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Indice articoli


Capitolo secondo

Austu / Agosto.

Austu, ultimo mese dell’anno, che nell’ultima sua metà concede al contadino un po’ di riposo, giusto il tempo di riprendere fiato prima che arrivi cabidanni, capodanno o settembre.
Le fiere del bestiame - importanti come quelle di Santa Croce a Oristano e di Sant’Agostino a Pauli Arbarèi - si svolgevano a cavallo tra la fine e l’inizio dell’anno agricolo. Così pure fiere e mercati, dove le massaie rinnovavano il loro corredo domestico, dagli utensili di cucina alle lenzuola, ai tovagliati, fino ai capi di abbigliamento, e i contadini e i pastori acquistavano nuovi attrezzi da lavoro, zappe e vanghe, pittaious, sonagli per le pecore - tutti di suono diverso, ma insieme accordati in modo da creare una propria caratteristica sinfonia di suoni per distinguere “quel” gregge da ogni altro. Alla fine di agosto ricorrevano anche le più celebrate feste popolari, che vedevano affluire da ogni parte dell’isola migliaia di fedeli, per raccogliersi nei vasti spiazzi davanti ai santuari dedicati a santi taumaturghi. Ivi si scioglievano i voti per grazie ricevute, si mangiavano i dolci caratteristici del santo e carni di agnello e capretto arrostiti all’aperto, si beveva copiosamente vino, quello nero denso dei Campidani e quello bianco frizzantino della montagna, e si ballava e si cantava al suono de is launeddas, strumento musicale indigeno a tre canne, di origine preistorica.

S’INCUNGIA o INCUNGIADURA
CONSERVAZIONE DEL RACCOLTO

I piccoli proprietari che non avevano magazzini per conservare il grano erano costretti a portarlo e ammucchiarlo nei solai di casa, dove spesso c’erano i letti dei figli - i quali, da piccoli, si divertivano a saltare dal letto sui mucchi.
Dalle aie il grano veniva portato fino a casa in sacchi da un quintale su carri a buoi. Per poterlo portare su nei solai, attraverso scale ripide e anguste, era necessario versarlo nelle corbule, che le donne poggiavano sulla testa. Tra questa e il fondo della corbula si metteva su tidili, il cercine, un cerchio di panno. Talvolta, tra uno scherzo e l’altro - ché s’incungia era un momento festoso - la corbula finiva per rovesciarsi prima ancora di arrivare al mucchio. O ancora più spesso, insieme alla corbula finiva sopra il mucchio del grano anche la spigolatrice, aiutata a caderci sopra da una manata del padrone.
Conclusa s’incungia, la sera stessa sul tardi aveva luogo sa scialla, l’allegro banchetto a base di macarronis, pezza de brebei, appiu e reiga, maccheroni, carne di pecora, sedani e ravanelli. Sa scialla si sdalle lampade ad acetilene, si mangiava su tavolate improvvisate e si beveva abbondantemente. Erano di prammatica i complimenti al proprietario per il buon raccolto.
L’ultimo lavoro del raccolto era s’incungia de sa palla, l’ammasso della paglia. Dalle aie veniva caricata su carri forniti di apposite cerdas. Sa cerda, dal greco gerra, sta a indicare un graticcio o intelaiatura di vimini, che consente di allargare le sponde e quindi la capienza del carro, e viene erroneamente tradotto da taluno in italiano con veggia, che indicava genericamente i carri da trasporto. Si avevano diversi tipi di cerda da applicare ai carri, secondo il contenuto prendevano il nome di cerda de linna, cerda de ladamini, cerda de axina, cerda de palla, eccetera.
La paglia veniva conservata nelle case vecchie inabitabili, oppure in sa domu de sa palla, la casa della paglia, un locale apposito costruito nel cortile, adiacente alla tettoia dei buoi e con questa comunicante mediante una bassa finestra, attraverso cui al bisogno se ne prendeva con su trebuzzu, il tridente, po appallai su jù, per dar la paglia al giogo.
Il trasporto si effettuava dal tramonto in poi, e con il tempo non ventoso, dato che un bel po’ di paglia triturata fuoriusciva tra i vimini della cerda anche con il tempo calmo, e ciò poteva arrecare fastidio alla comunità. Si scaricava durante la notte e si ripartiva al tramonto per un altro carico. Tale lavoro era riservato ai soli uomini.
Dopo s’incungia si andava al mare - di solito dopo il 15 agosto, giorno dell’Assunta - per ripulirsi di tutto il gran polverone.

