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Indice articoli


APPENDICE II


GRIGLIA STORICA

SINTESI CRONOLOGICA DEGLI AVVENIMENTI DI RILIEVO
Appunti per una storia della Sardegna

*** Le prime tracce di insediamenti umani del Neolitico (età della pietra levigata) si fanno risalire a circa 3000 anni a. C. La popolazione neolitica sarda si diffonde e vive principalmente lungo le coste occidentali e meridionali dell'Isola, in particolare nella pianura oristanese delimitata a Est dal Monte Arci, ricco di cospicui giacimenti di ossidiana (vetro vulcanico). Vi sono stati scoperti numerosi centri di lavorazione e stazioni che dimostrano come in quell'area fosse attiva la lavorazione e diffuso il commercio della preziosa ossidiana. I neolitici sardi lavoravano con consumata perizia il vetro vulcanico ottenendone armi e utensili di pregiata fattura.

*** Dal 2300 al 1700 si svolge l'Età del Rame; dal 1700 inizia l'Età del Bronzo. E' di questo periodo la nascita di forme organizzate di lavorazione della terra e di allevamento. Testimonianze di queste Età si hanno con numerose tombe e abitazioni, e in esse con armi e utensili, vasi e contenitori, in pietra e in terracotta.

*** La Civiltà Nuragica si colloca tra il 1500 e il 300 a. C. Si divide in tre ere, delle quali la Media è quella di maggiore splendore, che esprime nell'arte plastica i famosi "bronzetti", sculture in bronzo di piccole dimensioni (7-8 centimetri) raffiguranti esponenti della società nuragica (guerrieri, sacerdoti, capi pastori) e navicelle votive funerarie.
Nuraghe (o nuraghi o nuraxi) è la voce sarda che indica la tipica costruzione ciclopica in pietra basaltica non cementata, di forma tronco-conica fornita di una apertura architravata. Nella sua forma primitiva, il nuraghe è costituito da un'unica torre con un unico vano circolare. Successivamente assume forma composita, con agglomerato di torri intorno alla torre centrale e con più vani interni, situati anche a diverso livello.
Esistono nell'Isola i resti di oltre 7000 nuraghi. Tali monumenti megalitici sono adibiti a diverso uso: abitazione, fortezza, tempio.
Dello stesso periodo sono le Perdas Longas o Perdas Fittas, Tombe dei Giganti (Menhir e Dolmen) e le Domus de Janas (letteralmente, Case di Fate), grotte sepolcrali, e numerosi Pozzi Sacri.

*** L'Isola subisce la prima dominazione storica. I Fenici vi si insediano per 250 anni, dall'800 al 550 a. C. Fondano le colonie (centri di depositi e traffici commerciali) di Tharros, nella Penisola del Sinis, e Sulci, nell'Isola di Sant'Antioco, nella costa occidentale; Karalis, Bitia e Nora, nella costa meridionale.

*** I Cartaginesi subentrano ai Fenici nel dominio dell'Isola, che mantengono per oltre 300 anni, dal 550 al 238 a. C.
Come i Fenici famosi predatori d'argento, i Cartaginesi (e in seguito i Romani) sfruttano sistematicamente i cospicui giacimenti di piombo argentifero, riducendo alcune zone come l'Iglesiente simili a una gruviera. Con l'argento si coniano monete e si ottengono monili.
I Cartaginesi riorganizzano e ristrutturano le colonie fenicie, dando vita a vasti agglomerati urbani (città-stato) i cui abitanti sono divisi in tre classi: l'aristocrazia, la plebe e gli schiavi, e governati da Giudici coadiuvati da due Assemblee, una degli Anziani, aristocratica, e l'altra plebea. Edificano poderose fortificazioni belliche, inaugurando l'uso nei secoli, della Sardegna, roccaforte al centro del Mediterraneo, come area di servizi militari in difesa degli interessi di potenze egemoniche.
I Cartaginesi diffondono nell'Isola il loro culto religioso. Il Molk o Moloch è la spietata divinità cananea alla quale vengono sacrificati i fanciulli in un apposito tempio, il Tophet (bruciatoio). Dalla Bibbia si apprende che tali sacrifici umani vengono consumati nella Valle di Hinnom, nella località detta Geenna (sinonimo di inferno, per i Cristiani). La pratica di tali sacrifici umani è diffusa tra gli Ebrei intorno all'VIII e VII secolo a. C. e pare sia stata ripresa anche dai Cartaginesi, i quali a loro volta la introducono in Sardegna. Il Molk o Moloch prende nomi diversi secondo il luogo in cui viene venerato e secondo l'elemento naturale che rappresenta. Baal, dio cartaginese simbolo del cielo, è il Molk al quale, pare, che gli aristocratici sacrificassero i loro primogeniti in tenera età. La Tanit è altra importante divinità, simboleggiante la provvidenza della natura, ed è detta anche Tanit Pne Ba'al (espressione di Baal). E' assai venerata in Sardegna, dove simboleggia la fertilità. E' rappresentata da una donna nell'atto di irrumare, di offrire la mammella (dal latino ruma = mammella). Altra divinità femminile è Ashtar o Ishtar - simile a Tanit in quanto dea della fertilità - anch'essa derivazione della Grande Dea Mediterranea, la Madre Terra.

*** Nel 259 a.C. durante la prima guerra punica, i Romani iniziano la conquista della Sardegna per sottrarre una fondamentale base strategica alla rivale Cartagine.
Nel 238 in risposta a un ventilato sbarco dei Cartaginesi nel Lazio, i Romani, approntato un forte esercito, invadono l'Isola.
I Sardi, che hanno accettato la presenza (soprattutto economica) di Cartagine, instaurando con i Punici rapporti di buona convivenza, insorgono ora contro le legioni romane. Dal 238 al 111 a. C. si susseguono insurrezioni e repressioni spietate, che danno luogo a otto sanguinose campagne militari - l'ultima condotta da Marco Cecilio Metello.
E' del 215 - durante l'invasione dell'Italia da parte di Annibale, nella seconda guerra punica - la rivolta capeggiata da Amsicora, uno dei massimi esponenti della aristocrazia della regione del Basso Tirso con capoluogo la città di Cornus. Alla rivolta partecipano i sardi dell'interno, i Pelliti e i Sardi dei Campidani, guidati da Josto. Dopo iniziali vittorie dei Sardi, che attendono invano rinforzi cartaginesi, le legioni romane guidate da Tito Manlio Torquato hanno il sopravvento. Tito Livio - che descrive quasi duecento anni dopo la battaglia di Cornus - contribuisce a dare corpo alla leggenda della morte eroica del condottiero dei Sardi-Pelliti: avendo saputo il vecchio Amsicora della disfatta del suo esercito e della morte del figlio Josto, si trafigge con la propria spada per non cadere vivo nelle mani dei Romani.
La dominazione romana non è dunque tranquilla. Per almeno altri duecento anni si susseguono sanguinose rivolte, che tengono costantemente sul piede di guerra gli invasori, costringendoli a mandare nell'Isola numerose legioni. Ma agli scontri campali, i Sardi cominciano a sostituire le tecniche della guerriglia. Abbandonate le coste in mano all'invasore, si arroccano nelle zone interne, protetti da monti impervi che costituiscono un naturale baluardo.
Bisogna distinguere il primo periodo della dominazione romana dal secondo, coincidente con l'Età Imperiale. Mentre nel primo periodo l'Isola assiste alla totale decadenza della vita economica e sociale, che con i Cartaginesi ha raggiunto un notevole sviluppo e benessere, nel secondo periodo, ancora una volta, le coste vedono risorgere le sue città e riprendere le attività commerciali. Nei Campidani si sviluppa l'agricoltura, tanto che alcuni storici li definiscono "granaio di Roma".
In materia di colonialismo, i Romani a buon diritto possono considerarsi ideatori di complessi e sofisticati sistemi di dominio. Le loro tecniche di repressione popolare sono le stesse a cui si rifanno ancora oggi gli stati moderni. L'attuale legge sui pentiti, che incoraggia e premia il tradimento e la delazione, è di uso comune presso i Romani, almeno duecento anni prima dell'avvento del Cristianesimo. E' stato scritto che "l'incitamento alla delazione con premi in denaro e con altri incentivi (per esempio il perdono giudiziario) era già adottato dai Romani nel tentativo di eliminare i capi-pastori che guidavano la guerriglia con le bardane contro i centri commerciali dei colonizzatori".
Le bardane o scorrerie consistevano in veloci puntate effettuate da bande armate di cavalieri barbaricini. Questi, muovendo dai monti verso la pianura, attaccavano distruggendo o espropriando le merci dei depositi dei centri commerciali.
I Romani, per fiaccare la resistenza dei Barbaricini, integravano il sistema della taglia e della impunità per i "pentiti" con gli incendi e con la utilizzazione di mastini addestrati nella caccia all'uomo. Ai soldati impiegati in tali operazioni di polizia era concessa l'impunità per qualunque delitto commesso sulle popolazioni, ed era loro concesso il diritto di saccheggio e di stupro nei villaggi ribelli da essi conquistati.

*** Utilizzazione della Sardegna come luogo di deportazione e di confino. Nel 19 d. C., per ordine dell'imperatore Tiberio, circa 4000 Ebrei vengono deportati nell'Isola.
Ogni mezzo viene usato per assoggettare o sterminare le comunità barbaricine che non si piegano al dominatore. Si tenta così anche l'immissione di gruppi etnici diversi, deportati da altre colonie, che dovranno fare i pionieri in terra straniera, sterminando gli indigeni per strappare loro terra e averi e conquistarsi con la violenza il diritto ad esistere. E' appunto il caso dei 4000 Ebrei che vengono sbarcati a Tharros, presso il Golfo di Oristano, e ivi abbandonati a se stessi, con l'unica speranza di fondare una colonia in quei siti, se fossero riusciti a sopravvivere alla insalubrità del clima e alla legittima opposizione degli abitanti. La schiera degli Ebrei esiliati, decimata dalla malaria e dalla fame, non viene attaccata dagli indigeni, che li tollerano e consentono loro di stanziarsi circa cento chilometri più a Nord, nell'attuale Bosa, alla foce del Temo, in una fertile vallata.

