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Tratto da ABC settimanale del 01.06.1973

di Ugo Dessy

L'HASHISH FATTO IN CASA ERA UN OTTIMO PURGANTE

IMBARAZZANTE ESPERIENZA DI GIOVANI-BENE DI ORISTANO (SARDEGNA) ALLA RICERCA DI NUOVE SENSAZIONI.

Raccolta la "cannabis indicata" nei giardini di Arborea, l'hanno distillata artigianalmente. Il risultato è stato una forte purga.

CAGLIARI, maggio
Il "play-boy" Paolo Vassallo, gestore del "Number One" romano, è stato accusato nel processo in corso dal produttore cinematografico Torri di avere spacciato la droga anche nel "Number One" di Porto Cervo, la capitale della Costa Smeralda regno di Karin Alì Kan. Paolo Vassallo smentisce il Torri, e ha certamente le sue buone ragioni per farlo; resta di fatto che la jet society che si dà convegno nel favoloso regno sardo-ismailico di Karin pare non disdegni le eperienze hippies per vellicarsi le dannunziane "voglia inerti" durante i lunghi ozi estivi.

Sviluppo turistico
I tutori dell'ordine vigilano, giustamente preoccupati della sanità della stirpe. Ma le cattive abitudini, specialmente se giungono dall'alto, vengono rapidamente imitate. E così, la psicosi (o prurito che dir si voglia) della droga si è diffusa anche nella società bene di Oristano, una cittadina che ha bellissime spiagge, ottime prospettive di sviluppo turistico, ma tra vescovo e ras democristiani porta ancora i mutandoni e muore di noia.
Già da qualche tempo si andavano diffondendo voci su un presunto traffico di una non bene identificata droga. Le voci avevano la loro massima consistenza nell'ambiente più chic della cittadina, la via Dritta dove ritualmente si snoda la passeggiata serotina, dalla Torre di Mariano alla statua di Eleonora. Alcuni "giovani leoni" venivano guardati con sospetto perché, oltre tutto, apparivano più mosci e annebbiati del solito.
Per la verità, le voci avevano basi abbastanza logiche, ad analizzare deduttivamente i fatti. In primo luogo - senza scomodare la psicosi della droga - c'erano precedenti locali: il caso degli stupefacenti di San Vero Milis, un paesino vicino, che diversi anni prima era culminato con l'arresto di due professionisti. In secondo luogo c'era - e c'è - anche a Oristano una jet-society turistico balneare, non ancora giunta ai fasti di quella della Costa Smeralda, ma pur sempre alla moda; e moda vuole che un pizzico di droga elevi il tono e il prestigio.
E oltre ciò c'erano "misteriosi" spostamenti in auto - per lo più coppiette in spider e Mini - dalle marine brulle del Sinis alle pinete che costeggiano il mare di Arborea, e c'erano notturni convegni di "giovani leoni" in diverse imprecisate località balneari che si protraevano fino alle prime luci dell'alba. Elementi in avanzo per alimentare le voci e far tendere le orecchie ai tutori dell'ordine.
Il traffico - congetturavano i più sagaci - non poteva che correre lungo l'arco del golfo. Probabilmente, il panfilo contrabbandiere proveniente da Oriente attraccava nell'isola del Mal di Ventre, che dista poche miglia dalla costa, e da lì il carico veniva prelevato da potenti motoscafi che puntavano sulla marina di Arborea, quasi sicuramente nella zona sud che è paludosa e mefitica nonostante la bonifica di Mussolini, e quindi deserta.
Alcuni, però, si mostravano scettici. Dicevano: "Possibile che la facciano sotto il naso delle guardie di finanza? Ma se hanno la loro palazzina proprio affacciata sul golfo e hanno ricevuto di recente in dotazione potentissimi cannocchiali?".
La psicosi della droga dava ai molti un estro e una sagacia da FBI.
Replicavano: "Mica sono fessi, i contrabbandieri. Quelli, la droga la nascondono negli sci acquatici, e con la scusa di fare dello sport, va e vieni, ti trasportano qualche chilo di merce al giorno". E c'era anche chi faceva il conto dei milioni incassati - seduto al tavolino nel bar di Ibba - presupponendo tot lire al grammo.
Chissà perché tutti erano convinti che si trattasse di hashish. Lo si dava per scontato, che il traffico fosse di hashish. E quasi ci azzeccavano.
Infatti l'hashish si estrae dalla cannabis indica, di cui una varietà è diffusissima nei pubblici giardini, in particolare nella vicina Arborea che ne coltiva a foglie verdi e rossicce, con inflorescenze di vario colore, tutte, per altro, varietà innocue.
Che cosa era accaduto nella realtà? In omaggio alla migliore tradizione oristanese - che è l'autarchia economica di chi fino a pochi anni fa ricavava gli ami per la pesca degli spini di una pianta selvatica - un gruppo di intraprendenti "giovani-bene" aveva pensato di ricavarselo da sé, l'hashish. Precisamente estraendolo dalla cannabis indica sottratta ai giardini pubblici.