IS POBERUS DE BIDDA MIA
I poveri del mio paese

“Era la nonna paterna a dirigere i lavori per s'incungia, la sistemazione del raccolto. L'ingresso della sua casa consisteva in uno stanzone quadrato quasi privo di mobili, eccettuato un tavolo da lavorare il pane, perennemente coperto da su coberibancu, la tovaglia d'orbace, una credenza e sei sedie "civili" impagliate, disposte in un angolo, una rovesciata sopra l'altra, per conservarsi nuove. Man mano che il carro stazionante nel cortile si vuotava, l'ingresso del pavimento mattonato si riempiva di colonne tigrate bianche e nere piene di grano. Erano is saccus pettiazzus, stretti e lunghi, capienti tres cuarras, sessanta chili. Da qui poi i sacchi venivano portati su per la ripida scala di legno fino al solaio, dove il grano formava un bel mucchio - noi bambini morivamo dalla voglia di lasciarci cadere in quella montagna soffice franosa. Un sacco pieno veniva lasciato lì nell'ingresso, nell'angolo vicino alle sedie "civili" conservate per le grandi occasioni.
"Custu est po is poburus", diceva la nonna; e intanto ne cominciava a rovesciare qualche litro in una corbuletta, la quantità di grano da dare al primo povero che fosse arrivato a chiedere l'elemosina.
Il giorno dopo, già dal mattino presto, quasi che si fossero passati la voce, era un continuo via vai di questuanti, donne e uomini, vestiti nella loro strana ma dignitosa divisa di straccioni. Ciascuno di loro veniva invitato a sedersi nell'ingresso (e proprio per l'occasione due delle sedie buone venivano collocate in mezzo alla stanza) e anche la nonna si sedeva e stava a chiacchierare. Parlava con ciascuno di quei mendicanti come fosse un ospite di riguardo, dei rispettivi figli e nipoti, di parenti e di conoscenti, di chi era già morto e di chi era ancora vivo, di come bene o male trascorrevano i giorni, e infine dell'annata e del raccolto: sempre poco, rispetto a ciò che si era sperato e sudato, ma sufficiente grazie a Dio, ché le necessità si devono adattare a ciò che si possiede.
Prima di congedarsi l'ospite riceveva uno o due imbuti di grano, da tre a sei chili, secondo il suo stato di necessità. Sull'uscio della porta che dava nel cortile, la nonna salutava: "Aterus annus cun saludi!" (Ad altri anni con salute!) e l'ospite rispondeva: "Deus 'ollat! E ti ddu paghit in s'atera vida." (Dio lo voglia! E ti ripaghi nell'altra vita.)”

IS BUTTONIS DE SU CABONISCU
I testicoli del galletto.

"... In casa di mia madre, di galletto se ne faceva uno alla settimana. La domenica, al rientro dalla prima messa, mamma si preparava. Spettava il turno al galletto più turbolento, che bisticciava e disturbava il gallo da monta. Tutti della famiglia assistevano e ciascuno aveva il suo aiuto da dare. Al momento di sventrare l'animale si faceva silenzio, e tutti guardavano la faccia della mamma, e aspettavamo. Lei apriva e toglieva i bottoni, che erano belli e grandi e non come quelli di adesso che sembrano due semi di melone; li prendeva e li metteva in un piattino. Andava in cucina e li mostrava al marito: "Guarda, che razza di bottoni aveva quel demonio!" Il piattino veniva lasciato tutto il giorno in vista, così che la gente che veniva in visita potesse ammirarli. La notte, a cena, venivano arrostiti e dati esclusivamente ai maschi, quasi sempre al piccolino di casa, perché doveva crescere e diventare un bel maschio..."
(Testimonianza di una pastora di 70 anni, nel 1965, del Guspinese).

Nota: Si veda in "Zorba il greco", il romanzo di Nikos Kazantzakis, l'usanza ellenica, ancora diffusa, di riservare i testicoli del maiale familiare all'ospite di riguardo.

IS ISPOSUS / I FIDANZATI
Su fastigiai / Il fidanzamento

Quando un giovane conosceva una ragazza e la voleva sposare ne parlava con i propri genitori. Se la fanciulla andava bene, cioè era di famiglia onesta e laboriosa, il padre del giovane si preoccupava di mandare su paralimpu (il paraninfo) a tastare il terreno prima di fare la richiesta e le prime trattative presso la famiglia della fanciulla; non si arrischiava di andare lui per primo, per paura di ricevere corcoriga (zucca), cioè un rifiuto, e quindi un affronto cui avrebbe dovuto rispondere.
Se la risposta riportata dal mezzano era positiva (e la decisione non era stata presa dalla fanciulla ma dai loro genitori, dopo aver valutato il pretendente), allora il padre dell'interessato si recava, lui solo e di notte, a casa della futura sposa, in modo che la faccenda fosse tenuta ancora segreta, e si discuteva sulla data del fidanzamento e sugli eventuali beni da mettere insieme per il matrimonio. Raggiunto l'accordo, il fidanzamento aveva luogo in un sabato notte; così che is isposus, i fidanzati novelli, uscivano insieme per la prima volta per andare a missa manna, alla messa alta, il giorno dopo.
Su tempus de su fastigiu, il fidanzamento, era più o meno lungo, secondo le disponibilità economiche delle famiglie. Il fidanzato doveva preparare la casa; la fidanzata i mobili e il corredo. Quando tutto era pronto si fissava la data di su sposaliziu, del matrimonio, che di solito si celebrava una domenica mattina.
In su tempus de su fastigiu, durante il fidanzamento (anche se in lingua sarda fastigiai vuol dire anche carezzare, fare l'amore) era assolutamente vietato dalla morale corrente avere rapporti sessuali. Sia in pubblico che in privato, is isposus, i fidanzati, non dovevano mai restare soli (ché la carne è debole, specie quella dei giovani che si amano), e dovunque andassero, a passeggio o ai balli, a visitar parenti o a una festa, erano sempre accompagnati o da un fratello di lei o in mancanza di fratelli dalla futura suocera.
Non di rado, nonostante tutta la vigilanza dispiegata, la natura de is isposus aveva il sopravvento e, come suol dirsi, faiant su malacrabiu, facevano il patatrac. Si dovevano allora anticipare le date delle nozze, e si incrementavano le nascite dei settimini.