*** Dopo gli Ebrei - considerati a torto o a ragione un popolo intollerante - è la volta dei Cristiani, le cui deportazioni nell'Isola iniziano nel 174. Da quell'anno giungono in catene migliaia di seguaci della nuova religione, che ancora non ha trovato un compromesso storico con il potere imperiale. Tra questi c'è Callisto, che diverrà papa nel 217. Tra gli esiliati famosi di quel periodo si annoverano un altro papa, Ponziano, e un antipapa, Ippolito - entrambi damnati ad effodienda metalla, condannati ai lavori forzati nelle miniere.

*** Nel 455 i Vandali si insediano nell'Isola cacciandone i Romani. La loro dominazione, che si esercita quasi esclusivamente nelle aree costiere, si conclude nel 533. Continuano le deportazioni dei Cristiani, stavolta con diversa motivazione politica: raggiunto con Costantino il Grande il "compromesso storico", i Cristiani sono ora alleati dell'Impero, e pagano il peso del potere appena acquistato.
Della presenza dei Vandali in Sardegna si può dire che tra "barbari" e "barbaricini" si instaura presto un rapporto di pacifica convivenza e di comuni interessi. In sintesi, la politica dei Vandali nell'Isola si attua con l'abolizione dei privilegi del clero (ottenuti con l'Editto di Milano di Costantino e con i famigerati Decreti di Costanzo II), con la confisca dei beni delle chiese, con la distribuzione alle popolazioni delle terre sottratte ai latifondisti.
La valutazione degli storiografi sulle innovazioni vandaliche è nettamente negativa. Così uno di loro: "(Nel 533) una fortunata e rapida campagna militare, voluta dall'imperatore d'Oriente Giustiniàno e condotta dal generale Belisario, riportò l'Africa e la Sardegna in seno alla romanità e liberò la Chiesa Cattolica dall'incubo dell'eresia. Ma mentre da un lato il governo bizantino si diede di buon grado a ristabilire la legalità e l'ordine restituendo le terre ai legittimi proprietari e rimettendo le chiese e i monasteri nei loro beni, dall'altro impose ai sudditi un grave sistema fiscale, che l'avidità e la corruzione dei funzionari imperiali resero ancora più insopportabili."

*** Nel 533 dunque ha inizio la dominazione bizantina. Una dominazione opprimente, burocratica, fiscale da parte di un potere sofisticato in mano a una aristocrazia onnipotente e corrotta, che ha raccolto l'eredità di una civiltà fatiscente fondata sulla schiavitù, sulla rapina, sullo sfruttamento.
I Bizantini introducono il culto del Cristianesimo riformato dopo l'Editto di Milano del 313 e le successive disposizioni di legge emanate da Costanzo II che dichiarano fuori legge il culto pagano, assumendo di fatto il Cristianesimo a religione di stato. Certamente risale a quel periodo anche l'introduzione del culto di San Costantino (la cui santità non è riconosciuta dalla Chiesa di Roma), venerato in particolare a Sèdilo, e della madre dello stesso imperatore, Sant'Elena, che certa agiografia vuole sia nata in Sardegna.

*** Durante i primi decenni della dominazione bizantina, si sovrappone di fatto un'altra dominazione: quella degli Ostrogoti, che si insediano in alcune aree costiere. La presenza degli Ostrogoti nell'Isola dura pochi anni: dal 551 al 553.

*** I Sardi dell'interno costituiscono ancora una comunità omogenea, qualcosa di più di una etnia dato che all'unità di razza, di lingua e di cultura si aggiunge quella di storia - la opposizione di massa al disegno di colonizzazione dell'invasore - tal che con termine moderno possono definirsi nazione.
Possiamo chiamare e chiamiamo così popolo barbaricino le comunità che abitano le Barbagie, le zone interne montuose, mai del tutto invase o assoggettate neppure sotto il dominio dei Romani.
Finora, tutti i dominatori, Bizantini compresi, hanno dovuto far fronte a questo irriducibile nemico interno, che tende ad allargarsi per necessità economica (sistema di allevamento a pascolo brado transumante) verso le pianure. Ai Barbaricini si sono aggiunti, integrandosi perfettamente con essi, i Maurusi o Mauritani (anch'essi popolo di pastori nomadi, gelosi della loro libertà che difesero strenuamente già ai tempi di Giugurta), deportati in Sardegna dai Vandali. Una parte dei Maurusi si stabilisce nel Sulcis, conservando con una rigorosa endogamia i propri caratteri etnici. Gli abitanti di quella regione sono ancora oggi detti Maurreddinus in lingua sarda.

*** Nel 599 i Longobardi tentano l'occupazione dell'Isola. Si avvicinano a Cagliari con la loro flotta tentando lo sbarco. Le coste meridionali dell'Isola servono ai Longobardi come base di appoggio nel disegno di conquista dell'Africa del Nord. La spedizione fallisce per la resistenza opposta dalle popolazioni rivierasche sarde - ormai pressoché assenti i Bizantini il cui dominio sull'Isola è praticamente concluso e non si curano più della sua difesa. Escluse le Barbagie, la Sardegna costiera è sempre più in balia di ogni possibile invasore: le sue sorti sono ora nelle mani dei suoi abitanti.

*** Nel 711 inizia la lunghissima serie di incursioni arabe. Gli Arabi soppiantano i Bizantini nel dominio delle terre del disfatto Impero d'Oriente e del Mare Mediterraneo. Già nel VII secolo tutta l'Africa del Nord è sotto l'Islam.
La prima spedizione contro la Sardegna è del 711 e viene descritta dallo storico Ibn Al Atir; l'ultima è del 1015 e viene condotta da Mugahîd. La difesa dell'Isola, affidata esclusivamente ai suoi abitanti, è tenace; e gli Arabi non riescono a instaurarvi il loro dominio. La Sardegna è così l'unica regione che resiste all'onda della invasione islamica.
Alcuni storici sostengono che agli Arabi non interessa l'occupazione della Sardegna ma che è loro sufficiente poterla periodicamente saccheggiare, in particolare per rifornirsi di schiavi da immettere nei mercati dell'Oriente. Se così fosse non si spiegherebbe il ripetersi di tentativi non solo di sbarchi per compiere razzie ma di penetrazione nell'entroterra e di occupazione - tentativi effettuati per tre secoli e mai riusciti. Le tecniche di difesa contro le invasioni consistevano nella desertificazione delle coste, nello spostamento dei villaggi all'interno, nella istituzione di corpi di guardia a cavallo e nella costituzione di barriere nei luoghi strategicamente più favorevoli, dove venivano chiamati a raccolta tutti gli abitanti validi al combattimento.
La ragione della acquistata capacità dei Sardi di far fronte ai tentativi di invasione va ricercata nella esistenza di una organizzazione politica, sociale ed economica autoctona, quali sono i Giudicati - la cui origine può farsi risalire non a caso al VII secolo e che andò sviluppandosi durante i tre secoli delle incursioni arabe.

*** 1015. Come si è detto risale a questa data l'ultima incursione araba. La Chiesa Cattolica evangelizzati i Sardi ha costituito nell'Isola notevoli interessi. Pisa e Genova, di quando in quando alleate e rivali nella lotta per l'egemonia nel Mediterraneo, vengono chiamate in aiuto della Sardegna dal papa Benedetto VIII. Le due intraprendenti città marinare, dopo aver dato una mano ai Sardi per respingere l'assalto dei mussulmani, constatata la posizione strategica dell'Isola, sia dal punto di vista bellico che commerciale, si apprestano a contendersene il dominio.
Per Pisa e per Genova la conquista e l'utilizzazione della Sardegna diventa la chiave di volta della loro strategia per il controllo dei mercati che si affacciano nel Mediterraneo; ciò le porrà in antagonismo per diversi secoli, con la prevalenza ora dell'una ora dell'altra, quando non troveranno l'accordo per spartirsi il bottino da bravi ladroni.

