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Giornali / Riviste


Articoli scritti da Ugo Dessy per la rivista Amici bancari nel corso di alcuni anni


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AMICI BANCARI n. 2 di giugno 1993

Dal gioco del "Saraceno" alla Sartiglia di oggi

di AMSICORA (alias Ugo Dessy)

Le origini della Sardegna si perdono nel buio del tempo. I documenti, di natura descrittiva, a cui attingiamo sono i soliti: «Il Dizionario geografico storico del Regno di Sardegna» del Casalis, edito nel 1845, dove il padre Vittorio Angius ce ne dà un quadro sobrio ma preciso; sempre Maria Carta, notabile oristanese e cronista attento di certi aspetti della vita della sua città: «Brevi notizie sulla città di Oristano».
Sentiamo i due testimoni.
«Così chiamasi il gioco dell'anello, che si costuma in Oristano nella domenica di martedì e di carnevale, al quale concorrono quelli che sono invitati formando una compagnia con un capo e un sotto-capo, che dicono Compositore e Sottocompositore. Il capo di siffatto torneo veste il cojetto, calzoni corti di pelle stivali, ed ha un fazzoletto sotto il cappello e una maschera di legno verniciato, verde nella domenica e di colore oscuro nel martedì...».
(Padre Vittorio Angius, op. cit. vol. XIII pag. 263-264 nell'edizione Margorati del 1845).
«... praticasi in Oristano, nel Carnevale, nominato Sartiglia, un divertimento carnevalesco, corsa a cavallo con maschera veramente bella a vedersi. Si unisce una partita di persone mascherate a cavallo, però guidate da un che ne fa da capo, questo si chiama Componitore ed altro chiamato Sottocomponitore, questi due marciano davanti e la ciurma loro seguono: si presentano tutti al posto dove succedere deve lo spettacolo, che in Oristano è nella piazza del Duomo, ivi si trova una corda da un muro all'altro opposto, nel mezzo sta appesa una stella di materia argentea, avente nei dintorni dei buchi bastevoli a potervisi introdurre liberamente la fiamma di una spada, fino alla metà - dunque - il Componitore vestito di costume spagnolo, cioè con un berretto rosso, un colletto di pelle simile a quel nominato Kolovion, che indossava Ajace ed Achille, cioè una casacca di cuoio ben messa alle conce, stivali lunghi fino ancora alle ginocchia, armato di spada sfoderata, che tiene appesa al sinistro fianco, saluta per ben tre distinte volte le persone esistenti allo spettacolo, con riverenza (a militare uso), passa per tre volte sotto la corda dove appesa vista la detta stella assieme al suo seguito, ed allontanandosi per un centinaio di passi, a tutta corsa e con il veloce destriero appositamente scelto tra i migliori del paese, con la spada che impugna tenta nel più modo possibile di infiggerla in qualchedun dei buchi, che contiene la stella appesa, il Sottocomponitore fa la stessa operazione e corsa, che porta ugualmente una spada, benché non nello stesso costume vestito, e cerca ancor lui di far penetrare la sua spada nei fori della stessa, quasi indicante un rivale che l'altro vincer vuole nella gara. Terminata quindi la terza cosa il seguito corre a suo libito, indi il Componitore, poi il Sottocomponitore, afferrando un grosso fascio d'erba ben legato e ben stretto, detto dal popolaccio 'la bimba di maggio', fa un'altra corsa, saluta con la 'bimba' gli assistenti allo spettacolo, il Componitore prima indi il Sottocomponitore e lo spettacolo vien terminato. Quale sia il simbolo di questo fascio d'erba non posso dirvelo per non averlo trovato in libro alcuno, forse alluderà alla vincita, di che qui sotto vi parlerò. L'insieme di questo divertimento è di positivo da spagnola costumanza, viene chiamato 'sartiglia' preso dalla parola 'sartika' che in favella spagnola vuol dire 'gara' o 'sfida', e d'esser di costumanza spagnola, positivamente lo dimostra l'abito che indossa il capo di questo trattenimento...».
(Cav. G. M. Carta, patrizio oristanese, prodottore in ambe leggi - opera citata - Ed. Derossi - Torino - 1869).