SU SPOSORIU
Lo sposalizio

“Tre giorni prima delle nozze, tutto il mobilio e il corredo veniva portato dalla casa della fidanzata alla casa degli sposi. Tutto veniva caricato su carri addobbati a festa, con nastri colorati e mazzi di fiori e penzoli di frutta (anche i buoi e le loro corna erano ornati come per le processioni). I carri erano quattro e anche cinque e occorrevano un paio di viaggi per trasportare totu su beni. Le ragazze portavano sulle teste le corbule e i canestri contenenti le cose fragili, di porcellana, di vetro o di ceramica, ben disposte perché la gente potesse vederle.
Sa sposa, la fidanzata, non andava nella sua nuova casa; mandava le sorelle e le cugine con la raccomandazione di non lasciare "frugare troppo" la roba alle future cognate e suocera, che sicuramente si trovavano lì, dopo aver pulito per bene la casa degli sposi, ad attendere l'arrivo del corredo, curiose.
I mobili venivano disposti (secondo gli accordi precedenti tra fidanzati) dal fidanzato, aiutato da soli uomini; mentre le donne collocavano il corredo, esaminando la laboriosità dei ricami e il numero dei pezzi e la qualità.
La vigilia delle nozze, i fidanzati andavano a salutare e a chiedere la benedizione dei parenti e dei conoscenti che non venivano invitati a partecipare al rito nuziale; mentre le parenti della sposa, sorelle, zie, cugine, preparavano il pane bianco (is coccois de simbula) da mettere sul tavolo per il pranzo nuziale. I parenti dello sposo, dal canto loro, preparavano il pranzo nella casa degli sposi.
La mattina sul presto, gli invitati dello sposo si riunivano in casa dei genitori dello stesso; e in corteo si recavano a casa dei genitori della sposa, dove già si trovavano o stavano arrivando gli invitati della sposa. Nella stanza da pranzo, c'era il tavolo apparecchiato con la tovaglia ricamata: c'era una bottiglia d'acqua, una di vino e pane bianco. Da una parte, due sedie con i cuscini ricoperti di federa bianca ricamata; i genitori della sposa si mettevano di fronte alle sedie dove sedevano gli sposi; questi si alzavano e si inginocchiavano per ricevere la benedizione. Quindi si avviavano in chiesa aprendo il corteo: per primi il padre della sposa che le dava il braccio fino all'altare; poi venivano lo sposo con una sorella o altra consanguinea (eccettuata la madre), e dietro tutti gli altri invitati. Il corteo era preceduto da fanciulle che portavano sulla testa una corbula di grano, ornata con fiori e frutti: venivano benedetti insieme agli sposi.
Neppure la madre della sposa andava alla cerimonia, in quanto doveva sovrintendere in casa alla preparazione del pranzo del giorno dopo, dato che, appunto il giorno dopo, tutti gli invitati si trasferivano lì.
All'uscita di chiesa, il corteo preceduto dalle fanciulle con le corbule di grano si recava a casa degli sposi, che aprivano il corteo. Ad attenderli sulla porta di casa c'erano i genitori dello sposo. Gli sposi si inginocchiavano sopra un cuscino posato sulla soglia e ricevevano la benedizione. Quindi, la madre dello sposo rovesciava sulle loro teste un piatto colmo di grano che poi rompeva gettandolo nel cortile. Allora, dietro la coppia tutti entravano in casa e si cominciava a bere e a mangiare, fino a tarda notte.
Il giorno dopo, di mattina, si riunivano di nuovo tutti, parenti e amici invitati, ancora in casa degli sposi; si riformava il corteo e si andava in chiesa. La sposa stavolta veniva accompagnata dalle cognate, fino alla cappella dove assisteva alla messa insieme alla suocera. All'uscita di chiesa andavano a casa dai genitori della sposa, i quali avevano preparato un banchetto. Lì trascorrevano tutto il giorno, bevendo, mangiando, facendo festa.
Gli anziani parlano di sponsali i cui festeggiamenti durarono fino a tre giorni, dove per soddisfare l'appetito degli ospiti si dovette arrostire un bue intero e dar fondo a una botte da un ettolitro.”
(Testimonianza. Arbus, 1980)