*** I Giudicati. Già nell'Anno Mille la Sardegna appare organizzata in modo autonomo in quattro Giudicati: Torres, Gallura, Arborea e Cagliari.
Il Giudicato - una originale organizzazione sociale sviluppatasi in Sardegna in pieno Medio Evo - è da ritenersi una risultante storica dell'antichissima città-stato, che può farsi risalire alla organizzazione nuragica, e che ritroviamo nell'Isola nel periodo pre-cristiano secondo un modello comune ai Greci e ai Fenici.
I Giudicati si costituiscono e si sviluppano dal VII secolo (cessata la dominazione bizantina) al X secolo, durante il periodo dei reiterati tentativi di conquista da parte dell'Islam. Dopo il 1015 l'interferenza politico-militare di Pisa e di Genova ha influenzato e certamente modificato negativamente l'originale forma di organizzazione del Giudicato.
E' comunque da considerare senza fondamento la tesi di certi storici, secondo i quali i Giudicati sono stati "inventati" dai colonizzatori Pisani e "calzati" alla Sardegna per darle una organizzazione "civile". Come si è accennato prima, i Giudicati sono la storica risultante della preistorica organizzazione sociale della civiltà nuragica, sviluppatasi negli ordinamenti della città-stato.
Ritroviamo infatti nel Giudicato ordinamenti e istituti presenti nel passato, quali appunto il Giudice (detto Sufeto dai Fenici e Arconte dai Greci) e i Majorales o maggiorenti, gli anziani della casta aristocratica che costituiscono un Senato, e le Assemblee popolari, con poteri che appaiono non esclusivamente consultivi.
Il Giudicato può così definirsi una organizzazione sociale di tipo patriarcale evolutasi autonomamente e originalmente in Sardegna durante il Medio Evo su fondamenta di istituti e tradizioni del passato.
La comunità, costituita da contadini e pastori e da artigiani, è retta da una aristocrazia, i Majorales, tra i quali uno assume l'alta funzione di Giudice. Periodicamente vengono indette le Assemblee, cui partecipa il popolo e il clero, quando si tratta di prendere decisioni di fondamentale importanza per la collettività.
L'Isola è suddivisa in quattro Giudicati. Una divisione che appare correlata alla presenza di quattro grosse e importanti città-stato: Cagliari e Tharros nel Centro-Sud; Torres e Olbia a Nord. Non esistono città-stato nel mondo barbaricino, nell'area Centro-orientale montuosa, che ha rifiutato modelli come quello greco e fenicio per dar luogo a una organizzazione socio-economica propria di pastori nomadi che resta basata sul villaggio autonomo, federato agli altri villaggi da vincoli etnico-culturali oltre che d'interesse, con propri codici e istituti tramandati di padre in figlio. Ma è evidente che essi, i Barbaricini, con i loro "autonomi" villaggi, convivono con la più ampia organizzazione dei Giudicati che era loro affine e rispettava i valori del loro mondo.
Ogni Giudicato è diviso territorialmente e amministrativamente in Curatorie, cioè a dire distretti, governate da un Curatore (Majorale Curadore). Ogni Curatoria comprende un certo numero di Ville, cioè villaggi, con il loro naturale territorio costituente lo spazio vitale della comunità.
Il Giudicato di Cagliari è diviso in 14 Curatorie; quello di Arborea in 13; quello di Torres in 20 e quello di Gallura in 10. Ogni Curatoria, come detto, comprende un certo numero di Ville, una delle quali è capoluogo di Curatoria, ed è più che un villaggio ciò che resta di una fiorente città-stato del passato o ciò che è diventato sviluppandosi in situazione favorevole.
Il Giudice è il supremo reggitore del Giudicato. Erroneamente viene chiamato "re": giustamente è stato scritto non senza ironia che in Sardegna non sono mai esistiti i "troni". E' certo che nei primi tempi, che possiamo definire "democratici", qualunque Majorale, o cittadino notabile, poteva assumere la carica di Giudice; e che soltanto più tardi, dopo la pesante interferenza Pisana, c'è una tendenza del Giudicato a diventare Signoria, e quindi a fare del Giudice una carica ereditaria. Pare anche certo che la durata della carica di Giudice fosse limitata inizialmente a un anno (come nelle città-stato dove l'Arconte governava per un anno), poi a cinque anni, poi anche a dieci anni e infine a vita.
Il Giudice governa con i Majorales (o Majores) che sono di rango pari al suo. Spesso, anzi, le funzioni del Giudice sono delegate, nell'amministrare e nel giudicare, ad altri Majorales, indicati nei documenti ufficiali come "Frades", fratelli, o Donnikellos, signorotti, (da Donnu, signore, titolo proprio del Giudice).
La moglie del Giudice è detta Donna de Logu, signora del luogo (per Logu si intende il territorio del Giudicato) o anche Donna de Arborea (o de Gallura), dal nome di "quel" Giudicato. La madre del Giudice è invece chiamata Donna Manna, donna grande. Tali titoli onorifici riservati alle donne dell'aristocrazia giudicale, secondo alcuni studiosi con i quali concordo, sarebbero residui di un passato regime matriarcale, riaffiorante con la presenza (in tale sistema patriarcale) di figure femminili di grande rilievo storico, come la Giudichessa Eleonora d'Arborea.
I Majorales o Majores costituiscono, come detto, una sorta di Senato che governa insieme al Giudice, e sono la casta dominante, l'Aristocrazia. Altro ceto, il più numeroso, è quello dei Liverus o Liurus (liberi): contadini, pastori, commercianti artigiani, militari e clero. Quindi vengono i Servi.
A proposito di servaggio, va precisato che negli ordinamenti giudicali non esiste la schiavitù. La persona fisica e giuridica dei cosiddetti Servi non può essere asservita: è totalmente libera; esattamente come lo è quella dei Liverus, dei liberi: il servo può vivere per conto proprio e svolgere il lavoro che più gli è congeniale o che preferisce, può anche ricoprire incarichi di qualche responsabilità all'interno della sua comunità. Tuttavia è asservito nel lavoro, in ciò che egli produce: il reddito, o meglio una parte di questo reddito spetta di diritto al suo padrone. Va aggiunto che egli può comunque riscattare la propria dimensione (esclusivamente economica) di servo, utilizzando del proprio lavoro quella parte di reddito che gli spetta. Gli appartenenti a questa infima categoria sociale sono detti Servus o Servus Culivertus o anche semplicemente Culivertus (termine che possiamo tradurre con l'italiano storico Colliberto = schiavo di condizione sociale compresa tra i servi e l'ultima classe dei liberi; o più precisamente colui che è insieme libero e schiavo).

*** Invasione clericale. Pare che sia stato Barisone I Giudice di Torres a chiamare i Frati Benedettini da Montecassino affinché colonizzassero il suo Giudicato. Pare anche che i Pisani si opponessero alla presenza dei Benedettini nell'Isola, perché il loro ordine simpatizzava per i Genovesi. Il fatto è che dal 1063, dallo sbarco dei frati di Montecassino, per tutto il secolo e oltre, chiamati da Pisani o da Genovesi o motu proprio, approdarono in Sardegna numerosi Ordini religiosi: Vittorini, Vallombrosiani, Camaldolesi, per non dire di quelli sciamati in tempi più recenti, quali i Minori, i Gesuiti, i Salesiani, i quali si sono impadroniti - insieme alla Chiesa di Roma - della miglior parte del territorio dell'Isola.

*** Nel 1164 Barisone I di Arborea si allea con i Genovesi e con il loro appoggio tenta di impadronirsi degli altri Giudicati, facendosi incoronare a Pavia re di Sardegna dall'imperatore Federico Barbarossa. Il disegno fallisce.

*** Nel 1236 nel Giudicato di Torres è al potere una donna, Adelasia, moglie del Giudice di Gallura Ubaldo II. Rimasta vedova, Adelasia sposa Enzo figlio di Federico II di Svevia. Questi assume il titolo di re di Sardegna. Ma il titolo è soltanto nominale e le stesse nozze con Adelasia vengono annullate dal papa nel 1238 perché non è d'accordo con tale manovra.

*** 1257. Fine del Giudicato di Cagliari. Il territorio viene occupato dalle truppe riunite dei Visconti, dei Gherardesca e dei Capraia che se lo spartiscono.

*** 1259. Fine del Giudicato di Torres, rimasto senza eredi legittimi alla morte di Adelasia. Il suo territorio viene occupato dai Doria, dai Malaspina, dagli Spinola e dagli Arborea che se lo spartiscono.

*** 1296. Fine del Giudicato di Gallura, che viene occupato e amministrato in proprio da Pisa.

*** Nel 1323 inizia l'occupazione aragonese dell'Isola con Alfonso di Aragona. L'invasione ha una base giuridica in un atto del 1297, compiuto da Bonifacio VIII, che "dona" tutta la Sardegna, come feudo, a Giacomo II di Aragona.
Come è noto, Bonifacio VIII fu tra i pontefici il più accanito sostenitore del potere temporale, rifacendosi alla vecchia teoria della supremazia dello spirito sulla materia. Bonifacio VIII è il papa che testualmente afferma che egli in quanto padrone di legare e sciogliere in Cielo è di conseguenza padrone di legare e sciogliere in terra. Tale arrogante diritto - come altri pretesi dalla Chiesa di Roma - cerca fondamenta giuridiche addirittura in quei giochi di parole di cui sono pieni i Vangeli. Come quello di Gesù che dice: "Tu sei Pietro e su questa Pietra fonderò la mia Chiesa". Ma il gioco di parole cui si rifà l'ambizioso papa è "Io ti darò le chiavi del Regno dei Cieli... e ciò che tu avrai legato sulla terra sarà legato nel Cielo".
Se si tien conto che in tempi evangelici la chiave di una casa consisteva in una rudimentale zeppa di legno, che si portava "legata" alla cintola con una correggia, si capirà l'ironia di Voltaire quando scrive che "la potenza dei papi sembrerebbe fondata su dei calembour".
I 150 anni (1323 - 1492) di dominazione aragonese costituiscono un processo involutivo per la società sarda, che passa dal sistema dei Giudicati alla grettezza e all'oscurantismo del Medio Evo. Il possesso del feudo sardo, "donazione" papale agli Aragonesi, non è per altro pacifico. Solo per mettervi piede, sono occorsi agli invasori circa 30 anni. Per consolidare il loro potere, gli Aragonesi usano ogni mezzo: oltre la violenza delle armi, le stragi e i saccheggi, la distribuzione di cariche, onorificenze, privilegi e terre ai signorotti che si sottomettono, fino all'insediamento di nuclei catalani e aragonesi che nell'Isola avrebbero costituito l'elemento fedele, stabilizzante. La burocrazia, una miriade di funzionari regi che in pratica governano dissanguando le popolazioni, è totalmente costituita da sudditi degli stati della Corona: catalani, valenzani, aragonesi, maiorchini.
E' stato scritto: "Il quadro che si ricava dalle fonti del tempo è disastroso. Guerre, rappresaglie, imboscate e razzie, deportazioni e devastazioni, epidemie e carestie si susseguono incessantemente fino a tutto il primo quarto del secolo XV. Uno stato continuo di allarme incombeva sui villaggi e sulle campagne. Bande di Sardi davano la caccia agli Aragonesi, schiere di Aragonesi penetravano nei villaggi indifesi, catturavano uomini, donne e bambini e li trasferivano, in stato di schiavitù, nella Spagna. Le popolazioni delle campagne, esposte ad ogni pericolo, abbandonavano le case e si rifugiavano sulle montagne. Miseria e spopolamento prendevano piede dappertutto. Venticinque anni dopo la presa di possesso dell'Isola da parte degli Aragonesi, nella sola regione del Capo di Sopra, la prima a ribellarsi, si contavano già 40 villaggi abbandonati e distrutti. Centocinquant'anni dopo, allo spirare della Signoria, la popolazione dell'Isola era scesa all'incredibile cifra di 160.000 abitanti".

*** I Sardi si oppongono al dominio aragonese. Nel 1354 inizia la lunga guerra contro gli Aragonesi condotta prima da Mariano IV, poi da Ugone III e infine da Eleonora, Giudici di Arborea.

