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Articoli scritti da Ugo Dessy per la rivista A-Rivista Anarchica nel corso di alcuni anni


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Tratto da A-Rivista Anarchica  - n° 7 -  Ottobre 1981



I parchi dell'inganno


Quando alla fine degli Anni Sessanta il potere capitalista propose la creazione del Parco Nazionale del Gennargentu ci fu ferma risposta negativa da parte delle popolazioni sarde, quasi una sollevazione popolare preceduta e animata da un dibattito politico di base di così ampia partecipazione da non avere l'uguale nella storia della Sardegna. L'idea del Parco Nazionale del Gennargentu viene studiata dalla Generalpiani nel 1962 e inserita nella legge 588, la legge della Rinascita - la famigerata latitante che servì alla classe dirigente regionale per coprire l'invasione e la rapina coloniale del capitalismo. L'idea del Parco, nelle sue più profonde motivazioni, si rifaceva al Piano Mansholt - l'Europa divisa in aree di uso e produttività diversificate secondo l'interesse del capitalismo USA - ed era strutturato in tre zone, ciascuna caratterizzata da differenti vincoli. La prima zona, di riserva integrale, divisa a sua volta in tre zone: a) territorio dei comuni di Arzana, Desulo, Fonni, Gairo, Seui e Villagrande; b) territorio dei comuni di Oliena, Orgosolo, Talana e Urzulei; c) territorio dei comuni di Baunei e Dorgali. La seconda zona, di riserva generale guidata, comprende i territori precedenti più quello di Aritzo. La terza zona, di pre-parco, costituita da una fascia che delimita le due precedenti, con la funzione di preparare e proteggere il Parco. Si estende sui territori dei comuni di Arzana, Baunei, Dorgali, Fonni, Ilbono, Lanusei, Talana, Urzulei, Villagrande Strisaili.
I vincoli relativi a ciascuna zona sono i seguenti. Per la prima zona.
Divieto di ogni sfruttamento forestale, agricolo, minerario; di ogni prospezione e scavo, sondaggio, terrazzamento, costruzione; di ogni lavoro tendente a modificare l'assettto del terreno o della vegetazione; di ogni atto che rechi turbamento alla flora o alla fauna; divieto di introduzione di specie zoologiche e botaniche indigene o importate. Vi si potrà accedere soltanto mediante visite autorizzate e accompagnate e vi sarà vietato il campeggio. Per la seconda zona. Divieto di caccia e di pesca, di ogni sfruttamento minerario; di ogni atto che rechi turbamento alla flora e alla fauna; di introduzione di qualsiasi specie zoologica e botanica; di ogni costruzione. Saranno consentiti il pascolo e l'allevamento solo se questi no comporteranno opere di sistemazione che modifichino il paesaggio naturale e non turbino comunque l'attuale vita animale e vegetale. Per la terza sona.
E' previsto un piano paesaggistico. E' previsto un vincolo forestale per la conservazione del patrimonio arboreo e un piano di rimboschimento. Divieto di introdurre piante estranee. Obbligo di piani regolatori per la rete urbanistica. Caccia regolamentata dall'Ente Parco. Divieto di aprire miniere o cave. Controllo di modifiche a piani urbanistici da parte dell'Ente Parchi.
Il momento scelto dai padroni al governo per far passare il progetto del Parco del Gennargentu era quanto mai sbagliato. Alla fine degli Anni Sessanta l'Isola era in fermento, diciamo pure alla soglia di una vasta sollevazione popolare. Le cause del malcontento popolare sono note:
smantellamento delle miniere; l'agricoltura depressa e scoraggiata in ogni modo (l'ETFAS ha in pratica questa funzione insieme a quella di disarticolare il movimento cooperativistico contadino); l'allevamento iugulato e prostrato con il ricatto dei pascoli e il ricatto dell'industria casearia in mano i primi ai latifondisti assenteisti e la seconda al capitale continentale; la pesca abbandonata a forme e tecniche rudimentali, schiacciata da una concorrenza straniere con tecnologie altamente produttive (la regione sarda è in quel periodo presente con un solo moderno peschereccio… in disarmo!); il turismo lasciato in balia degli speculatori stranieri che si impadroniscono di quasi tutte le coste; l'occupazione militare sempre più massiccia e oppressiva; impianto delle petrolchimiche, non soltanto cattedrali nel deserto ma "cattedrali che producono il deserto"; redditi bassi; disoccupazione; emigrazione che raggiunge gli aspetti drammatici dell'esodo in massa. Infine, su questa situazione di pianificato sfacelo economico e sociale, si inserisce il disegno di sperimentazione nell'Isola di nuove tecniche di repressione popolare: in una situazione di malcontento che favorisce il sorgere di fenomeni di banditismo nelle zone interne, nuovi fenomeni di criminalità vengono incentivati per dare il pretesto a speciali forze di polizia di sperimentare sul vivo i piani di controllo militare del territorio e della gente: battute, rastrellamenti, arresti in massa, operazioni di controguerriglia con esercitazioni di truppe paracadutate e così via.
La situazione è esplosiva. Si comincia con il contestare i metodi repressivi della polizia, poi l'amministrazione della giustizia, infine la credibilità non soltanto del piano di rinascita ma della stessa classe dirigente e di partiti politici tradizionali. Nasce e si sviluppa un vasto movimento popolare anticolonialista, sostenuto da forze e gruppi extraparlamentari. Un movimento apparentemente culturale che getta le basi per un fronte nazionalista, per il separatismo. Un movimento che verrà appoggiato anche da forze rivoluzionarie esterne (Feltrinelli, anarchici, marxisti-leninisti) senza per altro riuscire mai a coagularsi con il tessuto rivoluzionario popolare sardo. Dopo i Centri di cultura laici di formazione civica, che hanno svolto un importante funzione di sensibilizzazione politica sui problemi di comunità in Sardegna, nascono i Centri culturali politici nei più importanti centri delle Barbagie, a Baunei, a Talana, a Orgosolo, eccetera. Il Teatro Dioniso agisce a Mamoiada. Di quegli anni sono le rivolte di Orgosolo: la prima, che dichiara decaduta l'amministrazione comunale, che ribattezza il municipio "casa del popolo" e getta le fondamenta per "la repubblica di Orgosolo"; la seconda, contro l'occupazione militare dei pascoli di Pratobello.
La risposta che nel 1969 le popolazioni danno alla proposta di creazione del Parco del Gennargentu è decisa, dura, politicamente motivata. Leggendo le prese di posizione delle diverse comunità sarde - purtroppo ancora inedite - si ha una chiara dimostrazione di conoscenza della questione e di maturità e responsabilità rivoluzionarie. La valutazione negativa del Parco è unanime. Viene demistificata l'intenzione del padrone capitalista che sostiene di voler creare il Parco in difesa della natura. L'intenzione dei padroni - viene gridato - è quella di "far sparire dalla carta geografica circa la metà della provincia di Nuoro". Lo scopo neppure tanto inconfessato del potere capitalistico è quello di un progressivo spopolamento delle zone interne, in funzione di uno sviluppo capitalistico da rapina nei poli di Cagliari e Sassari; Si parla perfino di "una soluzione finale del popolo sardo" - intendendo per "sardo" il barbaricino, il pastore, la componente primaria e resistente della cultura sarda. In un suo documento, il Circolo culturale giovanile di Baunei, scrive sottolineando: "Respingere il Parco e il Piano per la pastorizia è un urgente necessità perché si tratta di salvare la propria esistenza sia come entità numerica sia,  soprattutto, come civiltà".
Certamente è puttanesco, sfacciatamente puttanesco che il sistema di potere capitalistico si proponga all'unanimità come il difensore della natura, quand'egli è il primo e unico responsabile dell'inquinamento e della degradazione della natura. Quando per la prima volta saltò fuori l'idea del Parco del Gennargentu, con altri sardi espressi la mia opinione negativa. E non perché non trovassi e non trovi utili i parchi e necessaria la protezione del patrimonio naturale,  delle specie animali e vegetali. In questo senso il mondo dovrebbe essere pieno di parchi. Ma non si può pensare di salvare la natura senza salvare l'uomo. Prima dei parchi per la protezione della natura o insieme a questi bisognerebbe vedere sorgere "parchi per gli uomini" - dove essi possano vivere liberi e felici. In una società fatta a misura d'uomo, l'uomo vive come componente della natura e non c'è neppure bisogno di parchi e riserve per salvare specie animali, vegetali e umane in via di estinzione a causa della criminale opera di rapina e sterminio da parte del potere economico.
Scrivevo testualmente allora, ed ero - come per altri problemi della mia terra - un facile profeta: "Il problema della conservazione e della difesa della natura è diventato il leit motiv dell'ultimo scorcio del secolo ventesimo e probabilmente continuerà ad esserlo anche nel ventunesimo - sempre che l'umanità abbia a trovare in futuro l'aria sufficiente per ossigenarsi il cervello. Un problema di per sé chiaro e semplice e allo stesso tempo irrisolvibile. Gli uomini - o chi per essi - sono andati costruendosi un tipo di civiltà che si sviluppa a scapito della natura; il progresso umano sembrerebbe cioè andare di pari passo con la distruzione del patrimonio naturale e quindi dello steso uomo che ne è parte e che della natura ha bisogno per vivere. Ci troviamo davanti a un formidabile rompicapo: se vogliamo mangiare dobbiamo sorbirci l'inquinamento e tutti i veleni e i condizionamenti della civiltà industriale; se vogliamo conservare il patrimonio naturale e una certa autonomia e dignità dobbiamo crepare di fame. Sul piano ideologico, questo rompicapo sta già creando una confusione del diavolo: non si capisce più chi siano i conservatori e chi i progressisti. Infatti, vediamo certi capitalisti e intellettuali di indiscussa fede rivoluzionaria battersi insieme in difesa della natura minacciata e vediamo altri capitalisti a braccetto con leaders dei popoli ex coloniali promuovere l'industrializzazione delle aree sottosviluppate per migliorarne il tenore di vita, seppure ciò comporterà anche lì la distruzione del patrimonio naturale, su cui poi altri capitalisti-Cassandre spargeranno fiumi di lacrime. La Sardegna - regione autonoma - è una di queste aree che ha imboccato la via della industrializzazione per uscire - dice - dalla sua millenaria arretratezza. con quali risultati dirò più avanti, brevemente.
Ci si chiede se l'umanità, davanti alla minaccia della propria distruzione, non si decida a modificare le attuali strutture dell'attuale sistema per aprirsi finalmente una strada nuova, dove il progresso umano coincida con la conservazione dell'equilibrio naturale. Purtroppo è utopia una nuova società che non sacrifichi su alcun altare i valori e le esigenze naturali dell'uomo. Utopia non perchè una tale società non possa organizzarsi ed esistere, ma perché nella sua grande maggioranza l'umanità è assente o è incapace o è incatenata: a decidere del presente e del futuro di tutti sono i pochi, gli eletti, i privilegiati - ovunque nel mondo.
Io ho fede nell'uomo, nella sua capacità di redenzione: egli ha in sé ogni seme di progresso. Ma non basta la fede. L'uomo delle aree industriali è ridotto a un automa, vive condizionato dagli impulsi che gli manda la centrale del sistema consumistico. L'uomo delle aree sottosviluppate è ridotto ad animale famelico che vive nel continuo assillo del cibo per sfamare se stesso e i propri figli. L'uomo, nei due diversi poli, non si trova quindi nella condizione ideale per recepire e portare avanti il discorso sull'ecologia. Neppure quando stesse per crollargli addosso il mondo intero.
Un circolo chiuso, purtroppo. Uno dei tanti che sembrerebbero creati apposta dai pochi che detengono il potere per mantenere le grandi masse popolari in uno stato di perenne incapacità e irresponsabilità. Credo che anche in questo caso valga il principio secondo il quale senza le masse popolari coscienti e responsabili non esiste vero progresso… Organizzazioni ed enti vanno sorgendo come funghi "in difesa della natura". Sono certamente iniziative utili: è giusto difendere anche un solo albero minacciato dalla scure di un boscaiolo o anche un solo passero minacciato dal fucile di un cacciatore. Ma non mi basta difendere l'albero e l'uccellino. Non mi basta denunciare all'opinione pubblica, e se possibile al magistrato, i danni che provocano gli scarichi inquinanti di una fabbrica. Non mi basta denunciare la dissennata utilizzazione di antiparassitari che modificano l'equilibrio biologico e provocano irreparabili danni alla flora e alla fauna batterica e quindi all'agricoltura. Penso anche a quell'animale chiamato uomo: bruciato dal napalm, chiuso a imputridire nelle galere, gettato a morire di fame tra pietre sterili o isterilito sotto colate di cemento, sfruttato o umiliato.
E' vero che gli uomini hanno usato e usano lo sterminio e l'addomesticamento per dominare il regno della natura; ma è anche vero che i pochi che detengono il potere usano gli stessi metodi per dominare i molti - i loro simili.
Bisogna dunque salvare gli uomini per salvare la natura. Per salvare i pastori e i contadini sardi è stato deciso di portare nell'isola le industrie. Per stimolare i capitalisti lo stato e la regione hanno varato a tamburo battente un mucchio di leggi di incentivazione. Sono arrivate le petrolchimiche, quelle che costano di più, che impiegano meno manodopera, che danno maggiori profitti al padrone e che producono più danni all'ambiente, inquinandolo e desertificandolo. Non hanno salvato il pastore e il contadino e in più minacciano l'estinzione della flora e della fauna. E allora ecco arrivare i Parchi Nazionali, la nuova ancora di salvezza, l'ennesima truffa: dovrebbero "conservare" e "proteggere" ciò che resta della natura (ciò che il capitalismo non ha estinto e degradato dopo la rapina e l'inquinamento) e in quell'ambiente "sterilizzato" dovrebbe inserirci gli ultimi sardi-barbaricini, i sopravvissuti, costretti in una "riserva", da usare e vendere come elemento di falclore.
Non so dire quanto oggi possa opporsi al popolo sardo a questa nuova mossa coloniale della consorteria al potere. Il movimento anticolonialista e di opposizione, che ebbe alla fine degli anni sessanta i suoi momenti di maggiore forza unitaria e di più alta coscienza civile, attualmente è diviso e debole - e a ciò hanno contribuito una spietata repressione che ha criminalizzato le giovani leve e soprattutto il tradimento delle vecchie leve che si sono integrate nel potere, che si sono vendute al sistema parlamentaristico, che si sono staccate dal popolo, preferendo alla lotta di massa la più comoda e meno pericolosa lotta "legalitaria" all'interno delle istituzioni.