IL MATRIMONIO NEI CAMPIDANI

“In una famiglia di contadini, di solito, ci sono parecchie figlie femmine e la prassi vuole che sia la sorella maggiore a sposarsi per prima, altrimenti corre il rischio di restare zitella se qualche pretendente si fa avanti per una sorella minore.
Ci sono le eccezioni, così come eccezionalmente qualche "padroncina" si sposa col servo pastore, ma sono casi rari noti in tutto il paese e parecchio criticati.
Il contadino che si vuole sposare, avendo conosciuto, anche senza frequentarla molto, la ragazza che vorrebbe come moglie, ne parla con i genitori e questi provvedono a trovare un intermediario (su paraninfu) che si rechi nella famiglia della futura nuora (essi personalmente non possono, per non incorrere nell'umiliazione di un rifiuto, "crocoriga") e solo quando sanno di essere bene accetti, o l'uno o l'altra vi si recano per chiedere ufficialmente la mano della ragazza.
Viene fissata la data del fidanzamento ufficiale che avviene il sabato sera e la domenica mattina i fidanzati escono assieme per la prima volta per recarsi alla messa. Il fidanzato viene invitato a pranzo e così seguitano le visite; se però i fidanzati devono uscire dopo il tramonto o fuori paese la fidanzata deve essere accompagnata da una sorella, o in mancanza di essa, almeno da una cugina.
Perché il contadino possa sposarsi è necessario che abbia la casa, e la fidanzata prepara il corredo e il mobilio.
Una volta fissata la data delle nozze (tutto deve essere già pronto: casa, mobilio, corredo), tre giorni prima vengono portati i mobili, il corredo e tutto il necessario per la futura famiglia e le esigenze della professione del contadino, considerando che si fa il pane in casa. Il tutto viene caricato su carri addobbati a festa; anche i buoi sono adornati con collane di pervinca e intorno alle corna hanno collane con campanelli o in mancanza con fiori di campo variopinti.
Se i carri a disposizione sono pochi ed i mobili molti, si fa più di un viaggio.
La futura sposa non accompagna il corteo, ma resta in casa a sostituire la madre e le sorelle che invece vanno e hanno l'incombenza di sistemarle la nuova casa.
Sono presenti anche le sorelle del futuro marito che osservano (e criticano) il "bene" della sposa. Qualche cugina burlona preparando il letto per gli sposi potrà appenderci anche qualche campanellino!
Due giorni prima delle nozze viene preparato il pane. Molti sono gli invitati per lavorare la pasta; vengono chiamate le donne specializzate nel confezionare su cocoi, il pane bianco con i pizzi; ma molti sono i non invitati che si uniscono ai lavoranti per divertirsi e ballare al suono della fisarmonica suonata dal vecchio cieco chiamato per queste occasioni.
La vigilia la fidanzata va a salutare tutti i parenti e conoscenti accompagnata da una sorella o da una cugina.
Il giorno delle nozze sono due i tavoli apparecchiati: uno in casa della famiglia della sposa, l'altro nella nuova casa degli sposi.
La madre della sposa, tra una lacrima e l'altra, aiutata dalle sorelle e cognate mette la tovaglia bianca ricamata con le frange, quella delle grandi occasioni, sul tavolo lungo che si usa per fare il pane; vi mette la caraffa dell'acqua, quella del vino e i cocoi tondi, lasciando spazio al centro del tavolo; da una parte e dall'altra di esso ci sono due sedie.
I parenti dello sposo arrivano in corteo e si fermano nel grande cortile dove viene loro offerto da bere; solo gli uomini però bevono, le donne faranno la comunione insieme alla sposa.
Quando la sposa è pronta, si inginocchia sulla sedia messa davanti al tavolo, nell'altra si inginocchia il fidanzato evitando di rivolgerle la parola di fronte a loro, dall'altra parte del tavolo i genitori di lei impartiscono loro la benedizione. Poi la sposa accompagnata dal padre (o in mancanza da un fratello maggiore) inizia il corteo. Dietro viene lo sposo accompagnato dal proprio padre, e via via tutti gli altri parenti e invitati. Il corteo è preceduto dalle ragazze che portano sulla testa le corbule del grano cosparso di petali di fiori. Giunte alla porta della chiesa le depositeranno ai lati ed attenderanno che gli sposi escano dopo la cerimonia per riprenderle e precedere ancora il corteo fino alla casa degli sposi.
Finita la cerimonia religiosa gli sposi escono dalla chiesa sotto braccio, seguiti da tutti gli invitati e si avviano alla loro nuova casa. Ivi giunti si inginocchiano sul gradino della porta dove li attendono le proprie madri (che non erano andate in chiesa) che buttano loro addosso grano, riso, sale, monetine, caramelle (che i bambini si precipitano a raccogliere) e poi buttano sulle loro spalle il piatto che naturalmente va in frantumi.
Finita questa ultima fase di prammatica tutti entrano in casa e si accomodano per iniziare a bere il caffè, in attesa del pranzo.
Al tavolo degli sposi (che mangiano nello stesso piatto) siedono i parenti anziani, i padrini, il sacerdote e qualche invitato importante. Dopo pranzo, tempo permettendo, si balla nel cortile fino a sera tardi.
Il giorno dopo gli sposi si recano ancora in chiesa seguiti da una cerchia ristretta di invitati. La sposa prenderà posto vicino alla suocera e per tutta la vita occuperà sempre quel posto, ogni volta che andrà a messa.
All'uscita vanno tutti a casa dei genitori della sposa che hanno preparato il pranzo.
Si concluderà la "festa" riaccompagnando ancora una volta gli sposi a casa loro per bere l'ultimo bicchierino alla loro salute.”
(Testimonianza di E. M. - Alto Iglesiente 1948.)