*** Eleonora d'Arborea promulga nel 1392 la "Carta de Logu". Trattasi di un codice, o testo legislativo, che si occupa prevalentemente di agricoltura, allevamento, caccia, scritto in lingua sarda campidanese. La "Carta" si articola in centonovantotto capitoli, con una "introduzione" che si riporta nell'ultimo capoverso.
"Sa Carta de Logu", sa quali cun grandissimu provvidimentu fudi fatta peri sa bona memoria de Juyghi Mariani Padri nostru, in qua direttu Juyghi de Arbarèe, non essendo corretta per ispacciu de seighi annos passados, como per multas variedadis de tempus bisognando de necessidadi corrigerla, ed emendari, considerando sa variedadi, e mutacioni dessos tempos, chi suntu istados seghidos posca, ed issa condicioni dessos hominis, chi est istada dae tanto inoghi multu permutada, e plus pro chi ciascunu est plus inchinevili assu mali fagheri, chi non assu beni dessa Republica Sardista, cun delliberadu consigiu illa corrigimus, e faghimus, e mutamus dae beni in megiu, e cumandamus, chi si deppiat osservari integramenti dae sa Santa Die innantis peri su modu infrascrittu, ciò est."
(La Carta de Logu, che con grandissimo provvedimento fu fatta dalla buona memoria del Giudice Mariano Padre nostro, come legittimo Giudice di Arborea, non essendo stata aggiornata nell'arco di oltre sedici anni, ora per molte cause temporali avendo necessità di essere corretta ed emendata, considerando la varietà e il mutamento dei tempi, che da allora si sono susseguiti, e la condizione degli uomini che si è di molto modificata da allora in qua, e in più essendo ciascuno più incline a fare il male che non il bene della Repubblica Sarda, con deliberato consilio la correggiamo, e facciamo, e mutiamo da bene in meglio, e comandiamo che si debba osservare integralmente dal Santo Giorno (della Pasqua del 1395 - ndr) innanzi nel modo infrascritto. Cioè.) - Seguono i capitoli.

*** Nel 1410 ha fine anche il Giudicato di Arborea, che viene trasformato in Marchesato di Oristano.

*** Nel 1470 Leonardo Alagón, discendente degli Arborea, organizza una nuova rivolta contro gli Aragonesi. Dopo circa otto anni di lotta viene sconfitto nella battaglia di Macomer e il Marchesato di Oristano viene incamerato dalla Corona.

*** Nel 1469 con il matrimonio tra Isabella di Castiglia e Ferdinando di Aragona si ha la fusione in Spagna dei due regni. Dieci anni dopo, nel 1479 ha inizio la dominazione spagnola della Sardegna.
Gli Spagnoli proseguono perfezionandola la linea di asservimento dell'Isola già portata avanti dagli Aragonesi. Si impadroniscono di ogni impresa produttiva esautorandone gli indigeni; il commercio diventa prerogativa dei cittadini di Barcellona, Valenza, Palma di Maiorca; contadini e pastori sono vessati da tasse e balzelli che li riduce alla fame. Tutto il raccolto deve essere versato all'ammasso tranne lo stretto necessario per la sopravvivenza della famiglia e per la semina.
Si diffondono epidemie di peste e di colera - a parte la malaria che miete periodicamente numerose vittime. Catastrofica la peste di colera del 1680 che falciò 84.000 abitanti su una popolazione di 337.000.
A queste pesti si aggiunge la piaga dell'usura, diventata un sistema di credito, praticata soprattutto dal clero che in tale attività ha soppiantato gli ebrei (invisi ai cattolicissimi regnanti di Spagna, che li cacceranno dall'Isola nel 1492).
La stessa nobiltà sarda viene estromessa dalle cariche elettive e dai posti di potere, sostituita dalla nobiltà spagnola - quando non eliminata in complotti e agguati come accade per il Marchese di Làconi, don Antonio di Castelvì, assassinato da scherani del viceré. I nobili sardi a loro volta ordiscono un attentato al viceré, don Emanuele de los Cobos, Marchese di Camarassa, uccidendolo per rappresaglia. Ma la risposta degli Spagnoli è dura: il Marchese di Cea viene decapitato; i Marchesi di Albis e di Monteleone imprigionati; l'arcivescovo di Cagliari e il Vescovo di Alés esiliati. Non solo. Appena insediato, il nuovo viceré, il Duca di San Germano, organizza una imboscata e fa uccidere altri tre nobili sardi, ai quali vengono mozzate le teste e poi esposte per lungo tempo nella Torre dell'Elefante del Castello di Cagliari, residenza dei nobili di Spagna.
Il dominio spagnolo tenta di introdurre in Sardegna il Tribunale della Santa Inquisizione. La sua attività fu quasi nulla, se si eccettua il processo intentato dagli Inquisitori a Sigismondo Arquer, accusato di eresia luterana e condannato al rogo nel 1571, e il processo in contumacia al medico dell'Iglesiente Nicolò Gallo e fratelli, anche essi accusati di eresia, stavolta calvinista, i quali protetti dalla popolazione possono mettersi in salvo. Stanziatasi a Sassari, in un famigerato castello di cui oggi non esiste neppure traccia, smantellato a furor di popolo, la Santa Inquisizione è del tutto assente nelle Barbagie. Il fenomeno può spiegarsi con il fatto che i Tribunali della Santa Inquisizione (come certi attuali tribunali) si fondano sulla delazione, che è elemento totalmente estraneo nella cultura di un popolo "resistente" alla penetrazione coloniale; che trova la sua forza di lotta, di conservazione della propria identità, in una rigida coesione comunitaria - dove non può esserci spazio per il delatore, elemento disgregatore dell'equilibrio vitale, che quando vi sia va estirpato: il codice barbaricino prevede e attua atroci pene per colui che tradisce la propria gente.

*** Nel 1527, la Francia, potenza rivale della Spagna, sbarca nelle coste settentrionali dell'Isola, occupando Sassari. L'anno dopo, gli abitanti della città cacciano i Francesi (1528).

*** Dalla seconda metà del secolo XV, durante la dominazione spagnola, riprendono le scorrerie dei pirati mussulmani. Protetti e incentivati dai bey delle città fortificate di Tunisi e Algeri, dotati di numerosi e agili velieri, i pirati barbareschi danno luogo a saccheggi e razzie. Vengono presi di mira anche i grossi centri prospicienti al mare, come Quartu, presso Cagliari, Cabras, presso Oristano, e Sant'Antioco, nell'isola omonima. In effetti tali atti di pirateria sono da considerarsi rappresaglie contro la Spagna - le cui truppe non sono da meno in fatto di ferocia, nel massacrare e razziare nei territori popolati dagli "infedeli", e perfino nei territori soggetti alla Corona, gli stessi "fedeli".

*** Nel 1535 l'imperatore Carlo V prepara una spedizione punitiva contro Tunisi. La Grande Armada salpa da Cagliari nello stesso anno. L'obiettivo è quello di distruggere la potente flotta del famoso corsaro barbaresco Kair El Din, detto il Barbarossa. Il suo luogotenente e comandante in capo è un sardo, ex schiavo, ribattezzato dai mussulmani con il nome di Hazan Haga, detto Hazan Bey.
La flotta del Barbarossa, rifugiata nel golfo di Tunisi, viene cinta d'assedio insieme alla città. Dopo aspra battaglia la flotta di Kair El Din e la città di Tunisi vengono distrutte. Passati a fil di spada gli infedeli, vengono liberati ventimila schiavi cristiani.

*** Nel 1541, sull'onda del precedente successo, Carlo V prepara una seconda spedizione contro i Barbareschi dell'Africa Settentrionale. Dopo aver fatto sosta nella catalana e cattolicissima Alghero, la Grande Armada punta stavolta verso Algeri - nido di vipere piratesche, difeso dal sardo convertito al culto di Allah Hazan Haga, detto Bey.
Le cronache dicono che l'imperatore spagnolo richiama Haza Haga ai suoi doveri di suddito della Spagna cattolica in quanto sardo, promettendogli onori e ricchezze ancora maggiori di quelle ricevute per le sue capacità e il suo valore dai Mussulmani - naturalmente se si fosse arreso e fosse passato dalla parte dei Cattolici.
La seconda spedizione fallisce miseramente, anche per le avverse condizioni atmosferiche. La Grande Armada viene decimata dai reiterati attacchi dei Mussulmani capeggiati da Hazan Haga - una sorta di nemesi storica nei confronti degli Spagnoli invasori della terra sarda. Egli si mostra un vincitore magnanimo, concedendo salva la vita ai numerosi prigionieri spagnoli. I quali, con il resto dei loro navigli, nel fare rientro in patria, sostano in Sardegna, trattenendosi in colonia per lungo tempo a carico della popolazione, che deve sobbarcarsi l'onere di nutrirli, in una situazione di perenne fame e carestie.

*** Nel 1637 i Francesi ci riprovano. Con una flotta sbarcano nel Golfo di Oristano. Gli abitanti respingono gli invasori.

*** Nell'Anno del Signore 1660, il re cattolico di Spagna Filippo IV, è inguaiato fino al collo nella guerra di Catalogna. C'est l'argent qui fait la guerre. Filippo IV non ha il becco di un quattrino. Chiede allora un forte prestito al banchiere genovese Gerolamo Vivaldi, e l'ottiene. A garanzia del mutuo, il monarca cede al banchiere i diritti esclusivi di pesca negli stagni di Cabras, che appartengono alla Corona. Si tratta delle lagune tra le più vaste e pescose d'Europa.
Quasi duecento anni dopo, nel 1853, gli eredi del Vivaldi, cedono il "pegno" a un certo don Salvatore Carta, notabile di Oristano. I suoi eredi detengono fino al 1980 circa tale privilegio feudale diventato "proprietà". Le strutture socio-economiche degli stagni sono rimaste immutate per secoli.

*** 1708. E' inveterata abitudine delle potenze farsi guerra tra loro in casa d'altri - vedi Genova e Pisa in Sardegna, per non dire di Roma e Cartagine. Scoppia la guerra tra Spagna e Austria per la successione al trono spagnolo. Nel 1708, gli Austriaci con l'appoggio della flotta inglese, sbarcano a Cagliari e occupano la Sardegna. Carlo d'Austria nomina il Conte Sifuentes viceré dell'Isola.

*** Nel 1713 il Trattato di Utrecht sancisce il diritto dell'Austria al possedimento della Sardegna.

*** Dopo un tentativo di restaurazione spagnola nell'Isola, nel 1718 il Trattato di Londra attribuisce la Sardegna all'intraprendente Vittorio Amedeo II di Savoia.