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Tratto da A-Rivista Anarchica n. 1 febbraio 1984


La società della guerra

"La militarizzazione della Sardegna" è il titolo della relazione che Ugo Dessy ha preparato per il convegno di studio organizzato dalla Federazione Anarchica Italiana sul tema "Industria bellica e militarizzazione dello Stato" (Livorno, 11-12 febbraio 1984). Ne pubblichiamo qui la parte iniziale e le "considerazioni sul militarismo" che chiudono la relazione. Per ragioni di spazio tralasciamo la parte centrale della relazione, dedicata all'analisi specifica del militarismo in Sardegna e soprattutto ad un elenco dettagliato ed aggiornato dell'occupazione del territorio sardo da parte di basi, poligoni, depositi militari, postazioni missilistiche, ecc.
Ugo Dessy (Terralba, 1926) ha sempre partecipato attivamente alle lotte sociali del popolo sardo, tra le quali le occupazioni delle terre incolte e le lotte antifeudali dei pescatori e della popolazione di Cabras. Negli anni '50 e '60 è stato tra i promotori dei primi centri laici e libertari in Sardegna, muovendo dall'esperienza di educazione popolare fatta con i gruppi di Ignazio Silone nell'associazione italiana per la libertà della cultura.
E' stato tra i relatori al 1° congresso antimilitarista (Milano, 4 novembre1969) promosso da radicali, anarchici, antimilitaristi, nonviolenti. La sua relazione documentò per la prima volta il processo di militarizzazione del territorio sardo: fu pubblicata da Umanità Nova, giornale con il quale Dessy collaborò per due anni.
A partire dalla fine degli anni '60, Dessy ha pubblicato numerosi volumi (L'invasione della Sardegna; Stato di polizia, giustizia e repressione in Sardegna; Un'isola per i militari; Quali Banditi?; La Maddalena, morteatomica nel Mediterraneo; ecc. ecc.) ed ha collaborato a vari periodici, trai quali - a partire dall'80 - la nostra rivista.
Nel momento in cui scriviamo queste note, Dessy si trova ricoverato a Verona per un delicato intervento al cuore. Gli giungano così gli auguri fraterni della redazione di "A" e di quanti ne apprezzano l'impegno sociale spesso parallelo al nostro.

Un'analisi corretta sulla natura e sui fini del militarismo non si può fare senza una tensione ideale che muove dall'amore e dal rispetto per la vita umana, non si può fare senza l'angosciosa preoccupazione che la sopravvivenza dell'Umanità è legata a un filo che può essere spezzato da una incognita.
Molte e qualificate sono le voci di monito e di allarme che si sono levate per dire ai potenti della terra di porre fine alla guerra una volta per tutte mettendo al bando gli armamenti. Come quella di Albert Einstein: «O l'umanità distruggerà gli armamenti o gli armamenti distruggeranno l'umanità» o di Bertrand Russell: «Nessuno dei mali che si vogliono evitare con la guerra è un male così grande come la guerra stessa». Voci certamente importanti, ma insufficienti senza la voce dei popoli che abbiano preso coscienza, che sappiano imporre la loro volontà di pace e di fratellanza.
Mi sono reso conto che i valori più eccelsi dell'uomo - perfino la libertà e l'amore - non hanno alcun significato se allo stesso uomo è negato il diritto di esistere. Se non si allontana prima lo spettro dello sterminio nucleare dall'umanità, non si può fondare alcuna certezza, nulla è credibile. Per questa ragione, da molti anni dedico la maggior parte del mio lavoro alla questione della militarizzazione della mia terra e alla diffusione di tutti quegli elementi conoscitivi, utili - a mio avviso - alla acquisizione di una coscienza civile che si traduca in una ferma opposizione alla guerra, alle armi, alla violenza.
La Sardegna si colloca insieme agli altri paesi o regioni del mondo afflitti da un sottosviluppo che è propriamente sfruttamento coloniale. Si colloca cioè sul piano e nella dimensione (culturale, sociale e politica) dei paesi del Terzo Mondo, e pertanto nella logica storica rivoluzionaria di un movimento dei popoli oppressi da poteri egemonici, esterni o interni.
Nella attuale fase di colonizzazione della Sardegna - che ha visto entrare nell'area del Mediterraneo una nuova potenza, gli USA- sono tre le principali linee perseguite dal capitalismo: 1) l'utilizzazione dell'isola come area di basi e servizi militari; ?) come area di servizi petrolchimici, nucleari e di impianti consimili, finanziati dallo stato, di alto costo e bassa occupazione, ecologicamente inquinanti e culturalmente disgreganti; 3) come area di servizi di bassa forza e di sperimentazione sul vivo di tecniche e strumenti oppressivi e repressivi, per la conservazione del potere e il controllo totale dell'uomo. In questa terza linea rientrano numerose utilizzazioni tipiche del vecchio colonialismo: la sperimentazione di sostanze tossiche; lo sfruttamento della forza-lavoro come manovalanza a basso costo nelle industrie estere e del Nord, e come bracciantato ascaro da intruppare nei corpi militari e di polizia; l'utilizzazione di comunità storicamente resistenti alla penetrazione coloniale, come le Barbagie, per sperimentarvi nuove tecniche antiguerriglia con speciali corpi militari.
Affinché queste principali linee del disegno di potere dell'imperialismo potessero perseguirsi senza intralci, era necessario smantellare e liquidare, in tempi brevi, le strutture autonome del popolo sardo: le sue istituzioni, la sua cultura, le sue tradizioni, la sua economia, la sua lingua - in una parola la sua identità.
Per comprendere fino a che punto sia arrivato tale disegno di dominio, è sufficiente vedere ciò che resta della economia tradizionale dell'isola: la crisi, lo sfacelo della agricoltura, dell'allevamento, della pesca; lospopolamento, l'abbandono delle campagne; lo smantellamento delle industrie estrattive; l'emigrazione di circa un terzo della popolazione che configura un vero e proprio esodo coatto; la sistematica repressione poliziesca contro i pastori - fulcro della resistenza agli invasori di sempre; ed è sufficiente vedere ciò che resta della cultura e delle tradizioni del popolo sardo: una cultura dapprima razzisticamente «inferiorizzata», quindi «mummificata»e infine «mercificata» ad uso del turista straniero. Va sottolineato che il determinarsi e il perpetuarsi di una situazione coloniale, passa anche, evidentemente, attraverso l'oppressione culturale, con la eliminazione o la riduzione delle capacità espressive di un popolo.
Nell'attuazione di questo piano di colonizzazione, gioca un ruolo importante l'ormai consolidata dipendenza storica, economica, politica e culturale della classe dirigente sarda, quella che definiamo borghesia compradora o dipendente. Che ha mostrato e mostra i suoi interessi e le sue vocazioni con pesanti connivenze con il potere dei colonizzatori. Grossolani sono stati inoltre gli errori dei partiti della sinistra parlamentare, in particolare del PCI, che sosteneva un processo di sviluppo nell'isola mediante le industrie petrolchimiche - convinto che avrebbe così creato nell'isola una classe operaia aumentando il proprio peso politico nella regione.
Nel secondo dopoguerra, come in altri paesi coloniali o semicoloniali, anche in Sardegna si sono sviluppati movimenti di liberazione e di riscatto popolari. La nascita di un forte movimento cooperativistico nell'area contadina, e più particolarmente il movimento per la occupazione delle terre incolte, sono fenomeni rivoluzionari di rilievo in quel periodo. Ed è in risposta a questi movimenti popolari di riscatto civile che viene programmato e imposto dai vertici del potere capitalista un certo modello di sviluppo industriale per la Sardegna. E' infatti da molti studiosi condivisa oggi la tesi che la scelta delle imprese impiantate nelle diverse aree dell'isola, delle loro caratteristiche e delle relative forme di insediamento, è stata fortemente se non del tutto condizionata al conseguimento di obiettivi di ordine sociale, definiti preminenti sul piano politico. Ne consegue allora che la storia dei programmi di impianto delle industrie petrolchimiche coincide in gran parte se non in tutto con le vicende storiche, con le idee e con le lotte, che hanno caratterizzato e caratterizzano la Sardegna, come popolo e come territorio, soggetta alla aggressione coloniale.
Gli economisti programmatori, fiancheggiatori del capitalismo colonialista, per giustificare l'attuale situazione di crisi economica che travaglia l'Isola, sostengono la tesi che la scelta delle industrie petrolchimiche è stata «dolorosa ma necessaria per creare le condizioni indispensabili e preliminari alla nascita di una industria di trasformazione».
E' una teoria che può essere confutata in via teorica e pratica, e altri lo hanno già fatto. Qui basterà dire che questa teoria ignora del tutto, nel momento che viene sostenuta ancora oggi, che la creazione dell'industria di base come passo «doloroso ma necessario» per la verticalizzazione dei processi produttivi, è una esperienza fatta in Sardegna da oltre quindici anni, senza che di fatto sia seguita la nascita di industrie di trasformazione.
Le petrolchimiche sono state da qualcuno definite «cattedrali nel deserto».
Io aggiungo che sono «cattedrali che hanno prodotto il deserto».

Per una Sardegna neutrale e disarmata

L'utilizzazione militare della Sardegna da parte di potenze egemoniche è vecchia di secoli; ma soltanto in tempi recenti, con l'evoluzione tecnologica degli armamenti diventa un fatto storico di grande rilievo. Con l'avvento del nucleare, la potenza distruttiva delle armi è tale da costituire di per sé il problema più drammatico tra quanti l'umanità ne abbia mai affrontato, perché è messa in gioco, concretamente, la sua
sopravvivenza. Inoltre, ancor prima del loro impiego nella guerra, gli armamenti nucleari costituiscono già una aggressione contro l'intera umanità, a causa delle contaminazioni radioattive che le sperimentazioni comportano. Infine, viene fatta una considerazione di ordine politico-sociale: l'utilizzazione dell'energia nucleare comporta la nascita di una tecnocrazia con un potere praticamente incontrollabile dal basso; da luogo a un sistema con particolari misure di sicurezza, quindi la militarizzazione del territorio e in definitiva il controllo totale da parte del militarismo sulla società civile.
La Sardegna, comunità storicamente non aggressiva, tecnologicamente a livello elementare e autarchico, con strutture socio economiche autoctone di tipo arcaico, è stata suo malgrado coinvolta in una dinamica di confronto e di scontro tra due imperi di altissima tecnologia di tipo aggressivo, con immense risorse e capacità produttive. Il popolo sardo è totalmente estraneo, per cultura evocazione, a un siffatto scontro, ma non sa estraniarsene come vorrebbe a causa della sua immaturità e debolezza politica. Tuttavia, allo stato attuale della situazione internazionale, delle norme che ancora regolano i rapporti tra le nazioni, esistono concrete ipotesi per il riconoscimento di una nazionalità sarda, raggiungibile per vie pacifiche, con la volontà unitaria del popolo, quando ciò significherebbe contemporaneamente la nascita di un nuovo Paese mediterraneo decisamente neutrale, unilateralmente disarmato, idealmente vicino ai popoli che si battono per l'indipendenza, per la libertà, per la pace.
Anche l’attuale dibattito e le iniziative per il riconoscimento, la conservazione e lo sviluppo dell'identità culturale e linguistica dei sardi, hanno un senso storico e politico, se si pongono come fine ultimo la creazione non di un altro stato satellite, ma di un paese nuovo e più avanzato sul piano dei valori civili, con strutture smilitarizzate e disarmate, pacifico e difensore della pace.
Con l'avvento dell'era tecnologica, la filosofia della violenza, del militarismo, della corsa agli armamenti, porta ineluttabilmente alla guerra, allo sterminio dell'umanità, alla fine della vita sulla terra. L'unica filosofia politica oggi vincente è quella della non-violenza, del disarmo totale, della pace; è l'unica che possa garantire la sopravvivenza dell'umanità, del progresso e della civiltà.
Tutto ciò significa anche dover prendere atto, preliminarmente, della complessa realtà militare in cui la Sardegna è comunque immersa, conoscere la struttura della moderna macchina bellica e le nuove strategie che la muovono, conoscere i disegni del militarismo nazionale e internazionale, e i rapporti di interdipendenza tra potere militare e potere economico e politico, e gli stretti 'legami che uniscono la scienza e la tecnologia con l'arte della guerra, conoscere infine le capacità distruttive delle nuove armi e i loro costi e i pericoli mortali che costituiscono per l'uomo e per il suo ambiente - sia come presenza «passiva», sia come presenza «attiva» quando fossero usate.
Se é vero che queste armi costituiscono un pericolo mortale già in atto per via della contaminazione da esperimenti, e che in vista del loro uso costituiscono un pericolo per la sopravvivenza dell'umanità, è anche vero che per alcuni paesi, come la Sardegna, più direttamente e pesantemente coinvolti, si aggiungono i danni derivanti dalla presenza di basi nucleari: non soltanto per eventuali incidenti o per la certezza d'essere i primi a subire un attacco atomico, offensivo o di ritorsione, ma per le pesanti limitazioni che comportano allo sviluppo economico e sociale della comunità.