IL MATRIMONIO NELLE BARBAGIE

“Quando un uomo si innamorava di una donna, mandava un amico o un parente per chiedere la mano di lei alla famiglia. (Paralimpu/a). La madre di lei, quindi rispondeva che ne avrebbero parlato in famiglia, per poi chiederlo direttamente all'interessata. Ci si congedava poi dall'intermediario domandando di ritornare per conoscere la risposta. A questo punto, se la ragazza accettava, al ritorno del portavoce veniva richiesta la convocazione della madre di lui affinché le due famiglie si conoscessero; al contrario se la ragazza non era concorde, si rispondeva di no, magari dicendo che ella aveva già trovato oppure con altre scuse. (Torrare huvilha).
Dopo l'incontro delle madri, succeduto alla risposta affermativa a proposito del quale lui donava al paralimpu un paio di scarpe, si chiedeva al futuro sposo di andare a trovare la ragazza.
Durante questi incontri, i fidanzatini non rimanevano mai soli, infatti doveva essere presente un parente che ad ogni piccolo tentativo di avance da parte di lui doveva essere pronto ad allontanarlo ed in alcuni casi se le parole non erano sufficienti, egli poteva essere colpito da qualche oggetto volante. Nonostante tutta questa severità in alcuni casi il "patatrac" è accaduto ugualmente. Per il fidanzamento, lui regalava a lei l'anello.
Durante la festa di Pasqua inoltre il fidanzato regalava a lei una forma di formaggio, qualche indumento e l'agnello: il tutto era consegnato però da un parente. La fidanzata da parte sua contraccambiava con una camicia, dolci, zucchero, caffè e vino. Per la persona che li consegnava, che generalmente era di sesso femminile, vi era sempre in regalo o una camicetta o un grembiule. Ancora, se il fidanzato era un pastore-porcaro regalava alla famiglia di lei un maiale per la festa di Natale. Nei giorni di festa egli era sempre invitato a pranzo a casa di lei.
Arrivati al matrimonio chi era in lutto si sposava solo in presenza di testimoni. Lui provvedeva ad acquistare la casa, il mobilio e i regali per la sposa che consistevano nell'anello nuziale e i bottoni d'oro e il rosario soprattutto se lei si sposava in costume. La sposa invece preparava il costume e il corredo sempre insieme a lui.
Circa un mese prima del matrimonio venivano invitati i parenti stretti per aiutare alla preparazione. Si faceva il pane duro di semola, su ministru, i dolci ossia bianchini biscotti, gateau (aranzada) e il rosolio. Tre settimane prima della cerimonia religiosa essi si sposavano in municipio, mentre tre giorni prima si ammazzavano le bestie e si preparava la carne: vitelli, pecore, maiali per due giorni di festa (infatti la festa durava sempre due giorni).
Il giorno prima della fatidica data, si usava e lo si usa tutt'ora portare "Su presente" a casa dei padrini e dei parenti più stretti e inoltre al parroco e al suo aiutante. Questo consisteva in una coscia di carne di pecora o filetto di vitella con un pane tondo fatto in casa (Sa simula) ben lavorato. I parenti che avevano ricevuto questo regalo contraccambiavano con un piatto di porcellana pieno di grano, mandorle, un tazzone di porcellana, una forchetta, un cucchiaio e un cucchiaino e inoltre una pelle di pecora: il tutto contenuto in una cesta (corvula) ricoperta da un metro di cotone piquet che era simbolo di augurio per i futuri nascituri.
In questo giorno il fidanzato non vedeva la fidanzata. Sempre in questo giorno un fratello dello sposo e un fratello della sposa e in mancanza i cognati andavano nelle case di coloro che dovevano partecipare alla festa, per invitarli ad accompagnare l'indomani gli sposi all'altare. Inoltre a secondo del livello economico della famiglia venivano invitate tre, cinque, sette, nove o più bambine sopra i sei anni per prendere l'indomani le Tre Ave Marie (Sas tres Marias).