*** L'occupazione effettiva dell'Isola da parte dei Savoia inizia nel 1720. Il monarca sabaudo deve sottostare a una clausola del Trattato di Londra, imposto dagli Spagnoli, per la quale devono essere conservati nell'Isola gli ordinamenti e i privilegi feudali. Solo a queste condizioni infatti la nobiltà spagnolesca e sarda e il clero accettano la dominazione dei Sabaudi.
Ha inizio una lunga e cruenta campagna contro il brigantaggio. L'intento dei Sabaudi - che dicono di voler pacificare e ordinare il loro feudo - è quello di stroncare ogni autonomia, di soffocare ogni anelito di libertà prima di sottoporre l'Isola a una serie graduata di false riforme, attuate con editti che aboliscono e criminalizzano antichi istituti economici e sociali autoctoni (senza toccare, fino al momento storico favorevole, i privilegi degli ordinamenti feudali), per instaurare un sistema di rapina e di sfruttamento "razionale" mai prima di allora concepibile.

*** Nel 1735 si svolge la prima campagna dei Sabaudi contro il brigantaggio. La violenza si dispiega indiscriminatamente sui contadini, sui pastori e sulle popolazioni inermi. Successive campagne si hanno dal 1747 al 1751 fino al 1770. Queste ultime sono concertate e condotte dal ministro Bogino. In tutti i paesi le forche sono perennemente erette, e i cadaveri dei giustiziati vengono smembrati e bruciati. Ancora oggi, il nome Bogino è in lingua sarda sinonimo di boia.

*** Nel 1737 gli abitanti di Tabarca (Tunisia), colonia di Genovesi, fatti schiavi dal Bey di Tunisi, vengono riscattati in cambio di schiavi mussulmani da Carlo Emanuele III re di Sardegna, il quale concede loro di insediarsi nell'isola di San Pietro, dove fondano il villaggio fortificato di Carloforte.

*** Nel 1780 scoppiano tumulti a Sassari contro il dominio arrogante dei Piemontesi.

*** Nel 1793 l'ammiraglio francese Troguet tenta l'invasione della Sardegna. Cannoneggia Cagliari e sbarca un contingente di truppa che si attesta nel litorale di Quartu. L'iniziativa militare francese fallisce, nonostante serpeggi in Sardegna la rivolta popolare contro i Piemontesi, non tanto per l'ostilità degli abitanti quanto per l'incapacità dell'ammiraglio.

*** Nel 1793 scoppiano in tutta l'Isola i moti popolari contro l'oppressione feudale e la prepotenza dei Piemontesi.

*** Il 28 e 29 aprile del 1794 Cagliari insorge e caccia i Piemontesi dalla città. Il 30 dello stesso mese, gli oltre 500 funzionari piemontesi, con il viceré in testa, sono costretti tra le grida ostili del popolo a imbarcarsi su tre navi alla fonda nel golfo. Per la magnanimità dei Sardi, i Piemontesi hanno potuto caricare sulle loro navi i loro voluminosi bagagli. Vincenzo Sulis è a capo della milizia popolare che ha dato un valido contributo alla vittoriosa rivolta.

*** Nel 1795 scoppiano i moti antifeudali nel Logudoro, capeggiati dal giudice Giovanni Maria Angioy - nato a Bono nel 1761 e morto in esilio a Parigi nel 1808.
La rivolta antifeudale si sviluppa principalmente nella regione logudorese, ma investe tutta la Sardegna. Da Sassari, Giommaria Angioy muove con il suo esercito di popolani, soprattutto pastori, verso Cagliari. Fa sosta a Macomer accolto favorevolmente dalla popolazione, quindi prosegue fino a Santulussurgiu, dove conta numerosi seguaci, e qui rinforza le fila del suo esercito. Punta quindi su Oristano e la occupa il 2 giugno. Incerto sul concertato aiuto del governo rivoluzionario francese (che intanto ha raggiunto un accordo con i Piemontesi), rinuncia a marciare su Cagliari. Tale rinuncia è un grave errore: Cagliari è pronta ad accoglierlo, la popolazione è in fermento, la città sarebbe caduta nelle mani dei rivoluzionari angioini senza colpo ferire. Si ritira da Oristano, risale in Gallura e rientra a Sassari - dando così modo alla reazione - feudatari e Piemontesi - di riorganizzarsi e costituire un forte esercito. Per non cadere nelle mani della reazione, ripara a Porto Torres dove, il 16 dello stesso mese, insieme ad altri rivoluzionari compromessi, si imbarca per Ajàccio, in Corsica. Da qui andrà in Francia, dove morirà a Parigi nel 1808.

*** Se i capi-popolo del movimento rivoluzionario antifeudale poterono imbarcarsi e mettersi in salvo, non fu così per il popolo che dovette subire le feroci rappresaglie dei feudatari e dei Piemontesi.
Dal 1796 al 1812 i moti antifeudali - che proseguono spontaneamente nei villaggi e nelle campagne - vengono repressi con inaudita violenza. Anche gli esponenti di secondo piano della rivolta angioiana che non sono riusciti ad espatriare vengono massacrati dalla sbirraglia piemontese capitanata dal giudice Valentino.
Bono, il paese che ha dato i natali ad Angioy, per rappresaglia viene cannoneggiata e saccheggiata. I pochi abitanti rimasti vengono trucidati. Siamo nel 14 luglio 1796.
A Sassari, nel 1802, vengono arrestati e pubblicamente torturati e giustiziati tre patrioti: Martinetti, Battino e Frau. Gli ultimi due, pastori, dopo il "trattamento" riservato loro a Sassari, verranno condotti con le ossa fratturate ad Aggius, paese della Gallura dove più viva si è accesa la rivolta, e impiccati nella piazza.
L'ultimo bagno di sangue giacobino è del 1812, a seguito dei moti capeggiati da professori, avvocati e magistrati.

*** Il 3 marzo del 1799 Vittorio Emanuele I scappa con la sua corte da Torino, a seguito della invasione francese, e si rifugia in Sardegna. A Cagliari, il Viceré, il clero e la nobiltà in orgasmo si prodigano per rendere al sovrano l'esilio il più possibile confortevole. Il re - essi dicono al popolo - è arrivato con la sola camicia (evidentemente i Francesi non sono magnanimi quanto i Sardi), per non cadere nelle mani demoniache dei giacobini. Contadini, pastori e artigiani sardi devono perciò provvedere essi con il loro lavoro a "mantenere" dignitosamente il loro sovrano.

*** Per ospitare il re in esilio, nello stesso anno 1799, vengono stabiliti oneri fiscali supplementari a una popolazione già ridotta in estrema miseria. Gli obblighi fiscali verso la Corona che già si aggirano sulle 218.000 lire sarde salgono, con le nuove imposte "straordinarie" di altre 109.350 lire. Poco dopo con un altro giro di vite le "straordinarie" raggiungono la cifra di lire 240.000; e come d'uso governativo tali imposte finiranno per diventare "ordinarie".
Intanto la regina Maria Teresa, consorte in esilio di Vittorio Emanuele I, si fa cesellare dagli orafi un orinale d'argento massiccio sul cui fondo a sbalzo è effigiato Bonaparte, "il grande nemico".

*** Il 6 ottobre 1820 i Sabaudi emanano l'Editto delle Chiudende, il primo di una serie che verranno emanati nel 1824 -1830 e 1831. Di fatto tali Editti aboliscono l'uso comunitario della terra, diffuso in tutta l'Isola, e istituiscono la "proprietà perfetta" borghese. Saranno causa, per lunghi anni, di sanguinose rivolte popolari, sedate con la violenza delle armi.
La risposta popolare agli Editti che aboliscono l'uso comunistico della terra non si fa attendere. Specie nelle zone dell'interno la reazione dei pastori è violenta. Numerosi paesi delle Barbagie insorgono. Di giorno i neo-proprietari, protetti dall'esercito piemontese, delimitano e recingono; di notte, pastori e contadini abbattono e devastano le recinzioni. La guerriglia si protrae per circa dieci anni.

*** Nel 1821 ha inizio il regno di Carlo Felice, il quale appena salito al trono condanna a morte 97 oppositori politici sardi. Segue una feroce e capillare epurazione nei quadri della burocrazia, esercito e amministrazione e Università. Il monarca non nasconde il suo odio viscerale per la cultura (in colonia). Egli afferma che "solo chi non sa leggere né scrivere può essere fedele al re".

*** 1836 - 1839: abolizione del feudalesimo. I feudi appartenenti alla nobiltà e al clero prevalentemente spagnoli occupano oltre la metà della superficie della Sardegna. Si capisce così come l'ingorda borghesia piemontese, nata in ritardo rispetto alle sue consorelle europee, e bisognosa di mangiare al doppio per mettersi alla pari, miri con il suo "riformismo" a sostituirsi al vecchio padrone nella proprietà e sfruttamento di quelle terre. Già nel 1831 Carlo Alberto aveva prospettato una normativa di riscatto dei feudi, pagando ai nobili una rendita perpetua. Questi non accettano e minacciano di ricorrere all'Austria che, nel Trattato di Londra, ha garantito alla Spagna, lo status quo nell'Isola. Cogliendo ora il momento storico-politico favorevole, i Sabaudi aggirano l'ostacolo e nel 1836 dichiarano soppresse le giurisdizioni feudali, esautorando in pratica i feudatari dal potere. Quindi incentivano la cessione dei feudi con offerte vantaggiosissime: tanto chi paga è il popolo. La cifra del riscatto risulta essere nella maggior parte dei casi il triplo del valore effettivo del feudo espropriato. Il popolo farà la fame per tutto il secolo per pagare con il proprio lavoro un mercimonio, gabellato dagli storici come riforma liberale contro l'oscurantismo feudale.

*** 1837. Prima visita di Carlo Alberto in Sardegna. Sbarca nell'isola di Tavolara in tenuta di caccia, armato di cesellato archibugio. Per ritemprarsi dei suoi ponderosi dubbi, il "re tentenna" viene qui a caccia delle favolose capre dai denti d'oro e dalle corna enormi. E' ospite di Giuseppe Bartoleoni, il maddalenino che ha acquisito la rupe proclamandosene re.