Ma questa «pace» è una menzogna

Per finire, vorrei fare alcuni considerazioni sul militarismo.
Si sta diffondendo il principio secondo cui un conflitto tra due o più stati, con armi convenzionali e geograficamente limitato, non è la guerra: riservando l'uso di questo termine a conflitti generalizzati, come quelli del '14-'18 e del '39-'45. Da qui l'idea, che contagia un po' tutti - forse anche sostenuta da inconscio desiderio - che dal 1945 il mondo sta vivendo un lungo periodo di pace. E questa pace - sottolineano i governanti - la stiamo godendo grazie agli eserciti e alle armi, che bisogna potenziare sempre più, giusto il principio di quei ladroni che furono gli antichi romani: «Si vis pacem para bellum».
In verità, mai pace fu più armata e giù guerreggiata di questa che stiamo vivendo. In 36 anni, dal 1945 al 1981 - secondo le statistiche - si sono avuti nel mondo oltre duecento conflitti e centocinquanta sanguinosi colpi di stato, per un totale di 5 milioni di morti e oltre 100 milioni di feriti.
E in questi ultimi due anni assistiamo a un rialzo delle attività belliche - dal conflitto anglo-argentino per le Falkland a quello tra iraniani e
iracheni; dal Ciad al Libano, a El Salvador, al Nicaragua, all'Afghanistan, fino allo sbarco dei marines USA a Grenada. Per non parlare di quel sempre più diffuso fenomeno di criminalità politica, detto terrorismo, organizzato su schemi militari, che svolge vere e proprie azioni di guerra. E qui, per inciso, va detto che a mio avviso la diffusione del terrorismo non è da considerarsi semplicisticamente «rivolta delle classi oppresse», ma più precisamente atti di guerra non dichiarata tra potenze rivali, per destabilizzarsi l'un l'altra. Insomma, un modo neppure tanto nuovo, di portare lo scompiglio in casa d'altri, quando non anche in «casa propria», con il terrore delle stragi.
Un così gran numero di conflitti, sia pure geograficamente limitati, ha comportato danni immensi alla economia dei paesi belligeranti; e nel contempo ha portato ingenti profitti ai paesi produttori e trafficanti di armi. Il commercio delle armi nel mondo è stato valutato nel 1980 intorno ai centomila milioni di dollari all'anno. Stati Uniti e Unione Sovietica sono i maggiori produttori di armi; essi hanno quindi tratto i maggiori profitti da queste guerre e da queste stragi - oltre ad avere avuto l'opportunità di sperimentare «sul vivo» nuovi sistemi di armi e nuove strategie belliche.
Dal canto suo, l'Italia dell'inflazione e della disoccupazione risulta essere uria delle nazioni maggiormente impegnate nel traffico di armi: è al
quinto posto nella graduatoria dei paesi cosiddetti «civili».
Quale pace, dunque, stiamo vivendo, sta vivendo il mondo, se ogni anno si producono e si vendono e si usano ben 100 mila milioni di dollari di armi?
Produrre armi significa fare guerre, assassinare. E' ovvio che una guerra non può farsi senza armi. E dunque, per raggiungere la pace è necessario smantellare le industrie belliche, é necessario il disarmo. Questa è la prima considerazione che emerge dal semplice buonsenso.
L'esistenza di eserciti, di forze armate, di armamenti, di strategie belliche vengono giustificati dal potere degli stati come necessari alla difesa territoriale delle nazioni, al mantenimento dell'ordine interno, in definitiva per conservare la pace. Una pace armata e guerreggiata come quella attuale è una falsa pace. Io credo in una pace senza armi, in una pace pacifica. Se vogliamo la pace dobbiamo preparare la pace.
Che cosa sono e a cosa servono gli eserciti? Quali sono i legami tra il militarismo e il potere?
Partiamo da un primo dato di fatto. In tutti gli stati - qualunque sia l'ideologia cui dicono di ispirarsi, fascista, democratica, marxista- lo sviluppo scientifico e tecnologico della società civile è sempre dipendente da quello della organizzazione militare. I ritrovati della ricerca scientifica trovano sempre un impiego privilegiato nell'arte della guerra.
Per fare un esempio, lo sfruttamento dell'energia nucleare ha trovato impiego prima nelle bombe di Hiroshima e Nagasaki, poi nella propulsione di mezzi da guerra, e soltanto dopo come fonte energetica per uso civile.
Voglio dire che, in effetti, l'attuale modello di civiltà (nel senso di progresso civile) appare ed è la risultante dello sviluppo della organizzazione, della scienza, della tecnologia e della filosofia del militarismo.
Sarebbe utile, a mio avviso, fermare la nostra attenzione su questa ultima affermazione, per renderci conto fino a che punto i principi e le norme che regolano la nostra vita sociale, perfino quella affettiva, siano principi e norme ripresi o imposti dalla ideologia del militarismo. L'assunzione dell'individuo in ruoli, la divisione di compiti in dirigenti ed esecutivi, la gerarchizzazione e l'autoritarismo, le sanzioni disciplinari e le «promozioni sul campo» sono aspetti di una sostanza militare presente in tutte le istituzioni pubbliche e private: partito, sindacato, scuola, famiglia, posto di lavoro o di ricreazione. Ci ritroviamo così, in ogni momento della nostra vita, irreggimentati e intruppati, perennemente «sul piede di guerra», uomo contro uomo, sesso contro sesso, giovani contro adulti, ceto contro ceto, comunità contro comunità.
Questa è, comunque, una prima constatazione di fatto: che i principi e le norme della organizzazione militare tendono sempre a imporsi su quelli della organizzazione civile. Ne consegue, e possiamo facilmente constatarlo, che la cosiddetta crescita civile dei popoli è una falsa crescita: una crescita basata sullo scontro, sulla violenza, sulla rapina: una crescita mostruosa che allontana sempre più l'umanità dalla naturale e libera realizzazione di sé.
Vediamo ora un secondo dato di fatto: in ogni stato, in ogni nazione, borghese, marxista o scopertamente fascista, la funzione delle forze armate è sempre la stessa: una funzione duplice ma unica nella sostanza. Primo: conservare e rafforzare il potere all'interno mediante istituzioni coercitive e violente, leggi tribunali galere, per la repressione delle opposizioni popolari; secondo: estendere il potere all'esterno, mediante ricatti economici, guerriglie e terrorismo, fino alle guerre e alle occupazioni coloniali, per l'assoggettamento e lo sfruttamento di altri popoli.
Queste due funzioni del militarismo, all'interno e all'esterno del proprio paese, si esplicano con gli stessi mezzi e strumenti, diversamente dosati: la violenza delle armi e il ricatto economico; ma per seguono gli stessi scopi: l'assoggettamento e lo sfruttamento dell'uomo, la rapina e lo sfruttamento del patrimonio naturale, il monopolio della scienza e della tecnica e lo sfruttamento degli strumenti di produzione e dei mercati.
Oggi come ieri, come sempre, tutti gli eserciti non hanno il compito di difendere integrità territoriali, di difendere civiltà occidentali o orientali o di difendere valori democratici o socialisti: queste sono panzane per tentare di giustificare le stragi, le carneficine, per convincere i popoli a scannarsi tra loro. La verità è che tutti gli eserciti e tutte le istituzioni armate hanno lo scopo di conservare sistemi di potere basati sul privilegio di pochi e sullo sfruttamento di molti. Hanno lo scopo di reprimere le giuste lotte di liberazione degli oppressi; hanno lo scopo di assassinare i popoli che non si sottomettono, che resistono.
In qualunque latitudine si trovino, di qualunque colore politico si rivestano, i blocchi militari perpetuano la logica della violenza per conservare sistemi oppressivi; e sono sempre una minaccia per la pace, per la fratellanza, per la libertà, per il progresso dei popoli. Sempre e dovunque le forze armate, eserciti e polizie, tendono ad affermare l'uso delle armi come mezzo di confronto politico, economico, ideologico tra stato e stato, tra stato e cittadini. C'è ancora chi parla di eserciti «buoni», di eserciti «popolari», di eserciti «pacifici». La verità è che il concetto di guerra è e non può che essere consustanziale, strutturalmente connesso a ogni istituzione armata, a ogni istituzione creata e addestrata appunto per fare la guerra.

Non ci sono eserciti buoni

Io credo che dobbiamo rifiutare come falsa e mistificatrice la distinzione che si tende a fare tra eserciti «buoni» ed eserciti «cattivi», tra eserciti «democratici» ed eserciti «fascisti», tra eserciti «borghesi» ed eserciti «popolari». Questa distinzione serve in fin dei conti come copertura alla esistenza e alla legittimazione delle istituzioni armate - che in quanto tali sono sempre violente e fasciste, anche in quei paesi che si dichiarano «democratici» o «socialisti», perché sono sempre a guardia del privilegio dei padroni del potere, qualunque divisa indossino.
Questa distinzione è una manovra della consorteria al potere per far credere al popolo che gli eserciti si possono «democratizzare». Si vuol far credere che gli eserciti sono una «forza stabilizzante», di dissuasione, e perciò sono necessari per garantire la pace, e quindi «sono buoni». Si vuol far credere cioè che se le armi, le polizie, le galere, gli eserciti sono «democratici» (e magari «sindacalizzati») allora il popolo li sente amici, fraternizza, e magari è anche felice di farsi massacrare.
Personalmente non arrivo a capire che cosa può mai voler significare la «democratizzazione» di una istituzione di per sé violenta, una istituzione concepita, organizzata e addestrata per la distruzione, per l'assassinio di massa. Forse che un esercito democratico massacra democraticamente i popoli nemici, a differenza di un esercito fascista? Chi massacra più democraticamente il capitalismo USA o l'imperialismo sovietico? E che differenza può farci a noi, a noi popolo, l'essere massacrati, in caso di guerra, da una atomica proletaria anziché da una atomica borghese?
Se siamo veramente uomini di pace - veri cristiani o veri socialisti o veri libertari - dobbiamo dire no a tutti gli eserciti e a tutte le armi. Dobbiamo rifiuta re ogni forma di violenza - e non tanto e non soltanto condannare la violenza che viene dal basso, l'unica che abbia una sua legittimità nel bisogno di liberazione, ma anche e soprattutto la violenza che viene dal potere, dagli eserciti, dalle polizie, dalle galere, dalle leggi, dallo sfruttamento dei padroni.
Esaminiamo brevemente un terzo dato di fatto: con lo sviluppo della scienza e della tecnica, e con la sempre maggiore coscienza assunta dagli oppressi, il potere ha creato, per conservarsi ed estendersi, eserciti sempre più efficienti e ha prodotto armamenti sempre più distruttivi. Questo processo di ammodernamento delle forze armate comporta immense somme di denaro, immense energie di lavoro umano sottratte ad usi di pace, di autentico progresso. Comporta per il popolo immensi sacrifici, più sfruttamento e più fame.
Certamente esiste un rapporto di causa ed effetto tra le ingenti spese militari e le crisi economiche che travagliano le nazioni. Esiste un rapporto tra lo sperpero in armi e il sottosviluppo, la fame diffusi in due terzi del mondo. Di questo gli economisti del potere non parlano. Ripetono la solfa del deficit nella bilancia dei pagamenti con l'estero; dicono che noi importiamo più di quanto non esportiamo; che consumiamo più di quanto produciamo; e concludono con i soliti ammonimenti al cittadino che lavora: fare più sacrifici.
Questi stessi economisti, facendo iconti in tasca al lavoratore, dimenticano del tutto di fare un qualsiasi riferimento alle somme favolose che lo stato italiano - che, essi stessi dicono, «non ha calzoni sotto il culo» - spende per le forze armate, spende per dotare l'esercito degli armamenti più moderni e micidiali. Eppure, si sa, anche in fatto di armi, non siamo certo autosufficienti. Dobbiamo continuamente «aggiornarci» importando armi dall'estero, dagli Stati Uniti perlopiù, che appunto hanno costituito l'Alleanza anche per assicurarsi un mercato redditizio.
L'acquisto di armi per miliardi di dollari all'estero, non incide sulla bilancia dei pagamenti almeno quanto la bistecca?
A questo punto, la gente non può non chiedersi perché mai lo stato italiano, per ridurre il deficit della spesa pubblica, anziché aumentare le tasse e il costo della vita, anziché contrarre i salari e i consumi popolari, non diminuisca invece le spese militari, non riduca le voci in bilancio e fuori bilancio relative agli armamenti, che costano davvero un occhio della testa - e che diventano inutili dopo qualche anno, superati da nuovi e più distruttivi ritrovati.
Gli economisti del sistema fanno lo stesso discorso furbesco dei «signori della guerra»: danno per scontato che le forze armate siano «un servizio pubblico» di prima necessità. Un servizio, cioè, di cui fruirebbe il popolo.
E in base al mercantile principio del «servizio pubblico sempre efficiente», le spese per le forze armate sono in continuo aumento; e chi paga, ovviamente, è il popolo che ne fruisce. Tra parentesi. Definire le forze armate «servizio civile» sconfina nel grottesco. Considerato che gli eserciti servono per fare la guerra, cioè per massacrare i popoli, mi sembra quantomeno strano che siano gli stessi popoli a doversi pagare i boia e gli strumenti del proprio massacro - così come si paga per l'assistenza sanitaria o per la pensione. E' allucinante pensare che lo stato ci fa pagare il «diritto alla morte» molto più caro del «diritto alla vita»; se è vero, come è vero, che spende miliardi in armi da guerra e non spende una lira per salvare le vite umane dalla fame e dalle malattie.