L'indomani mattina queste erano le prime ad arrivare, anche prima che sorgesse il sole, e dopo aver invitato dei dolci, la sposa prendeva il pane con un pezzo di carne sopra e dei dolci e li porgeva alle fanciulle che da parte loro davano l'augurio alla sposa ripetendo per ben tre volte la stessa formula: "Dio vi accompagni e le tre Marie" (in sardo). Poi queste ritornavano in casa.
Quando suonava la campana della messa nuziale, l'aiutante del prete usciva per andare dallo sposo a prendere due ceri adornati di rosmarino e legati con un nastro. I due ceri la sera prima erano stati portati da casa dello sposo a casa della sposa per il ritocco finale del nastro.
A questo punto, i genitori dello sposo e in mancanza i padrini (che non andavano in chiesa) davano la loro benedizione allo sposo facendogli il segno della croce con un cero e ripetendo una serie di formule.
Poi in processione l'aiutante del prete seguito dallo sposo e dai suoi testimoni e da tutti gli altri invitati si recava a casa della sposa dove i genitori di questa ripetevano lo stesso rito eseguito in precedenza a casa dello sposo. Sempre in corteo si recavano poi in chiesa per la cerimonia.
Qui i ceri venivano accesi e messi ai lati degli sposi.
Una volta finita la cerimonia, e usciti dalla chiesa veniva rotto un piatto ricolmo di grano e di monetine e poi in coppia gli sposi precedevano il corteo per dirigersi a casa dello sposo. Oltre ai parenti dello sposo, vi si recavano anche quelli della sposa e inoltre il prete che dava la benedizione alla futura casa. A questo punto, gli invitati della sposa si congedavano, per andare a casa di lei. La neosposina invece festeggiava a casa del marito.
Una volta giunti a destinazione, vi era un piccolo invito e si procedeva agli auguri, mentre la suocera dava alla nuora un fuso per filare un paio di metri di lana.
Verso le 11.00 vi era una colazione, che consisteva nel ventrame delle bestie ammazzate il giorno prima. Intanto si dava inizio ai divertimenti: si giocava alla morra, a carte e si ballava a suon di fisarmonica.
Giunta l'ora del pranzo, circa l'una, si mangiava e una volta terminato, i testimoni dello sposo andavano a casa della sposa a prendere i parenti di lei, escludendo sempre i genitori, per portarli con loro per la consegna dei regali.
Così gli sposi si accomodavano in soggiorno, sedevano al tavolo uno di fianco all'altro e ricevevano così regali e auguri. (Buona fortuna, pace e unione).
Una volta consumata la distribuzione dei regali, questi ultimi venivano sistemati ordinatamente insieme anche al denaro ricevuto, e rimanevano così in mostra per chiunque volesse vedere.
Successivamente, gli sposi accompagnati da una sorella di lui, si recavano a casa dei genitori di lei e portavano una cesta contenente pane, carne e dolci e si trattenevano il tempo giusto per raccontare della cerimonia. Al momento del congedo la madre di lei, da parte sua consegnava un'altra cesta con dentro il grano, lana e il cotone piquet e inoltre un piatto piano, uno fondo e una tazzina. l tutto veniva eseguito sempre recitando formule varie di augurio.
Una volta rientrati a casa dello sposo, i parenti e tutti gli invitati di lei venivano trattenuti per la cena.
Appena terminata, arrivavano i "Cantadores" che formulavano in serenata i loro auguri agli sposi novelli, e si trattenevano fino a tarda notte e quindi venivano anche invitati a cenare.
Poiché la festa di matrimonio durava due giorni, l'indomani si pranzava e si cenava di nuovo tutti assieme e ci si divertiva.
Nei giorni successivi gli sposi rimanevano a disposizione di coloro che non erano stati invitati al matrimonio, in genere i vicini di casa e i parenti lontani, ai quali si invitava caffè, liquori e dolciumi vari.”
(Testimonianza di R. R. V. e M. M. - Orgosolo 1940)