*** Nel 1839 vengono emanate alcune disposizioni di legge che limitano i Diritti di Ademprivio, cioè il diritto per le comunità di legnatico, fonte, pascolo, raccolta dei frutti pendenti e di coltivazione sulle terre del saltus.
Tali disposizioni restano lettera morta per le violentissime reazioni delle popolazioni.

*** 1842. Seconda visita di Carlo Alberto in Sardegna. Stavolta si reca a Tharros, necropoli punica nei pressi del golfo di Oristano, che nasconde nelle sue tombe puniche e romane ingenti tesori. Organizza, presenziando, una serie di scavi che fruttano manufatti romani (vasi in vetro, terrecotte e monete) e punici (monili d'oro, d'argento e scarabei lavorati in pietre preziose). Questi tesori rapinati ai Sardi sono immessi in gran parte nella collezione privata dei Savoia e in parte finiscono per ornare le puttane di Corte.
Restando in tema di "nobili" sciacalli, ricordiamo nel 1838 la depredazione compiuta sempre a Tharros dal Marchese Scotti, aiutante di campo del Viceré sabaudo e dal gesuita Perotti ("tre carri colmi", testimonia uno storico del periodo); e sempre a Tharros, nello stesso anno, la rapina compiuta dallo scrittore moralista Honoré de Balzac. E ancora, nel 1851 la più scientifica rapina attuata da un gentleman inglese, Lord Vernon, il quale - meno male - cede l'ingente bottino al British Museum, dove si trova tutt'ora.

*** Sono del 1847 i dati relativi ai danni inferti alla economia agricola dagli Editti delle Chiudende. Negli anni precedenti, dal 1790 al 1805 la produzione di grano oscilla da 1.192.103 a 1.793.894 starelli (pari a circa 40 Kg l'uno); mentre successivamente scende da 1.074.597 fino a 530.111 starelli. La produzione dell'orzo scende da 588.708 starelli del 1790 fino ai 170.970 starelli del 1847. Il patrimonio ovino risulta dimezzato.

*** L'anno 1847 segna la fine del Regno di Sardegna. Il 29 novembre una rappresentanza dei tre Bracci del Parlamento Sardo - residuo mummificato di una istituzione aragonese - si reca a Torino da Carlo Alberto per chiedergli "umilmente" la formale fusione dell'Isola agli altri stati sabaudi di terraferma. Nell'annuale discorso della Corona il re dirà che "la Sardegna, gettato il funesto retaggio di antichi privilegi, volle essere unita con più stretti vincoli alla terraferma, e fu accolta dalle altre Province come diletta sorella".
A Cagliari e in altre città dell'Isola la borghesia indigena e l'alto clero orchestrano manifestazioni di giubilo unificatorio, con l'immancabile partecipazione di studenti. La speranza della borghesia indigena è di poter modernizzare con la fusione le strutture produttive; ma sarà la borghesia capitalista piemontese a gestire in proprio il processo di ammodernamento coloniale, di scientifico sfruttamento delle risorse e del lavoro dell'Isola.
La "fusione" non getterà dunque "il funesto retaggio di antichi privilegi" ma li perpetuerà e ne aggiungerà di nuovi.

*** 1847. In questo stesso anno, in Sardegna, le spese militari salgono raggiungendo i 200 milioni di lire; contro i 100 milioni scarsi che si spendono per l'amministrazione civile. Già da allora l'Isola assume il ruolo di "area di servizi militari".

*** Il 7 maggio del 1848, circa due mesi dopo l'inizio della prima guerra di indipendenza contro l'Austria per la conquista della Lombardia, Carlo Alberto, necessitando di carne da cannone, emette un decreto di emergenza, tentando di imporre ai Sardi appena "fusi" la coscrizione obbligatoria "per il reclutamento di effettivi in numero pari alla metà di quelli forniti dagli altri stati di terraferma".
Il provvedimento non troverà applicazione a causa delle gravi tensioni sociali esistenti nell'Isola.
Vista l'indifferenza dei Sardi verso quella guerra di "liberazione", l'Intendente Generale Derossi di Santarosa prepara un progetto per "l'arruolamento dei banditi, reclusi e contumaci, di cui l'Isola ha sovrabbondanza". Il progetto viene accolto dalla Grande Cancelleria di S.M. che nomina una Commissione composta da Intendenti Provinciali con l'incarico di formulare un Progetto di Legge sulla materia. Il Progetto di Legge viene partorito con gestazione accelerata, ma il Parlamento lo insabbia. Al governo ci si è resi conto che "far militare sotto la stessa onorata Bandiera onesti cittadini e galeotti, poteva riuscirne scapito al lustro e al decoro della Milizia... e sarebbe stato anche all'estero pretesto di censura".

*** Il 15 aprile del 1851, con Legge n. 1192, vengono aboliti i tributi feudali che gravano sui terreni e viene istituita l'Imposta unica Fondiaria. Una sola imposta ma molto più pesante di tutte le precedenti messe insieme.
Il 5 giugno dello stesso anno si stabiliscono le norme relative alle operazioni geometriche ed estimative per la formazione del Catasto nell'Isola.

*** Il 9 novembre 1860 Giuseppe Garibaldi viene esiliato a Caprera, dopo la spedizione dei Mille e l'annessione del Regno delle due Sicìlie al Piemonte.

*** Nel 1865 vengono aboliti i Diritti di Ademprivio (già limitati nel 1839 con relative disposizioni). L'abolizione degli Ademprivi nasce anche da oscuri motivi di interesse (cui pare non fosse estraneo il Conte di Cavour e il suo intraprendente parentado) e si articola in una serie di manovre che culminano con il passaggio dei terreni ex ademprivili (circa 500.000 ettari sui quali le popolazioni esercitavano "l'uso barbarico" di goderne liberatamente i frutti) nelle rapaci mani della borghesia e in quelle di compagnie e società straniere, e darà luogo a rivolte popolari, specie nelle Barbagie e nella Baronia, protrattesi per anni e represse in un mare di sangue.

*** Nel 1868 scoppiano i Moti di Su Connotu. Su Connotu, cioè il conosciuto, indica la tradizione, l'uso comune, le leggi che regolano la vita della comunità. I Moti di Su Connotu scoppiano a Nuoro il 26 aprile come protesta contro la rapina della terra effettuata dalla borghesia compradora e piemontese. I moti si estendono a tutta l'Isola, e come di norma vengono ferocemente stroncati con l'assassinio e le galere.

*** Il 2 giugno 1882 muore a Caprera Giuseppe Garibaldi, un amico dei Sardi. Uno dei pochi che non è venuto in Sardegna a rubare o a uccidere.

*** 1885. Si assiste al rapido declino delle tonnare, a causa dell'inquinamento del mare prodotto dagli scarichi delle laverie delle miniere di zinco e piombo sfruttate da compagnie prevalentemente straniere.
Nel decennio che precede il 1885 la produzione annua raggiunge nella sola tonnara di Porto Paglia circa 40.000 tonni; mentre nel decennio successivo la produzione annua scende a circa 17.000 tonni. Con il passare degli anni si registra una ulteriore diminuzione fino alla totale scomparsa dei tonni da quelle coste.

*** Clamoroso fallimento del Credito Agricolo Industriale Sardo. Il 25 giugno del 1887 viene emessa la sentenza di fallimento del più importante istituto di credito operante nell'Isola, fondato appena 14 anni prima. Per i contadini e i pastori, che vendevano i prodotti del loro lavoro agli ammassi e ai caseifici, era fatto obbligo di versare i loro risparmi nelle casse del Credito. Il fallimento fu un duro colpo per l'economia delle comunità. Numerose famiglie di contadini e di allevatori furono ridotti alla fame e per sopravvivere dovettero vendere agli usurai i loro averi.

*** Alla fine del secolo XIX e più marcatamente nell'ultimo decennio, le condizioni della Sardegna sono a dir poco tragiche. Oppressione e sfruttamento, fame pestilenze e abbandono sono il risultato di quasi duecento anni di civilizzazione e riformismo coloniale dei Sabaudi.
La gente è costretta a mendicare un tozzo di pane muffito davanti alle porte delle carceri e dei conventi. Il pane dei contadini e dei pastori - un pane confezionato per antica tradizione con semola di grano duro che era stato quanto di più elaborato e celebrato tra i paesi dell'area mediterranea - risulta ora composto prevalentemente impastato con farina di ghianda e argilla. La casa non è più la risultante evolutiva di quella meraviglia architettonica espressa dalla Civiltà dei Nuraghi, ma è una baracca di fango e di paglia con il pavimento di terra battuta, dal tetto di canne o di frasche, fragile riparo alle intemperie.
Le riforme sabaude hanno desertificato l'Isola. I boschi sono stati falciati per venderne il legname o sono stati bruciati per ricavarne carbone e potassa - con il pretesto di snidare i banditi. La rapina delle risorse naturali è totale. Disumano è lo sfruttamento cui sono assoggettati gli indigeni, nelle campagne e nelle miniere. Per finire, l'organizzazione fiscale rastrella ciò che resta fino all'ultimo centesimo.
In questa situazione di miseria e di degradazione serpeggia la ribellione. Centinaia di latitanti vivono alla macchia, sui monti. Nessun esattore dei Sabaudi riesce più a raggiungere il villaggio dove intimare un sequestro per mancato pagamento di imposta: una scarica di rudimentale archibugio fulmina l'esattore lungo il viottolo di campagna.

*** E' del 1894 l'ultima bardana. Il 13 novembre una banda armata di cavalieri (forse 50 forse anche 100) punta su Tortolì, cittadina sul golfo di Orosei. Vengono assaliti e rapinati l'ufficio postale e alcune case di possidenti. I carabinieri si asserragliano in caserma e non osano uscire per contrastare la grassazione.
La bardana di Tortolì diventa uno dei pretesti per una vasta azione militare di repressione che lo stato italiano condurrà contro i banditi e le popolazioni barbaricine che li sostengono. Gli anni dal 1894 al 1899 sono passati alla storia come "gli anni del terrore".