Quanto costa la macchina della guerra

Quanto spende il popolo italiano per mantenere in piedi sempre più efficiente la macchina bellica? In Italia, dai 352 miliardi del 1950 si è passati ai 770 miliardi nel 1960; si è arrivati a 1.510 miliardi nel 1970 e si sono toccati 1 7.500 miliardi nel 1980. L'incidenza delle spese «ordinarie» per la cosiddetta difesa è mediamente del 15 per cento delle spese pubbliche dello stato. Ma non è dato sapere a quanto ammontano le spese «straordinarie» - bisogna sapere che il bilancio della difesa gode di un particolarissimo privilegio, tra tutti i bilanci dello stato: può essere soggetto a variazioni compensative anche dopo la sua approvazione, senza altri provvedimenti legislativi, semplicemente con un decreto del ministro del tesoro su proposta del ministro della guerra... pardon, della difesa.
Quando si dice che gli eserciti, la loro esistenza e il loro mantenimento, sono la causa principale del sottosviluppo e della fame nel mondo, si afferma una verità fondata su dati di fatto. Si prenda, ad esempio, la spesa governativa degli Stati Uniti per la Ricerca e lo Sviluppo. In milioni di dollari, al Dipartimento della difesa vanno ben 8.184; alla NASA, l'Ente spaziale di carattere preminentemente bellico, vanno altri 4.495 milioni di dollari; mentre alla Salute, Educazione e Benessere appena 1? 39 e infine allo Sviluppo urbano e abitazioni soltanto ?0. Questi dati sulla spesa per la sola ricerca (che sono riferiti al 1970) seguono uguale indirizzo anno per anno, con le debite proporzioni in crescendo - negli USA e nei paesi membri dell'Alleanza. E per analogia, nei bilanci dell'Unione Sovietica e dei paesi del Patto di Varsavia. Questi dati dimostrano, più di ogni altra tesi, le immense energie e ricchezze sottratte all'umanità, per gettarle sull'altare della potenza militare.
Il problema della fame nel mondo è principalmente una questione di scelte politiche: la spesa globale per mantenere in piedi le forze armate nel mondo é sufficiente ad alimentare una popolazione terrestre tre volte superiore a quella attuale.
Raoul Follerau, apostolo cristiano dell'antimilitarismo, ha scritto: "Con il prezzo di una bomba d'aereo si possono offrire 18.000 giorni di vacanza ai bambini che hanno bisogno di sole; con il prezzo di un carro armato si possono avere 84 trattori agricoli; con il prezzo di mantenimento di una divisione motorizzata si possono nutrire 40.000 persone per un anno; con il prezzo di due bombardieri si avrebbero medicinali necessari per curare tutti i lebbrosi del mondo: ecco il dramma della nostra esistenza".
Ai costi della macchina bellica propriamente detta, si aggiungono i costi degli impianti annessi e connessi, e delle infrastrutture nel loro insieme composte da viabilità, servizi logistici, di sorveglianza, di coordinamento, di controllo, di trasporto, di magazzinaggio, di acquartieramento, di fornitura di energia, eccetera.
Si pensi al costo di un silos sotterraneo per alloggiare un ICBM, ossia un missile intercontinentale, della portata di un Atlas o di un Titan - i mastodonti a combustibile liquido che, per evitare di essere colpiti da un attacco nemico, venivano protetti con spessori in cemento armato di ben 40 metri! Tutti miliardi andati in fumo. Ora questi missili hanno fatto il loro tempo e sono stati sostituiti con i Minuteman a propellente solido, più leggeri, ma di maggiore potenza. Gli USA, secondo dati ufficiali, possiedono almeno 1.000 Minuteman, ciascuno con testata nucleare fino a 2 megatoni, installati in basi sotterranee nel Montana. Ciascun silo di lancio è profondo 25 metri, con un diametro interno di 3,70, a prova di bomba nucleare.
La macchina bellica necessita inoltre di altre ingenti somme di denaro per mantenersi in esercizio quotidianamente, per esercitarsi nella guerra simulata - oltre che per la manutenzione, la riparazione e l'aggiornamento - ossia la sostituzione continua di armi superate con altre più efficaci. Ogni volta che leggiamo sulla stampa di una esercitazione militare che si svolge nel CAUC di Teulada o nel Salto di Quirra o in altre regioni del mondo appositamente desertificate, dobbiamo pensare che si stanno letteralmente mandando in fumo miliardi e miliardi di lire in forza-lavoro, in mezzi, in carburante, in armi, in esplosivi, in strutture che fungono da bersaglio, in patrimonio naturale. E a noi, gente che lavoriamo per vivere, piange il cuore ogni volta anche usciamo con la nostra automobile, per quanto ci costa
il carburante - e sono poche gocce, in confronto al fiume di carburante che quotidianamente bruciano i mastodontici mezzi delle forze armate, girando per terra, per mare, in cielo, soltanto per mantenersi in esercizio. Pensate che un cannone navale costa da 200 a 800 milioni - prezzo del '73, in lire non svalutate. E un obice di cannone, per esempio dell'M109, costa 90 milioni. E quanti 90 milioni di obici mandano in aria durante le esercitazioni?
Se andiamo a vedere i costi delle armi nucleari, ci troviamo con somme di migliaia di miliardi per un solo missile intercontinentale, tipo vecchio Atlas o nuovo Minuteman - senza contare il costo della carica nucleare che trasporta.
Il costo dell'esplosivo nucleare era - a metà degli anni Sessanta - di 35.000 dollari per kilotone. Come si sa il kilotone è l'unità di misura più
bassa dell'esplosivo nucleare, pari a mille tonnellate di tritolo. 35.000 dollari di allora sono oltre 500 milioni arrotondati di lire attuali. La "bombetta" di Hiroshima era di 20 kilotoni. Attualmente ci sono bombe che arrivano a 10 megatoni, cioè 10.000 kilotoni. In soldoni, bombe da circa 3.500 milioni di dollari; in lire attuali oltre 5.000.000 di milioni di lire. C'è da chiedersi che diavolo ci fanno i "signori della guerra", americani e russi, con bombe da 10 megatoni, che hanno una potenza esplosiva pari a 25 milioni di tonnellate di tritolo…Mania di grandezza schizofrenica.
Uno studio del 1961, di fonte occidentale, attribuisce agli USA una riserva di armi nucleari pari a 35 kilomegatoni; e all'Unione Sovietica almeno 20; per un totale mondiale di 55 kilomegatoni. Tradotti in bombe, fanno 35.000 bombe da un megatone; tradotti in esplosivo tradizionale fanno 55 miliardi di tonnellate di tritolo - qualcuno si è preso la briga di calcolare che con tanto tritolo si riempirebbe un treno merci lungo 15 volte la distanza tra la terra e la luna, andata e ritorno. Ma un successivo studio del 1968, di fonte americana, sostiene che il totale della riserva atomica mondiale ha già superato, a quella data, il milione di megatoni. Si avrebbero quindi ben 1.000 kilomegatoni contro i 55 della precedente stima.
 
Anche i militari sanno "risparmiare"

Una bomba da un megatone è più che sufficiente a distruggere una metropoli come Londra o New York o Mosca. Come si sa, Hiroshima fu rasa al suolo con una bomba di appena 20 kilotoni - e il kilotone è appena un millesimo del megatone. Più dettagliatamente, secondo gli allucinati calcoli degli esperti in guerra nucleare, una bomba da un megatone devasta una superficie terrestre di circa 70 chilometri; mentre gli effetti mortali immediati, per combustione di ogni creatura vivente, si verificano in un'area 9 maggiore; infine, gli effetti delle radiazioni si diffondono e persistono in un'area ancora più vasta, non facilmente delimitabile per i diversi fattori meteorologici che possono influenzarla. Per avere un'idea più concreta della terrificante potenza distruttiva del deterrente nucleare esistente nel mondo, valutato in 1.000 kilomegatoni (ossia un milione di megatoni) si pensi che la quantità di esplosivo lanciata da tutti gli aerei in conflitto durante la seconda carneficina mondiale, comprese le due bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, è pari ad appena 2 megatoni.
Il fatto che si metta in evidenza il dissennato sperpero di capitali e di energie, non vuole significare che eserciti e armamenti siano da abolire
perché troppo costosi. Io non ne voglio fare una semplice questione di risparmio - come già fanno i politici fiancheggiatori del militarismo, quelli che gesuiticamente sostengono che gli eserciti le quindi le guerre) sono un «male necessario».
Di risparmio parlano anche i "signori della guerra". Quando per esempio i loro stati maggiori propongono l'utilizzazione di agenti biologici come armi da guerra. Essi dicono - cifre alla mano - che per realizzare armi biologiche (virus, bacilli, proteine) le spese sono molto inferiori a quelle per le armi nucleari, mentre i risultati (si intende di capacità di sterminare) sono addirittura superiori. L'importante - essi specificano - è di essere preparati nel settore immunologico, ossia nel campo dei vaccini, per evitare di lanciare un boomerang. Ancora sulle armi biologiche (di cui quasi tutti gli stati sono forniti) si fa rilevare che la loro messa a punto non necessita il possesso di sofisticate tecnologie: qualunque Paese appena "civile" può produrne in laboratorio quante ne vuole. E vi sono strateghi che privilegiano l'uso di queste armi, perché eliminano soltanto l'umanità "nemica, lasciando intatto il suo patrimonio civile, che potrà poi essere rilevato e utilizzato dal vincitore. Insomma, si assicura che una guerra biologica non creerebbe i problemi della ricostruzione postbellica - con grande risparmio di capitali.
Non si pensi, dunque, che a modo suo anche il militarismo non sia sensibile alle virtù del risparmio: non dimentichiamo che, più o meno riottoso, il militarismo è il cane da guardia del potere economico. La scienza e la tecnica asservite al potere possono fare miracoli - o come si dice riescono a cavare sangue dalle rape. Volendo sanno anche fabbricare bombe nucleari a basso costo - tecnologicamente scadenti ma ugualmente micidiali: che è poi quello che per essi conta. Ne è un esempio la famigerata bomba al cobalto: la bomba a cui mirano le ambiziose potenze di mezza tacca. David Inglis, uno scienziato atomico, dice che si può costruire con poca spesa una bomba molto sporca, capace di distruggere per irradiamento un intero emisfero terrestre. "Il cobalto - spiega Inglis - se reso radioattivo dai neutroni di una bomba H, si trasforma in una formidabile emittente di raggi gamma: basterebbe quindi rivestire una grossa bomba H di questo materiale e avremo la bomba a cobalto a dimensione e potenza praticamente illimitata". In altre parole: una bomba con potenza esplosiva e distruttiva limitata, ma con capacità di sterminio per irradiazione illimitata.C'è soltanto una cosa su cui il militarismo non si preoccupa di risparmiare: la vita umana. Noi crediamo al contrario che la vita è l'unico patrimonio che vale la pena conservare e difendere. Perciò, quando si parla del militarismo è necessario specificare che aldilà dei costi economici che pure comportano all'umanità immensi sacrifici, ci sono ben più alti i costi in vite umane nei casi di conflitti armati. E bisogna essere dissennati per non capire che finché ci saranno armi nucleari sarà possibile una guerra nucleare.
Tivù, stampa, canali di informazioni del sistema ci imbottiscono quotidianamente la testa di notizie allarmanti, di banditi e di terroristi, di covi, di esplosivi, di armi, di spaventosi delitti: un'orgia di violenza che ci atterrisce. ma non ci parlano mai della violenza e del terrore degli stati, delle loro organizzazioni di guerra e di sterminio che sono gli eserciti, non ci parlano delle loro terrificanti armi capaci di distruggere il mondo intero, non ci parlano di quegli assassini di massa che sono le guerre.
Invece la gente deve sapere. Abbiamo il diritto di essere informati, per capire e per giudicare. I membri della consorteria al potere sostengono che è proprio la presenza di queste apocalittiche armi possedute dai due blocchi USA e URSS che garantisce la pace. Una pace fondata cioè sul terrore reciproco, sulla consapevolezza che dopo una guerra non ci sarebbero né vinti né vincitori per la estinzione del genere umano.
Questa tesi è molto diffusa, anche nella gente comune, è falsa in almeno due punti. Infatti, questa tesi ha in sé implicita la ricerca continua da parte di ciascuna delle due superpotenze di rompere l'equilibrio barando, per acquistare una supremazia di attacco tale da distruggere totalmente l'avversario, senza consentirgli una completa o almeno ridotta capacità di ritorsione. Infatti, in tutti questi anni di "falsa pace", la ricerca scientifica in USA e in URSS ha speso immensi capitali ed energie nel tentativo di superare l'avversario; ciò è appunto la causa di una escalation nucleare, quantitativa e qualitativa, che non può mai avere fine. E' chiaro che nel giorno in cui una delle due superpotenze dovesse ritenersi sicura di essere la più forte, non esiterebbe ad attaccare l'avversario per restare l'unico dominatore. E non è detto che tali calcoli potrebbero anche risultare sbagliati.
Secondo punto debole della tesi della pace fondata sul deterrente nucleare come dissuasione, consiste nel presupporre che soltanto USA e URSS detengono il monopolio atomico. Attualmente sono almeno dieci gli stati che possiedono armi nucleari e almeno altri dieci che sono in grado di prodursele. La proliferazione delle armi nucleari comporta ovviamente molte maggiori probabilità che quelle stesse armi vengano usate, sia volontariamente che per errore. E una volta scatenato, un conflitto nucleare diverrebbe automaticamente generale - data la necessità di risposte di ritorsione immediata, affidate ad automatismi, per poter distruggere prima di essere distrutti o meglio per distruggere nello stesso momento in cui si viene distrutti.
Oltre ciò - come ha puntualmente chiarito Carmelo Viola nel suo "No alle armi nucleari" - è falso dire che le armi nucleari non uccidono se non vengono usate. In verità, le armi nucleari uccidono ancora prima del loro uso in guerra. Perciò dobbiamo batterci non sono contro la guerra, ma anche contro la stessa preparazione della guerra. Perché la preparazione della guerra comporta con gli esperimenti l'inquinamento radioattivo - un inquinamento che equivale a una guerra mortale contro tutta l'umanità.
La diminuita resistenza dell'organismo umano alle infezioni virali; le malformazioni congenite in pauroso aumento; la diffusione preoccupante di leucemie, cancri, tumori; gli squilibri climatici e meteorologici; gli squilibri biologici ed ecologici; questi ed altri fenomeni patologici sono da attribuirsi al crescente tasso di inquinamento, in particolare quello radioattivo.
Io credo che se questa civiltà, se questo progresso devono passare attraverso la degradazione dell'uomo e del suo ambiente naturale, allora noi dobbiamo dire che questa civiltà e questo progresso sono falsi e dannosi e dobbiamo rifiutarli e combatterli nella misura in cui ci danneggiano.
Più specificatamente, la fisica nucleare ci pone davanti al tragico dilemma da cui non si sfugge: o fidarci ciecamente fino a lasciarci uccidere da essa; oppure rinunciarvi nella misura in cui diventa mortale. Per questo io credo e dico che quando la scienza, come quella attuale, asservita al potere, perde la sua ragione di essere, che è quella di conservare e potenziare la vita, e diventa fonte di distruzione e di morte, allora è una scienza da rifiutare, è una scienza da combattere.
Concludendo, non posso non accennare, sia pure brevemente, a una domanda che sicuramente verrà posta in questo convegno: che cosa fare contro gli armamenti, contro la guerra, per la pace nel mondo, per un mondo migliore?
Io credo che in primo luogo la gente deve sapere. Conoscere per capire, prendere coscienza, mobilitarsi, lottare. Dobbiamo mobilitarci tutti, uomini e donne, vecchi e bambini, a tutti i livelli, in tutti i paesi del mondo, con tutti i mezzi. Il nostro diritto alla vita deve essere la ragione della nostra unità e della nostra lotta. Nessuna diversità ideologica deve dividerci all'interno di una unica ideologia: l'antimilitarismo. Noi popolo, noi umanità contro i signori della guerra e contro il potere che essi sostengono.
Il primo obiettivo di una lotta unitaria è il disarmo unilaterale; perché ciascun popolo deve iniziare da sé, a disarmare, nel proprio territorio, senza alcuna condizione. Soltanto così si può giungere al disarmo universale.
Io non ho formule di lotta da indicare come risolutive; credo che quando il popolo raggiunge coscienza e maturità sa egli trovare da sé la giusta forma di lotta per giungere alla propria liberazione. Credo comunque che nessuna forma di lotta si possa aprioristicamente escludere, quando il fine da raggiungere è quello di salvare l'umanità dalla distruzione.
Personalmente, oggi come oggi, privilegio l'azione culturale a quella strettamente politica. Voglio dire che ritengo che il metodo più efficace di lotta contro la violenza del potere, per la liberazione dell'uomo, sia «culturale»: favorire cioè nell'uomo oppresso e sfruttato il processo di
conoscenza e di presa di coscienza della propria situazione, favorendo lo spirito associativo, il mutualismo, la fratellanza, lo spirito critico.
Se ci riconosciamo come oppressi, non siamo mai soli. Tanti sono gli uomini e le donne che credono nella pace e possono battersi con noi per un mondo nuovo. Tutti i popoli del mondo vogliono la pace e sia pure in forme confuse si battono per la pace. La verità é che questi popoli sono così oppressi, così affamati, così gravati dalle catene del bisogno da non riuscire a informarsi o a organizzarsi o a levarsi in piedi e muoversi tutti insieme.
Ma chi sa e ha capito e ha forza di levarsi in piedi, si levi e si batta per l'unico scopo per cui vale la pena battersi: la sopravvivenza dell'umanità.