SU SPOSORIU ANTIGU
Antichi riti nuziali

"In alcune regioni montane sono ancora in uso gli sponsali tra gli impuberi, che si trattano tra uno dei due sposi e i parenti dell'altro, o tra i parenti dei medesimi.
Vige tuttora l'antica consuetudine che, quando un giovine desidera in moglie una fanciulla d'altro paese e sia assicurato che la sua domanda sarà gradita, mandi un suo parente o amico a farla. Il quale presentandosi ora solo, ora con compagnia annuncia l'oggetto della sua visita in forma allegorica, alla quale si risponde similmente.
Accolta la domanda si lascia il linguaggio poetico per parlar d'interessi, e si fissa il giorno in cui si scambieranno i regali.
In quel giorno il padre o tutore dello sposo con alcuni della parentela, che in quella circostanza sono detti paraninfi vanno in pompa alla casa della sposa.
La porta essendo chiusa devono essi picchiar più volte, infine domandati da dentro che portino e risposto onore e virtù, o amore e felicità, entrano e sono accolti nella sala di cerimonia dai genitori della fanciulla e dalla parentela tutti vestiti in gala. Il padre o tutore dello sposo presenta allora i doni promessi e riceve quelli che sono destinati allo sposo, e ciascuno dei paraninfi porge il suo alla sposa, che li contraccambia con un altro segnale, come dicono. Si pranza poi, o si prende un ristoro, ed i paraninfi se ne partono.
Il matrimonio si celebra dopo un tempo più o meno lungo, e quando è imminente il giorno nuziale lo sposo accompagnato dai suoi parenti muove a cavallo seguito da molti carri verso il paese della sposa.
Si caricano allora i carri di tutte le robe, mobili e utensili domestici, dei quali la sposa deve provvedere la casa maritale, con alcune provviste, e subito questo convoglio preceduto da zampognari si volge al paese dello sposo.
Vanno primi due zampognari, e dietro essi una schiera di ragazzi, ragazze e donne, tutti vestiti di festa, che portano le parti più fragili e pregevoli della masserizia, anche i guanciali adorni di nastri, di mortella e di fiori, e la brocca o secchia che adorna di nastri e piena di fiori sta posata sul capo della più bella fanciulla del paese.
I ragazzi procedono strillando di gioia e cantano qualche fescennino. (Fescennini: antichissimi canti popolari latini di origine agreste, in metro saturnio, caratterizzati da scherzi licenziosi e mordaci; in seguito vennero a far parte dell'epitalamio delle cerimonie nuziali. - Nota del redattore.)
Segue la fila di carri tratti da buoi adorni nella fronte e nelle corna; e prime si vedono le nuove gonfie coltrici, poscia i letti, quindi le sedie, le tavole, i cassoni della lingeria e delle robe della sposa e tutti gli altri arredi domestici con gli arnesi della cucina e del panificio, ultime le provviste ed estrema la mola alla quale è tenuto per una corda l'asinello.
Questo convoglio è seguito da altri carri coperti, dove siedono alcune giovani amiche o parenti della sposa, le quali disporranno quei mobili, perché la casa nuziale al suo arrivo sia tutta parata.
Nel giorno destinato al matrimonio lo sposo, accompagnato da un prete della sua parrocchia, dai più prossimi parenti e dai paraninfi, va in gran corteggio alla casa della sposa. La quale udita la voce di lui subito si leva e inginocchiata ai piedi dei suoi genitori domanda la loro benedizione. Allora accade spesso di vedere una scena di molta tenerezza.
Fatta la cerimonia in chiesa, si passa al convito nuziale. Gli sposi mangiano la minestra nello stesso piatto con lo stesso cucchiaio, bevono nello stesso bicchiere e si spartiscono tutto.
Ne' paesi di montagna si ammazza per essi un caprone.
I parenti e gli amici portano scelti doni per la mensa, e non mancano quelli della caccia.
Dopo il convito, se questo sia fatto nella casa nuziale, si attende alle ricreazioni della danza e del canto; se sia fatto nella casa della sposa, subito la comitiva dello sposo si dispone alla partenza.
Precedono i zampognari, segue lo sposo ed a sua destra la sposa portata sopra un cavallo riccamente bardato, tenuto per la briglia da un pedone; dopo essi i parenti in lunga fila, a due a due, le donne dietro la sposa, gli uomini dietro lo sposo.
La comitiva approssimandosi al paese viene incontrata dal popolo, e si fa onore agli sposi, particolarmente alla novella, sulla quale mentre passa per le strade le madri di famiglia gittan da' pugni biade e sale pronunziando auguri.
La madre dello sposo, od altra parente, vedendo entrar nel cortile la sposa le va incontro e le gitta quella benedizione del sale e del grano (la grazia), quindi la introduce nella camera nuziale. In altri luoghi la suocera riceve la sposa tenendo in mano un piatto con la grazia ed un bicchiere d'acqua, e come vede la sposa giunta sul limitare versa in terra l'acqua e su lei la grazia.
In qualche regione interiore la sposa nel giorno delle nozze non pronunzia una sola parola: ma sedendo immobile per tutto il giorno riceve le visite e le congratulazioni, e non risponde a nessuno.
Segue poi il festino per più giorni, cominciando dal convito, in cui gli sposi mangiano ancora nello stesso piatto con lo stesso cucchiaio e forcellina (come usan di fare anche in altre fauste occasioni), quindi si balla, si fanno fuochi di allegrezza, e altri divertimenti."

Corsa nuziale. In alcuni luoghi dopo data agli sposi la benedizione nuziale corresi la rocca. Nelle due parentele quelli che abbiano i migliori cavalli danno spettacolo alla lieta comitiva gareggiando nella corsa presso la chiesa, e chi siasi riconosciuto vincitore nella prova ottiene di portar la rocca, la quale per questa solennità è lavorata con grande studio, tinta di vari colori e adornata di molti nastri."
(Tratto da G. Casalis - Dizionario geografico - storico - statistico - commerciale degli stati di S. M. il re di Sardegna - Vol. I - Sardegna - Compilazione di Vittorio Angius - 1851)

SA COIA SEDDORESA
Il matrimonio di Sanluri

Questa che segue è una arguta descrizione del matrimonio a Sanluri, grosso centro agricolo della Marmilla. E' riferibile ai nostri tempi, se si esclude la presenza de su molenti, dell'asino addetto alla macina, scomparso del tutto tra la prima e la seconda guerra mondiale, soppiantato dai mulini industriali.