*** 1899. Un corpo di spedizione coloniale sbarca in Sardegna e mette a ferro e a fuoco le Barbagie. Fra gli ufficiali, vi è il tenente Giulio Bechi, del 67° Reggimento di Fanteria, il quale descrive la campagna militare nel suo diario che viene pubblicato con il titolo "Caccia grossa".
Si hanno vere e proprie battaglie campali tra l'esercito e i latitanti fiancheggiati dalle popolazioni. Come quella del Morgogliai, con centinaia di morti - nessuno, è stato scritto, si prese la briga di contare quanti fossero i pastori trucidati.
La caccia all'uomo è implacabile, ma l'esercito non riesce a fiaccare la resistenza dei ribelli, inferiori per numero e malamente armati.
Lo stato maggiore della repressione ricorre allora al terrorismo, al ricatto, alla tortura. Vengono arrestati e seviziati parenti, anche vecchi donne bambini, per indurre i latitanti alla resa. Tutti i beni, armenti e perfino animali da cortile, vengono sequestrati, portati via e venduti.
In questo scorcio di fine secolo, lo stato italiano ha commesso nei confronti del popolo sardo atti vergognosi di ribalderia coloniale che non devono essere dimenticati.
Agli arresti, ai sequestri, alle razzie, ai ricatti, alle stragi, seguono i cosiddetti provvedimenti speciali di polizia: navi cariche di prigionieri lasciano l'Isola verso le galere del continente. E' di quei giorni la lamentazione popolare: "Sos bentos de levante / in sa marina frisca / sunt carrigande s'oro... / ... / Sas carreras sunt tristas / como non est prus Nugoro / ca mancant sos zigantes." (I venti di levante / nella fresca marina / si portan via l'oro... / ... / Le contrade son tristi / Nuoro non è più lei / ora che mancano i suoi giganti.)
Proprio in quegli anni, nel 1897, il governo italiano vara una serie di "leggi speciali" con l'ipocrito proposito di migliorare "le tristi condizioni economiche dell'Isola". In sardo si dice "Appizzus de is corrus, cincu soddus!" (Oltre le corna, la beffa!).

*** Il 29 luglio del 1900 viene giustiziato a Monza Umberto I, il "re buono". Tanto buono che i sentimenti degli scampati dei massacri in Sardegna eseguiti da Giovanni Nepomuceno Cassis, si sono uniti a quelli degli scampati del massacro a Milano eseguito da Bava Becaris, lo hanno raggiunto per mano di un umile popolano, Gaetano Bresci.

*** Il 4 settembre del 1904 la "strage di Buggerru". I minatori di Buggerru scioperano per ottenere condizioni di vita più umane. Tra l'altro chiedono che l'amministrazione contribuisca a pagare l'olio per l'illuminazione delle gallerie. L'esercito chiamato dai padroni per stroncare lo sciopero spara sulla folla, uccidendo quattro lavoratori e ferendone numerosi altri.

*** Nel mese di maggio del 1906 scoppiano tumulti in tutta l'Isola per l'insostenibile situazione economica, con i prezzi che rincarano di giorno in giorno. A Cagliari si muovono per prime le donne che lavorano nella manifattura tabacchi. La folla tumultuante assale il municipio e saccheggia negozi e magazzini di viveri.

*** Dal 1906 al 1911 si svolge l'inchiesta parlamentare presieduta da Parpaglia sulle condizioni di vita nelle miniere sarde. Ne viene fuori un quadro tragico che a stento la commissione parlamentare riesce a mascherare. Non esistono contratti di lavoro; le cantine (spacci padronali) rapinano i già magri salari; i cottimi sono truccati; non esistono normative e impianti di sicurezza; sono altissimi i dati sugli infortuni spesso mortali; non esistono normative né istituti previdenziali e assistenziali; sono diffusissime le malattie professionali, specie la silicosi; è diffuso lo sfruttamento del lavoro delle donne (salario di una lira al giorno, la metà del salario dell'uomo) e del fanciullo (pagato mezza lira).

*** Nel 1915 i Sardi sono chiamati a raccolta per la prima carneficina mondiale. Si fa leva sulla fame, sul bisogno materiale - oltre che sulla carica aggressiva dello sfruttato. Si promettono ai buoni combattenti paghe alte, sussidi e buoni alimentari ai familiari. Si promette a guerra finita lavoro stabile agli operai, la terra ai contadini e pascoli ai pastori. Nella povera gente nasce così l'illusione che la guerra sia un male necessario da patire, in cambio di un domani migliore.

*** Sul finire della prima carneficina mondiale, nel 1918 scoppia la peste volgarmente detta "la spagnola" che imperversa fino al 1920 mietendo nell'Isola migliaia e migliaia di vittime. Le testimonianze danno un quadro allucinante dell'ecatombe: famiglie intere falciate dal terribile morbo; un via vai di carri che trasportano i cadaveri per essere sepolti in fosse comuni; la disperazione delle povere popolazioni senza alcuna difesa sanitaria se non quella di bere vino e pregare.

*** Nel 1919 rientrano i reduci. Pochi rispetto a quanti ne sono partiti. Niente di quanto è stato loro promesso per andare a combattere viene mantenuto. La situazione che trovano è ancora peggiore di quella che hanno lasciato partendo. Capeggiate dai reduci scoppiano rivolte popolari. A Cabras viene assaltato il Municipio, quindi saccheggiati e incendiati i negozi di alimentari e i magazzini dei ricchi. Viene mandato l'esercito per sedare la rivolta. Gli arrestati nella sola Cabras sono trecento - di cui numerose donne.

*** Nel 1920, l'11 maggio, l'eccidio di Iglesias. I carabinieri sparano sui minatori della società Monteponi scesi in sciopero. I morti sono sette, numerosi i feriti.

*** Nello stesso anno 1920 nasce il Partito Sardo d'Azione. Alle sue origini, attinge al combattentismo, utilizzando sia il cameratismo, lo spirito solidaristico sviluppatosi in trincea, sia il malcontento, la frustrazione e la rabbia per le promesse non mantenute da chi ha mandato al macello tanti Sardi.

*** 1921. Gli arditi del popolo - gruppi anarchici di resistenza e di lotta contro il fascismo - compongono il loro inno sulla musica del ballo nazionale sardo. Con il '68 l'Inno degli Arditi del Popolo viene rielaborato in lingua sarda.

*** 1926. Il 9 novembre viene arrestato Antonio Gramsci (morirà in una clinica romana nel 1937). Dello stesso anno è l'assegnazione del premio Nobel per la letteratura alla scrittrice nuorese Grazia Deledda.

*** 1929. Al centro di una vasta opera di bonifica agraria, nasce il comune di Mussolinia. Alla caduta del fascismo verrà ribattezzato Arborea. Gli abitanti del villaggio e del suo territorio sono prevalentemente braccianti del Polesine, trapiantati in Sardegna dal fascismo.

*** La guerra di Etiopia, nel 1935 è una nuova occasione per utilizzare il serbatoio dei morti di fame nella realizzazione del disegno egemonico del capitalismo nazionale. Numerosi disoccupati e sottoccupati incentivati dalla sicurezza del soldo e dalle solite promesse, partono in armi per l'Africa Orientale a "portarvi la civiltà".

*** Nel 1936, durante la guerra di Spagna, il governo fascista per portare qualche centinaio di Sardi a combattere contro i "rossi" ricorre al sotterfugio. Si danno bandi offrendo lavoro ben retribuito in Africa. Durante il viaggio, dirottata la nave, gli "emigranti" si ritrovano con un fucile in mano da usare contro "ignoti". Più coscientemente numerosi Sardi partono volontari in Spagna per difendere la repubblica popolare contro il fascismo. Tra i tanti combattenti sardi per la libertà, ricordiamo l'anarchico Tomaso Serra.

*** Nel 1938 nasce il comune di Carbonia. Sorge dal nulla, per volontà del Duce, in un demagogico disegno di utilizzazione autarchica per fini bellici del bacino carbonifero del Sulcis. Gli abitanti sono costituiti da schiere di affamati rastrellati nelle aree più depresse del Continente, e particolarmente della Sicilia (circa 40.000).

*** Il 26 e 28 febbraio e il 13 maggio del 1943 le "fortezze volanti", aerei americani da bombardamento, attaccano la città di Cagliari massacrando la popolazione civile. La città semidistrutta viene evacuata. I morti sono circa 20.000 su una popolazione presente, in quel periodo, di circa 80.000 abitanti.

*** Stesso anno, l'isola fortificata di La Maddalena ospita un confinato d'eccezione: il cavaliere Benito Mussolini, che ha fatto ormai il suo tempo.

*** Nel 1947 si svolge la Campagna ERLAAS contro la malaria, finanziata dalla Fondazione Rockefeller. L'intera Sardegna viene irrorata del micidiale DDT per eliminare l'Anopheles la zanzara portatrice del Plasmodium, l'agente della malaria.
Data la sensibilità dimostrata dagli stranieri agli attacchi dell'Anopheles (271 morti tedeschi durante la seconda guerra mondiale), l'operazione antimalarica finanziata dagli USA rientra nel disegno di rendere asettico l'ambiente in vista della utilizzazione della Sardegna come area di basi e servizi militari.

*** Nel 1948 la Sardegna viene costituita Regione Autonoma. Da allora in poi i politici sardi non parlano altro che di battaglie per il conseguimento della Autonomia.

*** 1950. Si sviluppa nei Campidani il movimento per la occupazione delle terre incolte e per le cooperative. Nasce a Pauli Arbarèi, il primo aprile la cooperativa agricola A. Gramsci.

*** Nello stesso anno, il 12 maggio, con legge n. 230 in risposta al movimento cooperativistico, per imbrigliarlo e soffocarlo, viene istituito l'ETFAS (Ente di Trasformazione Fondiaria e Agraria per la Sardegna), un mastodontico carrozzone di sottogoverno voluto dagli agrari, dei quali si fa portavoce il democristiano Antonio Segni.

*** Il 6 dicembre del 1957 inaugurazione dell'aeroporto militare della NATO di Decimomannu, il più importante nell'area del Mediterraneo, dopo lo smantellamento della base aerea USA di Weelus Field in Libia.
Iniziano gli espropri nella regione del Salto di Quirra, per l'installazione dei poligoni missilistici di Perdasdefogu e Capo San Lorenzo.