GOFFREDO DI BUGLIONE
Perdonati alcuni errori al giovane patrizio (per esempio, traduce Sortija cioè anello, con sfida) e la forma pretenziosa e circonvoluta propria del suo ceto più che del suo tempo, dobbiamo riconoscergli il merito di averci descritto minuziosamente alcuni aspetti rituali della «tenzone». Anzi, il Carta, seppure più sprovveduto dell'Angius, si sforza, a differenza di questo, di fornire una interpretazione dei valori simbolici.
Sulle origini della Sartiglia, R. B., su «La Nuova Provincia», edito a Oristano il 2 marzo 1957, scrive: «Donde e quando venne la Sartiglia ad Oristano? Da poco più di un decennio era caduta Gerusalemme sotto le armi dei crociati di Goffredo di Buglione, quando, nel 1113, con navi di molte città italiane partì dalla Sardegna una vigorosa spedizione, detta comunemente pisano-sarda contro gli arabi-saraceni delle Baleari; spedizione che diede luogo prima a forti combattimenti, poi alle frequenti relazioni d'Aragona con Pisa e anche con la nostra isola, specialmente con il Giudicato d'Arborea. E' del 1157 la costituzione della dote fatta dal giudice arborense Barisone de Serra a favore della catalana Agalbursa sua fidanzata, la quale riceveva in legato le corti (o piccoli villaggi) di Oiratili (Baratili), San Teodoro (San Vero Milis) e Bidonì. Inoltre negli ultimi decenni dello stesso secolo XII figuravano in Oristano due giudici, uno indigeno, della famiglia de Serra, l'altro oriundo barcellonese, dei visconti de Bas. Molto più tardi, nel 1323, è iniziata l'occupazione della Sardegna da parte del re d'Aragona. Pertanto è indubbio, sostiene R. B., che importazione delle prime Crociate è il gioco della Quintana o Corsa del Saraceno, gioco idoneo all'addestramento delle armi, già in uso presso i saraceni, poi diffuso in Europa e adottato anche da Carlo d'Angiò in Napoli dopo la vittoria di Benevento (1266): ora è sopravvissuto in Arezzo. Con questa premessa è lecito dire che il gioco dell'anello, affine a quello della Quintana, abbia emigrato dall'Aragona, regione in lotta con i Mori di Spagna, poi in rapporti con l'Arborea; è anche lecito dire che il torneo affermatosi alla corte di Oristano, sia stato importato in Toscana all'epoca del predetto re angioino e di Mariano II di Arborea».

SU COMPONIDORI
Così lo storico. Chi invece volesse di questa manifestazione popolare notizie spicciole di facile consumo può attingere direttamente all'opuscolo edito a cura della associazione Pro-loco oristanese l'anno scorso. Vi si legge: «L'origine della manifestazione carnevalesca denominata Sa Sartiglia, che ha luogo nell'ultima domenica e nell'ultimo martedì del Carnevale ha origine tra il finire del 1400 e gli inizi del 1500. Essa fu istituita dall'oristanese Canonico Giovanni Dessì legava al Gremio di San Giovanni (associazione di agricoltori) un terreno di sua proprietà denominato su gungiau de sa Sartiglia. Il costume de Su Componidori (che significa «capo corsa») non portava originariamente il velo in tulle, né il cilindro, che furono invece adottati durante il periodo della dominazione spagnola. Su Componidori, viene nominato dal Gremio il giorno della Purificazione della Madonna e in detto giorno gli viene consegnata la candela benedetta ed è trattenuto a pranzo da Su Maggiorali (presidente del Gremio). Il giorno delle corse, Su Componidori si porta alle ore 12 in casa de Su Maggiorali assistito dal Consiglio direttivo con il quale partecipa al pranzo. Verso le ore 14 Su Maggiorali invita Su Componidori ad accedere nella sala migliore dell'appartamento e da quel momento ha inizio il rito da Sa Sartiglia. Su Componidori viene fatto salire su un tavolo basso, sul quale è sovrapposta una sedia sulla quale si siede ed ha inizio quindi la vestizione a cura delle donzelle che fanno parte del Gremio, guidate nel cerimoniale da una donna anziana, detta Sa Massaia Manna. Da questo momento Su Componidori non podi ponni pei in terra, cioè non può posare i piedi sul terreno.
Avvenuta la vestizione Su Componidori viene trasportato a guisa di infermo nella sala d'ingresso della casa; quivi al centro vi è un altro tavolo basso coperto da tovaglia tessuta su telaio sardo, di candido lino, cosparsa di fiori e di grano, sul quale si adagia Su Componidori. Dopo ciò viene introdotto nella sala un cavallo riccamente bardato, su cui si arciona Su Componidori, che, messosi in posizione riversa, esce dalla casa ai lati della quale stanno Su Secundu e Su Terzu Componidori. Il presidente (Su Majural o Su Maggiorali) consegna ora a Su Componidori un mazzo di fiori, denominato volgarmente Sa Pippia de Maju con la quale benedice il Gremio e la folla antistante alla casa, mentre le donzelle (Is Massaieddas) lanciano sul Componidori grano e fiori. Sa Massaia Manna invoca sopra Su Componidori il patrocinio del Santo Patrono pronunciando le parole: «Santu Giuanni ti assistada».