Vecchio alambicco
Il piano fu studiato e organizzato nei dettagli. Ognuno si assunse un compito preciso. Il figlio dell'avvocato mise a disposizione la villa isolata sulla spiaggia e un fornello a gas. Il figlio del farmacista fornì un vecchio alambicco per la distillazione del prodotto. Il figlio del commerciante mise a disposizione una damigiana di vernaccia vecchia per "tenere su" l'equipé durante le operazioni.
Un'universitaria sessualmente emancipata si assunse l'onere dei trasporti con la sua Mini giallo senape, e insieme al suo, come si dice partner, con veloci notturne puntate sui giardini della piazza di Arborea, in due o tre razzie riempì un sacco di cannabis indica, rizomi compresi.
Sulla importanza del rizoma, ai fini della estrazione dell'hashish, consultarono inutilmente l'enciclopedia medica del Casalini. L'hashish lo si reperisce solo nelle foglie o nella canna o nel rizoma? Decisero di mettere a bollire nel pentolone tutto quanto, e per rendere la droga più efficace ci aggiunsero una bustina di pepe di Cajenna, un bel pò di cannella (notoriamente afrodisiaca) e un litro di vernaccia.

Nessuna reazione
La fase della distillazione apparve subito la più delicata. Il tempo scorreva interminabile. L'essenza "paradisiaca" si raccoglieva goccia a goccia nel beccuccio e veniva religiosamente raccolta in una boccetta. Le imposte erano serrate per non lasciar filtrare luce all'esterno. Gli animi erano tesi e impazienti. Il figlio del commerciante faceva la guardia passeggiando fuori. La vernaccia scemava nella damigiana. La poltiglia gorgogliava nell'alambicco. Di fuori, la risacca si univa al gracidare delle rane della vicina palude.
A operazione ultimata decisero di provare tutti insieme. Si munirono ciascuno di un cucchiaino, dieci gocce a testa, e misero in bocca. La storsero tutti insieme. Il liquido, oltre che amaro, era - come ebbero a raccontare più tardi - schifoso.
Attesero una mezz'ora che facesse effetto. Niente. Nessuna reazione erotica. Nessuna allucinazione, né visiva né auditiva. Nessun paradiso con Urì. Soltanto lo stordimento per le abbondanti libagioni di vernaccia. Il primo a sentire "qualcosa" fu il figlio del farmacista. Accusò volgarissime fitte addominali e dovette correre alla toletta. Gli altri dovettero precipitarsi fuori...
I fatti sono veri. O almeno sono stati raccontati così dagli stessi protagonisti. I quali da questa esperienza hanno ricavato che gira e rigira la vernaccia resta a Oristano l'unica cara, provata e lecita "droga". E alla prima occasione, che di solito non fanno mai attendere, si sono ripromessi una solenne sbronza.

 

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