*** Nel 1958 sbarca l'OECE/AEP (ribattezzato OCSE). Costituisce nell'Isola un intervento pseudo-culturale secondo un programma denominato "Progetto Sardegna". Si tratta in sostanza di un intervento colonialistico in vista dell'invasione petrolchimica e consumistica.

*** In opposizione all'intervento culturale dell'OECE nascono nell'Isola centri di cultura popolare, che si richiamano alla identità culturale dei Sardi e si battono con le popolazioni per la soluzione dei problemi di comunità. I centri sardi si federano all'AILC (Associazione Italiana per la Libertà della Cultura) e al MCC (Movimento di Collaborazione Civica).

*** Negli anni 1959-60 inizia la lunga lotta dei pescatori e dei contadini di Cabras contro i feudatari degli stagni.

*** A Teulada, in una vasta area della Sardegna Sud-Occidentale espropriata ai contadini e ai pastori, nel 1960 sorge il CAUC (Centro di Addestramento per Unità Corazzate), dove si esercitano alla guerra flotte ed eserciti di mezzo mondo.
Nello stesso anno 1960 viene espropriata al comune di Arbus la penisola di Capo Frasca, nella costa Centro-Occidentale, per essere utilizzata come poligono di tiro per caccia-bombardieri supersonici della NATO e degli USA.

*** Il 23 ottobre 1961 viene emanato il decreto di "requisizione, esproprio e occupazione dell'intera isola di Tavolara". Contrariamente alle dichiarazioni ufficiali secondo le quali l'isola verrà utilizzata dai militari per impiantarvi una antenna radio a lungo raggio, diventa una base rifugio per sommergibili USA a propulsione e armamento nucleari.

*** Il 1962 è un anno denso di avvenimenti. L'agrario Antonio Segni viene eletto presidente della repubblica.
Viene approvato il Piano di Rinascita che si attuerà con i 400 miliardi previsti dalla legge 588.
Inizia l'invasione petrolchimica. I petrolieri, con la connivenza del governo regionale, si aggiudicano i 400 miliardi (di straordinario) più i miliardi degli incentivi ordinari previsti dalle leggi a favore dei padroni.

*** Nel mondo barbaricino in specie, il malcontento popolare si accentua e il potere dello stato italiano risponde con la repressione poliziesca. Il 10 marzo del 1964 viene fermato dalla polizia il pastore di Fonni Giuseppe Mureddu. Viene torturato e "suicidato". L'assassinio del pastore Mureddu, incensurato e non implicato in alcun fatto criminoso, suscita nell'Isola indignazione e rabbia.
Nello stesso anno, un ventilato colpo di stato fascista prevede l'utilizzazione della Sardegna (in specie l'Asinara e Castiadas) come lager per deportarvi gli oppositori politici.

*** Gli anni 1966-69 vengono detti "Gli anni ruggenti del banditismo sardo". In effetti il fenomeno banditismo, artatamente dilatato e drammatizzato è un pretesto per utilizzare la Sardegna e in particolare le Barbagie come area dove instaurare uno stato di polizia sperimentale ed esercitare le truppe speciali antiguerriglia - in vista del creando fenomeno del terrorismo.

*** In un clima di potere banditesco esplodono il 15 agosto del 1967 i "Fatti di Sassari". La polizia organizza e arma una banda di criminali, ne programma rapine e sequestri e infine, con una brillante operazione, la sgomina. La magistratura non può fare a meno di ordinare alcuni arresti fra i solerti funzionari della polizia sassarese: i carabinieri si rifiuteranno di eseguire gli arresti, per solidarietà di corpo. Il processo che si svolgerà a Perugia si risolverà con un nulla di fatto.

*** Nel 1968 viene ucciso a tradimento dalle forze dell'ordine il pastore latitante Pasquale Pau mentre attende in campagna le proprie bestie. Accusato di un reato del quale si dichiara innocente, e ancora in attesa di processo, Pasquale Pau è noto nel suo mondo come "il latitante buono".

*** 1969. Le popolazioni delle Barbagie respingono con la mobilitazione il ventilato piano per la creazione del Parco del Gennargentu. Si diffonde lo slogan "Salviamo con il muflone il pastore sardo".
Nello stesso anno, a seguito della decisione del ministero della difesa di trasformare i pascoli di Pratobello in una base per esercitazioni belliche, nel mese di giugno, la popolazione di Orgosolo insorge in massa occupando il poligono di tiro il giorno di inizio delle esercitazioni a fuoco. La rivolta antimilitarista di Orgosolo ottiene lo smantellamento della base.

*** Nel 1970 si compie l'operazione di smantellamento delle miniere. I dati (rilevati nel 1971) della liquidazione delle miniere sarde sono i seguenti: 1951 n. 24.500 addetti; 1961 n. 13.270 addetti; 1971 n. 7.731 addetti.
Nasce e si diffonde in Sardegna un fantomatico "movimento separatista" che sembra raccogliere la simpatia di numerosi intellettuali indigeni di diversa collocazione politica, dalla DC al PCI agli Extraparlamentari. I servizi segreti indagano per appurare eventuali collegamenti tra il separatismo e il banditismo.
E' anche l'anno in cui per la prima volta nella sua storia una squadra di calcio, il Cagliari, vince il campionato nazionale di serie A. L'entusiasmo è alle stelle. La Sardegna ha superato così millenni di barbarie e può considerarsi alla pari del mondo civile. Ora il Papa, Paolo VI, può sbarcare in questa terra "redenta", ancora, per altro, da "pacificare".
Il 24 aprile di quell'anno, durante la visita del Papa nel Borgo di Sant'Elia, rione povero di Cagliari, un gruppo di anarchici contesta civilmente la politica del pontefice. La comunità del Borgo solidarizza con gli anarchici. Centinaia di carabinieri e poliziotti intervengono brutalmente contro il gruppo degli anarchici coinvolgendo gli abitanti. Il Borgo di Sant'Elia insorge rispondendo alla violenza poliziesca con una fitta sassaiola. Centinaia di cittadini fermati. Oltre trenta esponenti del movimento anarchico arrestati e processati dopo lunga detenzione preventiva.

*** il 17 luglio del 1972 viene data notizia ufficiale dell'insediamento della base USA di appoggio e mantenimento per sommergibili a propulsione e armamento nucleare, nell'isolotto di Santo Stefano dell'arcipelago di La Maddalena.
Qualche mese prima, in maggio, è uscito per gli editori Marsilio il libro bianco sulle basi e servitù militari in Sardegna, con il titolo "Un'isola per i militari".

*** Nel 1973, nella vasta operazione di repressione e recupero del movimento giovanile sviluppatosi dopo il '68, vengono messi fuorilegge i "circoli giovanili". Nella sola città di Cagliari, nel giro di pochi mesi, vengono chiusi dalla polizia una sessantina di clubs.

*** E' del 1974 il caso giudiziario noto come "la montatura Pilia". Partendo dal ritrovamento fatto dalla polizia di un candelotto di dinamite deteriorata nell'auto di un certo Pilia e di un foglio dattiloscritto con un piano eversivo dettagliato ricco di nomi e numeri telefonici, vengono arrestati 35 presunti eversori, per lo più ragazzi militanti anarchici e di gruppi extraparlamentari.
La "montatura" della banda armata anarco-separatista-barbaricina finanziata dal KGB è un maldestro tentativo di dimostrare l'esistenza di un piano feltrinelliano per fomentare la guerriglia nell'isola. Piano che proseguirebbe anche dopo l'eliminazione dell'editore-rivoluzionario.

*** Nel 1975 si registrano nascite mostruose. Si parla di "mostri al cobalto" in relazione alla base nucleare USA di La Maddalena.

*** Il 19 dicembre 1976 viene assassinato dalla polizia il fanciullo Wilson Spiga e pochi giorni dopo, l'11 gennaio del 1977 Giuliano Marras, di appena sedici anni.

*** Il 28 agosto del 1977 nasce "Quirino" una sorta di "vulcano nucleare sottomarino" a Sud delle coste sarde. Una forte esplosione sottomarina (scossa del 7° grado della scala Mercalli) viene fatta passare come scossa sismica in una zona che è "asismica" da tempi immemori.
Il 20 settembre dello stesso anno, subisce un grave incidente un sommergibile nucleare USS RAY del tipo Hunter Killer. Si sfiora una catastrofe che coinvolgerebbe con la Sardegna l'intero bacino del Mediterraneo.

*** Agli inizi del 1980, a seguito di una singolare sparatoria in una piazza di Cagliari, si ha notizia ufficiale dello sbarco in Sardegna del duetto Savasta-Libera, una coppia di temibili terroristi delle Bierre italiane che hanno il compito di reclutare ascari in colonia per diffondervi la lotta armata marxista-leninista contro lo stato borghese.

*** Dal 1981 al 1982 si delinea un movimento per l'indipendenza della Sardegna. Vi sono coinvolti anche esponenti del Partito Sardo d'Azione. Lo stato italiano teme il consolidamento e la diffusione del movimento in una Sardegna sempre più sfruttata ed emarginata. La reazione repressiva non si fa attendere. Nel dicembre del 1981 viene arrestato Salvatore Meloni, membro del comitato centrale del P.S.d'Az.; quindi è la volta di Bainzu Piliu, docente universitario, animatore del FIS, il Fronte per l'indipendenza della Sardegna, e di Oreste Pili, altro dirigente del P.S.d'Az. Le accuse nei loro confronti appaiono speciose seppure gravissime, come quella di aver tramato al soldo di potenze straniere contro l'unità territoriale della nazione italiana.

Nota. Forse superfluo sottolineare che la storia della Sardegna non è altro che un lungo susseguirsi di invasioni e occupazioni, di dominazioni, di oppressioni e di sfruttamento; di un continuo cronico stato di miseria e di degradazione delle popolazioni e di continui eroici sanguinosi tentativi di queste stesse popolazioni di opporsi, di insorgere, di liberarsi. E' in una parola la storia di una colonia, di un popolo che conserva la propria identità nonostante duemilacinquecento anni di dominazioni straniere.

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