 

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Tratto da "Rivista Anarchica" - n° 5 - Giugno-Luglio 1981


La lingua biforcuta

L'attuale dibattito sulla lingua sarda è vivacizzato da una proposta di legge di iniziativa popolare, lanciata il 16 gennaio 1978 da alcuni intellettuali di estrazione politica diversa. Si tratta di un dibattito, per altro vecchio di almeno un secolo, svolto in termini e a livelli accademici, per lo più strumentalizzato per fini elettoralistici, molto spesso vuoto o inconcludente, dal quale sono assenti le componenti sociali che più contano, contadini e pastori - i quali pure conoscono e usano abbastanza bene la lingua sarda.
La prima e più immediata valutazione che si ricava è che le linee ideologiche e politiche di questo dibattito sono contraddittorie e a volte inconciliabili tra loro: in esso, infatti, si configura un fronte anticolonialista composito, disarticolato, velleitario che ha come unica base comune una idealistica difesa dei valori culturali del popolo sardo. La seconda e più meditata valutazione che questo dibattito deve essere riferito alla utilità d'uso che il popolo sardo può farne nella propria lotta di liberazione. Più precisamente, per me, valutare i fatti significa sempre distinguere ciò che è del popolo, da ciò che gli è estraneo, ciò che è rivoluzionario, da ciò che è riformistico o demagogico, ciò che è espressione di elaborazioni astratte e idealistiche di intellettuali e politici, da ciò che è espressione concreta della realtà del popolo e della sua esigenza di crescita.
Ora, a leggere molti degli interventi nella stampa, sia apologetici sia denigratori, sulla questione del bilinguismo in Sardegna, mi è spesso venuta in mente l'espressione che, secondo certi fumetti, gli indiani riservano al viso pallido: "Voi parlare con lingua biforcuta!" - dove evidentemente l'attributo biforcuta non è riferito alla forma ma al contenuto. E si potrebbe a ragione dedurne che la lingua dei bianchi è di per sé biforcuta, in quanto esprime una mentalità infida, predatoria, contorta. Al contrario di quella indiana, primitiva ma leale e schietta e che si esprime, come si dice da noi, in limba deretta. Sembrerebbe cioè - in base ad una analisi etico-politica corretta - che nei rapporti conflittuali tra uomini, o gruppi di essi, esistano necessariamente due lingue diverse: quella biforcuta di chi opprime e quella diritta di chi è oppresso. Anche dove apparentemente esiste una sola lingua, come all'interno di una stessa nazione, in realtà anche lì emergono e si contrappongono due lingue diverse: quella del potere, ufficiale accademica, letteraria, tipica dei codici e dei tribunali; e quella popolare, spuria, illetterata, volgare, tipica della miseria dei ghetti, della disperazione delle galere.
Così come all'interno di una stessa nazionalità esiste un rapporto conflittuale tra classi egemoni e classi subalterne e quindi tra lingua culta e lingua volgare - è il primo termine di paragone di una equivalenza che prosegue - così pure esiste un rapporto del genere tra nazione colonizzatrice e nazione colonizzata, tra lingua civile di quella e lingua barbarica di questa. Certamente, i rapporti che intercorrono tra l'oppressore e l'oppresso, tra le rispettive culture,  non sono così nettamente in conflitto, come lo sono nei momenti storici di più acuto scontro di interessi. Dalla parte dell'oppresso, per comprensibili meccanismi psico-sociali, c'è il tentativo, sollecitato in certe misure e forme dallo stesso oppressore, di assumere la lingua e la cultura del modello egemone, di identificarsi in qualche modo con il vincitore, nell'illusione di uscire dalla propria miserabile dimensione. Si tratta, appunto, di quel processo di liberazione senza sbocchi dell'integrazione, o assimilazione, tipico non soltanto del colonialismo extra metropolitano ma anche del colonialismo interno. Fenomeno cioè che tende a verificarsi in ogni rapporto tra forze privilegiate al potere e forze degradate sottomesse al potere.
La lingua (e la cultura) dei Sardi, in quanto esprime la realtà di un popolo oppresso e la necessità di liberazione, si oppone alla lingua (e alla cultura) italiana, che esprime la realtà di uno stato e di classi che esercitano il dominio e l'oppressione. La loro diversità, l'intensità del loro essere per confrontarsi e scontrarsi, sono dati e determinati dai diversi interessi economici e politici in gioco. A differenza di come qualcuno pensa, il paese colonialista, o le classi al potere, non hanno alcun interesse a far scomparire la lingua (e la cultura) del paese colonizzato, o del popolo sottomesso, per sostituirla con la propria. Così come si potrebbe fare con un abito, magari usato. Non hanno alcun interesse e non possono farlo neppure volendolo - se non eliminando fisicamente quel popolo. E allora, chi la lavorerebbe la terra? chi produrrebbe per i padroni? Il potere colonialista, o delle classi egemoni, si avvale della maggiore forza tecnologica e militare per imporre la superiorità della propria cultura. Non distrugge tuttavia, come si è detto, la cultura e le tradizioni del popolo colonizzato, o assoggettato, ma le conservano in forme rudimentali, vili, folcloriche - in tal senso anzi sviluppandole. La lingua dei Sardi è stata deliberatamente conservata in forme degradate, per dimostrare con la sua arretratezza la maggiore validità dell'italiano, lingua civile dell'egemonia. E se è vero che la lingua sarda ha saputo esprimere, in momenti di dignità politica del suo popolo, "l'inno contro i feudatari”, è anche vero che in momenti oscuri ha cantato l'inno della truppa ascara in guerra, il "Deus salvit su Rei". Rileviamo così che nei momenti storici di passiva accettazione della servitù del nostro popolo, la sua cultura viene utilizzata dal potere italiano in funzione patriottarda, valutata con attributi di fierezza, dedizione, fedeltà e così via. Mentre nei momenti di maggiore coscienza civile, da un lato il potere italiano relega la cultura sarda a livello di rudimento barbarico, negandole ogni possibilità di uso e di sviluppo civile, e da un altro lato il nostro popolo tenta una riappropriazione integrale della propria cultura, lingua e tradizioni, opponendole con rinnovata energia e ritrovata dignità a quelle del "nemico".
La lingua non è tutto nel rapporto conflittuale tra oppresso e oppressore. E' soltanto un aspetto, e per di più indotto da altri aspetti, squisitamente economici e sociali, del complesso insieme che caratterizza appunto lo scontro sempre aperto tra colonizzato e colonizzatore. Affermando e sostenendo l'uso della sua lingua non si sviluppa il popolo nel suo insieme di carattere e di esigenze di crescita - come non si svilupperebbe armonicamente un corpo umano potenziando un solo arto: la logica ci dice che agendo così su un organismo depresso gli creeremo maggiori squilibri. Ho sostenuto, in diverse occasioni, che una operazione di difesa della lingua sarda, sganciata da una lotta di liberazione totale, può comportare più danni che benefici. Un eventuale riconoscimento-legalizzazione da parte del potere italiano può significare l'istituzionalizzazione della lingua sarda in posizione subalterna. Può anche significare la modificazione della lingua del popolo in lingua ufficiale, in lingua di potere: una modificazione che la corromperebbe, vuotandola di tutti i contenuti rivoluzionari che le sono propri in quanto patrimonio dell'oppresso. Questa lingua, usata dal sistema, nelle sue istituzioni, non modificherebbe la sostanza e i fini violenti e oppressivi di queste stesse istituzioni. Il popolo finirebbe per rifiutarla, come espressione di un potere che aborre. Se ne creerebbe un'altra. Il caso del sindaco di Bauladu - su cui i sardisti si sono fatti belli spacciandosi per martiri - non ha alcunché di rivoluzionario. Il sindaco di Bauladu ha giurato fedeltà allo stato italiano, si è assoggettato al potere del colonialista, in qualunque lingua lo abbia fatto. E' comunque un atto di obbedienza, di sottomissione, un osculum obscoenum. Ich mein dass baciare il culo in sadru o in altra limba c'est la même chose. Finché i sardisti condividono il potere con il colonialista e insieme a questo compartecipano agli utili, essi sono nemici del popolo sardo.
Per il popolo, riappropriarsi della sua lingua significa liberarsi dallo sfruttamento economico e dalla oppressione culturale e politica. Ancor più chiaramente, riappropriarsi della sua lingua, significa riappropriarsi della sua terra, del suo patrimonio naturale e delle sue originali strutture economiche e dei suoi fondamentali istituti sociali. E contemporaneamente il rifiuto della lingua dell'oppressore nel rifiuto delle sue istituzioni e delle sue leggi. E a ben guardarci, è ciò che il popolo sardo fa già, per quanto può farlo. E allora dico agli intellettuali e ai politici in fregola di sardismo: prima di cominciare a parlare tutti quanti in sardo, è il caso di chiudere la bocca e muovere le mani per tutto il tempo necessario a buttare a mare i Moratti, i Rovelli e le loro petrolchimiche, i generali e le loro basi con tutte le armi, governanti e amministratori di ogni risma, prefetti e provveditori e questori e commissari e carabinieri e gabellieri e preti e finanzieri e magistrati e accademici e antropologi e sociologi e storiografi e venditori di fumo e politici e sindacalisti e ogni altra mala genia con la vocazione di comandare, rubare, uccidere, truffare, rappresentare il suo prossimo…
E' necessario ribadire che mai un popolo oppresso potrà riappropriarsi della sua cultura, stando e muovendosi all'interno delle istituzioni del sistema oppressore. La riappropriazione della sua cultura può aversi soltanto se correlata e contemporanea al processo di liberazione globale. La presa di coscienza della propria realtà di sfruttato è, nell'oppresso, contemporanea alla sua lotta di liberazione. E' anche necessario ribadire che la teorizzazione della lotta di liberazione di un popolo non può essere demandata al filosofo, al politico, all'educatore, all'intellettuale. E' il popolo stesso che, nel momento in cui il suo livello di coscienza e la situazione storica glielo consentono, agisce, si libera, teorizzando la propria liberazione. Nel popolo c’è chiaramente il rifiuto di ogni teorizzazione esterna (di ogni legge scritta), perché queste muovono sempre da una astrazione della realtà fatta da provveduti (oppressori) esterni (invasori) al fine di istituzionalizzare e sacralizzare, rendendolo immutabile nel tempo, il binomio oppressore-oppresso. Anche le teorizzazioni che scaturiscono da analisi corrette e che sembrano porsi fini rivoluzionari hanno sempre una natura paternalistica, autoritaria e idealistica, e si scontrano sempre, prima o poi, nella pratica, con gli obiettivi del popolo.
Il popolo agisce, non teorizza - come l'uomo si realizza vivendo, non teorizzando la vita.
E qui, se il lettore me lo consente, torniamo agli indiani. Ciò che dal fumetto non si ricava esplicitamente è che quando Toro-seduto e il suo stregone avessero ordito in combutta qualche inghippo ai danni della loro tribù, anche essi, sia pure in limba indiana, avrebbero parlato con lingua biforcuta - e qualunque squaw avrebbe potuto rinfacciarglielo, haug! Credo sia chiaro che cosa voglio dire: anche in lingua sarda si può essere biforcuti- se chi la parla è un viso pallido, uno sporco borghese compradore.
Esprimendomi con lingua diritta, è precisamente quel che penso della maggior parte dei politicanti che hanno dato la stura alla polemica sulla lingua, talvolta arrabattandosi a parlare e a scrivere una lingua che non è la loro.
Forse questi signori non si rendono conto che una cosa è la lingua parlata dal popolo che sacrifica la vita lavorando per ingrassare i padroni e i suoi lacché; e ben altra cosa è la lingua sarda parlata dalla borghesia compradora - politica, intellettuale o mercantili che sia - che la utilizza per farsi bella agli occhi del popolo e farsi dare una spinta nella scalata al potere. A questi signori che si sono scoperti oggi, in età di climaterio, la vocazione anticolonialista e nazionalitaria, che si esibiscono in limba per assomigliare ai pastori e ai contadini, ma vivono in lussuose ville e storcono il naso all'odore di una pecora; a questi signori che in qualunque idioma sai esprimano parlano sempre in lingua biforcuta, che è la lingua del potere, si può anche dare un nome, democristiani o comunisti, sardisti o gruppuscolari: sono tutti servi del padrone continentale.
Quando alcuni di questi signori sostengono che, legalizzando l'uso della lingua sarda nelle istituzioni dello stato italiano, essi stanno facendo la rivoluzione per il popolo sardo, mentono sapendo di mentire. La rivoluzione non la si fa entrando in quei vecchi casini che sono i partiti politici - l'istituzione statalista mediante la quale i ceti borghesi e intellettuali si avvicendano nella gestione del potere, ed è la copertura democratica per ingannare il popolo - per fotterlo con il suo stesso consenso. La sua rivoluzione il popolo se la deve fare da sé - quando la vorrà fare. Intanto, il diritto a parlare la sua lingua, il popolo se lo è già conquistato e nessuno può levarglielo. E sono certo, non ci tiene affatto a sentir parlare nella sua lingua padroni e politicanti, giudici e poliziotti, professori e preti: figurarsi la gioia di un pastore come Giuseppe Mureddu, sentirsi torturare e massacrare da commissari e poliziotti che parlano in sardo!
Il  diritto a parlare la mia lingua, come quello di pensare con la mia testa, non può essermi negato in alcun modo - nel momento che uso per esprimermi e realizzarmi come uomo, come sardo, come componente di una comunità oppressa. Come tutti i sardi parlo il sardo insieme alla mia gente.
E con gli stranieri, parlo l'italiano o io francese o il tedesco per farmi capire, quando essi, più ignoranti di me, non comprendono la mia lingua. E quando parlo per dire le mie ragioni, non mi importa quale lingua esprima queste ragioni: purché siano capite da chi voglio che le senta. Non mi batto dunque per parlare nella mia lingua, per un diritto che già possiedo e uso.
Mi batto per il diritto di sparlare nella mia lingua e in qualunque altra io sia capace e l'essenziale è la libertà formale, e peggio ancora imposta dalla legge, di usare la mia lingua per dire quel che mi fa dire la volontà dei padroni. A meno che non mi si voglia convincere che legalizzando l'uso della lingua sarda, io e la mia gente possiamo finalmente dire in "sardo ufficiale" e con "limba deretta" tutto quello che pensiamo di quella manica di furfanti, di ladri e di assassini al potere, facendo nomi e cognomi, senza finire in galera o sotto qualche scarica di mitra di un provocatore travestito da sbirro o da brigatista.