AUSPICI PER IL RACCOLTO
Da questo momento, il rito religioso lascia il posto al torneo, la parte più spettacolare, riservata al grande pubblico, che abbiamo già vista descritta dai testimoni dell'800, Angius e Carta, e che si ripete ancora oggi pressoché immutato.
Alla fine del torneo, viene riconsegnata al Componidori Sa Pippia de Maju, con la quale il capo-corsa benedice la folla cavalcando al passo; poi ritorna indietro e riparte al galoppo ripetendo il gesto benedicente ma ponendosi stavolta quasi supino sul dorso del cavallo, mentre la folla grida l'augurio: «Attrus annus mellus».
La gente oristanese, permeata di una propria antichissima religiosità, dall'andamento delle varie fasi rituali della Sartiglia trae auspici per l'imminente raccolto agricolo. Così, il numero delle «stelle» infilate o cadute durante il torneo darà un quadro di quella che sarà la situazione
economica: poche stelle, poco grano; malannate e sventure si avranno se a mancare il bersaglio è stato il «Componidori».
Ugualmente legata alle vicende della terra è «Sa Pippia de Maju», la puppattola ricavata da un fascio di pervinca (ci è accaduto di vedere usate anche violette) o altri fiori campestri. Questo simbolo femminile nell'innesto medioevale può anche adombrare la «dama» in onore della quale si eseguivano i tornei cavallereschi; all'origine, e ancora oggi per riaffioramento, è certamente il simbolo di una divinità agreste, una Cerere indigena, cui viene dedicato un rito propiziatorio. Infatti, la benedizione che il «Componidori» impartisce alla folla prima e dopo il torneo, levando alta «Sa Pippia de Maju», è un gesto jeratico, sacerdotale, un augurio di floride messi rivolto ad una comunità di contadini.

ORIGINE SPAGNOLA
L'origine spagnola del torneo è evidente, così pure diversi indumenti dell'abbigliamento dei cavalieri: lo scopo di un torneo, oltre l'esibizione di valentia bellica, era spesso la «sistemazione» matrimoniale delle zitelle di corte.
Le donne con buona dote e scarso fascino venivano infatti «messe in palio». Il torneo, nella Sartiglia, è un momento spettacolare, ma di scarso rilievo per lo studioso di etnologia. Le origini di questa festa popolare sono da ricercarsi e collocarsi - come altre manifestazioni del Carnevale Sardo - fra i riti del culto religioso pre-cristiano, che affiorano e sono ancora diffusi nelle nostre comunità agricole.
La vestizione del Componidori, il protagonista della cerimonia, si svolge secondo regole dense di significati simbolici.
Nelle descrizioni che abbiamo riportato ci sono alcune inesattezze. La cerimonia della vestizione avviene di norma in casa del presidente (o del vice-presidente) del «Gremio» di San Giovanni, patrono dei contadini, o anche del Gremio di San Giuseppe, patrono degli artigiani.
Le due organizzazioni sono di struttura tipicamente medioevale; e sovrintendono finanziariamente, e nel rispetto delle tradizioni, allo svolgersi della festa . Il Componidori, attorniato da fanciulle in costume (sono le vergini vestali?) a loro volta istruite e guidate da una donna anziana (la depositaria dei valori formali rituali), «Sa Massaia Manna», vien fatto salire sopra un tavolo e vestito dei caratteristici indumenti del capo-corsa: il cappello a cilindro (che non è di origine spagnola; lo era invece il berretto rosso che usavasi nel secolo scorso, di colore rosso, specifica il testimone già citato, cav. G. M. Carta, nel suo scritto del 1869), la maschera femminea, il velo bianco (che sostituisce il tradizionale fazzoletto che i nostri contadini mettono ancora sotto il berretto durante i lavori agricoli), il «cojetto», la veste di pelle (la casacca di pelliccia senza maniche del costume sardo, simile al Kolovion greco) e tutto il resto.
Da questo tavolo, portato a braccia in posizione orizzontale, il Componidori viene adagiato  supino su altro tavolo nell'ingresso. Egli non potrà, dal momento in cui è iniziata la vestizione, porre piede a terra: se ciò malauguratamente avvenisse, gravi calamità si abbatterebbero sul paese. Il cavallo perciò viene condotto dentro casa, fino al tavolo: da qui il Componidori viene posto in arcione, e un fitto lancio di grano e di fiori saluterà la sua partenza.

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