prevenzione, quali la sorveglianza speciale e il domicilio coatto. Quando poi queste strutture organizzative e ideologiche dell'amministrazione giudiziaria non sono sufficienti a far adottare dai magistrati provvedimento graditi ai ceti dominanti, si mette in moto il meccanismo delle pressioni politiche, anche di parte governativa, delle campagne di stampa, che invocano “la caccia grossa” contro i “pastori-banditi”, il capovolgimento della presunzione dell'innocenza, la soppressione del diritto di difesa, l'abolizione dei diritti costituzionali.
L'incriminazione, in verità assai rara, di qualche poliziotto, la scarcerazione di un pastore in stato di detenzione preventiva, il rigetto della proposta di un questore di mandare un innocente al domicilio coatto, sono altrettante occasioni per far sì che il giudice, autore di quelle decisioni, venga guardato con sospetto, calunniato, aggredito moralmente dalla stampa, da certi ambienti della polizia, da molti parlamentari e uomini di governo, dagli stessi sardi.
In altre parole, è sempre in atto il tentativo d'inserire l'amministrazione della giustizia in un “piano” di repressione dei pastori che è essenzialmente politico e che le dovrebbe essere estraneo, specie quando esso implica lo sconfinamento dai limiti dell'ordinamento giuridico positivo. Perciò la legge, a cui lo Stato impone obbedienza, è spesso solo un penoso gravame, una fonte inesauribile d'obblighi e di divieti e mai di diritti, spesso un pretesto appena mascherato per ingiustificate persecuzioni. Ma questo è il quadro di oggi, sotto la repubblica democratica. Si può bene immaginare quale sia stata l'amministrazione della giustizia durante i periodi della monarchia liberale e della monarchia fascista. Quali e quanti danni siano stati inflitti ai sardi da una repressione impostata e attuata secondo gli schemi del tipico colonialismo, nessuno saprà mai dire. Né dati statistici, né testimonianze, né l'immaginazione possono dare una descrizione vicina al vero dello strazio delle madri barbaricine. Il governo di Roma potrebbe dire quanti barbaricini sono stati uccisi in un secolo di Stato unitario. Potrebbe dire quanti anni di carcere sono stati erogati, quanti di confino, di domicilio coatto, di sorveglianza speciale; quanti anni di carcere preventivo hanno subìto pastori innocenti; quante famiglie sono state smembrate, quanti patrimoni andati in malora. E quanti pastori per paura del carcere preventivo o del confino, o per aver reagito ad un sopruso, hanno preso le vie della latitanza e del brigantaggio. E quanti sono oggi i barbaricini incarcerati? Sono certamente tanti, troppi; Non c'è una sola famiglia di pastore che non annoveri tra i suoi componenti chi, per una ragione o per un'altra, non abbia passato i suoi guai con la “giustizia”.
E' tempo, perciò - conclude il Cabitza - di sollevare con tutto l'impregno necessario il problema sociale dei detenuti e delle loro famiglie, di tanta gente, cioè, caduta, colpevole o innocente, sotto i colpi della repressione, che una concezione realistica della vita umana non può considerare come cancellata dalla faccia della terra.

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