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Tratto da "A-rivista anarchica" n. 4 Maggio 1980

Per il povero non è decoro studiare


"Per il povero non è decoro studiare, egli deve lavorare": questo detto dei contadini dell'Oristanese, va letto anche come testimonianza della ritrosia (se non proprio del rifiuto cosciente) delle classi subalterne verso la cultura "ufficiale", quella istituzionalizzata nel sistema scolastico. Dietro questo atteggiamento, marchiato dal potere come "anticulturale", vi è tutta la vera cultura popolare, con i suoi valori, il suo linguaggio, la sua dignità. Purtroppo il potere è riuscito e riesce a far credere alla gente che solo la sua cultura (basata innanzitutto sull'erudizione) è degna di questo nome, mentre il resto è solo "ignoranza". Ma la realtà è ben diversa.
(…) Il sistema prospera sugli equivoci. E' equivoco anche il concetto di cultura, cui si danno significati e contenuti idealistici, astratti e diversa secondo il settore d'impiego. Il concetto di cultura, perchè abbia un significato univoco o comunque non mistificatorio, va riportato all'uso concreto che di essa si fa sul piano dello sviluppo umano e dei rapporti sociali.
Al di là delle definizioni di comodo, cultura è in pratica un insieme di nozioni, di capacità, tecniche e di moduli comportamentali acquisisti secondo un complesso processo di condizionamento, i cui contenuti - valori e fini - portano il crisma dell'autorità (specifica) costituita. Tale cultura consente all'uomo "moderno" di integrarsi "ordinatamente". Cultura diventa così condizione e titolo per accedere alle olimpiadi della scalata sociale - attributo illuminante del potere, moneta aggiuntiva a quella aurea per realizzare l'avere. Quanto più un uomo possiede e ha potere, tanto più passa per uomo colto. Le élites al potere, definendo il popolo incolto e rozzo dopo averlo degradato, tentano di dimostrare che tale stato di degradazione è dovuto all'ignoranza e non invece allo sfruttamento. Da qui non poca confusione, che torna utile alla conservazione del privilegio. Non sono pochi gli educatori, i sociologi, i politici - credo anche in buona fede - i quali, nell'entusiasmo della scoperta del binomio (artificioso) ignoranza-miseria, si sono battuti a spada tratta per sollevare il popolo dalla ignoranza, convinti che fosse sufficiente modificare il primo termine per modificare il secondo. Da qui, anche, l'allettamento che ha influenzato i meno resistenti alla integrazione: l'acquisizione di un modello di uomo colto, titolato, su cui combaciare, per poter poi accedere, con ulteriori crismi e apprendimenti, a livelli sociali "più alti", più prestigiosi e redditizi. si vede, con l'attuale inflazione dei "titoli", quanto questo tipo di cultura abbia una reale utilità -non dico nella realizzazione di sé, ma nella stessa "carriera" sociale. Il figlio del contadino o del pastore laureatosi in scienze politiche o in leggi, si rende conto che pur possedendo lo stesso titolo di un Agnelli o di un Leone non è diventato né capitano d'industria né presidente di repubblica. E' rimasto miserabile e ignorante nonostante la quantità di cultura ingerita.
Nel popolo degli oppressi (umanità premuta da una necessità di liberazione) il concetto di cultura non può che essere diverso. E' il patrimonio di esperienze e di capacità proprio di ciascun uomo; patrimonio che si sostituisce e si sviluppa nel realizzare se stesso in un rapporto di solidarietà con i propri simili, in armonia con il mondo della natura. E' rilegabile nel popolo un sentimento misto di invidia diffidenza rifiuto nei confronti dell'intellettuale e della cultura. Invidia per quel legame esistente tra livello di istruzione e livello sociale ed economico; diffidenza e rifiuto per la consapevolezza che quella cultura non realizza l'uomo, non rende felice, anzi è malvagia portatrice di squilibrio e di ingiustizia, prostituta di un potere che utilizza sapere e scienza per sfruttare più sapientemente e scientificamente l'uomo. Illuminanti le parole di un pastore di Orgosolo, intervistato sulla situazione di oppressione in cui la sua comunità è tenuta dallo stato italiano: "abbiamo perfino paura a far studiare i nostri figli, perchè domani anche essi potrebbero usare lo studio per imbrogliarci" (1) Conversando con contadini e pescatori dell'Oristanese, alla domanda "Perchè non avete frequentato la scuola da piccoli?", essi immancabilmente rispondevano: A su poburu non descit studiai; ddi descit traballai (Al povero non è decoroso studiare; gli è decoroso lavorare). Pensavo allora che quel "non essere decoroso studiare" fosse un principio imposto al povero dal pregiudizio del padrone. Oggi sono più propenso a credere che il concetto esprima principalmente una cosciente valutazione popolare di "vanità" dello studio, contrapposto al "lavoro" che è decoroso in quanto realizza l'essere.
Una valutazione, questa, che non ha niente a che vedere con l'interessata apoteosi del lavoro che ne fa il sistema. Il lavoro è decoroso in quanto soddisfa l'esigenza umana di intervenire nell'ambiente e non sull'ambiente naturale in cui si vive. Decoroso, quando non è prostituzione di sé in cambio di mezzi di sussistenza ma è svolto per l'appagamento di bisogni autentici. Il bracciante agricolo, il manovale che dopo otto ore sotto il padrone coltiva il proprio pezzetto di terra o si costruisce un tetto, vivrà questo e non quello come "lavoro dignitoso", come espressione autentica di sé - per quanto tradizionali possano essere i moduli e gli strumenti che utilizza per raggiungere lo scopo.

La cultura "in giuste dosi"
La posizione del sistema sul principio secondo cui quanto più un popolo è ignorante tanto meglio si può dominare e sfruttare è stata riveduta nel secolo scorso e nel presente, con lo sviluppo industriale. Nel periodo del potere rozzo, assolutistico, i regnanti sostenevano scopertamente che soltanto gli ignoranti erano da considerarsi "sudditi fedeli". E di conseguenza programmavano la diffusione dell'analfabetismo e della ignoranza. In questa operazione, la chiesa cattolica reggeva egregiamente il sacco, falsando per cupidigia di potere il concetto cristiano sulla beatitudine dei poveri di spirito. Dirò più avanti come l'ignoranza (del sapere del sistema) possa costituire nel popolo un ottimo vaccino contro la manipolazione e il condizionamento, quinti anche contro lo sfruttamento scientifico, integrale. Il popolo viene deliberatamente e metodicamente costretto nella più assoluta ignoranza fino al momento in cui il potere economico passa da forme di sfruttamento grezze a forme tecnologicamente avanzate. Si dà una "giusta dose" di cultura al popolo quando, con il progresso tecnologico, il capitalismo deve mettere il lavoratore a contatto con macchine complesse, che abbisognano - per essere utilizzate con profitto - di conoscenze specifiche e di un certo grado di istruzione. Padronato imprenditoriale, borghesi "illuminati", dirigenti di partito e di sindacato, uniti nel medesimo disegno criminoso, premono sul popolo perchè accetti di "bere" questa "giusta dose" di cultura. Vengono usati diversi allettamenti: "Migliorerai la tua posizione avanzando nella scala sociale"; "Acquistando conoscenze tecniche aumenterai il tuo salario"; "Potrai aspirare a posti di responsabilità"; "E' richiesto il titolo di studio per fare il capo-squadra"; "Potrai rivolgerti al padrone usando la stessa lingua". Una parte della consorteria al potere (chiamarla la parte più reazionaria sarebbe un immeritato complimento alla restante parte), quella per intenderci di stampo clericale-borbonico, dal canto suo si preoccupava del fatto che dando anche soltanto una ben dosata e annacquata istruzione agli straccioni, questi avrebbero potuto acquistare malizie tali da organizzarsi e mordere la mano al padrone.
Ma l'altra parte, la borghesia imprenditoriale, premuta dalla necessità di mettere in moto la nuova macchina di sfruttamento e di incassare, insisteva sbandierando da un lato lo spauracchio di maggiori possibilità di rivolta da parte di masse ignoranti e affamate e da un altro lato spiegando come con una appropriata istruzione e tenendo ben fermo il metodo del bastone e della carota, si sarebbe giunti alla interazione di tutte le componenti popolari chiamate a produrre. ribadisce Rosada: "Nel clima della cultura positivista, all'idea di una scuola che, aprendo gli occhi agli sfruttati sulle loro catene, ne avrebbe fatto dei ribelli, si era sostituita in molti la convinzione che proprio le masse incolte costituivano un pericoloso potenziale di irragionevoli rivolte, e che una giusta evoluzione culturale avrebbe garantito il diffondersi di un saggio spirito di collaborazione tra le classi" (2).
Pregiudizio razziale e inferiorità
C'è una lunga serie di luoghi comuni, di pregiudizi, di falsi nella cultura delle élites nei confronti della cultura del popolo. I teorizzatori del sistema per giustificare "razionalmente" l'irrazionalità dello sfruttamento umano, hanno avuto bisogno di utilizzare la"scienza" cercando e indicando nello sfruttato caratteri di inferiorità rispetto a un modello ideale di uomo - presentato, e neppure rappresentato, dallo sfruttatore.
Definire "barbaro" e "incivile" qualunque popolo da assoggettare o assoggettato è un pregiudizio storico diffuso tra quei predoni che furono i Romani. Tutti gli invasori che si sono succeduti nel dominio della Sardegna hanno deliberatamente definito "criminali" gli oppositori politici. E quando mancava una vera e propria opposizione politica, si alimentavano fenomeni di banditismo: se in Sardegna ci sono "banditi", i Sardi sono "banditi"; ne consegue che sbarcarvi un esercito per debellare "banditismo" diventa "un fatto di civiltà", e non, invece "una aggressione". Il fascismo per giustificare l'invasione dell'Etiopia proclamò di voler abolire la schiavitù. Il colonizzatore maschera sempre i suoi disegni di assoggettamento assumendo il ruolo di "portatore di civiltà". In pratica, il pregiudizio razziale concorre a giustificare l'aggressione e ad aumentare gli interessi del capitale. Ma se è evidente che il pregiudizio razziale serve di copertura a un piano di sfruttamento il popolo "pregiudicato" finisce per acquistare una "inferiorità" obiettiva rispetto al suo oppressore. Il razzismo, anziché scomparire alla luce del progresso scientifico, si perpetua e si diffonde in forme più sottili. La scienza a servizio del potere, anziché diradare le nebbie dell'oscurantismo le ha infittite, dando al pregiudizio un carattere di maggiore attendibilità e rafforzandolo.
L'attuale sistema - come quelli precedenti su cui si è evoluto - è fondato sul falso sistematico. Le èlites al potere distorcono l'immagine reale delle parti avverse; vengono date attribuzioni dispregiative, in chiave maniche, a gruppi etnici, a categorie sociali, a oppositori politici, perpetuando la discriminazione in "buoni" e in "cattivi". Il razzismo dell'oppressore suscita se alimenta un razzismo alla rovescia nell'oppresso - nel quale resta, comunque, sempre a livello di difesa, come disperato tentativo di affermarsi, di sopravvivere trovando in sé valori positivi da opporre a quelli dell'oppressore che lo annullano. dice il falso chi dice che attualmente il pregiudizio razziale è stato superato. Il razzismo è sempre presente in ogni processo di assoggettamento e sfruttamento del popolo, in ogni forma di oppressione e sfruttamento dell'uomo. Le conseguenze del pregiudizio razziale furono e sono la discriminazione, la criminalizzazione, la degradazione, l'assassinio dell'uomo. Va ribadito che la situazione di cotanta inferiorità dell'oppresso rispetto all'oppressore, produce una "effettiva" inferiorità, che serve a sua volta a rafforzare il pregiudizio. Pregiudizio del dominatore e basso livello di vita del dominato finiscono per determinarsi l'un l'altro, creando un circolo vizioso che non può spezzarsi se non con la rivolta dei popoli. Il razzismo scompare soltanto con la scomparsa dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo.