"Condizionis indispensabilis po coiai fianta: Po prima cosa: de hessi "mascu" o "femmina" (de non cunfundi cun "mascu e femmina" - ermafroditu); po segunda cosa: de hessi "traballantis". Po s'omini in particulari si domandada: - Chi hessidi passau sa leva e fessidi stettiu fattu "abili" e non "arrifromau"; che hessidi tentu domu propria; chi tenessidi "sa cotta sigura" (su trigu po su pani po dugna cida de s'annu). In sa parti de Marmidda si pretendiada de s'omini de possidì puru duas o tresi mattas de olia, po assigurai su "cundimentu" de su pappai (ollu) po totu s'annu.
Po sa femmina si domandada chi tenessidi "sa roba" (accivimentu o pannamenta o curredu) e sa mobilia (su lettu, sa mesa de fai pani, scannus po sezzi, sa cascia po sa roba e po su crobetroxiu, su telargiu po tessi, s'arramini e is trastus de cuxina, su craddaxiu po sa lissia, sa sartaina e sa schidonera).
Foras de talis cundizionis no si podiada pensai a sa coia.
Su fidanzamentu ("fai a isposu") si podiada fai subitu, appena passada "sa leva"; ma a coiai si aspettada a candu totu fudi prontu...balidi a nai appustis de doxi o quindixi annus (ca sa coia non fudi cosa de fai a sa mazzamurrada).
Esti inutili a ispiegai minudamenti totu is zerimonias e usanzias antigas e tradizionalis de su fidanzamentu, de sa coia, po no perdi tempus e po non incurri in s'arriscu de annoiai sa genti. E nemancu cumbenidi a esprorai sa "liggidura de sa vida" (critica cun cummentus e acciuntas) a is isposus, chi faidi sa genti in bidda, in is diis prima e appustis de su sposoriu.
Sa cida prima de su sposaliziu benidi portada, a sa festa, sa roba e sa mobilia de domu de sa sposa a sa domu noa. Sa curiosidadi de sa genti è de castiai beni totu su addobbu de is carrus e is piccioccas chi accumpangianta sa roba po dda assentai in domu de su sposu. Speziali contu si tenidi candu tra is carrus de sa mobilia sighidi puru su carru chi portada sa mola e avattu su molenteddu accannaccau e affrochittau, po su spassiu chi si 'ndi formada.
De sa dii de sa coia is isposus intranta in su limbu de is arrimaus (archiviaus) e sa genti hada a tenni cosa de nai solu a sa risultada, a distanzia de aturus quindixi annus."
(Tratto da Giuseppe Dessì - Contus de forredda - 1964)

Nel tradurre letteralmente il simpatico brano di Giuseppe Dessì si nota che egli usa la parlata sanlurese (comune nella Marmilla) che possiamo considerare una variante dialettale della lingua sarda campidanese.

"Condizioni indispensabili per sposare erano: Per prima cosa: essere "maschio" o "femmina" (da non confondere con "maschio e femmina - ermafrodito); per seconda cosa: essere lavoratori. Per l'uomo in particolare si chiedeva: - Che avesse fatto la (visita di) leva e fosse stato fatto "abile" e non "riformato"; che avesse una casa propria; che possedesse "l'infornata sicura" (il grano per il pane per ogni settimana dell'anno). In quel di Marmilla si pretendeva dall'uomo di possedere anche due o tre alberi d'olive, per assicurare il "condimento" del mangiare (olio) per tutto l'anno.
Per la femmina si domandava che avesse "la roba" (dote o biancheria o corredo) e la mobilia (il letto, il tavolo per fare il pane, panchetti da sedersi, la cassapanca per la biancheria e le coperte, il telaio per tessere, i rami e le terrecotte da cucina, il calderone per la liscivia (del bucato), il padellone e il completo degli spiedi).
Senza queste condizioni non si poteva pensare al matrimonio.
Il fidanzamento (farsi sposi) si poteva fare subito, appena fatta la (visita di) leva; ma a sposarsi si aspettava quando tutto era pronto... vale a dire dopo dodici o quindici anni (perché il matrimonio non era una cosa da farsi alla trallerallera).
E' inutile descrivere minuziosamente tutte le cerimonie e le usanze antiche e tradizionali del fidanzamento, dello sposalizio, per non perdere tempo e per non correre il rischio di annoiare la gente. E neanche conviene esplorare la "lettura della vita" (critica con commenti e aggiunte) degli sposi, che fa la gente in paese, i giorni prima e dopo le nozze.
La settimana prima delle nozze viene portata, festosamente, la roba e la mobilia dalla casa della sposa alla casa nuova. La curiosità della gente è di osservare bene tutta l'esposizione (del corredo) sui carri e le fanciulle che accompagnano la roba per disporla nella casa dello sposo. Speciale attenzione si riserva al momento in cui tra i carri della mobilia passa il carro che trasporta la macina, con l'asinello appresso inghirlandato e infiocchettato, per il divertimento che se ne trae.
Dal giorno delle nozze gli sposi entrano nel limbo degli appartati (archiviati) e la gente avrà altro da dire soltanto (visti i risultati), a distanza di altri quindici anni."

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