"Falli fottere, bevi!"
All'interno di un discorso sul razzismo - che è complesso, in quanto presente, e spesso in forme nascoste, in ogni aspetto della vita culturale ('economica, sociale, politica, morale) - mi interessa qui fermare l'attenzione sulla definizione e sull'uso die termini di "razionalità" e di "istintualità" che ne dà e ne fa il sistema. Per giustificare le leggi del patriarcato che tengono sottomessa la donna - per esempio - si sono attribuiti a questa diversi caratteri presunti "negativi": in primo luogo, e ricorrentemente, un carattere di "istintualità" (attributo "negativo") contrapposto alla "razionalità" (attributo "positivi") del maschio. La stessa affermazione è alla base del complesso di valutazioni denigratorie e discriminatorie nei confronti del popolo, della sua cultura. Anche studiosi di ideologia materialista marxista, tra questi Gramsci, parlando della cultura del popolo, sostengono che in essa domina l'irrazionalità e l'istintualità - remore ad un processo di crescita civile e politica. Per colui che voglia fare una analisi corretta, direi "razionale" della realtà, c'è molto da demistificare e da chiarire. A cominciare dal significato volutamente equivoco nei vocaboli filosofici di uso comune e di fondamentale importanza in un dialogo tra uomini che vogliono capirsi.
I significati di "istinto" e di "ragione", ciò che precisamente significano, dovrebbero essere semplici e chiari. Invece non lo sono. Per la cultura ufficiale, istinto può voler dire un mucchio di cose - seppure tutte con carattere negativo. Ecco alcune definizioni da manuale: "Impulso naturale e irrazionale"; "Serie di atti spontanei, non volontari e tuttavia collegati, succedutisi con ordine inesorabile, rispondenti ad un fine non conosciuto da chi li compie"; "Attività mentale spontanea adattata ad uno scopo, e col carattere di una tendenza innata, come, ad es., l'istinto del ritmo nei poeti (sic!)"; "Il Berrgson lo oppone alla intelligenza…". Le definizioni di "ragione" diventano meno sbrigative e più complesse ma niente affatto chiare: "Complesso di facoltà mentali che distinguono l'uomo dal bruto"; per Dante è "fonte di principi a priori dai quali deriva la legge della moralità"; per Platone è "la qualità più elevata dell'anima, quella che può rappresentarsi le idee eterne"; per Schopenhauer ce n'è di quattro specie: "Ratio essendi, ratio fiendi, ratio cagnoscendi, ratio agendi"; e così via. La teoretica del sistema distorce i significati dei termini per falsare la realtà, forte della somma di elaborazioni fornitegli da corti di filosofi e scienziati, e istituzionalizza solenni imbecillità su "istintualità" opposta a "razionalità". L'istintualità sarebbe propria del popolo, dell'ignorante, della donna, del bambino, del nero, del sardo e di tutte quelle componenti umane che necessiterebbero di un padrone "razionale" per poter vivere. Si possono portare infinite citazioni dotte e serissime sulla presunta inferiorità del bambino, del nero, del sardo, della donna, del popolo: inferiorità basata su una presunta loro precipua istintualità e mancanza di razionalità. . "Razionalità" sarebbe in definitiva capacità di conoscere scientificamente la natura per dominarla; razionalità come fonte unica di progresso, quindi di benessere, e sinonimo di civiltà. tutto ciò che è razionalità verrebbe direttamente da Dio e dai membri della consorteria al potere. Lo stato e le istituzioni che concorrono a mantenerlo sarebbero creazioni sublimi della razionalità.
In contrapposizione, l'istintualità diventa sinonimo di ignoranza e di rozzezza, di confusione e disordine (caos anarachico - dicono gli apprendisti stregoni); istintualità come fonte di arretratezza, di miseria, di abbrutimento. L'istintualità o irrazionalità verrebbe da Satana e sarebbe incoraggiata da pensatori demoniaci come Campanella, Fourier, Proudhon, Lawrence. Con un minimo di buonsenso e di "ragione" è facilmente verificabile che non vi è nulla di irrazionale nell'istinto: nella economia del processo di sviluppo della personalità umana, la ragione è a servizio dell'istinto: nella economia del processo di sviluppo della personalità umana, la ragione è a servizio dell'istinto. Se istinto è stimola vitale, pulsione alla naturale realizzazione di sé, la ragione non è altro che la capacità di elaborare le esperienze in funzione dell'io istintuale - in funzione cioè del soddisfacimento degli stimoli, dei bisogni naturali. Tanto più complessa è la realtà e complesse sono le esperienze, tanto più sviluppata sarà la ragione, il cui lavoro di elaborazione e valutazione ai fini della realizzazione dell'io-istintuale diventa correlativamente complesso - tuttavia la sua funzione resta immutata: la ragione a servizio dell'istinto.
Cerchiamo di essere chiari e semplici. Quando parlo di ragione non faccio riferimento ad una categoria filosofica astratta ma ad una attività pratica mentale, propria di ciascun uomo - e nulla, se non la presunzione e l'ignoranza, ci autorizza a negarla anche negli animali. Ciascun uomo è fornito di una propria ragione - indipendentemente dal fatto che qualcuno la usi poco o nulla. Pertanto, innanzi tutto, direi che è sicuramente razionale pensare con la propria testa e decisamente irrazionale pensare con la testa di altri. Chi pretende - come fa il sistema - di farmi pensare con la testa di Aristotele, o di Hegel, o di Marx agisce in modo irrazionale e vuole che io mi comporti in modo irrazionale - anche ammesso che nella filosofia di quei signori la delega loro a pensare per gli altri sia un fatto razionale. Si potrebbe facilmente ridicolizzare l'istituto della delega - espressione razionale della falsa razionalità del sistema - allargandolo dal soddisfacimento di bisogni intellettuali (produrre in proprio, far politica, elaborare una propria morale, avere una propria visione del mondo) al soddisfacimento di altri bisogni primari, specificamente corporali come il nutrirsi, il defecare, il chiavare.In che senso, esiterebbero categorie umane "istintuali", "emotive" e "non razionali", quali i bambini, le donne e i popoli primitivi o sottosviluppati? se in ciascun uomo - e in ogni creatura vivente - l'istinto necessita della ragione per potersi realizzare? Non è concepibile, in natura, l'appagamento dell'istinto senza un rapporto con la realtà esterna, senza conoscenza, senza elaborazione della conoscenza, senza l'uso quindi della ragione. Il fatto è che il sistema privilegia sul piano della propria morale la razionalità, perchè è attraverso questa che può portare avanti il suo disegno di condizionamento e di assoggettamento dell'uomo. La razionalità distorta, non più in funzione della istintualità, della naturale realizzazione dell'io, ma in funzione dei fini di potere del sistema, è utilizzata nella repressione e nella rimozione, nella deviazione e nella sublimazione dei desideri, dei bisogni istintuali. non la ragione in funzione dell'essere, ma in funzione dell'avere.
L'istintualità - la pulsione alla vita, l'esigenza della libertà di essere in naturale armonico con il mondo vivente - non è facilmente manipolabile, in modo diretto. E non è neppure facilmente manipolabile, in modo diretto. E' infatti attraverso la ragione, con un processo di condizionamento culturale, opportunamente dosato per ciascun gruppo umano se non per ciascun uomo, che si arriva alla repressione e allo snaturamento della istintualità. Tuttavia, e nonostante l'evidente situazione di massificazione e di degradazione in cui versano i popoli, io affermi che non c'è lavaggio di cervello, non ci sono processi di repressione o di deviazione o di sublimazione totali e irreversibili. Io credo e affermi che in ogni uomo la spinta alla libera realizzazione di sé è irresistibile e insopprimibile come la vita stessa. Intanto va sottolineato che un sistema sociale che teorizza e applica sistematicamente lo sfruttamento del lavoro umano, l'assassinio di massa, la repressione delle galere e dei ghetti, l'alienazione e la follia può essere scientifico, può anche essere matematico ma è certamente irrazionale. E va anche sottolineato che l'affermazione dell'uso individuale della ragione è una affermazione estremamente eversiva e destabilizzante per le sue implicazione - nulla fa più paura al sistema degli uomini che pensano con la propria testa.
Tolstoi - come altri pensatori libertari - prefigurando una nuova società umana fondata sul rapporto "ragione-natura", tracci alcune importanti linee di azione rivoluzionaria. "Come Godwin e, in larga misura, Proudhon, ritiene necessaria una rivoluzione morale e non politica: la rivoluzione politica, infatti, attacca lo stato e la proprietà dal di fuori, mentre la rivoluzione morale opera all'interno della società e ne mina le basi stesse… (Egli) vede un solo mezzo efficace per trasformare la società: il ricorso alla ragione e, in ultima istanza, alla persuasione e all'esempio. Chi desidera abolire lo stato deve cessare di cooperare con esso, rifiutarsi di servire nell'esercito, nella polizia, nei tribunali, rifiutarsi di pagare le tasse. Il rifiuto all'obbedienza è, in altre parole, la grande arma".
L'idea di Tolstoi del rifiuto al sistema come la "grande arma" della rivoluzione deriva da esperienze concrete, dalla conoscenza diretta della vita e della cultura contadina del suo popolo, e delle risposte di questo alla oppressione zarista. C'è nella resistenza passiva delle nostre comunità contadine - liquidata settariamente e semplicisticamente dai paleomarxisti come immaturità e fatalismo - una ben precisa forma di rifiuto nei confronti del sistema di potere esterno: è una razionale, storica, efficace forma di lotta per evitare con l'alienazione (cioè con la totale degradazione della propria cultura) quel processo di acculturazione strumentale necessario ai padroni per lo sfruttamento intensivo dell'uomo. E' una orma di lotta, io credo, che se fosse stata stimolata e generalizzata avrebbe già portato al crollo del sistema di potere statalista - ed è una forma di lotta ovviamente o frenata o calunniata o repressa tanto dal potere borghese quanto da quello marxista, che hanno ambedue bisogno, per esistere, dello stato e delle sue istituzioni coercitive.
ci sono nel popolo atteggiamenti culturali di sprezzante indifferenza per le "magnifiche" invenzioni del sistema - atteggiamenti che rappresentano chiaramente scelte ideologiche e politiche rivoluzionarie. Illuminante una definizione, diffusa nell'oristanese, che di sé dà un contadino: "di podis chistionai de sa mellus cosa, de Deus o de Filosofia; t'ad a rispondi sempri: minca tua a issus, buffa!" (Gli puoi parlare delle cose più nobili, di Dio o di Filosofia; ti risponderà sempre: "falli fottere, bevi!")
Mi viene a mente, seguendo la logica di questo discorso, la naturale ritrosia di Cartesio a pubblicare i suoi scritti, e più in particolare ciò che egli scrive a Chanut in una terre del 1° novembre del 1646: "… se fossi stato solamente così accorto come i selvaggi ritengono - a quel che si dice - che siano le scimmie, non sarei mai stato conosciuto da chicchessia come facitore di libri: essi pensano che le scimmie potrebbero parlare se volessero, ma se ne astengono per non essere costrette a lavorare. Ora per non avere avuto la stessa prudenza ad astenermi dallo scrivere non ho più quel tempo libero e quel riposo di cui disporrei se avessi saputo tacere" (4).
Il rifiuto permanente, sottile, ironico presente nel popolo (umanità ancora e nonostante tutto "autentica") nei confronti dell'autore, dell'ordine, della cultura del sistema è un rifiuto istintuale e razionale insieme. La crescita naturale dell'uomo - che chiamo processo razionale di realizzazione della istintualità - passa evidentemente attraverso linee che sono esattamente all'opposto di quelle violentemente imposte dal sistema.

Ma quale ignoranza?
Lo stesso concetto comune di "ignoranza" va visto e valutato sulla sostanza dei fatti, in particolare sull'uso che il sistema ne fa contrapponendolo al concetto di "cultura". C'è già una matrice politica nella errata contrapposizione di "ignoranza" a "cultura". L'uso ambiguo di "ignoranza" che ne fa il sistema ricalca l'anfibolia classica. L'opposto di "colto" è "incolto", uomo senza cultura - una valutazione dispregiativa diffusa tra i tedeschi per indicare l'Auslander. dove "uomo senza cultura" vuol dire precisamente "senza la cultura della classe egemone". "Ignoranza" è l'opposto di "conoscenza"; ed è una forzatura politica, un pregiudizio razzistico voler intendere la "conoscenza" sempre e soltanto correlata alla cultura egemone, unica depositaria di verità e scientificità.
"Ignoranza" significa semplicemente non conoscere qualcosa - o anche rifiutarsi di conoscerla per non doverla accettare. Tuttavia non c'è uomo, in condizioni di esserlo, che non conosca o non accetti tutto ciò che gli occorre per poter vivere e crescere, in un dato ambiente, in un dato momento storico. Conoscere è un processo naturale di crescita, proprio di ogni creatura vivente. In pratica io non conosco - né posso concepire in teoria - alcun uomo "ignorante". Se vogliamo quantificare e gerarchizzare in rapporto a un modello di uomo e di ambiente (ma è sempre una valutazione politico-morale e quindi soggettiva), si potrà dire che esistono diversi livelli di conoscenza, in quantità e in qualità, in rapporto alla realtà più o meno complessa del mondo in cui ciascun uomo vive e si realizza. E poiché la conoscenza è un fatto di scelte - libere o necessarie o imposte - i diversi livelli di conoscenza sono correlati alle possibilità di scelta che ha ciascun uomo.
Se vogliamo parlare di "vera conoscenza", direi che essa non deriva dalle scelte moralistiche quando non scopertamente politiche (in senso deteriore) imposte dal sistema, ma scaturisce sempre e soltanto dalle scelte "libere", individuali, armonizzate con le scelte "necessarie", volute dalla natura - di cui l'uomo è componente, le cui leggi non possono contrastare con la libertà dell'uomo. Il concetto comune di "ignoranza", nel sistema, è fondato su una serie di pregiudizi razzistici tendenti a canalizzare e a strumentalizzare l'uomo per mezzo della sua esigenza di conoscere. Conoscere non è più ciò che realizza l'uomo, ma diventa un processo di condizionamento che torna utile alla economia del sistema - o più precisamente della consorteria al potere. In pratica sarebbe "ignorante" il cittadino che non conosca o non avverta le regole del sistema. Ho detto "regole" perchè in definitiva tutto il sapere riservato al popolo è costituito da un ben dosato complesso di precetti pseudomorali.
La conoscenza di un sapere politicizzato è falsa e artificiosa e va ovviamente a scapito di una conoscenza basata sulla ragione individuale e sulla verità. Una persona"colta" in senso distorto è facile preda dei condizionamenti o innestabile a quel tipo di cultura. Al contrario, l'ignoranza di quella cultura è una formidabile difesa per evitare i condizionamenti che passano attraverso la stessa. Ciò tenendo presente che l'"ignorante", lo stesso analfabeta strumentale, è più colto dell'acculturato integrato nel sistema, se dimostra di aver acquistato strumenti e capacità di conoscere e modificare (far crescere) se stesso nel mondo in cui vive.
Il popolo - si dice - è ignorante, "non ha cultura". Per ciò bisogna istruirlo e dargli una cultura. Inizia da qui, da un falso, il cancan degli interventi di educazione degli adulti. C'è comunque una resistenza nell'uomo alla manipolazione dall'esterno della propria personalità, in definitiva del proprio equilibrio socio-culturale: questa resistenza è la causa logica del fallimento di tutte le iniziative educative promosse dal sistema. Un fallimento però che purtroppo è parziale, perchè un minimo di condizionamento qualitativo, in generale, e un minimo di condizionamento qualitativo, in particolare, ciascuna di tali iniziative riesce sempre ad ottenere. Devo dire - per averle vissute dall'interno - che le malizie tecniche del processo di condizionamento attraverso l'educazione sono infinite. E aggiungo ottimisticamente: quanto infinite sono le malizie umane, individuali e di gruppo, per evitarlo.
E' di recente data la riedizione, in termini più scientifici e tecniche e strumenti più sofisticati, di interventi educativi riservati al popolo, passando attraverso i punti chiave, utilizzando i moduli più significativi della cultura del popolo (ammettendone quindi l'esistenza) per vuotarla di contenuti vivi, degradarla e disgregarla, riproporla poi folclorizzata, inerte. Viene fatto di credere a questo proposito, che gli studi antropologici dei marxisti in Italia sembrerebbero avere come scopo una sempre più efficiente organizzazione di "feste dell'Unità" - nel senso di volere operare un innesto (già operato dal cattolicesimo) di una ideologia riformistica statalista ed elitaria sul ceppo popolare di tradizioni comunitarie autoctone.

Criminalità e educazione
Anche dopo l'acculturazione e l'integrazione della classe operaia - che ha imparato a usare la cravatta con disinvoltura a fare propria la concezione borghese dello stato e del potere e a sostituirsi alla polizia nei servizi d'ordine - resta ancora diffuso il luogo comune di un popolo ignorante, rozzo e tendenzialmente delinquente, contrapposto alla classe borghese (cui si aggiunge la classe operaia integrata), colta, di modi distinti, tendenzialmente onesta. questa volta è di turno il binomio ignoranza-criminalità. Le due parti del binomio (artificioso) vengono fatte apparire sempre in stretta correlazione tra loro, tanto che finiscono per confondersi l'una con l'altra.
Il binomio ignoranza-criminalità è presente in tutti gli studi sociologici che io conosco sulla Sardegna. Altrove e più volte, ho rilevato che ogni cultura (e nel suo interno ciascun individuo) ha peculiari forme di risposta nel rifiutare le leggi che (gli) vengono imposte. Cosicché i fenomeni di criminalità si possono correlare alla "ignoranza" come alla "conoscenza", alla povertà come alla ricchezza - senza però dimenticare che è il potere a decidere quale azione è criminale ma chi è criminale. Ed è evidente che criminalizzando soltanto il popolo, il ventilato stato di diritto o è un'utopia o è una solenne truffa. Far derivare la criminalità dalla ignoranza ha portato molti studiosi, anche in buonafede (nel senso che credevano nel riscatto civile del popolo) a battersi per la promozione di interventi e campagne portati avanti poi dagli "esperti" del settore appositamente creato dal sistema, secondo un piano che abbiamo già visto: la dissoluzione della cultura autoctona per sostituirla con un rudimento di cultura, alienante, necessaria per lo sfruttamento integrale dell'uomo.
L'equivoco nasce dal fideismo, tipico del paleomarxismo, sulla redenzione della umanità sfruttata mediante l'espropriazione e l'acquisizione degli strumenti di produzione e culturali della classe al potere. La lotta rivoluzionaria per la espropriazione e l'acquisizione degli strumenti di produzione, ha visto i marxisti ripiegare sempre più su posizioni riformistiche e di compromesso. Non più espropriazione ma semplicemente acquisizione per imitazione del modello culturale e politico della borghesia: nella assunzione di privilegi, nel modo di vivere, nel linguaggio, nel fare proprie le istituzioni stataliste - fino ad integrarsi, come assimilati, nella realtà dell'antagonista di classe, mercanteggiando una congestione del potere in posizione subalterna. Non si tratta solo di rivoluzione mancata ma di mancanza di rivoluzione. Già sul piano della ideologia, le trasformazioni del marxismo portano a immagini grottesche di un sistema "modificato per capovolgimento". Hegel è un idealista-reazionario. Tuttavia Marx riconosce che la teoria di Hezgel sulla dialettica è perfetta. Ma la perfezione di un idealista-reazionario è necessariamente una perfezione idealista-reazionaria. Per farla diventare materialista progressista bisogna "capovolgerla": anziché sulla testa farla poggiare sui piedi. Questo dice Marx, se ho ben capito.

Dove ci porta il "progresso"
Le considerazioni fin qui esposte ci aiutano a mettere a foco un sistema che si definisce civile, scientifico, efficiente ma che lo è soltanto nella facciata. Computers, astronavi, missili intercontinentali, mezzi di locomozione a propulsione nucleare, centrali atomiche… tutto questo non è che la moderna "progressista" facciata di un edificio nel cui interno l'umanità è prigioniera come in un lager, incasellata, snaturata, alienata. Il sistema ha potenziato e perfezionato oltre ogni limite la scienza e la tecnica ai soli fini del profitto, del privilegio - rapinando il patrimonio naturale comune fino al depauperamento, sfruttando l'uomo fino al totale abbrutimento. Nel contempo, il sistema è rimasto grezzo, ignorante su tutto ciò che riguarda la conoscenza vera della natura, la creazione di strumenti che proteggano l'uomo dalle avversità ambientali, dai propri limiti fisiologici, che lo aiutino a crescere e a realizzarsi il più liberamente possibile.
Sempre più chiaramente e con forza dobbiamo dire che il tanto decantato progresso è in funzione dello sviluppo e perfezionamento della macchina bellica per tenere assoggettati i popoli e della macchina produttiva per realizzare lo sfruttamento dei popoli. Non ci sono eccezioni a questa regola: le briciole di progresso che in "giuste dosi" e "una tantum" cadono sui lavoratori rientrano nella fase di adescamento reiterato, che fa parte del gioco. La liberazione dell'uomo dagli ingranaggi della mostruosa macchina è in una rivoluzione culturale, prima ancora che politica. La presa di coscienza di sé, dell'insanabile conflitto esistente tra la natura umana, le esigenze dell'essere e del divenire liberi, e la sostanza disumana, meccanicistica del sistema che le esigenze snatura e devia per schiavizzare e sfruttare.
Presa di coscienza è riappropriazione di sé e rifiuto di tutto ciò che non è autentico - un lavoro lungo e difficile di continue piccole scelte alla ricerca di sé contro il millenario sottile ininterrotto processo di condizionamento cui ci ha sottoposto con ogni mezzo il potere. Una ricerca nel passato storico, nella cultura nostra, come popolo e come individui, per ritrovare e scegliere gli strumenti con cui opporci e lottare contro la degradazione e l'alienazione.

L'utopia anarchica cresce
Nel momento stesso in cui il sistema mostra tutta la sua efficienza oppressiva e sfruttatrice e dispiega tutta la sua potenza repressiva, mostra anche la sua debolezza, la paura che il binomio oppressori-oppressi stia per giungere al limite di rottura.
Il processo di assoggettamento e di sfruttamento non può proseguire indefinitamente: ha dei limiti obiettivi di rottura. Il sistema conosce bene il gioco del tirare la corda senza romperla, allentandola al momento opportuno - ma proprio per questo, per presunzione, commette l'errore di sottovalutare la forza della controparte, degli oppressi. Il gioco è incerto, rischioso; prima o poi la corda si spezza. E non ci saranno fiancheggiatori e persuasori, non ci saranno partiti e sindacati, non ci saranno preti e maestri di scuola che potranno riannodarla. Sempre più il popolo viene truffato, affamato, rapinato, sfruttato. Disoccupazione, miseria, fame, galera non sono una temuta prospettiva ma una realtà del nostro tempo. Non è rimasta nessuna forza politica che abbia conservato credibilità, che possa opporsi a una simile degradazione della vita civile. Il sistema ha saputo in questi ultimi anni inglobare tutte le opposizione, creando la situazione favorevole per ristrutturare in forme più razionali e scientifiche la macchina di oppressione e sfruttamento.
Il di Marx è miseramente fallito. Non c'è stata la profetizzata rivoluzione proletaria in seguito al generale processo di industrializzazione. Non c'è stata presa di potere del proletariato conseguente all'accumulo delle contraddizioni del sistema borghese. C'è stata sì l'industrializzazione, con alti costi e poca occupazione - non cattedrali in un deserto, ma cattedrali che hanno prodotto il deserto. Ci sono state sì le contraddizioni, a montagne, e non poche volute e prodotte in anticipo dallo stesso sistema per meglio controllarle; contraddizioni che il sistema ha saputo fagocitare ingrassando, che ha perfino mercificato, facendone sempre ricadere i costi sul popolo. La sinistra marxista non è arrivata al potere con la rivoluzione, con il popolo. Ci è arrivata e ci sta arrivando con la prassi borghese dell'intrigo, del compromesso, con la svendita sottobanco dell'ideologia, con il tradimento quotidiano della rivoluzione e del popolo.
La sinistra di classe è ormai irrimediabilmente coinvolta nei giochi di potere dei padroni. Il PCI - dopo il PSI, ma in modo più grezzo e senza riserve - compartecipa al potere assumendo responsabilità e con la forza che gli viene dal suo passato rivoluzionario dando credito a un governo reazionario fascista, clericale: approvando la politica andreottiana dei sacrifici, la politica di riconversione industriale sulla pelle dei salariati, la politica clericale della revisione del concordato che dà nuovi e maggiori privilegi al Vaticano, la politica atlantista che ha svenduto la nostra Terra al militarismo yankee, la politica della deportazione degli oppositori nei lager e dell'assassinio legalizzato. Il parlamento, che si definisce "rappresentanza del popolo" e che in nome del popolo osa legiferare, oggi come ieri è soltanto una consorteria di ruffiani che tengono il sacco ai ladri che derubano il lavoratore.
Per mascherare il dilagare della corruzione e del ladrocinio - connaturati al potere - il sistema aizza con la violenza e con ogni provocazione il popolo, provocando risposte rabbiose nei ceti più sprovveduti; il sistema dilata e drammatizza anche banali episodi di violenza popolare, quando anche non li produce in proprio o non se li inventa, per avere l'alibi di turpi interventi repressivi.
Il preciso scopo dell'ondata di violenza in atto in Italia non è la destabilizzazione dell'attuale regime, non è lo scardinamento dello stato - artefice e beneficiario unico di questa e di ogni violenza è il sistema statalista. Il preciso scopo della violenza è quello di mettere a tacere ogni opposizione popolare, con la eliminazione anche fisica dei cittadini che turbano "l'ordine costituito". Ordine che significa nella sua espressione ottimale l'autocastrazione del cittadino: il consenso dell'oppresso a farsi continuare a opprimere.
Nella colonia Sardegna, area di servizi militari e petrolchimici, terra di lager e di criminali sperimentazioni, la strategia della tensione assume forme e dimensioni eccezionali, che travalicano perfino le stesse leggi fasciste dello stato "democratico". Oltre che ai pastori-banditi, l'apparato repressivo rivolge da tempo la sua attenzione ai compagni-banditi, sfogando la sua rabbia specialmente sui giovani, capaci di sbocchi creativi. Sui giovani si spara a vista. I giovani di oggi sono i pericolosi eversori di domani, la parola d'ordine è di eliminarli - giusta la teoria dell'igiene preventiva.
E' ipocrisia o malafede richiamare le "forze dell'ordine" al rispetto dello stato di diritto, delle libertà sancite dalla costituzione o dall'elementare buonsenso. Il popolo sa, per averlo sempre sperimentato sulla propria pelle, che lo stato di diritto non è mai esistito, che la carta costituzionale è carta da cesso, che non può esserci buonsenso in killer addestrati a colpire il bersaglio - sagome di cartone o ragazzini di sedici anni come Wilson Spiga, come Giuliano Marras. Eppure - non lo dimentichino i signori della consorteria - tanto più il sistema aumenta l'oppressione e la repressione, tanto più la resistenza del popolo - così come, tanto più la resistenza nel popolo tende ad esprimersi in forme organizzate, tanto più il sistema dispiega gli strumenti della repressione.
Questa è la situazione - estremamente dura, difficile, dolorosa. Ed è questo il momento ideale per affermarsi nel popolo la rivoluzione libertaria - la presa di coscienza individuale e di gruppo, la riappropriazione di sé come uomo e come umanità: contro i miti delle grandi teorie rivoluzionarie che hanno tutte come obiettivo la presa del potere e quindi la conservazione del sistema statalista, della oppressione e dello sfruttamento.
Sembra che a qualcuno che milita sul fronte del popolo faccia paura ammettere che l'utopia anarchica non è più l'utopia, che è nata e cresce. (…)

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